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PROLOGO

È una di quelle sere in cui il peso d’un cielo turbinoso pare scivolare verso il basso per toccare terra e rincorrere una moto che corre solitaria. La Guzzi rossa, modello Airone 250, fende il chiaroscuro degli edifici e il profilo delle loro sagome allungate sul lastricato irregolare. Ombre immobili su strade deserte. Uno degli effetti dell’oscuramento. Però è anche un momento di festa e uno strappo alla regola è consentito. Il Natale del Duce merita qualche svago, e mentre la gioventù fascista, virtù del presente e vigore della storia futura, verrà premiata con quaderni, noci e mandarini, gli adulti si possono concedere qualche distrazione, complice dei ritmi di valzer, mambo e charleston che filtrano dagli appartamenti illuminati. Una notte senza nebbia. L’aria è gelata. Il motociclista guida senza strappi fin quando rallenta di colpo. Scala di marcia e blocca il mezzo con una frenata tanto brusca da far rinculare il passeggero sul sellino posteriore. La moto si inchioda sulla ruota anteriore e scarta di lato. Il conducente mantiene l’equilibrio con la punta del piede. L’uomo seduto dietro piega la schiena in un istintivo contrappeso. Una spinta decisa con la gamba, un filo di gas per riprendere il percorso col motore al minimo. Il guidatore stringe le ginocchia contro il serbatoio, svolta a destra, imbocca l’androne d’un caseggiato e avanza a faro spento per alcuni metri sobbalzando sull’acciottolato sconnesso. Rimbalza e sbanda tra pozze d’acqua e cumuli di neve ormai annerita.


Raggiunge uno stretto passaggio ad arco che separa la corte adiacente di uno stabile più basso, a un solo piano. Supera un primo cono d’ombra, fino a dileguarsi tra le pieghe del buio. Non c’è nessuno in circolazione. Solo materiale di ferro accostato ai muri perimetrali a disegnare profili di guerrieri immobili. Cumuli di carbone autarchico rendono ancora più cupo il manto di tenebra. Pali e assi di legno appoggiati alla porta della segheria. Botti e damigiane. Mucchi di segatura, odore acre di collanti. Puzza di stantio. Sacchi di tela impilati sullo scivolo di legno per il carico e scarico dei carretti nascondono l’ingresso di un paio di magazzini. Il motociclista si volta verso il compagno. I volti sono coperti dalle sciarpe annodate dietro la nuca. I caschi di cuoio nascondono capelli e fronte. Un breve cenno d’intesa e l’uomo davanti si decide a spegnere il veicolo. Occupano il punto di osservazione ideale per avere sotto controllo quanto succede nel cortile senza correre il rischio di essere notati. Dalla strada giunge un rumore inatteso di passi. Schiamazzi sempre più vicini, cadenzati, vigorosi. L’uomo stringe forte le mani sul manubrio e irrigidisce i piedi a terra. La notte amplifica l’eco. Voci giovani, stridule. Voci maschili. Dal gruppo si leva un canto stonato. Qualcun altro ride lanciando nel freddo una specie di ululato. La compagnia supera l’ingresso del caseggiato e passa oltre. Il baccano sfuma via. I due uomini restano muti, mentre sul balcone del secondo piano si spalanca una porta con uno stridio acuto. Una figura compare in controluce. Un uomo in camicia che sfida il freddo della notte. Le dita artigliano veloci una tastiera. La penombra nasconde le cromature dorate dello strumento. Stringe la fisarmonica con padronanza, sistema la bretella sulla spalla, si incurva, poi solleva in un guizzo la schiena robusta, come se respirasse insieme alla sua compagna. Volta la testa sulla sinistra muovendosi con sicurezza sugli accordi della bottoniera e


