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Barbara Risoli

NON UN GIORNO IN PIU'

Opera autoprodotta


Capitolo I

Buio. Disperazione. Vuoto interiore. Senso di assoluta irrimediabilità, neppure era importante il motivo che la indusse a salire in auto, accendere il motore, dare esagerato gas, sgommare e infilarsi nella notte, lungo le sue vie, sull’asfalto invisibile con i fari spenti, illuminato solo dalla luna che sembrò farsi più luminosa per tentare un improbabile salvataggio. Poi le luci dell’illuminazione pubblica, il casello dell’autostrada, il volume alto della radio, frastornante, una canzone ritmata a scandire il passare dei minuti, il battito del motore che sembrava cuore, che cantava e ululava, ululava e cantava. Poi l’autostrada, poco traffico, era notte. Curve d’entrata, stop non rispettati e infine l’accelerazione sempre più intensa, l’auto velocissima, troppo per la cilindrata, i pistoni a battere in testa, un leggero rallentamento, la musica assordante, la radio brandì note altisonanti, marce trionfali mascherate da rock e poi techno e qualcosa di romantico che fermò il cuore. Poi ancora ritmo, melodia incalzante, un’entrata nella corsia opposta, luci distanti, forse un rumore più forte, luci alte, grandi, troppo per una semplice auto. Rallentamento, il volante verso sinistra, solo un lieve testacoda e la guida contromano le fece andare il sangue alla testa. Luci distanti in avvicinamento, sorrise credendosi alla guida di un’astronave e quello era lo spazio, le stelle stavano a guardare, la luna oscurata dalle luci sempre più vicine. Un rombo che sovrastava la musica, sul più bello. Poi lo schianto. Accecata dai fari dell’astronave nemica neppure frenò afferrando il volante a due mani, non lo faceva mai. L’impatto fu forte, poderoso, senza pietà. Le luci erano quelle di un camion che la centrò o forse lei centrò lui. L’auto si accartocciò contro il muso ringhiante del mezzo


enorme, a fisarmonica e poi sembrò esplodere, il motore schizzò verso di lei colpendola, trafiggendola, mentre ancora i pistoni battevano in testa e il suo sangue, quello del cuore, entrò mischiandosi con la benzina e continuando ad alimentare assurdamente un motore staccato dal suo posto. Il rombo cessò. Il motore si fermò dentro al petto facendone uno scempio. Il fuoco divampò per poi spegnersi senza un motivo, come per un rispetto inutile nei confronti della vittima. Lei. Il silenzio. Poi una voce, l’uomo del camion che piangeva. Poco tempo. Luci blu. Una sirena, due. Due uomini in uniforme. Qualcuno osò guardare e un sospiro mozzato ruppe l’aria pesante. Il camionista continuava a piangere. Straziante. Poi smise. Gli chiesero dove fosse il guidatore del mezzo che aveva investito e per il quale lui stesso aveva chiamato i soccorsi. L’uomo indicò la macchina deformata, senza motore strappato e gettato su una donna. Gli uomini in divisa lo osservarono spento e inclinato sul sedile divelto dell’auto. Il sedile vuoto. Il camionista svenne, forse era ubriaco. Lo si avrebbero verificato. Per ora si soccorre lui. Poi il silenzio.


Capitolo II

Non amava guardarsi allo specchio. Aveva perduto quell’abitudine, eppure una volta la propria immagine era stata qualcosa che aveva saputo emozionare. Di lui si era sempre detto che la perfezione lo aveva sfiorato, la gloria ammantato, il supremo graziato. Poi il tempo aveva deciso di rovinare ogni cosa, prima tra tutte lui e lo aveva graffiato, sformato, reso semplicemente vecchio, ma di una vecchiaia segnata dagli eccessi cui non aveva rinunciato, a tavola e davanti al bancone di un bar e poi da solo sulla riva del fiume freddo ove era nato. Era disceso in un inferno fatto di solitudine senza riuscire a comprendere il mutare degli eventi, delle situazioni. Aveva sempre avuto un aspetto fiero, simile a un guerriero, un’ironia sottile capace di abbacinare, una specie di magico tocco che incantava. Ma non aveva retto il cambiamento del mondo, del suo mondo, e aveva cercato riparo nell’acqua avvelenata di una bottiglia. All’inizio era stata roba buona, poi qualsiasi intruglio che gli desse forza era andato bene. Ogni eccesso ora lo segnava. Non si guardò allo specchio neppure quel giorno freddissimo di dicembre, nevoso all’inverosimile, ghiacciato come il fiume che volle andare a guardare. Non era un alcolista, semplicemente era solo e sconsolato, consapevole di avere gettato la vita attendendo di capire senza mai aver capito nulla. Forse superbo o forse fragile, aveva lasciato che ogni cosa scorresse e con essa il suo sangue adesso rallentato, provato da un cuore che funzionava male, glielo diceva sempre il dottore, quello che lui non era solito ascoltare. Voleva il suo grande fiume, bellissimo, impetuoso, a volte blu come il cielo oppure cupo come i suoi occhi che avevano mantenuto gelosamente il loro nero abissale e unico. Inesistente qualcosa di più scuro, di più bello, leggermente strabico, anche quel difetto lo rendeva eccezionale


