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PRELUDIO

Questa è una storia di violenza e bellezza. Un incubo senza luce. Sotto il vapore opaco che accompagna l’incendio, i bambini, sconvolti, cercano. Il sole spunta già dietro la cima degli alberi, e il ruscello che scende verso il fiume canta, sfiorando la punta delle rocce che incontra lungo il suo percorso e grattando via la terra trattenuta dagli arbusti sulle rive. Come se fosse un giorno uguale agli altri. La colonna umana, incatenata al collo e alle caviglie, suscita a volte contro i capi-convoglio, bianchi o neri che siano, la collera di uomini e donne di ritorno dai campi, incrociati sulle strade che portano al mare, dove sono ormeggiate le navi negriere. La costa è meravigliosa. Si apre sul cielo color indaco, che l’orizzonte confonde con il baratro di un mondo senza perdono. Le onde si lacerano contro gli scogli come una madre il cui spirito è alla deriva.


Delle ragazzine curvano la schiena, altre raddrizzano più saldamente le spalle, lo sguardo confuso ma tenace. Hanno subito il violento rituale di accoppiamento dei marinai. Alcune, la maggior parte, ne sono uscite con l’anima distrutta. Altre capiscono che è la prima sfida lanciata alla loro umanità. E la raccolgono. Le donne continuano a muoversi con gesti sicuri, finché i figli richiedono le loro attenzioni. Mormorano loro che quello è un inconveniente della vita, come quando le stagioni dettano i tempi della transumanza o quando tribù confinanti, provenienti da lontano, saccheggiano i loro villaggi. Gli uomini, mortificati, non possono più proteggerle. A bordo ci sono anche degli anziani, catturati insieme agli altri nel corso delle razzie, o intrufolatisi volontariamente tra i propri familiari per accompagnarli e vegliare su di loro, che un’aggressione, una sventura o un’ingiustizia destinano a una sorta funesta. Il calore rovente sfianca i corpi immobili. Gli odori persistono nell’aria. Si mescolano al rumore dei ferri, si addensano nell’oscurità tena-


ce, si accavallano alle parole che, istintivamente, nessuno smette mai di sussurrare. Loro, distesi sul fianco sinistro, con la testa contro i piedi del vicino, sopportano il rollio e il beccheggio, stringono i denti e si abituano agli umori del mare. Imparano così a distinguere la notte dal giorno, grazie al martellamento dell’acqua contro lo scafo della nave, ma ancor più grazie alle lievi variazioni del viavai degli uomini sul ponte. Si dispongono ad attendere il momento in cui l’agitazione svanirà, e infine riescono, nell’immutabile penombra, a scandire il tempo. Le prime rivolte nasceranno proprio dalla padronanza dei cicli del giorno e della notte. Sono state le donne a cominciare. Non riuscendo più a reprimere i gemiti che le prendono alla gola, li inumidiscono, li personalizzano, li lisciano, li perfezionano e li trasformano in suoni accattivanti, in note, in blues, in saudade. Quanti, in questi quattro secoli, si sono tuffati con la zavorra delle loro catene, dopo aver tentato di prendere il comando delle navi e degli equipaggi, o anche senza averci provato, semplicemente


perché preferivano l’abbraccio dell’oceano ruggente alla cupa e arrogante crudeltà degli uomini? Improvvisamente, il cibo è un po’ meno guasto. Da due giorni, vengono portati a piccoli gruppi sul ponte. Respirare, muoversi, riprendere un aspetto umano. Il fatto è che i mercanti si mettono a guardar tutto, i denti, i muscoli, i pidocchi. Queste terre sono così belle! Le montagne sembrano tanto accoglienti! Le begonie contendono ai sargassi il profumo degli alisei. Le coste sono frastagliate come un’antica pergamena. La luna, per la vergogna, mostra solo la schiena. Le separazioni sono strazianti. Seguono soltanto una legge: la volontà del colono e il peso della sua borsa. Il sole, in queste piantagioni, non scotta più di quanto non facesse nei campi di miglio. Ma qui l’acqua è scarsa, molto scarsa. La frusta sibila, come inebriandosi a sazietà del proprio percuotere ritmico. Si levano canti, deboli all’inizio, canti di lavoro improvvisati e stranamente armoniosi, anche quando hanno una ritmica spezzata. Arrampicandosi coi piedi e con i pugni, ansimando coi polmoni e con la gola, si caricano


