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CineNostrum

Grande, grande, grande Verdone a cura di Franco La Magna e Mario Patanè


Franco La Magna, critico e giornalista cinematografico, collaboratore e consulente di riviste specializzate, giornali e siti web, ideatore e promotore di film commission, è autore di varie pubblicazioni sul cinema. Già responsabile delle pagine culturali del «Giornale del Sud» diretto da Giuseppe Fava, ha collaborato alla seconda edizione dell’Enciclopedia di Catania. Mario Patanè, ideatore degli «Incontri con il cinema» di Aci Catena di cui è stato direttore artistico, collaboratore della rivista del Comune di Aci Catena, appassionato cultore della storia locale, socio corrispondente dell’Accademia degli Zelanti e dei Dafnici, ha promosso e organizzato i gemellaggi con le città di Ceuta (Spagna) e Campofiorito (Palermo). Ha ideato e dirige CineNostrum.

in copertina: Carlo Verdone in una illustrazione di Giuseppe Lombardo


Grande, grande, grande Verdone a cura di Franco La Magna e Mario Patanè


CineNostrum collana a cura di Franco La Magna e Mario Patanè francolamagna@hotmail.com mario_patane@tiscali.it © Città del Sole Edizioni s.a.s. di Franco Arcidiaco & C. Via Ravagnese Superiore 60/A 89131 – Reggio Calabria Tel 0965.644464 Fax 0965.630176 info@cittadelsoledizioni.it www.cittadelsoledizioni.it Stampa: Tipolitografia Antonino Trischitta Messina – agosto 2008 Progetto grafico e illustrazione di copertina: Giuseppe Lombardo info@giuseppelombardo.net www.giuseppelombardo.net


«… chissà qual è la ragione del successo di questo antieroe antiromantico che Carlo Verdone ha sempre recitato benissimo e continua a impersonare. Forse piace agli uomini perché riscatta i deboli avviliti dalle donne. Forse piace alle donne perché le fa sentire padrone, più intelligenti e spiritose, di carattere più forte. Forse piace ai giovani perché permette loro di considerarsi superiori, e piace agli anziani perché ne comprendono la remissività. Certo l’uomo-vittima Carlo Verdone piace, piace.» Lietta Tornabuoni, Specchio (La Stampa), 28 febbraio 2004


Area Archeologica di S. Venera al Pozzo Inaugurazione Sabato 23 agosto, ore 19:30 Convegno Grande, grande, grande Verdone Partecipano: Carlo Verdone, Massimo Cardillo, Danilo Desideri, Antonio D’Olivo, Nino Genovese, Franco La Magna, Fabio Liberatori, Pasquale Plastino, Sergio Rubini Coordina: Nino Milazzo Nel corso della serata il M° Fabio Liberatori eseguirà al piano brani da lui composti per i film di Verdone. Conduce Katia Scapellato Retrospettiva cinematografica Domenica 24 agosto, ore 20,00 Al lupo al lupo (1992) Intervengono: Carlo Verdone, Sergio Rubini Lunedì 25 agosto, ore 20,00 Ma che colpa abbiamo noi (2003) Intervengono: Carlo Verdone, Margherita Buy, Antonio Catania, Lucia Sardo

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Martedì 26 agosto, ore 20,00 Grande, grosso e… Verdone (2008) Intervengono: Carlo Verdone, Geppi Cucciari, Claudia Gerini Mercoledì 27 agosto, ore 20,00 Sono pazzo di Iris Blond (2003) Intervengono: Carlo Verdone, Claudia Gerini, Pasquale Plastino Giovedì 28 agosto, ore 20,00 Maledetto il giorno che t’ho incontrato (1992) Intervengono: Carlo Verdone, Margherita Buy, Danilo Desideri, Fabio Liberatori Venerdì 29 agosto, ore 20,00 Compagni di scuola (1988) Intervengono: Carlo Verdone, Danilo Desideri, Nino Genovese Apriranno la serata il corto Camera Car (2008) e il documentario Tra le Aci (2008) di Marcello Trovato, presente l’autore. Sabato 30 agosto, ore 20,00 Il mio miglior nemico (2006) Interviene: Ana Caterina Morariu


Indice Presentazione di Mario Patanè Interventi istituzionali

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L’autorialità di Carlo Verdone di Franco La Magna Carlo Verdone di Antonio D’Olivo Breve dizionario Verdoniano di Angela Prudenzi Le nevrosi (non) muoiono al Ritz di Massimo Cardillo Verdone/Liberatori: viaggi di nozze di Ermanno Comuzio Compagni di scuola di Nino Genovese

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Carlo Verdone e… Mario Verdone Danilo Desideri Pasquale Plastino Fabio Liberatori

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Schede Filmografiche (a cura di Mario Patanè) Compagni di scuola Maledetto il giorno che t’ho incontrato Al lupo al lupo Sono pazzo di Iris Blond Ma che colpa abbiamo noi Il mio miglior nemico Grande, grosso e… Verdone

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rosegue con la quarta edizione “l’attenzione totale” di CineNostrum al dispositivo cinema: un regista nel 2005 (Tornatore), uno sceneggiatore nel 2006 (Cerami), un musicista nel 2007 (Morricone), un attore-regista nel 2008. E chi se non il leggendario Carlo Verdone poteva incarnare questa non nutrita categoria, affetta d’incipiente genialità ma che nonostante tutto (successo di pubblico compreso) spesso ha dovuto superare l’insipienza ostentata o la tiepida accoglienza della critica? Quest’anno davvero abbiamo un obiettivo pretenzioso, oltre a quelli divulgativi (abbiamo mantenuto la formula del convegno) e documentale (questo catalogo come riflessione e memoria, sempre pubblicato nella collana “CineNostrum” della casa editrice Città del Sole). Un obiettivo che certo rientra ampiamente tra quelli culturali, ma qui viene ad assumere una validità del tutto peculiare. L’omaggio a Carlo Verdone prende stavolta l’aspetto di un atto d’ossequio all’autore la cui opera cinematografica presenta una serie di “costanti unificanti” (personaggi definiti, situazioni narrative comuni, ossessioni, tic…) da cui emerge una tipicità valutabile appunto con il metodo autoriale. Vogliamo sperare e ci crediamo fermamente che questa edizione di CineNostrum – decisa non sulla

scorta dell’improvviso agglutinarsi dell’attenzione della critica sul regista-attore-soggettista-sceneggiatore romano, ma sulla scorta del successo decretato dal pubblico italiano e alla straordinaria simpatia dell’uomo e dell’artista – abbia perfino una finalità strumentale: quella di contribuire (soltanto modestamente contribuire) ad “elevare” Verdone a quell’attenzione culturale fino a ieri non sufficientemente (o del tutto manchevolmente) negatagli. Una finalità aggiuntiva della quale, confessiamo, ci siamo accorti in “corso d’opera” ma che ci inorgoglisce e ci conferma la validità della formula. CineNostrum conferma la sua vocazione tutt’altro che sprezzantemente nazional-popolare, ma appunto popolare e “nazionale” che resta la nostra meta più alta. In una regione da sempre set meraviglioso per produzioni cinematografiche – alle quali finalmente sono state create le condizioni di godere dei vantaggi fissati da una specifica legge sul cinema, approvata lo scorso anno – CineNostrum rappresenta un appuntamento unico nel panorama culturale dell’isola, formula vincente a cui la crescente partecipazione di pubblico e un’attenzione sempre maggiore dei media ha già attribuito un’insperata popolarità. Mario Patanè Direttore Artistico

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ppena insediato con una Giunta di fresca nomina, mi ritrovo gradevolmente ad affrontare la manifestazione culturale più prestigiosa, che in rapida crescita di consensi (verificabile dall’incremento costante dell’utenza) ambisce ormai scopertamente a riconoscimenti extraterritoriali. Un poker differenziato di formidabili presenze raccolto in appena quattro anni dal 2005 ad oggi – Vincenzo Cerami (accompagnato dagli “ospiti” Roberto Benigni e Nicola Piovani), Giuseppe Tornatore, Ennio Morricone ed ora Carlo Verdone, l’attore-regista più amato del Paese – fanno di CineNostrum uno degli appuntamenti cinematografici (e lo dico con legittimo orgoglio) ormai imprescindibili ed attesi dalla comunità (non solo) acese ed altresì più cari al ben più vasto pubblico generalista delle sale cinematografiche, dei cinefili, dei cultori della “settima arte”. Nel corso della settimana vedremo alcuni film di Verdone: uno di essi, Grande, grosso e… Verdone, è stato girato in massima parte in Sicilia e, mi sia consentito, è uno dei migliori special turistici mai realizzati sulla nostra isola. Negli ultimi anni il cinema e la televisione hanno visitato e continuano a visitare i nostri luoghi più belli e caratteristici: grazie alla settima arte si stanno valorizzando i nostri Beni Culturali, incrementando notevolmente il flusso turistico.

La presenza ad Aci Catena di Carlo Verdone, acuto osservatore della realtà nazionale, mi restituisce la gioia – tra gli altri gravosi impegni che in prima persona ho assunto e intendo senza mezzi termini portare a termine – di adoperarmi non soltanto alla realizzazione di opere “fisiche” (ovviamente indifferibili per la riqualificazione del territorio, come fissato nel programma elettorale) ma anche a quelle “immateriali”, beni spesso erroneamente ritenuti superflui senza dei quali, ne sono pienamente cosciente, risulta impossibile raggiungere standard di vita soddisfacenti. Ecco perché, come sempre, ribadisco la ferma volontà di tutta l’Amministrazione Comunale, di puntare con forza, dosando con equilibrio l’indispensabile sostegno delle istituzioni locali, a sostenere CineNostrum. Con la ferma e piena consapevolezza non d’inseguire irrealistici traguardi, bensì di ottenere tra l’altro, insieme all’instancabile ideatore e direttore artistico Mario Patanè, quella meritata attenzione da parte dei massimi organi istituzionali provinciali, regionali e statali, con i quali io stesso m’impegno fin d’ora a sollecitare e mantenere, mi auguro, rapporti sempre più proficui. Raffaele Nicotra Sindaco di Aci Catena

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iunta alla sua quarta edizione, la manifestazione CineNostrum ha assunto tutte le caratteristiche di un appuntamento stabile e atteso nel panorama delle manifestazioni estive del Comune di Aci Catena. Il significativo aumento di spettatori e la qualità degli ospiti che ogni anno vi partecipano, la rendono meritevole di sempre maggiori attenzioni, anche da parte delle istituzioni regionali. Per questo motivo esprimo agli organizzatori tutto il mio compiacimento per l’iniziativa di quest’anno dedicata ad uno tra i più significativi protagonisti del cinema italiano. La scelta di dedicare l’edizione 2008 al cinema di Carlo Verdone si colloca nell’alveo delle precedenti iniziative tutte volte a far conoscere ed evidenziare il valore e l’importanza che il nostro cinema continua ad avere nel panorama internazionale. Carlo Verdone continua a saper leggere e interpretare gli aspetti più salienti della realtà sociale italiana ed è per questo che il suo consenso tra il pubblico aumenta e i suoi personaggi arricchiscono significativamente la già lunga galleria di quegli attori che hanno saputo offrire una spaccato dell’Italia attuale intelligente e moderna. La lunga lista di invitati attesi quest’anno è motivo di grande soddisfazione perché indica

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l’interesse che CineNostrum ha ormai acquisito e perché sarà certamente un ulteriore motivo perché possano conoscere da vicino e confrontarsi con alcuni qualificati esponenti del nostro cinema. Auguro a questi ospiti di poter comprendere sempre più e meglio la nostra regione e a tutti gli spettatori di trovare accoglienza e stimoli che consentano loro di tornare, anche nei prossimi anni numerosi, certi di fare un’esperienza cultuale e artistica sempre più significativa. Raffaele Lombardo Presidente della Regione Siciliana


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ineNostrum rappresenta un appuntamento importante per la promozione e la valorizzazione dell’attività cinematografica nell’Isola. Anche attraverso l’industria cinematografica, infatti, si può creare occupazione, destagionalizzare i flussi turistici e promuovere i luoghi ameni della Sicilia, che per la sua bellezza è già essa stessa un set naturale di grande fascino. Puntando su modelli di sviluppo, che sappiano coniugare le nostre risorse endogene con le attività produttive cinematografiche, si possono attrarre soggetti imprenditoriali esterni, favorendo e incrementando anche gli investimenti sul territorio. L’arte cinematografica è dunque una rilevante risorsa di sviluppo economico per un terra che voglia fortemente esaltare e affermare se stessa e i propri contesti urbani e paesaggistici. L’Ars pertanto ha voluto dare il patrocinio a CineNostrum, che per questa edizione è dedicato ad un’artista brillante, Carlo Verdone, nei cui films spicca un affresco impareggiabile della vita. Magistrale è infatti la sua capacità di raccontare la quotidianità, con i suoi amori, intrighi, passioni e rivalità, in una straordinaria e travolgente chiave ironica. Sono certo, pertanto, che la rassegna saprà rivelarsi coinvolgente e di altissimo livello per tutti gli oltre mille spettatori che, secondo le stime

preventivate, seguiranno l’evento. La particolare attenzione che CineNostrum rivolge alla Sicilia è un tributo al fascino della nostra terra e durante tutta la durata della rassegna avremo l’opportunità di aggiungere alla magia del cinema anche l’incanto della nostra cultura, dei nostri percorsi enogastronomici e del nostro paesaggio, fondendoli in un unico abbraccio, che sarà fortemente galvanizzante e catalizzerà l’attenzione non soltanto della comunità di Aci Catena – incastonata nella splendida cornice archeologica di Santa Venera al Pozzo – ma altresì di molti visitatori esterni. È davvero stimolante sostenere eventi come questo, perché costituiscono un’impareggiabile occasione per coniugare spettacolo e sviluppo. Francesco Cascio Presidente ARS

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i accorsi che la sua vèrve derivava da un controllo esagitato di un corpo senza inibizioni: Carlo parlava, parlava, parlava, riproponendo il divertente standard sordiano degli anni ‘50 con disinvolta reiterazione. Volevo scoprire la fonte di quella reputazione: totale, inesorabile, cinica carogneria commista ad una romanità coatta e generosa, candida e patetica, Carlo era “l’uomo che guarda” , questa fu la risposta. E per questo volli produrre il suo film di esordio, affidando a lui stesso la regia: i suoi personaggi non potevano correre il rischio di interpretazioni inautentiche.” Con queste parole Sergio Leone decodifica la “fenomenologia” di Carlo Verdone, probabilmente il più autentico e “italiano” interprete del cinema italiano degli ultimi trent’anni. Verdone nella terra di Pirandello: potrebbe sembrare un paradosso, ma non lo è. Perché Verdone e la sua opera sono il racconto dell’Italia, dell’italiano e delle sue metamorfosi in un tempo difficile e complesso come quello che viviamo. Da maschera comica, generata nella migliore tradizione cabarettistica, il registro di Carlo Verdone si è spostato al retrogusto amaro, alla stesura di storie attente ai temi della modernità, del cinismo e degli eccessi della società e del disagio dell’individuo. Una cifra stilistica che “psicanalizza” lo spettatore, 14

lo invita a riflettere, strappando una risata “tragicomica”, sulle proprie nevrosi frutto indigesto in un mondo frenetico. La rassegna che CineNostrum dedica quest’anno a Verdone è perciò la migliore occasione per riflettere su noi stessi, ritrovare – in un excursus cronologico di quasi venticinque anni – il nostro passato e i nostri difetti, confrontandoci con ciò che oggi siamo per comprendere, con quel pizzico di sana ironia, ciò che potremmo diventare. Ma questa rassegna è anche il giusto tributo a un grande italiano che ha sempre amato la Sicilia. Mi piace ricordare le parole di Verdone sulla nostra terra: “la generosità, la bontà e il calore di voi siciliani mi lasciano ogni volta esterrefatto. La quantità di affetto e regali che ho ricevuto mi fa capire che sono accolto a braccia aperte quando vengo in Sicilia”. Sono certo che la Sicilia e i siciliani sapranno ricambiare l’entusiasmo di Carlo Verdone. Giambattista Bufardeci vicepresidente della Regione Siciliana e assessore al turismo


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’Area Archeologica di Santa Venera al Pozzo e i protagonisti dei film animeranno, come ormai avviene da 4 anni, la rassegna cinematografica intitolata CineNostrum. Il sito, suggestivo ed affascinante, è da sempre meta di viaggiatori illustri e, durante la settimana dedicata alla manifestazione, riesce ad accogliere tanti visitatori che da un lato ammirano la bellezza del luogo, dall’altro incontrano personaggi della cinematografia italiana ed internazionale. Quest’anno sarà la verve dell’attore romano Carlo Verdone ad animare le giornate, durante le quali saranno presenti gli attori protagonisti dei film in programma. L’Assessorato è impegnato nella valorizzazione della cinematografia mediterranea e crede fortemente nel connubio cinema - siti culturali. Antonello Antinoro Assessore Regionale ai Beni Culturali, Ambientali e alla Pubblica Istruzione

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’Area Archeologica di Santa Venera al Pozzo, meta da sempre di naturalisti e viaggiatori, è il magnifico scenario per la quarta edizione della rassegna cinematografica CineNostrum, organizzata dal Comune di Aci Catena con il sostegno della Provincia Regionale di Catania. Sono felice che il direttore artistico della rassegna, Mario Patanè, abbia scelto quest’anno come protagonista Carlo Verdone, uno straordinario regista ed attore che ama profondamente la Sicilia, come dimostra l’ultima sua commedia ad episodi Grande, grosso e… Verdone. Conl’auguriodivedereancorasuoifilmgiratiinSicilia, sono certo che Carlo Verdone resterà ulteriormente incantato dallo scenario paesaggistico e storico che offre il basso versante orientale dell’Etna, Terra del mito, e luogo frequentato da migliaia di spettatori che ogni anno assistono alle proiezioni proposte da CineNostrum. Questa manifestazione ha il merito di dare il giusto risalto a personalità Siciliane doc, non solo del Cinema – da Giuseppe Tornatore a Matteo Collura, da Antonio Catania a Lucia Sardo a Pippo Pattavina, solo per fare alcuni nomi – e a star di prima grandezza come Vincenzo Cerami, Ennio Morricone, Nicola Piovani, Roberto Benigni, che hanno portato ovunque nel mondo il nome dell’arte italiana.

Giuseppe Castiglione Presidente della Provincia Regionale di Catania

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L’autorialità di Carlo Verdone di Franco La Magna

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n un noto saggio scritto nel 1957 André Bazin – critico cinematografico francese, padre spirituale e teorico della nouvelle vague – a proposito dell’evoluzione del genere western soffermandosi sul film di Budd Boetticher I sette assassini (1955) ne loda la “sceneggiatura che compie l’impresa di sorprenderci senza sosta a partire da una trama rigorosamente classica. Niente simboli, né sfondi filosofici, soltanto personaggi ultraconvenzionali in parti stranote, ma una collocazione straordinariamente ingegnosa e soprattutto un’inventiva costante nei particolari capaci di rinnovare l’interesse delle situazioni”1. Esaltazione per lui, picconatore dell’idea che lo sceneggiatore fosse considerato l’autore del film, abbastanza sconvolgente. Un’ammissione si affretta, infatti, ad aggiungere Bazin che si augura “non dispiaccia alla politica degli autori” poiché “la sceneggiatura è un elemento costitutivo del western quanto lo sono il buon utilizzo dell’orizzonte e il lirismo del paesaggio”2. Lo stesso Boetticher del resto, mostrando una consapevolezza della propria “poetica”, parlando dei suoi film, confessa senza reticenze di puntare la forza della narrazione sulla ripetitività: “Tutti i film con Randy Scott (Randolph Scott, protagonista dei sette western girati da Boetticher tra il 1955 e il 1960; n.d.a.) raccontano all’incirca la 1 A.Bazin, Un western exemplaire: Sept hommes à abattre, « Cahier du cinéma », 1957, n. 74 ; ora in C.Cohen, Il wetern, Lindau, Torino, 2006, p.69. 2 Ibidem.

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stessa storia con delle varianti. Un uomo a cui hanno ucciso la moglie cerca l’assassino. Ciò mi permette di rappresentare i rapporti abbastanza sottili tra un eroe che si chiude a torto nella vendetta e dei fuorilegge che invece cercano di rompere con il proprio passato. Sono i rapporti più semplici del western, ma anche i più essenziali”3. Più o meno consapevolmente Boetticher si accosta alla nota idea di autorialità espressa 3 B.Taverinier, Amis américanis. Entretines avec les grands auteurs d’Hollywood, Istitut Lumière/Actes Sud, Lyon, 1993.