regalandogli un fascino che non era possibile contrastare con la ragione. Quel giorno voleva il suo fiume, e lo trovò semi-ghiacciato, l’inverno da quelle parti era morte bianca, temperatura folle, ma lui si sedette su una delle tante pietre che costeggiavano un tratto sconosciuto del suo fiume, accanto a un prato che il cemento non aveva violentato. Ricordò. I ricordi erano spade nel cuore, capaci di mozzare il fiato un po’ rantolante per le sigarette. Fumò e tossì. Guardò il fiume e poi il porto distante e rise di se stesso. Si rivide altissimo, come la sua strana razza imponeva, affaticato, ma certo di vincere sempre, ovunque, contro chiunque. Giocava nel ricordo, con amici della sua età, ragazzini. Il pallone s’incastrava nella neve e la gara era di riuscire a calciarlo egualmente. Lui vinceva, lui vinceva sempre. Poi cadeva con la faccina pallida nella neve fredda e rideva, insensibile al gelo, simile a una tigre di quelle che vivevano oltre il fiume, dove non era mai stato. Aveva attraversato il mondo, aveva visitato Paesi distanti, ma oltre il fiume non ci era mai andato, aveva sempre rimandato quel viaggio esplorativo come se il timore d’esser deluso lo avesse portato sempre altrove. Cancellò le immagini del passato, dolorose e nostalgiche, strinse lo sguardo tagliente oltre il fiume grande, enorme, feroce con i suoi vortici ingannevoli. Immaginò distese immense, alte montagne e vide le tigri bianche, le loro zanne, un mondo diverso, distante, fantastico. Gettò la sigaretta. Guardò l’acqua quasi ghiacciata, osservò il pendio che vi si immergeva: un bellissimo fiume, lungo e maestoso, navigabile, ricco, il più bello del mondo, il suo fiume. Mosse i piedi: uno scricchiolio che conosceva bene, chi viveva in quel lembo di terra sapeva riconoscere il ghiaccio minaccioso e sapeva spostarsi per tempo. Lo sapeva anche lui cosa significava quello scricchiolio, ma non si mosse più e ancora lo ascoltò, ripetitivo, veloce, secco, freddo. Il suo fiume lo reclamava e non ebbe paura. Era tutto molto strano, amava la vita che tutto gli aveva tolto, che lo aveva tradito. Istintivamente, ultimo spasimo di difesa, appoggiò una mano sul ghiaccio affilato e si ferì. Un rivolo di sangue macchiò quel ghiaccio e cadde nell’acqua arrossandola.


Capitolo III

- Il meglio – rispose ferma. L’essere poco distante la osservò senza espressione sul volto fatto di marmo, così immobile da sembrare una statua pur nella perfezione dei lineamenti cesellati da un valente scultore. Si muoveva quell’essere dalle sembianze umane, ma distante dall’umanità. Lo vide sorridere e trovò inquietante, quanto fastidioso, quel ghigno feroce senza ringhio. - Tu sai cosa intendo, io non lo so, ma tu sì – rettificò la donna dritta, come se fosse davanti a un giudice e forse era proprio così. Ancora lo sconosciuto ultraterreno sorrise e annuì annoiato. - Certo che lo so. Qual è lo scambio che mi proponi? – parlò, una voce fredda, senza inflessioni, senza accenti, non metallica, ma quasi. - Ciò che avevo lo hai già preso – lo sferzò senza timore. Sapeva chi aveva davanti, eppure non tremava, piuttosto in lei vi era una specie di speranza distorta. Sarebbe stato penoso doverla deludere. Non lo avrebbe fatto. Avanzò verso di lei con il passo suadente che lo caratterizzava e che lo faceva riconoscere a occhio attento. - Non ti ho chiesto io di vendermi l’anima – le disse. - Non sono stata io a chiamarti, ciò che volevo era la morte e tu mi hai tolto un diritto. Adesso voglio la mia ricompensa – lo stilettò incredibile. Gli recriminava il fatto di averla salvata, in senso diverso dalla salvezza terrena, lo accusava di averla presa senza il suo consenso e quel consenso non era


intenzionata a darglielo. La trovò divertente, perché in fondo sarebbe bastato un suo gesto per annientarla in tutta la sua alterigia, ma lui amava l’alterigia, la sfrontatezza, il coraggio delle azioni, la voglia di riscatto, la rabbia e il dolore. Tutte cose presenti in quella donna, sentori forti, radicati nel suo animo ferito, solo, perso. Osservò l’anima in lei e la trovò disperata, i motivi erano iniqui confrontati con il mondo, ma la sofferenza era enorme e meritava una tregua. Si sentì buono, senza poterlo essere. Avrebbe sferrato il proprio colpo in qualsiasi momento, c’era tempo, per lui ce n’era sempre. Sorrise sottile e malefico e lei lasciò scintillare una luce bieca nello sguardo esausto. - Avrai il meglio, se è questo che vuoi – le comunicò senza dare troppo peso alle proprie parole, dandole le spalle in un discorso che lui considerava chiuso. - Per sempre – lo fermò ancora pronta a patteggiare. Si fermò pensieroso. - Non esiste l’eternità – le fece notare. - Per tutta la mia vita – calibrò il tiro. Si poteva fare. - Un’altra vita? Questo mi chiedi? – - Un’altra vita – - Il prezzo sarà alto e dovrai pagarlo da sola – –

