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LETTERATURA IN VIAGGIO

CORSO DI LETTERATURA PER LA CLASSE 3AT A.S. 2013/14 Prof.ssa Barbara Grassi


Sommario

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Letteratura in viaggio Introduzione Un viaggio ci consente di porci al di fuori di noi stessi, ci catapulta nel nuovo, nel diverso, nell’imprevedibile. Ogni viaggio è fatto di occasioni, di conseguenze casuali, di incontri e di perdite. Esso porta l’uomo a spostare i propri punti di riferimento, a trasformarsi con conoscenze ed esperienze nuove. E’ cambiamento: si lascia la propria vita rassicurante per qualcosa di sconosciuto. Ogni viaggio racchiude in sé il proprio senso, donando saggezza e coscienza. Impedisce all’uomo di avere paura della vita, poiché gli offre la possibilità di assaporare, di annusare, di sentire e di appropriarsi del mondo cui appartiene o ad altri, non più solo letti o visti o sognati da lontano, ma vissuti e, per questo, reali. E' la ricerca del senso nell'orizzonte infinito per mezzo del quale l’individuo oltrepassa la propria finitezza. Solo il viaggio può farci comprendere cose che, altrimenti, non capiremmo. Cambia il nostro modo di vivere, di vedere la realtà e le nostre opinioni, poiché il mondo, con le sue inafferrabili verità, parla e racconta la sua storia coi suoi diversi linguaggi. Vero è, comunque, che dopo un’esperienza di viaggio il riposo è necessario. Ed è in questo che dobbiamo riconoscere l'importanza di un luogo da poter chiamare "casa". Casa come pausa, fra un viaggio e l'altro, come luogo della quotidianità, degli affetti e delle abitudini. Il corso di letteratura di quest’anno si propone di ripercorrere, attraverso le storie di alcuni autori famosi, il tema del viaggio reale, immaginario, fuori o dentro di sé, inteso come partenza, come avventura o come ritorno. Le origini del termine La parola “viaggio” deriva dal provenzale viatge, che a sua volta proviene dal latino viaticum, un derivato di via. Viaticum in latino era la provvista necessaria per mettersi in viaggio e passò più tardi a significare il viaggio stesso. Nel suo significato più generale è l’azione di muoversi per andare da un luogo ad un altro. L’uso più frequente del termine identifica il giro in paesi diversi dal proprio, che dura un periodo variabile ma comunque limitato. Si viaggia per i motivi più diversi: esistono viaggi di studio e di esplorazione. Nel Medioevo quello per eccellenza avveniva in Terra Santa, era cioè il pellegrinaggio ai luoghi sacri del Cristianesimo. La mobilità è molto cresciuta nel corso dei secoli e le distanze si sono accorciate enormemente col migliorare dei collegamenti e dei mezzi di trasporto; ma nel linguaggio familiare viaggio conserva a volte il senso di impegno, di lunghezza, di fatica proprio della metalità di una volta. Il percorso può essere anche soltanto ideale o fantastico: chi ha la passione dei viaggi, ma non ha i soldi per permetterseli, può consolarsi con i film e i documentari che ci consentono spostamenti nel tempo, nello spazio, nella fantasia, oppure di vivere quelli eseguiti e descritti da altri. Si possono inventare viaggi, come ha fatto lo scrittore Emilio Salgari, famoso per l’ambientazione esotica dei suoi romanzi, dove gli eroi si trovavano in luoghi che non aveva mai visto: la Malesia di Sandokan e Yanez è ricostruita tutta a tavolino. 3


Altri usi del termine viaggio Nel linguaggio dell’industria e del commercio un viaggio corrisponde ad un trasporto di merci. Da questo senso nasce l’espressione “fare un viaggio a vuoto“, che si usa comunemente per riferirsi ad un viaggio inutile: propriamente sarebbe un viaggio per cui si è pagati all’andata ma non al ritorno. Il gergo della droga usa la parola viaggio nel senso dell’inglese trip, che indica lo sconvolgimento dei sensi che si ottiene assumendo stupefacenti e poi, più estesamente, l’evasione dalla realtà. L’immagine della vita come viaggio è profondamente radicata in molte culture di tutto il mondo, ed è logico che la lingua ne rifletta l’importanza e la diffusione. Grazie a questa immagine, usiamo normalmente espressioni come “l’aldilà” nel senso dell’altro mondo, “venire al mondo” per nascere e “andare all’altro mondo” per morire, o diciamo che “siamo finiti fuori strada” quando abbiamo sbagliato, che “siamo ad un bivio” se siamo costretti a una scelta, che abbiamo preso una sbandata se ci siamo innamorati, che siamo in un “vicolo cieco” se ci troviamo in crisi e non abbiamo soluzioni. Da viaggio deriva il verbo “viaggiare”, che inizia ad essere usato solo dopo il Seicento. Su viaggiare si è poi formata la parola “viaggiatore”, che anticamente identificava gli esploratori, i mercanti e gli scienziati che partecipavano a viaggi di scoperta, mentre oggi è riferito soprattutto a chi si sposta su mezzi pubblici, oppure per mestiere (commesso viaggiatore).

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Lezione 1 - Ti invito al viaggio Invito al viaggio. Fleurs, album di Franco L'invito al viaggio da I fiori del male di Battiato, uscito nel 1999 per la Mercury Baudelaire (Universal Music Italia). Bimba mia, mia sorella Ti invito al viaggio pensa alla dolcezza in quel paese che ti somiglia tanto. d'andare a vivere insieme laggiù ! I soli languidi dei suoi cieli annebbiati Amare a bell'agio, hanno per il mio spirito l'incanto amare e morire dei tuoi occhi quando brillano offuscati. nel paese che ti somiglia Laggiù tutto é ordine e bellezza, I soli umidi calma e voluttà. di quei cieli torbidi Il mondo s'addormenta in una calda luce hanno per il mio spirito gli incanti di giacinto e d'oro. sì misteriosi Dormono pigramente i vascelli vagabondi dei tuoi occhi infidi arrivati da ogni confine che brillano attraverso le lacrime per soddisfare i tuoi desideri. Le matin j'écoutais Tutto, laggiù, è ordine e beltà les sons du jardin lusso, calma e voluttà. la langage des parfums Mobili rilucenti, des fleurs. levigati dagli anni, ornerebbero la nostra stanza; i più rari fiori, che uniscono i loro odori ai vaghi profumi dell'ambra, i ricchi soffitti, gli specchi profondi, lo splendore orientale, tutto parlerebbe, segretamente all'anima la sua dolce lingua nativa Tutto, laggiù, è ordine e beltà lusso, calma e voluttà Guarda su quei canali dormir quei bastimenti dall'estro vagabondo: solo per saziare ogni tuo desiderio vengono dai confini del mondo. I soli occidui vestono i campi, 5


i canali, l'intera città, di giacinto e d'oro; s'addormenta il mondo in una calma luminosità. Tutto, laggiù, è ordine e beltà lusso, calma e voluttà. I Fiori del Male di Charles Baudealire è un grande ed importante libro di poesie dell’Ottocento francese. Il titolo indica, come ha scritto lo stesso Baudelaire la volontà di “estrarre la bellezza dal Male”, dove ogni fiore corrisponde ad una poesia mentre il Male all’esistenza umana su questa terra. I temi del libro sono: la morte e l’amore, l’inferno e il paradiso, Dio e Satana, i vizi e le virtù, la noia e l’allegria, il tempo e la monotonia, la bellezza e la bruttezza, il viaggio e il nuovo. La raccolta descrive la discesa dell’umanità all’inferno con colori cupi che cangiano dal violetto al nero. I protagonisti delle poesie sono soggetti asociali e amorali come i mendicanti, le prostitute, i ladri, ma il vero protagonista è solo il poeta che esprime tutto il dolore ed il suo pessimismo verso la vita sociale e la ricerca di una via che lo porti fuori dalla vita verso altri posti che non siano la terra, per scoprirvi qualcosa di nuovo. Ne L’invito al viaggio il poeta ci descrive quale sia il luogo nel quale desidera andare, ma più avanti, in un’altra poesia ammette che questo posto non esiste sulla terra e, dopo avere nominato molti luoghi che non rispondono più a quelli della felicità, la sua anima dice: “Finalmente la mia anima scoppia e saggiamente mi grida: Dovunque sia! Purché fuori da questo mondo”. Il viaggio O Morte, vecchio capitano, è tempo! Leviamo l’ancora! Questo paese ci annoia, o Morte. Salpiamo! Se il cielo e il mare son neri come l’inchiostro, i nostri cuori, a te noti, son pieni di raggi! Mescici il tuo veleno perché ci riconforti! Vogliamo, tanto questo fuoco ci brucia il cervello, tuffarci in fondo all’abisso – Inferno o Cielo – che importa? In fondo all’Ignoto, per trovare qualcosa di nuovo! La metafora del viaggio serve a Baudelaire per definire tutto il suo disagio nel vivere a contatto con una società in cui non si riconosce. Il poeta aspira ad un altro mondo, poiché quello in cui vive non è la sua vera patria. Il suo animo quaggiù è in esilio. La ricerca di un altrove traduce dunque l'aspirazione ad una vera patria, sentimento ora pacato, ora di terribile inquietudine (Non importa dove, fuori dal mondo). Da questa tendenza risulta che in Baudelaire ogni ricerca è nello stesso tempo un’evasione. [Digitare il testo]

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Nei Fiori del Male alcune composizioni ci parlano di un viaggio immaginario che muove dai sensi. In Profumo esotico e La chioma i seni ed i capelli della venere nera Jeanne Duval sono il punto di partenza per un viaggio verso spiagge felici o climi gradevoli, assimilabili a quelli dell'Asia e dell'Africa. L'originalità di Baudelaire è quella di far partire la sua immaginazione dal senso dell'odorato. Così l'immagine tradizionale (capigliatura = foresta ) è rinnovata, amplificata all'estremo con il suo profumo. La grande immagine del mare del viaggio esotico scaturisce proprio da questa indovinata analogia. L'origine e la chiave di interpretazione simbolica del poemetto L'invito al viaggio ( Spleen ed ideal - Canzoniere dedicato a Marie Daubrun ) non è più nel rimando alla chioma profumata di Jeanne Duval ma agli occhi verdi di Maria. Lo sguardo velato suggerisce al poeta un paesaggio nordico, luminoso ed umido. L'Olanda non è nominata nella composizione, ma le allusioni a questa terra sono del tutto chiare. E' attraverso la rappresentazione dei pittori ( Vermeer ad esempio ) che il poeta immagina la luce di un Paese in cui non si è mai recato. Gli arredi interni, i fiori, i commerci con l'Oriente, i canali, la perfetta pulizia sono altrettanti particolari significativi della composizione che rendono plausibile il riferimento al paesaggio olandese. Anche in questo caso si tratta comunque di un viaggio sentimentale (là dove Tutto, è ordine e beltà / lusso, calma e voluttà) in un luogo platonico, dove si situa il segreto dell'anima. E' in particolare nell'armonia, sognata attraverso gli occhi della donna, che si evoca un paesaggio che diviene stato d'animo e ritmo impari di sensazioni originali, a cui si deve il successo artistico della composizione.

Attività nel quaderno 1. Ricostruisci la biografia del poeta Charles Baudelaire. 2. Dopo aver riletto a fondo la poesia di Baudelaire esegui i seguenti esercizi a. Scrivi la sintesi del testo b. Ricerca le ripetizioni, l’ossimoro e le anafore. c. Spiega il significato dei seguenti termini: beltà, voluttà, infido, occiduo 3. Scrivi un tuo libero commento sul tema affrontato in questa lezione

Approfondimento Charles Baudelaire, Il Viaggio,prima parte, letto da Domenico Pelini

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Lezione 2 - Il viaggio di Ulisse La figura di Ulisse è presente in tutta la storia della cultura occidentale. Dall’VIII secolo ai giorni nostri, da Omero a Lucio Dalla l’eroe greco appare più di un personaggio letterario: è piuttosto una figura emblematica, densa di ideali e di valori. Ulisse, Odiesseo per i greci, è il protagonista dell’Odissea, il poema omerico che probabilmente prese spunto da motivi e da personaggi leggendari già presenti nella cultura popolare precedente. E’ un eroe guerriero, coraggioso, avventuroso, ingegnoso ed astuto; è il re di Itaca menzognero ma generoso, legato agli affetti familiari ma incapace di resistere allo spirito d’avventura, prudente ma allo stesso tempo temerario, forte nel fisico e intelligente, acuto osservatore, abile stratega, prudente e, soprattutto, animato da un inesauribile desiderio di conoscenza. Proprio la sua poliedricità e complessità han fatto sì che Ulisse raccogliesse la fortuna che ha avuto sia presso i semplici lettori sia tra gli artisti. Possiamo dire che nel tempo la sua figura è entrata nell’immaginario collettivo della cultura occidentale e che, pur subendo interpretazioni diverse a seconda del gusto e del pensiero di ogni tempo, la sua fortuna sia stata costante sebbene ne sia uscito “manipolato” e siano stati messi in evidenza ora un aspetto, ora un altro della sua personalità. La struttura del poema L’Odiessea è un poema in esametri e 24 libri; prende il nome dal suo protagonista Odisseo (Olysseus poi Ulixes per i latini). Essa narra i dieci anni di viaggio lungo il Mediterraneo, che il re greco Ulisse impiegò per tornare nella sua Itaca dopo la guerra di Troia. Antefatti Ulisse, eroe acheo, figlio del re Laerte, eredita in giovane età il trono di Itaca. Sposo di Penelope e padre di Telemaco, è il prediletto da Atena per le sue qualità prima ricordate. In giovane età è chiamato a lasciare la sua terra per combattere nella guerra di Troia. Dopo essere partito con dodici navi, per molti anni, nonostante la guerra sia stata vinta, nessuno ha più notizie di lui e dei suoi uomini partiti per la battaglia. Libri I-IV: Introduzione e telemachia Sono trascorsi vent’anni da quando Ulisse ha lasciato la patria e la sua famiglia. La guerra di Troia era stata vinta dieci anni prima, ma da allora nessuno aveva più avuto notizie sue e degli uomini partiti insieme a lui. Gli dei finalmente decidono che Odisseo possa tornare in patria. Il dio Ermes viene inviato presso Calipso, la ninfa innamorata dell’eore, che lo trattiene nell’isola di Ogigia. Frattanto Telemaco, figlio dell’eroe, deve subire le prepotenze dei proci che hanno usurpato la casa del re e della regina consumandone ogni bene, nell'attesa che Penelope scelga fra loro un nuovo marito. Arroganti e avidi, i pretendenti vogliono a tutti i costi ereditare il trono e con [Digitare il testo]

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esso, il regno di Itaca, nonché la bellissima Penelope che non desidera risposarsi e che per rimandare le nuove nozze, escogita continuamente degli inganni che le permettano di prendere tempo. Stimolato dalla dea Atena ad agire per scoprire se il padre sia vivo Telemaco salpa per raggiunge Nestore a Pilo, Menelao a Sparta, entrambi reduci della guerra di Troia. Libri V-XII: Viaggi di Odisseo Odisseo parte su una zattera da Ogigia, ma una tempesta suscitata da Poseidone (arrabbiato per avergli accecato suo figlio Polifemo) lo fa naufragare presso l’isola di Scheria. Spossato dalla fatica, dalla sete e dalla fame, si addormenta. Lì incontra la giovane Nausicaa che si fida dello straniero grazie ad un sogno e che si prende cura di lui. Gli fa conoscere i suoi genitori, ossia Alcinoo re del popolo dei Feaci e la regina che lo guardano con sospetto e precauzione. Ulisse, prudente, non rivela il suo nome, dicendo di essere un semplice marinaio. Racconta a tutti che otto anni prima una tempesta gli aveva distrutto la nave sulle scogliere dell'isola Ogigia. Unico sopravvissuto al naufragio, fu raccolto dalla ninfa Calipso che però poi non voleva più lasciarlo andare. Anzi, avrebbe potuto scegliere di non abbandonare l'isola, vivendo per sempre con lei e diventando immortale, evitando ogni dolore della vita terrena. Ma il desiderio in lui di tornare in patria e di riunirsi alla propria famiglia era stato più forte, per cui si era costruito una zattera e aveva lasciato l'isola. Ottenuta dal re l’ospitalità e la promessa di essere riportato ad Itaca, Odisseo partecipa ad una fetsa in suo onore; l’aedo Demodoco racconta della disfatta di Troia, avvenuta nel decimo anno di guerra e di cui lui è superstite. Egli è rimasto cieco a causa di un incendio durante la caduta della città e ricorda i giorni di sofferenza causati dall'assedio. Racconta di come i nemici sono riusciti ad entrarvi utilizzando la strategia del cavallo. Ulisse era riuscito a sbloccare una situazione che da dieci anni vedeva gli invasori tentare di penetrare nella città ma sempre respinti dalla inespugnabile difesa. Mentre Demodoco racconta della sofferenza del popolo troiano Ulisse, ormai uomo profondamente maturo, alle parole del sopravvissuto, diventa molto triste. Sentendosi responsabile rivela ai Feaci la sua identità e decide di raccontare tutto ciò che gli è accaduto negli anni successivi alla vicenda del cavallo di Troia, fino all'arrivo alla loro terra. Ciò è necessario perché i Feaci possano comprendere e aiutarlo a tornare a Itaca, dove la famiglia e i suoi amici attendono da molti anni il suo ritorno. Dopo la guerra di Troia, Ulisse era partito con Nestore e Menelao, ma una tempesta provocata da Poseidone dio dei mari, disperse la flotta e finì nell'isola dei Ciconi. I suoi uomini fecero razzie e i Ciconi uccisero molti di loro. Ulisse risparmiò Marone, sacerdote di Apollo il quale gli donò un vino speciale, fortissimo. Dopo la sua partenza ci furono altre tempeste ad opera di Poseidone che gli fecero perdere completamente la rotta. Gli uomini di Ulisse erano impauriti, sperduti e senza speranza. Così, quando sbarcarono nell'isola dei Lotofagi, i mangiatori di loto, alcuni dei suoi uomini in esplorazione non tornarono più. Ulisse decise di andare a cercarli da solo, tuttavia, i suoi uomini, decisero di unirsi a lui alla ricerca. Li ritrovò dispersi, ospitati dai Lotofagi e da essi drogati con il fiore di loto, un fiore che toglie la memoria e i desideri. Lì sembravano aver raggiunto il 9


