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Baol vol. 3 - Riportando tutto a casa - le radici, il viaggio, la musica

LA CASA SULL’ALBERO

1993 Mi chiamo Said Ben Jamal. Il mio nome in arabo significa felice, benedetto dalla sorte. Se qualcuno mi chiedesse se nella mia vita lo sono stato, io risponderei di sì. La mia fortuna sta nell’essere un sopravvissuto:a differenza di mio padre e di molti dei miei fratelli, io posso dire di essere vivo. Sono nato in Algeria, il 6 settembre 1942 durante l’occupazione francese, ultimo di 7 fratelli e 4 sorelle. I miei genitori avevano un negozio di tappeti alla periferia di Algeri, molti dei miei fratelli e sorelle erano già sposati ma ogni volta che tornavano a trovarci portavano a noi fratelli più piccoli tanti bellissimi regali. Il più bello che ricordo, è un violino regalatomi da mia sorella Farah, il giorno del mio 12° compleanno. Proprio in quell’anno ero entrato al Conservatorio musicale di Algeri. In famiglia erano molto contenti perché quasi tutti, oltre a me ma in particolare mio padre e Farah avevano una forte passione per la musica.

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Nel retro del negozio mio padre custodiva un vecchio pianoforte. Ogni giorno alla fine della giornata seduto con me e Farah sulle ginocchia suonava Bach. Potete immaginare per me cosa volesse dire possedere un violino nuovo di zecca. Mi disse che quello strumento veniva da Parigi (a lei lo aveva portato un ufficiale francese) e che dovevo fare molta attenzione. Nella confezione un biglietto con la sua calligrafia tondeggiante: Senza la musica la vita sarebbe un errore. F. Nietzsche. “Chi è? Chi è F. Nietzsche? Un violinista?” le chiesi io. “Oh, adesso non ha importanza, Said.” Prima di darmi quel regalo Farah mi disse una cosa bellissima a cui penso spesso tuttora. Questo non è un regalo come quello dell’anno scorso o degli anni passati:non centra con la musica, o meglio centra poco. Meno di quanto possa sembrare. Io non capivo. Quello era uno strumento e io ero al primo anno di conservatorio, tra le due cose non poteva esserci nesso più stretto. Dandomi quel regalo Farah mi disse una cosa bellissima a cui penso spesso tuttora. “Questo violino non è solo uno strumento affinché tu possa diventare il più bravo. Promettimi che lo custodirai con tutto la cura di cui sei capace. Promettimi che sarà il tuo compagno di vita:quando qualcosa ti preoccupa và fuori in giardino , o su un’altura, o in un angolo a seconda di dove ti troverai e suona. Suona e tutto tornerà a posto. Quando sarai triste, o spaventato, o troppo felice o tanto allegro. Quando ti sentirai solo. Ricordalo, Sa ‘id. Suona e tutto tornerà a posto.” Farah non tornò più a casa dopo quel giorno. Dopo essersi diplomata in pianoforte al Conservatorio di Algeri si sposò con l’ufficiale francese e andò a vivere a Parigi. Da allora non avemmo più sue notizie. Nell’inverno del 1954 scoppiò la guerra. Molti dei miei fratelli andarono a combattere al fianco dei ribelli nel FLN (Fronte di Liberazione Nazionale); gli altri, quelli più giovani, perirono sotto le bombe. Rimanemmo io, i miei genitori e le mie 3 sorelle. Vivevamo nel negozio di tappeti, e non uscivamo per paura di essere uccisi. La nostra casa, la nostra bellissima casa non c’era più. Il nostro giardino, il nostro orto erano solo sterpaglia bruciata. Neanche la casetta sull’albero e le altalene c’erano più. Del nostro salone, della stanza dei giochi non era rimasto che un cumulo di macerie. Se c’è un qualcosa di bello che ricordo, in mezzo a tutto quel dolore è proprio mio padre che suona Bach e noi seduti in cerchio che lo ascoltiamo. Un attimo di paradiso in mezzo ad una vita di inferno. Con il passare del tempo i viveri scarseggiavano: servivano pane, acqua, latte. Una notte io e mio padre dopo settimane decidemmo di uscire.

