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Buona

Diceildire

ome ogni anno, l’8 marzo celebriamo la festa della donna. Questa data ci riporta al 1908, quando un gruppo di operaie di una industria tessile di New York entrò in sciopero per protestare contro le terribili condizioni di lavoro a cui erano sottoposte. Lo sciopero si protrasse per giorni, fino all’8 marzo, giorno in cui il padrone dell’azienda bloccò le porte della fabbrica, impedendo alle operaie di uscire. Appiccò il fuoco al locale, provocando un incendio che uccise 129 operaie. Da allora, in tutti i paesi del mondo, l’8 marzo si celebra una giornata in difesa dei diritti delle donne. Una ricorrenza più che necessaria, dato che sussistono ancora tradizioni, abitudini e discriminazioni che costituiscono un serio ostacolo al raggiungimento dell’uguaglianza e della parità dei diritti fondamentali con gli uomini. Una giornata, dunque, per ricordare i milioni di donne e bambine sottomesse a violenze di ogni genere – non va dimenticato che una donna su tre è vittima di violenza tra le mura di casa –, come gli 8 milioni di minorenni “lavoratrici del sesso”, sfruttate soprattutto nei Paesi più poveri del mondo. Un’usanza tutta italiana vuole la mimosa come simbolo e dono in questa giornata. Oltre che fiorire nel periodo della festa, il giallo del fiore esprime vitalità, forza e gioia e rappresenta il passaggio dalla morte alla vita. Buona festa, dunque, a tutte le donne. Ma soprattutto a quelle che dedicano la loro vita alla famiglia e alla cura degli altri, le persone anziane e sole in particolare, sempre dalla parte della vita. Auguri di buona vita, anche nel ricordo del vescovo Oscar Romero, a 30 anni dal suo sacrificio (Chasqui), e al grande amico e disegnatore del PM Fausto Oneta, recentemente scomparso ma sempre presente col suo personaggio a fumetti Ufolino, che in questo mese pubblichiamo in suo onore.

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p. Elio Boscaini

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Attualità

rom

Laura, la sua famiglia rom e Woody Allen odelle, attrici, attr tric i i, cantanti cantant n i e ballerine...non balller e in ine...no n n sono son solo so queste che cinema. Ci t le l donne d h fanno f i C sono molte donne altrettanto brave, che non si vedono proprio perché stanno dietro alle cineprese: le registe. Nel mese in cui ricorre la festa delle donne, abbiamo incontratoe proprio una di loro. Laura Halilovic, vive a Torino e ha 20 anni. Il suo primo film-documentario si intitola “Io, la mia famiglia ROM e Woody Allen” e racconta i ricordi della sua infanzia, il rapporto con le tradizioni rom e le difficoltà di chi ha a che fare tutti i giorni con i pregiudizi e la diffidenza della gente. L’idea di questo documentario le è venuta dopo aver assistito ad un brutto episodio: “Ero seduta sul pullman, c’erano due signore di origine rom, e una scolaresca. Ad un certo punto due ragazzine si sono messe a spruzzare per aria un deodorante dicendo: “Ah, quanto puzzano questi zingari”. Allora ho pensato che mi sarebbe piaciuto fare un film per combattere gli stereotipi che ci sono sui rom e far conoscere la nostra cultura. Per far capire che non siamo tutti delinquenti”. PM: Il tuo film si apre con un’immagine molto particolare in cui mostri la tua carta di identità italiana e il passaporto bosniaco. Laura: Si, è vero. È un po’ complicato da spiega-

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La famiglia di Laura (lei è la più piccola a destra)

Laura Halilovic

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re. Io sono nata in Italia, ho la carta d’identità italiana, ma il mio passaporto è bosniaco, e la mia cultura è quella rom. Mi sento tutte e tre queste cose: sono una rom bosniaca italiana! PM: Sei una regista giovanissima: a 15 anni avevi già girato un cortometraggio. Come nasce la tua passione per il cinema? Laura: Il cinema mi piace da sempre: pensa che a 11 anni avevo già scritto una storia con i personaggi e le loro battute (una sceneggiatura). Qualche anno dopo ho conosciuto due registi che stavano girando un film a Falchera, il quartiere dove vivo. Loro mi hanno insegnato tanto, aiutandomi sia con questo film che con il mio primo cortometraggio. PM: Dal tuo documentario sappiamo che sei una fan sfegatata di un grande regista statunitense, Woody Allen, al quale hai scritto una lettera. Come è andata? Ti ha risposto? Laura: Eh, no. Purtroppo non mi ha ancora risposto! E pensare che seguo Woody da sempre. Ricordo ancora la prima volta che ho visto il suo film, “Manhattan”. Avevo solo 9 anni non ci avevo capito nulla, però mi era stato subito simpatico: con gli occhiali buffi e una voce strana. Mi piacerebbe vedere come lavora e imparare da lui. A volte spero di trovare una sua risposta nella buca delle lettere, oppure di aprire la porta di casa e trovarlo sul divano che beve il caffè con i miei genitori! PM: A proposito: i tuoi genitori e i tuoi parenti compaiono in quasi tutte le scene del film. È stato facile convin-

