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Diversi, a modo loro “… Resta amico accanto a me resta e parlami di lei se ancora c'è l'amore muore disciolto in lacrime ma noi teniamoci forte e lasciamo il mondo ai vizi suoi. … Io e te lo stesso pensiero io e te il tuo il mio respiro. Che fai se stai lì da solo in due più azzurro è il tuo cielo amico è bello, amico è tutto, è l'eternità è quello che non passa mentre tutto va amico, amico, amico il più fico amico è chi resisterà. Chi resisterà? Chi di noi, chi di noi resisterà”. (Amico – Renato Zero)

1. Come un puntino rosso nel cielo azzurro, si allarga e cresce e si espande – come un puntino modifica la sua forma, le sfumature, la sua intensità – come un puntino capisce, impara, domanda – come un puntino rosso nel nero di uno sguardo chiuso tra le palpebre un giorno di vento. “Pronto?” – il telefono squillò, interrompendo i suoi pensieri e le metafore – “sì Margy sei tu… no no, non stavo facendo nulla di importante. Filosofia? Ok”. (Lo disse eppure non avrebbe voluto, il prof. di lettere le aveva ripetuto centinaia di volte che quell’ok è un orribile modo entrato nella nostra lingua per sostituire i vari d’accordo e va bene). Erano le tre. La sua amica sarebbe arrivata tra poco, aveva appena il tempo di scaricare le sue e-mail, anche se non le scriveva mai nessuno, tranne gli innumerevoli siti pubblicitari. Drin..drin..drin – era lei, aveva il vizio di suonare sempre tre volte anche se nella porta c’era la chiave. “Permesso” – “Entra scema sono sola” – “E Beppina dov’è?” – Beppina era la gatta. Ogni volta funzionava così: la dovevano interrogare, e il pomeriggio prima lei - la Margy - non sapeva nulla. Si era dimenticata di studiare; nel suo mondo parallelo tutto è suono e musica, musica e suono senza parole. E lei si dimenticava. “Vediamo un po’… Kant – l’”io penso” – “dunque l’”io penso”… è… non è che l’abbia molto chiaro questo io penso, me lo spiegheresti mica?” – e il pomeriggio passava così, tra una domanda e un’altra domanda. Drin – la campanella di cinque alle otto era suonata, le lezioni stavano per iniziare. Caty arrivava sempre con i suoi otto minuti di ritardo, tanto che ormai anche il preside non sapeva più cosa poter fare. “Buongiorno ragazzi, dunque…” – e gli occhialini violetto premevano sulla punta del naso goffo e rugoso della prof. – “mi pare che oggi debbano venire interrogati Margherita Martini e


Gianluigi Taccini” – Gianluigi era il tipico secchione della classe, con gli occhialini e la gobba sulle spalle, che però, a differenza degli altri secchioni, eccelleva solo nelle materie letterarie. “Qualcuno si sposti dalla prima fila e faccia sedere i due interrogati” – sbraitava la prof. con la sua voce acuta e tagliente. E per caso e per necessità ogni volta che Margy era interrogata Caty era seduta accanto a lei, tanto che la prof. sbuffava sotto ai baffi ma non diceva ormai più nulla. L’interrogazione si svolgeva così: domanda al Taccini, risposta esauriente e ben esposta – pur avendo lui problemi nell’impostazione della voce, che spesso risultava voce da orso sottovoce – poi domanda alla Margy, e il silenzio trionfava; la Caty che con parole e gesti cercava di spiegarle che cosa avrebbe dovuto dire e la Margy che, con i suoi orecchi turati, capiva sempre fischi per fiaschi e si arrabattava come poteva con “…emm…dunque, considerando Kant potremo dire che la Critica della ragion pura è…emm…caratterizzata da…”. 5+ e a posto. Un’altra insufficienza, eppure la Margy sembrava essere soddisfatta, in fondo 5+ è quasi 6. Ricordo ancora quella volta che all’interrogazione su Pascal la Caty cercava in tutti i modi di farle capire che la risposta era il “divertissement” cioè la distrazione, e la Margy, non capendo nulla come al solito, pensò bene di tirar fuori quella che era la sua esperienza in tema religioso – dato che aveva sentito dire che Pascal si interrogava sul mistero dell’uomo – e blaterava che il senso della vita lo si trova in esperienze concrete e inaspettate e raccontava, presa da un improvviso senso di pace, tanto che la prof. si sedette per ascoltare la sua suprema confessione. Anche se poi alla fine l’esito fu sempre quello. In classe ormai nessuno stava più ad ascoltare nessuno. La parte maschile, divisa in due sottogruppi quello “di destra” e quello “di sinistra”, si preoccupava solo di parlare della prossima partita di calcio da organizzare e del prossimo compito di matematica da far spostare. La parte femminile, invece, divisa in numerosi sottogruppi, fingeva interesse con lo sguardo perso negli occhi del moro di 5C. I giorni in cui c’era la sesta ora, l’anarchia regnava sovrana. La prof. spiegava con partecipazione la rivoluzione industriale mentre 21 persone su 23 dormivano, e due – la Caty e la Margy – che erano in prima fila, ascoltavano il walkman. La Caty sdraiata sul braccio destro con la testa appoggiata sul banco, la Margy con i suoi riccioli lunghi davanti al viso, per coprire l’orecchio con la cuffia. Il suono tanto atteso della campanella prima o poi arrivava e tutti si precipitavano verso la porta senza preoccuparsi se la prof. stava dicendo ancora qualcosa – tranne, naturalmente, le solite due o tre rompiballe che andavano alla cattedra per finire di ascoltare la lezione, quando tutti ormai erano già fuori sulla via del ritorno. La Margy non andava quasi mai in bus, di solito la venivano a prendere. La Caty invece doveva affrontare uno stressante viaggio di un’ora in pullman, perché abitava sul colle più lontano dal liceo. Di solito la Caty, arrivata a casa, studiava. La Margy invece suonava, e poteva durare anche tutto il giorno, finché i vicini di casa – stufi delle sue lunghe e, a volte, stonate melodie – le bussavano al muro per invogliarla a smettere. E allora lei, innervosita, se ne andava dai suoi dodici animali domestici: il coniglio Dentibianchi, il pesce Staizitto, il piccione Vololegato, i suoi tre gatti Miagolaforte, Miagolanpo’ e Miagolapiano, il cane Pelocheabbaia, il criceto Similetopo, la capretta Aidisuimonti, il furetto Pelopeloso e i due pappagallini Daccidamangiare – che un giorno fece morire di fame, non accorgendosi che il loro disperato canto era dovuto al fatto che non mangiavano da una settimana e fu così che una mattina li trovò morti e duri, tanto che, incredula, chiamò la Caty che per consolarla le disse che secondo lei dormivano. 2. Come un puntino si muove, corre, respira - come un puntino lontano alla vista di uno sconosciuto si nasconde e si copre il viso con le mani - come un puntino desidera, sogna, fluttua tra pensieri e parole non dette - come un puntino sorride col sorriso più bello negli occhi. Girò lo sguardo e vide il libro di scienze aperto sulla scrivania. 50 pagine la stavano aspettando e non poteva dir loro di no. Il pomeriggio passava veloce per lei, girava le pagine e subito si faceva sera.

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La Caty si affacciava spesso dalla finestra della sua stanza quando il giorno non era più giorno e la notte doveva ancora arrivare, e il sole se ne andava dietro agli alberi - in lontananza - sul mare. E il cielo non era più blu ma di caldi colori che preannunciavano l’arrivo dell’estate. Quanto avrebbe voluto, in quei momenti, saper dipingere, per riportare su tela l’immagine più bella che rimaneva impressa nella profondità del suo sguardo. La Margy la prendeva spesso in giro per questa sua poetica del tramonto, o per tutte le altre poetiche che ogni tanto tirava fuori, perché lei preferiva vaneggiare in un altro modo. “Senti Caty” – le disse un giorno – “credo di essermi innamorata” – “Ah sì? E per quanto tempo? Un’ora? Due? sì facciamo due!” – “Smettila, non capisci mai i miei sentimenti. Non ti dirò più niente!” – e dopo due minuti e mezzo – “Lui è moro” – disse – “alto e ha quattro anni più di noi, si chiama Paolo ed è bellissimo” – “M’immagino! Ricordando l’ultimo di cui ti eri innamorata una settimana fa inorridisco” – e potevano andare avanti così per ore, ma non quella volta che…sbeng…cadde un volume dell’enciclopedia dalla libreria e si piantò sulla testa della Margy che per minuti non capì che il libro era caduto su di lei, tanto che Beppina, disgustata dall’orribile scena, scese dal divano e se ne andò in un angolo della cucina a sgranocchiare i suoi croccantini. La Margy era fatta così: si innamorava in continuazione, aveva quella sindrome che non so se si chiami sindrome da innamoramento facile o qualcosa del genere. Le bastavano cinque minuti per innamorarsi e per fissarsi che quello sarebbe stato il ragazzo giusto. E la durata della sindrome dipendeva dal comportamento del ragazzo: se lui si dimostrava interessato allora era la volta buona che non pensava ad altro notte e giorno, telefonando anche alle ore più disparate per farsi dare qualche suggerimento su come scrivergli un messaggio. E comunque, anche se lui non dava alcun segno di interessamento, lei era capace di scorgerne qualcuno lo stesso. Pensava che l’amore andasse colto e non lasciato fuggire via. Era un po’ della scuola del “carpe diem” di Orazio, tanto che a volte coglieva attimi che non si presentavano per non lasciarli scappar via. In classe poi era l’eterna assente, presente col fisico ma non con la mente. Era dalla prima che la Margy era seduta alla destra della Caty, mentre la persona a sinistra della Caty cambiava di anno in anno. Quell’anno il posto a sinistra era occupato dalla Virgy e a sinistra ancora c’era la Betty. Caty, Virgy e Betty formavano un trio perfetto: sempre pronte a chiaccherare, in ogni momento della mattinata, tanto che venivano sgridate con ogni tipo di urlo e ammonite con ogni genere di punizione ma non sembravano farci caso, anche perché se lo potevano permettere. Margy al contrario se ne stava in silenzio sempre, anche durante la ricreazione. Ogni ora per lei era buona per aprire un quaderno e scrivere pentagrammi e comporre musica, che poi non voleva mai far sentire a nessuno. Disegnava chiavi di violino, grandi, piccole, medie. E quando chiudeva con la musica allora passava all’altra sua passione: il disegno. Disegnava nature morte, chiamate però dalla Caty frutte morte, e poi era solita fare i ritratti dei prof.. Passavano così le sue mattine e quando tutti uscivano per fare merenda, lei se ne andava in bagno con la sua sigaretta, compagna di vita, di pensieri, di passioni. Sapeva farsi compagnia, e in classe pochi capivano i suoi silenzi. A volte persino non se ne accorgevano. Come quando, alla consegna delle pagelle del primo quadrimestre, si trovò un 7 in condotta, senza motivazione alcuna. Soltanto perché era seduta accanto alla Caty, che era sempre pronta a parlare con qualcuno a destra o a sinistra, e i prof., così automaticamente, avevano concluso che la Caty a destra parlasse con lei. Fu da quel momento che iniziò a maturare dentro sé la decisione di cambiare di posto, per dimostrare a tutti che la Caty avrebbe parlato anche da sola. E poi chissà perché. Era dalle elementari che la maestra si domandava se la Caterina riuscisse a parlare anche col muro. E, per averne dimostrazione, le mise il banco alla parete, e non stava zitta neanche lì. L’ultima spiaggia fu quella di farla sedere accanto alla bambina più silenziosa della classe che non parlava mai, ma seguiva la lezione sempre con la massima attenzione. Così Caterina e Elena accanto, per cercare di rendere un po’ più silenziosa la prima e un po’ più vivace la seconda. Il risultato fu che la Caty parlava con Francesco, seduto nel banco più avanti e la Ele perseverava imperterrita nel suo accorato silenzio. Francesco e Caterina alle elementari erano la coppia perfetta, nessuno poteva far a meno di dire quanto fossero carini insieme. Si conoscevano da quando avevano tre anni ed erano già molto complici. Lui, bravo in matematica, passava le verifiche alla Caty che di matematica ne sapeva ben poco; lei, invece, brava in italiano scriveva i temi a Fra che – anche lasciando da

