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www.barillacfn.com info@barillacfn.com Advisory Board Barbara Buchner, Claude Fischler, Mario Monti, John Reilly Gabriele Riccardi, Camillo Ricordi, Umberto Veronesi In collaborazione con The European House-Ambrosetti Coordinamento editoriale e redazione Codice Edizioni Progetto grafico e impaginazione adfarmandchicas Il costo del cibo e la volatilitĂ  dei mercati agricoli: le variabili coinvolte (ottobre 2011) Immagini National Geographic Image Collection Corbis Images Immagine di copertina: Kenneth Garrett/National Geographic Stock


C

aro Lettore, il costo del cibo e i mercati agricoli sono stati interessati nell’ultimo quinquennio da significativi incrementi e da una forte volatilità.

È un fenomeno per molti versi nuovo, che desta preoccupazione perché, con ogni probabilità, l’attuale situazione di volatilità è destinata a permanere nel tempo, mettendo sotto pressione l’intero sistema agroalimentare, se non verranno trovate e condivise soluzioni efficaci. Non si tratta di un fatto meramente economico o di una preoccupazione esclusiva degli attori della filiera agroalimentare; difatti, questa maggiore instabilità ha drammatiche conseguenze soprattutto per gli abitanti dei Paesi più poveri del mondo. La Banca Mondiale ha stimato che l’aumento dei prezzi registrato tra il 2010 e il 2011 ha spinto 44 milioni di persone in più al di sotto della soglia di povertà. Al contrario, il mantenimento di prezzi di equilibrio significa solidità delle filiere, adeguata remunerazione dei fattori produttivi – a partire dal lavoro – e possibilità di pianificazione degli investimenti. Data l’importanza del tema, il Barilla Center for Food & Nutrition ha deciso di indagarne a fondo le cause, cercando di comprendere quali siano le ragioni di questa discontinuità rispetto agli andamenti registrati nel recente passato, analizzando in particolare i fattori in gioco e le principali dinamiche di correlazione. Quello che vi presentiamo è il primo dei documenti che intendiamo dedicare a questo complesso argomento, nella speranza di aiutare a comprenderne la rilevanza e gli aspetti tecnici essenziali, illustrati in forma accessibile e chiara.

Gina Martin/National Geographic Stock

Altri lavori seguiranno, a partire dal prossimo anno, poiché vogliamo contribuire a mantenere alta l’attenzione su questi importanti temi, che toccano la qualità della vita di miliardi di persone nei diversi Paesi del mondo. Buona lettura, Guido Barilla


La visione del Barilla Center for Food & Nutrition

Shivji Joshi/National Geographic Stock

Offrire una molteplicità di contributi ad alto contenuto scientifico e diventare nel tempo un prezioso strumento di servizio alle istituzioni, alla comunità scientifica, ai media e alla società civile; punto di incontro tra chiunque abbia a cuore l’alimentazione, l’ambiente, lo sviluppo sostenibile e le sue implicazioni sulla vita delle persone.


Volatilità dei mercati agricoli: i fattori in gioco

Il futuro dell’alimentazione cresce insieme a noi

Il Barilla Center for Food & Nutrition

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l Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN) è un centro di analisi e proposte dall’approccio multidisciplinare che ha l’obiettivo di approfondire i grandi temi legati all’alimentazione e alla nutrizione su scala globale. Nato nel 2009, il BCFN si propone di dare ascolto alle esigenze attuali emergenti dalla società, raccogliendo esperienze e competenze qualificate a livello mondiale, favorendo un dialogo continuo e aperto. La complessità dei fenomeni oggetto di indagine ha reso necessario adottare una metodologia che vada oltre i confini delle diverse discipline, e da qui nasce la suddivisione delle tematiche oggetto di studio in quattro macro aree: Food for Sustainable Growth, Food for Health, Food for All, Food for Culture. Le aree di analisi coinvolgono scienza, ambiente, cultura ed economia; all’interno di questi ambiti, il BCFN approfondisce gli argomenti di interesse, suggerendo proposte per affrontare le sfide alimentari del futuro.

FOOD FOR SUSTAINABLE GROWTH Con riferimento all’area Food for Sustainable Growth, il Barilla Center for Food & Nutrition si propone di approfondire il tema del migliore impiego delle risorse naturali all’interno della filiera agroalimentare. Più nello specifico, le analisi svolte hanno permesso di segnalare le criticità esistenti, di valutare l’impatto sull’ambiente delle attività di produzione e consumo di cibo e di formulare un complesso di proposte e raccomandazioni inerenti gli stili di vita personali e collettivi capaci di incidere in modo positivo sull’ambiente e sulle risorse naturali.

FOOD FOR HEALTH Nell’area Food for Health, il Barilla Center for Food & Nutrition ha deciso di avviare il suo percorso di studio analizzando il rapporto esistente fra l’alimentazione e la salute. In modo approfondito ha analizzato le molteplici raccomandazioni formulate dai più autorevoli istituti di alimentazione mondiale, oltre agli approfondimenti sul tema emersi nei diversi momenti aperti di discussione con alcuni esperti più qualificati a livello internazionale, fornendo così alla società civile un quadro sintetico ed efficace di proposte concrete volte a facilitare l’adozione di uno stile di vita corretto e un’alimentazione sana.


FOOD FOR ALL Nell’area Food for All, il Barilla Center for Food & Nutrition affronta il tema dell’accesso al cibo e della malnutrizione con l’obiettivo di riflettere su come favorire un miglior governo del sistema agroalimentare su scala globale, al fine di rendere possibile una più equa distribuzione del cibo e favorire un migliore impatto sul benessere sociale, sulla salute e sull’ambiente.

FOOD FOR CULTURE Nell’area Food for Culture, il Barilla Center for Food & Nutrition si propone di descrivere il rapporto dell’uomo con il cibo. In particolare, il BCFN ha voluto ripercorrere le tappe più importanti del percorso che ha accompagnato lo sviluppo della relazione uomo-cibo, riportando al centro dell’attenzione, attraverso momenti di confronto, il ruolo fondamentale della “mediterraneità” e delle sue dimensioni rilevanti. In linea con questa impostazione, le attività del BCFN sono guidate dall’Advisory Board, un organismo composto da esperti appartenenti a settori diversi ma complementari, che propone, analizza e sviluppa i temi e successivamente formula su di essi raccomandazioni concrete. Per ogni area sono stati quindi individuati uno o più advisor specifici: Barbara Buchner (esperta di energia, climate change e ambiente) e John Reilly (economista esperto di tematiche ambientali) per l’area Food for Sustainable Growth; Mario Monti (economista) per l’area Food For All; Umberto Veronesi (oncologo), Gabriele Riccardi (nutrizionista) e Camillo Ricordi (immunologo) per l’area Food for Health; Claude Fischler (sociologo) per l’area Food for Culture. Nei suoi primi due anni di attività il BCFN ha realizzato e divulgato numerose pubblicazioni scientifiche. Guidato dalle scadenze istituzionali e dalle priorità presenti nelle agende economiche e politiche internazionali, in questi primi anni di ricerca ha rafforzato il proprio ruolo di collettore e connettore tra scienza e ricerca da un lato, e decisioni politiche e azioni governative dall’altro. Il BCFN ha inoltre organizzato eventi aperti alla società civile, tra i quali l’International Forum on Food & Nutrition, un importante momento di confronto con i più grandi esperti del settore giunto alla sua seconda edizione. Il BCFN continua per il suo terzo anno il suo percorso di analisi e condivisione, rendendo accessibili i propri contenuti al maggior numero possibile di interlocutori e ponendosi come punto di riferimento sui temi dell’alimentazione e della nutrizione.

Il documento che vi presentiamo riguarda l’approfondimento di un tema di forte attualità, che ha destato l’attenzione globale dei policy-maker e dei principali attori della filiera agroalimentare per le sue conseguenze in termini di accesso al cibo e impatti economici. Si tratta dell’andamento dei prezzi delle commodity alimentari, che hanno ripreso ad aumentare molto rapidamente, e del fenomeno della crescente volatilità che si sta registrando su questi mercati. L’obiettivo del documento è quello di individuare ed esaminare i principali fattori che sottendono tali dinamiche, nell’ottica di comprenderne le principali relazioni e gli effetti, ai fini di una corretta comprensione del problema e della possibilità di proporre misure di policy efficaci.

Jonathan Blair/National Geographic Stock

Nell’area Food for All, il Barilla Center for Food & Nutrition ha approfondito finora due filoni di studio principali: da un lato, l’accesso al cibo, la scarsità delle risorse agroalimentari, le relative esigenze emergenti e i fenomeni da queste indotti; dall’altro, la definizione di un indice di benessere in grado di fornire indicazioni puntuali e orientare efficacemente i comportamenti individuali e collettivi verso condizioni di maggior benessere oggettivo.


indice

Executive Summary

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1. L’incremento dei prezzi delle commodity agricole e della volatilità di questi mercati e le sue conseguenze 23 1.1 La crescente attenzione mondiale sul tema 24 1.2 La dinamica dei prezzi delle materie prime alimentari 25 1.3 Il fenomeno della volatilità dei prezzi delle materie prime alimentari 29 1.4 Gli impatti della volatilità dei prezzi sull’economia e sull’accesso al cibo 31 1.4.1 Le conseguenze dal punto di vista “macro” 31 1.4.2 Le conseguenze dal punto di vista “micro” 33 2. I fattori che determinano l’andamento dei prezzi delle commodity alimentari e la loro volatilità 37 2.1 Il modello interpretativo del BCFN 38 2.2 Dinamiche demografiche, crescita economica nei Paesi emergenti e modifica delle scelte alimentari 40 2.3 Livello delle scorte 44 2.4 Produzione agricola e limitatezza delle risorse 48 Box La scarsità dell’acqua, oggi e domani 50 Box Il degrado dei suoli 51 2.5 Produzione di biocarburanti 54 Box La Cina e il caso della cassava 60 Box La jatropha, una nuova pianta energetica 61 2.6 Cambiamento climatico 62 2.7 Costo dell’energia e prezzo del petrolio 66 2.8 Politiche commerciali 71 Box Il caso del prezzo del riso tra il 2007 e il 2008 74 76 2.9 Mercato dei cambi 2.10 Speculazione sui mercati delle commodity alimentari 78 Box Il mercato dei futures e il Chicago Board of Trade: origini ed evoluzione 82 2.11 Dinamiche geopolitiche 84

Note e riferimenti bibliografici

89 99 © Corbis

3. Considerazioni conclusive e raccomandazioni


Š Corbis

il costo del cibo e la volatiliTĂ  dei mercati agricoli: le variabili coinvolte


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1. LA NUOVA FASE DI RAPIDO AUMENTO DEI PREZZI DELLE COMMODITY ALIMENTARI E L’INCREMENTO DELLA LORO VOLATILITÀ HANNO DESTATO L’ATTENZIONE GLOBALE PER LE POSSIBILI CONSEGUENZE SOCIALI ED ECONOMICHE A partire dalla seconda metà del 2010 i prezzi sui mercati delle materie prime agricole hanno iniziato a crescere molto rapidamente: nel periodo compreso tra luglio 2010 e febbraio 2011 il FAO Food Price Index è cresciuto del 38%, raggiungendo un picco superiore a quello registrato durante la crisi alimentare del 2008. In 12 mesi, da giungo 2010 a giungo 2011, il solo prezzo dei cereali è cresciuto del 71%. Inoltre, si osserva un preoccupante incremento della volatilità dei prezzi, con oscillazioni rapide e molto marcate verso l’alto e verso il basso anche all’interno della stessa seduta giornaliera, il che ovviamente genera incertezza e instabilità sui mercati. Un altro dato preoccupante è quello relativo alla deviazione standard, misura della volatilità, che negli ultimi 5 anni è stata più che doppia rispetto ai precedenti 15 anni (29,3 rispetto a 13,5). In un contesto già difficile per l’attuale congiuntura economica globale, le conseguenze di tali fenomeni rischiano di portare a una situazione di forte criticità per la sicurezza alimentare delle famiglie (in particolare quelle a basso reddito) e lo sviluppo della filiera agroalimentare e dell’economia nel suo complesso (soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, ma non solo). Gli effetti generati dall’instabilità e l’incertezza sui mercati hanno destato l’attenzione della comunità internazionale come testimoniato, ad esempio, dalla decisione della Presidenza francese di porre il tema dell’accesso al cibo al centro dei lavori del prossimo summit del G-20 a Cannes (3-4 novembre 2011), prestando particolare attenzione al tema dei prezzi. 2. LE DINAMICHE DEI PREZZI NEL BREVE E NEL MEDIO-LUNGO PERIODO SONO DETERMINATE DA MOLTEPLICI FATTORI CHE AGISCONO IN UN QUADRO DI RELAZIONI COMPLESSO, CHE È POSSIBILE ANALIZZARE CON UN MODELLO INTERPRETATIVO PROPOSTO DAL BARILLA CENTER FOR FOOD AND NUTRITION Il modello interpretativo proposto dal BCFN intende offrire una visione sistemica dei molteplici elementi, oggetto di molti studi e approfondimenti, che concorrono a definire l’andamento dei prezzi delle commodity alimentari, con il fine di individuare e comprendere

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

EXECUTIVE SUMMARY

i nessi di causalità e le eventuali interrelazioni. Si evidenziano i fattori riconducibili al lato della domanda (fattori demografici, crescita economica dei Paesi emergenti, stili alimentari, livello delle scorte di prodotto) e a quello dell’offerta (produzione agricola, limitatezza delle risorse naturali, effetti riconducibili al cambiamento climatico, produzione di biocarburanti), così come fattori trasversali che incidono direttamente o indirettamente sui prezzi (il livello di speculazione finanziaria, l’andamento dei cambi valutari, il prezzo del petrolio e dell’energia, le politiche commerciali e le dinamiche geopolitiche internazionali). - La crescita della popolazione mondiale (da 6,9 a 9,1 miliardi nel 2050) e la sua progressiva urbanizzazione, lo sviluppo economico dei Paesi emergenti (crescita media annua del Pil del 7,3% in Asia e del 4,5% nell’Africa sub-sahariana negli ultimi 5 anni) e il conseguente spostamento delle scelte alimentari verso prodotti più complessi in questi Paesi (aumento del consumo pro capite di carne in Cina del 128% dal 1990 a oggi) rappresentano sfide di enorme portata per il sistema agroalimentare mondiale che nel medio lungo termine dovrà cercare di far fronte a un tale incremento della domanda (secondo la FAO, tra il 70 e il 100% entro il 2050) che causerà crescenti tensioni sul fronte dei prezzi delle commodity alimentari. Un aumento della domanda di carne e prodotti caseari fa crescere anche la domanda (e i prezzi) dei prodotti necessari all’allevamento del bestiame (cereali e proteaginose); e allo stesso modo, un loro aumento di prezzo determina prezzi più alti per i prodotti dell’allevamento. - Recentemente diversi fattori, tra cui raccolti inferiori alle aspettative dovuti a fenomeni climatici avversi e il cambio di destinazione di alcune colture a favore del settore energetico (biocarburanti), hanno reso necessario attingere alle scorte accumulate negli anni per sopperire alla crescente domanda di beni alimentari (cresciuta più rapidamente dell’offerta) e stabilizzare i prezzi interni. Esiste un forte legame tra andamento delle scorte e variazione dei prezzi delle principali commodity agricole (grano, mais, riso). In particolare, in un orizzonte temporale sufficientemente ampio, si è osservato che a una riduzione del rapporto stock-to-use di cereali corrisponde tendenzialmente un aumento nel livello dei prezzi; al contrario, a un aumento del rapporto stock-to-use il prezzo tende a ridursi (ad esempio tra il 1990 e il 2011, la correlazione per il grano è di -0,73). - A fronte della crescita della domanda, il sistema dell’offerta dovrà dimostrarsi capace di garantire una condizione di equilibrio di mercato, al fine di evitare situazioni di instabilità e quindi di elevata volatilità dei prezzi. Le maggiori criticità attuali riguardano l’inefficienza dei processi di distribuzione, gli sprechi e le perdite lungo le filiere (perdite nelle fasi a monte nei Paesi in via di sviluppo, sprechi nelle fasi a valle nei Paesi sviluppati e distorsioni nel sistema distributivo), più che la produzione in sé (l’ammontare globale di calorie giornaliere prodotte per persona è pari a 2720 kcal, teoricamente sufficienti per tutti). In futuro, però, la sfida sarà anche quella di innovare per orientarsi verso modelli agricoli e di produzione a elevata produttività – cresciuta molto più lentamente negli ultimi 20 anni (+1,22% all’anno) rispetto al periodo 1960-1990 (+1,84%) – maggiore qualità e minor impatto ambientale. La ricerca scientifica e tecnologica su questi temi, pubblica e privata, risulterà decisiva. Tuttavia, non va neanche sottovalutato il fatto che i limiti nella disponibilità delle risorse naturali (soprattutto acqua e terreni coltivabili) rappresentano un vincolo molto importante alla crescita della capacità produttiva dell’agricoltura mondiale. - Lo sviluppo dei biocarburanti, fortemente condizionato da politiche di incentivi pubblici, ha collegato in modo ancora più diretto i mercati delle commodity agroalimentari

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James L. Amos/National Geographic Stock

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Volatilità dei mercati agricoli: i fattori in gioco

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con quelli dell’energia, già in relazione per il prezzo delle commodity alimentari fortemente correlato a quello del petrolio (indice di correlazione di 0,84 negli ultimi 10 anni). Inoltre, poiché la maggior parte dei biocarburanti (prima generazione) non è economicamente sostenibile senza contributi governativi e viene prodotta con i medesimi input destinati all’alimentazione o all’allevamento (cereali, canna da zucchero ecc.), si genera una competizione tra settore energetico e alimentare nell’utilizzo delle materie prime agricole (nel 2010 il 38,4% della produzione di mais degli Stati Uniti è stata destinata alla realizzazione di etanolo). Pertanto, variazioni del prezzo del petrolio e, soprattutto, politiche di supporto della produzione di biocarburanti sono responsabili sia di variazioni importanti della domanda, che di episodi di forte volatilità di breve termine e di aumento dei prezzi sui mercati alimentari. In questo contesto, il recentissimo sviluppo di varietà di mais GM dedicate alla sola produzione di bioetanolo apre ulteriori e nuovi scenari inquietanti. - Si stima che, al netto di altri fattori, l’aumento delle temperature e le variazioni delle precipitazioni abbiano determinato una crescita dei prezzi dei cereali del 18,9% dal 1980 a oggi. In futuro, secondo gli studi più accreditati sul cambiamento climatico, lo scenario più probabile è quello di una diminuzione della produttività agricola globale. Ad esempio, con riferimento ai cereali, è atteso un calo fino all’1% circa a livello mondiale nel 2080, con punte di circa il 7% nell’Africa sub-sahariana e nel Sud-est asiatico. Gli effetti del cambiamento climatico, infatti, potrebbero incidere negativamente su alcune aree geografiche e sulla loro capacità di garantire con regolarità adeguati livelli di produzione rispetto ai volumi attuali, soprattutto a causa dell’innalzamento della temperatura e di più severe condizioni di accesso alle risorse idriche (gli impatti più rilevanti si dovrebbero registrare nella fascia equatoriale, nell’area del Mediterraneo e in Australia). Infine, il cambiamento climatico è causa dell’intensificarsi di eventi climatici avversi (siccità, inondazioni ecc.) che possono provocare ingenti perdite dei raccolti. - Il costo dell’energia è uno dei fattori che influenzano fortemente i costi operativi nel settore agricolo, interessando molte delle attività della filiera, dalla coltivazione dei campi alla logistica e distribuzione dei prodotti finiti. Infatti, l’andamento del prezzo del petrolio influenza direttamente il costo del carburante per la movimentazione di trattori e macchine agricole, il prezzo dei fertilizzanti, il costo dell’energia necessaria per il riscaldamento delle stalle, dei locali di essiccazione dei foraggi e delle serre, il prezzo del carburante per i mezzi di trasporto di granaglie per la distribuzione di semilavorati e prodotti finiti ecc., incidendo così indirettamente sui prezzi dei prodotti agricoli. Analizzando in particolare il prezzo dei fertilizzanti, produzione ad alto fabbisogno energetico e a volte di derivazione diretta da idrocarburi, si osserva una correlazione molto forte con i prezzi delle colture che più ne fanno uso, tra cui i cereali (la correlazione tra l’indice dei prezzi dei cereali e i prezzi di azoto e fosforo negli ultimi 20 anni è stata di 0,91). - L’imposizione di barriere/sussidi commerciali può rappresentare un fattore distorsivo delle dinamiche tra domanda e offerta sul mercato internazionale delle commodity alimentari quando queste non sono volte a proteggere gli agricoltori dei Paesi in via di sviluppo, che potrebbero essere fortemente penalizzati. Nel periodo 20082010, a seguito di aspettative ribassiste sui futuri raccolti e rialziste sul livello internazionale dei prezzi, alcuni importanti Paesi esportatori di beni agricoli hanno eliminato i sussidi all’export (o introdotto tasse sull’export) per aumentare l’offerta domestica e limitare l’effetto interno dell’aumento globale dei prezzi alimentari. Tali dinamiche si stanno riproponendo negli ultimi mesi e sono tra i maggiori responsabili del nuovo, rapido incremento dei prezzi.


Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

leve di intervento efficaci nel breve termine, fondamentali per affrontare l’emergenza (ma non sono sufficienti in assenza di interventi sui fattori di struttura). Alcuni esempi possono essere: Basso livello delle scorte di materie prime agricole Creazione di un sistema multilaterale di riserve alimentari e miglioramento della trasparenza su flussi e stock. Messa in atto di politiche commerciali distorsive del mercato da parte dei Paesi esportatori e importatori Ridurre le diverse forme di restrizione commerciale, in primis i divieti, quote e dazi all’export. Incentivi per la produzione di biocarburanti di prima generazione Ridurre il supporto alla produzione di biocarburanti di prima generazione in competizione con le produzioni alimentari, a favore di quelli di seconda generazione, aumentare gli investimenti nelle nuove tecnologie e raggiungere una maggiore apertura commerciale in questo settore. Eccesso di speculazione e finanziarizzazione dei mercati delle commodity alimentari Regolamentare l’eccessiva speculazione finanziaria sulle commodity alimentari.

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3. OCCORRE INTERVENIRE SUI FATTORI DI STRUTTURA (VISIONE DI MEDIO LUNGO PERIODO) E SUI FATTORI CONTINGENTI (VISIONE A BREVE TERMINE) I fattori analizzati possono essere suddivisi in base alla possibilità concreta di intervenire sugli stessi, sia per ridurre la volatilità sia per evitare aumenti eccessivi dei prezzi che metterebbero a rischio la sicurezza alimentare globale e lo sviluppo del settore agroalimentare. - I fattori di contesto rappresentano delle costanti sulle quali non sembra opportuno/ possibile intervenire: crescita demografica e urbanizzazione, sviluppo economico dei Paesi emergenti, andamento dei mercati valutari, dinamiche geopolitiche internazionali, stretto legame tra costo dell’energia e prezzo del petrolio e fattori produttivi agricoli. - I fattori di struttura della domanda e dell’offerta, affrontabili con interventi che produrranno i loro effetti solo nel medio-lungo termine e problematiche che possono trovare risposta in processi di adattamento del sistema a mutate condizioni strutturali, sono: produttività agricola, sprechi e perdite lungo la filiera agroalimentare, vincoli imposti dalla limitatezza delle risorse naturali disponibili, effetti del cambiamento climatico, “occidentalizzazione” della dieta in molte aree emergenti del pianeta e generalizzato aumento del consumo calorico medio. Si tratta di fattori decisivi nel lungo termine, purtroppo non allineati ai cicli della politica, e dunque spesso trascurati. - I fattori contingenti possono determinare risultati nel breve periodo attraverso idonee soluzioni e interventi di carattere tecnico e politico. I fattori contingenti costituiscono le

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- L’andamento della valuta statunitense rappresenta un fattore importante per questi mercati, dal momento che gli Stati Uniti sono i principali esportatori di commodity agricole del mondo e la maggior parte dei prezzi viene denominata in dollari. Ad esempio, quando il dollaro si deprezza aumenta il potere d’acquisto dei Paesi importatori, il che si traduce in una crescita della domanda di importazioni, contribuendo così allo squilibrio tra domanda e offerta internazionale e a un surriscaldamento dei prezzi. - I mercati dei futures esercitano due importanti funzioni: facilitano la gestione della volatilità dei prezzi e contribuiscono alla formazione del prezzo. Tuttavia, la crisi finanziaria globale degli ultimi anni ha indotto gli investitori “non commerciali” (index funds che detengono posizioni lunghe e hedge funds che operano aggressivamente sul breve) a incrementare gli investimenti nei derivati delle commodity agricole: tale aumento della quota di contratti in mano a investitori non commerciali può avere indotto fenomeni speculativi. Per quanto l’effettivo ruolo di tale fenomeno nel determinare la crescita del livello dei prezzi sia ampiamente dibattuto e non ancora chiaramente dimostrabile, la speculazione finanziaria nel mercato delle commodity alimentari può, però, averne amplificato la volatilità nel breve periodo. - L’aumento dei prezzi dei beni alimentari e l’insorgere di squilibri geopolitici in Paesi con condizioni socioeconomiche precarie appaiono tra loro connessi, in particolare se questi Paesi sono degli importatori netti di derrate alimentari. In alcuni casi, il precipitare degli eventi in questi Paesi può influenzare successivamente la dinamica dei prezzi a livello internazionale: è il caso dell’“Arab Spring”, che ha causato un’impennata del prezzo del petrolio – che influenza quello delle commodity alimentari – e un forte incremento degli acquisti di derrate alimentari ad alto prezzo da parte di questi Paesi per cercare di controllare le tensioni sociali.

© Corbis


PRODUZIONE AGRICOLA

DEMOGRAFIA Crescita della popolazione Urbanizzazione

POLITICHE COMMERCIALI

DINAMICHE GEOPOLITICHE

MERCATO DEI CAMBI

Produtività Tecnologia/innovazione Sprechi e perdite

BIOCARBURANTI

STILI ALIMENTARI Aumento delle calorie consumate “Occidentalizzazione” della dieta

DOMANDA

PREZZI

OFFERTA

LIMITATEZZA DELLE RISORSE NATURALI Suolo coltivabile Acqua

CRESCITA ECONOMICA DEI PAESI EMERGENTI

LIVELLO DELLE SCORTE

MERCATI FINANZIARI (SPECULAZIONE)

PREZZO DEL PETROLIO E DELL’ENERGIA

CAMBIAMENTO CLIMATICO Incremento delle temperature Variazione delle precipitazioni Eventi climatici avversi


Richard Nowitz/National Geographic Stock Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

1. l’incremento dei prezzi delle commodity agricole e della volatilità di questi mercati e le sue conseguenze

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Nel 2050 la domanda globale di cibo CRESCerà TRA IL 70 E IL 100%

fino al 2020 i prezzi registreranno valori superiori a quelli del decennio precedente

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L’aumento dei prezzi mette a rischio la stabilità e la sicurezza di molte aree del mondo

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a crescita demografica della popolazione mondiale, il significativo aumento dei redditi, l’urbanizzazione e l’aumento del consumo di proteine d’origine animale nei Paesi emergenti e in quelli in via di sviluppo rappresentano alcuni dei fattori che contribuiranno a far crescere la domanda globale di cibo. Le previsioni più accreditate hanno stimato che la popolazione mondiale raggiungerà i 9 miliardi di persone nel 2050, determinando un conseguente aumento della domanda globale di cibo, stimato tra il 70 e il 100%. Le aspettative riguardo a queste previsioni, alle quali si aggiungono numerose variabili le cui dinamiche producono effetti rilevanti sull’andamento del prezzo delle commodity alimentari, contribuiscono a esercitare una forte pressione sui prezzi di tali materie prime. Le ultime previsioni di medio termine realizzate dalla FAO e dall’OCSE rivelano scenari futuri piuttosto preoccupanti: si prevede, infatti, che fino al 2020 i prezzi registreranno valori superiori, in termini reali, a quelli del decennio precedente la crisi alimentare del 2007-2008. Le due organizzazioni internazionali stimano, per esempio, che il prezzo medio dei cereali – in valore reale – si manterrà più elevato del 20% nei prossimi 10 anni rispetto alla decade precedente. Allo stesso modo, il prezzo della carne sarà più alto del 30%. Se il tasso di crescita della produzione agricola – che si stima possa diminuire all’1,7% medio annuo rispetto al 2,6% degli ultimi 10 anni – non sarà effettivamente in grado di rimanere al passo con la domanda, il risultato sarà un inevitabile aumento dei prezzi. Queste tematiche sono state recentemente inserite nelle agende politiche internazionali tra le questioni più urgenti e critiche da affrontare. La Francia ha deciso di porre il tema dell’accesso al cibo al centro del proprio mandato alla presidenza del G-20 di quest’anno e il Presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, ha definito il problema del prezzo elevato delle commodity «uno dei principali pericoli che oggi mettono a rischio la crescita». In linea con questo, infatti, al recente incontro del G-20 dei Ministri dell’Agricoltura1 è stato presentato un piano d’azione contro la fame e la volatilità dei prezzi dei beni alimentari sui mercati internazionali, il cosiddetto Action Plan on Food Price Volatility and Agricolture, definito dal Ministro francese dell’Agricoltura, Bruno Le Maire, come «un accordo storico che contiene misure concrete, lontane dalle dichiarazioni di principio»2. Tuttavia, questa non è stata la prima riunione dove si è discusso il tema dell’accesso al cibo, che è stato già all’ordine del giorno negli incontri del G-8 dell’Aquila, del World Food Summit di Roma nel 2009 e del G-20 di Seul del 2010. In quest’ultima occasione, però, è stata ribadita la centralità del tema della food security, definita come uno dei nove “pilastri chiave” che più urgentemente necessitano di azioni e riforme al fine di garantire la crescita economica sostenibile e la ripresa nei Paesi in via di sviluppo e a basso reddito. Nonostante la crescente attenzione della comunità internazionale al tema del livello e della volatilità dei prezzi delle materie prime alimentari e delle conseguenze in termini di accesso al cibo, oggi vi è ancora una situazione globale di forte instabilità. Infatti, unite alla difficile congiuntura economica attuale, le conseguenze dell’aumento dei prezzi delle derrate alimentari rappresentano un fattore elevato di rischio per la stabilità e la sicurezza di molte aree del mondo.