paradiso, ma quella sensazione di felicità era in realtà solo un'illusione che copriva la tristezza nei loro cuori. Ulisse, li riprese con sé, riportandoli alla ragione, perché in lui ardeva sempre il senso del dovere e la speranza di riportare tutti in patria. Sbarcati in un'altra isola, Ulisse e il cugino Euriloco, si resero conto che stavano attraversando isole nascoste, difficilmente raggiungibili. Ormai non avevano più punti di riferimento per ritrovare la rotta verso Itaca ma non potevano dirlo agli altri uomini per non gettarli nel panico. Ulisse notò con sorpresa che quell'isola era abitata: si presentava l'occasione per chiedere agli abitanti del luogo dove fossero giunti con la nave. Così si diresse con alcuni dei suoi uomini verso la dimora intravista da lontano. Per non mostrare ostilità, portò con sé il vino nero regalatogli da Marone il sacerdote di Apollo, un vino fortissimo che andava allungato di almeno venti volte con l'acqua per poter essere bevuto. Incontrarono così il gigante che dimorava nella grotta, il ciclope Polifemo, il quale non aveva alcuna intenzione di aiutarli ma di mangiarli tutti, iniziando sin da subito a cibarsi con alcuni di loro. Il giorno dopo, Polifemo lasciò la sua grotta chiudendone l'unica entrata con una grande roccia, non permettendo ai superstiti di scappare. Portò le pecore al pascolo lasciandoli soli: al suo ritorno, avrebbe continuato a banchettare con loro. Ulisse, approfittando del tempo rimastogli, escogitò un piano in grado di sconfiggere il mostro e uscire dalla grotta chiusa dall'enorme roccia. Al ritorno del gigante, dopo che questi si cibò di altri dei suoi compagni, Ulisse, seguendo il suo piano di salvezza, gli offrì il vino Marone e, vedendo che Polifemo lo gradiva, si rivelò con il falso nome di Nessuno. Continuò a offrirgliene fino a ubriacarlo e addormentarlo. Con l'aiuto dei compagni, utilizzando un arbusto arroventato che avevano preparato in assenza del mostro, gli accecarono l'unico occhio. Polifemo invocò l'aiuto degli altri ciclopi ma quando questi gli domandarono chi lo minacciava, rispose che Nessuno cercava di ucciderlo. Credendo che stesse delirando, i ciclopi se ne andarono. La mattina seguente, dopo vani tentativi di trovare chi lo aveva accecato, Polifemo fu costretto a liberare le sue pecore, spostando la grande roccia che chiudeva l'unica entrata della grotta. Prevedendo che il gigante avrebbe controllato tutto ciò che usciva dalla grotta tastando con mano le pecore una ad una, Ulisse fece legare i suoi compagni al ventre delle pecore. Poi, unico rimasto nella grotta, non potendosi legare da solo si aggrappò all'ariete, il più caro degli animali di Polifemo, riuscendo a fuggire. Mentre lasciava l'isola con la nave, rivelando una volta al sicuro il proprio vero nome al gigante, Polifemo chiamò a gran voce suo padre Poseidone, supplicandogli di essere vendicato. Ulisse raggiunse l'isola di Eolo, questa volta recandosi da solo nella dimora del dio in cerca di aiuto, senza coinvolgere i suoi compagni. Partecipò al banchetto della divinità per un mese intero, costretto a narrare più volte le sue avventure al dio e alla sua famiglia. Poi, dopo che Ulisse gli ebbe chiesto il permesso di ripartire, Eolo gli regalò in cambio del giuramento di non aver mai offeso il dio Poseidone, un otre pieno dei venti sfavorevoli, che lo avrebbe aiutato a raggiungere la sua terra. Ulisse pronto a tutto pur di tornare in patria assieme ai suoi compagni, mentì a fin di bene. [Digitare il testo]

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Quando grazie al dono di Eolo raggiunse finalmente Itaca, Ulisse si addormentò per la fatica. I suoi uomini, vergognandosi di tornare a casa dopo tanti anni e a mani vuote, sospettosi che Ulisse nascondesse dell'oro nell'otre, ruppero quest'ultimo e i venti sfavorevoli fuoriuscirono respingendoli lontani da Itaca. Le correnti li spinsero dai Lestrigoni giganti, divoratori di uomini. Alcuni dei suoi uomini attraccarono al porto, ma Ulisse per precauzione decise prima di sbarcare di analizzare attentamente l'ambiente aggirando il promontorio. I Lestrigoni li attaccarono e quasi tutta la flotta fu distrutta, tranne la nave governata da Ulisse. Raggiunsero poi l'isola della maga Circe. Alcuni degli uomini del comandante, durante la perlustrazione dell'isola, furono tramutati in porci. L'unico del gruppo ad evitare di essere trasformato in bestia fu Euriloco che riferì a Ulisse l'accaduto. Quest'ultimo decise di incamminarsi da solo alla ricerca dei compagni perduti per non mettere in pericolo gli altri. Più incontrava difficoltà e sconfitte e più avvertiva la necessità di andare oltre, desideroso di scoprire i segreti divini celati ai mortali. Durante il cammino incontrò Ermes il dio messaggero dal bastone d'oro che gli offrì un fiore da mangiare, in grado di impedire al filtro magico della maga Circe di trasformarlo in animale; il dio lo avvertì anche del pericolo che sarebbe venuto dopo: la maga, per paura di essere uccisa, gli avrebbe offerto il suo amore e Ulisse, per salvare i suoi compagni avrebbe dovuto assecondarla rischiando per questo di dimenticare la sua missione. Tutto ciò avvenne: i suoi compagni ripresero sembianze umane, ma Ulisse, sedotto dal potere della maga, fu in grado solamente dopo un anno di uscire dal suo influsso magico, ritrovando dentro di sé il desiderio del ritorno in patria. Fu quindi inviato nell'Ade dalla maga Circe, per fargli conoscere il suo destino. Durante il viaggio nell'oltretomba, Ulisse incontrò lo spirito di Tiresia che gli rivelò la difficile situazione in cui si trovava la sua famiglia a Itaca. Il suo ritorno in patria, sarebbe avvenuto senza i suoi compagni e su una nave non sua. Avrebbe sterminato i tracotanti pretendenti al trono, trascorso un breve periodo insieme alla famiglia e infine ripreso il mare raggiungendo una terra dove avrebbe placato l'ira di Poseidone attraverso numerosi sacrifici in suo onore e dove avrebbe trovato la morte dopo una serena vecchiaia. Ulisse, attraversando le tetre terre dell'Ade, incontrò lo spirito di Agamennone che lo ammonì di non fidarsi di nessuno una volta rientrato in patria, né degli amici né della moglie se non voleva morire prima del tempo. Fu poi la volta dell'incontro con Achille e infine della madre, morta per il dolore di non averlo più visto tornare. Ulisse riprese il viaggio ma i suoi uomini, ormai, non gli credevano più. Non si ricordavano nemmeno di essere stati trasformati in porci e che Ulisse li aveva salvati. Questo perchè la magia di Circe aveva cancellato i loro ricordi. Nonostante Ulisse raccontasse ai compagni ciò che era successo dalla maga e mettendoli al corrente dei pericoli a venire, gli avvenimenti erano così incredibili per loro da fargli pensare che Ulisse avesse perso la ragione. Ulisse scampò alle sirene, facendo tappare le orecchie ai compagni per non fargli udire la loro voce. Per contro, lui le ascoltò facendosi però legare il proprio corpo all'albero maestro per non cadere nella tentazione di tuffarsi in mare. Grazie ai consigli di Circe, superarono così le insidie delle sirene, dei mostri Scilla e Cariddi. 11


Giunsero all'isola del dio Sole dove si trovarono costretti a sbarcarvi. Come predetto dalla maga Circe, l'isola era abitata dalle vacche sacre. Qui Ulisse fece fare il giuramento alla truppa di non mangiare la carne delle vacche per non attirare l'ira del dio del sole. Per molti giorni seppero tener fede al giuramento ma dopo aver terminato le provviste presenti sulla nave, non resistettero più e si cibarono delle bestie sacre approfittando della momentanea assenza del loro capo. Ripreso il mare, la nave affondò, spazzata via dalla tempesta causata dal dio che avevano adirato. Ulisse, l'unico a non aver violato il divieto, fu il solo a salvarsi e a raggiungere l'isola della ninfa Calipso dove vi trascorse sette lunghi anni. Poi gli fu permesso di costruire una zattera per andarsene. Libri XIII-XXIV Il ritorno e la vendetta di Odisseo Dopo aver ascoltato tutta la sua storia, il re Alcinoo desidera che Ulisse ritorni a Itaca. E' pronto a rischiare l'avverarsi di un'infausta profezia che vedrebbe gli elementi naturali rivoltarsi contro il popolo dei Feaci se lo aiuteranno a rimpatriare. Egli infatti comprende che Ulisse è stato sempre guidato da forze più grandi di lui e il destino vuole che il suo viaggio giunga a compimento. Così Ulisse ottiene il permesso di partire abbandonando il popolo dei Feaci. Una volta tornato ad Itaca non si fa riconoscere da nessuno. Atena sotto spoglie mortali, lo aiuta a questo scopo, dandogli l'aspetto di un vecchio mendicante. Lo guida ancora una volta dicendogli di raggiungere il suo caro amico Eumeo, al quale prima di partire per Troia, Ulisse aveva affidato la custodia delle sue bestie. Eumeo pur non riconoscendo il suo padrone, lo accoglie offrendogli vitto e ospitalità, dimostrandosi non solo un servo fedele, ma anche generoso verso gli stranieri. Nel frattempo Telemaco sta per lasciare Sparta per tornare a Itaca. Nemmeno da Menelao è riuscito ad avere informazioni che possano aiutarlo a rintracciare suo padre. Prima di partire incontra un indovino che gli chiede di portarlo via con sé rivelandogli che a Itaca alcuni uomini lo aspettano per ucciderlo. Gli consiglia di fare il giro largo e di sbarcare dalla parte opposta dell’isola, raggiungendo casa sua dalla campagna. Telemaco lo prende con sé e grazie alle sue indicazioni sfugge alla trappola dei Proci. Dopo che Telemaco si è recato da Eumeo confidandogli della sua paura di tornare a casa, Ulisse rivela la sua identità a entrambi. Così, Telemaco torna a casa da sua madre senza dirle nulla del ritorno di suo marito, per volere di quest'ultimo. Anche Ulisse, sotto mentite spoglie di mendicante torna a casa: nessuno lo riconosce, a parte Argo il suo cane che dopo vent'anni gli viene incontro prima di morire di vecchiaia. Penelope incontra suo marito che è costretto a mentirle per non mandare a monte il suo piano di vendetta, dicendole di essere Etone re di Creta caduto in sventura. La regina, credendo di riconoscerlo viene abilmente smentita dalle parole di Ulisse. Penelope propone una gara per l'indomani: il primo dei pretendenti che riuscirà a tendere l'arco di Ulisse attraversando con un freccia i fori di dodici scuri, sarà suo sposo. Il giorno della gara Atena stimola in Ulisse il desiderio di vendetta, alimentando allo stesso tempo l'ingordigia e l'arroganza dei pretendenti. Ulisse, sempre nei panni del vecchio straccione, chiede a ciascuno di loro l'elemosina per vedere se è rimasto un briciolo di compassione nel loro cuore, ma non trova [Digitare il testo]

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riscontro. Anche l'indovino ospitato da Telemaco lancia una profezia di morte offrendo a tutti la possibilità di salvarsi, ma nessuno lo ascolta. Penelope porta l'arco che venti anni prima, un ospite aveva donato ad Ulisse e che quest'ultimo da giovane sapeva usare con forza e abilità. Utilizza questo stratagemma prevedendo che difficilmente qualcuno nella sua casa possieda l'abilità richiesta per vincere la gara. Dopo che i pretendenti non hanno avuto nemmeno la forza necessaria a tendere l'arco fallendo nell'impresa, il mendicante chiede di avere anch'egli la possibilità di tentare. Così tende l'arco e scocca la freccia facendole attraversare i fori delle dodici scuri, vincendo la gara. Poi, rivelando a tutti di essere Ulisse, uccide tutti i pretendenti. A vendetta compiuta incontra Penelope che è sì felice di rivederlo dopo tanto tempo, ma allo stesso tempo sofferente perché non si è fidato di lei mentendole sulla sua identità. Allora Ulisse le da la prova di essere sempre lui, il suo caro marito: le ricorda di quando da giovani lei volle costruire il loro letto nuziale tra i rami di un olivo, la pianta che le era sempre stata cara e da cui poi Ulisse vi costruì intorno le mura della casa. Le ricorda così che è sempre lui l'uomo che molti anni prima aveva sposato. Alle parole di Ulisse, Penelope si abbandona fra le sue braccia. Ulisse, prima del giorno dopo si incammina per la casa di suo padre un tempo re di Itaca, ora un umile contadino. Vuole l'aiuto di suo padre per prepararsi alla guerra contro i parenti dei pretendenti uccisi che vogliono vendicarsi. Ma Atena scendendo in mezzo alle due fazioni, chiede che venga evitato lo spargimento di sangue, perpetuando pace. Ulisse ascolta la parola di Atena e così gli uomini a cui la vita dei loro figli è stata spezzata. Così viene ristabilita la pace nell'isola. Successivamente Ulisse finalmente raggiunge la sua sposa donandole il suo amore. Poi le rivela a malincuore il suo destino: dovrà presto lasciare Itaca per raggiungere una terra ove la gente non conosce cibi salati e non conosce il mare. Lì pianterà un remo per terra e offrirà sacrifici a Poseidone, infine morirà dopo serena vecchiaia. Penelope comprende che solo le forze superiori degli dei possono guidare il cammino dei mortali ed essi devono far sì che il destino da loro voluto si compia. Le tappe del viaggio di Ulisse secondo quanto raccontato da Omero nell'Odissea:

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1.Troia città dell'Asia minore 2.Paese dei Ciconi (Tracia) 3.Paese dei Latofagi (Libia) 4.Terra dei Ciclopi (Cuma) 5.Reggia di Eolo (isola di Stromboli) 6. Terra dei Lestrigoni (Bocche di Bonifacio) 7. Grotta della maga Circe (Capo Circeo)

8. Isola delle Sirene (Capri) 9. Scilla e Cariddi (Stretto di Messina 10. Isola del Sole (Sicilia) 11. Isola della ninfa Calipso (isola di Perejil, vicino a Gibilterra) 12. Isola dei Feaci (Corfù) 13. Itaca

La figura di Ulisse nel Proemio Fin dall’introduzione del poema, Omero delinea, in termini succinti ma efficaci, quelli che sono gli aspetti costitutivi della personalità dell’eroe di cui si accinge a narrare le imprese. « Narrami, o musa, del l'eroe multiforme, che tanto/ vagò, dopo che distrusse la Rocca sacra di Troia:/ di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,/ molti dolori patì sul mare nell'animo suo,/ per riacquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni./ Ma i compagni neanche così li salvò, pur volendo:/con la loro empietà si perdettero,/ stolti, che mangiarono i buoi del Sole/ Iperione1: ad essi tolse il dì del ritorno./ Racconta qualcosa anche a noi, o dea figlia di Zeus./ Tutti gli altri, che scamparono la ripida morte,/ erano a casa, sfuggiti alla guerra e al mare:/ solo lui, che bramava il ritorno e la moglie,/ lo tratteneva una ninfa possente, Calipso, chiara tra le dee/ nelle cave spelonche, vogliosa d'averlo marito./ E quando il tempo arrivò, col volger degli anni,/ nel quale gli dei stabilirono Che a casa tornasse,/ ad Itaca, neanche allora fu salvo da lotte/ persino tra i suoi. Gli dei ne avevano tutti pietà,/ ma non Posidone: furiosamente egli fu in collera/ con Odisseo pari a un dio, finché non giunse nella sua terra" » (Proemio dell'Odissea nella traduzione di Rosa Calzecchi Onesti) 1

IPERIONE - Epiteto comune del dio Sole dal significato incerto; forse che sta in alto.

