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1. LA FAME E LA VISIONE

La sveglia suona alle sei, ma io sono già in piedi da un’ora. Difficile dormire stanotte, e poi quel sogno… Ho cinque anni, la luce del primo mattino entra a fatica dai vetri appannati. Sono solo nella camera dove dormo con i miei genitori. Mia madre e mio padre sono già scesi. Sento delle voci in cortile. Mi alzo, saltello verso la finestra. Non si vede nulla. Con la mano destra strofino il vetro per togliere l’umidità che non mi fa vedere fuori. Le voci sono sparite, ma non mi interessano più. Là sotto, nel campo, stanotte è successo qualcosa. È tutto diverso da ieri. È tutto cambiato. Come è possibile? Che cosa è successo ai campi? Che cosa è successo ai colori? Voglio capire, voglio vedere da vicino. Mi infilo le scarpe e scendo di corsa le scale, ho freddo e corro, sono quasi arrivato, sto per uscire di casa e…. Mentre mi guardo allo specchio, la barba fatta a

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metà, penso alla forza con cui certi eventi dell’infanzia ti si incarnano nel profondo. Magari non te li ricordi per anni, poi all’improvviso rispuntano fuori e ti chiedi perché, come sto facendo adesso. Perché proprio stanotte? Perché proprio quel sogno? È il 29 settembre 2012, un giorno importante per noi di Technogym perché inauguriamo il Village. Abbiamo organizzato una grande festa per condividere con la squadra, i partner, la comunità i nostri 29 anni di vita, lavoro, sacrifici e visione. Vorrei che tutto fosse perfetto, ma soprattutto vorrei che questa non fosse una celebrazione. Le celebrazioni fanno pensare alla fine di un ciclo e invece io vorrei che tutti vivessero questa giornata come l’inizio di una nuova avventura. Forse il messaggio del sogno è proprio questo: guarda fuori dalla finestra, sii curioso e vai alla conquista. Sono partito dal niente, con mio fratello Pierluigi e i nostri collaboratori abbiamo costruito una grande azienda apprezzata nel mondo, ma ho la stessa fame di quando ho cominciato, a 22 anni. Vorrei che anche il mio Paese avesse la stessa fame che gli ha permesso di costruire cose splendide nel passato. Vorrei un Paese con giovani affamati di idee, di conquista, di conoscenza, di bello, di futuro, di vita. La fame è una grande opportunità. Ti costringe a migliorare e a non aspettare il futuro, ma a costruirtelo tu. Sogno, fame, visione, lavoro quotidiano, la meta,

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la strada, il desiderio e la fatica. Sono ingredienti a disposizione di tutti, per averli non serve denaro, ma curiosità. Mentre finisco di radermi ripasso i punti chiave del mio discorso, penso ai dettagli. Mai trascurare i dettagli, mai smettere di considerare il punto di vista degli altri, mai abituarsi all’abitudine, e soprattutto mai lasciarsi soggiogare dalla vanità. Torno in camera. Apro le finestre. «Ciao. Com’è il tempo?» È Stefania. Si è appena alzata. «Qualche nuvola, ma non piove. Non pioverà.» «Meno male.» La luce di fine settembre illumina le pareti, i soffitti alti, il letto, il divano di fronte. Questa camera è grande come l’appartamento dove sono cresciuto, ma io sono lo stesso di allora. Una parte di me è orgogliosa per i traguardi raggiunti. L’altra non vuole dare troppo peso a tutto ciò, agli agi, alle «cose», perché è rimasta la stessa di un tempo, quando aveva poco e pensava solo alle sfide future. Il pensiero corre alla stanza che dividevo con mio fratello Pierluigi quando ero bambino, poi ragazzo, poi giovane uomo. Due letti, un armadio, un tavolo da disegno. Era una camera essenziale, dentro una casa semplice, costruita da gente onesta e tenace, i miei genitori. È stata la camera dove sono nate tutte le mie prime curiosità. Ai bambini non servono

