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Il cimitero, se uno lo vede dall’alto, è a forma di fica. Lo sanno tutti in paese. Perché è a forma di fica, ho chiesto una volta a mio padre. Perché ci doveva essere uno che voleva far ridere e l’ha fatto così. Non capisco, ho detto. Mio padre ha sospirato. Quando uno nasce da dove viene fuori, mi ha chiesto. Da una fica, ho risposto. Ecco, e così quando muori ci ritorni dentro. Chi era questo che l’ha fatto così? Non lo so, ma si dice l’abbiano impiccato in piazza.

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Mio padre come me faceva il custode del cimitero e, prima di mio padre, mio nonno e, prima di mio nonno, il mio bisnonno. Nella mia famiglia, oltre al ginocchio valgo, ci tramandiamo questo cimitero a forma di fica. In paese dici Calicchia e tutti si raspano i coglioni. Due giorni fa mi è venuto a trovare per sempre il ragioniere Rampulli. Soltanto qualche giorno prima, al bar, l’ho visto bere l’amaro alla faccia dei preti e ordinarne un altro alla faccia dei preti per poi accendersi una sigaretta alla faccia dei preti. Lui faceva così ogni cosa, alla faccia dei preti. Il pome9

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riggio in cui il ragioniere mi è venuto a trovare per sempre, don Eusebio, nella cappella del cimitero, ha benedetto la sua bara e poi se n’è andato al bar. A bere un amaro. Il ragioniere Rampulli era molto amico della moglie del farmacista Chiosa e si vede che anche il farmacista doveva saperlo perché, mentre infilavo il ragioniere nel suo buco, ha sparato a sua moglie. Così ieri mi è venuta trovare per sempre anche lei. Se mio padre non fosse per sempre qui con me dentro la fica gli avrei chiesto perché il farmacista Chiosa ha sparato alla moglie. Probabile che mi avrebbe risposto che voleva far ridere, e io non avrei capito. Ci sono tante cose che non capisco. Come quella volta che mi è venuto a trovare per sempre il mio amico Giacomino, quello con cui giocavo da bambino, e al bar poi mi hanno detto che l’avevano trovato appeso a una corda, e io non capivo perché stava appeso alla corda coi pantaloni e le mutande abbassati. Voleva far ridere, ho chiesto a quelli del bar. Nessuno mi ha risposto, e il ragioniere Rampulli ha giocato la schedina del totocalcio alla faccia dei preti.

Ti senti assolo, mi ha chiesto mia sorella una volta che sono andato a pranzare a casa sua. Quando? Mia sorella ha sospirato. Lì al cimitero ti senti assolo, mi ha chiesto. E perché mai, le ho detto, con tutta quella gente che mi viene a trovare per sempre. Anche mia sorella ha il ginocchio valgo e dice sempre che non vuole fare figli perché poi le escono col ginocchio valgo e una vita da consumare dentro un cimitero con quella forma lì. 10


Fai male, le ho detto una volta, perché il dottore Morvi dice che io figli non ne posso fare perché c’ho un problema mio, e se manco tu ne fai io quando muoio dentro un buco da solo non mi ci posso infilare. ‘na cusa seria insomma, ha detto mia sorella. Io quella volta le ho sorriso, ma sono passati due anni e ancora figli non ne ha fatti. Io di figli non ne posso fare non soltanto per via del problema mio che ha detto il dottore Morvi, ma anche perché in paese quando dici Calicchia pure le donne si raspano i coglioni; e questa è un’altra cosa che non capisco dal momento che loro, tra le gambe, hanno solo il cimitero del paese. L’unica che non si raspava i coglioni era quella ragazzina che invece di starsene in casa o di passeggiare per il corso del paese con le amiche veniva qui al cimitero. Era sempre pallida, vestita tutta di nero e sotto l’occhio sinistro si disegnava una lacrima scura; con le braccia penzoloni e un’espressione tra la noia e il disgusto girava per i vialetti in ghiaia e ogni tanto si fermava a guardarmi pulire il marmo delle lapidi o sostituire i lumini rotti o fare una sigaretta di trinciato forte. Facevo finta di niente, ma lei, tutta nera come un corvo, un pomeriggio mi ha rivolto la parola. Come hai detto scusa, le ho chiesto con le mani che già mi sudavano. Sai qual è il significato della morte? Lo so quando mi arriva lo stipendio dal Comune, le ho risposto. E lei tornava ogni pomeriggio: diceva una frase, io le rispondevo con una o due frasi e finiva lì; questo per mesi. Io sono nata morta, mi diceva. Impossibile, le dicevo, se nascevi morta stavi già qui dentro un buco come il figlio dei Sinisca. 11