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parte la sua pessima calligrafia – di italiano non ne sapeva quasi nulla. Tranne che soqquadro si scrive con due q, perché la maestra Lucia glielo fece scrivere 200 volte. In terza elementare Francesco e Caterina erano accanto di banco, e, nonostante parlassero e litigassero per tutto il tempo, nessuna maestra li volle dividere, perché in fondo era una confusione costruttiva la loro e poi stavano proprio bene insieme. Lui castano chiaro con i riccioli e gli occhi di un azzurro invidiabile, lei castana scura con gli occhi verdi. La loro amicizia avrebbe avuto lunga vita, più lunga di tutte le amicizie che avevano mai avuto. Infatti le loro storie si incrociarono all’asilo e rimasero così, l’uno accanto all’altra, fino agli anni del liceo. Certo è che, al liceo, di cose ne erano cambiate, non però le chiacchere della Caty e la loro suprema complicità che, nonostante i litigi, le arrabbiature, nonostante il modo di fare a volte particolarmente irritante di Francesco, non si esaurì col tempo, ma anzi divenne sempre più forte e profonda. In classe Francesco era il perfetto opposto della Margy: lei sempre in disparte, in silenzio, attenta a non disturbare; lui il giullare, con la battuta pronta – a volte anche troppo – con la voglia di scherzare, di divertirsi e far divertire, tanto da essere amato da tutti per la sua giovialità, non sicuramente per la sua condotta scolastica. Era fatto così, prendeva tutto con filosofia, anche se di filosofia non aveva mai capito molto. Fino alla fine del primo quadrimestre si dedicava puramente ad attività ludico-ricreative, tanto da fargli meritare appunto la nomina di giullare. E anche quando doveva portare a casa la pagella, con 9 insufficienze su 10 – aveva 7 ad educazione fisica – era tranquillo lo stesso; tanto sapeva di poter far meglio quando voleva lui. La Rita – sua madre – non la pensava proprio così, e disperata firmava la pagella, tra gli urli e i singhiozzi. Per consolarsi poi, ogni tanto, chiamava la Caty, che le diceva che sicuramente nel secondo quadrimestre tutto si sarebbe sistemato, e le assicurava che prima dei compiti e delle interrogazioni Francesco sarebbe sempre andato a studiare da lei. E questo era vero. Non trascorse anno senza che Fra andasse dalla Caty a studiare, passavano quasi tutti i pomeriggi insieme. Non è che le conoscenze di Francesco fossero molto superiori a quelle della Margy, così la Caty era abituata a ripetere ogni cosa sempre tante volte, ed è per questo poi che quando la interrogavano i suoi compagni erano soliti dire che aveva pigiato play, perché riusciva a parlare senza oscillazione o incertezza alcuna. Le uniche materie in cui la Caty proprio non poteva aiutare nessuno erano matematica e fisica. Perché con i numeri non era mai andata molto d’accordo. E’ per questo che ai compiti di matematica Caty era sempre vicina a Fra, perché Fra elaborava e Caty ricopiava, proprio come alle elementari, e ai temi di italiano Fra era sempre vicino a Caty perché lei scriveva i temi per tutti e due, o quasi. 3. Come un puntino oscilla, trema, rabbrividisce – come un puntino chiama, accompagna, sostiene – come un puntino assorto sul monte in preghiera – come un puntino accoglie, scalda, comprende – come un puntino impara a pensare con la sua testa. “Perché non c’è un perché, tutte storie, tutte favole da bambini come voi che ci credete ancora. Ma un giorno tornerete a dirmi che avevo ragione io. Lo capirete, lo capiscono tutti prima o dopo. Non c’è niente da spiegare. E’ un merda qui, solo e semplicemente merda”. E la Caty ogni volta si tappava le orecchie, non voleva sentire, canticchiava tra sé, doveva trattenersi dal rispondere. Era il prof. di matematica, un uomo dolcissimo di carattere, un uomo disponibilissimo, ma un dittatore per quanto riguarda la matematica e la politica – o sarebbe meglio dire le sue ideologie politiche di vita. Potevano passare due mattine di fila senza che tirasse fuori un suo argomento e iniziasse a raccontare la sua verità, poi cedeva e partiva. Senza che nessuno gli avesse domandato qualcosa, così perché gli girava di dire che per lui la vita non era altro che menzogna, la vita non era degna di essere vissuta. Raccontava anche che non aveva mai, per scelta, voluto far figli per non doverli costringere a vivere, anche se tutti pensavano che non avesse mai trovato nessuna disposta a farglieli fare. Ma poi venne fuori che aveva una ex-moglie. La Caty non sopportava né la matematica né tanto meno i discorsi politici di vita, non poteva quindi andare d’accordo con il prof. dittatore. Con il prof. uomo sì, ma lo capì solo tardi.

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“Giuro che ora gliene dico quattro” – “…” – “Margy?! Dico a te!” – “ E’? A me?” – “Sì, giuro che ora gliene dico quattro!” – “A chi?” – “Vabbè lascia perdere”. La Margy non capiva, non ascoltava e non capiva. Lei poi amava quell’uomo, aveva avuto sempre un particolare gusto per l’uomo virile – se così lo si può chiamare. E i tentativi di sfogarsi della Caty erano del tutto inutili, fortuna che c’era qualcuno prima di lei che decideva sempre di dirgli quelle quattro che aveva sulla punta della lingua. E allora si apriva il dibattito che poteva durare per ore o addirittura per giorni e settimane. Il prof. contro quelle poche persone che avevano ancora il coraggio di controbattere, di non reagire passivamente alle sue lezioni di vita – come piaceva a lui chiamarle. “Siete dei poveri illusi, aprite gli occhi, guardatevi intorno. Tutto è guerra, è distruzione, è morte. L’uomo è cattivo. E il vostro Dio dov’è finito? Gli importa una pippa di noi; lui se ne sta in panciolle a guardarci dall’alto. Se ancora volete dirmi che c’è. Se ancora credete alla favola di Adamo ed Eva. Divertitevi finché siete in tempo, non datevi freni, non abbiate inibizioni. Che significa avere una sola donna o un solo uomo? L’essere umano è poligamo per natura, è inutile far finta di no. Lo so anch’io che soffriamo se la persona amata se ne fugge con un altro, ma dobbiamo solo rassegnarci e accorgerci che magari anche noi fuggiremo presto dalla persona che ci ama. Questa è la vita, questo è l’amore. Non esiste amore eterno, non esiste un contratto che lo sancisca, né tanto meno testimoni che ne diano garanzia”. E finalmente le due ore finivano. Pausa e dopo il prof. di lettere. Per la Caty il prof. di lettere era l’ancora di salvezza dopo due ore di disperazione, era l’uomo che avrebbe sempre sognato di incontrare. Senza considerare le sue ideologie politiche – dacché di estremi non ne voleva sentir parlare – ma soltanto ascoltando la sua voce così profonda e ferma che dava sicurezza. E il suo bagaglio culturale che aveva un fascino enorme. La Margy invece non lo sopportava, era un uomo troppo serio e distinto per lei. E soprattutto non riusciva a capirla, e non premiava mai i suoi sforzi di studio. Ogni volta che la chiamava alla cattedra interrogata lei portava argomenti, autori o poesie non trattate e parlava e analizzava. Quando poi però il prof. verteva su argomenti trattati in classe la Margy non ne sapeva nulla, perché a lei non piaceva studiare ciò che avrebbe dovuto, ciò che tutti studiavano. E di conseguenza lui, leggermente irritato, la mandava al posto con un 6+. La Caty si incantava ad ascoltare le sue spiegazioni. “La Divina Commedia” o ancora la poetica del Montale o del Leopardi divenivano musica soave che usciva dalle sue labbra. Amava imparare a memoria alcuni versi – come Paolo e Francesca – o alcuni sonetti. Entrava nell’opera, nell’arte, nelle parole e non vi usciva finché il suono della campanella non interrompeva il suo sognare. Ma spesso vi ritornava anche a casa, o sul bus o da qualsiasi altra parte. Ripeté milioni di volte Quando la notte è a svanire poco prima di primavera e di rado qualcuno passa Su Parigi s’addensa un oscuro colore di pianto In un canto di ponte contemplo l’illimitato silenzio di una ragazza tenue Le nostre malattie si fondono e come portati via