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dimore lussuose per imparare a sognare, i bambini sono curiosi perché non hanno il virus del preconcetto. Per un attimo mi rivedo lì, a 6 anni, con il mio primo regalo importante, il Lego. Andavo pazzo per quei mattoncini. La prima cosa che costruii fu una casa: quattro solidi muri, un grande balcone e nessuna finestra, chissà perché. Stefania mi chiama. «Ti preparo un caffè?» Quando l’ho conosciuta, Stefania aveva sedici anni e io venti. Da allora è stata sempre al mio fianco, mi ha sostenuto fin dall’inizio, poi è stata il collante della famiglia. Siamo sempre stati solidali nei progetti e nei sogni, nella fatica e nell’entusiasmo. Erica e Edoardo, i nostri figli, hanno 29 e 38 anni meno di me. Sono nati dopo l’azienda, non hanno visto le nostre fatiche iniziali, sono arrivati quando tutto era già partito e consolidato, sono cresciuti in un mondo completamente diverso dal mio. Ogni tanto mi domando se sono stato capace di trasmettere loro la stessa fame che ho avuto e che ho ancora. Le mie certezze vacillano quando penso che io stesso ho dato a Erica e Edoardo tutto ciò che serve per non avere fame. È inevitabile che dei genitori cerchino di dare ai figli una vita più facile della propria, ma si corre il rischio di togliere loro lo stimolo della curiosità. Dalla curiosità nasce la voglia di mi-

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gliorare e da lì la grinta che ti fa sopportare la fatica necessaria a conquistarsi ogni cosa. La voce di Stefania mi riporta al presente. «Il video di tuo padre nel garage lo proiettate?» «Non so, ho dei dubbi. È una cosa così intima. E poi non voglio esagerare con l’autocelebrazione.» «Però è commovente.» «Appunto, per questo è meglio tenere quel ricordo per noi. Ora vado. Mi raccomando, puntuali. Ci vediamo là.» Stefania è come una roccia accogliente, è il baricentro della famiglia, spontanea e semplice come quando l’ho conosciuta, completamente priva di fronzoli. Mi è sempre piaciuta la sua trasparenza, la sua capacità di stupirsi, salvo poi spiazzarti ogni tanto con osservazioni profonde e autoironiche. Mi allaccio le scarpe e all’improvviso sorrido. Mi sono ricordato la frase che disse quando decise di passare al part-time dopo la nascita di Erica. Era l’inizio del ’91. Fino ad allora aveva lavorato in azienda dodici ore al giorno, spesso si era portata a casa il lavoro da finire e lo aveva sempre fatto con il sorriso. «Adesso», mi disse, «vorrei rallentare. La chioccia ha bisogno della sua bambina.» Scendo nel grande cortile e salgo sull’auto. Sono le sette, attraverso Cesena, vado verso il casello sud dell’autostrada, dopo nemmeno quattro chilometri compare il Village. Il cancello automatico si apre

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qualche secondo prima che io arrivi. Un uomo si affaccia sulla porta della reception e mi saluta: «Ben arrivato ingegner Alessandri. Oggi sarà una grande giornata». Poi sorride. «Grazie Valter.» Valter è con noi da molto tempo, è stato vicino a mio padre Giovanni fino alla sua morte. Vent’anni fa in azienda era più facile conoscere tutti perché eravamo meno di cento, all’inizio siamo cresciuti insieme con amici e qualche parente. Oggi è più difficile ricordare ogni nome, ma cerco di farlo ancora anche se siamo 1000 in Italia e oltre 2000 nel mondo. Più si diventa grandi, più è necessario sentirsi uniti. Potrebbe sembrare un prezzo faticoso da pagare, e invece per me è un paradosso doveroso. I paradossi mi piacciono perché ti stimolano a realizzare ciò che sembra impossibile, come fare presto e bene, essere grandi e attenti ai particolari, decisi negli obiettivi e sensibili nei metodi. Mi fermo. I trecento metri che mi separano dall’entrata oggi li voglio fare a piedi e non in auto. A destra sono già pronti i banchetti con i pass e i cartelli che guideranno i 1700 invitati arrivati da settanta Paesi nel mondo, ospiti istituzionali, la stampa, ma soprattutto i clienti. Devono essere loro i veri protagonisti della giornata. Il cliente è l’unica e vera ragione di esistenza di un’azienda, non è solo quello che ne garantisce il futuro, ma colui che con

