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Periodico di informazione bimestrale – settembre/ottobre 2017

Anno VII - N° 4  2017 € 3,90

MATTEO LUNELLI

Intervista al Presidente delle Cantine Ferrari

FIOL Tutto il glamour del prosecco

TANNICO L’enoteca dei sogni

SELECT TRADE Intervista a Edoardo Bulgheroni


PARTNER DEI CAMPIONI


REGALATI O REGALA

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RACCOGLIAMO QUELLO CHE SEMINIAMO… Il rientro dalle ferie estive coincide, solitamente, con l’inizio della vendemmia e anche per gli imprenditori questo è il tempo in cui si dovrebbero realizzare le idee seminate nel corso dell’anno. In Italia, sulla base di una ricerca di KB Knowledge, la produzione di vino si attesta sui 51 milioni di ettolitri e, di questi, il 41 per cento è destinato all’estero. Cifre che fanno ben comprendere il giro d’affari che si cela dietro a questo settore. Non potevamo uscire con questo nuovo numero di Beesness senza ricordare la storia imprenditoriale di una delle più importanti dinastie del vino, la famiglia Lunelli, rinomata, sia in Italia sia a livello internazionale, per il ricercato spumante Ferrari. Giunta alla terza generazione, nella persona di Matteo Lunelli, che ne ha preso il timone per renderla sempre più innovativa e per traghettarla in nuovi mercati e in nuovi settori, attraverso anche l’acquisizione del prosecco Bisol e dell’acqua minerale Surgiva. La vendita di vini tramite canali non tradizionali, ovvero grazie all’E-commerce, si sviluppa in una start-up, Tannico, voluta e ideata dall’imprenditore Marco Magnacavallo: un’azienda che ha chiuso il 2016 con un fatturato di oltre 6 milioni di euro e che punta, nel prossimo futuro, a superare la soglia dei 10 milioni di euro. Questo numero di Beesness è dedicato anche ad altre interessanti testimonianze aziendali, come quella di Select Trade di Edoardo Bulgheroni che, seguendo le orme paterne, ha aperto in varie città d’Italia i monomarca Lindt, prestigioso cioccolato svizzero. Potrete leggere anche interessanti articoli su varie tematiche: ad esempio, Acrovibes, il workout di coppia dove, con esercizi appositi, si stimolano il corpo e la mente; Guntas, marchio di abbigliamento streetstyle e unisex; il Rock Master Festival, manifestazione di arrampicata che, a partire da Tokyo 2020, diventerà sport olimpico. Concludiamo con gli importanti eventi e saloni del mese di Ottobre. Vi consigliamo di soffermarvi su Capsule Show, serie di saloni nati per promuovere i designer e i brand indipendenti. Segnaliamo anche il prossimo Salone del Franchising, che si terrà a Milano dal 12 al 14 Ottobre: quest’anno saranno presenti oltre 200 opportunità di franchising, Brandy dal 18 al 19 Ottobre evento sul fashion e lifestyle digitale, Forum Retail dal 30 Novembre al 1 Dicembre la più grande fiera in Italia dedicata ad approfondire le tematiche sull’innovazione e le interazioni nel settore del retail. Beesness sarà media partner di tutte queste iniziative. Come noterete, si tratta di un numero ricco, che evolve e muta al passo con i tempi, senza però tradire la sua anima: ovvero cercare di informare i lettori con la trasparenza e l’obiettività che ci contraddistinguono da sempre. Buona lettura! Giovanni Bonani Direttore Responsabile


Indice

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INTERVISTA A MATTEO LUNELLI L’azienda con sede a Ravina, nel comune di Trento, è stata fondata nel 1902 da Giulio Ferrari. Nel 1952 è stata acquistata da Bruno Lunelli. Nel tempo ha affinato la vinificazione dei propri spumanti riuscendo ad imporsi sia sul mercato nazionale che internazionale.

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FASHION

Guntas Lo streetwear brand unisex 5Vie Un quartiere, un’associazione e il fascino della milanesità Speedometer Official 100% made in Italy Capsule Show Dirompente, esclusivo, autentico Faraone Casa d’Aste Quando i gioielli sono davvero d’incanto

DESIGN

Caracol Design Studio Stampa 3D

ARTE

La fotografia italiana Diventa per la prima volta Triennale

WINE

Intervista a Matteo Lunelli Cantine Ferrari Il mercato del vino Scenario e tendenze 2017

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Emblema del cambiamento di un paese

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Tutto il glamour del prosecco Ciclosfuso Il vino in chiave sportiva

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Tenuta L’Impostino Quando la tradizione fa rima con innovazione

TANNICO

Vino biologico Tra natura e storia La vendemmia Vino, fashion e luxury italian style

DIGITAL ECONOMY

L’enoteca dei sogni Tannico

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FIOL - PROSECCO

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SPORT ECONOMY

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Acrovibes Il workout di coppia

Bike Matteolle Dall’architettura alla mountain bike Rock Master Festival L’arrampicata sportiva in vista di Tokio 2020

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BOOM DEL TURISMO DEL VINO

IMPRESE

Select Trade Punta a raddoppiare le vendite con i negozi Lindt House of All Brasile Astarea Solutions for management

CENTRI COMMERCIALI Campo dei Fiori Pubbliredazionale Delta Po

74 IKN Italy

Da 30 anni in Italia, da 17 anni nel Retail

76 The Good Food

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L’ALL INCLUSIVE LUXURY

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LA FOTOGRAFIA ITALIANA

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ACROVIBES

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SELECT TRADE

EVENTI

FRANCHISING

Life Il franchising rivoluziona la cucina

82 Cerchi il lavoro dei tuoi sogni?

Quando la solidarietà è buonissima

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Al Salone Franchising Milano abbiamo oltre 200 opportunità per tex

LAVORO

Wanderlust Francesca Durante

TURISMO

Boom del turismo del vino I soggiorni tra le vigne L’All Inclusive Diventa luxury Questa casa è un albergo Parola di Sweet Inn

SAVE THE DATE

Eventi Settembre - novembre Coming soon I Saloni di settembre - novembre

settembre/ottobre 2017

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Wine

Intervista a

Matteo Lunelli

Cantine Ferrari è un’azienda vinicola italiana specializzata nella produzione di spumanti di Giovanni Bonani

L’azienda con sede a Ravina, nel comune di Trento, è stata fondata nel 1902 da Giulio Ferrari. Nel 1952 è stata acquistata da Bruno Lunelli. Nel tempo ha affinato la vinificazione dei propri spumanti riuscendo ad imporsi sia sul mercato nazionale che internazionale. 6

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Matteo Lunelli è dal 2011 Presidente di Cantine Ferrari e Surgiva, Vice Presidente e Amministratore Delegato di Lunelli S.p.A., la holding del gruppo e rappresenta con i cugini Marcello, Camilla e Alessandro la terza generazione della famiglia impegnata in azienda. Prima di diventare Presidente delle Cantine Ferrari lei ha lavorato per parecchi anni all’estero presso la banca d’affari Goldman Sachs. Da quest’esperienza, che cosa le è stato utile per il lavoro di oggi? Perché ha deciso di rientrare nell’azienda di famiglia? Ho voluto prima mettermi alla prova

fuori dall’azienda di famiglia e ho quindi accettato la proposta in Goldman Sachs. È stata un’esperienza impegnativa, ma anche appassionante e molto formativa e mi ha dato grandi soddisfazioni. Ho avuto l’opportunità di operare in un contesto internazionale con colleghi che provenivano da ogni parte del mondo e di incontrare tante persone di talento. Da quell’esperienza ho appreso un metodo di lavoro che oggi mi è molto utile e ho acquisito consapevolezza delle mie capacità. Sebbene in quel periodo fossi molto felice di quello che stavo facendo, l’azienda di famiglia era spesso nei miei pensieri. A fine 2002 arrivò una telefonata


da parte di mio zio Gino, allora Presidente, il quale mi disse che era tempo di decidere cosa avrei voluto fare da grande, se l’imprenditore o il manager, e mi proponeva di tornare in Italia per lavorare nel gruppo di famiglia. Non esitai un attimo: in quel momento capii che il mio sogno era diventare un imprenditore. Il settore del vino mi sembrava ricco di storia, tradizione e poesia e la possibilità di lavorare in un’azienda che era parte della mia famiglia mi apparve una splendida opportunità. Non mi sono mai pentito di quella scelta; credo che il mio sia un lavoro estremamente stimolante, che mi porta a viaggiare in tutto il mondo, a conoscere persone nuove e a trasmettere loro l’amore per il vino e per l’Italia. Al comando dell’azienda c’è lei con la terza generazione. Com’è lavorare assieme ai cugini? Si riesce sempre a prendere le decisioni migliori? Come vi siete divisi i compiti? Innanzitutto mi preme sottolineare che al comando dell’azienda ci sono anche manager esterni alla famiglia e consiglieri indipendenti che ricoprono ruoli fondamentali. Un’azienda familiare deve, a mio avviso, essere capace di attrarre talenti e dotarsi di una struttura efficiente e manageriale. D’altra parte la famiglia vuole essere garante dei valori e della cultura della nostra azienda. I miei cugini ed io condividiamo la medesima visione e i principi che ci sono stati tra-

smessi dalle generazioni che ci hanno preceduto; soprattutto condividiamo la passione per quest’azienda e per la sua gente. Lavorare insieme ai membri della propria famiglia può essere a volte più complicato, occorre cercare di tenere separata la dimensione aziendale dalle dinamiche familiari e non sempre ciò risulta facile. Abbiamo cercato di definire dei ruoli precisi, in linea con il percorso di studi e le inclinazioni personali: Marcello, enologo, segue la produzione ed ha il ruolo di Vice Presidente, Camilla è Responsabile della Comunicazione e delle Relazioni esterne del Gruppo mentre Alessandro, laureato in Ingegneria, si occupa delle Tenute Lunelli che producono vini fermi in Trentino, Toscana e Umbria, di Surgiva,

che produce Acqua Minerale Naturale, e supervisiona il settore produttivo di Bisol.

“La famiglia vuole essere garante dei valori e della cultura della nostra azienda” Spumante, grappa, vini pregiati, acqua minerale e un ristorante stellato e anche il prosecco. In una parola: un impero. Perché avete deciso di differenziare la vostra attività e non siete rimasti soltanto nel core business dello spumante? La nostra mission è quella di costituire un grande gruppo dell’eccellenza del bere italiano, che sia ambasciatore nel mondo dello stile di vita del nostro Paese. Abbiamo perciò voluto accostare alle bollicine Ferrari altri marchi che ne condividessero i valori principali, quali il legame con il territorio di origine e la continua ricerca della qualità. I grossi gruppi stranieri acquistano sempre più cantine italiane e creano dei poli aggregativi. Come mai in Italia, non si riesce a fare questo? In effetti a livello internazionale esistono dei gruppi di dimensioni assai rilevanti, in Italia invece le aziende faticano a fare un salto dimensionale. Il settore vitivinicolo in particolare è per lo più composto settembre/ottobre 2017

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da piccole realtà e risulta molto frammentato. Questo fattore può essere legato in parte ad alcuni limiti del modello di azienda familiare, ma anche alla struttura del nostro sistema finanziario. Va però sottolineato come le aziende italiane di dimensioni più piccole sono molto dinamiche e sono capaci di costruire eccellenze mantenendo un intimo e forte legame con il proprio territorio.

Quest’ultimo domina ancora a valore, ma vedo grandi potenzialità per le bollicine italiane e per il Trentodoc.

Ci sono ancora differenze tra lo spumante italiano e lo champagne francese?

Come Gruppo Lunelli siamo molto vicini a raggiungere i 100 milioni di fatturato e questa crescita non è mai avvenuta scendendo a compromessi con la qualità.

Sicuramente esistono delle differenze perché ogni vino è espressione della sua terra di origine. Noi siamo orgogliosi che Ferrari Trentodoc sia espressione della viticoltura di montagna del Trentino. Detto questo, l’eccellenza nelle bollicine non è più monopolio della regione dello Champagne e c’è un crescente interesse per bollicine di alta gamma provenienti da vari territori e con varie denominazioni. Le bollicine italiane sono cresciute molto in termini quantitativi e qualitativi e l’Italia già da qualche anno ha superato la Francia per esportazione di bollicine in volume. Gli opinion leader di tutto il mondo riconoscono sempre di più le bollicine del nostro Paese come una valida alternativa allo Champagne. 8

settembre/ottobre 2017

L’industria del vino ha fatturati sempre più rilevanti nel mercato domestico ed anche nell’esportazione. Il gruppo Lunelli come si posiziona in questo panorama? Qual è la strategia aziendale per affermare il vino italiano al di fuori dei nostri confini?

Il primo obiettivo è fare in modo che le nostre etichette siano tutte prodotti di eccellenza. Per quanto riguarda la propensione all’estero, ci sono delle differenze tra le aziende del Gruppo perché ad esempio Bisol ha una quota di export del 70% circa, mentre Ferrari vende più dell’80% in Italia. Per tutte le nostre aziende vogliamo mantenere una presenza forte in Italia ma anche crescere all’estero, dove le opportunità sono ancora enormi. Abbiamo già una buona presenza in a lcuni Paesi, come l ’Inghilterra, la Germania e il Giappone, ma c’è ancora un ampio margine di crescita negli Stati Uniti, in Cina e in altri Paesi europei. Cerchiamo di affermare i nostri brand all’estero come ambasciatori dell’Arte di Vivere Italiana: un vino richiama tradizioni, storia e cultura di un territorio, per questo ritengo che la leva principale per far conoscere e apprezzare i nostri vini all’estero sia la bellezza dell’Italia e il fascino del suo stile di vita. Da qui a 5 anni come si immagina il futuro della sua azienda? Penso che nei prossimi anni incrementeremo molto le sinergie tra le diverse aziende centralizzando sempre più le diverse funzioni, ma mantenendo nello stesso tempo l’indipendenza delle unità produttive, che devono avere un forte radicamento sul territorio di origine. Ritengo che il nostro gruppo possa crescere molto per linee interne perché sono


riori e all’Università, sia un presupposto importante perché il mondo ha una complessità crescente e richiede una forte preparazione. Infine ritengo che sia importante fare un’esperienza di studio e di lavoro all’estero. L’economia oggi è sempre più globale e per un imprenditore è fondamentale avere la capacità di interpretare non solo il proprio Paese, ma anche il mondo con le sue dinamiche. Perché secondo lei le persone dovrebbero bere Ferrari? Perché Ferrari è un prodotto di eccellenza grazie a un territorio meraviglioso e ad oltre un secolo di tradizione. Un brindisi Ferrari regala la gioia di vivere, che è tipicamente italiana.

convinto che i nostri marchi abbiano ancora grandi potenzialità, ma anche per linee esterne con l’acquisizione di un altro brand, se troveremo un nuovo marchio in linea con la nostra strategia. Rimarrete sempre un’azienda familiare o pensate di affidare la gestione a manager esterni? Prevedete la quotazione in Borsa? Siamo orgogliosi di essere un’azienda familiare, il controllo del gruppo è e rimarrà in capo alla famiglia Lunelli. Siamo al contempo un’azienda managerializzata, abbiamo infatti già coinvolto alcuni manager esterni. A fine 2015 ad esempio è entrato Beniamino Garofalo, con il ruolo di Direttore Generale, che riporta direttamente a me e ha forti deleghe operative. In generale ritengo che nel mondo del vino il modello familiare risulti vincente perché consente di avere logiche di lungo periodo, ma la complessità del mercato richiede oggi un’organizzazione efficiente che può essere garantita soltanto da una adeguata struttura manageriale. Avete istituito il Premio Ferrari che si rivolge alla carta stampata. Quale finalità vi siete prefissati? Il Premio Ferrari nasce dalla nostra passione per il mondo della comunicazione

e della carta stampata e dalla volontà di valorizzare il giornalismo che ha contribuito a raccontare la storia e i valori di Ferrari. Al Premio “Titolo e Copertina dell’Anno” abbiamo recentemente affiancato il Premio Ferrari “Arte di Vivere Italiana - Articolo dell’Anno”, dedicato alla stampa estera; l’iniziativa ha l’obiettivo di diffondere nel mondo l’eccellenza del nostro Paese e lo stile di vita italiano

Per concludere, come spende il suo tempo fuori dall’azienda? Riesce a trovare dei momenti per se stesso: hobby, sport... Come imprenditore penso sia importante impegnarsi anche al di fuori della propria azienda; essendo appassionato d’arte, sono orgoglioso di essere Vice Presidente del Mart, Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, una grande eccellenza del nostro territorio. Da sempre forte sostenitore del Made in Italy,

“Il primo obiettivo è fare in modo che le nostre etichette siano tutte prodotti di eccellenza” premiando la testata straniera che abbia approfondito in chiave originale uno o più aspetti del bello, del buono e del ben fatto dell’Italia. Che cosa si sente di consigliare a un giovane che vorrebbe intraprendere la sua professione. Quali i passi da fare e le qualità da possedere? Il primo ingrediente per essere imprenditore penso sia la passione, perché è un mestiere che si può fare solo con impegno, energia e la voglia di creare qualcosa. Sono poi convinto che all’imprenditore non serva una formazione specifica, ma che un buon percorso di studi, alle supe-

ricopro inoltre la carica di Vice Presidente con delega al settore alimentare all’interno di Fondazione Altagamma, che riunisce le imprese dell’alta industria culturale e creativa italiana. Al di fuori del lavoro, cerco di passare più tempo possibile con la mia famiglia e con i miei figli. Sono ad esempio tornato da un meraviglioso viaggio con loro nei parchi americani: questi sono i momenti più belli. Ogni weekend d’inverno in cui non ho impegni di lavoro non perdo l’occasione di andare a Campiglio e in altre località invernali per sciare, un’altra grande passione che mi ha trasmesso mio padre e che ho condiviso con i miei figli. settembre/ottobre 2017

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Wine

Il mercato del vino Scenario e tendenze 2017 Di KB Knowledge


SOGLIA DEI 40 LITRI, PER POI RIMANERE SALDAMENTE SOTTO QUESTA SOGLIA. NEGLI ULTIMI DUE ANNI C’È STATA UN’INVERSIONE DI TENDENZA ED I CONSUMI HANNO RICOMINCIATO A SALIRE

Consumo di vino in Italia (milioni hl)

Consumo pro capite di vino in ltalia (litri) 55

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Fonte: Ismea, bilanci di approvvigionamento

14 1. Uno sguardo globale Nell’universo del bien vivre il vino ricopre un ruolo da protagonista. Il successo dell’enogastronomia degli ultimi anni si è infatti concretizzato in un consolidamento e in una crescita continua e in evoluzione di questo mercato. Secondo la ricerca Global Compass 20172018 sui 50 mercati vinicoli più attraenti e col maggiore tasso di sviluppo del mondo gli Stati Uniti sono al primo posto, seguiti da Germania, Canada, Svizzera e Cina che nei prossimi anni, grazie alla possibilità di poter trovare i giusti vini per differenti target di consumatori rappresenterà una grande opportunità per i paesi esportatori. La domanda di vino infatti non si arresta. Per l’Osservatorio del vino sui paesi terzi realizzato da Business Strategies in collaborazione con Nomisma, nei primi sei mesi del 2017, l’esportazione mondiale di vino ha raggiunto gli 11 miliardi di euro (+8,8% rispetto allo stesso periodo del 2016). Come evidenziato in precedenza è la Cina la nazione che guida le importazioni con 1,149 miliardi di euro seguita dalla Germania (in precedenza al primo posto) con 1,137 miliardi. È invece la Francia ad avere il più alto incremento di esportazioni rispetto al 2016 con un incremento del 13,3% (l’Italia invece si assesta a+6,8%). Negli Stati Uniti, tuttavia, è l’Italia a mantenere la leadership nelle esportazioni (+5,4%), mentre in

Cina ha il tasso di crescita più alto con un incremento del 21%. 2. Il mercato in Italia La produzione e il consumo. La produzione di vino in Italia nel 2016 si è attestata su 51 milioni di ettolitri con una crescita dello 0,6% rispetto al 2015 in cui l’incremento è stato del 17% (Fonte: Ismea). Di questa produzione il 41% è destinata all’estero (Fonte: Ismea su dati Istat) anche per una diminuzione nel consumo pro-capite di vino che è tornato a crescere nel 2015 e nel 2016. Le vendite nella grande distribuzione. Il primo semestre 2017, secondo i dati IRI, ha visto una crescita nelle vendite al dettaglio di vino nella GDO del 2,8% rispetto allo stesso periodo del 2016 per un valore di 1039 milioni di euro e se si confrontano gli ultimi 12 mesi la crescita è confermata (2,9% per un valore di 2279 milioni). Nell’analisi del primo semestre sono gli spumanti a crescere maggiormente con il +10% (per un valore totale di 154 milioni di euro) tenendo conto che la maggior parte del fatturato di questa categoria viene conseguita nell’ultimo trimestre (solitamente intorno al 40% contro il 30% circa dei vini fermi). All’interno di questa categoria, inoltre, se si analizzano le singole tipologie, sono gli Charmat secchi (+13%) e il metodo classico (+10%) a

riscontrare maggiore successo, a discapito 18 degli Charmat dolci (-3%). Gli Champagne crescono, invece, solo del 1,6%. Se si parla di qualità i vini DOC e IGT continuano la loro crescita con un +3% mentre i vini comuni sono in calo dello stesso valore, confermando in parte la tendenza del primo semestre 2016 (-6%). Fra i vini fermi i bianchi sono in crescita del 3% come i rosati (+4%) anche se rappresentano solo il 5% del mercato totale, mentre i rossi rimangono stabili. Nella lotta fra formati nei vini fermi, la bottiglia domina incontrastata con 635 milioni di euro a valore su un mercato di 872 nel semestre (+3%). 3. Il vino in digitale Il vino come ormai tutti i prodotti, a dispetto della sua natura tradizionale, negli ultimi anni ha approcciato sempre con maggiore successo il mondo digitale. La ricerca FleishmanHillard del mese di aprile 2017 sulla presenza online delle principali 32 aziende vinicole italiane per fatturato ha evidenziato come ben il 53% delle aziende abbia dedicato attenzione sul proprio sito al tema dei v itigni autoc toni nell ’ambito della valorizzazione del territorio: le cantine che legano la comunicazione dei propri prodotti alle specificità del luogo d’appartenenza salgono quest’anno al 75% (+22% rispetto a 2016). Altro aspetto degno di nota è che oggi il 37,5% delle aziende prese in esame parla di sostenibilità. settembre/ottobre 2017

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rimane all’azienda. Il 33% dei giovani consumatori acquista una bottiglia di vino per il design dell’etichetta. È importante quindi studiare delle etichette che non richiamino quelle della tradizione ma che stringano l’occhio a mondi come quello della moda (Fonte: AKA Millenials). Ad esempio gli italiani di Ferro13 producono un vino rivolto a giovani geek e hipster. Vino, raffinato e casual.