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Con Eleonora Giorgi in Borotalco


da Jean Renoir secondo la quale un regista, nel corso della sua carriera artistica, non fa altro che fare e rifare un solo film, ricorrendo (con le necessarie varianti) a soggetti già trattati, a tematiche e scelte stilistico-estetiche comuni, finendo per comporre una specie di grande puzzle in cui ripetizioni, cacofonie, situazioni narrative e contenuti comuni altro non fanno che rivelare una “poetica” e uno stile (come raccontare e non soltanto cosa raccontare). Quest’idea di autorialità, oggi comunemente accettata dalla critica cinematografica ed affermatasi definitivamente tra gli anni cinquanta-sessanta – dopo il celeberrimo saggio scritto da Alexandre Astruc sulla camera-stylo (“Il cineasta autore scrive con la macchina da presa come uno scrittore scrive con la penna”) – non casualmente sboccia pressoché contestualmente al riconoscimento del cinema come fatto artistico. Sebbene già negli anni trenta l’esistenza di uno specifico contenuto legato ad uno stile sia criterio sufficientemente valido ad indicare un autore, il regista, definitivamente individuato come auter negli anni cinquanta (dopo la confusa fase delle origini e gli anni trenta-quaranta), è colui che esprime con strumenti visivi una visione personale o perfino una concezione del mondo – come hanno fatto (per citare i maggiori) Robert Bresson, Ingmar Bergman, Federico Fellini, Jacques Tatì, Akira Kurosawa… – spesso scrivendo i soggetti e la sceneggiatura da solo (o in gruppo) ed imprimendo alle proprie scelte espressive una morale. Il film, quindi, può essere considerato una specie di manifesto delle idee che sulla vita ha quel regista, ovviamente riconosciuto “autore”, che per essere tale, dunque, non deve “soltanto” saper dirigere cast e troupe. Egli deve costruire attraverso una sua forma, proprio come in un puzzle pezzo dopo pezzo, un suo stile, una sua “poetica” (una visione del mondo) ed una sua morale. «L’autore è un concetto che oggi appare indispensabile nell’esercizio della critica:

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interpretare un film, spesso, equivale ad inserirlo nell’opera di un autore. E quest’ultima viene vista come un insieme più o meno coerente. Ogni film. hegelianamente o darwinisticamente, può essere considerato il superamento o l’evoluzione del precedente; ma si può anche dimostrare come all’interno della filmografia del dato autore determinati episodi appaiono “sbagli”, concessioni commerciali o allontanamenti da un ideale di eccellenza affermato in precedenza»4. A fronte dell’esaltazione dell’autorialità registica – dopo quella dello sceneggiatore (si pensi al c.d. “cinema di sceneggiatura” del periodo classico hollywoodiano) o perfino del produttore, dell’operatore o della “divina” di turno – tuttavia non bisogna dimenticare che un film è, comunque, il frutto di più apporti artistici, un’opera collettiva fatta spesso di compromessi anche dolorosi. «Il grande produttore Louis B. Mayer, colui che Bosley Crowther definì “il rajah di Hollywood”, soleva tacitare chi si lamentava per gli attentati subiti dalla sua libertà di artista (regista o sceneggiatore o musicista o attore) con questa lapidaria osservazione: “Il Libro Numero Uno di tutti i tempi fu scritto da un comitato e fu chiamato Bibbia”. Il rajah difendeva il suo potere i suoi affari, per lui più importanti di qualsiasi genere di arte. Faceva, della Bibbia, un uso strumentale. Sbagliava?».5 Ma allora perché per un’opera collettiva come il film è necessario individuare l’autore? «Anche se, come spesso accade, i film sono realizzati da “persone fra loro in dissidio e nessuna soddisfatta del prodotto finale”. L’accordo che è stato, per così dire, stipulato serve a rendere possibile, e comprensibile, il discorso sulle opere. Se ogni volta si dovesse “entrare 4 A. Pezzotta, La critica cinematografica, Carocci editore S.p.A., Roma, 2007, p. 94. 5 F. Di Giammatteo, Dizionario del cinema. Cento grandi registi, Newton Compton Editori, Roma, 1995, p. 9. A conferma della collegialità dell’opera filmica si veda anche l’intervento pubblicato in questo stesso volume di Danilo Desideri, direttore della fotografia di buona parte dei film di Verdone.

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nel merito”, distinguere un contributo dall’altro, assegnare a ciascuno l’importanza relativa che gli spetta, si confonderebbero a tal punto le carte che non si saprebbe più di quale opera si sta parlando…La convenzione vigente vuole che l’autore del film sia considerato il regista. Se non altro, come centro di attrazione delle diverse energie che confluiscono nel meccanismo espressivo da cui il film trae origine».6 Dunque regista come “fattore unificante”, in grado cioè di convogliare verso un’unica direzione tutte le complesse componenti del procedimento di creazione artistica. Tra “concetto d’autore” e “convenzione” fino ad oggi non è stato inventato nient’altro di meglio per fissare ruoli e funzioni del regista, ma il dibattito sulla “collegialità” resta aperto. Questo “concetto d’autore”, così come sopra definito, risulta essere una metodica rigorosamente applicabile al cinema (all’opera complessiva) di Carlo Verdone, a cui finalmente, molto tardivamente la critica italiana ha riconosciuto – dopo anni di tiepida indifferenza – diritto di cittadinanza (del resto di autori scoperti, abbandonati, riscoperti, avallati e poi delegittimati, la storia della critica ne è stracolma). Di più. Per definire la “poetica” del romano Verdone, regista-soggettista-sceneggiatore e perfino attore di tutti i 21 film fino ad oggi girati dal 1980 al 1998 (caso non unico, ma certamente abbastanza insolito di “totale” o pressoché totale controllo artistico sull’opera), è stato necessario coniare un neologismo – la “melancomicità” verdoniana – un vero e proprio ossimoro (figura retorica per indicare un mix di contrari), con il quale il multiforme artista si è talmente identificato al punto da trapiantarlo perfino nel titolo di uno dei suoi ultimi e 6 Ivi, p. 10.

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più compiuti film. Ne L’amore è eterno finché dura (2004) – dove “nel divertente ossimoro del film si cela già tutta la morale…”7 – si “scandaglia impietosamente la noia del rapporto coniugale e l’ormai inarrestabile sfacelo dei rapporti di coppia, fino a capovolgere l’eticità dell’insoddisfatta esistenza del protagonista (un oculista cinquantenne) che finisce prevedibilmente con l’altrettanto insoddisfatta donna del suo migliore amico”8. Una 7 F.La Magna, L’amore è eterno finché dura, “Cinemasessanta”, n. 277/8, maggio-agosto 2004, Nuova Arnica Editrice, Roma, p. 106. 8 Ivi, p. 107.

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Con Antonio Catania, Margherita Buy e Lucia Sardo in Ma che colpa abbiamo noi


commedia amara, dai pirotecnici tradimenti, gradevolmente schizzata dall’indovinata atmosfera di generale insicurezza affettiva dei frastornati protagonisti e per la descrizione sopra le righe di malcelate paure contemporanee. Divertente anche nella teorizzazione dei rapporti (non solo sessuali) uomo-donna, da svolgere alla maniera degli istrici, ossia “con molta attenzione”. Una summa delle idiosincrasie verdoniane sulle traballanti relazioni tra sessi diversi, sempre sul filo del rasoio e costantemente esposte al pericolo della rottura. Dunque, una linea di continuità abbastanza scoperta identifica fin dal suo primo apparire il maggior personaggio verdoniano, sempre interpretato dal suo inventore (così come lo saranno i “minori”: il “coatto”, l’ossessivo-logorroico-despota, il rabbrividente Cagnato…), successivamente affinato nelle infinite varianti riproposte nell’iterazione delle situazioni narrative, ma già abbondantemente sbozzato con il verghianamente “vinto” Sergio, l’imbranatissimo venditore di enciclopedie di Borotalco (1982), sèguito dei pur esilaranti ma caricaturali film d’esordio Un sacco bello (1980)9 e Bianco, rosso e Verdone (1981), che riprendono le macchiettistiche invenzioni teatrali, riproposte dalla fortunata trasmissione televisiva “Non Stop” con le quali Verdone compie prove d’autore e con cui ottiene un clamoroso successo di pubblico. Si pensi ad esempio ad Oscar Pettinari, falso e patetico bullo di Troppo forte (1986), fusione dei due dei tre personaggi di Bianco, rosso e Verdone; oppure alla sua volgarissima “evoluzione”, lo smargiasso trasteverino Armando 9 “In realtà ho imparato il mestiere di regista molto più nei mesi passati accanto a Sergio Leone che nei due anni trascorsi al CSC (Centro Sperimentale di Cinematografia, oggi Scuola di Cinema, n.d.A). Per preparare Un sacco bello, Leone mi ha praticamente segregato per otto mesi a casa sua, per scrivere la sceneggiatura del film, con due professionisti di altissimo livello come Leo Benvenuti e Piero De Bernardi, e per insegnarmi tutti i segreti del mestiere dal punto di vista tecnico, ma anche comportamentale. Perché un regista deve conoscere la sintassi del cinema, la geometria delle riprese, ma anche la psicologia della troupe”, sta in Carlo Verdone: “Osservo la realtà e ancora mi stupisce” , intervista a cura di F. Montini, “CineCritica”, n. 49, gennaio-marzo 2008, p. 8.

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Feroci, sbruffone, gradasso, fanfarone, farabutto quarantenne di Gallo cedrone (1998), opera della maturità che tra l’altro ripropone – come in un samsara – non solo modelli e situazioni (la cognata non vedente, con cui vive canagliescamente una love-story), ma persino l’oggettualità fetish degli anni del boom (la spider rossa). O il pensiero vada ancora al finto precettore in tonaca Rolando di Acqua e sapone (1983), parente stretto del povero “Patata”, ovvero Piero Ruffolo, il professore del corale disastro sentimentale (e non solo) di Compagni di scuola (1988, ripetutamente indicato dalla critica come la versione italiana de Il grande freddo di Kasdan quasi del tutto privo, come il film americano, dei trabocchetti del sentimentalismo ed anzi insolitamente “cattivo”), entrambi innamorati delle allieve ed entrambi perduti dietro amori fatalmente destinati a finire: il primo per la partenza della giovane fotomodella americana Sandy (Natasha Hovey), il secondo – ancora non casualmente “fissato” nel volto della Hovey – distrutto dall’intervento di un politico senza scrupoli. Senza contare poi l’iterazione (alla Woody Allen) delle “nevrosi” e delle fobie, dei tic e delle fissazioni che avvelenano l’esistenza, clamorosamente espresse prima nell’ansiogeno incontro di Maledetto il giorno che t’ho incontrato (1992) e poi nella farsesca terapia di gruppo di Ma che colpa abbiamo noi (2003), altra commedia d’insieme in cui l’ensamble attoriale trova il collante necessario nell’ambiziosa prova registica, che acutamente guida docilmente le singole personalità verso esiti talentuosi. Ma, ancora tra le costanti unificanti della “poetica” verdoniana, un posto di tutto rilievo spetta all’ossessione dell’eterno, sfuggente, insondabile femmineo, raccontato fino all’esasperazione attraverso la complicata costruzione d’una costellazione di donne impossibili. Impossibili da conquistare, come la spumeggiante Nadia Vandelli (a tutt’oggi la migliore interpretazione di Eleonora Giorgi) di Borotalco, nonostante la penosa

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ma fatiscente edificazione d’un’altra travolgente personalità, un “doppio” molto poco stevensoniano inevitabilmente destinato a crollare davanti allo squallore della quotidianità; la bella, seducente e astuta, doppiatrice di film porno Alice (Ornella Muti) di Stasera a casa di Alice (1990), apparentemente alla portata di tutti ma con cui nessuno alla fine fa l’amore; o l’ex cameriera (Claudia Gerini) promossa a cantante e soubrette di Sono pazzo di Iris Blond (1996). Donne e ancora donne impossibili da gestire, dentro o fuori dalle scombiccherate famiglie: l’inquieta Silvia Piergentili (Ornella Muti) la sorella sgallettata e ingovernabile di Io e mia sorella (1987); l’adorabile psicolabile (Margherita Buy) di Maledetto il giorno che t’ho incontrato; la paraplegica Arianna (Asia Argento) di Perdiamoci di vista (1994), attraverso la quale il cinico presentatore televisivo Gepy Fuxas riscopre però un’umanità nascosta creduta inconcepibile. Verdone definisce ruoli e funzioni, diviene corifèo dell’impossibilità d’incontro dei due universi maschile e femminile, inevitabilmente destinati a cozzare più o meno fragorosamente, con conseguenze spesso disastrose per l’uomo, ex dominatore detronizzato dalla travolgente avanzata femminile. «Molti dei miei film sono basati sulla contrapposizione e il contrasto fra due personaggi e la cosa funziona in particolare se la mia controparte è una donna, perché mi mette molto più in difficoltà rispetto ad un uomo. Quindi cerco di dedicare molto spazio e attenzioni ai personaggi femminili, siano essi una moglie, un’amante, una sorella, una nonna. D’altra parte sono sinceramente convinto che l’universo femminile sia oggi molto più interessante, vivace e vario di quello maschile».10 Chiari, a macchia di leopardo, i rimandi alla commedia on the road degli anni sessanta (Bianco, rosso e Verdone o nei tragicamente frustranti, penosi e alienanti Viaggi di nozze (1995)

10 Ivi, p. 11

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– esplorazione nei cambiamenti caratteriali dell’Italia contemporanea – clichè recuperato anche dal grande Alberto Sordi nel non esaltante In viaggio con papà), fino all’ultimo Grande, grosso e… Verdone (2008) “ripresa su richiesta” delle radici verdoniane, prima dell’annunciato definitivo trapasso dei vecchi “compagni di strada”. In tono minore appaiono invece i due film in divisa I due carabinieri (1984) e Il bambino e il poliziotto (1989), tra goliardia un po’ stantia, triangolo amoroso e ricerca di paternità, appartenenti all’inestinguibile quasi filone molto prospero in Italia delle coppie, più o meno brillantemente assortite. Non “sbagli” ma quasi pause di riflessione. Contraddizione gioventù-maturità e coppia non proprio bilanciata nel rocambolesco Il mio miglior nemico (2006), confronto-scontro generazionale punteggiato da effettistici eccessi narrativi, ancora una ricerca di paternità nella consueta ragnatela di affetti spezzati, famiglie sfasciate, tradimenti, amori in boccio, in cui come sempre Verdone guarda i suoi personaggi e le umane debolezze “consustanziali” alla condizione esistenziale con una partecipata pietas ed “amara commiserazione”. Linguisticamente (gli autori sono scandagliati anche in base all’uso della m.d.p.) è lo stesso Verdone a definire la sua tecnica di ripresa e svelarne le origini: «Ho l’impressione che ripetendo una scena troppe volte si perda freschezza e verosimiglianza. Ultimamente, sempre più spesso, i miei film

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sono costruiti su lunghi piani sequenza nei quali, in fase di montaggio, tendo ad inserire dei primi piani. Direi che il mio cinema nasce da un’impostazione teatrale»11. Sebbene, per sua stessa ripetuta ammissione, il doppio impegno registico-attoriale spesso ne limiti proprio la ricerca linguistica a tutto vantaggio della recitazione. Dunque groviglio d’affetti frantumati, di famiglie disunite di cui s’avverte il disperato afflato verso l’impossibile ricongiunzione (il vagamente autobiografico Al lupo, al lupo, 1992); la caleidoscopica galleria delle donne impossibili; il sempre più precisato (anche con una recitazione più mirata e meno ridondante) personaggio (non più “tipo”) ormai visceralmente amato dalla platea, un po’ bamboccione, fanciullesco, perdente, incapace di sfoderare la cattiveria vera dei progenitori degli anni sessanta-settanta, cinica e perfino percorsa da picchi di crudeltà, ma non raramente anche indulgente verso vizi e virtù dell’italica stirpe (cattiveria, tuttavia, che abbastanza frequentemente irrompe nei “contesti” verdoniani, seppur più spesso affidata ad altri personaggi, per esempio in film come C’era un cinese in coma o Compagni di scuola); una costruzione narrativa “aggressiva” dal ritmo alle volte vertiginoso, mai però scomposta o smaccatamente forzata; lo stile controllato, esente da improvvise cadute di volgarità (pur trattando spesso personaggi “campioni” di volgarità); sceneggiature senza «… simboli, né sfondi filosofici, soltanto personaggi ultraconvenzionali in parti stranote, ma una collocazione straordinariamente ingegnosa e soprattutto un’inventiva costante nei particolari capaci di rinnovare l’interesse delle situazioni»12; la “poetica” della “melancomicità” come visione del mondo, sono il robusto fil rouge che ne lega saldamente tutta l’opera promuovendo Verdone ad erede-autore d’un 11 Ivi, p. 9. 12 A. Bazin, cit. nell’incipit.

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grande cinema italiano (e non solo) quello della commedia, spesso allora sottovalutato da una critica engagé, ideologizzata, normativa e autoreferenziale, oggi affannosamente passata su posizioni clamorosamente revisioniste. «Ora che anche la critica ha dato la sua benedizione definitiva (da una parte il Castoro cinema a cura di Antonio D’Olivo, con tanto di presentazione e di radunata oceanica di folle di vip e non, dall’altra e lodi e gli elogi del fustigatore Goffredo Fofi) che cosa rimane da (de)scrivere? Che probabilmente Carlo Verdone rappresenta un perfetto esempio ossimorico: il suo successo in vita come Autore, come comico, come regista ha la sua nemesi pirandelliana nei suoi personaggi sullo schermo: eterni perdenti, minimali buster keaton delle emozioni, con finali amari, specchi fedeli di una società in perenne mutazione»13. Dal cinema minimale di Verdone, strutturalmente privo (e fortunatamente!) di pindariche avventure, emerge una visione “morale” della vita del tutto priva di esagitati ottimismi, ma anche di funerei piagnistei, percorsa dalla caducità dell’esistenza, da un’inarrestabile deriva degli affetti presente in tutti i suoi film, da un malinconico fluire del tempo che giorno dopo giorno consuma pigramente ma inesorabilmente la fugacità del vivere quotidiano. Non rassegnazione, ma uno sguardo disincantato sui limiti invalicabili della natura umana al di la delle contingenze culturali e delle mode transeunti. Resta il merito “sociologico” a Verdone (e pochi altri eredi della “commedia all’italiana”, vero e proprio giacimento culturale) d’aver compiuto con entomologa osservazione della realtà la registrazione dei cambiamenti di costume, delle ritualità e dei luoghi tradizionali del divertimento di massa (la spiaggia è quasi scomparsa, le feste in famiglia sono state

13 D. Monetti, Carlo Verdone, l’ultimo autore, in “CineCritica”, n. 49, gennaio-marzo 2008, pp. 16-17.

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sostituite da assordanti discoteche, i vecchi status-symbol sono ormai rottami arrugginiti). Ma oltre alla certificazione della morte – da lui sottoscritta – della piuttosto evanescente categoria dell’italiano medio, di cui spesso una sociologia spicciola ha intonato il de profundis, Verdone, nato a metà secolo, sembra subire e incarnare inevitabilmente (ormai è giudizio comune) le suggestioni provenienti dal cinema comico mondiale e nazionale della prima e dalla seconda metà del secolo. Raccogliendolo in una profonda renovatio, il “melancomico” romano ha filtrato in mirabile sintesi il cinema dei “moduli cameriniani” con il neorealismo rosa, la grande stagione della commedia all’italiana con i suoi eroi sconfitti, ancorché spavaldi e sprezzanti e i suoi epigoni non esaltanti, accortamente dribblando «pecoreccio e turpiloquio, ammuffite ritualità, stereotipi stucchevoli» con cui «certo cinema sciatto – campione d’incassi, pattume e volgarità, partenogenico, clonato e ignobilmente citazionista – diffonde metodicamente una droga che ha finito, insieme al trash quotidiano propinato dalle televisioni generaliste, per commettere un premeditato omicidio estetico»14.

14 F.La Magna, Grande, grosso e Verdone, in “Cinemasessanta”, n. 296, aprile-giugno 2008, p.111.

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Il suo cinema, è vero, si è fatto più buio e inquieto, più meditato e attento a cogliere smagliature e pieghe d’una realtà nazionale immalinconitasi, derubata di sogni e desideri, quotidianamente soggiogata dalla vuota logorrea dei leaders politici, specchio deformante d’un paese in cui il tasso di sfiducia è precipitato ai minimi storici, con la scomparsa delle grandi idealità e la lotta diurna per non sprofondare. Sicché prendendo a paradigma Grande, grosso e… Verdone ultimo film abitato dal vecchio insieme dei personaggi, come il bel paese «invecchiati, delusi, cinici, infelici (ancorché arricchitisi)…», Verdone conferma non soltanto l’attenzione dell’osservatore che registra e restituisce i mutamenti della nazione filtrandoli e ingigantendoli con mano ferma sul grande schermo, ma altresì «le sue non disseccate e sempre deliziose doti mimetiche, esibite in un mix comico-drammatico intriso di genialità popolaresca e colta. Uno spaccato sociologico dell’intristita Italia contemporanea, plumbeo album di famiglia…»15. Qui egli chiude simbolicamente un percorso lungo quasi trent’anni, durante il quale ha continuato ad inanellare nella linea d’una continuità-trasformazione un successo di pubblico (ed oggi anche di critica) talmente duraturo e leggendario da farne probabilmente (dopo Totò e Sordi) il più grande ed amato fenomeno divistico italiano, a cavallo tra il xx e il xxi secolo.

