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Ogni anno un fiume di denaro passa dalle casse pubbliche a quelle private. Per fotografare questo traffico selvaggio basta andare nella prima periferia di Roma. È un lunedì mattina come tanti. Raggiungo il palazzo che ospita gli uffici del dipartimento per lo Sviluppo e la coesione economica, scendo nei sotterranei, tra scale di ferro arrugginite, luci al neon che stanno esalando gli ultimi sprazzi di energia e odore di chiuso. Arrivo di fronte a una porta di ferro. Apro. Sulla destra c’è un interruttore; premendolo, l’immenso locale sotterraneo si illumina a giorno, rivelando qualcosa di incredibile: scaffalature lunghe centinaia di metri, alte fino al soffitto. Ognuna è divisa in una decina di ripiani, su ciascuno dei quali riposano centinaia di quintali di incartamenti, tutti ordinatissimi nelle loro cartelline colorate il cui significato è noto soltanto a chi le ha catalogate. Se tutti quei faldoni fossero messi l’uno di fianco all’altro coprirebbero ventuno chilometri: più o meno la distanza tra Roma e il mare. In questi ventuno chilometri c’è la storia industriale italiana come nessuno l’ha mai raccontata. C’è una parte delle ragioni del nostro esorbitante debito pubblico (il quarto al mondo), dell’assistenzialismo eletto a metodo di governo, del paternalismo di Stato finanziato con le tasse di tutti. Gli incartamenti contengono delibere, revisioni, autodichiarazioni, leggi che dal 1980 a oggi hanno permesso a milioni di imprese italiane di ricevere soldi pubblici, incentivi, sussidi. Lì è conservata la supponenza degli industriali che hanno chiesto




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«soldi veri» ai governi già prima che lo facesse la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. Eccoli, i «soldi veri»: ventuno chilometri di sussidi. Questo libro racconta a chi finiscono i soldi che gli italiani versano allo Stato attraverso le tasse e che lo Stato usa per sostenere l’impresa privata. Ciò che occorre tenere presente prima di entrare in questa galleria degli orrori è che le entrate fiscali italiane sono alimentate al 70 per cento circa dalle imposte pagate da dipendenti e pensionati e al 30 per cento circa da quelle versate dalle imprese. Ciò significa che il 70 per cento di tutti i soldi andati a un’impresa vengono dalle tasse dei suoi dipendenti o ex dipendenti. E questo vale anche per i fondi europei, visto che l’Italia è un «contribuente netto» dell’Europa, cioè versa più di quanto riceve. Non esiste in Italia un solo settore economico che non sia sussidiato: dalle banche all’industria, dall’agricoltura alle telecomunicazioni, dai trasporti al turismo, dallo sport alla finanza, dalla ristorazione allo spettacolo, dall’editoria alla moda, lo Stato elargisce soldi a tutti, perfino alla Borsa. E l’effetto di questa pioggia di soldi è che tutto ciò che compriamo l’abbiamo già pagato con le imposte prima ancora di passare alla cassa. Le nostre tasse sono servite per finanziare la neve artificiale, il quotidiano del mattino, il caffè, l’automobile, la benzina e perfino l’idromassaggio nell’hotel di lusso, il campo da golf o la crociera. Per gli ottimisti il sussidio è il fertilizzante che può concimare il campo dell’imprenditore perché produca frutti sempre migliori. Non è vero: la particolarità dei sussidi italiani è quella di essere perfettamente inutili. È stato calcolato che l’effetto dei sussidi alle imprese del Mezzogiorno sia stato quello di far crescere il Pil del Sud dello 0,25 per cento in più ogni anno tra il 2000 e il 2005. In altre aree depresse dell’Europa la crescita nello stesso periodo ha oscillato tra il triplo e il quadruplo in più. Ciò significa che i cittadini italiani ricavano benefici assolutamente marginali dai sussidi alle imprese. Benefici che durano fino a quando lo Stato non stacca la flebo interrompendo il


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flusso di denaro pubblico. A quel punto troppo spesso scatta la minaccia: o gli incentivi o la chiusura. Ecco il meccanismo con il quale le grandi imprese finiscono per ricattare lo Stato. In Italia i sussidi, che dovrebbero far crescere ricchezza e occupazione, spesso sono puro e semplice assistenzialismo, che per di più sembra impossibile da eliminare. E questo sia perché tutti gli Stati del mondo sussidiano le proprie imprese (e sarebbe semplicemente folle quel paese che decidesse autonomamente di staccare la flebo), sia perché i sussidi servono per indirizzare la politica economica di una nazione. Ma sono impossibili da eliminare anche perché la crisi che ha colpito l’Occidente ha generato insicurezza economica, che a sua volta ha generato la richiesta di mantenere inalterata la spesa statale a difesa dei diritti acquisiti. Ma la particolarità italiana è che il «diritto alla cultura» significa più soldi pubblici ai cinepanettoni o a film giudicati di «interesse culturale» come Winx Club, finanziati con l’aumento delle tasse sulla benzina. «Diritto a un ambiente migliore» significa più sussidi alle energie rinnovabili, anche se questo vuol dire più prelievi sulle bollette delle famiglie, che nel 2011 pagheranno sei miliardi di euro ai produttori di energia verde. «Diritto a essere informati» significa più contributi all’editoria, compresi gli innumerevoli quotidiani di partito, anche se questo vuol dire dare milioni di euro a giornali che vendono poche decine di copie. «Diritto a internet» significa più sussidi alle imprese telefoniche perché posino la fibra ottica in tutt’Italia, anche se questo significa meno concorrenza sui servizi telematici. Più sale la richiesta di nuovi diritti, più sale la pressione sullo Stato perché fornisca i soldi necessari a soddisfarli. Così, invece di stabilire regole e farle rispettare, lo Stato finisce per ridursi a un bancomat il cui dovere è concedere soldi (anche quando dovrebbe smettere) a imprenditori che si sentono in diritto di ottenerli, soprattutto se li hanno sempre ottenuti. Questo libro squarcia il velo di ipocrisia collettiva alimentata da politici, imprenditori e sindacalisti, secondo cui l’unico modo per salvare un’impresa in crisi o sviluppare un’area




