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1. PUBBLICITÀ

Mancano pochi giorni all’election day e ormai le squadre sono fatte. Al Pacino ha espresso l’endorsement per Obama. L’iconico Chuck Norris si è speso invece per lo sfidante, il governatore del Massachusetts Mitt Romney, faccia squadrata alla Lando Buzzanca e fede mormona d’acciaio. Il «New York Times» ha dichiarato l’appoggio a Barack, il «New York Post» si è posizionato dalla parte di Mitt. Il Nobel per l’economia Paul Krugman è con Obama. Il wrestler Hulk Hogan con Romney. Sta per andare in onda il finale di stagione della campagna elettorale: l’ultimo dei tre dibattiti in mondovisione tra i due candidati. Il tema: la politica estera. Il ring: Boca Raton, cittadina balneare della Florida. In quest’ultima spiaggia mediatica – a cui gli occhi del mondo puntano con speranza, timore o semplice indifferenza ovina – l’associazione americana degli atei decide di sferrare il proprio attacco finale. Quello che potrebbe scompaginare gli equilibri in favore del presidente in carica. L’arma prescelta è la pubblicità. Una pubblicità doppiamente sensibile, di carattere sia religioso che politico. Viene fatto circolare sugli automezzi pubblici di Boca Raton un 7


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cartellone con lo slogan «Niente neri, niente gay, vergogna al mormonismo». L’allusione è alla consuetudine mormona, vigente fino al 1978, di non ordinare sacerdoti di pelle nera e all’avversione mormona (ma non solo) per l’omosessualità e i matrimoni gay. Considerando che in quei giorni Mitt Romney è il mormonismo, e il mormonismo è Mitt Romney, il messaggio ha una caratura politica almeno pari a quella religiosa. Fifty-fifty. In Italia, che pure è la patria della propaganda, è da tempo che non si vede una comunicazione del genere. E se si vedesse ci troverebbe, almeno da un punto di vista giuridico, del tutto impreparati. Da noi infatti esiste un’articolatissima regolamentazione della propaganda politica, diversificata a seconda dei mezzi di comunicazione usati: abbiamo norme sulle affissioni comunali, norme sul silenzio elettorale, norme sulla par condicio radiotelevisiva, norme sulla propaganda diffusa dalle vecchie Fiat Cinquecento, modello «è arrivato l’arrotino» (tradizione paesana che resiste, forse, giusto in qualche borgo). Ma non esiste alcuna regolamentazione per la propaganda di carattere religioso, che pure è menzionata in Costituzione. Abbiamo diversi precedenti – come la celebre campagna di cartelloni dell’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti sui bus pubblici, con lo slogan: «la cattiva notizia è che Dio non esiste, quella buona è che non ne hai bisogno» – ma una comunicazione ibrida come quella degli atei americani, direttamente religiosa e indirettamente politica, è dai fasti democristiani degli anni Cinquanta che non si vede più. Su questi temi, in Italia, più che alla legge ci si affida al buon senso, all’equilibrio e a quella sensibilità 8


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democratica che tutto il mondo ci invidia, soprattutto nel settore della comunicazione di massa e dell’informazione. Affascinato dalla «discesa in campo» degli atei nell’agone della competizione presidenziale americana, ho puntato al cuore dell’American Atheist Inc. contattando Teresa McBain, la portavoce ufficiale dell’associazione. Nell’intervista che ne è seguita, Teresa non ha tenuto soltanto un profilo basso. Ha sfoderato tutta la paludatissima diplomazia del più stracco dei politici italiani. «La nostra campagna cartellonistica sul mormonismo mira a informare la popolazione sulle discriminazioni praticate nel passato e nel presente da quella confessione», ha detto. Ma in USA esistono norme o restrizioni legali per la pubblicità a carattere religioso? O la propaganda viene trattata in maniera arbitraria e selvaggia, come da noi? «In ambito pubblicitario gli atei godono della stessa identica libertà di espressione di qualsiasi altro gruppo religioso o minoranza degli Stati Uniti. L’American Atheists Inc. rispetta tutte le norme e i regolamenti applicabili a qualsiasi altra campagna pubblicitaria.» E allora, dico io, non sarebbe utile avere – da voi come da noi – una regolamentazione di garanzia sulla pubblicità religiosa? Se non altro, aiuterebbe a prevenire controversie tra diverse formazioni sociali a carattere religioso che potrebbero pensarla in maniera opposta sulla legittimità di un dato messaggio pubblicitario (ad esempio gli atei e i mormoni). «Assolutamente no!» mi scrive, con sdegno, la McBain. «Il Primo Emendamento della Costituzione garantisce libertà di espressione a tutti i cittadini. La gente del nostro Paese custodisce ge9


