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Biagio Simonetta

Faide L’impero della ’ndrangheta


www.cairoeditore.it/libri

ISBN 978-88-6052-394-5 © 2011 CAIRO PUBLISHING S.r.l., CORSO MAGENTA 55, MILANO I EDIZIONE: OTTOBRE 2011


FAIDE A R., alla sua forza


AVVERTENZA Questo racconto è ispirato a vicende realmente accadute. Tuttavia alcuni dei personaggi citati sono frutto della fantasia dell’autore.


1 Black Mountains La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile. E questa disperazione avvolge il mio paese da molto tempo. CORRADO ALVARO

Le sale giochi sono sparite. Me ne sono accorto qualche sera fa, mentre rincasavo. Passeggiando, fra i semafori spenti e le serrande abbassate dei negozi, mi ha preso un’irrefrenabile voglia di giocare a flipper. Ma mi sono reso conto che le sale giochi non ci sono più. Negli anni Novanta erano i più importanti luoghi di aggregazione sociale. Zone franche, miscele di classi. Oggi le console e i social network le hanno seppellite, e mi accorgo che forse sto invecchiando. Poco lontano dalla casa in cui sono cresciuto ce n’era una. La gestiva un ragazzo timido che tutti chiamavano Chen. Non era cinese e non conosceva le arti marziali, ma somigliava abbastanza a Bruce Lee da aggiudicarsi un soprannome così importante. Da Chen ci andavo spesso. L’insegna luminosa accendeva di verde il muro di fronte. Las Vegas era un posto per tutti. Dalle mie parti a quindici anni hai poche alternative. La sala giochi riusciva a mescolare interessi diversi. Un garage umido con le piastrelle crepate che racchiudeva passioni differenti: c’era chi si passava i libri, chi gli spinelli. E poi c’era 7


FAIDE

Sandro, un ragazzo down che adorava il Milan e portava armonia anche nei giorni più cupi. Spesso mi chiedeva se l’estate successiva l’avremmo portato al mare, sul Tirreno, dove scappavamo in treno nelle mattinate di luglio quando la scuola era finita. Gli rispondevo con una pacca sulla spalla e un occhiolino di intesa. Una finta promessa alla quale forse neanche lui credeva. Ma bastava a tenere sospesa una speranza. Un sogno. Quando i ragazzini legati ai clan crotonesi sputavano per spregio sui monitor dei videogiochi io mi irrigidivo di colpo. Mi allontanavo. Erano ’ndrangheta in embrione. Già agivano da criminali, col portamento tronfio di chi è temuto, rispettato. Balordi da niente che studiavano Al Pacino, in Scarface. «L’unica cosa che conta veramente nel mondo sono le palle...»: se lo ripetevano credendo di stare nel film di De Palma. E invece erano solamente a Las Vegas, dove il puzzo di umidità graffiava le narici. Chen prendeva un panno fetido e iniziava a pulire la saliva che scendeva piano sulle pulsantiere. In silenzio. Calava il gelo. A nessuno andava di parlare. Chi si azzardava a fare anche un piccolo gesto era segnato, diventava uno da emarginare, da tenere alla larga per evitare guai. Uno che alla prima occasione gli avrebbero fatto sputare sangue. Un infame che aveva provato a fare l’eroe. E in posti come Las Vegas gli eroi non esistono, chi non si piega è fottuto. A dieci come a trent’anni, perché quando cresci e ti inculcano alcune logiche nel cervello, te le porti dentro e non ti abbandonano più. Sono il tuo sangue. Mentre Chen lucidava i vetri, stringevo i pugni nelle tasche del mio eskimo e le mie mani sudavano odio. Fuori, poggiavo la schiena contro il muro e fissavo il cielo, verso 8


BLACK MOUNTAINS

nord. Pensavo che quel posto maledetto dovevo lasciarlo in fretta. Che finita la scuola avrei preso uno di quei pullman rossi che trasportano la mia gente a Milano, Firenze, Bologna. Emigrazione senza ritorno. Lacrime e valigie piene da scoppiare. Del resto ad andarsene erano sempre i migliori, e io non volevo passare i miei giorni a dilaniarmi il fegato osservando gli stronzi che sputavano sui videogiochi e prendevano in giro Chen. Solo Sandro continuava a sorridere. Si poggiava al muro, di fianco a me. Cercava di imitarmi e guardava il cielo. Con una mano in tasca e l’altra sul ginocchio piegato, si dava un’aria da ganzo. Ma non resisteva troppo e iniziava a fissarmi, con quegli occhi neri che sembravano dire «hanno vinto loro, vincono sempre loro». Un giorno provai a chiedergli cosa pensasse di quei farabutti che sputavano sui monitor, che spegnevano il flipper ai ragazzini, che di notte avevano iniziato a fare i lavoretti per il clan: proiettili davanti ai portoni, auto abbrustolite, intimidazioni. Volevo capire se la mia rabbia era anche la sua, se anche le sue mani sudavano di più, se aveva voglia di andarsene, sputare per terra e prendere un treno. Mi rispose con un sorriso. E pensai che forse ero stato troppo duro con lui. Poi mi sorprese con una domanda: «Il pallone d’oro lo danno a Weah?». Sono passati quindici anni da quei giorni. Sandro se n’è andato l’anno scorso. Sereno, di botto. L’insegna verde della sala giochi si regge a stento e non fa più luce. La ruggine sta divorando la lamiera della tettoia che ci copriva dagli acquazzoni. Il tempo ha consumato gli angoli. Quei ragazzini che sputavano nel garage di Chen si sono arruolati, quasi tutti. Qualcuno nell’esercito dello Stato, qualche altro in quello 9

Faide. L'impero della 'ndrangheta  

Le prime pagine del romanzo no fiction sulla potenza della 'ndrangheta. di Biagio Simonetta