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Quando l’ultimo ramo di caprifoglio coprì quello che rimaneva del tetto, la casa era ormai un rifugio per una famiglia di ghiri, una ghiandaia pronta a migrare e un istrice ferito nascosto sotto una felce in quella che era stata la cucina. Erano i giorni della fioritura del convolvolo, che invadeva il prato intorno alla casa, colorandolo di un bianco abbagliante. Una colonia di formiche testarossa correva indaffarata sul ramo fossilizzato di un castagno abbattuto dalla neve di chissà quale inverno e rimasto lì come una passerella in bilico tra il terreno e il davanzale in pietra di una finestra al piano terra. Nella stanza due comodini erosi dalle termiti e un letto con la rete sfondata e nera di ruggine erano coperti da una robinia cresciuta facendosi largo tra le fughe delle mattonelle in cotto. Fuori, alle spalle della casa poderale, i resti della Torre Giurisdavidica spuntavano, un centinaio di metri più in alto, come un comignolo sulla vetta del monte Labbro. Dalla cima di quel tempio diroccato lo sguardo raggiungeva il mare, abbracciando il monte Argentario e l’isola del Giglio, fino alle torri fumanti delle acciaierie di Piombino. L’ultima volta che un essere umano aveva abitato la casa l’uomo era appena scivolato fuori dal grembo di sua madre. Il mondo non era più passato di lì. In quello stesso istante quattrocento chilometri più a nord


Zambo sganciò il guinzaglio al cane piegandosi sotto il peso dello zaino. Il sentiero iniziava accanto a una cappella votiva e saliva verso un bosco di castagni, si infilava sotto un arco di rampicanti aggrappati a un traliccio dell’alta tensione e proseguiva a mezzacosta per risalire verso un poggio erboso. Indossava scarponi da montagna, una giacca impermeabile e un paio di pantaloni cachi con tasconi laterali. Uscendo di casa aveva salutato il portiere dicendogli che sarebbe tornato il giorno dopo. Poi, risalendo il Bisagno, aveva guidato fino al borgo di Marsiglia dove aveva lasciato l’auto nella piazza del paese.


Le città dall’alto mi sembravano sempre ordinate, facili da affrontare. Da bambino tutto sembrava semplice. Sembrava far parte di uno schema. Anche Genova laggiù pareva scivolare in mare senza affanno. Sarà per questo che mi sono sempre sentito al sicuro, al villaggio, credevo fosse il miglior nascondiglio del mondo. Quando papà mi portò a Canate la prima volta ci abitava ancora una famiglia che ci accolse come parenti. Poi la donna lo riconobbe e da quel momento prese a chiamarlo Comandante e a rivolgersi a lui con deferenza. Per tutto il pomeriggio i due adulti avevano parlato con papà mentre io guardavo i loro figli governare poche pecore in un prato. Il giorno dopo arrivò un tizio con un mulo con una porta in ciliegio caricata sulla schiena. Papà lo aiutò a montarla, dopo aver fatto a pezzi, come legna da ardere, la vecchia, che non chiudeva più. Li osservai montare la porta, e quando l’uomo e il mulo se ne andarono passammo una serata accanto alla stufa a bollire patate e verdure selvatiche. La notte dormimmo su un vecchio materasso buttato a terra. «Papà a cosa serve una porta se dentro alla casa non c’è niente?» gli chiesi prima di addormentarmi. «Intanto sappiamo che non potranno entrare, poi ci occuperemo di cosa proteggere.»