In un settore di respiro internazionale è fondamentale comunicare il brand anche in altre lingue. Il 97% rende disponibile online il proprio sito in inglese, il 33% anche in tedesco, mentre solo il 6% ha la traduzione in cinese sebbene la Cina, come evidenziato in precedenza, sia una delle nazioni chiave per l’export del vino. Relativamente all’e-commerce (cresciuto nel mondo del 600% negli ultimi 10 anni e nel 2017 vale 4,3 miliardi di euro, 46 milioni in Italia, che rappresenta lo 0,2% della vendita del vino nel nostro paese Fonte: Spirits Europe), solo il 9% lo effettua direttamente, mentre il 90% si affida a portali e shop online che di frequente rischiano di oscurare la qualità del prodotto a vantaggio del fattore prezzo. Al contrario, per il mercato estero, la disponibilità su wine shop internazionali può essere considerata un’opportunità (in par-

“L’evoluzione tecnologica che sta modificando giorno dopo giorno tutti i settori industriali porterà inevitabilmente innovazioni anche in quello vitivinicolo” 12

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ticolare per mercati come quello cinese, dove il 20% delle bottiglie è acquistato online). 4. Trend 2017 La vendita in futuro avverrà attraverso i canali più imprevedibili. L’evoluzione tecnologica che sta modificando giorno dopo giorno tutti i settori industriali porterà inevitabilmente innovazioni anche in quello vitivinicolo. La vendita, per esempio, potrà avvalersi di canali sempre nuovi. Uber Eats, ad esempio, in Italia vende sia cibo che vino. Su Vivino, la più grande comunità virtuale sul vino con 10 milioni di membri dove ogni giorno 500 mila utenti condividono le loro opinioni, il vino si può anche acquistare. Costruire un brand oltre il prodotto. Il 50% dei consumatori non sa distinguere la differenza fra una bottiglia da 25 euro e una da 3, e il 72% degli acquirenti di vino basa la sua scelta sul prezzo (Fonte: Wine Business). Per questa ragione diventa necessario costruire il brand su elementi diversi da quelli strettamente legati al prodotto. Alit Wines, azienda vinicola dell’Oregon costruisce il suo brand attraverso la trasparenza, comunicando a chi compra il vino l’incidenza di ogni singolo costo sul prodotto e il margine che

Il vino è spesso associato a un’esperienza di consumo considerata di lusso. Oggi però secondo TrendHunter i cambiamenti dovuti anche all’apertura creata dall’informazione globale hanno trasformato il vino in una bevanda più casual e quotidiana (da qui la diffusione anche in Italia del vino alla spina, che rispetta l’ambiente e elimina gli sprechi, e del tappo a vite). La diffusione del vino bio. La viticoltura biologica è una realtà. In una ricerca presentata a Vinitaly 2017 di Wine Monitor Nomisma su dati FIBL sull’andamento del vino bio tra il 2004 e il 2015 emergono alcuni numeri: il consumo nel mondo è aumentato del 280%, in Europa del 295% e in Italia l’11,9% della vite coltivata è bio. Tuttavia nel nostro paese nel 2016, nonostante un incremento del 51% rispetto all’anno precedente, le vendite del vino biologico rappresentano solo lo 0,7% con il prosecco che detiene la maggiore quota con il 17% e una crescita del 143% (Dati Nielsen). Il consumatore considera soprattutto la naturalità del vino bio (24% degli utenti), la salubrità (20%) e la qualità (17%). Inoltre i consumatori di vino bio ne acquisterebbe in maggiore quantità se i prezzi diminuissero (22%) o se fosse disponibile un assortimento più ampio(15%). Da qui l’opportunità di un mercato ancora ben lontano dall’essere maturo. Il tappo a vite. Il numero di bottiglie prodotte nel 2016 è stato di 18 miliardi di cui 11,5 sono chiuse con il tappo di sughero, 4,5 con il tappo a vite e 2 miliardi con il tappo di plastica (Fonte Amorim). Sempre nel 2016 il Wine


VITIGNI AUTOCTONI

territorialita

Riferimento a vitigni autoctoni

Riferimento a territorio, enoteche, canali commerciali ed eventi

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Sito Multilingue

SostenibilitA

I puntini rappresentano il numero delle lingue in cui è tradotto il sito

Cantine che parlano di sostenibilità

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monitor di Sopexa secondo il 62% degli operatori intervistati, la domanda di tappi a vite incrementerà notevolmente, anche se la vendita delle bottiglie chiuse con il tappo di sughero rimarrà stabile. In particolare si fa riferimento al tappo 9 10 Stelvin, un tappo di nuova generazione in alluminio con una membrana, che oltre a poter essere personalizzato graficamente, conserva i vini in modo perfetto. È adatto per tutti le tipologie di vino tranne per3 quelle da invecchiamento. 5. Conclusioni Il vino rappresenta tradizione, cultura, evoluzione, gusto e impatta sugli stili di vita delle persone. Uno degli esempi più evidenti è l’enoturismo che unisce l’elemento turistico a quella della degustazione territoriale. Dal XIII rapporto nazionale su Turismo del Vino emerge che se

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nel 2016 sono stati 14 milioni gli arrivi chiave grazie a un’app che attraverso la enoturistici per un valore di 2,5 miliardi geolocalizzazione suggerisce le cantine di euro, per l’80% del campione di opepiù adatte alle esigenze dello specifico Fruibilità e Design in una scala da 0 a consumatore. 10 ratori del settore intervistato il flusso turistico e il fatturato dell’enoturismo nel 2017 è aumentato o è almeno rima8 7 6 5 4 3 2 1 0 sto stabile rispetto all’anno precedente “Il 33% dei giovani (nel dettaglio gli arrivi in cantina sono consumatori acquista aumentati del 40,22% per i Comuni, del una bottiglia di vino per 60,87% per Strade del Vino). La tecnologia, anche6 in questo caso, diventa un supporto 6 5 2 4 dell’etichetta. 1 1 il4 design

LOOK & FEEL

È importante quindi studiare delle etichette che non richiamino quelle della tradizione ma che stringano l’occhio a mondi come quello della moda”

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Wine Focus

Wine

Emblema del cambiamento di un paese

A cura di Roberto Liscia, Presidente di Netcomm

Il digitale in definitiva apre a una serie di grandi potenzialità che tutt’oggi rimangono poco esplorate nel panorama italiano

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Lo scenario industriale italiano, si sa, è composto da una miriade di piccole, se non micro imprese che in maniera eccellente producono, trasformano, sviluppano e distribuiscono prodotti e servizi. Uno scenario complesso, che non può contare sulle economie di scala dei grandi colossi ma sulle sinergie dei distretti e delle filiere, dove la cultura e le competenze aziendali derivano da una cultura spesso familiare, trasmessa di generazione in generazione. Il settore del wine rappresenta a pieno lo scenario italiano, con tutti gli i pregi e i difetti che ne derivano: un settore composto da centinaia di migliaia di aziende vinicole e poche grandi realtà, dove la distribuzione al consumatore è prevalentemente legata ai grandi player di catene distributive. In questo scenario il digitale rappresenta una grande possibilità di trasformazione: mette a disposizione di ogni azienda un nuovo canale di vendita, amplia i confini geografici permettendo a ogni realtà locale di accedere a un pubblico globale, sviluppa nuovi canali di comunicazione e promozione, spesso più diretti ed ingaggianti di quelli proposti dai media tradizionali. Non solo: il digitale consente di immaginare e ridisegnare la filiera, attraverso l’avvento di nuovi player e lo sviluppo di nuove modalità di collaborazione tra gli operatori a monte e a valle. Ecco così il nascere di e-retailer che fungono da aggregatori delle eccellenze vitivinicole, con vendite a catalogo,

su abbonamento o tramite flash sales. Così come l’affermarsi di nuove “vetrine” rappresentate dai siti proprietari, dai canali social, dai marketplace. E ancora lo sviluppo di nuove forme di comunicazione, con canali e modalità che consentono di raccontare storie, valori e peculiarità. Il digitale in definitiva apre a una serie di grandi potenzialità che tutt’oggi rimangono poco esplorate nel panorama italiano. Basti pensare che l’intero settore del food, all’interno del quale rientra anche il wine, rimane un settore marginale nello scenario nazionale dell’e-commerce, contribuendo al 4% della generazione del valore totale di mercato. La penetrazione poi delle vendite online rispetto alla distribuzione totale non raggiunge l’1%, a fronte di una media del mercato e-commerce italiana del 5%. Guardando poi all’estero, il mercato italiano è ancora lontano dalle performance registrate ad esempio dalla Francia, che si sta affermando in uno dei mercati a più alto potenziale al mondo: la Cina. Le ragioni di questo ritardo sono molteplici e possono essere rintracciate in una serie di elementi. In primis un’ancora limitata diffusione della cultura e delle competenze digitali all’interno delle aziende. In secondo luogo gli ostacoli regolamentari che le aziende devono affrontare: basti pensare alle implicazioni delle accise sull’export del vino. In terzo luogo, una propensione ancora limitata a realizzare iniziative di sistema, sia da parte delle imprese che delle istituzioni, che non consente di ottimizzare gli sforzi e di creare sinergie, ma lascia i singoli alle prese con i limiti che comportano le loro dimensioni contenute. In Netcomm stiamo cercando di dare il nostro contributo su tutti questi fronti ma ancora molto si può fare. Abbiamo sviluppato strumenti di informazioni e momenti di formazione che proponiamo sull’intero territorio nazionale. Collaboriamo con le istituzioni per segnalare i freni regolamentari che ostacolano le imprese. Sviluppiamo poi iniziative per supportare le imprese nel lanciare i loro business, soprattutto per quanto riguarda l’estero.


Wine

Fiol

Tutto il glamour del prosecco di Alessia Portelli


La storia di FIOL (termine che in dialetto veneto significa “ragazzo”), in realtà è la storia di tre “fiol”: i fratelli Giovanni e Pietro Ciani Bassetti e l’amico Gian Luca Passi de Preposulo. Tre ragazzi nati e cresciuti nel trevigiano, in una zona d’Italia incantevole, immersa in suggestive distese di vigne. Una storia italiana che racchiude in sé tutto il fascino del passato, il valore vero dell’amicizia, nato sui campi da rugby, e la passione per il saper bere. Nel Prosecco DOC Fiol, tradizione e innovazione vengono sapientemente unite da una nuova generazione che, non solo ha saputo valorizzarne la ricchezza del prodotto, ma che attraverso un’abile strategia di comunicazione lo ha anche fatto conoscere e volare oltre i confini. Il progetto, nato nel 2011, si basa infatti su una forte brand identity e ha, fin da subito, conquistato nomi e celebrità di fama mondiale. Presentato e proposto negli happening più esclusivi, oggi lo si può bere nei locali alla moda, agli eventi internazionali e nei ristoranti stellati. L’azienda Fiol, è così riuscita in pochi anni, ad affermarsi come “etichetta” di Prosecco, distinguendosi dal resto dei

vini sul mercato. Ma non basta. È anche riuscita ad esportare un lifestyle tutto italiano, e soprattutto veneto, del saper bere e bere bene. Si può dire che il Prosecco, vino spuman-

tizzato nato negli anni’ 70, con Fiol abbia trovato una nuova identità. Da prodotto locale, “sboccia” alla conquista del mondo glamour. Beesness ha incontrato Giacomo Ciani Bassetti, responsabile dello sviluppo strategico Fiol e gli ha chiesto di raccontare la loro realtà imprenditoriale.

Tre ragazzi nati e cresciuti nel trevigiano, in una zona d’Italia incantevole, immersa in suggestive distese di vigne.

Da dove nasce l’idea di un Prosecco?

Giovanni e Giacomo Ciani Bassetti

L’idea nasce da un gruppo di amici d’infanzia trevigiani con un secolare background familiare nel vino che, dopo aver ottenuto importanti riconoscimenti professionali in USA, Cina e UK, ha deciso settembre/ottobre 2017

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di tornare alle proprie origini e puntare sull’eccellenza per antonomasia del proprio territorio nativo. Innamorati della loro terra e delle sue peculiarità, nelle proprie esperienze in giro per il mondo i fondatori hanno infatti notato l’assenza di un vero e proprio market leader della categoria, che avesse fissato la qualità e dato un’identità forte al prodotto su scala globale. Da qui l’idea di lanciare FIOL: un prodotto tradizionale, ma sviluppato partendo da un approccio moderno e dinamico, che ambisce a svettare tra le numerose etichette disponibili sul mercato, grazie alla sua elevata qualità, consistenza e diffusione. Quali sono gli step principali per creare un’etichetta di vino? Per creare un’etichetta di vino da zero ci vuole una profonda conoscenza di tutti gli elementi che compongono la filiera, partendo ovviamente dall’uva e dal territorio. Una volta identificata la composizione organolettica ideale, è necessario sviluppare un messaggio e una linea di comunicazione che accompagnino la distribuzione del prodotto. In un mercato molto frammentato per la presenza di numerosi player come quello del prosecco, bisogna quindi ideare un brand forte e individuare dei valori che attraggano l’interesse e risuonino nella mente dei consumatori al momento della scelta. Fissati questi parametri, bisogna trovare dei partner solidi e affidabili che possano assicurare la consistenza del gusto del prodotto, la continuità di produzione e una distribuzione tempestiva e capillare. Durante l’attività non può poi mancare un costante e attento supporto della rete vendita, alla quale devono essere forniti strumenti che comunichino e si adattino al territorio su cui operiamo, lasciando intatto il messaggio originale. Oltre a un prodotto, una forte idea di marketing. Cosa comunica FIOL? E a chi si rivolge? FIOL è un termine dialettale trevigiano molto comune che significa figlio, ma sta 18

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“FIOL è rivolto a chi ama la vita e la socialità” a indicare anche il personaggio popolare, ammirato e apprezzato dai propri conoscenti per simpatia, vitalità e popolarità. FIOL è quindi rivolto a chi ama la vita e la socialità, a chi passa da un aperitivo al baretto alla cerimonia di gala con la stessa disinvoltura ed eleganza che li contraddistingue da sempre. FIOL è così, si adatta alla situazione, senza cambiare nella sostanza. Un giorno puoi

essere in jeans e l’altro in smoking rimanendo sempre te stesso, sicuro di sé. Riconosciamo che il marketing sia una componente importante del progetto, ma non è la primaria. A differenza di molte realtà nate recentemente nel mondo dell’enologia e dei liquori e guidate principalmente dalla strategia di marketing, noi abbiamo messo al primo posto il prodotto, sviluppato e perfezionato grazie al confronto e al contributo diretto dei nostri interlocutori. Solo una volta raggiunto un risultato di alta qualità, ci siamo concentrati sulle strategie di comunicazione e commercializzazione più adatte alle enormi potenzialità di FIOL.


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Wine

Ciclosfuso Il vino in chiave sportiva di Laura Lamarra

È una giornata accaldata che precede le vacanze tanto attese, nella piccola traversa di Via Sartirana, a pochi passi dalla stazione di Porta Genova a Milano, entro in uno spazio insolito, con bici appese al soffitto e botti di vino tutt’intorno. Seduta ad uno splendido tavolo in legno, con lo sguardo rivolto al silenzioso cortile in fiore, chiedo a Matteo Riva l’origine di questa idea innovativa. “Ciclosfuso nasce due anni fa dalla voglia di cambiare vita; complice una vacanza in Grecia e l’incontro tra due sconosciuti, io, ex sportivo e da sempre impegnato nell’educazione motoria, e il mio socio, Gianluca Casella, ex dirigente d’azienda, entrambi appassionati di vino. Tra un bicchiere e l’altro riflettevamo su come 20

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dare una svolta alla nostra vita, di cui avevamo perso un po’ il sapore.” Ritornare ad assaporare la vita grazie al gusto del vino, rigorosamente sfuso? “La scelta del vino sfuso è un ritorno alle origini, ai vecchi stili di vita, fatti di scelte consapevoli che puntano a qualità e prezzo accessibile e sfatano il preconcetto che il vino sfuso possa essere solo di basso livello. L’idea era riproporre lo stile di vita dei nostri nonni che andavano a riempire i fiaschetti di vino in bici”. Dallo sfuso al ciclo, il salto non è banale, anche la bici è una passione condivisa? “Nessuno dei due è mai stato ciclista professionista; la bici la usiamo solo per


Ogni tipo di bici è realizzato, venduto e riparato con passione. Tra quelle in esposizione vantiamo case storiche come Cinelli, Willier e Tern. Il tutto è vissuto in uno spazio vivace dove organizziamo eventi, mostre, serate tematiche, interventi di ciclisti, anteprime alla stampa, degustazioni con sommeliers, percorsi di accostamento al vino e brunch su prenotazione, l’ultima domenica del mese.” Quanto di Voi si riflette nel locale? muoverci. La scelta di questo connubio nasce dallo studio del mercato del ciclo, da cui emergeva una forte crescita. Il grosso problema è stato inizialmente la commistione con il vino, trovare il modo per legare due mondi in apparenza distanti. Siamo andati a caccia di una risposta, girando il nord Europa, dove la bici è vissuta come mezzo di trasporto quotidiano e non come sport, hobby o fenomeno di tendenza, per aumentare la conoscenza e trovare ispirazioni. ”

pagnato da bottiglie in etichetta, esposte in scaffali. Sfuso e bottiglia sono frutto di attenta ricerca, volta a produttori non molti noti con alti standard di qualità, in modo che la clientela possa degustare particolarità. La proposta di vini al calice

Non possiamo lasciare i nostri lettori in suspense, com’è giunta la risposta all’annoso dilemma? “Come spesso accade, la soluzione era più semplice di quanto ci aspettassimo. Grazie ad un prezioso suggerimento abbiamo compreso che il nesso tra ciclo e vino doveva essere lasciato al pubblico. Chi sarebbe entrato nel nostro locale avrebbe capito e trovato la chiave di lettura in piena autonomia. Da questa libertà di pensiero sono conseguite casualità che fisiologicamente hanno creato la liaison. Ad esempio il gruppo di ex ciclisti professionisti, che ogni giovedì, dopo 50 km partendo dal Naviglio, fa tappa qui, racconta di come il vino vada tipicamente a braccetto con la bici; due delle nostre prime etichette sono di ex ciclisti di fama mondiale, le cantine Moser e Marina Coppi, nipote del grande Fausto.”

varia ogni due o tre settimane, è made in Italy, con alcune presenze francesi e spagnole, ed accompagnata da piatti di tavola fredda. Il mondo bici si riflette nella nostra linea urban, con bici customizzabili, fatte da un telaista su misura.

“L’attenzione all’accoglienza e il modo semplice e diretto di proporsi ai clienti e di prendere le cose sul serio ma senza esagerare, appar tiene ad entrambi. L’aspetto tecnico è da preservare ma il vino è anche un piacere; un po’ come la vita, da vivere con consapevolezza ma senza esasperazione. In tema di allestimento, in questo spazio in origine vuoto, abbiamo recuperato le luminarie di via Vigevano e riutilizzato archi, tubi e travi di ponteggio a vista. L’enfasi al riciclo è un concetto a noi caro. Chi entra nel nostro locale fa una precisa scelta di sostenibilità, una presa di posizione consapevole, sia che acquisti bici o vino. Infine, i tavoloni grandi a ruote, facilmente spostabili, favoriscono la convivialità e l’idea di possibile cambio di scenario, fattori ineludibili dell’esistenza di ognuno.” Ciclosfuso, un sogno realizzato o persiste la voglia di cambiare vita ? “Abbiamo smesso di parlare di svolte esistenziali, anche se talvolta, alla luce dell’impegno richiesto, il pensiero balena ancora (sorride). Per ora non abbiamo altri progetti, il sogno si è realizzato”.

Vino e bici come trovano fattivamente il loro sodalizio nel vostro locale? “Il mondo del vino è rappresentato dal vino sfuso, da asporto o servito e contenuto in botti dislocate nel locale, accom settembre/ottobre 2017

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Wine

Tenuta L’Impostino

Quando la tradizione fa rima con innovazione di Patrizia Saolini

Avanguardia e biodiversità caratterizzano il successo di Tenuta L’Impostino, azienda toscana capitanata da Patrizia Chiari, protagonista di questa intervista esclusiva.


Tenuta L’Impostino è situata in alta maremma, nella zona di denominazione DOC Montecucco. È collocata esattamente sulla sommità di un anfiteatro naturale, all’altezza di 380 metri dal mare e si estende per ben 52 ettari suddivisi in 20 ettari di dolci declivi vitati, circondati da 30 ettari di suggestivo bosco di lecci e sughere e da 2 ettari di ulivi. La cantina, moderna struttura di 2000 mq, è una delle più apprezzate per la produzione di vini rossi dal carattere deciso come il Lupo Bianco, il Viandante, il Ciarlone, l’Ottava rima e appunto, l’Impostino. La tenuta è gestita da Patrizia Chiari, che in questa intervista racconta a Beesness quanto la lungimiranza di aver colto la sfida di trasformare un pascolo centenario in un anfiteatro naturale di vigneti abbia ripagato gli ingenti sforzi investiti sul lungo periodo. Com’è nata la tua passione per la produzione del vino? Il mio sesto senso è stato un alleato strategico sin dall’inizio di questa avventura. Ho deciso infatti di lasciare una brillante carriera dirigenziale, culminata con la direzione commerciale di alcune tra le più importanti aziende del design italiano, per investire le energie nel sogno della mia vita: interessarmi alla natura e ai suoi frutti. Questo sentimento forte me lo aveva trasmesso mio nonno Giovanni uomo che è stato il faro illuminante della mia

infanzia e della mia giovinezza, da cui ho imparato ad amare con grande entusiasmo la terra, in particolare quella toscana. Da dove nasce il nome particolare de L’impostino? La nostra bella realtà nasce da una vecchia posta situata sulla strada Leopoldina che da Siena portava verso Grosseto. Nel medioevo sorsero molte poste, la più piccola ma al tempo stesso la più importante per posizione, prese il nome di ”Impostino“. In questo luogo i Viandanti trovavano ristoro, cambiavano cavalli e a pochi chilometri pagavano a Dogana la tassa per continuare il loro viaggio verso Grosseto alla volta di Roma. Quali sono le caratteristiche odierne della tenuta? La tenuta gode di una condizione privilegiata, sorge infatti in una sorta di corridoio ideale che dall’Amiata al Tirreno

genera continuamente inversioni termiche e moti convettivi: il risultato è una costante ventilazione, che ci permette da sempre di coltivare con metodo biologico non per scelta, ma per vocazione. Inoltre le nostre vigne hanno il privilegio di occupare un versante esposto a sudovest, il migliore orientamento possibile per una maturazione ottimale delle uve che si esprima poi in struttura e complessità del vino e di avere una base arenaria di tipo vulcanica e un suolo ricco di sostanza organica. Devo ringraziare anche mio marito Romano che mi ha accompagnato in questa avventura e mi ha aiutato a scegliere il luogo che cercavo. La Tenuta L’Impostino è stato amore a prima vista, una zona incontaminata e sana, presupposto per noi fondamentale come base di partenza.

“Ma la mia più grande scommessa nel tempo è stata quella di imprigionare in ogni bottiglia di vino la forza, la potenza e i profumi di questa terra così unica e vocata alla produzione di grandi rossi” Come si è evoluto il progetto nel tempo? La mia tenacia unita alle mie precedenti esperienze manageriali, ma anche la maternità che mi ha regalato due bellissime gemelle, mi hanno aiutato ad avere una visione concreta delle cose. Quindi con mio marito ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo trasformato il vecchio pascolo centenario in un anfiteatro di vigneti, riportando il casale ad essere vivo e ospitale con le sue otto camere. La porcilaia oggi è un ristorante con prodotti del territorio, rigorosamente a km zero e fatti in casa, come i dolci, i biscotti, le marmellate e la pasta fresca. Ma la mia settembre/ottobre 2017

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più grande scommessa nel tempo è stata quella di imprigionare in ogni bottiglia di vino la forza, la potenza e i profumi di questa terra così unica e vocata alla produzione di grandi rossi. Come impatta l’impegno del bio sull’agilità dell’organizzazione aziendale? La nostra cantina ha intrapreso un percorso costante verso una qualità sempre più alta, e i risultati sinora ottenuti e i feedback dal mercato ci stanno dando ragione. Abbiamo aderito al Progetto Biopass (acronimo che sta per Biodiversità, paesaggio, ambiente, suolo, società) accompagnati dallo studio SATA, in collaborazione con importanti centri di studio e istituzioni scientifiche di ricerca italiane quali il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università di Milano e la Fondazione Edmund Mach di S. Michele a/Adige, seguiamo uno stile di viticoltura concentrato sul massimo rispetto ambientale e sulla salvaguardia e incremento della biodiversità: attraverso specifiche metodiche scientifiche e condivise. Questa gestione dei vigneti si sta rivelando il modo efficace per elevare sempre di più la qualità e salubrità del

prodotto con la missione anche di sentirci custodi di un fazzoletto di terra meraviglioso dove il tempo è ancora scandito dall’alternarsi delle stagioni. Questo percorso ha previsto un’analisi approfondita di suoli, terreni sostanze organiche in essi contenute che variano da vigneto a vigneto e ci ha permesso di elaborare un vero modello gestionale delle nostre vigne specifico per ogni appezzamento: le abbiamo parcellizzate con precisione, ottimizzando

“L’anima che orchestra la nostra produzione è una tensione costante verso l’ottenimento di un prodotto di eccellenza e di qualità riconosciuta” ogni lavorazione in funzione del reale fabbisogno di ciascuna, dando notevole importanza a lavorazioni del terreno che non lo destrutturino ed adeguando l’apporto di sostanza organica sotto forma di sovesci, inerbimenti spontanei, letame maturo e digestato a seconda delle differenti necessità. Tutto ciò ha dato risultati esaltanti sulla biodiversità, cioè la forte presenza di 24

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microrganismi e piccoli insetti che trovano il loro miglior habitat in terreni sani e non stressati e l’uva prodotta sta rivelandosi anno dopo anno di qualità sempre migliore, cosa poi che si trasferisce nel bicchiere. Come si rimane concorrenziali in un mercato internazionale vinicolo in continua espansione? L’anima che orchestra la nostra produzione è una tensione costante verso l’ottenimento di un prodotto di eccellenza e di qualità riconosciuta. In vigna tutte le operazioni vengono fatte con grande meticolosità, in linea dunque con il lavoro della cantina dove uniamo la tradizione con le più innovative tecniche enologiche per garantire una qualità unica ai nostri vini. Inoltre, sia in vigna che in cantina come anche sugli aspetti di comunicazione e marketing abbiamo deciso di investire su figure di professionisti eccellenti che oltre ad essere altamente competenti, condividono con noi questo ambizioso obbiettivo dando il meglio di sè in ogni occasione. Ringraziamo Patrizia Chiari per averci raccontato la storia di Tenuta L’Impostino e ci auguriamo che quest’angolo di paradiso rimanga speciale e incontaminato, in quanto incastonato in una macchia mediterranea impenetrabile della suggestiva maremma toscana.