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depressa sia spendere soldi pubblici, fingendo di credere che servano a qualcosa di diverso dal consolidare un rapporto insano tra politica e industria, tra voti e fabbrica, tra imprenditori malati di assistenzialismo e politici affamati di consenso. E ciò avviene anche se entrambe le parti in causa sono consapevoli che non è questa la strada per creare nuove imprese, rivitalizzare il Mezzogiorno, aumentare l’occupazione e la ricchezza. Lo sanno benissimo. Lo sanno tutti. La realtà insegna che gli imprenditori cercano il sussidio pubblico, lo usano, a volte anche bene, ma sempre con la mano sinistra, e contemporaneamente accusano lo Stato di invadere spazi di libertà economica. Fingono così di dimenticare che l’iniziativa privata subirebbe un colpo mortale se i governi non la sostenessero concedendo soldi a industriali che chiedono al pubblico di condividere i rischi d’impresa senza dare conto dei risultati né ripartire i benefici. In Italia non è solo lo Stato a voler essere statalista: sono anche i privati a non voler essere liberali. Alla fine, anziché una concorrenza tra aziende pubbliche e aziende private, si è creata un’area grigia nella quale tutte le aziende sono un po’ pubbliche e un po’ private, nella quale è impossibile capire se la responsabilità della mancata crescita di un’industria sia dell’imprenditore incapace o del pubblico che non lo ha sostenuto con maggiori incentivi. Ecco, questo libro è il risultato di un lungo viaggio nella galleria degli orrori dei sussidi, proprio là dove sfuma il confine tra Stato e mercato. C’è un modo per uscire da un sistema che non produce benessere? Una via è stata indicata dal governatore della Banca d’Italia e prossimo governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi, quando ha sottolineato che è molto più utile usare i soldi pubblici per l’effettiva applicazione delle leggi, puntando a creare quell’indispensabile infrastruttura che si chiama legalità. Una seconda via può essere quella di affidare ai corpi intermedi della società la responsabilità della concessione dei fondi pubblici, o almeno di una parte di essi, premiandoli sulla base dei risultati. I casi di soldi pubblici gestiti da entità private o associative sono numerosi (esperienze positive sono


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state avviate da Umbria, Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte) e dimostrano che la gestione sussidiaria degli incentivi pubblici è l’unica che può intaccarne l’uso clientelare. La terza strada è forse quella di cominciare a ribaltare il paradigma che governa la teoria dei sussidi: paradigma che vuole che sia l’offerta a creare la domanda. Visti i risultati, è evidente che non è così e che forse finanziare la domanda, cioè lasciare più soldi nelle tasche dei cittadini, porterebbe a risultati migliori.


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Un fiume di soldi La domanda alla quale occorre rispondere prima di iniziare questo viaggio nel magico mondo dell’economia sussidiata è: quanti sono? Quanti soldi gli italiani, attraverso le tasse, versano ogni anno alle imprese? I dati ufficiali sono molti, ma quello «vero» manca. Nessuno, tantomeno lo Stato, è in grado di fornire una cifra che tenga conto di tutte le forme di incentivazione erogate da ogni ente pubblico ai vari tipi di impresa. Non solo: il meccanismo di concessione dei fondi è strutturalmente caotico perché mal regolato da migliaia di leggi di spesa finanziate da centinaia di enti erogatori che hanno a disposizione decine di modi diversi per pagare le aziende. In questo caos ognuno è libero di dire la sua e di fornire il proprio numero con la certezza che nessuno lo potrà smentire. Sarà anche per la nebbia che circonda le erogazioni alle imprese che non si è mai provato a capire a chi vadano davvero i soldi. Anche perché le fonti di finanziamento sono molte: lo Stato, i fondi europei e gli interventi regionali. L’unico modo per scoprire chi ha preso i soldi è quello di risalire alla fonte e spulciare uno per uno migliaia di rapporti di centinaia di centri di spesa. Questi documenti, contenenti i nomi dei beneficiari dei sussidi, dovrebbero in teoria essere redatti da comuni, province, regioni (senza contare gli altri enti pubblici) e periodicamente pubblicati sui loro siti. Ma non va esattamente in questo modo. Alcune regioni li compilano in ritardo, altre lo fanno in maniera incompleta o talmente