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Sei il principe delle tenebre, mi diceva. No, sono Canio Calicchia, le dicevo, il custode del cimitero. Se in paese dici Calicchia, aggiungevo, tutti si raspano i coglioni. Apriamo qualche bara, mi chiedeva. E che ti interessa, le dicevo, dentro ci sono soltanto i morti. Per mesi con le mani che mi sudavano quando diceva qualcosa, quella lacrima che tutte le volte scendeva dal suo occhio sinistro e la voglia di fare con lei un figlio dal ginocchio valgo. Ma non avevo il coraggio di andare oltre la seconda frase, lei non andava oltre la prima e così restavamo a guardarci, tra le lapidi e le statue degli angeli che piangono. Poi ha smesso di venire al cimitero, e al bar, tra le chiacchiere, mi è sembrato di capire che la sua famiglia si era trasferita in città e quindi non mi verrà mai a trovare per sempre. Le mie mani non sudano più.

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Al bar, tra le chiacchiere, dicevano che Nunziatella Levo, la vecchietta che bada alla terra e alle galline poco fuori dal paese, parla coi morti dalla mattina alla sera. Sai la novità, ho detto a quelli del bar mentre aspettavo il succo di frutta alla pesca, anch’io lo faccio. Ma ti apparli appuri cun Gisù e la Madonna e l’angioli in cieli, mi hanno chiesto raspandosi i coglioni con la scusa di cercare delle cose in tasca. Non ho risposto anche se ho pensato che quando dicevano di Gesù e gli altri non era vero perché io e mio padre sappiamo una cosa che gli altri non sanno. Visto che non rispondevo hanno detto al barista che Nunziatella, invece, parlava pure con Gesù e la Madonna e gli angeli. Santa dunna quilla, ha detto il barista servendomi svogliato il succo di frutta alla pesca. Con una mano sola, perché l’altra si muoveva sotto il bancone. Santa dunna, hanno detto quelli del bar. Povere galline, ho detto io. Poi ho pagato il succo di frutta, sono uscito fuori dal bar e c’era un sole bellissimo. Come va, ho chiesto al sole per non essere da meno rispetto a Nunziatella Levo.

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Davanti al cancello del cimitero c’era come ogni mattina la vedova Carminati col suo bastone da passeggio. L’ho salutata con la mano mentre parcheggiavo la macchina e lei non ha risposto al saluto. Nove minuti, ha sputato fuori dai denti finti quando, ginocchio valgo permettendo, sono arrivato al cancello. Come dice, le ho chiesto. Calicchia, ha detto battendo la punta del bastone sull’asfalto, ha ritardato nove minuti. Ho preso un succo di frutta al bar. C’è un orario di apertura, ha detto e io ho annuito. E va rispettato, ha aggiunto e io ho annuito di nuovo mentre toglievo la catena al cancello. Lei parla con suo marito, le ho chiesto mentre entravamo dentro. Ogni mattina. Pure con la pioggia battente. E suo marito le risponde? Non tutti hanno le doti di Nunziatella Levo. Io pure parlo coi morti e lavoro qui, lei parla con suo marito, e viene qui ogni mattina. Non capisco come faccia Nunziatella Levo a parlare coi morti se qui non viene mai. La vedova Carminati mi ha fissato a lungo, con una smorfia sulla faccia. Domande sciocche, le sue. Quella è una santa donna e che ne deve capire lei se non riesce neppure a rispettare l’orario di apertura. Poi mi ha lasciato lì per andare, scuotendo la testa, al buco dove stava suo marito per raccontargli, come ogni mattina, cosa aveva mangiato il giorno prima e per maledire il genero che aveva portato via la loro figlia dal paese. Un giorno mio nonno mi ha detto: lu assai cusa c’a appeggiu de ‘na dunna, Caniù? ‘Na veduva. 14