1.2 La dinamica dei prezzi delle materie prime alimentari

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egli ultimi cinquant’anni sono stati pochi i periodi di estrema criticità per i prezzi delle commodity alimentari. I livelli massimi raggiunti a livello globale dagli anni Sessanta fino a oggi sono da riferirsi, infatti, a due precisi momenti storici: la crisi alimentare degli anni Settanta e l’attuale situazione di forti turbolenze e instabilità, iniziata nel 2007 e perdurata sino ai giorni nostri, con l’eccezione del flesso registrato nella seconda metà del 2008 e nel 2009. Va ricordato che vi sono stati anche altri tre periodi di improvvisi aumenti dei prezzi, ovvero negli anni 1978-1979, 1986-1987 e nel 1995, ma questi non si sono, però, mai rivelati critici come quelli sopra citati. La variazione mensile dei prezzi internazionali di un paniere di prodotti alimentari è misurata dal FAO Food Price Index (FFPI) che viene considerato pertanto l’indice di riferimento per valutare la stabilità del mercato delle commodity alimentari. Tale indicatore è il prodotto della media degli indici di prezzo di cinque gruppi di prodotti (cereali, caseari, oli/grassi, carne e zucchero) che costituiscono cinque sotto-indici e sono calcolati nel seguente modo: - l’indice del prezzo degli oli e dei grassi consiste nella media dei prezzi di 11 diversi oli (inclusi gli oli animali e gli oli di pesce); - l’indice del prezzo dello zucchero viene calcolato adottando lo standard fissato dall’International Sugar Agreement; - l’indice del prezzo della carne viene calcolato prendendo in considerazione il prezzo medio dei 4 tipi di carne più comuni; le quotazioni includono 2 prodotti avicoli, 3 prodotti di carne bovina, 3 prodotti a base di carne di maiale e 1 prodotto a base di carne ovina; - l’indice del prezzo dei prodotti caseari raccoglie le quotazioni dei prezzi di burro, latte scremato in polvere, latte intero in polvere, formaggio e caseina; - l’indice del prezzo dei cereali è calcolato prendendo in considerazione gli indici di prezzo di cereali e riso. Come si può notare dalla figura 1.1., il FAO Food Price Index ha seguito un trend di forti oscillazioni negli ultimi anni, sia in termini reali che in valori nominali. In particolare, rispetto a una sostanziale staticità registrata tra anni Ottanta e il 2006, dal 2007 i prezzi delle commodity alimentari hanno compiuto delle fluttuazioni ampie e rapide: - da marzo 2007 a giugno 2008 si è assistito al primo forte aumento dei prezzi: l’indice nominale è aumentato molto rapidamente, registrando una variazione del 63,1% (l’indice reale è cresciuto del 52,9%); - da luglio 2008 a febbraio 2009 è stato registrato, invece, un repentino calo del livello dei prezzi: l’indice nominale ha segnato una variazione pari a -35,9% (l’indice reale è diminuito del 33%); - da marzo 2009 a gennaio 2010 i prezzi hanno ripreso nuovamente a crescere: l’indice, sia nominale che reale, è cresciuto del 25%; - da febbraio 2010 a luglio 2010 è stato registrato un breve periodo di stabilità;

Il FAO Food Price Index misura i prezzi delle commodity alimentari

l’indice ha seguito forti oscillazioni negli ultimi anni

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

1.1 LA CRESCENTE ATTENZIONE MONDIALE SUL TEMA

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Figura 1.1. Dinamica del prezzo delle materie prime alimentari – FAO Food Price Index (giugno 1990–giugno 2011) Deviazione standard = 29,3 240 200

160 140 120 100

6/1990 12/1990 6/1991 12/1991 6/1992 12/1992 6/1993 12/1993 6/1994 12/1994 6/1995 12/1995 6/1996 12/1996 6/1997 12/1997 6/1998 12/1998 6/1999 12/1999 6/2000 12/2000 6/2001 12/2001 6/2002 12/2002 6/2003 12/2003 6/2004 12/2004 6/2005 12/2005 6/2006 12/2006 6/2007 12/2007 6/2008 12/2008 6/2009 12/2009 6/2010 12/2010 6/2011

80

Food Price Index nominale

Food Price Index reale

Fonte: rielaborazione di The European House Ambrosetti su dati FAO, agosto 2011.

A febbraio 2011 l’indice ha toccato il record storico raggiungendo quota 238 punti

- da luglio 2010 a febbraio 2011 si è assistito nuovamente a un forte aumento dei prezzi: l’indice è cresciuto del 37,8% (l’indice reale è aumentato del 41,9%); - da febbraio 2011 a giugno 2011 il livello dei prezzi si è lievemente ridimensionamento: l’indice, sia nominale che reale, è sceso del 1,6%. Analizzando in dettaglio le dinamiche dei prezzi negli ultimi mesi, si nota come a febbraio 2011 l’indice abbia toccato il record storico raggiungendo quota 238 punti (valore nominale). Da febbraio a giugno, nonostante si sia assistito a un lieve miglioramento della situazione, i valori si sono mantenuti comunque vicini ai massimi. L’ultimo dato del FAO Food Price Index (giugno 2011) mostra, infatti, un valore pari a 234 punti, in calo dello 0,3% rispetto ad aprile 2011, ma in aumento del 39% rispetto a giugno 2010. Contemporaneamente a fenomeni climatici avversi, una serie di altri fattori hanno esercitato un forte impatto negativo sulla stabilità del mercato alimentare, il che ha comportato il rialzo dei prezzi registrato nell’ultimo anno. Alcuni di questi sono le conseguenze del terremoto in Giappone, un’ondata senza precedenti di disordini politici in molti Paesi del Nord Figura 1.2. Dinamica del prezzo delle materie prime alimentari – FAO Food Price Index, valori reali (1961–2010)

400

il rischio di una nuova emergenza alimentare è molto alto

27

Figura 1.3. Dinamica del prezzo delle materie prime alimentari: carne, prodotti caseari, cereali, oli/grassi e zucchero (gennaio 2006–giugno 2011) 450 400 350 300 250 200

350

150

300

50

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAO, giugno 2011.

2009

2007

2005

2003

2001

1999

1997

1995

1993

1991

1989

1987

1985

1983

1981

1979

1977

1975

1973

1971

1969

1967

1965

1963

0

Indice del prezzo dello zucchero

Indice del prezzo dei cereali

Indice del prezzo dei prodotti caseari

Indice del prezzo di oli/grassi

Indice del prezzo della carne Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAO, agosto 2011.

5/2011

11/2010 1/2011 3/2011

9/2010

7/2010

3/2010 5/2010

1/2010

9/2009

11/2009

5/2009 7/2009

3/2009

1/2009

11/2008

7/2008 9/2008

5/2008

3/2008

1/2008

7/2007

5/2007

3/2007

9/2006

9/2007 11/2007

100

11/2006 1/2007

150

7/2006

1/2006 3/2006

200

5/2006

100

250

1961

Index (2002-04 = 100)

26

Deviazione standard = 13,5 Deviazione standard = 13,5

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

180

Africa e del Vicino Oriente, un forte rialzo del prezzo del petrolio e la prolungata incertezza dei mercati finanziari ed economici globali3. Come si può notare dal grafico precedente (figura 1.2.), tuttavia, se prendiamo in considerazione i valori reali, il massimo storico mai registrato corrisponde alla pesante crisi alimentare degli anni Settanta, durante la quale il FAO Food Price Index è arrivato a segnare un valore pari a quasi 350 punti, rispetto ai 206 punti attuali. Dopo avere considerato le dinamiche registrate dal FAO Food Price Index, è importante analizzare le recenti variazioni dei prezzi delle cinque commodity che lo compongono. A tal fine, può essere utile prendere in considerazione i due periodi più recenti tra quelli precedentemente elencati: - la crescita del FFPI da giugno 2010 a febbraio 2011 ha visto lo zucchero, gli oli/grassi e i cereali registrare un aumento dei prezzi superiore rispetto alla carne e ai prodotti caseari; infatti, i prezzi di tali commodity sono aumentati rispettivamente del 86, 66 e 71% (rispetto a +12% e +13% di carne e prodotti caseari); - successivamente, da febbraio 2011 a giugno 2011 il FFPI è calato lievemente. I valori sottostanti hanno mostrato una forte diminuzione degli indici dei prezzi dello zucchero (-14%) e degli oli/grassi (-8%), contemporaneamente a un lieve rialzo della carne e dei prodotti caseari (rispettivamente +6% e +1%). Questi rialzi sono stati comunque inferiori all’inversione di tendenza registrata dallo zucchero e non hanno, dunque, impedito la discesa del FFPI, seppur contribuendo a frenarla. I prodotti caseari si sono mantenuti stabili. Nonostante i lievi ribassi registrati negli ultimi mesi, è evidente il forte rischio di una nuova emergenza alimentare se si considera l’andamento degli ultimi 12 mesi (giugno 2010-giugno 2011) che si potrebbe riassumere nel seguente modo: - indice del prezzo degli oli/grassi: +52,7%; - indice del prezzo dello zucchero: +59%; - indice del prezzo della carne: +18,3%; - indice del prezzo dei prodotti caseari: +14%; - indice del prezzo dei cereali: +71%.


1.3 Il fenomeno della volatilità dei prezzi delle materie prime alimentari

N

egli ultimi anni si è verificata non solo una forte crescita dei prezzi delle commodity alimentari, ma anche – e soprattutto – un deciso aumento della volatilità – stabilmente su livelli elevati per cinque anni consecutivi – e, dunque, dell’incertezza e dell’instabilità dei mercati. La volatilità è un indicatore statistico utilizzato per valutare la variabilità e l’incertezza dei mercati. A seconda delle variabili cui fa riferimento, può essere ricondotta a diverse definizioni tecniche; in questa sede, per volatilità si intende esplicitamente in quale misura e quanto rapidamente i prezzi agricoli variano nel tempo. Non tutte le variazioni di prezzo costituiscono un problema. Esse non destano preoccupazione, ad esempio, quando i prezzi mostrano un andamento uniforme e ben consolidato, oppure quando seguono uno schema abituale e stagionale noto. Infatti, prezzi stabilmente elevati stimolano la produzione, consentono la messa a coltivo di terre meno vocate o più distanti dalle grandi vie d’acqua, favoriscono la remunerazione e lo sviluppo delle comunità rurali che nei Paesi in via di sviluppo costituiscono la maggioranza delle popolazioni. Le variazioni dei prezzi diventano problematiche, invece, quando sono ampie, non prevedibili e repentine, in quanto creano un livello di incertezza che fa aumentare i rischi per produttori, commercianti, consumatori e governi, con la conseguente possibilità che vengano prese decisioni subottimali. Infine, anche le variazioni dei prezzi legate a fattori esogeni al mercato della specifica commodity (ad esempio, il prezzo del mais influenzato dal prezzo del petrolio) possono essere problematiche, in quanto di difficile interpretazione e causa di decisioni non corrette. Se in generale si sa che molti mercati di materie prime sono contraddistinti da un alto grado di volatilità, nello specifico va detto che i mercati delle commodity agricole sono sempre stati caratterizzati da alta volatilità per svariati motivi. Eccone alcuni: - la produzione agricola non è costante a causa di eventi naturali inaspettati, come ad esempio gli eventi meteorologici o le infestazioni; - l’elasticità della domanda e dell’offerta rispetto al prezzo è bassa. In particolar modo, l’offerta registra un grado di elasticità molto basso nel breve periodo: infatti, per poter riportare in equilibrio domanda e offerta dopo uno shock dal lato dell’offerta, i prezzi devono variare molto intensamente, soprattutto se il livello delle scorte è basso; - la produzione agricola è un processo che richiede tempi lunghi e i produttori, considerata la scarsa elasticità dell’offerta nel breve periodo, devono attendere il termine dei cicli produttivi per poter rispondere meglio alle variazioni di prezzo. Questo circolo obbligato causa aggiustamenti ciclici, che aumentano ulteriormente la variabilità dei mercati in esame5. È importante sottolineare come la volatilità abbia raggiunto livelli eccezionalmente elevati negli ultimi anni. A tal riguardo, come riportato nella figura 1.1., la deviazione standard6

28

Willard Culver/National Geographic Stock

un andamento uniforme e consolidato non desta preoccupazione

le variazioni diventano problematiche e rischiose quando sono ampie e non prevedibili

Negli ultimi anni la volatilità ha raggiunto livelli eccezionalmente elevati

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Secondo la FAO, però, non siamo ancora entrati in una nuova vera e propria crisi alimentare. Nei documenti più recenti, infatti, si fa riferimento a un “periodo di forti turbolenze”4. È certo, però, che l’attuale instabilità registrata nei mercati agricoli determina una situazione di estrema criticità, dove qualsiasi evento, come ad esempio una nuova grande siccità in un importante Paese esportatore (come è avvenuto in Russia nell’estate 2010), potrebbe nuovamente sconvolgere il mercato delle commodity alimentari.

29


1.4 gli impatti della volatilità dei prezzi sull’economia e sull’accesso al cibo

Figura 1.4. Volatilità implicita annua di grano, mais e soia (1990-2010) 40%

30%

10%

0% 90

92

94

96 Grano

98

00

02 Mais

04

06

08

10

Soia

Fonte: Price Volatility in Food and Agricultural Markets: Policy Responses, FAO, IFAD, FMI,OCSE, UNCTAD, WFP, World Bank, WTO, IFPRI e UN HLTF, maggio 2011.

le cause scatenanti del recente forte aumento della volatilità sono varie

30

Una volatilità così esasperata genera conseguenze negative per la sicurezza alimentare e l’intera economia

dei prezzi relativi al periodo 1992-2006 è stata pari a 13,5, mentre nel 2007-2011 è più che raddoppiata, raggiungendo il valore di 29,3. Le cause scatenanti di questo recente forte aumento della volatilità dei prezzi possono essere individuate in diversi fattori: l’accadimento di eventi climatici avversi, la riduzione del livello delle scorte, l’impiego di materie prime agricole per la produzione di biocarburanti (che ha sviluppato un forte legame con il prezzo dell’energia e accelerato la crescita della domanda), l’andamento dei tassi di cambio, le restrizioni al commercio, l’aumento della speculazione finanziaria7 e, non da ultimo, l’intervento politico sui mercati in molti dei principali Paesi produttori, che ha alterato spesso le dinamiche e i modelli produttivi adottati dagli agricoltori. Anche prendendo in considerazione un indicatore diverso dalla deviazione standard, come la volatilità implicita8, risulta evidente la situazione di accentuata instabilità di mercato registrata dal 2006 fino a oggi. Come si evince chiaramente dal grafico riportato nella figura 1.4., dal 1990 la volatilità implicita di soia, grano e mais è aumentata costantemente, ma è negli ultimi anni che ha registrato la crescita più sostenuta. In conclusione, seppur la volatilità non sia un fenomeno nuovo per il settore agricolo, le dinamiche dell’ultimo periodo sono di una scala decisamente superiore a quanto visto finora e determinano situazioni fortemente rischiose per la maggior parte dei soggetti della filiera alimentare. In linea generale, tale fenomeno genera conseguenze negative nel settore agricolo non solo per la sicurezza alimentare, ma anche per l’intera economia, sia dei Paesi sviluppati sia di quelli in via di sviluppo. La volatilità esasperata provoca inoltre forti tensioni nelle filiere agricole e alimentari, causando gravi scompensi e squilibri tra i diversi attori, che innescano fenomeni di ciclicità nelle quotazioni e un ulteriore aumento della volatilità.

L

a preoccupazione globale per la volatilità nasconde quella per i livelli dei prezzi ed entrambe costituiscono una fra le questioni principali legate alla sicurezza alimentare9. Mentre i produttori traggono spesso benefici e opportunità da un alto livello dei prezzi delle materie prime alimentari, i consumatori – in particolare quelli più poveri e residenti nei Paesi in via di sviluppo – ne subiscono gravemente le conseguenze. Le famiglie più povere, infatti, spendono un’ampia porzione del proprio budget per la spesa alimentare e, consumando principalmente beni alimentari poco lavorati, risentono particolarmente dell’aumento dei prezzi delle materie prime alimentari. Di conseguenza, queste famiglie vedono compromessi la possibilità di alimentarsi in maniera adeguata e l’accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione e ad altri beni di prima necessità. I produttori (in particolare i piccoli agricoltori), al contrario, vengono sfavoriti maggiormente in uno scenario di prezzi bassi, a causa dei quali si vedono costretti a ridurre gli investimenti, a produrre in condizioni non ottimali e a modificare i propri standard di vita, in quanto la riduzione dei redditi minaccia il mantenimento della propria famiglia o la possibilità di sostenere i costi operativi delle aziende agricole. L’incertezza può quindi trasformarsi in decisioni e livelli di produzione non ottimali. In generale, la volatilità diviene un problema quando induce comportamenti avversi al rischio, che conducono a decisioni di investimento inefficienti, nonché quando si creano criticità che produttori, consumatori o intere nazioni non sono in grado di risolvere in modo ottimale. Più in dettaglio, gli impatti di una forte volatilità dei prezzi delle materie prime agricole possono essere analizzati secondo due diverse prospettive: macroeconomica e microeconomica.

1.4.1 Le conseguenze dal punto di vista “macro” A livello macroeconomico, l’analisi degli effetti della volatilità dei prezzi delle materie prime deve partire dalla distinzione tra effetti di lungo e di breve termine e tra Paesi esportatori e importatori.

Paesi esportatori I Paesi più a rischio di impatti macroeconomici negativi generati dalla volatilità dei prezzi sono i Paesi in via di sviluppo che dipendono dalle esportazioni di materie prime

Le famiglie povere sono le più colpite dall’aumento dei prezzi I produttori vengono sfavoriti dal calo dei prezzi

la volatilità diventa problematica quando crea incertezza e decisioni di investimento inefficienti

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

20%

31


Longevità e benessere: il ruolo dell’alimentazione

un’eccezionale riduzione dei prezzi provoca gravi conseguenze all’economia dei paesi esportatori Un aumento eccessivo delle quotazioni spesso provoca reazioni di tipo protezionistico

Paesi importatori I Paesi importatori, invece, nel momento in cui i prezzi delle derrate alimentari subiscono un eccezionale rialzo, possono andare incontro a un aggravamento della bilancia dei pagamenti e delle finanze pubbliche; anche in questo caso, dunque, viene colpita l’intera economia. Particolare attenzione deve essere riservata a quei Paesi importatori di derrate alimentari definiti “a basso reddito”, dove l’ondata negativa può causare un aumento dell’inflazione e dei costi di importazione, i quali determinano a loro volta un aggravamento della bilancia dei pagamenti. Inoltre, dovendo aumentare le esportazioni per poter ripagare le importazioni, questi Paesi vanno incontro a un aumento del rischio di deprezzamento della valuta. Infine, un aumento dei prezzi delle commodity alimentari avrà un impatto anche sulle misure fiscali legate alle importazioni, sulle imposte sugli alimenti e sui sussidi per il consumo alimentare.

I Paesi importatori sono colpiti dal rialzo eccezionale dei prezzi

33

1.4.2 Le conseguenze dal punto di vista “micro” A livello microeconomico, invece, alcuni recenti studi10 hanno identificato i principali impatti generati da una situazione di alta volatilità dei prezzi delle materie prime alimentari, analizzandoli sia sul fronte della domanda che dell’offerta e mettendoli in relazione al livello dei prezzi.

Lynn Johnson/National Geographic Stock

Sul fronte della domanda Come già evidenziato in precedenza, dal lato della domanda un livello di prezzi significativamente alto risulta drammatico per le famiglie povere, specialmente per quelle che vivono nei Paesi in via di sviluppo. Queste, utilizzando in media tre quarti del proprio budget familiare per la spesa alimentare, si trovano costrette a erodere e modificare i propri standard alimentari e di vita, peggiorando la già critica situazione globale della malnutrizione. In questa sede è dunque opportuno distinguere, in termini di impatto, tra i diversi gruppi socioeconomici e le tipologie dei nuclei familiari.

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

32

agricole o le cui importazioni di beni alimentari ricoprono un peso significativo nella bilancia dei pagamenti o finanza pubblica. In Paesi esportatori dove il Pil è fortemente legato al settore agricolo si verifica che un’eccezionale riduzione dei prezzi delle commodity alimentari provochi gravi conseguenze all’economia nazionale. In tale scenario, infatti, si verificano un impatto diretto immediato sulla bilancia dei pagamenti, tagli agli investimenti e diminuzione nell’utilizzo dei fattori produttivi. Questi tre fenomeni determinano a loro volta un impatto negativo di medio termine sulla crescita economica del Paese. Inoltre, un aumento eccessivo delle quotazioni spesso provoca nei Paesi esportatori reazioni di tipo protezionistico, come il blocco delle esportazioni, con l’obiettivo di ridurre l’inflazione domestica, ma con il risultato di causare distorsioni nella filiera produttiva nazionale e di provocare incontrollati aumenti sul mercato internazionale, che spesso si ritorcono alla fine del periodo sul Paese che ha promosso il blocco.

Un livello dei prezzi significativamente alto risulta drammatico per le famiglie povere


34 Donne e bambini sono tra i soggetti più colpiti dalla volatilità dei prezzi

Nei Paesi sviluppati le conseguenze sulle famiglie sono inferiori

Un significativo aumento dei prezzi dei prodotti alimentari colpisce fortemente i consumatori netti di prodotti alimentari (consumatori e non produttori), poiché il cibo rappresenta una quota molto ampia della loro spesa: in tali circostanze, infatti, un aumento dei prezzi ridurrà pesantemente il potere d’acquisto delle famiglie in questione. Tra queste, poi, le famiglie più colpite sono quelle urbane11 a basso reddito, le quali acquistano i beni alimentari con il salario che percepiscono (non possiedono e non coltivano terreni), e quelle con donne capo-famiglia. Un’altra categoria molto suscettibile all’aumento dei prezzi, oltre ai consumatori netti di prodotti alimentari, è quella di cui fanno parte le famiglie che vivono di agricoltura prevalentemente di sussistenza, ma che si trovano comunque costrette a comprare dall’esterno alcuni beni. Le famiglie che riscontrano difficoltà nell’acquisto di beni alimentari provvedono dunque a rifornirsi di prodotti di qualità inferiore e in quantità minore. A questo punto, però, è necessaria un’ulteriore precisazione: l’impatto diretto dell’aumento dei prezzi sui consumi è solitamente atteso come negativo, ma per valutare tale effetto è importante considerare in che direzione si muovono i prezzi dei diversi alimenti. Se i prezzi si muovono tutti nella stessa direzione, l’impatto sia sull’economia sia sul welfare sarà quello sinora descritto; nel caso contrario, invece, è possibile che le famiglie provvedano a sostituire i prodotti del proprio paniere e che tale “effetto di sostituzione” a favore dei prodotti meno cari mitighi l’effetto degli aumenti dei prezzi di altri. Il forte aumento dei prezzi delle materie prime alimentari, oltre a generare effetti di breve termine come quelli appena descritti (riduzione della quantità e della qualità della spesa alimentare per alcune categorie di soggetti), provoca impatti di medio-lungo termine ancor più preoccupanti. A livello sociale/nutrizionale, i soggetti che risultano maggiormente colpiti dalla volatilità dei prezzi delle commodity alimentari sono le donne e i bambini, soprattutto quelli entro i primi 1000 giorni di vita, per i quali la tipologia di dieta determina importanti implicazioni nello sviluppo psico-fisico. È chiaro, quindi, che le conseguenze possono rivelarsi tragiche e irreversibili: una larga parte di bambini smette di ricevere un’adeguata alimentazione ed educazione, si registrano gravi perdite di capitale umano e lavoro, la povertà e la malnutrizione aumentano a livello globale e il tasso di mortalità cresce drasticamente. Lo sviluppo congiunto di questi fenomeni genera gravi problemi di sostenibilità futura nei Paesi in via di sviluppo, i quali vedono pesantemente pregiudicata la crescita economica, spesso trainata dall’agricoltura. Ma allo stesso tempo, una diminuzione prolungata dei prezzi causa l’impoverimento delle aree agricole meno sviluppate, aree che non possono beneficiare di sussidi simili a quelli dei Paesi sviluppati. Questo fenomeno è stato sicuramente una delle cause delle imponenti migrazioni delle popolazioni agricole verso le aree urbane nei Paesi in via di sviluppo. Con riferimento ai Paesi sviluppati, gli effetti della volatilità e dei prezzi elevati sono di portata inferiore. Anche se molte famiglie spendono circa la metà del budget familiare per la spesa alimentare, queste nazioni godono di una maggiore capacità di “aggiustare” la spesa in base alle contingenze, orientandosi eventualmente su diversi generi di beni alimentari. Inoltre, i Paesi più sviluppati sono dotati di meccanismi di protezione che assicurano ai soggetti a rischio un’adeguata assistenza.