Lo farò –


Capitolo IV

Il freddo della sua terra era amplificato in quella dimensione che non conosceva. L’ultimo ricordo che aveva era il rosso del proprio sangue che si mescolava con le acque inquiete del fiume. Il ghiaccio lo aveva ferito e lui non si era ribellato. - Il fiume ti ha ingannato – lo svegliò una voce quasi metallica e con lo sguardo ne cercò l’origine. Lo vide, pietra cesellata, perfetta nei lineamenti eppure in movimento. Corrucciò le sopraciglia scure e focalizzò l’interlocutore, dietro al quale vi era uno specchio. Scorse se stesso e abbandonò per un attimo l’imprevisto interlocutore per fissare l’immagine con incredulità. Non diede a vedere l’emozione che sentì dentro e strinse lo sguardo penetrante. Istintivamente si guardò alle spalle, dove c’era un altro specchio, rotto. Intravide se stesso, ancora, ma diverso, ciò che era diventato, un uomo graffiato dal tempo impietosamente, ingiustamente, senza linearità tanto da renderlo distante anni luce dalla perfezione che era sempre stata il suo umano orgoglio. Tornò sull’immagine alle spalle dello sconosciuto, avanzò, lo superò e si fermò a pochi centimetri da se stesso: bellissimo come dicevano fosse, aitante come era stato, asciutto dalle spalle larghe, corvino nella capigliatura, occhi di pece dallo scintillio profondo, pallore in netto contrasto con l’abisso dello sguardo. Tremò. Diede un’occhiata fuggevole allo sconosciuto di spalle, poi all’immagine deformata di sé poco lontano. Tornò a guardarsi, si sfiorò il mento rasato, lo zigomo pronunciato, si diede il profilo, ancora ebbe di sé una visione frontale. Era giovane, come nei giorni delle speranze. Un sospiro ironico lo svegliò da riflessioni sconnesse.


- La vanità umana… infallibile per quelli come me, per me - disse la voce quasi metallica. - Sono due le cose che vi fanno accettare qualsiasi compromesso: il potere e la vanità – continuò. Lo sconosciuto lo scrutò senza che si muovesse, sospettoso eppure ansioso, quasi felice senza un motivo apparente. - Qualcuno mi ha chiesto il meglio e ho pensato a te – lo informò oscuro. - Tu cosa mi chiedi? – continuò imperterrito e sottile. L’uomo si guardò ancora, dirsi innamorato di se stesso sarebbe stato folle, ma sapere di potere ancora una volta far innamorare di sé qualsiasi donna lo inebriò. La vanità divampò, la sua forza riemerse bellissima, specchiandosi in lui, il sorriso stretto capace di strappare un tremito risbocciò, il sangue nelle vene improvvisamente ricominciò a scorrere e ne udì il fragore allettante. - La forza – rispose secco. Si, la forza… quella necessaria per ricominciare. La voleva e questa volta non l’avrebbe perduta. Lo sconosciuto sorrise e approvò senza più parlare. - Io so chi sei – parlò l’uomo con le mani serrate in due pugni poco rassicuranti. - Quelli come te sanno riconoscermi – non si meravigliò l’altro. - Perchè io? – continuò. –

Perché voi, piuttosto. Ma capirai… come ha capito lei – non lo esaudì, non come avrebbe voluto.


Capitolo V

- Uccidilo - disse la ragazzina fissando la sagoma distante di un uomo bellissimo. Accanto aveva un giovane, simile a lei nel comportamento glaciale. Entrambi non sembravano appartenere al mondo, a quel mondo, al loro mondo. Lui non rispose, l’imprevista compagna si agitò intimorita da un suo ripensamento. - Devi farlo – Distolse gli occhi dal proprio bersaglio per posarli su di lei, ferma e giovanissima. La osservò senza cercare alcuna conferma, nessun’altra sua parola avrebbe potuto annullare l’ultimo brandello di umanità che sentiva ancora di avere. Lei aveva velocemente accettato la realtà, l’aveva studiata facendo dei conti mentali che davano il risultato esatto della situazione in cui si erano trovati all’improvviso. La giovane, poco più che tredicenne, esile e magra, grandi occhi verdi, serrò i denti e corrucciò le sopraciglia. Lui ebbe un fremito, una specie di brivido che assomigliò a un sentimento, ma deglutì perché lui era un uomo, lei quasi una bambina. - Non hai scelta, non puoi esistere con lui - sentenziò fissandolo, abbacinata da tanta bellezza. Era decisamente bello, qualcosa di simile alla perfezione e pensò a ciò che lui stesso le aveva raccontato, alla vita che aveva gettato via, all’aspetto che il destino gli aveva regalato per l’assurda legge del contrappasso. Poi qualcosa era successo, a entrambi, in una dimensione che aveva abolito gli spazi e ora erano lì, indietro nel tempo, memori di ciò che sarebbero divenuti, armati della possibilità di cambiare le cose, di mutare gli eventi, di prendersi tutto ciò cui avevano rinunciato per un motivo o per l’altro, sconosciuti nel futuro, uniti in un passato che era divenuto presente. Erano giunti nella dimora dell’uomo per compiere un destino, un altro. Lei