Attività nel quaderno 1. Sottolinea nel testo l’invocazione alla Musa 2. Sottolinea nel testo tutte le parole che descrivono Ulisse e poi registrale in una tabella. 3. Dopo aver letto l’intera trama dell’Odissea, approfondisci e riassumi nel dettaglio un

episodio che ti ha particolarmente colpito; poi lo esporrai alla classe. 4. Proponi il programma di viaggio di una crociera nel Mediterraneo dal titolo “In crociera sulle orme di Ulisse”

Approfondimento

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Guarda il film Le avventure di Ulisse Un film di Franco Rossi. Con Irene Papas, Renaud Verley, Marina Berti, Bekim Fehmiu, Avventura, Italia 1969 Pag. 14


Lucio Dalla - Itaca Considerazioni Capitano che hai negli occhi il tuo nobile destino pensi mai al marinaio a cui manca pane e vino capitano che hai trovato principesse in ogni porto pensi mai al rematore che sua moglie crede morto itaca, itaca, itaca la mia casa ce l'ho solo la' itaca, itaca, itaca ed a casa io voglio tornare dal mare, dal mare, dal mare capitano le tue colpe pago anch'io coi giorni miei mentre il mio piu' gran peccato fa sorridere gli dei e se muori e' un re che muore la tua casa avra' un erede quando io non torno a casa entran dentro fame e sete itaca, itaca, itaca la mia casa ce l'ho solo la' itaca, itaca, itaca ed a casa io voglio tornare dal mare, dal mare, dal mare capitano che risolvi con l'astuzia ogni avventura ti ricordi di un soldato che ogni volta ha piu' paura ma anche la paura in fondo mi da' sempre un gusto strano se ci fosse ancora mondo sono pronto dove andiamo itaca, itaca, itaca

In Itaca I CORI, indicati nella copertina del disco come Coro popolare, sono opera dei lavoratori della RCA: durante le registrazioni della canzone Dalla fece entrare in sala gli impiegati, gli operai, gli addetti al bar e fece interpretare loro il coro dei marinai di Ulisse. Il cantautore Lucio Dalla utilizza il punto di vista del marinaio che domanda al suo capitano se si preoccupa mai del destino di tutti quei soldati che viaggiano insieme a lui. Il marinaio dice al suo capitano che vorrebbe tanto ritornare alla sua amata Itaca, dove sua moglie lo sta aspettando. Dice anche che è povero e che deve viaggiare per guadagnare i soldi necessari al sostentamento della sua famiglia. Infatti, se morisse lui, la sua famiglia non riuscirebbe a sopravvivere, mentre se morisse il capitano, è come se venisse a mancare un re: lascerebbe, pertanto, un erede e molte ricchezze. Pur pensando alle preoccupazioni della loro vita, alle difficoltà e alla voglia di tornare al loro porto, i compagni sono ancora affascinati dal loro capitano e dal mare ricco di sorprese. Nella canzone Dalla fa riferimento al mitico viaggiatore greco, anche se sceglie di non nominarlo mai. Ci sono, infatti, delle spie linguistiche che sono chiare allusioni al viaggio di Ulisse. (il termine capitano va riferito ad Ulisse, intraprendente condottiero; le principesse ci portano a pensare a tutte le 15


la mia casa ce l'ho solo la' itaca, itaca, itaca ed a casa io voglio tornare dal mare, dal mare, dal mare itaca itaca itaca la mia casa ce l'ho solo la' itaca, itaca, itaca ed a casa io voglio tornare...

donne che l’eroe ha incontrato nel suo viaggio: Calispo, Circe, Nausicaa; l’espressione nobile destino ben si adatta al viaggio di Ulisse stabilito dal Fato; il termine astuzia racchiude la caratteristica principale del personaggio: Ulisse è, infatti, l’uomo ingegnoso e curioso e la sua forza non è solo nel corpo, ma soprattutto nell’intelligenza)

Lezione 3 - Il viaggio di Dante Dante Alighieri nasce a Firenze, nel 1265, da Alighiero, o Alagherio di Bellincione, tra la fine di maggio e i primi di giugno, come testimonia egli stesso in Paradiso, XXII, 112-120. Sua madre, Bella, morirà nel 1270, o forse nel 1278. Trascorre la prima giovinezza tra vita elegante e studi, in particolare di retorica, sotto la guida di Brunetto Latini, conosciuto nel 1283. Nello stesso periodo frequenta un gruppo di giovani poeti: tra questi, Guido Cavalcanti e Cino da Pistoia. Compone alcune liriche che verranno poi incluse nella Vita Nova. Nel 1285 (ma alcuni spostano la data a dieci anni più tardi) sposa Gemma Donati, figlia di Manetto, promessagli fin dal 1277 con un contratto matrimoniale stipulato tra le due famiglie. Da lei avrà tre figli, Jacopo, Pietro e Atonia (e forse un primogenito Giovanni). Appartiene a questi anni l’amore spirituale per una donna, forse Bice figlia di Folco Portinari, la Beatrice della Vita Nova e della Commedia, che muore giovanissima nel 1290. Intanto si appassiona agli studi di filosofia: in particolare, segue lezioni su Aristotele e sugli interpreti cristiani della sua dottrina, san Tommaso d’Aquino e sant’Alberto Magno; lo interessa anche il pensiero del teologo francescano san Bonaventura da Bagnoregio. Il tirocinio filosofico avviene, come egli ricorda, nelle «scuole de li religiosi» e attraverso le «disputazioni de li filosofanti» (Convivio, II, XII, 1 e segg.). Nel 1295 si iscrive all’Arte dei medici e degli speziali, condizione indispensabile per partecipare alla vita politica cittadina, e si schiera con i bianchi, una fazione del partito guelfo che rivendica maggior autonomia dal papa, sostenitore invece della parte avversa, i neri. Tra il 1296 e il 1297 fa parte del Consiglio dei Cento e poi del Consiglio del Podestà. Nel 1300 viene eletto priore per il bimestre 15 giugno – 15 agosto. Il 24 giugno, bianchi e neri si scontrano violentemente e i priori decidono di mandare in esilio otto tra i più accesi rappresentanti di ciascuna fazione. Tra questi è Guido Cavalcanti, amico carissimo di Dante, ma anche uno dei bianchi più settari. Il legato pontificio, cardinal Matteo d’Acquasparta, che aveva sobillato le lotte a favore dei neri, chiede ai priori pieni poteri, che però gli vengono negati. Lascia allora Firenze, dopo aver lanciato l’interdetto contro la città. Si precisa intanto il disegno politico del Papa Bonifacio VIII, il quale, nell’ottobre del 1301, invia a Firenze il principe Carlo di Valois, fratello del re di Francia, Filippo IV il Bello. Il principe riveste il ruolo di paciere, ma in realtà la sua missione nasconde il proposito di appoggiare i neri. Dante, nel frattempo, è partito per Roma, alla guida di [Digitare il testo]

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un’ambasceria il cui scopo è quello di chiedere la revoca dell’interdetto e di indagare sulle reali intenzioni del Papa. A Firenze proseguono gli scontri tra fazioni: i neri si impadroniscono del potere, vanamente fronteggiati dagli avversari bianchi; i priori in carica vengono rimossi e al loro posto viene eletto podestà Cante de’ Gabrielli da Gubbio, che apre un’inchiesta sull’operato dei priori nei due anni precedenti. Nel gennaio del 1302, nelle vicinanze di Siena, Dante, di ritorno da Roma, viene a sapere di essere stato accusato di vari reati, tra i quali baratteria ed estorsione. Viene citato in giudizio e, poiché non si presenta, il 27 gennaio è condannato ad una multa di cinquemila fiorini da pagare entro tre giorni, a due anni di confino e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Non paga la multa e, poco dopo (il 10 marzo), è colpito da una seconda condanna, in contumacia: la pena prevede la confisca dei suoi beni e la morte sul rogo. È l’esilio: da quel momento Dante non farà più ritorno a Firenze. Inizia un continuo e umiliante peregrinare da una città all’altra, in cerca di ospitalità e rifugio, che si concluderà solo con la morte: presso gli Ordelaffi, a Forlì, all’inizio del 1303, e poi presso Bartolomeo della Scala, a Verona, nella seconda metà dell’anno; tra il 1304 e il 1306 è a Treviso, presso Gherardo del Camino, poi a Padova e forse a Venezia. Si dedica intanto alla composizione del Convivio, del De vulgari eloquentia, dell’Inferno. Nell’autunno del 1306 è in Lunigiana, ospite del marchese Francesco Malaspina. Dal 1308 i suoi spostamenti si fanno frequenti e di difficile documentazione: è forse a Lucca, a Poppi, nel Casentino, ospite di Guido di Battifolle. Sempre nel 1308 viene eletto imperatore Enrico VII di Lussemburgo, nel quale Dante ripone grandissime speranza di giustizia e di pace per l’Italia, ma le sue aspettative sono ben presto deluse dalla morte dell’imperatore, avvenuta a Buonconvento, presso Siena, nel 1313. Nel 1309, quasi certamente, ha già finito di comporre l’Inferno. Nel 1313 conclude il De monarchia e torna a Verona, presso Cangrande della Scala, fratello di Bartolomeo e suo successore, dove rimane per ben sei anni: è il soggiorno più lungo e sereno, grazie alla generosità del suo ospite, che verrà ricordato, con nobili parole di riconoscenza, in Paradiso, XVII, 76-92. Nel 1315 ultima il Purgatorio; Firenze concede agli esiliati un’amnistia, purché facciano pubblica ammenda, una condizione che il poeta ritiene umiliante. Il rifiuto gli costa però la conferma della condanna già ricevuta nel 1302, con in più l’estensione della pena di morte anche ai suoi figli. Nel 1318 è a Ravenna, ospite di Guido Novello da Polenta. Entro il 1320-1321 termina la stesura del Paradiso. Nel 1321, durante l’estate, partecipa per conto di Guido ad una missione diplomatica che lo vede, a Venezia, impegnato a scongiurare una possibile guerra. Durante il viaggio di ritorno viene colpito da febbri e, rientrato a Ravenna, vi muore: è la notte tra il 13 e il 14 settembre del 1321. A Ravenna viene sepolto «a grande onore, in abito di poeta e di grande filosofo» (Giovanni Villani, Cronica, IX, 136). 17


La Divina Commedia – l’Inferno L’appellativo ‘divina’ compare per la prima volta nel Boccaccio, che con questo aggettivo volle mettere in luce l’altezza del poema; ma fu unito al titolo dato dal poeta, Comedìa, solo in un’edizione del ‘500 e divenne definitivo. E’ lo stesso Dante a spiegarne il titolo che, secondo le leggi della retorica medievale, deve rispondere sia all’argomento sia allo stile del poema, che comincia in modo triste e termina lietamente. Inoltre, il testo è scritto in un linguaggio dimesso e umile, come si addice al genere «comico». Il poema consta di quattordicimiladuecentotrentatre versi endecasillabi, in terzine a rima incatenata, suddivisi in cento canti di diversa lunghezza. A loro volta, i canti sono distribuiti in tre parti distinte (Inferno, Purgatorio e Paradiso) dette cantiche, ciascuna delle quali ne comprende trentatré (il primo canto ha carattere introduttivo, per cui l’Inferno è formato da trentaquattro canti). In questa ripartizione è già chiara la ricorrenza simbolica del numero tre (e del suo multiplo nove) che nella cultura medievale ha un complesso significato di origine religiosa e magica, di cui è possibile trovare molte conferme all’interno dell’opera. Tra queste, la più evidente è l’avvicendarsi di tre guide attraverso i tre regni dell’Oltretomba: Virgilio nell’Inferno e nel Purgatorio (qui, dal XXI canto, a Virgilio si aggiunge un altro poeta latino, Stazio), fino al Paradiso terrestre; Beatrice nel Paradiso fino alla candida rosa dei beati, nell’Empireo; san Bernardo nell’Empireo, fino alla conclusiva contemplazione di Dio. Nove sono poi i cerchi dell’Inferno, nove le ripartizioni del Purgatorio, nove i Cieli del Paradiso. Il viaggio è raccontato in prima persona, e s’immagina compiuto all’età di trentacinque anni con l’anima e con il corpo, nel 1300 (anno del primo Giubileo), nei giorni compresi tra il 7 aprile, Venerdi Santo (o, secondo altri, il 25 marzo), e il 14 aprile. Le date di composizione del poema sono ancora controverse; tuttavia, la maggioranza dei critici contemporanei concorda nel ritenere che l’Inferno sia stato composto tra il 1304 (o 1306) e il 1309, il Purgatorio tra il 1309 e il 1315 circa, il Paradiso dopo il 1316 ed entro il 1321. Assai ardua è anche la ricostruzione precisa delle fonti a cui Dante attinse: la sua biblioteca, infatti, è andata perduta e i riferimenti diretti a singoli autori fatti dal poeta sono piuttosto scarsi. Tuttavia, alcuni legami con la tradizione appaiono chiari. Il principale è proprio l’idea-base della Commedia, ossia il viaggio nell’Oltretomba. Tra i classici, l’autore al quale Dante si ispira più da vicino è Virgilio, che nel VI canto dell’Eneide fa scendere il suo eroe nell’Ade, il regno ultraterreno pagano; ma già nell’Odissea di Omero, in un episodio analogo a quello virgiliano, Ulisse si reca agli Inferi. Inoltre, all’epoca di Dante era diffusissima la conoscenza del poeta latino Ovidio, che nelle sue Metamorfosi narra di varie discese nell’Oltretomba. Tutta la letteratura medievale è ricca di esempi di viaggi ultramondani a scopo di edificazione morale e religiosa; la produzione cavalleresca contempla l’idea del viaggio come prova, ricerca di perfezione, mezzo per misurare le proprie virtù morali. Inoltre, Dante conosceva le cosiddette «visioni», diffusissime all’epoca, nelle quali si descrivevano le pene e i premi dell’aldilà, o si profetizzava il futuro dell’umanità. Sicuramente è stato ispirato anche il Libro della Scala, che appartiene alla letteratura agiografica musulmana che ha per tema il viaggio ultraterreno di Maometto e dai poemi allegorico-didattici che circolavano al suo tempo. L’opera del poeta, quindi, è in linea col gusto dei suoi [Digitare il testo]

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contemporanei e presenta motivi ricorrenti in tutta la letteratura dell’epoca, che rientravano nel suo bagaglio culturale. Per la struttura dei tre regni ultraterreni Dante accoglie la visione geocentrica sostenuta da Tolomeo e accettata da san Tommaso e dalla Filosofia Scolastica, suoi costanti punti di riferimento filosofico. Nella rappresentazione tolemaica, la Terra è una sfera divisa in due emisferi, dei quali solo quello settentrionale abitato. Al centro di questo, Dante pone Gerusalemme e ai suoi antipodi la montagna del Purgatorio, sulla cima della quale si trova il Paradiso terrestre. La Terra è circondata da nove sfere concentriche, ruotanti l’una dentro l’altra, tutte contenute da una decima, l’Empireo: esso è la dimora di Dio, degli Angeli e dei beati ed è, invece, immobile. Il viaggio comincia con la discesa nell’Inferno, concepito come una voragine a forma di tronco di cono rovesciato, una specie di imbuto volto verso il centro della Terra, in cui i dannati sono distribuiti in cerchi sempre più stretti via via che aumenta la gravità dei peccati. Dopo aver superato, con l’aiuto di Virgilio, l’opposizione di tre fiere, la lonza (la lince), il leone, la lupa, Dante passa nell’Antinferno, dove sono puniti gli ignavi, «che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo» (Inf., III, 36), e poi nel primo cerchio, dove è collocato il Limbo; qui si trovano coloro che sono morti senza battesimo e i grandi spiriti dell’antichità vissuti prima di Cristo. Tra il secondo e il quinto cerchio sono puniti gli incontinenti, ossia coloro che non seppero tenere a freno le passioni (lussuriosi, golosi, avari e prodighi, iracondi e accidiosi). Il sesto cerchio ospita gli eretici e gli epicurei. Nel settimo, diviso in tre gironi, si trovano i violenti contro il prossimo (omicidi, predoni), contro se stessi (suicidi, scialacquatori), contro Dio, natura, arte (bestemmiatori, sodomiti, usurai). L’ottavo cerchio è diviso in dieci bolge e accoglie quei fraudolenti che ingannarono chi non si fidava di loro, ripartiti in diverse categorie. Il nono, infine, racchiude in quattro zone i traditori, la peggior specie di fraudolenti, perché hanno frodato chi aveva fiducia in loro, ossia i parenti, la patria, gli ospiti, i benefattori. Al fondo del nono cerchio, conficcato al centro della Terra, sta Lucifero, traditore di Dio, che con tre bocche maciulla Giuda, traditore di Cristo, e quindi della Chiesa, Bruto e Cassio, traditori di Cesare, cioè dell’Impero. Nel corso del suo viaggio, Dante incontra una vera e propria folla di personaggi: sono uomini e donne, antichi e contemporanei, realmente esistiti o creati dalla letteratura. Nel mondo buio e cupo dell’Inferno, spiccano i guardiani terribili o ripugnanti, come Caronte, Minosse, Cerbero, Flegias. Alcuni dei peccatori sono ostinati, tuttora ribelli alla legge divina, come Capaneo o Vanni Fucci; altri riconoscono con una vana disperazione la colpa commessa, come Pier della Vigna o provano un dolente rimpianto della vita terrena, come il goloso Ciacco. 19


Francesca da Rimini è delicata, gentile e ancora appassionata nell’amore lussurioso che l’ha unita a Paolo e che sconta insieme con lui; Farinata degli Uberti ha una possente statura morale, che anche nel regno dell’Inferno lo conserva «magnanimo»; il suo compagno di pena, Cavalcante Cavalcanti, è un padre tenero e disperato. Il racconto epico dell’ultimo viaggio di Ulisse e quello straziante del conte Ugolino sono fra gli episodi più celebri dell’intero poema. Analoga capacità di dare vita e personalità poetica si trova in altre figure ed episodi, come quelli, pur diversissimi, di Filippo Argenti, di Brunetto Latini, di Guido da Montefeltro. Nessuno dei peccatori, anche nel caso delle metamorfosi e delle mutilazioni più mostruose, perde mai completamente i suoi connotati umani; in pochi l’esperienza che li ha condotti alla perdizione ha cancellato del tutto la coscienza o una qualche virtù morale. Anche per questo gli abitanti dell’Inferno colpiscono fortemente l’attenzione del lettore, che avverte tutta la contraddizione tra una statura psicologica o morale che resta alta e la bassezza del peccato che li ha perduti per sempre. L’Inferno è la cantica in cui dominano il dramma, il movimento, i rumori, le tonalità forti. Dall’inferno, CANTO XXVI

lettura e spiegazione di Roberto Benigni

Lo maggior corno de la fiamma antica cominciò a crollarsi mormorando, pur come quella cui vento affatica; indi la cima qua e là menando, come fosse la lingua che parlasse, gittò voce di fuori, e disse: «Quando mi diparti’ da Circe, che sottrasse me più d’un anno là presso a Gaeta, prima che sì Enëa la nomasse, né dolcezza di figlio, né la pieta del vecchio padre, né ’l debito amore lo qual dovea Penelopè far lieta, vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore; ma misi me per l’alto mare aperto sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto. L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna, [Digitare il testo]

fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi, e l’altre che quel mare intorno bagna. Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi quando venimmo a quella foce stretta dov’Ercule segnò li suoi riguardi acciò che l’uom più oltre non si metta; da la man destra mi lasciai Sibilia, da l’altra già m’avea lasciata Setta. “O frati”, dissi, “che per cento milia perigli siete giunti a l’occidente, a questa tanto picciola vigilia d’i nostri sensi ch’è del rimanente non vogliate negar l’esperïenza, di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”. Li miei compagni fec’io sì aguti, con questa orazion picciola, al cammino, Pag. 20


che a pena poscia li avrei ritenuti; e volta nostra poppa nel mattino, de’ remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino. Tutte le stelle già de l’altro polo vedea la notte, e ’l nostro tanto basso, che non surgëa fuor del marin suolo. Cinque volte racceso e tante casso lo lume era di sotto da la luna, poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo, quando n’apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto quanto veduta non avëa alcuna. Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto; ché de la nova terra un turbo nacque e percosse del legno il primo canto. Tre volte il fé girar con tutte l’acque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora ire in giù, com’altrui piacque, infin che ’l mar fu sovra noi richiuso.