Ottobre Milano, East End Studios


Wine

Vino biologico Tra natura e storia di Ugo Perugini

Tenuta Canto alla Moraia a Castiglion Fibocchi: quando le radici delle viti affondano nella civiltà di un Paese

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La Tenuta Canto alla Moraia (w w w. tenutacantoallamoraia.com) si trova a Castiglion Fibocchi, borgo etrusco non lontano da Arezzo. Per arrivarci, si passa dalla strada provinciale Setteponti, la Cassia Vetus, via romana risalente al secondo secolo a.C., che si snoda fino a Pratomagno e si inoltra, indolente, tra panorami mozzafiato, dolci colline, vigneti, oliveti, coltivazioni di tabacco, girasoli, castagneti, boschi, antiche abbazie, incantevoli borghi medioevali, pievi romaniche, castelli. Da qualsiasi parte lo si guardi, ogni scorcio di questa zona ha una storia da raccontare, bellezze artistiche da mostrare, dagli albori della civiltà umana, pensiamo agli Etruschi che per primi vi abitarono, fino

ai capolavori del Rinascimento. A pochi chilometri dalla Tenuta Canto alla Moraia, superiamo il ponte sull’Arno con il suggestivo panorama dei calanchi, proprio quello che Leonardo avrebbe utilizzato come paesaggio per lo sfondo della Gioconda. Ma, a parte l’arte, che resta fondamentale per capire l’atmosfera che ci circonda, la caratteristica di questi luoghi, il loro marchio di fabbrica, per così dire, sono i filari di viti, distesi sulle colline, o su terrazzamenti con muri a secco: esempio perfetto di armonia tra l’uomo e la natura. Qui, in un’ampia spianata, circondata da campi di girasoli, si trova la Tenuta Canto alla Moraia. Intervistiamo Rodolfo Banci, che guida l’azienda insieme alla


figlia Sarah che si occupa del marketing. Originario di Prato, Rodolfo sposò Silvia, figlia di Giannetto Lebole, il famoso industriale tessile che nel primo dopoguerra si dedicò alla produzione di abiti in serie. Azienda che negli anni d’oro arrivò a contare oltre 5000 dipendenti. Dagli abiti ai vini. Perché Giannetto Lebole pensò di diversificare i suoi investimenti? Giannetto era un industriale lungimirante ma anche molto legato alla sua terra e nei primi anni Cinquanta acquistò dal Duca Amedeo di Savoia una fattoria di 200 ettari. Io venivo da altre esperienze di lavoro ma nel 1970, accettai la sfida: impiantai i primi 15 ettari di vigne per la produzione di quello che allora si chiamava Chianti Putto. Attorno al 2002, si resero necessari i primi cambiamenti, nuovi cloni e nuovi uvaggi per garantire una produzione di livello qualitativo superiore. I vitigni erano quelli del Sangiovese (65%), del Cabernet Sauvignon (20%) e del Merlot (15%). E nacque il vino che fu chiamato “Supertoscan”. Ma ancora questo non bastava. Infatti, avevamo l’esigenza di ritrovare nel passato un modello, uno stile di vita ancora più sano, genuino, rispettoso dell’ambiente. E nel 2009 fu intrapresa la via della viticoltura biologica, rifacendosi a vitigni autoctoni, recuperando specie quasi estinte, creando nuovi vivai, per una produzione di ridotta entità ma di qualità eccelsa. Si parla di vitigni rari come il foglia tonda, il colorino, il cannaiolo, la malvasia nera che ritroviamo,

ad esempio, nei profumi e nei colori del vino denominato San Sereno. Una produzione per lo più destinata all’esportazione. Come nasce il vino biologico? Senza uso di erbicidi o pesticidi sintetici ma soltanto di fertilizzanti naturali. Con un ridotto uso di anidride solforosa, che comunque non è mai utilizzata per

“Viticoltura biologica significa trattare la vite e l’uva alla vecchia maniera, con la mano dell’uomo” nando il contenuto, visto che è proprio nelle bucce che si trova l’80% delle proprietà nutritive e organolettiche del vino. Poi si passa a una seconda selezione, sempre svolta manualmente, che insieme a una attenta pulizia da agenti esterni, polveri, insetti, residui di rami, ecc., facendo scorrere gli acini su un tappeto vibrante, consente la scelta di quelli più adatti per dimensioni e colore. Poi, si passa al processo di fermentazione vera e propria che viene svolta senza ricorrere a sostanze chimiche di alcun tipo. Come difendete le viti da agenti esterni senza sostanze chimiche?

correggere l’aroma o aumentare la gradazione del vino. Perché viticoltura biologica significa trattare la vite e l’uva alla vecchia maniera, con la mano dell’uomo. Quindi anche alla selezione delle uve viene dedicate un’attenzione particolare? Sì. Una prima scelta viene fatta in vigna, poi i grappoli migliori sono sistemati delicatamente in cassette che non contengono più di 15 chili l’una. Ciò per evitare che le bucce degli acini si rompano, rovi-

Proteggere le viti dagli attacchi dei fenomeni naturali (come la peronospora) senza utilizzare prodotti chimici di sintesi ma ricorrendo esclusivamente allo zolfo e al rame è decisamente più difficile ed espone a rischi, anche economici, a causa di cali della produzione. Chi sceglie l’agricoltura biologica, inoltre, è sottoposto a continui e, spesso stressanti, controlli da parte delle autorità preposte. Ma qual è il segreto del vostro vino? Forse non tutti sanno che la vite è una pianta della famiglia delle liane e possiede radici lunghissime che penetrano molto profondamente nel terreno. Il segreto naturale del nostro vino sta proprio qui. Le radici delle nostre vigne trovano un primo strato di argilla a 90 centimetri di profondità, poi fino a un metro e ottanta il terreno diventa ghiaioso, quindi più drenante, sfruttando così i benefici dei due tipi di terreno. Insomma, fare il vino è un’arte che si tramanda nel tempo ma che si basa sul principio fondamentale del rispetto per la natura. Un principio che non dovremmo mai dimenticare. settembre/ottobre 2017

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Wine

La Vendemmia Vino, fashion e luxury italian style di Laura Lamarra

Nell’accogliente MonteNapoleone VIP Lounge, prestigiosa sede di MonteNapoleone District, attendo il Presidente, Guglielmo Miani, per le sorprese dell’ottava edizione “La Vendemmia”.

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Come giunge un ruolo così rilevante?

Da cosa nasce “La Vendemmia”?

“Dopo cinque anni in America, una laurea in imprenditoria e finanza a Boston e un breve periodo in una banca d’investimento, torno in Italia per lavorare in Ciba Chemicals e al contempo dedicarmi alla divisione tessuti dell’azienda di famiglia, Larusmiani. Otto anni fa, prima di sviluppare personalmente la parte abbigliamento, accetto la proposta, di tre imprenditori, di Presidenza dell’Associazione, che all’epoca aveva 18 associati ed oggi ne vanta oltre 150, tra brand di moda, accessori di lusso e proprietari immobiliari. In quell’anno lancio “La Vendemmia”.

“Dal desiderio di portare il Made in Italy nel mondo e dallo spirito di osservazione e di lungimiranza. Mi sono ispirato a “Les vendanges” in Francia, dove il vino novello era offerto nelle boutique agli invitati per una sola sera, creando un format molto più articolato intorno alla passione del vino, coinvolgente per i nostri clienti e i diversi attori siti nel quadrilatero della moda”. Quali sono le articolazioni dell’evento? “Dalla prima edizione ad oggi abbiamo fat to molti eventi, anche grazie ai nostri associati, creando la prima asta


chiusa, alla luce dello sforzo imprenditoriale che ha avuto ritorno adeguato solo in seguito, grazie a lungimiranza e convinzione della validità del format. Le città sono come le aziende, hanno concorrenti, e vanno gestite con le stesse logiche; cosi come il distretto, piattaforma di creazione di valore per associati, cittadini e per l’immagine di Milano nel mondo”. Quali sono gli altri eventi per lo sviluppo del Made in Italy?

al mondo di vini italiani di Christie’s, “Italian Masters”, e un circolo virtuoso che coinvolge, oltre cento brand di alta gamma siti nel distretto, 9 hotels 5 stelle lusso, con menù ad hoc, esclusive wine experience e pacchetti speciali con VIP Pass per l’accesso agli eventi in calendario, e 26 ristoranti di pregio con menù “La Vendemmia”, ad un prezzo speciale, servito in abbinamento ad un calice di vino. L’offerta esperienziale al cliente è a 360° e di alto livello, in linea con il posizionamento strategico dell’Associazione. Possiamo organizzare ogni tipo di evento, garantire la prenotazione in via privilegiata nei ristoranti, organizzare visite private nelle case vitivinicole o la “caccia al tartufo”, grazie alla partnership con la Fiera del Tartufo Bianco, in programma dal 7 ottobre al 26 novembre ad Alba e molto altro ancora.” Un programma di coccole per chi vuole respirare il Made in Italy? “È il driver da cui nascono idee e iniziative. Abbiamo pacchetti integrati di servizi per un trattamento d’eccellenza, dal momento in cui il cliente atterra a Milano a quando riparte. La Vip Lounge è disponibile gratuitamente per i nostri clienti più importanti; il servizio di assistenza con maggiordomo e corsia preferenziale è fruibile a contenimento dei lunghi tempi di attesa per il disbrigo delle pratiche di tax free in aeroporto, qualora non si benefici del nostro servizio cash back. L’obiettivo è garantirci la piena

soddisfazione del cliente sino all’ultimo miglio del suo percorso esperienziale”. Quanto di Lei si riflette in questo programma? “Nato a Milano e grande nazionalista non posso che valorizzare e divulgare le eccellenze italiane nel mondo. Molti eventi sono frutto di passioni personali, peraltro in linea con i miei clienti, tra cui il vino (La Vendemmia), la nautica (MonteNapoleone Yacht Club), tradotte in volano di sviluppo economico. Sto lavorando ad un evento di coinvolgimento di Milano in occasione della Formula1. Moda, glamour e Made in Italy del distretto possono creare valore e sinergia affinché il circuito di Monza resti tappa indelebile del calendario automobilistico”. Quali sono i punti di forza della sua strategia di sviluppo? “Chiarezza di obiettivi e visione strategica a lungo termine. Se mi fossi fermato alla prima edizione, La Vendemmia l’avrei

“Dopo Milano, dal 9 al 15 ottobre, portiamo La Vendemmia a Roma. L’intento è capitalizzare e replicare modelli vincenti su scala nazionale ed internazionale. La Cina, prima clientela del distretto e in crescita continua, sarà, in primavera/estate, la prossima tappa del racconto, volto a stimolare l’emozione e il desiderio di vivere il Made in Italy come esperienza unica, dove il vino è solo uno degli ingredienti.

“Le città sono come le aziende, hanno concorrenti, e vanno gestite con le stesse logiche” Stiamo lavorando anche ad un progetto per il salone del mobile a novembre a Shanghai e a dicembre saremo a Cannes per vendere le eccellenze di Milano a tutti i tour operators più prestigiosi del mondo”. È conscio di essere molto invidiato? “(Sorride) Sono molto fortunato. Credo e mi impegno in ciò che faccio. Ringrazio la mia famiglia, gli incontri ispiratori, come con il Signor Lorenzi, un secondo padre a cui devo la proposta di Presidenza del distretto e l’aiuto nel preservare la lucidità di operare sempre in coerenza con i miei valori, e gli amici più grandi di me, come Leonardo Ferragamo, da cui ho tratto la rilevanza di continuare a sognare”. settembre/ottobre 2017

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Digital Economy

L ’enoteca dei sogni di Cinzia Meoni

Tannico in cinque anni ha conquistato il mercato italiano e ora fa rotta sull’estero per portare oltreconfine i vini italiani che hanno fatto sognare i turisti stranieri in vacanza nel BelPaese. Lo racconta a Beesness Marco Magnacavallo


L’enoteca dei sogni voluta da Marco Magnacavallo prende vita in Tannico, enoteca online con un catalogo di oltre 10mila etichette di 1500 cantine e 100mila bottiglie suddivise tra il magazzino italiano e quello Uk. In cinque anni dalla sua fondazione Tannico è leader di mercato. Ma lo spazio di crescita, come conferma

“Abbiamo avuto diverse richieste e contatti negli scorsi anni, anche con Amazon, ma al momento preferiamo procedere ancora da soli”

l’imprenditore è ancora ampio. “Quando siamo partiti, nel 2012, il mercato online del vino era di dimensioni veramente ridotte, 8 milioni di euro circa. Ora è cresciuto fino a circa 30-35 milioni e ci aspettiamo che possa triplicare nei prossimi 3-4 anni” spiega Magnacavallo a Bessness. In questo contesto Tannico vende circa 1/3 delle bottiglie da enoteca vendute online in Italia. E per il prossimo futuro il traguardo è ben chiaro all’orizzonte: “Abbiamo chiuso il 2016 con un fatturato di oltre 6 milioni di euro e per il 2017 ci aspettiamo di superare i 10”.

sarebbe potuta avvenire in sinergia con lo sviluppo del commercio elettronico. Allo stesso tempo stavo studiando da vicino il mondo dell’e-commerce e quali fossero i settori verticali dove l’Italia stava accumulando un maggior ritardo rispetto all’estero. L’unione di questi due pensieri mi ha portato a identificare il mondo del vino come il settore che avrebbe potuto avere i migliori e più rapidi margini di crescita e dove, nel 2013, non esistevano ancora aziende affermate sul mercato italiano.

Facciamo un passo indietro, da dove nasce l’idea di Tannico?

Il nostro cliente tipo è un uomo, high spender e con ottimo reddito, spesso si tratta di un professionista, consulenti o imprenditori. Acquista da noi perché abbiamo l’assortimento di vini più ampio in Italia, perché può trova suggerimenti elaborati grazie a algoritmi di intelligenza artificiale e infine perché può ricevere il vino a casa in 24 ore anche in quantità non facilmente trasportabili da soli. Da gennaio ad oggi abbiamo servito oltre 60mila clienti.

Dopo l’esperienza con Blogo mi interrogavo sul futuro dell’editoria e su quali avrebbero potute essere le nuove linee di ricavo per un editore. Mi immaginavo che una possibile espansione degli editori

Qual è il profilo di chi sceglie Tannico e perché si rivolge all’enoteca online?

Siete presenti anche in altri Paesi? Al momento siamo presenti in Italia e nella maggior parte dei Paesi europei. Spediamo anche in Usa, Taiwan, Giappone e altre nazioni Oltreoceano. Stiamo investendo una buona parte dei nostri fondi per portare il vino italiano all’estero e farci conoscere.

Da gennaio ad oggi abbiamo servito oltre 60mila clienti

Il cliente straniero ha delle esigenze diverse da quello italiano? Il cliente straniero è sensibile in primo luogo ai vini prodotti nelle zone dove è stato in vacanza, innamorandosi non solo del nostro Paese ma anche dei vini. settembre/ottobre 2017

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Avete in programma ulteriori investimenti per lo stoccaggio? Stiamo continuando a investire per l’espansione e l’ottimizzazione delle operation nel nostro magazzino di Milano da cui partono le spedizioni per grande parte dei Paesi stranieri che serviamo. Quali sono i criteri con cui selezionate aziende ed etichette? Tannico propone sia vini italiani che francesi o del nuovo mondo. Il catalogo è stato costruito grazie a quattro anni di lavoro del nostro team di buyer e sommelier. Selezioniamo le aziende con criteri diversi: qualità dei prodotti, caratteristiche uniche, richiesta di mercato e poi abbiamo una sezione dedicata anche alle cantine con una produzione ridotta di bottiglie. Avete dei progetti nell’ambito del mercato retail? Ho letto di una prossima apertura di un’enoteca “fisica” a Milano… Stiamo lavorando a una serie di nuovi pro32

settembre/ottobre 2017

“Quando siamo partiti, nel 2012, il mercato online del vino era di dimensioni veramente ridotte, 8 milioni di euro circa. Ora è cresciuto fino a circa 30-35 milioni e ci aspettiamo che possa triplicare nei prossimi 3-4 anni. Abbiamo chiuso il 2016 con un fatturato di oltre 6 milioni di euro e per il 2017 ci aspettiamo di superare i 10” getti, tra cui alcuni pensati per il retail. Ma di questo potremo riparlare tra qualche mese.

possono costruire solo con il tempo grazie a un team di persone affiatate e molto appassionate.

La scorsa estate Amazon che Google sono scesi in campo con investimenti e accordi nella distribuzione alimentare... Voi avete avuto contatti in questo ambito?

A cinque anni dalla fondazione di Tannico quali sono state le maggiori difficoltà e quali invece i traguardi raggiunti di cui è più orgoglioso?

Abbiamo avuto diverse richieste e contatti negli scorsi anni, anche con Amazon, ma al momento preferiamo procedere ancora da soli. Crediamo che il vino sia un settore particolare, con dinamiche uniche e con rapporti e cura verso le cantine che si

Una delle maggiori difficoltà è legata al recruiting. Quanto ai traguardi se dovessi sceglierne uno solo, sapere che a Natale scorso una bottiglia su tre venduta online era stata consegnata da Tannico, mi rende particolarmente orgoglioso.


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Fashion

Guntas

Lo streetwear brand unisex di Marcella Ciappi

Il nuovo brand di abbigliamento made in Italy con un’identità molto forte e un originale design post-moderno si sta affermando sulle passerelle internazionali.


Ideato dalla designer turca Zeynep Guntas, Guntas è un brand particolarmente connesso con la cultura urbana, con l’influenza del mondo digitale e dell’intelligenza virtuale. Per la sue creazioni Zeynep prende ispirazione dallo stile di vita delle nuove generazioni e da esperienze collettive costruite sulle diversità culturali e sociali. Tutte le linee sono caratterizzate da una forte attenzione per la qualità dei materiali utilizzati e per la particolare lavorazione dei capi.

desideri e realtà. Abbiamo chiesto direttamente a Zeynep di parlarci della sua casa di moda…

Vi è una ricerca di spensieratezza, di libertà e di un ritorno alla natura che si riscontra sia nei materiali utilizzati che nei colori

Le collezioni SS18 / ALL FORMATIONS ARE IMPERMANENT La ricerca di Guntas nella collezione più recente tenterà di scoprire “Com’è possibile raccontare la Realtà se ogni persona possiede una propria Realtà”. Come nei disegni presentati nell’ultima stagione, il colore arancione, la forma delle conchiglie e le carpe di questa collezione richiamano la spiritualità buddhista. AW17 / SUBDUE YOUR MIND La seconda collezione è stata disegnata da Zeynep a Istanbul durante gli scontri di fine 2016. Il risultato riflette un approccio spirituale a problematiche contemporanee come la perdita d’identità, la necessità di nascondersi e la paura, attraverso diverse fonti d’ispirazione. Vi è una ricerca di spensieratezza, di libertà e di un ritorno alla natura che si riscontra sia nei materiali

Cosa rappresenta Guntas e qual è la sua identità? Guntas è una piattaforma che accoglie la varietà della street culture. Rappresenta un mondo unito, senza una specifica identità, razza, età o genere. È dedicato a tutti coloro che ammirano arte, cultura, musica, natura…

utilizzati che nei colori. SS17 / NORM-CORE DIARIES Una collezione ispirata a eroi senza nome, in cui flessibilità è la parola chiave. Tessuti tecnici portano passato e classicità nel mondo moderno. L’innovazione è ricercata attraverso lo studio di nuove forme e texture. Questa capsule collection è un ponte tra

Quali sono i materiali e i colori che preferisci utilizzare? Trascorro molto tempo nella ricerca di nuovi materiali e tecniche innovative. In particolare la mia passione sono i tessuti tecnici. Li utilizzo molto e amo mixarli in forme insolite. L’arancione è sempre il colore predominante in ogni stagione. Come descriveresti le tue prime tre collezioni? Dalla prima collezione alla terza collezione posso dire di aver sviluppato le linee per offrire al pubblico una gamma più ampia. Creare una nuova collezione è per me un’opportunità per esercitarmi. Ogni singolo pezzo è un’enorme opportunità per migliorare creatività e qualità. Quanto c’è della tua personalità e delle tue idee nelle varie linee? Un brand dovrebbe rappresentare uno stile di vita. In questa fase, la mia linea è un riassunto della mia memoria visiva e intellettuale. Osservo e apprendo molti elementi che poi combino con i gusti moderni. I gusti sono qualcosa di molto personale, cerco quindi di essere abbastanza flessibile settembre/ottobre 2017

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da fondere il mio mondo con quello dei giovani di tutto il mondo.

Quali collaborazioni hai instaurato? Di quale collaborazione sei particolarmente soddisfatta? L’ultima collaborazione è stata quella con ASAP TyY di ASAS MOB. Abbiamo interpretato il suo stile di vita e le moodboard che abbiamo ricevuto dal suo team per realizzare i capi più adatti. Ultimamente Guntas ha collaborato con New Balance per realizzare una sfilata in occasione del lancio mondiale della 574 sport. Devo ammettere che lo sognavo da quando ho lanciato la mia linea. Ho avuto l’opportunità di rielaborare alcuni autentici capi New Balance con i canoni estetici di Guntas. Quali sono stati i momenti più difficili da quando hai lanciato il tuo brand? Immagino che, come per tutti gli inizi, la fase iniziale sia la più difficile. Quando lanci un brand sei a conoscenza del fatto che ci 36

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vogliono molta pazienza e molto tempo per essere riconosciuti dalle persone. Ogni singolo passo in avanti va definito nei dettagli per essere sicuri di non dare il messaggio sbagliato al pubblico. La comunicazione è decisamente il cuore del processo di costruzione di un brand.

“Osservo e apprendo molti elementi che poi combino con i gusti moderni”

Hai scelto di approfondire i tuoi studi e di lanciare il tuo brand qui a Milano, “la capitale della moda”. Quando e perché hai optato per questo cambiamento?

come altri brand di streetwear, si preoccupa del comfort e mantiene uno stile sportivo. La differenza è data dalle persone stesse che scelgono d’indossare Guntas.

Sono di origine turca. Nata e cresciuta nel centro di Istanbul. Parlo proprio del centro perché è un posto unico, nel quale si incontrano e coesistono tutte le religioni. Lì ho imparato a rispettare lo stile di vita degli altri e ho imparato anche a difendermi dall’ignoto. La Turchia è un Paese produttivo, con molte risorse in ogni settore. L’Italia è stata la mia scelta per lanciare il mio brand perché m’interessa l’uso dei prodotti tanto quanto il loro aspetto. Perciò essere vicina alla produzione è molto importante per me. Milano è l’unica capitale della moda nella quale puoi essere anche vicino ai migliori produttori al mondo. Senza dimenticare quanto la storia dell’arte, la cultura e la moda italiana siano una grande fonte d’ispirazione. Il fatto di non essere italiana ha rappresentato per te una difficoltà e un ostacolo alla tua carriera o piuttosto un vantaggio? Ho studiato belle arti e fashion design insieme. E personalmente credo di non dover sfruttare solo la mia cultura per fare la differenza. Come posso? Sono cresciuta a metà tra Europa e Asia. Mi piace definirmi un ibrido e questo può avere molti vantaggi nonostante le lingue possano diventare una barriera. Ad ogni modo lavoro duramente per superare ogni possibile problema di comunicazione e questo non mi preoccupa affatto. Cos’ha Guntas in comune con altri brand di streetwear e cosa invece lo differenzia in maniera categorica? L’unica cosa che accomuna i brand è dovuta al fatto che le persone che vivono in città hanno solitamente poco tempo libero e questo rende i loro spostamenti molto veloci. Per questo motivo posso dire che Guntas, così

ZEYNEP GUNTAS Classe 1987, la designer turca Zeynep Guntas ha iniziato a specializzarsi in questo settore frequentando il corso di “Fashion and Textiles Design” in una prestigiosa scuola della sua città, Istanbul. Con una grande passione per il mondo della moda e con il desiderio di raccontarsi attraverso le sue creazioni, dopo aver lavorato per cinque anni come fabric designer si è trasferita a Milano per frequentare un Master in Fashion Design alla Domus Academy. Dopo aver conseguito il diploma, ha creato il suo brand “Guntas”, che lei definisce di “Made in Italy Luxury Sreet & Sportswear” e che ha attirato, tra gli altri, l’attenzione di media del calibro di: Vogue Italia, Antidote, Numéro, Office e Highsnobiety. Attualmente Zeynep vive e lavora a Milano come Fashion Designer.


Determinazione, coraggio, passione.

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5Vie

Un quartiere, un’associazione e il fascino della milanesità di Alessia Portelli

Milano è una grande città dal grande fascino. È travolgente, ma al tempo stesso composta ed elegante. Tra il trascorrere del tempo, che qui sembra non bastare mai, e il via vai incessante di gente intenta a raggiungere la propria meta, c’è una storia tutta da scoprire. Una storia che si svela solo a chi sa fermarsi ad osservare, che racconta un’intensa armonia tra passato, presente e futuro.


L’area, valorizzata dall’associazione 5Vie, è in una Milano dalla smisurata bellezza, schiva ed esclusiva. Nel cuore della città, tra le strade ampie ed affollate che la cingono e l’attraversano, come Via Torino e Corso Magenta, si articolano caratteristiche vie eleganti e senza tempo. 5Vie è un piccolo slargo dove si incrociano Via Del Bollo, Via Santa Marta, Via Bocchetto, Via S.M. Fulcorina e Via S.M. Podone. Percorrere queste strade, significa non solo attraversare la storia, ma anche immergersi nella sua più autentica espressione di ricordi. La magia di un luogo nascosto e sconosciuto, a tanti milanese stessi, dove si respirano cultura, arte e design. La città del passato si intreccia qui, senza scomporsi, in quella più attuale, per un’esperienza sensoriale ricca e unica nel suo genere. Articolata e animata da bar e caffè, negozi storici milanesi, rinomati ristoranti, gallerie d’arte e atelier di artigiani, questo quartiere risplende di magica simultaneità tra i residenti, i commercianti e la gente di passaggio. Tra queste via, la milanesità è di casa. Abbia mo i nter v istato A lessia Del Corona Borgia, Co.founder e Strategic Development 5Vie per farci raccontare di cosa si occupa l’associazione. Come avete intuito l’esigenza di fare sistema e quindi di creare un’associazione nel quartiere 5VIE e che risposta avete avuto dalla comunità? Insieme agli altri co-fondatori del pro-

getto, Aline Calvi Parisetti, Ernesta Del Cogliano, Emanuele Tessarolo, abbiamo avvertito che l’identità del centro storico era in pericolo. Molti artigiani, e antiquari, per cui quest’area era conosciuta, stavano chiudendo e iniziavano ad aprire negozi di scarsa qualità. Inoltre molte zone erano degradate e di scarsissimo passaggio. Abbiamo deciso, essendo tutti residenti dell’area, di attivare un progetto di marketing territoriale e culturale per il rilancio di queste vie così significative. L’ idea di par tenza è stata quella di sostenere il rilancio locale rispettando le esigenze della molteplicità di attori che animano l’area, di creare un forte network e stimolare la partecipazione attiva della comunità e dei professionisti per mettere a sistema competenze e

opportunità. Abbiamo così iniziato una pianificazione strategica nell’ambito delle politiche urbane e territoriali, attraverso la creazione di una forte brand identity e nuove strategie di comunicazione e di sviluppo sostenibile. La capacità di fare sistema e networking è uno dei punti di forza del progetto 5vie e uno dei punti fondamentali per progettare sul territorio. 5VIE, fin dai suoi esordi ha infatti intrapreso un’analisi delle reti sociali, ovvero una mappatura di tutte le realtà che operano nell’area in oggetto e creato un dialogo e una sinergia tra i vari attori migliorando la sensibilizzazione, le conoscenze e il sostegno tra le parti interessate che vivono, lavorano o operano

L’associazione 5VIE ha dato vita ad un ambizioso progetto di marketing territoriale e culturale per valorizzare il rapporto indissolubile che quest’area, nel centro di Milano, ha saputo costruire e conservare nel tempo tra l’uomo e lo spazio della collettività di cui egli è parte.

nel distretto al fine di individuare delle strategie condivise che, pur rispettando la mission individuale di ognuno, sfruttino positivamente sinergie, conoscenze e know-how per favorire e accelerare il processo di crescita e rilancio. Abbiamo lavorato in modo capillare sul territorio raccogliendo, attraverso un appassionato “porta a porta” i desideri e le idee di chi in questo quartiere vive e lavora. Una necessità, quindi, che parte dal basso per rilanciare un quartiere che raccoglie tante eccellenze milanesi. A tal proposito il progetto 5Vie si muove nell’ottica di creare diversi livelli di network: quello locale nel distretto appunto, quello nella città di Milano facendo parte, tra le altre cose, del comi settembre/ottobre 2017

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tato interzone che ci vede protagonisti insieme a Brera, Tortona, Lambrate, e Porta Venezia nel coordinamento di realtà più piccole e nel dialogo con il comune di Milano. 5Vie sta inoltre sviluppando un’idea di network con varie realtà di progetti legati al marketing territoriale sul territorio nazionale. La comunità è sicuramente collaborativa, più consapevole. In tal senso cerchiamo di lavorare anche con le scuole sui bambini e i ragazzi per creare un senso civico di appartenenza alle proprie radici, al proprio quartiere fin da piccoli. Attraverso le attività dell’associazione, com’ è cambiato e come sta cambiando il distretto? I nostri obiettivi possono essere sintetizzati in questo modo: riconoscibilità dell’area, notorietà e reputazione dell’area, valorizzazione del patrimonio culturale e artigianale dell’area, salvaguardia dell’identità di quartiere e della “milanesità” il punto di forza del nuovo distretto culturale 5Vie, anche come elemento di integrazione con gli altri distretti citta-

dini, risiede nel fascino storico dell’area e dei suoi valori, in un territorio in grado di unire tradizione ed innovazione, artigianalità e design declinato in tutte le sue possibili accezioni, dal food al green. L’intento è quello di massimizzare le ricadute positive per la comunità locale,

“Abbiamo deciso, essendo tutti residenti dell’area, di attivare un progetto di marketing territoriale e culturale per il rilancio di queste vie così significative” creando un modello virtuoso che attraverso una promozione mirata a livello culturale, sociale, turistico e commerciale rivitalizzi la zona, conservando intatti il fascino e la storia che sono i suoi punti di forza. Le ricadute positive non sono solo quelle di valorizzare le risorse culturali, ma anche di ottimizzare su scala locale i suoi impatti economici e sociali, migliorare la qualità ambientale, produrre innovazione e ricerca. Non solo quindi l’aumento dell’aff luenza delle visite (durante la design week 2017 abbiamo contato circa 110.000 persone nell’area in una settimana) e del turismo culturale, o la moltiplicazione delle presenze all’interno delle attività commerciali di cui si vedono i risultati ogni anno di più, ma anche un contributo a trasmettere i valori e creare consenso attorno allo sviluppo della sostenibilità di quartiere coinvolgendo tutti gli attori, pubblici e privati Dove consiglia di andare e cosa consiglia di visitare a chi vuole conoscere quest’area di Milano e viverne la sua “milanesità”? Le 5Vie sono il quartiere più antico e più ricco di storia, è infatti a partire da questi antichi vicoli che è nata la città.