a cura di Betty Pagotto

IISEYSCEXPIR

ROM: Molti dei rom che vivono in Italia provengono dalla Romania (rom rumeni), ma anche dalla Bosnia (come Laura e la sua famiglia) o da altri paesi dei Balcani. Da sempre i rom e i sinti sono vittime di pregiudizi e stereotipi che provengono da false credenze popolari.

Manifestazione di solidarietà con i rom Marzo 2010


GAGÈ: è il modo in cui i rom chiamano tutti quelli che non sono rom. Anche se, come ci ha detto Laura: “non esistono né i rom né i gagé. Sono parole inventate da noi perché ci vediamo diversi e ci diamo dei nomi. Siamo tutti persone e per questo spero che questi stereotipi vengano superati da tutte e due le parti”.

cerli a farsi riprendere? Cosa ne pensano loro del tuo film? Laura: All’inizio erano un po’ scettici: pensavano che fosse una scusa per perdere tempo! Poi hanno capito che il mio lavoro serviva a far conoscere ai gagé il mondo dei rom, mostrando qualcosa che i giornali non dicono mai. PM: Nel tuo documentario c’è una figura femminile molto importante: tua nonna. Cosa ammiri di lei? Laura: Mia nonna ha molta grinta. È una donna che non ha mai mollato e continua a vivere secondo le tradizioni rom, anche se è difficile. Quando i miei genitori hanno deciso di andare a vivere in un appartamento, mia nonna non è voluta venire con noi. Spesso racconta che quando era giovane i rom potevano girare tranquillamente in Italia e lavoravano per i GAGÈ. Poi la gente ha cominciato ad avere paura, e ci hanno messo nei campi chiusi lontano dalle città, senza acqua corrente né servizi. Come racconto nel mio documentario, oggi ci sono sempre più SGOMBERI...continuano a farci spostare ma così è impossibile integrarsi. PM: A proposito di integrazione dei bambini rom, che ricordo hai della scuola? Laura: Tutte le famiglie rom vogliono che i loro figli vadano a scuola, ma spesso è difficile perché i campi sono troppo lontani. Una cosa che proprio non sopporto è che a volte i bambini rom sono

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messi in classi separate. Io non penso che questo li aiuti: se i bambini non possono conoscersi, giocare e studiare insieme, allora continueranno a pensare che siamo diversi. PM: Cosa consiglieresti a qualcuno che, come te, si accorge di avere una grande passione fin da piccolo? Laura: Ragazzi, credeteci fino in fondo! Anche se è difficile e gli altri non capiscono o vi prendono in giro dicendo che non riuscirete mai a realizzare il vostro sogno...voi andate avanti e lavorate sodo!

SGOMBERI: Nel 2009 migliaia di comunità rom sono state cacciate dai campi in cui avevano vissuto per anni. Così i genitori sono stati costretti a lasciare il lavoro, e i bambini a cambiare scuola, maestre e compagni. Spesso questi sgomberi sono dovuti al clima di intolleranza e alle proteste della popolazione locale. Per fortuna ci sono anche tante associazioni, parrocchie e singoli cittadini che si attivano per aiutare le comunità di nomadi.