Il folle volo di Ulisse Dopo l’Ulisse di Omero, quello più celebre, anche per essere il primo ad aver avuto un’originale reinterpretazione in chiave moderna, è l’Ulisse dantesco. Di lui si parla nel XXVI Canto dell’Inferno, dove appare tra i consiglieri fraudolenti, per le astuzie e le azioni malvagie che compì, utilizzando l’ingegno non per scopi nobili ma per ordire frodi e per danneggiare altri uomini. Dante lo condanna a vagare con Diomede, avvolto in una fiamma appuntita a forma di lingua, simbolo degli incendi, delle liti e delle sventure che suscitò in vita coi suoi consigli. L’interesse per Ulisse, al di là del motivo appena descritto, in realtà va ricercato altrove. Con questa figura, il poeta vuole sottolineare che, senza l’illuminazione e la grazia di Dio, anche l’uomo più intelligente è destinato a morire moralmente. Ulisse appare desideroso di conoscenza e, per questo, diventa trasgressore. Egli infatti osa cercare di conoscere la verità con la sola ragione, con la volontà ed il proprio coraggio e Dante ne immagina un ultimo viaggio insieme ai compagni oltre le Colonne d’Ercole, sulle quali, secondo gli autori latini, era scritto “Non plus ultra”. Costituivano, infatti, il confine del mondo allora conosciuto e la prudenza consigliava di non andare oltre, ma Ulisse rischia e varca i limiti che imponevano alla sua condizione umana di fermarsi al mondo conosciuto. Facendogli raccontare la sua avventura, Dante crea in lui una sorta di suo doppio. Come l’eroe greco, anche lui va verso il Purgatorio, ma attraverso cammini opposti: Ulisse è spinto ad un desiderio insaziabile di conoscenza, mentre il poeta fiorentino vi giunge mediante un’ascensione etico-spirituale. Al cammino ascendente di Dante si contrappone, dunque, il cammino orizzontale di Ulisse, che ha proceduto ignorando coscientemente gli dei e il Dio cristiano che non conosceva. La conclusione dei due viaggi non può quindi che essere diversa: Dante riuscirà nel suo intento, in quanto sorretto dall’aiuto della grazia; Ulisse no, perché confidante unicamente in se stesso. Avendo escluso la fede e violato ogni norma di buon senso, oltre che cristiana, lo spirito medievale di Dante deve condannarlo facendone, però, un eroe che affascina e stimola la fantasia dei suoi lettori ancora oggi, poiché ci presenta uno di quegli uomini dalle cui imprese, dalla cui inquietudine intellettuale e dal cui desiderio di andare sempre oltre dipende il progresso dell’umanità. Ulisse è sì dannato in eterno, ma grandeggiano in questo episodio la sua nobile sete di conoscenza ed il suo coraggio. 21


Attività nel quaderno

1. Individua nel testo tutte le parole e le espressioni che contribuiscono a delineare la figura di

Ulisse e poi spiega con le tue parole, in un testo di tipo espositivo, chi è l’Ulisse di Dante, quale insegnamento morale trasmette il poeta attraverso la figura dell’eroe greco. 2. Dividi il testo in cinque sequenze cui darai i seguenti titoli e delle quali scriverai un riassunto del contenuto: 1-autoritratto del personaggio 2- descrizione del viaggio 3- l’orazion piccciola 4- il folle volo 5- l’epilogo tragico 3. Svolgi il seguente testo argomentativo: L’Ulisse dantesco è l’eroe che cerca di superare i limiti umani alla conquista dell’impossibile. Anche oggi molti uomini, per uscire dalla banalità del quotidiano, rivivono, percorrendo strade diverse (sport, imprese spaziali, conquista di terre e di vette …) l’esperienza di Ulisse e, sfidando anche la morte, diventano nuovi eroi. Sei sicuro che per essere degli Ulisse moderni sia necessario questo? Sfidare ogni giorno la vita per sete di sapere o di gloria è più nobile che farlo affrontando il quotidiano con tutti i suoi problemi, le sue regole e i sacrifici? Argomenta. 4. Week-end a Firenze sulle tracce di Dante. Proponi un tour nei luoghi frequentati dal grande poeta: il ritratto dipinto da Giotto, la casa dove abitò da bambino e la chiesa dove incontrò, a nove anni appena, Beatrice, sua musa e grande amore. Curiosità: •

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Dell’Iliade di Omero non esisteva, ai tempi di Dante, se non un breve estratto attribuito ad un certo Pindaro tebano. Solo Petrarca, qualche anno più tardi, riuscì ad avere da tale Nicola Sergio in Costantinopoli, una copia completa greca del poema. Gran parte comunque delle opere greche erano conosciute attraverso traduzioni latine più o meno fedeli, dal momento che ai tempi di Dante il greco era quasi ignoto in occidente. Di conseguenza, non circolavano per niente opere greche e la notizia del ritrovamento di una copia completa in greco dell’Iliade da parte del Petrarca si è tramandato anche a causa dell’eccezionalità. La storia di Ulisse che Dante e i suoi contemporanei conoscevano è quella raccontata da autori tardo-latini o medievali, che talvolta hanno ripreso fedelmente Omero, ma più spesso ci hanno ricamato sopra con miriadi di miti e di leggende. E’ comunque certo Dante doveva avere conoscenza del greco, altrimenti non avrebbe usato nello sue opere tante parole derivate da quell’idioma. Ulisse è l’unico personaggio di rilevo dell’Inferno che non appartiene all’Italia duecentesca. Per quest’ultimo episodio della vita di Ulisse, Dante mostra di conoscere una fonte, a noi ignota, ma certamente di origine greca, che contiene l’indicazione di una rotta marina notissima nel mondo greco appunto, una rotta che evitava il pericolo dei pirati etruschi e liguri e sfruttava venti e correnti naturali: la cosiddetta Via Hêracleia, la quale partiva da Cuma (l’attuale Gaeta), toccava la Sardegna, le isole Baleari, e terminava al di là dello stretto di Gibilterra, che non era affatto un passaggio vietato per i naviganti greci. L’arrivo di Ulisse alle Colonne d’Ercole è riportato infatti come un fatto normale nella tradizione dei geografi greci a partire dal I secolo d.C. ; addirittura ci

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sono testimonianze dell’esistenza di una città chiamata Odysseia, dal nome di Ulisse, sull’attuale stretto di Gibilterra. L’origine del divieto di superare le Colonne d’Ercole è da cercare nella tradizione araba. Il naufragio dell’eroe è di invenzione dantesca, come allegoria del «naufragio intellettuale» dei filosofi che usano l’ingegno senza virtù. L’Ulisse omerico e l’Ulisse dantesco differiscono anche nell’età: la figura omerica mantiene come punto fermo la giovinezza, Dante ci descrive un uomo anziano. Il motivo di questa scelta va cercato nel fatto che Dante vuole rappresentare un uomo assennato e giudizioso. Vuole farci capire che il folle volo non è stato fatto per incoscienza: l’uomo anziano è saggio e quel viaggio è frutto della sete di conoscenza. Ciò che resta di questo personaggio non è però il racconto dei suoi inganni, ma la figura di un uomo simbolo della ragione umana, che fallisce quando rifiuta l’aiuto della Grazia divina.

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Lezione 4 – Il viaggio di Petrarca Francesco Petrarca è sicuramente uno dei più grandi poeti di tutti i tempi. A lui si deve la sistemazione delle regole del sonetto, componimento nato presso la Scuola Siciliana di Federico II e rimasto indiscusso principe delle composizioni liriche per i secoli successivi fino a noi. Molti ricordano anche i suoi numerosi scritti in latino, intrisi della cultura filosofica e religiosa del suo tempo. Pur famoso già da vivo e, per questo insignito della corona poetica in Campidoglio, Petrarca fu protagonista di un’esistenza agitata e conflittuale. Nato a cavallo di due epoche, quella medievale e l’umanesimo, in lui ritroviamo l’ansia di spiritualità cristiana ed il contemporaneo richiamo alle gioie della vita, prime fra tutte la gloria e l’amore. Nasce da una famiglia alto-borghese fiorentina ad Arezzo nel 1304; il padre è un notaio che, durante l’affermazione dei guelfi Neri a Firenze, è esiliato come Dante, nel 1312. Il giovane Petrarca segue il genitore ad Avignone, all’epoca sede del papato. Conduce quindi i suoi studi all’estero, a Montpellier, seguendo l’indirizzo di giurisprudenza. Desideroso di ulteriori stimoli culturali, a soli sedici anni, si reca con il fratello Gherardo a Bologna, centro culturale famosissimo. Non è interessato al diritto, in quanto la letteratura esercita su di lui un fascino maggiore, tanto che inizia a scrivere i primi versi. Alla morte del padre nel 1326, ritorna ad Avignone ed abbandona gli studi. A questo punto intraprende una vita dissoluta, aristocratica e si spalancano a lui le porte delle classi sociali più elevate. La letteratura lo attrae sempre più: i suoi modelli sono Virgilio e Cicerone, ma considera importante l’opera “Le Confessioni” di Sant’Agostino (IV sec. d.C.). Pertanto da un lato coltiva la passione per la letteratura, dall’altro alimenta la spiritualità cristiana. All’inizio si esprime in latino, poi fa ricorso alla lingua volgare, ricalcando così gli stilnovisti toscani di moda a quel tempo. Poi accade ciò che è naturale nella vita di ogni giovane uomo: si innamora di una donna, Laura, alla quale dedica moltissimi componimenti, poi raccolti nel Canzoniere. L’amore descritto per Laura ci rivela la vera natura del poeta, a partire dallo stesso nome della donna. “Laura“ discende da laurus, l’alloro sempreverde, pianta sacra ad Apollo dio protettore della poesia, simbolo di gloria terrena per incoronare i vincitori ad Olimpia e a Roma, imperatori, poeti, medici e filosofi, ma usato anche nei riti propiziatori e divinatori perché apportatore di sogni. Laura contiene anche il termine aura, l’aria di brezza. Il nome richiama a sua volta l’Aurora, principio di un nuovo giorno, momento focale per il rinnovamento a cui il poeta ambisce sempre. L’auro, a sua volta, è un bel latinismo per oro, simbolo di ogni metallo prezioso, della purezza, cioè, di sentimenti e valori

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umani non volgari, che Petrarca associa alla bionda chioma di Laura, preziosa perché suggerisce all’uomo innamorato l’unicità di un sentimento puro contro la brutale volgarità del mondo. Francesco pertanto carica la sua donna di una serie di valori simbolici; anche la data del loro primo incontro è significativa: 6 aprile del 1327 (venerdì santo) in una chiesa di Avignone. Speso ormai tutto il patrimonio paterno, Petrarca si trova immerso nei problemi economici, giacché fino a quel momento ha vissuto di rendita e non ha intrapreso alcuna attività. Senza soldi, non disposto ad una vita di sacrifici e deciso a coltivare le sue passioni letterarie, la carriera più agevole è quella ecclesiastica, poiché gli garantisce una buona protezione economica. Petrarca prende gli ordini minori, ma non diventa sacerdote. La sua scelta di comodo presto gli si rivela soffocante, la vita mondana e Laura gli mancano così, grazie alle sue doti, entrato in contatto con gli ambienti più illustri della Curia (ad es. il vescovo Giacomo Colonna), assume cariche diplomatiche e compie diversi viaggi. E’ molto irrequieto e il viaggio ha lo scopo di schiarirgli le idee. Rompe con la vita mondana, cui contrappone scelte opposte, facendo prevalere il bisogno di dedicarsi alla ricerca di se stesso. Sicuramente questa non è una scelta definitiva se l’8 aprile 1341 a Roma in Campidoglio riceve, secondo i rituali romani, la prima incoronazione a poeta, fatta con una ghirlanda d’alloro. E’ il primo poeta laurato al mondo. Intanto infuria la peste nera (1348) e, mentre si trova a Parma, lo raggiunge la notizia della morte di alcuni suoi cari amici e di Laura stessa (6 aprile 1348). La morte della donna non lo conduce alla sublimazione ascetica del sentimento amoroso come era accaduto tra Dante e Beatrice; Laura continua a rappresentare l'allontanamento da Dio e al tempo stesso l'attaccamento ai beni terreni che generano in lui un senso continuo di colpa. Anche dopo la sua morte, Petrarca ne celebra le armoniose forme del corpo e la bellezza. Il dissidio problematico del poeta è motivo di smarrimento. Ma se l’uomo del medioevo avrebbe trovato una risoluzione finale nel ritorno alla logica della virtù e dell’obbedienza alla legge divina, in lui invece permane sino alla fine una sorta di conflittualità interna che sembra ribadire l’incapacità di operare una scelta decisiva. Non gli resta che fuggire ancora: in Italia, tra il 1351 e il 1353, vive a Valchiusa e quindi va a Firenze, dove conosce Boccaccio; dal 1353 al 1361 si trova a Milano, presso l’arcivescovo e signore della città Giovanni Visconti. Dopo questo periodo tranquillo, dedicato agli studi eruditi, nel 1361 Petrarca è costretto a fuggire per il diffondersi della peste. Dopo aver soggiornato per breve tempo a Padova, Petrarca si reca a Venezia, dove si stabilisce dal 1362 al 1368; anno in cui accetta l’ospitalità a Padova del signore Francesco da Carrara e si fa costruire una casa ad Arquà, nei Colli Euganei, dove risiede dal 1370 fino al 1374: nella notte tra il 18 e il 19 luglio, muore a causa di una crisi violenta dovuta a forti attacchi di febbre (ai quali egli era soggetto negli ultimi anni di vita). L’ascesa al monte Ventoso e il dubbioso passo “Ego sum via” dice Gesù ai suoi discepoli: solo in lui e con lui si può procedere verso la meta. Ma Petrarca definisce il proprio “passo dubbioso”.

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Nella lettera ’“ Ascesa al monte Ventoso” Petrarca racconta di una gita fatta insieme al fratello Gherardo e ad altri due compagni, il 26 Aprile 1336, sul Monte Ventoso. L’epistola è rivolta a Dionigi di Borgo San Sepolcro, frate agostiniano che tempo addietro aveva regalato a Petrarca una copia delle Confessioni di sant’Agostino e rappresenta, in chiave allegorica, mediante il racconto di una avventurosa scalata verso una delle più alte vette della Provenza, la propria vicenda esistenziale segnata dalla difficile comunione con Dio. Benché, infatti, la lettera sia il resoconto di un preciso evento biografico, il cammino verso la vetta assume un valore ulteriore e pertanto è metafora dell’itinerario esistenziale dell’autore tra l’abbandono alla mondanità terrena e l’inizio di un lento processo penitenziale. Già la scelta della data in cui compiere l’eroica impresa assume, all’interno del testo, un forte valore simbolico: il 26 aprile 1336 coincide, infatti, con la ricorrenza del venerdì santo, giorno in cui la cristianità ricorda la salita e la morte di Cristo sul monte Calvario. Il poeta vuole, dunque, paragonare la scalata di Cristo sotto il peso della croce, alla sua impresa verso la vetta del monte. La mente del poeta è, infatti, martellata dal desiderio della sua amata, Laura e, al contempo, dalla voglia di non venir meno alla moralità cristiana. Egli, pertanto, si sente indeciso e dubbioso anche a causa della presenza di un vecchio pastore, metafora della fragilità dell’uomo, che gli consiglia di abbandonare il cammino dato il luogo impervio ed aspro. La strada è lunga e spesso divide i due fratelli: Gherardo, più agile e pronto, tende risolutamente per la via retta, alla cima; Francesco, presto stanco, distratto dalla bellezza dei luoghi e dalle prospettive sempre nuove del paesaggio, cerca sentieri più agevoli e piani ed è costretto continuamente a fermarsi. Visto in un contesto allegorico, anche questo avvenimento rappresenta a pieno la crisi esistenziale di Petrarca. Mentre il fratello Gherardo, infatti aveva già da tempo abbracciato la vita ecclesiastica ed era, quindi, indifferente ai vizi terreni e ai beni materiali, il poeta era tormentato dalla costante lotta tra la sua natura umana e la profonda voglia di seguire Dio. Giunti poi alla vetta, Petrarca legge un passo delle Confessioni di Sant’ Agostino che sembra riferirsi proprio alla sua condizione esistenziale. Quelle parole, infatti, ricordano quanto la frugalità della vita e i piaceri carnali possano distogliere l’uomo dal contemplare la grandezza dell’anima e indagare la propria coscienza per pentirsi e chiedere perdono a Dio. Tuttavia, la ricerca della beatitudine e della salvezza, interiore e individuale, è possibile solo se ci si distacca dalle cose terrene. La via verso Dio è, infatti, stretta e ardua da percorrere e non ammette quelle scorciatoie che rappresentano l’incapacità di perseguire la retta via della virtù. Petrarca non fa mistero della sua fragilità e della debolezza che lo rendono facile preda del peccato ed è proprio tale consapevolezza a portarlo a provare vergogna dinanzi alla giustizia divina. Egli, però, nulla può e, nonostante i suoi buoni propositi, deve arrendersi dinanzi a quel qualcosa che lo frena e che gli rende la vetta della salvezza sempre più lontana. L’amore per Laura e il desiderio del suo fascino lo ancorano ad una dimensione orizzontale dell’esistenza che non riesce a distaccarsi dalle frivolezze e dai piaceri modani e peccaminosi del mondo terreno.

