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PROLOGO

Qui e ora


Ho un pannolino addosso, in questo momento. Non so se sia quello della pubblicità di June Allyson, con la fascetta elastica come si vedono in Tv, un vero e proprio Dignity, oppure uno senza nome, uno di quelle sottomarche che si comprano all’ingrosso. Tutto quello che so è che mi sono svegliato in questa stanza d’ospedale e ce l’avevo addosso. Stretto e insanguinato. Il girovita mi prude a tal punto da farmi quasi dimenticare quei tredici punti infernali che mi frizzano proprio laggiù, sui coglioni. O su quello che ne rimane. Ma non fatemi continuare… Tutto questo, be’, non è qualcosa di cui vado fiero. Non è quel genere di cosa che ti fa agguantare il più vicino telefono e chiamare quindici dei tuoi amici più cari. D’altra parte credo sia il caso di parlarne. Penso sia un dovere, perché in questa situazione – intendo dire lo scroto a cerniera, questo pannolino intriso di sangue, questa infernale stanza d’ospedale – mi ci ritrovo adesso. Ecco dove le droghe, nel bene o nel male, sembrano avermi portato. E questo, come c’è scritto a chiare lettere nel contratto, è un libro che parla di me e della droga. Ma torniamo ai miei testicoli fasciati di garza. La mummia dei miei genitali. Il punto è che – oh, Cristo, Cristodiddio, il sangue esce dalla garza. Mi sto sbrodolando addosso! Lasciamo stare… Il punto è che tutto, nel bene o nel male, mi rimanda a quei dieci anni di siringhe e agli anni precedenti in cui mi sono fatto di ogni cosa, dalla cocaina al Romilar, dall’erba alle pasticche, dall’ LSD al metadone,


senza contare che negli intermezzi avrò mandato giù un’intera farmacia: una vita passata cercando di modificare il semplice, trascurabile fatto che esser vivi significa essere coscienti. Più o meno. Quegli anni mi hanno portato a questa «palla da biliardo» – e qui sto citando il mio medico, uno scarruffato urologo ottantaquattrenne dai capelli giallognoli che mi dice di chiamarlo «Amico» – a questa ciste grande quanto una «palla da biliardo» la cui rimozione mi ha reso ammaccato e gocciolante. Che ha avvelenato e quasi distrutto il mio fegato. E il fegato, mi dicono, è lo spazzino del corpo. Serve per pulire. Il mio piccolo spazzino non ce l’ha fatta a resistere all’inondazione, ed è per questo che dei malefici residui di narcotici sono finiti laggiù, vicino al distretto de los huevos. Da qui la mia presenza al Cedars-Sinai, una seconda casa. Il luogo in cui ho detto basta alla droga, due volte. Il luogo in cui mia figlia è venuta alla luce. Il luogo in cui, stando a quello che dice l’Amico Dottore, ho partorito una palla da biliardo dallo scroto. Indossare questo umiliante pannolino mi fa tornare indietro nel tempo, mi rispedisce, sbandando, sul viale dei ricordi intossicati. Non posso fare a meno di pensare, sdraiato in un acido delirio post-operatorio alla morfina, al giorno in cui l’altro frutto dei miei lombi, mia figlia, vide la luce in questo prestigioso istituto. Avevo trentacinque anni, molti dei quali passati sostando nel reparto Abusi Chimici. Fu l’unica volta in cui misi piede al Cedars senza che qualcuno volesse tagliarmi il braccio all’altezza della scapola – tanto per levarci l’ago da dentro. Non sarebbe comunque servito a nulla. Se mi fossi ritrovato senza un braccio e in astinenza, avrei sicuramente trovato un modo per riscaldare un buon cucchiaio di roba messicana e spararmela in vena attraverso l’alluce (una volta, a San Francisco, ho incontrato un tipo con ambedue le braccia amputate che era fidanzato con una che gli stringeva il laccio del reggiseno intorno alla gola e gli iniettava la roba nel collo. Altro esempio di trionfo della solidarietà umana. Ma se divento sentimentale, per favore, picchiatemi…)