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confusa da renderli incomprensibili, oppure li omettono «per motivi di privacy». In alcuni casi, poi, le erogazioni di incentivi avvengono addirittura in contanti. Anche gli elenchi dei beneficiari pubblicati sul sito del dipartimento per lo Sviluppo e la coesione economica sono parziali perché riguardano solo i fondi europei: una minima parte del totale. Manca cioè un prospetto dettagliato e completo delle imprese che hanno usufruito di tutti gli interventi pubblici, nazionali o locali. E questo nonostante esistano almeno due leggi, la 412 del 1991 e la 118 del 2000, che prevedono la realizzazione di un archivio centrale consultabile da tutti i cittadini. La 118 prevede addirittura che l’albo sia accessibile gratuitamente «anche per via telematica»: in questo modo, chiunque potrebbe sapere chi ha succhiato dalla mammella pubblica semplicemente collegandosi a un archivio su internet. Sarebbe bello, ma è così solo in minima parte. Senza regole Lo Stato, da parte sua, fa di tutto per alimentare il caos degli aiuti. Non esiste per esempio nessuna programmazione della spesa dei fondi nazionali, quelli provenienti direttamente dal bilancio dello Stato, e il risultato è che tutti gli interventi sono gestiti in modo frammentario, disorganico, confusionario, episodico, per lo più attraverso leggi già esistenti rifinanziate con provvidenziali emendamenti opportunamente inseriti nelle varie leggi finanziarie. È per questa mancanza totale di programmazione e di obiettivi certi, strategici e di lungo periodo che il sostegno a un’impresa in crisi (oppure in perfetta salute) assume i contorni della minaccia (da parte dell’azienda che vuole soldi per non chiudere) o del ricatto (da parte dello Stato, che li promette in cambio di contropartite di ogni tipo), perché in assenza di programmazione tutto è possibile. Così si crea un ambiente infernale: un’orgia. Migliaia di leggi e regolamenti gestiti da


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un esercito di burocrati, una milizia di funzionari pubblici che spesso si ostacolano a vicenda in modo inconsapevole o addirittura plateale, con il risultato di rendere l’erogazione degli aiuti non un effetto razionale e meccanico di norme approvate dal Parlamento sulla base di progetti credibili, ma il fortuito concatenarsi di occasionali coincidenze. In questo caos è fatale che la valutazione della domanda di aiuto non consista nell’attenta verifica di un piano industriale, di un progetto almeno potenzialmente in grado di produrre ricchezza, benessere e posti di lavoro, ma si riduca alla semplice soluzione di un problema contingente. Basti pensare che l’industrializzazione della sola Sardegna centrale è costata alle casse pubbliche cinque miliardi sotto forma di incentivi alle imprese, concessi in modo episodico ed emergenziale senza che sull’isola venisse costruito un solo centimetro di autostrada. Ed è stata la mancanza di programmazione a decretare la condanna a morte del porto di Gioia Tauro, che sta perdendo il ruolo di più importante scalo del Mediterraneo perché, dopo che è stata finanziata la costruzione delle banchine, nessuno ha pensato di collegarle con i treni: dal porto parte un solo convoglio settimanale per Bari. Di quanti soldi stiamo parlando C’è un numero che probabilmente risponde in modo meno approssimativo di altri alla domanda sulla spesa totale a favore delle imprese: lo ha elaborato l’economista Mario Baldassarri che, calcolatrice alla mano, ha preso il bilancio dello Stato e ha fatto un po’ di conti. Due voci indicano i fondi usciti dalle casse pubbliche e finiti in quelle delle aziende: «contributi in conto corrente» e «contributi in conto capitale». Nel bilancio 2010 la somma delle due voci fa 40 miliardi di euro. Questa cifra però comprende anche le risorse destinate agli investimenti per le imprese pubbliche come Ferrovie dello Stato, Anas e aziende del trasporto locale, alle quali arrivano ogni anno circa 15


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miliardi, per cui il totale dei soldi pubblici al privato si riduce a 25 miliardi. A tale cifra va aggiunta una serie di altri interventi di sostegno non contabilizzati, tra cui il più importante è quello a favore delle imprese che producono energia verde: circa 3,5 miliardi nel 2010. Se a questi numeri si potessero sommare i soldi non incassati dallo Stato a causa di sconti fiscali concessi in continuazione, sui quali non esiste nemmeno una vaghissima stima, non si dovrebbe arrivare molto lontani dalla spaventosa cifra di 30 miliardi di euro: più di due terzi del disavanzo pubblico da recuperare entro il 2013, poco meno della metà di quanto lo Stato paga di interessi sul proprio debito in un anno. Non è finita: a questa cifra andrebbero anche sommati i contributi erogati da regioni, province e comuni. I sussidi al mondo dello spettacolo, per esempio, arrivano per un terzo dal Fus, il Fondo unico per lo spettacolo gestito dallo Stato, del quale si conosce tutto, e per due terzi da contributi delle amministrazioni locali, dei quali non si conosce quasi nulla. Il fatto di non sapere quanto gli enti locali versano complessivamente alle aziende è uno dei difetti maggiori della contabilità nazionale perché impedisce di avere uno sguardo di natura strategica. Uno Stato che non sa quanto spende in sussidi alle imprese non può prendere decisioni di lungo respiro. E, d’altra parte, è curioso che nessun centro studi abbia mai tentato di dare una risposta precisa alla domanda su quanti soldi vanno alle imprese private ogni anno, mentre siamo perfettamente informati sull’entità della spesa pubblica per le pensioni (253 miliardi) o per la sanità (110 miliardi).1 Quante sono le imprese sussidiate? Quello dei sussidi pubblici è un fiume di soldi che bagna chiunque. Grandi imprese e piccole srl del Nord e del Sud, industriali meccanici e dei servizi, aziende agricole e aeronautiche, banche, televisioni, produttori di bottoni e di jeans,