credeva e lui con lei. Lui come lei sapeva che per riprendersi la vita perduta, la gloria giocata, la bellezza sfiorita, la forza perduta dovevano uccidere e i loro bersagli erano solo due. - Quale diritto ho di esistere ancora? – riflettè a voce alta, ma non era convinto, era come se tentasse di salvare la faccia, di dimostrarsi titubante, di credere sbagliato ciò che invece lo inebriava e faceva scintillare di luce l’abisso scuro degli occhi. Era vivo, fremente, il sangue che scorreva nelle sue vene ferme era caldo e veloce. Era giovane, forte, si sentiva ancora giovane e ancora forte. Un sorriso impossibile da annullare screziava la piega delle labbra invitanti, una specie di crudele ironia lo rendeva affascinante oltre il limite che aveva già sfiorato nella sua vita gettata. Un’altra possibilità. Il riflesso di una vetrata che dava sulla notte mostrava nuovamente di lui quell’aspetto che ne aveva fatto un uomo amato, cercato, potente e infallibile. Poi il destino aveva steso strani manti su strane strade e le aveva percorse perdendosi in bivi che non aveva mai scelto esatti. Si guardò fuggevole, l’altezza, la magrezza, la prestanza annullavano lo scintillio delle stelle oltre il vetro. Poi tornò sull’uomo distante, intento a parlare, a dire chissà cosa, non lo ricordava. Lento, inesorabile puntò l’arma. Era distante ma ci vedeva molto bene, vedeva solo lui e la sua alterigia sciocca, la superbia che lo avrebbe portato al dolore e al fallimento, la sicurezza vestita di una bellezza che nessuno di coloro che lo circondavano osava negare. Abbagliava lo sciocco, confondeva e quasi camminava sollevato da una terra che sentiva indegna e che lo avrebbe risucchiato e macellato come un animale maledetto. Strinse i denti in un profondo e sconfinato odio: conosceva quell’uomo così bene, le sue debolezze, le sue certezze, la sua poca intelligenza… lo avrebbe accoltellato se soltanto la situazione glielo avesse permesso. Ma doveva semplicemente ucciderlo, il tempo si sarebbe fermato e nessuno si sarebbe accorto di nulla, solo lui e lei, accanto a lui. Le diede un’occhiata senza emozione e incontrò la stessa freddezza che sentiva dentro. Non tremò, non ebbe paura. L’annuire della ragazzina gli diede il via e sparò, fissando al rallentatore il percorso del proiettile e il momento in cui trafisse il cuore del bersaglio che smise di respirare, così, con la stessa naturalezza con la quale stava sorridendo. Quel sorriso morì con lui e il tempo si fermò, il mondo, quel mondo, si congelò e il freddo entrò nella gola di entrambi, unici in grado di muoversi in una dimensione sconosciuta eppure così facile da gestire. Nessuno si sarebbe accorto della sostituzione, perché non sarebbe stata una sostituzione. Lo avrebbero gettato via quel corpo.


Capitolo VI

Era il suo turno, accanto colui che era stato scelto per lei, il meglio. Era ora che uccidesse anche lei e con il passo prudente di chi ha qualcosa da nascondere percorsero la lunga strada. Si sentiva forte, la era e lui era forte quanto lei, uniti da un destino comune, distanti nell’età apparente eppure così coincidenti da renderli letali nel solo aspetto. Era quasi una bambina adesso, ma consapevole di ciò che era stata a quell’età stupida e colma di illusioni. Ci pensava con disprezzo, giurò a se stessa che non avrebbe permesso in questa nuova vita che quelle illusioni bloccassero il suo passo. Avrebbe cambiato le cose, era in tempo, aveva tempo, avrebbe fermato gli errori, avrebbe mutato il fiume avvelenato della vita, avrebbe salvato chi era da salvare, avrebbe detto giusti addii, avrebbe… Guardò se stessa: una ragazzina colma di speranze e di superbia, certa di potercela fare, forte e patetica, dritta nella camminata di quel giorno che la stava portando a un esame, uno dei tanti. Patetica, una cosa inguardabile con ancora addosso i segni profondi del futuro vissuto. Entrambi osservarono la


