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L’Italia è Qui Tre grandi mostre alle Officine Grandi Riparazioni di Torino per narrare la storia, di ieri, oggi e domani, della nostra Giovine Italia. Torino per festeggiare il genetliaco dell’amato suolo natio ha preparato una ricca fioritura di eventi e mostre che meritano una visita, in particolare le tre grandi mostre allestite alle OGR di Torino, occasione imperdibile tanto più oggi, giovedì 17 marzo, e così pronti partenza via.

Si deve attendere con un po’ di pazienza per entrare alle mostre ma il personale è sempre gentile e sorridente, meglio non chiedergli informazioni dirette sul materiale esposto, però, anche in assenza di una reale risposta

non manca il sorriso, in fondo, meglio così, dove non ci sono dettagli ulteriori c’è la piena libertà di interpretare secondo la propria idea la mostra e le sue ambientazioni, senza costrizioni e con mille percorsi cognitivi sempre nuovi e diversi. Ricordatevi di tenere i due biglietti alla mano o quello unico, vi serviranno se visiterete tutte e tre le mostre, per evitarvi di dover rovistare in tasca o in borsa per ritrovarlo.

Il tempo è clemente e permette una sana passeggiata lungo gli upper side della Madama (ossia la zona di Torino nota come “Crocetta”, n.d.s), strada privilegiata di arrivo perché avvicinandosi alle OGR si comincia lentamente a scorgere, fra i rami spogli degli alberi lungo il marciapiede, il musetto del papà del Freccia Rossa e una locomotiva a vapore in livrea nera, messi in bella mostra a dare il benvenuto alle Officine, l’effetto visivo è piacevole (http://www.duegieditrice.it/2011/03/940-030ed-e-404-002-locomotive-ditalia/). Oltrepassando i due cimeli ferroviari, circondati da un discreta folla di curiosi osservatori, siamo giunti nel cortile d’ingresso di questo splendido esempio di archeologia industriale italiana, il contrasto cromatico con i sassolini rossi che ricoprono il terreno e con la lunga fila di piccoli pesci stilizzati argento/blu non stona, semmai rende ancora più poderosa e affascinante l’architettura. Ora, però, è bene entrare. Si rimane un po’ confusi alla biglietteria, ci si guarda intorno cercando di capire dove esattamente iniziano le file per la cassa e, soprattutto, quali sono le casse giuste da scegliere, suddivise fra casse generiche, solo contanti e quelle speciali per i fortunati possessori dell’Abbonamento Musei Piemonte card, fra notizie vaghe e scambi d’informazioni con i visitatori finalmente l’obiettivo è raggiunto: biglietti alla mano.

Fare gli italiani 150 anni di storia nazionale È il percorso espositivo principale. Superando i teli di plastica trasparente, che immediatamente riportano la mente alle fabbriche, dove i pannelli di plastica semi trasparente fungono, spesso, da divisori nei reparti, si passa dalla luce piena alla penombra. I busti degli italiani che fecero l’Italia che campeggiano davanti all’ingresso sono piuttosto inquietanti, una sorta di sacrario cimiteriale, un po’ perplessa temo che la mostra possa deludere e avanzo; seconda sala una raccolta di quadri di genere legati alla nascita del mito “nazione Italia”, seppure il genere ha estimatori io non li apprezzo, sono rigidi, secchi e banalmente retorici ma è storia, proseguo.

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Dopo questi primi due spazi classici si viene catapultati in un’altra dimensione, il cuore della mostra, si rimane piacevolmente stupiti,

il buio amplifica l’effetto. Le officine sono una quinta architettonica insuperabile, sembra di essere entrati in una chiesa francescana medievale, non a caso le chiamano “Cattedrale del Lavoro”, la luce filtra lieve dalle finestrelle strette e sottili e dalle aperture vitree poste sul tetto; il senso del sacro, della storia e del lavoro emergono potenti sebbene sussurrati a bassa voce, le installazioni sonore e visive sono pacate, con suoni bassi, percepibili mai gridati.

Un gioco di passerelle sopraelevate aumenta gli spazi e permette di godere al meglio l’effetto scenografico delle ambientazioni, l’area è piena di visitatori ma non si ha mai l’impressione di soffocare, anzi ci si muove liberamente fra i reperti in mostra che si amalgamano con le persone. Una panoramica che narra la nostra storia per sommi capi, sottolineando momenti salienti di cronaca e di vita vissuta, la religione, con le sue processioni, che ha scandito per secoli la vita degli italiani; la scuola, una classe aperta, dove si vedono alunni di oggi e di ieri avvicinarsi ai banchi e alle lavagne; il lavoro manuale delle fabbriche e degli artigiani; gli elettrodomestici; la televisione; il cinema, che fa sognare ancora oggi; i processi di mafia, con le presse dirimpetto, quasi a ricordare come la mafia schiacci chi cerca di contrastarla, senza, però, riuscire davvero a fermare chi ha il coraggio di opporsi; le locandine con reclame anni ‘50-‘60, il secolo d’oro del design pubblicitario. La rete piena di valigie e i paracaduti appesi al soffitto irrompono nella sala ricordandoci che siamo stati un popolo di migranti e il periodo storico contemporaneo più buio e duro per gli italiani, i due conflitti mondiali. Una mostra viva, si interagisce, si avvia il ricordo, si è invogliati ed invitati a raccontarsi nel buio di un confessionale aperto e costruttivo che unisce le generazioni diverse,

adulti e bambini, e gli addetti ai lavori ai profani, ognuno ritrova la sua dimensione. È davvero bello vedere come la cultura e il know how non siano cristallizzati e lontani ma vivi e presenti, è inusuale scorgere all’interno di una trincea, ricostruita a ricordo della prima guerra mondiale, anziani seduti a raccontare a chi non la conosce la guerra mentre si sentono soffusi i rumori dei bombardamenti, senza barriere si entra nella storia perché si è parte di essa. “Fare gli italiani” è un esperimento riuscito di meta memoria collettiva fatta di singole parti, un’interazione attiva nella storia. La mostra abolisce le barriere classiche fra reperto e fruitore, miscela suoni, video e bagliori soffusi

e si fonde, potenziando i suoi messaggi, con l’ambiente circostante, anche egli parte della storia, del lavoro e degli italiani. L’ultima sala è davvero un gioiello, sembra una piccola cappella, entrando si abbassa la voce e si rimane rapiti dai rosoni dai quali filtra lieve la luce, non a caso è chiamata “sala Duomo”, a stento ci si rende conto che non si è in una chiesa ma in un’officina. Alle pareti laterali le icone, la rappresentazione dell’Italia nel corso del tempo, prima una donna fiera e coraggiosa oggi una velina più incline a mostrare le gambe che il suo carattere fiero, con questo triste messaggio si termina la mostra, sperando in un futuro migliore.

Stazione futuro Qui si rifà l’Italia Qui è di scena il presente che è già futuro, dal buio alla luce piena, all’interno della vasta sala grandi cubi bianchi racchiudono micro

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My Signatur on Wi-Mee storie di futuro, intervallati da oggetti culto incastonati negli spazi. L’inizio è un po’ ostico, tanto che ci si chiede se è valsa la pena di pagare il biglietto, prima

una piccola foresta di totem con dati statistici sull’Italia e i suoi abitanti, il primo che si incontra è quello sull’incidenza della morte per tumori, poi il cubo dedicato al Web e alla diffusione di internet e sappiamo bene quanto siamo lontani dagli standard europei. Non bisogna, però, fermarsi alla prima impressione, perché la mostra poi diventa famigliare, conquista, stupisce con piccoli tesori nascosti in scrigni di penombra e con oggetti che mostrano la classe e il genio creativo italiano, amplificato e sottolineato dalle frasi che si leggono alla pareti, pronunciate da italiani di oggi che fanno ancora grande questa povera nazione. Le parole, un messaggio chiaro e propositivo, fondono scienza e tecnologia con la poesia trasformando gli oggetti in opere d’arte: ad osservarla da lontano la poderosa Alfa Romeo, con la porta laterale aperta, sembra un angelo inginocchiato di profilo con la sua ala piumata stagliata verso il cielo; la tuta per gli astronauti, con le interpunture argento, oro e nero su fondo bianco sembra un aderente abito stretch per la sera; l’orto per la navicella spaziale una lampada d’arredo; il cartone riciclato si fa design; le pale eoliche suggeriscono la musica del vento; i nuovi materiali si fanno toccare docilmente. Ci si muove agili, entrando ed uscendo dai gusci mentre si sente una musica lontana, come il flauto magico attira, si cerca di capire da dove provenga, misterioso e piacevole sottofondo alla scoperta di ciò che siamo e cosa saremo. Senza banalità si mettono in risalto il genio e la cultura, del saper fare e del sapere, che sono ancora vanto di questo paese, un messaggio positivo oltre la crisi; vedere oltre la cortina di nebbia è oggi necessario, ma lo è solo in chiave propositiva, intraprendere le strade migliori da percorrere è una nostra scelta, qui ci sono molti suggerimenti interessanti e, soprattutto, già realtà.

Si potrà obiettare sul fatto che in Italia prevale il peggio, ci scontriamo tutti i giorni con una realtà irreale, però, piccole luci esistono e siamo noi a doverle sostenere e a non appiattirci in questo superficiale vuoto.

Il futuro nelle mani – Artieri di domani Eccoci infine all’ultima mostra, abbinata a “Stazione Futuro”, prima di accedervi si passa lungo una carrellata di stanze dedicate al design italiano, poi svelato il mistero della musica. Percorrendo un breve corridoio con specchi opacizzanti si entra in una sorta di locale underground, con un palco dove stanno eseguendo un concerto live di musica contemporanea, girovagando ad osservare gli oggetti il ritmo mette la voglia di ballare, non riesco a capire chi siano ma mi godo la musica. Lo scopro il giorno dopo sul sito, artisti musicali “del nuovo artigianato metropolitano” che suonano strumenti in alabastro realizzati da un artigiano italiano, Giorgio Secchioni (http://www.officinegrandiriparazioni.it/news/2 011/03/artigianato-musicale-metropolitano-ail-futuro-nelle-mani-artieri-domani/). Le note accompagnano piacevolmente l’osservazione curiosa degli oggetti in mostra, realizzati da artisti, artigiani, designer italiani, il futuro degli “artieri”, il saper fare che rimane una costante per lasciare tracce di stile e di innovazione. Si chiacchiera, si ascolta, si guarda, come durante una serata fra amici in un raccolto locale alla moda. Arte, meccanica e design sono integrati ed integranti, l’innovazione passa anche da qui.

OGR, un grande viaggio Un viaggio attraverso la nostra storia senza retorica, una narrazione di una macro storia a grandi linee che si fonde con le microstorie

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My Signatur on Wi-Mee personali di ogni singolo visitatore, che si ritroverà nel percorso riconoscendo sé stesso e i suoi famigliari, la migrazione, le guerre, la scuola, un racconto noto che non isola ma

rende partecipi, attraverso l’“io ci sono”. Una storia che non finisce, anzi, prosegue verso un nuovo cammino di cui non conosciamo ancora con esattezza la direzione ma che ci mostra come la creatività, l’intelligenza e la cultura, qualsiasi forma abbiano, sono vive e vitali sotto la cenere della crisi, avanzano con decisione anche se non hanno aiuti e sostegno da chi dovrebbe pensare sempre al bene del paese, perché, in fondo, il Dna di una nazione non si cancella. Una mostra che cattura anche chi, come me, preferisce un tipo di allestimento più classico, perché poco incline ad apprezzare la nuova museologia, fatta di commistioni fra reperti e nuove tecnologie in campo comunicativo, spesso kitsch, deludenti e slegate, mondi non in sintonia. Qui, invece, si fondono,i muri si abbattono e il fruitore diventa parte della mostra, naviga libero all’interno di questi microcosmi, scoprendo il suo ricordo e il suo presente, che sono, poi, quelli dell’Italia stessa. Sito ufficiale http://www.officinegrandiriparazioni.it/ Fare gli italiani, a cura di Walter Barberis, Giovanni De Luna. http://www.officinegrandiriparazioni.it/exhib/fa re-gli-italiani-150-anni-di-storia-nazionale/ Stazione Futuro, a cura di Riccardo Luna. http://www.officinegrandiriparazioni.it/exhib/st azione-futuro-qui-si-rifa-italia/ Il futuro nelle mani degli artieri di domani, a cura di Enzo Biffi Gentili http://www.officinegrandiriparazioni.it/exhib/fu turo-nelle-mani-artieri-domani/ 17 marzo 2011 – 20 novembre 2011 Officine Grandi Riparazioni Corso Castelfidardo 22 Torino Telefono 011-4992333

La Bella Italia. Grand tour d’Italie La prima delle grandi mostre della Venaria Reale dedicata all’Arte e Identità delle Città Capitali, inserita nel quadro degli eventi “La Venaria Reggia d’Italia. Arte, moda, genio, paesaggio, gusto” che si snoderanno dalla primavera sino al nuovo anno nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.

La Reggia di Venaria In un’assolata domenica di aprile che ricorda più la canicola d’agosto che la frizzante primavera piemontese mi rituffo nei grandi eventi torinesi di “Esperienza Italia 150”, i capolavori esposti “valgono ben una messa”, come disse Enrico di Navarra abiurando la propria fede per la corona di Francia. Il sole amplifica l’imponenza della reggia e dona riflessi cangianti sui mattoni, sul bianco candido delle sue facciate e sul raffinato caleidoscopio colorato sui toni verde/blu del tetto; la giornata è calda, sin troppo, ma i visitatori non si sono fatti scoraggiare e in massa sono qui a godersi la mostra. Prima di entrare due parole sulla Reggia, per chi non la conoscesse, è bene dirle. La Venaria, come già tutto dice la sua etimologia, è nata come residenza di caccia per la corte sabauda nel XVII secolo, un nuovo scrigno per la “Corona di Delitie”, il complesso di residenze sorte intorno a Torino per la magnificenza di casa Savoia*.