Alcuni bambini erano accorsi in piazza al suo arrivo. Quando Zambo li aveva salutati erano scappati via. Uno solo si era fermato, attratto dal cane. «Puoi accarezzarlo, se vuoi.» Il ragazzino porse la mano aperta col palmo rivolto verso l’alto in attesa che il cane la annusasse. «È un bravo cane?» chiese. «Sì è bravo.» «Come si chiama?» «Tobia.» Al suono del suo nome l’animale si mosse disegnando una piccola curva e appoggiò il fianco sulle gambe del bambino, che sorrise accarezzandogli il muso per il lungo. «Perché Tobia?» «Non lo so. Non gliel’ho dato io.» «Gli piace appoggiarsi», disse il bambino divertito. Era un cane dal pelo fulvo con una lunga coda sempre arricciata. Il muso aguzzo era quello di un pastore, ma le zampe sottili sembravano discendere da una razza primitiva. Nel cielo si aprì un pertugio tra le nubi e il sole colpì i corpi di quei tre, in piedi nell’angolo della piazza. Zambo si levò lo zaino dalle spalle e lo appoggiò sull’asfalto. I ferri della tenda fissata al fondo emisero un clangore stonato. Si sfilò il giubbotto e lo arrotolò per infilarlo nella tasca superiore.


«Dove andate?» gli chiese il bambino. «A fare una passeggiata.» «Occhio ai lupi», sussurrò sporgendosi in avanti come se stesse rivelando un segreto. «Non sapevo ci fossero i lupi da queste parti.» «Mio papà dice che stanno risalendo. Arrivano dalla Toscana e vanno verso le Alpi.» Aveva il tono solenne di chi nomina luoghi impervi che lui solo ha esplorato. «Grazie. Ci faremo attenzione.» Si rimise lo zaino sulle spalle, salutò il bambino e si incamminò. Raggiunto il sentiero si girò e il bambino era ancora là, immobile, con un occhio chiuso. Sembrava stesse riflettendo su di lui e su quando sarebbe mai riuscito a decifrare il mistero degli adulti. Quando raggiunse il poggio, Zambo si sedette su un sasso a forma di sella, si arrotolò una sigaretta e fumò osservando il cane annusare ogni ciuffo d’erba. Estrasse da una tasca laterale dei pantaloni una mappa e la scrutò per qualche istante. Poi si guardò intorno, cercando di riconoscere il luogo. Quindi gettò la sigaretta, la schiacciò sotto la gomma degli scarponi e riprese il cammino. Il cane continuava a fiutare, tenendo il muso basso e infilandolo nei cespugli. A volte starnutiva, scrollava la testa e ripartiva. Il sole scese dietro le montagne a ovest e la luce si fece più tenue. Si dissetò a una fontana dove aveva appena bevuto il suo compagno di viaggio e riempì d’acqua un termos di metallo. Camminarono lungo una passerella tremolante che univa le rive di un torrente ancora placido, in attesa delle piogge autunnali. Superato il ponte il cane si fermò annusando l’aria e con un salto sparì su una collina inseguendo chissà che. Raggiunsero il borgo di Canate che era già buio. Le case avevano le finestre vuote, tranne per qualche infisso senza ve-


tri ancora barcollante al suo posto. Gran parte dei tetti erano crollati. All’ingresso del paese un piccolo ospedale abbandonato piantonava il sentiero. Un muro riportava ancora gli orari della guardia medica. Proseguì illuminando il cammino con una torcia e, superato un giardino invaso dalle ortiche, si infilò in una viuzza che terminava contro un edificio di pietra calcarea. La porta in legno di ciliegio era chiusa con un catenaccio. Estrasse la chiave dalla tasca, sbloccò il grosso lucchetto e spinse la porta. Il cane infilò il muso ed entrò per primo. L’interno della casa era spoglio, il pavimento coperto di pietrisco ed erba infestante. Una scala in legno marcio saliva al piano superiore. L’uomo chiuse la porta e andò nella cucina. In un angolo c’erano tre damigiane vuote sopra un tavolo impolverato. Si diresse verso il ronfò ricoperto di piastrelle ancora bianche. Sulla piastra in metallo di anelli concentrici era appoggiato un tegame annerito. Si chinò e aprì uno degli sportelli, che emise un leggero pigolio. Il cane accorse con le orecchie tese e gli si piantò di fianco. Dallo zaino estrasse un oggetto avvolto in un panno, lo soppesò con entrambe le mani e lo spinse nella cenere in fondo alla camera di combustione, quindi fece altrettanto con una scatola di cartone grossa quanto un pugno. Poi richiuse lo sportello. Accese un fornelletto a gas e ci appoggiò un pentolino che riempì di una zuppa in busta. Mangiò una mela e del cioccolato seduto per terra a gambe incrociate. Ripulì un angolo della stanza dai calcinacci e i pezzi di vetro, stese il sacco a pelo e si addormentò.


