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Claudio Fava Michele Gambino Prima che la notte


Questo libro non è la storia di un omicidio ma di alcune vite che quella morte ha dissodato e concimato. È la storia di quattro ragazzi che si sono fatti uomini in una sola notte, del modo in cui sono andati in guerra travestiti da soldati, di cosa ha unito i loro destini e di cosa un giorno li ha divisi. Questo libro contiene anche l’impronta di un uomo, Giuseppe Fava, che non seppe mai di correre incontro alla propria morte. È il racconto dell’ultimo tempo della sua esistenza, che è stata intensa. Senza rimpianti, senza presentimenti.


CLAUDIO

Quella sera eravamo in quattro. Noi quattro, come al solito, attorno al tavolo della cucina. Riccardo scelse i gialli, che non voleva mai nessuno. Antonio e Miki rossi e neri, una vecchia sfida di colori dominanti che non si risolveva mai. Io mi presi i verdi, colore fesso, tiepido, di quelli che non lasciano traccia. Giocammo con candore e accanimento, come sempre, improvvisando alleanze, attacchi e ripiegamenti, sacrifici, tradimenti, vanità. Il canovaccio prevedeva ruoli immutabili: Miki con la sua bella faccia da guappo dava la scalata al mondo spostando armate attraverso oceani immaginari. Antonio, prudente come un segretario di sezione, puntava alla Cina, cuore di un’Asia attraversata da straordinarie mitologie, la Jacuzia, la Kamchatka, il Siam… Riccardo intanto s’ammassava da qualche parte e lì aspettava la guerra, saggio e immobile, come se quell’unico territorio posseduto fosse l’isola di Stromboli, protetta dal mare e dagli dèi. Di me non so, non ricordo: applicavo le regole del gioco,

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attaccavo, arretravo, passavo la mano. Pensavo che le guerre si vincono provando a non perderle, facendo i ragionieri anche sulle baionette. Avevo ancora un’età onesta, mi era consentito non capire un cazzo. La partita fu come altre cento prima di quella sera: lunga, sfacciata, riottosa. Nessuno vinceva, nessuno vinse. Non so chi, alle tre del mattino, prese il logoro cartone del Risiko e lo fece saltare in aria mescolando definitivamente carri armati, territori, strategie. Per la prima volta scegliemmo di non arrivare fino in fondo: ci mandammo allegramente affanculo e ce ne andammo a dormire strippati di amaro Averna, sazi e giusti come chi crede di essere immortale. Il giorno dopo ammazzarono mio padre. Di quel 5 gennaio e dei giorni che vennero dopo non conservo parole o gesti che già non si conoscano. Restano solo i dettagli, nascosti come dentro una foto di scena quando il film è tutto nel gioco dei grigi, in uno sguardo fermato a metà, una bocca spalancata senza voce, il movimento immaginario di una mano sospesa. Ecco, ricordo cose così, fotogrammi brevi, sfocati, ingioiellati dai pensieri che per trent’anni vi si sono depositati sopra. Eppure era accaduto qualcosa di irreparabile. Non la fine di un uomo ma della nostra giovinezza, la percezione esatta di una solitudine che si era fatta crosta

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di sale quella notte stessa, come se nell’elenco delle cose cambiate non ci fosse solo l’assenza di quell’uomo ma anzitutto l’assenza nostra, di ciò che eravamo stati fino a poche ore prima. Ci pesò, quella notte, la mancanza d’una qualsiasi premonizione, un intermezzo per staccarci da quelle vite precedenti, magari solo il tempo per prendere fiato come si concede ai condannati a morte, ti ammazziamo ma ti diciamo quando lo faremo così ti metti in pace, consegni le ultime parole, decidi cosa valga la pena portarsi negli occhi quando te ne andrai: e noi invece niente, stolti e felici, spavaldi e immortali, eravamo Patroclo, Achille, Ettore, eravamo ancora tutte le vite che avremmo potuto vivere e poi, d’immediato, non fummo più nulla, un mucchietto di pensieri fradici, una notte che si fa lunga e ti pesa addosso come un vestito stretto, la paura delle prime luci del giorno, della prima volta che ci saremmo ritrovati davanti a uno specchio senza riconoscerci più. Fu questo che accadde: più della morte di un padre, la morte nostra. Il giorno dopo guardai quei quattro ragazzi che avevano giocato alla guerra su un mondo di cartone colorato senza la benevolenza che si deve a chi non è ancora un uomo ma con il ribrezzo per chi è solo un ragazzo. Eravamo stati inconsapevoli: dunque, colpevoli.