15 Ibidem.

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Carlo Verdone di Antonio D’Olivo

C

arlo Verdone è un data-base di voci, tic, manie, caratteri, patologie. È un “raccoglitore” dell’italianità: di personaggi paradossali, curiosi, tipici, logorroici, entusiasti, moralisti, falsi, cialtroni, bonari, creduloni, fanciulleschi, invasati, ridicoli, asfissianti. È una vera library del nostro costume, della nostra società e della nostra natura. Verdone ci restituisce dei piccoli quadri italiani, racconta con le sue storie la dimensione dell’italiano. Di come siamo cambiati, mutati, nel corso di 30 anni di carriera. Uomini in analisi, cinquantenni in quella sorta di età di “mezzo” che li rende indecisi, che li mette in crisi. Ma anche uomini sposati che cercano “nuove emozioni” e che si confrontano e si scontrano con i giovani. I fenomeni, le caratterizzazioni più rilevanti (vedi il Callisto Cagnato dell’ultimo film, Grande, grosso e… Verdone) che ci ha regalato, testimoniano una immensa bravura d’attore: lui figlio di quella “borghesia colta in via di estinzione” ha raccontato e racconta come il nuovo ricco ha preso piede, come il bullo è diventato coatto, come il coatto ha lentamente perso la capacità di comunicare, come il ragazzo semplice e credulone si è incarognito, fatto perfido e “dolcemente malvagio” perdendo la sua giocosa fantasia, la sua autentica creatività. Come è diverso Enzo di Un sacco bello

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(1980) da l’Armando Feroci di Gallo Cedrone (1999). Mai il bullo che sogna di conquistare le donne a Cracovia con penne Bic e collant avrebbe fatto la “perfida cattiveria” che compie il Feroci: rubare la moglie cieca al fratello? Certo che no. Ma se Enzo e Armando appaiono lontanissimi, perché con gli anni l’italiano è cambiato, resta in entrambi un punto in comune: la bontà di fondo, “la genuina leggerezza” di una certa gioventù degli anni Settanta: disponibile e sempre in grado di inventare. Una certa razza colma di generosità. Orio Caldiron definisce Verdone un mostro. Un mostro di talento, di professionalità: e a ragione. Per Caldiron Carlo è una sorta di Frankenstein in cui si ritrovano Alberto Sordi, Jack Lemmon, Jerry Lewis. Scrive Caldiron: “Verdone è un Sordi buono, in grado di attenuare, con la sua garbata bonarietà, gli affondi crudeli, durissimi, scarnificanti del grande Sordi in stato di grazia. No, anche la comicità di Verdone sa essere “cattiva” se necessario “cattivissima” crudele fino a mettere a nudo il nervo scoperto, a rimestare il coltello nella ferita, come è proprio della comicità italiana, amara, amarissima”. E Jack Lemmon? “in entrambi c’è un’aria di famiglia, una capacità di eliminare ogni eccesso inutile, ogni orpello superfluo, per rappresentare l’uomo della strada, il signor nessuno, l’inquilino della porta accanto con i suoi problemi, i suoi magoni, i suoi tic.

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C’è in entrambi la tentazione della commedia seria, la fiducia che si possa far ridere a partire dall’osservazione del vissuto, dalla capacità di riproporre un piccolo particolare apparentemente insignificante, stando sempre con i piedi per terra, incollati alla vita di ogni giorno con le sue inquietudini, le contraddizioni, le nuvole nere”. E poi c’è il legame con Jerry Lewis che Caldiron spiega con la “capacità di Verdone di giocare con la maschera, di indossarla e di togliersela di continuo, alla sua passione per la musica rock, alla scansione dei tempi narrativi, ci si accorge che il ritmo tutto particolare del grande “picchiatello” è un riferimento importante, anche se sotto traccia, per il nostro comico, per i tempi disarticolati, i cortocircuiti impazziti, i rapporti imbranati con i personaggi femminili di molti suoi film”. A nostro avviso poi, c’è la sua voce. Magica, incredibile. Capace di migliaia di trasformazioni. di timbri , cadenze, dialetti, inflessioni. Quella voce fa venire in mente un’altra voce: quella di Peter Sellers. Provate a vedere Il Dottor Stranamore di Kubrick in versione originale e ascolterete tre incredibili caratterizzazioni vocali di Seller che danno vita ad altrettanti personaggi. Così è Verdone che rende la sua voce irriconoscibile. Prendete il Peter Sellers del 1948, quando, agli esordi della sua carriera lavorava alla BBC, nel programma radiofonico The Goon Show, imitando le voci dei personaggi più in vista del tempo. Era incredibile. Come era incredibile Verdone nelle sue “performances” radiofoniche dai microfoni di Radio Rai nei programmi Radio anch’io (1977) e Gli altri siamo noi (1978). Grandiosa, e poco identificabile, è la voce di Verdone quando doppia il gatto nel cartone animato La gabbianella e il gatto (1998) di Enzo D’Alò. In modi diversi ma entrambi sublimi, Sellers e Verdone usano la voce come un’ulteriore “appendice” che amplifica, rende più vero, autentico “il personaggio”: non sarà un caso che entrambi hanno una grande

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passione per la musica (e la voce a suo modo è una forma di musica). Verdone suona la batteria, Sellers era bravo con il trombone. E la regia? Le doti ci sono tutte. L’esperienza e la scuola pure. La lezione di Leone è stata senza dubbio importantissima e formativa. I film, tutti i film di Verdone sono molto corretti dal punto di vista registico: Verdone prima di avventurarsi sul set si prepara molto anche perché sceglie i suoi attori con molta cura. Dandogli spazio, non “li copre” con la sua presenza. “Carlo”, ci ha detto Bernardo Bertolucci , che lo ha avuto come attore nel 1977 nel film La Luna, “ha una rara capacità: sa organizzare magnificamente un set, lo guida come un grande direttore d’orchestra perché è saggio: sia come regista che come attore.” Ci ha detto Carlo: “Purtroppo però il mio doppio ruolo di attore-regista mi impedisce, spesso, di fare il regista come io vorrei.” spiega, “Ecco che io parlo spesso di movimenti di macchina spesso assenti o poco visibili: vorrei azzardare delle cose che non riesco a fare. Vorrei tentare movimenti di macchina che diano il segno di una regia ben precisa. Ma non ci riesco perché purtroppo il cervello è troppo ingombro di cose. Io sono già preoccupato dalla mia recitazione anche se non ho più l’ansia da prestazione, tanto che spesso improvviso sul set, ma mi devo preoccupare dei miei attori e quindi resto sul tradizionale, la regia resta priva di voli pindarici, anche se ogni tanto qualcosa riesco a fare. Mi sento un regista un po’ frustrato perché ho sempre mosso più gli attori e poco la macchina. Ma le cose cambieranno. Le mie regie saranno più personali, più verdonianamente riconoscibili…”

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Breve dizionario verdoniano di Angela Prudenzi

I

l corpo dell’attore è un corpo nudo e vuoto. Emozioni sentimenti impulsi sono la materia di cui si riempie, mentre costumi e trucco ne coprono la nudità. In scena o di fronte alla macchina da presa l’attore vive mille vite, funambolo che ondeggia sul filo delle esistenze altrui. Non fa eccezione Carlo Verdone, il cui corpo sembra anzi fatto apposta per plasmarsi nei tratti di giovani imbranati, nonne artritiche, astrologhe vaneggianti, professori pignoli, cantanti d’opera, preti lucani, burini di tutte le età, dongiovanni sfigati, borghesi nevrotici. Un volto per tante facce che deve non poco del successo alla normalità che lo contraddistingue, tratto distintivo e caratteristica vincente del comico votato al travestimento. Confuso tra la folla Verdone potremmo non notarlo, questa la sua grandezza. Più alto o più basso, più bello o più brutto, con le orecchie a sventola o il naso aquilino non sarebbe più lui. Ollio era grasso, per fare un esempio, e infatti poteva esibire solo se stesso. Se Verdone fosse stato anch’egli grande e grosso, la stazza lo avrebbe costretto a evitare una buona parte dei personaggi che hanno fatto e continuano a fare la sua fortuna. Provate a immaginate l’ingenuo Mimmo di Un sacco bello alto alto e con il naso a becco. Avrebbe avuto la stessa efficacia? E, soprattutto, senza

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l’adattarsi quasi osmotico ai più svariati aspetti fisici e morali il comico Verdone sarebbe diventato ugualmente la cartina di tornasole di innumerevoli e tanto diversi modelli universali? Invece la sua normalità forgiata a esempio corporeo e caratteriale ora del bullo gradasso ora del conduttore televisivo privo di morale, ci appartiene né più e né meno di quanto non appartenga a lui. Il trasformismo di cui Verdone è maestro sembra un gioco da ragazzi, un’attitudine naturale coltivata senza apparente sforzo. Se tuttavia si osservano con la necessaria attenzione film e performance televisive, si capisce subito che si è di fronte a un enorme e prezioso mosaico in cui ogni tassello è costruito con cura tempo e notevole fatica. Dagli esordi nei teatri off di Roma passando per la televisione fino al cinema, il regista romano di ascendenze toscane (miscela esplosiva!) ha posto le basi di un’architettura poetica ben più complessa e profonda di quanto non sembri in apparenza. Niente è mai lasciato al caso e a suggerire tipi umani e situazioni è sempre la necessità di analizzare la realtà sociale del momento, per quanto in chiave grottesca e leggera. Non a caso anche a distanza di anni rivedere un suo singolo film, scelto a caso tra i tanti diretti e interpretati, è occasione per distendersi e divertirsi. Ma a concedersi tre o quattro visioni a distanza ravvicinata, c’è il rischio di uscirne con le ossa rotte. Verdone del resto la zampata cattiva l’ha sferrata spesso e volentieri, basta ricordare Compagni di scuola, film-concentrato di bassezze umane girato in un periodo segnato dal “rampantismo” e dalla spasmodica ricerca del potere a scapito delle relazioni sociali e delle amicizie. A colpi di battute folgoranti, nel tempo ha invitato tutti noi a non farci illusioni: le figure sullo schermo non si sono mai limitate ad alludere a vicini di appartamento o colleghi di ufficio, ma hanno abitato e abitano anche a casa nostra.

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Mostri di risiana memoria i personaggi di Verdone sono grotteschi, ma mai né fisicamente né metaforicamente deformi, sempre tesi alla risoluzione comica della tragedia. Ad ogni nuova occasione l’intonazione della voce, i capelli, gli abiti, i tic, le frasi-tormentone divorano il personaggio precedente per diventare il suo opposto e con esso il mondo che rappresenta. Una realtà storica e sociale che prende corpo di fronte ai nostri occhi in virtù di battute smozzicate, inarrestabili monologhi, ripetizioni infinite, spaesamenti lessicali, eccessi ma anche vuoti di senso. Verdone usa una lingua e una gestualità tutte sue, figlie della grande tradizione della commedia cosiddetta all’italiana come dei retaggi dialettali, senza dimenticare la lezione del teatro popolare e quella dei grandi comici da Petrolini a Sordi. Un modello composito in cui ogni parola si ridefinisce dando vita a un dizionario personale fatto di innumerevoli elementi spuri: vocaboli, espressioni, personaggi, film.

Bianco, rosso e Verdone

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Un dizionario continuamente da aggiornare, arricchire, integrare. Un’opera, per sua natura, incompiuta. Aci: Acronimo di Automobile Club d’Italia, storica Federazione di club automobilistici provinciali. Rappresenta e tutela gli interessi dell’automobilismo italiano, del quale promuove lo sviluppo attraverso la diffusione di una nuova cultura della mobilità. “Pronto parlo con il servizio percorribilità strade? Ah, buon giorno, senta io sono un socio Aci numero di tessera 917655/ut come Udine – Torino. La disturbavo per avere qualche delucidazione dato che mi devo recare a Roma a votare. Senta, ho sentito dal bollettino dei naviganti che è in arrivo un’area depressionaria di 982 millibar e questo purtroppo mi è anche confermato da un fastidiosissimo mal di testa che sopraggiunge ogni qual volta c’è un brusco calo di pressione. [...] D’altro canto, caro amico, questo è il prezzo che dobbiamo pagare noi meteoropatici. Senta, io le domandavo questo, secondo lei, partendo tra circa tre minuti e mantenendo una velocità di crociera di circa 80-85 Km/h, secondo lei, faccio in tempo a lasciarmi la perturbazione alle spalle, diciamo, nei pressi di.... Parma?” Acqua e sapone: tocco lieve e comicità delicata sono gli ingredienti di una commedia in cui l’intreccio prevale sulla caratterizzazione dei personaggi. Verdone nei panni del precettore imbrocca una delle figure più riuscite. Al lupo al lupo: una storia di fratelli per ribadire che la famiglia è un terreno minato. Freud sembra lontano, ma non così tanto. L’introspezione lascia il posto a una disincantata analisi delle dinamiche fraterne.

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L’amore è eterno finché dura: riflessione agrodolce sui sentimenti amorosi. A farla un Verdone autore maturo, padrone indiscusso della messa in scena e abile indagatore delle psicologie umane. Amplesso: Termine utilizzato dalla sessuologia per indicare l’atto sessuale. Letteralmente significa abbraccio “Secondo te quant’è durato? Mah…secondo me tantissimissimissimo…a occhio e croce trenta, quaranta minuti scarsi. No, io penso di meno. Di meno quanto? Be’, due tre minuti, massimo tre minuti e mezzo. In tutto? Sì, in tutto. Scusa, ma da dove cominci a contare te? Dall’inizio. Ma che intendi per inizio? Da quando abbiamo spento la luce. Eh vabbè, grazie…allora sì!!” Artrosi: Malattia degenerativa provocata dal logoramento delle articolazioni. Peggiora gradualmente con l’età, colpendo prevalentemente le nonne. “… sempre con il problema di queste gambe.... e allungagli le gambe e stendigli le gambe e coprigli le gambe…io gliele taglierei quelle gambe!”

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Bacio: contatto tra le labbra di una persona verso una qualsiasi parte del corpo di un’altra persona. “Labbro a ventosa? Conosco! Labbro leggero? Ooohhh! Lingua a serpente? Idem. Lingua a pennello? Com’è ’sta lingua a pennello? Ma non lo so, è un movimento ondulatorio, a largo raggio. Morbido, delicato, profondo. ’Na passata de palato con la lingua! Quello è! Cioè, scavi con la lingua dentro…” Il bambino e il poliziotto: prove generali di paternità. Verdone si confronta con una tematica scottante evitando forzature e facili moralismi. Sentimento, mai sentimentalismo. Bianco rosso e verdone: Mario Brega, Angelo Infanti e Lella Fabrizi: bastano i nomi di alcuni comprimari a garantire un alto tasso di popolaresca e mai scurrile ilarità. Indimenticabili tormentoni e personaggi di rara umanità fanno del film un classico. Borotalco: commedia sofisticata in salsa tutta italiana: esilarante, tenera, leggera e malinconica. Indagine esistenziale sui sentimenti, declinata con il tocco magico del miglior Verdone. Indimenticabile.

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C’era un cinese in coma: ritratto di artisti sulla soglia del fallimento: attori, attrici, gruppi musicali, maghi e fantasisti. Verdone dimostra di conoscere bene il mondo spietato dello spettacolo e le sue crudeli regole. Compagni di scuola: in un riuscito programma televisivo Verdone finge di raccontare la propria vita attraverso i ricordi di amici, insegnanti, parenti. Al cinema le atmosfere cambiano, le insoddisfazioni esplodono e portano i vecchi compagni a manifestare la propria vera natura. Un Verdone tanto cinico e spietato non si era mai visto. Punto di svolta nell’elaborazione di una comicità fino a questo film sempre graffiante ma mai così cattiva. Controfigura: professionista che si sostituisce all’attore durante le riprese di sequenze particolarmente pericolose. “Eh no, perché questa è ’na truffa! Ma come può io me domando e dico uno stabilì in base a ’na fotografia se io c’ho la faccia troppo buona oppure no. Ma chi è, Mandrake? Ma fateme capi’. Perché a ’sto punto me vie’ ’n sospetto: o gli americani quanno scelgono le facce ’n ce capiscono niente, oppure che alla base ci sono dei motivi politici molto molto precisi. E no lo so invece, lo so. … E poi scusa, se io c’avessi avuto la faccia troppo buona I ragazzi del Bronx, nun avrei fatto… la vendetta del cobra, nun avrei fatto… ma soprattutto nun avrei fatto La palude

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del caimano, perché tutti lo sanno che m’è successo dentro quella palude. Tutti lo sanno, pure i sassi… Un ponte de legno alto quaranta metri no?, sotto ’na palude che faceva schifo piena zeppa de barracuda, caimani, coccodrilli, piranhas, tutto… anaconde! sottolineo, l’anaconda è ’n’animale che c’ha ’na capoccia così. A un certo punto arriva il momento de fa la scena, il regista chiama l’attore americano, va bene?, arriva monta sul ponte e… “oddio me gira la testa!” pija e se ne va. Dice: ‘chiamate la controfigura inglese’, arriva la controfigura inglese: ’oddio me vengono i brividi? E se ne va! Vedo il regista che sbianca, disperato, che fa: ‘oddio aiutatemi, qualcuno ce se deve butta!. Io lo guardo e jo detto: ’Nnamo va, tiemme la giacca va!’. … Mi butto dentro… premetto che l’acqua era marrone, faceva schifo! Come entro dentro vado giù a picco, immediatamente sento un tronco gelatinoso che me pja il ginocchio e me lo porta giù… Poteva esse de tutto! A un certo punto sento na scarica de morsi… tatatatatatatatà … poteva esse de tutto, un barracuda, un’anaconda, un serpente d’acqua che ne so io! Ahò… so’ rimasto a fonno tre minuti e mezzo!!! ” Crisi: se finanziaria può essere reale o anche falsamente percepita. Difficile stabilire quanto denaro scorra veramente nelle tasche degli italiani. “Io questa mattina so’ arrivato a Ponte Sisto dal Foro Italico con la macchina mia... dal Foro Italico a Ponte Sisto sai quanto c’ho messo? Un’ora. Un’ora alle sette di mattina! E poi il traffico così, e dicono poi che c’è crisi. Ma ‘ndo sta ‘sta crisi? Robba da pazzi! Vai a magna’ ’a pizza la sera, mica te poi mette’ a sede’. Se questa è crisi, io nu’ lo so!”

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Cultura: l’intero complesso di conquiste, tradizioni, valori, arti e costumi di una determinata società. “Io credo che oggi la maggior parte delle colpe ricadono sulla cultura italiana. Certi uomini di cultura me dicono: sei antiprogressista. Nnnno, so’ realista! … deleteria. Sarebbe una tragedia! Senta, non è nemmeno presente il glucosio, vero? No lo sa perché? Perchè c’ho il diabete molto alto, anche una briciola de glucosio sarebbe un guaio... Senta, sostanze aggreganti piastriniche ci sono?... No? Meno male, no lo sa Lo sapete che ha scritto un grossissimo professore su ’sto libro? Uno co’ tanto di cervello così... non ha scritto che Dante era bisessuale? E dieci pagine più avanti non ha scritto che Leopardi era attivo e passivo? Ma guarda, su Dante… nun me ne frega niente perché io qualche dubbio così ce l’avevo sempre avuto... ’sto rapporto strano co’ ’sto Vigilio sempre mano nella mano dentro ’sta selva oscura… ’n se sà che combinavano. Ma su Giacomo ce so’ rimasto male. M’è crollato un mito della giovinezza!” I due carabinieri: incursione più malinconica che comica nei problemi di un’Italia ferita dagli attentati. I militari di Verdone ridono, scherzano, litigano per amore e sembrano al sicuro. Sembrano…

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Farmaco: preparato farmaceutico che ha lo scopo di prevenire o curare una malattia, ma anche di accrescere il benessere fisico o mentale di un individuo. “Senta dotto’, un consiglio… io me devo recare a Copenaghen con un gruppo di amici, ex ufficiali in congedo come me. Avremmo appunto organizzato questo viaggio a titolo de… ’na botta e via! Senta, me potrebbe dare un energetico, un rivitalizzante che me potesse dare tono dal punto di vista sessuale? Le sarei infinitamente grato, guardi. Si tratta di spara’ l’ultima cartuccia.... Siamo soltanto uomini, l’ultima botta de vita... Senta, non è che per caso è presente qua la vitamina K, è vero? No perché sa io lo chiedevo? Che siccome due mesi fa c’ho avuto l’ischemia celebrale, la presenza della vitamina K sarebbe perché je l’ho chiesto? Siccome tre anni fa c’ho avuto una trombosi, la sostanza aggregante piastrinica mi manderebbe al creatore… Infiammazioni urinarie non ne dà, vero? Lo sa perché je lo chiedevo? Siccome c’ho avuto il catetere fino a otto giorni fa, ho paura dell’infiammazione!” Fede: il credere fermamente in qualcosa o qualcuno. L’insieme delle cose in cui si crede. “...Perché io credo che il cosmo, sia come un orologio, dove tutte le sue particelle, si muovono a meraviglia, dando così l’impressione di un sincronismo a livello universale, di cui soltanto il buon Dio! Poteva esserne l’artefice!...” Figli dell’amore eterno: comunità formata da un gruppo di ragazzi un sacco simpatici che hanno fatto una scelta, quella dell’amore. “La nostra vita consiste proprio nel dare amore agli altri, cioè mettendocela proprio tutta, e nel vivere in aperta campagna a contatto con i boschi, i prati, con l’erba, con gli uccelli, cioè con tutta questa gente qua, no? Lo facciamo per dimostrare alla gente che si può vivere senza tante

