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PREFAZIONE

di Antonio Carlucci

Sono trascorsi oltre vent’anni dal 1992 e da Mani Pulite. Ma come si assomigliano due giorni distanti tra loro come il 5 maggio 1992 e l’8 maggio 2014. Quel martedì 5 e quel giovedì 8 solo teoricamente sono divisi dallo scorrere di 22 anni. Per Gianstefano Frigerio, uomo politico allevato nell’ormai scomparsa Democrazia Cristiana e rinato a nuova vita grazie a Forza Italia e a Silvio Berlusconi, sembra che il tempo si sia fermato e nulla sia cambiato. Era il 1992 e fu arrestato per reati legati all’inchiesta di Mani Pulite; è arrivato il 2014 e di nuovo è finito in carcere per gli affari sporchi intorno all’Expo 2015 e alla cosiddetta Città della Salute di Milano. E come si assomigliano due giorni distanti tra loro come il 1° marzo 1993 e l’8 maggio 2014. Tra quel lunedì 1° e quel giovedì 8 di anni ne sono passati 21. Per Primo Greganti, politico cresciuto alla scuola dell’archiviato Partito Comunista e poi presente nelle successive avventure targate Partito Democratico della Sinistra, Democratici di Sinistra e Partito Democratico, la storia è identica a quella di Frigerio. Era il 1992 e finì in manette per reati legati all’inchiesta di Mani Pulite, è arrivato il 2014 e la storia si è ripetuta anche per lui con l’arresto per gli affari sporchi intorno all’Expo 2015 e alla cosiddetta Città della Salute. 9


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Gianstefano Frigerio e Primo Greganti sono molto diversi tra loro. Anche caratterialmente. A Frigerio, che era figura intermedia della politica Dc negli anni Novanta, ma a Milano e in Lombardia contava molto, piace recitare la figura del professore tutto pensiero e incapace di confrontarsi con le cose pratiche di tutti i giorni. Mazzette e bustarelle facevano parte di un mondo distante. «La materia in esame non ha mai suscitato in me alcun interesse», precisò all’inizio di un interrogatorio. Primo Greganti, invece, interpreta la parte del militante tutto di un pezzo che finito in cella sta zitto e aspetta il momento di tornare libero. I due non sono certo i peggiori nella grande commedia della corruzione che è stata recitata, ed ancora lo è, in Italia. Sono persone che hanno violato la legge raccogliendo tangenti destinate ai rispettivi partiti: sono stati scoperti e sono stati condannati. Per i fatti di Mani Pulite in modo definitivo, per l’inchiesta più recente è arrivata già la prima sentenza che sancisce la loro colpevolezza. Ai due, però, la prima disavventura non è bastata per decidere di cambiare stile di vita. Hanno continuato nelle loro attività fuori legge perché sono parte di un sistema fatto di politici, di imprenditori, di burocrati responsabile di qualcosa di più grave della violazione di qualche norma del codice penale: l’arretratezza del Paese, l’impossibilità di crescere e di svilupparsi, lo spreco di risorse che non appartengono a loro ma alla collettività e delle quali loro, insieme a tanti altri, si sono impadroniti per mantenere il loro piccolo o grande pezzo di potere. I due – e le loro gesta che si ripetono eguali nell’arco di 20 anni – sono la rappresentazione vivente e più attuale di come dal 1992 a oggi il sistema della politica e quello dell’impresa, pubblica e privata, abbiano operato perché il 10


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cambiamento fatto intravedere dall’inchiesta di Mani Pulite non diventasse realtà. Attenzione, il desiderio collettivo espresso anche in forme inusuali e spesso sbagliate nel corso di quel lontano 1992 – per esempio, l’esaltazione del magistrato come solo strumento per rendere migliore la società – non arrivava a volere la scomparsa come per incanto della corruzione, né tantomeno a mettere all’opera un sistema punitivo da stato del terrore contro chi commette reati legati alla pubblica amministrazione e alla politica. La speranza insita nelle indagini della procura di Milano, poi confermate dai tribunali di tutti i gradi per la stragrande maggioranza degli imputati, era molto più semplice: una serie di riforme che rendessero trasparenti i rapporti tra impresa e amministrazione, che tagliassero fuori il sistema politico dalla quotidianità di quei rapporti, che aprissero alla concorrenza su tutti i mercati che è il fondamentale antidoto agli accordi di cartello, agli inciuci negli appalti e negli affari, insieme a una nuova stagione della giustizia con codici semplici, chiari, un sistema veloce ed efficiente di accertamento dei fatti e delle responsabilità individuali. Controllo che includesse, ovviamente, quello di chi per mestiere è chiamato a verificare il comportamento dei suoi simili. Tutto questo, promesso in forme diverse e da protagonisti diversi, non è avvenuto. Anzi, negli anni che sono seguiti a Mani Pulite, abbiamo assistito a una continua attività del Parlamento e dei partiti maggiori a disinnescare gli effetti di indagini giudiziarie. Il movimento Libertà e Giustizia ha contato oltre 30 tentativi, alcuni andati in porto, altri cancellati da successive decisioni della Corte Costituzionale di favorire i protagonisti di indagini giudiziarie: si va 11