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si rimane e la Nostalgia ungarettiana acquisiva sempre sensi e significati diversi a seconda delle emozioni che stava provando in quel preciso momento. Il professore a sua volta era fiero della passione che la Caterina e qualcun altro con lei mettevano nel seguire le sue lezioni e li premiava sempre con voti eccellenti. Avevano imparato tanto da lui, non era di molte parole, ma sapeva dosarle nel modo giusto. Aveva insegnato loro a combattere, a non omologarsi per forza allo stile comune, a uscire dal gregge di pecore che andavano dietro a chi - non lo sapevano neanche loro. Aveva dato loro la forza di schierarsi, insegnando la fine dei vili all’inferno. Preferiva un no detto con convinzione che un timido e sussurrato non so. E poi portava nuovi motivi di riflessione, per scritto – nei temi –, o anche a voce. La Caty era sempre stata grata al prof. per come, grazie alla sua sapienza, veniva arricchita. Fu proprio poco dopo aver incontrato il professore di lettere, che a lei, a Fra e alla Margy venne proposto di passare il ponte del 25 aprile in modo diverso. Un amico comune più grande di loro gli propose di andare al Capitolo dei Giovani sul monte della Verna. I tre, dopo aver chiesto il permesso ai rispettivi genitori, accettarono pur non sapendo assolutamente niente su dove sarebbero finiti. Partirono, alla volta di questa nuova avventura, su di un pulmino anni ’30 prestato dal prete del paese. E nella mente della Caty risuonavano le parole del prof. “uscite dal gregge, fate cose diverse, non omologatevi alla vita di tutti gli altri…” ed era contenta di andare incontro a qualcosa di nuovo e inaspettato. Dopo quattro lunghe ore, con il pulmino che fumava, e la Margy che non faceva altro che lamentarsi delle curve, arrivarono a destinazione. Dal paesino in basso vedevano una roccia imponente che dominava il paesaggio, immersa tra gli alberi del bosco, e in cima alla roccia, quasi fosse in equilibrio, si erigeva il convento, e un po’ più in là, nel bosco, si riusciva a intravedere una grande croce. Tutto era fermo e tutto era grande, così immensamente grande, che faceva venire i brividi lungo la schiena. “Brrr che freddo! Ma dove siamo andati a rifinire?” – disse la Margy – e Fra di tutta risposta – “Ma che ne so, quassù ci sono i pinguini! E ci tira anche la bora!”. La Caty, tutta coperta con la sua sciarpa di mille colori, si trattenne dal fare qualsiasi commento. Appena scesi trovarono una festosa accoglienza di frati, suore e di giovani. Si iscrissero e a ognuno di loro fu dato un cartellino con su scritto il nome del gruppo – erano tutti e tre in uno diverso. Poi andarono sulla piazza: c’era un grande palco e un dei ragazzi che suonavano canti bellissimi e tutti ballavano e saltavano, sembravano molto contenti. Il tema dei quattro giorni era “Metti in gioco la tua vita”. La sera salirono su dal bosco con una fiaccola accesa in mano, in processione, per arrivare al luogo santo. Era emozionante nel buio vedere tante fiaccole accese che piano si incamminavano su per la ripida salita, e ascoltavano qualche passo del vangelo o della vita di S. Francesco. Fu faticoso ma quando arrivarono in cima nessuno si voltò più a guardare indietro: tutti si lasciarono abbracciare dalla pace di quel luogo, e di quella croce, così spoglia e così immensamente grande e “calda”. In quei giorni vissero momenti ludici e momenti di riflessione. Scoprirono persone e luoghi favolosi. Si avvicinarono un po’ alla vita di S. Francesco, così misteriosamente sconosciuta prima d’allora, e furono molto toccati dal clima che si era venuto a creare. Tanto che anche Fra, che poi non è che fosse molto portato per questo genere di cose, rimase profondamente sconvolto e felice. La Margy, dopo tutto il suo brontolare, ringraziò molto, ringraziò tutti quelli che le avevano dato la possibilità di vivere quell’esperienza. E la Caty aveva già un gran sorriso negli occhi. 4. Dubita, come un puntino si contraddice, si supera, si colora - come un puntino guarda di verde la faccia della speranza - come un puntino gongolante dorme su castelli di sabbia - come un puntino accecato cerca riparo dal sole che abbaglia.

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“Giù dal letto fiorellino” – “giuuù dal lettooo fiorelliiinooo” – “giuuuuù dal lettoooooo fiorelliiiiinoooooo”. La sveglia sul comodino stava annunciando l’arrivo di un nuovo giorno, e la Caty non riusciva mai a spegnerla prima della terza volta, quando sua sorella – che avrebbe dovuto svegliarsi due ore dopo – sbraitava e la buttava giù dal comodino. Non era ancora l’alba e la Caty piano usciva di camera e scendeva le scale per fare colazione. Tutti dormivano, fuori era buio e in quel paese sembrava regnare il mondo dei sogni – o degli incubi, chissà. Con calma prendeva il suo caffèlatte caldo con tanti biscotti dentro, per cominciare la giornata con la carica giusta. Poi andava in bagno, faceva pipì, si lavava il viso, i denti, si vestiva, si pettinava e via. Doveva uscire di casa perché altrimenti avrebbe dovuto rincorrere su per la salita il pullman, come quasi sempre faceva. Alla fermata era sola, e un po’ aveva paura, specialmente d’inverno col vento forte che muoveva i tigli davanti a casa e il freddo che tagliava il respiro, nel gelido buio della mattina non ancora arrivata. Saliva sul pullman e non c’era nessuno che rispondesse al suo “buongiorno”, alcuni assopiti sonnecchiavano, altri erano troppo intenti a pensare agli affari suoi. La Caty si sedeva nel terz’ultimo seggiolino a sinistra, dietro la Elena – la sua amica silenziosa delle elementari, che era in classe con lei anche al liceo – e cominciava a domandarle la lezione, in particolar modo inglese perché la Caty si dimenticava sempre di farlo. Così la Ele le dava il suo quaderno e il suo libro e cominciava il lungo viaggio di copiatura che terminava solo quando il bus arrivava a destinazione. La Elena era sempre molto precisa e non si dimenticava mai nulla, mentre la Caty a volte, intenta a parlare, non sentiva che cosa i prof. davano per casa, e spesso si dimenticava di chiederlo a qualcuno. Ma in un modo o nell’altro, a volte anche lei si domandava come facesse, riusciva sempre – dico sempre – a cavarsela. Quando arrivava a scuola il prof. era già in classe, perché lei la mattina odiava camminare veloce, e quindi, pur consapevole di fare tardi, se la prendeva con calma, con la Ele che invece voleva sbrigarsi per arrivare prima del suono della campanella. Se c’era il prof. di inglese alla prima ora, non faceva in tempo a entrare in classe che subito la rispediva fuori nel corridoio. Non appena arrivava infatti il prof. urlava “Merlini fuori!” – “ Cosa? E stamani perché?” – “Merlini Caterina fuori punto e basta. E non ritornare prima della fine dell’ora”. E così la Caty usciva e andava dal suo amico bidello. Il prof. d’inglese non la voleva più in classe da quando, qualche anno prima, la Caty, giocando con la Betty a battaglia navale, urlò forte B12, così forte che tutta la classe si fermò per un istante e il professore, senza esitazioni, la mandò per la prima volta in vita sua fuori dalla porta, e da quel giorno non corsero mai buoni rapporti tra di loro. Ma in fondo la Caty non se l’era presa a male, tanto non è che amasse particolarmente quella materia. A volte poi mentre era lì col bidello vedeva arrivare fuori qualche altro sventurato compagno di classe, così perché ogni tanto a quel prof. gli girava di fare pulizia e di tenere in classe soltanto chi diceva lui. La Margy era una di quelle che diceva lui, che teneva sempre in classe. Non so che cosa gli avesse fatto, forse lo aveva stregato con la sua tranquillità, certo è che lui la voleva con sé e anzi la premiava spesso con buoni voti. Anche se poi non si peritava a fare battute impertinenti sulla questione del suo innamoramento facile, che orami era un tema a tutti noto. Se dopo inglese poi c’erano due ore di disegno era la mattina buona che la Caty non faceva nulla. Non sapeva disegnare, e oltretutto si dimenticava la cartellina con i disegni dappertutto, spesso la lasciava sul pullman, così poi non la ritrovava più. La professoressa di disegno era una donna particolarmente fragile e sensibile, aveva bisogno di sentirsi considerata, cosa che non succedeva nella 4B, dove – quando entrava in classe – ognuno continuava imperterrito a farsi gli affari suoi. Ormai conosceva quella sfacciataggine, ma ogni volta soffriva un po’ in silenzio, tanto che, quando venne la prof. della classe accanto a dirle che i suoi ragazzi in fondo all’aula avevano fatto un buco nel muro e vi urlavano dentro con un tubo di plastica, la reazione più spontanea fu quella di iniziare a strapparsi i capelli con le lacrime che le scendevano giù dagli occhi e urlare senza più un filo di voce che se ne sarebbe andata. E partì con il registro in mano, per non tornare più quella mattina. A volte poi succedeva che, avendo l’aula a piano terra, qualcuno uscisse dalla finestra e tornasse a un’ora che decideva lui. La Caty spesso si divertiva in quella classe, perché succedeva sempre qualcosa di nuovo e di inaspettato, anche se poi sapeva che peggio sarebbe stato per tutti al momento del giudizio finale – gli esami di maturità.