Sul fronte dell’offerta Sul fronte dell’offerta, invece, un alto livello dei prezzi genera benefici per i produttori netti di commodity alimentari e spinge all’aumento della produzione. La redditività degli allevamenti, invece, viene intaccata, specialmente se l’aumento dei costi dei mangimi non viene interamente trasferito sui consumatori. Prezzi bassi o volatili possono infatti, però, anche creare notevoli problemi agli agricoltori e agli altri soggetti della filiera alimentare, poiché rischiano di perdere i propri investimenti produttivi nel caso la diminuzione dei prezzi si verifichi durante l’implementazione di investimenti, la cui profittabilità dipende da quanto sono elevati i prezzi. Un classico esempio è quello degli agricoltori che hanno già seminato i loro raccolti e che si trovano a fronteggiare un calo dei prezzi: in questa situazione, i piccoli agricoltori poveri che hanno difficoltà di accesso al credito possono riscontrare particolari problemi nel finanziare una nuova semina e rimanere così in attività. Questo tipo di problema può essere particolarmente grave e quindi difficile da risolvere, per esempio, per la donne proprietarie di piccoli terreni, che rappresentano la maggioranza in molti Paesi. Inoltre, è importante considerare come molti agricoltori nei Paesi in via di sviluppo (e anche alcuni nei Paesi sviluppati) non operino su una scala sufficientemente ampia per accantonare i redditi per le stagioni seguenti: di conseguenza, sia il benessere della famiglia sia l’esistenza stessa dell’azienda agricola risultano a rischio in una situazione di eccessiva volatilità. L’incertezza può anche tradursi in decisioni di investimento a lungo termine subottimale. Dopo aver considerato gli impatti negativi derivanti dall’aumento dei prezzi nel settore agricolo, non si può prescindere dal considerare alcune importanti opportunità di un tale scenario. Considerando infatti che l’agricoltura è la principale fonte di reddito per gran parte della popolazione rurale nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, una situazione di prezzi stabilmente più elevati potrebbe contribuire ad alleviare la povertà rurale, ma questo solo a condizione che i produttori siano pienamente integrati nel mercato. L’ampiezza di tali opportunità è poi legata alla dimensione delle aziende agricole e all’accesso alle altre risorse (sementi, fertilizzanti, macchinari ecc.) che permette agli agricoltori di cogliere l’opportunità del rialzo dei prezzi. Inoltre, nelle zone dove l’agricoltura è la condizione necessaria per la crescita e lo sviluppo rurale, un aumento della produzione agricola e una crescita della produttività generano importanti effetti moltiplicatori sulle attività rurali secondarie/non agricole e sull’occupazione.

l’aumento dei prezzi favorisce i produttori netti la volatilità mette a rischio il ritorno degli investimenti

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

la fragilità delle famiglie urbane a basso reddito e di quelle che vivono di agricoltura di sussistenza

35 prezzi stabilmente più elevati potrebbero contribuire ad alleviare la povertà rurale


Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Todd Gipstein/National Geographic Stock

Acqua virtuale come fonte d’acqua alternativa.

Acqua virtuale come fonte d’acqua alternativa.

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

36

2. I fattori che determinano l’andamento dei prezzi delle commodity alimentari e la loro volatilità

37


N i molteplici fattori che incidono sul livello e sulla volatilità dei prezzi alimentari

38

el precedente capitolo sono stati illustrati in dettaglio l’andamento storico e lo scenario attuale dei prezzi delle commodity alimentari. Sono state, inoltre, descritte le conseguenze – sulla sicurezza alimentare delle famiglie (in particolare quelle a basso reddito) e sulla stabilità economia e politica dei Paesi (in particolare quelli in via di sviluppo) – del fenomeno dell’aumento della volatilità e dei repentini incrementi dei prezzi a cui stiamo assistendo recentemente. In questo secondo capitolo verranno individuati ed esaminati i principali fattori che sottendono tali dinamiche, al fine di comprenderne le principali relazioni ed effetti. A tal scopo, il BCFN ha elaborato un modello interpretativo illustrato nella figura 2.1. Offrendo una visione sistemica dei molteplici elementi che concorrono a definire l’andamento dei prezzi delle commodity alimentari, questo modello evidenzia anzitutto i fattori riconducibili al lato della domanda (livello delle scorte dei prodotti, fattori demografici, crescita economica dei Paesi emergenti, scelte alimentari) e a quello dell’offerta

Figura 2.1. Il modello interpretativo dei fattori che incidono sul livello e sulla volatilità dei prezzi alimentari

Demografia Crescita della popolazione Urbanizzazione

Mercato dei cambi

Politiche commerciali

Dinamiche geopoplitiche

DOMANDA

PREZZI

OFFERTA

Limitatezza delle risorse naturali Suolo coltivabile Acqua

Crescita economica dei Paesi emergenti Livello delle scorte

Produttività Tecnologia/innovazione Sprechi e perdite

Biocarburanti

Stili alimentari Aumento delle calorie consumate “Occidentalizzazione” della dieta

Produzione agricola

Mercati finanziari (speculazione)

Prezzo del petrolio e dell’energia

Fonte: elaborazione di The European House-Ambrosetti, 2011.

Cambiamento climatico Incremento delle temperature Variazione delle precipitazioni Eventi climatici avversi

(produzione agricola, limitatezza delle risorse naturali, produzione di biocarburanti, effetti riconducibili al cambiamento climatico). Si tratta di fattori endogeni a cui è possibile associare anche fattori trasversali esogeni, che incidono direttamente o indirettamente sui prezzi delle commodity alimentari. Tra questi, il modello interpretativo proposto prende in considerazione i mercati finanziari e quello dei cambi, il prezzo del petrolio e dell’energia, le politiche commerciali internazionali e le dinamiche geopolitiche. L’esigenza di schematizzare tale modello in una rappresentazione grafica ha imposto la scelta di collocare i vari fattori nel lato della domanda, in quello dell’offerta o tra i fattori trasversali. Tuttavia, siamo ben consapevoli dei limiti di tale semplificazione, poiché consci del fatto che nella realtà molti di questi fattori esercitano interazioni molto più complesse nella relazione domanda/offerta delle commodity alimentari. Inoltre, va detto anche che esistono numerose interconnessioni tra i fattori stessi, che si è pertanto tentato di evidenziare attraverso delle linee tratteggiate. Nei prossimi paragrafi si cercherà di individuare e descrivere le relazioni tra ognuna delle variabili individuate e l’andamento dei prezzi delle commodity alimentari e la loro volatilità1. Tutti gli elementi individuati e rappresentati nel modello interpretativo sopra descritto possono anche essere suddivisi a seconda della tipologia dell’effetto generato sui prezzi e del relativo orizzonte temporale di riferimento. Nei paragrafi seguenti, oltre a cercare di comprendere in dettaglio le relazioni tra le variabili individuate e i prezzi, si cercherà, infatti, di chiarire se l’impatto generato riguarda maggiormente l’incremento della volatilità dei prezzi nel breve termine e/o l’aumento del livello dei prezzi nel medio-lungo termine. Da queste valutazioni ne deriva anche che gli effetti di alcuni fattori sono modificabili solo nel medio-lungo termine e possono trovare risposta in processi di adattamento del sistema a mutate condizioni strutturali della domanda e dell’offerta: è il caso, ad esempio, della crescita demografica ed economica dei Paesi emergenti, che induce un significativo aumento della domanda di beni alimentari, del fenomeno dell’urbanizzazione, dell’innalzamento della temperatura causato dal cambiamento climatico, del progressivo accentuarsi della limitatezza delle risorse naturali. Come verrà analizzato più dettagliatamente nel Capitolo 3, riferendosi a questi temi appare necessario un processo molto ampio di cambiamento dei comportamenti e stili di vita e di adattamento e mitigazione degli effetti del cambiamento climatico, così come investimenti e innovazioni che aumentino la produttività agricola. Al contrario, ci sono i fattori su cui è possibile intervenire nel breve periodo, come per esempio sulla gestione delle riserve di materie prime alimentari, sugli incentivi alla produzione di biocarburanti, sugli eccessi di speculazione finanziaria sui mercati delle commodity agricole e delle politiche commerciali.

Fattori legati alla domanda, all’offerta e fattori trasversali

Tipologia di effetto generato sui prezzi e orizzonte temporale di riferimento

fattori modificabili solo nel medio-lungo termine e quelli su cui intervenire nel breve periodo

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

2.1 Il modello interpretativo del BCFN

39


Anche nel prossimo futuro, come del resto è già successo nel recente passato (figura 2.2.), ad aumentare sarà soprattutto la popolazione dei Paesi (mercati) emergenti, che già oggi costituisce il 60% della popolazione mondiale. Tra il 1980 e il 2010 la popolazione di questi Paesi è cresciuta a un tasso medio annuo del 6% rispetto al 2,5% dei Paesi industrializzati. Figura 2.2. Popolazione residente nei Paesi industrializzati e nei mercati emergenti (1980-2020, Mld)

3,0

L

la popolazione mondiale aumenterà di un terzo entro il 2050

1990

1,3

1,2

2000

2010

Paesi industrializzati

2020

Mercati emergenti

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati USDA (United States Department of Agriculture), 2010.

Un altro fenomeno demografico che sta avendo un forte impatto sulla domanda di cibo è quello dell’urbanizzazione5 in corso nei Paesi in via di sviluppo, in quanto alla migrazione dalle campagne verso le città generalmente segue una modifica delle abitudini alimentari verso una dieta più diversificata. L’aumento del reddito pro capite e l’urbanizzazione sono due fattori che portano alla graduale modifica della composizione del paniere alimentare dei Paesi emergenti, con il passaggio da una dieta composta prevalentemente da cereali a una dieta più ricca di frutta, verdura, carne e pesce. I consumatori urbani, specialmente in Asia, stanno sperimentando in modo crescente la dieta occidentale, riducendo il consumo di cibi tradizionali. La figura 2.3. mostra il valore medio giornaliero di calorie assunte nei Paesi in via di sviluppo e nei Paesi industrializzati nel periodo 1964-2030. Nei Paesi in via di sviluppo si nota un trend di crescita più che doppio rispetto ai Paesi industrializzati (lo 0,55% medio annuo rispetto allo 0,24%), dovuto alla cosiddetta “occidentalizzazione della dieta”, ovvero la graduale sostituzione di cibi poveri con alimenti derivati da lavorazioni più complesse.

Aumento del reddito pro capite e urbanizzazione modificano la composizione del paniere alimentare dei Paesi emergenti

1964-1966

1984-1986 Paesi in via di sviluppo

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAO, 2010

1997-1999 Paesi industrializzati

2015

3500

2980

3440 2850

3380 2681

2152 1974-1976

2450

3065

3206

Figura 2.3. Consumo pro capite di cibo (kcal giornaliere) nei Paesi in via di sviluppo e nei Paesi sviluppati (1964 – stime al 2030)

2947

l’Aumento del reddito porta a maggiori consumi e diversificazione della domanda

1980

2054

40

1,2

1,1

1,1

a crescita della popolazione mondiale e la sua progressiva urbanizzazione, lo sviluppo economico dei Paesi emergenti e il conseguente spostamento delle scelte alimentari verso prodotti alimentari più complessi rappresentano sfide di enorme portata per il sistema agroalimentare mondiale, che nel medio-lungo termine dovrà cercare di far fronte a un incremento costante della domanda che causerà molto probabilmente crescenti tensioni sul fronte dei prezzi delle commodity alimentari. Ad esempio, secondo le proiezioni di medio termine realizzate dall’OECD e dalla FAO2, nel decennio 2010-2020 i prezzi dei cereali e dei derivati dall’allevamento del bestiame saranno più elevati di quelli del decennio precedente rispettivamente del 20 e del 30%3. I prezzi di carne e prodotti caseari, da una parte, e di cereali e oli vegetali, dall’altra, si influenzano a vicenda attraverso una serie di relazioni dirette e indirette. Pertanto, cambiamenti nella domanda di carne e prodotti caseari influenzano anche la domanda (e i prezzi) delle colture necessarie all’allevamento del bestiame. Viceversa, poiché cereali e oli vegetali sono tra le principali voci di costo per l’allevamento del bestiame, un aumento del prezzo di tali commodity determina un innalzamento del prezzo della carne. L’aumento del reddito disponibile, la migrazione dalle campagne alle città e la modifica delle scelte alimentari nei Paesi emergenti sono fenomeni che spiegano un innalzamento nella domanda di beni alimentari da parte di queste economie che si stanno affacciando sempre di più sui mercati internazionali, a scapito dell’autoproduzione. È importante sottolineare che l’aumento del reddito pro capite di una fetta così importante della popolazione mondiale non si riflette direttamente solo su un aumento dei consumi, ma anche su una diversificazione della domanda e su una minore sensibilità alle variazioni del prezzo. La minore elasticità della domanda è uno dei fattori che favoriscono l’innalzamento dei prezzi poiché si riduce la portata dell’effetto sostituzione, che prevede un aumento del prezzo di una determinata commodity e porta i consumatori ad acquistare beni con caratteristiche simili a prezzi inferiori. Alcuni dati sui fenomeni sopra citati possono aiutare a comprendere meglio la portata di tali sfide. La maggior parte dei Paesi in via di sviluppo ha sperimentato una forte crescita economica negli ultimi anni. In Asia, soprattutto in Cina e in India, si sta verificando una sostenuta crescita economica, con il Pil reale della zona in aumento del 7,3% su base annua tra il 2006 e il 2011. La stessa Africa sub-sahariana ha raggiunto un tasso di crescita del Pil reale del 4,5% nello stesso periodo. Questa forte crescita, unita all’influenza che essa esercita sui consumi, rappresenta un fattore chiave per comprendere il graduale cambiamento della domanda alimentare mondiale. Per quanto riguarda l’incremento demografico, secondo le stime della FAO nel 2050 la popolazione mondiale aumenterà di un terzo, raggiungendo i 9,1 miliardi rispetto ai 6,9 miliardi attuali, e di conseguenza la domanda di cibo potrebbe aumentare tra il 70 e il 100%4.

4,2

3,6

5,3

4,8

2030

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

2.2 Dinamiche demografiche, crescita economica nei Paesi emergenti e modifica delle scelte alimentari

41


Figura 2.4. Consumo di carne pro capite (kg), in Cina, Brasile, Corea del Sud nel 1990 e nel 2011 94

Figura 2.6. Consumo pro capite di carne in Cina, Europa, India e Stati Uniti (kg) 140 120

56

60

54

100

26

23

60 40

Cina

Europa

La diversificazione della dieta comporta un maggior consumo di prodotti dell’allevamento

42

Più in particolare, la diversificazione della dieta comporta un aumento del consumo dei prodotti a più alto contenuto calorico e proteico come la carne e i derivati del latte6. La figura 2.4. mostra il consumo medio pro capite di carne in Cina, Brasile e Corea del Sud nel 1990 e nel 2011, evidenziando la forte crescita che si è registrata negli ultimi 20 anni. Inoltre, in questi Paesi si può osservare anche un aumento costante della produzione e del consumo di prodotti caseari. La figura 2.5. mostra il caso della Cina per quanto riguarda il burro e il formaggio. Con l’aumento del consumo di carne e prodotti caseari cresce la domanda dei cereali necessari per la nutrizione del bestiame da allevamento. Tale incremento è esponenziale: per produrre 1 kg di carne di pollo occorrono circa 2 kg di cereali, per 1 kg di carne di maiale circa 4 kg di cereali e per 1 kg di carne di manzo tra 7 e 8 kg di cereali. Il consumo pro capite di carne della Cina ha ormai raggiunto i livelli europei (figura 2.6.). Figura 2.5. Produzione e consumo di burro e formaggio in Cina (2000–2011, migliaia di tonnellate)

385

+3% NELLA PRODUZIONE E +3,16% NEI CONSUMI

330

Cina

India

È interessante osservare come, per questo motivo, la Cina sia diventata uno dei maggiori importatori mondiali di semi di soia e oli vegetali, usati in allevamento come integratori proteici all’interno dei mangimi. L’importazione di olio di semi e oli vegetali destinati all’allevamento è infatti aumentata tra il 1990 e il 2007 rispettivamente del 16,2 e del 8,9% su base annua. Anche in India si è registrato un aumento delle importazioni di olio di semi del 72% a partire dal 1990. I cambiamenti nei modelli di consumo alimentare che si stanno verificando in questi anni a livello globale saranno sempre più netti in futuro. Ad esempio, mentre il consumo pro capite di riso nel Sud-est asiatico è atteso in calo del 4% tra il 2000 e il 2050, i consumi di frutta, verdura e prodotti caseari cresceranno del 70% e quelli di uova, carne e pesce raddoppieranno a causa di un reddito in continua crescita (+6,1% medio su base annua).

La Cina è diventata uno dei maggiori importatori mondiali di semi di soia e oli vegetali a causa dell’aumento del consumo di carne

Figura 2.7. Importazioni cinesi di olio di semi e oli vegetali (1990–2007, migliaia di tonnellate)

220 165 110

10.199

0 2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2008

2009

Produzione di burro

Produzione di formaggio

Consumo di burro

Consumo di formaggio

2010

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPR, World Agricultural Outlook 2011.

2011

2011

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, World Agricultural Outlook 2011.

35.042

55

2010

Stati Uniti

275

+2,45% NELLA PRODUZIONE E +2,88% NEI CONSUMI

2009

2008

2007

2006

2005

2004

2003

2002

2001

2000

1999

1998

1997

1996

1995

1994

1993

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI (Food and Agriculture Policy Research Institute), 2011.

1992

0

2001

1991

1990

20

Corea del Sud

1990

Brasile

2739

2710 1990

2007 Oli vegetali

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAO, 2007.

Oli di semi

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

80

43


Figura 2.9. Stock globali in relazione a produzione e consumo di riso, grano e mais (1999–2011, milioni di tonnellate)

L

Il livello delle scorte indica la capacità di offerta e la disponibilità futura delle materie prime

44

LA relazione tra il livello delle scorte e i prezzi alimentari

e scorte di commodity alimentari rappresentano la quota del raccolto destinata alla conservazione e non al consumo immediato. Le principali strutture di conservazione per cereali sono i silos, all’interno dei quali vengono garantite le condizioni necessarie per il mantenimento delle caratteristiche chimiche e nutrizionali delle materie prime immagazzinate. Il livello delle scorte delle principali commodity alimentari può essere considerato un indicatore valido per stimare la capacità di offerta attuale e soprattutto la disponibilità futura di queste materie prime. Fin dall’antichità la gestione delle scorte è sempre stata cruciale per la prosperità della popolazione: una lungimirante politica di accumulo nei periodi di buoni raccolti significava disponibilità sufficiente di cibo nei periodi di carestia7. Pertanto, il livello delle scorte ha una valenza precauzionale, da un lato, contro la volatilità dei raccolti e, dall’altro, riguardo al livello dei prezzi. Un buon livello di scorte permette in periodi di crisi di sostenere l’offerta introducendo nuovi volumi sul mercato e contribuendo a mantenere i prezzi stabili. In periodi di abbondanza, invece, è preferibile destinare quote del raccolto ai magazzini onde evitare sprechi e livelli troppo bassi dei prezzi. Per interpretare il comportamento dei prezzi nei mercati delle commodity e identificare le cause del loro andamento è importante comprendere quale relazione intercorra tra il livello delle scorte e i prezzi alimentari. Figura 2.8. Tasso di variazione medio annuo di produzione, consumo e livello delle scorte di riso, grano e mais (mondo, 2000–2011)

2,36% 0,75%

0,95%

0,93% Riso

150

450

100

400

50

350 99/00

00/01

01/02

02/03

03/04

04/05

05/06

06/07

08/09

09/10

10/11

700

250 200

650

150 600

45 100

550

50 0

500 99/00

00/01

01/02

02/03

03/04

04/05

05/06

06/07

08/09

09/10

10/11

Stock di grano

Consumo

Produzione

07/08

250

900

200 150

700

-0,7%

Mais

100 600

-3,4%

-3,5%

50 0

500 99/00

CAGR produzione

0

Stock di riso

Consumo

Produzione

07/08

800

2,44%

1,03% Grano

500

CAGR consumo

CAGR stock

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, 2011.

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

2.3 LIVELLO DELLE SCORTE

00/01

01/02

02/03

Produzione

03/04

04/05

05/06

Consumo

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, 2011.

06/07

07/08

08/09

Stock di mais

09/10

10/11


Figura 2.10. Correlazione tra stock-to-use ratio e livello dei prezzi del grano (1990-2012) 40%

$ 400

35%

$ 350

30%

$ 300

25%

$ 250

20%

$ 200

15%

$ 150

10%

$ 100

40%

$ 700

35%

$ 600

30%

$ 500

25% $ 400 20% $ 300

15%

$ 200

10% 5%

$ 100

0%

$0 99/00

00/01

01/02

02/03

03/04

04/05

05/06

06/07

Stock-to-use ratio riso

07/08

08/09

09/10

10/11

Prezzo medio del riso

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, 2011.

47

Figura 2.12. Correlazione tra stock-to-use ratio e livello dei prezzi del mais (1999–2011)

$ 250

35%

30% $ 200 25% $ 150

20% 15%

$ 100

10%

Stock-to-use ratio grano

Prezzo medio del grano

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, 2011.

11/12

10/11

09/10

08/09

07/08

06/07

05/06

04/05

03/04

02/03

01/02

00/01

99/00

98/99

97/98

96/97

95/96

94/95

$0 93/94

0% 92/93

$ 50

91/92

5%

90/91

46

esiste un Forte legame tra il livello delle scortee l’andamento dei prezzi

Figura 2.11. Correlazione tra stock-to-use ratio e livello dei prezzi del riso (1999–2011)

$ 50 5% 0%

$0 99/00

00/01

01/02

02/03

03/04

04/05

05/06

Stock-to-use ratio mais Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, 2011.

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Le scorte diminuite sono usate per soddisfare la crescente domanda

La figura 2.8. mostra come tra il 2000 e il 2011 il tasso di crescita annuale di produzione e consumo a livello mondiale sia stato disequilibrato. I consumi sono cresciuti mediamente più della produzione e per soddisfare la crescente domanda sono state utilizzate le scorte che, come mostra la figura, sono in diminuzione. La diminuzione delle scorte è un dato mediante il quale i mercati8 formulano le loro previsioni sul livello futuro dei prezzi e delle disponibilità fisiche. Sulla base di queste previsioni, gli Stati provvedono a modificare le proprie politiche commerciali operando attraverso dazi, sussidi o attingendo alle riserve a seconda delle necessità9. Il fenomeno della riduzione delle scorte negli ultimi anni è anche dovuto allo smantellamento dei piani d’intervento a sostegno dei prezzi in alcuni Paesi OECD e al grado di correttezza delle informazioni sui volumi immagazzinati nelle nazioni produttrici e consumatrici. Dai grafici riportati nella figura 2.9. si può notare come per tutte le commodity prese in considerazione si osserva un periodo di forte disequilibrio a favore del consumo tra il 2001 e il 2004, in corrispondenza del quale le scorte sono calate a livelli insufficienti per sopportare la crisi del 2007-2008. Il delta tra produzione e consumo si è poi orientato progressivamente verso un lento processo di ricostituzione degli stock, anche se le ultime osservazioni ne indicano una nuova riduzione. È utile ora valutare come si sono comportati i prezzi in corrispondenza dell’andamento delle riserve: la figura 2.10. mostra, nel caso del grano, la correlazione tra il rapporto stockto-use10 e il prezzo tra il 1990 e le stime per il 2012. A una riduzione delle scorte (che nel grafico è rappresentata da un’inclinazione negativa della curva stock-to-use) corrisponde un aumento nel livello dei prezzi come mostrato negli shock del 1995-1996 o del 2008-2009; al contrario, a un aumento delle scorte (che nel grafico corrisponde all’inclinazione positiva della curva stock-to-use) il prezzo tende a decrescere, come nel periodo 1996-2002. L’indice di correlazione mostra come tra le due serie vi sia una forte correlazione negativa (-0,73), il che suggerisce la presenza di un forte legame tra il livello delle scorte e l’andamento dei prezzi. La stessa relazione si può osservare anche per quanto riguarda il riso e il mais.

06/07

07/08

08/09

09/10

Prezzo medio del mais

10/11


produzione agricola mondiale, considerati i vincoli della crescente scarsità di risorse naturali a livello globale, riuscirà a tenere il passo con la forte crescita della domanda di prodotti alimentari? Quanto dovrà crescere la produttività agricola? La limitazione nella disponibilità delle risorse naturali, con particolare riferimento a input come l’acqua e i terreni coltivabili, rappresenta un vincolo molto importante alla crescita della capacità produttiva dell’agricoltura mondiale.

N

48 Il mondo di oggi è in grado di produrre cibo per tutti

tuttavia, I processi di distribuzione alimentare sono inadeguati

in futuro La produzione agricola mondiale riuscirà a bilanciare la crescita della domanda?

ei precedenti paragrafi sono state analizzate le principali variabili che influenzano le dinamiche della domanda di prodotti alimentari nel mondo, tanto nel breve quanto nel medio-lungo periodo. Tra queste ci sono i fenomeni legati all’evoluzione degli scenari demografici, al mutamento degli stili alimentari e allo sviluppo dei Paesi emergenti. Lo scenario qui presentato sembra, quindi, delineare un futuro caratterizzato da una forte crescita della domanda di beni alimentari a livello globale. Di conseguenza, dunque, l’offerta dovrà dimostrarsi in grado di compensare questo fenomeno di crescita della domanda: da un punto di vista puramente economico, quanto più l’offerta sarà in grado di modularsi e aggiustarsi per raggiungere una condizione di equilibrio di mercato, tanto più sarà possibile evitare situazioni di instabilità e quindi di estrema volatilità dei prezzi. Attualmente, l’inefficienza delle dinamiche economiche intrinseche nel mercato delle materie prime alimentari dal lato dell’offerta è da ricondursi a diversi fattori, ma non a una produzione agricola insufficiente: è stato stimato, infatti, che l’ammontare globale di calorie giornaliere prodotte per persona sia pari a 2720 kcal11. Da un punto di vista tecnico-quantitativo, quindi, il mondo di oggi è in grado di produrre abbastanza cibo per tutti, ma, come purtroppo dimostrato dai 925 milioni di persone denutrite al mondo, sono presenti delle forti inefficienze nel mercato. Tra queste, ad esempio, le problematiche legate all’accesso al mercato, lo spreco di beni alimentari tanto nelle fasi di produzione quanto in quelle di consumo12, l’inefficienza dei modelli e dei processi di distribuzione alimentare e gli stili alimentari del Paesi industrializzati. Tra i fattori sopra elencati, la causa principale degli squilibri sul versante dell’offerta è l’inadeguatezza dei processi di distribuzione alimentare, che sembrano prediligere la commercializzazione e la monetizzazione dei prodotti agroalimentari piuttosto che la valorizzazione della disponibilità e l’accesso al cibo da parte di tutte le fasce della popolazione. Basti pensare al paradosso secondo cui numerosi Paesi che da sempre rivestono una significativa importanza nella produzione agricola mondiale registrano un alto numero di persone denutrite: a tal proposito, infatti, si stima che circa il 75% dei Paesi che presentano fenomeni di denutrizione siano esportatori di cibo nel mondo13. Ne è un esempio l’India che, malgrado conti al suo interno circa 238 milioni di persone che vivono in condizioni di denutrizione, nel 2000 aveva destinato all’esportazione ben 60 milioni di tonnellate di cereali prodotti nel Paese. Tuttavia, anche se oggi la produzione di materie prime agricole può essere considerata teoricamente sufficiente a coprire il fabbisogno alimentare mondiale14, sorgono seri dubbi e preoccupazioni circa i potenziali sviluppi dello scenario agricolo e alimentare futuro. La

il vincolo della limitatezza delle risorse naturali

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

2.4 Produzione agricola e limitatezza delle risorse

49

Phil Schermeister/National Geographic Stock


Complessivamente, il nostro pianeta dispone di circa 1,4 miliardi di km3 d’acqua. Si stima, però, che solo poco meno di 45.000 km3 d’acqua (pari allo 0,003% del totale) siano teoricamente fruibili e solo 9-14.000 (pari a circa lo 0,001% del totale) siano effettivamente disponibili per l’utilizzo da parte dell’uomo, poiché di sufficiente qualità e a costi accessibili. Al momento, l’agricoltura irrigua impiega da sola circa il 70% dei consumi mondiali di acqua dolce15. L’attuale domanda d’acqua, già molto elevata, crescerà costantemente in futuro, provocando una progressiva scarsità, soprattutto in alcune aree del pianeta, e gravi conseguenze alla filiera agroalimentare. Come si può notare dalla figura 2.13., infatti, si stima che nel 2030 l’agricoltura rappresenterà ancora il comparto con il maggiore assorbimento di risorse idriche mondiali16. I dati relativi all’accesso all’acqua per il futuro non sono rassicuranti in quanto, a causa della crescita demografica, dell’elevato costo delle tecniche di irrigazione che spesso eccede le possibilità economiche dei piccoli agricoltori di molti Paesi in via di sviluppo, del permanere di pratiche di irrigazione inefficienti e della crescente competizione per l’utilizzo delle risorse idriche, si stima che una quota com-

Il degrado del suolo è un processo degenerativo di lungo termine della funzione e della produttività degli ecosistemi18. Si tratta di un impoverimento del terreno dal punto di vista della fertilità, che si manifesta principalmente attraverso fenomeni quali la desertificazione, l’erosione (esportazione graduale di suolo), la salinizzazione e la presenza di agenti inquinanti. Il processo di formazione e rigenerazione del suolo è molto lento e, per questo motivo, è considerato una risorsa essenzialmente non rinnovabile. Tra le principali cause del land degradation troviamo: il disboscamento e la deforestazione, l’estrazione delle sostanze nutritive del terreno agricolo, la conversione urbana, l’irrigazione e l’inquinamento. Inoltre, il degrado delle terre coltivabili è causato anche dall’inadeguata gestione del territorio, dallo sfruttamento intensivo dei terreni e dalle inadeguate tecniche d’irrigazione. Alcuni studi19, che hanno osservato il fenomeno lungo un arco temporale di 20 anni, sostengono che il degrado del territorio sia in continuo aumento e si stia progressivamente propagando in molte parti del mondo. Attualmente tale fenomeno interessa oltre il 20% di tutte le superfici coltivabili, il 30% delle foreste

Fonte: WBCSD, Facts and Trends - Water, cit.