Diciamo che fu proprio quella gita al Cedars, quella in cui entrai che ero un drogato e uscii che ero un drogato con prole, che mi fece capire quanto in basso ero caduto. Perfino adesso i dettagli – il prima, il durante e il dopo – mi fanno venir voglia di strapparmi gli occhi e riempirmi le orbite di spazzatura. Ci sono storie che non hai nessuna voglia di raccontare e storie che al solo pensiero di dirle la scatola cranica ti va in ebollizione. Ma non puoi farne a meno. Anche se stai ad aspettare che il tuo cranio diventi un cartoccio carbonizzato e fumante, la verità rimarrà sempre lì dentro a dimenarsi. Arrivati a questo punto, non rimane altro da fare che lasciarla uscire. Quindi, per quanto riguarda il giorno e il posto: il 31 marzo 1989 mi sono ritrovato dentro gli sterili confini della toilette di ostetricia e ginecologia del Cedars-Sinai, a iniettarmi una pera formato bomba di eroina messicana mentre, a nemmeno dieci metri di distanza, mia figlia si faceva strada centimetro dopo centimetro attraverso il canale uterino della mia urlante consorte. In qualche modo, con gli occhi storti e il braccio insanguinato, riuscii barcollando a tornare in tempo per assistere all’arrivo di quella piccina che schizzando fuori dall’utero precipitava a Los Angeles. Non prima, comunque, di aver visto la pura e semplice schifezza del mio essere riflessa negli occhi dell’uomo che mi porgeva mia figlia. Uno sguardo al padre della bambina e fu chiaro che il dottor Incazzamento avrebbe rispedito seduta stante la piccina nell’oblio. E chi avrebbe potuto biasimarlo? Non ci vuole di certo Jonas Salk per indovinare il futuro di un neonato il cui padre arriva sbavando in sala parto con un braccio gocciolante. Ero la bestia più spaventosa dell’inferno, e lui lo sapeva. Si potrebbe dire che il successo mi ha rovinato. Si potrebbe dire che ho rovinato il successo. Gli anni Ottanta mi hanno lanciato in una spirale imbevuta di droga, dalle riviste ai film porno fino al mondo da migliaia di dollari a settimana di un grande network televisivo. In un certo senso potevo definirmi uno yuppie. Ma questo status so-


ciale – un capitalista appena sposato – occupava solo la superficie di una vita che al suo interno comprendeva una realtà più tormentata fatta di droga e dipendenza, tradimenti, sconfitte e reati. Padre. Marito. Scrittore. Drogato. Vivevo ogni giorno la mia doppia o tripla vita. Facevo la spola dai quartieri più malfamati di Los Angeles alle abitazioni ricostruite negli studi televisivi, dalle comodità della mia nuova casa ai violenti confini della dimora dello stupefacente… I fatti nudi e crudi: in qualsiasi universo atterrassi, la Hollywood dell’alta società o quella dei bassifondi, in famiglia, con gli amici o con i compagni di pera, l’unica costante rimaneva la facciata. Ero un criminale coi criminali. Uno yuppie con gli yuppie. Un padre con gli altri padri. Come sia caduto in questo abisso – e come abbia fatto a uscirne, sono domande alle quali cercherò di dare una risposta per tutta la durata di questo libro. La verità: questo libro, per me, è più un esorcismo che un esercizio della memoria. Si tratta di un esorcismo schizofrenico, ovviamente. La natura degli oppiacei ha a che fare col dimenticare. Quando attraversi quella nebbia narcotica, la memoria funziona come un proiettore mutante, una cinepresa con una costante messa a fuoco sull’inferno. La pellicola entra da una parte e, appena terminata la sequenza, viene dissolta da una specie di acido. Questa è stata la mia vita da drogato. L’esperienza vive, più o meno, quanto il lusinghiero sospiro dell’oblio, mentre i momenti vengono bruciati all’istante… cacciati per sempre. L’anima, io credo, ti permette di dimenticare questi traumi. Esige che tu lo faccia… La testimonianza di quegli anni esiste solo a livello cellulare. Il corpo è il luogo in cui è seppellita. Ecco allora il trascurabile fatto che il mio fegato avrebbe potuto schiantarsi nel giro di un anno, il recente souvenir rimasto nel mio scroto, la fatica e il dolore, lo stato febbrile di notti sudate che sembrano non finire mai. Finché alla fine finiscono.