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impianti termali, taxi, società di pubblicità, hotel, bar, ristoranti, editori, skilift, fiere, industrie farmaceutiche, produttori di computer e perfino parchi divertimento. Con quei soldi le imprese fanno di tutto: comprano nuove attrezzature, fanno ricerca e sviluppo, investono in nuove attività, innovano i prodotti, si fondono, vanno in Borsa, si ristrutturano, fanno pubblicità, pagano debiti, esportano, si buttano nell’energia verde. E quando non riescono a dare l’assalto alla cassa pubblica si accontentano di risparmiare sulle tasse. In effetti, l’abitudine di accedere a sconti fiscali è una prassi talmente diffusa che per le società italiane pagare le imposte per intero sembra essere un’eccezione (o una svista). Quindi, se è difficile stabilire quanti soldi spendiamo per le aziende, è altrettanto complicato sapere quante sono quelle sussidiate. Esistono dati ufficiali solo sulle imprese che hanno avuto accesso alle risorse gestite a livello centrale dal ministero dello Sviluppo economico (cioè i fondi europei più i cofinanziamenti italiani). Le imprese che tra il 2003 e il 2008 hanno visto approvate dallo Stato le loro domande di agevolazione sono state 212.075, mentre quelle che hanno chiesto e ottenuto soldi dai fondi europei gestiti dalle regioni sono state 628.290. Significa che in sei anni le imprese italiane agevolate con queste risorse sono state più di 840.000, con una media di 140.000 l’anno. Ma quelle aiutate sono infinitamente di più, sia perché questo dato non comprende tutte le aziende che hanno ottenuto sgravi fiscali (che sono incentivi in tutto e per tutto), sia perché non include né le migliaia di aziende elettriche che ricevono incentivi «verdi» né quelle che hanno avuto spintarelle dalle regioni. Inoltre, una regoletta europea introdotta nel 1988 permette di esentare dall’obbligo di notifica a Bruxelles gli aiuti di modesto importo (fino a 200.000 euro a triennio per ogni impresa) nei settori della ricerca e sviluppo, della tutela ambientale, dell’occupazione e della formazione professionale nelle piccole e medie imprese. Questa regoletta ha reso ancora più difficile fare stime credibili sul numero di imprese sussidiate. Tra l’altro, tra il 2001 e il 2007 l’Italia (seguita dalla Gran


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Bretagna) è stato il paese che più ha utilizzato il regime di esenzione dalla notifica obbligatoria. La classifica delle leggi che costano di più Se non esiste un numero che indichi il totale «vero» dei fondi che escono dalle casse pubbliche per finanziare le imprese private è anche perché le leggi che permettono di sussidiarle sono migliaia. Dal più piccolo comune al governo centrale, dalla provincia appena costituita alla Ue, tutti si sentono in dovere di elargire soldi. Il ministero dello Sviluppo economico ha stimato che tra il 2003 e il 2008 siano state approvate 1307 leggi di incentivazione (91 da parte dello Stato e 1216 da parte delle amministrazioni locali).2 Anche qui, insomma, disponiamo solo di stime. Attendibili, ma stime. Ciò che si può stilare in modo più preciso è la classifica delle leggi che sono costate di più alle tasche degli italiani nel periodo 2003-2008. La prima in graduatoria è quella sul credito d’imposta alle imprese di Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Basilicata, Sardegna, Abruzzo e Molise, che ha concesso agevolazioni per oltre 9,5 miliardi di euro.3 Fino al 2008 il credito d’imposta è stato del tutto automatico, poi si è capito che il costo per le casse pubbliche stava travalicando ogni limite e, proprio nel 2008, si è deciso di limitarne gli effetti entro un massimo di 4,47 miliardi di euro l’anno tra il 2008 e il 2015. Seconda classificata è la legge 488/1992, la «mitica 488», quella degli «aiuti a pioggia», costata alle casse pubbliche sei miliardi di euro tra il 2003 e il 2008 e che tanto lavoro ha dato ai magistrati di tutt’Italia. La 488 è quella che ha permesso di aiutare gli stabilimenti della Fiat nel Mezzogiorno e le imprese in crisi in Piemonte o nelle isole, e che ha finanziato la maggior parte dei «contratti di programma» per attirare le aziende al Sud. Formalmente è ancora in vigore, ma è poco usata: è stata sostituita dalla Npr, la Nuova politica regionale, che ha prodotto risultati – se possibile – ancora più scarsi.