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dalle modifiche della custodia cautelare che salvava dall’arresto nei casi di corruzione e concussione (Decreto Biondi del 1994) alla sospensione dei processi (Lodo Alfano 2008) passando naturalmente per la cancellazione delle decisioni della Consulta sulle frequenze televisive che impedivano alla Fininvest di Silvio Berlusconi di possedere tre televisioni. Sono questi i tratti salienti del dopo Mani Pulite, mentre, rivisto oggi, risulta abbastanza privo di interesse il dibattito andato avanti per due decenni su che cosa fosse quella inchiesta giudiziaria, discussione infarcita di se, di ma e di distinguo da esponenti di spicco della sinistra e giudicata alla stregua di un attacco dei giudici comunisti alla politica da parte del centro-destra. Quello è stato e continuerà ad essere un dibattito di una classe dirigente di scarso livello intellettuale, politico e morale, che mette al centro delle attività quotidiane la necessità di conservare il proprio status, i propri privilegi e che ha scambiato ormai da troppo tempo l’elezione alla Camera, al Senato e in qualsiasi assemblea elettiva come un incarico permanente e un mestiere che una volta cominciato non deve più finire. I pochi o i tanti, a seconda di punti di vista, che nella politica hanno avuto comportamenti corretti e che sono stati public servant ineccepibili, non sono riusciti a far sentire la loro voce. Ed anche quando hanno occupato posizioni importanti, sono stati sopraffatti dalla maggioranza dei mediocri. I leader politici e le loro corti hanno sempre e con costanza inseguito lo strumento principe del potere e del privilegio: il denaro. Il controllo dei flussi finanziari è lo snodo strategico occupato da questo ceto politico, il poter disporre di quantità di denaro certe e sicure nel tempo necessarie a creare consenso, a muovere voti, 12


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a creare gruppi di potere. La buona politica allora è rimasta sullo sfondo, l’amministrazione della cosa pubblica è stata funzione dei rapporti di potere, lo Stato è diventato una entità privata nelle mani di pochi. Non è un caso che 20 anni dopo Mani Pulite abbiamo scoperto che i politici si sono trasformati in casta intoccabile che respinge con un’alzata di spalle qualsiasi critica, qualsiasi denuncia, qualsiasi tentativo di cambiamento. Tutto ciò è potuto accadere perché una scelta condivisibile come il finanziamento pubblico dei partiti è stato trasformato in un privilegio intoccabile. Che si è interrotto solo da poco tempo perché non poteva più reggere di fronte ai troppi casi di spreco del denaro pubblico, e spesso di vero e proprio ladrocinio, in concomitanza con la più grave crisi economica degli ultimi sessant’anni. Proprio la storia del finanziamento pubblico dei partiti, che è una norma di civiltà solo se è trasparente, ragionevole nelle quantità erogate e pronto a essere cancellato se un solo euro illecito arriva a un politico e al suo partito, offre una chiave per capire perché a Mani Pulite non ha fatto seguito un’azione che riducesse i fenomeni della corruzione e del malaffare a eventi marginali della vita italiana. Enfatizzando la banale asserzione che la politica costa e che i soldi pubblici sono lo scudo per evitare che gli interessi privati influenzino le scelte di governo, i partiti hanno scelto di pescare a piene mani nelle casse pubbliche reagendo con fastidio a qualsiasi critica su modi e quantità. Ma questa ossessione per il denaro, il non porsi mai limiti, ha camminato di pari passo con le attività illecite e illegali per rimpinguare le casse dei partiti e, con sempre più frequenza, i conti personali. Si cominciò nel 1974 con il finanziamento pubblico, un modo 13