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Piccolo rom nei campi Casilino 900 e Tiburtino a Roma


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Speciale Foto: Casa del Bambino

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E T R O P MILLE A Castelvolturno, c’è una “casa molto carina”, accogliente e aperta a tutti ono le 6 del mattino. La sveglia suona ed io salto giù dal letto e mi preparo per andare a cercare il lavoro. Scusate, forse è meglio che mi presenti, mi chiamo John ho lasciato la Nigeria da 6 anni e 3 anni fa ho incontrato Kessy, anche lei nigeriana. Abbiamo deciso di mettere su famiglia e poi sono nati i due gemellini, Joy e Justice di 3 anni. Non abbiamo ancora il permesso di soggiorno, però la vita deve andare avanti e bisogna lavorare per mantenere la famiglia e mandare anche qualche soldo a casa. Viviamo a Castelvolturno (CE) dove abbiamo trovato una casa in affitto e incontrato tanti connazionali amici. Certo che il lavoro non è facile da trovare; comunque, qualcosa si rimedia sempre, soprattutto nel campo dell’edilizia, anche se si deve sottostare a quello che qui chiamano il “caporalato”, spesso in mano della criminalità organizzata. Ma parliamo di cose belle che anche qui ci sono. Tutti noi abbiamo appreso dai giornali o dalla televisione che Castelvolturno è proprio un postaccio, dove c’è la camorra, c’è il degrado ambientale, ci sono

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Che fatica a l z a r si p r e s t o p e r an d a r e a scuola ! Alla scoperta dell’orto di casa


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gli immigrati, c’è la disoccupazione e tante altre brutte cose. Però io vorrei dirvi che esistono anche tanti segni di speranza e di amore. Uno di questi è la Casa del Bambino. E proprio lì, ogni mattina, Kessy porta Joy e Justice in quel luogo dove si respira un’aria fresca e pulita.

CASA DEL BAMBINO

FIORE NELLA PALUDE Come è nata la “Casa del Bambino”? Di che cosa si tratta? Cercherò di spiegarvelo in poche parole. Da 15 anni un missionario comboniano, padre Giorgio Poletti, gira in lungo e in largo la via Domitiana preoccupandosi del destino di migliaia di immigrati che qui cercano di sopravvivere. Na-

a cura di p. Antonio Bonato

turalmente, oltre a giovani e adulti, ci sono anche tanti bambini che non sempre trovano posto nelle scuole pubbliche già di per sé affollate. E così, nel 2004, padre Giorgio ebbe la brillante idea di far sorgere la Casa del Bambino, una ludoteca aperta dalle 8.30 del mattino fino alle 16 del pomeriggio, dove trovano ospitalità circa 54 bambini, di età compresa tra i 2 e i 5 anni. La Casa del Bambino è un piccolo miracolo perché risponde ad una esigenza ben precisa del territorio e si mantiene con donazioni di amici e tanto volontariato. Un esercito di persone si preoccupa di non far mai mancare i generi di prima necessità; le famiglie, naturalmente pagano un piccolo contributo mensile, segno della partecipazione alle attività della casa. Ogni anno un gruppo di ragazze svolge il servizio civile che diventa un momento di crescita per tutti. I bambini iscritti sono figli di immigrati ghanesi, nigeriani, polacchi, ucraini, russi e anche di qualche italiano. Al mattino, quando mia moglie Kessy arriva alla Casa del Bambino con Joy e Justice, trova sempre sulla porta Vivian che, con un bel sorriso accoglie i miei figli, dà loro sicurezza e fa sì che la nostalgia di mamma e papà sia solo un momento passeggero. Poi cominciano le attività secondo le diverse fasce di età. C’è chi gioca, balla e canta e c’è invece chi comincia a distinguere i colori e colorare, o a riconoscere le varie lettere dell’alfabeto. Tra una cosa e l’ altra arriva il momento del pranzo. Un bel piatto di pasta o un buon risotto riempie la pancia di tutti quanti. Finalmente (lo dico per gli operatori…), dopo un riposo e una merenda arriva il momento di tornare a casa. Al pomeriggio, quando vado a riprendere i miei figli, li trovo proprio contenti e sereni; una serenità che non sempre riesco ad avere viste le difficoltà che io e mia moglie abbiamo per arrivare alla fine della giornata. Però siamo contenti perché almeno la Casa del Bambino fa’ vivere bene i nostri figli permettendo loro di crescere ricevendo tutte le attenzioni necessarie alla loro età. Marzo 2010


Giochi “colorati”

E non è finita qui. Al pomeriggio, la Casa del Bambino organizza il doposcuola per i ragazzi e ragazze delle scuole elementari e medie. Anche qui un buon gruppo di maestri volontari assicura che i compiti per casa siano svolti, che la matematica o l’italiano siano entrati bene nella testa degli alunni e che ci siano attività ricreative che li facciano divertire, oltre a conoscere e a realizzare una sana convivenza in Italia. A tutto questo si accompagna un lavoro di conoscenza e di dialogo con le famiglie cercando di responsabilizzarle il più possibile al futuro dei loro figli. Da quello che io ho capito la Casa del Bambino non vuole essere un parcheggio per i nostri figli, ma un luogo di crescita per tutti, dove prima viene il bene della persona, e poi si chiedono i documenti!