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Terza classificata è la 808/1985 relativa all’industria aerospaziale, che ha distribuito 4,5 miliardi a tutta la filiera aeronautica italiana, in particolar modo quella militare, costituita soprattutto dalle attività di Finmeccanica. Questa è una delle leggi insieme più costose e misteriose della storia italiana: la Ue infatti consente di non fornire dettagli sulle spese statali a favore dell’industria militare, perciò i beneficiari dei 4,5 miliardi rimangono del tutto sconosciuti. Questo è ciò che dice il ministero. Ma ci sarebbero anche altre leggi da ricordare: quelle che, tutte insieme, sussidiano la produzione di energia elettrica verde e che distribuiranno qualcosa come sei miliardi di euro nel 2011 alle imprese energetiche. Di queste leggi nessun rapporto ministeriale tiene conto, perché i sei miliardi non vengono prelevati dal bilancio pubblico, ma – come vedremo – direttamente dal portafoglio degli italiani attraverso la bolletta. Come sciupare, e bene, decine di milioni Il paradosso di tutta questa storia è che una parte delle risorse rimane inutilizzata. Si tratta dei fondi europei: alla fine del 2010 l’Italia era riuscita a spendere solo il 15 per cento di quelli disponibili fino al 2013. Il problema è che, per spenderli, il governo deve stabilire una serie obiettivi attraverso un documento chiamato Quadro strategico nazionale (Qsn), suddiviso in due parti: il Pon (Programma operativo nazionale) e il Por (Programma operativo regionale). Il Pon riguarda i soldi spesi da Roma attraverso i vari ministeri, il Por comprende le risorse «girate» alle regioni che, a loro volta, le possono «girare» a province e comuni, i quali devono avere un piano di spesa.4 Ognuno di questi passaggi è regolato da una mezza dozzina di leggi e regolamenti, da un plotone di funzionari pubblici e da centinaia di politici che dovrebbero dare un indirizzo strategico agli investimenti. La verità è che con i soldi del Por le regioni possono fare un po’ come vogliono. Un ottimo esempio di come decine di milioni di


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euro possano andare in fumo lo si trova nel bilancio delle spese del solo Fesr (il Fondo europeo di sviluppo regionale, a cui più si ricorre per fornire sostegno alle imprese) a disposizione della Regione Calabria. Per spendere i soldi occorre far sapere che ci sono. Quindi bisogna fare pubblicità sulle radio e in tv, comprare spazi sui giornali, organizzare convegni, incontri, meeting, realizzare materiale informativo come dépliant e pieghevoli, creare un apposito sito internet e poi stampare tutto sulla «Gazzetta ufficiale» regionale e, ovviamente, assumere dei giornalisti che siano in grado di fare tutto questo lavoro. Nel rendiconto del fondo Fesr non c’è scritto a quanto siano ammontati nel 2010 questi costi, ma sommando le decine di voci riguardanti le relazioni esterne si scopre che in quell’anno la Calabria ha speso, solo per la comunicazione, qualcosa come 12 milioni. E poi, ovviamente, il fondo Fesr va anche gestito: bisogna assumere persone, fare verifiche prima, durante e dopo le operazioni di spesa, affidare consulenze e nominare commissioni, selezionare i progetti e verificarli. Per tutto questo lavoro la Calabria nel 2010 ha speso addirittura 36 milioni e 810.000 euro. Per lo stesso scopo la Regione Friuli ha speso poco meno di 16 milioni e la Lombardia meno di cinque. Dopo aver prodotto questa montagna di carta arriva il momento di spendere. Operazione ancora più complicata. I soldi pubblici, per esempio, non vengono semplicemente «dati»: vengono prima «concessi», cioè stanziati nel bilancio dello Stato, e poi «erogati», cioè tolti dal bilancio pubblico per finire nella disponibilità delle imprese. Da quando lo Stato «concede» a quando «eroga» possono passare anni. Molti anni. Questo periodo si chiama «tempo di perenzione», un termine che esiste solo nel dizionario degli aiuti pubblici. Dopo sette anni i soldi vengono destanziati, cioè tornano nella disponibilità dello Stato perché inutilizzati. Come si dice nel gergo degli iniziati, sono «caduti in perenzione». Dal 2007 il tempo di perenzione è stato ridotto da sette a tre anni per volontà dell’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, a caccia di nove miliardi di fondi Ue per finanziare le leggi


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di spesa del governo. Lo stesso fece il suo successore Giulio Tremonti, che ha usato 13 miliardi di fondi caduti in perenzione per finanziare la cassa integrazione straordinaria, la privatizzazione dell’Alitalia e l’avvio dei lavori per il ponte sullo Stretto. Le Finanziarie generose e il fondo di garanzia Oltre ai fondi europei, ci sono i soldi che lo Stato destina all’iniziativa privata direttamente dal proprio bilancio. Il tradizionale appuntamento con la Finanziaria di fine anno è da sempre l’occasione per inserire qua e là aiuti e spintarelle pubbliche. Per esempio: la Finanziaria del 2007 ha creato un fondo di 300 milioni di euro sotto forma di credito d’imposta per l’innovazione tecnologica, che è stato rimpinguato con altri 80 milioni dalla Finanziaria 2008.5 Quei soldi sono andati letteralmente a ruba, insieme a quelli per la ricerca sulle nuove tecnologie e per il made in Italy, e hanno generato investimenti per 3,7 miliardi. Un successo aiutato dal fatto che la Ue, esaminando il testo della Finanziaria, ha stabilito che il meccanismo del credito d’imposta, usato in dosi massicce quando si tratta di ricerca tecnologica, non è da considerare un aiuto di Stato, quindi viene concesso con maggior facilità. Nel 2009 questi incentivi non sono stati rinnovati e al loro posto è arrivato il Fondo nazionale per l’innovazione di 60 milioni di euro. Un altro modo per distribuire sussidi usando soldi statali consiste nel finanziamento del cosiddetto «fondo di garanzia», concesso alle imprese che non possono fornire alle banche beni materiali a fronte di un prestito. Il ricorso a questo strumento è certamente un vantaggio per l’impresa, che non è costretta a dare garanzie reali (così ha fatto il 99,5 per cento delle imprese nei primi quattro mesi del 2011), ma è un vantaggio anche per la banca, dal momento che il rischio del prestito se lo accolla lo Stato. Questo strumento dovrebbe essere usato soprattutto per finanziare la ricerca e lo sviluppo, invece nell’81,5 per cento