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le sue esigenze la stimola a evolversi e a migliorare nella competizione con gli altri. Ascolto la musica che esce dagli altoparlanti nascosti fra i cespugli nel prato e ripenso ai dettagli: le scenografie per lo spettacolo di inaugurazione della fabbrica al piano terra, le quasi 2000 sedie per il Wellness Congress al terzo piano. Ho lavorato 29 anni per arrivare fin qui, da due settimane io e i miei collaboratori più stretti dormiamo due ore per notte, tutti vogliamo che ogni cosa sia perfetta. Mentre cammino guardo il Technogym Village e, come ogni volta che gli vado incontro, lo trovo perfetto, forse troppo. L’ho voluto fortemente, così come l’ha voluto mio fratello. Io e Pierluigi siamo molto diversi. Sognatore io, concreto lui, io sono espansivo lui introverso, per capirci spesso non abbiamo bisogno di parlarci, ci basta un’occhiata. Fin da quando eravamo bambini io mi sono sentito responsabile per lui, quasi come un padre. Credo sia il destino dei fratelli maggiori. Con il tempo, lavorando insieme, le nostre diversità si sono rivelate preziose e ci hanno permesso di costruire una collaborazione perfetta, ci compensiamo. A volte, senza pensarci, facciamo cose che ci riportano all’infanzia come quando, alla recente fiera di San Diego, la più importante a livello mondiale per il nostro settore, pur avendo due singole in albergo abbiamo dormito nella stessa stanza, lui in un

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letto e io nell’altro, proprio come quando eravamo bambini e dividevamo la camera. Quando abbiamo deciso di costruire il Technogym Village è stato Pierluigi a seguire personalmente ogni fase: l’acquisizione dei terreni, il progetto, i permessi, le pratiche, i lavori. Senza la sua calma inesorabile, la sua pazienza, non so se saremmo riusciti a concretizzare questo sogno. Insieme abbiamo lottato dieci anni perché il Village nascesse. Ora che il gran giorno è arrivato, una parte di me sente salire l’altra faccia della soddisfazione, un’ansia sottile. La Technogym è mia figlia, la figlia del mio lavoro, e questa nuova struttura progettata da Antonio Citterio è l’incarnazione della nostra idea di Wellness, un luogo concepito per ispirare. Guardo il lungo tetto a onde, che riproduce il profilo dolce delle colline romagnole che si vedono all’orizzonte. Guardo i quattro piani con pareti di vetro, la struttura in legno e acciaio, le linee pulite ed eleganti, il prato attorno, il ruscello, il piccolo lago. Questa mattina Technogym mi appare come una giovane donna sicura di sé e bellissima, ma proprio per questo, da ora in poi, dovrà essere ancora più sorprendente di prima perché le aspettative saranno molto più alte. La strada che oggi Technogym inizia a percorrere contiene una grande opportunità e insieme un grande rischio. Se saprà usare bene le sue qualità e le

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sue risorse potrà crescere ancora, con me o senza di me. Se sarà troppo compiaciuta di ciò che è, rimarrà com’è adesso. Restare fermi, però, è il modo migliore per morire, magari lentamente, ma morire. Non è questo che voglio, non è per ricevere complimenti o onori che 29 anni fa ho cominciato tutto ciò. Quando arrivi in alto l’errore fatale è dietro l’angolo, si infiltra nel pensiero, poi nelle scelte, infine nell’agire, giorno dopo giorno. È un errore che nasce dal sentirsi realizzati, che ti toglie la fame e la voglia di migliorare, è un errore dal nome dolce, ma malefico come un veleno, è un errore che si chiama autocompiacimento. Chi non fa questa vita, chi ama il quieto vivere fatica a capire. Fare l’imprenditore significa che ogni giorno ti alzi sapendo che devi garantire il salario a chi lavora con te, sai che devi guardare non solo all’immediato, ma soprattutto al lungo periodo. Sai che il futuro te lo devi inventare tu stesso e cercare di arrivare prima degli altri. È faticoso. Ecco perché ogni volta che raggiungi un traguardo, anche minimo, la tentazione di fermarsi e non rischiare più è lì, in agguato. Ma io non sono fatto così. Se ci fossimo accontentati del piccolo e bello, se non avessimo pensato in grande e continuamente investito e rischiato per crescere, oggi probabilmente l’azienda sarebbe già morta. Oggi non si celebra un punto di arrivo, si inaugura una nuova partenza.