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pretese. Cioè noi viviamo così, cioè la mattina ci svegliamo un sacco presto verso le nove e un quarto nove e mezza no?, facciamo subito colazione e subito ci mettiamo in marcia per reperire i cibi necessari al nostro sostentamento. Così mentre le ragazze provvedono alla raccolta delle more, dell’insalata, dei fagiolini, tutta roba vegetale un sacco buona, noi maschietti provvediamo alla caccia con il fucile dove siamo un sacco bravi. La sera torniamo con dei cesti carichi di cacciagione, no? Un sacco di tordi, quaglie, fagiani, qualche leprotto, qualche scoiattolino, così no? Ora molta stampa un sacco tendenziosamente e un sacco faziosamente, no?, ha scritto che noi siamo un’associazione paramilitare. Cioè che usiamo le armi così a scopo offensivo, mentre questo qua credetemi è falsissimo!” Flipper: sorta di biliardino elettronico di origine americana. Molto diffuso nei bar e in altri luoghi di intrattenimento, è un gioco di abilità a pagamento. “Lavori troppo di polso e usi male l’avambraccio… permetti? Quello che io mi sforzo a dì da un sacco d’anni è sempre la stessa cosa: cioè… il rapporto col flipper è come un rapporto sessuale, come un amplesso... non è il polso che deve dà la spinta alla pallina, ma è il ventre… mi hai capito moro? eh? Questo è il movimento, il colpo deve essere secco, deciso, preciso! Con sto sistema il tilt te lo magni…” Gallo cedrone: epocale elogio del coatto. Il punto più alto di un’indagine sulla cultura borgatara, portata avanti con la puntigliosità dell’entomologo e il rigore del filologo. Giustiziere: all’inizio del percorso di crescita è un giovane fortemente insicuro in privato e sfacciatamente deciso in pubblico, specchio dell’italiano deluso dallo stato e

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pronto a farsi giustizia da solo. Con il passare degli anni si incattivisce, ossessionato oltre misura dai ricordi dalle angherie subite in gioventù. “La sera non si può più uscire, è pericolosissimo… arrivano due che dicono ’caccia ’a catenina, caccia il portafoglio, caccia l’orologio’, eh no! Prima che caccio il portafoglio e l’orologio io caccio fuori questa!... Chi te l’ha data la pistola? C’ho il porto d’armi, timbrato bollato, c’ho il porto d’armi... c’ho!... E chi t’ha dato questo? Questo!....” Grande, grosso e��� Verdone: ritorno al film a episodi per celebrare e insieme dire addio ad alcune figure tra le più riuscite di tutta una carriera. Modelli degradati di un’umanità a portata di sguardo lo spaesato Leo, il pignolissimo e intransigente professor Callisto, il volgare parvenu Moreno. Incidente: infausto evento non previsto né prevedibile; contrattempo di notevole gravità. “Devi sape’ che ’na sera me trovavo in macchina co’ una, no? una mezza sposata, una che c’ha una situazione mezza strana con uno, un ber ragazzo pure lui! A un certo punto all’altezza dell’incrocio me vedo un motorino partì proprio in volata, sembrava ’n decollo, no? e ricasca’ giù in picchiata. Sopra ce stava un regazzino, e la machina quella che j’aveva dato ‘a botta per testa coda s’è messa a girà così, come ’na trottola. A un certo punto sento un botto, ’no schianto! scendo e… il regazzino non c’era più, proprio finito.. fisicamente disintegrato! Ma tu dovevi vede’ la machina com’era ridotta. Un macello, guarda, te giuro! …Era proprio come una scatola de sardine, no? e in mezzo a ‘ste ferraje ce stava ’n omo e ’na donna! Lui, l’omo, all’inizio se moveva tutto quanto a scatti, così... Tutti denti per terra, no? come fosse stata ’na grandinata. Tutti schizzi per terra, sul lunotto, sul cruscotto, il cervello sul contachilometri, un macello! Me

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sembrava proprio Profondo rosso! A un certo punto esce fori un vecchio che fa, dice: presto, chiamate ’n’ambulanza! Ma che chiami, dico, non lo vedi che questi c’avranno si e no trenta secondi de vita! ahò, so’ passati venti secondi. So’ spirati così, a’ unisono! Mortacci loro!” Inflazione: Aumento generale dei prezzi. Sulle sue cause non c’è mai stato vero accordo tra economisti e gente comune. “So’ riuscito a parla’ co’ ’na monaca e j’ho detto: dico, da uomo a uomo, mi tolga una curiosità, come finirà il mondo?… Signore mio, m’ha detto, nun me faccia parla’. Finirà a causa della violenza? No. A causa della cattiveria della gente? Dice: no! A causa dell’egoismo? No! Lo sai che m’ha detto? A causa dell’inflazione! Basta con l’aumento dei prezzi. Adesso aumenta il latte... Basta con l’aumento del gasolio, della benzina, dello zucchero, delle tariffe telefoniche! Basta la gente è stufa, la gente vuole cambiare. E la responsabilità è dello stato, dello stato italiano! Sai a quanto è arrivato mediamente il prezzo di un presepe? A 85.000 lire. Sai a quanto sta la carta delle montagne? A 2.500 a foglio! Tu, stato italiano, spiegheme un po’ perché sta a 2.500 lire quanno è la stessa carta che il salumiere ce mette dentro il formaggio e ’a lonza e tu la spacci per carta de la montagna! Eh no! Spiegheme el senso, spiegheme!” Inserzione: mira a convincere dei fruitori passivi; quella di lavoro, in particolare, deve essere sufficientemente persuasiva. “… è qui che cercate giovani ambosessi, settore musica, disponibilità immediata, presenza, cultura, possibilità carriera, partenza minima 700mila lire al mese??” Io e mia sorella: incarnati da due animosi fratelli, si contrappongono il principio di realtà

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e il principio di piacere. Lo scontro finale non produce né vinti né perdenti. Spazio alla risata amara e invito alla riflessione. Ma che colpa abbiamo noi: dopo Maledetto il giorno che t’ho incontrato, nuovo lavoro intorno al tema della psicanalisi. Là si specchiavano le personalità di due nevrotici praticamente coetanei, qua affiora un disagio multiplo e transgenerazionale. Fallita ogni terapia, Verdone preferisce accarezzare i personaggi piuttosto che infierire su di loro. Maledetto il giorno che t’ho incontrato: ritratto di coppia all’ombra della psicanalisi. Un lui e una lei da manuale: nevrotici, irascibili, ipocondriaci. Verdone in stato di grazia, come regista e come attore. Il mio miglior nemico: lui e l’altro, il promettente Silvio Muccino. Intorno al film un odore di passaggio di testimone. Per fortuna il timone resta ben saldo in mano a Verdone, che stravince e tiene a freno i naturali eccessi del giovane collega. ’O famo strano: variante del Kamasutra, declinata a più riprese nel corso degli anni. Se Jessica e Ivano restano inarrivabili, non bisogna dimenticare la mitica coppia Verdone-

Maledetto il giorno che t’ho incontrato, insieme a Margherita Buy

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Orioli alle prese con una irresistibile seduta di sesso mentale, né la matura maestra di canto Adelaide. “Ricordo che nel 1949 il povero Arturo Toscanini mi chiamò per un’esibizionedella ‘Lucia di Lammermur’. Mi ricordo che dieci minuti prima della rappresentazione, mi chiamò: ‘Adelaide, Adelaide!’. Io corsi nel camerino pensando forse mi vorrà dare qualche dritta sulla recitazione. Aprii, e come aprii rimasi basita: lo trovai in mutande. E gli dissi: ‘Arturo, ma che stai facendo?’. E lui disse: ‘Chiudi subito la porta a chiave’. Io chiusi la porta a chiave, lui mi venne vicino, mi strappo i vestiti di dosso e mi disse: ‘Lo famo sulla coda del pianoforte?’. ‘Ma Arturo, tra dieci minuti andiamo in scena, te fa male, te pija un coccolone!’. ‘Silenzio!’ urlò, e me butta su ‘sta coda de ‘sto Steinway. Allora rimasi così e lo feci contento.” Omosessualità: aspetto del comportamento umano legato alla sfera sessuale; scelta assai praticata in ambiente artistico. “Ma davero John Vaine era frocio? Beh, ma s’era capito. Io me n’ero accorta da un pezzo. Ma che stai a di’? Accorta de che? Ma scusa, non ti ricordi come scendeva da cavallo, con quella gambetta così? Eh! Oh, m’è crollato un mito mortacci tua, m’è crollato! E dimmelo a me! E Marlon Brando? Uguale! No, n’è vero! ’n ce posso crede’! Ma scusa se te lo dice lui che in America c’è stato, che l’ha conosciuti! Senti un po’? E Burt Reynolds, che mi dici di Burt?

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No, Burt no! Nun ’o vojo senti’! Nun ’o vojo senti’! No lui comunque se salva.... Meno male, me so’ levata ’n peso!” Perdiamoci di vista: handicap e tv del dolore. Il cinico presentatore soccombe di fronte alla crudezza della realtà scivolando verso un finale più moralista che morale. Un sacco bello: debutto col botto. Verdone fa centro al primo colpo regalando una carrellata di personaggi indimenticabili per spessore, ricchezza, sfumature psicologiche e capacità di far ridere. Sono pazzo di Iris Blond: la musica, finalmente. L’altro grande amore di Verdone è lo spunto per tessere la tela di una divertente e insieme amara storia d’amore tra un pigmalione troppo poco scaltro per essere veramente tale, e la sua protetta. Stasera a casa di Alice: contaminazioni di generi per un triangolo amoroso carico di amarezza e disincanto. Tormentone: frase di particolare effetto, fatta propria dal pubblico che la inserisce nel linguaggio abituale. “Lo sai che c’hai un sito da paura? Te c’hanno mai cliccato sopra?” “A bella puledra, avrai pure finito la benzina ma c’hai un gran serbatoio!” “Ma chi t’ha scolpito, Michelangelo? Stava ‘n forma, quel giorno” “Ammazza quanto sei cattiva! Ma chi sei la moglie di Zorro?”

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“Magda mi ami? E allora lo vedi che la cosa è reciproca?”. “Scusa cara, mi dai qualche secondo di concentrazione onde avere un’eccellente erezione?” “Pronto? no... non mi disturba affatto” “Pronto… Martucci Elio? … ma ti va di venire in Polonia a ferragosto?” “Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, me ne andai a Genova. E lì mi imbarcai su un cargo battente bandiera Liberiana.” “In che senso???” “Ho scritto vedovo? Veneto… Stato civile ‘veneto’?!!” “Te posso dì na cosa? Tu non sei da analisi, sei da ricovero, ma de quelli immediati!!!” “C’ho l’anticorpi coi controcojoni, hai capito? Ma magari me venisse l’aids, magari me venisse! ‘A sdereno in du’ ore. Che ore so’, le dieci e mezza? A mezzogiorno e mezzo l’ho sventrata!” Troppo forte: straordinario esempio popolare di cinema nel cinema. Il borgataro romano Oscar Pettinari che sogna di diventare stuntman, è figura che non si dimentica. Il suo malinconico fallimento esistenziale intenerisce e la risata liberatrice si strozza in gola. Viaggi di nozze: film di culto, riporta l’autore ai fasti degli esordi. Tre episodi che si fanno amare per la cattiveria come per la partecipazione sentimentale con cui sono tratteggiati i personaggi.

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Le nevrosi (non) muoiono al ritz Psicoanalisi ed erboristeria in tre film emblematici di Carlo Verdone di Massimo Cardillo

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ompagni di scuola, compagni d’ansia, compagni di depressione, compagni di fallimenti veri o presunti, compagni alle benzodiazepine, compagni maledetto il giorno che ci siamo incontrati, compagni di sogni nati vivi nati morti ma che colpa abbiamo noi. Compagni tutti insieme, compagni ognuno per la sua strada con la sua angoscia cucita addosso su misura. I modi di essere, di esistere, di vivererespirare e/o di funzionare (grazie a Carmelo Bene che mi viene in soccorso). Modalità e parametri. Le funzioni. Il palcoscenico e il sipario. Comparse e suggeritori in tondo. Il cinema che guarda, che osserva, che seziona, che indaga. Il cinema-bisturi. La pellicolaplacebo, la pellicola-Serenil. Volendo, retard. Il buio, la proiezione e il lettino del proiezionista. Venti anni fa. A Berlino ancora un muro e in Italia alle soglie del “ma che c’azzecca?”. Venti anni fa. Chi sta più male tra Fabris e Finocchiaro? Fra i due, qual è quello che esiste e quello che si limita a funzionare? Finocchiaro è sbruffone, porta a spasso la porsche, esibisce una eleganza mutuata a saldo al bazar dello stereotipo e del clichè. Finocchiaro scarpe bianche, Finocchiaro pantaloni bianchi, Finocchiaro giacca bleu. Camicia bianca molto sbottonata su petto con catena stile macelleria all’ingrosso. Quel suo fumare in maniera ingorda e

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ostentata ci parla di una triste e patologica assenza di altre boccate ben più vitali. Fabris è dimesso, quasi calvo, ha un abito anonimo e una cravatta che al muro il sarto. Scende da una utilitaria reggendo in mano un modesto mazzo di fiori parente stretto di quel vestito. Tutti faranno finta (forse è proprio così) di non riconoscerlo, a rimarcare un aspetto fisico plasmato (è una colpa?) da una vita senza grandi cose da raccontare. All’altro, che gli si pone dinanzi a gambe divaricate «m’arendo… chi dovresti da esse?», come a voler riportare indietro il tempo, come se bastasse un nome, bisbiglia un «sono Fabris» che attende invano un abbraccio risarcitorio. La risata cialtrona di Finocchiaro è uno sberleffo alla sua calvizie, al suo abito anonimo, alle sue aspettative. L’utilitaria è sempre più modesta e i fiori appassiscono: «Fabris? Ma che, me stai a pijà pe’ culo?». Finocchiaro è il gatto che crede di aver trovato un topo per dare un senso alla sua giornata che non vive nemmeno sul quadrante dell’orologio. Per lui Fabris è solo un mezzo per autorassicurarsi, per costruirsi delle certezze a buon mercato, per continuare a funzionare. Si sente in perfetta forma, e per esserne convinto deve addebitare all’altro un «crollo…dell’ottavo grado della scala Mercalli». I fiori sono ormai morti e l’abito è sempre più non troviamo l’aggettivo, nel patetico e doloroso tentativo di Fabris di giustificare i danni del tempo: «Sono un po’ dimagrito (allarga le falde di una giacca più abbondante di almeno un paio di taglie), un po’ stempiato, ma (la voce è concitata, quasi a voler rassicurare se stesso per primo, quasi a voler rimarcare di avere ancora una identità) sono Fabris…primo banco a destra (si ricorda in genere la disposizione dei banchi, e non il volto, gli occhi, i pensieri, la voce e le parole di chi li occupava)». Dinanzi al vecchio compagno di scuola che annaspa disperatamente (è delusione, non debolezza esistenziale) e che sta per affogare in una pozza che assume sempre più le dimensioni di un oceano, Finocchiaro continua nel suo perverso gioco,

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l’unico che conosce, quello del funzionamento: si atteggia a figurino, compie un giro su se stesso, sottolinea la qualità del proprio abbigliamento «vedi che robetta?», parla della sua forma smagliante. Fabris a questo punto smette di annaspare, deglutisce un disagio che non gli appartiene e che gli è procurato dalla diversità dell’altro. Non ha avuto nessun crollo e non ha superato alcun punto di non ritorno. La sua non è una risposta, ma una impietosa diagnosi: «Tu sei sempre lo stesso…non sei cambiato per niente!». Fabris, lui sì, sa quello che lo aspetta, sa perché Verdone sta girando quel film: «Ma che senso ha rivedersi dopo tanto tempo? Secondo me non viene quasi nessuno!». E qui sbaglia, forse perché ancora non ha capito quanto sadismo e quanto masochismo siamo vaporizzati nell’aria che respira, che noi tutti respiriamo. I compagni di scuola cominciano ad arrivare, ognuno col proprio libretto sanitario piuttosto sgualcito. Ancor prima che giunga a destinazione, facciamo la conoscenza del sottosegretario Valenzani, che poi nel corso del film dimostrerà di essere veramente un gran figlio di buona donna, di incarnare tutti i difetti di una politica (ma dài!) che credevamo – ingenui noi – di esserci lasciati alle spalle. Ci mostra il suo biglietto da visita quando è ancora in macchina (ovvero, quando le sceneggiature hanno le palle), quando evidenzia la sua personale linea politica, quella di essere conforme alla volontà della maggioranza. I sogni adolescenziali (se mai ci sono stati) suicidati dall’opportunismo, dal conformismo, dal carrierismo che va ad una festa di amici con l’autista. Coraggio, sottosegretario, si stenda anche lei sul lettino, non lo diremo alla sua maggioranza. E, anche se non è abituato a farlo, lasci un po’ di spazio, perché stanno arrivando gli altri compagni (non solo) di scuola: Maria Rita, psicanalista paziente; Gloria, ragazza madre; Margherita che subisce la gelosia del marito carabiniere; Carmela che sogna un figlio; Luigi che, quando parla, per fermarlo nemmeno il revolver; Isa di professione zitella; Piero er Patata, professore

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ancora non di ruolo, che non ha fatto nulla per meritarsi una moglie, un figlio, un suocero da terzo mondo metropolitano; Ciardulli/Tony Brando, che continua a cialtroneggiare un mondo dello spettacolo che ha intravisto solo da lontano tra il becero e lo sguaiato; Valeria e Luca separati stile beautiful te lo freghi; Federica in realtà più mantenuta che padrona di casa; Santolamazza e Lepore che giocano stupidamente alla crudeltà amicimiei del destino per giocare poi – ma da perdenti – con la realtà che indosserà l’abito della tragedia. Tutti, giustificando in tal modo il loro invito a quella che si rivelerà una crudele seduta allargata, clonano Finocchiaro e continuano a prendere in giro Fabris: «Ci vuoi dire che cura hai fatto per ridurti così?». Gli dicono che non si sarebbe dovuto presentare mandando al suo posto un certificato. Anche Margherita deve citare il suo quarto banco fila centrale. Postiglione continua a sudare ora come in passato e nasconde i suoi trip dietro la logorrea e le spiegazioni logico-scientifiche: «(la sudorazione) non è provocata solo da agenti termici, ma anche da fattori emozionali». Postiglione, ti rendi conto che parli addirittura di pathos per l’imminente incontro con gli altri? Non ti sembra di esagerare? Cosa nascondi? Vogliamo parlarne? E tu, Maria Rita, con quella tua pazienza che ci incute timore e una leggera ansia, immagini perché tutti a mezza bocca ti sussurrano che poi dovranno chiederti un consiglio? Ti abbiamo vista annuire, non negare. La sequenza (è un classico dell’horror a cui nella vita reale nessuno, neppure chi scrive, è sfuggito) dell’imitazione di una severa insegnante della classe “ti ricordi quando” è già una seduta dai nervi scoperti perché l’imitatrice chiede anche del presente, dei risultati raggiunti nella vita in quei quindici anni. Fabris non è sul lettino. Se n’è andato perché lì non c’era, nel senso più salutare del termine, posto per lui. Lo incontreremo di nuovo, guarda un po’, nel 2003 ai funerali della dottoressa Lojacono, quando in chiesa, a voce alta, ribadirà

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tutta la sua indifferenza e sfiducia per la psicoanalisi. Anche il Patata, a prescindere dai suoi problemi di scarsa soddisfazione professionale, ha una moglie - si chiama Cinzia - che va a pasticche anche nel circuito urbano. Cerchiamo di prendere qualche altra informazione sul nostro professore: confessa di non riuscire ad avere il respiro lungo, di essere affetto da distonia neurovegetativa, chiede a Maria Rita (e non è una battuta) se si può essere allergici alla moglie, ha naturalmente un’amichetta destinata però a cadere nelle fauci bulimiche di quel sottosegretario che ha abituato alla prepotenza tutti i suoi sensi, compresi quelli in agguato al di sotto della cintura. Si definisce malinconico e depresso, conosce l’effetto delle mescolanze fra ansiolitici e alcolici: «…me se triplica l’effetto!». Aridatece Fabris! Intanto, a rivelazione di tutto un carattere, di tutta una personalità, di un modo di vedere e di intendere l’esistenza, Tony Brando ci prende per mano e ci conduce nella sua quotidianità del kitsch quando tenta di vendere (una vita all’insegna degli assegni da coprire…) un Sironi proprio al macellaio (lo è per davvero) Finocchiaro. Un Sironi, mica una partita di carne avariata! Cocaina. Anche il Patata cade nel fascino perverso del potere quando cerca la raccomandazione dell’ineffabile sottosegretario al quale il Direttore della Fotografia (che bravo Danilo Desideri!) ha regalato più di una volta un volto in ombra attraversato da tagli di luce. Il cialtrone non si meriterebbe tanta artistica e psicologica attenzione, ma va bene così. A tutte queste vicende si mixa e si amalgama la musica che, in una miscela straordinaria, sul filo del remember, funziona da viaggio all’indietro e da analisi sonora…«’sta canzone mi ricorda una serie di tragedie!». Prendere in braccio il figlio di un’altra per sentirsi mamma, per «sentire quello che si prova … ti dispiace se resto a guardare?». I problemi che riempiono e svuotano la vita e