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dei casi le imprese lo usano per indebitarsi e solo nel 18,5 per cento dei casi per finanziare nuovi investimenti. Sempre nei primi quattro mesi del 2011 le operazioni finanziate sono state 18.000, in crescita del 36,5 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per un volume totale di finanziamenti pari a 2,8 miliardi. La grande corsa a chi arriva prima Le aziende hanno quattro modi principali per attaccarsi alla mammella di Stato. Il primo è quello del bando pubblico. Funziona così: un’amministrazione locale o nazionale intende realizzare un’opera di interesse generale, emette un bando e chi vince realizza l’opera e viene (in ritardo) pagato. Con lo stesso meccanismo vengono emessi bandi anche per spendere i fondi europei. Esistono bandi per la formazione professionale, per l’innovazione tecnologica, per l’aumento della produttività, per la tutela dell’ambiente o per la «riqualificazione produttiva», che poi è un modo elegante per finanziare l’acquisto di macchinari nuovi. Il secondo modo prevede una procedura valutativa, nelle due varianti, «a bando» o «a sportello». In entrambi i casi, è l’impresa a proporre un progetto finanziabile da soldi pubblici. L’esempio classico è quello di un’azienda che vuole realizzare un nuovo stabilimento nel Mezzogiorno. Queste domande vengono valutate con un grado minore o maggiore di discrezionalità (che in burocratese viene chiamato «apprezzamento di merito») e, se approvate, ricevono il finanziamento. Il terzo metodo, adottato quando il progetto è particolarmente impegnativo dal punto di vista degli obiettivi, della durata e del valore economico, si chiama «modalità negoziale» e consiste nell’intavolare con l’impresa o, più spesso, con un consorzio di imprese, una trattativa per arrivare alla firma di un «contratto di programma», un «contratto d’area» o un «patto territoriale» con le amministrazioni locali e, in


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certi casi, anche con i sindacati: è la cosiddetta «programmazione negoziata», un modo nobile per concedere sussidi impegnando l’impresa destinataria degli aiuti a realizzare ciò che ha promesso. Sulla «programmazione negoziata» torneremo più volte nelle pagine di questo libro, sia perché questi contratti sono costati miliardi alle casse pubbliche con risultati che definire nulli è un complimento, sia perché molti di questi «patti» sono finiti sui tavoli dei magistrati. Per ora basti sapere che questo metodo è usato per incentivare le imprese del Nord a trasferirsi al Sud. Poi ci sarebbe anche un quarto modo, il cosiddetto click day, usato per la prima volta in Italia il 9 dicembre 2010. C’erano da assegnare 500 milioni di euro a fondo perduto per finanziare programmi di ricerca delle imprese operanti nei settori delle biotecnologie, dell’energia e dell’alimentare con sede in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. I soldi sono finiti alle aziende che sono riuscite a inviare via internet i loro documenti al ministero prima di tutte le altre. E se tra le imprese che non sono state abbastanza veloci ce ne fosse stata una con un buon progetto, degno di essere finanziato? Niente, la procedura definita click day le ha escluse. Anche solo questa spiegazione superficiale basta a dare l’idea della complessità dell’orgia. È in questo brodo di coltura che prosperano le agenzie di intermediazione, specializzate nel fare ottenere i soldi pubblici ai propri clienti, cioè le imprese. Il loro compito, allegoricamente parlando, è quello di avvicinare le labbra dell’impresa alla mammella pubblica e di controllare che il flusso di denaro sia costante e regolare. Queste agenzie, che sono decine, sono le uniche in grado di trovare il fondo giusto per l’impresa giusta. Ma sono brave a fare anche il contrario: suggerire all’impresa il progetto adeguato per accedere ai fondi disponibili. Cioè, invece di preparare un progetto e poi cercare i soldi, spesso prima si cercano i soldi e poi si definisce il progetto. Poi ci sono i controlli. Che non ci sono. E questo non solo permette perfino alla criminalità organizzata di accedere ai soldi dello Stato, ma consente anche alle imprese legali di appro-


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fittare del caos aggiungendo sussidio a sussidio. Per esempio, una giovane donna del Sud che volesse investire nelle energie rinnovabili nel Mezzogiorno potrebbe ottenere soldi perché è giovane (fondi per l’imprenditoria giovanile) perché è donna (fondi per l’autoimprenditorialità femminile), perché è del Sud (credito d’imposta) e perché investe nelle energie rinnovabili (tariffe incentivate). E magari potrebbe anche ottenere aiuti a fondo perduto stanziati dalla regione. Esistono addirittura leggi che servono per incentivare altre leggi: la 13/2006, per esempio, concede un incentivo alle imprese che rottamano le navi obsolete, nonostante sia obbligatorio smantellarle quando vanno fuori esercizio. Lo stesso vale per gli agricoltori, che ricevono soldi per abbattere i capi di bestiame malati, nonostante sia obbligatorio farlo. È come se ogni italiano che rispetta il codice civile avesse diritto a un sussidio pubblico. Sarebbe interessante vederne gli effetti, ma dal punto di vista economico sarebbe un disastro. Le guerre fra poveri Una delle conseguenze perverse dell’orgia degli aiuti è che incoraggia le imprese a delocalizzare in cerca della mammella di Stato più gonfia di soldi, cioè quella dei paesi meno sviluppati, ai quali, proprio per accelerare lo sviluppo, è consentito dare più soldi alle aziende. Un caso clamoroso è quello del produttore britannico di tè Twinings, che per incassare 12 milioni dai fondi strutturali polacchi ha trasferito in Polonia la sua fabbrica e ha licenziato 400 persone del suo stabilimento inglese. Per aprire a Chrzanów, sempre in Polonia, e incassare 11 milioni di euro, la multinazionale francese Valeo, che produce componenti per auto, ha in programma di chiudere la sede di Neuses, in Germania, licenziando 300 persone. Lo stesso vale per la Fiat, che per decine di volte, come vedremo, ha pensato di trasferire le sue produzioni all’estero, e nei casi in cui vi ha rinunciato è solo perché è stata trattenuta in Italia