di una rabbia gelida, di un’impazienza domata, di una disperazione che gli schiavi hanno imparato a mandar giù. I bambini non lavorano per gioco, ma con durezza estrema. Le donne, che legano le canne, raccolgono il cotone o assemblano il tabacco, a volte, ormai in stato di avanzata gravidanza, crollano sfinite. Gli uomini ruminano la loro rabbia non per il lavoro sfibrante, ma per l’impotenza a sottrarre le loro compagne al desiderio brutale e bestiale del padrone e alle subdole vendette di sua moglie. Uomini, donne, bambini? Mobili, secondo il Codice nero. Bestiame, secondo il fattore. Schiavi alla propria mercé, secondo il padrone. E la castagna si ruppe. C’erano degli uomini coscienti di sé. I griot1 cantavano dalla notte dei tempi i diritti e i divieti scritti nella Dunya Makilikan di Soundjata Keita, nella bolla di Ahmed Baba, e nelle stesse leggi di Urukagina e nel codice di Hammurabi. C’erano degli uomini che li conoscevano. 1. Poeti e musicisti ambulanti, depositari della tradizione orale nei popoli dell’Africa occidentale. [N.d.T.]


L’Habeas Corpus romano e la Magna Charta avevano da molto tempo stabilito i limiti della forza e degli abusi di potere. Servivano bolle papali, ordinanze reali, dispute, editti, sentenze e decreti per contraddirli e mantenere questo disordine morale e sociale… C’era bisogno di esegesi, dottrine, dogmi e postulati per giustificare questo commercio contro natura e contro l’umanità, e per placare delle coscienze tormentate… Non ne rimasero tutti uccisi, ma tutti ne furono macchiati. Le religioni, la filosofia, la sociologia, l’antropologia, le scienze… perfino il diritto, nel quale i manipolatori di concetti inocularono fumose teorie, dando il proprio contributo a questo grande inganno! E mentre gli oceani, in superficie, si riempiono di bandiere nemiche, e i loro fondali si ricoprono di cadaveri senza nome… Mentre circolano come non mai tessuti, barre di ferro, fucili, ninnoli e paccottiglie di mercanti dell’Europa atlantica, che ricavano spropositati guadagni in lingotti d’oro e d’argento, sacchi di caffè e cacao, barili di rum, barrette di tabacco,


balle di cotone, bauli di seta e cofanetti di pietre preziose… Mentre da questi oggetti e curiosità tropicali, da questi superflui beni di conforto colano, goccia a goccia, il sangue e le imprecazioni dei nativi americani decimati, e risuona ancora il fragore delle lotte per la resistenza… Mentre gli scambi commerciali si globalizzano e diviene ormai chiaro alla coscienza di tutti che il mondo è finito… Mentre si affermano le teorie razziali, e il razzismo, inadeguato a spiegare il mondo ma lesto a ratificare le sue depravazioni, si radica per secoli… Mentre giovani marinai europei, perplessi e nauseati, si decidono, una volta tornati nelle loro città, a rendere testimonianza dei crimini così commessi… Mentre gli schiavi creano lingue e forme d’arte, plasmano le religioni, fondono le tradizioni spirituali, spiegano il mondo e le sue follie; mentre incendiano le piantagioni, avvelenano il bestiame, sabotano i raccolti e questa economia di facili guadagni; mentre dal ragtime al gospel, dagli spiritual al blues, dal candomblé al tango,


dal kasé-kô alla capoeira, dal banjo al jazz, e dagli inafferrabili quilombo2 ai trattati di pace, fanno esperienza della propria invincibilità; mentre i loro capi si ergono a rappresentanti di popoli diversi, ma accomunati da un’identica esigenza di uguaglianza e rispetto… Mentre dall’Europa e dall’America, mediante ingiunzioni e petizioni in quel di Parigi, Lione, Champagney, Barbechat, o a Londra, Liverpool, Bristol, e ancora ad Amsterdam e in Pennsylvania, celebri voci di filosofi e attivisti e proteste di normali cittadini proclamano di credere nell’uguaglianza di tutti gli uomini… Mentre finalmente si scrivono, contro le schiavitù e le servitù dei tempi passati, presenti e futuri, convenzioni e protocolli che si ricollegano alla Dunya Makilikan o alla Magna Charta… Mentre da tutti i punti cardinali e da tutte le culture ci si domanda come condividere il pianeta, e non suddividendolo in parti, ma in comunione… C’è qualcosa che fermenta, qualcosa che, dalla globalizzazione, dalla brutalità e dalla cupidigia, 2. Comunità formate da schiavi fuggiti dalle piantagioni. [N.d.T.]


vorrebbe far nascere la promessa di uno spirito di appartenenza al mondo nella consapevolezza delle diversitĂ , e anelante alla fraternitĂ . Una storia di violenza e bellezza. Sospinta, forse, proprio dalla bellezza.

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