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MICHELE

Dalle vetrate dello scantinato filtra la luce di un tramonto estivo. Stilla riflessi rossastri su dieci teste chine sulle scrivanie. Il direttore spegne la nazionale nel portacenere e dice: «Carusi, domani andiamo al mare a Taormina». Lo ha detto guardando Elena e Cettina che confabulano cinque metri più in là. O forse lo ha detto a Riccardo, che ha la scrivania accanto alla sua. Ma che c’entra Riccardo con il mare? Allora lo ha detto ad Antonio, ma Antonio sta scrivendo e non ha sentito. Invece Claudio ha sentito, lo vedo che guarda suo padre; ecco, sicuramente era a lui che parlava, nel modo obliquo, pieno di pudore, che ha di dimostrargli affetto. Sicuramente diceva a Claudio. O diceva anche a me? Mi piacerebbe andare al mare col direttore, e anche con Claudio. Mi piacerebbe che venisse anche Giusy, la nostra fotografa, a’ picciridda la chiama il direttore. È bellissima, Giusy, e tutti siamo un po’ infatuati di lei. Ha solo diciotto anni, ma io di anni ne ho ventitré, un pensierino lo posso

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fare. Anzi, lo farò. Però Giusy non c’è, è uscita con Lillo per un servizio. Il mare! Mi viene in mente che è settembre, e che quest’anno il mare l’ho visto pochissimo. L’ultima volta è stato quando con Claudio siamo andati a Priolo per il servizio sull’inquinamento del petrolchimico. Il sole nero dei siciliani, lo ha titolato il direttore. Ho ancora sulla scrivania le foto di quei bambini malformati, le parole delle madri disperate. E ho negli occhi il sole di luglio su quell’ultimo lembo di terra prima del mare, a Marina di Melilli, dove vivono due vecchi che non hanno voluto lasciare la loro casetta a quelli che gli strafottono i polmoni. Abbiamo bussato alla porta e l’uomo è uscito col fucile in mano, pensava fossimo quelli del petrolchimico. Abbiamo detto «ci manda Pippo Fava», e lui ha abbassato l’arma, ha sorriso, e ci ha fatto entrare in casa. «Allora?» dice il direttore. «Io vengo», dico, e guardo Claudio. Non siamo ancora davvero amici, con Claudio, lo diventeremo dopo, dopo il 5 gennaio. Per adesso lui mi sembra troppo ingessato, come trattenuto da chissà quali doveri. Certo, siamo diversi: lui laureato a pieni voti, fidanzato da quando aveva quattordici anni con la stessa ragazza. Sono stato al suo compleanno, i suoi amici sono tutti bravi ragazzi, laureati come lui, fidanzatissimi o già sposati, come lui.

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«Vengo anch’io», dice Claudio. Quel sabato di settembre al mare col direttore me lo ricordo bene: siamo sulla spiaggia, da qualche parte sotto Taormina, e stiamo per tuffarci in acqua. Il cielo è un po’ coperto, e c’è vento. Io e Claudio ridiamo lamentandoci del freddo. Il direttore mette i piedi in acqua e si bagna il viso. Poi si gira verso di noi e dice: «Non c’è niente di più bello del mare a settembre». Lo dice nel modo veloce che ha di mettere le parole una dietro l’altra, con la voce d’ombra, un po’ velata, che immagino piaccia molto alle donne. Poi si tuffa e nuota scomposto, ma agile e veloce. Io gli vado dietro, e quando siamo al largo e facciamo il morto tra le onde, lui dice un’altra cosa: «L’acqua fredda brucia il grasso della pancia». Questa cosa mi è rimasta impressa. Da trent’anni, ogni volta che mi tuffo in acqua, se è fredda penso: «Bene, così brucio un po’ di grasso». Perché ogni volta che penso al direttore questo è uno dei primi, se non il primo ricordo? Credo sia una cosa che riguarda l’amicizia. Ne La peste di Camus i due protagonisti, Rieux e Tarrou, ad un certo punto fanno un bagno insieme. Lottano fianco a fianco contro il contagio ormai da tempo, ma è in quel bagno che si riconoscono amici. Forse per questo mi torna in mente quella nuotata a mare col direttore, perché è una cosa da amici. Anche noi abbiamo la nostra peste, e la chiamiamo mafia. Ma quel giorno la teniamo lontana da noi.

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Prima che la notte  

Questo libro non è un noir su un delitto di mafia e nemmeno il canto a lutto per la morte di un uomo. Di Giuseppe Fava, delle ragioni per cu...

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