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My Signatur on Wi-Mee Nel corso dei secoli a Venaria hanno lavorato architetti di fama, Castellamonte, Garove, Juvarra, B. Alfieri, progettando capolavori architettonici come la Galleria di Diana, un

poggiante su un verde prato coperto di foglie, con un’erba sintetica dall’effetto decisamente american’s kitsch, alternato a specchi al pavimento che ricordano l’acqua, bene prezioso di cui l’italico suolo è ricco.

ampio salone per la gloria della corte, sull’idea della Sala degli Specchi a Versailles, la cappella di Sant’Uberto, uno scrigno di marmi policromi e di architetture tardo barocche che merita da sola la visita, sebbene non sia pubblicizzata come dovrebbe, le scuderie e i giardini di corte.

Sulla muratura posticcia quadri e affreschi si mescolano con le teche che custodiscono gli oggetti del “quotidiano”. La scenografia, però, non riesce sempre ad ottimizzare la visione delle raffigurazioni in grande scala, si fa fatica a trovare il punto esatto di osservazione senza riflessi di luce inopportuni. A questo si aggiunge l’infelice scelta di inserire sulla quinta scenica a muro, nella maggior parte dei casi, le didascalie informative scritte in un tono color mattone troppo lieve e poste in punti sempre diversi, così il malcapitato lettore perde più tempo a capire dove hanno nascosto la legenda di riferimento che non ad osservare con attenzione il capolavoro esposto.

La Venaria, come molte residenze sabaude, nel corso del tempo si è vista forzatamente mutare la destinazione originaria ad uso dell’esercito; il tempo, l’incuria e l’abbandono hanno offuscato a lungo la sua magnificenza sino ai restauri degli ultimi anni che l’hanno riportata al suo antico splendore. Oggi a Venaria hanno la sede il Museo, il Centro di Conservazione e Restauro e la Scuola di Alta Formazione Universitaria per il restauro e la conservazione. Finito il rapido excursus entriamo nel cuore delle Scuderie Juvarriane ed iniziamo la visita.

La bella Italia Dalla luce piena che entra dai finestroni rivolti verso i giardini si passa ad un’atmosfera più ovattata, le quinte sceniche sono un lungo muro bianco, un gioco di scatole cinesi con l’architettura delle scuderie che si nasconde e si perde quasi del tutto nell’allestimento,

Le scelte scenografiche d’impatto sono oggi una moda che è difficile non seguire ma non sempre sono adatte alla fruizione. Si privilegia l’effetto scenico svalutando l’osservazione diretta delle opere in mostra, un più bilanciato equilibrio sarebbe ottimale, ma tutto questo non sminuisce, qui, la ricchezza e la straordinaria bellezza dei pezzi esposti. Si cammina attraversando idealmente l’Italia, le sue capitali Torino, Firenze, Roma e le città simbolo della grandeur italiana nei secoli Milano, Genova, Venezia, Bologna, Parma, Modena, Napoli e Palermo. Di piazza in piazza si parte dall’ omphalos, Roma, per uscire dalla porta verso l’Oriente, Venezia. Girovagando ci si diverte ad ascoltare e a guardare frammenti umani a volte esilaranti: dalla signora agée di buona società che definisce “simpatico” il quadro raffigurante la morte di un santo e ci si chiede “il santo? Da vivo o da defunto?”, mistero; al poveretto che cercando di coordinare i suoi spostamenti con l’audio guida si trova sperso davanti ai quadri sbagliati e cerca di riguadagnare la giusta posizione, strumenti non sempre utili né comodi, a dispetto di tutto il coro di voci che protesterà per questa mia affermazione; passando per una rappresentazione che da disegno a china si è materializzata nelle sale, con tailleur blu di rappresentanza e una chioma indomabile e ingombrante, che è tale

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My Signatur on Wi-Mee e quale all’aiutante egiziano dello studioso piemontese che si appresta a misurare un colosso; sino ad arrivare al coro di signore scandalizzate per gli specchi al pavimento

un rapporto ambiguo e ambivalente, odi et ami.

che scrutano negli scrigni segreti delle loro gonne senza chiedere il permesso.

pur anche per i riflessi taglienti delle armi che hanno fatto la gloria della città, appare cupo e severo come lo sguardo del Cardinal Borromeo, uomo di grande levatura; nemmeno il Bacio di Hayez riesce a mostrare tutto il suo vitale brio, soprattutto se la si paragona alle città meridionali in mostra.

Divertissement a parte alcune meraviglie da sole meritano il costo del biglietto, elencarle tutte sarebbe tedioso ne scelgo solo due: l’incomparabile decorazione a opus sectile proveniente dalla basilica Iunii Bassi di Roma, raffigurante la scena del Processus Consularis, IV secolo, in virtù del mio amore per il tardo antico e la Schiava Turca del Parmigianino, per la sua raffinata eleganza, accentuata dal morbido e leggiadro ventaglio di piume che tiene in mano, e per lo sguardo malizioso sottolineato dal suo suadente sorriso. Traversando liberamente gli spazi, senza impedimenti rigidi imposti dall’impianto architettonico, si gode del genio e della potenza espressiva dell’arte e degli uomini illustri del passato. La storia dell’Italia è ricca di straordinari momenti di splendore economico e culturale e ci si chiede sgomenti dove si sono persi, poi davanti ai preziosi libri esposti si ritorna positivi, in fondo tutti questi elementi sono saldamenti ancorati nel nostro Dna e di talenti siamo ancora ricchi.

Il capoluogo meneghino, ricco e lucente sia

À la fin la sensuale bellezza orientale di Venezia non traspare, l’opulente magnificenza delle sue architetture, il profumo d’oriente, gli amori libertini e la morte a Venezia non si trovano nei volti irrigiditi dei Dogi. Forse l’assenza di quella sensazione unica che si prova uscendo dalla stazione di Santa Lucia, quando si resta abbagliati dalla luce veneziana e dall’odore pungente dei suoi canali sino a restare senza respiro, è proprio dovuta alle sensazioni dei miei ricordi, forse.

Fra tutte le città, devo dire, quelle che meno mi hanno entusiasmato sono le tre ancelle del Nord, Torino, Milano e Venezia. Torino troppo imperniata sulla dinastia Sabauda che, a dirla tutta, non ha brillato mai, non me voglia il Cardinal Maurizio, il membro “savoiardo” che più è nelle mie corde, di prestigio artistico pari alle altre corti italiane. Girando a 360° dalla bruttina Cristina di Savoia a cavallo, alle rappresentazioni delle Alpi, che ti aspetti appese nei rifugi alpini di altri tempi, sino alle statuette di ceramica dell’esercito a servizio del re, sembra d’esser più nel salotto buono dell’ amica di nonna Speranza, tutto pieno di “buone cose di pessimo gusto”. Peccato Torino merita di più ma è in buona compagnia, c’è anche Milano la sua sorellastra sempre guardata di sottecchi, con

La storia è sempre un’esperienza avvincente Sensazioni e pareri personali a parte, la mostra è uno scrigno di tesori che merita la visione, il curatore, Antonio Paolucci, è una garanzia solida che si ritrova nella complessità del progetto “La Bella Italia”.

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My Signatur on Wi-Mee Raccontare la storia, artistica, economica, religiosa e di potere ,di una nazione, imperniandola sul fulcro comune dell’Arte lungo un binario che parte dall’età romana

Piazza della Repubblica, Venaria Reale (TO) prenotazioni@lavenariareale.it tel. +39 011 4992333 La mostra in autunno sarà allestita a Palazzo Pitti, Firenze.

sino ad arrivare all’Unificazione è un’impresa ardua, affascinante ma complessa e complicata.

*http://www.lavenaria.it/complesso/ita/reggia/t utto_su_reggia/note_storiche/corona_delizie. shtml

Trovare il punto di equilibrio fra i grandi capolavori, le scuole minori e il variegato artigianato artistico (gioielli, libri, armi, mobili e molto altro) è quasi impossibile ma alla Venaria si è riusciti a non cadere mai nel banale, a volte l’ensemble non è quello che ti aspetti ma trovi sempre qualcosa che ti colpisce e che ti attira. Un racconto lungo e virtualmente unito dall’inizio alla fine, l’assenza di vincoli architettonici sottolinea proprio l’unione degli italiani in tutte le tappe del loro cammino culminato nell’atto finale: l’Unità e la nascita del progetto “nazione Italia”. Volti, oggetti, testimonianze che si rassomigliano senza tempo attraverso una moltitudine di punti di contatto, contaminazioni ed esperienze similari, segno che, in fondo, uno spazio geomorfologico delimitato è il collante per tutti i suoi abitanti da sempre, sebbene non se ne siano mai resi consciamente conto.

Moda in Italia. Abiti

da

sogno

alla

Ci sono molti modi per narrare la Storia, infiniti punti di una retta, questo è uno, un avventuroso viaggio spazio temporale nel nostro passato che coinvolge tutti noi, un noi che è più grande di quanto si pensi, basta osservare le contaminazioni artistiche e di potere a cui siamo e siamo stati connessi. Come sempre l’arte vince su tutto e su tutti.

Reggia di Venaria

Sito Ufficiale http://www.lavenaria.it/ “La Bella Italia” a cura di Antonio Paolucci, scenografia Luca Ronconi. http://www.lavenaria.it/mostre/ita/mostre/archi vio/2011/bella_italia.shtml 17 marzo 2011 – 11 settembre 2011 Reggia di Venaria – Scuderie Juvarriane

La mia passione infantile per la moda, sogni da stilista infranti, non poteva non riaccendersi per la nuova mostra allestita a Venaria, in occasione dei festeggiamenti per “l’anno santo” della Res Pubblica italiana.

Nel ciclo delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia la Venaria offre un’altra mostra dedicata alla grandeur italiana nel mondo, la moda, attraverso un percorso che si snoda dal XIX secolo ad oggi.

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My Signatur on Wi-Mee L’autunno stenta ad arrivare, sospinto lontano da questa finta estate fuori stagione, e inonda di sole la Reggia, attraversata da torme di turisti in attesa di conoscerla e di camminare nei suoi giardini con i colorati ombrellini quadrangolari, che tanto ricordano le mademoiselle ottocentesche nei boulevard francesi. Questa volta non vi narrerò nuovamente la fabula di Venaria, ripetere non è il caso, ma mi addentrerò subito a raccontarvi questo strano viaggio, decisamente al femminile, nella moda nostrana*. L’abito indossato dalla Cardinale nel Gattopardo, quello di Alida Valli in Senso (un film drammatico e affascinante) e l’elegantemente blasfemo “Pretino” delle Sorelle Fontana sono “specchi per le allodole” in cui casco ben volentieri. Salite le ripide e luminose scale, con i grandi finestroni che si affacciano sul giardino fiorito, entriamo nella penombra, luci soffuse ci accompagneranno per tutto il percorso. Incontro subito i primi due abiti che mi hanno attirata qui. Seppure con un po’ di delusione da parte mia, si tratta di copie e non di originali, gli abiti di scena, dialoganti con gli spezzoni cinematografici, però, fanno il loro effetto sul pubblico, con le ruote ampie, la vita stretta, i ricami fini e la bellezza delle attrici che li hanno indossati. La mostra nasconde capolavori autentici, noti e meno noti, che sanno accendere l’immaginazione riportandoci indietro nel tempo. La contessa di Castiglione, dama bellissima, potente e abile giocoliera in politica, rivive in uno dei suo abiti da favola, il velluto pesante color muschio metteva di certo in risalto la sua figura e il suo biondo crine; la si può quasi sentir chiacchierare civettuola con i potenti del suo tempo mentre attraversa il salone da ballo, fiera ed elegante. Passeggiando fra splendidi abiti, molti della fondazione Tirelli Trappetti di Roma** e di aziende tessili piemontesi, sembra di stare alle Tuileries nel tardo Ottocento, stoffe lucide e cangianti, ampi rigonfiamenti a nascondere il fondo schiena, ruote, sottogonna, ombrellini

parasole, guanti, mutandoni di pizzo e gli odiosissimi corpetti.

“Le signorine mangiare come uccellini, Miss Rossella” diceva Mamie mentre tirava i lacci del corsetto alla vanesia O’Hara per scolpirle il vitino da vespa prima di mandarla ad accalappiare un buon partito. Veri strumenti di tortura che schiacciavano i busti rendendo difficoltosa la respirazione e i movimenti, per rendere la donna esile, sottomessa e fragile figura da feuilleton. Rimango folgorata dallo straordinario abito di gala della Regina Elena di Savoia, lungo strascico, scollatura generosa, color crema chiaro, impreziosito da veri e propri gioielli, in tono più scuro, che rifrangono la luce. Non posso non indossarlo virtualmente, con i miei tratti vagamente slavi dovrebbe “calzarmi come un guanto”. Rivedo il volto arcigno e duro della regina e la sua sobrietà quasi militaresca, anche nel fisico, stridere con la raffinata magnificenza di questo abito, eppure sarà stata, in quel frangente, bella. Dai saloni reali, con lampadari in cristallo e gonne fruscianti, passo al palcoscenico e alla magia del cinematografo, fra i ritratti intrisi di sottile morbidezza charmante da Belle époque di Giovanni Boldini e gli spezzoni di archeologia cinematografica. Atmosfere sospese che rivivono negli abiti di un lusso superlativo di Lina Cavalieri, uno è quello della locandina della mostra. Nero, una miriade di pendagli e strass e una linea impeccabile. Risorge la malia di quest’artista mitica che seppe conquistare il mondo con la sua classe aristocratica, seppure popolana d’origine. Io, amante della magnetica Abba, mi ritrovo, con gran scorno personale, ad ammirare vesti di foggia giapponese della femme fatale Duse, abiti da ricevimento disegnati a guisa (con D’Annunzio non potevo non usare simili arcaismi, pardon, n.d.s.) di morbidi chimono attendono l’arrivo del Vate, in uniforme militare da Lanciere di Novara, per la loro passione tormentata, taci, ascolta, piove, o Ermione.