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Un giorno Francesco la fece puzzosa – come diceva lui. C’era la prof. di filosofia che spiegava Hegel, e, a un certo punto, si sentì una suoneria in lontananza e la prof. invitò i ragazzi a spegnere i cellulari, controllando lei stessa che non fosse il suo. Intanto la spiegazione riprese e, con un’alternanza di un minuto e mezzo, si ripeteva quel suono che stava iniziando a creare disturbo. La professoressa era indignata ma continuava con toni più accelerati la spiegazione, con la suoneria di sottofondo. A un certo punto sbraitò: “Ora basta! Ora basta! Non c’ ho mica scritto Gioconda qui – e indicò la sua fronte – quindi o viene fuori chi sta facendo lo stupidino oppure andiamo tutti allegramente dal preside”. E Francesco disse che non trovava più il suo cellulare, qualcuno doveva averglielo preso per fare quello scherzo di cattivo gusto. La prof. riprese a spiegare speranzosa che non succedesse più nulla quando la musica suonò di nuovo. Allora la classe tutta si ribellò invitando chi era stato a restituire il cellulare a Francesco. Ma nessuno muoveva un dito, quando Francesco – vedendo la rabbia negli occhi degli altri – disse: “Mi pare che il suono venga da lassù” – e indicò il soffitto – poi montò in piedi sul banco per togliere un pannello dal soffitto e controllare – “E chi ce lo avrebbe messo lassù?” – urlò la prof. con una voce tremula e arrabbiata – “Forse ce l’ ho messo da solo, non so” – “Cooooooooooooosaaaaaaaaaaaaaaaaaaa???????? Bartolucci non credevo tu fossi così tanto idiota da poter fare una cosa simile! Prendi il cellulare e dallo a me”. E fu così che quella sceneggiata finì, tra i sorrisi smorzati degli altri, che non pensavano davvero che Fra potesse arrivare a tanto. La prof. prese quel cellulare e non volle più darglielo fino al giorno successivo. Non lo portò dal preside soltanto perché era Francesco e lei aveva un debole per i suoi occhi dolci e il suo viso angelico. La Caty ormai non si meravigliava più di nulla, sapeva a che grado di imbecillità riuscisse ad arrivare il suo amico e, nonostante facesse la faccia delusa e un po’ imbronciata, poi alla fine si divertiva anche lei. Di tutta la settimana il giorno che aspettavano con ansia era il sabato, a volte se domandavi alla Margy che cosa facesse in quella settimana lei rispondeva “aspetto sabato”. Perché era sabato punto e basta. Perché era il giorno prima del giorno del riposo, e – come diceva il Leopardi – era il giorno più bello di tutta la settimana, perché gli animi esultavano nell’attesa del giorno di festa. Per la Caty il sabato aveva molte valenze: nel primo pomeriggio si faceva il catechismo ai bambini, poi si prendeva il bus e si andava sul corso a fare le “vasche” su e giù tutto il pomeriggio milioni di teste che camminavano dieci venti volte avanti e indietro avanti e indietro e non si capiva poi cosa pensassero niente forse soltanto a camminare avanti e indietro come tutti gli altri come tutti fanno e hanno sempre fatto così tutte le settimane tutti i sabati tutti perché quello era il giorno prima del giorno del riposo perché il sabato bisognava andare dove tutti gli altri tutti come tutti anche se poi in fondo anche se poi tutti in fondo anche se forse anche se poi non era molto divertente tutto il pomeriggio tutto su e giù magari masticando quelle caramelle che vendevano nel negozietto in fondo così tutti masticando camminavano avanti e indietro tutti per la stessa strada tutti sulla stessa strada e ognuno da solo con il suo gruppetto tutti su quella strada soli col gruppetto tutti soli nel gruppetto tutti tutto il pomeriggio era abitudine doveva essere così tutti soli dal gruppetto ognuno portava dietro se stesso tra mille se stessi senza provare a fare altro che non fosse girare intorno al proprio ombelico

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e, quando si faceva sera, si poteva andare al cinema oppure a una festa di compleanno e qualche volta - a ballare. La Margy aveva molto amato andare a ballare, le piaceva far tardi la sera, sentirsi grande, volerlo essere sempre più. La Caty amava la musica, amava la danza, ma non amava la discoteca. Nemmeno quando era più piccola, non l’aveva mai amata, però aveva comunque continuato ad andarci, così, anche se non vi trovava niente di bello, speranzosa che ogni volta sarebbe stato meglio e invece ogni volta era sempre deludente come la volta precedente. In particolare non amava andare a ballare insieme a Francesco e agli altri di classe, perché non poteva vedere persone a cui teneva buttarsi via in un mondo dove tutti si sentivano liberi o liberati tra persone che avevano il potere di farti sentire il più triste degli esseri umani o il più felice e sorridente il migliore nelle peggiori condizioni Un mondo nuovo contagioso come le malattie infettive un mondo che ti accarezza e ti pugnala alle spalle anche se fingeva indifferenza, anche se mostrava noncuranza, anche se poi diceva a Francesco tutto quello che pensava e lui ci rideva su. 5. Come un puntino cammina, fatica, soffre – come un puntino ascolta, parla, insegue – come un puntino nel caldo delle giornate piene di sole – come un puntino ferito, scalfito, vinto – come un puntino sente nella propria storia un incontro. “Caty che ne dici se d’estate ce ne andiamo dieci giorni in marcia?” – “Dove?” – “E dai in marcia, con il gruppo del Capitolo dei Giovani” – “Marcia Francescana, Fra, Marcia Francescana” – “Sì insomma quella! Che ne dici? Ci iscriviamo?” – la Caty ci pensò un attimo e poi – “Perché no?! – disse – mi va di fare qualcosa di nuovo quest’estate!” – “Affare fatto signorina. Allora iscrivo me e te!”. Erano gli inizi di Giugno e Francesco si era lasciato influenzare da un frate che aveva conosciuto al Capitolo alla Verna e che gli aveva proposto di fare questa marcia. Non aveva ben capito cosa fosse, ma sentiva di voler provare. E la Caty con lui. Si iscrissero per tempo, la marcia avrebbe avuto inizio il 24 luglio. Chiesero anche alla Margy di andare con loro, ma un po’ per questa cosa di dover camminare, un po’ per le sue vacanze in Sardegna, un po’ per la voglia di andare una settimana in campeggio, lasciò che Fra e Caty partissero da soli. Si respirava un’aria leggera Ogni giorno Di più Il cammino era lungo e faticoso Salite e discese Discese e salite Ogni volta un po’ di dolore in più

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Sudati stanchi sfiniti Col caldo di un agosto Che ti soffocava piano Tra campi di erba ormai bruciata Dal sole Tra mani bagnate Lacrime versate Tra piedi nudi e dolenti Gambe che soffrivano in silenzio Col caldo di un agosto Che ti soffocava piano Tra campi di erba ormai bruciata Dal sole cocente Di un estate Che ti soffocava dentro Piano Si respirava un’aria leggera Eppure aria leggera sembrava Ogni giorno di piÚ La fatica non se ne andava Ma la gioia le camminava accanto Nel pieno di un agosto caldo Dal sole cocente Che abbaglia La gioia Quella che faceva nascere sorrisi Anche col sudore che scendeva dalla fronte Quella che faceva urlare Grazie Anche con i piedi che facevano male Quella che faceva illuminare lo sguardo Donare una carezza Quella che faceva Camminare accanto Insieme Quella che faceva prendersi la mano Nelle strade Tra la gente immersa nei suoi grandi casini Cantare Per le strade Con la gente e il suo grande casino Lodare Gridarlo sui tetti Sui tetti Uniti dal coraggio di osare Di osare molto Osare tutto Di desiderare Di sperare

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Uniti col coraggio di testimoniare Di sudare e cantare Di gioire e faticare Con la voglia di gridare La Meta Sì la Meta Assisi Non solo, la Meta quella vera quella importante, la Meta della nostra vita Francesco arrivava tutte le mattine puntuale dalla Caty per farsi fare le trecce. Aveva riccioli lunghi e per camminare tutto il giorno gli facevano caldo. Così la Caty ogni mattina – per dodici giorni – doveva mettersi lì e fare le trecce a Fra. Che carino che era. Sembrava quasi una bambina. E pensare che i primi giorni li avevano scambiati per fidanzati – ma a questo ormai erano abituati – mentre i giorni successivi cominciarono a scambiarli per fratello e sorella, vedendo tra loro fortuite somiglianze fisiche o nei modi di fare. Eppure non camminavano quasi mai accanto, anche se pranzavano e cenavano sempre insieme. Fra sembrava un po’ meno scemo del solito, anche se non risparmiava le sue battutine o i suoi scherzi che facevano così ridere tutti gli altri – e la Caty se ne vergognava quasi. Però erano insieme nel gruppo e a volte Fra aveva anche delle uscite piuttosto serie – sorprendenti. Sarà che c’erano davvero molte persone sorprendenti là, e in quei giorni ebbero la fortuna e la voglia di conoscerle e di apprezzarle. Entrambi la sera si guardavano e vedevano la stanchezza nel fisico e la gioia negli occhi l’uno dell’altra. E così si dicevano “abbiamo fatto bene a partire…”. Ci furono talmente tanti momenti belli che dopo non riuscirono a raccontarli tutti, e forse nemmeno alcuni, non nella loro unicità, nella loro pienezza, nella loro imprevedibilità. Fu un’esperienza forte, di quelle che lasciano il segno, ti incidono, ti graffiano. E quando tornarono a casa si sentivano graffiati, sì. Toccati. Cambiati, senza la possibilità di spiegare il perché. Graffiati – dalle unghie di un felino che non lo fa con violenza, ma piano incide nella tua carne un suo segno, con dolore forse, ma incide un segno che non se ne andrà. 6. Come un puntino ritorna – combatte – cade. Come un puntino racconta – ricorda – ricerca. Come un puntino che lotta tra tanti puntini. Come un puntino abbraccia – abbandona – ama. Come un puntino riprende da solo il cammino. “Uno e due, tre e quattro, su e giù, avanti e indietro. Da capo. Uno e due, tre e quattro…” – “Uff, non ce la faccio più!” – “più veloci, più veloci. Muoversi! E uno e due e tre e quattro…” – “basta, scoppio” – e la Caty si buttò a terra senza forze e con la voglia di prendersi una pausa da quello stressante corso di aerobica. Era agosto inoltrato e lei, la Virgy, la Ele e la Ale avevano colto al volo l’occasione di andarsene una settimana in vacanza al mare, in un villaggio turistico. Spese poche perché tutto era organizzato tipo campeggio – bagni comuni, casine di paglia etc. La Ale andava in classe con loro e, anche se non erano un gruppo molto omogeneo, quella settimana si trovarono abbastanza bene – a parte qualche piccolo “disguido” che può sempre capitare. La Caty doveva ancora riprendersi del tutto dalla marcia e, nonostante avesse dormito tutti i dieci giorni successivi, aveva ancora qualche postumo da smaltire. La vita del villaggio era

