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Biancarosa Chirco North Africa

Analisi della moda contemporanea per una fashion collection


MINISTERO DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA ALTA FORMAZIONE ARTISTICA E MUSICALE

ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI PALERMO

DIPARTIMENTO DI PROGETTAZIONE E ARTI APPLICATE SCUOLA DI PROGETTAZIONE ARTISTICA PER L’IMPRESA

DIPLOMA ACCADEMICO DI PRIMO LIVELLO IN PROGETTAZIONE DELLA MODA

NORTH AFRICA ANALISI DELLA MODA CONTEMPORANEA PER UNA FASHION COLLECTION di

BIANCAROSA CHIRCO 6590 Relatore PROF. VITTORIO UGO VICARI

A.A. 2012-2013


Dedico questo lavoro alla mia famiglia e alle persone piĂš importanti della mia vita


Indice generale

Introduzione

Pag. 10

Cap.I. Note di sociologia Islamica

Pag. 14

I.1. Nord Africa. Definizione geopolitica e note etno-antro- Pag. 23 pologiche § I.1. Marocco

Pag. 32

§ I.2. Algeria

Pag. 36

§ I.3. Tunisia

Pag. 40

§ I:4. Libia

Pag. 44

§ I:5. Egitto

Pag. 49

I.2. La percezione della moda nell’universo nord africano

Pag. 53

Cap.II. La comunicazione del sistema moda nell’area del Pag. 68 Nord Africa II.1. La carta stampata

Pag. 74

§ II.1. Marocco

Pag. 83

§ II.2. Algeria

Pag. 89

§ II.3. Tunisia

Pag. 90

§ II.4. Libia

Pag. 93

§ II.5. Egitto

Pag. 94

II.2. I network televisivi

Pag. 97


II.3. La rete

Pag. 104

Cap. III. Lo stilismo di moda (2000-2013)

Pag. 120

III.1. La distribuzione

Pag. 124

III. 2. Gli eventi

Pag. 129

§ II.1. Marocco

Pag. 134

§ II.2. Algeria

Pag. 140

§ II.3. Tunisia

Pag. 140

§ II.4. Libia

Pag. 143

§ II.5. Egitto

Pag. 143

Cap.IV. Collezione di moda: North Africa

Pag. 148

§ IV.1. Islamic Art

Pag. 154

§ IV.2. Ethnic Arab

Pag. 169

Apparati Indice delle illustrazioni

Pag. 187

Glossario dei termini

Pag. 192

Schema di scrittura e trascrizione delle lettere arabe

Pag. 198

Bibliografia

Pag. 200

Sitografia

Pag. 202


Introduzione

La presente tesi approfondisce il sistema moda nel Nord Africa, un tema raramente trattato in virtù del fatto che il concetto “moda”, come l’intende l’Occidente, ha avuto in quell’area una diffusione recente. Gli Stati africani coinvolti nell’analisi sono quelli che si affacciano sul Mediterraneo: Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto. Lo studio parte dal rapporto tra la moda e la religione islamica, segue la descrizione dei principali mezzi di comunicazione di cui il sistema moda si appropria per trasmettere il proprio messaggio, continua con i canali distributivi che le aziende utilizzano e, infine, gli eventi dedicati al settore moda (le fashion week e le manifestazioni fieristiche) che si svolgono in quell’area. La scelta di tale tema ricade nella voglia di conoscenza di una cultura, quella araba – nord africana, così vicina a noi, ma allo stesso tempo lontana perché dissimile. La differenza fa paura e, a volte, non è vista come un arricchimento da cui tutti possono trarre dei vantaggi. La maggior parte degli occidentali conosce il mondo arabo attraverso i messaggi che sono trasmessi dai media. Il mondo arabo che appare ai nostri occhi è un mondo che, ancora, lotta per i propri diritti e la democrazia, un mondo legato al terrorismo e, infine, un mondo che non considera le donne, anzi, le obbliga a portare il velo.

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L’approccio al tema scelto è stato reso più facile in virtù di una mia pregressa conoscenza della lingua araba, studiata ed appresa alla scuola superiore presso il Liceo Linguistico Europeo “Ernesto Del Giudice” di Marsala. Il metodo di lavoro impiegato parte dalla ricerca delle bibliografie specifiche e di riferimento; ne è derivata la conferma di quanto già si presupponeva; che è difficile trovare opere in che analizzino la moda contemporanea nei paesi arabi; mentre il Web, attraverso i siti ufficiali delle maggiori testate giornalistiche, delle aziende, degli eventi dedicate al settore moda, ha offerto uno spunto considerevole alle riflessioni che leggerete nelle pagine successive. L’obiettivo della tesi è di far conoscere la moda contemporanea nell’area nord africana e, sulla scorta delle ricerche effettuate, di presentare una mini collezione di dieci capi ispirati a quell’area. La collezione è pensata sia per il mercato arabo che occidentale. Essa è intitolata “North Africa”. A sua volta la collezione di moda è divisa in due temi intitolati “Islamic Art” ed “Ethnic Arab”. Il primo tema principalmente s’ispira ai motivi geometrici utilizzati nell’arte islamica. Mentre il secondo s’ispira agli abiti tradizionali arabi e alle vaste aree del deserto del Sahara. Il progetto creativo prevede la realizzazione di alcuni prototipi. Questo lavoro di tesi è stato possibile grazie alla grande disponibilità e cortesia dimostratemi dal Prof. Vittorio Ugo Vicari, mio relatore, e per l’aiuto fornito ad essa durante la stesura. Inoltre, un grazie è rivolto alla Prof.ssa Roberta Lojacono per la disponibilità e l’aiuto fornito nella ricerca e nello sviluppo della 11


collezione “North Africa�, come al Prof. Sergio Pausig per il coordinamento dei materiali editoriali e del mio portfolio on-line.

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Cap. I. Note di sociologia Islamica

L’Islam, in arabo Islām può essere traducibile con “sottomissione a Dio”. Termini come Islam, “arabo”, musulmano, Islamismo sono utilizzati molto spesso dall’occidente, ma mai in modo corretto. L’Islam è una religione monoteista e coloro che la praticano sono chiamati musulmani. Il termine “arabo” si riferisce alla popolazione che vive nel mondo arabo, dove la lingua parlata è l’arabo. Inoltre il termine Islam non va confuso con Islamismo. Quest’ultimo fa riferimento a una corrente di pensiero e a movimenti che puntano a organizzare la società in base a una rigida interpretazione dell’Islam e vogliono imporlo come lotta politica o militare. Inoltre la disciplina che studia l’Islam è tradizionalmente detta in italiano Islamistica, e Islamisti sono detti i suoi cultori e studiosi. L’Islam è considerato dai suoi fedeli come l’insieme delle rivelazioni elargite da Allah all’umanità fin dall’epoca del suo primo profeta, Adamo. Dal punto di vista dei musulmani, l’Islam non deve essere considerato come l’ultima religione in ordine di tempo rispetto alle altre due grandi fedi monoteistiche (Ebraismo e Cristianesimo), ma come l’ennesima riproposizione della volontà divina all’umanità. È una religione monoteista in quando crede in un solo Dio, Allah, e il libro sacro, il Corano1 (Fig.1) è stato rivelato all’ultimo dei profeti, Muhammad. Il profeta Muhammad, nell’Islam è considerato il “Sigillo dei profeti” ed è un principio fondamentale per la fede Islamica credere che con la sua morte sia terminato per sempre il ciclo profetico. 14


Il profeta Muhammad, il nome completo in arabo Abū l-Qāsim Muḥammad ibn ʿAbd Allāh ibn ʿAbd al-Muttalīb al-Hāshimī, nacque alla Mecca nel 570 d. C. circa, appartiene al clan hascemita dei Quraysh2, gruppo influente nella città della Mecca. Orfano di entrambi i genitori, allevato inizialmente dal nonno Abd al-Muttalib ibn Hāshim (497 circa – 578 circa) e alla sua morte dallo zio Abd Manāf Abū Ṭālib (... – 619), diviene un mercante. Sposò Khadija bint Khuwaylid (556 –619) dalla quale nacquero dei figli, ma sopravvissero solo quattro femmine: Zaynab, Ruqayya, Fâtima e Umm Kulthum, i maschi morirono tutti in tenera età. Nel 610 d.C. nella notte del ventisette del mese di Ramadan, notte che sarà chiamata successivamente “notte del destino”, l’angelo Gabriele, mandato da Allah, gli iniziò a rivelare il Corano. Muhammad, da circa cinque anni si era rifugiato nella grotta nel monte Hira, vicino alla Mecca, per meditare sui problemi riguardanti la religione. Qui divenne il Profeta glorioso, incaricato da Allah di trasmettere il messaggio liberatorio a tutti gli uomini. I contenuti della nuova religione non piacquero ai suoi concittadini e Muhammad rischiò persino di essere ucciso. La cosmologia dell’Islam non solo condannava i costumi corrotti dei ricchi mercanti arabi, ma insegnava che vi era un solo Dio. La nuova religione minacciava alla base la società profondamente ingiusta del tempo. I primi seguaci del Profeta furono, oltre a Khadija, il cugino Alī ibn Abī Tālib (599 – 661) e l’inseparabile amico Abou Baker (... – 634) che più tardi succederà a Muhammad alla guida della Comunità dei Credenti. Poco a poco le adesioni al piccolo gruppo dei Musulmani aumentarono. Nel 622 Muhammad decise di fuggire a Yatrib (futura Me15


dina) con ottanta discepoli. L’anno 622 diventa “l’anno uno” dell’era musulmana chiamata Hejira che significa letteralmente “espatrio”. La Città di Yatrib fu chiamata Madinet Annali, “Città del Profeta”. Egli sperimenta ora un nuovo ruolo di leader politico, legislatore e capo militare, dispensatore di giustizia. Dalla rivelazione religiosa passa ai principi costituzionali di un ordine sociale e politico che rispecchi la legge di Dio, religione e politica, tendono a unirsi. Alla morte del profeta, avvenuta l’otto giugno del 634, si verifica una scissione all’interno della comunità Islamica. Da un lato i sunniti, che rappresentano la grande maggioranza in quasi tutti i paesi musulmani (tranne in Iran, in Iraq e nell’Oman), dove la comunità sceglie una figura autorevole con funzione di guida chiamata califfo; egli è un semplice vicario con la funzione di garantire la continuità della linea di credenza, ha poteri di tutela ed è garante. Per i sunniti, chiunque può mettersi alla guida dei fedeli. Dall’altro lato stanno gli sciiti, ramo minoritario dell’Islam. Essi si richiamano all’eredità di ‘Alī ibn Abī Tālib, cugino e genero di Muhammad, e di sua moglie Fātima. Secondo loro Muhammad avrebbe indicato ‘Alī il proprio successore conferendogli una particolare capacità di interpretazione del messaggio rivelato da Allah. Da ciò discenderebbe che l’imam, cioè la guida della comunità, deve essere qualcuno che faccia parte della famiglia di ‘Alī perché, in virtù di questa parentela, egli riceve una particolare ispirazione che gli conferisce autorità. Coloro che professano l’Islam formano una comunità, ummah3, 16


parola che compare spesso nel Corano. L’ummah per eccellenza è la comunità dei musulmani, i quali nel comportamento pubblico e privato adempiono alla Volontà divina. L’Islam si rappresenta come una religione fondata sul principio della conversione interiore alla fede e alla responsabilità della coscienza individuale davanti ad Allah, ma ha anche codificato un insieme di regole definite come principi guida. Nell’Islam c’è un rapporto diretto tra Allah e credente: non c’è chiesa né sacerdozio. Le guide spirituali sono i “dotti”, chiamati ulema o mullah, che si dedicano allo studio dei testi sacri. La religione dell’Islam consiste nella fede (al-imān) e nella pratica (al-dīn). Il quadro giuridico dei paesi Islamici discende dalla sharī’ah (diritto sacro) e dal figh4 (scienza giurisprudenziale). Mentre nei paesi occidentali le leggi sono il risultato del volere del popolo, in quelli Islamici sono dettate da Allah. Sharīʿah è un termine generico utilizzato nel senso di “legge”. È la Legge di Allah che, in quanto tale, non può essere conosciuta dagli uomini. In questo senso, il fiqh, la scienza giurisprudenziale, rappresenta lo sforzo concreto esercitato dagli uomini per identificare la Legge di Allah. La sharī’ah riguarda l’ideologia e la fede, i comportamenti umani e le azioni quotidiane. Riunisce una serie di regole di condotta da osservare in tema di culto, amministrazione dei beni, vita coniugale, ma anche i reati penali. Le fonti della legge Islamica sono il Corano e la Sunnah del Profeta. Il Corano è la parola diretta di Allah ed è la fonte primaria di direttive e decisioni. I versetti di contenuto giuridico sono detti ayat-al-ahkam. La seconda fonte è la Sunnah, termine che significa, “consuetudine”, “abitudine”, “costume”; essa è 17


costituita dalle parole e dalle azioni del profeta Muhammad, che sono stati trasmessi nei singoli hadīth “racconti” o “aneddoti”. Le regole della sharī’ah per tutte le azioni quotidiane dell’uomo sono qualificate come obbligatorie (wājib), vietate (harām), raccomandate (mandūb), disapprovate (makrūḥ) o indifferenti (mubāh). I cinque pilastri dell’Islam (Arkān al-Islām) sanciscono i cinque obblighi fondamentali per ogni musulmano, in base alla legge religiosa è tenuto a osservare. Tali obblighi sono: 1. La testimonianza di fede, Shahadah. Secondo il Corano “Non esiste divinità all’infuori di Allah, e Muhammad il Suo profeta”. Questa dichiarazione è una formula semplice che tutti i fedeli devono pronunciare. Esprime la convinzione che l’unico scopo della vita è servire e obbedire ad Allah e che lo si può fare seguendo le pratiche e gli insegnamenti dell’ultimo suo profeta, Muhammad. 2. Le preghiere rituali, Salah (Fig. 2), che i musulmani devono eseguire cinque volte a giorno (all’alba, a mezzogiorno, a metà pomeriggio, al tramonto e un’ora e mezza dopo il tramonto). Prima di fare la preghiera bisogna essere in stato di purità, tahāra. Wuḍūʾè il nome della purificazione rituale, una pulizia con acqua pura o, in caso d’impossibilità, sostituibile col tayammum (sfregarsi con terra pulita invece di acqua), in cui le parti lavate comprendono: le mani, la bocca, il naso, il viso, le braccia, la testa, le orecchie e i piedi fino alle caviglie. La preghiera contiene i versetti del Corano e deve essere recitata in arabo, la lingua della Rivelazione e conside18


rata sacra. Un musulmano può pregare ovunque, ma è raccomandato stare su di una stuoia pulita e rivolgersi in direzione della Mecca. Di venerdì, la preghiera congregazionale (jumuʿah) si tiene a mezzogiorno; è ritenuta obbligatoria per gli uomini e facoltativa per le donne. Le preghiere vengono dirette da un dotto che conosce il Corano, scelto dalla comunità. 3. L’elemosina canonica, Zakat è obbligatoria, ma in genere la sua donazione è a discrezione del fedele. Dal punto di vista linguistico, zakat significa “purificazione” della ricchezza. 4. Il digiuno durante il Ramadan, Sayam, include l’astinenza dal mangiare, dal bere, dal fumare, dai rapporti sessuali. Il digiuno è ordinato dal Corano, e viene osservato dai musulmani devoti, durante tutto l’arco del giorno, fino al calar del sole, per i 29 o 30 giorni del mese lunare di Ramadan. Ne sono esentati gli impuberi, i malati e le donne incinte o in allattamento. 5. Il pellegrinaggio a La Mecca, in Arabia Saudita, almeno una volta nella vita, Hajj, è l’ultimo pilastro dell’Islam; si compie durante il mese lunare di Dhu l-Hijja. L’esecuzione del Hajj almeno una volta nella vita è obbligatoria per tutti quelli che siano in grado di affrontarlo, economicamente e fisicamente, e circa due milioni di persone si recano alla Mecca ogni anno. Il pellegrino indossa una tenuta distintiva composta di due pezze di stoffa non cucite, per lo più di colore bianco, che non 19


mostrino differenze di classe sociale e di cultura, perché tutti sono uguali davanti ad Allah. Nella Mecca si conserva il santuario della pietra nera, Ka’ ba5 (Fig. 3).

L’Islam non è soltanto una religione, nel senso tecnico del termine, che si basi principalmente su un’intima persuasione di fede, ma è anche un’ ortoprassi, una serie di azioni e comportamenti obbligatori, perché giudicati “corretti”. Oggi i circa cinquanta Stati che si definiscono in vario modo “musulmani” hanno strutture politiche, economiche e sociali spesso assai diverse le une dalle altre, nonostante si richiamino tutti all’Islam e facciano parte di alleanze o accordi, come ad esempio la l’Organizzazione della cooperazione Islamica. I comportamenti esteriori sono giudicati secondo la sharīʿah, mentre per quelli interiori il solo giudice è Allah. L’Islam è anche una cultura e uno stile di vita poiché molti precetti della Sunnah e del Corano hanno un impatto diretto sul comportamento dei consumatori. Inoltre, il Corano stabilisce un elenco preciso degli alimenti che si possono mangiare e di quelli vietati, dei servizi finanziari consentiti e no. Nei paesi musulmani vi sono tre tipi di relazioni tra Stato e Islam. Quando la legge dipende dalla sharī’ah, in questi paesi viene meno lo Stato di diritto in senso occidentale, il potere legislativo non è distinto dalla religione. È quando avviene nell’Arabia Saudita, Iran ed Egitto. In alcuni paesi come l’Algeria e la Libia, la sharī’ah non è menzionata nella Costituzione, ma viene applicata. Per esempio in Algeria, il Codice della Famiglia, prolungato nel 1994, reintroduce la poligamia, vieta i 20


matrimoni con non i musulmani e bandisce l’adozione. In fine altri Stati musulmani non citano la sharī’ah nella Costituzione come il Marocco e la Tunisia. Anche se la Carta costituzionale tunisina sancisce l’Islam religione dello Stato, il Codice civile si basa su norme derivanti da fonti occidentali e i tribunali religiosi non hanno voce in capitolo.

Fig. 1

21


Fig. 2

Fig. 3

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I.1. Nord Africa. Definizione geopolitica e note etno-antropologiche

L’Africa è il terzo continente per dimensioni. Con 30.221.000 Km copre il 20,4 % delle terre emerse e con i suoi 1 020 201 229 di abitanti, rappresenta il settimo della popolazione terrestre. L’Africa è delimitata a nord dal Mar Mediterraneo, a ovest dall’Oceano Atlantico, a sud dall’Oceano Antartico e a est dall’Oceano Indiano; a nord est è separata dall’Asia dall’artificiale Canale di Suez. Il termine Africa deriva da “terra degli Afri”, com’erano soliti chiamarla gli antichi romani, per il nome dato ai Cartaginesi che abitavano nel nord del continente, in Tunisia. Il nome Afri è generalmente connesso con l’etimo fenicio afar, che significa “polvere”, ma una recente teoria lo collega alla parola berbera ifri n Qya, cioè “grotta di Qya”, o Ifran, che significa “grotta”. L’Africa Mediterranea (Fig. 4) comprende cinque stati: Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto. Affacciata sul Mediterraneo, la regione è divisa in tre zone. La fascia costiera mediterranea è pianeggiante e vi si concentrano i maggiori insediamenti umani, le principali città e le attività economiche più importanti. La costa occidentale è dominata dai monti dell’Atlante dal quale scendono fiumi brevi. Il deserto del Sahara, occupa gran parte della regione ed è caratterizzato dal susseguirsi di aree sabbiose (erg), rocciose (hammada) e pietrose (serir). Il Sahara è il deserto più esteso della Terra (9.100.000 km²), la sua superficie 23


è principalmente pianeggiante, ma vi si trovano anche rilievi che raggiungono i 2,400 m di altezza. Il Sahara non è del tutto privo di vegetazione. Essa si trova eccezionalmente nelle oasi (dove crescono soprattutto palme da datteri, alla cui ombra si coltivano ortaggi, cereali e alberi da frutto) e più normalmente nelle depressioni, dove si accumulano le acque piovane, rappresentata da piante arbustive e spinose. Accanto alle oasi originarie, sorte là dove vi era una presenza d’acqua, vi sono oasi più recenti, artificiali, create mediante estrazione dell’acqua da falde anche molto profonde. Infine, la valle del Nilo, costituisce fin dall’antichità una produttiva area agricola. Il Nilo è il fiume più lungo della Terra (6,650 km); esso sbocca con un delta nel Mediterraneo ed è formato dal Nilo Bianco, che nasce nella regione dei Grandi Laghi, e dal Nilo Azzurro che scende dalle montagne etiopiche. Nell’arte egizia è raffigurato come una divinità barbuta, coronata di loto e papiro, con fiori e doni nelle mani. L’etimologia del nome Nilo deriva dal greco Neilos e dal latino Nilus, che probabilmente ha avuto origine dalla radice semitica Nahal, che significa una “valle”. Anche se costituita per il 90% da superfici aride e desertiche, tutta l’Africa settentrionale è stata sfruttata intensamente e trasformata dall’uomo fin dall’antichità. L’Africa nord-occidentale è anche nota con il termine Maghreb - in berbero thamazgha, che significa “terra dei berberi” - mentre in arabo il termine significa “luogo del tramonto” o “occidente”. Il termine arabo al-maghrib è anche il nome dello Stato del Marocco. Nel corso dei secoli i confini della regione denominata Maghreb sono cambiati. In passato vi è stata inclusa anche 24


l’Andalusia, prima della “Reconquista”6. Attualmente i paesi che ne fanno parte sono il Marocco, l’Algeria, la Tunisia, la Libia e la Mauritania. Nel 1986 essi hanno dato vita all’Unione del Maghreb Arabo, cui fa spesso riferimento l’espressione “Grande Maghreb”. Prima dell’occupazione araba, avvenuta intorno al VII e VIII secolo, le coste atlantiche e mediterranee del Maghreb furono occupate da Fenici, Cartaginesi, Greci e Romani. L’espansione dell’impero islamico7 ha portato uniformità nella regione. Gli arabi hanno imposto alle popolazioni indigene la religione Islamica e la lingua del Corano. Nonostante quest’assorbimento, la maggior parte delle società del Nord Africa hanno conservato la propria identità culturale. In opposizione agli Stati del Maghreb abbiamo una macroregione orientale del mondo arabo denominato Mashriq, in arabo significa “luogo dell’alba” o “est”. Questa regione comprende l’insieme dei paesi arabi che si trovano a est dall’Egitto e a nord dalla penisola arabica. L’Egitto occupa una posizione ambigua, ha legami culturali, etnici e linguistici sia con il Mashriq, sia con il Maghreb. Pertanto, esso si trova al centro del mondo arabo ed è per questo che la sede della Lega araba8 risiede nella capitale egiziana del Cairo. Talvolta è utilizzato il termine “non-Maghreb” e comprende oltre all’Egitto, anche il Sudan e la penisola arabica. Le vicende dell’Africa mediterranea sono state costantemente correlate con quelle dell’Europa meridionale non solo a causa delle imprese militari come la conquista della Sicilia, della Penisola Iberica oppure dai tentativi espansionistici del Portogallo e della stessa Spagna, ma anche e soprattutto per gli scambi commerciali. Ad esempio, la fioritura delle Repubbliche marinare9 25


in età tardo medievale riportò il Mediterraneo alla funzione di “continente liquido” che gli era stata propria sin dall’epoca dell’Impero Romano, quando si verificò una condizione mai più vista in seguito, cioè l’unità di tutte le sue sponde sotto un’unica autorità politica e spirituale. E questo anche in funzione del fatto che il Nord Africa occupa da sempre una posizione “cruciale”, poiché mette in comunicazione l’Europa con l’Africa e con l’Asia. Di tutti gli insediamenti stranieri in Africa, quello arabo ha avuto maggiore impatto. La religione islamica è diffusa nel Nord Africa e in molte aree a sud del Sahara. L’Islam nord africano aderisce alla scuola giuridica sunnita malikìta, che prende il nome da un rappresentante dei dotti di Medina, Màlik ibn Anas (612 – 709), dove fiorì la sua scuola. Le fonti della scuola Malikìta davano prevalenza all’uso giuridico praticato nella Medina. Considerata l’originale depositaria degli insegnamenti di Maometto, la scuola malikìta è diffusa anche nelle regioni a maggioranza curda e in misura minore nell’Africa sub sahariana, mentre in passato era seguita nella Sicilia musulmana e nell’Andalusia. Nel corso dei secoli, grazie ai vari popoli che hanno occupato l’Africa Mediterranea, si sono sviluppati usi e costumi differenti. Anche per quanto riguarda l’abbigliamento femminile si sono sviluppate fogge diverse, rimaste immutate nel corso dei secoli. Caratteristiche fondamentali dell’abbigliamento islamico erano la semplicità delle forme con linee morbide, la preziosità dei materiali e colori brillanti. La differenza tra ricchi 26


e poveri non era nella tipologia delle vesti ma nella qualità dei tessuti. Le donne arabe del Marocco indossavano il takchita (Fig. 5), composto da due pezzi d’indumenti: esso consisteva in una sopravveste, il caftan, realizzato con tessuti pregiati e riccamente elaborati con stampe o ricami. Il caftan10 è aperto e fissato sul davanti con corde, bottoni o passanti. Sul caftan era indossato un altro abito, il mansuriya, trasparente e aperto sul davanti, che serviva per proteggere il pregiato soprabito. Il tutto era completato con una cintura (medemma o hizam) in materiali e colori contrastanti. Sotto il caftan si indossava un’ampia tunica con maniche lunghe. In contrasto con la takchita indossata dalle donne in Marocco, le donne della vicina Algeria, Tunisia e Libia usavano pantaloni ampi e larghi, indossati con camicette e gilet elaborati (Fig. 6). Mentre le donne berbere indossavano un abito costituito da un unico foglio di panno avvolto intorno al corpo in vari modi e fissato sulle spalle con spille in metallo, chiamato haik (Fig. 7). Quest’abbigliamento è molto simile al peplo indossato dalle donne nell’antica Grecia. La diffusione dell’Islam ha fatto sì che molte donne arabe fossero coperte dalla testa ai piedi con mantelli drappeggiati, izars, o con il djallaba (Fig. 8), abito lungo di origine berbera con maniche lunghe e cappuccio indossato sia dagli uomini sia dalle donne. Inoltre le donne indossavano veli per coprire il viso, che erano fissati nella parte posteriore della testa. L’obbligo di coprire la testa anche agli uomini ha dato origine alla grande varietà di copricapo che convivevano nel mondo arabo, per esempio la shashia (Fig. 9) che può essere considerato il copricapo nazionale della Tunisia. La shashia è un berretto a forma cilindrica solitamente di colore 27


rosso. Un altro copricapo tipico nel mondo arabo era il turbante. Il suo nome deriva da un tessuto chiamato turban (Fig. 10 ) in lingua persiana, e consisteva in una fascia di mussolina o di seta avvolta intorno alla testa a formare il copricapo. Una tipologia di calzature diffusa nel mondo arabo erano le babbucce dalla punta ricurva. Queste tipologie di fogge sono sopravvissute in varie forme fino ad oggi, anche se il loro uso si è andato restringendo in seguito alla modernizzazione dell’abbigliamento.