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Da azienda leader di prodotto vogliamo lasciare un segno in termini di cultura di impresa, ma per riuscirci dobbiamo diventare grandi, aumentare la platea a cui ci rivolgiamo e creare consenso attorno alle nostre idee, anzi all’idea che sta alla base di tutto, e cioè far muovere la gente sempre di più. La porta a vetri dell’ingresso si apre e i pensieri sul domani spariscono. Ora c’è da pensare al presente, a questa giornata che desideravamo con il sole. Il bel tempo non si può programmare. Eppure, mi dicevo, ci deve essere un modo per avere qualche certezza. Abbiamo guardato le statistiche meteorologiche e abbiamo scoperto che l’ultimo fine settimana di settembre è il meno piovoso del mese. È così che abbiamo scelto il 29 settembre come data per l’inaugurazione del Technogym Village. Le statistiche avevano ragione. In cielo c’è qualche nuvola, ma non ci disturberà, almeno fino a stasera. Guardo gli uffici attorno e sopra di me, scendo verso la fabbrica. La parte finale delle linee di produzione è stata smontata per fare spazio al grande palco e alla platea, il fondo è occupato da uno schermo alto fino al soffitto. Una tenda gialla, come il colore del nostro marchio, è stata tagliata e cucita apposta per questo evento. È grande 107 metri per 6 e separa quest’area dal resto della fabbrica, sette padiglioni che corrono paralleli fra gli uffici e l’autostrada.

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In questi 60mila metri quadrati produciamo centinaia di migliaia di macchine all’anno che esportiamo in tutto il mondo. Per montare un tapis roulant, per esempio, serve una squadra di 27 persone che si muovono su 11 stazioni. È un assemblaggio che dura due ore e non è solo un lavoro da catena di montaggio, ma comprende competenze, lavorazioni e componenti di altissima qualità, proprio quel mix unico che gli stranieri vogliono dai prodotti italiani e questo spiega perché il 90% del nostro mercato è all’estero. Il mondo ama l’Italia e la sua qualità della vita. Squilla il telefono. È Pierluigi. Sono le sette e un quarto, gli ospiti cominceranno ad arrivare alle nove, la maggior parte di loro è già negli alberghi di Cesena, Cervia, Rimini, Riccione. Mancano solo i due più difficili da portare qui, il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano e l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton. Ragioni di sicurezza o un contrattempo potrebbero annullare la loro presenza all’ultimo minuto. Bill Clinton avrebbe dovuto dormire qui, ma ieri sera l’ambasciata ha cambiato i programmi. Non si sa ancora dove atterrerà il suo aereo e nemmeno a che ora. Napolitano dovrebbe arrivare alle 10. Il Quirinale ha confermato la sua presenza, ma finché non vedrò la sua auto varcare il cancello non sarò tranquillo. Mi piace curare i particolari perché sono loro a fare belle le cose e a me il bello piace da sempre,