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da sussidi pubblici più generosi di quelli che avrebbe trovato nell’Est europeo. Le società, ovviamente, smentiscono che esista un nesso tra la decisione di chiudere in Europa occidentale e quella di aprire nei paesi dell’Est, anche perché è vietato utilizzare i fondi strutturali per incentivare la delocalizzazione. Eppure molte delocalizzazioni sono il frutto di una guerra tra Stati combattuta a suon di sussidi. Nel 2006 il parlamentare socialista belga Alain Hutchinson ha addirittura proposto un albo delle imprese che spostano la produzione in un altro paese approfittando degli aiuti pubblici. L’intento era di costringere le aziende a restituire i sussidi ricevuti se, dopo aver usufruito di un aiuto finanziario dell’Unione europea, delocalizzavano le loro attività nell’arco di sette anni. Buona idea. Il fatto è che la gara a soffiarsi le imprese non avviene solo tra un paese e l’altro, ma anche all’interno dei singoli Stati: centinaia di aziende hanno chiuso al Nord per aprire al Sud approfittando dei sussidi più generosi. Purtroppo la fine dei sussidi coincide spesso con la chiusura dell’impresa, e nell’area che doveva essere industrializzata tutto torna come prima. Anzi, peggio di prima. I soliti furbi I paesi dell’Unione europea che vogliono dare soldi a un’azienda sono tenuti a rivolgersi alla Direzione generale della concorrenza di Bruxelles, che deve dare il proprio nulla osta per evitare il verificarsi di situazioni di concorrenza sleale. Bene. Nonostante la sua incapacità di spendere i soldi che l’Europa le mette a disposizione, l’Italia è il paese che ha il maggior numero di contenziosi di questo tipo con la Ue. Usiamo poco i fondi europei, ma in compenso litighiamo moltissimo. E assai spesso non diciamo nemmeno all’Europa che vogliamo sussidiare un’impresa: lo facciamo e basta, senza attendere il via libera. In teoria, il meccanismo per ottenere l’ok della Ue è semplice: un paese approva la legge e poi la notifica a Bruxelles, che


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può approvarla oppure aprire un’inchiesta chiedendo osservazioni ad altri paesi o aziende concorrenti. Seguono scambi epistolari con i vari soggetti coinvolti, richieste di chiarimenti e approfondimenti. Talvolta i funzionari di Bruxelles vanno a visitare l’azienda interessata e alla fine, spesso dopo diversi anni dalla notifica, prendono una decisione: sì o no. Questo in teoria. In pratica succede frequentemente che l’Italia, e ancora più spesso gli enti locali, sgancino i soldi praticamente di nascosto. Tocca poi alla Ue accorgersene, o perché un concorrente sporge denuncia, o perché la notizia esce sui giornali, o perché qualche parlamentare europeo solleva la questione. A quel punto l’Antitrust europeo chiede spiegazioni e, se non sono soddisfacenti (cioè quasi sempre), avvia un’indagine che può portare anche all’ordine di recuperare i soldi già concessi. Tutti questi contenziosi, tranne quelli più recenti o quelli coperti da segreto perché relativi a spese militari, vanno a formare i file che contengono la storia di ogni singolo aiuto per il quale è stato necessario il via libera di Bruxelles. I file vengono messi online e rappresentano l’architrave di moltissime storie raccontate in questo libro. Negli ultimi dieci anni la Commissione europea ha avviato lo spaventoso numero di 38.070 pratiche riguardanti aiuti di Stato italiani potenzialmente illegali. Significa che ogni giorno la Ue ha aperto più di dieci dossier riguardanti sussidi concessi alle industrie tricolori. Un record assoluto.6 E migliaia di questi procedimenti sono stati intrapresi proprio perché l’Italia si era «dimenticata» di notificare a Bruxelles di aver sussidiato qualcuno. Tutto grazie alle deroghe Il paradosso è che in teoria l’Europa vieta gli aiuti alle imprese. Ma ci sono le deroghe.7 E sono talmente numerose da consentire agli Stati di finanziare di tutto: agricoltura, cultura, piccole imprese, multinazionali, aziende che lavorano in un’area meno sviluppata o particolari settori economici. Grazie alle deroghe,