Il fatto è che non sono sicuro di dove questo viaggio mi porterà né so in che direzione andare. So solo che devo scendere nella bolgia, strisciare nuovamente nell’inferno e pregare Dio che dal suo paradiso dei drogati possa farmi strisciar fuori un’altra volta.


PARTE PRIMA

Hollywood da quattro soldi


Pensavo che non ci fosse via d’uscita, che l’unica cosa da fare fosse uccidermi; quando mi rannicchiavo al chiuso di un bagno, col sangue sulle scarpe e qualcuno che bussava alla porta…; quando mia moglie era incinta e avrei scommesso sulla mia anima malata che il bambino sarebbe nato senza occhi, una specie di mutante, allo stato vegetativo nel migliore dei casi, tutto per colpa della roba chimica che mi ero sparato nelle vene prima di sputare il seme che aveva fecondato il suo uovo innocente…; quando mi agitavo all’ospedale, con le palpebre che grattavano come filo spinato e la pelle che mi pareva fritta nell’olio e ogni respiro che come un coltello affilato affondava lentamente nei miei intestini e risaliva i polmoni verso la mia gola ostruita… No, non c’era via d’uscita. Eppure eccomi ancora qui, dopo un anno e passa senza l’ago. Non vivo più la mia vita come fossi un puntaspilli umano, vedo la mia bambina ogni pomeriggio, mi odio solo perché questa sembra essere la mia natura e non perché, tanto per dire, abbia rubato una manciata di banconote spiegazzate dalla borsa di una donna che ha commesso l’errore di credermi una persona a posto e rispettabile, o per aver speso i soldi del latte e dei pannolini nell’ennesima pera. La tentazione è quella di fare il furbo. Di rendere tutto furiosamente spassoso. Una volta ho pubblicato un racconto, dopo trenta giorni che non mi facevo, e c’ero io che mi drogavo nello studio dove giravano ALF, e mi ero iniettato talmente tanta merda nelle


vene che, proprio nel cesso dello studio, riuscivo a sentire quel pupazzo peloso che sibilava il mio nome raschiando sulla porta. Mi immaginavo, nella mia narcopazzia, che quel peloso beniamino della Tv alto un metro e mezzo – nulla di più che un pupazzo irascibile – potesse vedermi attraverso le pareti della toilette. Alf era lì fuori, a guardare con gli occhi sgranati il sangue che avevo schizzato sullo specchio, sulle dita, in piccole pozzanghere rossastre attorno ai miei piedi. E disapprovava. La gente pensò che il mio racconto fosse buffo, a dir poco esilarante. E io ne ero contento. Solo perché avevo chiuso con la droga non significava affatto che avessi smesso di essere un drogato. E i drogati mentono. È la loro principale dipendenza. Non che io non abbia mai rischiato un’emorragia cerebrale immaginandomi quella palla di pelo da prima serata che raspa con le zampe sulla manopola del cesso degli uomini, mentre mi facevo una dose di speed e cercavo di pulire le chiazze rosso brillante dal pavimento con la carta igienica. È successo. Ma non ci ridevo. Fissavo lo specchio ricacciando dentro le lacrime più amare del mondo, lacrime ormai giallognole perché, già allora, il mio fegato mi stava dicendo ciò che il cervello non era in grado di accettare. Stavo morendo. Ma non abbastanza velocemente. Dovevo vivere ancora per un po’, dovevo sopravvivere a un ulteriore orrore. Il che voleva dire ulteriore eroina, l’unica cosa che rendeva quell’orrore sopportabile. Capitemi, non era solo la roba. Non è mai solo quella. Tutta la situazione era tremendamente sbagliata. Non ero Chet Baker che si faceva le pere dietro il palco e moriva per arresto cardiaco. Non ero Johnny San Quentin che si iniettava roba fra i tatuaggi che s’era fatto fare in carcere e intanto alzava il volume dello stereo. Ero Jerry Stahl che scriveva merda per la televisione, odiava la cosa dal più profondo del cuore e cercava a più non posso di combattere la vergogna che provava per la nauseante piattezza del suo lavoro sentendosi segretamente figo. Con l’unica differenza