scena celati dietro un frondoso salice piangente che piangeva la loro efferatezza. La madre la salutò mettendole a posto il fiocco nero dell’abito scelto per il giorno dell’esame. Lei era sempre stata così seriosa, fuori dalle righe, imprevedibile, ridicola. Lui strinse lo sguardo e la osservò. Conosceva quella sensazione e conosceva quella di uccidere se stessi. Lei lo scrutò con un brivido dentro. Era così bello che a tratti si commuoveva davanti allo scintillio della sua perfezione e quando sorrideva, se sorrideva, era in grado di toglierle il fiato. Non celò una lacrima, mentre con la mano esile stringeva la pistola, la stessa che aveva usato l’uomo per uccidere. - Non c’è futuro per noi, lo sai? - le disse crudele, ma veritiero. Lei deglutì contrariata. - Sono un uomo accanto a te e tu sei una bambina – le fece notare. Non era una bambina e lui lo sapeva. La era per scelta, la era perché il tempo era stato riavvolto, la era perché aveva chiesto, o meglio accettato, un’altra vita, ma dentro aveva i suoi pesanti 40 anni come lui aveva i suoi terribili 54 anni. Era sciocco se pensava davvero di cancellare la realtà occulta: era un vecchio dentro, mentre era giovane e destinato alla grandezza fuori. Sorrise e scosse il capo. - Ti sbagli, c’è il futuro che io voglio stavolta – lo fulminò. - Io ho chiesto la forza – ribattè. - Io sono la forza – gli rispose ferma. Fredda, donna feroce nell’involucro levigato di ciò ch era stata. - E ti avrò come tu avrai me – fu perentoria. Puntò l’arma carica, chiuse un occhio e mirò. La mano dell’uomo si appoggiò sul suo polso e la fissò magnifico. - Fa male – l’avvertì. Lei ricordò i giorni precedenti il terribile incidente che l’aveva macellata sotto un motore acceso. Ripensò al sangue versato, allo scempio di sé, alle mani fredde e rassicuranti dell’essere che l’aveva strappata alla realtà ingiusta. Pensò al diavolo, perché quello era il diavolo, senza sesso, senza faccia, senza anima. Il diavolo… che aveva raccolto la sua supplica, la stessa dell’uomo bellissimo che aveva accanto. Pensò ai lutti, ai dolori, alle scelte sbagliate, ai sentimenti traditi, ai giorni gettati, al tempo inesorabile, all’illusione, alla vita. Strinse la gola e lo fissò. Era bella e lui lo pensò. - Nulla potrà eguagliare il dolore che ho provato prima di essere qui – sentenziò e mirò nuovamente. Sparò. Centrò se stessa con la precisione di un cecchino. Uccise se stessa con la ferocia di un assassino e lei era un’assassina e stranamente ne andò fiera. Un sorriso storto e sadico attraversò il volto dolcissimo di una bambina, mentre il tempo ancora si fermò per loro, per permettere che il corpo della vittima scomparisse agli occhi di chi quella realtà la stava vivendo inconsapevole della loro presenza letale. Anche lei cadavere fu gettata via,


cancellata dalla terra, annullata, dimenticata. Senza pietà e senza rimpianti cancellò un presente distorto che avrebbe raddrizzato. Fu un attimo quello in cui guardò la madre congelata nel tempo di cui aveva bisogno, un secondo, un lampo e su di lei, in trasparenza scorse la tomba che aveva visto chiudere dalla benna di una ruspa. Deglutì. Guardò l’uomo e l’uomo la guardò avviandosi sulla via che lo avrebbe portato lontano, separato da lei. L’orologio della realtà ricominciò a ticchettare nella mente di ognuno e si lasciò sistemare il fiocco nero del vestito. Sorrise senza ascoltare le parole della donna e la salutò trattenendo a stento la voglia di abbracciarla, salì sulla bicicletta e andò a fare il suo esame.


Capitolo VII

Erano passati molti anni. Lei era cresciuta, lui era maturato. Lei aveva mutato gli eventi, lui anche. Erano passati abbastanza anni perché le loro vite si incrociassero nuovamente, perché i loro occhi ancora scintillassero gli uni davanti agli altri. Accadde. Non era importante il luogo, ormai per entrambi lo spazio aveva poca importanza. Accadde semplicemente che i loro percorsi influenzati da promesse solenni si incontrassero e quando si ritrovarono l’una davanti all’altro si fissarono taciti, apparentemente distanti eppure così uniti da sentire nel sangue un brivido che era scossa e poi fremito e forse, assurdamente e ingiustamente, amore. Lei aveva poco più di vent’anni e non aveva accettato i compromessi della volta precedente, era sola e bellissima, indipendente e decisa, così attenta da apparire fredda per chi la avvicinava inebetito da una bellezza che aveva saputo coltivare. Lui non aveva fatto l’errore di credersi invincibile e i compromessi una volta rifiutati li aveva invece accettati salvandosi dal fallimento, dalla solitudine e dalla vita irreparabile. Come lei non aveva lasciato che alcun amore si avvicinasse, fedele a una promessa solenne alla quale non avrebbe mai mancato, consapevole della seconda possibilità che qualcuno gli aveva concesso.