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frenetica e lei, che comunque qualche anno prima sarebbe stata in cima a tutti i corsi dall’aerobica, all’acqua-gym, al corso di nuoto, alla corsa, al tennis, quell’anno proprio non ce la faceva a tenere il tempo, il ritmo. Aveva deciso che voleva prendersela un po’ più con calma. La Ele non era abituata a fare sport e, dopo il primo giorno di tentativi, decise che lei se ne sarebbe stata sotto l’ombrellone. Rigorosamente all’ombra perché avrebbe potuto prendere un’ustione se esponeva la sua pelle molto chiara nelle ore non indicate al sole. La Virgy, d’altro canto, voleva e doveva seguire tutti i corsi: perché voleva e doveva essere magra, tonica, bella, snella; era un periodo che non mangiava se non verdure lesse o grigliate e faceva attività fisica tutto il santo giorno. Ed era riuscita nel suo intento – era diventata magra, molto magra - però a volte sembrava aver perso un po’ quel sorriso che appena qualche mese prima sapeva ancora donare agli altri. La Ale non aveva particolari complessi, aveva un fisico esile per natura, ma comunque le piaceva fare un po’ di sport – non troppo. Lei, però, con tutta la roba che davano lì da mangiare, prendeva sempre le stesse tre cose: pasta al pomodoro, hamburger e patatine; perché – diceva – “non mi piace nient’altro”. Era una di quelle che mangiano prima con gli occhi e poi decidono se è il caso di assaggiare, e lei la maggior parte delle volte decideva che non era il caso. Alla tenera età di 18 anni non aveva ancora assaggiato una fragola! Quando lo disse alla Caty, lei, infervorata, le disse che stava perdendo alcune delle gioie vere della vita, stava lasciando scappare via pezzi di vita, e che se ne sarebbe pentita quando il suo gusto, diventato vecchio, non avrebbe più potuto apprezzare sapori così raffinati. La mattina era dedicata allo sport, il pomeriggio al relax: se ne stavano sul mare a far le “balene” – sulla battigia sdraiate a prendere le onde. La sera poi, dopo cena, c’era sempre qualcosa di diverso, con 100 animatori non c’era da annoiarsi: spettacoli, feste, karaoke, cabaret e dopo apriva la discoteca. A volte rimanevano alzate fino a tardi, per due volte fecero mattina e dopo colazione andarono a dormire. Infatti avevano fatto amicizia con un gruppo di giovani del nord, ragazzi e ragazze, e se ne stavano con loro a ballare e poi sulla spiaggia a chiacchierare intorno a un falò. Partirono di sabato e arrivarono al sabato dopo in un batter d’occhio, senza quasi accorgersene. La Ele forse era l’unica un po’ contenta della fine della vacanza: infatti non era amante del sole, poi era allergica al fumo e in quella discoteca di fumo ce n’era fin troppo, e odiava andare a letto molto tardi, tanto che a volte se n’era andata da sola a dormire – anche se non dormiva perché aveva paura a stare da sola. Però alla fine disse che era andata bene anche per lei, nonostante i suoi momenti di silenzio e di solitudine. La Virgy si “innamorò” di un animatore, che a sua volta si “innamorò” di lei, e nacque così tra loro una storia, che avrà un continuo anche nei mesi successivi e che, dopo finita, ricorderà spesso la canzone dell’anno “un estate fa non c’eri che tu, ma l’estate somiglia a un gioco è stupenda ma dura poco…”. La Ale strinse una forte amicizia con una ragazza veneta e soprattutto per questo non avrebbe voluto tornarsene a casa. La Caty, infine, si divertì, anche se aveva dei pressanti ricordi di momenti passati poco tempo prima, e non sapeva quando era stata davvero la Caty che voleva essere – se in quei momenti passati o in quella vacanza presente - o forse lo sapeva ma ancora preferiva non dirselo. “Le quattro? Come sono le quattro del pomeriggio? – “E’? Le quattro? Non abbiamo nemmeno fatto colazione…” – “Eli, svegliati!!” – “Oh, ma cosa cavolo volete da me?” – “Sono le quattro” – “Le quattro? Ma non avevamo rimesso la sveglia alle undici?” – e la Margy si alzò per andare a preparare le immancabili brioche con la nutella per tutte e tre. Erano in campeggio da appena ieri l’altro e già la situazione era completamente degenerata. Andavano a dormire, in quella comodissima tenda, la mattina alle otto e poi si svegliavano il pomeriggio. Vita da mare – mai. Il mare lo vedevano solo la notte, come la sera prima quando andarono al sangria party con dei loro amici e fecero il bagno verso le tre. “Tutto sotto controllo” – dicevano - anche la notte successiva quando venne un forte diluvio e allagò la loro tenda, tanto che la mattina, quando si svegliarono, stavano galleggiando sui materassini dove avevano posato i sacchi a pelo. “Tutto sotto controllo” – anche quando la Miche fece i capelli rasta alla Margy e la Eli stava progettando il suo primo piercing, all’ombelico.

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La Eli e la Miche erano amiche d’infanzia della Margy, avevano fatto la stessa classe fino alle scuole medie, e poi avevano mantenuto uno splendido rapporto. L’anno prima la Margy e la Miche erano andate insieme in Irlanda, per una “vacanza-studio” – quantomeno così dissero. La Margy però, dopo 21 giorni, se ne tornò in Italia ingrassata di circa 10 kg, con due gonfi enormi sopra le guance, e una pancia tonda per la troppa birra che si era scolata. Senza dimenticare il taglio profondo che si era fatta in testa cadendo ad una festa alla quale poi non si ricordava neanche di essere stata, e la Miche, per tamponare il sangue, versò sopra la ferita whisky puro, l’unico alcool che aveva in quel momento a portata di mano. Ma anche quell’anno in campeggio non si fecero mancare di niente, tanto che quando tornarono a casa, dopo una settimana, i loro familiari non volevano riconoscerle: una rasta e con un falso piercing al labbro inferiore, un’altra con i capelli verdi e un falso piercing al sopracciglio destro, e un’altra ancora con una specie di cresta in testa e un piercing vero all’ombelico. “Ciao, lo sai che sei davvero carina? – e la ragazza, sorpresa, alzò lo sguardo dal suo asciugamano steso sulla sabbia bianca – “mmm, dici a me?” – e con piacere notò i suoi occhi azzurri e i suoi riccioli biondi – “e a chi sennò? Come ti chiami?” – “Pamela” – “io Francesco” – “come il mio orsacchiotto preferito di quand’ero bambina” – “ti va di lasciarmi il tuo numero? Magari, se rimani qui ancora qualche giorno, una sera di queste potremo uscire insieme!” (dì di no, ti prego, dì di no) – “ma sì, perché no” – e anche quella volta aveva colpito nel segno, eppure si stava già pentendo di aver accettato quella sfida: la più brutta della spiaggia, vinceva chi riusciva ad andare con la più brutta della spiaggia, e pensava proprio di averla trovata lui. Non poteva più tirarsi indietro, doveva dimostrare che sarebbe stato lui il vincitore, anche quella volta. E così fu; la sera dopo uscirono insieme, anche se lui si vergognava a farsi vedere in giro, la portò sulla spiaggia e la baciò, a occhi chiusi, con i suoi amici che spiavano da dietro una sdraio. E dopo tutti a brindare: il vincitore indiscusso era lui: Francesco, che era riuscito a trovarla davvero ma davvero brutta, inguardabile – come disse il suo amico Andrea. Settembre. “…l’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande lo sai che non mi va…” – la classica canzone che passava alla radio di settembre in settembre; la Caty canticchiava seduta sul terrazzo per cercar di prendere l’ultimo sole prima dell’arrivo della brutta stagione. “Bruuuuuuuuuuuuuuuuummmmmmmmmmmmmmmmmm” – un rumore assordante proveniva dalla piazza della chiesa – era lui, era tornato – e infatti, in un secondo, arrivò con la sua moto nera e lucida davanti casa sua. “Fra! Sei tornato!?!” – “eccomi qui, sono proprio io!” – tutto abbronzato che quasi non si riconosceva. Non si erano più visti dalla fine della marcia e ora avevano un po’ di cose da raccontarsi. Fra “confessava” sempre alla Caty i suoi innumerevoli amori, o meglio il suo divertirsi con le ragazzine che gli stavano dietro. E la Caty ogni volta rimaneva senza parole. “Ma non crescerai mai?” – diceva – e lui sogghignava. Parole Si dicevano parole Parole di amori finiti Parole di amori iniziati Di notti passate a guardar le stelle Sulla spiaggia E di giorni trascorsi ad ascoltar le onde Sulla sabbia

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Parole E poi uno sguardo Un sorriso Silenzio E ancora parole E un canto Di giorni lontani Non troppo Insieme Una chitarra Per suonare Parole Per cantare Parole E un abbraccio sincero Insieme In due Tutto era più bello “Sì, è un bel po’ che non la vedo e non la sento. Perché? Non c’è un perché, lei le sue vacanze, l’estate a modo suo, io le mie vacanze, l’estate a modo mio e, lo sai come vanno queste cose, non ti senti per un giorno, due, tre e poi impari a farne a meno. Sì un po’ mi dispiace, ma d’altra parte ci sono tante cose sulle quali non possiamo proprio andare d’accordo, e quindi non lo voglio nemmeno sapere se torna tutte le notti a casa alle 6 o se beve o fuma… non lo so quel che le passa per la testa in questo periodo, non lo so e non lo voglio sapere. Parleremo, ma non di questo certo. Non ne vuole parlare mai, non con me.” 7. Come un puntino che scrive sul diario – come un puntino che non sa più alzare lo sguardo – come un puntino si sente tradito – come un puntino crede che niente tornerà più come prima – come un puntino che non aveva ancora capito che le stagioni passano – cambiano – e ci cambiano. 3 settembre Amica mia le lacrime riempiono i miei occhi mentre ti scrivo queste parole Amica mia quante volte ci siamo dette di essere sempre l’una per l’altra sempre Amica mia quanti giorni abbiamo corso insieme incontro a una nuova avventura incontro a un nuovo mare incontro a un’altra stagione Amica mia quante volte abbiamo riso soltanto per la voglia di ridere io e te insieme da sempre

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come nessuno Amica mia “le cose cambiano” ti dissi qualche tempo fa mentre guardavamo il mare e tu mi dicesti “non voglio che cambino… io vorrei stare così tutta la vita” ma sapevamo entrambe che così non sarebbe stato è’ arrivato il momento quello che segnerà o forse sta già segnando un cambiamento nelle nostre vite perché così deve essere perché è così – dicono – che vanno le cose Amica mia io non ci volevo credere io dicevo che per noi sarebbe stato diverso che l’amica mia non mi avrebbe deluso mai e che forse neanche io avrei mai deluso lei avevano ragione Amica mia avevano ragione lo credi anche te tutto passa - eppure lo dicevo sempre – ma non credevo potesse passare anche per noi Amica mia mi mancano già tante cose una parte di me si sente stringere dentro pensando a ogni momento che non tornerà Amica mia ricordati che non avrò nessun’altra Amica mia come lo sei stata te Caro diario, Per me l’amicizia è confusione è un vortice che passa e se ne va’ solo in pochi casi resta E’ un periodo della vita passa di lì proprio mentre la stavi aspettando ti accompagna ti insegna a sorridere a giocare e poi tante volte ti lascia così come ti aveva incontrata Passa insieme al vento d’estate insieme alla pioggia in autunno con la neve dell’inverno e i germogli in primavera