che non era poi particolarmente figo. E, a pensarci sto male, la cosa non era poi tanto segreta. Bisogna capire dove la droga è capace di portarti; come ciò che prima sembrava impossibile diventa routine e come la routine, una volta consolidata, diventi qualcosa a cui non sei mai in grado di pensare. E non devi affatto pensarci, dal momento che hai la droga. In un certo senso queste mie memorie non sono altro che una sequela di SITUAZIONI SBAGLIATE. Un modo di vivere completamente sbagliato non è più definibile come vita. È più come uno spasmo muscolare involontario… Quando scrivevo Moonlighting, nel palazzo della Fox, avevo un ufficio dove arrivavo ogni mattina con un’ora d’anticipo, poi chiudevo a chiave la porta e mi adoperavo per farmi trovare su di giri dai miei energici colleghi. Alcuni, uscendo di casa, si fermavano a fare colazione con un croissant e un cappuccino. Io preferivo fermarmi a comprare l’eroina. La contrattazione, per quanto inverosimile e illegale, era diventata un’abitudine. Come del resto lo era diventato il rituale quotidiano di approvvigionamento e consumo. Ero sposato, avevo un impiego remunerativo e presto sarei diventato padre. Tuttavia non ero in grado di dire quale delle tre cose mi terrorizzasse di più. Il matrimonio era stato fin dall’inizio una singolare sciocchezza. Così come lo era stato il mio ingresso nel Mondo della Tv. Entrambe le cose, l’infelicità coniugale e lo sbarco ai programmi di prima serata, arrivarono nello stesso momento. La droga, devo sottolinearlo, era sempre lì. Non che mi avessero messo la roba nella busta insieme al contratto. Chi scrive i contratti a Hollywood può stilare una quantità infinita di clausole, ma non può certo garantirti una riserva di siringhe e la merda con cui riempirle. Non ero nel mondo della musica. Ero nella televisione. Dovevo pensarci da solo.


No, quanto alla droga, quel che accadde con la Tv rappresentò solo un incentivo. Fra i miei desideri non c’era mai stato quello di svegliarmi e di punto in bianco trovarmi a essere uno sceneggiatore televisivo con uno stipendio vergognosamente alto, una profonda antipatia per se stesso e l’incapacità di guardarsi allo specchio senza un sorriso imbalsamato; un drogato, forse, ma non un prigioniero nel Paese delle camicie hawaiane. Il problema è che tutti i miei eroi erano drogati. Lenny Bruce, Keith Richards, William Burroughs, Miles Davis, Hubert Selby Junior. Erano ragazzi in gamba. Gente impegnata. Gente che non si sarebbe mai ritrovata a morire durante le riprese di un episodio di ALF. Come sia finito a svolgere questa professione ben pagata e di basso prestigio è, di per sé, la conferma di una mia personale teoria secondo la quale tutta la mia vita da adulto non è stata che un lungo passo falso. Non avrei avuto la possibilità di tradire me stesso se non avessi sposato quel lavoro e probabilmente non mi sarei sposato affatto se non fosse stato, appunto, per quelle cazzo di droghe. Tutto era cominciato – bisogna pur cominciare da qualche parte – in un modo del tutto innocente, con uno sconclusionato racconto sulla rivista «Playboy». Tutto quello che chiedevo alla vita era scrivere racconti e pubblicarli su riviste bizzarre per sbarcare il lunario. Cosa che, in un certo senso, riuscii a fare. E che, per quanto ne so, potrei fare ancora adesso. Se non che – e ciò, credetemi, suona decisamente più spaventoso ora che a suo tempo – mi sposai con quel lavoro. Mi stavo facendo strada. Mia moglie, se posso dirlo chiaro e tondo, era legata a doppio filo allo show biz. Per sua stessa ammissione era agli inizi, ma c’era già dentro fino al collo. Aveva visto il mio primo accidentale trionfo nel mondo dello spettacolo, un pezzo artistico-culturale