Fig. 4

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Fig. 5

Fig. 6 29


Fig. 7

Fig. 8

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Fig. 9

Fig. 10 31


§ I.1. Marocco

Nome Capitale Superficie Popolazione Lingua ufficiale Religione Forma di governo Capo di Stato Capo di governo Ingresso ONU Valuta TLD

Regno del Marocco Rabat 710 850 km² 32.481.912 ab Arabo Islam Monarchia parlamentare Muhammad IV Abdelillah Benkirane 12 novembre 1956 Dirham .ma

Il Marocco è il paese più occidentale dell’Africa settentrionale. È delimitato a nord dallo stretto di Gibilterra e dal mar Mediterraneo, a sud dalla Mauritania, a est dall’Algeria e a ovest dall’oceano Atlantico. Il Marocco, in arabo al-Mamlaka al-Maghribiyya, letteralmente significa “regno dell’occidente”. Il suo territorio è caratterizzato da tre sistemi montuosi: il Rif, il Medio Atlante e l’Alto Atlante. Queste catene si sviluppano parallelamente, i rilievi maggiori si trovano nel settore occidentale. Il monte più alto del Regno è il Jbel Toubkal con un’altezza di 4.165 metri. Nella parte meridionale si estendono le estreme propaggini del deserto del Sahara. La rete idrografica è abbastanza ricca, ma i fiumi, che nella maggior parte dei casi nascono dall’Atlante e si gettano nell’Atlantico, hanno regimi torrentizi a causa della grande irregolarità delle precipitazioni, con piene invernali e magre estive. Il fiume più importante è 32


l’Oum Er Rbia. La morfologia del territorio e i differenti influssi marini determinano condizioni climatiche varie. Lungo le coste settentrionali prevale il clima mediterraneo con estati calde e inverni miti, mentre lungo le coste occidentali prevale il clima atlantico. Inoltre nelle regioni interne il clima è continentale e arido e desertico a sud del paese. La crescita economica ha consentito di frenare l’emigrazione e migliorare le esportazioni, le infrastrutture e l’afflusso di capitali esteri. Il Marocco è la quinta potenza economica dell’Africa. È la seconda economia più grande del Maghreb, dopo l’Algeria. Della vicinanza del Marocco al continente europeo ha beneficiato l’economia nazionale, con numerosi trasferimenti effettuati da aziende europee. Nel 1956 il Marocco ottenne l’indipendenza da parte della Francia e della Spagna. L’anno seguente, nel 1957, venne incoronato re Mohammed ibn Yusuf (1909 – 1961) con il nome di Mohammed V, appartenente alla dinastia degli Alawidi11, originaria del sud, che reclamano un’ascendenza di origine sceriffiana, ossia una discendenza diretta dal Profeta Mohammed. Dopo l’indipendenza, il Marocco divenne Monarchia Costituzionale, promulgata nel dicembre 1962 da Hassad II (1929 – 1999). L’attuale re Mohammed VI (1963) (Fig.11) è salito al trono il 30 luglio del 1999, succedendo a suo padre Hassad II. Il sovrano è capo religioso del paese (“difensore della fede” e “comandante dei credenti”), capo politico e capo delle forze armate. In quanto capo politico può sciogliere il parlamento e convocare nuove elezioni; inoltre, ha poteri esecutivi. Sull’onda delle proteste popolari che hanno attraversato il mondo arabo, il 1º luglio 2011 è stata varata una nuova Costituzione con la quale il re ha rinun33


ciato ai poteri esecutivi a vantaggio del Capo del governo, però continua a mantenere il controllo di tutte le decisioni strategiche.

Fig. 11

Abitato fin dalla preistoria dai Berberi, il Marocco conobbe la colonizzazione di vari popoli come fenici, cartaginesi, romani, vandali, bizantini e infine dagli arabi a partire dal VII secolo. I berberi abitano le aride regioni interne, mentre gli arabi si sono insediati lungo la fascia costiera. A sud è possibile trovare l’etnia Sahrawi, costituita dai gruppi tribali tradizionalmente residenti nelle zone del Sahara Occidentale. Il popolo Sahrawi lotta sul piano politico e militare per ottenere l’indipendenza dal Marocco, che invase l’area nel 1975 con la cosiddetta “Marcia verde’’, cioè l’invasione senza spargimento di sangue. In questo modo il Marocco si garantì le ricchissime miniere di fosfati presenti nella regione. La capitale amministrativa è Rabat. Altre città importanti sono Casablanca, Agadir, Fes, Marrakech, Meknes, Tetouan, Tangeri, Oujda, Ouarzazate e Laayoune (Sahara Occidentale). La popolazione ufficiale del Marocco ha raggiunto 32.481.912 di abi34


tanti, registrando un incremento del 14,6% rispetto al 1994. La città più popolata è Casablanca con un numero di 3.299.17 di abitanti, segue la capitale Rabat con 1.800.00 di ab. La lingua ufficiale del Marocco è l’arabo classico. Circa il 40% della popolazione parla il berbero come lingua madre. Il francese è, di fatto, la seconda lingua, non ufficiale, del paese. Una minoranza di marocchini nel nord del paese parla spagnolo come seconda lingua, mentre l’inglese sta rapidamente diffondendosi, grazie anche all’introduzione nei programmi scolastici. La religione ufficiale del Marocco è l’Islam, ma sono presenti anche comunità cattoliche ed ebree. L’Islam tradizionale nord africano presenta alcune caratteristiche particolari come il culto dei marabutti e dei santi (Sidi), le cui tombe sono oggetto di pellegrinaggi. Anche l’uso degli alcolici, vietato dalla legge coranica, non è punito dalla legge marocchina. Inoltre, nelle città turistiche è seguito il calendario occidentale per cui è la domenica, e non il venerdì, il giorno di riposo. Rispetto alla vicina Algeria, in Marocco sono molto meno numerosi e diffusi i fenomeni di terrorismo. Sebbene il re sia considerato il discendente del Profeta e “Comandante dei credenti”, la legislazione è notevolmente laica, in particolare con un codice di diritto di famiglia (Mudawana), riformato nel 2004, che tutela le donne molto più di quanto non faccia la legislazione a base Islamica di altri Stati a maggioranza musulmana.

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§ I.2. Algeria

Nome Capitale Superficie Popolazione Lingua ufficiale Religione Forma di governo Capo di Stato Capo di governo Ingresso ONU Valuta TLD

Repubblica Democratica Popolare di Algeria Algeri 2.381.741 km² 36.300.000 ab Arabo, Berbero Islam Repubblica presidenziale Abdelaziz Bouteflika Ahmed Ouyahia 8 ottobre 1962 Dinaro algerino .dz

L’Algeria è uno Stato dell’Africa del nord. Essa confina a nord con il Mar Mediterraneo, a nord est con la Tunisia, a est con la Libia, a sud est con il Niger, a sud ovest con la Mauritania e il Mali, per terminare con il Marocco a ovest. Algeria in arabo alJazāʾir significa “le isole’’, il nome deriva dalla Capitale Algeri, città fondata dai berberi sulle rovine di una città romana; esso deriverebbe dalla presenza nelle acque antistanti di alcuni grossi scogli. L’Algeria, il maggiore tra i paesi dell’Africa nord occidentale; è caratterizzato dal profondo contrasto tra i paesaggi della fascia settentrionale, che comprende le zone costiere e i rilievi dell’Atlante, e quelli dell’immensa zona desertica meridionale che fanno parte dell’altopiano sahariano. L’Algeria mediterranea è se36


parata dalla regione sahariana dalla catena dell’Atlante del Tell. Alle sue spalle si eleva l’Atlante Sahariano, più antico del Tell; avendo subito nel tempo fenomeni erosivi più significativi, esso raggiunge quindi altitudini inferiori. Nel deserto si ergono bastioni di roccia erosi dal vento e massici di origine vulcanica come l’Ahaggar, che raggiunge 3000 metri di altezza. Nella regione si alternano due tipi fondamentali di paesaggio: l’erg, il deserto di sabbia, e lo hammada, il deserto roccioso. La rete idrografica algerina è molto povera e limitata alla zona costiera. I torrenti dell’altopiano non hanno sbocco al mare e vanno ad alimentare i chott, bacini chiusi di acqua salata. Lungo la costa prevale il clima mediterraneo, mentre nella zona sahariana il clima è arido con escursioni termiche sia stagionali sia giornaliere. Il settore energetico, in particolare l’estrazione dei combustibili fossili, costituisce l’ossatura dell’economia algerina, generando circa il 30% del prodotto interno lordo e oltre il 95% del valore delle esportazioni. Le riserve petrolifere sono stimate in 12,2 miliardi di barili e fanno dell’Algeria il 17º paese al mondo in termini di risorse naturali, mentre si colloca al decimo posto per le riserve di gas. Dopo la Seconda Guerra mondiale, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) chiese l’indipendenza e nel 1954 passò alla lotta armata, che terminò nel 1962 con il ritiro delle truppe francesi e dell’OAS (Organizzazione dell’Armata Segreta). Dopo aver ottenuto l’indipendenza, l’Algeria fu scossa da conflitti interni fra le diverse fazioni che aspiravano al potere, in particolare tra il GPRA (Governo Provvisorio della Repubblica Algerina, firmatario degli accordi di pace con la Francia) e l’esercito parti37


giano ANP (Armata Nazionale Popolare). L’8 settembre 1963, l’Assemblea Costituente emise una nuova Costituzione in cui l’Algeria veniva dichiarata repubblica presidenziale, e Ben Bella (1918 – 2012) ne divenne Presidente. La manovra di Ben Bella, primo capo di governo eletto attraverso elezioni, fu vista da molte parti come il primo passo verso l’instaurazione di un regime militare. Ben Bella fu rovesciato nel 1965 da Houari Boumédienne (1932 – 1978) il suo ex alleato e ministro della Difesa. La crescita del Fondamentalismo Islamico culmina nel primo turno delle elezioni legislative del 1991-92, che vedono il partito Islamico vincitore. Il presidente attuale dell’Algeria è Abdelaziz Bouteflika (1937) (Fig. 12), in carica dal 1999. Oggi l’Algeria sta attraversando una fase fortemente critica per il basilare rispetto dei diritti umani, la mancanza di una completa libertà di parola e di espressione.

Fig. 12

Il territorio algerino è stato la patria di molte antiche culture preistoriche come quella Capsiana12, durante il Mesolitico. In seguito l’area è stata occupata da molte dinastie e imperi tra cui 38


Numidi Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Arabi, berberi e poi turchi ottomani. La maggior parte della popolazione algerina è composta di una base etnica berbera, mescolata con vari popoli invasori del Medio Oriente arabo, dell’Europa meridionale e l’Africa sub-sahariana. Inoltre sono presenti i discendenti dei rifugiati musulmani cacciati dalla Spagna agli inizi del XVI secolo. Le invasioni arabe tra VIII e XI secolo hanno portato solo un numero limitato di persone nella regione, ma hanno provocato la vasta arabizzazione e islamizzazione della popolazione berbera indigena. I berberi sono divisi in molti gruppi con diverse lingue. Il più grande di questi gruppi sono i cabili, che occupano la regione montuosa a est di Algeri, gli Shawia (Chouia), vivono prevalemente nelle montagne Aurès, mentre i nomadi Tuareg vivono nel deserto del sud. La popolazione è distribuita in modo irregolare con una concentrazione nella fascia settentrionale, mentre le regioni desertiche sono spopolate. La popolazione ufficiale dell’Algeria è 36.300.000 di abitanti. La sua capitale e città più popolosa è Algeri con 1.518.083 di ab. L’arabo è la lingua ufficiale, divenuta tale nel 1990. La maggior parte degli algerini parla il dialetto locale (Darja), fortemente intriso di prestiti dal francese e berbero. Il 27,4% della popolazione parla la lingua berbera Cabila, divenuta anch’essa ufficiale nel 2002. Il francese è comunque spesso usato dall’amministrazione ed è usato come seconda lingua da gran parte di algerini. La maggior parte della popolazione (all’incirca il 99%) è di 39


fede Islamica. Il restante 1% si divide tra cattolici ed ebrei. Gli algerini, sia arabi che berberi, sono musulmani sunniti. Accanto alle istituzioni più tradizionali delle moschee e madrase (scuole religiose), l’Islam ha posseduto fin dalle sue origini un profondo misticismo, che si è manifestato in varie, spesso culturalmente uniche, forme. Un aspetto caratteristico del Nord Africa è il ruolo importante svolto dai marabutti. Questi individui, considerati santi, pur non avendo manifestamente poteri speciali, sono stati venerati localmente come insegnanti, guaritori e leader spirituali. I Marabouts spesso si sono aggregati in ampie confraternite che più di una volta hanno brandito la spada in difesa della loro religione e nazione.

§ I.3. Tunisia

Nome Capitale Superficie Popolazione Lingua ufficiale Religione Forma di governo Capo di Stato Capo di governo Ingresso ONU Valuta TLD

Repubblica tunisina Tunisi 163.610 km² 10.480.934 ab. Arabo Islam Repubblica semi-presidenziale Moncef Marzouki Ali Larayedh 1956 Dinaro tunisino .tn

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La Tunisia è uno Stato del Nord Africa bagnato dal mar Mediterraneo e confinante con l’Algeria a ovest e la Libia a sud- est. Il nome completo è Repubblica Tunisina, in arabo al-Jumhūriyya al-Tūnusiyya. La parola “Tunisia” deriva da Tunisi, la capitale. Si ritiene che il nome “Tunisi” abbia avuto origine dalla lingua berbera, con il significato di “promontorio” o più probabilmente con “luogo in cui passare la notte”. Anche se di piccole dimensioni, la Tunisia presenta una diversità ambientale dovuta alla sua estensione nord-sud. Il 40% della sua superficie è occupato dal deserto del Sahara, mentre gran parte del territorio restante è composto da terreno fertile. Questi fattori hanno giocato un ruolo importante in epoca antica, quando essa divenne, dopo la Sicilia, uno dei granai dell’impero romano. La regione settentrionale è montuosa, attraversata da catene che proseguono il rilievo dell’Atlante algerino. Si tratta di sistemi montuosi poco elevati e dolci. Fra le due catene montuose l’Atlante Sahariano a sud e l’Atlante del Tell a nord si estende la valle della Medjerda, una zona particolarmente fertile dove si concentrano le attività agricole del paese. La pianura costiera orientale, il Sahel, è tra le zone più importanti del mondo per la coltivazione dell’olivo. Il paese possiede una rete idrografica scarsamente sviluppata. Il fiume Megerda, lungo 365 km, nasce in Algeria ma sfocia a nord della capitale Tunisi. A sud si estende la regione sahariana, in cui il deserto di rocce si alterna a quello di sabbia e a quelli di ciottoli. Il clima si presenta mediterraneo sulle coste, con inverni miti e umidi ed estati calde e secche, mentre è di tipo semi-desertico o desertico nell’interno, con temperature estive molto elevate e precipitazioni scarse. La Tunisia ha un’e41


conomia diversificata che va dall’agricoltura, al minerario, dal manifatturiero al turismo. L’economia dipende fortemente dalle esportazioni di minerali, in particolare di petrolio e fosfati, il settore manifatturiero è in crescita e ha ricevuto molti investimenti. Infine il turismo è anche una fonte importante di reddito e di valuta estera, così come le rimesse dei lavoratori migranti che vivono all’estero. Il 20 marzo 1956, la Tunisia acquistò formalmente la propria indipendenza e fu riconosciuta come una monarchia Costituzionale Sovrana. Il 25 luglio 1957 fu abolita la Monarchia e fu proclamata la Repubblica di Tunisia. Nel 1987 Habib Bourguiba (1903 – 2000), primo presidente tunisino, è stato deposto con un colpo di stato incruento dal Primo ministro, generale Zine El Abidine Ben Ali (1936) (Fig. 13). Ha governato per ventitré anni, dimettendosi nel gennaio 2011 e fuggendo all’estero, dopo le manifestazioni di massa per il caro vita, la disoccupazione, l’inflazione alimentare e la mancanza di libertà di parola. Il catalizzatore per le manifestazioni di massa è stato quando Mohamed Bouazizi, un 26enne venditore ambulante che si è dato fuoco il 17 dicembre 2010 per protestare contro la confisca della sua merce. Le proteste hanno ispirato la “Primavera Araba”13. Attualmente Moncef Marzouki (1945) è il Presidente della Repubblica, eletto nell’ottobre 2011 dal popolo, appartenente al partito Islamico moderato. La Tunisia è stata abitata fin dalla preistoria; la presenza umana è documentata fin dal paleolitico. Tra i primi in assoluto a mettervi piede fu probabilmente il nostro antico progenitore, l’Ho42


mo erectus. Tuttavia nel corso dei secoli la Tunisia ha ricevuto diverse ondate d’immigrazione che hanno incluso Fenici, africani sub-sahariani, ebrei, romani, vandali, gli arabi e i rifugiati musulmani dalla Sicilia. L’immigrazione più notevole fu quella dei mori spagnoli, che ha avuto inizio dopo la caduta di Siviglia. Questa grande diversità etnica è ancora vista nella varietà dei nomi di famiglia tunisini. Inoltre la cultura del paese è fortemente segnata dalle varie influenze ed è radicata con i monumenti che illustrano le varie fasi della sua storia. I francesi, presenti dal 1881 fino al momento dell’indipendenza del paese, rappresentano ormai solo lo 0,2% della popolazione, mentre gli arabi sono il principale gruppo etnico, cui seguono i berberi. Sul territorio è infine presente anche un’esigua minoranza di tuareg.

Fig. 13

In Tunisia ci sono 10.480.934 abitanti, per la maggioranza araba, con minoranze berbere ed europee costituite principalmente da francesi e italiani. La capitale Tunisi è la città più popolosa con 993.000 di abitanti. 43


L’arabo è la lingua ufficiale, e la maggior parte dei nativi parla il dialetto arabo tunisino, variante dell’arabo classico che è insegnato nelle scuole. In alcune località a sud è parlato anche il Berbero. Il Francese, introdotto durante il protettorato (18811956), è entrato in un più ampio uso solo dopo l’indipendenza, grazie alla diffusione dell’istruzione. In misura minore, sono insegnati l’inglese e l’italiano. L’Islam è la religione ufficiale della Tunisia, circa il 99% dei tunisini sono musulmani sunniti. I tunisini, inoltre, conservano alcune credenze indigene di origine berbera come, ad esempio, le persiane, colorate di blu ed utilizzate per respingere gli spiriti maligni. Il territorio è costellato da piccoli edifici bianchi sparsi soprattutto nelle zone rurali chiamati marabutti, tombe dei santi. Ancora oggi i tunisini continuano a pregare per chiedere loro favori. Il governo si caratterizza per tolleranza ed apertura alle altre religioni, soprattutto quelle monoteiste. Grazie soprattutto al forte impegno dell’ex presidente socialista laico Habib Bourguiba, la condizione della donna in Tunisia è migliore rispetto a qualsiasi altro paese del mondo Islamico, o almeno così appare agli occhi degli occidentali. Bourguiba ha vietato la poligamia, posto fine al divorzio e imposto limiti alla tradizione di combinare i matrimoni, stabilendo l’età minima per le nozze a diciassette anni per le donne, dando loro il diritto di rifiutare eventuali proposte.

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§ I.4. Libia

Nome Capitale Superficie Popolazione Lingua ufficiale Religione Forma di governo Capo di Stato Primo ministro Ingresso ONU Valuta TLD

Stato della Libia Tripoli 1 759 840 km² 6 120 585 ab. Arabo Islam Governo provvisorio Nuri Busahmein Ali Zeidan 14 dicembre 1955 Dinaro libico .ly

La Libia, che occupa la parte centrale del Nord Africa, si affaccia sul mar Mediterraneo intorno al Golfo di Sirte. Confina a nord-ovest con la Tunisia, a ovest con l’Algeria, a sud con Niger e Ciad, a sud-est col Sudan e a est con l’Egitto. Il nome completo è Stato della Libia, in arabo dawalat libya. Il nome Libia è stato introdotto nel 1934 dal governo italiano dopo che la regione stessa fu dichiarata sotto la sua sovranità piena e assoluta. Il nome deriva dalla denominazione del 1903 datagli dal geografo italiano Federico Minutilli. La Libia è costituita dall’unione di tre regioni storico-geografiche: la Tripolitana a ovest, la Cirenaica a est e il Fezzan a sud. Il territorio è formato da una superficie di antichissime origini che, con la fine delle glaciazioni, iniziò un progressivo inaridimento. Tale superficie è delimitata a nord dall’altopiano Jabal e a sud dal massiccio del Tibesti, entrambi di origine sedimentaria e poco elevati. La Libia è un paese pre45


valentemente desertico (circa il 90%). Ha principalmente uadi sahariani che canalizzano l’acqua nella stagione delle piogge. La Libia è quasi priva di corsi d’acqua permanenti, gli unici fiumi perenni sono il Ki’am e il Ramla in Tripolitania e la Derna in Cirenaica. Per supplire al grande bisogno idrico, è in costruzione “il grande fiume”, un acquedotto che condurrà sulla costa le acque dell’interno, poiché il deserto del Sahara è dotato di una rete di acque sotterranee che riaffiorano in sorgenti carsiche. Il clima della Libia è fortemente influenzato dal deserto a sud e dal Mediterraneo a nord. Nella regione costiera la temperatura è piuttosto mite, mentre nelle pianure centrali domina un clima semiarido, mentre il deserto a sud è soggetto a lunghi periodi di siccità. Sulla fascia costiera, generalmente più umida, soffia a volte in primavera e in autunno il ghibli, un vento secco, caldo e carico di sabbia. L’economia libica dipende principalmente dal settore petrolifero, che rappresenta l’80% del PIL e il 97% delle esportazioni. La Libia detiene le maggiori riserve di petrolio accertate in Africa e fornisce un importante contributo al consumo globale di energia elettrica. A parte il petrolio, le altre risorse naturali sono il gas naturale e il gesso. Col favore dell’ONU, il 24 dicembre 1951 la Libia ha dichiarato l’indipendenza con il nome di Regno Unito di Libia, monarchia ereditaria e costituzionale sotto re Idris al-Sanusi (1890 – 1983). Gli Stati Uniti e Gran Bretagna vi continuarono a mantenere due basi militari, data l’importanza del paese nel controllo del Mediterraneo. Il 1° settembre 1969, in assenza del re, un gruppo di militari nasseriani s’impadronì del potere e proclamò la repubblica. Fu promulgata una Costituzione provvisoria che assegnò 46


il potere a un Consiglio del Comando della Rivoluzione, composto da civili, è Muʿammar el-Gheddāfī (1942 – 2011) (Fig. 14) presiedette il governo provvisorio, che avviò un programma di nazionalizzazioni delle grandi imprese e dei possedimenti italiani, chiudendo inoltre le basi militari statunitensi e britanniche. Negli anni ottanta, la Libia di Gheddafi si configurò come “Stato canaglia”, sostenitore di gruppi terroristici quali l’irlandese IRA e il palestinese Settembre Nero. Così fu progressivamente emarginata dalla NATO. Solo il 15 maggio 2006 gli Stati Uniti hanno riallacciato le relazioni diplomatiche interrotte venticinque anni prima. Nel febbraio 2010 sono scoppiate le sommosse popolari cui è seguito un conflitto armato che ha visto opposte le forze fedeli a Gheddafi agli insorti del Consiglio Nazionale Libico. Il 19 marzo, a seguito della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, comincia un intervento militare con lo scopo dichiarato di tutelare la popolazione civile libica tramite l’applicazione di una “No flying zone” (Zona d’interdizione al volo). Il 20 ottobre 2011 Mu’ammar el Gheddāfī viene catturato e ucciso nella sua città natale di Sirte, portando, di fatto, alla caduta del suo regime. Il 7 luglio 2012, i libici hanno votato nelle prime elezioni parlamentari dopo la fine del regime di Gheddāfī. L’8 agosto 2012, il Consiglio nazionale di transizione ha consegnato ufficialmente il potere all’eletto Generale Congresso Nazionale, Mohamed Yousef el-Magariaf. Attualmente il Capo di Stato è Nuri Busahmein . La Libia, durante la sua storia, ha sempre visto come territori culturali principali la Tripolitania, presso Tripoli, e la Cirenaica. Queste due porzioni di terra hanno sempre avuto ideologie 47


e mentalità completamente diverse. I libici sostengono di discendere dalle tribù arabe beduine dei Banu Hilal e dei Banu Sulaym, che hanno invaso il Maghreb nell’XI secolo. I libici sono principalmente arabi, berberi e tuareg. Nel sud, soprattutto nella zona di Ghat, ci sono vaste comunità di Tuareg, molte delle quali hanno abbandonato il nomadismo. Man mano che ci si allontana dalla costa, la cultura tribale si fa più forte, soprattutto nei rapporti familiari e sociali. La maggioranza degli stranieri presenti nel paese proviene da altri paesi africani, specialmente dall’Egitto.

Fig. 14

Nonostante il vastissimo territorio, la popolazione è concentrata sulla fascia costiera con 6.120.585 abitanti. Il 20% della popolazione risiede nella capitale Tripoli. Una parte minore della popolazione vive in Cirenaica, soprattutto nel capoluogo Bengasi e nelle altre città costiere. La lingua ufficiale è l’arabo. In alcuni villaggi si continua a parlare il berbero. La lingua italiana e quella inglese sono utilizzate a livello economico per i commerci. 48


La religione predominante della Libia è l’Islam con il 97% della popolazione. Ci sono piccole comunità cristiane, con una maggioranza di copti ortodossi egiziani.