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My Signatur on Wi-Mee Il bianco e nero, Isa Miranda, dive da telefoni bianchi, lusso, sensualità, bellezza vera, tutto concentrato in queste stoffe. La moda è arte, contemporanea, spesso lo si dimentica, vedere abiti disegnati dai Futuristi, come Balla, i loro bozzetti, il magma creativo puro che si tramuta in prêt-à-porter, è una sensazione emozionale intensa. Guardando le sfilate contemporanee ritengo che molto di questo senso artistico ed estetico sia andato perduto, non me ne vogliano esperti e fashion victim, così come l’innovazione pura che rompe ogni schema precostituito. Ammirando questi abiti vedi la modernità assoluta e il linguaggio del nuovo totale, oggi vera chimera. Intanto le granate cadono, gli abiti femminili diventano seriosi, quasi militareschi, anche nei decori da soirée a svastiche di paillettes, ma i conflitti e i tempi cupi passano, scivolando sulle curve sensuali e sui doppi sensi di Mae West. Abiti corti e luccicanti, in cromie lamè, nero e rosso acceso, impreziositi da cascate di lustrini e di ricami in abbondanza. Mani sapienti hanno realizzato vere e proprie sculture di cristalli e vetri danzanti al ritmo di balli sfrenati e di ansimanti donzelle. Il passato da remoto si fa prossimo salendo lo scalone per raggiungere la seconda sezione. Prima di accedere al piano ci troviamo di fronte alla gigantografia in bianco e nero de Le Ragazze di Piazza di Spagna, Lucia Bosè, Cosetta Greco e Liliana Bonfatti, e dietro, a colori, come in una trasposizione filmica da flash back, tre eleganti signore agée dallo stile d’altri tempi e sorridiamo a questo meta quadro estemporaneo in mostra solo per noi, ora. I grandi della moda sono tutti racchiusi fra gli anni Cinquanta e i primi anni Ottanta, Capucci, con la sua icona Elsa Martinelli, e un oceano di colori e di increspature spumose, immettibile di certo ma una vera e propria scultura che non lascia indifferenti***; Balestra, linee perfette per sottili lady ’70s, peccato non poterlo ammirare nella sua pura linearità, avendo nascosta la parte frontale; Rosso Valentino; Armani; le sartorie che si muovono ancora sino agli albori degli anni Settanta come protagoniste, prima dell’esagerazione del decennio successivo.

Infine l’ultima sala, quelle che ho apprezzato meno, anche per la scelta degli abiti. Guardo con disincanto ciò che la moda è oggi voltando indietro lo sguardo a quello che è stata, la storia del costume, dello stile, del fascino e della sensualità muliebre. Tracce imperiture che oggi non lascia più, ma “ai posteri l’ardua sentenza”.

Specchio delle mie brame Due parole sull’allestimento museale che, qui, non è sempre funzionale alla bellezza di molti degli abiti esposti in mostra****. Purtroppo sono assenti le pedane girevoli che permetterebbero di vedere in tutto il loro splendore il gioco di ricami e di lustrini degli abiti da sera. L’immobilità penalizza le rifrazioni magiche di luce che avrebbero potuto regalare muovendosi, come i sinuosi corpi delle signore che li indossarono, danzando elegantemente in tempi lontani, avvolti dalla magia del passato. La luce soffusa e i grandi specchi, riquadrati con squadrature in legno grezzo, a ricreare specchiere ad ante retrò, costringono gli spettatori, per vedere gli abiti nella loro interezza e per gustarsi i particolari sartoriali di grande maestria, a contorsioni circensi di notevole perizia, soprattutto per evitare di ruzzolare sui manichini (non credo che questo s’intenda dicendo “essere parte della scena”, n.d.s). Puntare sull’effetto scenico è importante, non dubito, ma, qui, dove l’abilità immensa delle maestranze regala tessuti straordinari, da

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considerarsi a pieno titolo opere d’arte, sarebbe stato più opportuno lasciare più campo all’arte e al saper fare e meno alla scenografia pura.

celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia, all’articolo su “La bella Italia” http://www.wimee.org/it/mediacontent/item/587-la-bellaitalia-grand-tour-ditalie/itemid-8.html

La moda è fatta di trame e orditi inanellati che nella tessitura si trasformano da semplici fili intrecciati a stoffe dalle consistenze e dai decori di una meraviglia tale da lasciare spesso a “bocca aperta”, soprattutto quando si pensa al passato, dove non c’erano i macchinari tessili attuali ma una manualità tecnica e un sapere artigianale impareggiabili.

** Fondazione Tirelli Trappetti di Roma. Nel sito si possono vedere gli abiti in mostra a Venaria http://www.tirellicostumi.com/collezione-autentici-fondazionetirelli-trappetti *** Oceano http://www.fondazionerobertocapucci.com/ne ws.htm *** Video sulla mostra http://www.lavenaria.it/multimedia/ita/videogal lery/mostre/moda.shtml. Allestimento di Michele de Lucchi, percorso olfattivo di Laura Tonatto

Dare visibilità essenzialmente all’oggetto sarebbe stata la migliore via per perdersi nella storia del costume senza distrazioni scenografiche. L’ultima sala, la ricreazione statica di una sfilata, è quella che mi ha lasciato più indifferente, perché mi ricordava una vetrina di grande magazzino; per gli abiti in passerella; per alcuni abiti da sera indossati dai manichini seduti che perdevano un po’ della loro linea elegante; per la difficoltà di leggere le didascalie; per gli strascichi a terra, che qualcuno ha indelicatamente pestato. Bella l’idea dei taccuini, del pubblico, dei disegni lasciati sparsi, del trucco dei manichini, ma tutto molto rigido e freddo, però, si sa, io sono avulsa al kunstwollen contemporaneo, non ne gradisco i linguaggi e gli stili. Perdonate la mia pecca arcaicizzante d’altri tempi, ma “de gustibus non disputandum est... Sito ufficiale http://www.lavenaria.it/mostre/ita/mostre/archi vio/2011/italia_specchia.shtml “Moda in Italia. Abiti da sogno alla Reggia di Venaria”, Direzione artistica Gabriella Pescucci, Franca Sozzani con la consulenza di Dino Trappetti Dal 17 settembre 2011 all’08 gennaio 2012 Reggia di Venaria – Sala delle Arti Piazza della Repubblica, Venaria Reale (TO) prenotazioni@lavenariareale.it tel. +39 011 4992333 *L’autocitazione non è gran cosa, ma perdonatemi; vi rimando per la storia della Reggia, anche per sequenza logica di concatenazione della mostra in corso con le

Leonardo. Il genio, il mito and… the others Le grandi mostre legate alle celebrazioni di “Italia 150” chiudono definitivamente i battenti. Alla Venaria Reale cala il sipario con il genio straordinario di Leonardo. “Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno”. Chiudiamo definitivamente il lungo e vivace

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anno torinese dedicato ad “Italia 150”* alla Venaria Reale, ammantata da un luccicante e sottile manto di neve. La Venaria é stranamente silente. Sarà dovuto al Carnevale o alla chiusura definitiva della mostra, certo è che in assenza di torme di turisti vocianti l’atmosfera è tranquilla, rilassata, sotto il pallido sole invernale, spuntato a dispetto delle previsioni meteorologiche avverse. Molto felice di evitarmi un’interminabile attesa in coda, come capita sempre quando arrivo in extremis, mi accingo alle Scuderie, gustandomi questa scenografia naturale insolita, da cartolina dei tempi che furono. Devo essere onesta (senza nulla togliere al genio insuperato e supremo di Leonardo, che non ha bisogno di commenti ulteriori), non ero molto attratta da questa mostra ma, come al solito, la curiosità ha prevalso sui miei dubbi e sulle mie reticenze. A distanza di qualche mese ritorno a varcare la soglia, velata da spesse coltri giallastre, per ripercorre spazi a me noti.

Nell’ultima sala nulla o quasi si vede, se non immagini sbiadite su fondo bianco inondate dalla luce piena, entrante dagli enormi finestroni, che cancella i colori del video, li sbiadisce in un ricordo di un film già visto. Io non amo i video negli allestimenti museali, trovo che distraggano e, soprattutto, non siano godibili appieno, preferisco, semmai, suggerimenti di approfondimento da gustare a mente fresca dopo la visita, per capire meglio, per fissare il ricordo, per andare lontano oltre gli spazi fisici e il tempo reale. Inoltre le installazioni multimediali, oggi tanto in voga e abusate, danno un valore aggiunto al contesto museale solo se permettono un’interazione diretta fra visitatore e installazione, se lo trasportano dentro un meta spazio e gli offrono la possibilità di dilatare oltre l’esperienza che sta vivendo. Non è facile e spesso il risultato è deludente, non sempre “tutte le ciambelle riescono con il buco” come a Fare gli Italiani**, dove, fra l’altro, la location valorizzava in modo unico il multimediale. Qui ne avrei fatto a meno.

Multi media

Leonardo è Leonardo

Ritengo doveroso, quanto meno dal mio punto di vista, specificare che “multi media” non significa trasporre alla lettera la definizione installando un numero X di video sparsi per la sala. Tecnicamente con “media” s’intendono mezzi di comunicazioni interattivi di diversa entità, tipologia e coinvolgimento, non di certo solo tv.

La prima parte è incentrata sul genio di Leonardo e il suo volto. Tre installazioni sovradimensionate tratte dai suoi disegni accolgono i visitatori e racchiudono, come scrigni, le opere in mostra.

Qui piccoli schermi raccontano, con taglio televisivo educativo made Piero Angela, la mostra sotto altri aspetti, il restauro, la ricostruzione da scena del crimine del volto di Leonardo, tanto per stare nell’indice di gradimento dei palinsesti televisivi attuali, etc. In questa domenica particolare lo spazio per guardare e per sentire, anche se non è così facile cogliere in pieno le parole, c’è, ma se ci fosse la sala gremita sarebbe ben difficile capire e vedere.

Per vedere i disegni di Leonardo si entra nella cimatrice (illustrata a parete con la riproduzione del disegno del Maestro), peccato che si percepisca solo il perimetro esterno senza nulla vedere della parte superiore, dove avrebbe dovuto esserci tutto il meccanismo per la rasatura del tessuto***; sarebbe stato interessante percepirne la struttura guardando il soffitto. Entrare nella plancia della macchina lignea, con grosse cesoie, ruote e pulegge, create dal Genio leonardesco, avrebbe potuto trasformarsi in un’esperienza sensoriale unica.

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Così come vedere in azione la macchina volante che è installata troppo in alto, nascosta sul tetto della cimatrice con a vista solo un’ala, e inerte. I disegni di Leonardo, però, sono insuperabili, oltre all’Autoritratto, che avevo già visto in tempi remoti universitari, ogni singolo disegno è un sublime esempio di come l’uomo può, a volte, superare ogni umano limite creativo. Carte a vergelle e filoni, consumate e vissute, scritte in fronte e retro: appunti, calcoli, disegni, marchingegni, armi, anatomia, volti muliebri, volti senili, cavalli, ingranaggi, nero, sanguigna, matita, frasi, ripensamenti , correzioni, studi attenti, muscoli, linee sottili e aeree, tratti più spessi. Capigliature morbide e ricciolute, con onde lievi, talmente delicate da sembrare soffice crine infantile, mollemente mosso dall’alito del vento, occhi profondi e tristi, chiaro scuro, tratteggi sapienti. Una meraviglia da assaporare, con la mente e con gli occhi. Lasciando con dispiacere la meta-stanza si entra nella ricostruzione dell’armatura del cavallo di bronzo, studio per una statua equestre colossale mai realizzata****, dove sono raccolti i disegni dei suoi allievi. All’ingresso un testo descrive tutto il dolore di Leonardo per non aver saputo raccogliere attorno a se pupil a cui insegnare tutta la perfezione della sua arte, per prolungare il suo genio oltre sé stesso. In effetti si colgono la distanza, la secchezza, la normalità a confronto con l’unicità, racchiuse entro lo scheletro di un’opera mai realizzata. Segue la leggenda, Il volto di Leonardo fra realtà e mito, un volto, il suo volto, il suo ritratto ripreso, riproposto, rivisto in materiali diversi, in tempi differenti. Tanti modi di interpretare il suo viso, noto per il disegno da lui lasciatoci in eredità, attraversando un asse cronotemporale che si snoda dal Rinascimento sino alle soglie del Moderno. Sin qui, gusti a parte, ancora si è immersi in Leonardo, poi…

Il mito di Leonardo nell’arte contemporanea Poi, The last supper “a go go”. Artisti vari, correnti diverse, contemporaneità che, a dire il vero, nulla hanno a che vedere con Leonardo, tranne la “Gioconda con i baffi” di Marcel Duchamp. L’unico filo conduttore, piuttosto labile, è la scelta del tema, L’ultima cena, per altro trattato, in arte, in mille declinazioni diverse, con un’unica fonte di ispirazione: il Vangelo. Dubbio gusto, stranezze, arte contemporanea. A me non piace, non dubito che altri apprezzino, nulla da ridire ma una mostra sul Genio di Leonardo dovrebbe vertere molto di più sulla figura del Maestro, a mio avviso, forse, però, parlo per amore, solo per amore. Guardo perplessa, cerco con la fantasia un possibile collegamento, oltre il titolo, i senza titolo, e non mi rimane altro che rifugiarmi nella riproduzione del Cenacolo*****. Peccato che la magia del restauro, e le relative scoperte , siano relegate in un piccolo schermo e non compaiano sulla gigantografia in scansione, mutando la raffigurazione in step conseguenti alle diverse fasi di restauro, regalando, così, ai visitatori l’incanto del lavoro del restauratore. Questo, si, sarebbe stato un viaggio straordinario negli strati del tempo di un dipinto, alla scoperta della sua vera identità originale.

Sipario Una mostra più contenuta rispetto alle altre, forse, troppo dispersa nella grande ala delle Scuderie.

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My Signatur on Wi-Mee Uno scrigno meno ampio, come la Sala delle Arti, avrebbe, a mio parere, creato un ambiente più raccolto intorno al vero cuore della mostra. Il resto è pertinente ma meno impattante e più forzato, a me ha ricordato, per i conoscitori dell’ambiente culturale torinese, le mostre di Palazzo Bricherasio, dove la locandina attraeva ma, poi, ci si trovava piuttosto delusi da un contorno ben lontano da quanto intuito ed immaginato.

Sito Ufficiale http://www.leonardoallavenariareale.it/ “Leonardo. Il genio, il mito” Chiusa il 19 febbraio 2012 Reggia di Venaria – Scuderie Juvarriane Piazza della Repubblica, Venaria Reale (TO)

Leonardo è Leonardo ed è certo da vedere o ri-vedere, però, ci si aspettava qualcosa più legato direttamente al suo genio, fra l’altro le possibili ed infinite declinazioni non mancano, grazie alla sua poliedricità. Con un retrogusto interrogativo lascio definitivamente alle spalle “esperienza Italia 150”, iniziata più di un anno or sono, sperando di ritrovarmi nuovamente qui a scoprire nuovi percorsi e grandi capolavori. Alla prossima, dunque.