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per reagire – si disse allora – a uno scandalo come quello dei petrolieri che corrompevano i partiti di governo: si partì con 15 miliardi di lire destinati esclusivamente ai gruppi parlamentari con l’integrazione di una somma per le elezioni. Una scelta condivisa dalla maggioranza degli italiani che chiamati a un referendum per l’abolizione nel 1978 risposero no con oltre il 55 per cento dei voti. Chissà se questo passaggio convinse i dirigenti dei partiti che, da allora in poi, ogni loro scelta in questo campo sarebbe stata approvata. Fatto sta che nel 1981 i partiti decisero il primo assalto alle casse dello stato raddoppiando l’ammontare del finanziamento. Tanti soldi per tenere lontano la politica dalla corruzione e facilitare un governo virtuoso del Paese. Un sogno, solo un sogno, perché le storie di malaffare sono continuate e la politica ne è stata protagonista. Così, nel 1993, anche sull’onda delle vicende rivelate da Mani Pulite, gli italiani cambiarono idea e chiamati a un nuovo referendum dissero sì alla abolizione dei soldi pubblici alla politica con il 90,3 per cento dei voti. La reazione all’evento fu di arroccamento da parte di chi guidava il Paese e di vero e proprio sfregio nei confronti degli eletti. La maggioranza del Parlamento votò velocemente una nuova legge in cui i soldi ai partiti presero il nome di contributo per le spese elettorali: pochi mesi dopo, ritenendo insufficiente la somma, fu esteso il 4 per mille ai partiti. Nel 1999, poi, fu di fatto reintrodotto il finanziamento pubblico visto che il rimborso non era direttamente collegato alle spese effettuate da ciascuna formazione politica, ma calcolato in un tantum per voto ottenuto. Da quel momento in poi, gli aumenti dell’importo salirono vertiginosamente: da 193 milioni di euro (poco meno di 400 miliardi di lire per fare un 14


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paragone con i 15 miliardi della prima legge del 1974: una scala mobile della politica a doppia cifra di incremento percentuale annuale!!!) agli oltre 468 milioni di euro del 2002, fino alla garanzia del 2006 che la cifra sarebbe stata comunque erogata anche se la legislatura durava meno dei previsti cinque anni. Altre modifiche riguardarono la creazione di fondi per le diverse elezioni, Camera, Senato, Europee, Regionali, un allargamento all’infinito del finanziamento pubblico e una strada che ha portato alla fine all’assalto alle casse pubbliche senza ritegno alcuno. La quantità di episodi di malcostume ha causato alla fine il corto circuito: prima, nel 2012, un decreto per ridurre l’ammontare del finanziamento, poi il decreto del 2014 con cui il finanziamento è stato cancellato. La situazione era insostenibile, ma anche in questo caso, la fine è stata rimandata al 2017 quando il decreto sarà operativo. La scelta di auto concedersi denaro pubblico sarebbe forse stata sopportata ancora a lungo se i gruppi dirigenti avessero amministrato il Paese con criterio, saggezza, lungimiranza; se in settori chiave come gli investimenti in ricerca e sviluppo o nella scuola i governi che si sono succeduti avessero spinto sull’acceleratore, invece di posizionare l’Italia agli ultimi posti in Europa e nel mondo sviluppato (miseri esborsi, rispettivamente dell’1,26 e del 4,6 per cento). Invece, grandi riforme e grandi iniziative sono state solo annunciate mentre il debito pubblico non ha fatto che salire, le diseguaglianze sono aumentate, la produzione diminuita, i consumi si sono fermati. E il confronto con i competitori dell’Italia sono stati tutti a nostro svantaggio. Ma la leadership si è assicurata sempre e comunque i mezzi per sopravvivere, rafforzarsi, auto conservarsi. È stata una caccia al denaro senza ritegno. E a quello pubblico si è 15


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aggiunto quello proveniente da attività illecite, da fatti di corruzione con protagonisti esponenti della politica e i loro sodali. Senza che nessuno desse l’altolà. Così, quando l’Editore mi ha proposto di ripubblicare il lavoro fatto del 1992 nel pieno della parte iniziale dell’inchiesta, ovvero quando i procuratori inviarono all’allora Commissione per le autorizzazioni a procedere del Parlamento i risultati dei primi mesi, i dubbi che Tangentomani fosse troppo datato si sono dissolti velocemente dopo una riletture di quelle pagine. Quelle sono storie datate oltre 20 anni fa, ma potrebbero anche essere di oggi.

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1992. L’anno che cambiò tutto  

1992. L’anno che cambiò tutto di Antonio Carlucci è stata la prima compiuta ricostruzione dei fatti di quell’anno che hanno scoperchiato il...

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