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Camminare in questa zona è fare una passeggiata attraverso i secoli e la storia di Milano, circondati da resti romani (dall’anfiteatro al palazzo imperiale dove Costantino firmò il celebre editto del 313 d.c.), da musei come l’archeologico, la pinacoteca ambrosiana e il poco conosciuto ma suggestivo museo Messina, la basilica di Sant’Ambrogio, la chiesa di Sant’Alessandro e l’antico complesso di San Maurizio al Monastero Maggiore. Unici in Italia sono i palazzi, le corti e i chiostri (alcuni dei quali visitabili) delle antiche famiglie milanesi che nascondono giardini, fontane, affreschi e stemmi di famiglia, memoria di un passato glorioso e molto “ambrosiano”. Questo è anche il cuore pulsante dell’operosità milanese, una porzione di città piena di prestigiose location, studi di professionisti, palazzi d’epoca e Gallerie d’arte. Sono di grandissima importanza anche le eccellenze commerciali presenti in loco, la maggior parte delle quali ricche di storia e di un raffinato background artigianale. Sono questi i punti di forza attivi sul territorio che attendono solo di essere valorizzati e portati all’attenzione del pubblico internazionale e degli stessi cittadini milanesi. Partendo da Corso Magenta, ricca di storici negozi milanesi, e infilandosi in via Brisa, si può passare da via Morigi per un passaggio in via Santa Marta e via San Maurilio, dentro e fuori dai vari negozi e dalle varie corti che nascondono spesso dei segreti inaspettati. Si può proseguire attraverso lo slargo 5Vie poi in via del Bollo e in piazza San Sepolcro per poi tornare sui propri passi per percorrere via Cappuccio e arrivare fino alla basilica di Sant’Ambrogio. Può anticiparci quali sono i prossimi eventi nelle 5Vie? Tutti gli eventi vengono comunicati attraverso il nostro sito e i social network. Siamo infatti presenti e attivi sia su Facebook sia su Instagram. Il 7 e l’8 ottobre, in occasione della “Fall Design Week”, aspettiamo tutti per un fine settimana dedicato alle botteghe artigiane e ai maestri dell’arte!


PERCHÈ ESSERE NORMALE QUANDO

PUOI ESSERE SUPER?

C’è chi non si accontenta mai e punta sempre all’eccellenza. Che mette il valore di brand al centro di tutto ciò che fa. Sono i Superbrands 2017: condividono l’impegno per l’innovazione, l’autenticità e la responsabilità per essere riconosciuti SUPER da clienti e consumatori. www.superbrands.com/it


Fashion

Speedometer Official 100% made in Italy di Laura Lamarra


In una Torino dal volto rinnovato, culturalmente, spiritualmente e tecnologicamente, a vocazione internazionale e nel contempo capace di conservare dimensione e valori tradizionali propri delle cosiddette città a misura d’uomo, incontriamo Marco Gatti, imprenditore e ideatore di Speedometer Official, bracciali in acciaio e alluminio, dal design grintoso e seducente che hanno conquistato il mondo.

sono una miscela in parti uguali di idee e pragmatismo (sorride). Innovare e costruire da zero sono parti di me. Bellezza e utilità nel tempo sono prerequisiti del mio operato e fattori che sottopongo a monitoraggio ser-

Su cosa ha puntato per la realizzazione di questo sogno internazionale? “In primis sul prodotto, sgorgato letteralmente dalle mie lucubrazioni mentali. In un’assolata giornata estiva di mare in costa in azzurra, pensavo a qualcosa di innovativo da introdurre nel mondo dell’orologeria, DNA personale e grande passione di famiglia. Immaginavo un oggetto caratterizzato dalla combinazione sinergica di semplicità nella forma e versatilità, utilità ed interscambiabilità nella sostanza. Non avrei mai creduto che dalla sola pubblicazione del rendering avrei ricevuto subito richieste di acquisto”. Una vendita iniziata ancor prima di produrre. Come ha fronteggiato questo inaspettato riscontro?

rato. L’aggiornamento continuo, il controllo qualità, cosi come l’attenzione alla sostenibilità ambientale nella scelta dei materiali, (nichel free, ipoallergenico, antigraffio, antiruggine), nell’uso di macchinari e di tecniche lavorative DLC, sono valori societari. Non abbiamo mai ricevuto un solo reso in anni e siamo i più copiati al mondo. Fenomeno quest’ultimo che sento di dover

“Non le nascondo che è stata la sola grande difficoltà che ho incontrato. Una sorpresa a cui non ero pronto, rivelatasi tuttavia decisiva poiché mi ha costretto ad avviarne la produzione. A fronte dell’apparente semplicità dell’oggetto, occorreva sostenere l’enorme complessità del processo di lavorazione. Barre di metallo piene lunghe 5 metri tagliate, svuotate, pressate, smussate, rifinite, passate in lucidatura e poi in forni, con trattamenti termici che rendono malleabile l’acciaio 116L, sottoposte infine a montaggio, con l’inserimento delle bandelle colorate, messe in forma e confezionate.” Mente creativa e grande expertise in materiali e processi di lavorazione, accompagnate da una spasmodica attenzione al bello utile, lungo tutto il ciclo di vita del prodotto, packaging incluso, sono i fattori di successo? “Mi ritengo fortunato, per dote naturale

denunciare. Le leggi italiane dovrebbero tutelare maggiormente il Made in Italy, con controlli alle dogane e sanzioni ai molti fakes che millantano un Made in Italy in cui le componentistiche vengono in realtà acquistate all’estero e solo assemblate in Italia. Speedometer Official è un prodotto

completamente di manifattura italiana ed è stato sviluppato e testato secondo i migliori standard di qualità. Investiamo molto anche nel packaging, di alto design e di utilità: il bracciale è contenuto in un astuccio in neoprene comodamente agganciabile ai pantaloni ed utilizzabile anche come portamonete, cuffie, o carica batterie, non si butta nulla anzi si diversifica l’utilizzo. Altro fattore di successo è l’aver scelto un modello distributivo molto selettivo rappresentato da locations, quali NY 5th Avenue, Porto Cervo, Portofino, Saint Moritz ecc. e distributori top di gamma, con posizionamento strategico alto in linea con la strategia del prodotto.” A proposito del prodotto, Speedometer Official spazia a gemelli intercambiabili, polo shirt, cinture, penne ecc., tuttavia le ghiere dei bracciali, dalle mille nuances, colpiscono per straordinaria unicità. Da dove nasce un pensiero cosi originale? “Dall’osmosi tra oggetti in apparenza inconciliabili, orologi e bracciali. Adoro le contaminazioni. Partendo dalla passione di famiglia per gli orologi, volevo percorrere strade ancora inesplorate, portando i dettagli di un oggetto in altri, preservando estetica, utilità ed aumentando l’impatto emozionale. La circolarità delle ghiere degli orologi ha condotto la mia immaginazione ad un nuovo concept di bracciale. Le colorazioni sono quelle della vita, dalla linea “Speedometer Official 2.0”, accesa, ispirata al mondo del golf, surf, casino, ecc. a “Vintage Matt”, presentata a Baselword, con sfumature pastello e opache, la cui ghiera vira di colore fin quasi a sbiadire, satinate al tatto.” Ci siamo lasciati la volta scorsa a Baselword nel centenario della sua edizione, ove accanto all’orologeria e gioielleria di alta gamma, spiccava la sua linea di bracciali e accessori. Quali sono le prossime tappe da non perdere? “Siamo presenti a settembre alla Fiera di Venezia, saremo a ottobre a Roma, per ritornare l’anno prossimo a Baselworld con un colpo di scena, un orologio spettacolare, sportivo ma anche professionale, sempre rigorosamente 100% Made in Italy ”. settembre/ottobre 2017

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Fashion

Capsule Show Dirompente, esclusivo, autentico di Marcella Ciappi

Con una serie di date a New York, Parigi, Las Vegas e Los Angeles, Capsule è uno degli appuntamenti piÚ importanti che presentano in anteprima le nuove tendenze e i migliori talenti del mondo della moda e degli accessori. Un evento unico nel suo genere‌


una chiesa sconsacrata nel Lower East Side di New York. Perché il nome “Capsule”? In contrapposizione con le gigantesche fiere internazionali di quel periodo come il Magic a Las Vegas e il Bread & Butter a Berlino, “Capsule” vuole comunicare un senso di intimità, attenta cura editoriale e selezione dei marchi. Quali sono gli obiettivi di Capsule? Promuovere i designer indipendenti di tutto il mondo e riunire i compratori interessati all’avanguardia e al progresso della moda.

…Molto più di una fiera di settore. Le aziende che partecipano a Capsule danno origine a una vera e propria community che sta modellando il fashion landscape del futuro. “Artigiani, strateghi, devoti e leader di stile” si incontrano ogni anno in un’atmosfera unica con centinaia di designer e migliaia di influenti decision maker del mondo della moda. Un network globale di persone con la stessa mentalità che ideano e producono i capi del futuro mentre, grazie a Capsule, molti dei retailer più rispettati al mondo, in cerca di novità e avanguardie, li acquistano. È proprio questo il focus: semplificare la vita dei retailer, presentando loro le firme più interessanti, dai designer emergenti indipendenti alle griffe più consolidate, in un contesto piacevole e professionale. I membri del “ board of adv isor” di Capsule sono top retailer e fashion editor provenienti da tutto il mondo. La loro esperienza consente a Capsule di presentare un mix di brand allo stesso tempo all’avanguardia, stimolante e commerciabile. Alcuni dei membri sono: Steven Alan (Owner, Steven Alan), Greg Armas (Owner, Assembly New York/ LA), Stephane Ashpool (Owner, Pigalle), Kevin Breen (Market Editor + Editorial Producer, Paper), Jeff Carvalho (Partner, Titel Media - Highsnobiety), Kevin Harter (VP of Fashion Direction, Bloomingdales), Matthew Henson (Celebrity Stylist), Masako Kaufman (NY Representative/

Buyer, United Arrows), Krystle Kemp (Fashion Director, Need Supply), April Koza (Buying Director + VP, FWRD), Christene Barberich (Cofounder + Global

I membri del “board of advisor” di Capsule sono top retailer e fashion editor provenienti da tutto il mondo Editor and Chief, Refinery29), Bo Carney (Co-Owner, Mohawk General Store), Jade Frampton (Executive Market Editor, Elle). Segue una chiacchierata con Barbara Tora sso - Capsu le Shows Head of Marketing and Retail Relations - che svela qualche dettaglio in più su questo evento dedicato alla moda d’avanguardia. Ciao Barbara, dove e come è nato questo appuntamento internazionale? È nato a New York nel 2007 da un’idea di 3 “Boss Ladies” che avevano un’agenzia di rappresentanza chiamata BPMW. Si trattava di un piccolo evento per 28 marchi di moda uomo, tutti indipendenti e avanguardisti e si svolgeva in

Cosa la differenzia da altre fiere di settore come Pitti, White, Bread & Butter? Pitti è un’istituzione, rispettata e venerata da tutti, che continua a supportare i grandi marchi ma anche i piccoli emergenti. White è un’ottima piazza per designer italiani che non possono permettersi una sfilata o un costoso showroom, soprattutto per quanto riguarda la moda donna e gli accessori. Bread & Butter, dopo una serie di stagioni sfortunate, sembra che ora abbia spiccato il volo grazie a Zalando e al modello direct-to-consumer seguendo un po’ la strategia del nostro ComplexCon (ComplexCon e Capsule Show sono entrambi di proprieta’ di Reed Exhibitions). Come collaborate con i membri del vostro “board of advisor”? Che tipo di supporto vi offrono? Facciamo tutto in-house e i membri del BOA ci consigliano i migliori brand da inserire. Partecipano inoltre ai nostri eventi, alle conferenze e alle presentazioni. Che tipo di pubblico partecipa? I migliori buyer di tutto il mondo amano Capsule e usano la nostra piattaforma per scoprire i talenti di domani. Sara di Colette per nominarne una su tutte, ma anche Dover Street Market, Opening Ceremony, V-Files, Barney’s e United Arrows. Da Capsule sono nati marchi come Buscemi, Mansur Gavriel e 424.

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peal che aveva un tempo, ora conta solo l’idea originale e il supporto dei giusti influencer. Fortunatamente però i giovani consumatori sono molto attenti alla sostenibilità e all’eticità dei processi produttivi, che essi siano basati in Italia, in USA o in Far-East. Questo fa ben sperare per il futuro della moda in generale. Avete in programma di approdare anche in Italia? Non per il momento. Ma Capsule è l’unica piattaforma-moda sul mercato che guarda al futuro e spero che anche i buyer italiani se ne accorgano sempre di più! Qual è la vostra vision? Quanti visitatori ha in media la fiera? La fiera più grande è quella dedicata alla donna a NY, che conta più di 5.000 buyer. La più piccola è la neo-nata per la donna a Los Angeles, che ne conta appena 1.000.

Stiamo trasformando i nostri eventi sempre più in un happening interattivo non

Quali differenze riscontrate tra i clienti americani e quelli europei? I clienti americani sono molto più aperti al nuovo e sono più pronti a scommettere sui talenti emergenti. Gli Europei sono invece più prudenti e preferiscono aspettare un paio di stagioni prima di avventurarsi su un nuovo designer. Il mercato italiano è pronto per questo tipo di “avanguardia”? Purtroppo non ancora come mercato ma ci sono alcune realtà isolate come Slam Jam, Antonioli, Excelsior e One Block Down, che stanno scommettendo sull’avanguardia già da diversi anni… Che ruolo ha il Made in Italy in questo contesto? Purtroppo il Made in Italy ha perso l’ap-

“Capsule” vuole comunicare un senso di intimità, attenta cura editoriale e selezione dei marchi 46

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che abbiamo lanciato questa stagione al Capsule New York Men’s. Puoi darci qualche informazione sul volume d’affari e sulla crescita riscontrata fino ad oggi, oltre a quella ipotizzata per il futuro? Per darvi un’idea del trend, nel 2007 Capsule NY Men’s aveva 28 marchi e 200 buyer. Capsule NY Men’s 2017 è arrivata a 250 marchi e 3.000 buyer, per Capsule NY Women’s 2017 si parla di 600 marchi e 5.000 buyer. Barbara Torasso Nata e cresciuta in Ita lia, Ba rba ra Torasso ha conseguito un Master in Fashion & Design Management alla Bocconi di Milano. Dopo aver trascorso alcuni anni lavorando per Vivienne Westwood a Londra e a Parigi, ha lavorato nel Marketing di Adidas in Italia. Nel 2012 si è trasferita a Boston in qualità di Global Marketing Manager di Reebok International e dal 2014 ricopre il ruolo attuale per Capsule Shows. Gli appuntamenti del 2017

solo per buyer e stampa ma anche per consumatori e follower. Avremo sempre più attività, come ad esempio le sfilate in collaborazione con il CFDA (Council of Fashion Designers of America) e Shopify,

PARIS MEN’S 24–26 giugno NEW YORK MEN’S 16–18 luglio LAS VEGAS MEN’S & WOMEN’S 14–16 agosto NEW YORK WOMEN’S 16–18 settembre LOS ANGELES WOMEN’S 9–10 ottobre Gli appuntamenti del 2018 NEW YORK MEN’S & WOMEN’S LAS VEGAS MEN’S & WOMEN’S LOS ANGELES WOMEN’S


Galeries Lafayette Istanbul | Photo courtesy: plajer & franz studio

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TECHNOLOGY


Fashion

Faraone Casa d’Aste

Quando i gioielli sono davvero d’incanto di Laura Lamarra

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In uno degli hotel più glamour della capitale meneghina, il Four Season, si respira un’atmosfera unica, davvero d’incanto. Abbiamo assistito all’asta tanto attesa di Faraone, marchio storico italiano di alta gioielleria nota in tutto il mondo. La maison nasce nel 1860, artefice del successo di Tiffany&Co, prosegue la sua espansione nel settore diventando sempre più icona di riferimento, apprezzata da nobili, tra cui in passato la Regina Margherita di Savoia, la famiglia reale monegasca e da celebrities internazionali come Ingrid Bergam, Maria Callas, Ava Gardner. Nel 2016 amplia il proprio modello business passando dalla vendita tradizionale di gioielli a quella all’incanto. “Faraone Casa d’Aste, società controllata dalla maison storica, nasce dall’incontro con professionisti internazionalmente noti nel campo dei preziosi. Le differenti esperienze hanno condotto a uno studio approfondito sul trend di mercato. Gusti e portabilità sono mutati nel tempo; nel quotidiano si predilige un solo pezzo, non troppo appariscente, lasciando i più preziosi e purissimi per le occasioni di una certa rilevanza, sempre più rare. Di conseguenza molti sono i gioielli, specie se di qualità e firmati, che si prestano a forme d’investimento e rivendita. Cogliendo questo nuovo orientamento, a differenza delle altre case d’aste, abbiamo ampliato l’offerta alla clientela proponendo oltre alla vendita all’incanto, la permuta del gioiello con una versione più attuale, all’acquisto diretto da parte della maison, nel caso di capolavori di grande valore, sia di nostra firma sia di altre griffes” come ripetuto da Vittoria Bianchi, Amministratore

Delegato della maison. La tradizione tuttavia non si abbandona e le due anime, vendita tradizionale di gioielli e all’incanto, continuano a coesistere in una complementarietà che rafforza il Brand. La maison ci ha visto giusto e ogni anno l’asta diventa un appuntamento imperdibile non solo per gli esperti del settore. Nell’ultima edizione, “Gioielli e Orologi del XX secolo”, dell’8 maggio scorso, ha registrato un’affluenza davvero inaspettata, quasi triplicata rispetto alle precedenti edizioni. Il parterre era molto variegato: oltre a collezionisti e commercianti, vi erano altresì molti privati. Anche in termini di rappresentanza territoriale, si è registrata una partecipazione sia nazionale che internazionale e numerosi sono stati i rilanci

in sala o in collegamento telefonico. Sono stati proposti 150 pezzi circa, tra gioielli e orologi di alta manifattura ed eccelso pregio, a prezzi d’asta accessibili anche ad un pubblico più diversificato. L’evento si è concluso con grande successo, riportando una vendita dell’83% dei pezzi all’asta. Le precedenti edizioni del 2016 hanno registrato oltre 2 milioni di euro a maggio e 1.153.000 euro a novembre. Un’altra sorpresa è senza dubbio l’aggiudicazione a prezzi significativi rispetto alla base d’asta. Tra i top lots che hanno suscitato grande interesse nelle ultime tre edizioni vi sono: la Parure Van Cleef & Arpels, collana in corallo rosa e bianco con brillanti e bracciale aggiuntivo che ne consente l’estensione, aggiudicata, in occasione della Christmas Auction del novembre 2016, a 88.000 euro, partendo da una base d’asta di 20.000 euro; il lotto 110, splendida coppia di orecchini in oro

Assistere alle aste di Faraone significa concedersi un’occasione per vivere la bellezza nel suo complesso bianco 18 carati con due diamanti fancy yellow (4.66 ct ciascuno) e due diamanti triangolo, venduto a 83.762 euro, il doppio del suo valore iniziale, nell’asta “Gioielli e Orologi del XX secolo” 8 maggio 2017; infine l’anello Faraone con zaffiro centrale di 24,85 ct circa e due diamanti laterali del peso complessivo di 1,92 ct. battuto per 330.000 euro nell’asta di giugno 2016. La vendita all’incanto risulta una formula davvero vincente, i riscontri in termini di affluenza e di manifestazioni d’interesse sono concreti ed incentivano a proseguire il percorso intrapreso. Con Faraone Casa d’Aste, la maison non ha solo ampliato la propria offerta alla clientela, per rispondere al meglio alle esigenze in continua evoluzione, ma ha anche creato una piattaforma di confronto e di dialogo tra operatori del settore e non solo. Assistere alle aste di Faraone significa concedersi un’occasione per vivere la bellezza nel suo complesso, lasciandosi coccolare da un ambiente lussuoso e confortevole, usufruendo di un’overview privilegiata sul mondo dei preziosi ed accedendo ad un network di prestigio che facilita sinergie di business. L’atmosfera che si respira inoltre è quella delle negoziazioni frizzanti, dei rilanci entusiasmanti che creano un clima piacevole tra gli offerenti, in sala o in collegamento telefonico, ove complicità e sana competizione riescono a dialogare amabilmente. “Finite le vendite post asta a maggio abbiamo ripreso la raccolta, che terminerà il 6 ottobre, per la prossima asta del 20 novembre. Anche per la prossima, così come per le iniziative in calendario per il 2018, ci concentreremo su gioielli e orologi del XX secolo”, dichiara Vittoria Bianchi. Appuntamenti imperdibili anche per i nostri lettori. settembre/ottobre 2017

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Design

Caracol Design Studio Stampa 3D

di Patrick Abbattista

Quando si parla di prodotti, che cosa si intende con ‘stampa 3D’? Su un piano teorico, si può intendere qualsiasi cosa. La stampa 3d rappresenta ormai un nuovo modo, più intelligente e sostenibile, di fabbricare le cose che ci circondano. Nel mondo della meccanica, ad esempio, si possono progettare componenti più leggere e performanti. Spostandoci nel settore dell’arredamento, invece, possiamo immaginare arredi unici disegnati su misura per garantire massima ergonomia al nostro corpo. Ancora, in ambito biomedicale, si possono progettare tutori e protesi fatti apposta per le esigenze di ogni singolo individuo. La stampa 3d 50

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costituisce un supporto tecnologico al servizio di infinite declinazioni progettuali. In cosa si differenzia rispetto ai processi classici di produzione del design? Quali sono i suoi vantaggi? Uno dei vantaggi principali della stampa 3d è che non si è obbligati a produrre lo stesso oggetto in serie, ma si può immaginare di produrre solo on-demand, senza sprechi di materia prima e di energia. Questo consente di migliorare e rinnovare i prodotti nel tempo con molta flessibilità, oltre ad aprire le porte verso nuovi orizzonti in termini di personalizzazione del prodotto: dalla mass-production alla mass-customization.