Terreni agricoli (% sul totale dei terreni disponibili a livello globale) Fonte: FAO, http://faostat.fao.org/site/377/default.aspx

2008

Terreni agricoli (ettari pro capite)

Ettari pro capite

0,6 2004

33 2000

0,8

1996

34

1992

1,0

1988

35

1984

1,2

1980

36

1976

1,4

1972

2030

2020

2010

2000

1990

1980

1960 1970

Uso domestico

37

1968

Uso industriale

1,6

1964

Uso agricolo

51

38

1961

Totale di acqua utilizzata

e il 10% delle praterie. Inoltre, secondo altri studiosi20, ogni anno 20.000-50.000 km2 di terreni divengono inutilizzabili, con perdite 2-6 volte maggiori in Africa, America Latina e in Asia rispetto al Nord America e all’Europa. In conclusione, dunque, come è possibile notare dal grafico riportato nella figura 2.14., la quota di terreni destinati all’agricoltura ha subito un fortissimo ridimensionamento, generando notevoli ripercussioni sull’intera filiera alimentare. Le ripercussioni maggiori riguarderanno sempre più la produttività agricola; è importante ricordare infatti come erosione, desertificazione e salinizzazione abbiano impatti diretti sulle rese agricole. A seguito di tali fenomeni, infatti, la produttività di alcune aree si è ridotta del 50%. Ad esempio, in Africa, il continente più severamente colpito dal fenomeno21, le perdite variano in un range compreso tra il 2 e il 40%, con una perdita media stimata dell’8,2%, calcolata sull’intero territorio. A livello globale, poi, le ripercussioni del fenomeno hanno causato una perdita di produttività compresa in un range dell’1-8%, pari a una perdita annua di 400 miliardi di dollari22, ossia circa 70 dollari a persona.

Figura 2.14. La quota dei terreni agricoli ha raggiunto il picco % sul tot dei terreni disponibili

presa tra il 15 e il 35% degli attuali prelievi d’acqua per irrigazione in futuro non sarà più sostenibile17. Considerando che la resa delle terre coltivate è 2-3 volte superiore in quelle irrigate (il 20% circa della superficie mondiale a seminativo) – che garantiscono il 40% della produzione mondiale – rispetto a quelle che sfruttano esclusivamente l’apporto idrico pluviale (l’80% delle terre), appare ancora più evidente la criticità del fenomeno della scarsità dell’acqua. Il rapporto fra acqua e produzione agricola resta, dunque, una delle sfide più difficili per il futuro del genere umano, in quanto sarà di fondamentale importanza evitare un ulteriore peggioramento della già critica e inaccettabile situazione della denutrizione e della sete nel mondo. Considerato che la grande problematica della scarsità di risorse idriche (che già colpisce più di 1,2 miliardi di persone e ne interesserà oltre 1,8 miliardi nel 2025), appare indispensabile una riflessione approfondita finalizzata all’individuazione di un modello di crescita strutturale che dovrà essere perseguito con approcci intersettoriali e internazionali, soprattutto in funzione della sostenibilità della produzione agricola futura.

Figura 2.13. Il prelievo delle risorse idriche per tipologia di settore: le prospettive future

1950

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il degrado dei suoli

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte BCFN Index 2011

50

La scarsità dell’acqua, oggi e domani


Figura 2.15. La resa globale dei cereali23 (1961-2010)

3400

CAGR 1961-1990: +1,84% 2900

2400

CAGR 1991-2010: +1,22%

1900

2009

2007

2005

2003

2001

1999

1997

1995

1993

1991

1989

1987

1985

1983

1981

1979

1977

1975

1973

1971

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati The World Bank, luglio 2011.

© Corbis

1969

1967

1965

1963

1400 1961

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

52

la produttività agricola globale STA CRESCENDO MENO RAPIDAMENTE RISPETTO AL PASSATO

Pertanto, risulterà di fondamentale importanza la crescita della produttività agricola, ovvero la resa dei terreni utilizzati a fini agricoli, sia attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie sia attraverso la diffusione delle migliori pratiche e tecnologie agricole anche nel Paesi meno sviluppati. In generale, negli ultimi 50 anni la produttività agricola globale ha continuato a crescere, anche se a tassi decrescenti. Il motivo di questo rallentamento va individuato nella fine degli effetti della cosiddetta “rivoluzione verde”, dove l’introduzione e l’uso massiccio di tecniche agricole innovative (con particolare riferimento a pesticidi e fertilizzanti chimici) hanno portato la produttività a compiere un grande “salto in avanti” alla fine degli anni Sessanta/Settanta. Come si può osservare chiaramente dal grafico riportato nella figura 2.15., ad esempio, la resa dei terreni coltivati a cereali è cresciuta senza soluzione di continuità dal 1960, seguendo, però, due velocità diverse. Dagli anni Sessanta agli anni Novanta, infatti, il tasso medio annuo di crescita è stato superiore del 50% rispetto al ventennio successivo; oggi la produttività agricola, invece, sta crescendo meno rapidamente rispetto al passato, e, soprattutto, meno rapidamente della crescita della domanda. Anche nei prossimi anni è previsto un rallentamento simile, causato dalla mancanza di avanzamenti tecnologici rilevanti che rappresentano sempre di più, dunque, la vera sfida per garantire un’adeguata produzione agricola globale nel prossimo futuro.


2.5 Produzione di biocarburanti

Figura 2.17. Produzione mondiale di biodiesel per macro-aree geografiche (2005–2009, migliaia di barili/giorno) 173 155

113

la produzione di biocarburanti è in forte crescita

54

68

G

li obiettivi di sicurezza energetica e il problema dell’esaurimento delle fonti fossili di energia sono due fattori che hanno determinato una crescente attenzione verso le energie rinnovabili24, sia da parte dei Paesi occidentali che di quelli emergenti e in via di sviluppo. Tra le fonti di energia “verde”, la quota di produzione e consumo di biocarburanti25 è aumentata rapidamente negli ultimi anni e si prevede continui a crescere anche nel prossimo futuro. La produzione a livello globale dei biofuel è passata, infatti, in pochi anni dai 49,6 miliardi di litri del 2007 agli attuali 88,6 miliardi di litri del 201026. Questa crescita è stata trainata soprattutto da politiche energetiche nazionali e sovranazionali (come i mandati sulle quote di biocarburanti e i target di produzione di energie rinnovabili), da sussidi, sgravi fiscali e misure di protezione27. Inoltre, l’utilizzo dei biocarburanti non richiede particolari evoluzioni tecnologiche nell’ingegneria dei moderni motori, rappresentando così una facile alternativa ai combustibili fossili. Come si osserva nelle figure 2.16. e 2.17., lo scenario mondiale della produzione di biocarburanti si presenta diviso in due macro-aree: da un lato, ci sono i due grandi produttori di etanolo, Brasile e Stati Uniti; e dall’altro, i Paesi dell’Unione Europea dove, invece, si concentra la produzione di biodiesel, la cui materia prima di partenza (oli vegetali) proviene dall’Unione Europea, Brasile e Sud-est asiatico. I biocarburanti si possono dividere tra quelli di prima e seconda generazione.

48.457

Stati Uniti

2009 Brasile

Europa

Cina

2653

2094

1858

4573

2613

1647

3937

2052

24.900 1934

340

1900

24.500 2777

2008

2007

28.975

40.125

34.069 1694

300

1840

19.000 2159

24.600

Figura 2.16. Produzione mondiale di etanolo: i principali Paesi produttori (2007–2010, milioni di litri)

2010 Tailandia

Altri

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati USDE (United States Department of Energy), 2010.

58 34

1

2

6

0,3

2005

2

9

17

39

29

35

15 16

Centro e Sud America

2007 Asia e Oceania

4

3

1

0,3

2006 Europa

46

39

2008 Nord America

2009 Eurasia

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati USDE, 2009.

Secondo una definizione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), i biocarburanti di prima generazione sono tipicamente l’etanolo da zucchero di canna, da radici o mais e il biodiesel. Le materie prime impiegate nella produzione dei biocarburanti di prima generazione derivano dalla fermentazione di alimenti ad alto contenuto di zuccheri, quali saccarosio, radici (nel caso del biodiesel), oli da semi oleaginosi o frutti tropicali e grassi animali, che possono anche essere consumati come cibo o mangime per animali. I biocarburanti di seconda generazione sono, invece, prodotti da sostanze organiche non alimentari, quali cellulosa, emicellulosa o lignina. Presentano, quindi, caratteristiche di maggiore sostenibilità nella produzione rispetto a quelli di prima generazione. Tuttavia, la loro produzione è al momento molto più complessa e costosa e in un futuro prossimo la loro quota sul totale rimarrà piuttosto bassa: infatti, si stima che nel 2020 la produzione di etanolo di seconda generazione rappresenterà soltanto il 2,8% del totale28. Pertanto si può sostenere che oggi la crescente produzione di biocarburanti compete direttamente con l’utilizzo di materie prime nel settore alimentare e mangimistico. A tal proposito, si è riscontrato che, tra le commodity agricole, la produzione di biofuel impatta, in particolare, sulla domanda di grano, mais, zucchero e oli di semi. Infatti, nel triennio 2008-2010 la produzione di bioetanolo è stata realizzata principalmente con cereali grezzi e zucchero di canna, mentre quella di biodiesel da oli vegetali (il 90% della produzione di biodiesel è ottenuta mediante la lavorazione degli oli vegetali, così come l’etanolo è prodotto per il 55% da cereali grezzi e per il 35% da zucchero di canna)29. Alcuni dati sono utili a inquadrare la portata del fenomeno. L’ampio utilizzo del mais per la produzione di etanolo negli Stati Uniti determina importanti implicazioni su scala globale, rappresentando un terzo della produzione mondiale e due terzi dei volumi esportati.

I biocarburanti di prima e seconda generazione

La produzione di biofuel compete con la produzione di cibo

gli stati uniti utilizzano grandi quantità di mais

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

138

55


30 25 Percentuale di incremento

I biofuel avranno sempre più peso nella produzione mondiale di cereali, zucchero di canna e oli vegetali

la produzione di biofuel potrebbe contribuire seriamente alla crescita dei prezzi dei prodotti agricoli

Figura 2.18. Effetti di un incremento della domanda di prodotti agricoli per il biofuel del 30% e di un calo della stessa domanda del 15% sui prezzi dei prodotti agricoli nel triennio 2008–2009–2010

20 15

57

10

5 0 Grano

Riso

Mais

Oli vegetali

0 -2 Percentuale di riduzione

56

Tuttavia, l’ulteriore aumento dei volumi di biofuel potrebbe contribuire seriamente all’incremento dei prezzi delle commodity alimentari. La relazione tra produzione di biocarburante e prezzi dei prodotti agricoli è stata stimata dalla FAO, che ha calcolato gli effetti sui prezzi dei prodotti agricoli in seguito a un utilizzo maggiore o minore di biofuel, disegnando due scenari alternativi: - aumento del 30% della domanda di frumento, zucchero e oli vegetali per la produzione di biofuel; - riduzione del 15% della domanda di frumento, zucchero e oli vegetali per la produzione di biofuel. I risultati di tale stima sono rappresentati nella figura 2.18. dove si può noare che gli effetti maggiori in termini di variazione dei prezzi sono quelli relativi allo zucchero e al mais.

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

In Europa vengono impiegati soprattutto oli vegetali

Si calcola che nel 2010 gli Stati Uniti abbiano impiegato il 38,4% della produzione totale di mais per generare etanolo. Tra il 2004 e il 2007, l’utilizzo del mais per consumo alimentare è cresciuto a un tasso dell’1,5% annuo, mentre la quota destinata alla produzione di etanolo, nello stesso periodo, ha registrato un aumento del 36%. Un discorso analogo vale per la produzione di biodiesel per la quale, per esempio in Europa vengono utilizzate complessivamente 8,6 milioni di tonnellate di oli vegetali (circa il 3% della produzione mondiale). L’uso industriale degli oli vegetali è cresciuto del 15% su base annua nel periodo 2004-2008: un trend ampiamente superiore rispetto al tasso di crescita della produzione per uso alimentare dello stesso bene, pari al 4,2% nello stesso periodo. Al di là dei numeri relativi alla crescente quota di alcune produzioni agricole assorbita dal settore dei biocarburanti, il problema delle produzioni alternative di energia non si può circoscrivere esclusivamente alla quantità di raccolto impiegata nella produzione di combustibile, ma deve essere allargato anche alla quantità di terre che possono essere destinate o riconvertite esclusivamente alla produzione per l’industria del biofuel, in una logica di trade-off nell’utilizzo del suolo. Negli Stati Uniti si è assistito tra il 2001 e il 2007 a un’espansione del 23% delle aree destinate alla coltivazione del mais, in risposta all’aumento della domanda per la produzione di etanolo. A ciò è corrisposta una diminuzione del 16% delle aree destinate alla coltivazione di semi di soia, di cui si è ridotta la produzione, cosa che ha portato a un aumento del 75% dei prezzi relativi. Mentre negli Stati Uniti le coltivazioni di mais per scopi industriali crescono a scapito delle colture di semi di soia, in Europa e in altri Paesi esportatori l’olio di semi è sempre più spesso un sostituto del grano. L’espansione della produzione di biodiesel in Europa è diventata così una delle cause primarie del rallentamento della crescita delle coltivazioni di grano e frumento. Inoltre, i prezzi per l’olio di colza grezzo sono passati dai 660 $/metric tonn del 2004 agli oltre 1000 $/metric tonn del 2010. L’aumento dei prezzi dell’olio di semi sta portando a sostanziali modifiche della composizione agronomica delle coltivazioni, a favore dei semi di colza, di girasole e, specialmente nel Sud-est asiatico, di olio di palma. A partire dal 2010, i maggiori esportatori mondiali di grano hanno aumentato le aree destinate alla coltivazione di olio di semi del 36% (8,4 milioni di ettari), mentre quelle destinate alla coltivazione di grano sono diminuite dell’1%. I biofuel avranno sempre più peso nella produzione mondiale di cereali, zucchero di canna e oli vegetali. Nel 2020, per produrre etanolo saranno utilizzati il 12% della produzione globale di cereali grezzi (contro l’11% registrato tra il 2008 e il 2010) e il 33% della produzione di zucchero (contro il 21% attuale). Il 16% della produzione globale di oli vegetali sarà destinata alla produzione di biodiesel (contro l’11% attuale). Sempre nel periodo 2010-2020, alla produzione di biofuel saranno destinati il 21% della produzione globale dei cereali grezzi, il 29% di quella degli oli vegetali e infine il 68% di quella degli zuccheri30. Non è sicuro, però, che queste stime saranno confermate, in quanto non esistono certezze sull’andamento futuro delle produzioni di biofuel, poiché la sostenibilità economica dipende fondamentalmente dagli aiuti governativi e dalle politiche di supporto, nonché dalle politiche adottate dai Paesi sui temi della sostenibilità ambientale e dell’energia (politiche di approvvigionamento, accordi internazionali, fondi per la ricerca, impegno ecologico ecc.), dalla dinamica del prezzo del petrolio (il cui prezzo è tanto maggiore quanto sono maggiori gli incentivi di mercato allo sviluppo di forme alternative di energia) e dalla tecnologia che sarà disponibile in relazione a produzione e utilizzo dei biocombustibili (economicità delle produzioni, impatto ambientale degli impianti, sicurezza, efficienza ecc.).

-4 -6 -8

-10 -12 2008 Fonte: The State of Food and Agriculture in 2008, FAO, 2008.

2009

2010

Zucchero


58

Il legame tra la produzione di biocarburanti e il prezzo delle materie prime con cui vengono prodotti sembra essere confermato anche dai dati presentati nelle figure 2.19. e 2.21., che mostrano la relazione tra la produzione di etanolo e di biodiesel con il prezzo delle rispettive commodity (mais e olio di colza) negli Stati Uniti e in Europa. La figura 2.19. mostra un elevato grado di correlazione (0,9) tra l’andamento della produzione di etanolo e l’evoluzione dei prezzi del mais. La forte crescita nella produzione di etanolo traina l’aumento del prezzo del mais che costituisce l’elemento primario per la realizzazione del biocarburante. Essendo gli Stati Uniti i maggiori produttori di mais, un cambiamento nella destinazione d’uso così massiccio (+35% di incremento annuale di produzione di etanolo) ha determinato un’impennata dei prezzi, contribuendo così alla crisi dei prezzi del 2007-2008. Inoltre, l’effetto esercitato sul mais si riflette sull’intero comparto dei cereali, in quanto collegati tra loro da un buon livello di succedaneità nella produzione di alimenti per animali. Se si analizza il caso della produzione di biodiesel e del prezzo della colza, si nota anche in questo caso un evidente incremento del prezzo dell’olio di colza tra il 2000 e il 2007 (275%), avvenuto contestualmente all’introduzione e al rapido sviluppo della produzione di biodiesel. La figura 2.20. evidenzia la crescita dei prezzi reali anche di grano e semi di soia, dovuta alla sostituzione nelle coltivazioni. In Europa si sono registrati due dati importanti: la produzione di olio di colza è aumentata notevolmente con la messa in produzione del biodiesel (+78% tra il 2000 e il 2007, con un tasso di crescita annuale del 7%) e la quota della produzione di olio di colza destinata alla produzione di biodiesel è raddoppiata (nel 2010 l’84% della produzione di olio di colza in Europa è stata destinata a tal fine, contro il 41% nel 2005).

Figura 2.20. Andamento del prezzo di mais, semi di soia e grano (2000–2010) $ 600

$ 500

$ 400

$ 300

$ 200

$ 100

$0 2000

2001

2002

2003

Prezzo del grano $/metric tonn

2004

2005

2006

Prezzo del mais $/metric tonn

2007

2008

2009

2010

Prezzo dei semi di soia $/metric tonn

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, 2010.

59

Figura 2.19. Correlazione tra produzione di etanolo (milioni di galloni) e prezzo del mais ($/metric tonn) negli Stati Uniti (2000–2011) $ 250

14.000

Figura 2.21. Correlazione tra produzione di biodiesel in Europa (milioni di galloni) e prezzo dell’olio di colza nel mondo ($/metric tonn) 3500

$ 1600

3000

$ 1400

12.000 $ 200 10.000

$ 1200

2500 $ 150

8000

$ 1000 2000 $ 800

6000

$ 100

1500 $ 600

4000

1000 $ 400

$ 50 2000

500 $0

0 2000

2001

2002

2003

2004

2005

Produzione di etanolo

2006

2007

2008

2009

Prezzo del mais $/tonn

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, 2010.

2010

2011

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

la correlazione tra la produzione di biocarburanti e il prezzo delle materie prime con cui vengono prodotti

$ 200

0

$0 2000

2001

2002

2003

Produzione di biodiesel

2004

2005

2006

2007

2008

2009

Prezzo dell’olio di colza nel mondo ($/metric tonn)

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, 2010.

2010


Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

La jatropha, una nuova pianta energetica

La radice di cassava è stata per molto tempo un ingrediente importante e alla base di alcuni prodotti alimentari dell’uomo e dei mangimi animali. Nel 2010, il 98% del volume di cassava esportato dalla Tailandia (il maggiore esportatore mondiale) è stato destinato a un’unica nazione, la Cina, e per un unico fine, produrre biofuel. Il governo cinese, infatti, nel 2007 ha proibito l’utilizzo di cereali per la produzione di biocarburanti, preoccupato per le possibili ripercussioni sulla crescita dei prezzi e le possibili carestie nel proprio territorio. Gli scienziati cinesi hanno così sviluppato un processo per ricavare carburante dalla cassava, una radice in grado di garantire un buon ritorno energetico. Oltre a espandere la coltivazione domestica, la Cina ha iniziato ad acquistarne grandi quantitativi dalla Cambogia, dal Laos e soprattutto dalla Tailandia. Dal 2008 la quantità di cassava esportata dalla Tailandia è quadruplicata e il prezzo raddoppiato a causa della domanda cinese.

La jatropha è una pianta originaria del Sud America, dove sin dall’antichità era usata come medicinale antisettico. Nel sedicesimo secolo, quando approdarono sulle cose del Sud America, i commercianti portoghesi scoprirono la jatropha e cominciarono a trasportarla lungo le rotte commerciali in Asia e Africa, utilizzandola nei campi per difendere i raccolti dagli animali selvatici, in quanto tossica. Attualmente la jatropha cresce dalle foreste pluviali del Brasile alle isole Fiji. L’olio vegetale di jatropha, ottenuto spremendone i semi e non commestibile, fu usato largamente nel diciannovesimo secolo come olio per illuminazione. Grazie a questa sua peculiarità si diffuse largamente nei mercati del tempo, salvo poi essere abbandonato a favore della paraffina. I semi di jatropha contengono tra il 30 e il 38% di olio, non commestibile ma utilizzabile direttamente come comune combustibile, ovvero come carburante (previa semplice filtrazione) in motori diesel opportunamente progettati, oppure trasformabile in biodiesel e impiegabile in tutti i motori diesel senza dover apportare alcuna modifica specifica. La jatropha è stata spesso identificata come una fonte di sviluppo sostenibile per le popolazioni dei Paesi più poveri: permet-

© Corbis

Nel 2009 la quota di cassava impiegata per la produzione di etanolo è salita così al 52%, rispetto al 10% del 2008. Essendo la cassava una componente non essenziale per la dieta asiatica (al contrario, però, di quella di alcuni Paesi africani), la Cina ha ritenuto che la produzione di carburante da questa radice non avrebbe influenzato l’andamento dei prezzi dei beni alimentari, almeno sul suo territorio. Tuttavia, i problemi connessi a questa politica stanno emergendo rapidamente. Dal momento che la cassava era tipicamente utilizzata come mangime negli allevamenti, la nuova domanda per la produzione di biofuel sta causando un aumento del prezzo finale della carne e dei derivati del latte. Inoltre, incentivati dall’aumento del prezzo di questa materia prima, i Paesi del Sudest asiatico stanno sostituendo le coltivazioni di altri prodotti alimentari come riso e cereali con la cassava per sostenere la crescita della domanda cinese.

te, infatti, di produrre un combustibile di ottima qualità, a bassa viscosità, secondo solo all’olio di palma (la cui coltivazione richiede, invece, notevoli quantità di acqua). Questa pianta non compete con la produzione di generi alimentari poiché non è commestibile, richiede basse quantità di acqua, non sottraendo quindi acqua potabile all’uso umano, e cresce in zone aride dove comunque sarebbero possibili poche altre colture. Inoltre, per il fatto di potere essere coltivata in zone aride, la jatropha potrebbe ridurre anche la desertificazione e l’erosione dei suoli. La coltivazione su scala industriale è attualmente ancora agli albori, coprendo un’area complessiva di 900.000 ettari. Più dell’85% delle piantagioni sono in Asia, e specificamente in Myanmar, India, Cina e Indonesia. L’Africa detiene il 12% della produzione suddivisa tra Madagascar e Zambia; mentre la restante quota è situata in Sud America, e specificamente in Brasile. Si pensa che nel 2015 la coltivazione mondiale di jatropha raggiungerà la quota di 12,8 mil/ha. La FAO stima che l’Indonesia ne diventerà il più grande produttore in Asia con 5,2 mil/ha, che Ghana e Madagascar insieme raggiungeranno 1,1 mil/ha e il Brasile 1,3 mil/ha31.

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte BCFN Index 2011

60

La Cina e il caso della cassava

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62

Il cambiamento climatico minaccia la sostenibilità della produzione agricola futura

in 30 anni i prezzi dei cereali sono cresciuti del 18,9% per il solo effetto del cambiamento climatico

I

l fenomeno del cambiamento climatico è riconosciuto quale grave minaccia per la sostenibilità della produzione agricola futura a livello globale. Il cambiamento climatico agisce attraverso un duplice effetto: da un lato, si stima che l’aumento delle temperature nel medio-lungo termine provocherà una riduzione della produttività agricola e, quindi, contribuirà all’incremento dei prezzi delle commodity alimentari; dall’altro, l’intensificarsi di eventi climatici avversi – che causano imprevedibili perdite dei raccolti – inciderà sull’aumento della volatilità dei prezzi nel breve termine. In un recente studio32 è stato quantificato l’impatto del riscaldamento globale sulla produzione e sul prezzo dei cereali negli ultimi 30 anni. Si stima che – al netto di altri fattori come la competizione per l’uso del suolo e l’aumento della domanda – l’aumento delle temperature e le variazioni delle precipitazioni abbiano determinato una crescita dei prezzi dei cereali del 18,9% dal 1980 a oggi. In altri termini, in assenza del fenomeno del cambiamento climatico, oggi i prezzi delle commodity agricole sarebbero più bassi di circa il 20%. Dal 1980 a oggi i cambiamenti climatici hanno, infatti, ridotto del 3% la produzione mondiale di cereali: nel caso del grano e del mais l’impatto negativo è stato rispettivamente del 5,5 e del 3,8%, mentre per le altre colture (come soia e riso) il calo di resa in alcune zone è stato compensato da aumenti in altre aree. I Paesi più colpiti sono stati la Russia (dove si è registrata una riduzione del 15% nella produzione di grano), la Turchia e il Messico. Altre ricerche hanno stimato il possibile impatto che il cambiamento climatico potrebbe avere sulla produzione mondiale di cereali in futuro: specialmente nelle zone più povere del mondo, in cui la capacità di adattamento al cambiamento climatico è più bassa, si evidenzia una rilevante flessione nella produzione cerealicola, mentre in altre aree – come nei Figura 2.22. Impatto stimato del cambiamento climatico sulla produzione cerealicola mondiale (stime 1990–2080, variazione percentuale)

REGIONE Mondo Paesi sviluppati Paesi in via di sviluppo Sud-est asiatico Sud Asia Africa sub-sahariana America Latina

Paesi sviluppati e nelle nazioni del’America Latina – i dati suggeriscono un incremento di produzione cerealicola dovuto anche al fenomeno della carbon fertilization. Condizioni meteorologiche sfavorevoli (siccità, inondazioni, eventi estremi) e altre calamità naturali inaspettate hanno avuto un peso notevole sui raccolti cerealicoli nel periodo 2005-2010. Le conseguenze sulla produzione si manifestano in un aggravio del livello di incertezza presente sui mercati e in un innalzamento repentino delle quotazioni e della volatilità del mercato. Se questi eventi naturali hanno da sempre rappresentato un ovvio fattore di rischio per la produzione agroalimentare, se ne attende tuttavia un inasprimento sia in termini di frequenza che di severità a causa del cambiamento climatico in corso. In particolare, nell’ultimo biennio gli scarsi raccolti dovuti a eventi climatici avversi – come la siccità dell’estate 2010, prima, in Russia e, poi, in Argentina o le forti piogge in Canada e in Australia all’inizio del 2011 – hanno parzialmente contribuito all’attuale picco nel livello dei prezzi alimentari. Ad esempio, il fenomeno della “Niña”33 ha imperversato durante i primi mesi del 2011, causando inverni più freddi nell’emisfero Nord, siccità nel Sud degli Stati Uniti e un aumento delle piogge in Indonesia, Malesia e Australia. L’impatto della “Niña” potrebbe tradursi in una riduzione della produzione delle piantagioni nei principali Paesi produttori di materie prime alimentari, come nel caso dei semi di soia in Argentina e Brasile e di caffè in Colombia. Nella figura 2.23. si può osservare come, nell’ultimo anno, la crescita significativa dei prezzi dei cereali (approssimati dal FAO Cereal Price Index) sia stata tendenzialmente accompagnata dal verificarsi di condizioni meteorologiche avverse, che hanno determinato un impatto negativo sulla produzione agricola. Una serie di eventi avversi concentrati in soli 12 mesi hanno ridotto drasticamente le aspettative sull’aumento della produzione globale e sul livello delle scorte nel 2010, contribuendo così all’innalzamento del livello dei prezzi.