* Per un’analisi di sintesi su base statistica del successo di Italia 150 a Torino http://torino.repubblica.it/cronaca/2012/02/22/ news/i_musei_fanno_boom_grazie_a_italia_1 50-30315967/ ** L’Italia è qui, http://www.wimee.org/it/mediacontent/item/731-litalia-equi/itemid-8.html

Museo dell’Automobile di Torino, una folle corsa a 100 km all’ora dal XIX al XXI secolo In occasione del 150° dell’Unità d’Italia il Museo dell’Automobile di Torino si rifà il look. Rieccolo in grande forma ad accrescere la ricca offerta museale della prima capitale del Regno d’Italia.

*** La cimatrice è un macchinario, che nell’industria tessile, è utilizzato per la rasatura della stoffa in lana. La pezza in greggio passa attraverso una serie di cilindri, dotati di coltelli, che rendono, attraverso la cimatura, la pezza liscia e uniforme al tatto ****Statua colossale in bronzo commissionata a Leonardo da Ludovico il Moro e mai realizzata http://www.museoscienza.org/leonardo/speci ale/approfondimenti/cavallo/nascita.htm ***** Ultima cena, Leonardo da Vinci, 14941498, Refettorio, Santa Maria delle Grazie, Milano http://it.wikipedia.org/wiki/Ultima_Cena_%28L eonardo%29

Il Museo dell’Automobile riapre i battenti dopo l’intervento di riallestimento che l’ha trasformato da museo old style in attraente

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spazio espositivo contemporaneo.

Correva l’anno

La struttura esterna è davvero imponente, un corpo avveniristico che si specchia su corso Unità d’Italia. Al suo interno, dentro il suo ventre metallico, ci si sente piccoli, Giona inghiottito dalla pistrice, ma l’effetto ottico è piacevole.

I cavalli ad un certo punto son diventati a vapore e così, sperimentando, le care e vecchie carrozze a piccoli passi conducono nella stalla gli equini e si mettono in moto da sole.

L’originario giardino en plein air è diventato una piazza coperta, con linee morbide e superfici metalliche luminose. Il “giardino d’inverno”* creato da Cino Zucchi è il cuore caldo dell’edificio; un’agorà luminosa senza vincoli architettonici destinata all’accoglienza e all’incontro.

Le prime autovetture sono straordinarie, vere e proprie alcove, divani di lusso, materiali pregiati e a volte per noi inusuali come il legno. Un modello d’auto rivestito esternamente in pelle è, quantomeno, poco adatto a sopportar le intemperie, ma lo si scoprirà solo nel corso del tempo.

Colori freddi, penombra e luci pacate sono la costante del museo, la sorpresa effetto shock arriva come un diretto in volto aprendo la porta delle toilette. Parlar di bagni, lo so, non è di classe ma vi assicuro meritano una visitina per pura curiosità, anche in assenza di bisogni fisiologici di necessità. Vi state muovendo nella penombra e decidete di “aprire quella porta”, bang, vi trovate colpiti da un flash verde fluo accecante. Immersi in una vivida colata di pistacchio si rimane piuttosto disorientati, but shake the shock and go.

La penombra del museo aiuta a percorrere a ritroso le epoche e mi ritrovo di nuovo nel Futurismo, fra le parole del Manifesto di Marinetti e Materia di Boccioni (una copia), che messa a “bella posta” davanti alla mitica Itala mod. 35/45 Hp, il bolide che guidato da Scipione Borghese si aggiudicò nel 1907 il raid Pechino-Parigi, sembra trainare con la sua forza disumana i cavalli a vapore moderni.

Non sono certo qua solo per vedere i bagni, indi imbocco la scala mobile per cominciare la mia visita, come mi suggerisce, fra l’altro, la zelante e giovane fanciulla all’accoglienza**.

Dal fondo della sala note di Jazz, Charleston e FoxTrot ci riportano agli anni ’20, proibizionismo, gangster e “bulli e pupe”. Un mondo dorato pieno di dive, cattivi, danze e whisky di contrabbando. Spezzoni di film, ritratti in gigantografia di Divine d’altri tempi, gonne corte, capelli alla “maschietta”, brillantina e autovetture di un lusso esagerato, Rolls Royce, Isotta Fraschini e una C3 Citroën petite mais très jolie. I grammofoni suonano, si vuol dimenticare la guerra e non ci si accorge che si sta già architettando un altro conflitto nelle sale del potere, ma è non tempo di pensarci e allora di nuovo lusso. Queste autovetture hanno, però, uno stile greve, il nero lucente nasconde qualcosa di funesto. L’aristocrazia vecchia e nuova non sembra badarci e fa bella mostra di sé su rombanti motori a scoppio che abbagliano il popolino. Io che trovo tozze e di poco stile le auto

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moderne qui mi perdo ad ammirare i vetusti automezzi, immaginando abiti fruscianti e luccicanti, grandi saloni delle feste, capelli pettinati ad onde schiacciate e rigide, Rodolfo Valentino e le epiche imprese di quei tempi passati. Le automobili da corsa, che sembrano quasi scatole di sardine, leggere e poco aerodinamiche, guidate da folli in tute di lino o tela leggera e caschi in pelle sottile. L’abilità del pilota, la resistenza e l’incoscienza erano tre ingredienti fondamentali per costruire i miti, nulla a che vedere con il contemporaneo dove vale la formula più tecnologia meno fascino. Fortunatamente anche i venti di guerra si chetano nel 1945 e si ritorna a sognare, con la voglia di sperimentare e di creare nuovi automezzi, potenti e di design. La ricostruzione di un grande studio di progettazione rende ancora più magica la sala, tecnigrafi con schizzi e progetti, tavoli con strumenti da disegno e cesti con rotoli di carta. Sembra di essere entrati in uno studio dopo l’orario di lavoro, tutto lasciato lì pronto per il giorno seguente. In mezzo due autovetture da corsa che sembrano disegnate per sostituire la BatMobile. Si

ricrea in modo immediato il fascino della creatività pura dei designer industriali, il mago che trasforma un’idea in un oggetto senza tempo e di straordinaria bellezza. Poi lei. L’allestimento proposto (lo stesso della sua presentazione alla Triennale di Milano del 1957) in sospensione verticale, con il muso dai grandi fari bianchi che sembra volerti inghiottire, spiega perché tutti la conoscono con il mitico soprannome di “squalo”. La Splendida Dèesse, la Venere Nera, dalla forme sinuose e morbide, macchina da dea. Ti aspetti di veder scendere la Hepburn, la Kelly, la Taylor, o la Bardot, meglio la Birkin per i miei gusti personali, invece trovi le foto della Lollobrigida, meno di classe ma ci accontentiamo di questa Italica “Bersagliera in Visone”. Gli specchi che la circondano e il bagliore da abat-jour ne fanno una dea da alcova,

sensuale e aggressiva come una tigre, o… uno squalo. Su, ora, rotoliamo verso i “favolosi anni ‘60” come diceva Minà dalla Bussola. Allora via alla Fiat 500 e alla Fiat 600 Multipla, uno splendido esemplare di monovolume ante litteram, dal musino invitante che ricorda gite domenicale al mare, con cestini di vimini contenenti spuntini leggeri da dieta mediterranea, come la parmigiana. Vedendo il design degli automezzi, come una micro auto, l’Acma Vespa, che sta in uno scatolone, mi vengono in mente i film di fantascienza anni ’60, con dischi volanti a piatto fondo rovesciato di metallo e tanto domopack, che mi fanno sempre una certa tenerezza. Non solo iperspazio e invasioni aliene questi sono gli anni del boom e della rivoluzione culturale e sessuale che si ritrova poco dopo, fra una splendida “Due Cavalli” versione hippy, con tanto di tenda e signorina uscita da Hair, e i cartelloni pubblicitari di autovetture che inneggiano al rock e al sesso libero. Ma non possiamo fermarci e corriamo all’autodromo. Con l’ausilio di un filmato, che ben si integra con i reperti musealizzati, si è proiettati sulla griglia di partenza con un lungo corteo di bolidi, dalle mitiche auto da corsa dell’era Nuvolari alle fiammanti Ferrari orgoglio della casa di Maranello dei nostri tempi. La velocità è nell’aria, il rumore dei motori, l’uomo, il cavallo, il senso del movimento, una quinta scenica che vibra come la tensione prima del verde in pole position. Curviamo passando la “cortina di ferro”, con l’auto per tutti del regime comunista, una conquista popolar populistica della libertà di movimento, e via verso i cervelli che stanno all’origine delle autovetture. Le menti creative, il genio a confronto, piccole teche con i più grandi nomi del designer industriale legato alla produzione automobilistica. I loro disegni, i loro schizzi, qualche loro oggetto, le loro fonti d’ispirazione e cosa avrebbero voluto

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inventare. Poche parole ma un filo comune che porta il marchio della creatività pura, il know how, la cultura del saper fare, dell’immaginario fantastico e mirabolante che alberga nelle stanze mentali di un creativo puro sangue, oggi esemplare sempre più raro eppure tanto necessario alla società.

d’auto in ambientazioni da film, si può guardare la pubblicità seduti dietro una specie di vecchio casco per i capelli di fattura metallica, si può salire su un piccolo vagone da monorotaia per fare un giro come alle giostre attorno a una catena di montaggio virtuale, come resistere?

Attraversando l’ultima sala con le auto di oggi che si sono distinte per l’innovazione, colti un po’ dal mal di mare per le pedane girevoli, tanto salone dell’auto di Ginevra, mancano solo ammiccanti signorine versione pulisci carrozzeria hot solo per autisti da portafogli mega e ci siamo, e per la difficoltà di leggere le didascalie che ruotano anch’esse (non era forse più semplice un piedistallo su cui apporle, invece di costringere il lettore a fare il “giro giro tondo?”), parcheggiamo i rombanti mezzi a motore e torniamo a casa.

Un bell’esempio di innovazione integrata con un’esposizione museale più classica. L’equilibrio è sempre la giusta ricetta per un risultato positivo. Sito Ufficiale http://www.museoauto.it/website/ Corso Unità d'Italia 40 10126 Torino Tel. 011 677666/7/8 Fax 011 6647148 *Per saperne di più http://www.zucchiarchitetti.com/zucchiarchitet ti/chi.html. Scheda di dettaglio del Museo dell’Automobile di Torino http://www.zucchiarchitetti.com/zucchiarchitet ti/progetti/edpubblici/mat/scheda01.html **Per un dettaglio di sintesi dell’allestimento museale http://www.museoauto.it/website/it/percorsiespositivi/automobile-e-il-900

La giusta dose fra il vecchio e il nuovo Uno dei grandi pregi di questo museo è la capacità di giocare sul dialogo continuo ed equilibrato fra gli oggetti esposti, in gran parte automezzi, e i supporti multimediali, musiche, video, suoni, disegni, rumori, filmati. Un mix piacevole e mai stucchevole, un valore aggiunto che arricchisce, incuriosisce e rende vivo e in movimento ciò che di per sé è statico, ossia l’oggetto. Ci si ferma a guardare spezzoni di film in un piccolo loft arredato con pezzi d’automobile, fra cui la mitica Herby, o in una sorta di sala da pranzo con sedili d’auto trasformati in poltrone dirigenziali. Si seguono le note, ci si avvicina a micro finestrelle con modellini

1900-1961 Arte

Italiana

nelle

Collezioni Guggenheim Una nuova grande mostra dell’Arca di Vercelli, in collaborazione con Peggy Guggenheim Collection, per celebrare con un piccolo viaggio l’arte italiana dagli albori del XX secolo al centenario dell’Unità d’Italia. Lo scrigno di San Marco Il clima della pianura risicola piemontese è

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sempre ostico, nebbia umida nei mesi freddi e caldo appiccicoso che ti accompagna dalla primavera sino alle porte dell’autunno, fortunatamente questo strano aprile regala un venticello lieve che rende frizzante e piacevole l’atmosfera. Vercelli ha tesori architettonici che meritano una visitina, anche a dispetto delle fluttuanti “ragnatele volanti”, del clima e delle terribili zanzare. Il primo pensiero corre a Sant’Andrea* che con le sue architetture gotiche ci narra i fasti lontani del medioevo padano, però, senza dilungarci in altri scorci da cartolina qualche parola è bene splenderla per la struttura che ospita l’Arca, perché nasconde, dietro l’anonimato della sua facciata attuale, meraviglie che non ti aspetti. Camminando per la via che dall’Ospedale Dugentesco porta a piazza Cavour si passa davanti ad un edificio grigio squadrato denominato “Mercato Pubblico MDCCCLXXXIV” a prima vista, se non fosse per i manifesti della mostra in corso, non colpisce, perché i mercati hanno fascino se sono vivi e vitali, si pensi alla Vucciria ad esempio, molto meno per la loro architettura, per nulla se sono defunti. Non bisogna fermarsi mai alla prima impressione, il nostro ex Mercato, oggi lo spazio mercatale è situato in un’altra location, è, in realtà, una chiesa sconsacrata e riconvertita in tempi più vicini a noi ad area commerciale. Vercelli è costellata di chiese, d’altronde qui è stato vescovo il noto Sant’Eusebio, uno dei più importanti proto vescovi attivi nella lotta contro l’arianesimo e legato ad un’altra figura emblematica per la cristianità occidentale: Sant’Ambrogio di Milano; molte sopravvivono ma ad alcune è toccata diversa sorte e San Marco è una di queste. Mi sto dilungando ed è bene non perdere il filo. San Marco** è stata costruita nel XIII secolo con successivi interventi di rimaneggiamento che culminano nel XV secolo con la realizzazione degli affreschi che, in minima parte, sono sopravvissuti al tempo. Guardando con attenzione dall’esterno si nota il suo impianto architettonico a tre navate sottolineato dagli

ampi finestroni, frutto degli interventi di igiene e salubrità per il mercato delle derrate alimentari, a queste tre se ne aggiungeva una “quarta” dove si trovavano le cappelle gentilizie. L’abbandono, l’incuria e la rifunzionalizzazione hanno comportato il degrado della struttura originaria e la scomparsa dell’apparato decorativo; in tempi recentissimi si è pensato di rivalorizzare San Marco adibendola a cornice ideale per eventi espositivi. Grazie a questa felice intuizione è stato possibile riportare alle luce in tutta la loro meravigliosa potenza espressiva i cicli decorativi dell’Albero di Jesse, con la genealogia del Messia, e delle storie di Maria, dalla sua nascita sino alla fuga in Egitto, situati nella volta della navata laterale, sulle campate adiacenti l’ingresso. Un meraviglioso caleidoscopio di colori e di raffinata eleganza che colpisce sia per la composizione stilistica che per il contenuto narrativo intrinseco carico di simbologia dei due cicli, legati da rimandi continui fra significante e significato. Mi ritrovo nuovamente persa a rimirare le volte affrescate con il naso all’insù ma è giunta l’ora di inserirsi nel contemporaneo, ospitato, come ricorda il manifesto dell’Arca, dall’antico.