§ I.5. Egitto

Nome Capitale Superficie Popolazione Lingua ufficiale Religione Forma di governo Presidente Primo ministro Ingresso ONU Valuta TLD

Repubblica Araba d’Egitto Il Cairo 1.001.449 km² 84.550.000 ab Arabo Islam Repubblica presidenziale Adli Mansur Hazem al-Beblawi 24 ottobre 1945 Sterlina egiziana .eg

L’Egitto è situato all’estremità nordorientale del continente africano, comprende il territorio della penisola del Sinai, che geograficamente fa parte del continente asiatico. L’Egitto confina a ovest con la Libia, a sud con il Sudan, a nord-est con Israele e la Striscia di Gaza ed è bagnato a est dal Mar Rosso e a nord dal Mar Mediterraneo. Il nome completo è Repubblica Araba d’Egitto, in arabo Jumhûriyya Misr al-ʿArabiyya, dove per Miṣr s’intende Egitto. Miṣr, il nome arabo e ufficiale del moderno Egitto, è una parola di origine sematica e deriva dal verbo arabo 49


muṣuru che significa “stabilire una frontiera”. Il nome italiano “Egitto” deriva dalla parola latina Aegyptus che a sua volta viene dal greco Àigüptos. Il nome greco potrebbe essere una derivazione dall’egiziano antico Hwt k3 Pth “casa del ka di Ptah”. La valle del Nilo divide il territorio in due aree distinte: a occidente il Deserto libico e a oriente il Deserto Arabico. Tra i due deserti scorre il fiume più importante dell’Egitto il Nilo, uno dei più lunghi al mondo. Nasce dai grandi laghi africani, nella zona centrale del continente, e nel suo ultimo tratto attraversa da sud verso nord la parte orientale dell’Egitto. Secondo una definizione di Erodoto “l’Egitto è il dono del Nilo”, infatti, è di vitale importanza per la fonte inesauribile di acqua per l’irrigazione dei campi. Il clima egiziano si presenta di tipo desertico su quasi tutto il paese, ad eccezione per la zona mediterranea, dove è più temperato. L’economia dell’Egitto è ancora basata sul settore primario, nonostante il recente sviluppo delle attività industriali. L’Egitto ha un mercato dell’energia sviluppata in conformità a carbone, petrolio, gas naturale e di energia idroelettrica. Considerevoli riserve di carbone si trovano nel nord-est del Sinai. Abitato fin dall’antichità, l’Egitto ottenne l’indipendenza nel 1922, ma l’occupazione militare britannica perdurò per le basi che il Regno Unito mantenne nel paese, e per il pieno controllo, assieme alla Francia, del Canale di Suez. Questo stato di cose proseguì fino al 1952 quando il 23 luglio un colpo di Stato dei Liberi Ufficiali, guidato dal generale Muhammad Naguib (1901 – 1984) e dal colonnello Gamāl ʿAbd al-Nāṣer (1918 – 1970) proclamò la Repubblica. Il 23 giugno 1956 Gamāl ʿAbd al-Nāṣer fu eletto Presidente della Repubblica, e il 26 luglio decretò la 50


nazionalizzazione del Canale di Suez. Dopo la morte di Nāṣer gli succedette Anwar Sādāt (1918 – 1981), che sarà ucciso in un attacco fondamentalista. Gli succedette poi Ḥosnī Mubārak (1928) (Fig.15). Dopo un trentennio di presidenza e dopo diciotto giorni di proteste, accompagnate dall’uccisione di oltre 800 egiziani, Ḥosnī Mubārak si è dimesso venerdì 11 febbraio 2011. L’esercito egiziano ha assunto il potere con Mohamed Hussein Tantawi (1935), il presidente del Consiglio Supremo delle Forze Armate. Il 28 novembre 2011 in Egitto ha avuto sede la prima elezione parlamentare da quando il regime precedente era stato al potere. La partecipazione è stata numerosa e non vi sono state segnalazioni di gravi irregolarità o di violenza. Mohamed Morsi (1951) è stato eletto Presidente. Il 3 luglio 2013 sulle ali della protesta, un colpo di stato militare, preceduto da diverse settimane di proteste popolari, ha deposto Morsi. Le proteste sono continuate con scontri tra i sostenitori di Morsi, i Fratelli Musulmani, e i protestanti. Adli Mansur (1945) è l’attuale Presidente provvisorio della Repubblica Araba d’Egitto.

Fig. 15 51


Abitata sin dal X millennio a.C., la Valle del Nilo fu sede di una delle più antiche civiltà del mondo, con lingue e religioni proprie. In seguito l’Egitto cade sotto una serie di dominazioni straniere, tra cui l’Impero Romano, l’Impero Bizantino, gli Arabi, l’Impero ottomano e l’Impero britannico. Ciascuna delle quali lasciò la sua impronta sulla cultura locale. I gruppi etnici dominanti sono gli Arabi e gli Egiziani. Fra le minoranze etniche si contano le tribù arabe di Beduini nei deserti a est del Nilo e nel Sinai, i Berberi (Amazigh) dell’oasi di Siwa nel Sahara a ovest del Nilo, le antiche comunità di Nubiani dell’alto Nilo e le comunità tribali di Beja nell’estremo sud-est. Inoltre, l’Egitto ospita anche un numero imprecisato di rifugiati politici, palestinesi, iracheni e sudanesi. L’Egitto, con 84.550.000 di abitanti, è lo Stato più popoloso del Vicino Oriente e il secondo Stato dell’intera Africa. Questi sono distribuiti in modo irregolare. A parte alcune oasi del Deserto Libico, il territorio abitato si limita alla costa mediterranea e alla valle del Nilo. La città più popolosa è il Cairo, capitale del paese con 9.120.350 di abitanti. L’arabo è la lingua nazionale, ma la maggior parte degli egiziani parla un dialetto egiziano variante dell’arabo moderno. La lingua copta, discendente dell’egiziano antico, è oggi la lingua liturgica della Chiesa copta ortodossa. Il francese e l’inglese sono storicamente diffusi in Egitto nel mondo della cultura, nei commerci e sono insegnati a scuola. Quasi il 90% della popolazione è di fede musulmana, la maggior parte degli egiziani aderisce al suo ramo sunnita. L’Univer52


sità al-Azhar del Cairo è uno dei principali centri d’insegnamento religioso dell’Islam sunnita. Il rimanente 10% sono cristiani copti, inoltre esistono piccolissime minoranze di ebrei. Nel paese si registrano fenomeni d’intolleranza religiosa, con discriminazioni e attacchi contro le minoranze, di cui sono vittime in particolare i cristiani copti.

I.2 La percezione della moda nell’universo nord africano

E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne. E non battano i piedi, sì da mostrare gli ornamenti che celano. Tornate pentiti ad Allah tutti quanti, o credenti, affinché possiate prosperare. (Corano 24:31)

O Profeta! Dì alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese. Allah è indulgente e clemente! (Ivi: 33:59) 53


Recita così il Corano a proposito degli imperativi imposti alle donne arabo-musulmane in materia di moda e abbigliamento. Infatti, l’abito è sempre stato al centro delle preoccupazioni islamiche. L’Islam invita i fedeli a essere modesti e a evitare l’ostentazione, come dice Muhammad, Allah non guarda i corpi e i volti, ma il cuore delle persone. Vestiti e prodotti di bellezza devono rispettare la “modestia”, intendendo un comportamento dignitoso e privo di eccessi. Essa riguarda tutti gli aspetti della vita e fa appello a dignità, umiltà e moderazione nei discorsi, nell’atteggiamento, nel portamento e nel comportamento in generale. Per secoli nelle società islamiche del Mediterraneo e del Medio Oriente la modestia è stata la virtù fondamentale delle donne; la bellezza era considerata pericolosa e la sua influenza corruttrice poteva portate l’anarchia e a sconvolgimenti sociali. Alcune nazioni hanno fatto propria questa tradizione e chiedono alle donne di essere sobrie nell’abbigliamento. In questi paesi di stampo fondamentalista, come molti Stati del Medio Oriente, vige un codice di abbigliamento e l’obbligo di osservare i precetti coranici. Mentre, nelle nazioni del Nord Africa, come il Marocco, l’Algeria, la Tunisia, la Libia e l’Egitto si stanno occidentalizzando, quasi globalizzando, trascinando al loro interno anche una moda “all’occidentale”, le gonne si accorciano, gli scolli si ampliano e le maniche scompaiono. Nei diversi paesi ci sono state e ci sono diverse interpretazioni dell’abbigliamento islamico, secondo la cultura, la politica, l’economia e i fattori climatici. Per gli uomini è auspicabile farsi crescere la barba e non indossare capi di seta o di colore giallo, che ricorda l’oro e l’antico precetto di rifiuto di lusso, mentre per le donne è vieta54


to il profumo a base alcolica. In tutti i paesi in cui vivono dei musulmani, la sobrietà in termini di abbigliamento femminile è sinonimo di velo o ḥijāb14. Il termine ḥijāb, che viene spesso tradotto con “foulard o velo”, in arabo indica più propriamente il “vestire modestamente”. Il vestire modesto è il primo passo per rappresentare l’identità islamica femminile. In alcuni paesi, quali l’Arabia Saudita o l’Iran, il ḥijāb è obbligatorio, mentre in altri paesi è considerato una tradizione e quindi non lo è. La parola ḥijāb appare in sette versetti del Corano e si riferisce sempre a una cortina o tenda dietro alla quale può avvenire la rivelazione del Corano stesso. L’obbligo di portare il velo è legato ai momenti rituali e all’ingresso nei luoghi sacri. La scelta di estendere quest’obbligo a tutti gli altri aspetti dell’esistenza è un fatto personale che riguarda esclusivamente la donna. L’atto simbolico di velarsi, così come per l’uomo quello di portare l’abito tradizionale, rappresenta la volontà di esprimere anche esteriormente la propria vocazione religiosa. L’abbigliamento è quindi un simbolo e ha una precisa corrispondenza con la propria disposizione interiore. Rimane un dato storico indiscutibile che l’uso del velo non sia una pratica esclusivamente musulmana, ma semmai araba e anteriore all’Islam, diffusa anche in varie altre culture e religioni, tra il quale il Cristianesimo. Il suo scopo principale era quello di segnalare le differenze sociali, indicare le donne che dovevano essere oggetto di un particolare rispetto. Anche nell’ambito cristiano si parla del velo delle donne. L’apostolo Paolo, infatti, prescrive:

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[3] Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo, e capo di Cristo è Dio. [4] Ogni uomo che prega o profetizza con il capo coperto, manca di riguardo al proprio capo. [5] Ma ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo, manca di riguardo al proprio capo, poiché è lo stesso che se fosse rasata. [6] Se dunque una donna non vuol mettersi il velo, si tagli anche i capelli! Ma se è vergogna per una donna tagliarsi i capelli o radersi, allora si copra. [7] L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. [8] E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; [9] né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. [10] Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. (Corinzi I, 11: 3-9)

In termini più semplici: la chioma è considerata un attributo di bellezza femminile e come tale deve essere per modestia coperta, anche per non distrarre gli uomini dal raccoglimento religioso. Nell’iconografia cristiana la Madonna è raffigurata con il capo coperto e ancora oggi le suore indossano il “velo”. Qualche decennio fa le donne prima di entrare in Chiesa si coprivano il capo, mentre l’uomo entrava a capo scoperto. L’uso d’indossare il velo non viene però prescritto al di fuori della pratica religiosa. Nell’ambito islamico invece il suo uso si è diffuso generalmente anche perché la donna non doveva mostrarsi in pubblico, e quando lo faceva si doveva coprire il più possibile. Una donna che indossa il ḥijāb adotta anche un determinato modo di comportarsi fatto di modestia (iffa), purezza (tahar) e correttezza (taqwa). Il ḥijāb è considerato il simbolo dell’identità Islamica. Una donna che si copre il capo dimostra rispetto per la comunità e si attiene al suo codice di condotta morale. Nella società 56


occidentale il velo delle donne islamiche è interpretato come simbolo dell’oppressione e allo stesso tempo dell’arretratezza della società di quei paesi che lo impongono. La presenza del ḥijāb, nella comunità musulmana, ha diverse ripercussioni nel settore moda e nel marketing. Nel caso della moda islamica va esaminato se il peso della resistenza al cambiamento nel settore moda sia autonomo o subisca il peso dell’ambiente che lo circonda. L’espressione ha due accezioni. Nel caso della moda islamica, valgono entrambe. La prima è strutturale; come abbiamo visto prima, alcuni Stati del Medio Oriente impongono un codice di abbigliamento e non permettono innovazioni. Le donne tuttavia hanno la possibilità di acquistare e indossare lingerie, borse o scarpe molto costose e di brand famosi. La seconda accezione si riferisce a una resistenza individuale, la società approva qualsiasi moda, ma i consumatori si ribellano come avviene nelle nazioni del Nord Africa. Il velo islamico è indossato in abbinamento a vestiti che devono essere ampi, spessi e modesti, evitando il tessuto colorato e stampato. È importante capire se le innovazioni a livello di abbigliamento possono essere introdotte senza provocare il rifiuto da parte dei consumatori e della società nel suo complesso. Le donne che indossano jeans attillati e al tempo stesso portano il ḥijāb sono considerate ipocrite da alcuni musulmani e definite kasiyat ariyat, in altre parole coperte e nude al tempo stesso. Il contrario di al-muhajabba al-mutarrira, ovvero donne velate liberali, il cui abbigliamento è approvato. In questi anni ci troviamo di fronte a una radicalizzazione in tema di abbigliamento anche nei paesi considerati liberali, come l’Egitto e la Turchia. L’e57


sempio più clamoroso è del 2005, quando le star del cinema e della televisione hanno iniziato a indossare il velo inducendo molte giovane a fare altrettanto. Unico Stato Islamico a proibire il velo nelle televisioni è il Marocco. Per l’avvento dell’indipendenza, il re Mohammed V, nonno dell’attuale sovrano Mohammed VI, chiese a sua figlia di togliersi il velo in pubblico come simbolo della liberazione della donna. Tuttavia alla presenza del re, le deputate donne si videro obbligate a coprire i loro capelli in segno di rispetto per la tradizione. In Tunisia, Habib Bourguiba vietò il velo nell’amministrazione pubblica e sconsigliò fortemente alle donne di portarlo in pubblico, ma nell’ultimo decennio il ḥijāb sta riscuotendo successo. Anche l’Egitto ha una lunga tradizione nel divieto d’indossare il ḥijāb nella vita pubblica, ma il Consiglio di Stato l’ha ritenuto incostituzionale visto che la legge del paese si basa sulla sharī’ah. Tuttavia la società egiziana, soprattutto all’epoca di Gamal Abdel Nāṣer, interpretava il velo in maniera liberale ed erano poche le donne che lo indossavano. Nel Maghreb molte giovani indossano il velo nonostante il parere contrario della famiglia. Il ḥijāb può anche costituire il segno ostentato del rifiuto dell’“occidentalizzazione” e della globalizzazione determinata dall’Occidente, in grado di eliminare in breve tempo le differenze. Il rapporto tra la moda e la fede è cambiato nel corso degli anni. Il presupposto che per essere religioso si debba essere indifferenti alla moda e che per seguire la moda non si possa essere religiosi, come se i due concetti fossero inconciliabili, 58


è contraddetto dall’ampia diversità di stili adottati dalle donne musulmane contemporanee. Oggi esse non vogliono indossare vestiti tutti uguali e chiedono prodotti creativi pur nel rispetto dei valori dell’Islam. Molte donne, alla ricerca di un po’ di originalità, ricorrono a varianti degli abiti tradizionali. È probabilmente questo il motivo del successo dei caftani e di altri abiti tradizionali. Le principali influenze dello sviluppo della moda moderna islamica sono: il ruolo della religione, gli abiti tradizionali e, infine, gli stili della moda internazionale. Un fenomeno di questi ultimi anni è l’emergere e lo sviluppo del consumo islamico, che crea espliciti legami tra religiosità e moda, e incoraggia le donne musulmane a essere sia coperte sia alla moda, sia modeste sia attraenti. Ultima tendenza di moda nella società musulmana è chiamata “hijāb chic”, “muslim chic” o “Islam cool” (Fig. 16 - 17); per le strade del Cairo e in tante città del Nord Africa è possibile incontrare adolescenti con abiti occidentali che indossano ballerine intonate a magliettine, jeans stretti e velo sul capo. Infatti, le donne che hanno deciso d’indossare il ḥijāb vogliono seguire le tendenze anche tramite i colori, le stoffe e il modo di indossarlo. Il ḥijāb cambia da paese a paese, influenzato da fattori culturali. Anche se il taglio e la fattura possono essere simili, sono lo stile e il colore a determinare se è alla moda o meno. Il ḥijāb adattato alle regole occidentali attrae gli stilisti, oltre ai creativi locali. Quello che è stato definito il triangolo di stoffa a più alta intensità simbolica è uscito dunque dai confini della sfera religiosa per addentrarsi nei meandri della moda. È sufficiente uno sguardo ai numerosi siti internet specializzati in moda islamica che vendono on-line 59


il velo, per comprendere che non siamo di fronte a una rinuncia alla moda, bensì all’applicazione della stessa ben al di là del suo originario significato occidentale, sartoriale. Le ragazze per essere sempre in linea con le tendenze moda possono consultare i numerosi fashion blog (Fig. 18) che dominano anche il panorama arabo. I fashion blog prendono spunto dai blog occidentali, rispettando i valori dell’Islam come il blog Hijab chic15. Il blog è un punto di riferimento per le ragazze che vogliono essere alla moda indossando il velo. Non si tratta di amalgamare tradizione e modernità, ma anche di dire che le donne musulmane esigono originalità. La religione non deve essere considerata un ostacolo alle pratiche di consumo, perché essere alla moda non significa necessariamente essere in disaccordo con il pensiero religioso. Marketing e Islam non sono antitesi. Il profeta Muhammad era un commerciante, suo padre e il suo clan commerciavano in carovane. Da nessuna parte del Corano o negli hadith è scritto che il commercio e la ricerca del profitto sono di per sé negativi.

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Note al capitolo primo

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Il Corano, in arabo al-Qurʾān, letteralmente significa “la lettura”, è il testo sacro della religione dell’Islam. Esso è diviso in 30 parti chiamate guz e 114 capitoli, detti sūre, a loro volta divise in 6236 versetti, aya. Le sure sono classificate in ordine decrescente di lunghezza, la sura più lunga è quella della vacca mentre le ultime sono le più brevi. Il motivo di tale struttura è ignoto. Fa eccezione la sura Aprente, la fatiha, che è una preghiera recitata spesso dai musulmani rivolta ad Allah: «1. In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso 2. La lode (appartiene) ad Allah, Signore dei mondi 3. Il Compassionevole, il Misericordioso 4. Re del Giorno del Giudizio 5. Te noi adoriamo ed a Te chiediamo aiuto 6. Guidaci sulla retta via 7. La via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che (sono incorsi) nella (Tua) ira, né degli sviati. Amen». Inoltre, le sure sono divise in meccane e medinesi, a seconda del periodo in cui furono rivelate. Le prime sono state rivelate prima dell’emigrazione (Egira) di Muhammad da Mecca a Medina, le seconde sono invece quelle successive all’emigrazione. 2 Quraysh o Banū Quraysh, letteralmente significa i figli di Quraysh, era il nome della tribù araba stanziata alla Mecca intorno al VII secolo d.C. Le origine della tribù non sono note, forse di provenienza araba meridionale e quindi provenienti da una realtà più evoluta. In epoca preislamica i Quraysh avrebbero tratto grandi vantaggi dalla gestione del santuario urbano della Ka’ba, dedicato alla divinità oracolare di Hubal, una pietra di cornalina rossa a cui si attribuisce una funzione sacra in quanto dimora di una divinità. Un’altra attività specifica dei Quraysh erano i traffici carovanieri che collegavano, passando per La Mecca, le coste mediterranee al meridione dell’Arabia. Uno dei clan più importanti della tribù era quello di Banū Hashim o Hascemiti, il suo nome deriva da Hashim, il bisnonno di Muhammad. Oggi la definizione si riferisce ai discendenti del profeta Muhammad. 3 Ummah, in arabo significa “comunità”, è un concetto fondamentale per i musulmani. In teoria tutti gli esseri umani credono nell’Unico Dio perché alla base esiste un “patto primordiale” concesso dal Signore all’uomo Suo servo, alla quale è stato chiesto di riconoscere la propria condizione di ser62


vitore e il conseguente dovere di adorazione nei confronti del suo Signore. Secondo i musulmani gli esseri umani nascono predisposti all’Islam e, in teoria, dovrebbe esistere una sola comunità di credenti. La realtà è diversa al dar al -Islam (casa dell’Islam) si contrappone al dar-harb (regno delle tenebre), cioè le regioni dove la Vera Fede non è riconosciuta. Su questo sfondo si colloca la jihād, termine d’attualità ma stravolto nel corso del tempo. In origine la parola indicava lo “sforzo” rivolto a migliorare il comportamento del credente per realizzare il Bene. Il Jihād, è uno dei più meritori doveri del credente musulmano, tanto da essere collocato accanto ai cinque pilastri della fede. Oggi il concetto è reso con “lotta in nome di Dio”, e avvicinato alla nostra “Guerra Santa”. 4 Fiqh è un termine arabo che significa “comprensione profonda” o “piena comprensione”. Può essere tradotto con il termine di giurisprudenza coranica. Lo storico arabo Ibn Khaldun ( 1332 – 1406) definisce il fiqh come la “conoscenza dei comandamenti di Allah che concernono le azioni degli individui”. Nel Sunnismo si distinguono quattro scuole giuridiche - religiose: 1. Hanafita è la più diffusa e prevede un ampio ricorso alla valutazione personale del giurista, alla consuetudine e alle valutazioni di opportunità; 2. Malikita è diffusa soprattutto nel Maghreb, si basa sulle tradizioni e gli usi medinesi dei primi seguaci del Profeta; 3. Shafi’ta dà più importanza alla Sunnah, ma nelle parti risalenti al Profeta; 4. Hanbalita afferma la supremazia dei testi sacri sul ragionamento personale. 5 Ka’ba, in arabo significa “cubo”, è una costruzione che si trova nella Masjid al-Haram, al centro della Mecca e costituisce il luogo più sacro dell’Islam. L’edificio è coperto da Kiswa, tessuto serico di colore nero, intessuto di lamine d’oro che ripropongono scritte coraniche. Tale rivestimento viene rinnovato ogni anno, la kiswa vecchia viene tagliata in pezzi e distribuita ai fedele. Nell’angolo est della Ka’ba è incastonata la Pietra Nera, un blocco minerale nero grande quasi come un pallone, di origine meteoritica. Relitto di antico culto in epoca preislamica, per i musulmani rappresenta l’ultimo frammento della Casa Antica, fatta calare da Allah sulla Terra direttamente dal Paradiso e andata distrutta durante il Diluvio Universale. La Pietra Nera fu messa in salvo da Noè all’interno di una caverna vicino alla Mecca ed estratta da Abramo e suo figlio Ismaele. 63


Reconquista è un periodo di settecento anni in cui i sovrani cristiani riconquistarono i territori dei musulmani (Mori) che avevano occupato parte della penisola Iberica, nota come al-Andalus, nel VIII secolo. La Reconquista terminò il 2 gennaio 1492, quando Ferdinando II e Isabella, Los Reyes Catolicos, espulsero l’ultimo dei governanti moreschi Boabdil di Granata. 7 L’espansione islamica ha avuto inizio nel VII secolo per opera dei seguaci dell’Islam che riuscirono a conquistare un vastissimo impero. La conquista araba nell’Africa settentrionale avvenne per merito della dinastia omayyade. L’omayyade è la dinastia di califfi arabi, che governarono l’impero musulmano dal 661 al 750 d. C. Essa fu fondata da un rappresentante del ramo principale della famiglia del clan Banū Umayya, cioè da Mu῾āwiya ibn Abī Sufyān (603 – 680), appartenente alla tribù di Banū Quraysh. 8 La Lega Araba o Lega degli Stati Arabi, in arabo Jāmiʿat al-Duwal alʿArabiyya è un’organizzazione politica degli stati arabi del Nord-Africa, del Corno d’Africa e del Medio Oriente, formatasi al Cairo il 22 marzo, 1945. Gli Stati fondatori furono l’Egitto, la Siria, il Libano, l’Iraq, la Transgiordania (oggi Giordania), Arabia Saudita e Yemen. Attualmente la Lega Araba conta ventidue Stati membri ufficiali e quattro Stati osservatori, il Brasile, l’Eritrea, il Venezuela e l’India. L’obiettivo principale è di rafforzare e coordinare i programmi politici, culturali, economici e sociali degli Stati membri. 9 La definizione di “Repubbliche marinare”, nata nell’Ottocento, si riferisce ad alcune città portuali italiane che dal Medioevo godettero, grazie alle proprie attività marittime, di autonomia politica e di prosperità economica. La definizione si riferisce a quattro città marittime italiane: Amalfi, Genova, Pisa e Venezia. Esse sono importanti non solo per la storia della navigazione e del commercio, nei loro porti non arrivano solo preziose merci introvabili in Europa, ma anche nuove idee artistiche e notizie su paesi lontani. Grazie alle repubbliche marittime si riattivarono i contatti tra l’Europa, l’Asia e l’Africa, interrotti dopo la fine dell’Impero romano d’Occidente. 10 Caftan è una sopravveste lunga fino al polpaccio, con maniche lunghe e larghe, aperto sulla parte anteriore e fermato in vita da una cintura. Versioni del caftan sono state indossate da innumerevoli culture di tutto il mondo. In ambiente islamico si afferma intorno al 600 a.C. dopo la conquista della Persia da parte degli Arabi, e diviene uno dei capi base dell’abbigliamento 6

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arabo. Oggi il caftan è associato indissolubilmente all’immagine esteriore della cultura Islamica. La dinastia Alawide è la famiglia regnante in Marocco dalla morte dell’ultimo sovrano sa’dide nel 1659. I suoi membri reclamano un’ascendenza che risale fino a Maometto. Gli Alawidi discenderebbero da Muhammad al-Nafs al-Zakiyya, figlio di Abd Allah ibn al-Hasan ibn al-Hasan e discendente di al-Hasan ibn Ali, primogenito di Ali ibn Abi Talib e di Fātima alZahrāʾ, figlia del Profeta. 12 La cultura Capsiana (dal nome della città di Gafsa in Tunisia) fu una cultura mesolitica del Nord Africa tra il 10.000 e il 6.000 a C. Si è concentrata soprattutto nella moderna Tunisia e Algeria, con alcuni siti attestate nel sud della Spagna e della Sicilia. 13 L’espressione “Primavera Araba” venne utilizzata per la prima volta dal giornalista Marc Lynch, in un articolo pubblicato su Foreign Policy il 6 gennaio 2011 intitolato “Obama’s Arab Spring” (http://lynch.foreignpolicy. com/posts/2011/01/06/obamas_arab_spring). L’espressione è di origine giornalistica utilizzata soprattutto dai media occidentali per indicare una serie di proteste e agitazioni cominciate durante l’inverno 2010/2011 e ancora in corso nelle regioni arabe. I paesi maggiormente coinvolti dalle sommosse sono l’Algeria, il Bahrein, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, la Giordania, il Gibuti, la Libia e la Siria, mentre ci sono state proteste minori in Mauritania, Arabia Saudita, Oman, Sudan, Somalia, Iraq, Marocco e Kuwait. I fattori che hanno portato alle proteste sono numerosi e comprendono, tra le maggiori cause, la corruzione, l’assenza di libertà individuale, la violazione dei diritti umani, le condizioni di vita dure e l’aumento del prezzo dei generi alimentari. 14 Ḥijab, in arabo significa “rendere invisibile, celare allo sguardo, nascondere, coprire”. Indica qualsiasi tipo di velo che protegga o nasconda il volto di una donna. Esistono diversi tipi di veli in uso tra le musulmane. Ognuno di essi è fortemente legato all’area di appartenenza geografica della donna, infatti, al variare dell’area geografica, le donne vengono educate a portare il velo caratteristico del luogo. I tipi di veli si differenziano per caratteristiche legate non solo al colore, ma anche alle dimensioni. Il Chador, indumento tradizionale iraniano, generalmente di colore nero è simile a una mantella e a un foulard che copre la testa e il corpo o il Burqa, indossato dalle 11

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donne afgane, è di colore azzurro e nasconde tutta la figura, con una griglia all’altezza degli occhi. 15 http://hijabchicblog.blogspot.it/

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Cap. II. La comunicazione nel sistema moda nell’area del Nord Africa

Nel mondo arabo gli schemi di comunicazione sono plasmati su modelli occidentali, soprattutto statunitensi. Lo studio della comunicazione come disciplina accademica risale al 1937 con l’introduzione della facoltà di “Comunicazione di massa” nell’università Americana del Cairo (AUC)1, mentre negli altri paesi arabi lo studio della comunicazione ha avuto impulso recente. Lo sviluppo accademico della comunicazione araba si deve alla crescente influenza americana post Seconda Guerra mondiale, che può essere interpretato come una nuova forma di colonialismo. La maggioranza dei paesi nord africani è stata governata da sistemi non democratici, che spesso si occupavano di controllare la circolazione delle informazioni all’interno del Paese per garantire consenso al governo. La comunicazione in Africa era essenzialmente “politica”: di governo delle comunità, dei rapporti di parentela, delle relazioni tra autorità e sudditi. In teoria la libertà d’informazione era libera ma in pratica non lo era per nulla. Eppure, le Costituzioni dei paesi arabi, oggi in fase di cambiamento, non hanno mai negato la libertà né di stampa né di espressione. La Costituzione dell’Egitto del 1971 dedica alla libertà di stampa l’intero capitolo II, assicurandone la libertà, l’assoluta indipendenza e stabilendo il divieto di censura. Un’eccezione a tale divieto è consentita solo in caso di emergenza nazionale o in tempo di guerra. Il Libro Verde di Muʿammar 68


el-Gheddāfī per la Libia, entrato in vigore nel 1969, stabilisce che “ogni persona fisica ha il diritto di esprimere se stessa, e finanche se è pazza ha il diritto di esprimere la propria pazzia”2. Infine, in Marocco “La Costituzione garantisce la libertà di pensiero, di opinione e di espressione in tutte le sue forme.”3 Il panorama mediatico del post Primavera Araba sembra in grande fermento. Ogni anno la Freedom House4 pubblica un rapporto che valuta il grado di libertà democratiche cosi come percepite in ciascun paese. Dal rapporto del 2013 emerge che il livello di libertà nell’Africa mediterranea e nel Medio Oriente resta il peggiore al mondo, anche se le condizioni continuano a migliorare a seguito dei cambiamenti politici avvenuti negli ultimi anni. Il Marocco, la Tunisia, la Libia e l’Egitto rispetto al passato, hanno guadagnato posizioni nella classifica, passando da paesi “non liberi” a “parzialmente liberi”, mentre per l’Algeria la situazione è rimasta invariata. Tali miglioramenti rappresentano un traguardo importante in una regione che ha una lunga storia di controllo dei media da parte dei leader autocratici. I cambiamenti sono giunti dopo un periodo di otto anni consecutivi di declino nel punteggio medio di libertà di stampa nel mondo, fenomeno che ha interessato tutte le regioni del globo. In particolare, la Libia e la Tunisia hanno sopportato per moltissimi anni alcuni tra i sistemi di censura più oppressivi del mondo. I grandi passi in avanti fatti dal Nord Africa in materia di libertà si stanno dimostrando cruciali per la creazione di un nuovo sistema politico democratico.