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Mentre tornavamo a casa ribelli cominciarono a sparare. L’unica cosa che ricordo di quella sera è la voce di mio padre: corri, corri, corri… Ad un tratto ricordo che non la sentii più come non sentii più il rumore dei suoi passi dietro di me. Solo un filo di voce: ascolta Bach, lui non ti lascerà. Tornai a casa da solo, e suonai il mio violino fino all’alba. Un anno prima della fine della guerra io mia madre e le mie sorelle emigrammo in Francia, a Lione. Le mie sorelle si sposarono, io ripresi a frequentare la scuola e il Conservatorio dove mi diplomai a pieni voti. Tenni sempre con me il violino che mi aveva regalato Farah come per rimanere in un qualche modo legato al passato, alla vita felice di un tempo. Mia sorella mi mancava moltissimo. Ci pensavo ogni giorno più spesso, mi chiedevo dove fosse, se avesse avuto dei bambini, se lei fosse ancora viva. Volevo andare a Parigi a cercarla. Ma dovevo studiare, dovevo lavorare, non potevo abbandonare mia madre che stava diventando anziana e dovevo prendermi cura di lei. Suonavo sempre più di rado il violino di Farah: man mano che il tempo passava quello strumento non faceva che rievocare avvenimenti che man mano che crescevo ero sempre più desideroso di rimuovere. Il passato, e i drammi della vita in Algeria ebbero la meglio persino sulla mia passione per la musica, così smisi di suonare. Quindi presi il violino e lo chiusi nella sua scatola. La nascosi nel ripostiglio e la coprii con un telo. Non toccai quella scatola per più di 20 anni. Mi trasferii a Parigi, la città degli artisti, dove lavorai in una pasticceria ai quartieri latini. Il proprietario me la lasciò in gestione quando si trasferì in America. La pasticceria Gourmandises Parisiennes è stata la mia unica fonte di reddito fino a 5 anni fa quando un ristorante giapponese ha preso il suo posto, “rubandomi” prima la clientela poi il locale che fui costretto a lasciare. Ho voluto molto bene a questa pasticceria: grazie ad essa mi sono potuto sposare, divorziare e mandare mia figlia a studiare a Marsiglia. Nonostante la mia vita avesse preso una piega decisamente migliore del previsto, non ho mai smesso di pensare a mia sorella Farah. Né a lei né al violino. Anche quando mia madre morì e il suo appartamento fu liberato mi rifiutai di buttare quella scatola, anzi la presi io stesso e la tenni con me. Senza mai aprirla. 2002 Ho 60 anni e vivo ancora a Parigi. La musica, la mia ragione di vita, scrigno di quasi tutti i miei ricordi felici chiusa in uno scatolone con del nastro adesivo. Accanto a me solo il mio vecchio gatto Frederick (Chopin) e il mio cane Bach; la loro compagnia mi è molto cara, allieta la mia malinconia e i miei sensi di colpa, la mia testa, il mio cuore, i miei ricordi. Poi guardo le foto. Ci siamo tutti, mia madre, mio padre, i miei fratelli e le mie sorelle: siamo fuori nel nostro orticello, io sono appoggiato ad un albero - su quello stesso albero due estati dopo avremmo costruito la nostra casetta - e do la mano a Farah, che ha in braccio mia sorella Hamira, più grande di me di due anni. 3