Mentre lei non temeva di pronunciarne il nome, lui evitava accuratamente di ammettere che tutto gli era stato concesso dal diavolo. Al contrario di lei si chiedeva spesso quale sarebbe stato il prezzo da pagare. Spesso si tormentava nel timore di un conto troppo alto, ma dimenticò quando la vide e quando il sorriso di una giovane donna gli trafisse l’anima. Non era più una bambina, non era più intrisa di rabbia evidente, non era più decisa a perseguire l’ingiusto, appariva perfetta e pacata, felice, soddisfatta. Erano ancora una volta simili, specchio uno dell’altra. Coincidenti. La osservò nella camminata decisa ma non superba. Rimase immobile quando l’ebbe davanti, a pochi centimetri, calda come un fuoco devastatore, affascinante quanto lo era lui e sapeva d’esserlo. Ricambiò il sorriso suadente lasciando che la luce abbagliante dei propri occhi atri scintillasse ipnotica. Ma non la ipnotizzò. Questo entrambi non avevano riconquistato: la capacità o la debolezza di lasciarsi incantare. Entrambi volevano e basta e sceglievano ciò che era migliore. Questa era loro vita. Avevano rifiutato le proposte del passato con gelo interiore, incomprensibili per chi con loro viveva, ma così certi d’essere nel giusto da apparire persino odiosi. Mondi diversi, paesi diversi, ambienti diversi… ma la linea del loro comportamento era una fotocopia perfetta. Lei finse una dolcezza che l’animo nero non possedeva più. Si accorsero che le parole erano inutili per loro, si erano dati un appuntamento tacito in quel luogo, quel giorno e compresero in un attimo quale sarebbe stato il prezzo da pagare. Non ne furono spaventati, il tempo sapeva essere lungo se percepito con il ghiaccio che dentro avevano per non morire. Sorrisero e le note di una musica lenta e trascinante li costrinse ad avvicinarsi, a unirsi in un ballo che annullò ogni cosa intorno. Era una festa quella che li aveva fatti ritrovare, ricca come ricca era la loro vita adesso a scapito di quella che avevano perduto. Avevano tutto ora, lei lui e lui lei. Non si chiesero perché. Era così. Lei aveva chiesto il meglio e lui lo era, lui aveva chiesto la forza e lei era la sua forza. Non potevano credere possibile sentire ciò che sentivano, l’altra volta tutto era sempre stato stemperato dall’iniquità degli incontri, dalla leggerezza delle scelte, dall’irrimediabilità delle cose, dalle sconfitte continue, pressanti, inevitabili. Era tutto molto strano, pur nella menzogna che avevano perpetrato sapevano di non mentire, avevano ucciso ma solo se stessi e… cosa c’era di peggio? Però tutto andava meglio, il cuore stesso aveva un battito così intenso da dare un sapore alla vita, da inebriare i sensi, da offuscare piacevolmente la mente, da far sentire felici. La felicità… questo avevano ricevuto in cambio… in cambio di cosa? Continuarono a ballare, tutta la sera. E quella fu la sera in cui la vita tanto agognata iniziò davvero. Erano caldi, vivi, veri. Erano ciò che un tempo nessuno dei due avrebbe creduto di poter tornare a essere. Erano ingiusti, generati dall’ingiustizia, da esistenze perse, smarrite, sprecate. Morti in certa della morte, erano risorti per una vendetta della stessa e a loro volta si erano vendicati perseguendo il magnifico, raggiungendolo. E il magnifico erano l’una per l’altra, il resto, che tanto era stato importante nelle


loro disperazioni, aveva cessato di avere importanza, egoisti sino al paradosso non avevano salvato chi c’era da salvare, non avevano aiutato chi aiuto non ne aveva avuto, non avevano fatto del bene, avevano solo fatto il meglio per se stessi, centro di un mondo che in realtà non vedevano e non volevano. Era la felicità che mai avevano assaporato e ora, nello scintillio di una festa senza importanza la assaporavano, la macinavano sotto i denti gustandone il succo dolce e allucinogeno. Potevano morire nuovamente, adesso, non faceva differenza, perché la completa gioia che i loro cuori mordaci provavano era qualcosa che anche la punizione più crudele non avrebbe mai cancellato. Volevano di più e lo presero. Si presero, distanti dalla gente, invisibili, distanti dai luoghi sfavillanti, in una camera preziosa, pagata con la ricchezza di cui disponevano, esagerata nel lusso, nell’inutilità della materialità in cui nuotavano ormai da anni, da quando avevano ucciso se stessi. Non era rimasto nulla, se non l’aspetto perfetto e curato che si erano premuniti di non scalfire mai, fermando il tempo con la sola forza della volontà. Bellissimi come due statue, degni soggetti di fotografie stupende, erano uno nelle braccia dell’altra con l’amore a nascere, divampare, bruciare quel poco che dentro ancora si muoveva. Ma non erano loro, non avevano nell’anima ciò che in passato li aveva mossi: la speranza. Non avevano speranza, il giorno dopo non esisteva, non interessava, era iniquo, irrilevante. E il giorno dopo invece ci sarebbe stato, ancora più grande, magnifico, un conto alla rovescia di cui erano consapevoli pensando al momento in cui tutto sarebbe finito, come era finito precedentemente. Sapevano il giorno in cui sarebbero morti, ma questa volta avrebbero scelto loro come e perché. Non ci sarebbe stato un perché, non erano necessarie le spiegazioni nella loro scelta folle. - Quanto pensi ci costerà tutto questo? – chiese lui avvolgendola in un abbraccio, mentre lei ascoltava il battito del suo cuore rallentato dalla quiete dopo la tempesta che li aveva travolti per un’intera notte. Oltre la finestra una giornata di sole di faceva annunciare da una luce fievole eppure chiara. La donna sogghignò amara. - La vita – rispose seccamente, affatto atterrita dall’idea. La guardò negli occhi incontrandone la rassegnazione che screziò per un attimo la felicità che li stava possedendo come un demone. Un demone… - Hai paura? – volle sapere. - Tu? – - No – - Neppure io – sorrise fiera di lui, fiera di sé, guerriera destinata alla morte con l’orgoglio d’essere tale. Ma nessuno dei due era un eroe, tuttavia lo ignorarono. Il sole sorse luminoso, quasi accecante. - Quando? – si chiese lui pensieroso. - Non ci verrà regalato un solo giorno in più – lo esaudì logica. –