Il s ol e d e n t r o c as a

CASA DEL BAMBINO

PER I PIU’ GRANDI

CAMBIARE MENTALITA’ L’altro giorno è venuta a visitarci una signora napoletana che ha esclamato: “Con tutti questi bambini di colore sembra di essere in Africa, che bello!”. Peccato che quannessuno li vuole più! La Casa del Bambino a do crescono nes Castelvolturno vuole essere un segno concreto Castelv testimoni che è possibile la convivenza sinche tes cera e pacifica tra le varie comunità di immigrati presenti sul suo territorio. Assicurare e gli italiani ita serena e positiva a questi bambini una crescita cr dire investire nel futuro migliore di tutta la vuol d società italiana. societ Nella tua classe chissà quanti Joy e Justice John, naturalmente più grandi, avrai come o Joh compagni. Prova anche tu a fare della tua clascomp se la “Casa” dalle mille finestre e porte aperte, dove voi tutti siete i veri protagonisti (i grandi ormai sono malati di troppi pregiudizi) in grado orma con grande serenità le pagine del di sfogliare sf libro dell’accoglienza. Uno dei pochi libri di vita che ci fa veramente crescere.


Chasqui

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San Romero

ono nato “alla vita” il 15 agosto del 1917, a Ciudad Barrios di El Salvador, figlio di una famiglia modesta, da un papà che lavorava come telegrafista e da una mamma umile e semplice, vera donna del popolo. Molti anni dopo la mia venuta al mondo, ho avuto la grazia di rinascere “alla vita del Regno di in ni Dio”. Ricordo anche la data esatta di quando ebbe ini inizio la mia conversione: il 14 dicembre del 1974. In quel giorno, io Oscar Arnulfo Romero, facevo il mio solenne ingresso, come vescovo, a Santiago Maria, la più piccola e povera tra tutte le diocesi del Salvador. Qui maturò il mio cambio di vita, a contatto con le sofferenze e la miseria dei braccianti che venivano sfruttati nei campi di cotone e caffè. Dopo 23 anni passati tra studi, libri e “scartoffie”, mi scontrai con la cruda realtà della vita della gente, rappresentata dai bambini che morivano a causa dell’acqua inquinata, dai maltrattamenti subiti dai contadini e dalla violenza degli squadroni della morte che massacravano le persone semplici e oneste. A contatto con i poveri compresi che il Signore mi chiedeva di cambiare il modo di vivere la mia missione di cristiano e di vescovo. Così facendo mi resi conto di aver deluso i ricchi e i potenti del Salvador che pensavano io fossi un vescovo debole e “sottomesso” ai loro interessi. Rifiutai senza indugio le loro offerte di denaro e potere per “tapparmi la bocca”; a chi voleva costruirmi un palazzo come mia residenza risposi: «sarò ben contento di accettare la vostra offerta quando avrete costruito una casa degna di questo nome per ciascun salvadoregno». Decisi così di andare ad abitare in una stanzetta vicino alla cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza, dove andavano a morire i poveri che si ammalavano di cancro. Fu così che il popolo del Salvador mi aiutò a convertirmi al Vangelo di Gesù Cristo. Mano a mano che mi avvicinavo ai problemi della gente povera del mio paese, scoprivo che il Signore mi chiamava al

d’America


servizio dei poveri. Di o ancora una volta pa rlò al mio cuore il 12 marzo del 1977. In qu el drammatico giorno assassinarono il mio amico padre Rutilio Gr ande, assieme a due co ntadini: Manuel, un uomo adulto, e Nelson, un ragazzo di 16 anni. Davanti alla bara del mio amico Rutilio, escla mai: «Lo hanno ucciso perché aiutava i poveri: anch’io voglio se guire la sua stessa str ada». Da quel giorno in poi il “nuovo” Osca r Romero che era na to in me si schierò decisamente dalla pa rte dei poveri prenden do le loro difese e denunciando le ing iustizie, i massacri e le discriminazioni di cui erano og getto. E Dio mi fece il gran regalo di darmi il co raggio di donare la mi a vita per il popolo de l Salvador e il Vangelo di suo Figlio Gesù.