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Solo et pensoso i più deserti campi Solo et pensoso i più deserti campi vo mesurando a passi tardi et lenti, et gli occhi porto per fuggire intenti ove vestigio human la rena stampi. Altro schermo non trovo che mi scampi dal manifesto accorger de le genti, perché negli atti d’alegrezza spenti di fuor si legge com’io dentro avampi: sì ch’io mi credo omai che monti et piagge et fiumi et selve sappian di che tempre sia la mia vita, ch’è celata altrui. Ma pur sì aspre vie né sì selvagge cercar non so, ch’Amor non venga sempre ragionando con meco, et io co·llui. Questa volta il poeta rifugge la gente, cercando un pò di pace e di tranquillità nei campi deserti, ossessionato dal timore che dall’esterno si riesca a percepire il suo stato d’animo ovvero l’avvampare dell’amore. Ricerca la solitudine e sfugge il confronto con gli altri, non volendo rendere conto a nessuno della sua passione (“com’io dentro avvampi”). Il sentimento amoroso viene presentato ancora una volta come condizione negativa per l’essere umano, trasfigurante e deviante. Petrarca, nella sua ricerca d’isolamento, non evita solo il prossimo, ma cerca di nascondersi invano anche dall’amore stesso: nell’ultima terzina, infatti, il sentimento d’amore, personificato tramite l'uso della maiuscola "Amor", ricompare e si affianca al poeta nel suo ragionamento, perseguitandolo. (“Ma pur sì aspre vie né sì selvagge / cercar non so, / ch'Amor non venga sempre / ragionando con meco, ed io con lui.”). Il poeta, infatti, si rende conto che, per quanto possa fuggire ed allontanarsi dagli uomini, non potrà mai farlo da se stesso e dai propri sentimenti. Parafrasi Solo e pensieroso percorro a passo lento i più deserti campi e tengo gli occhi attenti affinché io possa fuggire i luoghi segnati da piede umano. Non trovo altro riparo per salvarmi dal fatto che la gente comprende (=il poeta si riferisce alla comprensione del suo stato interiore), perché negli atti privi di allegria si legge esteriormente come io dentro ardo; tanto che io credo ormai che sia i monti, le pianure, i fiumi e i boschi sappiano di che tenore sia la mia vita, che è nascosta agli altri. Ma tuttavia non so cercare vie così impervie e solitarie che Amore non venga sempre a parlare con me ed io con lui. 27


Lo schema metrico è quello del sonetto: due quartine e due terzine di endecasillabi, e la rima segue lo schema ABBA ABBA CDE CDE. Figure retoriche Endiadi: v. 2; vv. 9-10 : “Solo et pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti“; “sì ch’io mi credo ormai che monti et piagge/ et fiumi et selve sappian di che tempre” Iperbato: v.3: “et gli occhi porto per fuggire intenti” (ricostruzione: et porto gli occhi intenti per fuggire) Antitesi: vv. 7-8: ”atti di allegrezza spenti/di fuor si legge com’io dentro avampi“ Metafora: v.2; v. 8: “vo mesurando”;”com’io dentro avampi” Polisindeto: vv. 9-10: “monti et piagge/et fiumi et selve sappian di che tempre” Anastrofe: vv. 12-13: “Ma pur sì aspre vie né sì selvagge/cercar non so“ Personificazione: vv. 13-14: ”ch’Amor non venga sempre/ragionando con meco, et io co°llui” Allitterazioni: v. 1: “Solo et pensoso i più deserti campi” (sillaba “so” con maggior forza sulla “s”);Altre allitterazioni possono essere considerate i gruppi consonantici “mp” o “nt” Sono presenti diversi enjambements. Attività nel quaderno

1. Cercare la solitudine per trovare pace e tranquillità, per rimanere soli con se stessi e poter

riflettere è una dimensione positiva che spesso ci manca. Argomenta partendo dalle riflessioni sul noto sonetto di Petrarca “solo et pensoso”. 2. Fai una ricerca sul Canzoniere del Petrarca. In particolare approfondisci il doppio senso celato nel nome e nel significato dell’amore per Laura. 3. Organizza un viaggio d’istruzione di un giorno col seguente itinerario: Abbazia di Praglia, Arquà Petrarca, Castello di Monselice. Fornisci tutti i dettagli del caso ed usa la modulistica disponibile sul sito della scuola.

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Lezione 5 - Il viaggio di Marco Polo Marco Polo nasce nel 1254 a Venezia da una famiglia patrizia di facoltosi mercanti di origine dalmata. Più o meno in quegli anni il padre Niccolò e lo zio Matteo partono per un viaggio commerciale in Oriente, dove viaggiano a lungo e fondano una compagnia di affari. Nel loro viaggio, i fratelli Polo si spingono fino alla corte del grande Qubilai, il conquistatore e unificatore della Cina, il più illustre discendente del Gensis Can ed ottengono importanti privilegi e probabilmente anche la dignità nobiliare mongola. Nel 1269, quando il padre e lo zio fanno ritorno a Venezia, Marco ha quindici anni e poco più tardi parte insieme con loro per la Cina, dove rimarrà per circa venticinque anni. Arrivato in Cina Marco svolge importanti incarichi per l’imperatore che lo eleva a suo informatore ed ambasciatore personale presso tutti i popoli dell’impero. E con questo titolo, per l’appunto, Marco viene menzionato nel Milione. Durante tutta la sua permanenza presso la corte mongolica, per conto del Gran Khan, Marco svolgerà attività amministrative, lunghe e delicate ambascerie e incarichi diplomatici di prestigio, compiendo a tal fine diversi viaggi. Nel 1292 i Polo salpano dal porto di Zaitun ed iniziano per mare il viaggio di ritorno in patria che si concluderà nel 1295. In quello stesso anno, poco dopo, in una delle tante battaglie navali che a quel tempo avvenivano tra veneziani e genovesi nel Mediterraneo orientale e nei mari italiani Marco cade prigioniero dei genovesi. E fra il 1298 e 1299, proprio nelle carceri di Genova, detta al compagno di prigionia, Rustichello da Pisa, il suo resoconto di viaggio Le Divisament du Monde. Scritto nella redazione originale in franco-italiano, il libro sarà ben presto noto con il titolo di Milione: dal soprannome di tutta la stirpe dei Polo, per aferesi da Emilione, nome di un antenato della famiglia. Ratificata la pace tra veneziani e genovesi, il primo luglio 1299, Marco torna libero e fa ritorno a Venezia, dove sposa Donata da cui ha tre figlie. Fino alla morte, il viaggiatore veneziano si occuperà con lo zio Matteo di affari e di commercio, oltre che della diffusione del suo libro. Sappiamo che nell’agosto del 1307 consegna una copia del Milione a Thibault de Cepoy, affinché la recapiti a Carlo di Valois, fratello del re di Francia Filippo il Bello. Oltre a Carlo di Valois, se ne procurano copie l’infante di Portogallo don Pedro e numerosi nobili e principi. Il libro, ben presto volgarizzato, circolerà in versioni toscane più o meno fedeli, e riscuoterà, fin dai primi del Trecento, un notevole successo. Il 9 gennaio 1324 Marco firma il suo testamento, testamento che, insieme con altri documenti, attesta come le proprietà dei Polo fossero in realtà più limitate rispetto alle meravigliose ricchezze che solitamente venivano attribuite loro. La modesta casa della famiglia, nell’odierna Corte del Milion, ne dà conferma. Muore a Venezia nel 1324.

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Il Milione. Le divisament dou monde L’importanza storica di questo testo risiede nel fatto che, al di là delle leggende, dei sogni, dei miraggi e delle illusioni narrate, il Milione ha dato all’Occidente l’immagine più vera di un mondo pressoché ignoto: l’Oriente. Marco scoprì e rivelò, per la prima volta, all’Europa un mondo nuovo, apportando inestimabili conoscenze geografiche al suo tempo. Paradossalmente, un’arguzia del destino ha voluto che il racconto del lungo viaggio compiuto dal «primo occidentale ad aver vagato tra la Persia e la Cina, dall’«unico ad aver raggiunto i luoghi più riservati del potere alla corte del gran Khan», venisse scritto nello spazio angusto, grigio e monotono di una prigione. Dopo circa venticinque anni di viaggio, nel 1298, fatto prigioniero in una battaglia tra Genovesi e Veneziani, Marco, nelle carceri di Genova, torna con la memoria agli infiniti e policromi spazi dell’Asia, agli immensi fiumi, alle sterminate e formicolanti città del Catai, ai palazzi irreali incrostati d’oro e di gemme, alle piante e alle spezie rare, ai più svariati e favolosi animali esotici, ai costumi e agli usi di quei popoli remoti e al cuore del grande impero mongolo, la corte del tanto amato e stimato Gran Khan. Affidandosi alla memoria delle cose viste e vissute e al ricordo di quelle udite e lette nelle pagine di leggendari romanzi, Marco Polo, mercante e viaggiatore veneziano, ambasciatore del Signore dei Tartari, detta il resoconto dei suoi viaggi al compagno di prigionia, Rustichello, cantastorie pisano di favole medioevali, romanziere ed autore di compilazioni tratte dalla materia della Tavola Rotonda. In quest’opera favola e realtà si mescolano in una sorta di trattato geografico dalla struttura composita, in cui la narrazione, risentendo dell’influsso di generi diversi, passa dall’andamento novellistico a quello dell’exemplum, dal racconto agiografico al resoconto storico. Come in una moderna guida turistica - sottolinea Cesare Segre «nell’Introduzione all’edizione Meridiani Mondadori - le indicazioni sulla posizione e la conformazione dei paesi si allargano a note sulle produzioni locali, sugli usi caratteristici, su vicende storiche e aneddoti». A Marco Polo, ambasciatore del Gran Khan, interessa raccontare «le tante maravigliose cose del mondo», o più semplicemente «le cose che sono per lo mondo»: «più amava li diversi costumi de le terre sapere che sapere quello perch’egli avea mandato». È, infatti, la curiosità appassionata del viaggiatore veneziano per i costumi, la vita, le tradizioni, le abitudini dei diversi popoli, il suo senso dell’ignoto, la sua sete per il nuovo e l’insolito della realtà, il tratto distintivo e il motivo conduttore di questa semplice e grandiosa guida dell’Asia. Il testo originale di Marco Polo e Rustichello è scomparso, ma bizzarro, irrequieto, instabile e sfuggente, Le Livres de messer Marco Polo è sopravvissuto in innumerevoli redazioni e traduzioni, dove, innumerevole e frantumato, riappare un mondo irrequieto, magico e reale: l’Asia del XIII secolo.

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Attività nel quaderno

1. Fingi di essere già un operatore turistico e scrivi un programma di viaggio dal titolo “Alla scoperta della via della seta in 18 giorni”. Fornisci anche una breve premessa storica dell’argomento e le descrizioni dei luoghi con qualche nota folkloristica, culinaria o culturale. Non scordare alcun dettaglio tecnico (voli, costi ecc.). 2. Giovani internauti. Dopo aver letto il seguente articolo La ricerca: giovani internauti già a 11 anni, commenta in un testo di almeno due colonne di foglio protocollo.

Approfondimento

Guarda il film di Maria Bellonci (miniserie televisiva epica trasmessa nel 1982)

Il grande viaggio di Marco Polo (Superquark)

Audiolibro - Marco Polo - Il Milione - 1

Jovannotti Marco Polo

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Lezione 6 – Il viaggio di Don Chichiotte «Badi bene, sa - rispose Sancio Panza - non sono giganti, ma mulini a vento, e quelle che paion braccia, sono le ali, che mosse dal vento fanno andare la macina». «Si vede bene — rispose Don Chisciotte — che d’avventure non te ne intendi: quelli là sono giganti, caro mio; e se hai paura, allontanati e mettiti a pregare, mentre io vo a ingaggiare con loro una fiera e inegual tenzone». Don Chisciotte della Mancia (titolo originale in lingua spagnola: El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha) è la più importante opera letteraria dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra. Pubblicato in due volumi a distanza di dieci anni l'uno dall'altro (1605 e 1615), il Don Quijote è il più celebrato romanzo della letteratura spagnola. Vi si incontrano, bizzarramente mescolati, sia elementi del genere picaresco, sia del romanzo epico-cavalleresco. La vicenda principale è costituita dalla narrazione dei viaggi e delle avventure del protagonista che per tre volte lascia il suo villaggio per poi tornarvi. Nella trama principale s'inseriscono, interrompendola, molti episodi, vere e proprie novelle all'interno del romanzo. Un signorotto di campagna, Alonso Quijada o Quesada, incitato dalla lettura dei romanzi cavallereschi, decide di mettersi in giro per il mondo, facendosi cavaliere con il nome di don Chisciotte della Mancia. Per gloria sua e del paese deve difendere gli ideali più alti: giustizia, pace, difesa degli oppressi. Ribattezza il suo ronzino con il nome di Ronzinante e si sceglie una dama, una contadina della sua terra che chiama Dulcinea del Toboso. Don Chisciotte, dopo aver scambiato un’osteria per un castello e fattosi investire cavaliere dall’oste, inizia le sue imprese: cerca di difendere un ragazzo malmenato da un contadino ma finisce col peggiorare la situazione; impone ad alcuni mercanti di rendere omaggio a Dulcinea, ma questi lo picchiano a sangue. Riportato a casa e guarito, riparte con al fianco uno scudiero, Sancio Panza, un contadino del paese, al quale promette fortuna e un’isola da governare. Assieme al suo scudiero intraprende nuove "avventure" e quindi nuovi guai, che spesso sono dovuti all’eccessiva fantasia del cavaliere, la quale stravolge e allontana dalla realtà il mondo che circonda i due protagonisti. Don Chisciotte lotta contro i mulini a vento scambiati per giganti, cade vittima dei mulattieri e di un oste, che lo picchiano a sangue, dei pastori che lo prendono a sassate, dei galeotti e di molte altre persone, che sicuramente non erano valorosi cavalieri. Compiute molte paradossali imprese, ha termine la prima parte del romanzo, che vede il suo ritorno a casa con la complicità di Sancio, del parroco e del barbiere del paese. Dopo un breve periodo di riposo e riacquistata la fiducia degli amici, riparte. Seguono così nuove imprese a cui Sancio partecipa con entusiasmo, impaziente di prendere il comando di un’isola.