Quando… sei morta? – le domandò a bruciapelo. Lei pensò e gli fece sapere


che mancavano vent’anni a quel giorno, il giorno esatto. Era lo stesso in cui lui era scivolato, o si era lasciato scivolare, nel suo fiume. Deglutì e lei anche. Vent’anni e poi tutto sarebbe finito perché non viene mai concesso un giorno in più.


Capitolo VIII

Non era importante cosa della loro vita avevano fatto, dove avevano passato vent’anni senza tuttavia mai separarsi. Questo forse era importante, l’unione ferrea che li aveva resi una sola persona scissa in due poli opposti, uno donna e uno uomo, coincidenti nella perfezione che era l’invidia di chi li aveva conosciuti, incapaci di invecchiare, giovani come se avessero stipulato un duro contratto con il diavolo. Con il diavolo… e così, pur nella convinzione che il tempo sarebbe stato lunghissimo, passarono vent’anni come nulla, come un soffio, come un battito di ciglia. Adoranti e appassionati avevano coltivato un amore indistruttibile, forte, potente, stretto come manette di stellite. Erano uno dipendente dall’altra, non era loro possibile respirare senza la presenza dell’altro, uno era mente, l‘altra era cuore, uno era vita, una era morte, uno era buio, l’altra luce. Il loro legame era così feroce da renderli crudeli con chi osava intromettersi tra loro e qualcuno, qualcuna, ci aveva provato scontrandosi con artigli taglienti e parole che erano state mazzate. La loro passione era divenuta così profonda che lo scandire inesorabile del tempo li aveva resi consapevoli dell’inevitabile separazione che li attendeva. Quella morte schivata per una decisione che andava oltre l’umana comprensione li avrebbe presi laddove li aveva lasciati. Cosa ne sarebbe stato di loro? Si sarebbero rivisti, sarebbero morti insieme? Nella dimensione maledetta che li attendeva avrebbero scontato il loro


peccato di superbia insieme o separati? Sarebbe forse stata quella la loro punizione? Questo con gli anni iniziò ad atterrirli, giovani esteriormente, dentro erano quasi centenari e quindi niente affatto sciocchi, piuttosto arguti, a tratti saggi, capaci di cogliere il giusto e l’errore e loro erano errore. Non volevano pentirsi e spesso pensavano ai cadaveri di se stessi gettati via come spazzatura, sacchi ingombranti, fastidiosi fardelli. Provarono spesso pietà per coloro che erano stati. E quel giorno era arrivato. Lo sapevano entrambi. Quel giorno. L’uomo guidava veloce sulla strada lastricata che portava alla sua città e poi al suo fiume, perché sentiva i vortici ululare dentro, il ghiaccio scricchiolare minaccioso. Dicembre era nevoso come previsto, come era stato nevoso anni addietro, nell’altro presente. Accanto, colei con la quale aveva diviso quella concessione demoniaca e per quale non aveva mai smesso di provare un amore grande, senza confini e senza logica, dimentico degli affetti che non aveva permesso nascessero questa volta. Muto fissava la strada bianca e poi gli edifici che emersero all’orizzonte nella foschia innevata. Lei era tacita, un po’ adombrata, sottilmente risentita per la scelta del suo uomo di morire dove voleva lui, come se facendolo avesse potuto salvarla. Sapeva che era il suo desiderio, allontanarla dai suoi luoghi nell’assurda convinzione che questo potesse rimandare la dipartita. Non funzionava così, ne era convinta. L’auto ringhiava in un’accelerazione pericolosa, su un ghiaccio che avrebbe ucciso chiunque! Non c’era traffico, anche se la gente di quei luoghi era avvezza al clima, comunque la prudenza generale limitava le uscite e si preferiva andare a piedi se era possibile piuttosto che affidarsi alle ruote incontrollabili. Schizzavano nella pianura che portava al fiume, volavano nel biancore che li avvolse in netto contrasto con il nero degli occhi dell’uomo fissi e fermi, taglienti e bellissimi, come bellissimo era sempre stato tutto di lui. Non temevano il riverbero accecante della neve, erano abituati a quella luce come a sfidarla con l’oscurità che li caratterizzava. Lei invece stringeva lo sguardo di tanto in tanto, vincendo a stento le fitte dolorose alla testa che i lampi della neve le causavano. Amante del buio, della notte, non le era facile sopportare tanto candore. Avrebbe voluto chiedere di rallentare, ma non lo fece rivivendo il fremito di anni addietro, quando a guidare era stata lei e aveva visto il giungere impetuoso degli occhi della morte con uno schianto finale. Ebbe un dejà-vu che non la spaventò. - Non mi salverai – disse all’improvviso. Le sue parole costrinsero senza volerlo l’uomo a rallentare di poco, poi riaccelerò quasi feroce. - E se dovessi riuscirci… non ti permetterò di morire – aggiunse. - Non ci verrà dato un solo giorno in più – le rispose freddamente, sapeva essere glaciale e svelò il suo vero modo d’essere. La rassegnazione ringhiante, la rabbia addolorata, la consapevolezza di meritare il destino cui stava andando incontro lo rendevano ingiustamente affascinante, più del solito e lei ne fissò il profilo affilato, quasi ferino.