Il villaggio era un fantasma di pietra. Arrivarci era complicato. Se chiedevi a una guida turistica, te lo avrebbe sconsigliato senz’altro. Solo un reietto o un fuggitivo si sarebbero spinti sin lassù. L’aria aveva un odore diverso che in città non avevo mai sentito. Non sapeva di umano, ma di bestia e di selva – a tratti respirarla era spaventoso. L’ultima volta che ci andai ero con una ragazza e ogni pietra di quel posto già non apparteneva più a nessuno. La mattina aprendo gli occhi nel sacco a pelo mentre lei dormiva trovai un bottone per terra, accanto alla stufa. Chissà da quanto si trovava lì, a chi era appartenuto. Chiunque fosse, il bottone gli era sopravvissuto. Me lo misi in tasca, alla sua buona ventura.


La mattina dopo serrò il catenaccio e raggiunse il centro del borgo. In mezzo alla piazza c’era un trogolo pieno dell’acqua che sgorgava da una fonte. Una volpe si stava abbeverando. Quando lo vide scomparve saettando in un vicolo. Lui riempì il termos e si sedette sul bordo a bere e mangiare biscotti. Il cane, seduto immobile di fronte, lo osservava in attesa di avere la sua colazione. Si rimise lo zaino in spalla e prima di andarsene si fermò a leggere una targa nascosta dalle foglie di portulaca: I partigiani della Brigata Volante Severino Divisione Garibaldina Cichero, dedicano con animo grato alla generosa partecipazione della gente di Canate che ha sfidato l’arroganza e la violenza nazifascista subendo con coraggio la feroce rappresaglia nemica che ha dato alle fiamme il villaggio. VIª Zona Operativa 1944-1945

La giornata era cupa, le nubi stavano immobili su tutta la val Bisagno. Zambo scese lungo la stradicciola e uscì dal borgo di Canate. Dovette chiamare ripetutamente il cane, perso dietro a un topo di campagna che s’era infilato tra le pietre di un muretto a secco. Percorse a ritroso il sentiero verso Marsiglia, fermandosi giusto per fumare appoggiato a un tronco abbattuto da un temporale. Raggiunse la cappella votiva alla fine del sentiero due ore dopo.


Aveva iniziato a piovere e si era alzato un forte vento di libeccio. Teneva il cappuccio sopra la testa. Imboccò la strada asfaltata, e in fondo alla via nella piazza scorse tre persone in divisa intorno alla sua auto. Due di loro scrutavano l’abitacolo schiacciando la fronte contro la mano appoggiata al finestrino. Un altro parlava al telefono osservando la targa. Il quarto era seduto in una delle due auto azzurre parcheggiate di traverso e scriveva su un taccuino. Lui si girò su se stesso come se si fosse dimenticato qualcosa, schioccò la lingua e tornò sui suoi passi. Tobia, che lo precedeva, si scrollò facendo tintinnare la targhetta al collare, fece dietrofront e lo seguì. Quando raggiunse di nuovo la casa nel borgo era pomeriggio inoltrato e aveva smesso di piovere. In cucina aprì lo sportello del ronfò, infilò la mano nella camera di combustione estrasse la scatola e l’oggetto avvolto nel panno, ci soffiò sopra, lo appoggiò sul piano della stufa e lo aprì. La Smith & Wesson calibro 357 era ancora lucida, anche se il metallo della canna era segnato da graffi profondi e l’impugnatura in legno era consunta. La riavvolse nel panno e la infilò nello zaino insieme alla scatola, si alzò e uscì senza chiudere la porta. Superò la piazza con il trogolo uscendo dal paese a passo spedito sulla strada che si biforcava. Il cane gli trotterellava pochi passi innanzi, e al bivio si fermò per capire le sue intenzioni. Lo lasciò sfilare, e poco dopo gli si lanciò dietro di corsa, lungo una mulattiera umida. Sparirono entrambi nel bosco di lecci.