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L’etimologia della parola “comunicazione” deriva dal latino communico che significa “mettere in comune”. Essa è il trasferimento di un messaggio tra due soggetti: quello che trasmette, il mittente, e quello che riceve, il destinatario. La struttura che trasmette il messaggio dell’emittente è il canale comunicativo che si avvale di un mezzo per trasferire l’informazione. Esso può essere inteso sia come il mezzo sensoriale coinvolto nella comunicazione (udito, vista ecc) sia come il mezzo tecnico esterno al soggetto con cui il messaggio arriva (rivista, fax ecc). Questa trasmissione va a buon fine solo se avviene in uno specifico contesto, l’ambiente all’interno del quale si collocano l’insieme di codici, segni dai significati condivisi che ci permette di comunicare. Questi sono gli elementi necessari per costruire un modello della comunicazione. Lo scopo del messaggio, referente, è univoco e il processo comunicativo per completarsi ha bisogno del ricevente, cioè il sistema che assume l’informazione. Il ricevente non è passivo ma genera numerosi e continui messaggi di feedback che sono registrati dall’emittente e che influenzano il modo in cui il suo discorso si sviluppa. La chiarezza del messaggio che si vuole trasmettere e la precisione del target al quale s’intende indirizzare il messaggio riguarda l’area dell’efficacia della comunicazione e la scelta del mezzo determina l’efficienza del processo. Oggi, la comunicazione è diventata un prodotto commerciale: si compra, si vende, si manipola e si distorce a fini di potere o per interessi economici. Nei paesi islamici la comunicazione del settore moda segue le regole classiche, ma incontra difficoltà specifiche quali i rischi di traduzione che possono veicolare messaggi diversi dall’ori70


ginale. La comunicazione nei paesi dell’Africa mediterranea si avvale essenzialmente di due canali: relazioni pubbliche e pubblicità. Per quanto riguarda il primo canale, occuparsi di pubbliche relazioni significa seguire tutte le manifestazioni pubbliche di una marca dalle sfilate all’inaugurazione di una nuova boutique. Le aziende per lanciare i prodotti di lusso organizzano in genere serate o eventi molto curati e con pochi partecipanti. Si può trattare di serate iper selezionate o di sfilate riservate alle donne all’interno della boutique, dove si possono acquistare subito modelli visti in passerella. Le sfilate riscuotono grande successo nei paesi musulmani, persino in quelli dove fino a poco tempo fa non erano organizzate. Il mercato della moda araba è essenzialmente un settore giovane; infatti, il concetto di moda nella società araba è stato introdotto alla fine del XX secolo. Delle sfilate o, in generale, degli eventi moda che sono organizzati nell’area nord africana diremo nel terzo capitolo. Le relazioni pubbliche sono un canale importante nella comunicazione, chi lavora in questo settore gestisce la reputazione pubblica di un’azienda costruendo e trasmettendo un’immagine. Questa professione ha a che fare anche con svariati altri aspetti, come il saper gestire pubblicamente una delicata questione sociale o politica, riposizionare il brand di un’azienda o produrre pubblicazioni. Uno dei ruoli chiave di un’agenzia di pubbliche relazioni è identificare, tramite ricerche di mercato, i potenziali clienti di un prodotto e servizio e stabilire come raggiungerli tramite campagne di comunicazione e marketing. Per quanto riguarda la pubblicità, essa è strutturalmente (per format) identica a quella degli altri paesi, ma con due limita71


zioni: la parziale esistenza di mezzi di comunicazione di massa, indispensabili per qualsiasi tipo di promozione e l’eventuale censura d’immagini considerate scandalose. Per quanto riguarda i mezzi di comunicazione, essa avviene mediante la recente diffusione di riviste patinate, in Medio Oriente come in Nord Africa, in Asia e persino nell’Africa sub sahariana. Nella scelta del mezzo, le aziende di moda sembrano aver privilegiato la stampa, in particolare quella periodica, rispetto alla televisione. Quest’ultima consente di raggiungere un numero elevato di persone, ma richiede un investimento elevato. Per la censura, che è presente in alcuni paesi islamici, le aziende devono fare in modo che le immagini siano caste e politicamente corrette. Se la pubblicità riveste tradizionalmente un ruolo in primo piano nelle strategie di comunicazione della moda, se essa è altresì uno strumento di comunicazione che si rivolge al grande pubblico per diffondere messaggi atti a promuovere il prodotto; se, infine, la pubblicità ha come obiettivo di aumentare le vendite aziendali creando un’immagine positiva e convincendo i clienti della superiorità dei prodotti offerti; il contenuto del messaggio pubblicitario dovrebbe essere sotto il pieno controllo dell’azienda, ed il proprietario del mezzo di comunicazione o l’authority che li controlla (proprietario e mezzo) mettere semplicemente in vendita lo spazio pubblicitario. Ma nell’area qui considerata non è ancora così. Tenendo presente che i mercati definiti “islamici” mostrano no72


tevoli differenze a proposito della zona geografica considerata, è necessario comprendere le dissomiglianze, e che ogni paese ha un grado di sensibilità diversa nel recepimento del messaggio pubblicitario, è essenziale dunque conoscere i potenziali clienti così da essere in grado di comunicare con loro in modo efficace e soddisfare un loro desiderio. Per le imprese che vogliano competere in quest’area, è necessario in primo luogo svolgere un’attività di ricerca e sviluppo tesa a innovare i prodotti. In secondo luogo, sviluppare un’azione di marketing (strategico e operativo) ad hoc, avente come fine non solo quello di informare il consumatore ma anche quello di predisporre modalità di comunicazione pubblicitaria rispettose tanto della religione quanto delle tradizioni e delle sensibilità dei diversi paesi. Molte aziende occidentali si stanno interessando al marketing islamico. Le sue regole vietano l’uso del nome di Allah nei messaggi pubblicitari ma incoraggiano l’utilizzo di versetti del Corano selezionati, o di una terminologia religiosa che possa migliorare lo stile della comunicazione pubblicitaria e renderla più attraente per il consumatore musulmano. Bisogna usare cautela con simboli religiosi nella pubblicità. Inoltre le aziende devono evitare l’esagerazione e l’inganno, un versetto del Corano recita: «Dio non guida chi è bugiardo, ingrato» (Ivi: 39.3). Le aziende devono evitare la pubblicità comparativa, soprattutto quelle che si riferiscono esplicitamente a una marca concorrente a tale proposito, poiché il libro sacro recita: «O voi che credete, attenetevi alla giustizia e rendete testimonianza innanzi a Dio» (Ivi: 4.135). In sostanza, basti dire che si è i migliori, senza proporre paragoni. 73


La moda usa strumenti principalmente visivi per comunicare attraverso foto, sfilate, mostre e video. Il settore non può fare a meno di comunicare attraverso immagini, esso ha bisogno di tale supporto per trovare una coerenza tra il mondo rappresentato e il mondo del brand. Gli strumenti a servizio della comunicazione nell’area nord sahariana sono molteplici, in quando ogni azione e ogni manifestazione di un’impresa è una forma di comunicazione. Ma i media che nei prossimi paragrafi saranno analizzati sono esclusivamente: 1. La carta stampata; 2. I network televisivi; 3. La rete.

II.1. La carta stampata

La cultura araba è nota per essere orientata alla tradizione orale. Si tratta di una cultura che affonda le proprie radici nell’espressione orale in prosa o in poesia, tale tradizione risale al periodo pre-islamico. Per lunghi secoli essa ha vissuto un periodo di stagnazione, basata su modelli popolari. La necessità di acquisire nuove conoscenze e tecniche moderne, di rinnovare apparati e istituzioni e di sollevarsi dalla stagnazione che caratterizzava la vita culturale, divennero palesi nel XVIII secolo, non al termine di un graduale processo evolutivo ma per 74


la decadenza dell’Impero Ottomano e la politica espansionistica delle potenze europee che costrinsero i paesi islamici a prendere coscienza del loro ritardo in molti settori. Si è soliti affermare che la campagna d’Egitto5, intrapresa da Napoleone Bonaparte (1769 –1821) sia stata il punto di partenza del vasto moto di rinnovamento che si sviluppò nei decenni successivi e che è ricordato come il “Risorgimento” arabo. Questa rinascita ha rappresentato per gli arabi un momento di grande speranza. In ambito letterario, la rinascita s’identifica con il risvegliarsi dal letargo in cui era piombato nei tre secoli di dominazione ottomana. Nel mondo arabo, la prima pubblicazione periodica compare a Baghdad nel 1816, sotto il nome di «Jurnal al-Iraq», scritta in arabo e turco. Mentre nell’area nord africana il primo giornale, scritto sia in arabo e in turco ottomano, fu «al-Waqa’i alMisriyya», letteralmente “i fatti quotidiani”, apparso in Egitto nel 1828 su ordine del Khedivè Muhammad Ali (1769 - 1849). Figura cardine nell’ambito storico-letterario dell’Egitto dell’Ottocento fu questi un ex ufficiale dei reparti albanesi dell’esercito turco, il quale, divenuto governatore nel 1805 e mosso dall’ambizione personale di creare un proprio stato moderno, diede vita a una serie di mutamenti politici, sociali e culturali. Con l’introduzione della stampa, ed esattamente in Egitto a Būlāq6, nacque la possibilità concreta di un rinnovamento letterario. Inizialmente furono pubblicate le traduzioni, sia scientifiche sia tecnologiche, di opere europee; in un secondo momento, anche traduzioni di testi classici e infine si diffuse l’abitudine di pubblicare opere 75


moderne e contemporanee. Nella metà del secolo compaiono nel mondo arabo altri periodici: nel 1847 in Algeria con «Le Mobacher», in lingua francese, a Tunisi nel 1858, Damasco e Tripoli nel 1860, a Casablanca nel 1889 e alla Mecca nel 19087. Allo scoccare del Ventunesimo secolo, si registra un’ampia distribuzione di quotidiani solo in Egitto, unico paese africano e musulmano con tirature oltre il mezzo milione di copie. «Al-Ahram»8 o «Al-Akhbar»9 è acquistato da circa 700.000 persone. I paesi del Golfo Persico hanno sfruttato negli anni giovani talenti provenienti da Libano, Egitto, Giordania e Palestina, tuttavia paesi come il Qatar, il Bahrain e Oman hanno goduto di una discreta distribuzione sono nel 1970 e le loro tirature non hanno mai superato poche decine di migliaia di copie. Indubbiamente, a primeggiare tra gli stati del Golfo Persico è l’Arabia Saudita. La Gale Enciclopedia del Medio Oriente e del Nord Africa suggerisce una distinzione tra stampa militante, stampa lealista, stampa alternativa e stampa transitoria. La mobilization press è sotto il più stretto controllo del governo. Questo tipo di stampa raramente si concentra sugli alti funzionari di stato e sul governo, preferendo denunciare l’azione dei funzionari locali e di figure di rango inferiore. Prima della guerra del 2003, la mobilization press (controllata dal governo) era molto diffusa in Iraq. Diversa è la stampa squisitamente lealista, che pur essendo di proprietà privata si rivolge a un pubblico fedele al governo 76


e sostiene la burocrazia in carica. Modelli esemplari sono i quotidiani diffusi nelle monarchie conservatrici di Arabia Saudita, Bahrain, Qatar, Oman, Emirati Arabi Uniti, e anche in Palestina. Nel mondo arabo esistono anche quotidiani più o meno liberi o alternativi, laddove sono poteri forti significativi, se non cordate vicine ai partiti d’opposizione più radicati, a farsi carico dei finanziamenti e della pubblicizzazione della testata. Esempi più evidenti di questo tipo di stampa si trovano in Libano, ma anche in Marocco, Kuwait e Yemen. Un quarto tipo di stampa può essere definita “transitoria”, perché la sua struttura ha subito diversi cambiamenti negli ultimi anni, è oggetto di dibattito nel paese e potrebbe cambiare ulteriormente. Questa è la situazione che vivono diverse pubblicazioni in Egitto, Giordania, Tunisia e Algeria. Infine, vi è una categoria separata di giornali arabi che hanno sede in Europa, ma sono destinati ai lettori di tutto il mondo arabo. Questo fenomeno è iniziato approssimativamente negli anni Settanta, quando la guerra civile libanese ha costretto alcuni editori e giornalisti libanesi ad abbandonare il paese e a trasferirsi a Londra, Parigi e Roma. Ogni paese arabo produce le proprie riviste settimanali e mensili. Nella maggior parte dei paesi arabi, le riviste non possono essere pubblicati senza la licenza emessa dal governo. La popolazione del Nord Africa legge i periodici in lingua araba, ma ci sono alcune importanti pubblicazioni in lingua 77


francese e in inglese. Tuttavia, il numero di riviste vendute è significativamente minore rispetto al mondo occidentale. La causa può essere riconducibile, principalmente, a due motivi. Il primo è collegato al canale pubblicitario poco sviluppato. La pubblicità gioca un ruolo importante sulla sopravvivenza di una rivista, nel senso economico. Essa è una voce importante nel suo bilancio. Sono fondamentali le pagine di pubblicità e senza di queste si creerebbero dei problemi nel finanziamento del giornale. La ragione è dovuta al fatto che gli uomini d’affari non hanno visto nei media un investimento redditizio. Inoltre, la causa del calo dei ricavi pubblicitari può essere ricollegata ai recenti avvenimenti che hanno martoriato l’area nordafricana e mediorientale. Il secondo motivo è collegato alla piaga dell’analfabetismo. Un rapporto dell’Human Development Report10 ha stimato che il tasso di analfabetismo in alcuni paesi arabi sfiora il 40%, contro il solo 3% di molti paesi industrializzati. Dal rapporto emerge come solo l’Algeria, la Libia e la Tunisia registrino risultati incoraggianti dalla lotta contro l’analfabetismo, mentre il Marocco e l’Egitto restano ancora lontani dagli obiettivi di alfabetizzazione. Alla base di questo grande deficit ci sono vari fattori, come ad esempio la qualità dei mezzi tecnici messi a disposizione per l’istruzione, a volte insufficienti o addirittura primitivi. Inoltre, un altro tasto dolente nel campo dell’istruzione è la debolezza delle politiche pubbliche e amministrative e la mancanza di formazione del personale docente, problemi che purtroppo non si limitano alla sola sfera dell’educazione. 78


Un altro motivo è collegato alle condizioni delle donne nella società islamica, soprattutto per quando riguarda la diffusione delle riviste femminili. Molte leggende sono nate intorno alla figura della donna araba, dal fascino degli antichi harem11 alla condizione di oggi in cui la donna è posta fin dalla nascita sotto la tutela dell’uomo. Per il diritto coranico ella è uguale all’uomo di fronte ad Allah. In realtà, l’Islam è la primissima religione che ha procurato alla donna la libertà di eseguire direttamente le sue transazioni con il resto della società, mentre in epoca preislamica doveva ricorrere a un tutore o un curatore. Nel corso dei secoli la condizione femminile araba si è inasprita e le donne sono state oggetto di restrizioni della loro libertà e dei diritti. Alcune di queste pratiche sono basate su credenze culturali e tradizionali piuttosto che religiose. In alcuni Stati dell’Africa settentrionale le donne hanno ormai ottenuto parecchi privilegi, una volta destinati quasi esclusivamente agli uomini, ma negli Stati conservatori le donne non vivono una situazione egualitaria in termini di libertà, e sono considerate a un livello inferiore rispetto all’uomo. Il diritto più importante acquisito dalle donne marocchine, per fare un esempio, è la riforma della Mudawwana o Codice di Statuto Personale Marocchino, legge sul diritto di famiglia del febbraio 2004. Il codice, promulgato dal re Mohammed VI, si basa sulla scuola giuridica malikita e migliora i diritti delle donne. La legge tratta questioni riguardanti la famiglia, compresa la regolamentazione del matrimonio, della poligamia, del divorzio, dell’eredità e della custodia dei figli. In ogni caso bisogna ricordare che l’emancipazione, in paesi come il Marocco, 79


è innegabile, ma riguarda solo le donne colte e urbanizzate, mentre nelle campagne la secolare inferiorità continua. In Algeria la condizione sociale della donna è precaria. Anche se va ricordato che l’Algeria è il primo paese arabo a superare la soglia del 30% delle donne impiegate nel Parlamento e del 60% delle donne laureate. La Tunisia, dopo l’indipendenza avvenuta circa sessant’anni fa, accodava importanti diritti alle donne, mostrandosi un paese all’avanguardia con abolizione della poligamia, la cancellazione del ripudio, del diritto al divorzio e qualche tempo dopo anche dell’aborto. Dopo quel periodo, il ritmo dei progressi è bruscamente rallentato e oggi, dopo la “Primavera Araba”, la condizione femminile è regredita. Anche nella Libia post Gheddāfī i diritti delle donne sono precipitate in un buco nero. La Corte suprema ha riammesso la poligamia, abolendo un vecchio emendamento secondo cui un uomo doveva avere il consenso della prima moglie per sposarne una seconda. In Egitto, i cambiamenti maggiori della condizione femminile avvennero negli anni Cinquanta e Sessanta sotto il governo presieduto da Nāṣer, arrivato al potere dopo la rivoluzione del 1952. Quell’anno fu emanato un decreto per promuovere la parità di sessi, fu resa gratuita e obbligatoria l’istruzione primaria per i ragazzi e le ragazze tra i 6 e i 12 anni, furono istituite le cosiddette “classi miste” e in seguito l’istruzione fu dichiarata gratuita a tutti i livelli, compreso quello universitario, al quale si poteva accedere senza distinzione di sesso. Nel 1956 le donne ottennero il diritto di voto e la possibilità di candidarsi alle elezioni politiche. Oggi, dopo l’emanazione della nuova Costituzione, il ruolo della donna nella vita pubblica è limitato 80


come molti dei suoi diritti acquisiti in precedenza. Le donne nella “Primavera Araba” hanno giocato un ruolo decisivo e ancora oggi la loro protesta continua attraverso Internet. La stampa è il media per eccellenza del sistema moda, quello che attrae la maggior parte degli investimenti pubblicitari. All’interno dell’editoria specializzata si distinguono due professionalità: lo stylist e il giornalista. Lo stylist è responsabile di selezionare i capi tra le collezioni per i redazionali, mentre il giornalista, per lo più la giornalista, si occupa di costume e di presentare i capi. La stampa rispetto agli altri mezzi di comunicazione presenta diversi vantaggi. In primis, il costo d’acquisto degli spazi pubblicitari richiede investimenti minori rispetto alla televisione. Le aziende preferiscono la stampa anche perché il messaggio è rafforzato dal contesto nel quale viene inserito. L’emancipazione femminile araba, avvenuta negli ultimi decenni, costituisce un passo importante per la nascita delle riviste femminili. Le riviste rappresentano lo specchio della società che cambia e, la donna araba, negli ultimi anni, ha sostituito il suo status da madre o moglie a donna impegnata nella vita pubblica. Per esempio le riviste marocchine, prima dell’avvento della riforma della Mudawwana, hanno compartecipato a diffondere il messaggio della donna appartenente alla casa sotto la tutela del padre o di un altro uomo della famiglia, rappresentandola in luoghi domestici. La Mudawwana ha avuto un impatto positivo sulla rappresentazione delle donne nelle riviste. Ora esse sono rappresentate fuori dalle loro case in un modo usuale agli 81


uomini. Ai periodici viene riconosciuta una funzione sociale per via della superiore valenza informativa. La più antica pubblicazione di un magazine di moda o di lifestyle nell’area nord africana risale alla metà degli anni ’90. Le riviste indirizzate alle donne, che trattano argomenti come la moda, si sono diffuse all’inizio del XXI secolo, ma il vero “boom” si sta avendo negli ultimi anni, per esempio all’inizio del 2013 sono nate due riviste di moda: «Hawa»12 in Algeria e «BF»13 (Beauty Fashion) in Tunisia. Molte riviste occidentali si stanno interessando al mercato arabo, ma devono adattare i contenuti alla sensibilità locale senza contraddire i propri ideali. Per le riviste internazionali che nel corso dei decenni hanno sostenuto cause femministe, radicarsi nel mondo arabo senza negare i loro ideali rimane una prova non facile. Infatti, in questi nuovi mercati rimane impossibile realizzare foto di donne nude. Le riviste occidentali femminili che hanno delle importanti pubblicazioni nei paesi arabi sono «Elle», «Marieclaire» in Medio Oriente e «L’Officiel» in Marocco. Nelle pagine successive saranno descritte le maggiori testate, rivolte a un target femminile e interessato alla moda. Saranno analizzati i periodici dei paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo attraverso delle schede descrittive. Inoltre presenteremo, non solo le testate di proprietà nazionale, ma anche i magazine internazionali che hanno importanti pubblicazioni nell’area. In questo paragrafo tratteremo, infine, delle riviste che continuano regolarmente la tradizionale pubblicazione su carta, 82


ma anche delle riviste pubblicate nel solo formato elettronico, oppure mettono a disposizione on-line una parte dei propri materiali.

§ II.1. Marocco

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«Femmes Du Maroc» (FDM) Sidi Maârouf, Casablanca http://www.femmesdumaroc.com Tel : +212 65 540 200 Fax : +212 22 973 929

Direttore Notizie storicocritiche

e-mail: courrier@femmesdumaroc.com Aïcha Zaimi Sakhri «Femmes Du Maroc» (Fig. 19) è un mensile indirizzato all’universo femminile, in lingua francese. La prima pubblicazione della rivista è risale al 1995. Nel 2007, con 13.500 copie vendute, è stata la prima rivista in francese più letta nel paese. Nel 2009 per la prima volta una donna nuda è apparsa sulla copertina; si tratta della nota presentatrice tv, Nadia Larguet (Fig.20) che si è fatta fotografare incinta rompendo così un tabù che durava da lungo tempo. La foto è di profilo con la mano sinistra che copre il seno e la destra appoggiata sul ventre arrotondato. La sola cosa che la presentatrice indossa è un anello. Nadia Larguet è la moglie di Nourredine Saïl, direttore del Centro Cinematografico Marocchino.

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Si tratta della prima immagine di questo genere sulla copertina di un magazine in un paese a tradizione islamica. La posa ricorda il celebre scatto dell’agosto 1991 all’attrice americana Demi Moore per l’iconica copertina di «Vanity Fair». La copertina ha scandalizzato i marocchini per l’atto di modernità inaspettato. «Femmes du Maroc» è pubblicata dalla casa editrice Caractères e diretta dalla giornalista marocchina Aïcha Zaimi Sakhri, conosciuta per il suo forte sostegno ai diritti delle donne. La rivista è sponsor del Caftan show, un evento annuale di moda.

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«Lalla Fatema» Casablanca http://lallafatema.com Tel: +212 22 548 150

e-mail: newpub1@gmail.com Direttore Rafik Lahlou Notizie storico- «Lalla Fatema» (Fig. 21) è una rivista femminile, in critiche lingua araba. La prima pubblicazione della rivista risale al marzo 2007. Ogni suo numero presenta i recenti modelli dei caftani e degli abiti tradizionali marocchini.

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«L’Officiel Maroc» Parco della Lega Araba, Casablanca http://www.lofficiel.ma Tel: +212 22 221 859

Direttore

Fax: +212 22 221 846 Sofia Benbrahim 84


Notizie storicocritiche

«L’Officiel» (Fig.22 - 23) è una rivista di moda francese e dal 2009 ha la sua variante marocchina. Essa è un mensile di circa 272 pagine e, in Marocco, ne sono distribuite circa 10.000 copie al mese. Il suo lancio è stato possibile grazie ad un accordo di licenza ratificato tra il gruppo Geomedia e le edizioni Jalou. Il fondatore del gruppo Geomedia è Mohammed Laraki; durante la conferenza stampa dalle presentazione della rivista egli ha lanciato lo slogan “100% di moda e 100% di lusso”. Un’altra rivista francese pubblicata del gruppo Geomedia è «Plurielle». Dal 2011 la rivista vanta una versione dedicata ai lettori maschili: «L’Officiel Hommes Maroc», trimestrale con 10.000 di copie distribuite. L’Officiel, pubblicato dal 1921 da Andrée Castaniéè, è la più antica delle riviste francese femminili.