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2006 Qualche giorno fa controllando la posta mi è capitata tra le mani una busta. All’interno una calligrafia che conosco, che ricordo ancora dopo tanto tempo. “Ciao Sa’id. Come stai? Ho saputo che vivi a Parigi, che hai una figlia e che fino a poco tempo lavoravi in una pasticceria. Me lo ha detto nostra sorella Hamira che vive a Lione. Ho saputo della mamma. Del babbo e dei nostri fratelli. Non sai quanto dolore che provo tuttora. Perché non mi hai cercato? Mi sei mancato molto e vorrei tanto vederti. Anche la mia vita non è stata tutta rose e fiori. Sono diventata una pianista e ho viaggiato in tutto il mondo. Ti sei mai sentito a casa a Lione? La Francia non è mai stata la mia casa. Se qualcuno mi dice casa io penso all’Algeria. Stati uniti, Cina, Germania, Inghilterra ,Messico, Canada. Adesso vivo a Ginevra in una casa vicino al lago. Mi sono sposata due volte e ora sono rimasta vedova. Ho 3 splendidi figli una nipotina di 8 anni di nome Emma e un altro in arrivo. Si chiamerà David. Io spero che venga biondo con gli occhi blu come il suo papà ma soprattutto che sia un bambino sano. E che sia felice e che abbia un’infanzia serena, come quella che ho avuto io. Ricordo il babbo che suona Bach, mentre io volevo suonasse il lago dei cigni. Tu ed io seduti sulle sue ginocchia. La mamma che ci chiama perché è pronta la cena. La nostra altalena e la casa sull’albero. Le nostre sorelle che ricamano e i nostri fratelli che giocano a palla. I cugini che ci insegnano a pescare. L’ora della preghiera con le ginocchia sbucciate. Sono vecchia, ma mi ricordo tutto. Ho portato con me alcune foto della mamma, in una ci sei anche tu appena nato. Quanto mi manchi, caro fratello. Ti ricordi del mio regalo, dell’ultimo regalo che ti ho fatto? Il violino? Ce l’hai ancora? L’hai suonato qualche volta? Non passa giorno che tu non sei nella mia mente. Mi domando solo: riuscirò ad abbracciarti, a guardarti negli occhi ancora una volta in questo poco tempo che mi resta? Non voglio che non averti rivisto sia il mio rimpianto. L’ennesimo. Ti abbraccio Farah Potreste immaginare la mia faccia ma non il numero di battiti del mio cuore. Farah non mi aveva dimenticato, ricordava ogni singolo particolare della nostra vita in Algeria. Soprattutto si ricordava del violino. Ero io che invece volevo dimenticarmene. Davanti a quel violino era come se tutta la mia vita in Algeria, tutti i ricordi avessero automaticamente preso vita e si fossero incarnati in dei volti, quello di Farah, quello di mio padre, quelli dei miei fratelli. Alla lettera mia sorella aveva allegato un pacchettino contenente un’audiocassetta con tutte le musiche de “Il Lago dei Cigni” di Tchaikosvkji, la sua opera preferita. 4


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Più di tutto, più delle svariate somiglianze caratteriali, una cosa che aveva da sempre unito me e Farah era lo smisurato amore per la musica classica. Io ho sempre voluto bene a tutti i miei fratelli ma con lei c’era un legame più forte, speciale. Decisi che le avrei risposto. Farah, non sai che piacere ricevere la tua lettera! Mi hai chiesto del violino, ce l’ho ancora ma non lo tocco da anni. Mi ricorda il passato, che è una ferita ancora aperta. Prima di partire l’ultima cosa che mi hai detto è stata: “suona e tutto tornerà a posto”. Io non ci ho mai creduto davvero. Io volevo che tu tornassi, che TU mi sentissi suonare dal vivo. Perché sei partita senza salutarmi? Mi domando perché mi cerchi soltanto adesso. Al funerale della mamma non c’eri. Non prendere come un rimprovero queste mie parole. Io ti voglio bene, anche se te ne sei andata. Mi hai chiesto se mi fossi mai sentito a casa a Lione, o qui a Parigi. No Farah. La mia casa non è questa e non lo è mai stata. La mia casa eravate voi, era la mia famiglia, tutta intera. Da quando tu sei partita, io non mi sonopiù sentito a casa da nessuna parte. Tu mi hai insegnato tutto: l’arte, la musica, la poesia, la bellezza le ho imparate da te. Mi hai letto le favole, mi hai consolato quando piangevo, ridevi con me durante l’ora della preghiera, mi hai promesso che da grandi insieme avremmo girato il mondo. Avremmo noleggiato una canoa e poi delle maschere e dei tubi per la pesca subacquea. Saremmo andati sulla neve, avremmo imparato a sciare e a fare il gelato. Tutto questo dopo la fine della guerra. Ma tu non c’eri già più. Tu mi hai insegnato a vestirmi da solo, ad arrampicarmi sugli alberi, mi hai dato l’affetto di una sorella, di una sorella VERA come sei stata tu per me. Penso a Mozart e a Bach, a Schubert e a Listz. Ricordo le tue dita che li riportavano in vita, sento ancora le tue mani scorrere sul pianoforte del retrobottega. Ho ascoltato l’audiocassetta che mi hai mandato. Avevi ragione, è un’opera bellissima: la traccia che più mi piace è la Danza della fata Confetto. Vorrei avere più spesso tue notizie, ma soprattutto vorrei avere delle risposte. Perché te ne sei andata? Perché ci hai abbandonato per così tanto tempo? Tuo fratello Said. La risposta di Farah arrivò puntuale una settimana più tardi. Caro fratello, devo raccontarti una storia. Tu mi conosci: da sempre la mia ambizione , il mio voler essere sempre la migliore sono stati per me fonte di croce e delizia. Il cambiamento del nostro paese mi faceva paura. Volevo scappare e lasciarmi tutto alle spalle. Andare per la mia strada senza guardare altrove, senza preoccuparmi per chi, invece, restava. 5