Il telefono gli vibrò nella tasca destra dei pantaloni. Zambo lo prese in mano e osservò lo schermo. Poi aspettò che finisse di squillare, lo spense e lo lanciò lontano dal sentiero. Aveva smesso di piovere, e lui aveva camminato in maniche corte lungo una mulattiera fino alla cima di un alpeggio. Saliva da appena mezza giornata quando si fermò per riempire il termos a una fontana, per poi proseguire verso est su una cresta erbosa. Camminò rimanendo al limitare del bosco di castagni. In lontananza si scorgeva un lago a forma d’imbuto il cui lato più corto era il coronamento di una diga. Tobia lo precedeva, aspettandolo quando si attardava ansimando con la lingua penzoloni. Incrociarono una coppia di escursionisti. Vestivano da montagna e scendevano pesanti. Zambo si fermò per lasciarli passare mentre il cane annusava le mani della signora che lo accarezzò. «Buongiorno», disse l’uomo con accento francese. «Salve.» «Faccia attenzione, c’è una piccola frana lungo il sentiero.» Li guardò passare oltre. La donna aveva il viso contratto che stirò in un sorriso esausto. Si allontanarono in silenzio uno dietro l’altro, come un piccolo corteo di dolenti. L’ultima cosa che vide furono i capelli color cenere della donna, legati in una coda, che sparivano dietro la svolta del sentiero.


Come si sarebbe mossa, mamma, tra le stanze di casa? Come si sarebbe vestita, lì? Come ci si sarebbe arrabbiata? Non mi sono mai chiesto che carattere potesse avere, come mi avrebbe consolato o reagito alle mie fughe. Non mi è mai mancata, mia madre – non può mancarti quello che non hai mai avuto. Forse nei momenti felici ho percepito la sua assenza. In quelli sì. Quando immaginavo qualcuno che potesse comprendere la mia felicità senza dovergliela spiegare, perché spiegando tutto si sbriciola. Papà è sempre stato vago su di lei e io, passata l’età in cui si chiede, non ho più chiesto.


Quando raggiunsero la frana il cane iniziò a scavare. Con le zampe schizzava fiotti di terra umida e pesante. Passandogli accanto Zambo venne colpito al braccio da un sasso fangoso e imprecò contro l’animale che non smise di scavare fino a quando non raggiunse la carcassa di una volpe e cominciò a mangiarla strappando il pelo a ciocche. Provò a urlargli di mollare, ma il cane prese in bocca tutto ciò che ne rimaneva e sparì correndo verso valle. Tornò soltanto nel pomeriggio, quando Zambo era ormai accampato in un prato con il fuoco acceso e la tenda montata. «Eccolo qua!» Il cane lo guardò da lontano e poi si avvicinò correndo storto come un cucciolo, cercando di infilare il muso nella lattina di carne in scatola che l’uomo stava mangiando. «Tu la cena te la sei già fatta», gli disse scostandola. Il cane cercò di leccargli la fronte, ma lui si ritrasse. Dormirono entrambi nella tenda e la mattina Zambo si svegliò per primo. Il giorno era freddo e ventoso. Scostò la cenere del fuoco per cercare un po’ di brace, ma tutto era spento. Desistette, e bevve dell’acqua gelida con qualche biscotto, poi riprese il cammino. Nel tardo pomeriggio intravide dall’alto il corso del fiume Aveto quasi in secca. Le giornate iniziavano ad accorciarsi. Scese dritto tagliando per il bosco verso un gruppo di costruzioni a picco sotto di lui. Una grande casa bianca con le persiane verdi era l’unica ad avere le finestre illuminate. Un cane abbaiò, sentendo da lontano


