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PROLOGO

Il suo funerale, Ajmone Finestra se lo era preparato con cura. Era stato le notti intere, in ospedale, a svegliarsi ogni tanto di soprassalto dall’incipiente coma e svegliare quindi istantaneamente anche il povero Stefano Gori che insieme ai figli – i figli di Finestra ovviamente, non di Stefano Gori – dormicchiava su una sedia: «Allora, ecco è vero! Dopo quello, fai questo e quest’altro, arriva la banda, fai parlare Tizio e non fai avvicinare Caio, il palchetto lo metti lì e le corone là. Mi sono spiegato, ecco è vero?» «Sì, papà» facevano i figli. «Certo, Senatore» faceva Stefano Gori. Ma se per caso si svegliava dal coma e non li trovava – perché erano andati al bagno o a fumarsi una sigaretta fuori dal reparto, affacciati alla finestra del vano ascensori – subito si metteva a strillare: «Stefanooo! Paolooo! Carlooo!» e l’eco rimbombava a notte fonda per i corridoi. «Che c’è papà? che c’è Senatore?» facevano trafelati quei tre poveri disgraziati con il fumo che gli usciva dalle orecchie. «Dove stavate? Mi raccomando, in chiesa ecco è vero alla fanfara fate suonare il Silenzio, e poi subito Flik Flok,* ecco è vero».

* La marcia dei bersaglieri: «Quando passano per via / gli animosi bersaglieri…»

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«Ma il prete non ce lo fa fare in chiesa Flik Flok», Stefano Gori, «proprio non si può». «E tu non glielo dici, cazzo! Gli dici solo il Silenzio ecco è vero, e appena finito li fai ripartire con Flik Flok. Senza Flik Flok non lo voglio, ecco è vero, il funerale» e ripiombava in coma. Ma fu proprio bello, bisogna dire. Un funerale così non lo avevo mai visto. La gente non faceva che ridere e piangere, e come ripartiva la fanfara, tutti ripartivano a piangere, con Stefano Gori che ridendo e piangendo ripeteva: «Ah, s’è preparato tutto lui da solo», quasi a voler prendere le distanze. L’unica nota stonata furono i saluti romani. Io glielo avevo detto di non farli, lo sapevo che i suoi nemici si sarebbero attaccati come farisei – per giorni e giorni sui giornali – a quei quattro «Presente!» con le braccia alzate. Ma a lui che gli fregava? Lui oramai stava nel Valhalla. E quando ero uscito dalla chiesa – tra i primi, per evitare la ressa – e avevo visto il picchetto già schierato sotto il sagrato, in mezzo alla piazza, pronto a fargli il «Presente!» appena fosse apparsa la bara, mi si era gelato il sangue. Sì lo so, non c’è niente di male nel «presente», non è esattamente vero che sia fascista. Lo facevano già gli arditi della prima guerra mondiale. È un rito funebre e di commiato dal compagno d’armi che se n’è andato; è un saluto a lui, non una provocazione agli altri come può essere un saluto fascista allo stadio. Rito funebre appunto, e ognuno i morti suoi se li saluta come gli pare. Questo però lo sanno solo quelli che – come me – in un modo o nell’altro hanno avuto a che fare con i fasci. Tutti gli altri no. Vaglielo a spiegare tu, se sei capace. E poi sono contrario e basta, ancora mi pento come del 6


peggiore dei miei peccati d’avere messo in dedica a Palude – nel 1995 – il povero Aldo Bormida caduto in combattimento sul Canale Mussolini nel 1944, contro gli americani sbarcati ad Anzio: «Sulla via del Pozzo, a meno di quattrocento metri dalla Madonnina di via Santa Croce e da casa mia, di là dal fosso che ciglia la strada – sulla terra dei Piva, poco prima d’arrivare al Canale Mussolini – c’è un cippo. Una colonna spezzata. Il suo nome è, per tutti, “el sìpo del fasìsta”. Ma senza acredine. Toponimo e basta. Beniamino Piva racconta che vennero subito dopo la guerra, marito e moglie, a chiedere il permesso per installarlo lì. E poi son venuti sempre, d’estate, a portare i fiori. Ora sono un po’ d’anni che non si vedono più. E i fiori continua a metterceli lui – che ha piantato una siepe intorno – e i bambini e le donne della Santa Croce. Sul cippo c’è scritto: “ALDO BORMIDA / DICIANNOVENNE / STUDENTE / POLITECNICO TORINO / CADUTO PER LA PATRIA / IL 30 GENNAIO 1944”».