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che di quella vita sono la cifra unica ed essenziale. Quando si è veramente disperati e indecisi (e per il Patata forse questo non è un punto di arrivo, ma una modalità di vita) – «io adesso sono a un bivio fra la vita e la morte, e devo decidere tutto in un quarto d’ora» –, anche un cameriere, con i suoi discreti consigli e con la rivelazione rassegnata di una vita sbagliata e infelice al fianco di una moglie divenuta vecchia e grassa per non aver avuto, al momento opportuno, il coraggio di andarsene, anche un cameriere può diventare il principe dei terapeuti. La tellurica metafora del temporale, «hai mai pensato di fare televisione?» (ma no!?!), nella viscida e allettante proposta del sottosegretario all’innocente e inesperta (!) Cri-cri. Da parte sua, la paziente Maria Rita alla fine non può non giocare a carte scoperte. E le scopre proprio tutte: «Senti, Patata, non me ne po’ fregà di meno! Mi avete rotto le scatole con i vostri problemi. Chi è frigida, chi è impotente, chi ha l’amica, chi non gli piace la moglie… ma ai miei problemi, dei problemi di Maria Rita Amoroso, chi gliene frega? A nessuno! Ecco a chi gliene frega! Io sono una donna come tutte le altre! (prova a spogliarsi per dimostrarglielo)». Ora è l’alba. Dopo quella notte, che è stata anche notte della coscienza, cosa rimane e/o cosa è nato? Anche Federica raccoglie i cocci, e il futuro non è certo roseo: «Non ho più una casa, non ho un mestiere, non ho una meta (qui il nervo è scoperto) e non ho più una lira…le ultime le ho spese per questa festa». La foto di gruppo davanti a Postiglione che dorme dalla sera prima. Il nostro professore ha avuto il coraggio di mollare la moglie, il figlio e il suocero. Ha smentito chi non avrebbe scommesso una lira su di lui: «Tu non sei ad un bivio, Patata, tu sei di quelli che non lasceranno mai la famiglia!». Ora è un uomo che sta tentando di

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nuotare senza lasciarsi andare alla corrente. Non avrà ancora il respiro lungo, ma uno straccio di speranza è apparso all’orizzonte: «Un posto al mondo per me ci sarà!». Dopo solo quattro anni, nel 1992, in Maledetto il giorno che ti ho incontrato, Carlo Verdone ci sbatte subito davanti agli occhi la cartella clinica di Bernardo, protagonista del film insieme a Camilla, la cui cartella segue a ruota. Detto francamente, la cosa ci intriga al punto tale che ci mettiamo comodi a dare uno sguardo ad ambedue. I genitori di Bernardo. Padre e madre. Gli rimproverano anche in sogno di esagerare con i tranquillanti, con le pasticche. Il padre (sicuramente un parente stretto dell’ingegner Camillo Tinacci) gli intima di tirar fuori le palle, mentre la madre critica la scelta di quei vestiti che, a quarant’anni, lo involgariscono. È un sogno estremamente rivelatore di tutta una situazione che viene a galla frenata da modalità stratificate e incancrenite nel tempo. Bernardo (chi accetta la scommessa?) è il prodotto e il risultato di una terapia familiare che non c’è mai stata. Come già la riunione dei compagni di scuola finalizzata al ricordo (davvero?) degli ultimi anni di studio, anche il libro che Bernardo sta scrivendo su Jimi Hendrix è un tentativo di psicofuga all’indietro verso una presunta età felice. La voglia di tornare adolescenti. Le nevrosi come abbraccio, carezza e copertura. Come riempitivo. La presenza della nevrosi costituisce sempre una profonda e feroce denuncia politica e sociale. «Hendrix non ha conosciuto la madre». Guarda un po’. Bernardo, che ne dici? Cosa dici del fatto di essere stato intervistato in un programma intitolato “Juke box all’idrogeno”? Bernardo è convinto di star bene, di non avere problemi, di avere tutto ciò che un uomo possa desiderare: una bella casa, un lavoro appassionante e un grande amore. I suoi gesti,

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quando inizia ad ascoltare l’audiocassetta di Adriana che lo ha mollato: fuma golosamente e per poco non si dà fuoco con l’accendino. Le parole della donna fanno franare le sue certezze. Lei lo accusa di essere sedentario, di aver paura di tutto (ha conosciuto i suoi genitori?), di proporle del sesso che ormai è solo «minestra riscaldata». Poi l’affondo finale: «Più passa il tempo e più che la tua donna io mi sento tua madre!». Forse lo è davvero! Il divano è una zattera sgangherata e Bernardo è in preda al panico. Si misura la pressione… cosa si nasconde dietro il possesso dello strumento? Sicuramente la bella casa, il lavoro appassionante e il grande amore. Ora la cartella clinica ci parla di un uomo che, per sua ammissione, sta troppo male, che non se la sente neppure di guidare, che continua ad avere e ad incrementare una grande cultura in fatto di antidepressivi e di “effetti crociati” con ansiolitici vari, che ha paura di prendere l’aereo, che imputa all’assenza di Adriana (donna o coperchio?) la ricomparsa di tutte le sue distonie neurovegetative: «Non ce la faccio ad attraversare Corso Sempione, figuriamoci la Manica (dovrebbe andare in Inghilterra a realizzare uno scoop da allegare in cassetta al suo libro su Hendrix)». All’analista parla della madre, di Adriana (toh, che vicinanza!), del suo sentirsi orfano (della madre o di Adriana?), accenna in maniera imbarazzata a test «privati e personali per verificare la reattività della propria sessualità». Solo un uomo che ha dentro di sé tante altre paure può raccomandare sottovoce all’analista di non scrivere “Bernardo” sulla cartella clinica ma un nome come “Luxor”. Proviamo ad infilare il naso anche nella cartella clinica, non meno voluminosa, di Camilla. Anche lei sembra essere a pezzi. Trentuno ciak per un semplice spot pubblicitario. Con Bernardo ha in comune lo stesso psicanalista, quel dottor Altieri di cui – è un classico – è innamorata. Si sente morire quando lui le annuncia che ormai potrebbe anche interrompere la terapia. Rifiuta categoricamente. Al pari di quella di Bernardo, la quotidianità di Camilla

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è riempita da tante gocce. Torniamo alla precedente cartella, visto che i due, frequentando lo stesso psicanalista, anche se in modo un po’ casuale, si sono conosciuti. Quando Bernardo, per vendicarsi, registra una videocassetta per Adriana, è un concentrato di gesti e parole rivelatrici, ancora una sorta di “fai da te” dell’autoterapia. È stravaccato sul letto con un accappatoio bianco, fuma e parla della donna con cui sostiene di avere da tempo una relazione: «…è una ragazza molto sensibile, molto tormentata, per la quale io sto diventando, giorno dopo giorno, un punto di riferimento». Dovrebbe cominciare a imparare a prendersi cura di se stesso. E’ lui che è sensibile e tormentato, ed è lui che cerca un punto di riferimento. Lo trova nello psicanalista: «Il professor Altieri cominciava a piacermi, forse per via di quella sua aria aristocratica e rassicurante. Fatto sta che in capo a un mese non potevo fare più a meno di lui». Però è lo stesso Bernardo che confessa di «essere completamente strafatto di tranquillanti». Compare il miracoloso Serenil da prendere a dosi di quindici gocce lontano dagli alcolici. Continua a dimostrare di essere un esperto (!) di farmaci e, a modo suo, di autoanalisi quando domanda ad Adriana (sperando che in qualche modo la risposta possa concretizzarsi in una prescrizione taumaturgica) se lo vuole più forte, più risoluto, più cinico. Si sente consigliare di ritrovare l’equilibrio e la dignità. Le due cartelle diventano quella di una sola persona quando Bernardo e Camilla decidono di fare fronte comune contro i loro problemi esistenziali: «Pensammo di unire le forze per superare le nostre fobìe […]. Eravamo decisi a venirne fuori una buona volta per riuscire a comportarci come persone normali». Fino all’esplosione cinematografica di quella sequenza indimenticabile in cui Bernardo, in albergo con Camilla, riversa sul letto tutto il contenuto di una sacca piena dei farmaci più svariati, l’uomo bara con sicurezza parlando

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di valeriana, di passiflora, di tiglio. La sicurezza finta di chi vorrebbe realmente entrare solo in erboristeria. Una battuta a stemperare una situazione ancora pesante: «…’n’altro po’la facevamo noi la fine di Hendrix!». La cartella clinica ci rivela che ora Bernardo si affida al Serenil-retard, che Camilla in realtà cerca solo uomini rassicuranti, che non è più innamorata (ora al posto di Altieri c’è un maturo agente teatrale, molto pigmalione e molto “padre”) e che si annoia tremendamente. Confessa a Bernardo che l’impresario le dà solo sicurezza, perché la loro scopata è di tipo «retorico», «come andare a letto con un fratello Karamazov». Insomma, un uomo «antiquato» (probabilmente molto funzionale alla sua rinascita). Avanzamento veloce. Bernardo e Camilla sono fatti l’uno per l’altra, e con i pochi soldi rimasti se ne vanno a cena al Ritz. Ad aprire un’altra cartella clinica? A gettare definitivamente quella sacca? Forse solo a mangiare e a capire che si può essere «persone normali» anche sedendo allo stesso tavolo con i propri problemi e con i propri fantasmi veri o presunti. Altre cartelle cliniche, altri padri tiranni da psicanalisi, un altro campionario di uomini e donne con un male di vivere che rispecchia esattamente la degenerazione del nuovo millennio. È il 2003, e nella filmografia di Carlo Verdone appare un altro film rivelatore come Ma che colpa abbiamo noi, che, guarda caso, comincia proprio con una seduta collettiva durante la quale nessuno si è accorto che l’anziana dottoressa Lojacono è morta dietro quei suoi grandi occhiali neri. Gegè Tinacci, dopo aver ascoltato il racconto del sogno dell’amico Ernesto, parla di affetti definitivamente persi, traditi, di nuclei familiari distrutti, di classici sensi di colpa di matrice cattolica. Ancora una volta il prontuario d’emergenza, le cento cose da sapere sulla psicanalisi, quel “fai da te” – dopo aver orecchiato, letto e sperimentato – che si ripropone come termometro e indicatore epocale, come denuncia

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rivelatrice. Il “fai da te” che regala l’illusione-placebo, nella schizofrenica deriva senza fine della folla solitaria, di saper smontare il disagio e il malessere per poterlo in qualche modo sopportare, tenerlo sotto controllo, renderlo meno temibile. Gli altri faranno capire a Gegè che la sua interpretazione è del tutto errata. Chi sono «quelli delle 18.45?». Anche qui ci permettiamo di fare una piccola incursione tra gli appunti della Lojacono: Flavia che continua a riempire gli armadi di scarpe; Chiara che sembra vivere solo di chat; Ernesto che dorme sui treni senza avere il coraggio di lasciare la moglie; Luca gay con amichetto sposato; Gabriella che non si arrende allo scorrere degli anni continuando a cercarsi avventure con ragazzi molto più giovani di lei. Degli altri, se sarà il caso, faremo la conoscenza più avanti. La morte della dottoressa Lojacono pone i componenti del gruppo al capolinea del loro comodo delegare e del loro rifiutarsi di assumersi responsabilità. Ora debbono decidere, non possono continuare ad essere del tutto incapaci di vedere realmente se stessi calandosi nel disagio e stando integralmente dentro le proprie nevrosi e le proprie ossessioni. Quella penombra che bisogna attraversare, è vitale farlo, per renderla meno spaventevole, meno aggressiva, meno annichilente, meno invalidante. La morte della Lojacono è una scoperta/rivelazione cui segue una lunga parentesi di caos tra i presenti, una sorta di punto zero (rifondante) da dove

Maledetto il giorno che t’ho incontrato

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ripartire: «Cerchiamo di ragionare!». È necessario farlo, perché fuori da quello studio medico quotidianamente si materializza un altro caos programmato e istituzionalizzato con cui il gruppo prima o poi dovrà fare inevitabilmente i conti. Chiara comincia a navigare anche verso la bulimia. Diventa Nausicaa e aspetta nevroticamente i messaggi di Orpheus. Emblematicamente fra loro si parla di «alzare il sipario». Uomini che si riducono a parlare al bagno con l’amante al cellulare. La disperata voglia di Flavia di dormire in realtà è solo un disperato desiderio di fuga. Lo stesso di Ernesto, che pure continua a parlare di famiglia splendida e di moglie bellissima. In un contesto, questo sì, malato e ossessivo, fondato sulle false certezze da obbligo sociale in cui non si è mai elaborato il lutto (e come potrebbe accadere? Lo permetterebbe la coesa e impaurita maggioranza del sottosegretario Valenzani?) per la morte dell’intelligenza e della dignità, per la morte di un giusto ed equilibrato rapporto fra individui fondato sui gesti, sulla parola, sull’accettazione, sull’abbraccio e su un gioiosamente devastante e rivoluzionario gioco della sincerità. Gabriella continua nel gioco del rimorchio. Il terrore dell’età, del decadimento fisico, del progressivo venir meno delle proprie prestazioni. La sessualità (siamo circondati da messaggi in giarrettiera da Assedio delle sette frecce) come unica modalità per parametrare la propria vita e quella degli altri. Contesto sociale sempre più malato, ossessivo, compulsivo, catodico, da lettino dello psicanalista. L’amichetto di Luca che si sposa per mantenere integro l’intonaco. Dopo una esilarante e infelice incursione all’interno dello studio di un tuttologo, “sessuologia, terapia di coppia, ipnosi, parcheggio gratuito” (è un nuovo servizio della Asl?) – «Questo è il capo di una setta, non è un analista!» – il gruppo decide di entrare in autogestione ad eccezione dell’obeso Alfredo che si ritiene guarito e dà a tutti un indefinito appuntamento a casa sua per una spaghettata con la madre. Guarito? Cresciuto?

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Ci piacerebbe controllare anche la cartella della madre, domandare a lei la spiegazione dell’imminente suicidio del figlio. Anche un certo concetto di famiglia andrebbe preso per mano o per un orecchio e accompagnato dall’analista con tutte le sue omeostasi. È arrivato ora il momento di fare la conoscenza del padre di Gegè, di quel Camillo Tinacci che già da tempo avrebbe avuto bisogno lui di un TSO. L’ingegner Tinacci è la causa primaria di tutte le problematiche del figlio, della sua (finora) mancata emancipazione. Gegè è schiacciato, al limite della paura e dell’intimidazione. Per lui sarebbe un vero proprio suicidio parlare al padre della Lojacono. L’ingegnere rimprovera a Gegè, il balbettìo, Ennio e… il telefono che squilla a tavola, la suoneria indecente, le mani daMorricone lavare. «Perdonami, non accadrà più!» La stanza degli orologi dimostra chiaramente (altra bella botta di sceneggiatura) che il vero maniaco compulsivo da guardare a vista è proprio l’ingegner Tinacci. La bugia di Gegè a Daria la dice lunga sulla situazione (è però una bugia da fondo del bicchiere, propedeutica al golpe familiare/lavorativo imminente): «Gliene ho dette quattro di fronte a mezza fabbrica… gli ho detto ‘Che non accada più!’… gli ho sbattuto la porta, e quando sono andato via tutti gli operai mi hanno applaudito […]. Mi sono autosospeso. Decido io se rientrare e quando rientrare!». L’ingegner Tinacci è arrivato addirittura a inibire gli stimoli sessuali del figlio. Invita in Italia il nipote Manuel per cominciare a fargli capire che in un prossimo futuro intende lasciare a lui la direzione della fabbrica, a lui e non a quell’incapace di Gegè, che è anche più basso (!) del figlio. Il nostro si aggrappa a una tisana, mentre il “sequestrato” Manuel sente parlare il nonno di «futuro ridisegnato» e di «successione affidabile». Continua la faticosa ma progressiva presa di coscienza di Gegè che dice a Daria di sentirsi «usurpato», «denigrato», «offeso» e «scavalcato». Per risalire, una mano gliela offre anche Manuel, che rifiuta le offerte del nonno decidendo di ripartire

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subito per l’Argentina. La sua diagnosi è perfetta e pulita: «Che ci fai in questa casa? Che cazzo ci fai? Tu sei molto meglio, papà… vedi di reagire, reagisci, me lo prometti?». L’orizzonte esistenziale è diventato ancora più chiaro nella consapevolezza di Gegè: «Daria rappresenta per me una botta di ossigeno, una botta di adrenalina in questo schifo di merda di vita schiacciata da mio padre. E poi, è una ragazza che mi accetta (attenzione!) per quello che sono. Perciò (attenzione!) io sono felice con lei». La felicità come conseguenza, non come scelta. Ernesto che si sente chiedere dal figlio se ha messo la testa a posto. Ernesto che ancora fugge dormendo sui treni. Ernesto che deve chiedere alla moglie che lo ha perdonato (!) per tre volte il permesso di rimanere con gli amici. Ernesto che ora deve andare con la famiglia a vedere gli affreschi di Duccio di Buoninsegna. Ernesto che si sente ordinare dal figlio (ancora lui!) di fare la faccia più felice. Ernesto che afferma di essere «l’unico che ha risolto». Gabriella che si è rifatta i viso ed è convinta anche lei di essere felice. Flavia che passeggia sulla spiaggia col pancione frutto di un incontro occasionale e addirittura pagato. Gegè, ancora con la sua ansia, che parte per l’Argentina per andare a trovare Manuel. Nell’aria ancora l’eco delle parole finali indirizzate al padre durante il golpe in fabbrica: «Se lo capisce, bene, se non lo capisce, una frase più diretta può essergli di aiuto: ‘Vaffanculo’!». Diretto, senza retard.

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Ma che colpa abbiamo noi


Postilla n. 1. Mentre scrivo, la voce di Daniela che mi suggerisce altri spunti che andrebbero approfonditi da Compagni di scuola a Ma che colpa abbiamo noi. Coincidenze? Derivazioni? Parallelismi? La precarietà sentimentale di Federica a braccetto con Gabriella e con la sua paura di invecchiare. Carmela che sogna la maternità e Flavia che alla fine si realizza nella gravidanza. Piero Ruffolo Patata che ha una situazione fallimentare in famiglia e nel lavoro sembra scoprire, in un altro contesto, nel padre-padrone ingegner Camillo Tinacci, ingombrante, dispotico e nevrotico all’eccesso, le radici della propria insicurezza e del proprio disequilibrio. Da non dimenticare e da approfondire le definizioni rivelatrici «è la vita», «è l’ossigeno», sulle rispettive amanti di Piero e di Gegè. Verdone, cosa ne pensa? Postilla n. 2. A completamento di quanto sinora scritto, riportiamo la parte iniziale di una nostra recensione a Sono pazzo di Iris Blond (1996): «Il cinema aiuta a conoscere il mondo e ad ipotizzarne di migliori. A Carlo Verdone vogliamo un gran bene. Un bel pezzo di strada dei nostri anni migliori lo abbiamo fatto con un occhio all’asfalto e l’altro ai suoi cartelloni cinematografici. Piccolo (grande) breviario per capire solo tra qualche anno aspetti fondamentali, non rintracciabili su nessun testo scritto, del tempo che ci siamo appena lasciati alle spalle. A modo suo, con la sua personalissima caratura, sempre fedele a se stessa, eppure camaleonticamente diversa, fluttuante, Carlo Verdone da tempo sta scrivendo – senza dimenticare il debito che noi tutti abbiamo con Manfredi, con Mastroianni,

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con Tognazzi, con Sordi – la sua ‘Storia di un italiano’, quella che mette a nudo con discrezione – in una illuminazione diffusa che non ricorre mai a sciabolate violente di luce e di ombra – vizi e virtù italiche. Compilando un elenco agrodolce di tipi, passioni, mentalità, modi di essere e di fare di quell’italiano medio con cui la storia e lo storico di professione (molti di loro dovrebbero, per deontologia professionale, frequentare di più la sala cinematografica) non potrà non fare i conti. Misurandosi in tal modo con tutta una serie di elementi e di informazioni, sommerse e non, di enorme importanza. Di quelle che non hanno nulla da invidiare alla Storia, quell’altra, quella che frequenta salotti paludati, archivi, biblioteche. Verdone – per gli anni che stiamo vivendo – è uno di quegli autori che consentono agevolmente di accendere i riflettori di una ricerca alternativa e dell’intelligenza. […] Stiamo parlando della scrittura cinematografica della Storia, di una nuova didattica storica in grado di utilizzare in maniera istituzionalizzata e scientifica il prodotto filmico per coglierne al suo interno (e spesso il film è straordinariamente e diabolicamente anticipatore) segnali – come è stato detto – di spostamenti in corso, segnali di cambiamento epocale ed interpersonale che spesso sfuggono proprio a chi li sta vivendo. Che lo voglia o no, lo storico di professione dovrà sempre più approfondire la propria alfabetizzazione nei confronti di quella vela magica che consente itinerari affascinanti e altri, diversi e al contempo concretamente reali, nella Storia e nei sogni della Storia. Per non continuare anche a vendere aria fritta quando si parla di motivazione allo studio. Il discorso diventa allora quello di una totale riqualificazione – anche in questa direzione – di quella classe docente che in un prossimo futuro sarà chiamata al delicato compito di

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affondare il bisturi nella carne viva di questo secolo. Il cinema non può più aspettare fuori dalla porta di servizio. E Verdone – senza dimenticare lo spettacolo e il divertimento – è uno di quei buoni maestri che potrebbero molto nelle aule scolastiche».

Con Massimo Cardillo

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Verdone/Liberatori: viaggi di nozze di Ermanno Comuzio

C

i sono dei registi di cinema che confessano candidamente di non saper nulla di musica, e si affidano in toto al musicista loro assegnato (ma qualcuno assume tale atteggiamento per civetteria, salvo poi saper benissimo cosa vogliono: vedi Fellini). Ci sono dei registi di cinema che sanno di musica, e tirano l’acqua al loro mulino, considerando i musicisti come corollari utili sotto l’aspetto meramente tecnico ma ingombranti (salvo poi sostituirli di brutto quando il loro lavoro non piace più: vedi Kubrick che “protesta” Alex North per 2001 Odissea nello spazio sostituendone la fatica con brani di repertorio). Ci sono infine i registi che s’intendono di musica che vogliono al loro fianco signori musicisti, collaborando con loro su un piano paritario. Si tratta di sodalizi che non possono che giovare alla combinazione suono-immagine propria di ogni film che si rispetti. Uno di tali sodalizi è indubbiamente quello che si è instaurato tra Carlo Verdone e Fabio Liberatori. Verdone, si sa, è un profondo conoscitore di musica pop e rock, e non solo (ha curato anche, nel 1982, la regia al Teatro dell’Opera di Roma del rossiniano Barbiere di Siviglia).