Mi sono fatto una sigaretta di trinciato forte guardando, da lontano, la vedova Carminati discutere con suo marito mentre innaffiava i vasi di fiori intorno alla lapide. Calicchia, mi ha detto, il fumo la farà morire. Suo marito non fumava, le ho risposto. Poi è arrivata la signora Abatecola col figlio piccolo che una volta si è cacato addosso e, mentre la madre lo trascinava in lacrime, ha lasciato una scia di merda lungo tutto il vialetto centrale; poi la vedova Carminati è andata via, salutando la signora Abatecola e guardandomi male. C’era ancora un sole bellissimo. Tutto bene, ho chiesto al sole. Tutto bene grazie, ha detto la signora Abatecola sostituendosi al sole mentre andava via anche lei. Sono rimasto da solo, a rastrellare la ghiaia dei vialetti, fischiettando una melodia che mi aveva insegnato mia madre quand’ero bambino. Mia madre fischiettava di nascosto, quando c’ero soltanto io, perché diceva che le uniche a farlo in pubblico sono le bagasce. E gli uomini, le avevo chiesto. Gli uomini non hanno questi problemi, mi aveva risposto. Mentre fischiettavo e rastrellavo, sul pietrisco vicino al buco in cui stanno i genitori della signora Abatecola, ho trovato due stronzetti marroncini e le mosche a scialarsi sopra. C’era ancora un sole bellissimo.

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Mentre tornavo a casa per il pranzo stavo per mettere sotto con la macchina Orghenzi che riposava in mezzo alla strada. Nudo. Per fortuna sono riuscito a vederlo in tempo e a frenare di botto, senza sbandare troppo. Orghenzi s’è svegliato e s’è alzato sui gomiti a guardarmi, ci siamo fissati attraverso il 15

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parabrezza e mi ha fatto un cenno con la testa. Ho risposto con un cenno anch’io e s’è sdraiato di nuovo a dormire. Sono ripartito. Orghenzi era quello che in paese beveva più di tutti, e dormiva dove capitava. Qualcuno gli offriva da bere o gli regalava gli abiti smessi e lui li ringraziava tutti con una stretta di mano e un sorriso, mentre cercava con lo sguardo qualche macchina fotografica o telecamera intorno. E questo perché Orghenzi, anni fa, era il sindaco del paese. Poi aveva accumulato tanti di quei debiti al Comune, e altrettanti a casa, che sua moglie aveva chiesto e ottenuto il divorzio, e lui, dopo un intero pomeriggio trascorso con la testa dentro il forno, aveva capito che era meglio bere e dormire dove capitava e farsi regalare gli abiti che nessuno usava più. Delle volte raccoglieva la monnezza al posto degli spazzini e quelli gli compravano il vino. Delle volte spazzava il pavimento del bar e il barista gli dava la birra. La vedete questa, gridava in giro agitando una bottiglia nella mano. Non ci vuole niente a gestirla, gridava. Poi collassava. Come diceva Nietzsche, gridava cercando macchine fotografiche e telecamere, ci resta soltanto l’alcol e il cristianesimo. Poi collassava. Veniva chiamata l’ambulanza e i soccorritori lo trovavano a quattro di spade. ‘N’atra vota Orghe’, gli dicevano i soccorritori. Col cazzo che mi rieleggete, mormorava lui colando bava. Orghenzi era già un puntino lontano quando sono arrivato a casa e ho parcheggiato la macchina. Dalle case accanto proveniva il suono dei televisori accesi e delle posate e dei piatti mentre io ero lì sul marciapiede e avevo appena visto un uomo nudo. Prima di entrare in casa mi sono appoggiato al cofano della macchina e mi sono fatto una sigaretta di trinciato forte. Dentro le case non riesco, per via dei miei genitori che dicevano di essere allergici al fumo di sigaretta. Posso elencare una per una tutte le influenze che mi sono 16