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I due giungono al castello di un duca e di una duchessa che, venuti a conoscenza delle loro comiche gesta, si prendono gioco di loro (fra l’altro nominano Sancio governatore dell’isola di Baratteria). Ripreso il cammino, arrivano a Barcellona dove il cavaliere della Bianca Luna, che in realtà era l’amico Carrasco, sfida don Chisciotte e lo vince. Carrasco gli ordina di ritornare al suo paese ed egli, fedele alle regole della cavalleria, così fa. Tornato nella propria terra si ammala e, per le fatiche provate, ma soprattutto per l’impossibilità di non poter più perseguire i propri ideali, muore. Il primo fine del romanzo, dichiarato esplicitamente nel Prologo dallo stesso Cervantes, è quello di ridicolizzare i libri di cavalleria e di satireggiare il mondo medioevale, tramite il "folle" personaggio di Don Chisciotte; infatti in Spagna la letteratura cavalleresca, importata dalla Francia, aveva avuto nel cinquecento grande successo, dando luogo al fenomeno dei "lettori impazziti". Ma, Don Chisciotte perde gradualmente la connotazione di personaggio "comico" e acquista uno spessore più complesso. Lo stesso romanzo diventa ben presto ben più che una parodia o un romanzo eroicomico. Il "folle" cavaliere ci mostra il problema di fondo dell’esistenza, cioè la delusione che l’uomo subisce di fronte alla realtà, la quale annulla l’immaginazione, la fantasia, le proprie aspettative, la realizzazione di un progetto di esistenza con cui l’uomo si identifica. Il "disinganno", cioè il tema dello scontro struggente tra ideale e reale, che ritroviamo nel romanzo, fu per Cervantes, non solo un motivo poetico, ma anche un’esperienza personale. Già all’inizio del "Don Chisciotte" si notano le opposte figure del cavaliere e dello scudiero: l’uno alto e magro, l’altro basso e grasso; Sancio pratico, attaccato alla realtà e all’interesse, Don Chisciotte sognatore e ligio al dovere. I due personaggi danno così origine alla compresenza degli opposti e quindi all’assenza di certezze assolute. Però, Sancio Pancia e Don Chisciotte, all’inizio tanto diversi fra loro, quasi a voler rappresentare due opposti, alla fine delle loro avventure si equilibrano a vicenda: il cavaliere si trasforma in un gentiluomo assennato che dai propri valori, non più assoluti e tirannici, trae spunti per risolvere le difficoltà nel rispetto di tutti; mentre lo scudiero supera l’assoluto materialismo e realismo, convergendo come Don Chisciotte verso una zona intermedia di equilibrio. Nel Don Chisciotte ogni cosa può essere soggetta a diversi punti di vista (ad esempio i mulini a vento diventano dei giganti), il che fa perdere chiaramente l'esatta concezione della realtà. La dimensione tragica che ne nasce dipende dall'inesistente corrispondenza fra cose e parole: le vicende cavalleresche ormai sono parole vuote, ma Don Chisciotte a causa della sua pazzia non se ne accorge e cerca di ristabilire i rapporti fra realtà e libri. La pazzia è il modo di vedere il mondo con occhi diversi, non offuscati dalle idee e dai condizionamenti sociali. L'accumularsi di situazioni in cui lo stesso oggetto dà origine a interpretazioni dei due personaggi diametralmente opposte senza che nessuno dei due prevalga sull'altro, che trasformano la realtà a seconda della prospettiva cui la si guarda, incutono nel lettore quella 33


sensazione di inquietudine, di incertezza irrisolvibile che viene risolta nella seconda parte grazie all'apertura di una nuova dimensione della narrazione, con la storia di nuovi eventi e la rifondazione dei vecchi su nuove basi in cui l'interpretazione e la narrazione vengono ad intrecciarsi in una rete di corrispondenze a specchio tra azione e riflessione, passato e presente, illusione e realtà, che è dinamica. All'interno di questa rete ognuno è costretto a reinterpretare la realtà come meglio crede poiché il narratore onnisciente scompare e il significato è affidato a punti di vista diversi diversi, spesso in contrapposizione fra di loro, con cui l'autore si prende gioco disseminando qua e là incongruenze e lacune per mettere in dubbio la verità dei fatti. Solo alla fine le sorti si ricompongono, dopo che Don Chisciotte chiede di riposare tranquillo. Destatosi dopo un lungo sonno e poco prima di morire dirà che ha inteso “viver pazzo e morir savio”, non per rinnegare i propri ideali cavallereschi o per sconfessare la propria follia, piuttosto per affermare la scelta di libertà dell’uomo Alonso Quijano. Alonso ha lottato contro la propria banale anonimia di hidalgo di provincia per dare un senso alla propria esistenza, oscillando per tutto il romanzo tra un’identità rifiutata ed una acquistata. La morte di don Chisciotte suggella la vittoria di Alonso, dal momento che in ogni guerra che si rispetti, sempre vi sono morti e decessi e sempre vincitori. Tuttavia, entrambi gli antagonisti appaiono perdenti: il ritrovato hidalgo non potrà sopravvivere senza quella parte di sé, fantasiosa e ingegnosa, che è stata rinnegata e ripudiata, perché la sua esistenza perderebbe significato tornando a essere monotona e piatta come un tempo, così muore.

Attività nel quaderno

1. In ogni epoca l’uomo è stato costretto, e lo è tuttora, dalle vicende della vita a

ripetuti compromessi, a sconfitte, a tristezze; perciò vien da chiedersi se la follia di Don Chisciotte sia una vera follia o se egli fosse un savio, cioè uno che ha scoperto, contro ogni apparenza, il significato primo dell’esistenza. Tanto è vero che egli finisce per coinvolgere nella sua "follia" anche il terrestre Sancio e, quando decide infine di rinsavire, ineluttabilmente muore. Argomenta. 2. Scrivi il seguente programma di viaggio “Spagna in moto, sulle orme di Don Chisciotte della Mancia” (6 giorni). Fonte per la documentazione

Approfondimento

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Guccini Don Chisciotte con filmato. La canzone è strutturata in forma di dialogo tra il cavaliere e il suo scudiero. Il testo riflette lo scontro tra l’idealismo del primo ed il realismo del secondo, portato infine alle istanze di pace e giustizia da Don Chisciotte. Leggi e rifletti sul commento alla canzone di Guccini

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Lezione 7 – Dal viaggiatore illuminato all’eroe romantico Nel Settecento, il secolo detto dei lumi il viaggio assume un’ importanza mai raggiunta prima nel collettivo europeo. Viene inteso come dimensione vivente del pensiero: i filosofi viaggiano, le idee sono trasmesse con relativa velocità (si pensi alla diffusione dei primi giornali), le scoperte geografiche sono seguite da scrupolose esplorazioni e si insinuano quei germi di un relativismo culturale che non si sarebbe più arrestato. Si sviluppa, insomma, una vera e propria società di viaggiatori, costituita da personaggi di varia estrazione e sociale e provenienza, anche in virtù di una sempre maggiore democratizzazione della cultura, dovuta ai grandi cambiamenti politici di questo secolo. Tra i viaggiatori nel senso specifico del termine si annoverano i Grand Touristes, per lo più di nobile estrazione, impegnati a compiere la propria formazione culturale visitando l’Europa, ma anche figure di rango diverso, finanziate da varie istituzioni e, infine, il gruppo più consistente di scienziati e letterati che si dedicava allo sviluppo della letteratura di viaggio o odeporica. Cominciano a muoversi anche le donne, sia per motivi professionali sia culturali. Frutto di questi spostamenti sono i travel book che hanno uno scopo prevalentemente informativo e divulgativo sulle caratteristiche dei luoghi, sugli usi e i costumi, le organizzazioni sociali e politiche, i volumi che dei siti visitati ci danno invece descrizioni di monumenti, opere d’arte e musei e, infine, opere, spesso in forma di lettere, con un taglio più sentimentale e soggettivo. In questo periodo lo spirito civile rende assai diversa la letteratura di viaggio rispetto a quella dei secoli precedenti e ciò si deve principalmente al fatto che allo spirito esteriore del turistanarratore, attento per lo più ai paesaggi naturali e ai monumenti dell’uomo, si affianca ora un’attenzione più marcata per lo studio dei popoli nella loro dimensione collettiva, per la loro storia, i costumi e, soprattutto, le istituzioni economiche, politiche e civili. Tra tutti gli scritti di questo periodo, sebbene pubblicato agli inizi del secolo successivo, ricordiamo “Viaggio in Italia” (1816-17 e 1829) di J. W. Goethe, dove si può notare come l’autore, modello di viaggiatore illuminato, è tutt’altro che un turista distratto o attento ai soli aspetti esteriori. Il suo viaggio è legato innanzitutto a motivi di educazione estetica ed artistica; lo spirito civile dell’età dei lumi è infatti molto forte in lui, e non gli consente di passare sotto silenzio aspetti meno gradevoli di città per altri versi incantevoli come Palermo, per esempio per la scarsa pulizia urbana. Goethe, comunque, non si limita a prendere visione del problema di questa città, ma si sforza di individuarne le responsabilità oggettive, il che testimonia la serietà e la concretezza con cui l’intellettuale illuminista affronta temi tradizionalmente esclusi dal ristretto e idealizzante ambito di interessi dell’arte. Allo stesso tempo, però, il viaggiatore del Settecento è uomo che tende a privilegiare le esperienze più nuove e curiose (a volte anche pericolose) che la vita ed il viaggio possono offrire, per cui, oltre che delle società con cui viene a contatto, tende a raccontare ampiamente di sé del proprio mondo interiore, delle proprie esperienze, dalle reazioni suscitategli dall’incontro con usi e costumi tanto diversi dai propri. E’ questo il caso delle opere legate ai “Grand Tour”, dove troviamo come protagonista il giovane che, con un viaggio, con la separazione dalla famiglia, dalla casa e dai luoghi abituali, [Digitare il testo]

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abbandona il proprio mondo infantile, spensierato e irresponsabile per avventurarsi in un mondo ignoto e misterioso, intraprendendo un processo di crescita e di maturazione interiore che, una volta fatto ritorno a casa, lo renderà pronto a fare il definitivo ingresso nel mondo degli adulti. Inoltre, lo spirito di avventura del giovane viaggiatore è accompagnato dall’attenzione che egli ha nei confronti degli aspetti civili del viaggio, cioè quelli che consentono di fare esperienze di usi, costumi, mentalità diverse dalla propria. Tra le opere più famose di questo ricco filone annoveriamo Il Viaggio sentimentale di Laurence Sterne, il diario di un viaggio intrapreso per gravi motivi di salute da Yorick, pseudonimo dello scrittore inglese. Con l’Ottocento, l’esperienza del viaggio, pur conservando solidi rapporti con la realtà, diventa, nella letteratura, un’esperienza prevalentemente di tipo interiore che assume molteplici significati, tutti riconducibili all’aspetto dominante della sensibilità romantica: l’inquietudine e l’irrequietezza interiore. Il viaggio è per i Romantici l’itinerario dell’immaginazione verso un mondo ideale, il luogo mitico delle origini del sapere della civiltà, un luogo lontano dalla realtà borghese così superficiale e materialistica. Esso nasce dal rifiuto della realtà per cercare quegli ideali di libertà, di giustizia e di verità nei quali crede l’intellettuale. Vi è molto spesso un legame fra la vita dei letterati che viaggiano incessantemente e i personaggi delle loro opere. Significativo è il caso di Lord Byron che viaggiò in tutto il Mediterraneo, e del personaggio Aroldo che, nel poema "Il pellegrinaggio del suo giovane Aroldo" (1818) intraprende un itinerario simile a quello del suo autore. Anche Ugo Foscolo, che traduce in italiano il romanzo di Sterne, condivide con il suo personaggio Jacopo Ortis, protagonista del romanzo "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" (1802) l’esperienza del viaggio: è un peregrinare amaro quello di Foscolo-Ortis e vissuto con sofferenza. Il viaggio nasce dalla delusione dell’eroe romantico che non si sente più guida della società e cerca di placare la propria irrequietezza viaggiando. Scrive infatti Jacopo all’amico Lorenzo: "Domani parto verso la Francia; e chi sa?" Forse assai più lontano…Tu dirai che forse io dovrei fuggire prima da me stesso…". Nelle opere di Foscolo, soprattutto nei suoi sonetti, il viaggio narrato è anche quello del ritorno attraverso l’immaginazione ai luoghi della sua infanzia, che sono quelli mitici della antica Grecia. Zacinto, la sua isola greca nativa, è il simbolo dell’armonia, della bellezza e della serenità. Poiché la bellezza della terra madre si fonde col perpetuo dolore di chi virilmente ne sopporta la lontananza, per la sensibilità e il gusto del Foscolo nulla, meglio dell'evocazione della nascita di Venere dalle onde dello Jonio o delle avventure di Ulisse, potevano dar rilievo al sentimento turbato, così il mito dà alla passione solenne e vasta risonanza. A Zacinto Note: Né più mai toccherò le sacre sponde ove il mio corpo fanciulletto giacque,

1 • giacque: visse nella inconsapevole pace dell'infanzia. 4 - greco mar; lo Jonio.

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Zacinto mia, che te specchi nell'onde del greco mar da cui vergine nacque 5

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Venere, e fea quelle isole feconde col suo primo sorriso, onde non tacque le tue limpide nubi e le tue fronde l'inclito verso di colui che l’acque cantò fatali, ed il diverso esiglio per cui bello di fama e di sventura

5 -Venere: nata adulta dalla schiuma marina. Fea: rendeva. Venere era dea anche della fecondità. 6 - Non tacque: cantò. 8-11- l’inclito, ecc. i versi di Omero che nell’Odissea cantò i viaggi marini di Ulisse voluti dal fato e i diversi approdi dell’esule. 13- prescrisse: decretò inesorabile. 14 - illacrimata: perché fuori fuori dall’isola materna.

baciò la sua petrosa Itaca Ulisse. Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra; a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura.

E’ lo stupendo potere dell’immaginazione che dà conforto dopo che le scoperte e i viaggi hanno portato a molte conoscenze e certezze ma hanno distrutto i sogni e la fantasia sprofonda e si perde nel nulla e nell’infinito. E’ ciò che accade a Leopardi quando esprime la sua infelicità di vivere ed il suo disagio interiore placati nell’intuizione dell’infinito: L’infinito Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quïete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare. [Digitare il testo]

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Deluso dalla vita, certo che ogni sogno è costretto ad infrangersi nel momento in cui può trovare realizzazione, Leopardi trova conforto nell’idea che solo la morte placherà il suo animo. L’Infinito è un componimento del 1819 , l’anno della sua fuga mancata da Recanati ed apre il filone della poesia leopardiana più intima. Appartiene agli Idilli, che egli stesso definisce “situazioni, affezioni, avventure storiche dell’animo suo”. Idillio in greco significa piccolo quadro, piccola immagine. Leopardi è criticamente conteso tra la fedeltà al classicismo e l’apertura alla sensibilità romantica: a livello teorico egli afferma l'assoluta perfezione della poesia antica, ma, a livello pratico, cala, entro le vecchie forme, contenuti moderni. Infatti, pur partendo da immagini bucoliche (siepe, colle), costruisce un quadro tutto interiore, dove le immagini “naturali” sono un pretesto per rappresentare quelle interiori. La poesia ripercorre anche un mito di grande impegno, quello di Ulisse e del suo viaggio di ritorno all’isola natale. Ulisse era stato, nella cultura antica, l'eroe aperto, disponibile, ambiguo: intelligente ma anche furbo, sapiente ma scaltro e traditore, assetato di sapere ma forse, semplicemente, anche di mondana "curiositas", alla ricerca di effimeri oggetti. Dunque un eroe dalla valenza doppia, positiva e negativa. Come abbiamo già studiato, Dante, nel Medioevo, concordemente con l'interpretazione data al personaggio dalla cultura del suo tempo, aveva estratto da esso tutte le valenze negative, le sue ambizioni prometeiche e luciferine cioè, portatrici dell'originaria colpa dell' uomo. L'Ulisse di Dante non sentiva più la "nostalgia del ritorno" omerica, ma diventava esponente di una tematica tipicamente medievale e cavalleresca : quella della ricerca che si conclude tragicamente, dell'anima che viaggia verso l'oltranza, la trasgressione. Il poeta romantico, e non cristiano, svolge diversamente il tema. Ora, proprio l'Infinito è, appunto, un 'viaggio' mentale e "vano", che ripercorre il mito di Ulisse nella sua dimensione fantastica e non storica. L'Infinito è il 'resoconto' di un viaggio alla ricerca dell'Assoluto, con la trasgressione dei divieti e con il naufragio finale. Ma il poeta medievale, con il naufragio, metaforizzava la sconfitta della ragione senza la Grazia; il poeta romantico, invece, ne fa il sigillo ironico della scoperta della nullità del Tutto. L'antimodello dantesco diventa il modello dell’ateo Leopardi; mediante questa rilettura Leopardi ci spiega l’insanabile scissione interna al pensiero umano tra conoscibilità dell’oggettivo e inconoscibilità dell’infinito, in cui la razionalità inevitabilmente naufraga. E' sintomatico che un fine lettore di classici come Leopardi, di fronte al mito di Ulisse abbia scartato l'interpretazione antica e si sia avvalso di quella ansiosa e malinconica del medievale e cristiano Dante rovesciandone il segno: è la prova del sostanziale romanticismo di Leopardi, della sua profonda appartenenza al proprio tempo. Questo breve componimento prende spunto da una vicenda reale: il poeta si reca sul monte Tabor, poco distante dalla propria abitazione, come è solito fare. Una volta raggiunta la sommità osserva che una siepe impedisce allo sguardo di abbracciare tutto l’orizzonte. Proprio questa limitazione, la “tanta parte dell'ultimo orizzonte”, lo stimola a cercare di creare mentalmente uno spazio immaginario che potrebbe essere oltre ad essa, così prova un senso di turbamento e di 39


vertigine: nessun dubbio che il 'segno' che non deve essere oltrepassato è 'l'ultimo orizzonte'. Questa è la vera sponda dell'infinito, il punto d'inizio della navigazione pericolosa, le nuove colonne d'Ercole dell'Ulisse moderno che, mentre sogna per un attimo un dolce naufragio nel nulla, nella vita sopravvive fuggendo nel suo Eden psicologico (la fanciullezza) o nel suo Eden storico (l'antichità). Un soffio di vento inaspettato lo richiama alla realtà, allora il poeta inizia a paragonare il presente al senso di infinito prima provato. Infine si placa e si abbandona all’atmosfera infinita e profonda creatagli dalla mente. Qual è la funzione della siepe allora? Quella di far balenare, romanticamente, l'infinito nel finito, l'eterno nell'istante. Anche interessante è la funzione del “ma”: Leopardi vuole separare e opporre la sfera delle esperienze quotidiane e della meditazione abituale e la sfera delle esperienze meravigliose e dell'istantanea illuminazione. Un riflesso di questo è l'opposizione temporale tra il “fu”, completato dal “caro”, come affermazione di consuetudine che dura nel tempo, e il presente, i tanti presenti seguenti, che configurano il momento unico, realizzatosi una volta sola, l'epifania del significato. In questo tempo speciale e in questo stato di grazia si consuma l'atto finale dell'idillio, l'oximoron drammatico del 'dolce' 'naufragare' Qui Leopardi ha fuso le due esperienze di viaggio dell'intertesto dantesco: il naufragio dell'oltranzoso Ulisse e il traguardo felice (dolce) del pellegrino Dante. Ma la funzione conoscitiva del 'dolce' è rovesciata: Dante trova 'dolce' la visione della Verità, di Dio; il poeta romantico trova, alla fine della sua ricerca, una piacevole, infinita immensità. A supporto di questa interpretazione giungono le parole stesse del poeta, raccolte nello Zibaldone. “Il sentimento che si prova alla vista di una campagna e di qualunque altra cosa v’ispiri idee e pensieri vaghi e indefiniti… è il sommo dei nostri diletti, e tutto quello che è determinato e certo è molto più lungi dall’appagarci, di questo che per la sua incertezza non ci può mai appagare” “L’anima umana desidera sempre essenzialmente, e mira unicamente… alla felicità. Questo desiderio non ha limiti, poiché congenito con l’esistenza, e perciò non può avere fine in questo o in quel piacere, che non può essere infinito, ma solamente termina con la vita” “L’animo s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura ciò che non potrebbe…” Attività nel quaderno

1. Scrivi una breve biografia sulla vita inquieta del poeta Ugo Foscolo.

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2. Ricostruisci utilizzando questa fonte la nascita del Gran Tour, i luoghi,

i tempi, i

protagonisti, le motivazioni ed i mezzi di trasporto.