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«Likouli Nissae» Rabat http://www.likoulinissae.com Tel: +212 53 768 191

Direttore Notizie storicocritiche

e-mail: redaction@likoulinissae.com Souhila Riki «Likouli Nissae», letteralmente “Tutte le donne”, è un mensile femminile in lingua araba. Il primo numero fu lanciato nel mese del luglio del 2011, nello stesso periodo in cui i marocchini sono andati al voto per decidere se modificare la Costituzione. La rivista ha compartecipato a informare sulla condizione delle donne nel Maghreb, in particolare raccontando la sofferenza delle donne saharawi nei campi profughi di Tinduf, in Algeria. 85


Denominazione Sede Sito Contatti Direttore Notizie storicocritiche

«Nissa min al Maghrib» Casablanca https://www.facebook.com/pages/Nissaa-Min-Al Maghrib/137728409637306 Dato non reperibile Dato non reperibile «Nissa min al Maghrib», letteralmente “Donne del Marocco”, è una rivista femminile in lingua araba. La rivista, nata nel 2000, è la prima venduta in Marocco con una tiratura di circa 34.000 copie al mese. Il mensile è distribuito anche in Europa. La rivista è edita dal gruppo Caractères di Aziz Akhenouche.

Fig. 19

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Fig. 20

Fig. 21

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Fig.22

Fig. 23

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§ II.2. Algeria

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«DZeriet» Bab Ezzouar, Alger http://www.dzeriet-dz.com Tel: +213 21 205 634 Fax: +213 21 216 967 Naïm Soltani La rivista «DZeriet» (Fig. 24) è stata lanciata nel novembre 2004. Essa si trova in francese e in arabo. Il nome completo della rivista è “DZeriet la rivista al plurale femminile”. La parola Dzeriet è dialetto algerino e probabilmente significa “donne algerine”. La rivista in francese è la prima venduta in Algeria con una tiratura di circa 60.000 copie al mese. Mentre la rivista in arabo ha una tiratura di circa 60.000 copie al mese. Oltre ad essere distribuita in tutto il territorio nazionale, è anche distribuita in Francia.

Fig. 24

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§ II.3. Tunisia

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«Femmes De Tunisie» La Marsa, Tunisi https://www.facebook.com/FemmesDeTunisie Tel: + 216 70 727 993 / 71 724 452 Fax: +216 70 737 684 / 70 014 168

Direttore Notizie storicocritiche

e-mail: directiongeneral@femmesdetunisie.com Fakhta Hachicha «Femmes de Tunisie» è una rivista femminile nata a giugno 2008. Il mensile è scritto in lingua francese.

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«FF Designer» Tunisi http://www.ffdesignermag.com Tel: +216 71 885 014

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Fax: +216 71 885 013 Seyf Dean Laouiti «FF Designer» (First Fashion Designer) (Fig.25 - 26) è una rivista bimestrale di moda, nata nel dicembre 2012. Essa è scritta in lingua inglese. Il numero zero è stato presentato in conferenza stampa in un albergo a Gammarth. Il magazine è stato fondato da un giovane tunisino Seyf Dean Laouiti, laureato presso la Scuola di Arte e Tecnologia di Moda in Tunisia e ha completato i suoi studi presso ESMODE a Pechino, in Cina. «FFDesigner» è il risultato del lavoro e della passione di un gruppo di giovani tunisini con un’età media di venticinque anni. Ogni numero della rivista affronta un tema, il primo ha esposto i problemi dei giovani designer. A ogni pubblicazione la rivista ha una tiratura di 5.000 esemplari. 90


Fig.25 91


Fig. 26

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§ II.4. Libia

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«Sayidaty» Ryadh, Arabia Saudita http://sayidaty.net Tel: +966 12 121 748 Fax: +966 12 128 000 Mohammed Fahad Al Harthi «Sayidaty» (Fig. 27) è un settimanale arabo pubblicato in Dubai e a Beirut (in Libano), distribuito in Medio Oriente, in Nord Africa, in Europa e in America. È stata fondata da Hisham Hafiz e suo fratello Muhammed Hafiz con sede a Londra. In seguito, nel marzo 1981 la rivista si trasferì a Ryadh, in Arabia Saudita. L’edizione inglese (Fig. 28) è stata lanciata nel 2007 e viene pubblicata ogni mese. «Sayidaty» è una delle pubblicazioni del Saudi Research and Marketing Group (SRMG), fondata dal principe Ahmed bin Salman bin Abdul Aziz, che possiede anche altre riviste come «Hia».

Fig. 27

Fig. 28

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§ II.5. Egitto

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«Enigma Magazine» Il Cairo, Londra http://www.enigma-mag.com Tel: +20 27 382 554 / Fax: +20 27 367 759

e-mail: enigma@enigma-mag.com Direttore Yasmine Shihata Notizie storico- «Enigma Magazine» (Fig. 29 - 30) è una rivista di critiche lifestyle, in lingua inglese. Essa è nata nel 2000 e distribuita in Egitto, Londra, Dubai, Abu Dhabi, Bahrain, Kuwait, Oman e Giordania. Oggi, la rivista ha una tiratura di 45.000 copie al mese. «Enigma Magazine» si è affermata come una rivista di alta qualità in termini di contenuto e di pubblicità. Ha dimostrato la sua capacità di recupero, sopravvivendo a un calo dei ricavi pubblicitari a causa della guerra in Iraq e della rivoluzione egiziana. Nata da un’idea di Yasmine Shihata, la figlia di Ibrahim Shihata, ex vice Presidente del Consiglio generale della Banca Mondiale a Washington, Yasmine ha conseguito una laurea in Relazioni Internazionali alla London School of Economics nel 1995. Dopo la laurea, Yasmine ha lavorato per le riviste «Vogue» e «Marie Claire» a Londra. Trasferitasi a New York, dove ha lavorato ancora per «Vogue» come assistente al capo redattore, Anna Wintour, nel 1998 Yasmine Shihala è ritornata nel suo paese natale per fondare «Cleo» che nel suo primo anno di età ha ricevuto una notevole copertura mediatica. Nonostante tutto, Yasmine ha venduto le sue quote della rivista e, successivamente, ha lanciato il magazine «Enigma». L’ultima sua pubblicazione risale al maggio 2012. 94


Denominazione Sede Sito Contatti Direttore Notizie storicocritiche

«Pashion» Dato non reperibile http://www.pashionmagazine.com e-mail: info@pashionmagazine.com Dato non reperibile «Pashion» (Fig. 31- 32) e una rivista di moda distribuita in Medio Oriente; è prevista la sua consegna a domicilio in Bahrain, Egitto, Giordania, Kuwait, Libano, Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. La sua prima pubblicazione risale nel 2004. Il magazine è in lingua inglese. Nel novembre 2011 ha organizzato, per la prima volta, il “Cairo Fashion Night” ispirato al “Vogue Fashion Night” che si tiene a Milano e Manhattan. L’evento, tenutosi nel centro commerciale del Cairo, ha raccolto giovani designer egiziani e marchi locali.

Fig. 29

Fig. 30

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Fig. 31

Fig. 32

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II.2 I network televisivi

Tre sono gli elementi che, sin dall’introduzione del mezzo televisivo nei paesi arabi (avvenuta intorno alla metà degli anni ‘50 e inizi ’60), incidono sull’assetto strutturale dei media arabi: • la tendenza all’unitarismo; • l’orientamento transnazionale; • l’utilizzo degli apparecchi mediali come dispositivi funzionali alla propaganda ed alla mobilitazione politica.

L’unitarismo arabo o Panarabismo14 si riferisce ai paesi arabi come un insieme unico che trova le sue origini nel Corano. Il libro sacro dell’Islam parla della ummah, cioè della “comunità” e della “fratellanza” islamica, come un insieme unico e indivisibile. Rispetto agli anni ’60, il destino comune dei paesi arabi è qui chiamato a esprimersi sotto un’entità politica unica o una collaborazione su temi comuni di difesa militare, al fine di neutralizzare le possibili minacce. Oggi, con il declino delle politiche precedenti, sono i media regionali a determinare l’ascesa del “nuovo arabismo”. La tensione identitaria e unitaria permane dentro la struttura dei media arabi contemporanei. Il secondo elemento della struttura dei media arabi è l’orientamento transnazionale15, dove il termine si riferisce sia alle offerte consumate dal pubblico che alla proposta di 97


contenuti dei broadcaster. Transnazionale è la parola chiave per comprendere come il broadcast nel mondo arabo non è un affare da gestire soltanto entro i confini dei singoli stati-nazioni, ma una partita da giocare sul vasto territorio arabo. Ancor prima che si sia sviluppato un sistema di media autonomo, esisteva nei paesi arabi un tipo di broadcast che veicolava contenuti concepiti altrove, da altre culture, allo scopo di conquistare il territorio. D’altronde i sistemi di broadcast, la radio prima della televisione, nascono nella regione come importazioni dagli stati coloniali. L’ultimo elemento è l’uso del broadcast come arma di mobilitazione di massa. Nei primi anni ‘60, prendendo atto della potenza del mezzo per raggiungere il popolo, i governi arabi e i nascenti Stati indipendenti hanno istituito la televisione come un monopolio di governo. In quasi tutti i paesi arabi, i servizi televisivi sono stati subordinati ai ministeri d’informazione o ad altri enti pubblici, trasformando così il media in portavoce ufficiale del governo. La comunicazione televisiva, nei paesi arabi, fino al 1990, non è esistita altra forma di controllo del mezzo al di fuori di quello pubblico e governativo. La diffusione della televisione satellitare ha in parte rovesciato questo quadro, premettendo ai privati di mandare in onda programma d’intrattenimento leggero, promozioni commerciali e propaganda panaraba. Dal punto di vista televisivo, il mercato panarabo si struttura attorno ad alcune caratteristiche. La prima è la matrice saudita. L’Arabia Saudita è il soggetto dominante sul mercato panarabo, 98


in grado di influenzare le offerte televisive degli altri paesi. La seconda caratteristica del mercato televisivo è la predominanza di brand occidentali nella pubblicità. La natura della pubblicità panaraba è multinazionale. Emerge una tipologia di mercato pubblicitario orientato a stili di vita e modelli di consumo all’occidentale. Il mercato panarabo è molto eterogeneo sia in termini di ricchezza media che di spending power. Non a caso il 70%16 del mercato pubblicitario proviene solo da tre paesi: Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. L’81% del traffico è indirizzato sulle televisioni panarabe, lasciando poco spazio a quelle via etere. Infatti, il 90% dei telespettatori guarda la televisione panaraba via satellite, ma siamo in presenza di un mercato molto frammentato e con molti canali. La frammentazione contribuisce alla riduzione degli investimenti pubblicitari nella regione. La crescita del settore pubblicitario potrebbe essere bloccata anche da limiti editoriali imposti da alcuni network su certi settori o categorie di prodotti, come il divieto di pubblicizzare l’alcol. Il fatto che alcuni canali siano nati per motivazioni politico-ideologiche è un altro limite, a cui si sommano la censura e l’autocensura che ancora persistono e l’assenza di un sistema moderno di vendita e gestione del mercato pubblicitario. La situazione mediatica dei paesi arabi del Nord Africa non è brillante, soprattutto fino agli anni ’90. Il panorama mediale autoctono era piuttosto spento, mentre predominavano le reti europee, in testa Rai 1 e France 2, visibili grazie ad accordi di ritrasmissioni o piratate grazie all’umidità del clima. 99


Nel Medio Oriente e in Nord Africa negli ultimi decenni c’è stata una diffusione capillare delle Tv satellitari. Le antenne paraboliche sono ormai diventate parte integrante dell’arredo esterno delle case anche nelle aree rurali. Oggi il canale trasmesso via satellite più popolare è Al Jazeera (Fig. 33) letteralmente significa “l’isola”. Il network televisivo nato nel 1996 su un’idea dell’emiro del Qatar Sheik Hamad bin Khalifa Al Thani (1952), che sembra avere ben chiaro il progetto di aprire una stazione televisiva privata e indipendente. Al Jazeera è la prima rete televisiva all news araba. Nessuno dei network panarabi si era mai veramente spinto nel settore dell’informazione e la rete qatariota sin da subito si è presentata come un canale dedicato all’informazione e all’approfondimento dell’attualità.

Fig. 33

Fin dalla nascita lo slogan della rete è stato “l’opinione e l’opinione contraria’’: ogni programma mette in scena diversi punti di vista e lascia allo spettatore la possibilità di formarsi un’opinione. Al Jazeera è la prima rete a mostrare alla società 100


araba il mondo visto attraverso gli occhi degli arabi. La rete è stata la prima a introdurre nelle case degli egiziani, dei tunisini, degli algerini, dei siriani e di altri cittadini arabi, il pluralismo dell’informazione che i regimi totalitari arabi hanno sempre negato ai loro popoli. La fama di Al Jazeera a livello internazionale avvenne dopo i fatti dell’11 settembre, quando divenne l’unica fonte di notizie nel Medio Oriente, essendo l’unica emittente che in precedenza aveva investito su zone di crisi come l’Afghanistan, inaugurando un ufficio a Kabul. Dopo gli attacchi alle Torre Gemelle Al Jazeera ha sottratto ai network occidentali il monopolio della narrazione. Per la prima volta esiste un canale non occidentale e non in lingua inglese in grado di parlare al pubblico globale. La rete iniziò a trasmettere i video comunicati di Al Qāida17 e le immagini dei prigionieri occidentali rapiti in Iraq e fu accusata dall’occidente di fare gli interessi del terrorismo islamico. Moda e televisione sono da qualche tempo due realtà imprescindibili. Oltre ai tantissimi programmi nati come approfondimenti sul settore, ci sono programmi consolidati da anni che apparentemente non rappresentano un format di moda, ma che in realtà, spesso, sono seguiti da milioni di spettatori proprio per gli abiti che i concorrenti sfoggiano, dei più grandi stilisti, ovvero i gioielli eleganti che indossano. Inoltre, qualsiasi programma, così come la pubblicità, è legato al concetto d’immagine e dunque di moda. Infatti, la moda di oggi non è più rappresentata solo sulle riviste del settore, ma è espressa soprattutto attraverso i principali mezzi telematici, cioè la Tv o il Web, attraverso cui è possibile visualizzare le nuove collezioni 101


di abbigliamento. In tutti questi programmi è raccontata la moda nelle sue sfaccettature, sotto forma di stile e creazioni, ma anche mostrando il dietro le quinte e raccontando così tutto ciò che accade, ad esempio, nel backstage delle sfilate o degli eventi. Se in occidente una grande quantità di programmi dedicati alla moda o in generale alle donne sovrabbonda, in Africa settentrionale i programmi deputati non sono diffusi, quando del tutto inesistenti. Ma, grazie alla diffusione del satellitare, molte reti televisive occidentali dedicate alla moda possono essere visti nei paesi arabi. Una rete televisiva italiana dedicata all’universo della moda è Class Tv Moda, uno dei primi canali televisivi italiani privati a trasmettere via satellite in modalità free to air e quindi a essere visibile su qualsiasi piattaforma satellitare. La programmazione della rete è curata da Jo Squillo e si basa sull’esperienza del programma televisivo «TV Moda». Class TV Moda ha una vocazione internazionale, essendo diffuso gratuitamente in Europa, in Nord Africa e in Medio Oriente. Un’altra rete televisiva globale visibile in Nord Africa e nel Medio Oriente, nata l’8 aprile del 2010, è Fashion one, in lingua inglese. Il contenuto del network televisivo internazionale è rivolto principalmente al pubblico; esso tratta argomenti come la moda, l’intrattenimento e il lifestyle, la salute e le mete turistiche. Fashion One trasmette in centoventi paesi in tutto il mondo e ha raggiunto oltre cento milioni di spettatori. Gli uffici della rete si trovano nelle capitali più importanti del mondo, tra cui: New York, Londra, Hong Kong, Milano e Parigi. 102


L’influenza della televisione sugli spettatori è palese. I principali utenti della televisione araba sono le donne di età compresa tra i diciotto e i cinquant’anni, il che significa che essa beneficia di potere d’acquisto elevato per tutto ciò che riguarda la famiglia e la casa. Nei maggiori network televisivi arabi si assiste a un aumento di programmi indirizzati all’intrattenimento femminile. Nell’area nord africana le trasmissioni dedicate all’universo femminile trattano argomenti di vario genere dall’arte alla bellezza, dalla cucina alla salute. In questi programmi c’è, anche, spazio per discutere delle ultime tendenze di moda internazionale e locale. Per esempio, in Marocco il canale televisivo privato Med1 1 TV18 trasmette un programma per le donne intitolato «Zin & Zen» (Fig. 34), letteralmente “ornare”, presentato da Stéphanie Mollé. La trasmissione, trasmessa ogni sabato, è dedicata agli amanti dell’arte, della moda e del benessere e vede la partecipazione di alcuni professionisti. La prima trasmissione sulla moda mai realizzata da un broadcaster arabo è «Dunya al-muda», trasmessa dalla rete televisiva MBC19 alla metà degli anni ’90. Il programma era tagliato sui gusti della famiglia araba media, cioè attento a non offendere le basi tradizionali conservatrici. Attualmente, la rete MBC trasmette alcuni programmi di moda e di bellezza indirizzati all’intrattenimento delle donne. Il programma più noto è «Joelle» presentato da Joelle Mardinian, un importante Make-Up artist ed esperta di bellezza. Nel 2010 è stata riconosciuta come donna dell’anno per il suo successo. Oggi essa è il direttore creativo nella regione per il marchio di cosmetici MaxFactor. Il programma «Joelle» va in onda ogni settimana e 103


si concentra sulla trasformazione del look delle singole donne. Un altro programma è «Style» presentato da Ellen Wafta, libanese, laureata presso l’Università di Libano in economia aziendale. «Style» è un programma d’intrattenimento è presenta le tendenze nel mondo della moda, rispondendo ai bisogni dei telespettatori in bellezza, arredamento, salute, sport e lifestyle.

Fig. 34

II.3 La rete

Internet è sostanzialmente la “Rete delle Reti”, cioè un insieme di reti di computer sparse in tutto il mondo e collegate tra loro, cui possono accedere migliaia di utenti per scambiare tra loro informazioni binarie di vario tipo. Si tratta di un’interconnessione globale tra reti informatiche di natura ed estensione diversa, resa possibile da una suite di protocolli di rete comune chiamata TCP/ IP (Transmission Control Protocol e l’Internet Protocol), per servire diversi miliardi di utenti in tutto il mondo. Attualmente 104


esso rappresenta il principale mezzo di comunicazione di massa. Molti pensano che la “Rete delle Reti” sia un’invenzione degli anni ’90, ma l’origine di Internet risale agli anni ‘60, su iniziativa degli Stati Uniti, che durante la Guerra fredda20 misero a punto un nuovo sistema di difesa e di controspionaggio. La prima pubblicazione scientifica in cui si teorizza una rete di computer mondiale ad accesso pubblico è On-line man computer communication21 dell’agosto 1962, opera di Joseph Carl Robnett Licklider e Welden E. Clark. Nella pubblicazione i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology danno anche un nome alla rete da loro teorizzata: “Intergalactic Computer Network”. Il progenitore e precursore della rete Internet è Arpanet, una rete di computer studiata e realizzata nel 1969 negli USA dall’ARPA, l’agenzia del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, responsabile per lo sviluppo di nuove tecnologie a uso militare. L’ARPA (Advanced Research Projects Agency) è un istituto creato nel 1958 per dare modo di ampliare e sviluppare la ricerca, soprattutto all’indomani del sorpasso tecnologico dell’Unione Sovietica, che lanciò il primo satellite (lo Sputnik) il 4 ottobre nel 1957, conquistando i cieli statunitensi. Vinton Cerf ( 1943) creò Arpanet, collegando al nodo dell’Università di Los Angeles le tre Università americane di Santa Barbara (in California), di Stanford e dell’Università dell’Utah. Questo significò il passaggio dalle cosiddette LAN (Local Area Network, cioè rete locale) a una WAN (Wide Area Network, cioè rete su un’area vasta) fino all’attuale dimensione mondiale. Nei primi anni novanta, ebbe inizio il vero “boom” di Arpanet, 105


nel frattempo rinominata Internet, e negli stessi anni nacque una nuova architettura capace di semplificare enormemente la navigazione: la World Wide Web (WWW). Il servizio di Internet che permette di navigare e usufruire di un insieme vastissimo di contenuti collegati tra loro attraverso legami (link), e di altri servizi accessibili a tutti o a una parte selezionata degli utenti. Prima del 1995 Internet era relegata al ruolo di rete per le comunicazioni all’interno della comunità scientifica e tra le associazioni governative e amministrative. Da allora si assiste alla diffusione costante di accessi alla rete da parte di computer di utenti privati fino al boom degli anni 2000, con centinaia di milioni di computer connessi in parallelo alla diffusione del PC (Personal Computer) e all’aumento dei contenuti e servizi offerti dal Web. Nelle statistiche diffuse dall’ITU22, emerge che oggi 2,7 miliardi di persone (circa il 40% della popolazione mondiale) hanno accesso ad Internet. Nei paesi in via di sviluppo, il 31% della popolazione è on-line, rispetto al 77% dei paesi sviluppati. L’Europa ha il primato del maggior tasso di accesso alla rete, con il 75%, seguita dal continente americano con il 61%, mentre percentuali inferiori si registrano per Asia, con il 32%, e Africa, con il 16%. I tre ostacoli principali all’espansione di Internet in Africa sono: la scarsa alfabetizzazione informatica, la mancanza di infrastrutture adeguate e gli elevati costi dei servizi Internet. La diffusione di Internet in Africa è molto limitata, ma tra i paesi relativamente avanzati nell’utilizzo di Internet spiccano, in Nord Africa, il Marocco e l’Egitto. I social network hanno giocato un ruolo importante nelle rivolte note come “Primavera 106


Araba”, avvenute nei paesi arabi dal 2011. Essi sono stati lo strumento comunicativo attraverso i cui le nuove generazioni di arabi sono entrate in contatto con la politica, fino a quel momento considerata inaccessibile. Nell’area nord africana ci sono più iscritti a Facebook che copie di giornali diffuse nella regione. I paesi da cui proviene la maggior parte degli iscritti a Facebook sono Egitto, Marocco e Tunisia. Internet si sta sempre più affermando come canale pubblicitario, promozionale e commerciale. La pubblicità su di esso sfrutta la capacità del Web di raggiungere una quantità notevole di persone. La sua pubblicità è determinante sia per le imprese, le quali possono raggiungere facilmente un vasto pubblico con costi inferiori rispetto ai mezzi tradizionali, sia per i gestori dei siti web, in quanto essa rappresenta la principale fonte di guadagno, essendo la maggior parte dei servizi offerti, gratuiti. Nell’era del Web e dell’Internet power, era impossibile pensare che la moda non si sarebbe piegata alle volontà della rete. Il suo mondo s’interessa sempre di più alle tecnologie informatiche ed ormai quasi tutti i brand, a qualunque tipologia essi appartengano, hanno un loro sito Internet, si pubblicizzano e vendono il proprio prodotto on-line o in generale hanno un intenso rapporto con il web. I siti web rappresentano, perciò, il più importante strumento di comunicazione sia a livello istituzionale sia commerciale. Si distinguono due fasi della comunicazione dei siti aziendali. Nella prima fase, alla fine anni ’90, la comunicazione era “unilaterale”. I siti web erano percepiti come siti di vetrina e 107


cataloghi virtuali, strumento di rappresentanza e promozione dei prodotti dell’azienda. Nella seconda fase, iniziata negli anni 2000 e tuttora in corso, la comunicazione è divenuta “bilaterale”. I siti web si confrontano e scambiano informazioni con l’utente al fine di conoscere meglio bisogni e aspettative dei propri clienti. La parola d’ordine è “interazione” tra il brand e i suoi consumatori. I siti aziendali dei fashion designer arabi sono conformati sui siti internazionali, ma in alcuni c’è un’assenza di contenuti e di chiarezza. La comunicazione di alcuni siti delle maison arabe è “unilaterale”, cioè non offrono agli utenti un’esperienza di navigazione altamente interattiva e coinvolgente. La gran parte dei siti aziendali arabi è in lingua inglese e francese, secondo la posizione geografica dell’azienda. Nell’area nordafricana occidentale essi sono in lingua francese, mentre nell’area orientale la maggior parte è in lingua inglese. L’importanza dei social network ai fini del successo di un brand è indubbia. Ormai non ci sono più solo la tv, le riviste, la radio, i cartelloni pubblicitari a fare da supporto alle maggiori case di moda ma, anche, le piattaforme sociali: da Facebook a Twitter, da Instagram a Pinterest. Anche la moda si è conformata al Web diventando 2.023. Il social network è essenziale per il successo di un’azienda, poiché utilizza i canali sociali come piattaforme d’interazione diretta con il suo pubblico. L’uso di questo tipo di comunicazione risulta vincente per il settore della moda, e questo successo si riflette nel numero di followers, fans, like e clicks. I siti web sono solo uno di tanti aspetti del binomio “moda– 108


Internet”; un altro aspetto è la vendita dei capi on-line. Oggi è impensabile che un brand non abbia nel suo sito Internet una sezione dedicata all’e-shopping (shopping elettronico), vero must have per qualunque casa di moda. Un maggior numero di utenti fanno acquisti attraverso la rete e anche le case di moda si adeguano, siano esse grandi griffe o meno. È ormai frequente che anche gli abiti siano acquistati on-line. Oltre ai siti Internet delle maison più rinomate, che hanno spesso creato una sezione di e-commerce24 dove è possibile acquistare le rispettive creazioni, sta infatti fiorendo negozi di moda virtuali che offrono abiti firmati di alta moda anche a prezzi ridotti. L’opportunità di comprare on-line accresce l’importanza del marchio rispetto agli acquisti conclusi nei negozi. Infatti, il cliente non ha la possibilità di toccare la merce con mano, di provarla o di verificarne la qualità, potendosi quindi affidare esclusivamente all’esperienza maturata in occasione di precedenti acquisti e alla fama del marchio con cui vengono commercializzati. Le vendite su Internet nei paesi arabi sono in aumento, nonostante il basso tasso d’informazione dei musulmani e la difficoltà di accesso alle tecnologie. Un motivo dell’aumento dell’acquisto on-line è dovuto che in alcuni paesi arabi le donne non possono andare da soli nei negozi. Guardare e acquistare su Internet è più facile, anche se non si ha la possibilità di provare i capi. Bisogna tenere presente che a causa dei costi elevati per avere la connessione Internet, la gran parte della popolazione non ha accesso alla rete e dunque alla possibilità di fare acquisti on-line. Inoltre, Internet pone un ulteriore problema: visto che in pratica tutti i siti usano immagini ad alta risoluzione per accedervi, è indispensabile 109


un’ottima connessione, cosa non sempre disponibile. L’ultimo ostacolo all’acquisto on-line è la scarsa diffusione delle carte di credito. Si tratta di un grosso handicap per le vendite via Internet che, se i consumatori non possono pagare on-line, sarà difficile superare. La situazione sta migliorando con lo sviluppo dei servizi bancari. L’avvento dei blog, dopo aver investito il giornalismo, la politica, il marketing e il mondo del lavoro, non poteva non coinvolgere anche la moda. Nella rete si trovano centinaia di blog dedicati al fenomeno moda creati e gestiti da persone comuni che hanno la passione per questo mon\do. I fashion blogger fanno della loro indipendenza e spontaneità la loro caratteristica principale, esprimendo il proprio stile e reinventando la moda. Non vi è un post senza l’inserimento di qualche foto personale, poiché è proprio questo l’elemento che caratterizza i fashion blog. Infatti, in ogni nuovo post vengono inseriti dei veri e propri servizi fotografici che hanno come tema centrale l’outfit, in altre parole l’abbinamento creato con i vari vestiti, borse, scarpe e accessori che si propongono. Oltre ad inserire le foto, il blogger generalmente racconta la sua giornata, che ha sempre come tema centrale la moda. Ogni fashion blog ha il suo pubblico di riferimento, i follower o seguaci, cioè quella parte di pubblico che segue ogni giorno il blog commentandolo e creando delle vere e proprie discussioni. La nascita dei fashion blog è un fenomeno recente, quindi la letteratura di riferimento è esigua. I numerosi fashion blog arabi testimoniano un crescente interesse per il mondo della moda e del lusso da parte della popolazione nordafricana e medio orientale, il cui 110


target è rappresentato principalmente dalla fascia dei teenager. Le donne arabe, conosciute dall’occidente principalmente per i loro modi discreti e i visi nascosti sotto il velo, sanno anche essere a modo loro audaci e, soprattutto, stanno riprendendosi la loro identità, grazie alla “Primavera Araba”, grazie ad Internet e grazie alle condizioni economiche favorevoli in alcuni paesi arabi. Le blogger nordafricane chiaramente manterranno sempre le loro tradizioni, ma nei loro blog c’è, comunque, spazio per abiti occidentali. Alcuni dei fashion blog più apprezzati nel Nord Africa sono: «Fashion Playlist» di Moez Achour, «Days of doll» di Dina Toki-O, «Fashion Bakchic» di Sofia al Arab, e «Chanel, Cupcakes, Cameras and Crayons» di Noha Youssef. Il blog «Fashion Playlist»25 trae ispirazione dal blog newyorchese «The Sartorialist»26. Quest’ultimo è considerato uno dei blog più influenti dello street fashion, fondato da Scott Schuman nel settembre 2005. Moez Achour, fotografo di origini tunisine, è il fondatore del blog «Fashion Playlist»; attualmente egli è il designer creativo del sito Style.com/Arabia27, lanciato nel 2012. Un altro fashion blog è «days of doll»28 di Dina Toki-O (Fig. 35), nativa del Marocco. Dina Toki-O non è solo una fashion blogger, ma è anche stylist e designer di una linea di sciarpe e gioielli fatti a mano, intitolata “Lazy Doll”, acquistabile sul sito: http://www.lazydoll.com. «Fashion Bakchic»29 (Fig. 36), il blog di Sofia Al Arab (Fig. 111


37 - 38), mette in mostra oggetti tradizionali nordafricani con capi più moderni. Nel blog di Sofia al Arab, anch’essa di origini marocchine, si possono acquistare t-shirt, maglioni e short da lei disegnati. Infine, nel blog di Noha Youssef, intitolato «Chanel, Cupcakes, Cameras and Crayons»30, si deduce che la blogger egiziana è appassionata di moda, di fotografia, di cibo e di arte.