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qualsiasi tipo di aiuto è possibile, compresi quelli concessi alle imprese pubbliche, sulle quali la Commissione mantiene da sempre una vigilanza doppia. Ed è comprensibile: le aziende pubbliche sono possedute dallo Stato o dalle amministrazioni locali, e ogni operazione (per esempio un’acquisizione per la quale sia necessario un aumento di capitale) viene realizzata con soldi pubblici. La Ue chiede a ogni Stato di comportarsi come se fosse un investitore privato rispetto alle aziende che controlla. Deve cioè far finta di essere un capitalista e spogliarsi delle sue vesti stataliste. Un ossimoro: nei fatti non succede quasi mai. Un investitore privato, per esempio, non avrebbe mai mantenuto in vita le centinaia di imprese pubbliche che negli anni Novanta hanno prosciugato le casse statali con le loro perdite, sempre ripianate con aumenti di capitale e «trasferimenti» di carattere «eccezionale», di fronte ai quali la Ue ha sempre chiuso due occhi e due orecchie. Le deroghe hanno permesso all’Europa di fronteggiare la crisi economica scoppiata nel 2008, quando proprio la Ue chiese agli Stati di investire più massicciamente fondi propri, ai quali si sarebbero affiancati quelli comunitari, in modo da favorire l’uscita dalla recessione. Ciò si è tradotto in maggiori aiuti alle imprese. Nel 2009, per esempio, viene dato il via libera a una legge italiana il cui procedimento era iniziato nel 2004 e che dimostra plasticamente come i numeri possano essere girati un po’ come si vuole. Per convincere la Commissione ad approvare i sussidi, l’Italia comunica dati disastrosi sulla propria economia, mettendoci dentro anche il terremoto dell’Aquila, che ha «peggiorato la situazione». Citando l’Istat, le autorità italiane spiegano che il Pil nazionale è sceso del 2,9 per cento nell’ultimo trimestre del 2008, mentre invece il dato finale sarà pari all’1,8 per cento. La Ue si convince e approva un pacchetto impressionante di agevolazioni, tra cui prestiti diretti a tassi agevolati, mutui, sussidi sugli interessi bancari, garanzie pubbliche sui prestiti, cancellazione di debiti e riduzioni di contributi per i dipendenti. Una mole di aiuti così impegnativa che, come ha


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detto l’Italia alla Ue, «non è possibile stabilire a oggi un budget per queste misure». Però due conti si possono fare. Visto che le imprese potenzialmente ammesse erano mille, e che ciascuna di loro poteva ricevere fino a 500.000 euro, lo stanziamento a carico delle casse statali ammontava a cinque miliardi di euro. Chi li ha presi? Lo vedremo nelle pagine che seguono. Soltanto una minima parte del diluvio di soldi pubblici che ogni anno piove sulle aziende private è perfettamente monitorata, ed è quella che riguarda i contributi europei. In questo caso, anche se come sempre non manca chi li contesta, i dati ufficiali vengono forniti dal ministero dello Sviluppo economico, che ogni anno pubblica un rapporto sull’utilizzo dei fondi. L’ultimo disponibile, quello sulle erogazioni del 2008, indica in 5,85 miliardi la somma effettivamente versata dallo Stato italiano alle aziende. Il dato riguarda però solo i fondi europei gestiti dal ministero dello Sviluppo economico, che ammontano a 28 miliardi di euro, da spendere tra il 2007 e il 2013, ai quali va aggiunto un uguale stanziamento di fondi italiani. Nel 2009, secondo una cifra non ufficiale, le erogazioni sarebbero salite a quota 9,5 miliardi. 2 Ministero dello Sviluppo economico, Relazione sugli interventi di sostegno alle attività economiche e produttive, giugno 2009: «Per quanto riguarda la tipologia dell’agevolazione, si osserva che il contributo in conto capitale è presente nel 59 per cento degli interventi: per il 45 per cento come unica forma di agevolazione e per il 14 per cento in combinazione con altre forme agevolative. Per quanto riguarda questo aspetto, non si rilevano differenze significative fra gli interventi nazionali e quelli regionali». 3 Legge 388/2000, art. 8 e legge 296/2006, art. 1, commi 271-279. 4 Secondo l’Ifel, la fondazione dell’Associazione nazionale dei comuni italiani per la finanza e l’economia locale, il 28,3 per cento del Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale) nel settennio 2007-2013 va ai comuni, il 18,8 per cento alle regioni, il 5,6 per cento alle province, lo 0,6 per cento alle Unioni di comuni e comunità montane mentre il 46,7 per cento resta nella disponibilità delle regioni. 5 Legge 296/2006, art. 1, commi 841-842, rifinanziata con la legge 244/2007, art. 1, comma 66. 6 Dietro di noi c’è la Germania con 35.730 casi aperti nello stesso periodo. Poi c’è la Spagna con 26.850, la Francia con 21.630 e la Gran Bretagna con 15.270. Dei 38.070 dossier europei riguardanti l’Italia la stragrande 1


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maggioranza, 34.270, ha ricevuto l’ok, e questo significa che ogni giorno che passa come minimo nove imprese italiane hanno ricevuto il via libera europeo a un aiuto. Queste cifre smentiscono il ritornello: «L’Europa è contraria agli aiuti di Stato tranne casi particolari». Guardando i numeri, è vero il contrario: «L’Europa è favorevole agli aiuti di Stato, tranne casi particolari». Sono tre gli articoli del Trattato Ue che disciplinano la concessione di aiuti alle imprese, l’87, l’88 e l’89. Il Trattato di Lisbona ne ha cambiato la numerazione rispettivamente in 107, 108 e 109. In questo libro è stata però mantenuta la «vecchia» numerazione perché la maggior parte dei procedimenti Ue esaminati si è conclusa prima del vertice di Lisbona, quindi prima della modifica.



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