Altro aspetto fondamentale riguarda le nuove possibilità legate all’espressione formale. La stampa 3d permette di costruire geometrie organiche molto complesse, prima inimmaginabili. Stiamo vivendo una fase in cui il design sta subendo una vera e propria rivoluzione proprio perchè non siamo più vincolati ai limiti tecnici di una volta, che da sempre costituiscono il primo ostacolo con cui la creatività dei progettisti deve fare i conti. Perché avete scelto la stampa 3D per esprimere la vostra creatività? All’inizio, abbiamo cominciato a sperimentare quasi per gioco con i primi kit di stampa DIY (Do It Yourself – Fai da te). Più andavamo avanti nelle sperimentazioni più ci convincevamo che la stampa 3d sarebbe stata una delle protagoniste della rivoluzione industriale e della fabbrica 4.0 di cui tanto si sente parlare in questi ultimi anni. A tutto questo, va aggiunto il fatto che per un designer la possibilità di passare da uno schizzo fatto a matita, su un pezzo di carta, a un prototipo funzionale nell’arco di poche ore è semplicemente sbalorditivo.

la volontà di entrare letteralmente nelle botteghe artigiane e collaborare con maestri di altri tempi per creare, con il nostro apporto, produzioni uniche nel loro genere. È fondamentale riuscire a comunicare al mondo dell’artigianato tradizionale che bisogna guardare alle nuove tecnologie digitali come ad una possibilità anziché una minaccia, poichè siamo convinti che da questa contaminazione possa fiorire una nuova forma di Made in Italy contemporaneo. Al momento, si parla di stampa 3D soprattutto per la fase di prototipazione. Secondo voi, come cambieranno le cose da qui ai prossimi 5 anni? Fino a poco tempo fa, la stampa 3d era una tecnologia utilizzata solo per processi di prototipazione. Solo recentemente, grazie all’avanzamento tecnologico e all’abbondanza di materiali diversi con cui oggi possiamo lavorare, viene utilizzata sempre più anche per fabbricare prodotti finiti. Stiamo attraversando una vera e propria

Vi definite designer post industriali, cosa vuol dire? Cosa caratterizza Caracol come iniziativa imprenditoriale? L’innovazione di Caracol giace nella capacità di reinterpretare e mettere in comunicazione sistemi tecnologici esistenti per gestire processi innovativi complessi. Ci innestiamo sul tessuto industriale e attraverso un lavoro di “hackeraggio” della tecnologia tradizionale, ovvero una sua ricombinazione, creiamo processi produttivi innovativi avvalendoci della stampa 3d. Ci siamo definiti designer post industriali proprio per questa ragione, vogliamo ribaltare il paradigma produttivo tradizionale e proporre nuovi modi di utilizzo basati su questi canoni “post industriali”. In che modo l’artigianato classico può dialogare con questa nuova tecnologia? Durante il nostro percorso sperimentale, abbiamo espresso più di una volta

fase di transizione; in alcuni settori di nicchia, come l’aerospaziale, la produzione tramite manifattura additiva in alcuni casi ha già sostituito al 100% le tecniche tradizionali. In altri ambiti, come la moda e il design, si sta tornando a produrre in piccola serie e un fenomeno interessantissimo è quello legato alle autoproduzioni. La stampa 3d, infatti, consente anche a piccole e medie imprese di produrre in casa buona parte dei loro prodotti che prima dovevano essere commissionati spesso all’estero.

In questo modo, possono avviare i loro progetti senza grandi rischi economici, testando più facilmente il mercato per valutare l’efficienza o meno di un prodotto. Tutto questo è possibile solo grazie all’enorme flessibilità produttiva consentita da questa tecnologia. Attualmente, i limiti principali sono legati ai costi per unità e ai tempi di produzione. Le grandi aziende produttrici di stampanti stanno investendo per rendere le macchine sempre più sofisticate e rispondere a queste esigenze perché, dati alla mano, sembra che il mondo della produzione abbia ormai dirottato verso “l’additive”. Recentemente, avete fatto un’installazione ‘robotica’ ad Expo Astana 2017, in Kazakhstan. Considerato che, in quelle zone, il Made in Italy classico ha un certo seguito, quali sono state le reazioni? Siamo orgogliosi di aver partecipato con un’installazione robotica all’interno del padiglione Italia in occasione di Expo Astana. Sicuramente il contenuto proposto, un robot artista che disegna per 3 mesi di fila illustrazioni inerenti la storia di Alessandro Volta (sta continuando a disegnare anche in questo momento), è abbastanza particolare e lontano dal tradizionale Made in Italy, ma si è rivelato essere un grande successo. La spiegazione che ci siamo dati è che ormai siamo immersi nell’era digitale, siamo bombardati da immagini e video di ogni sorta e facciamo fatica a captarne i contenuti. Tutto si riduce ad un interminabile scroll down. Il nostro lavoro per Expo Astana, invece, si differenzia proprio perchè consiste in un’istallazione digitale che però produce come risultato finale un disegno analogico. Il robot, programmato dal computer, esegue delicatamente illustrazioni con un normale pennarello ad inchiostro su un semplice foglio di carta; materiali comuni che abbiamo utilizzato tutti in prima persona almeno una volta nella vita, e per questo percepiamo come familiari. Combinare un forte contenuto tecnologico con oggetti vicini all’immaginario comune è stata senza dubbio una mossa vincente! settembre/ottobre 2017

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Arte

La fotografia italiana diventa per la prima volta Triennale di Laura Lamarra

L’atelier fotografico di Luigi Gattinara, in una tranquilla traversa alle spalle della Bocconi, suscita la sensazione di accedere ad un luogo di grande creatività e progettualità. Con uno dei guru dell’arte fotografica italiana, mente illuminata, inizia un dialogo dal valore indelebile.


Dove nasce e quanto di sé è riflesso nelle sue foto? “Nasco a Roma da famiglia piemontese e respiro un mix di storia e cultura romana, piemontese, ligure. La passione inconscia per la fotografia di oggetti mi spingeva da ragazzino a sottrarre vecchi orologi del nonno e ninnoli di casa che portavo sul greto del Tevere per immortalare con la prima macchina fotografica, una Comet 2 di alluminio. Solo più tardi scoprii che ciò rifletteva il desiderio inconscio di scorgere la mia anima; trasposta in ogni mia foto. La leggera malinconia, rintracciabile nelle ombre, il sogno, rendere possibile l’impossibile mediante la rappresentazione scenica che è emozione, e l’assenza di pregiudizi, rinvenibile nella possibilità data a tutti di entrare a proprio modo nel racconto delle mie foto, mi rappresentano. Non amo i mille scatti; le mie sono creazioni di getto; non parto dalla macchina posizionata ma dal vuoto che riempio di anima e di ciò che osservo. Il click è solo l’atto finale di un’idea, di un processo creativo che è già immagine nella mia mente, ancora prima dello scatto.”

a cogliere che una pietra, ad esempio, può assumere significati diversi dal suo elemento primordiale.” Un percorso liceale interrotto, la fotografia aveva perso “allure”? “Ero disinteressato alla pittura, alla scultura, all’architettura, naturali sbocchi del liceo artistico e al quarto anno decisi di mollare tutto. Ciò scatenò la disapprovazione dello zio paterno: “non diventerai mai un grande fotografo, non pubblicheranno mai una tua foto”. A lui va un sentito ringraziamento, avevo bisogno della sfida. Nell’estate cominciai l’apprendistato in uno studio fotografico di reportage, lavorando in camera oscura con uno stampatore americano di colore. La capacità di osservare appresa fu vitale per il dialogo.” Quali gli altri “salti nel buio”? “Lasciai l’attico in centro Roma, dove vivevo con mia madre, per andare a

Milano. Il debutto fu avvilente; da una pensione con una branda nel sottoscala ad una stanza in affitto, in una casa di ringhiera, con un bagno alla turca esterno, in via Arquà, a Lambrate. Tentavo di lavorare ma senza esito e l’andirivieni da Roma, in autostop, a Milano, con biglietto pagato da mamma, era una costante. Bussai alla porta di Alessandro Mossotti, grande PR in viale Maino e iniziai un periodo ricco di creatività, facendo servizi fotografici da Sanremo, al Cantagiro, alle collezioni di alta moda. Apprendo che tutto è risolvibile; da lui non potevo tornare senza il risultato. Rientro poi su Roma, abbandono il reportage e la moda e apro il mio primo studio di pubblicità, tornando a lavorare sugli oggetti, con grande soddisfazione.“ Cos’è cambiato nell’advertising? “Lo spirito di divertimento, la creatività e il buon gusto, specie in Italia. L’idea è la grande assente; oggi le campagne si fanno con le banche immagine e photoshop e l’emozione scompare. All’epoca

“Ero disinteressato alla pittura, alla scultura, all’architettura, naturali sbocchi del liceo artistico e al quarto anno decisi di mollare tutto”

Una passione che prende corpo in primis al liceo artistico? “Degli insegnamenti liceali conservo il saper osservare. Scorgere ciò che altri non vedono; guardare gli elementi sotto altra forma per coglierne le diverse sensazioni e forme. In una delle mie prime foto vi era il concetto del mondo visto dalle formiche, abbassare lo sguardo e riuscire settembre/ottobre 2017

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l’idea nasceva dal lavoro congiunto del fotografo, del creativo e del copywriter e aveva una costruzione globale; a noi fotografi spettava compiere un atto culturale, educativo e di buongusto. Oggi non si rischia più. All’epoca dell’analogico finché la pellicola piana non era sviluppata, il terrore era costante. La sete di denaro, il pagare poco o nulla e la scarsa professionalità vincono in questo Paese; la bravura è apprezzata solo se di provenienza estera. Nella vita però se si è bravi tutto torna”. La Triennale come risposta a questa mediocrità? “Ho deciso di collaborare con Giorgio Gregorio Grasso, conosciuto alla biennale della fotografia. Ho accettato a patto che il progetto diventasse Triennale, con maggiori margini di operatività, fosse circoscritto alla fotografia italiana, professionistica e non, e a stranieri purché lavoranti in Italia e capaci di valorizzarne il DNA e che venisse da me organizzata. Nel mio subconscio vi era il desiderio, frutto del mio percorso, di sfatare il preconcetto di bravura presente solo in fotografi stranieri e in campagne fatte all’estero”. 54

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Un progetto inedito e sfidante, come si organizza? “In modo serio, professionale e rigoroso. Fatta una rapida ma meditata selezione sui membri della commissione giudicante, ho implementato il sito, depositato il marchio e aperto il bando per la partecipazione; gratuita per la prima edizione. Non ho considerato nomi e c.v. bensì le tre immagini richieste, il tema la Fotografia. Molti i riscontri, 120 fotografi selezionati , circa 200 opere. La location, dati i costi proibitivi di Milano, in origine era la galleria di Grasso a Padova”.

“Nel mio subconscio vi era il desiderio, frutto del mio percorso, di sfatare il preconcetto di bravura presente solo in fotografi stranieri e in campagne fatte all’estero”

Appuntamento dove e quando? “Dall’11 novembre al 9 dicembre 2017 nel prestigioso Palazzo Zenobio a Venezia, culla dell’Arte e della Bellezza, grazie all’interesse riscosso e al gemellaggio con l’UMAN (Union Méditerranéenne pour l’ART Moderne). Finalmente si dà alla fotografia italiana la giusta nobiltà e per le future edizioni si può pensare di ospitare i grandi archivi di chi comunica le proprie emozioni con la fotografia. Infine le svelo una chicca, la partecipazione di una donna molto particolare, Adriana Faranda, che ha inviato le immagini, scrivendo: “brigatista caso Moro, dissociata in quanto contraria all’uccisione e non pentita”; un’adesione in linea con il mio modus operandi contro le logiche comuni del mercato e i pregiudizi”.


Sport Economy

Acrovibes Il workout di coppia che migliora forza ed equilibrio Di Marcella Ciappi

Un nuovo programma di allenamento a due permette di conoscere a fondo il proprio corpo grazie a “vibrazioni acrobatiche”, attraverso una serie di esercizi che coinvolgono sia i muscoli che la mente.

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Nato nel marzo 2016 da un’ idea di Paolo Zotta e Alessandra Zavattarelli, Acrovibes si è rivelato fin dagli esordi un progetto di successo che ha incuriosito gli appassionati di fitness in cerca di un’alternativa per allenarsi e che continua ad attrarre un pubblico sempre più ampio. Legati da un’amicizia risalente ai banchi di scuola, Paolo e Alessandra hanno lanciato il progetto sfruttando le competenze del trainer milanese nel campo del fitness e l’expertise nella comunicazione digitale di Alessandra. Il risultato è stata la nascita di un nuovo modello di allenamento che è diventato quasi subito un vero e proprio brand e propone lezioni, workshop, formazione ed esibizioni sia nelle più importanti fiere di settore che in occasione di eventi realizzati ad hoc.

Come nasce Questo tipo di workout si presenta come un mix tra acrogym (o ginnastica acrobatica, che prevede la combinazione di movimenti, elementi coreografici e complessi elementi di acrobatica attraverso un preciso lavoro posturale) e calisthenics (o ginnastica calistenica, che prevede esercizi eseguiti utilizzando come carico il peso stesso del proprio corpo, sia a corpo libero che con semplici attrezzi). Acrovibes si ispira all’acroyoga, una pratica che nasce dall’incontro tra yoga, thai massage e acrobatica, basandosi saldamente su elementi di allenamento funzionale non convenzionale. L’unione di queste discipline, dà origine a una combinazione efficace che consente di arrivare a conoscere a fondo il proprio corpo


e permette di imparare a controllarlo al meglio, ottenendo tra l’altro dei buoni risultati in breve tempo. Come funziona L’allenamento che ne deriva è sempre diverso. Inizia tutto con un riscaldamento e degli esercizi eseguiti singolarmente, preparatori per la fase acrobatica e concentrati sul lavoro del core. La seconda fase prevede lo studio di elementi di tecnica e culmina nella parte più divertente e challenging della ricerca della performance, che consiste nel trasferire quanto imparato a terra nel lavoro di coppia. A questo punto entrano in gioco bilanciamento, equilibrio, distribuzione di forza, spinte e leve e, soprattutto, è il momento nel quale diventa fondamentale dimostrare la propria fiducia nel partner di allenamento. È proprio in questa fase che si ha la possibilità di esprimersi liberamente, componendo dei veri e propri flow coreografici ad alto impatto visivo. I benefici Come dichiara il motto dei due fondatori di Acrovibes - “è impossibile solo fino a quando non ci riesci” - questo tipo di allenamento permette di affrontare i propri limiti e di sfidare sé stessi anche attraverso il bilanciamento con una seconda persona. Il fatto che fin dalle prime lezioni si riescano a effettuare le posizioni base, incentiva molto a perseverare nell’alle-

namento. Scoprire di poter fare cose che mai ci si sarebbe immaginati è fondamentale per la motivazione nello sport e acrovibes apre un mondo di possibilità anche ai beginner. In seguito, allenandosi con costanza, si raggiungono ottimi risultati per quanto riguarda potenziamento, allungamento, mobilità, forza e controllo. Infine, “la concentrazione necessaria per l’esecuzione delle posizioni in sequenza - spiega Alessandra - serve quasi da terapia, si stacca la mente e ci si connette con l’altro. È una bella sfida anche dal punto di vista emotivo”.

incentrato sugli aspetti funzionali. “L’obiettivo - continua Alessandra - è quello di utilizzare queste tavole anche indoor, per portare i vantaggi dell’allenamento su acqua anche in città e in inverno”. Gli ideatori Paolo Zotta Paolo, ex pugile e ora trainer con più di 15 anni esperienza, da sempre appassionato di sport agonistico e non. Il suo allenamento è non convenzionale, una fusione creativa fra diverse discipline come boxe, thai boxe, allenamento funzionale, calisthenics, yoga, trx, NTC e Acrovibes. Molto attivo e seguito sui social. Alessandra Zavattarelli Digital manager e insegnante di yoga con una forte curiosità per gli sport meno canonici (dallo street skating sui pattini in linea

Acrovibes in acqua “Avendo da sempre una forte passione per gli sport da tavola (i cosiddetti boardsport) - dichiara Alessandra - è venuto naturale, complice la stagione estiva, voler provare ad avvicinare il SUP (stand up paddling), al workout di Acrovibes. Dopo la formazione e la conseguente certificazione CONI conseguita con Mauro Terlizzi di Isupa nell’estate del 2016, io e Paolo abbiamo cominciato a strutturare un programma di fitness sulla tavola…”. Mentre per Acrovibes “a terra” parte integrante dell’allenamento è anche raggiungere la preparazione necessaria per effettuare posizioni in coppia, la versione acquatica è ancora in fase sperimentale e l’obiettivo del workout è per ora solo

alla pole dance, dal SUP-Yoga al surf), ha intrapreso questa nuova avventura con Paolo creando per Acrovibes un vero e proprio brand e affermando in breve tempo la sua esperienza come trainer. Gli appuntamenti del 2017 1 ottobre - Wanderlust, Milano 7/8 ottobre - Originaria, Modena 28/29 ottobre - Move, Vicenza Per chi invece volesse avvicinarsi all’insegnamento di questa disciplina, a novembre si terranno dei corsi di formazione per nuovi trainer acrovibes con Fiteducation School. settembre/ottobre 2017

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Sport Economy

Bike Matteolle

Dall’architettura alla mountain bike di Isabella Biava

“Mi sono sempre dedicato solamente a ciò che mi appassionava e nella passione ho sempre trovato la motivazione per affrontare le difficoltà con entusiasmo, impegno e dedizione”

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Così spiega a Beesness Matteo Aielli, 39 anni, architetto, triatleta nonché istruttore di mountain bike cresciuto a Ponte di Legno, un paesino in Alta Val Camonica, provincia di Brescia, noto tra gli amanti dello sci e degli sport di montagna. Matteo, perché hai scelto la facoltà di Architettura? In realtà la mia prima scelta sarebbe stata l’Accademia militare navale di Livorno, ma non avendo passato l’esame ripiegai su Architettura, che è sempre stata l’altra mia forte passione, l’unica capace di

sostituire degnamente il sogno di una carriera militare. Ho sempre amato il disegno ed ero interessato alla progettazione di mobili e case soprattutto in legno, ispirato dai luoghi in cui sono cresciuto. Tornai quindi a Milano, dove avevo vissuto durante l’infanzia, per compiere gli studi accademici. In facoltà ritrovai un forte entusiasmo, frequentai un anno Budapest grazie al programma Erasmus, molto stimolante sia a livello culturale che come fonte d’ispirazione professionale, e mi laureai in tempo record e con ottimi risultati.


Quali sono state le ragioni che ti spinsero a cercare lavoro all’estero? Prima di tutto la mancanza di stimoli nella realtà italiana, soprattutto quella milanese, che mi stava un po’ stretta: troppo cemento, ritmi serrati e poche opportunità per un neolaureato, oltre a ragioni sentimentali, in quanto la mia fidanzata di allora, che avevo conosciuto a Budapest, era finlandese. Partii quindi per la Finlandia dove trovai subito un impiego in uno studio di architettura. Un’esperienza importante ma dura, perchè lì mi ritrovai faccia a faccia con la prima delusione: lo studio che mi aveva assunto si aspettava da me un livello di preparazione molto più elevato di quanto in realtà potessi offrire. Mi resi subito conto cioè che il percorso universitario italiano è purtroppo meno formativo rispetto a quello scandinavo dove due anni di tirocinio, regolarmente retribuito, ti offrono una preparazione completa finalizzata all’inserimento nel mondo del lavoro. Tuttavia, nonostante le prime difficoltà, per altro molto stimolanti, si è rivelata un’esperienza molto importante e formativa, che mi ha permesso inoltre di perfezionare la conoscenza dell’inglese e di imparare il finlandese. Com’è stato il rientro in Italia? Un percorso in salita, ricco di soddisfazioni, di altrettanti cambiamenti e di duro

lavoro. Frequentai un master in strutture per l’architettura sostenibile che mi aiutò a superare l’esame di stato, seguito da una collaborazione molto proficua con

della vita che il paese scandinavo offriva non fu una motivazione sufficiente per restare. Ed eccoci al colpo di scena… Proprio così. Quando la società per cui lavoravo fallì, nonostante la facilità che avrei avuto, nel trovare un altro posto di lavoro in Finlandia, decisi comunque di rientrare in Italia e riconnettermi con le mie origini e le mie montagne, con cui ho sempre avuto un forte legame. Qualche anno prima di partire per la Scandinavia avevo infatti preso il brevetto da istruttore di mountain bike, una disciplina che mi ha sempre appassionato moltissimo, come tutti gli sport outdoor. Da qui la

“Probabilmente avevo bisogno di allontanarmi dalla mia terra e conoscere altre realtà” il dipartimento di Ingegneria dell’Università di Milano. Gli anni successivi sono stati caratterizzati da diverse altre collaborazioni con studi di architettura a Milano e all’estero. Ero diventato un architetto nomade tra Praga e di nuovo in Finlandia, che pareva non mi volesse lasciare. Tuttavia l’alto livello di qualità

scelta di rivoluzionare la mia vita e la mia carriera professionale per diventare guida di mountain-bike. Quest’anno è la mia prima stagione ufficiale, in cui ho già accompagnato diversi gruppi di italiani e stranieri che hanno apprezzato molto i miei tour. Una soddisfazione immensa, che mi ha convinto a proseguire su questa strada. Inoltre, questa attività mi permette di collaborare con le associazioni locali impegnate nella valorizzazione e nella promozione del territorio, unendo quindi l’amore per la bici a quello per le meravigliose montagne della Val Camonica, dove sono cresciuto, per la natura e per l’ambiente. Probabilmente avevo bisogno di allontanarmi dalla mia terra e conoscere altre realtà. Cambiare insomma prospettiva per capire che, per trovare il mio posto nel mondo, mi bastava semplicemente aprire la porta di casa e guardare in alto. Credits foto: Janne Ulvinen settembre/ottobre 2017

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Sport Economy

Rock Master Festival L’evento che celebra l’arrampicata sportiva in vista di Tokyo 2020 di Marcella Ciappi

A un anno dalla consacrazione dell’arrampicata sportiva come sport olimpico, il Rock Master di Arco ha festeggiato la sua trentunesima edizione con un successo di pubblico mai raggiunto prima.

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È ormai diventato un appuntamento i mperd ibi le de l lo Sp or t C l i mbi ng Internazionale, un evento irrinunciabile per tutti gli appassionati di arrampicata. Una tappa, quella di Arco di Trento, che non può mancare nel palmares dei grandi campioni di questo sport. Un po’ di storia L’arrampicata sportiva è nata negli anni sessanta come pratica di allenamento per l’alpinismo. Tra i primi eventi che hanno dato risalto a questa disciplina c’è senza dubbio Sportroccia, la prima competizione internazionale di arrampicata della storia, che si è svolta dal 1985 a Bardonecchia e dal 1986 tra le rocce di Arco e Bardonecchia. Nel 1987 Arco, per la propria tappa, ha introdotto Rock Master, la gara dei campioni, un evento innovativo che, dall’anno seguente, è stato inoltre trasferito per la

prima volta su una parete artificiale, il Climbing Stadium, un campo di gara ideale e decisamente più sicuro, oltre che una delle primissime pareti artificiali per l’arrampicata. Questo master internazionale di arrampicata si tiene ormai tutti gli anni ad Arco da oltre 30 anni e ospita ora le 4 discipline di Lead, Boulder, Speed, Duello. Un appuntamento che accompagnerà gli atleti fino ai Giochi di Tokyo 2020 e oltre. Le competizioni Dal 1987 a oggi Rock Master Festival è diventato un fine settimana ricco di attività e di gare che raduna ogni anno la community mondiale del climbing, dai giovanissimi campioni under 14, fino alle star della Coppa del Mondo e ai top ten del Rock Master. Ai più giovani sono dedicate le prove Rock


Junior, le uniche gare internazionali dedicate agli under 14. A un livello più alto, i team di tutto il mondo schierano i loro atleti nelle prove Speed e Lead della Coppa del Mondo di arrampicata, mentre l’élite dei campioni si batte nelle due grandi classiche di Rock Master, le spettacolari prove di Duello e KO Boulder. Duello Dal 2015 il trofeo Rock Master è assegnato con il Duello, l’esclusiva prova ideata ad Arco che da anni ormai anima la finale del Festival. Due atleti si sfidano su due percorsi di altissima difficoltà, uguali e paralleli. Chi arriva prima in cima per primo elimina l’altro e così via fino all’ultima sfida. Un duello all’ultimo appiglio e all’ultimo respiro. Gareggiano i migliori 8 atleti della tappa di Coppa del Mondo Lead Arco, a cui si aggiungono due wild card a discrezione dell’organizzazione. Un mix altamente spettacolare di velocità e difficoltà: poco più di un minuto per superare 25 m di 8a. Ko Boulder L’arrampicata senza corda, con grandi materassi che proteggono dalle cadute. Un concentrato di potenza, leve, dinamismo ed equilibri in cui 6 campioni si eliminano, blocco dopo blocco fino all’ultima sfida a tre. Questa gara a invito è riservata all’elite del boulder mondiale e si articola su quattro prove. Ad ogni prova gli atleti hanno a disposizione tre tentativi per risolvere il blocco raggiungendo la presa sommitale. Al termine di ciascuna prova si stila una classifica tenendo in conto: il punto più alto raggiunto ed il numero di tentativi, in caso di pari-merito si tengono in conto i risultati delle prove precedenti. A ogni prova esce un atleta, fino all’ultimo blocco, nel quale si affrontano i tre finalisti.

di Arco vengono assegnati gli Arco Rock Legends Awards. Un appuntamento a cui gli appassionati di arrampicata non possono mancare. Il programma Climbing Stadium Giorno 1 • 10:00/13:00 – Rock Junior Under 14 Cup – Registrazioni • 14:00/20:00 – Rock Junior Under 14 Cup – Prova Boulder Giorno 2 • 9:00/16:00 – IFSC Lead World Cup – Qualificazioni • 19:00/21:00 – IFSC Speed World Cup – Qualificazioni Giorno 3 • 11:00/13:30 – IFSC Lead World Cup – Semifinali • 14:00/16:30 – Rock Master KO Boulder Contest • 17:00/19:00 – IFSC Lead World Cup – Finali • 19:00/20:30 – IFSC Speed World Cup – Finali • 22:00/23:00 – Rock Master Duel Giorno 4 • 10:00/15:00 – Rock Junior Under 14 Cup – Lead • 15:30/17:30 – Rock Junior Under 14 Cup – Speed • 11:30/14:30 – Kid’s Rock • 15:30/16:30 – Family Rock RockMaster Village Giorno 2 • 17:00 – Apertura Village – Zlag Board Contest

• 21:00 – Casinò Municipale – Arco Rock Legends 2017 • 22:30 – Village – DJ set Giorno 3 • 16:00 – Apertura Village – Zlag Board Contest e Spider Slacklines Show • 22:00 – Musica dal vivo con I Siete Venas – Band Rock di El Chalten ai piedi del Cerro Torre Giorno 4 • 10:30 – Apertura Village – Zlag Board Contest e Spider Slacklines Show • 11:00/14:00 – Street Boulder Contest

Intrattenimento Ma Rock Master Festival non è solo competizione: il centro storico di Arco ospita il Rock Master Village, punto d’incontro per gli appassionati, gli atleti e tutta la community dei climber, nel quale è possibile incontrare le più importanti aziende del settore outdoor e climbing, per testare i loro prodotti mentre al Casinò settembre/ottobre 2017

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l'8 novembre si saprĂ chi saranno le insegne vincitrici dell'edizione 2017-2018 di

seguici su www.insegnadellanno.it


Imprese

Select Trade Punta a raddoppiare le vendite con i negozi Lindt di Cinzia Meoni

Bulgheroni: “Nel frattempo studio il modello di Grom per rafforzare l’azienda in un business complementare a quello del cioccolato”.