Fig. 35

Fig. 36

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Fig. 37

Fig. 38

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Note al capitolo secondo L’American University in Cairo (AUC) è un’università indipendente, senza scopo di lucro e di lingua inglese. Essa si occupa di studi umanistici secondo la metodologia e i programmi di studio del sistema statunitense. È aperta a studenti di oltre cento Paesi, contribuendo in modo sostanziale alla vita intellettuale egiziana. L’American University in Cairo è stata fondata nel 1919 da membri protestanti sponsorizzata dalla Chiesa presbiteriana degli Stati del Nord America.

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Mu ʿammar el-Gheddāfī, Il libro verde, Libia, 1975 Art. 25 Cost. 2011 4 La Freedom House è un’organizzazione internazionale con sede a Washington D.C.; essa conduce attività di ricerca e sensibilizzazione su democrazia, libertà politiche, e diritti umani. L’organizzazione fu fondata da Wendell Wilkie, Eleanor Roosevelt, George Field, Dorothy Thompson, Herbert Bayard Swope, nel 1941. La missione dell’organizzazione e l’espansione della libertà nel mondo, infatti: «La libertà è possibile solo in sistemi politici democratici in cui i governi sono responsabili davanti al loro popolo, lo stato di diritto prevale, e la libertà di espressione, associazione, di credo e il rispetto per i diritti delle minoranze e delle donne sono garantiti.» freedomhouse.org/about-us 3

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Per la campagna d’Egitto s’intendono l’insieme delle operazioni militari svoltesi in Egitto e Siria tra il 1798-1801, guidate dal generale Napoleone Bonaparte. L’obiettivo della missione era di scompaginare i traffici commerciali inglesi in quelle zone. La spedizione partì da Tolone nel 1798 e dopo aver fatto scalo a Genova, Civitavecchia e Malta, raggiunse Alessandria d’Egitto. Arrivato al Cairo, l’esercito napoleonico vince la “battaglia delle Piramidi” contro i mamelucchi, discendenti di un’antica dinastia guerriera e al servizio degli Ottomani. 6 Būlāq è il nome di un sobborgo del Cairo. Questa tipografia rimase l’unica nel paese per circa una quarantina d’anni. Con ciò non si esclude la presenza dell’arte tipografica già in epoca anteriore; l’introduzione della stampa nel mondo arabo, avvenne a Instabul nel 1727. 114


Gale Encyclopedia of the Mideast and North Africa, Newspapers and Print Media, Arab Countries. 8 «Al-Ahram», letteralmente significa “ Le piramidi”, fondato ad Alessandria il cinque agosto del 1875 da due fratelli libanesi, Bishara e Salim Taqla. Il quotidiano è il più diffuso in Egitto, al giorno ha una tiratura di un milione di copie. Oltre alla principale edizione pubblicata in lingua araba, il quotidiano pubblica due versioni, una in lingua inglese (Al-Ahram Weekly, fondata nel 1991) e una in francese (Al-Ahram Hebdo). 9 «Al Akhbar», letteralmente significa “le notizie”, fondato nel maggio del 1952. L’attuale direttore è Mohammad Hassan El Bana. 10 Human Development Report (HDR) è un rapporto annuale pubblicato dall’Ufficio del Rapporto sullo Sviluppo Umano del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (United Nations Development Programme, ossia UNDP). La relazione è stata lanciata nel 1990 dall’economista pakistano Mahbub ul Haq e dal premio Nobel indiano Amartya Sen. Il concetto di sviluppo umano viene elaborato, alla fine degli anni Ottanta, dal programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, al fine di superare e ampliare l’accezione tradizionale di sviluppo incentrata solo sulla crescita economica. Lo sviluppo umano coinvolge e riguarda alcuni ambiti dello sviluppo economico e sociale per esempio la promozione dei diritti umani, la difesa dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile delle risorse territoriali, lo sviluppo dei servizi sanitari, il miglioramento dell’educazione della popolazione, l’alfabetizzazione, la partecipazione democratica e l’equità delle opportunità di sviluppo. 11 Harem, letteralmente significa “luogo inviolabile, proibito”, è il luogo della casa o dell’appartamento riservato alle donne e ai bambini (analogo al gineceo dell’antica Grecia). Esso fu creato dai capi guerrieri che trovavano pratico e rassicurante, mentre erano sui campi di battaglia, tenere segregate le proprie donne, affidandone la custodia a eunuchi. L’harem si trasformò in una vera e propria corte con una sua gerarchia e vari ordini di precedenza. Al rango più basso si trovavano le schiave, che dormivano anche in dieci nella stessa stanza. Appena sopra delle schiave si trovavano le donne che erano piaciute almeno una volta al sultano, ma non gli avevano dato figli, infine c’erano le Karin, o sultane, mogli semiufficiali che diventavano tali dopo aver generato un figlio. Le Karin, sopra le quali si trovava la regina madre, 7

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vivevano in appartamenti a loro riservati con un loro seguito. 13 http://hawamagazine.com/ 14 https://www.facebook.com/pages/Beauty-Fashion-Magazine/5062547 32 749828. 15 Panarabismo è un’ideologia identitaria del movimento politico-culturale che, dal tardo Ottocento, ha dato espressione alle istanze emancipatrici e unitarie del nazionalismo arabo. Questo movimento nacque nel contesto storico della crisi dell’impero ottomano e dell’affermazione geopolitica del principio di nazionalità. L’intellettuale siriano Abd al-Rahman al-Kawakibi (1855 – 1902) è considerato il primo teorizzatore del panarabismo. Nelle sue opere egli contestò apertamente il dominio ottomano, celebrando il primato degli arabi nella creazione della civiltà islamica e rivendicando il loro diritto al califfato. Il Panarabismo è stato a lungo un’ideologia utopistica a causa delle profonde divergenze interpretative sia della scena politica sia delle parole stesse del Profeta, essendo diverse e divergenti le interpretazioni della fede islamica, ed essendo la politica diretta conseguenza di questa, le differenze religiose si sono trasformate col tempo in divergenze politiche. 16 Il termine “transnazionale” è un diverso modo per indicare multinazionale. Entrambi indicano un interesse (economico, sociale ecc.) di un gruppo (di società, di persone, di associazioni) che opera in molte nazioni e continenti. Il gruppo può anche avere una sede operativa, in una sola nazione ma senza che vi siano per questo precise identità nazionali. 17 http://arabmediareport.it/televisioni-arabe-un-mercato-ancora-dascoprire 18 Al Qāida,letteralmente significa “la base”, è il nome di un movimento paramilitare terroristico, fautore d’ideali riconducibili al fondamentalismo islamico, impegnato in modo militante nell’organizzazione e nell’esecuzione di azioni violentemente ostili sia nei confronti dei vari regimi islamici filo - occidentali sia del mondo occidentale. Il movimento è stato guidato sino alla sua morte avvenuta il 2 maggio 2011 dal miliardario saudita Osāma Muhammad bin ʿAwaḍ bin Lāden (1957 –2011) che si avvaleva della guida ideologica dell’egiziano Ayman Muḥammad Rabīʿ al-Ẓawāhirī (1951) e, attualmente, è il capo dell’organizzazione. Entrambi sono riferibili all’attivismo ideologico - politico dello Shaykh ʿAbd Allāh Yūsuf ʿAzzām 116


(1941 – 1989), un attivista palestinese. Al-Qāʿida è stata classificata come organizzazione terroristica dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dalla NATO, dalla Commissione europea dell’Unione Europea, dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, dai governi di Australia, India, Canada, Israele, Giappone, Corea del Sud, Germania, Regno Unito, Russia, Svezia e Svizzera. Al-Qāida nacque intorno al 1989 Peshāwar, in Palestina, al tempo dell’invasione Sovietica dell’Afghanistan ed è per questo essa è stata aiutata dagli USA, favorevoli a tutto ciò che potesse creare difficoltà all’URSS, e dall’Arabia Saudita. Dopo la caduta del regime filo - sovietico, Osama Bin Laden inviò una lettera al re dell’Arabia Saudita proponendogli di appoggiare Al-Qāida per bloccare l’invasione irachena del Kuwait e impedire il conflitto. Il re rifiutò dichiarando l’organizzazione fuori legge. Da allora Al-Qāida ha mosso guerra verso gli USA e i paesi loro alleati. Il più significativo di tutti gli attentati operati da Al-Qāida è stato il dirottamento di alcuni aerei di linea, fatti schiantare l’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle del World Trade Center di New York e sul Pentagono presso Washington. 19 Medi 1 TV è un canale televisivo privato marocchino lanciato il primo dicembre del 2006, trasmette dalla sede di Tangeri. Esso è stato creato dal governo francese e marocchino per promuovere le culture francofone nella regione. I programmi sono trasmessi sia in arabo e in francese. 20 MBC (Middle East Broadcasting Center) è la prima rete privata gratuita del mondo arabo appartenente allo sceicco Waleed Al Ibrahim, uomo d’affari saudita. Esso è stato inaugurato a Londra il 18 settembre del 1991; successivamente, nel 2002, la sede si trasferì a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. MBC Group comprende dodici canali televisivi, tra cui MBC 1 (intrattenimento generale per la famiglia), MBC2 e MBC MAX (film 24 ore), MBC 3 (animazione per bambini), MBC 4 (intrattenimento per le donne arabe) e Al Arabiya (il canale di notizie in lingua araba 24 ore). 21 Guerra fredda (1945-1991) è un conflitto politico e ideologico tra i blocchi occidentali e orientali, guidati rispettivamente da Stati Uniti e Unione Sovietica dopo la Seconda guerra mondiale. Tale tensione, durata circa mezzo secolo, pur non concretizzandosi mai in un conflitto militare diretto, si sviluppò nel corso degli anni incentrandosi sulla competizione in vari campi (militare, spaziale, ideologico, psicologico, tecnologico e sportivo) 117


contribuendo almeno in parte allo sviluppo ed evoluzione della società stessa con l’avvento della terza rivoluzione industriale. Il termine era stato usato già nel 1945 da George Orwell (You and the Atom Bomb, in Tribune, 19 ottobre 1945) che, riflettendo sulla bomba atomica, preconizzava uno scenario in cui le due grandi potenze, non potendo affrontarsi direttamente, avrebbero finito per dominare e opprimere tutti gli altri. Nel 1947 fu ripreso dal consigliere Bernard Baruch e dal giornalista Walter Lippmann per descrivere l’emergere delle tensioni tra due alleati della Seconda guerra mondiale. A metà degli anni Ottanta il nuovo leader dell’URSS M.Gorbacev cercò di riformare l’economia e la società sovietica aprendo al mercato e avviando un processo di democratizzazione. Nel 1987 a Washington fu firmata una storica intesa tra Gorbacev e Reagan per la riduzione degli armamenti nucleari. La politica di Gorbacev incoraggiò nell’Europa dell’Est processi d’indipendenza e la richiesta di riforme. Nel 1989 la caduta del muro fu l’evento rappresentativo della fine della Guerra fredda. La caduta dei regimi comunisti dell’Est, in modo pacifico in Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, Bulgaria e con un’insurrezione violenta in Romania, fu seguita dal collasso dell’URSS tra il 1990 e il 1991. 22 academic.googlecode.com/.../046F1309d01.pdf‎. 23 L’International Telecommunication Union (ITU) è un’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nelle questioni che riguardano le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Essa è stata fondata il 17 maggio 1865 a Parigi da venti membri con il nome di International Telegraph Union; quindi ha cambiato denominazione con l’attuale nel 1932. Dal 1947 è una delle agenzie specializzate delle Nazioni Unite con sede a Ginevra. Il 17 maggio è festeggiata La Giornata Mondiale delle Telecomunicazioni e della Società dell’Informazione. L’ITU è divisa in tre settori: ITU-R, o Settore radiocomunicazioni; ITU-T, o Settore standardizzazione; e ITU-D, o Settore sviluppo. 24 “Web 2.0” è l’espressione utilizzata per indicare uno stato dell’evoluzione del World Wide Web, rispetto a una condizione precedente. S’indica come Web 2.0 l’insieme di tutte quelle applicazioni on-line che permettono un elevato livello d’interazione tra il sito web e l’utente come i blog, i forum, le chat, le piattaforme di condivisione di media come YouTube e i social 118


network come Facebook, Myspace, Twitter, Google+ ecc.. E-commerce (electronic commerce), in italiano significa “commercio elettronico”; consiste nella vendita e nell’acquisto di beni e servizi attraverso Internet ricorrendo a server sicuri dove sono utilizzati carrelli elettronici e con servizi di pagamento on-line, come le autorizzazioni per il pagamento con carta di credito. 26 https://www.facebook.com/FPlaylist/ 27 https://thesartorialist.com/ 28 http://arabia.style.com/ 29 http://daysofdoll.com/ 30 http://fashion-bakchic.blogspot.com/ 31 http://chanelcupcakescamerascrayons.blogspot.com/

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Cap. III Lo stilismo di moda (2000-2013)

Il termine moda deriva dal latino modus e letteralmente significa “maniera”, “norma” e “regola”. Dall’insieme di tali significati si evince che l’usanza o il gusto, sebbene espressione di un orientamento individuale, debbano confrontarsi con un sistema di ordinamento sociale che definisce ciò che in ogni periodo può considerarsi di “moda”. Essa è un fenomeno sociale che consiste nell’affermarsi, in un dato contesto storico, geografico e culturale, di modelli estetici e comportamentali condivisi da gruppi più o meno estesi di persone, che trovano in essi un elemento di coesione interna e un segno di distinzione e riconoscibilità rispetto agli altri. La moda comprende ambiti disparati e, più genericamente, abitudini, preferenze e stili di vita. La moda rientra nell’articolato mondo della comunicazione non verbale, infatti, l’abito è caratterizzato da segni che celano un significato, più o meno palese, utilizzato dagli individui per la realizzazione di scambi inter - individuali. Nella vita di tutti i giorni il termine “moda” ricorre abitualmente nei nostri discorsi e ognuno di noi può costatare quanto questo concetto sia in grado di permeare in modo più o meno consapevole la nostra esistenza. La moda rappresenta, infatti, un fenomeno non soltanto psicologico e culturale, ma anche e soprattutto storico ed economico - sociale, poiché riguarda tutti gli individui nel momento in cui, fin dai tempi più antichi, manifestano il bisogno di coprire il proprio corpo per presentarsi al mondo esterno e vivere in società. Varie testimonianze 120


nel corso della storia dimostrano quanto l’evoluzione della moda nell’abbigliamento sia strettamente connessa alla storia dell’umanità, basti pensare alla funzione fondamentale che l’abbigliamento assumeva nel veicolare il messaggio di appartenenza a un preciso status sociale. Il termine “moda” appare in uno scritto del 1648, Della carrozza da nolo ovvero del vestire e usanze alla moda, di Agostino Lampugnani1. Il fenomeno della moda, tuttavia, non coincide storicamente con l’uso della parola, esso è un fenomeno anteriore. Essa era, per esempio, già presente nelle corti rinascimentali, ove le informazioni in tale ambito erano scambiate attraverso bambole chiamate “pue” che, adornate secondo le ultime novità del luogo, costituirono veri e propri modelli di abbigliamento e le prime forme della loro pubblicizzazione, anche se limitata al mondo aristocratico. Mentre l’abbigliamento è una costante antropologica e risponde a un bisogno universalmente sentito dall’essere umano fin dagli albori della sua storia, riconducibile all’esigenza tipicamente ed esclusivamente umana di evidenziare la propria singolarità rispetto all’uniforme nudità iniziale, nonché alla capacità dell’individuo di esprimere simbolicamente l’appartenenza a un gruppo, l’abbigliarsi secondo la moda è invece il risultato di varianti socio-economiche e culturali che interagiscono con tali motivazioni fondamentali. Ciò spiega perché la moda si sia manifestata in un preciso momento storico, come fenomeno dapprima circoscritto ad alcune categorie di persone e a particolari società, e poi estesosi gradualmente, con caratteri nuovi rispetto all’abbigliamento. 121


In passato il concetto di moda era associato solamente all’abbigliamento, mentre negli ultimi decenni si è esteso a segmenti di consumo sempre più vasti, interessando il mondo della pelletteria e delle calzature, quello della cosmetica come dell’arredamento, arrivando a comprendere persino estensioni legate al turismo o all’adozione di animali domestici. Il concetto di moda, come lo intende l’occidente, nella società araba è stato introdotto alla fine del XX secolo. Negli ultimi anni la moda nella società araba è interessata da un cambiamento. A differenza dal passato, ove l’abbigliamento delle donne nell’area nord africana era orientato verso la fede islamica, oggi le donne hanno accesso alle tendenze di moda globali grazie alla televisione e soprattutto a Internet. Se la religione e lo status socio-economico continuano a influenzare le scelte di abbigliamento, le donne di oggi sono molto più libere di avere un loro stile, e che esso sia il riflesso della propria personalità e identità. L’ abbigliamento di ogni società combina elementi legati alla storia culturale, economica, sociale, ambientale, religiosa di ciascuno e alla propria visione estetica e umana. Questi elementi hanno giocato un ruolo importante nelle creazioni di tali cambiamenti, conseguenza del progresso civile, dello sviluppo scientifico, industriale e tecnologico. L’abbigliamento arabo, adesso in voga, è legato alle forme della moda americana ed europea sia per quando riguarda l’abbigliamento ufficiale, che quello giovanile o tradizionale, compreso quello pubblico e militare. Nella società araba gli uomini sono stati i primi ad abbandonare 122


gradualmente l’abbigliamento tradizionale. Infatti, il passaggio dell’abbigliamento autoctono a quello europeo è avvenuto più velocemente negli ambiti maschili che in quelle femminili. Tale cambiamento è dovuto al fatto che gli uomini nelle comunità islamiche sono più sensibili alle nuove idee perché sono più al passo con le tendenze internazionali, dato che i ragazzi della classe sociale più abbiente sono stati mandati in occidente a studiare nelle Università. La moda araba offre una diversa topografia, si dirige verso centri differenti e segue differenti circuiti rispetto a quelli convenzionalmente associati al concetto di moda. Per esempio, nonostante siano influenzati dalle tendenze di Londra, Parigi e Milano, i fashion designer contemporanei che vivono in Egitto ed Iran si rivolgono come fonte d’ispirazione estetica anche all’India, al Libano e al Marocco, mentre i designer che vivono in Mali si rivolgono all’Africa occidentale francofona, in particolare a Dakar e Abidjan. I musulmani che vivono a Londra creano un guardaroba cosmopolita che deriva dalla circolazione di diversi tipi di abbigliamento, come dalla possibilità stessa di viaggiare e dalla conoscenza dei paesi arabi. Il segreto per comprendere e relazionarsi con una cultura diversa dalla nostra è essenzialmente imparare a conoscerla, senza alcun tipo di schermaglie. Innanzitutto non bisogna pensare al popolo arabo come una realtà arretrata. In questo modo non si terrebbe conto delle grandi pagine di scienza, filosofia, poesia e letteratura scritte da altrettanti musulmani. È vero che il loro punto fermo culturale è il Corano, testo sacro 123


che risulta utile sovente, anche, nella quotidianità e non solo nei riti, ma questa religione sta conoscendo negli ultimi tempi un fenomeno di modernizzazione molto repentina, riuscendo a entrare in competizione economica con il sistema occidentale. Essi sono solamente fieri del proprio passato e della propria tradizione culturale.

III.1 La distribuzione

La gestione dei canali distributivi, o canali di marketing è una decisione tutt’altro che secondaria. Le ripercussioni di tale scelta possono, infatti, incidere drasticamente sulla sopravvivenza stessa dell’impresa sul mercato, perciò la decisione che l’azienda prende in merito al canale con cui intende raggiungere il mercato risulta essere una decisione strategica che implica degli investimenti onerosi e quindi non può essere una scelta fatta con “leggerezza”. La giusta scelta del sistema distributivo è il presupposto indispensabile per lo sviluppo e il consolidamento di un’azienda nel mercato. Ciò sarà possibile se il circuito di distribuzione risponderà in maniera idonea alle richieste del mercato tenendo sempre conto dei condizionamenti derivanti dal tipo d’azienda, dai prodotti trattati, dalle molteplici circostanze che li caratterizzano. La prima decisione in merito al canale con cui s’intende raggiungere il mercato è se sia preferibile adottare il canale 124


diretto, rivolgendosi quindi senza intermediari al consumatore finale utilizzando punti vendita propri, o vendendo via web o catalogo, oppure se convenga adottare un canale indiretto, nel quale operano uno o più intermediari. Il canale distributivo della moda islamica è suddiviso in tre tipologie: esclusivo, selettivo e di massa. Si definisce “esclusiva” la rete che distribuisce un solo brand. Questo sarà presente, esclusivamente, nei negozi monomarca, nei corner nei grandi magazzini oppure mediante vendita a domicilio e a distanza tramite cataloghi o l’accesso a Internet. Con l’espressione “canale selettivo” s’indicano negozi multimarca che hanno l’esclusiva per alcuni brand, ma vendono anche articoli della concorrenza. In questi primi due casi, le aziende adottano una politica pull2, cioè chiedono ai clienti di recarsi in determinanti punti vendita, mentre il terzo canale, “di massa”, attua una politica detta push3, mediante la quale il brand cerca di essere presente nel maggior numero possibile di punti vendita. Per il canale esclusivo la vendita viene effettuata nei negozi, per corrispondenza e a domicilio. L’apertura delle boutique monomarca, che appartengono al produttore o al franchise, cioè la concessione esclusiva ad altre imprese indipendenti di un marchio per la vendita di prodotti, dipende dal potere d’acquisto dei consumatori. Se è il canale prediletto dai brand di lusso, viene scelto anche da marche che non lo sono come Mango e Zara, presenti in Marocco e Tunisia, oppure H&M, presente in Egitto. La seconda possibilità è rappresentata dai corner o shop in shop all’interno dei grandi magazzini in cui 125


una zona è riservata a un determinato brand. Nei paesi islamici, i department store sono sempre più numerosi e desiderosi di avere all’interno brand stranieri di abbigliamento, ma anche di profumi e cosmetici. L’apertura dei grandi magazzini locali e stranieri hanno decisamente contribuito alla diffusione di questo tipo di distribuzione, che consente ai brand di essere presenti in un contesto proficuo con un investimento contenuto. Il più grande centro commerciale del continente africano e del bacino del Mediterraneo è il Morocco Mall4 (Fig. 39 - 40) situato presso la periferia di Casablanca, in Marocco. Un’ulteriore possibilità offerta dal canale esclusivo è la vendita per corrispondenza. Essa è riservata ai brand più alla moda e generalmente avviene tramite la vendita da catalogo o via Internet. La vendita da catalogo è molto diffusa nei paesi islamici, soprattutto nei paesi del Golfo, dove le donne non possono recarsi da sole nei negozi. Così esse mandano un uomo con il catalogo su cui hanno segnato cosa intendono acquistare. Di solito i cataloghi hanno delle pagine staccabili con schede d’ordine su cui segnare il prodotto. Per quando riguarda la vendita tramite Internet (di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente) è una buona opportunità. Innanzitutto perché le aziende non devono investire per aprire dei punti vendita propri e di conseguenza destinare una percentuale dei guadagni agli importatori, distributori e ai dettaglianti. Nei paesi islamici il canale distributivo è in genere lungo, essendoci un maggior numero d’intermediari rispetto a quanto accade in Occidente. Spesso si deve passare da un importatore, poi da un grossista e infine da un retailer, il rivenditore. Poiché ogni 126


passaggio comporta percentuali non indifferenti, il prezzo finale sarà necessariamente elevato. Acquistando su Internet senza intermediari, il prezzo scende. Un’altra possibilità data dal canale esclusivo è la vendita a domicilio. Le opportunità in questo caso sono due: vendita privata e riunioni collettive. La prima viene attuata per i prodotti costosi per i quali ci si può permettere la visita a domicilio di un venditore. Viene praticata da tutte le marche di lusso perché consente di provare i vestiti in privato, senza doversi spostare o mandare qualcuno al negozio. Per quando riguarda le riunioni, hanno un duplice scopo: comunicare e vendere. Le aziende le preferiscono perché permettono di riunire più persone contemporaneamente. Anche nei paesi occidentali si diffonde la vendita a domicilio rivolta alle clienti musulmane. Il canale selettivo riguarda la vendita nei negozi multimarca, in cui i prodotti saranno esposti assieme ad altri, dello stesso tipo e livello. Quelli di lusso saranno messi in esposizione in posizioni adiacenti, prestando grande attenzione al posizionamento dei brand. Per quando riguarda la distribuzione di massa, i punti vendita sono rappresentati da ipermercati e supermercati, caratterizzati da un’ampia offerta di cosmetici o profumi, ma non abbigliamento. Il vantaggio di questi ultimi due canali è che non richiedono un investimento nei punti vendita, con i costi e i rischi che ne derivano. Lo svantaggio è che le marche non hanno il controllo sulle condizione in cui i prodotti vengono messi in vendita. 127