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Porta luci e colori a volte anche lacrime e rancori Ti fa crescere e tornare un po’ bambina ti insegna a correre a saltare a rialzarti dopo ogni caduta L’amicizia vera non è come l’amore vero che dura in eterno può essere amicizia vera anche solo per una settimana un mese un anno un periodo della tua vita Ho avuto amici veri nell’infanzia diversi dagli amici veri dell’adolescenza e ancora diversi da quelli della maturità Gli amici veri passano con le stagioni ti lasciano un segno un piccolo graffio dentro Ci sono amici che passano allontanandosi giorno dopo giorno facendo poco male E amici che scopriamo più non esser tali da un giorno a un altro anche senza che nulla sia successo così a pelle e questi danno grande dolore Ma ci sono anche gli amici che restano che ci sono da sempre da quando ricordi di aver scoperto di essere amica di qualcuno e sei sicura che nonostante tutte le intemperie del momento nonostante le vite cambino e ci cambino questi pochi pochissimi amici ci saranno sempre e per sempre Sono quelli che sono cresciuti con te fin da quando eri bambina o appena ragazzina sono quelli che ti hanno insegnato a giocare alle lego o a nascondino o i tuoi primi compagni di banco alle scuole elementari Sono quelli che puoi non sentire per giorni e settimane e che comunque non dubitano mai un istante di te e della tua amicizia sanno che la vita a volte ti tiene impegnata più di quello che vorresti e ti impedisce di farti sentire loro sentono battere nel cuore che ci sei anche nei lunghi momenti di assenza Sono quelli che ti hanno scoperta quando stavi iniziando a crescere e hanno condiviso con te

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i particolarissimi tredici anni e di lì al seguito Loro che ti hanno passato i compiti di matematica a patto che tu gli facessi il tema d’italiano quelli che non sembravano all’inizio buoni amici e che invece poi si sono rivelati i migliori del mondo E ancora gli amici inaspettati che sono capitati in mezzo al tuo cammino così per caso che ti sei trovata accanto e ai quali non sapevi attribuire tutto il valore che meritavano Gli amici che scopri con gli anni che all’inizio sono gente fra tanta gente e poi cominciano pian piano a prendere un posto nella tua vita a collocarsi tra le schiere delle persone importanti e a divenirlo sempre più col passare dei giorni e degli anni Gli amici che non vedi spesso di cui sai o sapevi poco o niente di cui ti basta la compagnia per essere felice Che speri di non dimenticare mai ma non ne sei sicura Gli amici sono così un vortice che quando arriva porta un confuso insieme di emozioni e quando se ne va lascia un piccolo grande vuoto che non potrà essere colmato nemmeno da tutti i nuovi amici che passeranno da lì “Mamma stasera esco e non so a che ora torno” – la Patrizia, sua madre, che se ne stava comodamente seduta sul suo divano nel soggiorno, per cercare di godersi quegli ultimi giorni di ferie, si alza improvvisamente in piedi urlando: “Cosaaa? Non se parla, proprio non se ne parla. Te stasera non esci di casa! E’ tutta l’estate che non ti si vede, arrivi sempre tardi e il giorno non ti alzi mai fino alle 3. Non possiamo andare avanti così. Non se ne parla”. La Margy sussurrando un “vaffanculo” se ne torna in camera sua, l’unico luogo sicuro di quella casa - secondo lei. Alza la cornetta e digita quel numero che aveva fatto milioni di volte. “Pronto?” - “O Eli, è un casino, mi ma’ me la mena alla grande… non so se stasera riuscirò a uscire da quella porta, che palle!” – “Come?! Vabbè comunque alle 10 sono lo stesso da te, qualcosa mi verrà in mente”. Quella sera la Margy non volle andare a tavola per cena, in casa proprio non capivano che cosa le stesse succedendo e i suoi genitori litigavano ogni giorno per causa sua, ma lei non sembrava molto turbata da tutto ciò. Drin – la Eli suonò il campanello alle 10.15, il quart’ora accademico era immancabile -“Vieni, sono su!”. Eli entra piano in casa della Margy e – come previsto – la Patrizia se ne sta piantata sul portone per controllare tutte le entrate e le uscite di casa sua. Non appena la Eli accenna a un saluto la Patrizia su tutte le furie comincia a sbraitare “e non è possibile, anche te, con la mì figliola, siete du’ stupide messe insieme, e non ci si può fidare di voi! Quante ce n’avete inventate a me e al mì marito. Basta! Stasera Margherita non esce, sia chiaro”. La Eli, finita la predica, in silenzio sale le scale e entra in camera della Margy che, noncurante di tutto, si stava “facendo bella”: jeans con le catene, scarpe Etnies, maglia del negozio dell’usato, piercing in vista, e collana con le borchie ben stretta al collo. Perfetto.

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Aspettano un po’ finché sentono la Patrizia chiudere il portone e dirigersi verso la cucina. E allora più veloci della luce si fondano giù per le scale con passo felpato, come i gatti, e via verso la porta. Fuori, finalmente fuori. Libere. Una corsa e salgono sulla jeep ultimo grido dell’Eli. Il motore si accende e – fermi tutti – la Margy non ha preso le chiavi di casa! “Cavolo, cavolissimo! Eli come facciamo? Sono sul mobilino dietro il portone”. La Eli si ricorda che nella fretta probabilmente non avevano chiuso il portone e subito dice “stai tranquy, ci penso io”. Torna in fretta in giardino, sale piano e al buio le scale esterne e spinge il portone – aperto. Un leggero cigolio accompagna la sua mano mentre lo apre quanto basta per riuscire a passare. Piano, fa solo tre passi e arriva alla chiave – presa. Di corsa riparte ma “dududum” – cade. “Chi è? Chi èèè? Brutta incosciente che non sei altro, dove vaiii?” - la Eli corre con tutto il fiato che ha, con tutto il fiato che le è rimasto per trattenere l’urlo dal ginocchio ora dolente, con quel fiato che non è bruciato insieme alle sigarette che fuma da quattro anni a questa parte. “E’ fatta, andiamo!” e pigia forte sul pedale dell’acceleratore per andare quanto più lontano potevano in un soffio di vento. La notte era per loro, per loro e per i loro “amici – amanti”, i due ragazzi con i quali erano uscite tutta l’estate. Destinazione Firenze, in un posto dove si poga, si fuma le canne e dove nessuno ti rompe le balle se alzi un po’ troppo il gomito. E la Margy e la Eli lo alzavano spesso il gomito e vomitavano sempre, o quasi. Quella notte rientrarono un quarto alle sette, in condizioni pessime. La Margy arrivò strisciante alla porta di casa e con le poche forze che le erano rimaste infilò la chiave nella serratura e girò spingendo silenziosamente quel portone che faceva troppo rumore. All’entrata trova Maurizio, suo padre, pronto per andare a pesca. Biascica un “buonanotte, papi” e se ne va in camera sua, senza ascoltare la solita frase “esigo delle spiegazioni”. Ma di spiegazioni non ce ne sono O ce ne sono fin troppe Pensa te Sto male e continuo a star peggio Ma devo essere fuori dalle righe Fuori dagli schemi che mi avete sempre Dato per buoni Io non ci sto Non ci sto più a giocare così Punto mio Punto mio sempre Perché me ne frego di quello Che bisognerebbe fare E faccio proprio ciò che non si dovrebbe Così Non mi capite Peggio per voi Nemmeno la mia amica mi ha capita Nemmeno lei Non pensavo non volevo Che mi lasciasse da sola a combattere Questa battaglia Non avevo capito quanto fosse diversa da me o quanto fossi diversa da lei ma cosa importa cosa importa 8. Come un puntino si chiede che cos’è quest’ansia che brucia dentro, che taglia il respiro, soffoca – come un puntino si chiede che cos’è questa paura, quest’apprensione che lascia passare le notti in bianco – come un puntino sente di aver risposte già date, e risposte mai trovate.

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“Catyyyyy” – “dimmiiiii” – “è per te, rispondi!” – “chi èèè?” – “rispondi punto e basta!”. “Pronto?” – “ah, ciao” – “bene” – “no stasera no, non ci sono” – “domani? Forse” – “va bene, ciao”. Tre mesi. Si è degnata – pensò fra sé e sé – non considerando che per lei sarebbero state altri mille mesi; quella cornetta non l’avrebbe mai alzata per prima – questione d’onore. Era contenta, amareggiata, contraddetta. Le sembrava finzione, si sentiva egoista. Difficile, complicata. Una preghiera semplice per tutte le volte che sono troppo complicata, per quando non mi lascio toccare, non mi lascio raggiungere, per quando sono schiva e arrabbiata. Prego perché possa imparare a contemplare ogni momento, ogni persona, ogni gesto. Perché possa imparare a fermarmi, ogni tanto, perché possa imparare a mettere da parte l’orgoglio, a smettere di ruotare intorno a me. Domani era arrivato e le veniva da cantare “domani smetto, è meglio se richiami domani!”, ma domani ormai era oggi e non poteva più rimandare. Nella piazza della chiesa puntuale alle quattro. Lancia grigia metallizzata, vetri aperti, il vento le soffiava nei capelli raccolti, occhiali neri giganti. Si ferma, parcheggia e scende dalla macchina. La Caty sulla panchina, da sola, sguardo verso il basso, nel vuoto. Canottiera nera, jeans tagliati e scarpe da tennis. Un libro aperto in mano per ingannare l’attesa. “Ciao” – un saluto freddo e una domanda scontata – “come stai?” – e vede con sorpresa - non troppa - il piercing che pochi mesi prima non c’era, la cintura borchiata, il tatuaggio sulla schiena, i capelli rasta e le scarpe alternative – e pensa a quanto si possa cambiare tanto in poco e a quando pensava di conoscerla meglio di chissà chi altro e al fatto che ora le sembrava di avere davanti una perfetta sconosciuta. “E poi cos’è successo, aspettami oppure dimenticami, ci ritroviamo adesso, dopo quasi cinque anni” – no, cinque anni non erano, ma potevano essere venti, ottanta, cento. E poi perché? Cos’era successo? Forse nemmeno loro lo sapevano, e comunque non avrebbero saputo dirselo. La Margy si sedette sulla panchina e tirò fuori il suo immancabile cicchino, l’unica cosa sbagliata - che però la faceva sentire ancora lei agli occhi della Caty. Tra un tiro di sigaretta e l’altro raccontò del campeggio, dei ragazzi, della sangriata, delle sue notti fuori casa, della rabbia dei suoi genitori, del suo menefreghismo, della sua non voglia di affrontare la quinta di quella scuola che le era sempre sembrata una scuola di merda. La Caty ascoltò in silenzio, quasi come se dovesse assolverla o condannarla o giudicarla o rimproverarla, ma scelse di rimanere in silenzio, anche se nella testa le passavano mille pensieri al minuto. E intanto la sua rabbia stava assumendo forme nuove, diverse. Forse stava diventando comprensione, ascolto, forse solo e soltanto silenzio. Disse poco – strano – era sempre stata lei quella che delle due parlava molto. Ma ora non erano “le due”, erano una e una, ancora ben distinte e separate, con tanti puntini da mettere sulle i, se mai fossero riuscite a trovarle quelle benedette i. Una parola uscì dalle sue labbra “perché?”. Ma la risposta poi, forse la ascoltò solamente il vento. Perché? Chi l’ ha detto che ogni cosa ha il suo perché? Perché voglio divertirmi, voglio esserci, voglio essere come quelli che non hanno paura, che pigiano sul pedale, che corrono il rischio di bere, di fumare. Perché mi piace. Ma perché dovrei dire queste cose a te? Non potresti capire mai. Te sei quella perfetta per i miei genitori, quella che non va mai fuori dagli schemi, che non alza mai il gomito,