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settembre/ottobre 2017

Classe 1970, Edoardo Bulgheroni cresce tra i cannoncini della pasticceria del ramo materno della famiglia, la Zamberletti, tra le più eleganti di Varese e nota per aver creato il dolce dedicato alla città prealpina e il cioccolato della Lindt prodotto, in esclusiva per l’Italia dal nonno prima e dal padre, fino al 1993. Ma, al posto di adagiarsi su un futuro già scritto, nel 2004 fonda una propria azienda con Alberto Zocchi, compagno di studi di economia aziendale presso la Liuc di Castellanza: la SelecTTrade, per creare in Italia i monomarca della Lindt e sei anni dopo, tramite la società, si ricompra anche la pasticceria di famiglia. Oggi

SelecTTrade (controllata da Bulgheroni al 70% e partecipata da Zocchi al 30%), dà lavoro a 500 persone e fattura 50 milioni di euro (45 milioni nel 2016). Il modello da seguire? L’imprenditore non ha dubbi in merito: “il gruppo Percassi e Autogrill”. Al momento sono tre i marchi con cui SelecTTrade lavora: Lindt sotto il cui brand ha aperto 47 vetrine, Beiersdorf con 4 Nivea Shop e Carlsberg-Birrificio Angelo Poretti presente in due outlet. Come è nata la decisione di aprire una sua realtà? Lavoravo per la Lindt quando ho scoperto la realtà dei punti vendita esclu-


sivi dedicati al brand svizzero negli Usa e ho pensato di importare l’idea in Italia e adeguarla al nostro mercato. Non è stato facile convincere l’azienda italiana a concedermi questa opportunità. All’epoca vi era infatti il timore che i monomarca potessero per così dire cannibalizzare gli altri canali di vendita del cioccolato, ovvero le pasticcerie e i supermercati, viste le caratteristiche del nostro mercato. Ma non è stato così e il tempo lo sta dimostrando e, per quanto mi riguarda, ho ottenuto uno dei traguardi professionali di maggiore soddisfazione. Una vetrina dedicata a un solo brand valorizza il marchio, lo esalta con una maggiore varietà di prodotti difficile da replicare in altre realtà e si trasforma in un volano trainando, di conseguenza, anche le vendite degli altri canali. Quante “boutique” Lindt avete aperto da allora e quali sono le prossime aperture?

Abbiamo contatti in corso e contiamo in futuro di rafforzarci ulteriormente: dall’abbigliamento al food

nità non mancano. Ci proponiamo infatti come partner ideali alle multinazionali per la valorizzazione dei loro brand in portafoglio attraverso punti vendita dedicati.

un “concept” di punto vendita adeguato, cerchiamo e formiamo il personale, curiamo l’allestimento e il rifornimento e, in ultimo gestiamo i punti vendita. Ai partner proponiamo contratti di fornitura: ovvero la rete è nostra e rivendiamo i prodotti nel rispetto delle logiche commerciali e contando sulla possibilità di gestire il marchio. Quali sono gli obiettivi nel medio-lungo termine? Puntiamo a un giro d’affari di 80 milioni di euro entro dieci anni e a sviluppare il business profittevolmente. Per questo investiamo gli utili in azienda che consideriamo ancora, a tutti gli effetti, una start up.

Oggi abbiamo 47 vetrine e, nelle prossime settimane progettiamo di poter aprire a Bologna, Genova, Siena e un temporary store in via Belfiore a Milano. Il sogno sarebbe quello di raggiungere, nei prossimi dieci anni, 80 punti vendita dedicati.

Dalla cioccolateria alla bellezza… Non sono business completamente diversi tra loro?

La cioccolata non è un business particolarmente stagionale?

Quali attività offrite al partner?

Prevedete in futuro l’apertura del capitale a terzi?

Cerchiamo le location ideali nei centri cittadini o negli outlet all’interno di un piano di sviluppo, studiamo e testiamo

Non nell’immediato. Vogliamo rafforzare ulteriormente la società prima di valutare e ingresso di fondi o l’approdo in Borsa.

Per questo motivo stiamo sviluppando in parallelo la gelateria: con il nostro brand Zamberletti possiamo infatti produrre lavorati e semilavorati. Il modello di riferimento a cui ci ispiriamo è quello di Grom.

Certo. Ma la logica della distribuzione rimane uguale pur variando, ovviamente, il piano di sviluppo dei singoli marchi.

Come siete passati dalle cioccolaterie ai negozi di beauty con i monomarca della Nivea? Grazie ad un contatto di un mio compagno della mia squadra di basket abbiamo colto l’opportunità e la stiamo testando sul territorio nazionale. Al momento gestite tre marchi, pensate di espandere ulteriormente la vostra rete? A quali clienti vi proponete? Abbiamo contatti in corso e contiamo in futuro di rafforzarci ulteriormente: dall’abbigliamento al food, le opportu settembre/ottobre 2017

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Imprese

House of All Brasile

di Fabrizio Valente

Dal semplice co-working allo sharing a 360°: un concept amato dai Millennial brasiliani, dove condividere, imparare, divertirsi, incontrarsi, proporsi sul mercato e sviluppare progetti con altri membri della community. E ora molto attrattivo anche per i grandi Brand.


Il progetto è nato a San Paolo in Brasile nel 2013 con il primo sharing concept dedicato al co-working: la House of Work, rivolto al target dei Millennial, che opera con attività individuali o micro-imprese. Nel giro di poco tempo il concept si è allargato, includendo le aree di ristorazione veloce e caffetteria, vendita di prodotti lifestyle nuovi e usati, lavanderia, eventi musicali, sessioni formative: ora sono ben otto i centri aperti in Brasile, fra San Paolo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte. Il filo rosso dello Sharing Concept Il concept House of All è nato come semplice co-working, classico spazio di condivisione con affitti bassi e flessibili e possibilità di condividere i proprio progetti con potenziali partner e clienti. Poi l’attività è stata ampliata con altre iniziative: in primo luogo al suo interno con servizi specifici, grazie a un team che fornisce studi su lifestyle, creazione di contenuti media, rapporti di business intelligence. La House of Bubbles riguarda invece la condivisione di capi di abbigliamento: si accede tramite abbonamento e si possono prendere in prestito capi di Brand rinomati. La House of Learning è dedicata all’apprendimento: chiunque può insegnare e può iscriversi ai corsi proposti. Vengono messi a disposizione elementi di arredo modulari come tavoli, panche, sedie, armadietti, ecc. È poi nata la House of Food, uno spazio di ristorazione in condivisione, disponibile per ristoratori di diverso livello che possono organizzare serate, supervisionati dai responsabili della House of All, con cene aperte a tutti

nella logica del ‘temporary’. È un’attività che contribuisce ai conti del centro, che si trattiene i ricavi dei drink consumati, perlopiù birre. Retail liquido Uno degli aspetti più interessanti del concept è la sua modularità. Le varie attività in alcuni casi sono raggruppate o in spazi adiacenti, in base anche alle location disponibili. Ad esempio a Rio, la

Prossimo convegno Kiki Lab Ki-Best 2017 & Open-Inn Retail Award Milano, 26 ottobre 2017 Convegno a pagamento (alcuni inviti disponibili per Retailer e Idm) Per info: kiki@kikilab.it

House of All è diventato un vero a proprio lifestyle lab, e quindi un partner molto richiesto dai grandi Brand per relazionarsi con i Millennial. Lo spazio è sempre più ricercato per organizzare eventi, testare nuovi prodotti e ricevere feedback, far conoscere e apprezzare il proprio Brand. Fra i partner che hanno già affittato gli spazi oppure organizzato eventi in partnership ci sono aziende del calibro di Heineken, Facebook, Google, Ambev, Natura, Pepsico, Nike, Janssen and Pinterest. Commento finale di Kiki Lab ed Ebeltoft Group House of Food è nel quartiere di Botafogo, mentre la House of Learning è in quello di Lagoa. Alcuni fra i servizi sono particolarmente sinergici e sono proposti sempre insieme, come lo sharing degli abiti e la lavanderia, funzionale alla pulizia dei capi prima di condividerli. Product & Brand placement Visto il successo dell’iniziativa e la capacità di attirare un target molto specifico,

Il mondo della sharing economy sta attirando sempre più persone, in primis Millennial. House of All è cresciuta basandosi su quattro concetti chiave: creazione collaborativa, decentralizzazione, relazioni e fiducia. Per rafforzare il successo è fondamentale legarsi ancora di più al proprio quartiere e alle community, diventando piattaforme per start-up e microimprese e godendo del passaparola positivo che i frequentatori possono generare. settembre/ottobre 2017

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Imprese

Astarea

Solutions for management di Ugo Perugini

Per capire il mercato bisogna essere eclettici e versatili come i Fenici.

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Una delle prime nozioni storiche che si imparano a scuola sulle civiltà del Mediterraneo riguarda i Fenici, popolo di grandi navigatori e abili mercanti. Che un’azienda possa guardare a loro come riferimento della propria mission può apparire eccentrico. Ma non lo è. Ecco, infatti, come Astarea descrive questo popolo: “eclettici e versatili, sensibili all’influenza delle altre culture e capaci di integrarle nella propria; creativi, poliedrici, sempre orientati alle esigenze pratiche, ma combinando semplicità e raffinatezza di stile”. Caratteristiche che si attagliano a chi lavora in Astarea (via Pietro Custodi 8, Milano – www.astarea.it) a cominciare

proprio da Laura Cantoni che questo istituto di ricerche di marketing ha fondato nel 2004 – insieme allo psicologo e consulente aziendale Giorgio Villa – e di cui è Amministratore Unico. Astarea, solutions for management, è un istituto che svolge analisi di settore, socio-culturali e orientamenti al consumo e si occupa di sviluppo di prodotti e servizi, brand building, comunicazione e corporate empowerment con ricerche sul campo, analisi desk, attraverso modelli funzionali adeguati alle esigenze dei clienti. Laura Cantoni, ricercatrice e manager presso Mondadori, Maknos Ricerche, Ipsos Group, a un certo punto della sua carriera


Quali caratteristiche deve avere oggi una ricerca di marketing per essere credibile e di qualità? Le caratteristiche a sostegno di credibilità e serietà sono quelle di sempre: un approccio metodologico serio, che offra quanto serve veramente per lo specifico obiettivo di ricerca in termini di tool, numerosità campionarie, costruzione del questionario, e non quello che permette di fatturare di più; un field affidabile, gestito da professionisti della ricerca e non da figure senza qualifica specifica; capacità di lettura del dato che tenga conto, oltre che della consumers’ voice, anche delle logiche della categoria di riferimento e delle tendenze socio-culturali più generale. Insomma: guardare in profondità ed in prospettiva al tempo stesso. Per cogliere le nuove tendenze in atto, sembra sia sempre più necessario il contributo anche di altre discipline come l’antropologia, la sociologia, la semiologia, ecc.

“Il futuro sarà meno consumercentric e sempre più multi-tool” ha deciso di passare dall’altra parte della barricata e diventare imprenditrice. È, quindi, la persona giusta per affrontare il tema della ricerca di marketing oggi, nell’epoca della trasformazione digitale. Come è cambiato il ruolo di chi svolge ricerche di marketing? I ricercatori devono assumere, da una parte, un ruolo meno teorico e più operativo, cioè sono chiamati a fornire soluzioni sulla base delle informazioni che raccolgono. Si chiede loro, in pratica, di fornire un contributo alle decisioni aziendali. Dall’altra, si prefigura un ruolo completamente diverso, e cioè di puro information providing – in relazione ai diversi progetti ma soprattutto alla vocazione dei singoli istituti di ricerca.

Noi ce ne occupiamo da molti anni, è diventato un modo di pensare, non solo un esercizio di ricerca specifico. Occorre però precisare che cosa si intenda per tendenze, perché molte volte si equivoca. Per molti le tendenze costituiscono una fotografia di quello che succede attualmente, in termini, ad esempio, di atteggiamenti, comportamenti, valori dei consumatori. Altro è identificare i segnali, più o meno deboli, che prefigurano quello che succederà in futuro. Noi ci occupiamo di quest’ultimo aspetto delle tendenze con l’intento di supportare le imprese lungimiranti e innovative, e meno quelle che attivano un marketing day by day, più interessate a gestire l’esistente che a progetti per il futuro.

riamente competenti nella merceologia, ma che assumevano un ruolo di testimonial grazie alla loro notorietà. Ora ci sono i trend setter nei social. Persone non necessariamente famose ma che poi lo diventano creandosi una competenza o uno stile “aspirazionale”, vedi Chiara Ferragni. In questo modo, cambia il modello di comunicazione, perché mentre prima i testimonial si inserivano in un format che tutti percepivano come a pagamento, in questo caso la natura dei trend setter sembra quella di liberi pensatori, il che non è vero. Quale futuro dobbiamo attenderci per la ricerca di marketing? Le dirò che non sono molto ottimista al riguardo. Da tempo non emergono significative innovazioni nel settore, o meglio, quelle più evidenti riguardano approcci strumentali (tecnologie avanzate come gli eyetracking sempre più sofisticati, neuromarketing, uso degli smartphone, molta delega alle videoriprese etc..) ma non mi sembra che emerga un pensiero nuovo su come parlare al consumatore, che nel frattempo ha fatto passi da gigante in termini di autonomia e di cultura del consumo. Paradossalmente, penso che il futuro sarà meno consumercentric e sempre più multi-tool: probabilmente, in un quadro di mercato a complessità crescente, sarà più utile realizzare, come si dice, meno field o field più piccoli, accompagnandoli però da studi di mercato, analisi dei competitor, screening della comunicazione, con la capacità di trarre learning trasformabili, come si diceva, in suggerimenti operativi.

L’uso del mobile device e dei social ha fatto emergere nuove abitudini e nuovi comportamenti da parte dei consumatori. Quali sono le più evidenti caratteristiche del “nuovo” cliente? I consumatori dieci anni fa guardavano la adv in televisione dove il messaggio veniva veicolato da persone non necessa settembre/ottobre 2017

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Centri Commerciali

Campo dei Fiori Pubbliredazionale Delta Po

In un’epoca in cui il consumo diventa sempre più consapevole, il settore del retail sente la necessità di alzare l’asticella della propria offerta. La domanda dei clienti non ha più solo a che fare con il bisogno di un prodotto, ma anche con la sua qualità. In più, i consumatori – che il marketing chiama ormai semplicemente ‘persone’ facendo leva sull’importanza strategica dell’individualità – chiedono servizi ed esperienze. Di conseguenza il centro commerciale diventa un cosiddetto ‘touching point’, luogo dove le persone trascorrono un tempo predefinito dalle loro effettive necessità o, al contrario, uno spazio in cui assecondare l’offerta che si para loro davanti, valutandone severamente la bontà. 70

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A comprendere perfettamente queste nuove esigenze è il Centro Commerciale Campo dei Fiori di Gavirate, situato nella splendida cornice dell’omonimo lago, in provincia di Varese. Alla fine dell’estate appena trascorsa, il mall ha accolto i suoi clienti con una rinnovata strategia di comunicazione che ha previsto un vero e proprio rebranding: nuovo è il logo e altrettanto nuovi sono i colori. Diverso è anche il payoff, Liberamente Tuo, il cui mood, benché valutato anche in una prospettiva di lungo periodo, si allinea ai trend di comunicazione e promozione attuali dove la personalizzazione e la valorizzazione dei gusti personali non sono più un’alternativa, quanto invece una regola da non dimenticare mai.


Il pretesto per questo cambiamento è, a sua volta, un’importante novità che, a partire dalla prima settimana di ottobre, coinvolge, sia a livello strutturale, sia per quel che concerne l’offerta, il quinto piano del Campo dei Fiori. Il progetto ha previsto un’integrazione della proposta commerciale: oltre agli esercizi già presenti, trovano ora spazio il ristorante/pizzeria Rossopomodoro, A’ Puteca, sempre a marchio Rossopomodoro, ossia il luogo dedicato alla cultura napoletana del cibo da strada, La Piadineria, il marchio della piadina romagnola doc, Myke Fish & Burger, il brand milanese di locali che fa dello street-food cucinato in maniera sana la sua filosofia, e un sushi bar. Mentre Rossopomodoro accoglie i suoi clienti in spazi riservati, A’ Puteca, La Piadineria, Myke e il ristorante di sushi condividono le sedute. È proprio la food court nel suo complesso a essere la colonna portante del nuovo quinto piano che, a partire dal mese di novembre, ospiterà anche 5 sale cinema

più coinvolgente ed emozionante. Il nuovo cinema di Gavirate punta a diventare una vera e propria attrazione sia per i clienti del Centro, sia per chi si recherà al Campo dei Fiori per trascorrere la serata, a cena e davanti al grande schermo. Oltre alle cinque sale cinema sarà disponibile un’ulteriore sala dedicata agli eventi sportivi e culturali nella quale sarà anche possibile

esercenti degli altri piani la possibilità di mantenere una buona affluenza anche a ridosso del termine della giornata lavorativa. Il Campo dei Fiori diventa così non solo un luogo di passaggio, ma anche di vera e propria permanenza e, grazie alla trasversalità degli esercenti presenti, chiude il cerchio di una già ricchissima proposta commerciale.

“Alla fine dell’estate appena trascorsa, il mall ha accolto i suoi clienti con una rinnovata strategia di comunicazione che ha previsto un vero e proprio rebranding”

che prenderanno il nome di Multisala Electric. Equipaggiato interamente con tecnologia Sony Digital Cinema 4K, consentirà di offrire ai clienti immagini di qualità maggiore, con dettagli straordinariamente realistici e colori ricchi e brillanti, per un’esperienza di intrattenimento

organizzare proiezioni private godendo della qualità audio e video di una sala cinematografica. Prolungando l’apertura del quinto piano, così come del parcheggio nella sua interezza oltre le 21:00, ossia l’orario di chiusura delle gallerie, il Centro garantisce agli

Liberamente Tuo: è questo il nuovo payoff del Campo dei Fiori (che sui canali social del Centro è già diventato anche hashtag ufficiale) a sottolineare che un luogo ‘di tanti’ può essere letteralmente personalizzato da chi lo frequenta. Il Centro vuole essere quindi spazio di svago, divertimento e convivialità, luogo dove poter trovare la propria dimensione, cercando un percorso di consumo che rispecchi i gusti personali, ma anche, e soprattutto, i desideri e il mood del momento. settembre/ottobre 2017

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Centri Commerciali

Ikn Italy

Da 30 anni in Italia, da 17 anni nel Retail Pubbliredazionale Forum Retail


Dal 1° gennaio 2017, in occasione del suo 30° anniversario, l’Istituto Internazionale di Ricerca è diventato IKN Italy, Institute of Knowledge & Networking. Il cambio di nome è avvenuto in seguito all’operazione di management buyout messa a punto dall’attuale socio unico della società, Francesca Cattoglio. Da trent’anni la società è leader nella formazione e nella creazione di occasioni di networking per accompagnare il Middle Management nella propria crescita professionale e personale. I settori sui quali si concentra sono: Retail & GDO, Farmaceutico e Dispositivi Medici, Energy & Utilities, Sanità, Banca e Assicurazioni e Industrial. Nello specifico, IKN Italia è presente da 17 anni nel Retail, attraverso l’organizzazione annuale del Forum Retail, diventato l’evento di riferimento del settore. Con Francesca Cattoglio abbiamo parlato del passato, del presente e del futuro del settore con un occhio di riguardo a quest’ultima edizione che promette relatori illustri e tante novità. Dott.ssa Cattoglio, IKN Italy riveste un ruolo fondamentale nell’aggiornamento del middle management, in cosa si articola effettivamente la vostra offerta? IKN offre principalmente tre tipologie di prodotti: gli eventi settoriali, come Forum Retail, Utilty Day e Forum Banca; la formazione in aula finalizzata a rispondere a bisogni concreti di un settore specifico o dedicata alle funzioni aziendali; la formazione InCompany che fornisce soluzioni personalizzate e studiate per la singola azienda. L’obiettivo principale che IKN Italy si pone è quello cioè di accompagnare i nostri Clienti nel processo di evoluzione e crescita, coniugando contenuti di qualità e occasioni di networking. Più in dettaglio, com’è cambiato in questi ultimi 17 anni il settore del Retail? Questo settore è cambiato di più negli ultimi tre anni che negli ultimi trenta. La Digital Transformation ha segnato un passaggio decisivo ma non ha tuttavia comportato la fine dei canali di vendita fisici. Certo è che il modo di fare shopping è cambiato profondamente, la tecnologia ne ha aumentato l’accessibilità e la rapi-

Il Forum Retail costituisce un’occasione unica per condividere i trend, le innovazioni tecnologiche e i nuovi servizi del settore. La prossima edizione avrà luogo a Milano, nelle giornate del 30 novembre e del 1 dicembre 2017 e ha già raccolto l’adesione di 200 aziende partecipanti e 130 relatori: numeri che confermano IKN leader indiscusso nel suo settore. La novità principale di quest’edizione è rappresentata dai Retail Awards che premieranno i 10 progetti più innovativi del settore.

dità d’acquisto e le aziende, per stare al passo, optano sempre più per un modello “omnichannel”, mantenendo un’unione stretta tra esperienza virtuale e fisica. Collaborazioni, omnicanalità e nuovi formati nei punti vendita sono i tre focus che le aziende di Retail devono tenere a mente. Oggi è fondamentale offrire ai clienti un’esperienza di acquisto unica: fidelizzare i clienti non è facile e costituisce la sfida principale del settore. Quali sono le novità di questa 17esima edizione del Forum Retail? Ogni anno lavoriamo per far sì che questo evento si arricchisca sia a livello di contenuti che di formati. Tra le novità di questa edizione spiccano i Retail Awards. Per la prima volta infatti ospiteremo all’interno del Forum Retail una Serata di Gala dedicata alla premiazione dei migliori progetti suddivisi in 10 categorie tematiche. L’obiettivo è celebrare le eccellenze del settore, stimolare l’adozione di approcci innovativi e creare un’occasione unica di networking con i Top Player del

mercato. Un’altra novità degna di nota è costituita dal Future Lab, un’area destinata alla presentazione di contenuti disruptive su intelligenza artificiale, robotica, IOT e Cybersecurity. Durante la prima giornata dell’evento inoltre avrà luogo la tavola rotonda Women in Retail, nella quale verranno affrontati i percorsi di crescita e gli ostacoli per le donne in questo settore. Moltissimi i partecipanti e i relatori che interverranno nel corso delle due giornate, tra questi troviamo: Andrea Lorini, CEO di ChiaraFerragni.com e Chiara Ferragni Collection; Massimo Moretti, Presidente di CNCC; Samantha Starmer, Vice President e Global Digital Experiences di Ralph Lauren, Alfredo Orobio, Founder & CEO di AWAYTOMARS, Ruben Jais, Direttore Esecutivo, Artistico e D’Orchestra dell’Orchestra LaVerdi e lo Chef stellato Filippo La Mantia. Quali sono i vostri progetti futuri per quanto riguarda il settore Retail? Nel 2018 cercheremo sicuramente di dare continuità al lavoro svolto in questi anni, incrementandolo con una nuova attività di formazione. Inoltre, per quanto riguarda gli eventi, stiamo lavorando per mettere a punto nuovi formati più accattivanti che

La Digital Transformation ha segnato un passaggio decisivo ma non ha tuttavia comportato la fine dei canali di vendita fisici permettano una maggiore interazione tra i partecipanti. Infine intendiamo sviluppare e arricchire la nostra Community OnRetail, che attraverso conferenze, formazione tecnica, articoli, interviste e video, ha l’obiettivo di diventare un hub per condividere conoscenze, esperienze aziendali best practice e innovazioni. settembre/ottobre 2017

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Centri Commerciali

The Good Food Quando la solidarietà è buonissima di Canali&C

La storia di un grande evento solidale che, come tante buone idee, nasce a tavola.

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Uno chef stellato. Una grande cena di gala. Una piazza piena di gente e di ottimo street food. 14.000 euro in beneficenza. Sono i numeri di The Good Food, il grande progetto di solidarietà con cui Reggio Emilia ha raccolto fondi per aiutare la comunità di Norcia. Due territori, l’Emilia e l’Umbria, profondamente diversi, ma entrambi colpiti negli ultimi anni dal dramma del terremoto. Da questa comunanza ha avuto origine il progetto. Che, come tutte le buone idee, è nato a tavola. Un imprenditore, Ermanno Canali; uno chef con due stelle Michelin, Gianni D’Amato; diversi rappresentanti del mondo associativo e culturale reggiano. Da questo incontro di esperienze e

di sensibilità è nata l’idea di utilizzare il cibo come mezzo per aiutare la comunità di Norcia. I sapori che vengono dalla terra sono lo strumento per cucire le ferite che la stessa terra ha sofferto. Così piatti tipici, eccellenze locali, vino e convivialità si sono uniti in The Good Food. Anticipato dalla conferenza dei Padri Benedettini di Norcia, l’evento si è svolto domenica 28 maggio in una Piazza Martiri del 7 luglio gremita di gente che ha assaporato le specialità dello street food e goduto delle tantissime attività curate dalle associazioni locali. Per tutta la giornata i 23 espositori e promotori dei due territori hanno preparato e messo in vendita i loro prodotti, circon-


dati da laboratori creativi per bambini, spettacoli, convegni e conferenze, show cooking e DJ set. Durante la sera il Caffè Arti & Mestieri ha, invece, ospitato un appuntamento esclusivo: la cena benefica di gala preparata dagli chef D’Amato. Grazie alla generosità dimostrata dai reggiani, lo street food e la cena insieme hanno raccolto quasi 14 mila euro, destinati al Progetto Arca dell’associazione I love Norcia per sostenere, promuovere e valorizzare il territorio favorendone la rinascita. Perché, in qualsiasi parte del mondo, il terremoto è un’eco che dura tutta la vita: esattamente come la forza di chi lo ha sconfitto. GLI IDEATORI Il successo di The Good Food è stato ottenuto grazie all’impegno e all’entusiasmo di persone, istituzioni e associazioni che hanno lavorato a titolo gratuito alla realizzazione dell’evento. Tra queste, essenziale è stata la collaborazione fra Ermanno Canali e Gianni D’Amato.