Fig. 39

Fig. 40 128


III.2. Gli eventi

Gli eventi di moda nei paesi del Nord Africa hanno sede nelle maggiori città come per esempio al Cairo, a Casablanca e a Tunisi. Essi rappresentano una leva di comunicazione che permette il contatto “diretto” (face to face) con il pubblico interno, i rivenditori e i consumatori o i semplici spettatori, trasmettendo in maniera innovativa, senza intermediazioni, i mondi di riferimento di un brand o di un soggetto promotore. L’organizzatore di eventi analizza la complessità di una marca o di un contesto di obiettivi prefissati, identifica un pubblico di riferimento, idea il concept dell’evento. Inoltre, esso identifica la location, verifica il budget, pianifica la logistica e coordina tutti gli aspetti tecnici e produttivi finalizzati alla sua realizzazione. L’organizzazione per eventi è considerata uno degli strumenti del marketing e della comunicazione interna ed esterna delle aziende di tutte le dimensioni. Dal lancio di un prodotto alle conferenze stampa, le aziende creano eventi promozionali per comunicare con il pubblico interno, con la rete vendita, con clienti attuali e potenziali, giornalisti o opinion leader. Alcune aziende tentano di raggiungere il proprio pubblico di riferimento ottimizzando l’utilizzo di mezzi d’informazione, al fine di generare copertura mediatica dell’evento che raggiungerà larghe fasce di consumatori. Altre invitano i consumatori alle proprie manifestazioni per far entrare in contatto l’utente finale con la marca. 129


Tra gli eventi che ricevono la più grande attenzione da parte dei media, ci sono certamente le sfilate. Quest’ultime sono organizzate, generalmente, durante le settimane della moda5. Il ruolo delle sfilate è di coinvolgere alcuni dei migliori clienti con una comunicazione d’impatto e, infine, quello di veicolare un messaggio forte verso la stampa. Le sfilate sono performance organizzate da uno stilista per mostrare le proprie collezioni di abbigliamento. In una tradizionale sfilata, i modelli sono presentati sulla passerella, indossando gli abiti creati dallo stilista. Occasionalmente esse sono organizzate come delle installazioni, dove i modelli sono fermi e in posa in un ambiente precostruito. L’ordine con il quale i modelli escono indossando uno specifico abito è generalmente pianificato all’inizio, per dare maggiore risalto a un capo. Esistono due tipologie di sfilate: le sfilate d’immagine e sul punto vendita. Le sfilate d’immagine note come fashion show, sono realizzate nei centri consacrati del sistema moda mondiale come New York, Londra, Milano e Parigi, definite le big four. Inoltre dai primi anni duemila le settimane della moda si sono diffuse in diverse parti del mondo. Questa tipologia di sfilata è organizzata cinque o sei mesi prima della stagione di vendita e sono rivolte ai buyer dei distributori e alla stampa del settore. Ormai si tratta di manifestazioni trasformate in eventi mediatici con elevato ritorno d’immagine. Molti capi presentati in passerella hanno funzione d’immagine e non possono essere reperibili negli show room. Le sfilate sul punto vendita note come trunk show, sono una 130


vendita speciale in cui il pubblico è composto dalla clientela finale. L’obiettivo è, quindi, di raccogliere direttamente gli acquisti del consumatore finale sui capi pronti. Solitamente le piccole aziende preferiscono questa categoria per ottenere più acquisti. Negli ultimi anni le sfilate riscuotono successo nell’Africa settentrionale, esse sono organizzate nelle principali capitali della regione. Sia il fashion show e il trunk show sono programmate nei paesi arabi. Gli eventi dedicate al settore moda hanno avuto impulso recente, esse sono nate, soprattutto, nel primo decennio del duemila. Solo la fashion week in Egitto è nata alla fine degli anni novanta, precisamente nel 1996. Una caratteristica delle settimane della moda arabe include fashion show di designer internazionali e locali, sia quelli affermati sia artisti emergenti. Questi eventi, spesso, tendono a caratterizzare stili diversi. Inoltre, nell’area sono organizzati manifestazioni con protagonisti gli abiti tradizionali come, per esempio, il «Caftan Show» (Fig. 41), l’evento annuale che ha sede in Marocco. Un altro settore è coperto dalle fiere dedicate alla moda. La fiera è una manifestazione in cui si espongono dei prodotti al fine di poterli vendere. Le fiere possono essere suddivisi principalmente in due tipologie di manifestazioni: campionarie e popolari o expo: nelle campionarie sono presentati dei prodotti, specialmente a operatori del settore potenzialmente interessati alla loro commercializzazione. Queste fiere non sono generalmente aperte al pubblico e sono frequentati solo da esponenti aziendali 131


e membri della stampa; le fiere popolari sono intese come manifestazioni nelle quali vengono messi in vendita prodotti di varia natura e riservate agli acquirenti finali che le frequentano per acquistare a prezzi più bassi rispetto ai negozi tradizionali. La prima tipologia è organizzata dal settore moda. Le fiere rappresentano il momento per eccellenza tra gli operatori del settore ai vari stadi della filiera. Le manifestazioni fieristiche più importanti funzionano come strumento di promozione verso il consumatore finale. Nel campo della moda le fiere dedicate al settore tessile sono importanti perché le aziende possono rimanere aggiornate sulle ultime tendenze grazie a numerosi workshop e conferenze. Durante queste manifestazioni viene dato un ampio spazio all’esposizione di articoli per il settore tessile e alle anteprime delle collezioni per le stagioni future. Le fiere dei filati e dei tessuti sono il luogo di sintesi di un processo di ricerca e sperimentazione dell’applicazione ai materiali, fibre filate, tessuti delle tendenze previste per la stagione. Alla fiera una parte del lavoro di orientamento e selezione è già stato fatto, i campioni di filati e tessuti presentati alle fiere già incorporano le tendenze riguardanti i colori e ai temi che le società di consulenza, che si occupano di previsioni delle tendenze moda, hanno individuato. La fiera presenta temi già abbastanza definiti e i filatori rendono pubbliche le informazioni, le idee, i risultati soggettivamente elaborati e tradotti concretamente in filati e tessuti nel lungo processo che si è svolto nei mesi precedenti. Anche nell’area nord africana, le fiere dedicate all’abbigliamento 132


e al tessile sono organizzate - come in Libia e in Egitto grazie al gruppo Pyramids Group - ogni anno. Esse sono intitolate “Fashion & textile� ed hanno come obiettivo la valorizzazione del panorama del settore moda locale. Nelle pagine successive saranno descritti i maggiori eventi dedicate al settore moda che si svolgono nell’area nord africana. Nei paragrafi successivi, principalmente, saranno analizzate le fashion week e le manifestazioni fieristiche attraverso delle schede descrittive.

Fig. 41 133


§ III.1. Marocco

Denominazione Sede

“Festimode Casablanca Fashion Week” Ex Cattedrale del Sacro Cuore - Boulevard Rachid, Casablanca Sito Web http://casablancafashionweek.com Periodo Evento annuale che, solitamente, si svolge nel mese di ottobre Settori merceologici Prêt-à-Porter donna; Prêt-à-Porter uomo; gioielli Stilisti partecipanti Noureddine Amir, Said Mahrouf, Fadila el Gadi, Ghitta Laskrouif, Paolo Errico; Gli stilisti emergenti: Ahmed Taoukifi, Ghitta Laskrouif, Siham Sara Chraibi e Mehdi Khessouane; Notizie storico-cri- “Festimode Casablanca Fashion Week” (FCFW) è la tiche prima piattaforma della moda marocchina. Essa ha avuto inizio nel 2006. I fondatori della FCFW sono Jamal Abdennassar e Bechar El Mahfoudi. Fino al 2010 la kermesse ha adottato il format della passerella collettiva durante uno special one night. Nelle successive edizioni apre con la formula delle sfilate serali distribuite su tre giornate. Nella settima edizione (Fig. 42), la “Festimode Casablanca Fashion Week” assume una dimensione internazionale accogliendo, oltre agli stilisti marocchini, anche i designer provenienti dall’intera area mediterranea. La Fashion Week di Casablanca si conferma uno tra i maggiori propulsori per lo sviluppo del settore creativo del Marocco e un importante vettore per la diffusione internazionale dell’immagine moderna del Paese. Questa iniziativa è sostenuta da due importanti istituzioni: il Consiglio Culturale dell’Unione per il Mediterraneo e l’istituto del Mondo Arabo.

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Denominazione Sede Sito Web Periodo

“Caftan Show” Palazzo dei Congressi, Marrakesh http://www.caftanshow.com Evento annuale che si svolge, solitamente, nel mese di maggio Settori merceologici Caftan Haute Couture Stilisti partecipanti Kacem Sahl Dar Oum Al Ghait, Siham El Habti, Amina Bousayri, Romeo, Meryem Boussikouk, Meriem Benamor, Raouh Abdelhanine, El BatoulCain Allah, Meriem Belkhayat Lahoucine Aït Lmahdi e Simohamed Lakhder; Gli stilisti emergenti: Safae Ibrahimi e Kenza Benaboud Notizie storico-cri- Il “Caftan Show” è l’evento più importante della tiche moda marocchina. La sua prima edizione risale nel 1996. L’evento ha una fama nazionale e internazionale, dedicata al caftan, il tradizionale abito femminile marocchino. Ogni anno il “Caftan Show” ha un tema designato e nell’edizione avvenuta nel 2012, ha reso omaggio a Ibn Battouta, un noto esploratore e viaggiatore berbero del IV secolo. Mentre nell’edizione del 2013 il tema intitolato “le donne della leggenda” (Fig. 43) rende omaggio ai grandi personaggi femminili della storia come Nefertiti, Marylin Monroe, Maria Antonietta, Coco Chanel e Frida Kahlo. Inoltre il “Caftan Show” sostiene bambini con problemi cardiaci attraverso l’associazione “Les bonnes oeuvres du coeur” e mira a migliorare le condizioni scolastiche dei bambini che vivono nelle aree rurali del Marocco attraverso l’associazione “Juste pour eux”.

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Denominazione Sede Sito Web Periodo Settori merceologici

“Fashion Days Maroc” Four Seasons Hotel, Marrakesh http://www.fashiondaymaroc.com Evento annuale Caftan prêt à Porter donna, Caftan Haute Couture donna, gioielli Stilisti partecipanti Afifa Benmoussa, Mouna Benmakhlouf, Aziza Belhayat, Nabil Dahani, Christophe Guillarmé, Najia Abadi, Fadilah Berrada, Najia Benjelloum, Fazia Dejebbari, Nihama El Menjira, Hanane Bennani, Nisrine Talal Dembri, Karimi Tassi, Noureddine Amir, Khadija El Houjouji, Patrick Boffa, Maha Iraki, Said Saiss, Meriem Belkhaya, Samira el Mhaidi, Mérieme Lahlou e Yahya Al Bishri Notizie storico-cri- “Fashion Days Maroc” (FDM) è un evento di moda, tiche lanciato nel 2009. L’evento supporta lo sviluppo del settore e sostiene i giovani designer, evidenziando dell’artigianato marocchino e culturale. Il presidente della manifestazione è Najia Abadi che nel 2005 ha fondato e la Fédération de La Couture Traditionelle Marocaine. Il tema della quinta edizione, avvenuta nel giugno del 2013 (Fig. 44), è “Il colore del Marocco” parla della cultura araba, berbera e occidentale del Marocco di oggi.

Denominazione Sede Sito Web Periodo

“Maroc in Mode” Centro delle esposizione del Office des Changes, Casablanca http://www.marocinmode.ma Evento annuale che, solitamente si svolge nel mese di ottobre 136


Settori merceologici

Prêt à porter uomo, donna, bambino; baby wear; demin wear; beach wear; tessuti eco-sostenibile certificati da GOTS Notizie storico-criti- “Maroc in Mode” (Fig. 45) è una fiera tessile. La che manifestazione è nata nel 2003. Nella decima edizione ha visto la partecipazione di 150 espositori internazionali provenienti, principalmente, dalla Turchia, dalla Francia, dalla Spagna e dal Portogallo. L’organizzatore della manifestazione è il gruppo “Amith - Associazione Marocchina degli industriali del Tessile e dell’abbigliamento”.

Fig. 42

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Fig. 43

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Fig. 44

Fig. 45

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§ III.2. Algeria

Denominazione Sede Sito Web Periodo Settori merceologici Notizie che

“Alger Fashion” Safex Fair Centre, Algeri http://www.algerfashionfair.com Evento annuale Pret à Porter uomo, donna, bambino; biancheria intima, sport wear e accessori; storico-criti- “Alger Fashion” è un evento importante del settore moda del paese. La fiera è organizzata da “Meridyen Organization International Fair”, una società turca. La società, nata nel 1998, è specializzata in settori come la moda, tessile, mobili, cosmetici, macchinari, utensili, tessuti per la casa, pelletteria e calzature. “Meridyen” ha organizzato 520 manifestazioni conseguendo successo.

§ III.3. Tunisia

Denominazione Sede Sito Web Periodo Settori merceologici

“Le Festival de la Mode” Hotel Le Palace Gammarth, Gammarth http://www.festivaldelamode.com Evento annuale che, solitamente, si svolge nel mese di aprile Pret à Porter donna, uomo, beachwear e accessori

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Stilisti partecipanti

Elghanja Hanen Hidhri Chamek, Karima Bel HadJ, Boutheina Bouraoui, Dalenda Mestiri, Nabilia Jelassi, Faouzi Naouar, Hend Belmajdoub e Celine Perterman. Gli stilisti emergenti: Saiefeddine Laaouiti, Lamia Tamouldi Borni, Nada Ben Salah, Raoudha Bel Hadj, Haaliy Hans, By Nour, Hichem Naffati Notizie storico-criti- “Le Festival de la Mode” (Fig. 46) è un evento che del settore moda. La prima edizione dell’evento si è svolta nell’aprile del 2013. “Le Festival de la Mode” è stato voluto da Samir Ben Abdallah, Presidente della camera produttori nazionali di lingerie (CSNFL) e dalla Fenatex (Federazione Nazionale del Tessile Tunisino). L’obiettivo è quello di valorizzare gli stilisti del paese, insieme alle competenze delle aziende tunisine della confezione. Al festival, ha partecipato Antonio Franceschini, responsabile nazionale di Cna Federmoda, dal punto di vista di un rilancio del dialogo euromediterraneo nel tessile - abbigliamento. La stilista Seyf Dean Laaouiti ha ricevuto il premio per il miglior creatore con delle silhouette ultrafemminili, magnificate da tecniche di taglio. Mentre il giovane Raoudha Bel Haj ha ottenuto il secondo premio con una collezione ispirata alle lingerie.

Denominazione Sede Sito Web Periodo Settori merceologici

“Tunis Fashion Week” Acropolium de Carthage, Carthage http://www.fashionweektunis.com Evento annuale Pret à porter donna, uomo e accessori

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Stilisti partecipanti

Natalie De Konning, Nedra Chachoua, Amine Ben Driouich, Veronique Angels, Sarah Sakri, Bruno Pieters, Frères Gharbi, Hassan Hajjaj, Nini Gollong, Mario Schwab, Bernard Delettrez, Soucha Mhiligue, Rayhana, Rabia Vescovacci, Mouna Ben Braham Cherif, Ahmed Talfit, Haythem Bouhamed, Ali Karoui, Amel Essghir, Feten Ben Amman Notizie storico-criti- La “Tunis Fashion Week” (TFW) ha come obbiettivo promuovere il settore tessile e ll’abbigliamenche to del paese sia a livello locale che internazionale. La prima edizione è stata lanciata nel mese di giugno del 2009.

Fig. 46

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§ III.4. Libia

Denominazione Sede Sito Web Periodo Settori merceologici Notizie che

“Libya Fashion & Tex” Tripoli International Fairground ,Tripoli http://www.libyafashiontex.com Evento annuale Pret à Porter uomo, donna, intimo, sportswear e accessori storico-criti- “Libya Fashion & Tex” è una fiera dedicato al settore moda. La manifestazione è stata fondata dal “Pyramids Group”, azienda avviata al Cairo nel 1993. La fiera “Fashion & Tex” è, inoltre, organizzata in Iraq, Egitto, Libia, Arabia Saudita e Paesi Bassi.

§ III.5. Egitto

Denominazione Sede Sito Web Periodo

“Cairo Fashion Week” Il Cairo http://www.cairofashionweek.com Evento che si svolge due volte all’anno per la stagione Autunno/inverno e Primavera/estate Settori merceologici Pret à porter donna, uomo e accessori Stilisti partecipanti Dato non reperibile Notizie storico-cri- Il “Cairo Fashion Week” (CFW) è uno degli eventi tiche di moda più importanti del paese. La prima edizione della settimana della moda è iniziata nel 1997.

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Il “Cairo Fashion Week” organizzata da “Media Hatem Salem Comunication Grups”.

Denominazione Sede Sito Web Periodo Settori merceologici Stilisti partecipanti

“Cairo Fashion Festival” Heliopolis, Il Cairo https://www.facebook.com/CairoFashionFestival Evento annuale Pret à Porter donna, uomo e accessori Deana Shaaban, Yasmine El-Said, Şirin Arafa, Amany El Cherif, Sara Hegazy e Nesma Helmy Notizie storico-cri- Il “Cairo Fashion Festival” (CFF) (Fig. 47) è un tiche evento di moda creato per promuovere i fashion designer internazionali ed emergenti della moda locale. La prima edizione è stata lanciata nel 2012. La seconda edizione del “Cairo Fashion Festival” apre le sue porte a musicisti, danzatori e a spettacoli circensi. . L’evento è stato diviso in due parti: la mattina dedicato all’intrattenimento per famiglie e bambini e nel pomeriggio dedicato alla moda. La settimana della moda è organizzata dal “Bashayer Events”, fondata nel 2012.

Denominazione Sede

“Cairo Fashion & Tex” Cairo International Conference Centre (CICC), Il Cairo Sito Web http://www.cairofashiontex.com Periodo Evento che si svolge due volte all’anno per la stagione Autunno/inverno e Primavera/estate Settori merceologici Pret à porter donna, uomo, sportswear, lingerie e accessori 144


Notizie storico-cri- Il “Cairo Fashion & Tex” (Fig. 48) è l’unica fiera tiche internazionale del paese specializzata in filati, tessile, abbigliamento e accessori. L’evento è giunto alla 53° edizione. La prima edizione della manifestazione risale al 1993. L’evento è un evento approvato dall’UFI (Associazione mondiale dell’industria delle Esposizioni). Tutte le mostre sono sotto l’egida del Ministero egiziano del Commercio e dell’Industria e delle camere industriali. La kermesse egiziana raccoglie circa 260 espositori spalmati su una vasta area da 12.000 m² a 15000 m² a CICC (Il Cairo Internazionale Conferenze Center) L’evento è organizzato da “Pyramids Group”.

Fig. 47

Fig. 48

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Note al terzo capitolo

Lampugnani, Agostino, Della carrozza da nolo, overo Del vestire, et usanze alla moda Libri due, Milano, Ludovico, Monza, 1648 2 La strategia pull si riferisce a processi che partono dal mercato e vanno verso l’azienda: la domanda chiede un’offerta e la “tira” fuori dall’azienda. Più correttamente, il mercato si fa promotore delle esigenze che spingono l’azienda alla realizzazione di una determinata offerta che si configura come risposta all’azione pull della domanda. Questo tipo di strategia ovviamente richiede sforzi finanziari più elevati, ma ha anche l’effetto di neutralizzare il potere contrattuale di distributori. 3 La strategia push si riferisce allo sviluppo di processi che partono dall’azienda e vanno verso il mercato: l’azienda inventa, realizza e propone un’offerta destinata a trovare acquirenti. L’offerta è quindi spinta dall’azienda. 4 . Il Morocco Mall è un grande centro commerciale aperto il 1 dicembre 2011. Il Centro, che occupa una superficie di 250.000 m², dispone di più di 200 negozi di marchi di lusso, un ipermercato, ristoranti, un acquario e il primo cinema Imax 3D del Marocco. Il Morocco Mall è il più grande centro commerciale del continente africano e il terzo più grande al mondo. Esso ha un enorme acquario intitolato “Aquadream”, che contiene più di quaranta specie diverse di pesci. 5 La prima Settimana della moda si tenne a New York nel 1943, all’epoca chiamata Settimana della stampa. L’evento fu organizzato per distogliere l’attenzione dalla moda francese durante la Seconda guerra mondiale, dato che gli addetti ai lavori non erano in grado di recarsi a Parigi per vedere le nuove collezioni di moda francese. La pubblicista Eleanor Lambert (1903 –2003) organizzò un evento, che battezzò “Press Week” (Settimana della stampa) per mostrare il lavoro e le nuove collezioni degli stilisti americani ai giornalisti. La settimana della stampa fu un successo, e le riviste di moda come «Vogue», che in precedenza si erano principalmente concentrate sulla moda francese, iniziarono a prestare maggiore attenzione alla moda americana. Finita la guerra, l’iniziativa di New York fu adottata dalle altre capitali della moda come Parigi, Londra e Milano. 1

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Cap. IV. Collezione di moda: North Africa

Il progetto creativo della tesi, che analizza il sistema moda dell’area nord africana, si esprime nella presentazione di una mini collezione di abiti, ispirata alla cultura araba. Il processo di costruzione di una collezione può essere diviso, principalmente, in sette fasi: • collezione;

definizione del posizionamento della linea o

analisi delle tendenze;

selezione dei tessuti e delle proposte cromatiche;

ideazione delle linee guida della collezione;

• creativa;

sviluppo della collezione e dell’intera proposta

• sviluppo delle schede tecniche e delle prove di lavorazione; •

prototipazione.

Il posizionamento della collezione è definito dalla linea in cui la collezione è inserita. Tale processo riguarda la collocazione del prodotto all’interno di un sistema ben definito di percezioni del target selezionato. Una volta stabilito il posizionamento della linea e della collezione, la definizione vera e propria dei 148


contenuti della collezione inizia con l’analisi delle tendenze. L’attività di analisi delle tendenze è una sorta di black box di cui è difficile descrivere in modo sistematico il funzionamento. Le competenze e le figure professionali che intervengono in questa fase sono però ben definite: stilisti, consulenti di stile, analisti di tendenze socio-culturali, cool-hunters e la stampa specializzata. I progetti creativi degli stilisti e degli uffici stile interni alle imprese, si formano dalle informazioni fornite da servizi specializzati che si possono suddividere in due aree tipologiche: le manifestazioni fieristiche della moda, di cui si è trattato nel capitolo precedente, e i servizi di analisi e previsione delle tendenze. Una fase importante del processo di analisi delle tendenze riguarda la definizione dei trend. L’analisi dei trend è un ulteriore strumento di ricerca che si basa sull’identificazione di fenomeni, non direttamente collegati alla moda, che permette di mettere a fuoco le maggiori tendenze di carattere sociale, culturale, economico in atto nella società. I trend di consumo sono quelli di maggiore interesse, in quanto dovrebbero permettere di prevedere i futuri comportamenti dei consumatori. Il lavoro di analisi delle tendenze si svolge all’inizio della progettazione della collezione per la nuova stagione. La fase vera e propria di costruzione della collezione ha avvio dopo la prima raccolta e analisi delle informazioni sulle tendenze e della ricerca di tessuti e materiali. La fase di progettazione di una nuova collezione si avvia all’incirca al momento in cui si è conclusa la campagna vendite della corrispondente collezione dell’anno precedente. Al momento dell’avvio della collezione 149


sono quindi note:

• le informazioni riguardo al successo/insuccesso di sell-in (vendita ai rivenditori) della collezione e dei singoli capi per temi, modelli, tessuti e varianti; • le prime indicazioni riguardo all’avvio di stagione per quanto riguarda il sell-out (vendita al consumatore finale) dei capi.

Dopo la fase della ricerca delle tendenze prende avvio la fase di disegno con la realizzazione dei bozzetti guida, ricerca dei tessuti e la definizione dei colori. Il processo di sviluppo del prodotto prende avvio dalla fase di disegno e sviluppo delle collezioni stagionali. Così, definiti i modelli e i relativi tessuti e accessori e predisposti i disegni tecnici, ha inizio la trasposizione delle idee in prodotti. Il prototipo o capo campione è realizzato partendo dal cartamodello, nel tessuto definitivo oppure in un tessuto più economico. Il prototipo è predisposto nella taglia base (quella del campionario), indossato, esaminato, sottoposto a tutte le correzioni necessarie. La collezione di moda che sarà presentata nelle pagine successive è ispirata alla cultura araba, e precisamente ai cinque Stati africani che si affacciano sul mediterraneo: Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto. Infatti, il suo titolo è “North Africa”. 150


L’identità stilistica della collezione è legata a un’atmosfera “etnica” che ha precisi riferimenti al mondo arabo – nord africano. I codici stilistici utilizzati per rappresentare tale identità sono i motivi geometrici utilizzati nell’architettura islamica, gli abiti tradizionali arabi e l’utilizzo della scrittura araba come motivo ornamentale. “North Africa” è una collezione di moda rivolta ad un segmento di mercato di pret-a-porter di fascia alta, caratterizzata da un elevato contenuto stile e da una fascia prezzo condizionata dalla particolarità del design e delle lavorazioni fortemente personalizzate. Essa è rivolta alle donne di oggi, contemporanei, alle viaggiatrici infaticabili, sempre alla ricerca di novità e che amano conoscere nuove culture, usi e costumi di altri Paesi. La collezione rappresenta una donna cosciente delle proprie radici ma pronta al cambiamento. Allure desertica e ricordi di Marrakech sono l’ispirazione di una collezione pensata per moderne globe - trotter. Donne esotiche, che vivono in una dimensione urbana. Essa esprime un misticismo di fondo proprio della cultura araba. Dal secolo IX il pensiero mistico divenne una parte significativa, anche se non dominante, dell’etica musulmana. Il contrasto mistico tra interiore (bāṭin) ed esteriore (ẓāhir), tra apparenza e illusione, tra realtà fisica e verità metafisica, utilizzava tutte categorie appropriate alla comprensione di molti aspetti visive dell’arte islamica. La collezione è composta da dieci capi basici formati da cappotti, cappe, giacche abbinate a gonne e a pantaloni e, infine, da abiti 151


corti da giorni e lunghi, da sera. Comune denominatore sono le decorazioni o le lavorazioni dei tessuti fortemente caratterizzate secondo l’ispirazione al tema di collezione. Le forme sono dritte e morbidi. I pantaloni larghi e le gonne a portafoglio. I capi sono impreziositi da morbidi drappeggi, da tessuti sovrapposti, da ricami in gusto etnico e da pieghe. La collezione “North Africa” è divisa da due temi principali: • islamic art, che s’ispira all’arte islamica e ai disegni geometrici impiegati negli edifici; •

ethnic arab, che s’ispira alle vaste dune del

deserto.