aziona il mantice, lo allunga come una briglia sciolta. Le piccole ance incominciano, invisibili, a vibrare e l’armonia si diffonde sempre più morbida, sempre più intonata. Infine arriva la voce, a sostituire la musica. Voce ubriaca. Voce d’una festa trascorsa in solitudine che si perde nel buio insieme alla condensa del respiro, lasciando traccia di un tango. …a mezzanotte va la ronda del piacere… I versi arrivano alle orecchie dei due uomini. Invisibili nel buio, come le ance della fisarmonica, si guardano. Occhi carichi di tensione. «E questo chi è?» mormora a denti stretti quello davanti. L’altro, per tutta risposta, apre la falda del pesante giaccone di velluto. Scivola fuori il calcio d’una doppietta. …e nell’oscurità ognuno vuol godere… Non fanno in tempo a fissare i propri pensieri che una nuova voce spuntata dall’androne si frappone a quella del fisarmonicista e prende il sopravvento. …son baci di passion l’amor non sa tacere è questa la canzon di mille capinere… Il passeggero molla la presa della doppietta. «Ci siamo», dice il socio, mentre nell’aria le note si trasformano in una risata fresca, spensierata. Una risata giovane. «Te l’ho detto che sarebbe stato puntuale.» L’altro emette una specie di grugnito, proprio mentre il nuovo arrivato fa una piroetta con un paio di stretti passi di danza. Si porta verso il centro del cortile. In mano stringe il collo d’una bottiglia. Quando si ferma la solleva verso l’alto. «Ciao Remo.» «Carletto Costa. Un giovane di belle speranze pronto a partire volontario.»


«Nell’esercito della Repubblica Sociale, dove un manipolo di eroi riempie d’onore il cuore degli italiani.» «Li ho visti i manifesti, li hanno attaccati dappertutto. Arruolatevi, il mondo ci guarda.» «Rialziamo la testa. Siamo ancora in tempo.» «Hai solo diciassette anni, ‘t’ai disèt ani, cristu, e questo è un paese col culo a bagno.» Alzò una mano a invocare il cielo, ma il Padreterno non sembrò mettere nessuna buona parola in bocca al giovanotto. «Non fare il disfattista, Remo», ringhiò severo. «E poi è venuto il momento anche per me di mostrare i denti al nemico.» «A me invece basterebbe mostrargli le chiappe per cinque minuti e scappare via.» Le voci riempiono il vuoto che separa i due. Una parete senza appigli. Uno più in alto, l’altro più in basso. In mezzo, l’ora al culmine della notte vestita d’un abito color cenere. «La guerra è spietata», ricomincia Remo. «Anche i bimbi giocano alla guerra. Guardali nelle strade e nei cortili. Si rincorrono con armi di legno, ma con lo stesso spirito dei soldati veri.» «Io li ho visti, i soldati veri. Puzzano tutti allo stesso modo, di merda e di paura. Vincitori e vinti. I son tücc medesim.» «Lo dici tu, che son tutti uguali, perché quando hai fatto tu la guerra, non c’era il Duce.» «Dai retta a un vecchio matto, Carletto. Quando avrai uno schioppo tra le mani scoprirai quant’è sottile la linea che divide stupidità e coraggio.» Le parole sono un accordo gonfio di tristezza. La fisarmonica viene accompagnata da inspirazioni d’aria brevi e spigolose per emettere melodia. «Noi andiamo a conquistare il mondo per l’onore del popolo fascista.» «Hai la testa dura come tuo zio. Ma lui non ha mai rischiato


la pelle. È sempre stato in poltrona a predicarla, la guerra. E a fare soldi con gli affari che ci girano attorno.» «Taci, vecchia canaglia. Non mi piace quello che dici.» «A me invece non piace la gente che si ammazza.» «Finiscila con le tue prediche.» «Nella terra dei nostri alleati tedeschi, “Carlo” vuol dire uomo libero. Cerca di esserlo anche tu. Non dare retta ai potenti. Non sai dove ti trascinano per i loro interessi.» «Non riuscirai a farmi rinnegare la fede. Piuttosto, dov’è il tuo pubblico?» «Anime inquiete nascoste tra le ombre», risponde Remo, ovattato da un paio di bicchieri di troppo. «Smettila di guardare il mondo con l’occhio dello sconfitto.» «Non vedo vincitori in giro. E se qualcuno c’è mai stato, è scomparso pure lui.» «Ti nascondi dietro tutte queste chiacchiere solo per non confessare che fai una serenata a qualche bella signora.» Remo trascina alcune note, lunghe, come un sibilo balbuziente. Poi il silenzio, gonfio di malinconia. «Suono per non vedere il buio», scandisce qualche secondo dopo alzando il tono della voce. «Non contagiarmi con la tua tristezza.» «Da vecchi il buio fa più paura», dice Remo smettendo di suonare per sporgersi appena dalla ringhiera. Lui è Remo Robotti, fisarmonicista alle feste di paese e impagliatore di seggiole tutti gli altri giorni dell’anno. «Hai una bella voce e conosci la musica, pensaci tu a riempire il buio con lo spirito della festa.» «Dove vai a quest’ora da solo?» «A trovare lo zio.» «Sta ancora lavorando? Gram òmi! Deve essere faticoso per lui contare tutti i soldi che ha nel cassetto. Piuttosto, cos’hai in mano?»