preso fumando fuori in inverno. Mia sorella, da ragazzina, s’era fidanzata con un ragazzo che fumava e i miei, un giorno, le hanno detto che lui se l’intendeva con un’altra. Mia sorella ha preso non so dove un bastone, è andata da quello e l’ha pestato di botte. Poi si è scoperto che non era vero niente, ma il danno ormai era fatto. Anni dopo ha conosciuto mio cognato, ma anche lui fumava e così gli è toccato affrontare, come piace dire a mia sorella, ben due corsi prematrimoniali: uno, tenuto da don Eusebio, sulla scelta consapevole del sacramento; l’altro, tenuto dai miei, sui rischi del fumo. Mio cognato adesso agita sempre una mano davanti al naso quando mi capita di fumare una sigaretta in sua presenza e dice sempre quelle frasi che scrivono sui pacchetti. Peccato che non ci siano i miei a vederlo e sentirlo, essendomi venuti a trovare per sempre. A casa, a parte la puzza d’umidità, non mi aspettava nessuno, e mi sono comportato di conseguenza per due orette. Dopo sono uscito e mi sono fumato un’altra sigaretta di trinciato forte appoggiato al cofano della macchina. I televisori erano ancora accesi.

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Appena ho tolto la catena al cancello del cimitero ho sentito squillare il telefono nell’ufficio. Allora, ginocchio valgo permettendo, mi sono affrettato a rispondere ed era don Uriano che si spartisce con don Eusebio e don Adamo i fedeli del paese. Calicchia, mi ha detto don Uriano per telefono, poche ore fa è venuto a mancare il geometra Peruzzo. Se ne parla domani pomeriggio quindi. Faccio trovare tutto pronto, don Uriano. I familiari si raccomandano. 17

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Non si preoccupi. Arrivederla, Calicchia. Arrivederla, don Uriano. Sapevo che la cappella dei Peruzzo si trovava lungo il vialetto C, ma il settore non lo ricordavo. E quindi ho controllato nello schedario alla lettera P e ho scoperto che il settore era il 15. Ho preso i miei appunti sul fascicolo e sono uscito dall’ufficio per andare a dare un’occhiata al settore 15 del vialetto C, all’interno della fica. Come ricordavo la cappella era quella con la statua dell’angelo che si tiene la testa con tutte e due le mani. Orghenzi, un giorno che si è messo a girare per il cimitero, l’ha indicata dicendomi che il suo angelo custode doveva essere come quello. Perché, gli ho chiesto. Perché sembra che si sia preso una bella sbornia, ha risposto. La cappella dei Peruzzo non stava crollando e i lumini funzionavano tutti, quindi sono ritornato in ufficio, mi sono seduto sulla sedia e ho fissato la finestra per un po’. Mi sono alzato soltanto per andare a fumare e per salutare il becchino Ortensi che mi era venuto a dire che il geometra Peruzzo era morto e che Nunziatella Levo parlava con mezzo cielo.

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Vita, morte e miracoli  

Una commedia agrodolce, che contrappone il candore dell’animo alla corruttibilità e alla credulità. http://www.baldinicastoldi.it/vita-mort...

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