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati IFPRI (International Food Policy Research Insitute) e di Tubiello F.N., G. Fischer, 2007.

eventi climatici avversi più frequenti e intensi innescano la crescita dei prezzi

63

Figura 2.23. Andamento dei prezzi dei cereali (FAO Cereal Price Index, 100 = ottobre 2005) e principali eventi climatici (giugno 2010–aprile 2011) Ribasso sulle stime di produzione di semi di soia indonesiani a causa delle piogge eccessive

250 Forti piogge danneggiano i raccolti di grano in Australia

200

Forte siccità e grandi incendi hanno ridotto le aspettative di produzione di grano in Russia

VARIAZIONE 1990-2080 % da -0,6 a -0,9 da 2,7 a 9 da -3,3 a -7,2 da -2,5 a -7,8 da -18,2 a -22,1 da -3,9 a -7,5 da 5,2 a 12,5

il cambiamento climatico sarà responsabile di un calo della produzione globale di cereali

150 Le coltivazioni di grano rosso sono colpite da siccità negli Stati Uniti

Scarsi raccolti nelle regioni agricole cinesi; in India il Buona parte della freddo danneggia zona del grano rosso le coltivazioni di (Hard Red Winter) cereali negli Stati Uniti risente di scarse precipitazioni

Forti piogge e inondazioni distruggono le piantagioni di mais nella US Corn Belt

100 giu 2010

lug 2010

ago 2010

sett 2010

ott 2010

nov 2010

dic 2010

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati USDA e FAO, 2011.

gen 2011

feb 2011

mar 2011

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

2.6 CAMBIAMENTO CLIMATICO

apr 2011

mag 2011

giu 2011


Le politiche ex-post sono finalizzate alla riduzione delle perdite economiche e di benessere

64

gli interventi da parte dei governi saranno decisivi

Mustafiz Mamun/National Geographic My Shot/National Geographic Stock

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Le politiche ex-ante mirano alla differenziazione delle colture

Tenendo conto del perdurare del cambiamento climatico, i produttori, i consumatori e i policy-maker dovranno pertanto adottare scelte adattive per sostenere la produttività agricola. In letteratura sono state formulate alcune ipotesi per la costituzione di un sistema di misure e politiche adattive al problema del cambiamento climatico. Le politiche perseguibili possono essere di due tipi34: misure ex-ante, ovvero azioni volte ad anticipare e attutire l’effetto di eventi climatici avversi, e misure ex-post. Le politiche ex-ante si focalizzano principalmente sulla differenziazione delle colture, cercando di assecondare i cambiamenti climatici in atto in un determinato periodo di tempo. Una delle principali misure ex-ante, di difficile realizzazione a causa degli elevati costi connessi e della conseguente perdita di produttività, è la flessibilità delle colture. Inoltre, molti Paesi (tra i quali la Russia) hanno un gap di produttività ancora molto elevato rispetto all’Europa, Stati Uniti e Brasile, che potrebbe essere colmato attraverso lo sviluppo di buone pratiche di coltivazione. Si rivelano di più facile realizzazione, invece, le politiche ex-post, finalizzate ridurre la perdite economiche e di benessere causate da eventi climatici avversi. Alcune di queste strategie implicano la riduzione della liquidità e delle riserve di magazzino, il ricorso a crediti bancari o informali e la vendita di asset fondamentali. Purtroppo non tutte queste strategie possono essere adottate dai coltivatori e, in generale, non riescono a garantire la sicurezza alimentare e l’accesso al cibo. Nei Paesi più avanzati, da un lato, i coltivatori possono adottare sistemi di sicurezza sociale o fare ricorso ai mercati finanziari per assicurarsi contro i rischi della produzione o ricevere assistenza finanziaria dal governo che garantisca un livello sufficiente di offerta nei mercati interni. Dall’altro lato, i consumatori sono meno sensibili alle variazioni dei prezzi dovute a riduzioni di produttività per variazioni climatiche, seppur destinando una minor parte del loro reddito all’acquisto di beni alimentari. Nei Paesi poveri, invece, gli effetti di improvvise riduzioni di produttività agricola sono molto più drammatici proprio a causa della scarsità di misure preventive o assicurative. Inoltre, dal punto di vista dei consumatori, anche piccoli aumenti del livello dei prezzi possono tradursi in gravi disagi sociali. Di conseguenza, in assenza di interventi statali o di un sistema di sicurezza sociale, le politiche ex-ante possono prevenire il rischio di significative perdite nei periodi di scarsi raccolti, ma non costituiscono una base per generare reddito nei periodi favorevoli. Infatti, per difendersi dalla variabilità meteorologica i coltivatori avranno coltivato prodotti meno rischiosi (meno sensibili ai cambiamenti climatici), ma anche meno redditizi (come avena e orzo, tipicamente utilizzati come mangimi animali e con grande resistenza ai cambiamenti climatici). In generale, le politiche ex-post (come, per esempio, la liquidazione di asset fondamentali o di terre) comportano effetti benefici sul consumo nel breve periodo, ma finiscono per ridurre la capacità produttiva nel lungo periodo. Il cambiamento climatico genera dunque la necessità di risposte adattive da parte dei coltivatori, ai quali, a ogni variazione di fattori fondamentali (come il livello delle piogge e sbalzi delle temperature locali), si richiedono interventi per assicurare un livello sufficiente di offerta e mantenere, o gradualmente modificare, il livello corrente dei prezzi. Allo stesso tempo si rendono necessari interventi da parte dei governi nazionali, i quali dovrebbero intervenire per favorire, da un parte, l’adozione di politiche di adattamento ai cambiamenti climatici per contenere il fenomeno35 e, dall’altra, la diffusione di buone pratiche di coltivazione che mitigano gli effetti negativi delle variazioni climatiche. Uno studio dell’IFPRI36 stima che senza interventi governativi volti a sostenere politiche mitigatrici e flessibilità nelle coltivazioni, il prezzo del riso salirà del 31,2% entro il 2050, mentre quello del mais addirittura del 100,7%.


Il costo dell’energia incide sui costi operativi nel settore agricolo

250

$ 140 $ 120

200

$ 100 150

$ 80 $ 60

100

$ 40 50 $ 20 0

FAO Food Price Index

4/2011

1/2011

7/2010

10/2010

4/2010

1/2010

10/2009

7/2009

4/2009

1/2009

7/2008

10/2008

4/2008

1/2008

10/2007

7/2007

4/2007

1/2007

7/2006

10/2006

4/2006

1/2006

7/2005

10/2005

4/2005

1/2005

7/2004

10/2004

$0 1/2004

66

l’incremento del prezzo del petrolio incide su molte attività del ciclo produttivo

Figura 2.24. Correlazione tra il prezzo del petrolio e i prezzi alimentari (gennaio 2004– aprile 2011)

4/2004

L

a sicurezza nell’approvvigionamento di materie prime per la produzione di energia oggi è al centro dell’agenda dei policy-maker globali. In particolare, l’attenzione è focalizzata sul livello delle riserve di petrolio, che ha un mercato dominato da grandi giacimenti, 500 dei quali realizzano il 60% della produzione mondiale37. Il dibattito sull’effettiva disponibilità di petrolio nei prossimi decenni prospetta scenari differenti e contraddittori. Infatti, da un lato, recenti indagini delineano una progressiva riduzione della capacità dei giacimenti petroliferi globali: nel 2008, 580 su 651 tra i più grandi produttori di petrolio hanno dichiarato di aver superato il picco di produttività e stanno ora estraendo mediamente il 6% di petrolio in meno su base annua. A conferma di tale trend di contrazione nelle estrazioni di petrolio, uno studio indipendente realizzato dall’Università di Uppsala in Svezia38 ha stimato una riduzione nella produzione mondiale di petrolio da 84 milioni di barili al giorno del 2007 a 76 milioni di barili al giorno del 2030. Dall’altro lato, non mancano rilevazioni che attenuano il rischio dell’esaurimento nel breve termine delle riserve di idrocarburi fossili e l’avvento di nuove crisi petrolifere: negli scenari energetici fino al 2035 delineati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) si stima che la produzione globale non raggiungerà il picco entro tale data, mentre – qualora venga perseguito un percorso energetico improntato al contenimento dei gas a effetto serra nell’atmosfera – una domanda petrolifera più debole farà sì che il picco di produzione sia raggiunto poco prima del 2020 (a 86 milioni di barili al giorno) per poi cedere il passo a una riduzione sostenuta39. La recente crisi economica globale – che ha portato il prezzo del petrolio a 132 dollari al barile nel luglio 2008 – ha spinto i maggiori importatori a rivedere i propri piani energetici secondo logiche di conservazione, risparmio e maggior utilizzo di fonti alternative, cosa che, combinata con i dubbi sulla forza della ripresa economica, ha impedito che i prezzi raggiungessero nuovamente i massimi del 2008. Anche se la recessione globale ha, quindi di fatto, contribuito alla flessione dei prezzi del petrolio, una forte spinta al rialzo deriva dalla crescente domanda dei Paesi emergenti, aumentando così il gap tra domanda e offerta. In ogni caso, poiché la domanda di petrolio cresce a ritmi più elevati rispetto alla produzione, sia l’Agenzia Internazionale dell’Energia che l’Energy Information Administration statunitense (EIA) stimano che il prezzo del petrolio si attesterà nel 2030 intorno ai 190 dollari al barile a livello nominale (rispetto al valore attuale compreso tra i 115 e i 120 dollari). Il costo dell’energia è uno dei fattori che influenzano marcatamente i costi operativi nel settore agricolo. In particolare, l’incremento del prezzo del petrolio ha conseguenze su una serie di attività connesse all’intero ciclo produttivo della filiera agricola, dalla coltivazione dei campi alla logistica e distribuzione dei prodotti finiti.

Gli effetti si trasmettono – in modo diretto e indiretto – sul costo: - del carburante per la movimentazione di trattori e macchine agricole per le operazioni di semina, concimazione, diserbo, irrigazione, trinciatura e raccolta; - dei fertilizzanti, il cui incremento di prezzo incide notevolmente sui costi di produzione delle colture (e in particolare dei cereali, che maggiormente necessitano di apporti di fertilizzanti); - del carburante per il riscaldamento delle stalle, dei locali di essiccazione dei foraggi destinati all’alimentazione degli animali e delle serre; - dei servizi correlati al settore agricolo (incremento del costo della bolletta elettrica); - del carburante per i mezzi di trasporto di granaglie (autocarri, treni, navi ecc.) per la distribuzione di semilavorati e prodotti finiti. A riprova di ciò, come si osserva dalla figura 2.24., il grado di correlazione tra il FAO Food Price Index e il prezzo del petrolio su base mensile appare elevato (Indice di correlazione = 0,84).

Prezzo del greggio ($ al barile)

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAO e IMF, 2011.

In generale, è possibile osservare come i due picchi registrati tra il 1960 e il 2010 dal FAO Food Price Index aggiustato per l’inflazione (1971-1973 e 2001-2009) coincidano rispettivamente con la prima crisi petrolifera del 1973 e con l’inizio della crisi finanziaria globale iniziata nel 2007: in tali momenti storici, l’incremento dei prezzi può essere spiegato, quindi, anche dall’aumento del prezzo del petrolio e dal deprezzamento del dollaro40. In questo documento si è cercato di evidenziare, in particolare, l’importanza del nesso tra il costo dei fertilizzanti e l’andamento del prezzo del petrolio, con le conseguenti ricadute sul prezzo delle materie prime agricole. A livello globale, il consumo di fertilizzanti (azoto, fosforo e potassio) è aumentato tra il 2006 e il 2010 a un tasso medio annuo composto del 2%, attestandosi nell’ultimo anno a 175,3 milioni di tonnellate. Circa la metà della domanda mondiale di fertilizzanti è destinata alle colture di grano (15% sulla domanda totale del 2010), mais (14,6%), riso (14%) e soia (5,8%). In particolare, i consumi di fertilizzanti per le coltivazioni di soia e mais hanno registrato un trend rispettivamente pari al 3 e al 2,3% nel periodo 2006-2010.

il prezzo del petrolio incide direttamente sul costo dei fertilizzanti

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

2.7 Costo dell’energia e prezzo del petrolio

67


Figura 2.25. Andamento del FAO Food Price Index, 1961–2011 (2002–2004 = 100, valori aggiustati per l’inflazione) 400

350

Index (2002-2004 = 100)

250

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Figura 2.27. Principali consumatori globali di fertilizzanti (2010, migliaia di metric tonn)

200

28.866 150

19.800

16.988

100

11.584 8095

50

1516 Cina 2011

2009

2007

2005

2003

2001

1999

1997

1995

1993

1991

1989

1987

1985

1983

1981

1979

1977

1975

1973

1971

1969

1967

1965

1963

0 1961

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAO, 2011.

68 Figura 2.26. Andamento della domanda globale di fertilizzanti e destinazione d’uso (2006–2011, migliaia di metric tonn) 28.000

180.000

26.000

178.000

24.000

176.000

22.000

174.000

20.000

172.000

18.000

170.000

16.000

168.000

14.000

166.000

Stati Uniti

India

Unione Europea

Brasile

Russia

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, 2011 (stime per anno 2011).

Il fatto che molti fertilizzanti siano ottenuti direttamente dalla lavorazione dei gas naturali o del petrolio spiega ancora di più la stretta connessione tra l’aumento dei prezzi delle commodity alimentari e l’aumento del prezzo del petrolio, come si può notare dalla figura 2.28. Anche se fertilizzanti come il potassio e il fosforo non sono direttamente ricavati da fonti fossili, per la loro estrazione si rendono necessarie grandi quantità di energia, allineando quindi il livello dei prezzi di tali prodotti a quello del petrolio. Pertanto, l’elevato costo dei fertilizzanti incide sul prezzo finale dei prodotti agricoli (e, in modo indiretto, sui beni alimentari): nella figura 2.29. si mostra la correlazione tra il prezzo medio annuo del petrolio (Oil Price Index), l’indice del prezzo dei cereali (FAO Cereal Price Index) e i prezzi dei principali fertilizzanti (azoto e fosforo).

69

il costo dei fertilizzanti incide sul prezzo finale dei prodotti agricoli

Figura 2.28. Andamento del prezzo del petrolio e dei principali fertilizzanti (1991–2011, $/tonn) $ 250

$ 900 $ 800

$ 200

$ 700 $ 600

$ 150

$ 500 $ 400

$ 100

$ 300 12.000

164.000

10.000

162.000

8000

160.000

$ 200

$ 50

$ 100 $0

Domanda totale

Grano

Mais

Riso

Soia

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI, 2011 (stime per anno 2011).

Azoto $/tonn

Fosforo $/tonn

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati USDA e FAO, 2011.

Potassio $/tonn

Oil Price Index

2011

2010

2009

2008

2007

2006

2005

2004

2003

2002

2001

2000

1999

1998

2011

1997

2010

1996

2009

1995

2008

1994

2007

1993

2006

1992

$0 1991

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

300

Tra i maggiori utilizzatori di fertilizzanti vi sono economie emergenti come quelle di Cina (28,8 milioni di tonnellate, pari al 16,5% della domanda globale del 2010), India (9,7%) e Brasile (4,6%), a fianco di Stati Uniti (11,3%) e Unione Europea (6,6%). In termini di utilizzi, tra il 2006 e il 2010 la domanda di fertilizzanti in Brasile è cresciuta complessivamente a un tasso medio annuo del 5,7% (10,6% per il grano e 7,4% per la soia); al confronto, il tasso annuo di crescita negli Stati Uniti è stato pari al 3,2% (6,5% per il riso e 3,7% per il mais). Negli Stati Uniti il 50% dei fertilizzanti è destinato alle colture di mais, mentre nei Paesi europei prevale la destinazione alle coltivazioni di grano (39% del totale); tra i BRICS, il riso assorbe circa un terzo della domanda di fertilizzanti di India (39%) e Cina (32%), così come il Brasile destina il 43% dei fertilizzanti alle piantagioni di soia.


Figura 2.29. Impatto del prezzo del petrolio e dei principali additivi fertilizzanti sul prezzo dei cereali secondo i dati FAO (1991–2011) $ 900

$ 250

$ 800 $ 200

$ 700 $ 600

$ 150

$ 500 $ 400

$ 100

$ 300 $ 200

$ 50

$ 100

Azoto $/tonn

Cereal Price Index

Fosforo $/tonn

2011

2010

2009

2008

2007

2006

2005

2004

2003

2002

2001

2000

1999

1998

1997

1996

1994

1993

1992

$0 1991

$0 1995

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

70

Oil Price Index

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati USDA 2011, Oil Price Index 2011 e FAO, 2011.

2.8 Politiche commerciali

B

arriere commerciali e non commerciali (quali, restrizioni qualitative di natura fittizia, oppure controlli eccessivamente lunghi), politiche agricole e sussidi possono rappresentare un fattore distorsivo delle dinamiche tra domanda e offerta sul mercato delle commodity alimentari. Sul lato dell’offerta, ad esempio, negli ultimi anni i maggiori Paesi produttori di cereali (Cina, Unione Europea, Stati Uniti e India) si sono spesso orientati verso la riduzione dei quantitativi scambiati sui mercati internazionali. Tale scelta ha generato una significativa riduzione dell’offerta alimentare mondiale, che ha contribuito a incrementare sia la volatilità che il livello dei prezzi sul mercato. Inoltre, questo tipo di interventi, politici, è per lo più imprevedibile e porta di conseguenza all’aumento del livello di incertezza sull’andamento dei mercati. Anche altre politiche creano condizioni di restrizione dei flussi commerciali internazionali. Si pensi, per esempio, a tutte quelle attività volte a proteggere il proprio mercato domestico (dazi doganali, contingentamento delle importazioni e/o delle esportazioni) o, al contrario, a sostenerlo sullo scenario globale (sussidi alle esportazioni, accordi). L’imposizione di dazi/sussidi sulle importazioni (tasse/sussidi sui beni importati) o sulle esportazioni (pagamenti/prelievi fiscali ai produttori nazionali che vendono un bene all’estero) generalmente non ha lo scopo di influenzare le ragioni di scambio42 del Paese. Le motivazioni di simili interventi governativi, infatti, sono spesso legate a preoccupazioni relative alla distribuzione del reddito, alla protezione di settori ritenuti particolarmente importanti o all’equilibrio della bilancia dei pagamenti43. Ciò che caratterizza dazi e sussidi è il fatto che essi stabiliscono una differenza tra i prezzi a cui i beni sono scambiati sul mercato internazionale e i loro prezzi all’interno del Paese che li impone. Risulta chiaro quindi come queste politiche, attuate prevalentemente in risposta agli alti prezzi del cibo, siano volte a generare benefici diretti per il mercato domestico, ma al tempo stesso, vista la forte interrelazione tra i mercati, hanno la capacità di generare effetti e squilibri di breve termine sulle quotazioni mondiali. Inoltre, tali politiche generano spesso forti oscillazioni non prevedibili nel reddito dei produttori agricoli provocando, con un effetto a catena, ulteriori squilibri nell’offerta. Prezzi bassi portano benefici alla domanda (anche se spesso non vengono trasmessi ai consumatori e alimentano così soltanto opportunità speculative), ma deprimono la produzione agricola. Al fine di comprendere la relazione tra l’adozione di certe politiche commerciali e l’andamento dei prezzi, la figura 2.30. mostra l’andamento del FAO Cereal Price Index tra ottobre 2007 e aprile 2011 e alcune tra le azioni di politica commerciale messe in atto dai principali Paesi importatori ed esportatori di cereali.

alcune politiche commerciali possono avere effetti distorsivi sul livello dei prezzi delle commodity alimentari

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

l’andamento del prezzo del petrolio influenza anche la convenienza della produzione di biofuel

Il grado di correlazione tra l’indice dei prezzi dei cereali e i prezzi a valori reali di azoto e fosforo appare molto elevato (indice di correlazione = 0,91), poiché per propria natura la coltivazione di cereali richiede un ampio utilizzo di questi elementi. Una simile considerazione può essere fatta anche nel caso dell’Oil Price Index: la correlazione del prezzo di azoto e fosforo con il prezzo del petrolio è rispettivamente pari a 0,93 e 0,88. Anche la produzione di biocarburanti (come si è visto Paragrafo 2.5) è strettamente legata all’andamento del prezzo del petrolio. Le biomasse rappresentano, infatti, una delle possibili alternative per attenuare la dipendenza dalle fonti fossili per la produzione di energia, poiché possono essere portate allo stato liquido e utilizzate come carburante sostitutivo del petrolio. La produzione di biofuel innesca un effetto a catena legato all’andamento del prezzo del petrolio: quando aumenta il prezzo del petrolio, diventa più conveniente investire nella produzione di biofuel. A sua volta, la crescita della produzione di biofuel spinge la domanda di colture destinate a tale scopo (mais, canna da zucchero, colza, soia ecc.), amplificando così il fenomeno dello spostamento da colture destinate all’alimentazione umana e animale verso quelle di prodotti agricoli finalizzati alla produzione di biocarburanti e, allo stesso tempo, il fenomeno del cambiamento nel mix di coltivazioni. Se si considera, ad esempio, la produzione di bioetanolo, l’aumento della domanda di questo carburante fa crescere la domanda di mais e determina un aumento – in modo diretto – del prezzo dell’etanolo e del mais stesso. Tuttavia, gli effetti si trasmettono in modo indiretto anche sul resto della filiera agroalimentare, poiché la variazione del prezzo del mais induce aggiustamenti negli altri mercati/filiere agricoli (come, ad esempio, quella del grano, con cui il mais concorre per l’uso della terra, e dei prodotti degli allevamenti), generando infine una sistemica variazione dei prezzi dei prodotti agricoli e alimentari. Infine, appare opportuna una considerazione sul legame tra l’andamento del prezzo del petrolio, la ricchezza dei principali Paesi produttori (in primis, di quelli appartenenti all’OPEC41) e gli impatti sulla domanda globale di cereali. Quando il prezzo del petrolio aumenta, le nazioni in cui si concentrano le riserve di petrolio sono, infatti, in grado di influenzare significativamente la domanda acquistando ingenti quantità di prodotti alimentari sia per accrescere le proprie riserve, che per logiche speculative, oppure, come accaduto nel caso dell’“Arab Spring” (si veda il Paragrafo 2.11), per far fronte a disordini interni scatenati dall’aumento dei prezzi dei beni alimentari.

71

politiche locali possono determinare squilibri sui mercati globali


Figura 2.30. Politiche commerciali internazionali e FAO Cereal Price Index (ottobre 2007– aprile 2011) La Cina elimina i sussidi alle esportazioni

Restrizioni qualitative sulle esportazioni: Argentina, Ucraina, India e Vietnam

72

Riduzione delle tasse sulle importazioni: India, Indonesia, Serbia, Tailandia, Unione Europea, Corea Nuovo dazio alle e Mongolia esportazioni di grano in Russia

Acquisti a prezzi elevati: Marocco e Venezuela

apr 2011

feb 2011

dic 2010

diminuzione del rapporto stock-to-use

giu 2010

feb 2010

ott 2009

ago 2009

giu 2009

apr 2009

feb 2009

aumento del rapporto stock-to-use

dic 2008

ott 2008

ago 2008

giu 2008

apr 2008

feb 2008

dic 2007

ott 2007

diminuzione del rapporto stock-to-use

apr 2010

50 0

La Turchia riduce l’imposta sull’importazione privata di grano dal 130% a 0

Vendite di cereali record negli Stati Uniti

dic 2009

100

Tasse sulle esportazioni: Cina, Argentina, Russia Kazakistan, Malesia e Indonesia

Russia sospende tasse sulle importazioni

ott 2010

200

ago 2010

250

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su ricerca USDA e Cereal Price Index (FAO).

la risposta dei Paesi esportatori all’aumento dei prezzi

le politiche protettive dei Paesi importatori

Nell’autunno del 2007, a seguito di aspettative di ribasso dei futuri raccolti e di rialzo del livello internazionale dei prezzi, alcuni Paesi esportatori hanno modificato la direzione delle proprie politiche commerciali in modo da scoraggiare le esportazioni e favorire il commercio e il consumo interno. L’obiettivo è stato quello di aumentare l’offerta domestica e limitare l’effetto interno dell’aumento globale dei prezzi alimentari. Alcuni esempi44 di queste politiche commerciali sono l’eliminazione dei sussidi alle esportazioni, cosa che è avvenuta in Cina, per esempio, dove sono stati eliminati i rimborsi sulla tassazione sul valore aggiunto dei cereali esportati e prodotti. Altri riguardano l’inserimento di tasse all’esportazione: - la Cina, dopo aver eliminato i rimborsi delle tasse sul valore aggiunto, ha imposto una tassa sull’esportazione di cereali; - l’Argentina ha aumentato le tasse sull’esportazione del grano, mais, semi di soia, farina e olio di soia; - Russia e Kazakistan hanno aumentato le tasse sull’esportazione del grano; - Malesia e Indonesia hanno imposto tasse sull’esportazione di olio di palma. Altre misure di questo tipo sono rappresentate dalle restrizioni quantitative alle esportazioni (tetti volumetrici alle esportazioni) e dai divieti assoluti (ad esempio, Ucraina, Serbia e India hanno vietato le esportazioni di grano). All’inizio del 2008, anche i Paesi importatori hanno iniziato ad adottare politiche protettive, al fine di difendersi dall’aumento globale dei prezzi alimentari. Il loro obiettivo è stato quello di assicurarsi un livello sufficiente di scorte in modo da contenere l’aumento dei prezzi interni. Anche in questo caso sono elencabili alcune politiche adottate a tal fine. Alcuni Paesi hanno ridotto i dazi doganali alle importazioni: - India (farina); - Indonesia (semi di soia e grano); - Unione Europea (cereali); - Serbia (grano).

dopo la crisi del 2008 stiamo assistendo di nuovo a politiche commerciali distorsive

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

300

150

L’Algeria acquista 800.000 tonnellate di grano a 380$ alla tonnellata

L’Unione Europea sospende le imposte sulle importazioni di grano e orzo

Paesi come Marocco e Venezuela inoltre hanno acquistato commodity a prezzi elevati e sussidiato la loro distribuzione ai consumatori. Questi interventi di politica commerciale hanno condotto a un aumento generalizzato della domanda di commodity alimentari, che ha inciso sul livello dei prezzi già in ascesa. Specularmente, le politiche di restrizione delle esportazioni da parte dei Paesi esportatori, al fine di ridurre l’inflazione sui prezzi alimentari, hanno continuato a ridurre l’offerta mondiale. In questo modo, gli importatori hanno avuto meno risorse a disposizione e sono stati costretti a pagare prezzi sempre più elevati per garantire un sufficiente livello di scorte interne. Questo squilibrio tra domanda e offerta è stato una delle cause del picco dei prezzi alimentari durato fino all’aprile del 2008. Anche nel secondo periodo di forte incremento dei prezzi (giugno 2010-aprile 2011) numerosi Paesi hanno adottato politiche agricole e commerciali adattive, tra cui: - la fissazione di restrizioni alle esportazioni: la Russia, il settimo esportatore di grano al mondo nel 2010, il 4 agosto 2010 ha imposto un dazio alle esportazioni di grano a causa di scarsi raccolti e dell’aumento dei prezzi; - la riduzione o sospensione delle barriere alle importazioni: l’Unione Europea ha ridotto le imposte sull’importazione di grano e orzo e la Turchia ha azzerato la tassa sulle importazioni di grano del settore privato; - i sussidi al consumo di determinati beni: l’Algeria, primo importatore di grano al mondo, ha acquistato grandi quantit�� di grano a prezzi elevati, per poi rivenderle internamente a prezzi più bassi. Il fenomeno algerino, in parte dettato dalle sommosse interne, causate anche dalla crescente difficoltà di accesso al cibo, è noto come “Aggressive Buying Practices”45. In condizioni di incertezza sul futuro dell’offerta e dei prezzi dei beni alimentari globali, i Paesi importatori si trovano a doversi assicurare il giusto livello di risorse alimentari, contrattandone maggiori quantità con i Paesi esportatori. Quando la Russia, ad esempio, ha imposto restrizioni alle importazioni di grano, in un periodo di prezzi in crescita, gli importatori hanno iniziato a contrattare maggiori quantità. Ciò suggerisce che in condizioni di equilibrio, gli importatori contrattano quantità sufficienti in un orizzonte di breve periodo; mentre quando aumenta l’instabilità e l’incertezza, l’intervallo temporale aumenta. Un ulteriore esempio degli impatti negativi delle restrizioni dei mercati deriva dalle negoziazioni in corso del Doha Round. Si stima che un accordo di riduzione delle barriere al commercio internazionale sui prodotti agroalimentari genererebbe un incremento di circa 40 miliardi di dollari annui nelle esportazioni a favore dei Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, se da un lato un’apertura al commercio internazionale di tutti i Paesi rappresenta una scelta auspicabile e necessaria per alleviare gli effetti distorsivi di sussidi e misure protezionistiche, dall’altro non è in sé sufficiente, ma va accompagnata da politiche parallele di carattere economico e sociale che limitino i rischi di tale apertura, specialmente per le fasce più vulnerabili delle popolazioni. Durante la crisi dei prezzi alimentari del 2007-2008, le economie più colpite in termini di accesso al cibo sono state, infatti, quelle più aperte, proprio a causa dell’assenza di sufficienti reti di sicurezza economiche e sociali. Pertanto, un profondo ripensamento delle politiche commerciali, agricole e sociali a livello locale, nazionale e internazionale risulta essere di fondamentale importanza.