«Una bottiglia.» «Tutta per lui? È di quello buono?» «Non è roba per te. Questo è con le bollicine. Pizzica nel naso. È per gente dal palato fine.» «E allora scolatevela voi che siete dei signori. Io che sono un poveraccio torno in cucina a finire il mio rosso prima che si faccia aceto. Sul tavolo c’è ancora un quartino, proprio in mezzo fra me e un pezzo di lardo che grida vendetta.» «Oltre a denigrare il Duce ti dai anche alla borsanera? Occhio… se ti beccano ti fanno cagare amaretti.» «Perché? Voialtri non mangiate il maiale? O preferite un’ora di coda per quattro patate bollite? E poi cosa dovevo fare? Ho lavorato tre giorni per mettere a posto le sedie d’una mezza matta e lei mi dice: “Remo, non ho un soldo. Vuoi stare nel letto con me una mezz’ora o preferisci un pezzo di lardo di quello buono?”» «E tu hai scelto il lardo.» «Certo. A l’era vègia, brüta e sensa dencc, e poi con un pezzo così di cotenna mi diverto ben più di mezz’ora.» Il ragazzo sghignazza e riprende a camminare. I due uomini, nascosti, non perdono una battuta. «Adesso lo stronzo si toglie dai piedi, lui e la sua fisarmonica», mormora quello armato. «Siamo dentro ai tempi previsti.» Remo china la testa a cercare nella penombra l’accordo sulla bottoniera, e un accenno di tango torna a spezzare il silenzio. Poi, senza un saluto, si volta per rientrare in casa, svanendo come un pipistrello in volo, mentre Carlo Costa raggiunge una porta bloccata da sbarre di ferro. «Ci siamo», dice il passeggero. Scende scavalcando il sellino senza perdere di vista i movimenti del ragazzo. «Ricordati il momento giusto», mormora il compagno. «Non


un attimo prima e nemmeno uno dopo. Da allora avrai dieci minuti, dopo di che io rimetto in moto e tu ti fai trovare pronto…» L’altro fa un cenno d’assenso. «…niente sangue.» Ancora un cenno di assenso. Scivola dietro il cumulo di carbone. Si muove con la gamba rigida per l’arma che preme contro la coscia, nascosta dalla giacca. Cammina rasente al muro fermandosi all’angolo dell’arco. Lancia un’ultima occhiata a cercare l’uomo con la fisarmonica. Ma quello è sparito. Vede il ragazzo spingere la mano all’interno delle sbarre e lo sente bussare contro uno spioncino in vetro smerigliato. Il cristallo si apre. Un saluto allegro. Rumore di ferraglia e serratura. Le sbarre si schiudono per spalancare l’ingresso posteriore del Banco Cambio dell’avvocato Alfonso Costa. «Ho un regalo per te, zio», dice Carlo porgendogli la bottiglia. «Anche se non è bello brindare da soli.» «Ho troppe cose da sbrigare per darti retta.» «Stai bene?» «Sì, certo.» «Scappo via subito. Ho già perso un sacco di tempo con le chiacchiere di Remo», fa, soffiandosi sulle mani. «Ti restano pochi giorni prima di partire, meglio se vai a festeggiare con gli amici.» L’avvocato infila due dita nel taschino di un sottogiacca che, per via della rotondità del ventre, tira i bottoni nelle asole. Guarda l’orologio. Otto minuti alle undici. «Non ti trattengo.» Il ragazzo non se lo fa ripetere due volte. Prende la direzione della strada muovendo il bacino in un ritmo scoordinato. A metà del cortile solleva le gambe di lato tentando di colpire i tacchi uno contro l’altro. L’avvocato Costa invece non si muove dalla soglia. Una mano in tasca, nell’altra la bottiglia di spumante. È un uomo piccolo.