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Non mi importava dove, né come, né con chi. Mi interessava soltanto andare via. Volevo portarti con me ma tu eri troppo piccolo e io non sono più tornata. Forse non ne ho avuto il coraggio, in tutti questi anni. Sono stata una codarda. Io volevo la mia vita di sempre, volevo una vita comoda e serena, felice e tranquilla, sempre. Non sopportavo le tradizioni, odiavo il modo di vivere delle donne in Algeria. Non volevo portare il velo, non volevo pregare per un dio insensibile e inesistente. Volevo diventare una pianista, volevo diventare ricca e gestirmi da sola, senza per forza dover dipendere da qualcuno. Volevo sposare qualcuno che amavo e fare un matrimonio d’amore e non di convenienza. Volevo essere me stessa e il mio paese mi stava stretto. In Algeria allora a nessuna donna era consentito diventare una pianista e guadagnare più di un uomo. Sono partita con il miraggio di una vita fantastica, da favola, dove tutto sarebbe stato bello e io sarei stata sempre felice. Tra i tanti errori che ho commesso questo è senza dubbio il più grande. Allora non riuscivo a capire che io e il mio paese eravamo nella stessa barca: entrambi volevamo essere liberi, smettere di prendere ordini dall’alto. In quel periodo mi sarei dovuta sentire più algerina che mai. Invece mi sentivo come una vagabonda che non sa dove andare, a cui però va bene qualsiasi posto. Per anni mi sono vergognata delle mie origini, del mio paese. Ora invece ne vado fiera. Voglio vederlo con i miei occhi il cambiamento, voglio toccarlo con mano. Solo ora capisco quanto sia stata importante per la nostra terra la conquista dell’indipendenza. Quanto contino la libertà di stampa e la libertà di pensiero, quanto meritino rispetto i diritti umani e il coraggio di un’intera nazione. Solo adesso comprendo il senso di quei tumulti, il sacrificio di tante vite spezzate. Me ne accorgo solo ora che vivo in un paese libero da qualsiasi oppressione coloniale. Me ne rendo conto ora che non ho più paura. Se la salute te lo permette, fai ritorno in Algeria. Fallo per il babbo, fallo per la mamma, per i nostri fratelli che sono morti. Fallo per me che oramai non posso più muovermi come un tempo. Non farti sopraffare dalle vecchie memorie, dalla guerra, dal passato che vuoi dimenticare. Torna a casa Said. Tu puoi ancora. E porta con te il violino. La musica acquieta lo spirito, riempie il cuore, placa i rimpianti e rende dolci anche i ricordi più duri. Ti abbraccio Farah P.S. ti ho inviato un’altra audiocassetta. Bach - Passione secondo Matteo L’ultima riga di quella lettera fu interamente bagnata dalle mie lacrime.