1900-1961 All’interno delle snelle architetture medievali è stato realizzato uno spazio espositivo che unisce e al contempo suddivide gli ambienti, un inserimento contemporaneo vitale nel passato silente. Entrando nel parallelepipedo colorato, che risalta rispetto ai muri scialbati

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di San Marco, se si solleva lo sguardo s’intravedono le volte a crociera, semi nascoste dall’intelaiatura di tubi d’acciaio e dalla copertura trasparente della “meta” scatola espositiva. La mia fantasia malata mi regala uno strano effetto acquario, come tanti piccoli pesci nuotiamo sotto il pavimento trasparente. Lo spazio è ristretto e ci si muove un po’ a fatica cercando di trovare il giusto punto di visione delle opere appese alle pareti, scansando i visitatori e il personale di sala che cerca una sistemazione ideale per non essere d’impaccio. L’angusta volumetria è compensata, però, dal valore dei pezzi esposti, un viaggio tra pittura, disegno e scultura lungo i primi sessant’anni dell’ormai vetusto secolo scorso. Quattro piccole quinte sceniche creano una suddivisione spaziale aperta che lascia libertà di muoversi girovagando a proprio piacimento. Ho deciso di visitare questa mostra con una serie di riserve dovute al mio scarso amore per l’arte contemporanea; non riesco a comprendere come si possano definire artisti di genio Burri e Fontana, de gustibus non disputandum est non me ne vogliano gli estimatori ma il mio gusto artistico è fortemente arcaico. Conosco l’arte contemporanea ma non sempre l’apprezzo, qui mi sono fatta affascinare ed attrarre da alcune opere che non avevo mai visto dal “vivo” che mi hanno conquistata e hanno rapito il mio sguardo per un lungo lasso di tempo. Quando qualcosa di inconsueto mi stupisce è sempre un piacevole viaggio di scoperta che mi soddisfa e qui è stato così. Al centro di una delle sale risplende ipnotico con un fascino lievemente sinistro l’Etudiant di Modigliani, lungo collo, viso ovale, due mandorle azzurre gli occhi. Con un’espressione severa ed altera ti attrae verso di sé, non a caso è stato scelto come portavoce della mostra, rifiutare il suo silente invito è pressoché impossibile, rimango davanti al suo volto lungamente sentendone l’immateriale presenza.

Voltandomi guardo il Ciclista di Sironi, mi ricorda le fotografie di mio padre da giovane, ciclista dilettante, con indumenti tutt’altro che leggeri ed ergonomici, biciclette pesanti e tutta la fatica che traspare dalla possente muscolatura di braccia e gambe, tese nello sforzo continuo di una pedalata in salita. Una volata solitaria, senza gregari né folla, un volume denso che sfonda la dimensione del quadro. Riprendendo a muovermi m’imbatto in un disegno di Modigliani, si sarà capito che è uno degli artisti contemporanei di mio gradimento? Uomo con sigaretta tratto veloce per un ritratto del classico fruitore di osterie e caffè, volto pieno e una dedica autografa. Le sottili linee nerastre sembrano perdersi nello sfondo cartaceo giallo. Evapora un lieve fil di fumo dalla sigaretta nella mano dell’uomo che osserva disincantato i visitatori. Quello che più sbalordisce, conoscendo i miei gusti, è la sala del futurismo, di questo periodo artistico, ad eccezione di qualche opera di Balla, non apprezzo né la resa artistica né il loro amore verso le “macchine” e la guerra, “la matta” sbaraglia stagnazioni di tutti i tempi. Invece rimango colpita dall’immenso Materia di Umberto Boccioni, con le mani giunte che infrangono lo spazio in un atto quasi disperato, sottolineato dalle fitte e fini pennellate e dai colori intensi, con rosso e nero dominanti che mi ricordano le forge e i forni di fusione, dove i metalli da malleabili ed incandescenti diventano rigidi e freddi. La materia si fa tridimensionale attraverso le Forme uniche nella continuità dello spazio, qualunque sia stato l’intento primigenio di Boccioni quello che a me evoca è la concreta e rigida pesantezza delle “forme” reali che cercano di muoversi verso l’assenza di materia, oltre le dimensioni note per liberarsi dal loro metallico peso. Sebbene non sia di grandi dimensioni riempie, da sola, lo spazio in cui è stata inserita e scopro quanto è affascinante, il pieno alla ricerca del vuoto, la presenza che rincorre l’assenza. Ho visto e rivisto tutte le opere esposte ma prima di uscire ritorno da lei, Controluce, i

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capelli mossi e spettinati, un finestrino che ricorda i tram da Neorealismo, una sciarpa pesante e un sguardo dolcemente disilluso. I tratti fitti dagli incroci continui e taglienti fissano la luce del momento sul volto di donna, bella e stanca, dietro di lei un paesaggio lieve di un dovunque possibile, illuminato da tocchi leggeri di giallo, il giorno. Molto altro si potrebbe raccontare su questa mostra che ripercorre un pezzo a noi vicino della storia dell’arte, ma questo sguardo malinconico suggerisce l’addio. Si ha l’impressione che inviti ad aprire il maniglione rosso dell’uscita, così, per non deluderla, esco verso il sole del meriggiare pallido ed assorto, passando nuovamente dal rassicurante medioevo di San Marco. Sito Ufficiale http://www.guggenheimvercelli.it/ “1900-1961 Arte Italiana nelle Collezioni Guggenheim” a cura di Luca Massimo Barbero 26 febbraio 2011- 05 giugno 2011 Arca, Chiesa di San Marco Piazza San Marco 1 Vercelli Call center 199 75 7516 tel. +39 02 43353522 *Per chi volesse saperne di più http://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_di_Sant%2 7Andrea_%28Vercelli%29 ** Per chi volesse saperne di più http://www.guggenheimvercelli.it/img/04_Gug genheim%20IV_affreschi.pdf http://www.comune.vercelli.it/cms/it/eventi-espettacoli/arca-accoglie-lescuole.html?Itemid=1 http://www.comune.vercelli.it/cms/it/la-chiesadi-san-marco.html?Itemid=521

Georges de La Tour si mostra

a

Palazzo

Marino Palazzo Marino, sedotto dal fascino della luce barocca d’Oltralpe, ospita due capolavori del francese Georges de La Tour. In tempi di crisi le iniziative culturali gratuite sono “manna dal cielo”, perché la bellezza dell’arte è una straordinaria risposta al vuoto esistenziale e mentale odierno. Come non approfittarne? Milano si offre scintillante sotto lo sfavillio delle luci natalizie e di un sole invernale brillante e tiepido, appunto, quest’ultimo, da non sottovalutare visto il tempo di coda che ci attende al varco. In fila ordinata per più di due ore. Mi pare una palese conferma che la cultura è un bisogno, direi quasi primario, che la gente, oggi più che mai, sente e richiede. Questo pensiero mi mette di buon umore, il corredo umano da shopping che si muove instancabile ed incurante intorno al serpente umano in attesa l’offusca un po’, ma, oggi, guardiamo il lato positivo. Intanto il tempo scorre inesorabile mentre “teniamo d’occhio” l’usciere, che in glamour style dirige il traffico in entrata. Ovviamente la legge di Murphy è dalla nostra parte e con assoluta certezza sappiamo, sin da subito, che saremo fermati al varco “come primi del gruppo successivo” e così accade, con un divertito sorriso dell’usciere. Ora veniamo al sodo, perché non credo sia, per voi, particolarmente interessante conoscere altri dettagli personali di piccola importanza.

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Il trionfo della luce sull’oscurità Attraversata l’anticamera illuminata dell’ingresso si è avvolti dalla penombra fitta che rischiara appena alcuni particolari della Sala Alessi, catalizzando l’attenzione sullo splendido soffitto a cassettoni, sugli stucchi, sullo stemma di Milano e sui dipinti, i protagonisti assoluti dell’epifania. Una guida accompagna i gruppi alla scoperta dei due capolavori, isolati da una grande parete ricurva in cartongesso. La doppia curvatura suddivide l’ambientazione unica in due stanze separate, dando ad ogni quadro un angolo esclusivo di esposizione, senza interferenze alcune. I due capolavori in mostra sono L’adorazione dei Pastori (1644, Le Louvre) e San Giuseppe Falegname (1640, Le Louvre) di Georges de La Tour. Lungi da me darne un’interpretazione tecnica, non essendo critico d’arte. Mi lascerò guidare dalle sensazioni e dai dettagli che hanno suscitato in me ricordi e percorsi mentali lontani, intersecanti e conosciuti. Le due tele sono espressione tipica e viva del Barocco, un periodo di forti contraddizioni, nascita della filosofia moderna, spostamento dei baricentri economici e politici, guerre, carestie e un fervore religioso che imponeva rigore e moralismo tradotto, per contro, in un’arte sensuale e morbida, piena di luci, estasi e malizia. L’ossessione della morte è figlia di questo tempo e la si esorcizza con l’uso sapiente e caldo della luce, che morbida, soffusa, sottile traspare dalle tenebre squarciandole, catalizzando l’attenzione sul suo valore escatologico e salvifico. Gli sfondi anonimi e poco vivaci fanno da contenitore alle figure, vive e reali, amplificando il gioco di bagliori creato dalla candela, protagonista vera dei due dipinti, nel suo significato metaforico intrinseco.

spettatore sul focus della composizione. Le due opere si riferiscono ad episodi della fanciullezza di Gesù, inseriti nel contemporaneo di de La Tour, con la trasposizione di eventi lontani nella realtà del suo “oggi. Abiti, pettinature e volti del suo tempo a ricordare come quell’attimo sia in realtà un continuum rivissuto identico ogni giorno, così dovrebbe essere per i credenti. Esistono molteplici ed infinite interpretazioni sui simbolismi e sul significato di queste due opere. Molto si è detto scritto, sull’agnello, sul richiamo alla passione, sulla luce divina, sul bambino dormiente, avvolto dalla tipica fasciatura neonatale, immobile senza respiro sotto lo sguardo dell’agnellino, che sembra rivelare il suo futuro anteriore. Si potrebbe continuare all’infinito, però, quello che mi ha davvero colpito sono i volti dei personaggi rappresentati. Il Gesù fanciullo, seduto di fronte a Giuseppe falegname, ha una fisionomia talmente viva e contemporanea che potresti ritrovarlo per strada uscendo dall’oscurità. Il volto del padre al lavoro, di un realismo crudo e vivo, quasi impietoso. La Madonna dell’Adorazione, algida e fiamminga, il viso dipinto di una dolcezza contrita, ombrata dalla fine predestinata del pargolo, con le sue lunghe mani giunte che proiettano nell’ombra sulla veste rossa un’ala stilizzata, la predestinazione rivelatagli dall’arcangelo. La dolcezza affettuosa della cosiddetta “nutrice” e dell’anziano padre, che esprime un amore vero e sincero per il bambino. Lo sguardo dubbioso del pastore accanto a Maria, che osserva con aria interrogativa il piccolo. Uno spaccato di vita secentesca nordica avvolto dalle brume di un tempo atemporale, un “qui ora”. Solo la rete fitta di craquelure sulle tele ci riporta ad un passato certo e circoscritto, quello del pittore. La fiamma lieve delle candele di sego, che arde anche nei tempi bui, rinnova la speranza di mutamento in positivo per il mondo, fiat lux (Gn, 1, 3), e luce fu.

La luce è la guida che cattura l’occhio dello

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My Signatur on Wi-Mee Speriamo sia un buon auspicio pure per il contemporaneo… Sito Ufficiale http://eni.com/en_IT/company/eniculture/art/de_la_tour/georges-de-la-tour-inmilan.shtml# George de La Tour a Milano a cura di Valeria Merlini e Daniela Storti 26 novembre 2011 – 06 gennaio 2012 Palazzo Marino - Sala Alessi Milano

I

giganti

dell’Avanguardia: Mirò,

Con le rondini è arrivata, puntuale, la quinta grande mostra dell’Arca a contaminare d’arte contemporanea l’antica, e splendida, San Marco [1]. La giornata è fortunata: l’astro fulgido splende, le zanzare sono ancora intorpidite dai freddi acquazzoni, la compagnia è ottima e le sorprese inaspettate non mancano, quindi, “non posso dire di no” a questa mostra, seppure, come già saprete a memoria, non troppo “nelle mie corde”. Chiacchierando in una veloce coda mi perdo a rimirare nuovamente, ma sempre con l’incanto di una nuova scoperta, gli affreschi della volta della navata laterale di San Marco, poi, al mio turno mi rituffo in questo piccolo meta-acquario di scomposizione della materia in linee d’astrattismo.

Mondrian, Calder e le Collezioni Guggenheim Una nuova mostra sull’arte contemporanea all’Arca di Vercelli, misterioso scrigno in connessione diretta con le collezioni del Peggy Guggenheim.

A qualcuno piace Calder In realtà una sirena incantatrice c’è Silver Bed Head di Calder[2]( che ho amato sin dalla prima volta che la vidi al Peggy Guggenheim di Venezia in tempi, ormai, remotissimi). I temporali notturni hanno lasciato il posto ad un caldo sole primaverile che illumina Vercelli. Finalmente la primavera sembra aver raggiunto anche questo lembo d’oriente.

Il pezzo da solo vale la visita.