Non lo avessi mai fatto. Prima il cippo stava in pace, da solo, sotto l’argine. Per cinquant’anni c’erano venuti in silenzio i genitori. Adesso era affidato alla pietas dei coloni. Tranquillo e raccolto tra le fronde. Ma appena uscito il libro è cominciato un turnover di fasci. Il primo è stato ovviamente Finestra, che gli mandò una corona. Ma poi appresso, ogni giorno, un gruppo di giovani – una volta Casa Pound, un’altra Forza Nuova, un’altra ancora fasci sparsi – tutti sull’attenti, tutti con le corone e tutti: «Camerata Aldo Bormida!» ad alta voce. E subito: «Presente!», con il braccio alzato. Come se non bastasse, dopo un po’ cominciarono a fiorire sui muri di Latina i manifesti e le scritte enormi con la vernice: «Aldo Bormida, presente!» 7


Io ogni volta facevo: «Mea culpa, mea culpa. Quando lo sconto questo peccato?» «Perché?» si meravigliava Pietrangelo Buttafuoco: «Che male c’è? È un onore che si fa al defunto, è un riconoscimento al suo valore, un tributo d’affetto, una comunione al di là della vita e della morte». No – gli dicevo io – è un rompergli i coglioni. Quello è morto, poverino. Era un ragazzo e se n’è andato, e in qualunque modo se ne sia andato – e lui se ne andò bene, immolandosi per ciò che a torto o a ragione riteneva giusto – adesso non c’è più, sta in un’altra dimensione. Lui non è più materia e il suo spirito sta nella luce, o almeno la cerca, la luce e la pace. L’inferno di questo mondo, oramai, lo vede dall’alto e prima se ne distacca del tutto, prima si ricongiungerà nell’Uno. Tu invece che fai? Gli dici: «Presente! Torna qua! Ricomincia a combattere insieme a me»? Ma vaffallippa, va’. In tutte le culture del mondo – pure quelle più antiche, pure le tribù primitive dell’Amazzonia – i morti vengono lasciati andare. Ci si separa. Li si seppellisce. Altrimenti è necrofilia. E i riti funebri servono appunto a questo – a separarsi – e quanto più li si è amati in vita, tanto più li si aiuta in morte, nell’ultimo viaggio, invocandogli in ogni modo la pace. E tu a Bormida – settant’anni dopo – lo richiami ancora alla guerra? Non gli basta quel che ha passato allora e che passarono i suoi? Che t’ha fatto di male? Requiescat in pace. Amen. Figuriamoci quindi se sono d’accordo ai presente, ed è per questo che quando li ho visti intorno al sagrato e fin in mezzo alla piazza – tutti tirati dritti sull’attenti, tutti pronti 8


allo scatto – mi sono precipitato giù dalle scale inciampando anche nel mio bastone. E atterrato semirotolante davanti a Stefano Savino che era in prima fila, lo scongiurai: «Ma tu sei un primario! Vieni via. Che cosa state a combinare?» E quello invece niente: «No, no. Glielo debbo fare». Anzi, quelli intorno a lui: «Ma vattene via tu» dissero a me. Allora mi misi un po’ indietro. E quando il primo ufficiale – erano tre, staccati dal picchetto – urlò «Comandante Ajmone Finestra!» e tutti loro alzarono il braccio rispondendo all’unisono «Presente!», dentro di me pensai: «Ma tu guarda sticazzo di fasci». E poi subito a Stefano Savino, da dietro, un’altra volta: «Vieni via, vieni via! Che cazzo stai a fare?» Ma non ci fu tempo. Il secondo ufficiale urlò anche lui, nel silenzio della piazza: «Comandante Ajmone Finestra!» E loro, un rombo solo: «Presente!» E io di nuovo, ridendo: «Sticazzo di fasci», ristrattonando Savino. Poi venne il terzo.