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che non fuma. Quella che rientra all’ora giusta, quella che obbedisce alle regole, che non si fa mai trovare impreparata, a scuola, nella vita. Tu sei quella che dalla discoteca va via alle due, tu sei una che si fa tanti scrupoli per trovare il ragazzo giusto. Mica te lo fanno su misura sai? Tu sei quella che fa yoga, per non essere mai nervosa, anche se a me ogni tanto sembra che tu nervosa sia lo stesso. Tu sei quella che fa il catechismo, quella che tutte le domeniche va a messa, non ne salti una, e pensare che io facevo fatica ad andare a Natale e a Pasqua, poi sì la Verna, il capitolo, un’esperienza forte ma che rimane forte dentro me, anche se io non sono come te. Sì forse è questo il punto, che io non sono come te. Mi chiedo se riuscirò mai a dirtele queste cose, Caty, cazzo ci riuscirò mai a dirti: svegliati!, non avere ottant’anni prima del tempo, corri qui nel prato insieme a noi, insieme a me, lasciati trascinare dalla corrente dell’ebbrezza, dalla corrente delle cose facili, delle meraviglie. Vivi come tutti alla tua età vivono, non startene lì nella tua scatola di cartone, respira a pieni polmoni finché sei in tempo, respira profondo, respira! Se solo quelle parole le avesse ascoltate forse se ne sarebbe andata via a versare qualche lacrima di nascosto, o forse se ne sarebbe stata lì, a dire la sua controparte, il suo parere, il suo punto di vista. Ma quelle cose non le ascoltò mai e allora se ne rimase ancora in silenzio su quella panchina ad aspettare un perché che perché non era. Perché hai deciso di buttarti via? Perché non sorridi più, perché i tuoi occhi non brillano di quella luce che conoscevo? Perché sei sempre arrabbiata, scontenta, infelice? Ti sei mai chiesta, in tutto questo, che cosa stai cercando? Che cosa cerchi? Cerchi la via delle soluzioni facili, immediate? La via delle risposte pronte all’uso, la via del “ciò che conta è usa e getta”. Cerchi l’emozione forte? Cerchi di affogare le tue paure in un bicchiere pieno di niente, un niente che ti trapassa dal volto? È? Che cazzo cerchi? Cerchi mille alternative, cerchi di scacciare la noia, la monotonia, ma non sai che te le porti dentro, tu fuggissi anche in capo al mondo loro verrebbero con te. Cerchi di dirmi che tutto ciò che faccio è niente? Che lo studio è una grande cagata?

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Cerchi questo? Mi fai paura, Margy, mi fa paura la gente con cui ti ho vista la sera, mi fanno paura le tue sbornie, le tue “botte” – come le chiami te – mi fa paura tutto questo. Se solo potessi sapere che hai bisogno del mio aiuto, te lo darei. Ma non so che cosa cerchi e allora me ne resto qui, in silenzio su questa panchina, con un libro tra le mani e nello sguardo il vuoto che c’era quando ti ho vista arrivare. “Fra!” – “sì?” – “ti ricordi quando da piccolo infilasti il gatto nella lavatrice e facesti la centrifuga? E poi cosa successe quando apristi lo sportello?” – “quel gatto uscì, barcollò un po’ qua e un po’ là e poi cadde…morto” – “ma dai, non ci credo…povero micio! Ho capito perché Beppina ti passa sempre alla larga…istinto felino”. - “Caty fra meno di una settimana ricomincia la scuola” – “sì, quinta liceo, quinta, ci pensi?” – “non mi ci far pensare che è meglio” – “ma allora i primi due giorni non ci siamo? Ce ne andiamo all’incontro, vero?” – “certo che sì!” – “la Margy verrà? Prova a chiederglielo te…”. Passarono quei cinque giorni in fretta, corsero come tutte le giornate già vissute. Se ne andarono all’incontro per la notte delle stimmate di S. Francesco, il 16 e il 17 settembre ancora sul Santo Monte. E la Margy andò con loro. Una notte in veglia, in preghiera, in silenzio, in dialogo, in contemplazione di tutto quello che potevano contemplare. Sul piazzale, ai piedi della croce, alle tre di notte si sedettero per terra loro “due”, sì loro “due” e parlarono tutta la notte, parlarono dei loro punti di vista, di ciò che non avevano mai avuto il coraggio di dirsi, parlarono anche col vento per ritrovare quelle parole… e alle luci dell’alba si abbracciarono, sotto la croce, sul piazzale del Santo Monte della Verna. E un tau per indicare un’amicizia che stava tornando a vivere. Fra e Caty non si videro molto quei due giorni, ma la Caty voleva controllare che cosa facesse…insomma non c’era mai da fidarsi troppo! Comunque notò che aveva fatto amicizia con molte persone, tra cui anche alcune ragazze carine…mmm qui c’è da stare attenti pensò tra sé e sé. Scesero da quel luogo Santo ancora una volta pieni di luce e di gioia. La Margy anche piena di lacrime che da troppo tempo non riusciva a versare, piena di liberazione, di libertà. 9. Come un puntino all’ultima tappa di una corsa durata cinque anni – come un puntino felice che gioca a pallone nel prato – come un puntino trascorre pomeriggi insieme all’altro puntino – come un puntino che sente smuovere dentro emozioni non confessate. “C’era una volta Cecco Rivolta che rivoltava i maccheroni…” – “ ma poi che correlazione c’era tra Cecco Rivolta, i maccheroni, e il fatto che se la fece nei calzoni? Bah!” – e continuò a ripassare l’unico filosofo che proprio non gli andava giù: Hegel e le sue tesi, antitesi e sintesi. L’indomani infatti la prof. avrebbe chiamato quelli con la M: Martini, Merlini e Modico, quest’ultimo era il “secchio” della classe… quello che dalla prima aveva la media più alta di tutti. La mattina successiva la prof. si ricordò che doveva chiamare quelli con la M, ma si dimenticò di Martini e chiamò solo Merlini e Modico – ogni volta la Margy la passava liscia in questo modo… se ne stava così tanto in disparte che i professori non si ricordavano di lei e non la interrogavano quasi mai. Tanto più ora che aveva preso la decisione meditata tanto a lungo, quella di cambiare posto: non più accanto alla Caty in prima fila, ma dietro in seconda fila accanto a Matteo, quello che da quand’era in prima si era beccato tutti i peggio corsi e le intimidazioni sul fatto che sarebbe bocciato, ma per ora era sempre lì al suo posto vicino alla parete.