Ermanno Canali Presidente dell’agenzia di comunicazione Canali&C. che ha concepito l’intero processo di promozione del progetto organizzando anche tutti gli eventi collaterali allo street food. Potrei dire, da bravo presidente, che sostenere progetti di beneficenza fa parte della

Lo street food e la cena insieme hanno raccolto quasi 14 mila euro, destinati al Progetto Arca dell’associazione I love Norcia nostra policy aziendale. Ma la ragione più profonda per cui ho deciso di promuovere The Good Food risiede soprattutto nel mio DNA: aiutare le persone verso cui nutro stima e rispetto è intrinseco alla mia educazione, alla mia cultura, ai valori con cui la mia famiglia mi ha cresciuto. Valori che dimorano dentro tantissime altre persone che forse, adesso, una dimora non ce l’hanno più. Ma la ricostruzione fisica e materiale di Norcia non è un compito che spetta a noi che, invece delle case, miriamo a ricostruire una comunità fatta di persone semplici che hanno bisogno di ricominciare a credere nella vita, di rinascere come una fenice dalle proprie ceneri, partendo dalla pancia per arrivare al cuore, all’anima. Perché se il terremoto è in grado di spiazzarti completamente, spogliandoti della tua normalità, è pur vero che rendersi conto della propria piccolezza e fragilità di fronte alla natura, ti dà la dimensione di chi sei, di quanto vali e di cosa è davvero importante: ti fa crescere. E se questa consapevolezza si sposa con la fiducia nel futuro che la fede è in grado di regalarti,

il sisma non farà più paura. Smetterà di essere la spada di Damocle pendente su una testa che, invece di guardare in basso la terra che trema, osserverà in alto il sole che splende. Gianni D’Amato Chef del Caffè Arti & Mestieri di Reggio Emilia e, precedentemente, dello storico Rigoletto di Reggiolo, premiato con due stelle Michelin. 20, che numero maledetto. Quel 20 maggio, in 20 secondi la nostra vita è crollata, proprio come il nostro mondo, il nostro morale e soprattutto il nostro ristorante: il Rigoletto. Abbiamo provato subito a rimetterci in piedi: la notte tremava la terra, la mattina servivamo già le colazioni. Ma la seconda scossa di qualche giorno dopo ci ha rubato anche l’ultima speranza, schiacciata dalle transenne che bloccavano l’accesso al locale e che, paradossalmente, delimitavano anche tutti i nostri sogni. Il Rigoletto era dilaniato dalle crepe, soffocato dalla burocrazia e conservava fiero solo la sua facciata, come qualcuno che mostra sempre il sorriso ma soffre nell’anima. Ed è la sua anima che abbiamo voluto conservare lavorando in maniera itinerante – prima di approdare al Caffè Arti e Mestieri – ospiti dei ristoranti dei nostri amici in tutta l’Italia, tra cui anche Norcia. Per questo abbiamo voluto ricambiare quella solidarietà incondizionata con The Good Food, un evento che passando dal cibo, elemento intrinseco alla cultura norcina, è arrivato al cuore di ogni emiliano. Quel cuore che ha tremato 5 anni fa, ma che oggi batte già più forte di prima. settembre/ottobre 2017

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SEMPRE PIÙ MARCHI STANNO GIA PENSANDO IN GRANDE AL SALONE FRANCHISING MILANO FIERAMILANOCITY 12-13-14 OTTOBRE 2017

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Oltre 15.000 visitatori. 200 espositori del commercio, della ristorazione e dei servizi. Incontri. Formazione. Conferenze. Da oltre 31 anni siamo la prima fiera del franchising in Italia. Abbiamo fatto nascere e crescere migliaia di imprenditori. Sei pronto a pensare E FARE IN GRANDE?


Franchising

Life

Il franchising rivoluziona la cucina Pubbliredazionale Life Cucine

LiFE Cucine ha portato in Italia, nel settore della vendita di cucine, le logiche di franchising tipiche del nord Europa. Il risultato? Una crescita continua che li ha resi la prima catena specializzata a livello nazionale.


Con 12 punti vendita in tutta Italia, il tredicesimo negozio in apertura a Lecce, e altre tre nuove aperture programmate entro fine anno, LiFE Cucine sta rivoluzionando il suo settore. Con un occhio sempre attento all’innovazione e l’utilizzo di una strategia di comunicazione molto avanzata la catena vuole svilupparsi aprendo nuovi punti vendita nei capoluoghi di provincia e zone commerciali. Ne parliamo con Piergiovanni Frigerio, Founder di LiFE Cucine. Qual è l’unicità della proposta di LiFE Cucine? A differenza della stragrande maggioranza dei brand che operano in questo settore in Italia, abbiamo scelto di operare fornendo tutti i servizi moderni ed evoluti delle catene di franchising. Per i potenziali nuovi partner si apre quindi la possibilità di sbarcare nel settore cucine, settore in cui il franchising, con le sue regole e i suoi vantaggi, è ancora una novità. Perché aprire un negozio LiFE Cucine? Prima di tutto perché in questo momento abbiamo la possibilità di agire d’anticipo in un mercato che è ancora in prevalenza legato a logiche molto tradizionali, che spesso non consentono ai punti vendita

di lavorare con i margini di guadagno necessari e i tassi di crescita che meriterebbero. Offriamo un’area di esclusiva, ottimi margini di guadagno, insieme a un servizio chiavi in mano che accompagna il partner in ogni fase dell’apertura di un negozio: dalla scelta del locale fino a progettazione e layout del negozio, dalla selezione del personale fino all’affiancamento costante dello staff commerciale per formazione e aggiornamento. In più, abbiamo la sicurezza di offrire un prodotto di qualità, in cui design italiano e qualità tedesca si sposano alla perfezione per offrire al cliente una soluzione su misura per ogni esigenza e per ogni stile. Come sostenete i vostri franchisee e come promuovete il vostro brand? I nostri partner non vengono mai lasciati soli: marketing online e offline, eventi, formazione e aggiornamento sono parte integrante della nostra strategia e ci consentono di allargare continuamente il nostro mercato. Lavoriamo per migliorarci giorno dopo giorno, offrendo servizi sempre più avanzati e innovativi, come la progettazione 3D che consente ai clienti di entrare virtualmente nel progetto della loro cucina grazie ad appositi visori dispo-

“Abbiamo la sicurezza di offrire un prodotto di qualità, in cui design italiano e qualità tedesca si sposano alla perfezione” nibili in negozio. In breve, mettiamo a disposizione tutti gli strumenti necessari per avviare e mantenere nel tempo un’attività di vendita di cucine evoluta, capace di essere differente da ciò che fino a oggi il mercato ha proposto. Infofranchising su: www.lifecucine.com/partner

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Franchising

Cerchi il lavoro dei tuoi sogni? Al Salone Franchising Milano abbiamo oltre 200 opportunità per te Pubbliredazionale Salone Franchising Milano

Sono 200.000 i posti di lavoro che il comparto franchising garantisce nel 2017, con un aumento del 3% rispetto all’anno precedente. Numeri che confermano la solidità di un mondo ormai sempre più importante nel panorama italiano e sempre più interessante per coloro che intendono mettersi in proprio. Per tutti questi italiani torna il 12, 13 e 14 ottobre a Fieramilanocity il Salone Franchising Milano.

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200 MARCHI, 15.000 VISITATORI Non mancheranno franchisor, franchisee e retail tool, che come ogni anno troveranno a SFM il posto ideale per creare matching e ampliare il proprio business. I grandi marchi (Bata, Carrefour, Conbipel, Coop, Renato Balestra, Ulla Popken…) e i più interessanti new format presenti sul mercato (Anteamed, Hotel Selling, Ludoteca Mondadori, Scuola di cucina Sale e Pepe…) saranno in fiera, pronti a verificare la competenza e le qualità dei candidati franchisee di questa 32a edizione. FORMAZIONE E CONSULENZA GRATUITA Grande spazio, come sempre, l’avranno i servizi storici di formazione e di consulenza gratuita, vero cuore della manifestazione: -F-school: Corsi e seminari su tutte le diverse tematiche della professione: dal franchisee al franchisor, passando per il retail, il marketing, l’e-commerce. -F-foryou: Gli incontri one to one del SFM, con esperti di business, finanza e psicologia. Il punto di partenza delle startup del futuro. -Find Franchising: Il sistema di matching on-line che trasforma il Salone in una

fiera digitale, permanente, attiva 365 giorni all’anno. Scegliendo settore, investimento e area geografica si identifica il franchisor ideale e ci si mette direttamente in contatto. TALENT SHOW CON DONNA MODERNA, LEGO, MICROSOFT, PERCASSI, IED La tre giorni di evento sarà anche teatro della finale di RE.START, l’innovativo Talent Show di SFM, che per la sua prima edizione è riuscito a coinvolgere presidenti e AD di realtà del calibro di Donna Moderna, Lego, Microsoft, Percassi, IED. Al vincitore andranno 150.000€ in beni e servizi per lanciare sul mercato il proprio progetto. NEGOZIO DEL FUTURO Altra grande novità sarà il Future Store, un grande spazio interattivo dove immergersi nel negozio che sarà. Omnichannel shopping, realtà aumentata, digital signage, vetrine interattive, wallet payment. Tutto ciò che sarà lo shopping del domani, già oggi. Con l’evento ormai imminente è iniziata da tempo, sul sito ufficiale del Salone Franchising Milano, la prevendita dei biglietti con numerosi sconti e offerte che consentiranno a tutti gli interessati di visitare la fiera.


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Lavoro

Wanderlust Francesca Durante di Isabella Biava

«Non ho mai avuto né cercato un lavoro d’ufficio e non credo potrei mai adattarmi a quattro mura e una scrivania».


Francesca Durante, 37 anni, proprietaria di due splendide boutique di moda a Tulum, Messico, racconta a Beesness com’è arrivata al successo. Cosa ti ha spinto ad andare in Messico? Ho sempre avuto la passione per i viaggi. Era come un virus, a cui i media hanno persino trovato un nome, Wanderlust, che ho naturalmente adottato per la mia boutique. Ho terminato gli studi molto rapidamente perché volevo togliermi questa zavorra che mi tratteneva in Italia impedendomi di viaggiare in libertà. Appena finita l’università, iniziai a lavorare come tour leader accompagnando gruppi di viaggio, un lavoro molto faticoso che richiedeva ritmi intensi ma che mi permetteva di vedere posti meravigliosi. Inoltre mi garantiva una certa flessibilità di tempo, in quanto lavoravo ad incarico, alternando settimane di lavoro back to back ad altre completamente libere, in cui approfittavo per viaggiare per conto mio, sola o con amici. Il Messico, dove arri-

“Ho ricordi di persone e tappe meravigliose che hanno reso l’esperienza ancora più magica e mi hanno ispirato in quello che sto facendo ora”

il fidanzato di allora e in Australia, dove vissi per due anni fino alla scadenza del permesso di lavoro. Ho ricordi di persone e tappe meravigliose che hanno reso l’esperienza ancora più magica e mi hanno ispirato in quello che sto facendo ora.

Mi entusiasmò subito la ricerca di capi e accessori particolari e alla moda così come la risposta dei clienti, che mostravano di apprezzare il mio gusto. Non ci volle molto a portare le vendite al di sopra delle aspettative. Dopo un paio d’anni sentii l’esigenza di mettermi in proprio per poter fare le mie scelte in libertà e autonomia e creare uno spazio tutto mio. Non fu facile andarmene da quel posto, che consideravo la mia zona di comfort. Tuttavia avevo tante idee, la mia boutique aveva preso forma nella mia mente assieme, confesso, alle mille paure che spesso prendevano il sopravvento. Ma stavo investendo nel progetto tutto ciò che avevo risparmiato in quegli anni, era normale avere mille dubbi quotidiani. Era però ciò che desideravo fare veramente, forse la mia unica certezza. Com’è stato il passaggio dall’idea alla sua realizzazione?

Come avvenne allora il ritorno in Messico?

vai per lavoro, mi stregò, come succede a molti. Una terra meravigliosa dove mi ripromisi di tornare per cercare un lavoro più continuativo.

Venni a sapere che un hotel a Tulum cercava una receptionist. Mi precipitai a presentare la candidatura. L’incarico non durò molto, ma mi permise di coltivare molte conoscenze e, soprattutto, di cogliere opportunità più interessanti. Nonostante gli scarsi guadagni e le difficoltà iniziali, in Messico mi sentii subito come a casa, nel mio mondo. Percepivo di dover insistere in questa direzione, sicura del fatto che qui avrei trovato la mia strada, sebbene non sapessi ancora di preciso quale sarebbe stata.

Cosa ti trattenne dal farlo subito?

Com’è nata l’idea della boutique?

Non ero ancora pronta per un lavoro stabile, in quel momento lo temevo. Sentivo il bisogno di viaggiare ancora e vedere altri luoghi. Erano viaggi molto spartani, all’avventura. Di quel periodo conservo l’esperienza di due viaggi, forse i più importanti: in Sudamerica in moto con

È successo quasi per caso. Stavo lavorando in un hotel di amici facendo un po’ di tutto, dalla receptionist alla gestione del ristorante, dove curavo le pubbliche relazioni. Mi venne l’idea di aprire una piccola boutique all’interno dell’hotel assieme alla compagna di uno dei proprietari.

Mi stavo imbarcando in un progetto completamente nuovo almeno dal punto di vista burocratico, che è stato peraltro il mio più grande mal di testa. Le formalità legali sono sempre la parte più difficile da affrontare, soprattutto se sei in terra straniera. È stata quindi un’esperienza dura, ma ripagata pienamente dal successo ottenuto. L’arredo del negozio, l’ideazione dei capi che faccio realizzare da una sarta locale, la ricerca di stoffe di alta qualità e di marche pregiate e per la maggior parte messicane: ogni fase del progetto mi ha dato grandi soddisfazioni e continua a divertirmi moltissimo. Progetti per il futuro? In società con un’amica, che è stata peraltro una presenza fondamentale nella realizzazione del mio primo progetto, ho aperto un’altra boutique, “La tiendita”, che è solo il primo di nuovi negozi che abbiamo in mente di aprire in altre zone del Messico. Abbiamo deciso però di procedere con cautela, un passo alla volta. Vogliamo prediligere la qualità rispetto alla quantità e, soprattutto, vogliamo continuare a divertirci. Perché in fondo di questo si tratta. Lavorare divertendosi è l’obiettivo, e finché sarà così continueremo su questa strada, in Messico. Poi chissà… settembre/ottobre 2017

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Turismo

Boom del turismo del vino di Cinzia Meoni

I soggiorni tra le vigne rappresentano la nuova frontiera dei viaggi tra castelli, borghi antichi, resort e, per un contatto ancora più avvolgente nella natura, in fatati chalet tra i filari. Beesness ha incontrato tre aziende che uniscono vino e ospitalità e presentano tre diversi percorsi di crescita

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Relais, hotel di charme o locande che affiancano storiche cantine dalle etichette blasonate dove scoprire i segreti dei vigneron, ma anche provare trattamenti di bellezza a base d’uva, trovare ristoranti esclusivi, esplorare il territorio, rimanendo incantati davanti scenari mozzafiato e dai borghi medioevali che costellano la campagna italiane, scovare prodotti tipici da portare a casa, prendere parte a lezioni di cucina o di arti antiche e “quasi” dimenticate. Il turismo del vino è in pieno boom e già oggi conta su un mercato enorme da oltre 3 miliardi con più di 14 milioni di arrivi in cantina e, grazie alle peculiarità di un territorio dove arte e natura si fondono in panorami emozionanti, offre ancora elevati spazi di crescita al ritmo del 30% l’anno. I soggiorni tra le vigne rappresentano la nuova frontiera del turi-

smo e, da Nord a Sud, sono sempre più numerose le cantine dove organizzare fine settimana o intere vacanze wine friendly. In Alto Adige, terra di Pinot e Chardonnay, è nato persino un network di “vinunm hotel” che conta su 29 strutture. Il turista del vino per di più è particolarmente ricercato: attento, colto, con un’ottima capacità di spesa, cerca sensazioni autentiche e non bada al singolo euro. Per una giornata in cantina, secondo il XII Rapporto dell’Enoturismo, è capace di spendere quasi 200 euro e, con una proposta ancora più articolata e allettante la cifra potrebbe facilmente salire. Certo, gli esperti, sottolineano la mancanza di un “sistema Italia” che renda le strade del vino italiane ancora più riconoscibili e attraenti per il redditizio mercato estero. Anche per questo si pensa già a una nor-


mativa che regoli il settore prevenendo, tra l’altro, il conseguimento della certificazione dell’accoglienza, la commercializzazione dei prodotti e l’istituzione dell’osservatorio del vino nazionale e regionale presso il Mipaaf. La proposta, firmata dal parlamentare di Puglia Più Dario Stefano e in attesa di essere licenziata dalla commissione Bilancio, è stata presentata alle Cantine Argiolas di Serdiana in un’assemblea organizzata dal Gruppo Misto del Senato a cui ha partecipato anche Carlo Giovanni Pietrasanta, presidente del Movimento turismo del vino. Beesness intanto ha approfondito il connubio tra ospitalità e cantina incontrando tre aziende peculiari e mettendo a confronto le rispettive esperienze che presentano, come comune denominatore, una travolgente passione per il vino che pure ha poi percorso strade di crescita differenti. TERENZI – SCANSANO Locanda di charme e produzione di nicchia nel cuore della Maremma “Sarebbe stato un delitto “ignorare” un asset geografico come il nostro. Per questo alla produzione vinicola abbiamo subito affiancato l’ospitalità” spiega Federico Terenzi, ad dell’azienda. L’esclusiva locanda di charme di nove camere domina su lla campagna di Scansano, nel cuore della denominazione del Morellino, sulla vallate del fiume Albegna, oltreché sui sessanta ettari di vigneto e sui 12 di oliveto di Terenzi, un’azienda agricola fondata

dall’omonima famiglia milanese nel 2001 e che ha ridato smalto al Morellino di Scansano. “Fin da subito abbiamo deciso di dare all’azienda questo tipo di impostazione. Il progetto iniziale prevedeva già di affiancare alla cantina anche i servizi di ospitalità e wine tasting: la nostra è stata una scelta strategica per sfruttare l’incredibile appeal internazionale di cui gode la nostra regione, la Toscana, e il trend in costante crescita del turismo in Maremma. La nostra azienda sorge inoltre sulla principale arteria che collega Grosseto a Saturnia, a soli cinque chilometri da Scansano: un asset “geografico” che non potevamo certo ignorare” racconta Federico Terenzi, AD e partner della società. La società oggi è gestita dai tre figli del fondatore Florio Terenzi: Federico, Balbino e Francesca Romana e

può contare su un fatturato di 2,3 milioni di euro e una produzione di 360mila bottiglie che per il 30% destinata all’export. E, nonostante la storia piuttosto recente cantina, Terenzi vanta già un gran cru, Madrechiesa, valutato tre bicchieri dal Gambero Rosso. Quali sono i maggiori benefici che l’azienda trae dall’unione del business vinicolo con quello dell’ospitalità? Produrre vino è e rimane il nostro core business: le attività e i servizi “aggiuntivi” che offriamo a chi ci viene a trovare sono finalizzati ad accrescere il valore dell’azienda e a mantenere alto il posizionamento del marchio. Ogni anno dalla nostra azienda passano oltre 10 mila persone, consumatori del territorio in cerca di un’esperienza diversa ma anche e soprattutto turisti internazionali. Il cliente internazionale diventa coì ambasciatore di Terenzi nel mondo, accrescendo la nostra brand awareness oltre i confini della Toscana e dell’Italia. Potrebbe interessarvi esplorare business attigui? La produzione dell’olio è parte della nostra storia aziendale e abbiamo deciso di preservarla, puntando a migliorarne sempre più il livello qualitativo. Le tipologie di olio extravergine prodotte riprendono il nome dei vini icona dell’azienda, Purosangue e Madrechiesa, e vantano entrambe il riconoscimento della denominazione settembre/ottobre 2017

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geografica Toscana IGP. Stiamo inoltre esplorando le potenzialità del business degli eventi: nella nostra sala degustazioni abbiamo ospitato convention e meeting, oltre a visite guidate ad hoc per far conoscere la nostra realtà, considerata un’eccellenza della Maremma, ed espressione dell’identità di questo territorio.

morato di questo luogo e negli anni Novanta ha deciso che era il posto che stava cercando per recuperare il contatto con la campagna. Arrivato qui aveva avvertito un senso di pace e così i suoi progetti sono cambiati: non più solo un agriturismo, ma una cantina all’interno di una oasi in cui l’avvicinarsi alla natura fosse un’esperienza che coinvolgesse tutti i sensi.

Quali sono i vostri obiettivi futuri? Aumentare l’autorità del marchio attraverso una maggiore vendita e comunicazione dei nostri prodotti di punta, le riserve Purosangue e Madrechiesa.

Quali sono gli ambiti di crescita?

Ritenete che l’apertura del capitale a terzi o l’aggregazione siano una possibilità da considerare in futuro? Al momento preferiamo concentrarci su una crescita interna. Se in futuro dovessero aprirsi possibilità in questo senso, saranno oggetto di valutazione. ROCCAFIORE – TODI Resort all’insegna della sostenibilità “Puntiamo sul wine wedding, sul beauty e sul team building per crescere” spiega a Bessness l’AD Luca Baccanelli. La prossima tappa? “Un hotel diffuso con chalet tra i filari”. “Roccafiore è un’isola immersa nel verde, ben 90 ettari di riserva, tra vigne, uliveti e colture di seminativi, all’interno della quale l’ospite può alloggiare e degustare vini e prodotti del territorio, alloggiare. Qui il vino non si versa solo nei calici, è anche un paesaggio ricamato di vigneti in cui perdere lo sguardo ed è impiegato nei trattamenti della beauty farm” racconta a Beesness Luca Baccarelli, AD e proprietario dell’azienda. Roccafiore è

anche una società redditizia che conta su un fatturato di 1,3 milioni (in crescita del +10% rispetto al 2015) di cui 640mila relativi alla cantina (+14%) per un totale di 130mila bottiglie (+5%) e con una forte impronta alla sostenibilità. “Il fil rouge che lega le diverse realtà è la sostenibilità ambientale e ci accompagna in ogni scelta. La nostra azienda è un “riserva bionaturale” che conserva la tradizione agricola del territorio di Todi e impiega le innovazioni tecnologiche, trasformandole in strumenti di tutela dell’ecosistema esistente”. Quali sono le origini dell’azienda e quali sono le ragioni all’origine dell’espansione in business in apparenza così distanti dal mondo del vino? Mio padre Leonardo Baccarelli si è inna-

Sicuramente il wine wedding, ovvero il matrimonio in cantina. La nostra realtà inoltre si sta affermando sempre più come location ideale per eventi aziendali di team building o di rappresentanza. Se guardiamo al ristorante Fiorfiore, invece, il trend in crescita è quello legato ai prodotti a km zero e biologici e alle scelte che rispettano stagionalità. Chi sono i vostri clienti? Il profilo del cliente tipo ha un’età compresa tra i 40 e i 45 anni, si tratta spesso di coppie alla ricerca di una fuga di benessere romantica che rigeneri corpo e spirito. Durante la bassa stagione la nostra clientela è composta per l’85% da italiani mentre in alta stagione la percentuale di stranieri cresce fino al 60%, soprattutto dal Nord Europa e dagli Usa. Vedete emergere nuovi trend? Crediamo che il consumatore moderno sia sempre più esigente e attento al rispetto dell’ambiente. Accanto a questa consapevolezza, crediamo nella valorizzazione dei vitigni autoctoni, un patrimonio che nessuno ci può imitare. Su quali progetti siete attualmente al lavoro per Roccafiore? Stiamo sviluppando un concetto di albergo diffuso con forte una impronta di sostenibilità. Si tratta di chalet in vigna, casette in legno 100% sostenibili e a basso impatto, collocate tra i filari e che permetteranno di amplificare il contatto con la natura. In prospettiva quali sono gli orizzonti di crescita che vi proponete?

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Siamo aperti a tutte le possibilità e a valutare anche joint venture con altre realtà collaterali, a patto che questo apporti un valore aggiunto alla nostra azienda. CASTELLO DI MELETO – GAIOLE IN CHIANTI Un castello dove dormire e ettari di vigne per i picnic L’azienda nata cinquant’anni fa per volontà “popolare” grazie a una pubblica sottoscrizione punta sui matrimoni e sugli spettacoli allestiti nel teatro settecentesco per crescere ancora. Ne parliamo con Marco Panichi top manager del gruppo. Natura, arte, cucina e spettacoli si intrecciano al Castello di Meleto in Gaiole in Chianti, una dimora signorile le cui origini risalgono al 1256 e oggi azienda agricola, hotel storico e, con il suo teatro del ‘700, centro culturale del territorio. Un’azienda con una storia quanto mai peculiare visto che ha avuto origine nel 1968 grazie a una sottoscrizione pubblica lanciata da Gianni Mazzocchi, presidente dell’Editoriale Domus, attraverso il suo magazine Quattroruote, per acquistare casali, terreni, pieve e castello nel Chianti. Oggi l’azienda di Viticola Toscana fattura 3,5 milioni di euro e conta su ben 180 ettari di vigneto e costituisce una delle maggiori realtà sul territorio di produzione del Chianti Classico Docg, produce olio biologico grazie alla presenza di 1600 olivi secolari e salumi di cinta senese, oltre che un centro

turistico di forte attrazione. Un’azienda in decisa crescita come conferma a Beesness Marco Panichi, direttore organizzazione e sviluppi del settore turistico. Quali sono le maggiori sinergie tra ospitalità e cantina? Accogliere gli ospiti e fornire loro i nostri prodotti è un valore aggiunto soprattutto, come nel nostro caso, se facciamo visitare i vari luoghi di produzione e associamo esperienze pratiche con racconti tecnico-scientifici delle varie attività. Sul piano commerciale, presentare un’azienda storica con un castello medievale che domina e protegge i vigneti fornisce un fascino che pochi possono vantare. Chi sono i vostri clienti? In molti scelgono il castello come location per le cerimonie, soprattutto per i matrimoni, non mancano poi turisti di passaggio, attratti dal fascino della struttura e dalle degustazioni di vino e coloro che fanno base da noi per conoscere ed esplorare il territorio del Chianti. Quali novità avete sviluppato sul piano dell’offerta turistica per aumentare l’attrattività del castello?