vietato ai minori intitolato Cafe Flesh. Cafe Flesh veniva proiettato il venerdì notte al Nuart Theatre di Los Angeles all’interno della rassegna dedicata ai film post-Fenicotteri rosa, nel decennio d’oro del sadomaso. Accadde che, quando la mia consorte-a-sorpresa vide la cosa, da brava Bambola Obbediente alle Teorie dello Sviluppo, decise che ero la persona giusta da utilizzare per i suoi scopi personali. Che, come poi si rivelò, avevano poco a che vedere con la soddisfazione del fabbisogno settimanale americano di film disinibiti. Abbastanza curiosamente, ricordo che pensai, la prima volta che la vidi: «Questa donna ha un aspetto strano». Una specie di giovane e piccola Faye Dunaway coi capelli d’argento. Bella, sì, ma decisamente strana. Era proprio quel che mi ci voleva. Se erano solamente belle, non riuscivo a parlarci. Se erano strane, sapevo di avere qualche possibilità. Mi erano sempre piaciute le donne un po’ fuori dell’ordinario. Mi reputavo un leone strambo che cacciava gazzelle slegate dal branco, dai gusti un po’ estremi o con interessanti caratteristiche fisiche. Così, più che i suoi zigomi, che adoravo, fu la vista di quell’ultraterrena testa grigia e argentea, quell’acconciatura da arpia su quella minuscola bambola elegante, ciò che fece scattare la sirena d’allarme. Portava sottobraccio un numero arrotolato di «Vogue», solo che era stato incavato, squadernato e trasformato in una specie di borsetta. Wow. Dopo cinque minuti del nostro pranzo a base di sushi a Studio City, quando fu chiaro che il mio scarso talento non avrebbe potuto essere più inutile alla Tv, la ragazza dei sogni di qualcun altro accennò che avrebbe voluto sposarsi. Non ero ancora molto pratico di appuntamenti, quindi la cosa non mi colpì particolarmente. In ogni modo la sua vita personale era molto più interessante delle mie idee di successo (dopotutto, l’America era davvero


pronta per Attacco degli assassini precari ?). Inoltre adoravo il suo accento. Quelle R inglesi, profumate come un film con Julie Christie, rendevano affascinante qualsiasi dettaglio. Solo a sentire frasi come Chelsea School for Girls o green card mi sembrava di stare in paradiso. Questo accadeva, ovviamente, prima che le nostre vite si tramutassero in tutto e per tutto in un film per la televisione. Non c’è bisogno di dire che le sue ambizioni nuziali non scaturivano da semplici sguardi. Di fatto, prescindevano dalla mia esistenza. Si trattava, e la cosa non dovrebbe sorprendere nessuno, di una faccenda di carriera. Roba di green card. Aveva il padre malato laggiù in Inghilterra e lei era nel Paese illegalmente. Se fosse andata via forse non avrebbe più avuto l’opportunità di rivedere le nostre assolate spiagge, sarebbe rimasta chiusa fuori dai cancelli del paradiso del cinema. Miss Britannia era così disperata che sarebbe stata disposta a organizzare qualsiasi truffa pur di trovare un uomo che se la sposasse. Ancora oggi questo romanticismo è capace di farmi venire gli occhi lucidi. Prima di me era toccato a un suo amico gay – un tipo confuso con la testa rasata che suonava assieme agli Screamers, una delle più longeve punk band a Los Angeles. Era stato ingaggiato per diventare suo marito, ma aveva fatto marcia indietro quando si era accorto di non riuscire a dirlo alla mamma. Perciò Sandra rimaneva bloccata sul continente, senza alcuna possibilità di lasciare la città a meno di non farvi ritorno strisciando sulla pancia attraverso il confine con il Messico. Il che non era molto probabile per una che aveva una falsa borsa «Vogue» di quelle dimensioni. Mesi dopo il nostro accordo mercenario – e dopo aver dato fondo all’assegno della luna di miele – cominciammo a frequentarci. La prima sera che uscimmo insieme rubai dal suo armadietto


