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LE PARATE PIÙ BELLE DEL MONDO

Char’kov, Ucraina, URSS, settembre 1987 Le parate erano il fiore all’occhiello dell’Unione Sovietica. Parate dei lavoratori, parate delle donne, parate della Rivoluzione, parate della Grande Guerra Patriottica, ce le avevamo tutte. Avevamo portato le parate al massimo livello di perfezione; avevamo le parate più belle del mondo. San Patrizio? Il Giorno del Ringraziamento? Per carità. Se Macy’s ha i palloncini noi avevamo la sfilata dei missili balistici intercontinentali sulla Piazza Rossa. Le parate erano eventi di primaria importanza e la partecipazione era obbligatoria, con la pioggia o con il sole. Il 26 aprile 1986, l’anno prima che cominciassi le elementari, esplose l’impianto nucleare di Cˇernobyl’ (situato a meno di cinquecento chilometri da Char’kov), che vomitò una nuvola radioattiva sui cieli dell’Ucraina. I Paesi deboli dissero ai loro cittadini di non uscire di casa e assumere compresse allo iodio. Ma il Primo maggio è la Festa Internazionale dei Lavoratori, cancellare la parata sarebbe stato impensabile, e così noi marciammo bagnati dal sole e dalle radiazioni, beatamente inconsapevoli. Ovviamente, il palco delle autorità era praticamente vuoto, visto che i leader locali del Partito erano stati avvertiti in anticipo e avevano abbandonato la zona, ma la parata si svolse senza intoppi. Questa è dedizione. L’anno successivo al Primo maggio arricchito all’uranio, la mamma mi prese per mano e mi accompagnò alla parata per l’i-


nizio della scuola elementare. A parte qualche tram, la Moskovskij Prospekt era tranquilla: davanti ai grandi magazzini di Char’kov, che non ricevevano rifornimenti da due settimane, non c’erano file; gli operai del turno del mattino erano già in fabbrica, e le babuški erano in casa, a preparare il pranzo e a lamentarsi del tempo. Anche i giornali, che di solito volteggiavano in mezzo al traffico, si dissolvevano lentamente nelle pozzanghere ai bordi dei marciapiedi. Io e la mamma attraversammo piazza dell’Insurrezione, circondata di aceri e castagni, svoltammo a sinistra dopo lo stadio Falce e Martello, e arrivammo alla scuola di Char’kov Numero Tre, dove la parata era già in corso. Non c’erano manifesti ad annunciare quante tonnellate di grano aveva prodotto la fattoria collettiva della città, né proclami che la fabbrica Malyšev aveva sfornato per il milionesimo anno di fila trenta carriarmati in più del previsto, o liste di cittadini orgogliosi nominati per ricevere l’Ordine della Gloria del Lavoro di Seconda Classe: era un piccolo evento tranquillo organizzato nel cortile della scuola di mattoni, dove io e la mamma guardavamo gli insegnanti, seguiti dagli studenti dalla quinta alla seconda. Incoraggianti statistiche sulla produzione e Ordini della Gloria del Lavoro a parte, tutto era immacolato: il cielo era scuro, acciaio puro; scendeva una pioggia fredda, ma nessuno sembrava accorgersene. Era come se tutti stessero marciando a migliaia di chilometri da lì, sotto il sole abbagliante della caldissima Cuba. Gli studenti procedevano a grandi falcate, impassibili, imperturbabili: le ragazze sorridevano con timido ottimismo, mentre i ragazzi si esercitavano a diventare i soldati che presto sarebbero stati. Mi aggrappai alla gamba della mamma, in parte nascosto dall’ombrello e in parte dal suo lungo scialle bianco. Quando passò anche l’ultima bandiera rossa fradicia di pioggia, mi sistemai l’uniforme e andai a conoscere Anna Konstantinovna, la mia insegnante, una donna alta con i capelli e la faccia grigi