73

Durante la crisi dei prezzi alimentari del 2007-2008 le economie più colpite in termini di accesso al cibo sono state quelle più aperte


74

Il caso del riso è stato al centro dell’attenzione dei policy-maker asiatici nel periodo compreso tra il 2007 e il 2008. Una serie di eventi e decisioni di politica interna hanno portato a un aumento record delle quotazioni del cereale, causando seri problemi di accesso al cibo nei Paesi del Sud-est asiatico46. All’origine della crisi del prezzo del riso furono le preoccupazioni dei governi riguardanti le aspettative inflazionistiche

sui prezzi delle principali commodity alimentari. A luglio 2007, il Vietnam, secondo esportatore mondiale di riso, proibisce le esportazioni di riso a causa della scarsità delle scorte. Pochi mesi più tardi, il ministro delle finanze indiano annuncia il blocco delle esportazioni di riso non-Basmati (la migliore qualità di riso) per favorire il consumo interno e la ricostituzione delle scorte.

Figura 2.31. Volume delle esportazioni e livello dei prezzi del riso (1999–2011) Il riso “tenero” filippino supera i 700$/tonn 17.000

13.000

Il governo indiano sussidia il consumo interno di riso al posto del grano

9000

7000

3000

Il Vietnam riapre alle esportazioni

L’India vieta l’esportazione di riso non-Basmati

11.000

5000

* *

L’India restringe le esportazioni di riso Basmati

15.000

* * * *

Il Vietnam vieta nuove vendite

* * *

L’India raggiunge il livello di stocks record di 30M di tonn e riapre al commercio internazionale

$ 600

*

$ 500

*

*

$ 700

$ 400

$ 300

$ 200

$ 100

1000

-1000

$0 99/00

00/01

India

01/02

02/03

Pakistan

03/04

04/05

05/06

Tailandia

06/07

07/08

Vietnam

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI.

08/09

*

09/10

10/11

Prezzo medio del riso

Nei mesi successivi si registrano da parte dei Paesi importatori (in questo caso principalmente Cina, Filippine, Bangladesh ed Egitto) acquisti a prezzi elevati, che hanno contribuito a fare crescere il prezzo delle diverse tipologie di riso. A marzo 2008 il Ministro del Commercio tailandese annuncia che i prezzi avrebbero raggiunto la quota di 1000 $/tonnellata, scatenando politiche aggressive di acquisto da parte dei Paesi importatori. La crisi si è conclusa soltanto quando sia India che Vietnam hanno raggiunto la quota di riserve strategiche prestabilite e hanno abolito le restrizioni sulle esportazioni. Il caso del riso suggerisce una riflessione: fino al momento in cui l’offerta globale delle principali commodity alimentari non si attesterà a livelli ottimali (in grado di corrispondere la domanda a prezzi di equilibrio), gli importatori saranno preoccupati di assicurare la

disponibilità di beni alimentari primari nei propri mercati interni, adottando politiche di acquisto “aggressive”, mentre gli esportatori saranno preoccupati di limitare il rischio di crescita sui prezzi interni attraverso politiche di esportazione “conservative” (dazi o quote all’esportazione). Quando l’offerta globale si attesterà ai livelli di equilibrio, gli importatori non sentiranno il bisogno di acquistare extra-volumi a scopi precauzionali e i prezzi inizieranno a scendere. Minori acquisti ridurranno la domanda mondiale di importazioni e il livello dei prezzi, come si è verificato appunto dopo la crisi del 2008. Inoltre, è opportuno verificare che i prezzi di mercato all’origine siano sempre sufficientemente remunerativi da stimolare la produzione agricola sia in relazione ai costi di produzione che in relazione a coltivazioni concorrenti.

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte BCFN Index 2011

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il caso del prezzo del riso tra il 2007 e il 2008

75


crescita nella domanda di importazioni, contribuendo allo squilibrio tra domanda e offerta internazionale e a un surriscaldamento dei prezzi. La figura 2.32. mostra chiaramente la relazione inversa tra andamento valutario del dollaro e l’indice dei prezzi di tutte le commodity agricole e quello dei cereali47 tra marzo 2006 e giugno 2011, periodo che ha visto l’alternarsi di svalutazioni e rivalutazioni della moneta americana. Inoltre, non si può non tenere conto degli impatti dell’enorme volume di liquidità immessa dalla Federal Reserve nel sistema economico mondiale nell’ultimo decennio, attraverso le politiche di espansione quantitativa. Il denaro a basso costo, infatti, tende a spingere al rialzo i prezzi alimentari e a innescare fenomeni speculativi, dato che il cibo può essere considerato una commodity perfetta, in un mercato in disequilibrio. Per di più, tale liquidità si è diretta verso i Paesi emergenti, in Cina ad esempio, dove l’impatto inflazionistico è maggiore per via del cambio fisso.

N

Il dollaro americano è la moneta di scambio prevalente nel commercio agricolo mondiale

el commercio agricolo mondiale la moneta di scambio prevalente risulta essere ancora il dollaro americano. La moneta americana recentemente si è deprezzata significativamente nei confronti delle altre valute. La quotazione del dollaro ha favorito l’importazione delle materie prime alimentari per quei Paesi che hanno beneficiato degli apprezzamenti della propria moneta nazionale. Questa situazione, grazie anche al forte sviluppo delle economie emergenti, ha innescato una maggiore domanda di cibo da parte di questi Paesi e, successivamente, un rialzo dei prezzi dei generi alimentari nel medio termine da parte dei produttori agricoli. Si consideri, ad esempio, che a marzo 2011 gli Stati Uniti hanno esportato 8,5 milioni di tonnellate di grano, più del doppio della media degli ultimi 5 anni. In particolare, poiché gli Stati Uniti sono i principali esportatori di commodity agricole del mondo e molti prezzi sono denominati in dollari, il deprezzamento della valuta statunitense comporta un aumento del potere d’acquisto dei Paesi importatori che si traduce in una

Il deprezzamento del dollaro CAUSA crescita della domanda E rialzo dei prezzi dei generi alimentari

76

77

Figura 2.32. Tasso di cambio ¤/$ e Cereal e Food Price Index (marzo 2006–giugno 2011) 250

0,85 0,8

200 0,75 150

0,7 0,65

100

0,6 Tra marzo 2006 e novembre 2007, le esportazioni di cereali americane aumentano del 46%

50

A seguito del recente deprezzamento del dollaro le esportazioni americane crescono del 56%

Tra luglio 2008 e luglio 2009, le esportazioni di cereali americane calano del 29%

Food Price Index

Cereal Price Index

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati USDA, OECD e FAO.

5/2011

3/2011

1/2011

9/2010

11/2010

7/2010

5/2010

3/2010

1/2010

9/2009

11/2009

7/2009

5/2009

3/2009

1/2009

9/2008

11/2008

7/2008

5/2008

3/2008

1/2008

11/2007

9/2007

7/2007

5/2007

3/2007

1/2007

11/2006

9/2006

7/2006

5/2006

3/2006

0

Il denaro a basso costo tende a spingere al rialzo i prezzi alimentari e a innescare fenomeni speculativi

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

2.9 MERCATO DEI CAMBI

0,55 0,5

$/¤

Emory Kristof/National Geographic Stock


79

700.000 600.000 500.000 400.000 300.000 200.000

ott 10

feb 11

giu 10

feb 10

ott 09

giu 09

ott 08

feb 09

giu 08

feb 08

ott 07

giu 07

ott 06

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati Kansas City Board of Trade, 2011.

feb 07

giu 06

feb 06

ott 05

giu 05

ott 04

feb 05

giu 04

ott 03

feb 04

giu 03

ott 02

feb 03

giu 02

ott 01

feb 02

giu 01

100.000 ott 00

Due tipi di soggetti investitori: gli operatori commerciali e gli operatori non commerciali

Il volume di contratti futures scambiati

Figura 2.33. Volume mensile di contratti futures sul grano (febbraio 2000–febbraio 2011)

feb 01

Speculatori e investitori finanziari sono molto attratti dai contratti futures

giu 00

I futures rappresentano una “copertura” contro i rischi della fluttuazione dei prezzi

feb 00

78

I

l mercato delle commodity agricole è stato interessato negli ultimi anni da un crescente ricorso a strumenti finanziari, spesso complessi e articolati come i cosiddetti contratti “futures” o “a termine”, che sono arrivati a rappresentare un aspetto rilevante per i potenziali impatti sul settore alimentare. Un future può essere definito come uno strumento derivato, costituito da un contratto a termine relativo a un’operazione di acquisto/vendita di una merce (beni, materie prime o semilavorati) o a un’attività finanziaria sottostante (azioni, tassi di cambio, tassi d’interesse ecc.), in cui il momento della consegna è differito nel tempo e i diversi elementi del contratto (come quantità, specifiche qualitative, luogo e data di consegna ecc.) sono standardizzati, a eccezione del prezzo48. Implicando l’obbligo formale di vendere o comprare una determinata quantità di merce a un prezzo specifico e in un dato momento, questo tipo di contratti rappresenta per agricoltori e operatori una significativa difesa, o “copertura”, contro i rischi della fluttuazione dei prezzi: per il produttore di materie prime alimentari (come, ad esempio, il grano), il vantaggio di un contratto future consiste nella sicurezza di un prezzo fissato ancor prima di aver eseguito il raccolto o ancor prima di seminare. D’altro canto, però, si deve tener conto che solo il 2% dei contratti a termine si conclude con la consegna fisica della merce, poiché in genere questi sono negoziati prima della data di scadenza. Di conseguenza, questi contratti attraggono un numero crescente di speculatori e investitori finanziari, anche perché – soprattutto nei periodi di crescente inflazione – sono in grado di offrire profitti allettanti quando azioni e obbligazioni risultano investimenti poco attraenti. La speculazione nel mercato delle commodity gioca un ruolo rilevante nell’equilibrio macroeconomico e permette il trasferimento del rischio di prezzo da quanti hanno una maggiore avversione al rischio agli investitori più abili e orientati al rischio (i cosiddetti “speculatori”). Molto spesso le “posizioni” assunte sul mercato vengono velocemente invertite e diventa quindi importante saper distinguere tra due tipi di soggetti investitori: da un lato, i cosiddetti “operatori commerciali” (investitori commerciali con una alta avversione al rischio) e, dall’altro, gli “operatori non commerciali” (privi di interesse commerciale e con elevata propensione al rischio). Appartengono a quest’ultima categoria tanto i fondi comuni d’investimento49, che diversificano il proprio portafoglio includendovi futures di commodity e che operano secondo una logica di lungo termine, quanto speculatori aggressivi orientati maggiormente sul breve periodo per ricavare profitti dalle variazioni dei prezzi dei futures. L’azione congiunta di questi soggetti contribuisce all’efficace funzionamento del mer-

cato attraverso la quantità delle transazioni effettuate: la speculazione non è necessariamente dannosa per i propositi assicurativi, poiché può apportare liquidità per gli hedger (quanti praticano la copertura dai rischi di fluttuazione dei prezzi nel mercato, o hedging), dato che gli speculatori si assumono rischi che i distributori commerciali non sono disposti a prendere. Produttori, utilizzatori e trader hanno quindi la possibilità di utilizzare le informazioni generate dal mercato dei derivati per una più efficiente allocazione di beni. Un indicatore del livello di speculazione all’interno del mercato può essere offerto, oltre che dalla crescita dei Commodity Index Fund50, dal rapporto tra il numero di investitori non commerciali e la totalità di attori sul mercato. Tale indice è cresciuto tra il 2006 e il 2008, e nel caso del mais è passato da una media di 0,29 nel 2005 a 0,49 nei primi cinque mesi del 200851. Per apprezzare l’entità e l’evoluzione della speculazione nel mercato delle commodity agricole si possono analizzare due indicatori: - la quantità di contratti futures scambiati (volume); - l’ammontare di open interest. Il volume di contratti futures scambiati mensilmente è un indicatore che cattura il numero totale di scambi di commodity, aggregando contratti con scadenza diversa. Il grafico riportato nella figura 2.33. mostra i volumi scambiati sul mercato del grano presso il Kansas City Board of Trade (KCBT), una delle principali piazze mondiali di scambio di futures e opzioni delle commodity agricole52. I dati mostrano come i contratti futures sul grano siano aumentati significativamente negli ultimi anni: tra il 2004 e il 2006 il volume degli scambi dei futures sul grano è aumentato del 30%, similmente a quanto avvenuto anche per altri beni alimentari come mais (+60% nel periodo 2005–2006) e riso (+40%)53. Per quanto riguarda il grano, nell’ultimo periodo osservato si rileva una nuova tendenza di rialzo, in considerazione del fatto che nel mese di ottobre generalmente si chiudono i contratti e avvengono gli scambi fisici delle merci. Una ragione dell’aumento delle contratta-

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

2.10 speculazione sui mercati delle commodity alimentari


Figura 2.34. Open interest sul grano (febbraio 2000–febbraio 2011) 250.000 200.000 150.000 100.000 50.000

80 ott 10

feb 11

giu 10

ott 09

feb 10

giu 09

ott 08

feb 09

giu 08

ott 07

feb 08

giu 07

ott 06

feb 07

giu 06

ott 05

feb 06

giu 05

ott 04

feb 05

giu 04

ott 03

feb 04

giu 03

feb 03

ott 02

giu 02

ott 01

feb 02

giu 01

ott 00

feb 01

giu 00

feb 00

0

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati Kansas City Board of Trade, 2011.

Figura 2.35. Andamento dei volumi di contratti futures scambiati e del prezzo del grano (2000–2011) 6.000.000

$ 400 $ 350

5.000.000

$ 300 4.000.000

$ 250

3.000.000

$ 200 $ 150

2.000.000

$ 100 1.000.000 0

$ 50

00/01

01/02

02/03

03/04

04/05

05/06

Volume dei futures sul grano

06/07

07/08

08/09

09/10

10/11

$0

Prezzo medio del grano

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAPRI e USFCTC (U.S. Futures Commodity Trade Commission), 2011.

Pertanto, resta da testare il grado di correlazione tra ciò che può indicare il livello di speculazione e il prezzo delle commodity alimentari. Dalla figura 2.35. emerge come la correlazione sia marcata fino al 2006 (R = 0,82 nel periodo 2000-2006), quando, da un lato, si è riscontrata una grande quantità di long position detenute dagli Index Fund56 e, dall’altro, si è sviluppato ulteriormente il mercato delle contrattazioni telematiche dei futures57. A seguito della crescita continua degli scambi telematici, il volume di contratti futures scambiati aumenta vertiginosamente e inizialmente non ha una alta correlazione con il prezzo del grano (R = 0,2). Il nesso di causa-effetto tra cambiamento delle posizioni detenute e andamento dei prezzi delle commodity alimentari è oggetto di numerosi studi sulla relazione tra attività speculativa sui mercati dei futures e aumento dei Food Price. Le analisi statistiche sinora condotte hanno evidenziato come risulti difficile dimostrare che vi sia una relazione diretta tra le due variabili58. Come si è visto nel Capitolo 1, un altro fenomeno verificatosi nelle due crisi alimentari di inizio millennio, è quello delle volatilità dei prezzi delle commodity. L’effetto della volatilità sull’economia reale è destabilizzante, poiché accresce l’incertezza sul livello futuro dei prezzi. Tuttavia, le cause alla sua origine sono ancora incerte e oggetto di dibattito. Alcuni economisti sostengono che non si possa assegnare al mercato dei futures un ruolo destabilizzante in quanto per definizione il mercato reagisce a segnali esterni e contribuisce al raggiungimento di un prezzo di equilibrio. In questo modo, però, non si tiene conto della presenza di grandi investitori con significativi patrimoni finanziari ed elevato potere di mercato. Il trend crescente di una determinata commodity potrebbe generare un volume elevato e continuo di acquisti legati alle percezioni e alle aspettative, che andrebbero a distorcere la normale conformazione dei prezzi come risultato dei cosiddetti fondamentali (stock, produzioni, consumi, import-export). Gli Index Fund sono un esempio di grandi investitori in grado di influenzare l’andamento del mercato: oltre a iniettare grandi quantità di liquidità, detengono i contratti per lungo tempo, cosa che potrebbe alterare la dinamica tra domanda e offerta dal lato dell’offerta, facendo crescere i prezzi. Allo stato attuale, non è comunque possibile, dal punto di vista empirico, poter dimostrare la relazione tra attività speculativa sul mercato dei derivati e la volatilità dei prezzi alimentari, come emerge anche dai numerosi e autorevoli studi condotti in letteratura. Inoltre, si deve constatare che fenomeni di alta volatilità sono presenti anche su commodity non trattate sul mercato dei derivati. D’altra parte, lo scambio di futures non porta alla formazione di prezzi di equilibrio, poiché ogni contratto può essere replicato infinite volte in modo tale che, per qualsiasi livello di domanda, ci sarà sempre un livello corrispondente di offerta – a differenza di quanto si verifica sul mercato reale.

la correlazione tra il livello di speculazione e il prezzo delle commodity alimentari rimane incerta

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

gli open interest

zioni e dell’impatto sul livello dei prezzi delle commodity la si può ritrovare nella partecipazione sempre più attiva da parte degli speculatori nel mercato delle commodity alimentari. Il secondo indicatore è dato dagli open interest che rappresentano il numero di contratti futures non ancora conclusi (ovvero non ancora compensati da una posizione opposta o con la merce ancora da consegnare): ogni volta che un operatore di mercato prende una posizione54, si genera immediatamente una posizione aperta che durerà fino a quando il trader stesso non prenderà una posizione opposta o fino alla scadenza del contratto55. Come indicato nella figura 2.34., anche l’ammontare degli open interest è in crescita e, nel caso del grano, tra il 2005 e il 2006 si è assistito a una crescita del 60%, mentre tra il 2007 e il 2008 si è registrato un decremento a causa della crisi finanziaria. Il trend di crescita è ripreso nel 2009 per attestarsi al massimo storico nel mese di ottobre 2010 (+125% rispetto a ottobre 2008). I dati sugli open interest possono riflettere l’entrata di speculatori di medio e lungo termine nel mercato delle commodity.

81 gli Index Fund sono un esempio di grandi investitori in grado di influenzare l’andamento del mercato


82

Pur traendo le sue origini nel Giappone del XVII secolo, il mercato dei futures – attraverso una serie di sviluppi tecnologici, storici e legislativi – si diffonde a Chicago nella prima metà dell’Ottocento59. Attorno al 1840, gli agricoltori dell’Illinois ottenevano, infatti, grandi raccolti di grano da destinare all’alimentazione umana e di mais per l’allevamento animale. La parte del raccolto non consumata veniva chiusa in sacchi e spedita via battello o su carri a Saint Louis o a Chicago. I commercianti in città estraevano campioni di raccolto dalle diverse piantagioni degli Stati Uniti e ne determinavano il prezzo attraverso contrattazioni sul posto (spot). Il mercato cosiddetto “sackbased” (ovvero basato sui sacchi di grano in eccedenza) era, di conseguenza, estremamente costoso a causa del trasporto via mare o via carro e della gestione fisica dei sacchi. A partire dal 1848 furono introdotte due innovazioni che modificarono radicalmente il modo di condurre gli scambi: lo sviluppo della rete ferroviaria intorno a Chicago – che diede la possibilità di espandere le coltivazioni e, quindi, di trasportare l’offerta di grano – e l’introduzione dei montacarichi a vapore, che migliorarono la capacità di gestione delle merci in città. Inoltre, per aumentare l’efficienza vennero eliminati i sacchi in modo da poter vendere il grano all’ingrosso. Nel 1848 venne istituito il CBOT (Chicago Board of Trade), un’associazione privata finalizzata a promuovere il commercio, dapprima, generale e, dagli anni Cinquanta dell’Ottocento, focalizzata sul commercio del grano. Tra il 1853 e il 1856 la quantità di grano destinata a Chicago triplicò e nel 1856 il CBOT iniziò a distinguere le tipologie e la qualità dei cereali, identificando tre tipologie di grano. Inizialmente si verificarono dei problemi, poiché le merci venivano vendute mischiate e non più distinte per luogo di origine. Il grano cambiò la propria natura

commerciale, passando da prodotto di singoli agricoltori a commodity. Inoltre, grazie alla diffusione del telegrafo, le informazioni sui prezzi iniziarono a muoversi molto più velocemente delle merci (che impiegavano settimane a giungere nel luogo di scambio), portando alla nascita dei contratti “to arrive” (in base ai quali la consegna della merce era posticipata alla stipulazione del contratto). In questo modo, acquirenti e venditori stabilivano un prezzo al quale sarebbe corrisposto uno scambio in una certa data, riducendo così il rischio di prezzo per entrambi. Le banche si interessarono immediatamente a questo nuovo tipo di contratti e iniziarono a prestare denaro e a utilizzare come garanzia il contratto “to arrive” precedentemente stipulato. In seguito anche gli speculatori – ovvero coloro che non erano né produttori né acquirenti di grano – iniziarono a comprare e a vendere i contratti in base alle stime sull’andamento futuro del livello dei prezzi, contribuendo a rendere il mercato molto più liquido per coltivatori e acquirenti. Mentre i contratti “to arrive” richiedevano la consegna delle merci, gli speculatori iniziarono a corrispondere o a ricevere la differenza monetaria tra il prezzo a contratto e il prezzo di mercato alla scadenza, senza la realizzazione fisica dello scambio. Nel 1856 il CBOT creò i contratti “futures”, regolamentando e standardizzando i contratti “to arrive”. Secondo le stime dell’epoca, nel 1875 il giro d’affari dei futures era dieci volte superiore a quello delle merci fisiche, mentre nel 1887 il rapporto tra contratti futures e contratti di scambio tradizionali era 20 a 1. Il CME Group (Chicago Mercantile Exchange), nato da una serie di fusioni e acquisizioni tra piccole organizzazioni, deve la sua attuale conformazione alla fusione con il CBOT nel 200760 e alla successiva acquisizione del NYMEX Holdings nel 2008.

Lynn Johnson/National Geographic Stock

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il mercato dei futures e il Chicago Board of Trade: origini ed evoluzione


La crisi alimentare è alla base delle recenti rivolte in africa e asia

R

ecentemente abbiamo assistito a diverse rivolte popolari causate dell’aumento dei prezzi del cibo nei Paesi meno sviluppati. Le cosiddette “rivolte del pane” dilagano partendo dal crescente impoverimento dei ceti medio-bassi della popolazione. Un numero sempre più alto di persone pretende, come esigenza vitale, il mantenimento di prezzi sovvenzionati per molti beni essenziali, a partire dal pane e dai prodotti alimentari di base, in un contesto in cui, però, e con sempre maggiore frequenza, molti Paesi devono far fronte a bilanci fortemente impoveriti dalla crisi finanziaria generalizzata cercando di tagliare queste voci sempre più onerose. Per milioni di abitanti, soprattutto nel Terzo mondo, ogni aumento anche minimo di prezzi e tariffe significa intaccare redditi ormai ridotti all’osso. In particolare, in concomitanza con la crisi alimentare che ha raggiunto il suo apice a metà del 2008, quando i prezzi del cibo sono aumentati del 51% in un solo anno61, abbiamo assistito all’esplosione di diverse rivolte in molti Paesi africani e asiatici (figura 2.36.). Figura 2.36. Principali rivolte (tra parentesi il numero di vittime) e andamento del FAO Food Price Index e del prezzo del greggio (2004-2011)

Haiti (5), Egitto (3) Costa d’Avorio (1)

250

200

Tunisia (1) India (1) Sudan (1)

Mauritania (2) India (4) Somalia (5)

150

Bahrain (31) Marocco (5) Iraq (29) Yemen (800 +) Algeria (4) Siria (900+) $ 140

Somalia (5)

Sudan (3) Camerun (40) Yemen (12)

Egitto (800+)

$ 120

Libia (10.000+) Tunisia (300+)

$ 100

Mozambico (13)

$ 80 Burundi (1)

$ 60

100

$ 40 50

$ 20 $0

Prezzo del greggio

Fonte: rielaborazione di The European-House Ambrosetti su dati FAO e Reuters, 2011.

