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Prefazione In un breve e molto conosciuto scritto apparso postumo – Ipotesi di descrizione di un paesaggio – Italo Calvino parlava della fotografia come di un oggetto “finito” «che concentra il tempo in una frazione di secondo fino a farlo sparire come se lo spazio potesse esistere da solo», al contrario della descrizione scritta: «un’operazione che distende lo spazio nel tempo». Può allora la fotografia consentire di «tracciare una linea tra i punti discontinui che la memoria conserva isolati, strappati dalla vera esperienza dello spazio»? La questione non è da poco giacché la vista ha assunto precocemente un ruolo primario nell’interpretazione del paesaggio. Il geografo Lucio Gambi sosteneva attivamente il ruolo conoscitivo dell’immagine fotografica, a patto che questa venisse utilizzata per una ricostruzione storica, e non solo estetica, di come è nato e come si presenta il quadro in cui «si coagulano ed unificano» gli elementi dell’edificazione territoriale. Ovvero ciò che, nella sua globalità, forma l’insieme che usiamo chiamare paesaggio «più precisamente “paesaggio integrale” per distinguerlo da quello meramente naturalistico o ecologico (cioè geofisico) e da quello puramente estetico»1. L’intera esperienza scientifica di Gambi altro non è che lo studio delle modalità storiche in cui una società locale si rapporta o meglio costruisce e valorizza il suo ambiente, il suo territorio e i suoi paesaggi «perché niente di quello che la storia sedimenta va [e deve andare] perduto»2. Il paesaggio, secondo la concezione ancora attuale di Gambi, è “un palinsesto”, uno strumento operativo di “visualizzazione della storia” e dell’eredità o patrimonio culturale e storicoambientale di un territorio, tutto ciò che abbiamo ereditato dalle generazioni del passato e che dovremmo conservare a beneficio delle generazioni future: cultura materiale (monumenti, opere d’arte, libri, archivi, collezioni ecc.), natural heritage (paesaggi e biodiversità), persino la cultura immateriale (folklore, tradizioni ecc.). Questo spiega perché oggi la geografia umana è caratterizzata da quella che Michel Lussault ha chiamato «donazione del visibile»: da un lato essa ha superato lo spazialismo (l’analisi solo “orizzontale”, sincronica, del paesaggio e del territorio) e dall’altro ha riconosciuto che «parlare di spazio significa evocare il regime di visibilità delle sostanze sociali di cui è fatta la realtà territoriale». Studiare il paesaggio oggi significa attivare un processo conoscitivo che riunisce 1  Gambi L., La fotografia e il paesaggio in Cottignoli L. (a cura di), Scatti di memoria, dall’archivio fotografico della federazione delle Cooperative della Provincia di Ravenna, Ravenna, Longo Editore, 2002, pp. 186-188. 2  Vedi Quaini M., “Poichè niente di quello che la storia sedimenta va perduto”, Quaderni storici, 2008, 43, 1 pp. 56-109.

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PAESAGGI VISTI DAL TRENO. Un viaggio sulla Reggio-Ciano  

Una pubblicazione edita dall'Istituto Alcide Cervi in collaborazione con il Consorzio di Bonifica dell’Emilia Centrale e T.I.L. - Trasporti...

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