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losamente questo diritto, nonostante le controversie che possano sorgere di tanto in tanto.» Quindi in USA gli atei possono acquistare, dico per dire, spazi pubblicitari in prime time su un grande network TV senza grossi problemi? «Non ci abbiamo mai provato». Ecco. Provateci. Poi mi faccia sapere come sta il Primo Emendamento. *** Alla fine le elezioni le ha vinte Obama e le ha perse il candidato mormone. Non si sa se e quanto l’anti-mormonismo degli atei americani abbia inciso su tale risultato, ai posteri l’ardua sentenza. Si sa però che poco dopo, a Natale 2012, forse incoraggiati dal successone di Boca Raton, gli atei organizzati hanno deciso di alzare di qualche tacca l’asticella, e hanno piazzato un proprio cartellone nel cuore di Times Square, il Partenone dello shopping e del commercio di Manhattan. Il manifesto recitava: «Keep the merry! Dump the myth!», cioè mantieni l’allegria e getta via il mito. Dove l’allegria è quella natalizia (regali, cotillon, etc.), plasticamente rappresentata dall’immagine di un Babbo Natale quanto mai affabile, e il mito invece è Gesù, rappresentato nel dramma della crocifissione. Pioggia di proteste dai cristiani e dalle forze politiche più conservatrici (con Fox News a fare da araldo, naturalmente), ma stavolta la «padrona del vapore» di turno, cioè la Lamar Outdoor – la principale società che gestisce gli spazi pubblicitari per l’affissione 10


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in Times Square – si è esposta personalmente in difesa del freedom of speech: «pensiamo», ha dichiarato la società in un comunicato, «che sia un diritto costituzionale degli atei che il loro messaggio sia ascoltato». Come nella migliore tradizione americana, l’imprenditore che si fa costituzionalista coglie spesso il vero fulcro della questione. Fulcro che, a mio modesto avviso, è il seguente: siamo tutti d’accordo, pienamente d’accordo, che le formazioni sociali a carattere religioso in USA, come in Italia e in quasi ogni altro Stato civile (Grecia esclusa, la cui Costituzione proibisce il proselitismo religioso), abbiano il diritto costituzionalmente riconosciuto di utilizzare la comunicazione di massa per propagandare le proprie idee. Ma, proprio per questo, come si può accettare che l’esercizio di un diritto così importante dipenda dalla volontà degli imprenditori che operano nel mercato pubblicitario? Insomma, come si può permettere che la Lamar Outdoor di turno abbia l’ultima parola su una comunicazione propagandistica religiosa e possa diffonderla (e difenderla) o non diffonderla (e censurarla) a propria discrezione? Ok, a Natale del 2012 per gli atei americani è andata di lusso. C’è un laico a Times Square che ha reso possibile il bel colpo del cartellone anti-cristiano. Ma se la società che gestisce gli spazi per l’affissione avesse detto viceversa: «no, questa roba ci pare un po’ offensiva per tutti i cristiani, abbiate pazienza ma non ce la sentiamo di metterla giù in strada», cosa avrebbe fatto il municipio di New York, lo Stato di New York, il governo federale per garantire la libertà di espressione degli atei? Il problema non è peregrino, e basta fare un parallelismo con la propaganda politica per capire quanta parte della libertà di tutti sia in gioco. 11


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Ne ho parlato con David Silverman, presidente degli American Atheists, sperando questa volta di incentrare meglio la discussione sul punto, che pareva essere sfuggito alla sua amica portavoce. «Effettivamente», mi ha risposto Silverman, «la Costituzione americana permette alle società private di compiere discriminazioni». Ecco. «Ogni cartellone deve essere approvato a livello locale e di vertice, e spesso ci siamo sentiti opporre dei rifiuti. In alcuni casi abbiamo dovuto sospendere delle campagne pubblicitarie». Qualche esempio? «Se cercate su Google “arabic atheist billboard” troverete alcuni articoli su un cartellone che abbiamo affisso a Elizabeth, in New Jersey, su cui era scritto che Dio è un mito in caratteri arabi. Sa perché abbiamo condotto la campagna a Elizabeth e non a Dearborn in Michigan, dove risiede la più grande comunità islamica degli USA?» Non riesco proprio a immaginarlo. Perché? «Perché nessuna azienda di Dearborn avrebbe accettato di affittarci spazi pubblicitari per l’affissione». Quindi, secondo l’ordinamento giuridico nordamericano, quando una campagna di propaganda di una formazione sociale di carattere religioso viene ridotta al silenzio da un qualunque affitta-muri o – cosa più grave – da tutti gli affitta-muri che popolano il mercato degli spazi pubblicitari in una determinata zona geografica, che in ipotesi potrebbe essere anche l’intero Paese, quali strumenti, quali tutele giurisdizionali, quali armi democratiche possono essere attivate per difendere i diritti di cui al Primo emendamento? 12