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Ha una formidabile raccolta di dischi e lui stesso suona le percussioni (si definisce “un buon batterista della domenica”). Talvolta, durante le sessioni preparatorie per la scelta delle musiche, è lo stesso Verdone a segnare il tempo sui suoi strumenti; e in L’amore è eterno finché dura è lui alle percussioni nella registrazione finale. Quando comincia la sua carriera di regista-attore, parte alla grande, ottenendo (per Un sacco bello e per Bianco Rosso e Verdone) la collaborazione di Ennio Morricone. Ma l’incontro decisivo è quello con Fabio Liberatori, con cui entra in singolare sintonia a partire dal 1982 (per Borotalco) e con cui farà altri dodici film. L’incontro è proficuo perché Verdone, musicalmente, è attratto dallo sperimentalismo ed altrettanto accade per Liberatori: ambedue, pur esercitandosi nel campo della commedia all’italiana (anche se questo genere in Verdone assume caratteri tutti particolari) rifiutano le facili soluzioni basate sul folk facile e sulla musica similetno. Solo in I due carabinieri semmai è presente, sia pure trattato in maniera abbastanza originale, quel genere di musica (marcette, fanfare) tipico della “vecchia” commedia all’italiana. Il respiro dei nostri due Dioscuri è decisamente a vasto raggio: ambedue prediligono la musica della sfera anglosassone e le formazioni progressive. «Verdone è davvero

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aggiornatissimo – dice Liberatori – e ama ciò che di meglio nasce nel mondo della musica. In questo, naturalmente, abbiamo molta affinità»1. E ancora: «Il canale preferenziale di gusto musicale [di Verdone] sfocia in artisti come Brian Eno, David Sylvian, i Tangerine Dream che, guarda caso, sono il mio pane quotidiano da quando avevo tredici anni»2. Con questo musicista il nostro regista sa di trattare con un artista dalla formazione rigorosa, cui può chiedere molto. Fabio Liberatori (nato a Roma il 14 aprile 1955) pratica la musica classica fin da bambino, poi segue al Conservatorio corsi di pianoforte, composizione e direzione d’orchestra diplomandosi con il M° Fausto Razzi, allievo di Petrassi e sperimentatore accanito (è lui a familiarizzare Liberatori con la musica elettronica). Intanto però Liberatori si avvicina alla musica leggera (pop, ma anche jazz e fusion) e come tastierista suona in alcune formazioni e compie arrangiamenti per alcuni cantautori. Uno di questi è Lucio Dalla. È lui a fare da tramite fra il nostro musicista – allora impegnato alle tastiere del gruppo “Stadio” – e Verdone. Quest’ultimo con Borotalco intendeva voltare pagina rispetto ai primi due film (passare dal trasformismo di ritratti plurimi ad un personaggio unico indagato nella sua psicologia, per verificare se aveva la stoffa necessaria per continuare). Lucio Dalla era un po’ il protagonista occulto del film, in quanto il personaggio di Eleonora Giorgi era innamorato della sua musica e il regista aveva inserito in sceneggiatura un preciso riferimento ad una canzone di Liberatori composta insieme a Dalla (Un fiore per Al); a quest’ultimo si era rivolto per il resto della dimensione 1 Paolo Fazzini, Visioni Sonore. Viaggio tra i compositori italiani per il cinema, ed. Unmondoaparte, Roma 2006, p.150. 2 Giuliano Tomassacci, Intervista a Fabio Liberatori, in “Colonne Sonore”, Milano marzo-aprile 2004, p.29.

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sonora del film, ma Dalla lo aveva indirizzato appunto, per tale compito, a Liberatori. A Borotalco fu attribuito il Nastro d’Argento 1982 per la miglior musica. Da qui comincia la carriera cinematografica del nostro musicista, aiutata anche dalla passione che questi ha sempre nutrito per il cinema. Altri registi, oltre Verdone, hanno fatto ricorso a Liberatori: Casini e Marciano per Lontano da dove, Salce per Vediamoci chiaro, Ponzi per Il volpone e per Vietato ai minori, Passacantando per Il Giornalino di Gian Burrasca, Falduto per Antelope Cobbler, Vanzina per Quello che le ragazze non dicono (a parte qualche lavoro per la TV); ma il rapporto col regista in questione è di gran lunga quello privilegiato. Non è facile e non è semplice ciò che Verdone chiede a Liberatori. «Ciò che riesco a sviluppare musicalmente per Carlo – dichiara il musicista – è una sorta di minimalismo, uno stile musicale che in Italia non ha grande diffusione. Si tratta di musica elettronica molto… come dire… ambient, rappresentano una sorta di sfondi sonori»3. Questa stessa dichiarazione è “minimalista”; in realtà le cose sono più complesse. Diciamo che da lui Verdone vuole una musica che appartenga contemporaneamente alla dimensione classica e a quella pop, coniugando al tempo stesso gli interventi musicali presenti nell’inquadratura (musica di scena o “diegetica”, eseguita dai personaggi, ascoltata dall’autoradio o in discoteca) con quelli propriamente “di commento”. Interessanti i continui slittamenti tra questi settori, il modo cioè con cui una musica presentata come sfondo sonoro e ambientale si fa, con un passaggio ad un “livello” superiore, definizione e commento della situazione. Queste commistioni sono presenti, ancor prima, nelle invenzioni narrative di Verdone. 3 Paolo Fazzini, Visioni Sonore. Viaggio tra i compositori italiani per il cinema, op.cit.,p.151.

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Il protagonista di Borotalco (che si avvale fra l’altro di un bel tema eseguito da Liberatori al piano e da Maurizio Giammarco al sax) è agente di una casa editrice musicale; i due protagonisti di Perdiamoci di vista sono membri di un’orchestra sinfonica; quello di Maledetto il giorno che t’ho incontrato è un critico musicale che sogna un suo scoop sulle vere cause della morte di Jimi Hendrix (naturalmente con uso di musiche di quest’ultimo); quello di Gallo cedrone è un patito del rock che arriva a spacciarsi per il figlio naturale di Elvis Presley: in C’era un cinese in coma agisce un uomo di spettacolo (che richiede ovviamente una quantità assortita di ascolti musicali); in L’amore è eterno finché dura ecco un maniaco collezionista di dischi. Senza dire che il luogo deputato di Compagni di scuola (1988) – il salone della villa in cui i personaggi si ritrovano dopo tanto tempo – è dominato da un juke-box, che giustifica la rassegna di numerosi motivi in voga negli anni Sessanta e Settanta e innesca la gara fra alcuni dei convenuti a chi conosca meglio figure del rock. A proposito di musica d’epoca, Davide Iannuzzi precisa che in altre occasioni Verdone «alterna al rock più arcaico e gretto degli anni sessanta e settanta quello più raffinato e sperimentale degli ottanta»4. Il rock domina spesso i dialoghi. In Perdiamoci di vista, per esempio – film che incorpora tre canzoni di Chris Rea – i due protagonisti ascoltano, sul bordo di una piscina, un brano di David Sylvian e Riyuichi Sakamoto e lo commentano entusiasti; in Viaggi di nozze i due sposi “burini” (Verdone e Claudia Gerini) si rimpallano riferimenti a gruppi dark e metal che siglano ogni volta i loro rapporti sessuali («Erano i Nirvana, quella volta? Erano 4 Davide Iannuzzi, E il rock? “Un sacco bello”, in aa.vv., Carlo Verdone. Difetti speciali, ed. ancci – Associazione Nazionale Critici Cinematografici Italiani, Roma 2001, p.82.

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i Megadeath, Santana, Pearl Jam?...» e così via). Che la presenza di Verdone nella colonna sonora sia determinante lo provano anche i risultati dei film da lui realizzati senza l’apporto di Liberatori. Si tratta di Troppo forte (musica di Antonello Venditti), Stasera a casa di Alice (canzoni di Vasco Rossi), Al lupo al lupo (Manuel De Sica), e Sono pazzo di Iris Blond (Lele Marchitelli). Non per niente i risultati finali derivano da un lavoro comune: al momento della sonorizzazione Verdone sottopone a Liberatori diversi stimoli facendogli ascoltare brani presi da diversi rockers, diversi gruppi, diverse epoche; dopodiché il musicista interviene proponendo ed elaborando a sua volta. Ed ecco dei soundtracks in cui canzoni vecchie e nuove – insieme a pagine originali – trapuntano il risultato; e in cui i risvolti comici e sarcastici convivono con momenti patetici e melanconici. Forse una volta sola non troviamo canzoni in un film di Verdone: accade in Il bambino e il poliziotto, in cui gli elementi elegiaci sono accompagnati da musica strumentale, pianoforte ed elettronica. Tutta elettronica, e di carattere “colto” (tratta da un lavoro da concerto di Liberatori, The Asimov Assembly) è la musica di L’amore è eterno finché dura. Si è parlato sopra di sarcasmi. Val la pena di notare, a questo proposito, che qua e là nella filmografia dei due sodali, è la musica “classica” ad essere usata come contrappunto burlesco: così accade per esempio in Viaggi di nozze, sia nella triplice celebrazione nuziale dell’inizio – un omaggio scherzoso al barocco con richiami ammiccanti all’Hallelujah! haendeliano sia per la definizione del personaggio dell’insopportabile medico logorroico

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e maniaco. Spunti ripresi in Grande, grosso e… Verdone (per ora l’ultimo film) per la definizione del professore carogna, dotato di echi parodistici di ascendenza wagneriana. Responsabile, per la sua insipienza, della brusca interruzione del concerto in cui suo figlio si esibisce in un Improvviso di Schubert. Qui, e in alcuni altri film, le citazioni autentiche o camuffate si fanno quasi dolorose, mettendo la musica classica in funzione parodica accanto ad un uso “nobile” non realizzato, ancora una volta impedito dall’imbecillità di chi guasta i valori veri: nel citato Grande, grosso e… Verdone accade quando il figlio del professore esegue a quattro mani con la ragazza che gli piace la Fantasia cromatica di Bach; e in Io e mia sorella quando i due protagonisti, un oboista e una violoncellista, provano in casa una esecuzione presto disturbata da una vicina rockettara che ascolta la sua musica a tutto volume. Ma come: in un film di Verdone il rock assume il ruolo del “cattivo”? Battute a parte, non so se è vero che «l’opera di Carlo Verdone, in questi anni, ha contribuito da sola a sprovincializzare il gusto musicale del cinema italiano», come affermano due specialisti5. Di sicuro però l’affiatamento e il metodo di lavoro dei questi due artisti sono rari da trovare nel panorama del cinema italiano. E non solo.

5 Luca Bandirali e Giuliano Tomassacci, Una partitura per due. Conversazione con Fabio Liberatori e Carlo Verdone, in Luca Bandinelli, Musica/Regia. Il testo sonoro nel cinema italiano del presente: storia e testimonianze, ed.Argo, Lecce 2008, p.85.

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Compagni di scuola, uno spaccato generazionale tra sorriso e amarezza di Nino Genovese

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n quel mondo virtuale ma affascinante, in quell’inesauribile “miniera” di ricerca, informazioni e notizie che è Internet, si trovano ormai parecchi siti (come “vecchicompagnidiscuola.it” o “compagnidiclasse.it”), che aiutano a ritrovare amici e colleghi di tempi lontani. Infatti, è diventata un’abitudine sempre più diffusa, quasi una moda, quelle delle “allegre” (si fa per dire) riunioni di vecchi compagni di classe, perfino delle Scuole Elementari o Medie, anche se gli incontri più “gettonati” sono quelli dell’ultimo anno delle Scuole Superiori: un anno particolare, alla fine di un ciclo di tre-cinque anni consecutivi di “convivenza”, con quell’atmosfera particolare che si respira, gli intrecci che si vengono a creare, i rapporti interpersonali e le dinamiche di gruppo, le interrogazioni finali, lo studio, l’ansia per gli esami (quelli... “di una volta”) che si avvicinano sempre più minacciosi, il senso del passaggio da un’età a un’altra, da un ciclo della propria vita ad un altro, che per alcuni costituisce una continuazione degli studi in ambito universitario, ma per altri rappresenta l’inserimento (o il tentativo di inserimento) nel mondo del lavoro. In ogni caso, è il “futuro” che diventa improvvisamente “presente”, con tutte le sue

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incognite, spesso molto diverso dalle attese, nel quale un posto importante, però, continua ad essere occupato dai ricordi sempre più sbiaditi, ma sostanzialmente indelebili, degli anni intensi e frenetici trascorsi tra i banchi di scuola, con le incertezze, le preoccupazioni, il desiderio di cambiare il mondo (per poi accorgersi che è il mondo a cambiare te) e – soprattutto – respirando quell’aria leggera e frizzante che caratterizza qualcosa che passa, malinconicamente e inesorabilmente, portata via dagli anni che si accumulano gli uni sugli altri, dagli acciacchi, dalle ferite e dalle scorie che il tempo addensa su di noi e sulla nostra vita, a volte diversa dai sogni, dalle attese e speranze, simbolo stesso di quella giovinezza che dura un attimo, nell’arco di quell’attimo appena più lungo che è l’intera vita. Molti tra coloro che leggono – e anche chi scrive – avranno sicuramente partecipato a qualcuno di questi incontri; ma, probabilmente, sono anche molti quelli che – come lo scrivente – saranno andati via con un nodo alla gola, con un senso di amarezza e di malinconia, che ti prendono e ti colpiscono come un pugno nello stomaco: nella constatazione delle ferite (materiali e morali) che il tempo e la vita, nella sua tragica realtà, hanno inferto su molti dei nostri vecchi, cari “compagni di scuola”, forse su noi stessi, di cui essi rappresentano lo specchio, la visione speculare. Questo desiderio inconscio e irrealizzabile di voler quasi fermar il tempo, di voler tornare indietro a quegli anni ormai lontani, con il ricordo dei docenti ormai quasi tutti scomparsi, magari con la scoperta che anche qualcuno di noi è prematuramente deceduto, costituisce un tentativo inutile, che, se, da un lato può risultare anche gioioso e può far sorridere, regalandoci qualche momento piacevole, dall’altro ti lascia in bocca un retrogusto così aspro ed amaro, che ti induce a pensare: «Mai più!». È quello che succede nel film Compagni di scuola di Carlo Verdone, un’opera che molti

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critici considerano il suo capolavoro, sicuramente un film molto ben condotto e recitato, intenso, amaro, graffiante, dolente, spietato, comico e drammatico, come l’argomento che tratta, che – probabilmente – tiene presente il film di culto Il grande freddo di Lawrence Kasdan, sia pure con una sua originalità e un suo spessore narrativo, e che sicuramente ha anticipato una “moda” che avrebbe preso sempre più piede, ispirando anche altri film e – almeno per quanto riguarda il titolo, che è identico – una serie televisiva, andata in onda su Rai due nel 2001, ambientata nel mondo della Scuola. D’altronde, una classe è un microcosmo emblematico della nostra società, in cui sono rappresentati in nuce un po’ tutti i tipi, i caratteri, gli stati d’animo, le situazioni, i problemi che fanno parte della nostra esistenza. Nell’elegante e lussuosa Villa Scialoja, sull’Appia, di proprietà dell’amante di Federica Polidori, una bella bionda interpretata da Nancy Brilli, “mantenuta” di lusso, ma disillusa dalla vita, che ha l’idea di organizzare l’incontro, sono invitati tutti i suoi ex-compagni di liceo. Si ritrovano, così, tutti insieme, dopo quindici anni: Piero Ruffolo, detto “Er Patata”, interpretato da Carlo Verdone, professore

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di Lettere in un Liceo privato fuori Roma, tormentato dalla moglie Cinzia (Serena Bennato), estremamente volgare, sguaiata e “burina”, e innamorato della sua giovane studentessa Cristina Romagnoli (Natasha Hovey), simbolo di quella giovinezza e di quella purezza di cui Piero è alla ricerca; Bruno Ciardulli, noto con lo pseudonimo di Tony Brando (Christian De Sica), cantante fallito, oberato dai debiti, che arriva ad umiliarsi chiedendo l’elemosina a tutti con un piattino in bocca; il ginecologo Armando Lepore (Maurizio Ferrini) e il magistrato Lino Santolamazza (Alessandro Benvenuti), che architettano uno scherzo goliardico abbastanza pesante, facendo credere a tutti che Lino sia diventato paralitico in seguito ad un incidente in cui ha perso tutta la famiglia e che sia costretto ad utilizzare una carrozzella sospinta dall’amico; Walter Finocchiaro (Angelo Barnabucci), arricchitosi con un Centro carni, rozzo, cinico, presuntuoso e sempre pronto alla battuta pesante; Mauro Valenzani (Massimo Ghini), divenuto un politico importante, un sottosegretario dall’aria misteriosa, che gira con la scorta e “sniffa”; Maria Rita Amoroso (Athina Cenci, che ha avuto il David di Donatello 1989 per la migliore attrice non protagonista), illustre psicologa, a cui si rivolgono insistentemente i suoi ex-compagni, oppressi da una serie infinita di problemi, ma che alla fine “sbotta” perché nessuno si accorge e si preoccupa di lei, della sua femminilità repressa, dei suoi conflitti interiori; Piermaria Fabris (Fabio Traversa), il compagno di scuola che è invecchiato peggio, che nessuno riconosce più a causa del suo aspetto fisico completamente cambiato («Tu c’hai avuto ’n crollo... d’ottavo grado della Scala Mercalli, però!», gli dice quel buontempone di Finocchiaro, che lo fa oggetto delle sue battute più pesanti; e poi, davanti al ritratto fotografico della classe: «Guarda com’eri, guardate come sei, me pari tu zio!»): il primo ad arrivare, ma anche il primo ad andarsene, infastidito dagli ammiccamenti e dalle battute dei suoi compagni;

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ed ancora Ottavio Postiglione (Luigi Petrucci), il “secchione” della classe, meridionalista, trapiantato al Nord per lavoro, esasperante e logorroico quanti altri mai e, per questo, evitato da tutti, tanto che alla fine Finocchiaro e Ciardulli, non potendone più, decidono di dargli un sonnifero per farlo addormentare («Ragazzi! Questo parla pure nel sonno! È indistruttibile, je volemo da’ ’na martellata?», commenta il solito Finocchiaro); Gloria Montanari (Luisa Maneri), una madre senza marito, con un passato infelice, costretta a portarsi il bambino alla festa; Valeria Donati (Eleonora Giorgi), un’affascinante giornalista, in profonda crisi con l’ex-marito, che è un altro compagno di scuola, anche lui presente alla festa, Luca Guglielmi (Piero Natoli), vignettista, che, dopo vari tentativi, riesce alla fine a riconquistare la moglie; Jolanda Scarpellini (Isa Gallinelli), l’amica zitella di Valeria, sfruttata e presa in giro da Lepore e Santolamazza; Francesco Toscani (Giovanni Vettorazzo), scapolo, che – a differenza del povero Fabris – negli anni ha migliorato il suo aspetto fisico, da sempre innamorato di Margherita, con cui instaura, durante la festa, un fugace rapporto; Margherita Serafini (Giusi Cataldo), sposata con un geloso carabiniere meridionale (Gianluca Favilla), che – nonostante scopra di essere attratta da Toscani – decide di rimanere con il marito; Gioia Savastano (Carmela Vincenti), la “spiritosa” della classe, intristita, però, per il fatto di non potere avere figli; Giulio Antenni (Silvio Vannucci), separato, da sempre innamorato non corrisposto della padrona di casa Federica, che ha un pacemaker molto rumoroso, simile a una sveglia. La riunione dura dal pomeriggio all’alba successiva, e in essa emergono problemi, complessi, frustrazioni, nevrosi, delusioni. Come si diceva, il primo ad andare via è Fabris, scocciato dal fatto di essere preso in giro da tutti per il suo crollo fisico, tale da renderlo praticamente irriconoscibile; Margherita va

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via prima di mezzanotte, quando viene a prenderla il marito carabiniere, tra le rimostranze di Francesco che, perennemente innamorato di lei, è riuscito finalmente a baciarla, ricambiato («Ma è arrivato dieci minuti prima!», esclama risentito; e Margherita: «Forse sei tu che sei arrivato quindici anni dopo!»); Valenzani, dopo aver promesso a Piero (Er Patata) di farlo trasferire in un liceo più vicino, lo convince a portare la sua giovane amica alla festa; ma poi, quando Piero va via dalla villa per incontrare la moglie, se ne approfitta ignobilmente («La palma dello stronzo non je la leva nessuno!», dice Finocchiaro); quando Er Patata capisce quello che è successo, lo colpisce con un pugno, e Valenzani abbandona la festa; Tony Brando, a sua volta, si accorge per caso che Lino è paralitico solo per finta, per cui ordisce contro di lui uno scherzo che, però, lo fa finire veramente in ospedale con una gamba rotta; Federica, intanto, scende al piano di sotto con le valigie, pronta anche lei per la partenza, e fa presente a tutti di essere stata “sfrattata” dall’amante, che le ha dato il buonservito, e di essere sul lastrico; Ruffolo è l’ultimo ad andarsene: rimasto senza la moglie, dalla quale si è liberato con una determinazione e un coraggio fino a quel momento a lui sconosciuti, e senza la giovane amica, che, a sua volta, l’ha “scaricato”, si siede