perfettamente intonati alla camicetta grigia. Per prima cosa ci insegnò come sederci, perché senza una postura corretta l’apprendimento è impossibile. Quindi ci sedemmo ciascuno al nostro banco con la schiena bella dritta, gli occhi sulla lavagna, le braccia incrociate – la sinistra sopra la destra – e le dita stese e unite. (Nel caso si dovesse fare una domanda, il braccio destro doveva ruotare di novanta gradi fino a portarsi in posizione perpendicolare rispetto al banco, ma le dita non dovevano separarsi per nessun motivo.) Anna Konstantinovna andava avanti e indietro lungo il corridoio. Più che insegnare, ci rinfrescava la memoria, come se io, i due fratelli davanti a me e il resto dei miei compagni sapessimo già tutto quello che c’era bisogno di sapere e il suo lavoro si limitasse a risvegliare i nostri ricordi. La seguiva un fotografo, il cui compito era di documentare l’ingresso nella società di una nuova generazione di comunisti. Anna Konstantinovna avanzava, il fotografo scattava, e io restavo seduto, lanciando ordini silenziosi alle mie dita che si contorcevano. Alla lezione sulla postura ne seguì un’altra di due ore in cui venne riaffermato che, in quanto bambini, rappresentavamo il futuro e presto avremmo portato sulle nostre spalle il compito di migliorare la nostra gloriosa società e di combattere il capitalismo. Perché la nostra perfetta Unione Sovietica non era sempre stata perfetta. La perfezione si era raggiunta solo grazie al lavoro instancabile e al genio di Lenin, ma essendo Lenin morto noi dovevamo raccoglierne l’eredità. Tutto, da Puškin alle moltiplicazioni, sarebbe andato a costituire l’arsenale che avremmo utilizzato per portare la felicità agli operai e ai contadini di tutto il mondo. La responsabilità pendeva sui nostri banchi come la spada di Damocle. Per fornirci un aiuto per la lotta imminente ci accompagnarono in mensa, dove ricevemmo latte e panini. Odiare il latte è stata probabilmente la prima decisione definitiva che ho preso,


ma Anna Konstantinovna fu rapida a ricordarmi che senza la sua energia non avrei potuto affrontare i capitalisti. «Il latte ti dà la forza, Lev. Il latte ti dà la forza», ripeteva, e io fui costretto a inghiottire quella massa coagulata nella mia tazza. Tutti dovevano sacrificarsi per il bene comune. Finito il pranzo tornammo in classe, dove Anna Konstantinovna si sedette alla cattedra, con la schiena dritta e gli occhi fissi davanti a sé. La faceva sembrare facile. Infilò un braccio nel cassetto della cattedra e tirò fuori una scatoletta di metallo. Piegò il polso, muovendo il contenuto della scatola, e spalancai gli occhi. Il piano della cattedra si coprì di stelle. Stelline di metallo. Come tutte le buone dittature, anche il Partito Comunista dell’Unione Sovietica aveva ben presente l’importanza dell’indottrinamento fin dalla prima infanzia. Nel momento in cui i bambini cominciavano la scuola entravano a far parte di un’oliatissima macchina propagandistica, il cui primo ingranaggio era il gruppo dei Piccoli Ottobrini. Ottobre era il mese della Rivoluzione e rivestiva un significato speciale per il Partito (in ottobre c’erano parate in abbondanza, e al cospetto delle parate di ottobre tutte le altre erano insignificanti come quella del giorno di San Patrizio). I bambini di prima cominciavano dal principio, dalle origini della Rivoluzione, e indossando la spilletta ufficiale con la stellina diventavano Piccoli Ottobrini. I simboli sono un elemento cruciale tanto dell’istruzione primaria quanto della propaganda totalitaria (due cose che hanno molto in comune) e la stella a cinque punte era un simbolo collaudatissimo dell’URSS. In rilievo al centro di ciascuna delle stelle sparse sulla cattedra di Anna Konstantinovna c’era un piccolo Lenin angelico; quel bambino dorato con i capelli ricci era una specie di versione distorta delle immaginette di Gesù Bambino che in America si appiccicano allo specchietto retrovisore della macchina. Anna Konstantinovna applicò le spille a tutti quanti


e raggiungemmo l’aula magna per vedere gli studenti di terza che diventavano Pionieri. Quello di Pioniere era il livello successivo, ed era un bel salto: essere un Piccolo Ottobrino non comportava obblighi particolari, a parte indossare la spilla; diventare Pioniere rappresentava invece un grande passo, era il momento in cui si cominciava a servire sinceramente la patria. L’arruolamento cominciava in terza ed era facoltativo. Non volevano costringerci, volevano che fosse una scelta spontanea, e se un bambino era troppo stupido o immaturo per iscriversi, avrebbe potuto aspettare fino alla quinta. Quando sarebbe stato obbligato. Per riflettere la solennità del momento, la cerimonia si svolgeva in aula magna, con una processione simile a una piccola parata. Era un tripudio di fazzoletti rossi, il simbolo dei Pionieri, e dal soffitto pendevano striscioni con slogan come SEMPRE PRONTI A COMBATTERE PER IL PARTITO COMUNISTA DELL’URSS! E UN PIONIERE È SEMPRE VIGILE!