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«In casi così, in realtà non abbiamo scelta. Cambiamo il cartellone e proviamo di nuovo, oppure andiamo da qualche altra parte». E la Costituzione? E il Primo Emendamento (il Primo!) che riconosce solennemente a tutti – cristiani, mussulmani, raeliani, atei, etc. – la libertà di dire quello che vogliono in materia religiosa, e di farne propaganda? Se i padroni dei «media» (non solo spazi di affissione, ma anche giornali o emittenti radioTV) non gradiscono quello che un ateo o un mussulmano o un induista dice, possono negargli questo diritto e nessuno può farci niente? «Le società private possono rifiutarsi di fare affari con chiunque per qualunque ragione. Difendo questo diritto in linea di principio, ma vorrei che ci fosse meno bigottismo contro gli atei in America.» Come a dire che se il libero mercato va spontaneamente incontro ai diritti fondamentali della persona, bene. Altrimenti, peggio per i diritti fondamentali. E per la persona. *** Però in Italia no. I diritti fondamentali qui sono una cosa seria, lo Stato è interventista e ha il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana (testuale dall’art. 3 della nostra Costituzione). Se quindi, facendo un esempio di fantasia, l’Unione degli Atei 13


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e degli Agnostici Razionalisti italiana (UAAR) provasse ad affiggere un manifesto gigante in via dei Condotti a Roma o in via Montenapoleone a Milano durante il periodo natalizio, sicuramente non avrebbe problemi. Giusto? «L’UAAR non sarebbe mai stata autorizzata per un cartellone come quello di Times Square», mi dice il Segretario dell’UAAR, Raffaele Càrcano. «E possiamo affermarlo a ragion veduta. Le concessionarie di pubblicità ci hanno censurato slogan assai più innocui, con la scusa che “offenderebbero” la sensibilità dei credenti (evidentemente assai più permalosi dei non credenti)». Quali slogan? «Basta pensare agli episodi legati alla campagna “ateobus”: prima – anche su sollecitazione del cardinal Bagnasco – ci è stato impedito di far circolare il nostro slogan, e in seguito ci è stato addirittura chiesto di eliminare la frase di accompagnamento (“Liberi di non credere in Dio”), dimostrando così in modo plateale che è proprio vero, in Italia non si è purtroppo liberi di non credere in Dio». Faccio una breve ricerca in rete, e scopro che la campagna «ateo bus» è finita persino in tribunale. «Il tribunale di Rovigo», specifica Càrcano. «Il Tribunale di Rovigo ha ribadito di recente quell’atteggiamento censorio, ritenendo a sua volta lo slogan degli ateobus “offensivo”, e non ha condannato un nostro socio SOLO perché non è stata dimostrata la sua volontà di offendere. Per contro, papa Benedetto XVI può permettersi di attaccare a ripetizione gli atei (e non solo loro, ovviamente) con parole anche assai pesanti: per esempio ha af14


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fermato che “là dove Dio viene negato, si dissolve anche la dignità dell’uomo”. Nessuno è tuttavia intervenuto a stigmatizzare queste parole ateofobe». Messo così, sembra più un problema democratico che religioso. «Sì. A nostro avviso un Paese che tratta in modo così radicalmente opposto due realtà che si esprimono con opinioni diverse sulla stessa questione non può essere considerato un Paese compiutamente democratico». *** A questo punto, l’unica àncora di salvezza resta proprio il libero mercato. Voglio dire: in un’ipotetica realtà distopica che vede la compresenza di una volontà politica censoria, di una situazione di fatto e di diritto che non ti garantisce la possibilità di propagandare il tuo sentimento religioso su larga scala e di un muro di gomma che occupa il vuoto legislativo, se il mercato è veramente libero puoi sempre mettere mano al borsellino – se è abbastanza pieno – e comprartela, la libertà. Come Scientology. Scientology è una confessione religiosa (o una setta?) tra le più avversate del mondo. In Europa ha subito procedimenti penali di vario tipo e condanne anche pesanti. Ma nemmeno in USA gode di buonissima stampa, un po’ anche per via delle stranezze vere o (nella maggior parte dei casi) presunte di alcuni membri VIP come Tom Cruise o John Travolta, su cui si è accumulata una pubblicistica abbastanza suggestiva. Tuttavia, Scientology ha molti soldi. E questo, in una società 15


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