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fin da piccolo. Il bello dei particolari, insieme con la sostanza, è ciò che distingue i buoni prodotti da quelli mediocri. Controllo le sedie, la tenda, il palco, vado in fondo alla sala per avere una visione dell’insieme. Sembra tutto a posto. Torno verso gli uffici, attraverso il passaggio alberato che separa la fabbrica dal centro ricerche. Voglio riguardare tutti e quattro i piani da cima a fondo. Passo davanti al ristorante dove serviremo l’aperitivo e il pranzo. Non abbiamo voluto una banale mensa per i nostri collaboratori, ma un luogo luminoso, gradevole e con un menù italiano, con ingredienti a chilometro zero, ricette semplici e sane della cucina mediterranea preparate al momento, un menù ricco di verdura e frutta, equilibrato fra proteine e carboidrati. Non potremmo promuovere il wellness nel mondo, come facciamo dal ’93, se non lo applicassimo per primi nella nostra vita e nella nostra azienda. Wellness non vuol dire solo fare palestra, ma è uno stile di vita, un modo di pensare, di mangiare, di muoversi, di abitare la città e i suoi spazi. Gli spazi sono fondamentali per la qualità del lavoro, sono una fonte di stimolo e benessere. Un collaboratore soddisfatto di quello che fa e del luogo dove lavora, dà il meglio di sé. È un cittadino che la sera torna a casa contento, che potrà parlare con orgoglio dei propri risultati, è una persona a cui po-

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trai chiedere impegno e condivisione degli obiettivi perché sa di essere una parte preziosa di un insieme prezioso. Vado verso la palestra e mi viene incontro Maurizio Placuzzi, la seconda persona che ha cominciato a lavorare con me. Il corpo massiccio e il sorriso da ragazzo sono gli stessi dei nostri esordi, poco più che ventenni. Lui e gli altri che fin dall’inizio hanno creduto nelle mie idee, quando la maggior parte della gente mi dava del matto, sono il primo motore di questa azienda, quello zoccolo duro che diventa come una seconda famiglia, gente di cui sai che puoi fidarti per sempre. Vorrei ringraziarli uno per uno scrivendo ogni loro nome, ma la lista è così lunga che occuperebbe un intero capitolo. Non si costruisce dal niente un’azienda solida senza persone trasparenti ed entusiaste. Ci diamo forza a vicenda. Entro nel wellness center, la grande palestra circolare e a due piani con le pareti di vetro che si affacciano sul prato e sul laghetto. Questo è anche il nostro show room dove sono esposte le nostre ultime linee, gioielli di design e tecnologia come Kinesis, Excite, Selection, Element, Pure Strength, Easy Line, Personal, Forma e Artis, l’ultima nata. Con il fazzoletto tolgo un pelucco dallo schermo di Run Personal. Sono maniaco, lo so, ma so anche che non costruisci nulla dal nulla se non sei ossessionato dalla perfezione dei particolari.

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Torno sui miei passi, arrivo a una doppia porta il cui accesso è permesso solo a chi ha un codice speciale ed entro nel cuore e nel cervello di Technogym, il Centro Studi e Ricerche. Squilla di nuovo il telefono. È Massimo Massarini. «Ciao. Sono arrivato.» «Salgo fra poco. Sono al Centro ricerche.» «Vuoi far entrare qualche ospite proprio lì!?» «Figurati! Non l’ho mai fatto, non comincerò adesso. Controllavo che tutto fosse posto.» Gli open space sono separati da vetri, intravedo alcuni nuovi prototipi in fase di progettazione. Oggi, fra ingegneri, fisioterapisti, medici e designer, in questo Centro lavorano duecento persone, ma all’inizio era un piccolo ufficio tecnico guidato da me e da Piero Pollini, uno dei primi collaboratori. Poi con Massimo Massarini, che è medico dello sport, nel ’91 lo abbiamo trasformato in Centro ricerche e a poco a poco siamo diventati cinque, poi dieci, cento. Massimo è una persona molto intelligente, ma scomoda, polemica e ipercritica e proprio per queste qualità, anche se ha lasciato l’azienda da tempo, rimane uno dei nostri più importanti consulenti. Io ho sempre cercato di circondarmi di persone più brave di me, perché mettersi in discussione e confrontarsi anche aspramente con chi vale è fondamentale per crescere. Fin dall’inizio ho creduto che il Centro ricerche fosse il cuore per un’impresa che vuole evolversi,