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L’interrogazione andò bene per entrambi, per Modico Andrea perché la prof. orami dava per scontato che sapesse e sulla fiducia almeno 8- glielo dava sempre, per la Caterina perché la prof. si incantava quando questa parlava… non riusciva a interromperla, a intervenire, a dirle “basta”… non faceva in tempo dalla velocità con la quale riusciva a parlare e la imbambolava a tal punto che poi alla fine non poteva che dare anche a lei 8, senza il meno però. Era iniziato l’ultimo anno di liceo, quella scuola che la Caty sentiva battere dentro, al tempo del suo respiro; infatti nonostante tante cose, tante persone che non le andavano a genio, era certa che quelli sarebbero per sempre rimasti i suoi “migliori anni”. Era al tempo del liceo che aveva imparato cosa significava innamorarsi; sì erano i primi anni e lei si era buttata in un “amore” troppo grande e forse troppo complicato, che sarebbe durato anni e anni ancora. Un “amore” di cui lei era follemente innamorata, e un “amore” che verrà ricambiato, forse troppo, al punto in cui non sarà più lei ad “amare” ma l’altro ad “amare” senza essere “amato” e così via, fino alla rottura e alla continuazione di una storia della quale lei non capiva molto e della quale credeva di non riuscire più a liberarsi definitivamente, perché non aveva ancora imparato che il tempo guarisce e fa rifiorire, e cambia e ci stupisce continuamente. Era al tempo del liceo che scoprì che il mondo poteva iniziare a scoprirlo un po’ da sola: le prime uscite con le amiche, le passeggiate sul corso, le soste nei pub, quella “prima sigaretta che ti fuma in bocca un po’ di tosse” e tante cose e tante ancora. Era ancora il tempo del liceo e lei sentiva già una sottile nostalgia di quel mondo che non sarebbe mai più stato suo. Si sedette sul muretto del terrazzo di casa e la sua testa partì e con lei il suo cuore e le sue mani che sfogliavano i diari degli anni passati. Tante melodie diverse, ogni anno, ogni giorno, ogni pagina un nuovo racconto, una nuova sensazione provata. Quell’”amore” a cui non aveva voluto più pensare si ripresentava così nitidamente chiaro e trasparente, con tutti quei perché mai trovati. Leggeva e qualche lacrima nascosta le scendeva giù dal viso: anche se era lei che aveva voluto concludere quella storia, forse ci stava soffrendo ancora, forse era rimasta attaccata ad un ricordo, ma non voleva dirselo più. Leggeva e vedeva scorrere qualche poesia scritta da lui sotto i suoi occhi, e girava veloce, cambiava come aveva voluto cambiare il corso di quella storia ormai finita. Eppure ce ne erano stati altri “amori”, ma non avevano avuto la stessa intensità, erano arrivati e passati, come passano i vagabondi dai paesi e se ne vanno senza che nessuno sappia dove, senza che nessuno voglia saperlo. Chissà se aveva ancora un po’ bisogno di quel “troppo amore” che da lui aveva ricevuto, un “troppo amore” che aveva ricambiato fuggendo, forse perché non pronta, o non all’altezza di tutto quello che lui poteva darle in quel momento, o forse perché sapeva che sentir smuovere ricordi e pensieri dentro sé era come un’abitudine che non avrebbe voluto cambiare, come una certezza che avrebbe voluto tenere salda, come una risposta sussurrata piano che in fondo quel “troppo amore”, amore per lei non era. Cambiò diario, anno, vita, trovò un’amica che era passata da lì e poi se n’era andata, ma c’era ancora chi cantava “amico… è quello che non passa mentre tutto va” e si chiese se davvero non fosse passata e si disse che forse non vale per tutti la stessa canzone. E poi un foglio tra le mani, vecchio e sgualcito, c’era scritto un nome, anzi il nome. Quel nome che aveva accompagnato i suoi giochi di bambina, quel nome che era stato compagno, amico, quel nome che le aveva sempre fatto battere segretamente il cuore, e al quale aveva voluto il bene più sincero di questo mondo. Quel nome che era cambiato e cresciuto con lei, che aveva perso nei suoi momenti “no” e che aveva ritrovato sulla strada, e sulle parole di “buon viaggio hermano querido e buon cammino ovunque tu vada, forse un giorno potremo incontrarci di nuovo lungo la strada” e lungo la strada scoprirono che forse per qualche istante si erano persi e ritrovati lì per starsi un po’ accanto. E una foto che aveva sempre tenuto sigillata in una busta di carta chiusa, come un piccolo segreto custodito perché non venisse scalfito dal mondo e dalla sua brutalità. Il nome e il volto della sua vita – le piaceva pensarla così – anche se neanche la Margy avrebbe mai potuto immaginarselo, e così doveva essere. Ci pensò ancora un istante e poi chiuse tra le mani quelle pagine e quella foto che avevano riaperto un orizzonte sul mondo passato, come fosse ancora presente e vivo. Chiuse nelle mani quei diari e quella confusione che credeva ormai scomparsa e si chiese ancora una volta perché Francesco fosse da sempre stato così tanto importante per lei e si rispose ancora una volta – e ancora e sempre - perché era il suo migliore amico di ogni tempo e di ogni età e corse via nel vento che le spostava i capelli all’indietro e le faceva rigare il viso di lacrime appena bagnate.

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10. Come un puntino deve affrontare i primi veri esami della vita – come un puntino sorride a chi gli sta accanto – come un puntino racchiude in un piccolo gesto un profondo desiderio nascosto – come un puntino tra i mille puntini uguali - diversi a modo loro. 4 giugno Solitamente i resoconti si fanno alla fine di qualcosa che abbiamo fatto o vissuto: ebbene è arrivato quasi il momento del mio resoconto. Fra tre giorni, solo tre giorni la scuola finirà e i miei anni adolescenziali se ne andranno per lasciare il posto alla “maturità”, sancita proprio col diploma. Bene o male che vada, tutto questo, tutti i cinque anni sono stati importanti! Forse sono contenta di iniziare una nuova vita, senza più l’obbligo di dovermi alzare tutte le mattine prestissimo, dover affrontare 5 o 6 ore di lezione etc… Però è sempre difficile dover dire “è finita”: sono finite le risate, le cazzate, i litigi… sono finiti gli anni del liceo, che nonostante tutti i suoi difetti e tutte le sue contraddizioni è stato comunque per me un mondo bellissimo! Non so come andranno gli esami, ma so di conoscere piuttosto bene i miei compagni e so il valore di ognuno di loro a prescindere dalla valutazione finale! Un grande imbocca al lupo a tutti, non solo per questi ma per tutti gli esami che ognuno di noi si troverà ad affrontare nella vita! Caty 17 giugno “…notte prima degli esami… notte di lacrime e preghiere… la matematica non sarà mai il mio mestiere…” Aiutooooooooooooooooo!!!!!!!! Lacrime ci sono state, preghiere ci sono e ci saranno! “Ti prego di tenermi per mano durante tutti questi esami, perché con Te vicino avrò meno paura! Aiutami, davvero aiutami!” Caty Primo giorno: italiano Ore 8. La scuola stamani sembra diversa. Tutti fuori, tutti insieme, tutti improvvisamente nervosi. Che tema uscirà? Manca ancora mezz’ora prima che le porte si aprano… eppure ognuno ha da dire la sua. “Montale”, ma no “Leopardi”, “Manzoni”, “Ungaretti”… e chi più ne ha più ne metta. Ore 9. C’è anche un carabiniere e la busta è sigillata. Questa scena la passano sempre al tg. Ore 9 e 10. “Margy!” – “o!” – “c’è Pirandello!” – “e lo vedo!! No no io faccio il saggio breve” – “maremma io non lo so fare il saggio breve, scrivo sempre troppo… provo Pirandello” – “Fra!… Fra!” – “Caty sono impegnato a cercare il tema sull’acqua… ce l’avevo qui nei bigliettini… è che sono troppi… no, no ma lo trovo… tanto c’abbiamo 6 ore! Prima di andar via ti passo il tema e mi correggi la grammatica come sempre, ok?” – “ok.” La mattinata passa tranquilla, ognuno cerca di scrivere, di aprire cassetti della memoria per rendere il tema più brillante, per metterci qualcosa in più di sempre. Verso le 11 la Margy si alza da posto e si dirige in cima al lungo corridoio dal prof. Si abbassa sulla cattedra per chiedere qualcosa, eppure lo sguardo del prof si dirige altrove, verso lo scollo vertiginoso della sua maglia e con tranquillità le dice “Martini ti si vedono le puppe!” – e lei “mi dispiace professore, e si tira su!” – le era già successo in classe qualche mese prima, fortuna che all’esame di maturità tutti erano troppo impegnati a pensare a cosa scrivere che nessuno si è accorto della sceneggiata. Secondo giorno: matematica “Stamani è grossa, immensamente grossa!” – esclama la Caty fra sé e sé mentre scende di macchina. Sono già tutti fuori. Lei se l’è presa con calma e poi lo sa da sé: o copia o è merda. Una delle due.

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Riesce a sedersi nella posizione che aveva premeditato a lungo: a destra Modico Andrea e a sinistra la Virgy, insomma tra loro si sentiva al sicuro. Il compito non era difficile rispetto a quelli che erano abituati a fare in classe, però serviva sempre il sostegno di qualcuno. Tutti fecero la seconda traccia: lo studio di funzione, solo la Margy si inoltrò nella geometria, convinta che avrebbe saputo svolgere quel problema. Si sbagliò. Tra le altre cose si era dimenticata di consegnare il cellulare all’entrata e per di più l’aveva messo sul banco in bella vista, così senza pensarci. La Ele se ne accorse e le urlò “il cellulare!” e lei “è? E ora?” – e dopo lo sconvolgimento iniziale lo nascose nello zaino, e nessuno ne ha più saputo niente. La Caty svolge i calcoli più semplici da sola nelle prime tre ore, alla terza ora e un minuto deve chiedere aiuto e comincia un po’ di qua e un po’ di là. Uscirà alla fine della sesta ora consegnando il compito svolto in maniera completa e si augura piuttosto giusta. Terzo giorno: fisica arte filosofia inglese Sembrava di essere di nuovo ai compiti in classe. Non più nel corridoio, non più due o tre classi insieme. No. Solo la VB. La differenza sta che invece che un solo professore ce ne sono sei schierati in cima alla cattedra. Questa volta non si copia. Solo Martini può pensare di farlo, o forse ingenuamente si dimentica che il vocabolario di inglese verrà controllato e ci lascia dentro i fogliettini. Beccata! Subito. Persino il presidente di commissione le fa una battuta “signorina, ma questi sono dei papiri non dei fogliettini! Le devo insegnare io come si fa?” – e ridendo li butta nel cestino. Le due ore passano in fretta, con meno tensione degli altri giorni. E dopo… tutti al mare… tranne i soliti due o tre pallosi che dovevano studiare per l’orale. E alla fine: gli orali Era la prima. La Margy apriva gli orali. Non ci voleva nessuno dentro, nessuno per nessun motivo, tranne la Caty, come sostegno morale e poi chissà che non le avesse potuto suggerire qualcosa anche da lì. Fu un parto. Molto travagliato, per giunta. Un’ora e mezzo. La Caty sudava freddo e avrebbe voluto fare qualcosa ma non sapeva cosa. Non sapeva neanche cosa dire alla prof di arte quando le se avvicinò e le disse “che cosa le devo chiedere?” – “bo” – avrebbe voluto dire “niente!” – ma si trattenne. Ce la “sfecero” di brutto – soprattutto italiano e inglese, storia no perché rimase completamente in silenzio. Quando uscì fece un salto comunque e disse “vaffanculo” e chiuse così le porte a quella scuola e a quei prof che non avrebbe più voluto rivedere! E dopo Merlini. La Caty era subito dietro di lei. Le porte erano aperte, e arrivò un po’ di gente, anche sua sorella. La sua tesina era “Il doppio”: “…soltanto per le scale si rese conto di nuovo che tutto quell’ordine, quell’armonia, quella sicurezza della sua esistenza non erano che apparenza e menzogna…”(Arthur Schnitzler). Cominciò così e passò a Pirandello e poi a Conrad. E poi qualche domanda. Poche. Semplici. A parte fisica che le disegnò su un foglio due particelle e poi le chiese qualcosa… ma lei si defilò in modo elegante dalla domanda e subito intervenne quella di scienze in suo aiuto. Bene. Molto bene. Uscì e fece un salto anche lei, ma di gioia. Sì era felice di aver dato il meglio di sé! Poi come andava andava… Fra ci fu qualche giorno dopo ma fece così il buffone che la commissione cercò tutti i modi per abbassargli il voto. 70 Fra 75 Margy 95 Caty Tutti gli altri “chi se ne frega!”

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Diversi, a modo loro