l’odore di Tobia, che drizzò le orecchie. L’uomo schioccò la lingua per richiamarlo e proseguirono sulla strada asfaltata. Un’auto parcheggiata lungo il guard-rail era coperta da un telo come un cadavere ormai privo di ogni interesse. Arrivarono a valle che era quasi buio. Legò l’animale a un palo ed entrò nel supermercato. Tra gli scaffali Zambo incontrò soltanto una signora con un cappotto troppo largo e due adolescenti col carrello pieno di birre. Comprò pasta, pane, un sacchetto di mele e del cibo in scatola, una busta di cibo per cani, uno spazzolino, del dentifricio e un sapone per i panni, poi chiese all’anziano cassiere se conosceva un albergo da quelle parti. «Lo trova lungo la strada, un paio di chilometri andando giù», gli rispose senza neppure guardarlo. Uscì, slegò il cane che lo aspettava seduto in posa e si avviò in discesa. Attraversò un paese con una chiesa e una casa piastrellata in marrone scuro. Passò un pick-up con un pastore australiano nel cassone. Il cane li guardò sfilare rimanendo in piedi con le zampe sul tetto dell’abitacolo e i peli del muso stirati dal vento. Uno spiazzo occupato da due tavolini blu con la scritta «Algida» e quattro o cinque sedie in plastica si allargava di fronte a un edificio di due piani con le tapparelle azzurre. Entrò attraverso una porta accanto a una vetrina oscurata da una tenda. Una ragazza era seduta alla reception con il telefono tra le mani. «Buona sera», disse sorridendo. «Buonasera, ha una camera per questa notte?» «Certo.» «Il cane può stare con me?» «Assolutamente sì.» Si spinse oltre il bancone per osservare il cane. Indossava una felpa con la scritta: «This is not a hoody». «Che bello! Che razza è?» «Un po’ di tutto.»


«Mi lascia un documento?» Zambo si levò lo zaino dalle spalle, lo aprì e iniziò a rovistare. La ragazza continuava a battere sulla tastiera del computer. «Una notte, giusto?» Annuì, continuando a frugare nello zaino con entrambe mani. La ragazza riferì gli orari della colazione e lui ringraziò dicendo che non trovava i documenti. Glieli avrebbe dati l’indomani mattina. «Basta che se lo ricordi. Secondo piano, stanza centosette», gli disse consegnandogli la chiave. Saldò subito il conto e salì le scale. La stanza puzzava di fumo, e ancor prima di posare lo zaino sul copriletto color salmone spalancò le finestre. Aprì l’acqua del bidet e Tobia bevve dal rubinetto. Si fece una doccia calda, diede da mangiare al cane e uscì. Entrò in un’osteria con un’insegna in legno che sanciva «La Pace» e cenò vicino a una grossa stufa in ghisa spenta. Mangiò una trota bollita e un piatto di patate, mentre la proprietaria zoppicava tra i tavoli rispondendo agli avventori con poche parole in uno strano dialetto ligure. Finita la cena uscì e camminò lungo il fiume che scendeva ripido accanto al paese. L’aria si era fatta più fresca e si sentiva l’odore del fumo di legna, ma gli parve, d’un tratto, ci fosse qualcosa in mezzo alla corrente. Una figura accovacciata, immersa in una preghiera profonda, piegata e impassibile allo scorrere delle cose, che solo la perfetta immobilità in mezzo ai flutti gli rivelò essere una semplice pietra.

Il silenzio coprì le sue tracce  

Questa è una storia di uomini, boschi, animali e montagne, un romanzo che racconta il ritorno della natura, fuori e dentro di noi, e di quel...

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