Nei paragrafi successivi saranno analizzate le due tendenze che danno forma alla collezione di moda rivolta all’universo femminile, entrambi preceduti dal mood board (il tabellone delle tendenze). Esso è solitamente una serie d’immagini unite tra di loro come in un collage che serve ai designer o ai progettisti a mostrare in un formato visivo un progetto e i concept a esso correlato.

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Tavola 1

Mood board della collezione “North Africa”


§ IV.1. Islamic Art

La prima tendenza della collezione è intitolata “Islamic Art” prende spunto dell’arte islamica nell’area nord africana. In questa collezione l’arte islamica viene sviluppata con il motivo arabesco come stile ornamentale, stilizzazione di forme vegetali e soprattutto rappresentativo di temi geometrici. Nel libro sacro il Corano è vietato adorare idoli che rappresentino l’immagine della divinità. Per estensione, non ci sono rappresentazioni figurative di creature viventi associate alla narrazione religiosa nelle moschee o in altri luoghi di culto. Alla fine, questa attitudine ha portato allo sviluppo di modelli di espressione astratta come il disegno geometrico, la decorazione e l’arte calligrafia. Nell’Islam la geometria è stata usata in ogni sua possibile applicazione. L’unica restrizione è l’impossibilità tecnica. La geometria è sia il mezzo che il fine della creazione artistica ed è utilizzata sia per evocare associazioni mentali che per spiegare concetti del tutto astratti e matematici come l’infinito. Una delle caratteristiche principali dell’architettura nord africana, soprattutto nel Maghreb, sono le piastrelle in terracotta ricoperti di smalto, chiamati zilij. Esse sono costituite da mosaici con motivi geometrici realizzati in ceramica usata principalmente come ornamento per pareti, soffitti, pavimenti, fontane e piscine. L’arte dello zilij fiorì nel periodo ispano – moresco sviluppato nel XIV secolo. In Spagna, quest’arte prende il nome di Azulejo. La forma più attuale dello zilij è un quadrato le cui dimensioni sono variabili. Altre forme possibili nella composizione sono: 154


l’ottagonale, la stella e la croce. Per la scelta del motivo geometrico che impreziosisce gli abiti, si è privilegiata una stella geometrica a quattro punte che viene ripetuta su alcune parti dei capi. Il disegno è realizzato con la tecnica della sovrapposizione di tessuti. La stella, sulle punte, è arricchita da paillettes che ci conducono verso il lusso orientale, mai del tutto sopito. Una fase decisiva è importante per lo sviluppo della tendenza “Islamic Art” è rappresentata dalla scelta della paletta colori. Infatti, progettando una collezione di abbigliamento la scelta della cartella colori è contemporanea della nascita del mood. Per la realizzazione di questa tendenza la paletta colore scelta fa riferimento alle tonalità di colori maggiormente utilizzati nell’arte islamica che richiamano i contrasti di paesaggi e di profumi che arricchiscono l’area nord africana. La cartella colori scelta è composta dall’avorio, dal grigio, dal blu majorelle, dal verde acqua, dall’ametista e dal lilla. I capi proposti sono realizzati in tessuti morbidi ed eleganti, quali la seta, lo chiffon e il taffettà e impreziositi da paillettes. Una caratteristica di questo tema è l’utilizzo dello chiffon che arricchisce gli abiti attraverso il drappeggio nei fianchi o nelle maniche con la funzione di rimodellare la silhouette femminile. Il collage d’immagini, riproposte nella pagina accanto, rappresenta i moodboard della tendenza decritta e la corrispettiva paletta colori. Inoltre, nelle pagine successive vi proponiamo i figurini di questa tendenza e il prototipo del capo proposto. 155


Tavola 2

Mood board della tendenza “Islamic Art�, le parole chiave sono: geometric motifs, soft forms e oriental luxury


Tavola 3

Paletta colori


Tavola 4

Cappotto con maniche larghe e drappeggiate, colletto alto e nella parte anteriore decorato con tessuti sovrapposti e paillettes.


Tavola 5

Cappa con chiusura laterale, decorata da paillettes. Pantaloni larghi con tasche decorate


Tavola 6

Giacca a maniche a tre quarti e le tasche sono decorate dal motivo ornamentale. Nei lati della giacca il tessuto è drappeggiato. Gonna a portafoglio.


Tavola 7

Abitino corto con bretelle a V, decorato nella parte anteriore dal motivo geometrico. Nei fianchi il tessuto è drappeggiato.


Tavola 8

Abito lungo, con motivo ornamentale nella parte anteriore – superiore.


Tavola 9

Capo realizzato con tessuti di taffetĂ , seta, chiffon e paillettes.


Tavola 10

Lato frontale.


Tavola 11

Particolare dell’abito corto, decorato dal motivo geometrico con tessuti sovrapposti, è ricamato da paillettes. Le bretelle sono a V. I fianchi sono drappeggiati.


Tavola 12

Lato dietro


Tavola 13

Particolare lato dietro. Le bretelle sono ad incrocio.


§ IV.2. Ethnic Arab

La seconda tendenza della collezione è intitolata “Ethnic Arab” e s’ispira alle atmosfere magiche che la regione nord africana dona. Lo stile rappresentato in questa collezione può essere definito “etno – chic”, una fusione tra la modernità occidentale e la tradizione araba. L’abito etnico può essere identificato come costume nazionale. Il rapporto tra la moda ed etnico si sviluppa all’incirca alla metà degli anni Ottanta, quando la moda griffata si afferma all’interno delle società del consumo di massa e raggiunge il suo apice alla fine del secolo XX. Un tocco etnico nell’abbigliamento può ridursi anche a una citazione, o riferirsi all’idea di artigianalità, o di stile campagnolo e rustico. In questo tema il tocco etnico è dato dall’utilizzo della scrittura araba come motivo ornamentale. Le frasi in arabo inserite negli abiti sono proverbi arabi. L’arte calligrafica araba è l’arte di scrivere in maniera codificata ed esteticamente ricercata usando l’alfabeto arabo o alfabeti di sua derivazione (persiano, turco ecc.). La calligrafia araba è strettamente collegata con l’arte geometrica islamica. I disegni sulle mura e sulle pareti delle moschee trovano corrispondenza con quelli sulle pagine. Gli artisti contemporanei del mondo islamico sfruttano tuttora l’eredità dell’arte calligrafica per inserire iscrizioni o figure astratte nelle loro opere. In passato, la calligrafia è considerata l’arte sacra per eccellenza e richiede all’amanuense di comporre sotto una diretta ispirazione divina. Essa è, quindi, un’arte sviluppata soprattutto nell’ambito del Sufismo, dove il calligrafo, 169


oltre agli insegnamenti tecnici, formali e artistici, segue anche una disciplina interiore sotto la guida di un maestro Sufi. Un altro tocco etnico nella tendenza “Ethnic Arab” è dato da forme che richiamano gli abiti tradizionali arabi come per esempio ai caftan marocchini con la caratteristica di scollo a V e maniche larghe. Inoltre, questa tendenza s’ispira alle meravigliose dune di deserto che rendono quest’area caratteristica e soprattutto, ancora più mistica. Infatti, un proverbio arabo dice: «Dio ha creato terre coperte di acque perché l’uomo ci abitasse; poi ha creato il deserto, perché l’uomo vi trovasse la sua anima». Anche per la realizzazione di questa tendenza la scelta della paletta colori fa riferimento alle sfumature dei colori che il deserto del Sahara ci propone, in modo da sintonizzarsi con la natura. La cartella colori scelta è composta dal verde oliva, dall’oro, dal mandarino, dal marrone, dal glicine e dal bordeaux. I capi finiti sono realizzati in tessuti pesanti e leggeri quali la lana, il cotone e ornati da frange. Il taglio degli abiti altre ad avere un’ispirazione tradizionale sono caratterizzate dalla presenza di pieghe che arricchiscono i capi. Il collage d’immagini, proposte nella pagina accanto, rappresenta i mood board della tendenza decritta e la corrispettiva paletta colori. Inoltre, nelle pagine successive vi proponiamo i figurini di questa tendenza e il prototipo del capo proposto.

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Tavola 14

Mood board della tendenza “Ethinic Arab�, le parole chiave sono: Misterious woman, Safari e Ethinic oriental.


Tavola 15

Paletta colori


Tavola 16

Cappotto con maniche ornata da frange. Nella parte anteriore è ricamato con proverbi arabi.


Tavola 17

Cappa decorata da pieghe. Pantaloni con punti di ricamo


Tavola 18

Giacca con maniche a tre quarti e larghe ornati da frange. Gonna lunga con punti di ricamo.


Tavola 19

Abito corto ricamato con proverbi arabi e ornato da frange. Gonna a pieghe.


Tavola 20

Abito lungo ricamato nella parte anteriore.


Tavola 21

Capo realizzato con tessuto di lana, decorata da punti di ricamo.


Tavola 22

Lato frontale


Tavola 23

Cappotto con scollo a pieghe e cintura in vita.


Tavola 24

Particolare del cappotto, ricamato da proverbi in lingua araba.


Tavola 25

Lato dietro


Note al capitolo quarto

L’espressione cool-hunting ha cominciato a emergere negli Stati Uniti nella prima metà degli anni Novanta, per definire una specifica tecnica di ricerche di mercato, focalizzata sui comportamenti di consumo dei teenager. Il cool-hunting ha conosciuto uno straordinario successo di mercato per un decennio, come effetto, soprattutto nel mondo anglosassone, della difficolta da parte delle imprese di interpretare i comportamenti di consumo della nuova generazione. Oggi il cool-hunter è soprattutto un punto di raccolta d’informazioni che gli analisti delle tendenze elaborano e sistematizzano con gli strumenti dell’analisi sociologica e antropologica, e semiologica. È tipicamente un lavoratore indipendente e part-time, legato a un contratto di collaborazione con una società specializzata nell’analisi delle tendenze. 2 L’espressione arte islamica comprende le arti prodotte dall’Egira (nel 622 d.C. dell’era cristiana) che hanno vissuto in territori culturalmente legati alla religione dell’Islam. Essa riguarda ambiti vari, dall’architettura alla calligrafia, dalla pittura all’arte ceramica. L’arte islamica è, quindi, anche quella prodotta da ebrei, cristiani, o seguaci di altre religioni e a loro destinata nel momento in cui essa è realizzata all’interno dei confini del mondo islamico. Inizialmente l’arte islamica si è ispirata a quella bizantina, a quella romana, a quella paleocristiana, a quella persiana e a quella cinese. Può essere suddivisa in vari periodi storici: il periodo iniziale è detto degli Omayyadi (660-750); quello medio degli Abbasidi e quello della dinastia dei turchi Selgiuchidi (1100); quello dei Safavidi (1600) e, infine, quello della rinascita dell’arte sotto gli Ottomani. 1

Il sufismo o tasāwwuf è la forma di ricerca mistica tipica della cultura islamica. Il sufismo viene a volte definito come l’unione antica del cristianesimo e del neoplatonismo che diede vita a una forma di ricerca interiore. Il sufismo è una disciplina che riguarda la conoscenza diretta di Dio; le sue dottrine e i suoi metodi sono derivati principalmente dal Corano. Il termine arabo “tasāwwuf” deriverebbe dalla parola “lana”, in arabo “suf”, con cui erano intessuti gli umili panni dei primi mistici musulmani che per questo furono chiamati “sufi”.

3

184


Apparati


Indice delle illustrazioni

Fig. 1 Fig. 2 Fig. 3 Fig. 4 Fig. 5

Fig. 6 Fig. 7 Fig. 8 Fig. 9 Fig. 10 Fig. 11 Fig. 12 Fig. 13 Fig. 14 Fig. 15 Fig. 16

Fig. 17

Hattat Eziz Efendi, Sure Al Fatiha from a Qur’an manuscrpt, 1871 - 1934. Musulmano sta pregando (Salah), vestito con gli abiti tradizionali e il volto rivolto verso La Mecca. La Ka‘ba, ricoperta dalla kiswa, in occasione del hajj. Cartina geografica dell’Africa Mediterranea. Un marocchino takchita decorato con ricami intorno all’apertura del collo. Esso è composto da una sopravveste Caftan e dal mansuriya, trasparente e aperto sul davanti, che serviva per proteggere il pregiato soprabito. Donna tunisina, indossa pantaloni larghi e una giacca riccamente decorata, 1900. Donna marocchina, indossa l’haik. Donna marocchina, indossa la djelleba con cappuccio, decorato con passamaneria. Laboratorio di un artigiano del suq delle shashia, Tunisi. Tuareg, indossa il turbante col volto velato dalla tagelmust. Muhammad VI, attuale re del Marocco. Abdelaziz Bouteflika, attuale Presidente dell’Algeria. Zine El Abidine Ben Ali, ex Presidente della Tunisia. Muʿammar el-Gheddāfī, ex guida e comandante della Libia. Ḥosnī Mubārak, ex. Presidente dell’Egitto. Ragazza musulmana, indossa abiti occidentali e velo sul capo secondo una tendenza nota come hijab chic, Islam cool e muslim chic. Idem 188

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Fig. 18 Fig. 19 Fig. 20 Fig. 21 Fig. 22 Fig. 23 Fig. 24 Fig. 25 Fig. 26 Fig. 27 Fig. 28 Fig. 29 Fig. 30 Fig. 31 Fig. 32 Fig. 33 Fig. 34 Fig. 35 Fig. 36 Fig. 37 Fig. 38 Fig. 39

Dina Toki-o, fashion blogger, indossa abiti occidentali e velo sul capo. Copertina della rivista marocchina «Femmes du Maroc», Febbraio 2013. Idem, Nadia Larguet, Novembre 2009. Copertina della rivista marocchina «Lalla Fatema», 2012. Copertina della rivista marocchina «L’Officiel», Ottobre 2011. Idem, Dicembre 2012. Copertina della rivista algerina «Dzeriet», Lynda Mezit, 2011. Copertina della rivista tunisina «FFDesigner», Dicembre 2012. Idem, Dicembre 2013. Copertina della rivista saudita «Sayidaty», Shakira, Maggio 2011. Idem, Jennifer Aniston, Maggio 2008. Copertina della rivista egiziana «Enigma», Novembre 2012. Idem, Febbraio 2010. Copertina della rivista saudita «Pashion», 2008. Idem, Ottobre 2009. Logo del network televisivo Al jazeera, Qatar. Logo del programma televisivo «Zin & Zen», Marocco. Logo della fashion blogger marocchina Dina Toki-o. Logo della fashion blogger marocchina Sofia AlArab. Sofia Al-Arab, fashion blogger. Idem Marocco Mall, il centro commerciale si sviluppa su tre livelli. L’architettura innovativa, dalle linee fluide, è ispirata al mare e alle sue suggestioni.

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Fig. 40

Fig.41 Fig. 42 Fig. 43 Fig. 44 Fig. 45 Fig. 46 Fig. 47 Fig. 48

Aquadream, l’acquario è una delle numerose attrazioni del centro commerciale Marocco Mall, per la sua forma cilindrica. Batoul Cain Allah, Caftan show, Marocco, 2011. Manifesto “Festimode Casablanca Fashion Week”, settima edizione, Marocco,2012. Manifesto “Caftan show”, Femmes de legentes, Marocco,2013. Manifesto “Fashion days Maroc”, 2013. Logo “Maroc in Mode”, Marocco. Manifesto “Le festival de la mode”, Tunis, 2012. Logo “Cairo Fashion Festival”, Egitto. Logo “Cairo Fashion & Tex”, Egitto.

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Glossario dei termini

Abaya È un lungo camice nero, di tessuto leggero, che copre il corpo ad eccezione di volto, mani e piedi. In alcuni paesi, quali l’Arabia Saudita, è indossato dalle donne, mentre in Medio Oriente è utilizzato da entrambi i sessi.

Babbucce Tipologia di calzatura a punta ricurva, senza tallone.

Bark Un amuleto di metallo facciale sostenuto dal naso, può essere a forma di disco o tubo usato nel XIX secolo dalle donne egizie.

Bataniyaa Un tessuto rettangolare che copre la testa e il corpo simile all’haik. Esso è indossato dalle donne marocchine.

Burnus o Aslham Ampio mantello semicircolare con cappuccio, indossato da uomini e donne nel Maghreb. Un tempo esso era usato in molti paesi di lingua araba, ma negli ultimi tre secoli è indossato dalle persone benestanti dell’Algeria e del Marocco, restando in Tunisia e in Tripolitania come abito di funzionari indigeni.

Burqa Capo di abbigliamento femminile che copre il volto e il corpo, indossato dalle donne della penisola Arabica. Ve ne sono di due tipologie: con una finestrella che consente alla donna che lo indossa di vedere lasciando scoperti gli occhi e con una griglia che consente di vedere senza essere viste.

Caftan È una sopravveste lunga fino al polpaccio, con maniche lunghe e larghe, aperto sulla parte anteriore e fissato con corde, bottoni o passanti. Inol192


tre, può essere fermato in vita da una cintura. Realizzato in tessuti pregiati e riccamente elaborati con stampe o ricami. Essa è indossata, tradizionalmente, dalle donne marocchine.

Chador Indumento tradizionale iraniano simile a una mantella, indossato dalle donne quando devono comparire in pubblico. Si tratta di una stoffa semi circolare che ricopre il capo e le spalle, ma che lascia scoperto il viso, tenuto chiuso sotto il mento.

Deshdasheh o thobe Indumento maschile lungo fino alle caviglie con maniche e colletto simile alla djellaba.

D’fina Cappotto da donna marocchino simile al caftan.

Djellaba Tunica con o senza cappuccio indossata da uomini e donne nel Nord Africa o nella penisola Arabica. Inoltre, essa è indossata da molte tribù del deserto. L’abbigliamento completo prevede che ricopra, oltre ad una semplice camicia di tela, i serwal, pantaloni ampi sui fianchi e stretti sul fondo.

Gallebaya Indumento indossato dai beduini egiziani simile alla djellaba.

Gasabia Versione più stretta del burnus, indossata dalla classe operaia in Tunisia.

Haik Indumento indossato dalle donne nel Maghreb, realizzato con un pezzo di stoffa drappeggiata intorno al corpo.

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Harem pants Pantaloni larghi rastremati alla caviglia. Essi sono comunemente indossati con una gonna corta che copre la parte superiore dei pantaloni.

Hijab Indica qualsiasi tipo di velo che protegga o nasconda il volto di una donna.

Ihram Abito indossato dal pellegrino durante il pellegrinaggio alla Mecca. Esso consiste in due pezzi di stoffa non cucite di colore neutro.

Ijar In Algeria è il velo che copre la parte bassa del viso simile al lithman.

Izars Indumento drappeggiato intorno al corpo indossato dalle donne berbere nel Maghreb.

Kiswa Tessuto broccato di seta nera, intessuto da lamine d’oro che riproducono versetti del Corano e copre la Ka’ba della Mecca.

Khimar Mantello circolare che copre la testa con un foro all’altezza del viso.

Lithman Tessuto rettangolare che copre la parte bassa del viso.

Mandil Foulard indossato dalle donne in Egitto, può essere decorato con pompon.

Mansuriya Soprabito in tessuto leggero e trasparente, aperto nella parte anteriore. Esso serviva per proteggere il caftan. 194


Medemma o hizam Cintura o fascia indossata sul caftan.

Niqab Velo presente nella tradizione preislamica e in quella islamica, che copre l’intero corpo della donna compreso il volto, lasciando scoperti solo gli occhi. Esso si compone di due parti: la prima è formata da un fazzoletto di stoffa leggero e traspirante, che viene collocato sotto gli occhi a coprire naso e bocca, e legato sopra le orecchie, mentre la seconda parte è formata da un pezzo di stoffa molto più ampio del primo, che nasconde i capelli e buona parte del busto È utilizzato soprattutto nel Medio Oriente.

Qabbeh Pannello superiore dell’abito femminile ricamato o decorato con pietre.

Qalansuwah Copricapo egizio di feltro rosso.

Sedria o firmia Giubbotto corto senza maniche, abbottonato sul davanti. Esso è diffuso nel Nord Africa, inoltre può essere indossato sotto il caftan.

Selham Mantello ampio senza maniche con cappuccio simile al burnus. Esso è utilizzato dagli uomini della Tunisia e del Marocco.

Serwal o Shaval Pantaloni ampi fermati alla caviglia, indossati da uomini e donne.

Shayla Foulard corto o lungo, che copre i capelli ma non il viso. Esso è drappeggiato intorno alla testa, diffuso nel Medio Oriente.

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Shashia Copricapo maschile indossato da numerose popolazioni del mondo islamico, in particolare in Tunisia. Berretto a forma cilindrica e solitamente di colore rosso vermiglione, la shashia fu importata, dai Mori espulsi dall’Andalusia.

Takchita È composto di due pezzi d’indumenti: un’ampia tunica con maniche lunghe e come sopravveste il caftan, riccamente ricamato o decorato. Il takchita è indossato dalle donne in Marocco soprattutto per le celebrazioni, in particolare matrimoni.

Tagelmust Copricapo a tinta d’indaco, avvolta sul capo e sul viso dei Tuareg in modo da formare al contempo un turbante e un velo che copre il volto lasciando libera solo una fessura per gli occhi. La tagelmust è adatta al clima della regione, poiché ripara la testa dal sole e impedisce di respirare sabbia portata dal vento. Essa è tinta immergendola nell’indaco in polvere per la scarsità d’acqua nella regione e spesso la tinta finisce per aderire in modo permanente alla pelle del portatore. È da qui, deriva la denominazione “uomini blu” per riferirsi ai Tuareg.

Tarbush o fez Copricapo maschile di lana, spesso di colore rosso. Il fez viene confuso con la shashia. Il fez è rigido, conico e di forma sollevata, mentre la shashia è morbida e la sua forma aderisce alla sommità della testa.

Tulle-bi-Telli o Assuit Tessuto a maglia ricamato con strisce di metallo. Proprietà del tessuto è una grande elasticità, grazie alla sua maglia traforata, trattiene il calore e favorito per la sua capacità di drappeggio. Le sue origini risalgono all’Antico Egitto.

Turban Copricapo generalmente maschile realizzato avvolgendo la stoffa intorno alla testa. I Turbanti sono disponibili in molte forme, dimensioni e 196


colori, il tessuto non è più lungo di cinque metri. Yelek Abito lungo con ampia scollatura, stretto in vita da una cintura e spacchi laterali che lasciano intravedere i pantaloni larghi. Esso è indossato dalle danzatrici di Ghawazze in Egitto. Il termine Ghawazee vuol dire “zingara” e sta a indicare lo stile di danza di provenienza gitana e rurale.

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Schema di scrittura e trascrizione delle lettere arabe

Nome ’Alif Bā’ Tā’ Thā’ Jīm Ḥā’ Ḵha’ Dāl Ḏhal Rā’ Zā’ Sīn Shīn Ṣād Ḍād Ṭa’ Ẓa’ ‘Ayn Ghayn Fā’ Qāf Kāf Lām Mīn Nūn Hā’ Wāw

Isolata

Finale

‫ا‬ ‫ب‬ ‫ت‬ ‫ث‬ ‫ﺝ‬ ‫ﺡ‬ ‫ﺥ‬ ‫ﺩ‬ ‫ﺫ‬ ‫ر‬ ‫ز‬

‫ﺎ‬ ‫ﺐ‬ ‫ﺖ‬ ‫ﺚ‬ ‫ﺞ‬ ‫ﺢ‬ ‫ﺦ‬ ‫ﺩ‬ ‫ﺫ‬ ‫ر‬ ‫ز‬

‫س‬ ‫ش‬ ‫ص‬ ‫ض‬ ‫ط‬ ‫ظ‬ ‫ع‬ ‫غ‬ ‫ف‬ ‫ق‬ ‫ك‬ ‫ل‬ ‫م‬ ‫ن‬ ‫ه‬ ‫ﻭ‬

‫س‬ ‫ش‬ ‫ص‬ ‫ض‬ ‫ط‬ ‫ظ‬ ‫ﻊ‬ ‫ﻎ‬ ‫ف‬ ‫ق‬ ‫ك‬ ‫ل‬ ‫م‬ ‫ن‬ ‫ﻪ‬ ‫ﻭ‬

Trascrizione ’

198

Suono Occlusiva glottale

b

b

t

t

th

th inglese

j

j francese

h aspirata

kh

J spagnola

d

d

dh

th inglese

r

r

z

s sonora

s

s sorda

sh

sc

enfatico della sīn

enfatico della dāl

enfatico della tā’

enfatico della ḏhal

suono faringale sonoro

gh

r francese

f

f

q

q uvulare

k

c dura

l

l

m

m

n

n

h

h inglese

w

u


Yā’

‫ي‬

‫ﻲ‬

y

i

Altri segni grafici:

َ (fatḥa)

= vocale breve “a”

ِ (kasra)

= vocale breve “i”

ُ(ḍamma)

= vocale breve “u”

ّ (shadda)

= raddoppiamento

‫( ء‬hamza)

= occlusiva glottidale sorda

ْ(sukūn)

= assenza di vocale

‫( ة‬tāʼ marbūṭa) = utilizzata alla fine della parola per indicare il genere femminile

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Bibliografia

Colombo S., Karim M., Van Genugten, L’Africa mediterranea. Storia e futuro, Roma, Donzelli, 2011. Della Ratta D, Al Jazeera. Media e società nel nuovo millennio, Milano, Mondadori Bruno, 2005 Leslie W. Rabine, The global circulation of african fashion. (Dress, Body, Culture), New York, Berg, 2002. Mela Sandro G, Islam: nascita, espansione, involuzione, Roma, Armando, 2005. Nestorovic Cedomir, Marketing Islamico, Milano, Egea, 2010. Saviolo S., Testa S., Le imprese del sistema moda. Il management al servizio della creatività, Milano, Etas, 2009. Tresso Claudia M., Lingua araba contemporanea, Milano, Hoepli, 1997. Van Roojer P., Islamic Fashion. Traditional and modern dress in the muslim world, Amsterdam, Pepin Press, 2011. Ventura A., Il Corano, Milano, Mondadori, 2010.

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Sitografia

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North Africa