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Lezione 8 – Viaggio in Oriente Gustave Flaubert è noto in tutto il mondo come l’autore del romanzo Madame Bovary, opera che la borghesia benpensante dell’Ottocento volle far condannare per immoralità. Per Flaubert tutto comincia a Rouen, dove nasce nel 1821, mentre nella Francia letteraria fiorisce il primo romanticismo. Padre chirurgo presso l’ospedale locale, madre di lontane origini nobiliari, è il figlio di mezzo e può restare inebetito per delle ore o essere oggetto di scherno da parte degli adulti. Lui, lettore accanito da adulto, ha difficoltà ad apprendere a leggere da bambino e ben presto manifesta anche i segni di una malattia nervosa, di cui non si saprà mai l’effettiva realtà clinica. Nel 1840 compie un viaggio per i Pirenei e la Corsica; a Marsiglia vive la sua prima storia d’ amore, dopo l’iniziazione sessuale avvenuta presumibilmente nelle borghesi e ipocrite mura domestiche, con la cameriera di casa. Ma questo primo amore è anche un naufragio per il suo immaginario: è una delusione devastante dalla quale non si riprenderà più. A diciannove anni, Gustave scopre che non c’è amore possibile che nel sogno dell’amore, e non nel mondo reale. Da ora in poi la divaricazione tra vita sentimentale e vita sessuale sarà il dato della sua biografia più singolare, oltre che materia di elaborazione. Flaubert comincia ad annoiarsi: parte per Parigi, dove si è iscritto a giurisprudenza, inizia a scrivere un romanzo e attraversa, nel 1844, una crisi terribile. In questa “malattia di nervi” - probabilmente epilessia che minaccia la sua fibra fisica e morale, egli vedrà un cesura simbolica fondamentale, il segno di una svolta nella propria vita. E già emerge il progetto di chiudersi nella proprietà familiare a Croisset, borgo lungo la Senna vicino a Rouen, dove scriverà tutti i suoi libri. Ma, prima della solitudine e del raccoglimento, viaggia. Ha vent’anni e legge Rabelais, Byron, Omero, Shakespeare, Goethe e “se fout” di tutto, atteggiamento che pone le basi del suo “grottesco triste” da lui stesso inventato come categoria artistico-letteraria e che gli si addice meglio di ogni altra categoria stilisitca. Ha un’immaginazione potente e ha già perso ogni illusione sull’uomo, sulla natura o sulla società, esibendo uno scetticismo radicale che non lo abbandonerà mai. Parte dapprima per l’Italia, in compagnia della sorella Caroline, appena prima della sua morte per l’Italia. Quindi viaggia verso l’Oriente con l’ amico di sempre Maxime Du Camp, giornalista e grande viaggiatore, forse anche per consolarsi dopo un primo tentativo letterario di lunga lena e grande ambizione commentato dagli amici con: “Occorre gettarlo nel fuoco e non parlarne mai più.” Si imbarcano alla volta di Malta, Alessandria, Il Cairo, Tebe, Luxor, Beirut, Gerusalemme, Rodi, Costantinopoli, Atene, Roma, Venezia; è un viaggio lunghissimo - rientreranno in Francia nel giugno 1851. Flaubert va incontro all’arte del favoloso Oriente, ma lontano dallo sguardo [Digitare il testo]

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materno si concede ogni esperienza sessuale, contraendo in qualche luogo la sifilide. E’ un viaggiatore straordinario: vede, fiuta, palpa ogni cosa, mentre la sua scrittura si fa sensuale, pittorica, a imprimere nella memoria le donne, i profumi, le guaste essenze d’Oriente. Leggendo il Viaggio in Oriente, si comprende la potenza di questo falso paradosso: quest’uomo che si annoiava tanto, ha tanto amato la vita, di un amore carnale e violento, dalla sabbia del deserto alla pelle di seta della cortigiana Egiziana Kuchiouk-Hânem, dello splendore del tramonto sul Nilo all’odore amaro dei limoni nel cimitero di Jaffa: un mondo esterno e interiore che traduce con un lirismo senza pari e con altrettanta capacità di penetrazione e che troveremo intatto, più che nelle sue opere, compiute e raffrenate, nella propria Corrispondenza. Rientrato in Europa si prefigge di combattere nelle sue opere il “romanzesco” ed il romanticismo, abbracciando la poetica del realismo e riscrivendo in modo quasi maniacale le proprie pagine: deve prosciugare l’informe materia ed arginare l’esagitato lirismo che le anima. Se v’è impassibilità e impersonalità nei suoi scritti è per l’esigenza di contenersi, di occludere la vena esagitatamente soggettiva che vorrebbe zampillare da tutte le parti e straripare sulla pagina. Vuole scrivere, non “scriversi”, trascendere da se stesso. Ma nei fatti Flaubert è un artista doppio fin dalla prima giovinezza: «Vi sono in me – scriverà – letteralmente parlando, due uomini distinti: uno in preda a ululati lirici, a grandi voli d'aquila, a tutte le sonorità della frase e delle vette dell'idea; un altro che fruga e sviscera il vero più che può, che ama mettere in rilievo il piccolo fatto con altrettanta potenza del grande, che vorrebbe farvi quasi sentire materialmente le cose che riproduce». A partire dal 1851, anno in cui comincia il capolavoro Madame Bovary e, se si esclude il viaggio a Cartagine nel 1858, Flaubert non lascia praticamente più Croisset: le sue vere avventure saranno solo nei libri che legge e in quelli che scrive. “ Il tempo della bellezza è passato …Più si andrà avanti , e più l’arte sarà scientifica, come la scienza diventerà artistica…Nessun pensiero umano può prevedere ora a quale scintillante sole si schiuderanno le opere dell’avvenire. Nell’attesa, noi siamo in un corridoio pieno d’ombra, e brancoliamo nel buio. Non c’è punto d’appoggio per nessuno di noi , letterati e scribacchini. A che serve scrivere ? A che bisogno rispondono queste chiacchiere? Tra la folla e noi non c’è nessun legame . Tanto peggio per la folla ; e soprattutto tanto peggio per noi”. Così scriveva il sabato sera del 24 aprile 1852 Gustave Flaubert alla bella e affascinante scrittrice Louise Colet , che era diventata la sua amante. Il romanzo gli dà fama, successo ( fu un best seller, grazie anche alla pubblicità sollevata dal processo che fece salire vertiginosamente le vendite), gloria ( gli sarà assegnata la Legion d’Onor nel 1866), ma non certamente i soldi, tant’è che Flaubert finsce gli ultimi anni della sua vita in miseria e gli amici si danno da fare per fargli avere una modesta pensione governativa e una 43


sinecura come bibliotecario. Soprattutto non gli dà la serenità e la felicità, a cui ancora crede, nonostante tutto. E così questo scrittore dagli occhi verdi, dall’alta statura , ma anche dallo scattoso , ostinato ed irascibile temperamento continua ad essere eternamente malinconico e annoiato. Muore a Croisset nel 1880. Altre opere di successo di Flaubert sono e Salambò (1862) e L’educazione sentimentale del 1869. Madame Bovary Il soggetto di Madame Bovary gli venne suggerito, a quel che si sa, dai suoi amici sulla base di un fatto di cronaca locale. Malmaritata, sperduta nella campagna normanna, ristretta in una vita ordinaria, nell’astanteria di un medico mediocre, una giovane donna si macera nelle noie della provincia, scontando in un un’esistenza senza emozioni, un'immaginazione esorbitante nutrita dalla lettura incessante di romanzi. Al fine di dar compimento ad una vita “altra”, lungamente agognata, combatte come può il proprio male di vivere, dandosi all’adulterio e a una vita dispendiosa superiore alle proprie possibilità, trovando nella morte il suggello al proprio fallimento esistenziale. Emma Bovary diventerà l’eroina di ogni individuo in lotta per il proprio ideale contro le ristrettezze del reale, di chi intraprende la lotta per spezzare le barriere dell’ io contingente, in cerca del se stesso reale e della propria auto-affermazione. La tesi dimostrata da Flaubert per il suo personaggio è però implacabile: chi nutre una visione erronea di se stesso, del proprio capitale interiore, non può avere altro risultato che la distruzione dell’Io. Egli infierirà contro la sua creatura, una donnetta, come la chiamerà, ma non è da escludere che, nella visione grottesca dell’arte, Flaubert non abbia voluto ritrarre nelle forme minime e ridicolizzate la grande tragedia – già incontrata con don Chisciotte -, di ogni individuo che, a partire da una visione di se stesso (in questo caso artefatta dalla lettura dei libri), tende alla propria affermazionerealizzazione, a “mettere al mondo” quell’Io che lui solo ha intravisto, dunque al completamento intimo e totale della propria missione terrena. Flaubert sa già che in letteratura non esistono soggetti belli o indegni, sa che ciò che conta è il modo di rappresentarli, lo stile. Affinché il suo romanzo prenda forma, gli ci vorranno sei lunghi anni di lavoro senza sosta. Lo scrittore opta per una progressione della storia impeccabile, attraverso una scrittura sobria, apparentemente oggettiva, nella quale ribollono la passione e la coscienza della protagonista. Non si tratta di un’operazione semplice far passare il lirismo più esagitato e fiammeggiante della letteratura attraverso la mente di una donnetta provinciale , occorre perciò il più spietato freno dell’arte. Sappiamo che Flaubert riusciva a dedicare anche due mesi di accanito lavoro per scrivere una pagina; mesi di lavoro per spostare l’interesse dal mero fatto narrato all’emozione percepita dai suoi protagonisti (e dai lettori), perché tutta la personalità di Emma trovasse degna rappresentazione nelle movenze flessuose del corpo quando ballava il valzer al castello della Vaubyessard, nelle fragranze vegetali del sottobosco autunnale allorché il suo amante Rodolphe le rivela il piacere carnale, nell’odore amaro dell’arsenico che la avrebbe uccisa.

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Emma è il cuore pulsante del libro che, a poco a poco, investe tutto: l’istituzione coniugale, la religione, la maternità, le norme sociali. Il suo desiderio di vivere è eversivo. Lo scandalo di Emma è che non finge neppure più di rispettare gli imbecilli e gli invalidi che la circondano, la provincia e le sue censure, la morale che non vuole che si abbia un corpo e che se ne faccia uso, la religione ed i suoi divieti, il capitalismo, che uccide coloro che osano sprecare un denaro che “dovrebbe” essere investito nel circuito produttivo dello scambio. Romantica dalla testa ai piedi (come il suo autore che da artista ambivalente punisce in lei ciò che più ama) Emma muore scambiando i suoi desideri per realtà, mentre la stupidità degli altri la invade e celebra i suoi trionfi.

Attività nel quaderno

1. Orazio scrive «Sibi constet»: «Sii in armonia con te stesso», ovvero «Stai, resta in te»,

«Non tentare strade fuori di te». Ma quale avventura umana potrebbe nascere da questa formula? È solo tentando l’uscita fuori “da” se stessi che potrebbe giungere il guadagno o la perdita “di” se stessi. Solo tentando una sortita dai nostri confini, dai nostri limiti potremmo “diventare ciò che siamo”, ossia realizzarci pienamente. Ma è proprio il rischio del fallimento che ci induce a «restare in noi», col risultato che invece di rischiare un fallimento grandioso e definitivo, preferiamo un piccolo ma implacabile fallimento a rate. Argomenta.

Approfondimento

Guarda il trailer del film Madame Bovary del 1991 Le interviste impossibili, Gustave Flaubert

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Lezione 9 – L’orizzonte come limite Alexandros (Poemi Conviviali) sempre più lungi, ardea come un tesoro. I - Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla! Non altra terra se non là, nell'aria, quella che in mezzo del brocchier vi brilla, o Pezetèri: errante e solitaria terra, inaccessa. Dall'ultima sponda vedete là, mistofori di Caria, l'ultimo fiume Oceano senz'onda. O venuti dall'Haemo e dal Carmelo, ecco, la terra sfuma e si profonda

IV Figlio d'Amynta! io non sapea di meta allor che mossi. Un nomo di tra le are intonava Timotheo, l'auleta: soffio possente d'un fatale andare, oltre la morte; e m'è nel cuor, presente come in conchiglia murmure di mare. O squillo acuto, o spirito possente, che passi in alto e gridi, che ti segua! ma questo è il Fine, è l'Oceano, il Niente...

dentro la notte fulgida del cielo. e il canto passa ed oltre noi dilegua. II Fiumane che passai! voi la foresta immota nella chiara acqua portate, portate il cupo mormorìo, che resta. Montagne che varcai! dopo varcate, sì grande spazio di su voi non pare, che maggior prima non lo invidïate. Azzurri, come il cielo, come il mare, o monti! o fiumi! era miglior pensiero ristare, non guardare oltre, sognare:

V E così, piange, poi che giunse anelo: piange dall'occhio nero come morte; piange dall'occhio azzurro come cielo. Ché si fa sempre (tale è la sua sorte) nell'occhio nero lo sperar, più vano; nell'occhio azzurro il desiar, più forte. Egli ode belve fremere lontano, egli ode forze incognite, incessanti, passargli a fronte nell'immenso piano,

il sogno è l'infinita ombra del Vero. come trotto di mandre d'elefanti. III Oh! più felice, quanto più cammino m'era d'innanzi; quanto più cimenti, quanto più dubbi, quanto più destino! Ad Isso, quando divampava ai vènti notturno il campo, con le mille schiere, e i carri oscuri e gl'infiniti armenti. A Pella! quando nelle lunghe sere inseguivamo, o mio Capo di toro, il sole; il sole che tra selve nere,

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VI In tanto nell'Epiro aspra e montana filano le sue vergini sorelle pel dolce Assente la milesia lana. A tarda notte, tra le industri ancelle, torcono il fuso con le ceree dita; e il vento passa e passano le stelle. Olympiàs in un sogno smarrita ascolta il lungo favellìo d'un fonte, ascolta nella cava ombra infinita

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le grandi quercie bisbigliar sul monte.

Il poema di Giovanni Pascoli fu pubblicato nei Poemi conviviali nel 1904. Protagonisti dei Poemi conviviali sono personaggi della mitologia e della storia classica, che hanno perso le loro caratteristiche tradizionali e che appaiono tormentati da affanni e angosce, secondo una trasfigurazione in chiave decadente . In Aléxandros il poeta propone come tematica il senso del limite di cui soffre l’intellettuale novecentesco, espresso mediante il contrasto tra sogno e realtà, causato dalla volontà di infinito e assoluto (cosmo) e la consapevolezza del limite umano (orizzonte). L’eroe, arrivato al confine ultimo della terra dopo aver conquistato tutto, si rende conto che questo è un limite. Infatti, al di là di questo si trova il mistero dello spazio cosmico, impossibile da conoscere. Alessandro è deluso: oltrepassati mari e fiumi, si accorge che gli spazi finiti sono inferiori a quanto aveva immaginato. E si rende conto che era più felice quando ancora aveva tanta strada davanti a sé da percorrere e molti pericoli da affrontare, quando da piccolo cavalcava Bucéfalo inseguendo il sole. Rivolgendosi al padre Filippo, gli rivela la sua delusione, quando invece un tempo era incitato a nuove conquiste. Ora, giunto alla porta dell’ignoto, non può far niente, e piange per la delusione sia dall’occhio nero, che rappresenta il limite della natura, sia dall’occhio azzurro, simbolo del sogno. Durante questi lamenti sente voci lontane e misteriose, ma sono i suoni dell’ignoto che non gli è permesso scoprire. E mentre si trova ai confini del mondo piangendo, a casa, nell’Epiro, la madre e le sorelle filano e sognano nella loro semplice vita: loro che della vita non sanno nulla, loro che non hanno mai conquistato nulla, hanno fatto la scelta migliore, poiché possiedono ancora i propri sogni. La decisione migliore è rimanere a sognare, perché il “vero” è frustrante, mentre il sogno lo porta all’infinito. L’unica soluzione, espressa nell’ultima parte, è rinunciare alla ricerca, la quale porta solo al fallimento, e rimanere nei limiti del “nido”, rappresentato dalle sorelle che sono rimaste a casa a filare ed a sperare. In questo solo modo ci si può riparare dalla sofferenza: vivendo un’esistenza priva di avventure, ma sicuramente più serena e tranquilla. Alessandro non è più l’eroe classico: ha attributi moderni con la sua preoccupazione di assolutismo, la ricerca di una conoscenza totale delle cose, lo sconforto di fronte alla verità diversa dal sogno. Tutto ciò fa di lui un eroe romantico e già decadente, col suo protendersi verso l’ignoto, la delusione e la conseguente consapevolezza del nulla. Il metro utilizzato nel componimento è costituito da terzine a rime incatenate. Il linguaggio è velato, allegorico, suggestivo, enigmatico. Sono presenti due diverse tipologie di immagini: dinamiche, come il superare montagne e fiumi, inseguire il sole; statiche, come lo 47


stare fermi davanti al limite e ascoltare le voci misteriose. Abbondanti sono le immagini riferibili al mistero e al nulla (l’Oceano “senz’onda”, le “selve nere”). Nel corso del componimento infine si notano contrapposizioni tra passato e presente, sogno e sconfitta, spazio delimitato conquistato e spazio indeterminato dell’ignoto.