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perché solo con prodotti innovativi conquisti mercato e credibilità. Ma le invenzioni e le idee vanno protette e difese con i denti. La segretezza dei progetti è vitale. È una lezione che ho imparato molto presto e a mie spese. Per questo solo io e gli addetti ai lavori possiamo entrare qui dentro. Esco dalla doppia porta di protezione, salgo al primo piano e percorro l’edificio da un estremo all’altro. Cammino immerso nella luce che attraversa la tettoia filtrante, le pareti di vetro e invade gli uffici rendendo lo spazio un corpo unico. Ogni scrivania, ogni wellness ball, le palle ergonomiche che usiamo come sedie, ogni monitor è a portata d’occhio. Rifaccio il percorso al secondo e poi al terzo piano, da nordovest a sud-est, da sud-est a nord-ovest. Poi mi fermo sull’angolo estremo, quello più vicino all’autostrada. Era più o meno in questo punto che dodici anni prima feci portare una gru con un cestello. Allora qui c’erano solo campi di fragole e quel 15 agosto 2000 su questi terreni c’eravamo soltanto io, il gruista e mio fratello. Al gruista devo essere sembrato un po’ matto quando gli chiesi di farmi entrare nel cestello e di sollevarmi più in alto che poteva. Da lassù ho fotografato tutto intorno. Volevo vedere dall’alto come sarebbe diventato il mio sogno, al centro della Wellness Valley. Quest’area l’abbiamo scelta io e Pierluigi dopo mille ricerche, studi e valutazioni. Qui siamo al cen-

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tro di un crocevia importantissimo che porta ovunque: nord, sud, est e ovest. Di qui passano la A 14, l’autostrada adriatica, e la E 45, cioè la superstrada che coincide con l’asse stradale europeo che va dalla Sicilia alla Finlandia. Qui si incrociano le strade per Roma, Venezia, Ancona e Milano. Questo era uno snodo viario anche nell’antichità. Qui sotto ci sono le centuriazioni romane. Guardare dall’alto aiuta l’immaginazione. Se guardi dall’alto capisci meglio quello che c’è e riesci a vedere quello che ancora non c’è, riesci a osservare l’intera foresta e non il singolo albero. Lassù, in quel ferragosto 2000, dentro il cestello della gru, alla stessa altezza delle cime degli alberi, volevo guardare lontano. Volevo rendermi conto del rapporto fisico che avrebbe avuto la nostra azienda con il territorio, volevo toccare con gli occhi la distanza dalla città e dal mare, qualche chilometro più in là, volevo valutare i rumori della strada, il traffico, l’uscita del casello a qualche centinaio di metri. Tutto ciò mi serviva per decidere l’orientamento dell’edificio, dove andava fatta la pista ciclabile, il laghetto, il parco, gli uffici, il centro wellness, la fabbrica, il campo da basket. In quel momento ho visto il Village fatto. Non puoi decidere un progetto così importante guardando solo il disegno. Per vedere lontano devi coinvolgere tutti i sensi e soprattutto guardare con i tuoi occhi.

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Ecco il significato del sogno di questa notte. Quella fu la mia prima visione dall’alto. Quando quella mattina di primavera mi alzai e andai alla finestra, vidi che il campo attorno a casa in una notte era cambiato. La sera prima era tutto marrone, adesso era tutto verde. Ricordo che mi vestii in fretta e furia e corsi giù per le scale per arrivare prima possibile al campo. Quando gli fui vicino, vidi che erano spuntate tante piantine piccole e verdi che prima non c’erano. Però, da vicino il campo era ancora marrone. Mi domandai perché dall’alto era tutto diverso. Perché quello che in basso si rivelava marrone dall’alto appariva verde? Tornai di corsa in camera, mi riaffacciai alla finestra. La distesa davanti a me era tornata verde e allora capii perché. Capii che dall’alto la distanza fra le piantine sembrava più piccola e che quindi il campo risultava un tappeto verde. Capii che il punto di vista cambia la prospettiva e che le cose viste dall’alto sono diverse che viste da vicino. Fu in quel preciso istante che intuii l’importanza del «punto di vista», senza esserne pienamente cosciente. Il significato profondo di questa esperienza lo capirò molti anni dopo, quando realizzerò che è il punto di vista a cambiare la prospettiva. Ma intanto, in quella fredda mattina di primavera, mi si stampò dentro un’immagine che non mi ha più lasciato. Immaginare il futuro non è cosa che ti piomba sulla testa da sola, ma è un esercizio, un allenamen-