4/2011

1/2011

10/2010

7/2010

4/2010

1/2010

7/2009

10/2009

4/2009

1/2009

10/2008

7/2008

4/2008

1/2008

7/2007

FAO Food Price Index

10/2007

4/2007

1/2007

7/2006

10/2006

4/2006

1/2006

7/2005

10/2005

4/2005

1/2005

7/2004

10/2004

4/2004

0 1/2004

84

il fenomeno delLe “rivolte del pane”

L’“Arab Spring”

Storicamente è possibile ricondurre le rivolte popolari al livello dei prezzi dei cibo

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

2.11 dinamiche geopolitiche

Tra la fine del 201062 e la prima parte del 2011, ha preso avvio il fenomeno noto come “Arab Spring”, una serie di tumulti e agitazioni attualmente in corso nelle regioni del Medio Oriente e Vicino Oriente e del Nord Africa, che hanno generato violente rivolte in Algeria, Tunisia, Egitto, Libia e Siria e la deposizione di regimi storici come quelli di Ben Ali in Tunisia e Mubarack in Egitto. Le cause che hanno portato alle proteste sono numerose e comprendono la corruzione, l’assenza di libertà individuali, la violazione dei diritti umani e le dure condizioni di vita, che in molti casi riguardano o rasentano la povertà estrema. Tuttavia, anche l’aumento del prezzo dei generi alimentari e della fame è considerato una delle principali ragioni del malcontento. La correlazione tra gli eventi della prima parte del 2011 e il livello dei prezzi delle commodity alimentari resta, però, ancora un’ipotesi al vaglio degli studiosi di geopolitica, in quanto rimane difficoltoso isolare un fenomeno sistemico e di mercato come l’aumento dei prezzi dei beni alimentari e studiarne l’effetto sui cambiamenti politici e sociali. Tuttavia, le rivolte riconducibili a shock derivanti dal livello dei prezzi del cibo sono state molto frequenti negli ultimi secoli. Uno studio di Rudé (1964), per esempio, analizza l’andamento del prezzo del cibo e dei fattori a esso interconnessi nel periodo tra il 1709 e il 1789. Lo studio, infatti, evidenzia come proprio nel 1709 in Francia ebbe inizio un periodo di estrema scarsità nei raccolti e di eventi climatici avversi che portarono a una crescente domanda di grano inglese, scatenando un brusco aumento nel livello dei prezzi internazionali. I fenomeni di scarsità e prezzi elevati si accentuarono tra il 1775 e il 1785, fino all’esplosione delle rivolte popolari che portarono alla Rivoluzione francese. Ciò che successe in Francia prima della grande rivoluzione può essere adottato come uno schema interpretativo per comprendere meglio le cause e gli effetti destabilizzatori che si sono manifestati e si manifesteranno a seguito degli eventi in Medio Oriente. I Paesi della zona interessata dalle principali rivolte di questo “Arab Spring” (Egitto, Tunisia, Algeria, Yemen, Siria, Libia, Arabia Saudita, Bahrein) hanno caratteristiche comuni sul piano della domanda e dell’offerta di cibo. Con una naturale scarsità di risorse fondamentali quali terra arabile e acqua, la regione del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA) presenta il livello di importazioni pro capite più alto del mondo, che si attesta tra il 25 e il 30% del consumo totale interno63. In Egitto, le famiglie spendono in media il 40% del proprio reddito in beni alimentari, l’inflazione globale è stata del 20% tra il 2010 e il 2011 e alcuni prodotti hanno subito un aumento del prezzo di dieci volte. Inoltre, 40 milioni di egiziani (su 84 milioni) si affidano al sistema di sussidio statale per il pane, un sistema che negli ultimi anni è stato fortemente criticato dall’opinione pubblica a causa dell’elevato tasso di corruzione. L’“Arab Spring”, oltre ad annoverare tra le proprie cause l’incremento dei prezzi dei beni alimentari, sembra rappresentare esso stesso un fenomeno in grado di amplificare questo problema e scatenare un ulteriore inasprimento nella crisi dei prezzi del cibo mondiale attraverso l’attivazione di due variabili (già descritte nei precedenti paragrafi): l’aumento del prezzo del petrolio e le politiche di “Aggressive Buying” messe in atto dagli Stati a rischio di sommosse popolari. La figura 2.37. mostra come nel periodo compreso tra l’inizio e l’intensificarsi dell’“Arab Spring”, il prezzo del petrolio sia aumentato del 2,3% medio su base mensile, soprattutto a causa del fatto che nell’area interessata da disordini e tensioni si estraggono grandi quantità di greggio e gas. Con esso anche il prezzo dei cereali, già elevato, ha continuato a crescere a un tasso mensile medio dell’1,6%, con un picco registrato ad aprile poco dopo il “giorno della rabbia in Medio Oriente”. Nel periodo considerato la correlazione tra le due variabili è stata dello 0,82. Questo dato può essere letto come una conferma (rispetto a quanto già descritto nel Paragrafo 2.7) di un’elevata correlazione (anche se esercitata in modo indiretto) tra prezzo del petrolio e andamento del prezzo dei cereali, considerato anche che si è verificata in un periodo di tempo

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In Egitto, le famiglie spendono in media il 40% del proprio reddito in beni alimentari

Aumento del prezzo del petrolio e politiche di “aggressive buying” messe in atto dagli Stati a rischio di sommosse popolari


86

Figura 2.37. Principali eventi dell’“Arab Spring”, andamento del prezzo del greggio e FAO Cereal Price Index (2011)

Ben Ali fugge in Arabia Saudita attraverso Malta

Dopo 18 giorni di proteste di massa, il vice presidente egiziano dichiara la resa di Mubarak e la fine del regno

21 morti in Egitto dopo scontri con la polizia, Mubarak annuncia forti repressioni delle proteste 240 230 220

Giorno della rabbia in Medio Oriente in molti Paesi dell’area

Inizio dei tumulti in Tunisia in seguito al suicidio dello studente Mohamed Bouazizi

210 200 190 180 170 160

Inizio della Operation Odissey Dawn in Libia, la più grande offensiva contro un regime arabo, da parte di Paesi occidentali dopo quella del 2003 contro l’Iraq

*

* * * 10/2010

11/2010

Inasprimento delle repressioni in Siria da parte dell’esercito

* * * * * *

$ 110

$ 90

$ 70

12/2010

1/2011

2/2011

Prezzo del greggio

*

3/2011

4/2011

5/2011

6/2011

$ 50

FAO Cereal Price Index

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati FAO, Index Mundi e “The Guardian”, 2011.

Figura 2.38. Cereals Price Index e “Aggresive Buying Policies” (ottobre 2005 = 100), 2011 Afghanistan, Indonesia ed Egitto contrattano per forniture di grano più ingenti 250

200

L’Algeria acquista 800.000 tonnellate di grano a un prezzo molto elevato

*

*

Giordania e Algeria acquistano quantità record di grano

150

100

*

11/2010

12/2010

legame tra l’aumento dei prezzi dei beni alimentari e l’insorgere di squilibri geopolitici

87

150 9/2010

Come già illustrato nel Paragrafo 2.8, queste politiche vengono attuate in periodi di forte instabilità e incertezza dei governi nazionali: infatti, in un periodo di tumulti come quello in atto, si è verificato un forte aumento degli acquisti da parte di Paesi appartenenti all’area MENA di derrate agricole a prezzi elevati. Questo fenomeno introduce ulteriori distorsioni sull’equilibrio del mercato mondiale. In conclusione, è possibile sostenere che l’aumento dei prezzi dei beni alimentari e l’insorgere di squilibri geopolitici in Paesi con condizioni socioeconomiche precarie siano connessi tra di loro, in particolare se questi Paesi sono degli importatori netti di derrate alimentari. Inoltre, in alcuni casi, il precipitare degli eventi in questi Paesi può influenzare successivamente la dinamica dei prezzi a livello internazionale: è il caso dell’“Arab Spring”, che ha causato un’impennata del prezzo del petrolio – che si è trasmesso a quello delle commodity alimentari – e un incremento degli acquisti di derrate alimentari ad alto prezzo da parte di questi Paesi.

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Grandi quantità di derrate agricole acquistate a prezzi elevati

di pochi mesi, durante il quale non risultano aver agito altre variabili capaci di influenzare con forza la dinamica dei prezzi, se non quella del manifestarsi dell’attesa di un peggioramento delle variabili climatiche per alcune aree geografiche (Paragrafo 2.6). Un altro fenomeno causato dal progressivo aumento dei prezzi dei beni alimentari e dalle difficili condizioni socioeconomiche di alcuni Stati appartenenti all’aerea interessata dall’“Arab Spring” è l’acquisto da parte di questi Paesi di grandi quantità di derrate agricole a prezzi elevati, al fine di distribuirle sui mercati interni come sussidi.

1/2011

*

L’area MENA aumenta i quantitativi importati da Stati Uniti, Unione Europea e Ucr per costituire riserve di sicurezza

*

*

*

L’Iraq importa 350.000 tonn di grano e la Tunisia 100.000, un quantitativo anomalo per i due Stati

2/2011

3/2011

4/2011

Fonte: rielaborazione di The European House-Ambrosetti su dati USDA, 2011.

5/2011

6/2011

© Corbis


Š Corbis

3. Considerazioni conclusive e raccomandazioni


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I volatilità dei prezzi e loro crescita costante

i nessi di casualità e le correlazioni alla base dei fenomeni

Non sembra possibile ordinare i fattori analizzati a seconda della loro maggiore o minore incidenza sul livello e sulla volatilità dei prezzi

n questo documento abbiamo voluto definire un quadro metodologico rigoroso, capace di evidenziare con sufficiente chiarezza le relazioni tra le diverse variabili-chiave e i driver di intervento, di breve e di medio termine, nel mercato delle commodity alimentari. Abbiamo pertanto ritenuto utile, ai fini della corretta comprensione del problema e della possibilità di valutare misure di policy efficaci, fornire nel Capitolo 2 un’analisi delle variabili più rilevanti. Ciò che emerge dall’analisi è un quadro estremamente complesso, che va necessariamente interpretato in chiave sistemica, in considerazione dei molteplici elementi che concorrono a generare l’attuale situazione di squilibrio. Squilibrio che si traduce in una forte volatilità dei prezzi nel breve periodo e nel rischio di una crescita costante degli stessi nel mediolungo termine. Come anticipato, nel precedente capitolo, sulla base del modello interpretativo messo a punto, sono stati analizzati singolarmente i diversi fattori che incidono sul livello e sulla volatilità dei prezzi delle commodity alimentari e sono stati individuati e descritti i nessi di causalità e le eventuali correlazioni. In particolare, per ciascun fattore, si è cercato di comprendere “come” e “perché” si stabilisca una certa relazione con l’andamento dei prezzi. In alcuni casi, dove le variabili sono misurabili attraverso indici o indicatori quantitativi (ad esempio, il prezzo del petrolio, il tasso di cambio delle valute, il volume di contratti derivati scambiati ecc.), è stato possibile apprezzare correlazioni statistiche più o meno evidenti con l’andamento dei prezzi; in altri, dove entrano in gioco variabili più qualitative, l’analisi si è basata sull’osservazione empirica della realtà, che ha permesso di ricollegare al verificarsi di determinati eventi (ad esempio, episodi climatici avversi, scelte di politica commerciale ecc.) modifiche significative dell’andamento dei prezzi. Estremamente rilevante per la realizzazione del paper è stato il contributo di esperienza di alcuni economisti e policy-maker che hanno accettato di commentare il documento, così come il coinvolgimento di alcuni operatori su quegli stessi mercati analizzati. Alla luce di quanto è emerso dal lavoro svolto è possibile fare una prima considerazione importante: non appare possibile – allo stato delle conoscenze disponibili – ordinare tutti i fattori analizzati a seconda della loro maggiore o minore incidenza sul livello dei prezzi e sulla volatilità, anche a causa delle relazioni spesso biunivoche e non quantificabili con precisione che sussistono tra le variabili. Questo, infatti, richiede ulteriori approfondimenti da parte della comunità scientifica e delle istituzioni internazionali per mettere a punto misure di intervento sempre più mirate ed efficaci.

Tuttavia, va sottolineato che questo limite, pur importante, non preclude però la possibilità di comprendere alcuni fattori determinanti e di formulare quindi indicazioni di policy puntuali. A tal fine, è fondamentale suddividere i fattori analizzati in base alla possibilità concreta di intervenire sugli stessi sia per ridurre la volatilità sia per evitare aumenti eccessivi dei prezzi che metterebbero a rischio la sicurezza alimentare globale e lo sviluppo del settore agroalimentare. Decisiva è la considerazione dell’orizzonte temporale di realizzazione di tali interventi. A nostro avviso, è quindi possibile distinguere tra: - fattori di contesto: insistono direttamente sul lato della domanda/offerta o agiscono indirettamente sull’andamento dei prezzi delle commodity alimentari, ma rappresentano delle costanti sulle quali non sembra opportuno/possibile intervenire. Si tratta della crescita demografica e del fenomeno dell’urbanizzazione, della crescita economica dei Paesi emergenti, dell’andamento dei mercati valutari, delle dinamiche geopolitiche internazionali e dello stretto legame tra costo dell’energia e prezzo del petrolio e fattori produttivi agricoli. Anche qualora si abbia a che fare con variabili oggetto di intervento (costo dell’energia), non è ipotizzabile la realizzazione di interventi finalizzati prioritariamente al conseguimento di obiettivi legati ai prezzi delle derrate alimentari; - fattori strutturali: sono affrontabili con interventi che produrranno i loro effetti solo nel medio-lungo termine e le cui problematiche possono trovare risposta in processi di adattamento del sistema a mutate condizioni strutturali della domanda e dell’offerta. Si tratta del problema della produttività agricola, degli sprechi e delle perdite lungo la filiera agroalimentare, dei vincoli imposti dalla limitatezza delle risorse naturali disponibili, degli effetti del cambiamento climatico e del fenomeno dell’occidentalizzazione della dieta in molte aree emergenti del pianeta, e del più generalizzato aumento del consumo calorico medio. Rispetto a questi temi, appare necessario un processo molto ampio di cambiamento di stili di vita e ristrutturazione di alcune componenti della filiera agroalimentare. Entrano qui in gioco aspetti di innovazione, sviluppi tecnologici, diffusione delle migliori pratiche agricole, riduzione degli sprechi e delle perdite, adattamento e mitigazione degli eventi meteorologici avversi e ri-orientamento delle scelte alimentari e degli stili di consumo in ottica di sostenibilità e salute. Si tratta di fattori decisivi nel lungo termine, ma purtroppo non allineati ai cicli della politica e, dunque, spesso trascurati. - fattori contingenti: possono determinare risultati nel breve periodo attraverso idonee soluzioni e interventi di carattere tecnico e politico. In particolare, si tratta di interventi sulle seguenti problematiche: il basso livello delle scorte di materie prime agricole; gli incentivi per la produzione di biocarburanti di prima generazione; l’eccesso di speculazione e finanziarizzazione dei mercati delle commodity alimentari; la messa in atto di politiche commerciali distorsive del mercato da parte dei Paesi esportatori e importatori. Questi ultimi costituiscono le leve di intervento efficaci nel breve termine, fondamentali per affrontare l’emergenza, ma non sufficienti in assenza di interventi sui fattori di struttura. Il BCFN ha già affrontato in diverse sue recenti pubblicazioni le principali problematiche riconducibili ai fattori di struttura. Pertanto, di seguito si riprenderanno solo alcune delle numerose raccomandazioni e indicazioni di policy già espresse, rimandando ai singoli position paper per un maggiore approfondimento1. Si tratta di raccomandazioni non direttamente collegate al tema dei prezzi delle commodity alimentari, ma la cui implementazione può risultare decisiva per l’equilibrio di medio-lungo termine dei mercati agricoli e quindi per la stabilità dei prezzi.

variabili suddivise secondo la possibilità di intervenire per ridurre la volatilità e per evitare aumenti eccessivi dei prezzi

FATTORI DI CONTESTO

FATTORI STRUTTURALI

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

3. Considerazioni conclusive e raccomandazioni

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FATTORI CONTINGENTI


Figura 3.1. Il modello interpretativo dei fattori che incidono sul livello e sulla volatilità dei prezzi alimentari: fattori di contesto, strutturali e contingenti

DEMOGRAFIA

MERCATO DEI CAMBI

POLITICHE COMMERCIALI

DINAMICHE GEOPOLITICHE

DOMANDA

PREZZI

OFFERTA

LIMITATEZZA DELLE RISORSE NATURALI Suolo coltivabile Acqua

CRESCITA ECONOMICA DEI PAESI EMERGENTI LIVELLO DELLE SCORTE

Produttività Tecnologia/innovazione Sprechi e perdite

BIOCARBURANTI

STILI ALIMENTARI Aumento delle calorie consumate “Occidentalizzazione” della dieta

PRODUZIONE AGRICOLA

MERCATI FINANZIARI (SPECULAZIONE)

Fattori di contesto

PREZZO DEL PETROLIO E DELL’ENERGIA

CAMBIAMENTO CLIMATICO Incremento delle temperature Variazione delle precipitazioni Eventi climatici avversi

Fattori strutturali

Fattori contingenti

Fonte: elaborazione di The European House-Ambrosetti, 2011.

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Produzione agricola il ruolo chiave dell’innovazione continua interventi a sostegno dei Paesi in via di sviluppo mantenimento e sviluppo dei “sistemi locali” agroalimentari Contrastare le politiche fiscali e commerciali distorsive dei mercati agroalimentari mondiali approfondire gli sviluppi in campo tecnologico

La sfida è quella di innovare continuamente, orientandosi verso la messa a punto di modelli agricoli e produttivi a elevata produttività, maggiore qualità e minor impatto ambientale. La ricerca scientifica e tecnologica su questi temi, promossa anche mediante ingenti flussi di investimenti pubblici, è perciò decisiva. - Occorre promuovere interventi di sostegno ai Paesi in via di sviluppo attraverso il trasferimento di conoscenze scientifiche, buone pratiche agricole , adeguate tecniche agronomiche e programmi ad hoc volti a colmare il gap di know-how oggi esistente tra Paesi avanzati e arretrati. - È necessario favorire, attraverso adeguate policy e misure di incentivo/disincentivo, il mantenimento e lo sviluppo dei “sistemi locali” di produzione-distribuzione-consumo dei beni agroalimentari, preservando le produzioni di qualità e attente alla biodiversità e biosostenibilità. - Occorre contrastate quelle politiche fiscali e commerciali che risultino distorsive dei mercati agroalimentari mondiali, soprattutto a danno dei Paesi in via di sviluppo. Queste misure, associate a un utilizzo più razionale del territorio, consentono da sole di ottenere significativi risultati. - Altre vie, legate al progredire della tecnologia – come le biotecnologie – vanno certamente esplorate in parallelo, nella consapevolezza che numerosi profili relativi al loro impiego vadano ancora approfonditi e valutati attentamente. La produttività agricola è anche un fattore che esercita un effetto diretto su uno dei fattori contingenti, il livello delle scorte. Questo concetto verrà ripreso successivamente nel paragrafo.

Come descritto nel Paragrafo 2.4, i limiti nella disponibilità delle risorse naturali – con particolare riferimento a input come l’acqua e i terreni coltivabili – rappresentano un vincolo molto importante alla crescita della capacità produttiva dell’agricoltura mondiale. Con riferimento all’acqua, ad esempio, è necessario realizzare interventi per ridurne l’impiego all’interno dei processi produttivi e di coltivazione, in particolare nelle aree del pianeta dove scarseggia l’acqua piovana. Per fare questo esistono ampi margini di manovra sia sul fronte della riduzione degli sprechi che su quello dell’impiego di tecnologie in grado di rendere la risorsa acqua maggiormente produttiva (ottenendo in questo modo output quantitativamente più significativi a parità di input: il cosiddetto more crop per drop). - È necessario introdurre forme di incentivo per l’investimento nelle tecnologie già disponibili per ottenere risparmi nei volumi d’acqua impiegata nei processi produttivi, in particolare nelle zone ad alto tasso di irrigazione e scarso livello di acqua piovana. - Per quanto riguarda gli impieghi in agricoltura – che riguardano il 70% dei consumi idrici globali – occorre favorire l’adozione di tecniche avanzate di raccolta dell’acqua piovana da utilizzare per l’irrigazione. Peraltro, la diffusione di tecnologie e strumenti di gestione dell’irrigazione agricola, volte a massimizzarne l’efficienza, non sempre si traduce in ingenti investimenti in tecnologie, ma spesso, e più semplicemente, nella diffusione di conoscenza e know-how. - Occorre prestare maggiore attenzione alla localizzazione delle colture in relazione all’efficienza idrica. In particolare, nelle scelte di localizzazione di alcuni tipi di colture si potrebbero cogliere le opportunità di massimizzare il consumo di green water (acqua piovana) dell’impronta idrica rispetto a quello di blue water (acqua prelevata da falde e bacini idrici)2. - È possibile cogliere le opportunità offerte dalla crescente liberalizzazione del commercio internazionale, ovvero orientare gli scambi di beni ad alto contenuto d’acqua virtuale da aree geografiche più ricche di risorse idriche verso altre più povere, adottando logiche di virtual water trade. Anche con riferimento alle terre coltivabili, la sfida è quella di ottenere maggiori rendimenti per ettaro coltivato attraverso le azioni indicate rispetto al tema della produttività agricola.

riduRRe gli sprechi e MIGLIORARE LA produttività delle risorse idriche

Incentivare l’investimento nelle tecnologie Favorire l’adozione di tecniche avanzate di raccolta dell’acqua

attenzione alla localizzazione delle colture in relazione all’efficienza idrica

Orientare gli scambi di beni ad alto contenuto d’acqua virtuale

Cambiamento climatico Gli studi più accreditati sul tema del cambiamento climatico mostrano come lo scenario futuro – al quale viene oggi assegnata maggiore probabilità di verificarsi – prevede una diminuzione della produttività agricola globale in assenza di interventi radicali, a parità di superficie agricola lavorata. Inoltre, gli effetti del cambiamento climatico potrebbero incidere negativamente su alcune aree geografiche e sulla loro capacità di garantire adeguati livelli di produzione rispetto ai volumi attuali, soprattutto a causa dell’innalzamento della temperatura e di più severe condizioni di accesso alle risorse idriche (gli impatti più rilevanti si dovrebbero registrare nella fascia equatoriale, nell’area del Mediterraneo, in Australia ecc.). Infine, il cambiamento climatico è causa dell’intensificarsi di eventi climatici avversi (siccità, inondazioni ecc.) che possono provocare ingenti perdite dei raccolti. Escludendo la possibilità di rimuovere gli effetti del cambiamento climatico (si tratta di un fenomeno ritenuto ormai irreversibile), rimanendo nel contesto del settore agricolo, è possibile concentrarsi sui seguenti punti. - Incentivare la realizzazione di azioni volte alla mitigazione del problema, ad esempio at-

azioni volte a mitigare gli effetti del cambiamento climatico

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Crescita della popolazione Urbanizzazione

Limitatezza delle risorse naturali

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Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Stili alimentari La composizione della domanda globale è determinante per la sostenibilità futura del sistema agricolo

94 crescente attenzione verso la sostenibilità nei paesi industrializzati e in via di sviluppo

L’importanza della scelta di modelli alimentari sostenibili: la Doppia Piramide alimentare e ambientale

Alla luce dei cambiamenti che già oggi è possibile osservare e che si intensificheranno nel prossimo futuro (crescita economica e occidentalizzazione della dieta nei Paesi emergenti, ovvero diffusione di più sofisticati modelli di consumo da parte dei vasti strati della popolazione – si veda il Paragrafo 2.2), la futura composizione della domanda di beni alimentari globale rappresenta un fattore determinante per la sostenibilità futura del sistema agricolo. Anche l’impatto ambientale e il consumo delle risorse naturali (terra, acqua ecc.) associate alle diverse scelte alimentari possono essere estremamente diversi. Western diet e dieta mediterranea, ad esempio, differiscono soprattutto con riferimento ai quantitativi di carne consumata: i modelli di consumo eccessivamente sbilanciati nella direzione del consumo di carne e di prodotti alimentari di origine animale possono, infatti, pregiudicare nel tempo la sicurezza alimentare globale. Per la prima volta nella storia, l’azione di governo e l’indirizzo dei modelli alimentari che tengano conto di un profilo di sostenibilità stanno diventando una variabile decisiva di politica economica. Ciò sta assumendo contorni concreti nei Paesi sviluppati, dove di deve far fronte a uno stato di emergenza sanitaria legata al dilagare di malattie metaboliche, cardiocircolatorie e tumorali derivanti da errati stili alimentari. Tuttavia, sta diventando cruciale anche per i Paesi in via di sviluppo, per l’impatto che questo genera sugli equilibri globali del mercato dei beni alimentari. La scelta di modelli alimentari sostenibili per il futuro consente peraltro di diminuire l’accento posto sui guadagni di produttività, che genera a sua volta pressioni sulle risorse naturali e sulla sostenibilità ambientale. A tal fine il BCFN ha messo a punto e mette a disposizione dei decisori un modello, quello della Doppia Piramide Alimentare e Ambientale, che evidenzia come i comportamenti alimentari più idonei alla conservazione della buona salute nelle persone siano anche quelli più sostenibili dal punto di vista ambientale. Questo modello, pensato per i Paesi occidentali, con delle necessarie declinazioni a livello geografico di tradizioni e costumi alimentari, risulta essere potenzialmente valido nelle sue indicazioni per tutti i Paesi. Dopo aver espresso una serie di raccomandazioni e indicazioni di policy che riguardano i fattori di struttura, qui di seguito si offre ai decisori politici e istituzionali il contributo propositivo del BCFN in merito ai quattro fattori contingenti su cui crediamo sia urgente intervenire per porre un freno in tempi rapidi alla crescita repentina e incontrollata dei prezzi delle commodity alimentari e all’eccessiva volatilità di questi mercati.

Politiche commerciali Ridurre le diverse forme di restrizione commerciale, in primis, i divieti, quote e dazi all’export Come si è visto nel Paragrafo 2.8, l’imposizione di barriere/sussidi commerciali rappresenta un fattore distorsivo delle dinamiche tra domanda e offerta sul mercato internazionale delle commodity alimentari. Nel periodo 2008-2010, a seguito di aspettative di ribasso sui futuri raccolti e di rialzo sul livello internazionale dei prezzi, alcuni importanti Paesi esportatori di beni agricoli hanno eliminato i sussidi all’export (o, in certi casi, addirittura introdotto tasse sull’export) per aumentare l’offerta domestica e limitare l’effetto interno dell’aumento globale dei prezzi alimentari. Allo stesso tempo, alcuni Paesi importatori hanno adottato politiche protettive (riduzione o eliminazione dei dazi sulle merci in entrata) per assicurarsi un livello sufficiente di scorte finalizzate al contenimento dell’aumento dei prezzi interni. Tali dinamiche si stanno riproponendo negli ultimi mesi e sono responsabili del nuovo, rapido incremento dei prezzi. Una delle maggiori sfide che la comunità internazionale si trova oggi ad affrontare riguarda la necessità di costruire un sistema di scambi commerciali trasparente, “responsabile” e basato su regole multilaterali capaci di garantire una maggiore accesso al cibo a livello globale. Si auspica in generale una riduzione del ricorso a barriere alle importazioni, sussidi alle esportazioni e altre restrizioni commerciali. In particolare, appare necessario: - ridurre gli strumenti di sostegno della domanda interna che producono distorsioni, soprattutto quando messi in atto dai Paesi sviluppati; - migliorare in modo significativo l’accesso al mercato, mantenendo appropriati sistemi di salvaguardia per i Paesi in via di sviluppo, ai fini di un miglioramento della loro efficienza e competitività e del rafforzamento della loro integrazione sui mercati internazionali; - eliminare i sussidi alle esportazioni nell’ottica di creare condizioni di parità nel mercato internazionale, aumentando così l’efficienza dello stesso; - rendere esenti gli aiuti umanitari da ogni tipologia di restrizione per evitare fenomeni speculativi. Infine, per mantenere un livello dei prezzi stabile a livello regionale3, si può ipotizzare la costituzione di un’Autorità sovranazionale che garantisca l’equilibrio tra domanda e offerta e un equo accesso al cibo all’interno delle macro-aree. Anche in considerazione della stretta connessione tra le politiche di approvvigionamento, stoccaggio e sussidio verso le principali commodity alimentari (illustrata nel Capitolo 2), sarebbe quindi auspicabile che il commercio venisse regolato attraverso l’imposizione di tetti di segno opposto alle importazione e alle esportazioni: - nel caso delle importazioni: onde evitare politiche di aggressive buying da parte dei Paesi importatori in periodi di incertezza4, la costituenda Autorità potrebbe fissare dei limiti volumetrici, al di sopra dei quali verrebbe applicata una tassazione progressiva direttamente proporzionale alla quantità. Ciò aiuterebbe a limitare questo fenomeno e a costituire un extra-gettito a disposizione dell’Autorità che avrebbe il compito di ridistribuirlo ai Paesi esportatori al fine di limitare l’effetto inflativo sul livello dei prezzi e permettere di adottare politiche conservative (aumentare il livello delle riserve o sussidiare i coltivatori colpiti da eventi climatici avversi), senza tuttavia ridurre il flusso di esportazioni; - del caso delle esportazioni: sarebbe auspicabile la fissazione di un tetto volumetrico minimo al di sotto del quale si incorrerebbe nel meccanismo precedentemente descritto. L’extra-gettito generato potrebbe essere in seguito ridistribuito verso i Paesi importatori che potranno investire i nuovi capitali in progetti di R&S nel settore agricolo, nella costituzione di un sistema multilaterale di riserve alimentari per Paesi importatori5 e nell’implementazione di politiche ex-ante per l’adattamento alle condizioni climatiche locali.

barriere e sussidi commerciali possono distorcere le dinamiche tra domanda e offerta globali

un sistema di scambi commerciali basato su regole multilaterali

ridurre gli strumenti di sostegno della domanda Migliorare l’accesso al mercato Eliminare i sussidi alle esportazioni Evitare fenomeni speculativi garantire l’equilibrio tra domanda e offerta IMPORRE tetti alle importazioni e alle esportazioni

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

azioni volte all’adattamento al cambiamento climatico

traverso una migliore gestione delle coltivazioni e dei pascoli per aumentare la riserva di carbonio nel suolo; il ripristino di suoli di torbiera coltivati e di terre degradate; il miglioramento delle tecniche di produzione del riso e di allevamento del bestiame e della gestione del concime per ridurre le emissioni di CH4; il miglioramento delle tecniche di applicazione di fertilizzanti a base di nitrati per ridurre le emissioni di N2O, miglioramento efficienza energetica ecc. - Sostenere azioni di adattamento al cambiamento climatico, finalizzate a sostenere la produttività agricola, come ad esempio la differenziazione delle colture (ex-ante) e la riduzione della liquidità e delle riserve di magazzino, il ricorso a crediti bancari o informali e la vendita di asset fondamentali (ex-post).