Uno a uno i coscritti di terza si alzarono in piedi e pronunciarono il Giuramento Solenne dei Pionieri: «Io, [nome, cognome], unendomi all’Organizzazione dei Giovani Pionieri dell’URSS, alla presenza dei miei compagni prometto solennemente: di amare e proteggere la mia Patria con fervore, di vivere come ci ha comandato il grande Lenin e come ci insegna il Partito Comunista, e di rispettare sempre le leggi dei Pionieri dell’Unione Sovietica». I Pionieri indossarono un fazzoletto rosso e a ciascuno di loro fu assegnato un bambino di prima. Io fui accoppiato con una bimba carina con i codini che mi diede un libro con protagonista un asinello che trovava una macchina volante e decideva di partire per il sole, dove, dopo svariate disavventure (ho il vago


ricordo di un incidente con un elefante allo zoo della Città del Sole), alla fine capiva di dover tornare a casa, che il suo posto era a lavorare sodo con i suoi compatrioti per costruire una società migliore. La bambina mi disse che nei Pionieri c’erano le Squadre e i Gruppi di Sorveglianza, che si doveva far parte dei Comitati, essere amici degli altri Pionieri, imparare importanti Abilità Comuniste e Canzoni dei Pionieri, e altre cose grandiose. Mi chiese se conoscevo l’alfabeto e io risposi di sì. «Ottimo» disse lei, poi declamò: «L’alfabeto è il principio di tutte le cose; persino Lenin ha cominciato da lì». (In russo la frase suona meglio, c’è la rima.) Io mi limitavo a fissarle i codini e il libro con la copertina giallo canarino, su cui era raffigurato l’asinello che accendeva la macchina volante, pronto a portare lo scompiglio nella Città del Sole. Poi i Pionieri più anziani abbracciarono i loro nuovi compagni, si allinearono in Squadre e Gruppi di Sorveglianza e se ne andarono marciando. Questo fu il mio primo giorno di scuola. *** La maschera antigas color verde oliva che ho sulla faccia è un residuato della Seconda guerra mondiale, la Grande Guerra Patriottica, come la chiamano alla radio, o semplicemente, per tutti gli altri: la Guerra. È troppo grande ed è di gomma vecchia e dura; Anna Konstantinovna ha dovuto tirare parecchio le cinghie per adattarla alla mia testa. Gli oculari rotondi mi coprono non soltanto gli occhi ma anche le guance e le sopracciglia. Tutti indossiamo le maschere e nella mano sinistra stringiamo dei lunghi tubi flessibili che terminano in una specie di filtro di metallo. Sono in uniforme: un vestito blu inamidato, la spilla rosso scuro con il piccolo Lenin che luccica sul bavero. Tutti indossano la spilla di Lenin. Noi maschi siamo vestiti alla marinara, le femmine portano un vestitino marrone e hanno un grande nastro bianco


tra i capelli, che però è schiacciato sotto la maschera antigas e non si vede. I bambini di prima sono allineati nel corridoio dipinto con i murales dei Pionieri: bambini e bambine che aiutano gli anziani e piantano alberi. Ci sono anche poster del Lenin Adulto, ormai calvo, con slogan come «Sempre pronti!» e altre citazioni sulla prontezza e l’importanza dell’istruzione. All’improvviso, al primo bambino della fila viene ordinato di mettersi a correre, lui scatta e noi lo seguiamo, su dalle scale e giù dalle scale, fuori sul marciapiede e dentro nei corridoi. Le lenti della maschera antigas sono sporche e appannate: quando corriamo all’esterno vedo soltanto delle macchie indistinte grigio cemento, quando corriamo all’interno delle macchie indistinte rosse e marroni. Siamo in ottobre, abbiamo imparato quasi tutti il percorso intorno all’edificio e la corsa fila via liscia. Percorriamo la scuola diverse volte, corridoio per corridoio, aula per aula, poi ci togliamo le maschere e ci dividiamo per classe, quindi io sono sdraiato sul pavimento e quello più alto dei due fratelli, il più vecchio, mi tiene strette le braccia mentre il bambino grasso con la testa grossa, o almeno credo sia lui, mi stringe le gambe; mi sanguina la fronte, cerco di sollevare la testa ma il sangue mi cola negli occhi e dal naso. Ho la vista annebbiata ma riconosco il più piccolo dei due fratelli a cavalcioni sul mio petto che mi sventola un pezzo di carta igienica sporco di merda davanti agli occhi. «Ecco cosa sei, ecco cosa sei», sibila. La merda è marrone e lui ha la faccia abbronzata, quasi marrone scuro, e gli occhi neri e infossati, l’uniforme è blu scuro e la spilla di Lenin rosso scuro, ma ciò che spicca in mezzo a questi colori smorti sono i suoi denti bianchi e scintillanti che gli occupano metà faccia. È come se il suo viso fosse congelato. Sento le parole «žid» e «merda» e il suo sputo che gli esce dalla bocca, ma ha il volto intrappolato in un sorriso mostruoso. Sono tutti immobili – vedo