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1. IL CRANIO DEL CIRCEO

Questa storia in realtà comincia nel 1939 con un giovane archeologo italiano – o meglio: un paleontologo, che pressappoco fa lo stesso mestiere, solo che s’occupa di età più antiche – che si chiamava Alberto Carlo Blanc. Questo Alberto Carlo Blanc era di Roma, e arrivato a 33 anni si doveva sposare. Si doveva sposare perché lo voleva lui ovviamente, non perché qualcuno lo obbligasse; anche se a quel tempo c’era la tassa sul celibato e ti dovevi sposare per forza, se non la volevi pagare. Ma lui era anche innamorato. Si doveva e si voleva sposare. Era pure il 1939 però, e già da qualche anno lui faceva avanti e indietro da Roma per tutto l’Agro Pontino, a ispezionare i mille cantieri di bonifica delle ex paludi. Si buttava su ogni zolla, fosso o canale che venissero scavati – la gente diceva anche: «Madonna, questo!», perché certe volte gli levava la vanga dalle mani – per vedere se sotto ci fosse qualcosa di paleontologicamente interessante. E parecchie ne aveva già trovate di queste cose: lo scheletro di un mammut dentro l’alveo del Canale Mussolini, e grotte e ripari primitivi a iosa sui monti Lepini e sul Circeo, con tracce dappertutto dell’uomo di Neandertal (si scrive Neandertal senza acca; chi ci mette l’acca sbaglia, perché è vero che c’era in antico, quando ne scoprirono i primi resti in Germania 11


nel 1856 nella valle detta allora di Neanderthal, vicino Düsseldorf. Ma nel tedesco moderno l’acca è caduta e non c’è più. Si dice Neandertal anche la valle – adesso – e l’acca è rimasta solo nelle declaratorie scientifiche: Homo [sapiens] neanderthalensis). Fu l’unico, si può dire. Tutti gli altri archeologi – specie quelli che studiavano le età classiche – restarono distratti e nessuno si mise dietro agli operai. Aspettavano tranquilli a Roma che qualcuno li chiamasse: «Abbiamo trovato qualcosa». Solo allora venivano a vedere, e se si trattava d’una statua, un bel vaso o un mosaico come Il Nuotatore – rinvenuto verso Ponte Marchi nello scavo del primo tratto del Canale Mussolini – portavano tutto a Roma; poi Il Nuotatore se lo sono anche perso e non si sa più che fine abbia fatto, se qualcuno se lo sia fregato o in chissà quale fondo di magazzino stia. In realtà non hanno documentato alcunché; non un pezzo di carta o un disegno hanno lasciato, di quel che avevano trovato. E quando invece si trattava di roba non preziosa, ma ruderi murari e basta – pure se romani o preromani – di corsa agli operai: «Buttate giù, non vale niente» e via di nuovo a Roma, tante volte li pigliasse la malaria. Chissà cosa deve essere venuto fuori, durante gli scavi di bonifica. Ma chi lo saprà mai? Gli archeologi stavano a Roma. Questo Alberto Carlo Blanc, invece, non solo stava sempre qua, ma aveva pure un fiuto pazzesco, altro che Indiana Jones. Già nel 1929 – quando sulla riva sinistra dell’Aniene, in una cava di ghiaia a Saccopastore a Roma, in quello che oggi è il quartiere di Montesacro, a sei metri di profondità, erano stati ritrovati casualmente i resti di un cranio di Neandertal – lui subito s’era messo in campana: «Qua ci dev’essere qualcos’altro. Non può essere che stia da solo». E dai e dai, insieme a Henri Breuil nel 1935 – sullo stesso fronte della 12


cava, ma un po’ più in alto; portato alla luce dai dilavamenti dell’Aniene – ne trovò un altro che fu chiamato in gergo Saccopastore-2, per differenziarlo dal primo. Allora poi non era come adesso, che le ossa di neandertaliano te le tirano appresso. Allora ce n’erano poche e – di quelle poche – tra le più importanti ci sono proprio quelle trovate da lui. Comunque nel 1939 – la sera prima di andarsi a sposare – lui stava ancora in Agro Pontino. La fidanzata lo aspettava a Roma – non so cosa dovessero fare, quali appuntamenti avessero – e lo cercava dappertutto, fremente e preoccupata: «Ma dove s’è cacciato? Non è che ci ripensa?» Lui invece – più fremente di lei – stava ancora qua da noi. Sotto il Circeo. Ai piedi proprio del promontorio – sul versante est, tra il promontorio e il mare – dove c’era una pensioncina in mezzo al verde. Il proprietario di questa pensione era un certo Guattari con cui Blanc aveva stretto amicizia, ed in quei giorni aveva dato inizio a dei piccoli lavori di sbancamento del terreno, per sistemare un po’ meglio il giardino. Blanc da queste parti aveva già fatto numerose scoperte ed il suo fiuto gli diceva che ancora di più se ne sarebbero potute fare: «Qua sotto chissà che c’è», pensava. Sono cani da caccia certi archeologi; anzi, da tartufi. Indemoniati. E comunque non se ne voleva andare: «Qui c’è qualcosa, ci giuro». Poi però s’era fatto buio, avevano smesso di scavare ed il Guattari, l’amico suo, gli aveva detto: «Professo’, vatti a sposare, va’». E lui era ripartito e tornato a Roma: «Mannaggia a me». Ma prima di partire gli aveva detto: «Guatta’, mi raccomando! Qua sotto c’è qualcosa. Fate attenzione». E aveva messo in moto. 13