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Livello delle scorte

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DiffONDERe buone pratiche agronomiche e conoscenze tecniche e scientifiche

Costituire un sistema multilaterale di riserve di cibo Migliorare la trasparenza dei mercati e i flussi informativi

Diversi fattori (si veda il Paragrafo 2.3) negli ultimi anni hanno reso necessario attingere alle scorte accumulate negli anni per sopperire alla crescente domanda di beni alimentari (cresciuta più rapidamente dell’offerta) e stabilizzare i prezzi interni. Le analisi condotte nel corso dello studio hanno evidenziato un forte legame tra la variazione delle scorte e l’andamento dei prezzi delle commodity alimentari. In particolare, in un orizzonte temporale sufficientemente ampio, si è osservato che a una riduzione del rapporto stock-to-use di cereali corrisponde tendenzialmente un aumento nel livello dei prezzi; mentre, al contrario, a un aumento del rapporto stock-to-use il prezzo tende a ridursi. Al fine di moderare questo effetto si propone di adottare i seguenti interventi. - Perseguire la crescita della produttività agricola, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, attraverso la diffusione di buone pratiche agronomiche e di conoscenze tecniche e scientifiche, la realizzazione di infrastrutture di irrigazione, produzione, trasporto e stoccaggio, l’aumento degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo ecc. L’incremento della produttività agricola è una condizione necessaria per realizzare il surplus di produzione da destinare alla ricostituzione delle riserve. - Costituire un sistema multilaterale di riserve di cibo, regionali e cross-border, per accrescere i margini di elasticità del sistema alimentare mondiale. È necessario, quindi, favorire il coordinamento delle politiche di stoccaggio a livello internazionale. - Migliorare la trasparenza dei mercati riguardo alla condivisione di informazioni relative all’offerta, alla domanda, agli stock e alle dinamiche import-export. Tale azione non solo contribuirebbe ad attenuare il fenomeno della recente volatilità dei prezzi alimentari, ma – con riferimento alle linee di indirizzo relative alla costituzione di un’Autorità sovranazionale per il controllo dell’equilibrio tra domanda e offerta – garantirebbe anche la presenza di un sistema informativo in grado di collezionare dati affidabili e offrire agli operatori analisi e basi statistiche. Per supportare le decisioni dei governi nazionali è di particolare importanza la raccolta di dati relativi al livello delle riserve e la diffusione di stime sulla domanda e l’offerta attraverso meccanismi di previsione sull’entità dei raccolti.

Produzione di biocarburanti Ridurre il supporto alla produzione di biocarburanti di prima generazione a favore di quelli di seconda generazione, aumentare gli investimenti nelle nuove tecnologie e raggiungere una maggiore apertura commerciale in questo settore

ridurre il supporto alla produzione e al consumo di biocarburanti di prima generazione

A livello internazionale il prezzo delle commodity alimentari risulta fortemente correlato a quello del petrolio (si veda il Paragrafo 2.7). Aumenti del prezzo del petrolio, infatti, determinano una maggiore convenienza dei biocarburanti e ne rafforzano la domanda a livello internazionale. Inoltre, poiché la maggior parte dei biocarburanti (prima generazione) viene prodotta con i medesimi input destinati all’alimentazione o all’allevamento (cereali, canna da zucchero ecc.), si genera una competizione tra settore energetico e alimentare nell’utilizzo delle materie prime agricole. Variazioni del prezzo del petrolio e politiche di supporto della produzione di biocarburanti sono così responsabili di episodi di forte volatilità e aumento dei prezzi sui mercati alimentari (si veda il Paragrafo 2.5). Pertanto: - ci si auspica che i governi (in particolare in Europa e negli Stati Uniti) riducano significativamente le politiche di supporto alla produzione e al consumo di biocarburanti di prima ge-

nerazione, poiché questi, essendo prodotti attraverso la trasformazione di materie prime alimentari, entrano in diretta competizione – in termini di destinazione d’uso – con i prodotti a uso alimentare e di allevamento; - in assenza della rimozione di tali incentivi, quando i mercati mondiali sono sotto pressione e le forniture alimentari si riducono, i governi dovrebbero sviluppare piani di emergenza per regolare (almeno su un orizzonte di breve termine) le politiche che stimolano la produzione e il consumo di biocarburanti; - appare opportuno sostenere, in parallelo, i biocarburanti di seconda generazione, prodotti a partire da colture che non concorrono nell’utilizzo della terra con quelle a uso alimentare, e incentivare l’attività di ricerca su nuove tecnologie per la produzione di biocarburanti, per rispondere alla crescente domanda di energia a livello globale e ridurre gli effetti sul mercato delle materie prime agricole; - oltre alla limitazione dei sussidi, è importante anche favorire l’apertura dei mercati internazionali, affinché anche per i biocarburanti si possano verificare le condizioni di convenienza economica.

sviluppare piani di emergenza per regolare le politiche sui biocarburanti sosteNERE I biocarburanti di seconda generazione

FAVORIRE UNA maggiore apertura dei mercati internazionali

Mercati finanziari Regolamentare l’eccessiva speculazione finanziaria sulle commodity alimentari I mercati dei futures rappresentano una parte integrante del mercato delle commodity alimentari ed esercitano due importanti funzioni: facilitano la gestione della volatilità dei prezzi e contribuiscono alla formazione del prezzo. Tuttavia, la crisi finanziaria globale degli ultimi anni ha indotto gli investitori “non commerciali” (fondi pensione, banche, fondi sovrani ecc.) a incrementare gli investimenti nei derivati delle commodity agricole, al fine di diversificare il proprio portafoglio (si veda il Paragrafo 2.10). L’aumento della quota di contratti in mano a investitori “non commerciali” può avere indotto fenomeni speculativi, tipici di altri beni non alimentari, come ad esempio il petrolio. Per quanto l’effettivo ruolo di tale fenomeno nell’influenzare l’aumento del livello dei prezzi dei beni agricoli sia ampiamente dibattuto, la speculazione finanziaria nel mercato delle commodity agricole può averne amplificato la volatilità nel breve periodo. Pur non volendo demonizzare l’attività degli intermediari finanziari, si possono ipotizzare alcune azioni in grado di favorire maggiore trasparenza, ordine ed equilibrio nei mercati senza ostacolare la loro azione: - da un lato, al fine di consentire alle Autorità di regolazione di individuare eventuali anomalie nei corsi finanziari e prevenire possibili comportamenti speculativi, si dovrebbe migliorare il flusso di informazioni e la trasparenza delle operazioni over the counter (OTC), attraverso il monitoraggio dell’attività degli speculatori (mediante un sistema di reporting di transazioni/posizioni e di obblighi di registrazione per gli operatori) e l’eventuale imposizione di tetti massimi alle loro attività. Si potrebbero, ad esempio, introdurre dei meccanismi di diversificazione tra operatori commerciali e non commerciali, in modo tale da imporre dei limiti agli operatori con finalità speculative per prevenire “scommesse” eccessive sui movimenti di prezzo, lasciando invece il mercato “reale” libero di agire; - dall’altro lato, appare auspicabile incoraggiare l’introduzione di regole6 per definire il perimetro d’azione degli intermediari finanziari sul mercato delle commodity agricole, nella direzione di una progressiva armonizzazione negli scambi su tali mercati. Come ha recentemente sottolineato anche il relatore delle Nazioni Unite per il Diritto al Cibo, Olivier De Schutter, in occasione del Summit dei Ministri dell’Agricoltura del G-20 a Parigi nel giugno 2011, gli Stati Uniti hanno legiferato in materia di derivati finanziari da circa un anno e il G-20 potrebbe incoraggiare le altre potenze economiche a muoversi nella stessa direzione.

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

Creare un sistema multilaterale di riserve alimentari e migliorare la trasparenza su flussi e stock

97 La “finanziarizzazione” delle commodity può avere indotto fenomeni speculativi

favorire maggiore trasparenza nei mercati finanziari migliore informativa e maggiore trasparenza sulle operazioni otc

meccanismi di diversificazione tra tipi di investitori Definire il perimetro d’azione degli intermediari finanziari


William Albert Allard/National Geographic Stock

note e riferimenti bibliografici


NOTE e RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

2 Agricultural Outlook 2010-2020, OECD-FAO. 3 Secondo il FMI i mercati emergenti sono nazioni socialmente ed economicamente in crescita e in cui è in atto un processo di industrializzazione. Sono riconosciuti come emergenti circa 28 mercati tra i quali spiccano Cina e India, che costituiscono il 70% della popolazione dei mercati emergenti.

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5 Negli ultimi anni la popolazione urbana mondiale è cresciuta più di quella rurale e le Nazioni Unite stimano che nel 2050 il 69,6% della popolazione mondiale vivrà in città. 6 In Cina il numero di mucche da latte è passato da circa 5 milioni di capi nel 2000 ai 15 milioni del 2011 (+10% in media ogni anno).

CAPITOLO 1 1 Parigi, 22-23 giugno 2011.

7 Si ricorda, ad esempio, che nella Bibbia la Genesi (41, 48-49) celebra l’astuzia di Giuseppe, il quale interpretò il sogno premonitore del Faraone e nei sette anni di buoni raccolti accumulò molto grano nei silos per poi ridistribuirlo alla popolazione nei sette anni di carestia successivi. 8 Il livello delle scorte è sempre di difficile da misurare, poiché i dati si basano su dichiarazioni spontanee dei singoli Stati.

4 Food Outlook – Global Market Analysis, FAO, giugno 2011.

9 Gli Stati Uniti tra il 1930 e il 1970 hanno implementato programmi di supporto del prezzo del grano impiegando le cosiddette “riserve cuscinetto”. Le riserve cuscinetto hanno giocato un ruolo fondamentale nel mantenimento dell’equilibrio tra domanda e offerta: a fronte di un eccesso di domanda il governo attingeva alle riserve per stabilizzare il prezzo, mentre a fronte di un eccesso di offerta, il raccolto superfluo veniva immagazzinato per l’utilizzo futuro. Si veda: Wright B., International Grain Reserves and ther Instruments to Address Volatility in Grain Markets, The World Bank, Policy Research Working Paper.

5 Price Volatility in Food and Agricultural Markets: Policy Responses, FAO, IFAD, FMI, OCSE, UNCTAD, WFP, World Bank, WTO, IFPRI e UN HLTF, maggio 2011.

10 Il rapporto stock-to-use è il quoziente tra livello delle scorte e consumo di un determinato bene in un periodo di tempo pari a un anno.

6 La deviazione standard è un indicatore che viene utilizzato per stimare la volatilità e misura lo scostamento medio del prezzo rispetto al suo andamento nel medio-lungo termine.

11 FAO, 2010.

2 Il piano d’azione elaborato dai Ministri dell’Agricoltura del G-20 sarà sottoposto ai leader dei Paesi per la loro approvazione nel mese di novembre 2011. 3 Le variabili che influenzano la dinamica dei prezzi delle commodity agricole saranno analizzate più dettagliatamente nel prossimo capitolo.

7 Le variabili che influenzano in maniera diretta e indiretta il prezzo delle materie prime alimentari saranno oggetto di analisi dettagliata nel capitolo successivo. 8 Rappresenta le aspettative del mercato sulla volatilità futura dei prezzi ed è misurata come la percentuale della deviazione del prezzo futuro di una commodity (passati sei mesi) dal valore atteso sottostante. In generale, un aumento della volatilità implicita riflette come le condizioni di mercato e gli eventi non prevedibili si traducano in conseguenti aumenti dell’incertezza per gli operatori del mercato. 9 Behind Concerns about Volatility Lie Concerns about Price Levels and behind both, Lie Concerns about Food Security, in Price Volatility in Food and Agricultural Markets: Policy Responses, FAO, IFAD, FMI,OCSE, UNCTAD, WFP, World Bank, WTO, IFPRI e UN HLTF, maggio 2011. 10 Price Volatility in Food and Agricultural Markets: Policy Responses, FAO, IFAD, FMI,OCSE, UNCTAD, WFP, World Bank, WTO, IFPRI e UN HLTF, maggio 2011; Agricultural Outlook 20112020, OECD-FAO, giugno 2011. 11 La trasmissione delle variazioni di prezzo avviene prima nelle aree urbane e poi nelle zone rurali, in quanto queste ultime vivono spesso in una condizione di isolamento riguardo ai fenomeni esterni.

12 La FAO ha stimato che circa 1/3 del cibo prodotto per consumo umano sia sprecato dai distributori o consumatori (in particolare nei Paesi sviluppati), o vada perduto lungo i processi produttivi (in particolare nei Paesi in via di sviluppo): si tratta in totale di circa 1,3 miliardi di tonnellate. 13 Anuradha Mittal, The Oakland Institute. 14 Il tasso di crescita registrato negli anni passati è stato, in media, sempre superiore alla variazione demografica. I dati FAO dimostrano che i circa 7 miliardi di persone che vivono oggi nel mondo hanno una disponibilità di cibo superiore del 15% rispetto ai 4 miliardi di abitanti degli anni Ottanta. 15 Tale valore è ancor più elevato nei Paesi a reddito medio-basso (in alcuni Paesi in via di sviluppo raggiunge il 95%), mentre in quelli sviluppati il peso dell’industria sui consumi totali è largamente predominante (59%). 16 Secondo stime di ancor più lungo periodo, nel 2050 l’agricoltura consumerà il 90% delle risorse idriche impiegate a livello globale. Si veda: World Water Assessment Program, 3rd United Nations World Water Development Report: Water in a Changing World, UNESCO. 17 WBCSD, Facts and Trends – Water. 18 «Land which due to natural processes or human activity is no longer able to sustain properly an economic function and/or the original ecological function» citato da Land Degradation Assessment in Drylands (LADA ), FAO - UNEP, 2008.

CAPITOLO 2 1 Come misura del livello dei prezzi si farà riferimento al FAO Food Price Index; in alcuni casi si farà riferimento esclusivamente al FAO Cereal Price Index.

19 Land Degradation Assessment in Drylands (LADA), FAO-UNEP, 2008; Global Assessment of Human-induced Soil Degradation (GLASOD), ISRIC, 2008. 20 Biggelaar A.H. et al., 2004. 21 Biggelaar A.H. et al., 2004; Henao J., C.A. Baanante, 2006.

Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

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4 Stima delle Nazioni Unite.

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22 Calcolato sulla perdita di 75 miliardi di tonnellate di suolo dovuta a erosione.

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24 L’Unione Europea, ad esempio, all’interno della Strategia 2020, ha fissato come obiettivo che la quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale di energia nel 2020 sia pari almeno al 20%. Più in particolare, la Direttiva Europea 2009/28/CE 23 aprile 2009 fissa il target per l’utilizzo delle energie rinnovabili nei trasporti al 10%, con grande enfasi sulla graduale sostituzione dei biocarburanti ottenuti da colture alimentari con biocarburanti di seconda generazione (prodotti a partire da rifiuti, residui, materie cellulosiche di origine non alimentare e materie lignocellulosiche). 25 I biofuel sono un tipo di carburante derivante indirettamente dalle biomasse che comprende carburanti liquidi (etanolo e biodiesel) e vari biogas. L’etanolo è ottenuto dalla fermentazione della componente zuccherina di materiali vegetali, principalmente zucchero e amido cerealicolo. Può essere usato come carburante nella sua forma pura, anche se tendenzialmente viene impiegato come additivo alla benzina per aumentare il contenuto di ottani e migliorare le emissioni. Il biodiesel, prodotto da oli vegetali, grassi animali o oli riciclati, nella sua forma pura può anch’esso essere usato come carburante (il motore diesel è stato inventato utilizzando olio di colza), ma come l’etanolo è tendenzialmente sfruttato come additivo ai tradizionali carburanti diesel per ridurre il livello di monossido di carbonio e idrocarburi.

38 Aleklett K., et al., The Peak of the Oil Age: Analyzing the World Oil Production Reference Scenario, in World Energy Outlook 2008, e in “Energy Policy”, 38, 2010. 39 World Energy Outlook 2010, International Energy Agency (IEA), 2010. 40 Nel caso degli Stati Uniti 9 delle 10 recessioni americane dal 1945 (a eccezione di quella del 1960) sono state precedute da significativi incrementi del prezzo del petrolio. Si veda: Balke S., S. P. A. Brown, M.K. Yücel, Globalization, Oil Price Shocks and U.S. Economic Activity, Federal Reserve Bank of Dallas, 2004. 41 Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, la produzione totale di petrolio dei Paesi OPEC sarà in continuo aumento fino al 2035, arrivando a superare il 50% della produzione globale. Si veda: World Energy Outlook 2010, International Energy Agency (IEA), 2010. 42 Le ragioni di scambio sono date dal rapporto tra la variazione dei prezzi all’esportazione e la variazione dei prezzi all’importazione in un determinato intervallo di tempo. 43 Krugman P.R., M. Obstfeld, Teoria e politica del commercio internazionale, Edizioni Pearson, 2007. 44 Gli esempi sono tratti dal paper USDA, Why Have Food Commodity Prices Rise Again, giugno 2011.

26 United States Department of Agricolture (USDA), 2010.

45 Arezki R., M. Bruckner, Food Prices and Political Instability, FMI Working paper, marzo 2011.

27 Gli Stati Uniti hanno fissato un sussidio di 0,51 $ per ogni gallone di etanolo, contro un dazio all’importazione di 0,54 $, e una simile misura di protezione è stata adottata anche a favore dei produttori di biodiesel. Il Congresso ha inizialmente stabilito un tetto alla produzione di 7,5 miliardi di galloni di biofuel nel periodo compreso tra il 2005 e il 2012. Lo US Renewable Fuel Standard (RFS-2) fornisce target volumetrici per tipi diversi di biocarburanti: entro il 2020 dovranno essere consumati 1 miliardo di galloni di biodiesel, 3,5 miliardi di biocarburante di seconda generazione e 15 miliardi di galloni di bioetanolo. Infine, l’attuale regolamentazione statunitense prevede di raddoppiare la produzione di etanolo e di triplicare quella di biodiesel, se prodotti all’interno dei confini nazionali entro il 2020. Anche l’Europa ha fissato dei dazi sull’importazione di etanolo pari a 0,192 ¤/litro e una tassa ad valorem per il biodiesel del 6,5%, riducendo sensibilmente il carico fiscale per i produttori e introducendo degli standard obbligatori di produzione.

46 Slayton T., Rice Crisis Forensics: How Asian Governments Caressly set the World Rice Market on Fire, Center for Global Development.

28 Agricultural Outlook 2011-2020, OECD-FAO. 29 Agricultural Outlook 2011-2020, OECD-FAO. 30 Agricultural Outlook 2011-2020, OECD-FAO. 31 Brittaine R., NeBambi Lutaladio, Jatropha: A Smallholder Bioenergy Crop The Potential for Pro-Poor Development, Cambridge University Press, 2010. 32 Lobell D., W. Schlenker, J. Costa-Roberts, Climate Trends and Global Crop Production Since 1980, in “Science”, maggio 2011. 33 È un fenomeno climatico ricorrente che si verifica nell’Oceano Pacifico centrale in media ogni cinque anni, ma con un periodo variabile fra i tre e i sette anni, nei mesi di dicembre e gennaio. La Niña provoca inondazioni, siccità e altre perturbazioni che variano a ogni sua manifestazione: i Paesi in via di sviluppo lungo le coste dell’Oceano Pacifico, che dipendono fortemente dall’agricoltura e dalla pesca, sono quelli più colpiti. 34 Si veda, a tale proposito: Burke M., D. Lobell, Food Security and Adaptation to Climate Change: What Do We Know?, in “Advances in Global Change Research”, 37, 2010. 35 Si veda, tra gli altri: Lobell D.B. et al., Prioritizing Climate Change Adaptation Needs for Food Security in 2030, “Science”, 2008, pp. 319, 607. 36 Nelson G., et al. (a cura di), Food Security, Farming, and Climate Change to 2050: Scenarios, Results, Policy Options, International Food Policy Research Institute (IFPRI), 2010.

47 Where are food prices heading?, Deutsche Bank Research, marzo 2011. 48 I derivati possono, infatti, essere trattati in forma standardizzata e trasparente su piazze ufficiali (è il caso dei derivative listed), oppure possono generare forme anche molto personalizzate negoziate privatamente tra due parti (come tra un’azienda e un istituto bancario) nel cosiddetto mercato over the counter (OTC). 49 I fondi comuni di investimento al momento rappresentano circa il 25-35% di tutti i contratti a termine agricoli e, con altri investitori, rappresentano un’importante fonte di liquidità sul mercato. Si veda anche: FAO, Price Surges in Food Markets: How Should Organized Futures Markets Be Regulated?, Policy Brief 9, giugno 2010. 50 Un Commodity Index Fund è un prodotto finanziario che offre agli investitori la possibilità di prendere una posizione sintetica sul mercato delle commodity senza realizzare uno scambio fisico. Questi fondi nascono e crescono grazie alla semplicità d’accesso al mercato, senza la necessità di informazioni specifiche sui singoli beni. 51 Robles M., M. Torero, J. Von Braun (a cura di), When Speculation Matters, IFPRI (International Food Policy Research Institute) Issue Brief 57, febbraio 2009. 52 Il KCBT è specializzato nella negoziazione del grano duro rosso invernale, principale ingrediente del pane. Altri due mercati rilevanti dei futures sul grano sono il CBOT (Chicago Board of Trade) – CME (Chicago Mercantile Exchange), che quota il Soft Red Winter, e il MGEX di Minneapolis, specializzato nell’Hard Red Spring. 53 Per approfondimenti si vedano anche le analisi contenute in: Robles M., M. Torero, J. Von Braun (a cura di), When Speculation Matters, IFPRI (International Food Policy Research Institute) Issue Brief 57, febbraio 2009. 54 Per “posizione” si intende l’insieme degli investimenti fatti da un soggetto utilizzando il capitale a disposizione. Si dice “aperta”, se le fluttuazioni di prezzo dei beni provocano variazioni nella valutazione del portafoglio; oppure “coperta” (flat), se la crescita di valore di alcune componenti del portafoglio è uguale alla diminuzione di valore di altre, per cui il patrimonio nel suo complesso non varia. 55 Il mercato dei futures si caratterizza per la corrispondenza, in qualsiasi momento, del numero dei contratti acquistati con quello dei contratti venduti: esiste un’unica controparte che

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23 La resa dei cereali, misurata in kg per ettaro di terreno raccolto, comprende: frumento, riso, mais, orzo, avena, segale, miglio, sorgo, grano saraceno, e cereali misti. I dati relativi alla produzione dei cereali si riferiscono solamente alle colture raccolte per il grano secco.

37 Höök H., R. Hirsch, K. Aleklett, Giant Oil Field Decline Rates and Their Influence on World Oil Production, in “Energy Policy”, 37, 2009.

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gestisce il mercato e assicura, a fronte di adeguate garanzie economiche dagli operatori, che tutti gli obblighi assunti vengano rispettati.

BIBLIOGRAFIA

56 Si tratta di una categoria di operatori – sia commercial (come fondi d’investimento e fondi pensione) che non commercial trader (gli speculatori) – che detengono long position.

Anderson K., J.L. Croser, D. Sandri, E. Valenzuela (a cura di), Agricultural Distortion Patterns Since the 1950s: What Needs Explaining?, Agricultural Distortions Working Paper, The World Bank, 2010.

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Arezki R., M. Bruckner (a cura di), Food Prices and Political Instability, IMF Working Paper, IMF (International Monetary Fund), marzo 2011.

58 Si vedano, tra gli altri: Robles M., M. Torero, J. Von Braun (a cura di), When Speculation MMatters, IFPRI (International Food Policy Research Institute) Issue Brief 57, febbraio 2009; Irwin S.H., D.L. Good, P. Garcia, E.L. Kunda (a cura di), Comments on Permanent Senate Subcommittee on Investigation Report “Excessive Speculation in the Wheat Market”, University of Illinois – Department of Agricultural and Consumer Economics, luglio 2009.

ASN (American Society of Nutrition), Safety Nets Can Help Address the Risk to Nutrition from Increasing Climate Variability, in “The Journal of Nutrition”, 2009.

59 Per approfondimenti sulla nascita e sulle scelte strategiche effettuate dal Chicago Board of Trade si suggerisce anche la lettura del paper: Reinhardt F., J. Weber (a cura di), CME Group, Harvard Business School, Case 711-005, 26 aprile 2011.

Behal E.A., W. Marrouch, G. Gaudet, The Economics of Oil, Biofuel and Food Commodities, Working Paper 02-2011, CIREQ, Université de Montréal, 2011.

60 CME Group è oggi la più grande e diversificata borsa finanziaria e il maggior mercato di contratti a termine e d’opzione del mondo. Nel 2009, CME Group, a fronte di ricavi pari a 2,6 miliardi di dollari, ha gestito complessivamente oltre 2,5 miliardi di contratti per un valore complessivo pari a 1.000 trilioni di dollari. 61 FAO Food Price Index. 62 Molti osservatori individuano l’inizio di questo periodo nel mese di dicembre, dopo il suicidio di Mohamed Bouazizi, attivista tunisino divenuto simbolo delle sommosse popolari in Tunisia del 2010-2011 per essersi dato fuoco in segno di protesta per le condizioni economiche del proprio Paese. 63 Jones S., J. Mazo, Global Warming and the Arab Spring, aprile-maggio 2011.

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CAPITOLO 3 1 Accesso al cibo: sfide e prospettive, maggio 2011; Water economy, aprile 2011; Doppia Piramide 2011: alimentazione sana per tutti e sostenibile per l’ambiente, luglio 2011; Cambiamento climatico, agricoltura e alimentazione, giugno 2009. 2 Il consumo di green water esercita un impatto meno invasivo sugli equilibri ambientali rispetto a quello di blue water che, invece, costituisce la risorsa idrica più strategica e rilevante. 3 Per “regionale” si intende un aggregato di Paesi limitrofi con caratteristiche agricole eterogenee, così da evitare la coesistenza di gruppi di Stati con i medesimi interessi commerciali. 4 Si pensi, ad esempio, ai sussidi ai consumi interni varati recentemente dall’Algeria (primo importatore di grano al mondo), che ha acquistato grandi quantità di grano a prezzi elevati, per poi rivenderle internamente a prezzi più bassi. 5 È questo, ad esempio, il caso dell’ASEAN, con una riserva comune di riso di 85.000 tonnellate. 6 Allo stato attuale, alcuni operatori europei del mercato fisico e alcuni prodotti derivati su commodity non sono oggetto né di vigilanza né di regolamentazione, in quanto beneficiano di deroghe (e lacune) delle direttive MIFID (sui mercati degli strumenti finanziari) e MAD (sugli abusi di mercato).

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Il costo del cibo e la volatilità dei mercati agricoli: le variabili coinvolte

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57 Ad esempio, nel 2006, il CME Group di Chicago ha acquisito Swapstream, una piattaforma di commercio elettronico con base a Londra. Nel 2007, il CME Group ha superato il miliardo di contratti scambiati elettronicamente in un solo anno.

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