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to. Immaginare il futuro non significa solo sognarlo, ma volerselo costruire. Per farlo, però, serve una tenacia dura come l’acciaio. Vuol dire alzarsi presto anche se hai sonno, lavorare la notte se è necessario, rinunciare a domeniche e feste e vacanze se hai qualcosa da finire o migliorare, non rimandare mai un appuntamento, cogliere ogni più piccola occasione, vivere con la curiosità che ti pungola e non smettere mai di avere fame. E poi bisogna ricordarsi che ogni giorno è sempre come il primo. Quando abbiamo traslocato dai vecchi stabilimenti di Gambettola al Village di Cesena, il 9 gennaio 2012, appena l’ho visto finito ho pensato: «È così bello che adesso mi si siedono tutti. Penseranno di essere arrivati. È un autogol clamoroso». Serve una maturità pazzesca per non sedersi sugli allori. Il Technogym Village è stato fatto pensando ai prossimi 50 anni, non ai prossimi 5, non è solo una grande opera di architettura, ma un luogo progettato per ispirare e coinvolgere più persone possibile nella nostra visione. Alcuni collaboratori si sono sentiti un po’ spaesati entrando qui dentro, e lo capisco. Nell’arco di 29 anni siamo passati da un garage di Calisese a un capannone di Gambettola. Poi gli edifici sono diventati 14, ma era comunque un’atmosfera familiare. Ora, mettendo davanti alle persone che lavorano qui l’alta architettura di Antonio Citterio, abbiamo

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cambiato loro la scala di riferimento, e quindi il senso di responsabilità, la dimensione, le aspettative. Sapevo che il passaggio non sarebbe stato ininfluente, non lo è stato nemmeno per me. Ma era necessario farlo. Questo cambiamento serve ad aprire gli orizzonti e a mettersi in discussione. Per questo, passata la festa di oggi, domani mattina saremo tutti qui a lavorare, senza aspettare, senza lasciarci sedurre dal successo. Il successo è sempre pericoloso, va trattato con molta diffidenza perché è un cattivo consigliere, va domato e interpretato. Io ripeto spesso che quando una cosa ha successo, vuol dire che è già superata, obsoleta. Solo i prodotti che diventano icone sopravvivono perché sono fatti di elementi che durano nel tempo: innovazione, qualità, funzionalità, design e unicità. Sembra paradossale, ma cambiare è necessario proprio all’apice del successo, anche a costo di raccogliere meno risultati nel breve termine. Quando ci si accorge di non avere più successo è troppo tardi, per questo bisogna avere l’umiltà e l’intuito di cambiare nel momento di massimo risultato. Investire nel cambiamento permette di essere preparati e pronti per il futuro. Capisco che fermarsi sulle conquiste raggiunte è una grande tentazione, perché conquistare costa fatica, rinunce e impegno, ma possono un medico, un

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manager, un insegnante, un avvocato, un architetto, un impiegato, un imprenditore smettere di studiare e di aggiornarsi? Certo che possono, ma poi che cosa succede del loro lavoro e delle loro aspirazioni? Succede che a un certo punto le cose rallentano, si fermano, gli altri ti sorpassano, le occasioni diminuiscono, il mondo cambia e tu sei rimasto indietro perché hai perso troppi treni, hai sprecato il talento e le opportunità. Technogym non fa eccezione a questa regola. Ora ha un abito nuovo e bellissimo, ma dopo la giornata di oggi, dopo il battesimo del nostro campus, so che la sfida futura sarà tenere viva dentro di noi tanta fame per gli anni futuri. Squilla il telefono. È Pierluigi. «Nerio, gli ospiti cominciano ad arrivare.» «Scendo.»

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Nati per muoverci  

Ci sono storie che rincuorano, che spronano a credere di più nei propri sogni e nelle forze del nostro Paese. Nerio Alessandri è un uomo che...