le sue mani che mi premono sulle braccia e sulle gambe, con la coda dell’occhio vedo i volti, fermi, immobili, annoiati – stanno facendo tutto questo in modo meccanico, come se fossero obbligati. Una Squadra di Pionieri si avvicina, o forse è un Gruppo di Sorveglianza, non riconosco la differenza, e i loro fazzoletti rossi assomigliano a uno stormo di uccelli colorati. Il sorriso del fratello più piccolo non è di felicità, è più un ghigno che si apre un varco tra l’odore di merda e la nebbia rossastra del sangue; vedo i denti, il corridoio marrone, il blu indistinto delle uniformi e la macchia bianco-grigia di Anna Konstantinovna che apre la porta e con calma ci ricorda che è il momento di fare lezione. Suona la campanella, qualche altro pugno, un altro sbaffo di merda sulla faccia, e io e i miei compagni entriamo in classe per imparare. Ancora non mi è chiaro perché dovevamo correre con le maschere antigas. Anna Konstantinovna aveva fatto una breve allusione ai capitalisti e aveva detto che era vitale essere preparati in caso di un loro attacco; dev’essere stata una spiegazione soddisfacente, poiché né io, né i miei compagni le chiedemmo ulteriori delucidazioni. Ma è l’unico giorno di scuola di cui conservo un ricordo vivido. Di tutto il resto – poesia sovietica e grammatica ucraina, sangue e merda, storia rivoluzionaria e ginnastica sono tutte mischiate insieme – ricordo poco. Forse non avrei ricordato nemmeno quel giorno se non fosse stato per le maschere: le maschere erano speciali, e quel giorno spicca su tutti gli altri. *** Se devo dar credito alla mia memoria, ho perso circa la metà dei miei primi due anni di scuola. La mamma faceva fruttare i suoi contatti tra i medici della città per prolungare le mie assenze quando mi ammalavo – cosa che accadeva di frequente – e


farmi restare a casa il più possibile. Essere ammalato non era un problema, anzi: c’erano sempre libri da leggere, la nonna mi permetteva di stare con lei mentre cucinava, e la sera, quando i miei genitori e mia sorella rientravano, raccontavo alla mamma che cosa avevo letto durante il giorno oppure mi inventavo delle storie per infastidire mia sorella Lina. Nelle giornate di bel tempo uscivo a passeggiare con mio padre in un piccolo parco di lillà dietro il nostro caseggiato. Mio padre era ingegnere e riparava turbine in tutta l’Unione Sovietica, e quando tornava dai suoi viaggi mi portava sempre un regalino e un sacco di storie nuove. Mi raccontava delle città minerarie nella tundra paralizzate dal ghiaccio, dove le temperature scendevano fino a meno quaranta e gli uccelli si gelavano a terra come monticelli di ghiaccio con le piume. Poi gli operai li liberavano, se li mettevano sotto le ascelle e quando arrivavano alle raffinerie gli uccelli erano scongelati e volavano via. Ma le mie storie preferite erano quelle delle repubbliche del Sud – gli stan – dove nel cielo svettavano i minareti e in una madrasa costruita ai tempi di Tamerlano c’era una nicchia con intarsi di pietre rosse a formare la figura di un santo musulmano. Papà parlava con ammirazione degli uzbeki e dei turkmeni, i cui antenati avevano costruito delle capanne nel deserto in cui avevano ricavato dei buchi nelle pareti per creare delle correnti d’aria che le tenessero fresche e ventilate. Ma i suoi pensieri tornavano spesso alle turbine e presto cominciava a borbottare di pale, rotori e membrane. I sentieri del parco erano sporchi di giornali e spazzatura, la notte i senzatetto bivaccavano sotto gli alberi, e c’era un puzzo misto di piscio e fiori. I lunghi rami carichi di boccioli viola pendevano sopra le nostre teste e camminavo accanto a papà sognando il giorno in cui anch’io sarei stato così alto da dovermi piegare per passarci sotto, e poi l’avrei aiutato a risolvere i suoi problemi con le turbine e forse avrei lasciato Char’kov per andare a vedere i minareti per conto mio.