Pascoli scrisse altri testi in cui descriveva viaggi, simbolicamente proiettati verso la ricerca di nuove conoscenze: capolavoro i questo senso è l'Inno "Andrée", dedicato all'esploratore svedese Salomon August Andrée, scomparso nel 1897 nel tentativo di raggiungere il Polo Nord sul pallone aerostatico Ornen (Aquila). I resti dell’esploratore, insieme ai diari dell'impresa, furono ritrovati solo nel 1930 sull'Isola Bianca, nome anch’esso stranamente carico di suggestioni esoteriche. Nella visione poetica pascoliana l'esploratore svedese diventa l'archetipo dell'iniziato che suggella con la morte il compimento della realizzazione dei grandi andando oltre i limiti della individualità umana e, sottraendosi definitivamente alla manifestazione cosmica, e con essa al mondo delle forme e alla ruota del divenire. La stessa impresa di Andrée ha di per se stessa un valore simbolico: la conquista del Polo Terrestre è come la proiezione terrena di quella del Polo Celeste simbolico: rappresenta cioè il raggiungimento dell'unificazione col Principio. Attività nel quaderno

Pascoli ha dedicato ben due liriche ad Ulisse nei Poemi conviviali: L’ultimo viaggio ed il Sonno di Odisseo. Ricerca e leggi i testi e scrivi un commento, mettendo in risalto come l’eroe venga reinterpretato in modo ancora nuovo da questo poeta.

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Lezione 10 – Il viaggio come metafora della vita

La poesia secondo Ungaretti Allegria di naufragi

Versa il 14 febbraio 1917

E subito riprende Il viaggio Come Dopo il naufragio Un superstite Lupo di mare.

Vedi ed ascolta una spiegazione simpatica Il titolo della poesia Allegria di naufragi, che è anche quello del volume di liriche cui appartiene, è un ossimoro: il naufrago è colui che si salva dopo una tempesta; allegria indica uno stato lieto. Il superstite ha perduto ogni cosa: i suoi cari, i suoi averi, magari dei sogni, però istintivamente sente rinascere in sé la tragica volontà di ricominciare, la vita gli è stata risparmiata. Questa vitalità spontanea è la sua allegria, che si sviluppa più fortemente del lutto subito. La duplicità di sentimenti insita in questa immagine costruita su un’ampia similitudine (il come occupa un verso intero) si ritrova in tutta la produzione di uno dei più grandi poeti italiani, Giuseppe Ungaretti. Morte/ vita, delusione/ illusione sono i temi che più spesso ci propone. Il viaggio diventa allora una metafora della vita: anche chi, come il poeta, sopravvive alle avversità dell’esistenza o alla guerra è felice di essere salvo e, come il lupo di mare, dopo il naufragio, riparte subito per un nuovo viaggio. In senso più ampio, tutta la vita è piena di naufragi di cui siamo i superstiti. E non basta l’esperienza a proteggerci. Cerchiamo di capire il pensiero di Ungaretti. Sono i suoi dati biografici che ci aiutano a capire la natura radicale del suo viaggio, da intendere come ricerca della meta e come spostamento continuo di questa in un altro luogo. Nato nel 1888 ad Alessandria d'Egitto perché il padre è operaio durante la costruzione del Canale di Suez, mentre la madre gestisce un forno, studia lì insieme a Mohammed Sceab morto suicida in Francia col nome di Marcel (scriverà Ungaretti […]non sapeva più/vivere/nella tenda dei suoi/dove si ascolta la cantilena/del Corano/gustando un caffè/E non sapeva/sciogliere/il canto/del suo abbandono) , incontrando anche l'emigrato Enrico Pea e i fratelli Thuile, ingegneri e scrittori. Nato in una terra in cui si sente straniero, ma di cui non riuscirà mai a scordare i colori, l’arsura della sabbia rovente, le tende ed il fascino, nel 49


1912 lascia l'Egitto e sbarca a Brindisi, risalendo l'Italia. Ma non si ferma nella terra tanto sognata verso cui tendevano le navi che salpavano da Alessandria, non raggiunge quei posti presso il “ Serchio/Al quale hanno attinto/Duemil’anni forse/Di gente mia campagnola/E mio padre e mia madre”, posti dei quali aveva sentito lunghi racconti e la nostalgia senza esservi mai stato. Prosegue invece per la Francia per poi rientrare in Italia solo allo scoppio della Grande Guerra, come interventista. Non lo spinge il militarismo fanatico, ma la pace, convinto com'è che la guerra si imponga per eliminare la guerra. Si arruola volontario in fanteria nel 1916, esperienza destinata a riflettersi con forza nella raccolta di poesie Porto Sepolto, titolo emblematico dell'ambiguità tra approdo e tomba. La poesia è un viaggio verso il porto sepolto, cioè sommerso nel profondo, la poesia è un inabissamento ed il poeta è una sorta di palombaro degli abissi che cerca di riportare a galla la verità delle cose, cioè le parole sommerse ed il loro valore. L’immagine del porto sepolto è dettata dal ricordo dell’antico porto che si trovava dinnanzi ad Alessandria prima della conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno.. Il tema dominante è quello della guerra, in cui l’uomo è posto di fronte a situazioni elementari essenziali ed estreme come la vita e la morte. Intorno ad esso se ne aggregano altri: lo sradicamento e l’anonimato del fante in guerra; l’affermazione positiva dell’individualità; la rappresentazione della natura in guerra; l’unanimismo (l’unanimismo è una dottrina filosoficaletteraria del ‘900 che afferma l’importanza della soggettività collettiva e non individuale, in seguito alle trasformazioni sociali del secolo). In Ungaretti la condizione collettiva descritta è quella dei soldati in trincea, come in Soldati: Soldati Bosco di Courton 1918 Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie I versi delle liriche sono molto brevi (in alcuni casi solo una parola), vengono aboliti i nessi grammaticali e sintattici e la punteggiatura. Anche la rima è abolita. La parola assume un valore importante: è considerata il mezzo per evocare un qualcosa di superiore (infatti Ungaretti appartiene al filone del Simbolismo europeo). Le liriche sono tutte datate come se appartenessero a un diario di guerra. ll porto sepolto Mariano 29 giugno 1916

Vi arriva il poeta e poi torna alla luce con i suoi canti e li disperde

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(“canti” è sinonimo di poesia)

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Di questa poesia mi resta quel nulla (“nulla” = ciò a cui arriva la poesia è un messaggio apparentemente inutile) d’inesauribile segreto. (=il messaggio però rivela il mistero della vita degli uomini) Questa lirica è composta da versi liberi aggregati in due strofe senza rima e senza punteggiatura. E’ un fraseggiare conciso, sintetico, senza subordinate. Nella prima si allude ai tre momenti in cui è racchiuso il segreto della creazione artistica: il viaggio, il ritorno, la dispersione. La guerra conduce Ungaretti alla ricerca della parola assoluta, essenziale, originaria. L’esperienza della trincea e della sua essenzialità lo portano alla ricerca della parola scarnificata, originaria, ma spesso egli si accorge che questa parola non è comunicativa, perché nel momento in cui affiora si disperde e perché la sua natura è finita, in quanto prodotta dall’uomo. Come un lampo il poeta coglie la parola poetica dentro di sé, gli appare assoluta nella profondità abissale dell’io e le dà forma. Per questo il verso è spezzato, l’endecasillabo ricostruito in verticale, la sintassi rotta e la punteggiatura scomparsa. Il verso si piega ad essa. Le immagini, non potendo dire esplicitamente, a causa del limite della parola, procedono come illuminazioni che accostano termini lontanissimi, attraverso analogie anche difficili. La parola acquista un valore sacrale: la poesia è infatti un’esperienza che mette in contatto per un attimo il poeta con l’Assoluto. Nella seconda strofa vi è il contenuto più prezioso che resta della poesia ed è un nulla d’inesauribile segreto : il poeta ha colto nella profondità l’assoluto e ciò che gli resta è il nulla, infatti il “porto sepolto” e ciò che di segreto e di indecifrabile rimane in noi: il nulla; è il vissuto profondo del soggetto, è il buio abissale di sé , il miracolo, il mistero da cui nasce la poesia. Dopo aver pubblicato nel 1919, "Allegria di naufragi" e aver lavorato come corrispondente da Parigi del "Popolo d'Italia", nel 1933 pubblica "Sentimento del tempo", forse l'opera sua più conosciuta. Ungaretti continua a spostarsi senza pace; dalla fine della guerra non si contano le mete dei suoi viaggi. Nel 1936 si stabilisce in Brasile, rivestendo per alcuni anni il ruolo di docente universitario e nel 1939. Qui assiste alla morte a soli nove anni di età del figlio Antonietto, esperienza dolorosa da cui nasceranno le liriche de "Il dolore" (…E t'amo, t'amo, ed è continuo schianto!). E’ un uomo inquieto, che cerca continuamente un luogo in cui ritrovare i segni della propria identità. Non è però un intellettuale atipico: va infatti ricordato che i suoi viaggi si inquadrano in un contesto storico- sociologico tipico del fascismo, nel cui ambito si registra un grandissimo flusso di attività migratoria, anche nel settore artistico. Fra i più attivi giornalisti-viaggiatori c'è proprio lui che, privo di una professione stabile, ogni giorno deve guadagnarsi da vivere. Però Ungaretti, a differenza di altri viaggiatori del periodo, che si assumevano il compito di promuovere nel mondo l'immagine di una Italia moderna e aperta, approfitta della possibilità di sottrarsi ad una stampa non libera , cosa che fece anche Pirandello. Si attiene sempre, invece, ad

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una sua idea del viaggio, perfettamente coerente con la sua poetica complessiva. Ungaretti non è solo viaggiatore per destino; è un viaggiatore mentale e sentimentale: è un poeta viaggiatore. Viaggiare, per Ungaretti, è un continuo trasfigurare le «cose viste» nel suo lungo nomadismo, in cui scenario della realtà e ragioni della scrittura coincidono, in un percorso teso all’inseguimento di «fantasmi della mente». E’ costantemente in fuga verso una patria e una meta a lui ignote, sentendosi comunque estraneo a qualunque luogo, Paesaggio 1920 (Notte) Tutto si è esteso, si è attenuato, si è confuso. Fischi di treni partiti. Ecco appare, non essendoci più testimoni, anche il mio vero viso stanco e deluso. ma mai vinto. Agonia Morire come le allodole assetate sul miraggio O come la quaglia passato il mare nei primi cespugli perché di volare non ha più voglia Ma non vivere di lamento come un cardellino accecato Nel ‘42 è nuovamente in Italia, ove ottiene la cattedra di letteratura moderna e contemporanea all'Università di Roma. In seguito, egli licenzia altre raccolte di poesie ed un volume di prose. Muore a Milano nel 1970. Attività nel quaderno Commenta questo verso di Ungaretti “La meta è partire”. Approfondimento

Tutto Ungaretti facile e veloce [Digitare il testo]

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Approfondimento – Il viaggio interiore

Introduzione – Primo Levi. Biografia di un chimico scrittore «All'uscita dal buio, si soffriva per la riacquistata consapevolezza di essere stati menomati. Non per volontà né per ignavia né per colpa, avevamo tuttavia vissuto per mesi o anni ad un livello animalesco: le nostre giornate erano state ingombrate dall'alba alla notte dalla fame, dalla fatica, dal freddo, dalla paura, e lo spazio di riflettere, per ragionare, per provare affetti, era annullato. Avevamo sopportato la sporcizia, la promiscuità e la destituzione soffrendone assai meno di quanto ne avremmo sofferto nella vita normale, perché il nostro metro morale era mutato. Inoltre, tutti avevamo rubato: alle cucine, alla fabbrica, al campo, insomma <>, alla controparte, ma sempre furto era; alcuni (pochi) erano discesi fino a rubare il pane al proprio compagno. Avevamo dimenticato non solo il nostro paese e la nostra cultura, ma la famiglia, il passato, il futuro che ci eravamo rappresentato, perché, come animali, eravamo ristretti al momento presente. Da questa condizione di appiattimento eravamo esciti solo a rari intervalli, nelle pochissime domeniche di riposo, nei minuti fugaci prima di cadere nel sonno, durante la furia di bombardamenti aerei, ma erano uscite dolorose, proprio perché ci davano occasione dal di fuori la nostra diminuzione». (Primo Levi, I sommersi e i salvati) Primo Levi fu arrestato il 13 dicembre 1943 a Bresson poiché riconosciuto come ebreo, dopo che si era unito ad un gruppo partigiano in Val d’Aosta. Gli fu riservato dapprima il campo di concentramento di Carpi-Fossoli e poi, nel febbraio del ’44, quello di Auschwitz. Il viaggio che ci racconta nei suoi libri (Se questo è un uomo, La Tregua, I sommersi e i salvati) ripercorre anche il percorso interiore che culminò nell'esperienza estrema dello sterminio, nello stupore della sopravvivenza, nel ritorno a casa e poi nel tentativo di raccontare, di mettere sulla carta l'indicibile, nel senso di vergogna per essere sopravvissuto. «Devo dire che l’esperienza di Auschwitz è stata tale per me da spazzare qualsiasi resto di educazione religiosa che pure ho avuto... C’è Auschwitz, quindi non può esserci Dio. Non trovo una soluzione al dilemma. La cerco, ma non la trovo». (da Ferdinando Camon, Conversazione con Primo Levi) Fu un “viaggio” tutto spirituale e psicologico che durò anche per tutto il resto della sua vita, fatto di fantasmi che tormentarono lo scrittore fino alla morte, nel 1987, come in un lento suicidio. Il primo spettro fu il senso di vergogna, che si manifestò la prima volta prima di essere catturato, sulle montagne di Amay, quando i capi della banda partigiana in cui aveva trovato rifugio decisero l'esecuzione sommaria di due compagni giudicati indisciplinati e pericolosi. Da quel momento, almeno, il neo partigiano Levi smarrì la sua innocenza: da quel momento si sarebbe 53


sempre chiesto perché il male e la violenza siano in grado di attraversare le frontiera tra le ideologie e gli uomini; e soprattutto se lui stesso, con il suo silenzio, non si sarebbe dovuto considerare moralmente responsabile di quel delitto. Il secondo fantasma della sua mente fu il dolore: sperimentato fisicamente per la prima volta al momento dell'arresto, quando i fascisti lo presero a schiaffi, e poi inestirpabile, sotto forma di rimorso per aver abbandonato la famiglia, di angoscia nell'isolamento del carcere e soprattutto al momento della morte dei compagni nel lager. Ancora: la paura, così umana, ma anche “forza passiva, con cui uno scoglio sopporta l'urto dell'acqua di un torrente” e che lo avrebbe spinto a confessarsi “non un uomo forte”. E infine, intrecciato al tema della vergogna, c'è quello dell'amore a partire dal suo rapporto con la bella Vanda, conosciuta ad Amay. Con la ragazza fu internato a Fossoli. Ma lei, in un disperato tentativo di evitare la deportazione, l'ultima notte cedette alla lusinghe di un suo carceriere. Attività nel quaderno P. Levi, Se questo è un uomo. Lettura del primo capitolo ed esercizi Approfondimento

Primo Levi – intervista Il canto di Ulisse in Se questo è un uomo «La punta più alta dell’antica fiamma / cominciò a muoversi mormorando, / proprio come quella fiamma / che il vento agita …». I campi nazisti hanno segnato il degrado dell’essere umano alla condizione di animale, l’annullamento della personalità, la privazione della dignità; una sorta di morte anticipata non solo fisica, ma soprattutto spirituale. Primo Levi in un’intervista del 1982 afferma: “La caratteristica del lager nazista è di annullare la personalità dell’uomo, all’interno e all’esterno”. Tra i reticolati e le gelide baracche di Auschwitz il canto di Ulisse diventa per Primo Levi ed un suo compagno momento di riflessione, un prendere coscienza che la dignità umana, anche se calpestata, non può essere distrutta. In una fredda mattinata invernale il piccolo Jean esprime a Primo Levi il desiderio di imparare l’italiano; a Levi, quasi per caso, viene in mente il canto di Ulisse della Divina Commedia. “Considerate la vostra semenza / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e conoscenza”. Questi versi, come se risuonassero per la prima volta alla mente del prigioniero di Auschwitz, diventano uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Troviamo scritto in “Se questo è un uomo”: «Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono». L’esortazione di Ulisse ricorda a Levi la sua dignità (fatti non foste per viver come bruti), [Digitare il testo]

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lo spinge oltre i fili spinati del campo di concentramento, al di là delle colonne d’Ercole, nell’ebbrezza dell’oceano aperto, sotto il cielo stellato di un emisfero sconosciuto, tra le onde di una libertà che la grettezza umana non può infrangere. Tra il fango e l’odore acre di Auschwitz “virtute e conoscenza” ricordano all’uomo, ad ogni uomo, di rialzare il capo, che la dignità divina impressa indelebilmente in una coscienza non potrà mai essere eliminata o incenerita. «La punta più alta dell’antica fiamma / cominciò a muoversi mormorando, / proprio come quella fiamma / che il vento agita …». Anche se l’antica fiamma, come lucciola, continua a vagare nel tetro anfratto infernale, la sua punta più alta non smette di agitarsi nel buio delle nostre coscienze e muovendosi incessantemente ci mormora: «Considerate, oh uomini, la vostra dignità, fatti non foste per vivere come animali, ma per seguire la virtù e la perenne conoscenza».

Francesco Guccini e i Nomadi: "Auschwitz" . Secondo quanto dichiarato da Francesco Guccini, la canzone Auschwitz, quinta traccia dell'album Folk Beat N.1, è stata ispirata dalla lettura del libro "Tu passerai per il cammino-vita e morte a Mauthausen" (1965, Ed. Mursia), scritto da Vincenzo Pappalettera. Si racconta la storia di un bambino bruciato nel campo di concentramento nazista che ha visto milioni di vittime di Hitler, condannando però indistintamente qualsiasi guerra passata, presente o futura.

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Letteratura in viaggio