delle medicine tutte le pasticche di codeina che riuscii a trovare. Credo di aver sempre avuto una notevole faccia tosta, credo. Di una coerenza eccezionale, però… Stavamo andando al cinema. Indossavo pantaloni in finta pelle – ero un tipo veramente di tendenza – che si scucirono sul didietro proprio mentre scendevo dalla macchina davanti a casa sua. Entrai nell’appartamento di West Hollywood tenendomi le mani sulle chiappe e spiegandole che avevo bisogno di andare in bagno. Non so esattamente cosa speravo di fare lì dentro. Non mi portavo di certo ago e filo appresso per rammendare strappi improvvisi. No, in qualche modo rimasi fermo a guardarmi allo specchio con un’espressione che diceva «Che cazzo ci faccio qui?», poi prevalse l’istinto, passai all’azione e le mie dita si ritrovarono a danzare dolcemente sui barattoli dell’Aeromicina, del Motrin, del Benadril e su altre confezioni di poca importanza, finché non trovarono le pepite d’oro. La mia tecnica consisteva nel tirare lo sciacquone mentre aprivo il mobiletto dei medicinali, schiarirmi per bene la voce come se dovessi espellere catarro e infine tirare nuovamente lo sciacquone per coprire il suono dell’armadietto che veniva richiuso. Per quanto ne so, non esiste rumore più forte al mondo di quello prodotto da un attaccaticcio armadietto da bagno. Soprattutto quando il proprietario è lì che aspetta e tu sei già in ritardo. Immancabilmente esci fuori fra sguardi obliqui e l’atteggiamento studiato della tua compagna occasionale che fa finta di trafficare con le piante. Il mio modus operandi e insieme primo, illusorio modo di coprire le tracce era quello di lasciare sempre qualche pillola all’interno della confezione. O, in mancanza di meglio, se proprio non resistevo, di travasare aspirina, Anacin o altri inutili palliativi simili dentro il barattolo vuoto. (Quelli marroni sono i migliori, dal momento che le compresse di Percodan sono gialle e quelle di Dristan bianche,


e lo scambio non viene scoperto se non quando si è già lontani da un pezzo e fuori dalla lista dei possibili sospetti). Quando ce ne andammo ne avevo già trangugiate una manciata e avevo perfino ripulito il lavabo da eventuali rimasugli. Non ci volle molto perché facessero effetto. E io comunque stavo già indossando il suo gatto Norton sulla testa quando lei sbucò dalla camera da letto in calze a rete, minigonna di pelle e borsetta «Vogue» (per quanto ne so, giocare con gli animali domestici è un ottimo modo per mascherare momentanee perdite di equilibrio). Sandra leggeva copioni per quello che chiamava «un patetico miliardario» della Valley. O forse ero io che lo chiamavo così. Il suo nome era Jack Marty, Marty Jackson, Jack Martini. Qualcosa del genere… Soffriva di una perpetua angoscia automobilistica. Per settimane la gente aveva suonato il clacson dietro alla sua Jaguar che si ingolfava senza motivo ai semafori di tutta la Valley. Nessuno riusciva a capirci qualcosa. Esperti di Jaguar, rivenditori e rappresentanti, l’intera rete di ben pagati addetti all’assistenza si davano una collettiva grattata di capo. Finché un bel mattino, percorrendo il vialetto ben tenuto che dal garage conduceva all’ingresso della casa, Sandra aveva udito un certo… squittio e scalpiccio. Quei piccoli squittii, quello scalpiccio… Mister Marty, così sembrava, aveva i topi nella sua Jaguar. Ecco cos’era! In un atto di inconsapevole carità, il produttore aveva dato asilo a una famiglia di roditori. Mentre si trovavano a bordo, quegli schifosi topastri si erano pappati impianti di auto inglese per un valore di quindicimila dollari. Una bella cosa, davvero. Nella magnifica Hollywood, c’è sempre posto per tutti. Grazie a Dio, il capo della mia futura ex poteva permettersi un nido di topi. Il suo Film della Settimana, per quanto poco noto, aveva fatto il pieno. Se non mi sbaglio, parlava di un gruppo di ragazze pon-pon naufragate su un’isola deserta. Roba del genere. Erano costrette a mangiarsi a vicenda per sopravvivere. Angoscia


e pon-pon. Il tipo non aveva un ufficio tutto suo, e Sandra era costretta a lavorare in un ranch a North Hollywood rinomato per essere stato la residenza del defunto John Candy. Particolare degno di nota in ragione del solo misero fatto che, a quel punto del gioco, ero parecchio impressionato. «Ehi!» mi ricordo di aver pensato un paio di volte che ero lì ad aspettare che Sandra finisse di lavorare. «John Candy si è seduto su questo divano…! John Candy è passato da questa porta…! John Candy ha posato le chiappe su questa tavoletta del cesso…! » La grandezza era ovunque, se riuscivi a entrare lì dentro. ***

Mezzanotte per sempre  

Un libro sincero, spasmodico, esilarante, che ci avvicina a un uomo in bilico fra il proprio personaggio e l’impossibilità di essere semplic...

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