In testa calza un modello Spartaco firmato Borsalino. Un copricapo un po’ usurato dal tempo da cui non si separa mai e che si vanta di aver ricevuto in eredità dal padre insieme a nient’altro, oltre a una buona educazione. La sua carriera è merito solo del suo lavoro. Sembra indifferente alla temperatura. Respira il freddo della notte. I piccoli occhi si muovono lenti a perforare le ombre del cortile. Porta la mano alla tasca interna. Spunta un mezzo toscano. Lo annusa. Lo inumidisce facendolo scorrere tra le labbra. Prende l’accendino dalla tasca dei pantaloni. Ha un istante di esitazione. Deglutisce. Strizza gli occhi e si decide a dare un colpo con il pollice per far girare la rotella. Una prima scintilla. Niente fiamma. Un respiro profondo. Una seconda scintilla. Ancora nulla. Un terzo tentativo, con più determinazione. Quasi con rabbia. La fiammella brilla. Uno squarcio di luce. Per pochi istanti un alone giallo illumina il viso dell’avvocato, ed è allora che l’uomo armato di doppietta esce di scatto allo scoperto con un passo avanti di corsa, fino a puntare la canna a un palmo dal viso del banchiere. L’accendino finisce a terra con un tintinnio. «Zitto», gli ringhia contro. L’avvocato Costa resta a bocca aperta. Le labbra perdono la presa del toscano che sfiora il mento, il collo della camicia, scivola lungo la giacca fino a cadere a terra accanto ai piedi del nuovo arrivato. Lo sguardo è di chi non si è mai trovato un’arma da fuoco a due dita dal naso, il vuoto delle canne e la paura di venirne risucchiato. Le fissa con tale intensità che i due sottili cerchi d’acciaio sembrano sovrapporsi. Barcolla. Urta la porta alle sue spalle e la bottiglia cade a terra come un corpo morto. Esplode. Disperde schegge di vetro e la schiuma del vino sfrigola sulla pietra lasciando una scia densa di bollicine come bava di un’enorme lumaca. Il bandito gli preme l’arma contro il petto, mentre l’altro ac-


centua l’incurvatura della schiena. Solleva il palmo delle mani a mezz’aria in un silenzioso atto di resa. Rientra nel Banco Cambio camminando all’indietro. L’ufficio è un unico grande locale che per un istante fa sentire il rapinatore a disagio. Straniero a casa d’altri. Una lampada a petrolio rischiara solo la scrivania di Costa, riverbera nella stanza e illumina un fascio di fogli sparpagliati sul piano. Di lato, alcuni registri ammucchiati. Scartoffie chiuse da uno spago impilate a terra di fronte a un mobile basso a scaffali. Il rapinatore esibisce uno sguardo incerto, quasi meravigliato. Per la prima volta vede una banca dalla parte degli impiegati. Con gli occhi prende le misure del bancone di noce nazionale, seguendo il percorso delle filettature più chiare. Nella penombra svetta un divisorio fatto di vetri colorati e figure floreali color pastello a mosaico. Il tutto separa in due il locale. Da una parte l’area di accesso al pubblico. Dall’altra il retro della banca. Tre sedie girevoli al di qua del bancone di fronte ad altrettanti sportelli segnano le postazioni di lavoro con cassetti e cassettini, timbri e registri. La scrivania dell’avvocato è collocata nell’angolo giusto per avere sotto controllo l’interno della filiale. L’uomo con la doppietta in mano capisce di essere dalla parte dei mezzemaniche. È lì che ci sono i soldi. Si sente più forte e si fa più aggressivo. «Aprila.» La voce lo riporta alla realtà mentre indica una cassaforte a parete con la scritta in tondo color oro «Kassen F. Wertheim & Company, Wien». A fianco un armadio blindato e ignifugo della ditta Angelo Mombelli di Milano. Color indaco. Un modello conosciuto. «È già aperta.» La minaccia dello sconosciuto uccide l’abituale ruolo di comando dell’avvocato Costa. Ora è soltanto un ometto anonimo,