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sul cofano della sua auto rimasta in panne e – dopo averlo visto per tutto il tempo della riunione con in bocca una sigaretta di plastica – si accende, finalmente, una sigaretta vera, aspirando avidamente e nervosamente qualche boccata, perplesso davanti ad un futuro incerto, che, però, è finalmente tutto suo! Tra tanti personaggi, praticamente tutti negativi, meschini, incarogniti dalla vita, diversi da quello che erano – o avevano sognato di essere – da giovani, in fin dei conti è proprio lui quello più positivo, che, pur tra tanti complessi e contraddizioni, pur essendo un perdente, ha una sua coerenza e un’evoluzione, che lo porta a rivendicare la sua dignità, a riacquistare la sua libertà. È quanto gli aveva consigliato il vecchio maggiordomo, che, dopo averlo incoraggiato, gli aveva citato i famosi versi di Lorenzo il Magnifico: «Quant’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia / Chi vuol esser lieto sia / di doman non v’è certezza». Realizzato nel 1988, sceneggiato da Carlo Verdone, Piero De Bernardi e Leo Benvenuti, su soggetto degli stessi e di Rossella Contessi, prodotto da Mario e Vittorio Cecchi Gori per la Tiger Cinematografica, distribuito dalla Columbus, il film – dall’impianto assolutamente “corale” – è integralmente girato in presa diretta e si avvale della fotografia di Danilo Desideri, del montaggio di Antonio Siciliano, delle musiche di Fabio Liberatori, dei costumi di Luca Sabatelli e della scenografia di Giovanna Natalucci. Si può considerare tra le opere più mature di Verdone (dopo Un sacco bello – Bianco, Rosso e Verdone – Borotalco – Acqua e sapone – I due carabinieri – Troppo forte – Io e mia sorella, cui faranno seguito Il bambino e il poliziotto – Stasera a casa di Alice – Maledetto il giorno che t’ho incontrato – Al lupo al lupo – Perdiamoci di vista –Viaggi di nozze – Sono pazzo di Iris Blond – Gallo Cedrone – C’era un cinese in coma – Ma che colpa abbiamo noi

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– L’amore è eterno finché dura – Il mio miglior nemico – Grande, grosso e… Verdone), ed ha riscontrato un notevole successo di pubblico e di critica, con giudizi molto lusinghieri. Se, ad esempio, Gian Luigi Rondi parla di «un Verdone drammatico [...], l’occhio sempre lucido nell’osservazione della gente di cui è circondato, adesso però più portato a soffrirne che non a cedere, come agli inizi, al dileggio», il che rappresenta «un segno di maturità, in un film maturo» («Il Tempo», Roma, 23 dicembre 1988), Giovanni Grazzini mette in risalto «la misura del disegno e del colore», il «modellato psicologico e sociale delle figure», la «fluidità del racconto, quasi tutto in un interno», «l’assonanza fra gioco ed elegia», «l’affiatameto e la naturalezza degli interpreti» («Il Messaggero», Roma, 22 dicembre 1988); Walter Veltroni, dal canto suo, lo considera «una tipica commedia all’italiana con il mix giusto di gioia e di amarezza, di illusioni perdute e di speranze ritrovate», «un film amaro, carico di rimpianti per un tempo individuale e collettivo, che non torna, non può tornare» (Certi piccoli amori. Dizionario sentimentale di film, Sperling & Kupfer Editori, Milano 1994); Tullio Kezich sottolinea che «per fortuna non siamo di fronte alla denuncia di una generazione che ha fallito o simili sfoghi di moralismo politico, ma a una commedia di gruppo che nasce da una visione crepuscolare e in qualche modo “migliorista”» (Il Filmnovanta; cinque anni di cinema: 1986-1990, Mondadori, Milano 1990); e più o meno su questa stessa falsariga sono le valutazioni e recensioni di quasi tutti i critici. Per questo film – come già accennato – si è fatto spesso l’accostamento con Il Grande Freddo, realizzato da Lawrence Kasdan nel 1983, storia di sette ex-studenti degli ultimi anni Sessanta all’Università del Michigan, che hanno partecipato alla contestazione studentesca del Sessantotto, che si ritrovano ai funerali di un amico e passano il week-

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end insieme, ricordando i vecchi tempi, parlando del presente e del futuro e riscoprendo quel sentimento di amicizia che, quando è autentico, può essere duraturo: un’opera che è diventata un cult-movie praticamente per tutti gli ex-sessantottini d’America e d’Europa, ritratto collettivo di una generazione disillusa, divertente e amaro. Così come divertente e, nel contempo, amaro, ma anche meno prolisso, retorico e declamatorio, risulta nell’insieme il film corale di Verdone, che possiamo definire una commedia agro-dolce, molto più acre ed aspra che dolce, in verità; anzi, con un retrogusto davvero molto amaro e con un tono di struggente malinconia, che finisce con il diventare angosciante: come, molto spesso, è la vita! Ma, ancora meglio di qualsiasi valutazione e definizione, vale a sintetizzarne più efficacemente il senso e lo spirito complessivo la battuta di Cristina, la giovane studentessa e amica d’Er Patata, che, prima di andarsene, sgomenta, esclama: «Io non voglio diventare come voi!». E – soprattutto – il testo del telegramma mandato da uno dei compagni, che aveva deciso di declinare l’invito, che Federica legge agli ospiti: «Rifiuto partecipare vostra tragica riunione. Stop. Preferisco ricordarvi con tutti i capelli. Condoglianze». Forse, il più in gamba e intelligente, quello che ha capito davvero tutto!...

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Carlo Verdone e‌

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Mario Verdone intervista a cura di Franco La Magna e Mario Patanè

A

Mario Verdone, padre di Carlo, storico del cinema e critico cinematografico, grande ambasciatore del cinema italiano nel mondo, abbiamo rivolto qualche domanda sconfinando inevitabilmente (confidando nella indulgenza dell’intervistato) anche nel privato, ma soltanto per tentare di penetrare meno superficialmente nella personalità artistica del figlio. Dopo circa trent’anni d’ininterrotta carriera artistica (21 film in qualità di registasoggettista-sceneggiatore-attore, 8 film come attore, lavori teatrali e televisivi) si può ragionevolmente tentare un bilancio “cum grano salis”. Da storico del cinema e critico cinematografico, come giudica l’opera complessiva di suo figlio Carlo? R: Lo giudico un percorso serio di un ragazzo che ha cominciato ad osservare la realtà che lo circondava, sottolineando “tic” e “difetti” di certa italianità. È sempre andato su “dettagli” vocali e gestuali apparentemente non comici, ma che diventavano esilaranti e sorprendenti per il suo modo di porli al pubblico. Lui è sempre partito dalla voce per risalire al “tipo”. Questo (almeno in teatro e nei primi suoi due film Un Sacco Bello e Bianco,

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Carlò e Mario Verdone


Rosso e Verdone) è stato per lui il meccanismo nella creazione. Ma quello che apprezzo di più in lui è stato il sapersi sempre rinnovare. Ed infatti sono trent’anni che recita e dirige. Rispetto alla cattiveria al vetriolo della grande commedia all’italiana (Monicelli, Risi, Scola), Carlo Verdone è stato spesso considerato dalla critica (che ne ha, comunque, riconosciuto la nobile matrice) eccessivamente accomodante, addirittura bonario, troppo sbilanciato alla fine verso una conclusione tutto sommato abbastanza ottimistica. Condivide questo giudizio? R: No affatto. Innanzitutto ogni suo film ha una vena di malinconia molto marcata. Non ricordo un finale senza una leggera tristezza che contagia ogni suo racconto. Quella che viene scambiata per “bonarietà” è spesso un grande affetto per i suoi personaggi. Ma spesso il contorno nei quali si muovono è tutt’altro che buono e rassicurante. Lo sfogo dell’emigrante in Bianco, Rosso e Verdone, la morte della nonna (del medesimo film) nel seggio elettorale (dove tutti sono cinicamente distratti a considerare valido o meno il voto di una persona appena spirata), Compagni di Scuola, il cinismo del Gallo Cedrone, la miseria di C’era un Cinese in coma, il “vuoto pneumatico” di Ivano e Jessica in Viaggi di nozze per arrivare al professor Cagnato di Grande, Grosso e Verdone. Ecco, in quest’ultima perfida interpretazione sono d’accordo con lui. È stata veramente eccellente. Possiamo dire che in lui c’è spesso un’amara compassione ma non indulgenza.

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Qual è il film di Carlo che più preferisce e perché? E, viceversa, quale il meno amato e perché? R: Borotalco è il film che preferisco. La scrittura, i colpi di scena, le battute fulminanti, il finale… È una vera commedia all’americana come struttura. Con una Giorgi diretta molto bene, frizzante, luminosa, vivace. Forse Gallo Cedrone è quello che più mi ha lasciato perplesso. Non capivo se stava tornando indietro oppure se sentiva veramente la necessità di raccontare il “trasformismo” delle persone in un comportamento quasi “bipolare”. Sento che molti oggi lo rivalutano e lo vedono diversamente. All’epoca rimasi titubante. Ma a mio avviso ha fatto di meglio. Anche se come attore aveva un paio di momenti notevoli. Come quel finale sul palco elettorale… Che tipo di evoluzione (stilistica, linguistica, estetica, narrativa, recitativa) riscontra tra il primo e l’ultimo Verdone? R: Il primo periodo di Carlo è da grande “virtuoso”. Frutto delle esperienze teatrali precedenti e direi anche televisive. Ma da Io e mia sorella in poi vedo che si fa largo un autore che cresce nei toni più raffinati,in una scrittura più robusta ed in una recitazione più asciutta. Compagni di scuola è un gran film. Ma Maledetto il giorno che t’ho incontrato una sorpresa assoluta. Sembra sparita la sua anima romana e si fa strada una commedia più internazionale nei soggetti e nelle locations. E cambia, a mio avviso anche il suo modo di recitare. Decisamente più sobrio, più essenziale. Poi torna all’osservazione italiota di Viaggi di Nozze centrando in pieno la noia, il cinismo, l’evoluzione del linguaggio periferico… E

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poi rientra in un film dolente come Sono pazzo di Iris Blond, girato tutto in Belgio. Credo che Carlo abbia due, tre anime che ogni tanto deve far riemergere…. Ritiene Carlo quasi un figlio d’arte o pensa che avrebbe potuto imboccare una strada del tutto diversa? Lei, Mario Verdone, quanto pensa d’aver pesato nella scelta di Carlo? R: Da bambino e da ragazzo aveva una grande sensibilità. Sapeva fare qualsiasi “rumore” con la bocca: il treno, lo sciacquone, la zanzara, il tram… Aveva un ottimo orecchio e un buon ritmo. È un bravo batterista. Ma questo suo amore per il tamburo lo deve a me che l’ho portato tante volte al Palio di Siena. Io credo che la bella atmosfera che c’era dentro casa l’abbia molto ispirato ad una goliardia intelligente. Io e mia moglie spesso facevamo del teatro in casa con amici musicisti di chiara fama. Era un bel divertimento. Facevamo la Duse e D’Annunzio o la parodia di Assunta Spina… Ecco, Carlo probabilmente ha respirato molta di quella creatività casalinga. Poi indubbiamente il vedere spesso nel nostro salotto persone come Pasolini, Rossellini, De Sica, Zavattini, etc…non deve averlo lasciato insensibile. Non credo sia figlio d’arte. Ma semmai io “padrino artistico” di Carlo. Carlo e Luca avevano la stessa ironia trasmessagli da me e da Rossana mia moglie. E’ come se avesse ricevuto una spinta ad osservare , nei dettagli, la realtà. C’è ancora un futuro per la commedia all’italiana o – Carlo Verdone e pochi altri a parte – la ritiene una stagione inevitabilmente avviata verso il definitivo tramonto?

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R: La Commedia Italiana avrà futuro quando smetterà di essere “all’italiana”. Oggi viviamo in un epoca nuova a contatto con tante altre culture. Voler tornare agli stereotipi di un tempo è un grave errore. Dobbiamo osservare una nuova realtà (anche se meno rassicurante della precedente) e saperne cogliere i lati comici, malinconici e anche drammatici. L’intelligente ironia del regista e dell’interprete dovrà trovare il senso dell’equilibrio per raccontare tanti questi stati d’animo. Ma attenzione non possiamo abdicare alla risata! Oggi più che mai ne abbiamo bisogno. Come tanto bisogno abbiamo di film che mettano al bando banali soggetti, spesso volgari, che non fanno che allontanare pubblico dalle sale. Cominciamo a pensare seriamente all’internazionalità dei nostri prodotti. Questo è già un buon inizio per sopravvivere e rinnovarsi.

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Danilo Desideri

È

un rapporto umano straordinario, prima di tutto. Ogni volta che mi accingo a girare un film con Carlo sono assolutamente felice, ovviamente perché è un regista straordinario, ma soprattutto perché stimo molto l’uomo capace di gesti significativi e profondi. Ricordo un episodio per me importante durante le riprese del nostro primo film, Acqua e sapone, Carlo dopo aver visto alcuni giornalieri che lo avevano particolarmente soddisfatto, mi venne incontro all’improvviso e mi abbracciò davanti a tutta la troupe dicendomi “Io e te non ci lasceremo mai, lo sai?”. Per me illuminare una commedia significa lavorare molto sulla dimensione della luce e sulle più minime sfumature tonali per cesellare un’immagine perfettamente allineata alla storia, senza sbavature. Sembra un compitino facile, ma non è esattamente così. Fotografare un film drammatico presenta sicuramente molte sfide, tuttavia ritengo che alla fine sia sicuramente più semplice rispetto ad una commedia. Questo perché l’uso del controluce e del contrasto sono opzioni validissime per segnare e caratterizzare alcuni momenti narrativi di un film drammatico, laddove spesso sono semplicemente fuori luogo

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nelle commedie, dove il racconto per immagini è più soffuso, quasi sottotraccia. Girando una commedia l’autore della fotografia deve lavorare su registri più nascosti e meno diretti per trasportare il pubblico all’interno della storia. Durante le riprese de L’amore è eterno finché dura, un film che descrive un nucleo familiare segnato da aree di incomunicabilità sempre più marcate, volevo raccontare la vicenda suggerendo allo spettatore questo alone di sofferenza. Ho adottato una tecnica che io definisco delle “ombre” per comunicare il senso di angoscia dei protagonisti. Ho incrementato gradualmente nel corso della storia le zone d’ombra e dei neri dell’inquadratura, suggerendo in maniera quasi subliminale il malessere crescente vissuto dai protagonisti. La tecnica di ripresa e le scelte di Verdone Carlo ha ovviamente l’ultima parola su tutte le scelte più importanti in relazione ad ogni singola inquadratura, tuttavia una volta discussa la linea cinematografica del film, mi lascia molta libertà creativa per quanto concerne gli aspetti più propriamente tecnici, il taglio dell’inquadratura e i movimenti di macchina; lui ha così la possibilità di concentrasi sulla recitazione degli attori e sull’impianto narrativo. Questo per me è molto gratificante, perché con l’autonomia di cui godo riesco ad esprimere con completezza la mia visione cinematografica della storia. Ogni film con Carlo presenta sfide nuove ed atmosfere cinematografiche totalmente diverse dai precedenti. Basti pensare quanto siano diversi tra loro film come Compagni di scuola, Maledetto il giorno che t’ho incontrato e Sono pazzo di Iris Blond. Questo significa dal mio punto di vista, un approccio cinematografico diverso per ogni film, la possibilità concreta di sperimentare nuove soluzioni tecniche in grado di raccontare al meglio le vicende dal punto di vista visivo.

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2008, Grande, grosso e… Verdone una sfida anche visiva Il film è composto da tre episodi e la sfida dichiarata era quella di vestire, in termini metaforici, ogni episodio con una luce diversa, idealmente e sostanzialmente correlata alla storia del personaggio che stavamo raccontando ed al suo specifico mondo. Questo approccio secondo me ed il regista, era quello giusto, ma presentava delle difficoltà oggettive perché implicava necessariamente uno stile visivo differenziato con la realizzazione di tre fotografie totalmente diverse, quasi tre film in uno. Nel primo episodio dove è protagonista Leo l’eterno boy-scout, richiedeva una luce favolistica, quasi sognante. L’atmosfera di questo episodio ha assonanze con un recente film americano molto interessante Little Miss Sunshine, con toni sempre a metà strada tra il realismo, l’onirico e il surreale. In termini di fotografia ho spinto sulla saturazione dei colori

Con Danilo Desideri, sul set di Grande, grosso e… Verdone

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e ho definito una luce trasparente tipica di una favola. Il secondo episodio, è basato su Callisto, il Furio storico di Bianco rosso e Verdone, un professore petulante ed aggressivo, fintamente perbenista. Questa seconda storia richiedeva una cupezza ed un rigore espressivo assimilabile ad alcuni racconti di Dickens. Ho delineato allora una luce contrastata e dura, quasi polverosa. L’ultimo episodio, con la coppia dei chiassosi e irritanti nuovi ricchi in vacanza, è stato girato quasi integralmente in esterni tra Roma e Taormina, è più solare e caldo in termini di luce e colori. Qui ho utilizzato filtri polarizzatori per assorbire un po’ di luce in esterno, evidenziando l’azzurro del cielo siciliano e determinando maggiore profondità e tridimensionalità nelle immagini. Ma è stato proprio il terzo episodio che ha causato problemi alla lavorazione. Tutti noi eravamo sicuri che trasferendoci a Taormina avremmo trovato la luce ideale per le riprese. Il caso ha voluto che il tempo fosse infelice e burrascoso, tanto da far assomigliare l’incantevole Sicilia alla Cornovaglia. L’abilità tecnica, mia e dei miei collaboratori è stata quella di prepararci comunque per le riprese. Nel momento che il tempo ha girato dalla nostra parte, tutto era pronto, e Verdone da grande professionista è riuscito a completare le scene una dopo l’altra, con ambientazioni e abbigliamenti diversi. Tutti eravamo incantati a guardarlo nel recitare e dirigere al contempo. Sono convito che Carlo è riuscito nel suo scopo perché era sicuro che tutte le sue idee sarebbero state supportate tecnicamente dal mio lavoro, grazie anche alla fiducia che mi dimostra da sempre. Anche per questo lo ringrazio.

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Pasquale Plastino

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ineNostrum mi fornisce la magnifica occasione di ringraziare pubblicamente Carlo Verdone per avermi dato l’opportunità, molti anni fa, precisamente nel 1995, di partecipare all’ideazione del soggetto e della sceneggiatura del film Sono pazzo di Iris Blond insieme a Francesca Marciano. È nata così la mia carriera di sceneggiatore. Carlo, con il suo speciale intuito, aveva visto in me un potenziale buon collaboratore, sperimentandomi prima come aiuto regista e poi come sceneggiatore. Per me che, come formazione, provenivo dal mondo del teatro, il lavoro di sceneggiatore è stato un approdo organico e congeniale. Carlo applica il suo intuito in molti aspetti del suo lavoro e sbaglia raramente, dai collaboratori più tecnici fino alla scelta degli attori. La nostra collaborazione ha superato ormai lo scoglio del settimo film e continuerà anche per il prossimo. Come per un matrimonio, abbiamo scongiurato la crisi del settimo anno. Qual è il segreto? Non ce n’è. Si tratta soltanto di un incontro estremamente dialettico fra due persone con un bagaglio e una formazione culturale di diversa natura. Questa diversità diventa la ricchezza dei nostri incontri di lavoro dove si discute delle storie e dei personaggi. Si parte molte volte da punti di vista diametralmente opposti ma che poi trovano nella discussione la giusta dimensione. Lavorare con Carlo è molto facile perché non parte da “partiti presi”.

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Questo significa che il suo ascolto è a 360 gradi. Si può veramente parlare di tutto e azzardare di tutto per poi riportare la discussione su un terreno a lui più congeniale dove però è in grado di spiazzarti con delle intuizioni geniali frutto del suo ascolto. È quindi un vero piacere immaginare e creare una storia per lui e con lui. Ascoltare le improvvisazioni di dialogo del suo personaggio è talvolta talmente esilarante che non si riesce a scrivere materialmente e quando poi bisogna farlo non ricordiamo più le parole e le battute precise. Un tratto che mi preme sottolineare è la sua insistenza, ai limiti della pignoleria, per la scrittura delle famose “sinistre”, le parti descrittive di una sceneggiatura. L’interno di un appartamento, l’abbigliamento dei personaggi, gli oggetti, gli accessori, gli stati d’animo, le atmosfere sono sempre molto puntualizzati mai abbandonati alle genericità. Questo è un aspetto che mi piace molto perché trovo che sia importante suggerire, attraverso le parole, al lettore normale o ai collaboratori del film, l’immagine della scena quanto più precisa possibile. È un aspetto della sceneggiatura che ho sempre ritrovato anche in quelle di grandi registi di commedie da Billy Wilder a Woody Allen fino a Almodóvar. E infatti Carlo Verdone è un grande regista di commedia.