- Allora perché corri, da cosa scappi? – lo prese amaramente in giro. - Non voglio morire da solo e non voglio che tu muoia da sola – fu tragico. Dopo tanto tempo, immemorabile, gli occhi della donna si inumidirono lasciando che una lacrima scendesse commossa e disperata. Lo stava perdendo, era questione di attimi, istanti. Forse lo aveva già perso mentre si inoltrarono nella città dalle strade pulite, meno pericolosa, battuta dalla neve incessante. Ma lui non rallentò, non rispettò i segnali, i semafori, gli stop, lui procedette a manetta finchè scorse il porto e svoltò a destra con un gesto secco per rasentare il fiume e raggiungere il punto ove il ghiaccio scricchiolava. Lo sentiva, dentro, nell’aria, nel cuore gonfio, nella mente impazzita per un male che partiva dalle caviglie inondandolo pungente tutto quanto. Ma le curve si devono imboccare con prudenza specialmente se sono ghiacciate, se lo spazzaneve non ci è passato ancora! Le curve si prendono con calma e lui non lo fece. L’auto sbandò e lei afferrò il cambio senza un senso, appoggiando così la mano sulla sua che tentava un salvataggio inutile. Si sfiorarono così, guardandosi per un attimo, annegando uno nell’altra, lei nell’abisso impetuoso dello sguardo di lui e lui nel mare avvelenato degli occhi di lei. Non volevano morire, lo pensarono, ma questa volta non ci sarebbe stato il diavolo, perché lui li attendeva nella stanza delle punizioni, come aveva deciso, come avevano accettato. Si parlarono, in un secondo si dissero tutto, niente escluso. Si amarono in un lampo, fecero l’amore in quel secondo, così intensamente che li unì un abbraccio ferreo, senza più governare un’auto che era l’arma designata a ucciderli. La macchina slittò velocissima sulla strada che rasentava il fiume, il loro stringersi toccò il volante, le loro parole ammutolirono il ghiaccio e il volo nel fiume fu volo appassionato e onirico. Chiusero gli occhi una nelle braccia dell’altra. - Ti amo – sussurrò lei percependo il vento della fine entrare da un finestrino chiuso. - Non basterà – rispose lui socchiudendo gli occhi e scorgendo l’allontanarsi terribile della sponda del fiume. Lo schianto fu colossale, l’acqua gelida fece da cornice, le scintille del ghiaccio infranto furono il saluto alla vita, il freddo intenso seppe di festa natalizia, ma non era Natale per loro, non lo sarebbe più stato. Si strinsero più forte e ringraziarono chiunque per la gioia che avevano provato dopo aver creduto di non avere speranze. Avrebbero pagato e questa volta non ci sarebbero stati sconti. - L’amore vince sempre – si lamentò lei mentre l’auto iniziava a discendere lasciandosi avvolgere dalle acque gelide del fiume più bello del mondo. - Volevo la forza e ho avuto te, io ho vinto – quasi pianse immergendo il volto pallido nei lunghi capelli della donna. Lei sorrise e non aprì gli occhi. - Volevo il meglio e ho avuto te, anch’io ho vinto – concluse. Non bastò. Neppure questa volta bastò. Non ottennero la redenzione. Ancora una volta la vita non diede nulla, ancora una volta tolse ciò che aveva dato. Non era bastato essere onesti la prima volta, non era bastato essere bastardi


la seconda. Non bastò. Non un giorno in piÚ viene mai concesso, neppure per capire, per chiedere, per sapere. Non un giorno in piÚ.

- Fine -

NON UN GIORNO IN PIU' di Barbara Risoli  

Racconto surreale. Nuovo racconto di Barbara Risoli dopo un lungo periodo di silenzio.

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