La nostra strategia è quella di far divertire le persone, vogliamo che si possa affermare “al Castello di Meleto succede sempre qualcosa”. Per questo abbiamo introdotto diverse tipologie di attività in azienda che arricchiscano l’esperienza di un soggiorno in castello nel Chianti con qualcosa di interessante, unico e divertente. Organizziamo scuole di cucina, degustazioni tecniche di uva, mosto e vino, insegniamo ad assaggiare e riconoscere il vero extravergine di oliva, facciamo visitare i nostri alveari e provare le diverse tipologie di miele, visitiamo l’allevamento e degustiamo i nostri salumi comparandoli a quelli commerciali; proponiamo i picnic in vigna e le passeggiate nel bosco e nei vigneti. Abbiamo poi introdotto gli appuntamenti artistici nel nostro teatro settecentesco: monologhi, musica classica, musical per famiglie. Stiamo infine instaurando rapporti con altre realtà per fare quella “rete” che tanto farebbe bene al territorio. Quali strade di crescita futura vedete all’orizzonte? L’obiettivo principale dell’azienda è quello di aumentare la vendita del vino e affermarsi sempre più come location di qualità. settembre/ottobre 2017

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30 compagnie e 80 destinazioni a due passi da te


Turismo

L ’all inclusive Diventa luxury di Cinzia Meoni

Paola Preda, country manager per l’Italia di Sandals Resort International, spiega a Beesness la formula alla base del successo del colosso caraibico che oggi punta ad accelerare l’espansione

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Diecimila dipendenti, 22 resort di lusso in sette Paradisi Carabici con oltre sei mila camere, e quattro brand di cui uno destinato esclusivamente a coppie (Sandals Resorts), uno alle famiglie (Beaches resorts), uno ai viaggi in compagnia (le ville di Your Jamaican Villas) e infine persino un’isola privata (Fowl Cay Resort). È questo Sandals Resort International gruppo fondato nel 1981 da Gordon “Butch” Stewart a Montego Bay, in Giamaica, e valutato più di un miliardo di dollari. Proprio in questi mesi il fondatore sta valutando, insieme a Deutsche Bank, le opportunità di “ottimizzare” l’impero fondato ai Caraibi 36 anni fa e oggi gestito insieme al figlio Adam Stewart per accelerare l’espansione. D’altro canto, nel giro di una anno, sono

previsti investimenti per un miliardo di dollari: 375 milioni per un resort da 580 camere alle Barbados e 500 milioni per un’altra struttura a Tobago. “Stiamo valutando di utilizzare maggiormente l’indebitamento (attualmente il rapporto tra debito e margine operativo lordo è pari “solo” a uno ndr), per aprire più di un hotel all’anno e puntare a tre o quattro alberghi alla volta. Per questo stiamo alla ricerca di maggior capitale per crescere e non possiamo più limitarci a utilizzare le banche regionali” ha dichiarato recentemente Adam Stewart. L’idea è quella di “capitalizzare” il boom turistico dei Caraibi dove sono approdati, solo nell’ultimo anno, quasi 30 milioni di turisti e rafforzare la leadership del gruppo. Il motto che finora ha contraddistinto


presi tutti gli sport di terra, golf incluso e acquatici per scoprire i colori del Mar dei Caribi e della bandiera corallina per cui generalmente si richiede una quota a parte. Nel Fowl Cay resort gli ospiti hanno a disposizione persino una barca personale per gli spostamenti con carburante illimitato, mentre le suite dei Sandals & Beaches resort sono dotate di “butler service”, ovvero di maggiordomi diplomati presso la Guild of Professional English Butlers. I Sandals e Beaches Resort “amano” il cliente italiano? Come declinano la propria offerta per soddisfare le esigenze del cliente italiano? Sandals Resort International è quello di “superare le aspettative del cliente”, anche quelle più segrete. Un imperativo per Butch Stewart che, proprio per inseguire questa aspirazione, ha declinato il concetto di “all inclusive” verso una formula “luxury included”. “Si tratta di un concept nato insieme ai brand Sandals Resorts e Beaches Resorts che ha rivoluzionato il settore dell’hotellerie di lusso, puntando all’esclusività dei servizi. La formula rappresenta il punto di forza del nostro prodotto” ci spiega Paola Preda, classe, 1968, che da tre anni è country manager Italia del gruppo dopo diverse esperienza nel turismo di alta gamma (in Malindi Key’s Group, in Lab Travel, con il progetto Best Resorts di Best Tours e nella divisione Congressi e Incentive di Chiariva). D’altro canto per il gruppo giamaicano il mercato italiano è particolarmente rilevante come ci conferma Preda, che ricorda come la società abbia investito in uffici di rappresentanza sul territorio nazionale. In cosa consiste in concreto la formula “luxury included”? Nei nostri resort, ad esempio, la gastronomia è gourmet con un’offerta studiata da Walter Saib, chef vincitore della targa d’argento e la proposta della cantina è firmata, per i Sandals da Robert Mondavi Twins Oaks, le mance sono incluse così come la lounge aeroportuale e i servizi di trasferimento. Non solo. Sono com-

Assolutamente. Il cliente italiano sa fare la differenza in termini di classe, eleganza e stile. Per questo motivo il gruppo ha

Destinazione Giamaica Clima favorevole in qualsiasi momento dell ’anno (ma soprat tut to tra d icembre e aprile), spiagge bianche come la Winnifred Beach o la Boston Bay, mare cristallino (quello della Laguna Blu è da sogno), panorami incantanti dalle Blue Mountains tra piantagioni di caffè e di cacao, nessuna necessità di visti turistici o vaccinazioni e facili collegamenti aerei dagli Usa. La Giamaica è il paradiso caraibico per eccellenza por tato sul grande schermo dai grandi blockbuster dell’epoca d’oro di Hollywood fino a “Agente 007 licenza di uccidere” e a “La maledizione della prima luna”. L’isola è sempre più lontana dal cliché di un un turismo all’insegna delle tre “R” (raggae, reefer e rum). Qui ci si può immergere in un eden tropicale caratterizzato da un mix di culture diverse.

investito sul mercato italiano e cura nei minimi dettagli il punto spiaggia e l’offerta food&beverage che sono ritenuti “selling point” fondamentali per i nostri connazionali. Non solo Sandals Resort International sta sviluppando una partnership con Msc Crociere che unisce crociere e soggiorni ai Caraibi per soddisfare quei clienti che amano le crociere. Quali sono le destinazioni più richieste dal cliente italiano? Antigua, Bahamas e Turks&Caicos dove i nostri resort sorgono sulle più belle spiagge delle isole. Quali sono le maggiori difficoltà che si incontrano nel rappresentare le strutture del gruppo nel nostro mercato? Il prodotto di Sandals Resorts e Beaches Resorts è molto forte, ma talvolta, in passato, è stato erroneamente percepito come un prodotto destinato alla clientela americana. In realtà, grazie alle attività di formazione intraprese negli anni e destinate a tutta la filiera di vendita, il prodotto è oggi più conosciuto e richiesto anche dai consumer. Quali sono i passi che avete studiato per rispondere alle crescenti esigenze della clientela? La nostra filosofia è da sempre quella di superare le aspettative del cliente, per questo curiamo i nostri servizi nei minimi dettagli, dal design delle camere, all ’ inaugurazione delle prime suite sull’acqua di tutti i Caraibi con le Over the Water Villas in Giamaica e gli Over the Water Bungalows a St. Lucia.

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Turismo

Questa casa è un albergo Parola di Sweet Inn di Cinzia Meoni

Boaz Beeri, director of business development della società, spiega a Beesness come dall’idea di unire i lussi di un hotel a cinque stelle con la privacy di una casa privata sia sorta una start up da 17 milioni in decisa crescita

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Sweet Inn è una start up franco-israeliana fondata nel 2014 da Paul Besnainou con l’obiettivo di ridefinire il mondo dell’ospitalità unendo le comodità di hotel a cinque stelle alla privacy di una casa privata. Oggi Sweet Inn punta a chiudere il 2017 con un fatturato di 17 milioni, il doppio rispetto a quanto registrato nel 2015, il primo anno di piena attività e conta su un team di 150 professionisti e 350 appartamenti in alcune delle principali città europee (Parigi, Barcellona, Roma, Bruxelles, Lisbona) e israeliane (Tel Aviv e Gerusalemme). La prossima tappa? Milano entro fine anno. E per il 2018 sono in programma aperture a Venezia, Londra, Amsterdam e New York rese possibili grazie al recente round di raccolta di

finanziamenti da 20 milioni. “Possiamo definirci un hotel diffuso in tutta la città, con appartamenti in location centrali, una hall per i servizi aggiuntivi per gli ospiti (concierge, deposito bagagli, business center), wifi, biancheria da letto e da bagno di elevata qualità, la disponibilità di macchine Nespresso, accessori da bagno di lusso (come L’Occitane e Nuxe) e un menù à la carte che comprende, ad esempio, la disponibilità di smartphone locali” ci spiega Boaz Beeri, director of business development di Sweet Inn. In che modo si differenzia Sweet Inn dalle proposte presenti su piattaforme come HomeAway o Airbnb? Sweet Inn è un operatore turistico le


cui proprietà sono gestite da personale interno e a disposizione del cliente, non lasciamo gli ospiti nelle mani di differenti proprietari, ma forniamo loro, direttamente, tutti i servizi di ospitalità previsti. Più in dettaglio, il modello di business di Sweet Inn prevede contratti a lungo termine sulle proprietà selezionate tali da giustificare gli investimenti in ristrutturazioni e arredo con cui uniformiamo l’offerta sugli elevati standard che ci contraddistinguono e allo stesso tempo, esaltiamo le peculiarità delle diverse località. Riteniamo infatti che l’interior design sia molto importante all’interno del progetto di Sweet Inn e, anche per questo motivo, i progettisti sono dipendenti della società appositamente formati. Come sono cambiate le esigenze della clientela rispetto a quando avete avviato la società nel 2014? Nel 2014 i clienti erano abituati agli affitti brevi proposti da piattaforme come Airbnb in cui gli appartamenti erano gestiti direttamente dai proprietari e senza alcuna uniformità di standard. Oggi i clienti capiscono che possono ricevere un servizio migliore per lo stesso prezzo e, per questo, richiedono standard più elevati. In che modo tenete il passo rispetto alle crescenti esigenze dei clienti? Per rispondere alle crescenti esigenze di una clientela sempre più globale, investiamo nell’interior design e in tecnologia oltre ad ampliare la gamma dei

come Spotify o Netflix direttamente sui sistemi di home cinema presenti negli appartamenti, oltre a consigli e suggerimenti sulla località e alla opportunità di richiedere in due click i servizi alberghieri forniti da Sweet Inn. Quali sono le destinazioni emergenti? Barcellona e Lisbona sono tra le destinazioni più richieste e, per questo, stiamo lavorando per aumentare la nostra offerta in queste due città.

servizi offerti declinandola sulle diverse aspettative dei nostri ospiti. In questi giorni, ad esempio, stiamo esaminando le opportunità offerte dalla cosiddetta “smarthome” per avere il controllo vocale

Che contratti offrite ai proprietari degli appartamenti che entrano nel circuito di Sweet Inn e a quali prospettive di guadagno possono ambire? I contratti per la gestione dell’immobile che offriamo ai nostri partner sono a lungo termine e vanno dai 3 ai 18 anni. Offriamo garanzie bancarie ai proprie-

“Oggi sono i nostri stessi partner spesso a metterci in contatto con altri potenziali interessati”

su illuminazione, impianto audio e aria condizionata all ’ interno dei singoli appartamenti. Inoltre, stiamo lavorando ad un’app che apra, per così dire la porta di casa, fornendo servizi personalizzati

tari e investiamo nella proprietà con progetti di ristrutturazione e mantenimento dedicati. Di fatto il valore della proprietà aumenta. Non solo. I nostri partner possono aspirare a un margine operativo lordo pari al 20%. Quali sono le maggiori difficoltà che ha incontrato nel suo ruolo e quali le maggiori soddisfazioni? La sfida nel primo anno di attività è stata quella di farci conoscere dai proprietari degli immobili. Oggi sono i nostri stessi partner spesso a metterci in contatto con altri potenziali interessati. Ma la mia maggiore soddisfazione oggi è quella di vedere le reazioni e le recensioni dei nostri clienti che provano come un viaggiatore moderno possa aspirare a un prodotto migliore di una camera d’albergo di 12 metri per lo stesso hotel. settembre/ottobre 2017

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Save The Date

Eventi

Settembre - novembre di Cinzia Meoni

Un autunno da non perdere

EVENTI DI-VINI

  16 - 17 settembre Oltregusto, Enoteca Regionale di Lombardia Cassino Po, Broni, Pavia. OltreGusto 2017 si apre sabato 16 settembre alle o 20,00 con l’evento “A cena con l’opera” (40 euro), format che unisce due i prodotti tipici dell’Oltrepò Pavese e della Lombardia interpretati da Daniele Mascherini, chef del “Bistrot dell’Enoteca Regionale” e le più famose arie delle opere liriche interpretate dal soprano Susie Georgiadis, dal tenore Carlos Antonio De Lucia e la pianista Irina Kravchenko. Domenica 17 settembre OltreGusto 2017 porta in scena le eccellenze dell’area con degustazioni guidate

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settembre/ottobre 2017

dall’A.I.S Pavia e show cooking degli chef Claudio Sadler e Fabrizio Ferrari.

  14 - 15 ottobre La vendemmia a Torino - Grapes in Town Il Piemonte, con la sua ricca tradizione vitivinicola e i suoi vini riconosciuti a livello internazionale, ospita la prima edizione de ”La vendemmia a Torino – Grapes in Town”. Visitatori, curiosi e appassionati potranno scegliere tra diversi percorsi di degustazione che li condurranno alla scoperta delle residenze reali e dei palazzi cittadini, di alcuni musei, delle vie del centro, delle gallerie d’arte e dei suoi negozi. Sarà quindi possibile prendere parte a degustazioni e assistere a incontri in prestigiose e ine-


dite location quali i Musei Reali di Torino, Palazzo Cisterna, il Circolo dei lettori, Villa della Regina, l’Accademia Albertina, il MAO Museo d’Arte Orientale, Camera Centro Italiano per la Fotografia e molte altre. Grazie anche alla collaborazione con Artissima alcuni artisti interpreteranno il tema del vino e della vendemmia attraverso la pittura, la scultura e la video art. Sotto i portici infine caffè, ristoranti e pasticcerie ospiteranno sotto le arcate i produttori delle aree vitivinicole del Canavese, Collina Torinese, Pinerolese e Valle di Susa, mentre in piazza Vittorio Veneto saranno proposti vari incontri pubblici tematici.

  29 ottobre Life of Wine Hotel Radisson Blu, Roma Ingresso: 20€ Evento unico nel mondo del vino e interamente dedicato alle vecchie annate. Sessanta grandi cantine provenienti da tutta Italia saranno presenti a Roma e porteranno in assaggio l’ultima annata in commercio e almeno due vecchie annate della loro etichetta più rappresentativa. Si tratta di un’occasione da non perdere per tutti gli appassionati che potranno esplorare, anche attraverso degustazioni guidate, l’evoluzione del vino nel tempo. SPETTACOLI

  28 settembre - 22 ottobre Festival Verdi

Parma

Q uat t ro nuov i a l lest i ment i i n t re spazi diversi, due orchestre, due cori e più di quaranta artisti. In cartellone: “Jérusalem” (28 settembre e 8, 12, 20 ottobre), diretto da Hugo De Ana; “La Traviata” (29 settembre e 3, 4, 7 9, 11,

12, 14, 16, 18 ottobre) firmata da Andrea Bernard (regista e scenografo); “Stiffelio” (30 settembre e 6, 13, 21 ottobre) diretto da Graham Vick e “Falstaff” (1, 5, 15 e 22 ottobre) di Jacopo Spirei.

  19 - 29 ottobre West Side Story Teatro Carlo Felice Genova West Side Story, capolavoro di Leonard Bernstein, festeggia i suoi primi sessant’anni con un allestimento prodotto dal Teatro Carlo Felice e World Entertainment Company e diretto di Federico Bellone. Nel ruolo dei protagonisti: Luca Giacomelli Ferrarini (Tony) e Veronica Appeddu (Maria) È la prima volta che una fondazione lirica italiana inaugura la propria stagione con un musical.

  5 ottobre - 31 dicembre Teatro Nazionale CheBanca! di Milano Arriva a Milano una nuova versione teatrale di uno dei più amati blockuster

degli Anni 80 con hit come “What a feeling” e “Maniac” entrate nella storia della musica e del costume. Sarà “Flashdance il Musical”, la nuova produzione firmata Stage Entertainment e Full House Entertainment, ad aprire la stagione 2017/2018 del Teatro Nazionale CheBanca! di Milano. La regia è di Chiara Noschese. In scena il ruolo della protagonista, Alex, è interpretato da Valeria Belleudi.

  24 ottobre - 5 novembre Richard O’Brien’s Rocky Horror Show, Teatro degli Arcimboldi, Milano Il Rocky Horror Show, nella versione in arrivo in Italia, si rifà al fascino dei b-movies, al burlesque e al glam rock. La produzione internazionale ha deciso di far interpretare il ruolo del narratore a una guest star d’eccezione che reciterà nella propria lingua e, per l’Italia, l’attesa è tutta per Claudio Bisio.   17 novembre - 6 gennaio Spamalot - I Cavalieri della tavola molto, molto, molto rotonda Teatro Nuovo di Milano Il musical parodia sulla saga di Re Artù, basato sul cult dei Monty Pyton “Monty Python e il Sacro Graal”, annovera tra i suoi protagonisti anche Elio.   25 novembre Top of The Mountains Ischgl Andrea Berg, tra le maggiori cantautrici tedesche con oltre 13 milioni di dischi venduti, dà il via alla stagione invernale di Ischgl con il leggendario concerto Top of the Moutain ai piedi del Silvretta. Il concerto inizia alle 18, dopo una prima giornata sulle piste tirate a lucido, ed è compreso nello skipass. La festa va avanti tutta la notte, e la mattina dopo… di nuovo in pista.   28 novembre - 3 dicembre Brancaleone e la sua armata, testo e regia di Pippo Franco Teatro San Babila di Milano Brancaleone è un’icona del cinema italiano e a teatro trova il suo mattatore in Pippo Franco. settembre/ottobre 2017

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Save The Date

Coming Soon I Saloni di settembre - novembre di Cinzia Meoni

Gli appuntamenti fieristici da mettere in agenda per non perdere per opportunità di aggiornamento, crescita, business e networking.

  21 - 24 settembre Taste of Roma, Centro Fieristico: Giardini Pensili, Auditorium Parco della Musica, Roma Per info: www.tasteofroma.it

L’evento annuale porta oltre 28mila visitatori e propone in scena i migliori ristoranti della città che diventano, con i loro chef, i protagonisti di quattro giorni in cui si celebra l’alta cucina.

  21 - 26 settembre Salone Nautico Internazionale, Fiera di Genova Piazzale JF Kennedy 1 - Genova Contatti: 010.5769811 Il salone è giunto alla 57a edizione nella città della Lanterna e porta in scena il mondo della navigazione. Barche, barche a motore, ingegneria nautica e sport nautici ne sono i protagonisti. 98

settembre/ottobre 2017

  29 settembre - 1 ottobre Milan Games Week, Fiera di Milano Strada statale del Sempione, 28 - Rho (Milano) Per info: www.tasteofroma.it

“Consumer Show” organizzato da Aesvi, associazione di categoria del settore videoludico. Appuntamento annuale dedicato all’industria dei videogiochi dove scoprire le novità e le anteprime della nuova stagione.   4 -6 ottobre Lineapelle, Fiera di Milano

Strada statale del Sempione, 28 Rho (Milano) Contatti Tel +39.02.8807711 Web: lineapelle-fair.it LineaPelle è la più importante rassegna internazionale dedicata ai settori pelli,


attrezzature tecniche, alberghi e artigianato della montagna.

anticipazioni, prodotti e, soprattutto, numerosi eventi e show.

  16 - 17 ottobre Autochtona Fiera Bolzano, Piazza Fiera 1, Bolzano

  27 - 29 ottobre Skipass Modena Fiere, Viale Virgilio 70/90, Modena Per info: skipass.it Tel: 059.848380

Autochtona è il Forum dei Vini Autoctoni nato con l’obiettivo di facilitare l’incontro tra venditori, albergatori, ristoratori, titolari di wine bar e grande pubblico con le migliori cantine di produzione autoctona.

accessori, componenti, sintetico, tessuti e modelli per calzatura, pelletteria, abbigliamento e arredamento.

  6 - 15 ottobre Florence Biennale dell’Arte contemporanea, Firenze Fiera - Fortezza da Basso Viale Filippi Strozzi, 1 - Firenze La Florence Bienna le è la Bienna le dell’Arte Contemporanea a cui partecipano artisti nelle più diverse fasi della loro carriera. L’evento propone il meglio del panorama artistico contemporaneo internazionale.

  7 ottobre - 26 novembre Fiera del Tartufo Bianco d’Alba Centro Fieristico: Città di Alba, Piazza Medford 3 Per info: www.tasteofroma.it Il Mercato del Tartufo è il luogo fisico in cui si può conoscere questa eccellenza immergendosi in un’atmosfera unica.

  12 - 14 ottobre TTG Incontri Rimini Fiera, Via Emilia 155, Rimini Per info: 02.806892 Giunta alla sua 54° edizione, TTG Incontri è la Fiera Internazionale b2b del Turismo che ogni anno propone le novità del mercato agli operatori del settore. Il salone conta su 70mila presenze, mille buyer, 2500 espositori e 300 eventi.

  13 - 15 ottobre Alta Quota Fiera di Bergamo, Via Lunga, Bergamo Alta Quota è un evento annuale dedicato al mondo della montagna: abbigliamento,

  16 - 19 ottobre Hotel Fiera Bolzano, Piazza Fiera 1, Bolzano.   20 - 24 ottobre Host Fiera di Milano, Strada Statale del Sempione, 28 - Rho (Milano) Per info: http://host.fieramilano. it/ Host, il Salone Internazionale dell’Ospitalità Professionale, mette in mostra con cadenza biennale attrezzature, servizi, prodotti e tecnologie innovative.

  24 - 26 ottobre Smau Milano Fiera Milano City, Piazzale Carlo Magno, 1, Milano Per info: www.smau.it Evento annuale dedicato ai prodotti e servizi informatici e di comunicazione.

Il salone promuove le ultime novità in fatto di abbigliamento e attrezzature per gli sport invernali e le mete turistiche dove praticarli. L’evento conta su oltre 90mila visitatori e 250 espositori.

  3 - 5 novembre Artissima Oval Lingotto Fiere, Torino Per info: www.artissima.it Luogo ideale e di incontro tra gli artisti emergenti, conosciuti, gallerie d’arte e collezionisti.

  7 - 12 novembre Eicma Fiera di Milano, Strada Statale del Sempione, 28 - Rho (Milano) Per info: www.eicma.it Eicma Moto, il Salone Internazionale del Motociclo, è uno dei principali appuntamenti nel mondo dei motori a livello internazionale. L’area commerciale ospita i brand più noti a livello mondiale.

  26 - 28 ottobre Salone Franchising Milano Fiera Milano City, Piazzale Carlo Magno, 1, Milano. Per info:https://salonefranchisingmilano.com Tel: 02.09992482 Il Salone, giunto ormai alla sua 32a edizione, è la fiera professionale leader in Italia nel settore. La fiera conta su 14mila visitatori e oltre 200 espositori.

  26 - 28 ottobre Fieracavalli Fiera di Verona, Viale del Lavoro 8, Verona Per info: www.fieracavalli.it Tel: 045.8298119 Nata nel 1898 come semplice mercato equino, Fieracavalli porta avanti da più di un secolo la passione per i cavalli: settembre/ottobre 2017

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5a EDIZIONE

IPERN LAS BARACCA EMA INIZIATIVA BENEFICA IL CUI RICAVATO SERVIRÀ A FINANZIARE ATTIVITÀ DI CARATTERE EDUCATIVO PEDAGOGICO A FAVORE DEI RAGAZZI DELLE ZONE TERREMOTATE.

Visita ludico didattica a Milano

Ricucire le emozioni

Nei giorni 3-4-5 maggio di 3 classi delle scuole medie di Norcia. gli studenti saranno ospiti della fondazione Francesca Rava, che provvederà a organizzare il loro trasporto da Norcia a Milano, li ospiterà in strutture alberghiere centrali e organizzerà per loro visite guidate in giro per la città.

Laboratorio di assistenza pedagogica con incontri a cadenza settimanale volti a stimolare le riflessioni personali e le aspettative dei ragazzi in seguito ad un evento traumatico quale è rappresentato dal terremoto. Le attività di laboratorio sono realizzate insieme all’equipe de Il Geco Onlus.

Contribuiamo tutti insieme a regalare un sorriso a questi bambini, perchè tutti loro hanno bisogno di dolci sonni e grandi sogni.

www.insemaperlabaracca.it


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Titanium meets GPS HYBRID

LA RAFFINATA RESISTENZA DEL TITANIO, LA PRECISIONE DEL SISTEMA IBRIDO GPS + RADIO CONTROLLO Il massimo della precisione, il fascino e la resistenza del titanio si fondono in un segnatempo dal cuore tecnologico. GPS, Radio Controllo Multiband6, Smart Access, Ricarica Solare, Tough Movement, Triple G Resist.

Beesness: Matteo Lunelli  
Beesness: Matteo Lunelli  

Cover story: Matteo Lunelli, Presidente Cantine Ferrari. Focus wine: Prosecco Fiol, Tenuta L'Impostino, Ciclosfuso, Tannico e molto altro..