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Che dire, lei aveva avuto paura, come l’avevo avuta io, quella sera che ero tornato solo senza mio padre. Mi ricordai le sue parole: “Bach non ti lascerà” e iniziai ad ascoltare l’audiocassetta. Mi precipitai in soffitta. Impolverato, inaridito dal tempo e dall’incuria, il mio violino. In quella scatola, la sua scatola, che era stata la sua prigione, la mia prigione per anni. Non riuscivo più a suonarlo, ma il solo tenerlo tra le mani mi diede un senso di pace. Nella busta assieme alla lettera e all’audiocassetta Farah mi aveva lasciato il suo numero di telefono. Provai spesso a chiamare, feci molti tentativi ma ogni volta c’era qualcosa che mi bloccava. Il timore di non sapere che cosa dirle dopo tutti questi anni, la certezza che la sua voce non era più quella di un tempo, a differenza della sua grafia. Sapevo che se l’avessi vista adesso, in foto o dal vivo avrei avuto davanti una signora anziana, provata dai dolori e dagli acciacchi della vecchiaia, mentre io non avrei voluto vederla e ricordarla così. Pensando a lei mi tornavano in mente i suoi riccioli scuri, i suoi occhi allegri e buoni, il suo sorriso radioso. Risposi alla sua lettera allegando solo alcune foto della mia famiglia: mia moglie, mia figlia, il giorno del mio matrimonio. Dopo circa un mesetto, arrivò un’altra lettera, scritta con la tenera calligrafia di una bambina. Ciao fratello della nonna, io mi chiamo Emma e ho quasi 9 anni. Non ti conosco ma la nonna mi ha detto di scriverti che le foto che le hai mandato le sono piaciute moltissimo. Dice anche che non vi vedete da tanto tempo. Adesso la nonna è a letto malata e non può più scrivere di suo pugno. Dice che qualora decidessi di venire qui a conoscermi non le faresti regalo più gradito. Fu dopo una settimana che decisi di chiamarla. Mi rispose il maggiordomo, dicendomi che Farah non abitava più lì, che aveva fatto ritorno a casa. Nella sua vera casa, in Algeria. Come disposto dalle sue ultime volontà le sue ceneri erano state portate in quella terra, e sparse nel villaggio dove aveva vissuto con la sua famiglia da bambina, prima della guerra. Il suo spirito, il suo ricordo riposavano in pace accanto a quello di mio padre e dei miei fratelli. Tempo dopo feci ritorno in Algeria. Portai con me il violino. Pensai a me e a Farah, al destino beffardo che ci aveva separati per sempre quando eravamo ad un passo dal ritrovarci. Ai nostri giochi, alle favole raccontate nella casa sull’albero, rannicchiati tra le coperte. Camminai per ore e ore senza sentire la stanchezza, sospinto dal vento, dal caldo, dalla bellezza dei miei ricordi. Arrivai al laghetto dove io e Farah andavamo a pescare. Gli spruzzi del violino scaraventato in acqua mi accarezzarono il viso, confondendosi con le mie lacrime. Farah era tornata a casa, io stesso ero a casa e non riuscivo a trattenere i singhiozzi.

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Tra meno di una settimana sarei dovuto tornare a Parigi alla mia vita di sempre. Ma intanto sapevo che non avrei avuto più paura. Sarei tornato in Francia da uomo libero, senza più ombre né rimpianti. Avevo affrontato il passato e avevo vinto. Io e Farah eravamo lì, a casa, finalmente, insieme. Questa è la mia storia. L’ho scritta per mia figlia, affinché un giorno quando io non ci sarò più, lei possa sentirsi una cittadina del mondo senza dimenticare le proprie radici. L’ho scritta per Farah e per i suoi nipotini che la leggeranno. Per la mia famiglia, per mio padre. Per me stesso. Non pensate che l’abbia scritta così di getto, ci sono voluti molti anni. Non ho mai amato scrivere. Capisco solo adesso quanto sia importante. Noi siamo ciò che lasciamo, ciò che scriviamo. Noi, il nostro passato, i nostri pensieri, la nostra vita, i nostri affetti. Su un sasso o su un foglio di carta, su un muro o su uno schermo. Non importa dove. Se indelebili, indimenticabili, tutti possiamo vivere per sempre.

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La casa sull'albero  

di Claudia Magnifico