l cuore di ciaVorrei incidere ne ianesimo esta idea: il crist scuno di voi qu ere, di leggi ed cr i verità in cu di e m a sie in un è non tianesimo è un oibizioni. Il cris pr il di de o ie e ch ar e rv se ch da os e tantissimo, e ar am to pu sa persona che ha Cristo. cristianesimo è che è “volontà vostro amore. Il sempre dicesse ro ve i po il e ch ro o che alcuni poch Molti vorrebbe n è il volere di Di no ve a in M . li, rtà Eg ve o. po Di la volontà di ta di Dio” vivere in es qu è n No . altri niente abbiano molto e felici. e Gesù Bambii suoi figli siano tti tu dobbiamo cercar n ce, vuole che no e dech co di tte vi lo tra i bambini In questa santa No Dobbiamo cercar i. te. ep en es ni pr o i at de atuine aver mangi no nelle belle st ti a dormire senza en no m an la i dr cu an i tte ta no sofferente lo po po to nutriti che ques es qu in dino e in nome di o, vi prego, vi or In nome di Dio, ultuosi, vi supplic m tu ù pi e pr m se salgono al cielo sione! devo dire sta con la repres i. Come cristiano rm nome di Dio: ba de ci uc di o at inacci uccideranno, Spesso hanno m rrezione. Se mi su re a nz se ta vi a una che non credo no. polo salvadoreg po meritare. Ma l ne ò er risorg che non credo di o Di di ia az gr a un , il mio sangue sia Il martirio è o della mia vita ci ifi cr sa il tta sarà presto rese Dio acce o che la speranza gn se e tà er lib di seme la Chiesa di Dio, un vescovo, ma irà or M . ..] .[. tà al ai. lo, non perirà m ossia il suo popo


Il 24 marzo 1980, alle 18.25, nel m momento in cui monsignor Rom mero si apprestava a celebrare il rito dell’offertorio nella messa sa, offrì la sua vita. Un proiettile espl esplosivo riempito di cianuro lo colpì al cuore fulminandolo all’istante. Gli assassini e i mandanti della morte del vescovo salvadoregno con questo gesto vigliacco hanno voluto eliminare un vero profeta che ha saputo dare testimonianza dell’amore nel Salvador. Ma proprio per questo il ricordo del suo sacrificio è rimasto impresso per sempre nel cuore del popolo salvadoregno, per il quale Oscar Romero è e resterà “la voce dei senza voce”, “il giornalista dei poveri”, “il vescovo fatto popolo” ma soprattutto “san Romero d’America”, il santo pastore – anche senza i riconoscimenti ufficiali – di un “popolo di profeti e martiri”.

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Lilliput

Questa crisi ci obbliga a consumare meno

ISLANDA

Bye bye Big Mac! La crisi economica che ha colpito la sperduta isola di Islanda ha obbligato la catena McDonald’s a chiudere i suoi tre punti vendita di Reykjavik, la capitale. A nulla è servito il tentativo di lanciare la polpetta di pesce “fast food” come sostituto del celebre hamburger Big Mac: i costi di trasporto delle materie prime – tutte importate dalla Germania – avrebbero portato il panino oltre i 5,75 dollari, in assoluto il prezzo più caro al mondo. Anche la crisi può aiutare le persone a mangiare meglio…

... meno ma meglio...

Sigh! medicinali scaduti ... grrr! come la nostra pazienza!

AFRICA

Falsi e inutili

Secondo uno studio pubblicato recentemente dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS), il 30% dei farmaci venduti in Africa sono falsi. Oltre a questa piaga sociale, si deve fare i conti anche con l’inefficacia di antibiotici, vaccini e antimalarici dovuta alla cattiva conservazione e stoccaggio dei medicinali. Quando smetterà di piovere sul bagnato?

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SUDAN

Grande Jal!

Perché ho cambiato? perché quella della guerra è la musica peggiore

Da bambino-soldato a cantante hip hop di successo. È questa la storia di Emmanuel Jal, giovanissimo guerrigliero dello SPLA (Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese) che ha avuto il coraggio di fuggire dalla guerra per rifarsi una vita grazie alla musica. Oggi Emmanuel, 29nne, destina gran parte dei soldi ricavati dalla vendita dei suoi dischi ai piccoli sudanesi, nei confronti dei quali, sempre per solidarietà, ha anche assunto l’impegno di mangiare una sola volta al giorno.