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My Signatur on Wi-Mee È un meraviglioso intreccio di piccoli pesci e motivi vegetali stilizzati che si fondono in un moto perpetuo di un mondo perduto, che a me ricordano i motivi fitomorfi dei ricchi codici miniati di matrice sassone. Lucido, morbido e al tempo stesso rigidamente metallico, in movimento statico. Un “gioiello” di sapor antico straordinario, non a caso Peggy nella sua autobiografia dice “Non solo sono l'unica donna al mondo a dormire in un letto di Calder, ma anche l'unica donna a indossare i suoi enormi orecchini mobiles"[3], già diciamo che “la tua fortuna, baby, è nel tuo cognome e nell’esser nata in un momento storico fecondo e propizio per l’arte” (per il mio gusto anche la fine dell’arte vera e propria, ma è solo una mia opinione non abbiatene a male, n.d.s). Ci sono anche i sopracitati orecchini pendenti sovradimensionati dal design tribale, che rendono il volto di chi l’indossa una scultura, giochi di luce in movimento attorno all’essere umano [4]. Calder, americano a Parigi, dal nome dalla misteriosa fonetica (perdonatemi ma io preferisco la pronuncia francese, più glam e credo non gli dispiaccia, n.d.s.), è il cuore pulsante della mostra: leggero, etereo, un gioco sottile di reminescenze ancestrali in continuo movimento, il pieno che riempie i vuoti proiettato nell’ombra. Splendido e monumentale in fondo alla sala Arc of Petals [5], petali rigidi in sospensione su esili rami scheletrici disegnano strane figure di dinosauri sul pavimento. L’α, la scultura ti accoglie all’entrata, in un ritratto fotografico con Peggy, e l’ω, lei chiude la visita, oscillando accanto all’uscita . Linee lievi, dondolanti come giostre su culle di neonati, fruscii e movimenti leggeri a dare il moto alla staticità dell’arte, peccato, qui, le sculture, le mobiles, non siano azionate da meccanismi generatori di movimento. Le proiezioni nello spazio tridimensionale avrebbero arricchito il fascino della leggerezza delle forme e della materia, resa leggera dalla trasformazione sapiente dell’artigiano che conosce la tekhnê.

Un cerchio ancestrale di eterno ritorno lega l’arte al presente, così si chiude l’ultima sala.

Le architetture metafisiche di Mondrian La prima sala ripercorre le tappe salienti della vita artistica di Piet Mondrian, si parte con un primo dipinto a dense pennellate di vago ricordo impressionista, un bosco di salici [6], sino ad arrivare alla purezza lineare geometrica, con linee nette, fondi bianchi e spazi di colore acceso, talmente noti, anche per moda e pubblicità, da non aver bisogno di presentazioni alcune. L’astrazione arriva a gradi, dalle nature morte con vaso di zenzero [7], dalla trasposizione formale cubista di trasformazione plastica netta della realtà vista attraverso l’occhio dell’artista, si giunge alle linee più bidimensionali, all’astrazione concettuale pura della forma. Come Oceans 5 [8] dove l’elemento naturale è appiattito e geometrizzato in linee semplici che non rispecchiano la realtà; lo spettatore deve fare uno sforzo di immaginazione, giocando con il titolo e con la superficie disegnata, per trovare le connessioni con il reale. Un gioco dialettico fra la mente dell’artista e l’osservatore del quadro, un dialogo senza fine che si muove con voci diverse e proiezioni mentali personali e personalizzabili. Vi dirò, a me, ha colpito Calla; Fiore blu [9], su uno sfondo blu intenso, spesso e denso, ricamato da linee, come ragnatele rosso arancio, che illuminano la protagonista assoluta del dipinto, emerge la calla, un fiore dal largo cono e un lungo pistillo giallo, una vaga allusione sessuale pervade il dipinto, che trasuda una certa sensualità. Così come Metamorfosi[10], un esile fiore appassito che sembra muoversi nell’ombra, una bella donna matura, con la chioma

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My Signatur on Wi-Mee bionda lucente e il corpo consumato, mollemente mosso dall’estasi del momento mistico. Simboli, linee, colori e trasformazione lineare dell’essenza, un viaggio.

Confondono le linee di Mirò La sala centrale è dedicata a Mirò, l’uso meridionale del colore, denso, vivo, intenso, forte e la semplificazione della grafica, disegni che sembrano fatti da bambini alle prime armi. Mirò è l’artista meno intrigante dei tre, a mio gusto, soprattutto perché qui manca il dialogo con gli scritti poetici di Joan, di cui avevo ampiamente raccontato in Poème [11], questi sono l’elemento vivo e saliente che rende comprensibile la sua arte. Le parole del “creatore”, trasudanti d’amore per l’arte e per la sessualità, esprimono in chiaro le nebulose forme, fanno vibrare la passione a toni forti oltre il colore. Qui mancano e l’effetto è meno impattante, ovviamente è questione di gusto personale. L’oscillazione fra il simbolismo sensuale e la rigidità delle linee di Mondrian e la lievità sospesa senza tempo di Calder oscurano un po’ Mirò, forse. Le sue donne ci sono, sempre, trasfigurate e cariche di una tagliente ed ironica visione maschile. Forme riconoscibili si fondono con la visione artistica, creando linee astratte che riconducono alla reale progressione del corpo umano ben delineato nella sua dimensione spaziale, ad esempio nella tonda donna nuda allo specchio[12], o nell’imponente e squadrata donna nera seduta [13]. Disarmonie filtrate dalla passione del poeta per il gentil sesso che catturano a tratti, ma spesso respingono davanti alla frase “questo l’avrei potuto fare pure io all’asilo”, quante volte l’ho colta en passant in mostre e musei d’arte contemporanea.

permette di cogliere quest’arte, ancora troppo fresca e viva, in modo asettico e distante per capirla più a fondo, forse è la mancanza vera di kunstwollen contemporaneo a cui fare riferimento [14], o non riusciamo più a trovare nell’arte la sorpresa, l’innovazione e il genio che supera i confini del noto, partendo da codici chiari ed assodati, o semplicemente de gustibus non disputandum est” ( o De gustibus non est disputandum).

Tre sezioni unite dal fil rouge dell’avanguardia, un corpo contemporaneo dalle forme ammiccanti disteso sotto la volta gotica, scorrono le pagine del secolo scorso, sino agli anni ‘70, filtrate dalle menti di tre grandi artisti di quello che possiamo ancora definire “il nostro tempo”. Chissà cosa diranno di loro i posteri, un domani molto lontano da qui, intanto a noi la parola. Sito Ufficiale http://www.guggenheimvercelli.it/ “I giganti dell’Avanguardia: Mirò, Mondrian, Calder e le Collezioni Guggenheim” a cura di Luca Massimo Barbero 03 marzo 2012- 10 giugno 2012 Arca, Chiesa di San Marco Piazza San Marco 1 Vercelli Call center 199 75 7516 tel. +39 02 43353522 [1].Brevi cenni storici sulla chiesa sconsacrata di San Marco in http://www.wimee.org/it/mediacontent/item/451-1900-1961arte-italiana-nelle-collezioniguggenheim/itemid-8.html [2] Silver Bed Head, 1946, A. Calder, argento. Testiera per letto in argento, commissionata da Peggy Guggenheim [3]http://www.guggenheimvercelli.it/alexander -calder/articoli/alexander-calder [4] Orecchini per Peggy, c.a. 1938, A. Calder, ottone e argento

Forse è la vicinanza temporale che non ci by Barbara Saccagno (articles and photos) 24


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[5] Arc of Petals, A. Calder, 1941, alluminio dipinto e non dipinto e filo di ferro [6] Knotwilgenbosje langs het Gein, 19021904, P. Mondrian, olio su tela [7] Stilleven met gemberpot I, 1911, P. Mondrian, olio su tela e Stilleven met gemberpot II, 1911-1912, P. Mondrian, Olio su tela [8] Oceans 5, 1915, P. Mondrian, carboncino e guazzo su carta incollata su pannello http://www.mondrianlarmoniaperfetta.it/servizi /bookshop/

www.guggenheimvercelli.it/component/attach ments/download/1

Mirò – Poéme Il Forte di Bard, fortezza difensiva imponente, ospita il caleidoscopio di colori e di forme create da Mirò fra il 1947 e il 1980, accompagnandole dalla parole poetiche dell’artista.

[9] Aäronskelk; Blauwe bloem, 1908-1909, P. Mondrian, olio su tela [10] Metamorfose, 1908, P. Mondrian, olio su tela. Crisantemo morente [11] http://www.wimee.org/it/mediacontent/item/902-miro%E2%80%93-poeme/itemid-8.html [12] Femme se coiffant devant d’une glace, 1938, J. Mirò, pastello, olio, guazzo e grafite su carta [13] Femme assise II, 1939, J. Miró, olio su tela [14] http://www.treccani.it/enciclopedia/kunstwolle n/ Breve bibliografia online Mondrian http://it.wikipedia.org/wiki/Piet_Mondrian http://www.gemeentemuseum.nl/index.php?id =036871 Calder http://calder.org/work.html http://it.wikipedia.org/wiki/Alexander_Calder Mirò http://it.wikipedia.org/wiki/Joan_Mir%C3%B3 http://www.successiomiro.com/espanol/bienv enidos.html Lista opere in mostra http://www.studioesseci.net/mostra.php?IDm ostra=819 Per le immagini delle opere in mostra Quaderno per insegnanti Scuola dell'infanzia, Scuola primaria.

La Valle d’Aosta è una delle mie mete preferite, i suoi paesaggi da storie di armi e cavalieri, il suo cielo che cambia con un soffio di vento, con nuvole che rincorrono il sole fra l’azzurro e il grigio cupo, le sue tentazioni enogastronomiche mi richiamano a lei, così ritorno a Bard per scoprire più da vicino Mirò*. L’arte contemporanea non mi entusiasma, ho già avuto occasione di dirlo, ma la mia curiosità intellettuale mi porta ad intraprendere viaggi che di primo acchito non farei. Il desiderio di assaggiare sensazioni nuove prevale sulla mia predominante passione per il vetusto.

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Il titolo è invitante, Poéme, sottile e lievemente sensuale come in certe occasioni solo la lingua francese può essere, così seguo il canto delle Sirene.

e con le colature lineari, dovute al carico eccessivo e libero del colore sul pennello, che si stagliano lunghe finendo in macchie puntiformi.

Il percorso si snoda lungo l’ambulacro che cinge il cortile centrale dell’Opera Carlo Alberto, seguendo come Pollicino i simboli appesi al soffitto e alle pareti si entra e si esce dalle sale espositive in un fluire ondeggiante che riprende le linee surreali di Mirò.

La sua essenza mediterranea si coglie nella girandola di colori accessi che ricorda il gusto cromatico dell’antichità, a dispetto del macroscopico errore fatto da Winckelmann che vide in bianco candido ciò che invece, all’origine, era carico di nuances coloristiche tipicamente meridionali che abbiamo fortunatamente saputo ritrovare tra le pieghe del tempo***.

La prima sala è spoglia e vuota, un video in bianco e nero mostra Mirò, il suo modo di fare arte, la sua voce e fissa sulla pellicola l’incontro con Duke Ellington, accompagnato dalla musica jazz che riempie la stanza**. Le immagini, che mi ricordano la Settimana Incom, mostrano la contaminazione creativa senza limiti propria degli artisti, le note musicali e le creazioni di Mirò si compenetrano in una mescolanza di materiali, di pulsioni emotive e di scrittura. Non amo troppo le proiezioni video nelle mostre, possono essere un buon corollario, un’attrattiva in più certo, però a volte restano sospese senza amalgamarsi realmente con il contesto, qui è così, un cinema isolato. La carica emozionale si sarebbe amplificata notevolmente se lo spazio fosse stato circondato e avvolto dalle opere dell’artista spagnolo. Proseguendo si entra nel sancta sanctorum dell’esposizione, il cuore racchiuso in tre sale liberamente visitabili attraverso percorsi mentali propri di ognuno. Facendosi guidare dagli occhi si percorre un cerchio frammisto a linee oblique che riprendono le opere esposte. Per le sale s’incontrano diversi bambini che osservano curiosi i segni famigliari, in fondo, la semplicità apparente delle opere esposte, cariche di significanti e di passionale sensualità, ricorda un po’ i disegni dei fanciulli. Tra le litografie in nero e le sculture più cupe spiccano con violenza i colori accesi del giallo, del blu e del rosso, resi più forti dal contrasto con le linee nere, spesse e dense,

Al centro dello spazio si è avvolti da un ossimoro di sensazioni caldo, freddo, colore, bianco e nero, forme piene, altre secche e rigide. Un filo conduttore lo si ritrova ne la femme et l’oiseau, un bisogno ossessivo di riversare in ogni forma d’arte a lui congeniale la sua passionalità. L’urgenza di comunicare, di creare passando dalla mente alla materia si legge nei materiali che di volta in volta predilige, stoffa, tela, fogli di giornale e di contabilità ordinaria; supporti disomogenei che trasmettono la necessità impellente di traslare nel reale le sue fantasie nell’immediato, senza filtri, senza passaggi mediati dal tempo. Le sculture non mi attraggono particolarmente sono meno vive dei quadri, secondo il mio gusto personale. Rimango incantata davanti ad una trilogia di oli Nassaince du Jour I, II, III. Un crescendo di fasi che mi riportano alla magia di un’alba solitaria davanti al mare, il buio che viene compenetrato e vinto dalla luce di un azzurro prima lieve e poi intenso. Linee, curve, macchie, leggeri spruzzi, spessori che trovano una tridimensionalità formale densa spaziando oltre la rigida bidimensionalità della tela. Seguendo la traccia della sua firma autografa, con la M che ricorda un’insenatura o un abbraccio che attira verso di sé, si passa all’arte alla poesia, alle parole di Joan che permettono di capire e di attraversare i segni per arrivare all’anima del suo esecutore. Un racconto di una vita d’arte, parole vibranti del suo rapporto osmotico e fisico con l’arte,