È andato a casa, s’è fatto il bagno e il giorno dopo finalmente, lindo e pinto, s’è sposato. «Menomale, va’» deve avere pensato la moglie. Festa grande e viaggio di nozze. «Pure il viaggio di nozze mi ci mancava», deve avere pensato però lui, anche se a quei tempi non è che s’andasse alle Bahamas. Loro il viaggio di nozze lo fecero a Napoli. Ma anche a Napoli – quando la moglie s’assopiva – lui sempre con quel tarlo in mente: «Chissà quelli, al Circeo, che mi stanno a combinare». Fatto sta, il viaggio di nozze a un certo punto è finito: «Bisogna tornare! Mi dispiace tanto amore mio, vorrei che non finisse più, ma bisogna proprio tornare». E via a tavoletta per la via di casa. A quei tempi non c’era l’autostrada, c’era solo l’Appia, come tragitto più breve tra Napoli e Roma. E quando sono stati a Terracina ha detto alla moglie: «Ti dispiace se facciamo una piccola deviazioncina? Ti voglio portare un attimo al Circeo» – e col dito glielo indicava dal finestrino – «Guarda là come è bello, te lo vorrei far vedere». «Ma sì, grazie amore, sei proprio gentile; quasi quasi te lo volevo chiedere io». E via di corsa per Colonia Elena e S. Felice. Sgommata davanti alla pensione Guattari. Non fa in tempo però a fermarsi e aprire lo sportello, che subito il Guattari con tutto il personale dell’albergo lo prende d’assalto. Cuoche, sguatteri, cameriere e – almeno pare – qualche meretrice villeggiante di passaggio, gli accerchiano la macchina: «Professo’, professo’!», pure sul cofano e il tettuccio. «Venga subito a vedere che cosa abbiamo trovato ieri». Il giorno prima 24 febbraio 1939 l’elettricista Damiano Bevilacqua, incaricato dal Guattari d’attaccare a un ven14


ticinque o trenta metri dalla pensioncina un punto luce, lampadina, contatore, interruttore o quel che fosse, addosso a una parete di roccia portata da poco a nudo a piè del monte, piantando con un martello robusto uno di quei chiodi grossi da muratore d’una volta, lunghi anche una quindicina di centimetri, batti e ribatti a tutta forza s’era visto di botto crollare dietro al chiodo – poi dice una lampadina, certe volte – l’intera parete di roccia appena sterrata dal giardiniere o scavatori che fossero. E dietro la parete crollata il Bevilacqua – neanche avesse pronunciato: «Apriti sesamo» – aveva scorto un cunicolo buio stretto stretto. Subito come Alì Babà ci si era ficcato dentro. E strisciando carponi per diversi metri, era alfine sbucato in un’ampia grotta da cui si dipartivano altre due grotticine un po’ più piccoline. Due antri. In nessuno dei due c’era ahimé un tesoro – come pare il Bevilacqua avesse sperato – ma in uno però c’era un teschio umano. O umanoide. Non appena sentito il racconto, subito Blanc si butta a pesce anche lui dentro il cunicolo – «Oddìo», deve avere esclamato la moglie: «Mo’ quando esce più?» – e va a vedere questo teschio. Riconosce immediatamente – occhio clinico – il caratteristico cranio di un uomo di Neandertal, e già questa è una scoperta importante per l’epoca, che come detto ce n’erano ancora pochi in giro. Bevilacqua no – purtroppo per lui – ma Blanc sì, che aveva trovato il suo tesoro. Ma le sorprese non erano finite. Il foro occipitale innanzitutto – quello che sta alla base del cranio e su cui si innesta la colonna vertebrale – era molto più grosso del normale, poiché qualcuno, a suo tempo, lo aveva evidentemente allargato a forza. E dulcis in fundo il cranio non stava semplicemente buttato a caso, là per terra. 15

Camerata Neandertal  
Camerata Neandertal  

Costruito come un percorso attraverso la memoria (di persone, fatti e luoghi) Camerata Neandertal è forse il romanzo più dolente e personale...

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