SERBIA-BOSNIA ... Quando collegare vuol dire

Il treno della pace

Una motrice e tre vagoni, di proprietà di tre nazioni diverse: Repubblica serba di Bosnia, Federazione croato-musulmana di Bosnia e Serbia. Dopo 17 anni di stop a causa della guerra civile, riparte il treno che collega direttamente tra loro le città di Belgrado (Serbia) e Sarajevo (Bosnia). La pace “cammina” – dire “corre” è troppo, vista la lentezza del treno… – sui binari. L’importante, però, è partire e arrivare.

Una volta tanto va bene buttare i rifiuti per strada...

ITALIA

Rifiuti per strada “Costruire strade con rifiuti?”. Ma certo, si può! Ne è convinto il professor Marco Pasetto dell’Università di Padova, che propone l’utilizzo di materiali destinati alle discariche (scorie di acciaieria e fonderia, polvere di pneumatici usati ecc.) nella realizzazione del manto stradale delle nostre vie di comunicazione. Queste tecniche di riciclaggio offrirebbero un risparmio dal punto di vista economico e dell’uso di risorse naturali ormai in via di esaurimento.

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a cura di Elena Dante

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Voi che ne dite?

Alicia Keys The element of freedom on la puntualità da macchina da guerra che la contraddistingue, Alicia Keys ha pubblicato a fine 2009 il suo quarto album in studio, The element of freedom. Un disco che conferma (se ce n’era bisogno) il talento dell’artista di New York e sembra quasi essere una sintesi di quanto pubblicato finora. Dopo due primi album molto legati all’R&B dell’epoca, personalizzato grazie all’immancabile pianoforte, As I am (2007) aveva portato una ventata di soul e jazz e una prima sperimentazione con i sintetizzatori. Ma se lì il risultato era un’atmosfera fin troppo intima e notturna, dove molti brani finivano per scivolare via innocui, in The element of freedom Alicia riesce a trovare il giusto equilibrio tra ballate e pezzi più ritmati. Poco importa se il primo singolo ricorda la super hit No One di due anni fa: nelle 14 tracce si trova di tutto, dal soul minimale coro e voce a un duetto con l’altra regina della musica nera, Beyoncé, alle influenze reggae e tastiere anni ’80. Unico difetto, non nuovo, i testi che non brillano per originalità, ma sono capaci di scatti di orgoglio quando si tratta di difendere un amore, o di momenti dolcezza nell’abbandonarsi alla fragilità. Quello di Alicia è stato finora un percorso di piccoli cambiamenti, in cui ogni disco ha offerto qualcosa di nuovo senza stravolgerne l’identità. E per l’artista ventottenne, premiata anche come “artista R&B degli anni ‘00”, The element of freedom è un ottimo biglietto per il futuro. Il tour per promuovere l’album nel 2010 toccherà l’Italia in un’unica data, il 2 maggio, nella suggestiva cornice dell’Arena di Verona.

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Baby Big Star Penso che questi ragazzi siano troppo giovani per “buttarsi” nel mondo dello spettacolo e che il 90% delle volte non siano abbastanza maturi artisticamente e nemmeno in grado di capire a cosa vanno incontro. Margherita Tokio Hotel - Humanoid Voi non pensate alla bravura di tale band, ma solo al fatto che si tingono le unghie e si laccano i capelli... siete tutt’altro che imparziali...non fate altro che creare nuovi stereotipi su questo gruppo... in quest’ultimo album hanno trattato temi che sono tutto il contrario che inutili. Camilla Io penso che i Tokio Hotel siano un gruppo costruito a tavolino... e quindi penso che siano un buon prodotto COMMERCIALE... una macchina per far soldi. Potrebbe anche non esserci nulla di male nel far soldi... però penso sia importante chiarire questo punto. Zanga La discussione sull’ultimo album della band tedesca si è spostata sul gruppo in generale. Da parte nostra, ci teniamo a dire che la musica (note e testi), è e resta l’unico modo per decidere se un disco è valido o no.

Non sei d’accordo? Vuoi dire la tua? Scrivi sul FORUM dedicato su

www.bandapm.it

Ascolta: Love is blind, Try sleeping with a broken heart, Love is my disease


PM di marzo 2010