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un amore senza “protezioni”. Attraverso di esse si leggono con la giusta intensità i segni e gli oggetti che, a prima vista, possono lasciare indifferenti. Una mostra che ha puntato tutto sul dialogo fra le opere e i pensieri dell’autore senza appesantire il contesto con effetti scenografici particolari, il modo migliore per narrare l’arte contemporanea, ancora viva e presente nei nostri percorsi mentali e fisici per essere filtrata e ridisegnata da quinte scenografiche allegoriche. Leggera e profonda come un poéme e passionale come i suoi colori, un piccolo viaggio attraverso un passato che è così vicino da essere il presente. Sito Ufficiale http://www.fortedibard.it http://www.fortedibard.it/mostre/mir%C3%B3po%C3%A8me http://www.fortedibard.it/il-forte/complessomonumentale “Mirò. Poéme” mostra a cura di Sylvie Forestier collaborazione con Isabelle Maeght Gabriele Accornero

in e

Dal 18 maggio 2011 al 01 novembre 2011 Forte di Bard – Bard (Ao) Tel. +39-0125-83.38.11 Fax +39-012583.38.30 miro@fortedibard.it prenotazioni@fortedibard.it

*Per volesse saperne di più http://it.wikipedia.org/wiki/Joan_Mir%C3%B3 **Il video in Mostra Blues for Joan Mirò, Duke Ellington at Fondation Maeght http://www.youtube.com/watch?v=yfcRwt6uM wk ***Se non foste persuasi dell’uso di colori forti nell’antico un solo riferimento con invito ad approfondire http://www.arkeomania.com/colorisculturagre ca.html

“That’s

all

movie&cartoon

folks”, under

the Mole Il Museo Nazionale del Cinema ospita sino al 27 maggio 2012 la mostra Bugs, Daffy, Silvestro & Co. I cartoni animati della Warner Bros: un viaggio nell’artigianato ad alta specializzazione che ha dato origine a tutti i protagonisti della Warner, eroi di “carta” di fama mondiale. In questo maggio che pare novembre, con il cielo plumbeo e lo scroscio continuo di pioggia fredda, rifugiarsi nel caldo tepore ovattato a luci soffuse del Museo Nazionale del Cinema di Torino è l’ideale. Chissà come mai l’organizzazione degli ingressi, nei musei italiani, è sempre un terno al lotto di gran fortuna. Qui, regna, fra ombrelli ed impermeabili, un bel disordine fra due code distinte (averne una unica sarebbe stato troppo semplice?) di cui ti accorgi solo avanzando entro i cordoli rossi e, verso la fine, la meta, scopri, con disappunto, un cartello nella fila opposta “ingresso solo museo” e ti chiedi “ma?!”, soprattutto sapendo che la biglietteria raccorda tutti nella stessa direzione d’entrata. Fortunatamente, all’interno, scopri che è tutto relativo. Magie del cinema… Ritornando a noi, rieccoci dentro la Mole, un’imponente cupola color crema ci accoglie, tagliata in due dalle corde che, instancabili, lanciano l’ascensore in vetro dentro la lanterna, verso il cielo per godersi il panorama della città, che io ho sempre trovato in veste nebulosa e piovosa, sarà un segno divino? D’altronde, già è stato sfatato il detto “che se sali sulla Mole da laureando non vedrai mai la

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laurea”, non posso certo chiedere oltre.

Fatto il giro di rito sul “terrazzino” più esclusivo della città è ora di immergersi nel buio della sala, godendosi ancora una volta la visuale a volo d’uccello sull’interno. Dentro l’ascensore panoramico ci sente i protagonisti di un film di fantascienza anni ’60, stile Star Trek.

Due

parole

sulla

Mole

Antonelliana

L’altezza, i materiali e la struttura architettonica della Mole sono le concause di una serie di problemi strutturali che hanno, sin dalle fasi di ultimazione, costretto ingegneri e architetti a cercare soluzioni di consolidamento per rinforzare l’edificio e renderlo più elastico. Come se ciò non bastasse le forze della natura l’hanno messa a dura prova, ma la sua stella brilla ancora oggi, in tutta la sua greve imponenza, in fondo, un po’ riflette il carattere dei piemontesi.

Museo

e

chiaroscuro

mostra

fusi

nel

Il Museo del Cinema accoglie le mostre attraverso una fusione che le rende parte integrante del percorso museale, un continuum omogeneo con il contesto ospitante.

Prima di parlare del museo è bene raccontare in due parole la storia, possiamo dire piuttosto travagliata, del simbolo, o di uno dei più significativi simboli, della città di Torino*. L’aggettivo svela il nome del suo costruttore, il novarese Alessandro Antonelli**, che venne incaricato dalla comunità ebraica di Torino, nel 1862, di costruire un’imponente sinagoga, che non venne finita perché la comunità giudaica torinese si rese conto di non poter finanziare un’impresa architettonica così ardita. Il comune di Torino l’acquistò, poco tempo dopo, per terminarla e dedicarla al re, Vittorio Emanuele II. Antonelli decise, per farne opera degna di un sovrano, di modificare il progetto originale, alzando la metratura sino a raggiungere i 167 metri d’altezza. L’edificio fu terminato nel 1889.

Premetto che non sono un’amante del cinema, né conosco a fondo l’argomento, per me il MNC è essenzialmente: lanterne magiche, le adoro; le vecchie macchine fotografiche; i film muti; la meravigliosa Cabiria, che ti attende dietro il simulacro dorato; le fotografie in bianco e nero di dive e divi d’altri tempi. Il fascino e la magia di un mondo perduto, l’allure di donne e di uomini irresistibili e misteriosi, così difficili da trovare nel liquame contemporaneo. “Ah, già” ho scordato il letto rosso a cortine dedicato ai baci del cinema; io mi ricordavo immagini in bianco e nero e passione alla Casablanca, quegli amori d’altri tempi di cui siamo ancora tutti alla ricerca, aspettando Godot, e mi ritrovo Ultimo tango a Parigi, che d’amore “a ben poco”. Nulla a ridire sul film, con buona probabilità l’abbiamo visto tutti, ma, siccome, la mostra è di richiamo soprattutto per i fanciulli (infatti, il pubblico under 10 era assai numeroso), che nel lettone si buttano a pesce, sarebbe, forse, stato meglio scegliere sequenze di baci in bianco e nero, meno dirette e più adatte. Non è per morale, probabilmente per questioni

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anagrafiche della sottoscritta, ma il sogno va bene a tutte l’età, per la concretezza materiale c’è sempre tempo, in un altro momento. Poi, volete mettere: Ingrid Bergman e Humphrey Bogart sono insuperabili (lo so, direte “due pirla al cubo” perché scelgono la fuga alla complessità dell’incognita futuro, però, chi non avrebbe voluto girare questa scena…). Evitando di perdermi sotto i fuochi nemici riprendo il filo, dunque, l’ampia sala al pianterreno è il fulcro, “il tempio”, da cui si entra e si esce dall’ambulacro circolare interno, dove sono racchiusi mini ambienti a soggetto, che nascondono stanze tematiche con curiosità e proiezioni tutte da assaporare. Da qui si ha il primo incontro con la mostra di Schneider***, una porta gialla con la sagoma di Wile E. Coyote all’inseguimento di Road Runner, alias Beep Beep, imprendibile pennuto chiodo fisso del più iellato protagonista dei cartoon in senso assoluto, come non parteggiare per lui? Poi salendo in un percorso circolare, come a seguire il filo narrativo di una colonna coclide in ascesa: locandine, manifesti, materiali pubblicitari, disegni, schizzi, cels**** di tutti i personaggi creati dalle immaginifiche menti dei professionisti della Warner Bros, entro un arco di tempo ristretto, dagli anni ’30 sino alla fine degli anni ’60. Parlare di Wile E. Coyote, Bugs Bunny, Titti&Silvestro, Speedy Gonzales, Duffy Duck and co. è superfluo, li conosciamo proprio tutti, però, non così da vicino.

Non storie, ma protagonisti dietro le quinte. Quando guardavamo, o guardiamo ancora i cartoni, storie brevi di immagini animate, non ci soffermiamo mai sul lavoro di realizzazione e sulla straordinaria bravura di artisti d’altri tempi, dotati di un saper fare e di una manualità che è dono, oltre la comodità degli strumenti informatici, che molto appiattiscono l’eccellenza del genio. Mi sono persa a lungo seguendo i tratti a matita di questi disegni, uno, poi, in particolare, mi ha incuriosito, una chicca, la rappresentazione dei protagonisti del secondo conflitto mondiale nella veste di colombelle di pace, un sarcasmo tutto da gustare. La bellezza di questi disegni vale una visita, come il Museo, cucito addosso al pubblico più giovane, che è libero di muoversi, di toccare, di sentirsi protagonista della scena di un film, vivendo le ambientazioni dei set ricostruiti (ad esempio il caffè chantant, la navicella spaziale degli alieni, il salotto della nonna, la scrivania del regista…). Naturalmente questo è un tempio per gli amanti del cinema, lo so, perdonatemi, dunque, cinefili appassionati se io mi perdo dietro la staticità di una fotografia o rimango estatica davanti allo spettacolo di una lanterna magica ma sono archeologicamente arcaica, seppure, anche io, ho i miei cult movie a cui non posso rinunciare, magari un po’ datati…, ma è peccato veniale.

I disegni sono straordinarie opere d’arte. La maestria della mano del disegnatore e le linee nette frammiste a tratti lievi, leggeri, quasi impercettibili, in colori più accesi, per creare il movimento veloce in un disegno statico a matita sono fantastiche. Personaggi nudi, nella loro essenza grafica, arricchiti da tocchi di colore per evidenziare un focus, si alternano alle locandine e ai manifesti, dove fanno bella mostra di sé nella loro veste pubblica.

Sito Ufficiale www.museonazionaledelcinema.it

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Bugs, Daffy, Silvestro & Co. I cartoni animati della Warner Bros” a cura di Steve Schneider 23 febbraio - 27 maggio 2012 Museo Nazionale del Cinema Mole Antonelliana Via Montebello 20 Torino 011/8138560/561

*www.museonazionaledelcinema.it/mole.php, http://www.comune.torino.it/canaleturismo/it/c uriosare/mole.htm e http://it.wikipedia.org/wiki/Mole_Antonelliana **http://www.comune.maggiora.no.it/luogo/ant onelli.aspx ***http://www.moma.org/docs/press_archives/ 6201/releases/MOMA_1985_0055_55.pdf?20 10 http://www.museonazionaledelcinema.it/close up.php?id=422 http://www.museonazionaledelcinema.org/pdf /comunicati/Cartella_stampa_COMPLETA_W arner.pdf . La mostra è formata da pezzi provenienti dalla collezione privata di Steve Schneider, già esposta al MoMa di New York, arricchita e completata da 48 pezzi in tema, manifesti e materiali pubblicitari, di proprietà del Museo Nazionale del Cinema di Torino ****Per chi non lo sapesse, fogli di acetato, lucidi https://www.facebook.com/pages/museonazionale-del-cinema-di-torino/47706442706

Il battito animale Questa è un estate decisamente umida, la saggezza contadina non sbaglia mai, più la Pasqua si avvicina a San Marco (25 aprile, n.d.s.) peggiore sarà la stagione del raccolto: infatti acqua, acqua e ancora acqua.

nostrane, si spalmano a macchia d’olio in tutte le micro e macro località del Bel Paese. Ici, per gentile concessione d’accompagnamento (non si tratta propriamente di invalidi, tanto per chiarire ed evitarci una possibile verifica post scure da tagli per il bene dell’italica nazione), mi ritrovo ad ascoltare Raf, all’anagrafe (banale lo so, ma a me fa tanto vetusto ufficio anagrafe da piccoli comuni) Raffaele Riefoli, ah i bei tempi in cui non serviva crearsi un nome d’arte astruso, e spesso complicato da ricordare, per riuscire a suscitare un qualche interesse da parte del pubblico. Non è propriamente un cantante che posso definire nelle “mie corde” ma, in fondo, ascoltare dal vivo, espressione che mi fa sempre un certo effetto, perché su cd, mp3 o altra diavoleria mica significa forzatamente (tutto dipende, appunto, dalla situazione anagrafica in corso) ascoltare una voce dall’Aldilà; comunque, per riprendere il “bandolo della matassa”, l’ascolto dal vivo è sempre un’esperienza che chiarisce molto sulle qualità e sulla professionalità degli artisti in essere. Non mi addentro di certo a valutare a livello tecnico, vocale e stilistico il nostro over 50 (seppure di poco, sempre over è), non ne ho le competenze e sarebbe una critica più legata al gusto personale, per cui la eviterò. Per dovere di cronaca va riportato che la voce di certo c’è ancora e il repertorio attraversa un po’ tutta la sua vasta discografia, da Self Control, zona maranza anni ’80, con spalline imbottite in numero tale da potersi definire quantomeno imbarazzante, ciuffi laccati con tanto di pallini bianco lacca (chi è del periodo saprà esattamente a quali due marche nello specifico mi riferisco, perché l’effetto orrido palline appese per li bianco natale è indimenticabile) a sfidare altezze da capogiro e abbigliamento che definire orripilante è atto di gentilezza (e dire che oggi è ricopiato, in peggio, e ci si ritrova una frotta di ragazzini che “rompono i ponti” con i loro genitori diventandone in realtà una copia imbruttita, con una riduzione delle idee che è più che esponenziale, ma, in fondo, “al peggio non

“La pioggia nel pineto” non ferma però i consueti concerti estivi. Seppure costretti a singing in the rain le ugole d’oro, veraci e by Barbara Saccagno (articles and photos) 30


My Signatur on Wi-Mee c’è mai fine”, dice il proverbio), ai suoi ultimi successi “…E' stato bello seguirti, rimanerti vicino/ anche solo per lo spazio di un mattino… ”. Una lunga carriera, segnata dal progressivo diradarsi del crine folto giovanile, e canzoni tutte, o quasi, diffusamente note e sentite spesso passare in radio, mentre si è costretti a lunghe percorrenze in auto. Chiusa la nota, quello che più mi ha lasciata diciamo pure interdetta è l’allestimento scenografico, certo consideriamo pure: A nelle location minori non si hanno le stesse scenografie di teatri o grandi stadi, sia pure; B sono fondamentalmente propensa alla semplicità e alla purezza formale, meno orpelli ci sono e più si evidenziano la performance musicale e il carisma dell’artista, ma c’è modo e modo di essere semplici; C nulla a ridire sul “fai da te”, a volte è decisamente meglio di prodotti seriali di grandi agenzie che propongono sempre le medesime cose; ma, qui, non trattandosi di un piccolo e semisconosciuto artista da produzione indipendente un po’ più di impegno lo si poteva mettere. Vero, mi direte voi, almeno abbi la cortezza di dirci di cosa si tratta. Avete ragione, dunque il palco era spoglio, e qui nulla a ridire, però le immagini proposte sul maxi schermo, ecco, su queste, qualcosa da dire l’avrei. Non era più semplice il nulla, o qualche passaggio dei video ufficiali, al posto della sequenza in loop di tristissime immagini grafiche elaborate a computer che ricordano tanto i videogiochi periodo pack man o elaborazioni casalinghe fai da te di giovanissimi inesperti? Risoluzione bassa a linee rigide di pixel, fra fuochi, cuori, nuvole, palloncini e pallini (fuochi d’artificio?) su sfondo nero, effetto videogame portatili in schermo in bianco e nero. Passi la nostalgia per gli anni ’80, il tenore romantico dei testi, una linea sognante adatta ai cuori infranti femminili di ogni età, ma non si poteva fare di meglio? Mi dicono esperti informati dei fatti che par ci sia un deciso ritorno all’archeo grafica digitale, sarà ma queste immagini da diario delle dediche di infantile memoria le reputo notevolmente tristi.