Quando mio padre era in viaggio, trascorrevo i pomeriggi con il mio migliore amico, Oleg, che viveva nell’appartamento di fronte al nostro sullo stesso pianerottolo. Il nostro gioco preferito era riprodurre l’invasione tedesca della Russia in cortile. A volte eravamo l’Armata Rossa che arretrava di fronte all’avanzata tedesca: costruivamo fortificazioni, opponevamo una disperata resistenza, volevamo assicurarci che quei bastardi nazisti pagassero un prezzo altissimo se volevano conquistare la nostra città. A volte invece partivamo dall’angolo più distante del cortile, vicino alla discarica e alle caserme dell’esercito, e conquistavamo il territorio panchina per panchina, atrio per atrio, fino ad arrivare a difendere il nostro palazzo vicino alla panetteria. Ma fare così significava essere i tedeschi, ovviamente, per questo io e Oleg, per sentirci meno antipatriottici, lo chiamavamo «il gioco del contrario». Il problema è che attaccare era più divertente che difendersi. Il fatto è che quel gioco non richiedeva un grosso sforzo di immaginazione. La nostra città era realmente stata distrutta dai tedeschi – le quattro grandi Battaglie di Char’kov, avvenute tra il 1941 e il 1943, occupano un posto importante nei libri di storia – e, nonostante fossero passati quarant’anni, le ferite erano ancora ben visibili. Il nostro balcone sfoggiava ancora i fori dei colpi di mortaio e la città era piena di targhe memoriali e panzer catturati come trofei di guerra. Mia madre, mio padre e la nonna ricordavano perfettamente l’improvvisa evacuazione dell’autunno del 1941, quando erano stati caricati su un treno e spediti a est: papà negli Urali, la mamma e i nonni in Asia centrale. Quando poi mio padre era ritornato in città, la guerra aveva lasciato ben più che dei semplici segni. Lui e i suoi compagni di scuola – molti dei quali nel frattempo erano rimasti orfani – si facevano largo tra gli edifici crollati e scavavano tra le macerie in cerca di mitragliatrici, granate e ossa. Portavano a scuola le armi – tanto erano lì a disposizione di chiunque – e un per po’


mio padre andò in giro con uno strepitoso pugnale delle SS che aveva un’iscrizione in tedesco sulla lama. Quando nonno Lev lo vide, portò papà nei campi vicino alla fabbrica di trattori e gli disse: «Qui da qualche parte ci sono le fosse dove cinque anni fa il proprietario di questo coltello e altri uomini come lui hanno ucciso migliaia di ebrei in un giorno solo».* Non gli ordinò di sbarazzarsi del pugnale, ma da quel giorno mio padre andò in giro con un regolare coltello sovietico. Per me e Oleg era più di un semplice gioco in giardino, era come rimettere in scena un film in un vecchio set cinematografico. Superavamo strisciando le caserme, ci nascondevamo dietro i lillà, andavamo in missione di ricognizione risalendo a quattro zampe la collina vicino ai caseggiati, schivavamo le pallottole, conquistavamo posizioni, finché non raggiungevamo il nostro palazzo, sporchi e vittoriosi. Io e Oleg ci impegnavamo giorno dopo giorno in una travolgente conquista del nostro cortile: dei ragazzi più grandi che si radunavano vicino ai portoni a scambiarsi spille e monetine, delle ragazzine – compresa la sorella di Oleg, Tanja – che raccoglievano fiori e si mettevano a urlare tutte le volte che rubavamo le loro bambole (o, come le chiamavamo noi, «i soldati nemici»), di Mitja il custode, attento principalmente alla sua pipa, delle babuški parcheggiate sulle panchine che non si perdevano nulla di ciò che succedeva intorno a loro, e dei fantasmi dei tedeschi e dei sovietici morti.

* I particolari dell’eccidio emersero solo molto più tardi: il 15 dicembre 1941 nella gola di Drobickij Jar, nei dintorni di Char’kov, furono uccisi dai nazisti 15.000 ebrei. Un memoriale in ricordo delle vittime fu costruito soltanto nel 1991, dopo il crollo dell’Unione Sovietica.


Uno zaino, un orso e otto casse di vodka