giacca blu e un nodo della cravatta grande come un melone. Sulle spalle è possibile contargli i granelli di forfora. L’uomo tira fuori dalla tasca un sacchetto di stoffa. Lo butta sulla scrivania. «Mettici dentro i soldi.» Le mani serrano l’arma con sicurezza. «Dentro non c’è nulla.» «Sbrigati.» La voce filtra dalla sciarpa e graffia l’aria. L’avvocato si allunga di scatto per raccoglierlo. Il gesto brusco fa cadere lo Spartaco dalla testa. Il cappello rotola sotto una sedia. Spalanca le ante dei due armadi blindati. Dentro, alcuni registri. Nient’altro. Il rapinatore fa un passo in avanti. Guarda l’interno della cassaforte. Gli occhi sono una linea sottile chiusa tra sciarpa e caschetto. Con la canna della doppietta muove le carte. Niente soldi. Respira in modo affannoso. La rabbia si impadronisce dei gesti. Getta le carte a terra. Volta l’arma contro Costa. «Dove sono i soldi?» E gli preme le canne del fucile sotto la gola. L’altro deglutisce. «C’è poca roba. Non ne vale la pena.» «Ti faccio saltare il cervello…» Il banchiere mugola. Fa una smorfia. Cerca lo spazio per muoversi e aprire uno sportello all’interno della cassaforte. Le mani gli tremano mentre dà un giro con la piccola chiave inserita nella serratura. Afferra le banconote. Perde la presa e finisce per sparpagliarle sul ripiano. Il rapinatore è sempre più teso. Un senso di calore gli avvolge la faccia. Un velo umido gli scivola sugli occhi. Si costringe a non cedere alla tensione. Il tempo scorre veloce e dentro la sacca non c’è ancora il becco di un quattrino. La fretta incomincia a farsi sentire. E l’esperienza gli urla nel cervello che il nervosismo è pericoloso.


«Più veloce, stronzo.» E l’altro raduna i soldi sparpagliati. «Di più non c’è. Sono almeno diecimila lire», dice consegnandoli. «È poco, troppo poco.» «È tutto.» «Dov’è il resto?» L’uomo gira la doppietta e con il calcio dell’arma colpisce il banchiere alla spalla. L’altro geme, perde l’equilibrio e stramazza contro la scrivania. Nel tentativo goffo di mantenersi in equilibrio rovescia a terra registri e documenti. «Tira fuori il resto o ti spacco la testa.» L’avvocato incrocia le braccia davanti al viso in un tentativo di difesa. Le parole del rapinatore gli ronzano nella testa e perdono di significato. Tenta di risollevarsi. Il dolore si fa più acuto. Sbanda contro il tavolo di lavoro, incespica, cerca di sorreggersi aggrappandosi a quello che trova. Si affanna con le dita grassottelle verso un appiglio che non c’è. Fin quando il rombo della moto spezza il silenzio. Il bandito ha un’esitazione. Colpisce il banchiere con una ginocchiata. L’altro scivola, si avvita su se stesso, le braccia tese, la punta delle dita a sfiorare il bordo della scrivania. L’impatto del corpo contro il mobile fa tintinnare timbri, penne, calamaio. La lampada si rovescia, la luce si spegne e il locale piomba nel buio. Il rapinatore è già alla porta. Appena fuori, salta sul sellino posteriore della Guzzi. La moto si allontana mentre un leggero chiarore incomincia a illuminare l’interno del Banco Cambio dell’avvocato Costa.

Alle spalle del cielo  

Alessandria, 1944. L’ex commissario di Polizia Lorenzo Maida è tornato in Italia ormai da qualche anno, ed è costretto a lasciare la polizia...

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