Insomma passi “per l’amor che move il sole e l’altre stelle” in tutte le salse, vada per il retrò, però, suvvia un po’ più di impegno ce lo possiamo mettere la prossima volta per avvilire meno la resa scenografica? Non è una pretesa sia chiaro, ma un inutile e non richiesto suggerimento. Sito Ufficiale http://www.raf.it/

Volandia, un volo sulle ali di fantasia, dai primi mezzi arerei allo spazio Welcom on board, un viaggio ad alta quota attraverso la storia del volo, dal cielo allo spazio passeggiando all’interno delle “ex Officine Caproni”. Un museo pensato ed immaginato per i più piccini: aerei, elicotteri, spazi gioco, didattica e libertà di movimento.

Entrando a Volandia si fa un tuffo nel tempo, ci si ritrova immersi nel periodo di massimo splendore dell’industria italiana, progresso, economia e produzione su larga scala. Una cartolina del secolo scorso, oggi talmente lontana da essere solo uno sbiadito ricordo. Le “ex Officine”* sono un classico esempio di archeologia industriale del Novecento, un lungo spazio centrale aperto con ai lati due corpi di fabbrica paralleli ad ospitare i vari reparti operativi.

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L’allestimento museale ha lasciato praticamente intatta l’architettura originaria, creando una sorta di continuum spazio temporale fra l’economia produttiva e quella della cultura, che sono, poi in fondo, due facce della stessa medaglia. Un omaggio ai distretti industriali italiani, peculiarità produttive riflesso di una cultura e di un know how territoriale che tutto il mondo ci invidia e che noi abbiamo scelto di abbandonare e di cristallizzare in musei che hanno il pregio di mostrarci la grandeur italiana del passato. Il museo è sicuramente realizzato a misura di bambino, un ampio parco giochi all’aperto, dove possono vedere gli aerei di Malpensa alzarsi o abbassarsi in volo, e una grande ludoteca dove poter giocare liberamente o partecipare alle attività didattiche proposte. Per i più grandi è possibile divertirsi con una serie di simulatori di volo per provare l’ebbrezza di diventare piloti per un attimo. Accanto all’area giochi una luminosa biblioteca tematica, con archivio e sala convegni, che riserva ai bambini un loro spazio con ampie poltroncine blu-azzurre. Superato il check in m’imbarco nella visita: allacciate le cinture. Si parte.

Fly zone Salgo i gradini della scaletta che porta al piano superiore, scosto le tende ed eccomi sull’ambulacro ad anello soprastante la sala centrale, do uno sguardo a volo d’uccello sui mezzi esposti in basso e mi faccio incuriosire dai grandi cerchi esposti nel lato breve del corridoio, creati con materiali eterogenei. Scopro, avvicinandomi, che si tratta di “Cosmogonie”, un progetto culturale interdisciplinare a cura di Michele Caldarelli per esplorare l’universo e le sue meraviglie attraverso l’avvicinamento e la contaminazione delle discipline scientifiche a quelle umanistiche. Osservo le installazioni artistiche di Paolo Barlusconi (non è un errore di battitura, vi assicuro, n.d.s.)** con un po’ di disincanto, preferisco le frasi che le accompagnano, il messaggio scritto a mio avviso è più potente ed interessante di quello visivo.

Prima di scendere ed entrare a visitare le sale decido che per trovare il giusto approccio a questo tipo di museo, poco incline ai miei “gusti”, devo affrontare la visita come farebbe un bambino, lasciandomi trasportare dalla mia immaginazione e, così, eccomi catapultata nei primi anni del ‘900. Il Manifesto Futurista mi sovviene alla mente, la velocità, le sfide, le nuove frontiere da conquistare, la belle epoque e la guerra come rimedio per cancellare l’antico a favore della modernità. I fratelli Wright e la loro follia, il cielo raggiunto con ali artificiali. Fra abiti lunghi e ombrellini parasole passo dalla prima guerra mondiale alla seconda. Aerei equipaggiati per conquistare il mondo, Casablanca sullo sfondo, i telefoni bianchi e i regimi totalitari si mescolano nel mio cervello mentre percorro le sale guardando gli aerei, i disegni tecnici e le fotografie in bianco e nero. Il dramma e poi la sigla di Radio Londra, i famosi quattro colpi di tamburo, i grammofoni dall’ampio fiore e la puntina graffiante, “Les sanglots longs des violons de l'automne”, il messaggio in codice tratto dalla poesia Chanson d'automne di Paule Verlaine, i bombardamenti aerei, l’Istituto Luce e finalmente la Liberazione, “la guerra è finita”. Percorro le sale come la protagonista di un film in bianco e nero, dalle officine, al sole del deserto, sino al buio della sala che ricostruisce un idrovolante mollemente appoggiato sull’acqua. Attorno copie della Domenica del Corriere, strumenti di volo del passato e il racconto dell’impresa di Geo Chavez***. Il mistero, la magia del volo e la conquista del cielo si ritrovano in queste tre sale, solo la Luna rimaneva ancora un territorio vergine da conquistare, ma solo per poco. Nel corridoio sopraelevato la “Galleria degli eroi”, una serie di ritratti dei precursori dell’aviazione nella storia. Guardando i quadri fotografici appesi mi pare di essere in un mausoleo alla memoria che intristisce più che attrarre, non si sentono le voci animate, non ci si sofferma, eccetto davanti ai vecchi filmati. Peccato, perché la storia del volo è l’esempio di una conquista oltre l’umano immaginabile.

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Le sirene della contraerea hanno smesso di suonare , si entra ora nell’area dedicata agli elicotteri e agli aerei militari più moderni. In uno degli aerei militari esposti è possibile entrare, e allora “Good Morning Vietnam”, si passa alle guerre degli anni ’60, ad un nuovo tipo di colonialismo; “ma sei proprio tu John Wayne?”, “no, preferisco formalmente the age of Aquarius e poi mi è sempre stato “sulle 23”, come direbbe mia madre” mi verrebbe da rispondere. Gli ampi saloni di questo opificio lasciano ai bambini la libertà di correre di qua e di là per vedere da vicino aerei ed elicotteri e ai grandi, soprattutto quelli della fascia d’età che possono dire “sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo”, di avvicinarsi con una sottile eccitazione alle lamiere per guardare da vicino la plancia di controllo, con tutta la strumentazione di volo che vorrebbero tanto avere nel cruscotto della loro autovettura. Prima di andare alla conquista degli abissi astrali si può ammirare il “convertiplano”, nome a me ignoto sino ad oggi, l’ibridazione fra aereo ed elicottero, un mix elaborato dalla AgustaWestland. Si percorre un tunnel buio, con luci al pavimento che dovrebbero riprodurre una pista d’atterraggio nella notte, a me ricorda serate da privé in discoteca, ma altri tempi, altri racconti. Dal buio si passa ad un avvolgente bianco totale, effetto interno boiler. Sulle pareti il design progettuale e al centro solitario e brillante il “convertiplano b a 609”. Sicuramente d’effetto. Ed ora dal passato al presente non resta che il futuro, l’ultimo padiglione appena inaugurato: lo spazio. Qui si gioca sull’effetto buio e luce soffusa sul giallo, per riprendere l’idea dell’universo. Fra video, fotografie, il planetario, la ricostruzione della sonda Spirit su Marte e del sistema solare, installazioni artistiche con tema lo spazio e i proiezioni video è di certo, per me, la meno interessante. Non per i piccoli che si divertono a scoprire in modo ludico la scienza. And now il volo è terminato, si ritorna alla base; anche se a veder partire tutti quelli

aerei da Malpensa verrebbe voglia di andare lontano, magari ad Oriente, ma non oggi. “Ogni cosa a suo tempo”, concluse la Ragazza del Secolo Scorso.

Sito Ufficiale http://www.volandia.it/ Volandia – Parco e Museo del Volo Via per Tornavento, 15 21019 Case Nuove - Somma Lombardo (VA) Info line 0331.230.007 info@volandia.it *Per saperne di più http://www.ams.vr.it/Progetto_Caproni/Capro ni_dx.htm **”Cosmogonie”, progetto di Michele Caldarelli, installazioni artistiche di Paolo Barlusconi, visitabile dal 04 giugno al 03 luglio 2011 http://www.caldarelli.it/cosmogonie.htm , le opere in mostra, e relative didascalie a corredo, sono visibili http://www.caldarelli.it/cosmogonie/opere.htm ***Per saperne di più http://www.amossola.it/MuseiOssola/index.ph p/Interreg-Geo-Chavez.html

Wildlife Photographer Of The Year Si è chiusa il 01 maggio 2011 al Forte di Bard l’esposizione fotografica Wildlife photographer of the year con le immagini vincitrici del prestigioso concorso annuale indetto dal Natural History Museum di Londra, in collaborazione con Bbc Wildlife Magazine.

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Il Forte di Bard ha avuto la fortuna di ospitare una delle tappe del tour mondiale di questo prestigiosissimo concorso fotografico internazionale, dedicato alla natura in tutte le sue forme, flora, fauna e rapporto conflittuale uomo/natura. Confesso pubblicamente che non lo conoscevo, mi perdonino gli estimatori e i professionisti, ma, grazie ad una fortuita occasione, ho avuto il piacere della scoperta e non ho resistito. La locandina è decisamente invitante: un buffa tartaruga gigante avanza poderosa su un “pavimento” di sabbia bianca lucente, con due grandi occhi scuri, che puntano diretti verso l’osservatore, invita a seguirla, mentre mostra, così a me è sembrato, vezzosa come una mannequin la parte superiore del suo carapace, tutto ondulato come una vaporosa gonna orlata di balze. Scegliere il giorno di chiusura non è mai ottimale, per esperienza pregressa dovrei esserne consapevole ed evitare il pienone del pubblico dell’ultima ora, ma il caso ha voluto che mi trovassi qui proprio il 01 maggio, la festa dei lavoratori, così ho preso al volo “l’ultimo treno”.Mi piace la fotografia ma riconosco la mia assoluta ignoranza in materia, mi sono lasciata trascinare dalle sensazioni che le immagini hanno suscitato nella mia mente, senza poter dare giudizi tecnico/artistici di sorta. L’ala del Forte che ospita la lunga sequenza di fotografie è un po’ angusta, si passa da sale con luce più piena al quasi buio del corridoio centrale, che porta verso l’uscita, l’effetto luce/penombra crea una piacevole atmosfera sospesa. L’unica pecca è lo spazio, piccolo, ridotto anche dai pannelli espositivi aggiuntivi che limitano la superficie a disposizione, non è facile osservare con calma e appieno le fotografie né è sempre comodo leggere le didascalie, ma l’horror vacui è, ormai, quasi una costante delle mostre temporanee. Le fotografie sono eccezionali, una sorta di viaggio virtuale intorno al mondo e allo straordinario spettacolo della natura. In alcune foto si nota la somiglianza fra l’animale e l’uomo, o meglio, ci ricorda come l’uomo è un animale, dei peggiori per giunta. Su uno splendido panorama due scimmie,

madre e figlio abbracciati di spalle in un silenzio irreale, guardano tramontare non solo il sole ma forse il loro futuro, la civiltà, ma può dirsi poi civiltà?, avanza e la natura arretra; civette si muovono quasi a ritmo di danza, in un corteggiamento da balera; un piccolo tarsio sembra chiederti, sorpreso nella sua intimità, “ma tu che vuoi?”. Alcuni scatti sconvolgono per le architetture fantastiche che immortalano; animali e ambienti creano forme e disegni artistici quasi irreali, le razze sembrano un arazzo intessuto di filati preziosi, il bosco diventa magico, con un sapore di medioevo mistico, lamantini visti a volo d’uccello sembrano piccole imbarcazioni di pescatori che ritornano al porto, i conigli parigini piccole utilitarie che sfrecciano nel traffico al ritorno da una giornata di lavoro. Il bianco e nero è per me, retrò nel Dna, la perfezione assoluta della fotografia. L’assenza degli effetti di colore lascia solo al chiaro/scuro il compito di mettere in risalto i particolari, tutto appare più affascinante e intrigante. Il tempo si cancella cristallizzando l’immagine nell’assoluto, è la sezione che ho più apprezzato ma sono solo suggestioni personali, nulla più. Le popolazioni che le civiltà moderne definiscono “selvagge” temevano la fotografia perché ritenevano rubasse l’anima, in fondo, guardando questi scatti non si può non essere concordi. Attraverso le immagini si cattura l’essenza vitale di un attimo che racchiude un mondo e una vita intera, uno scatto per raccontare una storia ancestrale che così non ha una fine, fissata indelebilmente nello spazio e nel tempo si mostra senza pudori o difese alcune. Il bello e il brutto, come le immagini crude della sezione One Earth Award che raccontano le terribili ferite che l’uomo continua a infliggere all’ambiente, si amplificano, si plasmano, si trasformano. Una raccolta di frammenti dal globo, tanti singoli fotogrammi parte di un unico film sulla straordinarietà del quotidiano che non sappiamo cogliere né apprezzare se non ci è forzatamente mostrata da occhi estranei.

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My Signatur on Wi-Mee Sito Ufficiale http://www.fortedibard.it/mostre/mostre/wildlif e-photographer-year-2010-forte-di-bard Forte di Bard Mostra chiusa il 01 maggio 2011 Cantine e Deambulatorio dell’Opera di Carlo Alberto

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