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Con Pasquale Plastino


Fabio Liberatori

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o conosciuto Carlo Verdone nel 1981 grazie a Lucio Dalla, con cui all’epoca collaboravo come pianista e tastierista. Fortuna volle che in “Borotalco” la presenza di Dalla nella sceneggiatura portò alla conseguente scelta di coinvolgerlo anche per la realizzazione della colonna sonora, cosa che avvenne puntualmente. Visto che ero l’unico del gruppo di Dalla (divenuto nel frattempo autonomo con il nome “Stadio”) ad avere competenze anche di formazione musicale classica e buone nozioni di composizione e orchestrazione, alla fine fui delegato a realizzare in pratica da solo la colonna sonora, organizzando il materiale di repertorio di Dalla e degli “Stadio” e in più aggiungendo musica appositamente composta da me. Carlo, bontà sua, fu così entusiasta di quella originale e composita, ma moderna e innovativa colonna sonora, che alla fine del lavoro, evidentemente soddisfatto del complesso assemblaggio delle musiche, in sala, di fronte a Dalla, disse sorridendo: “Io a  questo (e indicò me…) non lo mollo più…”. Mai avrei pensato che non stesse usando una cortesia di circostanza, come spesso accade.

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E invece era vero. Cominciò così una collaborazione che da “Borotalco” è arrivata fino all’ultimo “Grande, grosso e Verdone” di questo 2008, tra mille, sfaccettate avventure musicali. Lavorare con Verdone è al tempo un gradevolissimo privilegio e una dura disciplina. Essendo così esperto e competente di musica contemporanea, al contrario di una gran parte dei registi che ho conosciuto, non solo di classica, anzi soprattutto di grande rock ed avanguardia, le sue esigenze sono spesso così precise e puntuali, oltreché quasi sempre ottimamente ispirate, che non è esattamente uno scherzo accontentarlo, anzi... In genere i registi mettono non solo le musiche che più amano nei film, ma anche quelle che a loro sembrano più utili o convenienti; invece, nel caso di Verdone, si può dire che la colonna sonora sia piuttosto una vera estroiezione, un “esportare” dall’interno di sé per far conoscere agli altri quello che si è amato e che si ama dal punto di vista del piacere dell’ascolto della musica, messo al servizio delle sue immagini.  Quindi è una situazione progettuale non poco diversa dall’uso della musica della maggior parte delle nostre commedie nazionali.  Cosa che colloca le mie colonne sonore per Verdone in una posizione un pochino particolare, tanto è vero che, per esempio, Carlo nella sua carriera ha fatto dei veri e propri tributi a una serie di musicisti (perlopiù stranieri, ma non solo) che lui ama e che sono molto importanti per la sua formazione culturale ancor prima di quella specificamente musicale. Verdone non ha certo bisogno di sottolineare l’aspetto comico delle sue performances, che è talmente forte e perfettamente a fuoco nei suoi personaggi, in tutti i suoi film, che ha bisogno di altro per l’aspetto musicale.

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Davvero viene il dubbio,   quando si ascolta una musica eccessivamente buffonesca in certo commedie, che questa scelta vada parzialmente a tentare (spesso goffamente) di amplificare una comicità che non era forse così forte e originale. In questo io sono da sempre molto attento:   non mi piacerebbe sottolineare l’ovvio e il“già presente”, lo spettatore quasi sempre non ne ha alcun bisogno, anzi, io ho sempre cercato di creare una specie di contraltare psicologico con la musica, quando  di “concretezza”, quando di astrazione, sovente di stemperamento stilistico  di alcuni messaggi pregnanti del film, proprio per lo sforzo di fare qualcosa di complementare e artisticamente arricchente per l’opera, e non solo di sussidiario o di sottolineante. Molte citazioni musicali nei film italiani di un certo tipo hanno un sapore “casareccio” che mi trasmette un senso di vile utilizzo di un qualcosa che, oltre ad esistere già,  e di cui l’opera non si appropria armonicamente e organicamente ma la utilizza a mo’ di goffo vessillo, sa tanto di specchietto per le allodole amplifica-effetto, come una insulsa sovrastruttura.  E invece Verdone mi ha sempre colpito con questa sua capacità opposta, con questa sua profondità di approccio filosofico dell’utilizzo del mezzo: a parte tutti i riferimenti che ci ha dato in questi anni, di cui ancora oggi il cinema italiano fa fatica a fare tesoro almeno nell’ ambito della commedia, ma non solo.  Il solo suggerimento di andare a riscoprire e proporre costruttivamente ad esempio un grande artista come   David Sylvian, così come  tanta altra  musica non esattamente “commerciale” che ha sempre inserito con sapiente delicatezza, e amore, anche a rischio di fare qualcosa che possa sembrare difficilmente comprensibile all’interno dei suoi film, meriterebbe un capitolo a parte.  Mi sembra invece che il cinema italiano spesso  non eccella nel compiere un’analisi

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critica di quanto invece poteva essere preso proprio come un cambiamento necessario e innovativo del modo di utilizzare i brani musicali, sia originali che di repertorio.  E così accanto a Verdone continua a coesistere tutta una serie di altri film di intrattenimento che però non hanno questo sfondo culturale, di sensibilità, e anche di grande ricchezza musicale: il messaggio di Carlo è poi veicolo di arricchimento non solo dal punto di vista stilistico-emotivo, ma anche di quello dei sentimenti più ricchi, è un mondo molto sfaccettato, pieno di riferimenti e profondamente umano al tempo stesso.  Spero fortemente che le mie musiche, spesso composte fianco a fianco col regista, abbiano in qualche modo contribuito a tali esiti. in  Melisanda Massei Autunnali (libro su Verdone in preparazione)

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Con Fabio Liberatori


Schede filmografiche

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Compagni di Scuola

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Regia: Carlo Verdone Origine: Italia, 1988 Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori per la Cecchi Gori Group Tiger Cinematografica Distribuzione: Columbia Tri Star Films Italia Soggetto: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Rossella Contessi, Carlo Verdone Sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carlo Verdone Fotografia: Danilo Desideri Scenografia: Giovanni Natalucci Costumi: Luca Sabatelli Musica: Fabio Liberatori Montaggio: Antonio Siciliano Organizzatore generale: Luciano Calzola Interpreti: Carlo Verdone, Alessandro Benvenuti, Angelo Bernabucci, Nancy Brilli, Giusi Cataldo, Athina Cenci, Christian De Sica, Maurizio Ferrini, Isa Gallinelli, Massimo Ghini, Eleonora Giorgi, Natasha Hovey, Luisa Maneri, Piero Natoli, Luigi Petrucci, Fabio Traversa, Silvio Vannucci, Giovanni Vettorazzo, Carmela Vincenti Durata: 118'


SINOSSI:

La mantenuta trentacinquenne Federica riunisce nella sua villa al mare, dopo quindici anni dalla licenza liceale, un nutrito gruppo di excompagni: Maria Rita, nubile psicologa; Gloria, ragazza madre; Valeria, giornalista impegnata; Gioia, donna sterile e spiritata; Jolanda, querula zitella; Margherita, insoddisfatta moglie di un geloso carabiniere; Francesco, l’imbellito del gruppo; Fabris, peggiorato fisicamente ed irriconoscibilmente calvo; Luca, ex-marito di Valeria, vignettista satirico; Bruno, cantante fallito; Attemi, videomane; Armando, impenitente burlone; Lino, un magistrato finto paralitico; Mauro, cinico politicante; Ottavio, insopportabile sapientone; Finocchiaro, sfrontato macellaio; Piero, soprannominato “il Patata”, estroverso professore di liceo, afflitto da una moglie sguaiata e castissimamente innamorato della sua allieva Cristina. In questo incontro, dal pomeriggio all’alba successiva, le illusioni, le nevrosi ed i fallimenti di una generazione piena di problemi vengono evidenziati sconsolatamente.

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C

om’è triste lo sguardo di Carlo Verdone sui suoi coetanei, quei trentacinquenni che quindici anni fa sono usciti dal liceo! Nonostante Io e mia sorella fosse già un film “serio”, finora Verdone lo abbiamo visto soprattutto ridere, o sorridere. Adesso sorride ancora un po’ (per farci ridere), ma l’atteggiamento, ormai, è di uno che graffia, sconsolato, quasi tutta intera la generazione di cui fa parte, come già certi suoi colleghi d’oltreoceano (Il Grande Freddo, La caduta dell’impero americano). Dei graffi “all’italiana”, naturalmente, facendo ancora posto al lazzo e alla beffa, ma sempre in cifre amare, anzi amarissime, che la realtà di oggi, di certi ex giovani di oggi, ce la restituiscono sotto le luci più scure, e negative, con pochissime speranze di salvezza, psicologiche e morali. L’occasione, la classica “rimpatriata” di alcuni compagni di scuola quindici anni dopo la maturità; organizzata da una collega che adesso è ricca perché mantenuta da un ricco. Ci sono falliti e arrivati, delusi e tristi, insicuri e tronfi, tutti penò, salvo poche eccezioni, incapaci di volare alto, solo legati a piccoli giochi meschini e pronti a riannodare vecchie rivalità, nuovi abusi. Verdone li osserva con voluto distacco. Non partecipa per nessuno, neanche per quel personaggio pieno di compromessi e di 106

falsi equilibri cui dà vita egli stesso: qua mette alla berlina, là insiste sui pedale di un’ironia che intenzionalmente sconfina nel sarcasmo, là ancora finge di voler arrivare addirittura alla farsa ma in realtà avvolge poi tutto, con puntualità, in atmosfere aggressive e polemiche, con il “basso continuo” di uno sconforto che non tarda a permeare di sé tutta la vicenda. Non siamo, certo,al ritratto di una “generazione perduta”, ma non si stenta a ritrovare in tutti quei personaggetti volutamente di mezza tacca, anche nel politico che ha fatto carriera, il segno di un grigio sfacelo, che, anche là dove i modi sono divertenti, serra il cuore. Un Verdone drammatico, insomma, l’occhio sempre lucido nell’osservazione della gente di cui è circondato, adesso però più portato a soffrirne che non a cedere, come agli inizi, al dileggio. Un segno di maturità, in un film maturo. Lo attraversano, oltre a Verdone attore, anche interpreti come Nancy Brilli, Athina Cenci, Christian De Sica, Massimo Ghini, Eleonora Giorgi, Fabio Traversa. Facce di oggi, con il crisma di questi tempi impietosi, poco meritevoli, secondo l’autore, di pietà. Gian Luigi Rondi Da Il Tempo, 23 dicembre 198


Maledetto il giorno che t’ho incontrato

Regia: Carlo Verdone Origine: Italia, 1992 Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori per la C.G.G. Tiger Cin.ca s.r.l. e Pentafilm s.p.a. Distribuzione: Penta Film Soggetto e sceneggiatura: Carlo Verdone, Francesca Marciano Fotografia: Danilo Desideri Scenografia: Francesco Bronzi Costumi: Tatiana Romanoff Musica:Fabio Liberatori Montaggio: Antonio Siciliano Direttore di produzione: Roberto Malerba Interpreti: Carlo Verdone, Margherita Buy, Giancarlo Dettori, Stefania Casini, Elisabetta Pozzi, Richard Benson, Dario Casalini, Ermanno De Biagi, Gillian Mc Cutcheon, Alexis Meneloff, Count Prince Miller, Christopher Owen, Renato Pareti, Valeria Sabel, Massimo Tarducci Durata: 115’

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SINOSSI:

B

ernardo Arbusti, romano d’origine residente a Milano, fa il critico rock, ed è alla ricerca di notizie su Jimi Hendrix, di cui dovrebbe stendere la biografia. L’affanno della ricerca gli fa trascurare la fidanzata Adriana, che se ne va, lasciandolo alle sue nevrosi. Affidatosi alle cure dello psicanalista Ludwig Altieri, Bernardo s’imbatte, proprio nel pianerottolo del medico, nella giovane Camilla, attrice, anche lei nevrotica, invaghita dell’Altieri. Nasce fra loro una bizzarra solidarietà, fatta di reciproche confidenze sulle proprie nevrosi, sintomi, pillole e terapie… Quando lui parte per la Cornovaglia, sulle tracce di Jimi Hendrix, lei decide di accompagnarlo.

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M

a tu che tipo di ansiolitico prendi? E a che anno sei dell’analisi? Conosci quelle gocce che si mettono sotto la lingua e per almeno dodici ore ti passa quella cosa allo stomaco che si chiama angoscia? Insomma, metti insieme due nevrotici e gli argomenti di conversazione sono infiniti, la reciproca comprensione è immediata e l’amicizia inevitabile. Se poi il nevrotico è Carlo Verdone, la nevrotica è Margherita Buy e il film è Maledetto il giorno che t’ho incontrato – in cui Verdone autore voleva“finalmente un po’ di ottimismo e un finale pieno di speranza” – è anche inevitabile che l’amicizia si trasformi in un amore da ‘ vissero felici e contenti’. […]. Presentando il film alla stampa in compagnia di Margherita Buy, Carlo Verdone ha rivendicato il diritto all’ uso dell’ ironia sulle nevrosi, e – perché no? – sull’analisi, anche perché, dice “lo abbiamo fatto con molta verità, raccontando molto di noi stessi e giocandoci sopra. Io sono un buon conoscitore di ansiolitici, ne abbiamo parlato molto con Margherita. Dovevate vederci con che facce siamo saliti, essendo entrambi terrorizzati dal volo, sull’aereo per Londra! Per fortuna io sono preparatissimo sui tranquillanti in gocce…”. In Maledetto il giorno che t’ho incontrato, una produzione Cecchi Gori e Berlusconi, Carlo Verdone ha messo alcuni elementi che, dice,

“amo molto e sono la Cornovaglia, dove spero di andare presto e Jimi Hendrix. Il mio mito dai 16 ai vent’anni, legato alla memoria di un’epoca felice ed è sulla base dei suoi dischi che ho cominciato ad imparare a suonare la batteria. Non è sembrato vero di poterlo usare nel film. È su di lui che Bernardo scrive il suo libro e perciò va a cercare ‘ scoop’ in Inghilterra”. C’è riuscito stavolta Verdone a fare “un film tutto diverso” come si ripromette ogni volta, tant’è vero che l’affermazione è ben nota ed è addirittura oggetto di scherno da parte di Nanni Moretti? Buono e rilassato come sempre – almeno finché l’argomento non sia la regia lirica – Verdone dice che “se Moretti ride di me, non mi offendo. Anzi, gli voglio bene e mi diverte. Però quando dico che ho fatto un film diverso, io mi carico, ci credo. Anche perché una cosa che odio è ripetermi. Prima di tutto stavolta credo di non aver fatto il solito ‘ panettone di Natale’ , come ha detto giustamente una volta Lietta Tornabuoni, e, senza preoccuparmi delle uscite, ho solo pensato a fare una commedia di qualità.”… Maria Pia Fusco Da la Repubblica, 26gennaio 1992

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Al lupo al lupo

Regia: Carlo Verdone Origine: Italia, 1992 Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori per la C.G.G. Tiger Cin.ca – Giuliavittoria Audio.VI Distribuzione: Penta Film Soggetto e sceneggiatura: Gianfilippo Ascione, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carlo Verdone Fotografia: Danilo Desideri Scenografia: Francesco Bronzi Costumi: Gianna Gissi Musica: Manuel De Sica Fonico presa diretta: Benito Alchimede Montaggio: Antonio Siciliano Organizzatore generale: Laura Fattori Direttore di produzione: Fabio Massimo Dell’Orco Interpreti: Carlo Verdone, Sergio Rubini, Francesca Neri, Barry Morse, Gillan Mc Cutcheon, Giampiero Bianchi, Cecilia Luci, Maria Mercader Durata: 115’ 110


SINOSSI:

V

anni Sagonà è un apprezzato pianista che vive solo per la musica ed è afflitto da timidezza cronica. Gregorio, svampito e ridanciano, si arrangia come DJ, sfruttando la grande cas paterna. Livia è sposata, ha una figlia, un matrimonio infelice e un amante. I tre fratelli partono sulle tracce del vecchio genitore, e la ricerca si trasforma in un viaggio sentimentale nei luoghi della loro infanzia, alla scoperta l’uno dell’altro: la faciloneria di Gregorio, l’egoismo di Vanni, la frivolezza di Livia trovano le loro radici in un passato che sembrava dimenticato, e l’esperienza fa nascere nuove possibilità di rafforzare il legame fraterno che il tempo e le circostanze avevano sbiadito…

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D

itemi pure che sono della vecchia ondata, ma giovedì sera friggevo vedendo in tv Pippo Baudo che svelava pezzo per pezzo la trama e i temi di Al lupo al lupo. E i tre interpreti Carlo Verdone, Sergio Rubini e Francesca Neri anziché far causa alla Rai per spionaggio industriale erano là, nel cuore dell’indiscrezione, a farsi interrogare e a sottoporsi a un test sul mammismo. Mi è tornato in mente Chaplin, che non rivelò mai la trama di un suo film prima che fosse pubblicato. Oggi la fretta ammazza

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tutto, i libri si digeriscono prima di aprirli, il problema è sempre e solo quello di arrivare primi. Presto per comodità dei lettori postmoderni faranno uscire i gialli con il nome dell’ assassino stampato in copertina. E addio a quel magico addentrarsi in un film nuovo senza sapere dove ci porterà. Per fortuna io Al lupo al lupo l’avevo visto prima che venisse spiegato al popolo televisivo, anzi mi ripromettevo di commentarlo senza scoprirlo troppo. Perché la storia dei tre fratelli Sagonà si regge sulla suspense. Ascione, Benvenuti e De


Bernardi, che con il regista Verdone hanno scritto la sceneggiatura, fanno sparire all’inizio del film il celebre scultore Mario proprio quando dovrebbe presenziare a un concerto del figlio minore. Sull’ansia di quest’ultimo si scatena la ricerca, coinvolgendo Livia tutta presa dai suoi problemi personali fra marito e amante, e Gregorio, che sotto il cappellone a punta dello showman nasconde le amarezze di un’antica rivalità con il fratellino bravo e per bene. La caccia al padre ci porta dal palazzo romano all’Accademia Chigiana di Siena, da una villa presso Talamone alla residenza dell’ispiratrice del vecchio, dalla piscina termale sulla piazza di Bagno Vignoni cara al Tarkovskij di Nostalghia a una baita sulle Alpi Apuane dove cadrà il velo del mistero. Ma c’è dietro un mistero più grande, che riaffiora dai ricordi dell’infanzia, dalle fotografie e dai filmini ritrovati: ed è la formula, l’impossibilità, l’ineluttabilità del vivere insieme, dell’essere padri, figli e fratelli. Anni or sono il compianto Stefano Reggiani definì il cinema di Verdone “malincomico”, con un neologismo che resta la migliore definizione di Al lupo al lupo. Dove a un più acuto sentimento del paesaggio (la bella fotografia è di Danilo Desideri) corrisponde un divertimento minimalista, affettuosamente psicologistico, servito con rara immedesimazione

dai bravissimi interpreti. Evidentemente Verdone avendo anche lui un padre chiamato Mario, un fratello e una sorella, ha trasferito e travestito in questo racconto non pochi spunti autobiografici, mediandoli sotto il segno del sorriso. Si può avvertire un calo di tono nella seconda parte, ma succede nei migliori gialli quando scivolano verso la spiegazione. Però l’ultimissima inquadratura è un imprevisto colpo di teatro, che risolleva le sorti del film e rende toccante il suo significato. Tullio Kezich Da Corriere della Sera, 20 dicembre 1992

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Sono pazzo di Iris Blond

Regia: Carlo Verdone Origine: Italia, 1996 Produzione: Vittorio e Rita Cecchi Gori per la C.G.G. Tiger Cinematografica Distribuzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori Soggetto e sceneggiatura: Francesca Marciano, Pasquale Plastino, Carlo Verdone Fotografia: Danilo Desideri Scenografia: Maurizio Marchitelli Costumi: Tatiana Romanoff Musica: Lele Marchitelli Fonico presa diretta: Benito Alchimede Montaggio: Antonio Siciliano Organizzatore generale: Lucio Trentini Direttore di produzione: Stefano Spadoni Interpreti: Carlo Verdone, Claudia Gerini, Andrea FerrÊol, Nuccia Fumo, Nello Mascia, Mascia Musy, Mino Reitano Durata: 112’ 114


SINOSSI:

R

omeo, cantante e musicista di fama negli anni Settanta, viene lasciato dalla fidanzata. Una cartomante gli predice che incontrerà una donna straniera il cui nome è quello di un fiore e che gli cambierà la vita. Imbarcatosi come pianista su una nave da crociera, incontra Marguerite, una signora belga che canta le canzoni di Jacques Brel nei locali di Bruxelles e, ritenendo sia lei la donna della profezia, va a vivere con lei nella città belga. Una sera, in un fast-food, Romeo conosce una cameriera di nome Iris, ragazza italiana emigrata in Belgio con il padre. A poco a poco Romeo scopre che Iris canta e scrive versi e, dopo qualche esitazione, le consiglia di scrivere ed eseguire canzoni complete. I due decidono di formare un gruppo, fanno una prova in uno studio di registrazione, ottengono un ingaggio, si danno il nome di Iris Blond and the Freezer e si esibiscono con successo in molti locali. Romeo si innamora di Iris, ma lei non è certa di poter ricambiare… 115


C

aro Verdone. Cambia genere, cambia paese, cambia atmosfere, si avventura persino in un mix di lingue come succede con Sono pazzo di Iris Blond. Ma resta sempre fedele alla sua gentilezza. Così incrollabile e incancellabile che anche una storia di amori frustrati, niente quattrini, rivalità professionali, ambizioni contrastanti, ne esce angelicata, leggera, bonaria, e, come si usava dire un tempo, malincomica. E quanto sia gentile lo spettatore lo potrà vedere ancor meglio se, dopo aver seguito la storia di Romeo Spera (come si chiama Verdone in Sono pazzo di Iris Blond) andrà a vedere un altro film in cui la musica pop è la protagonista, La grazia nel cuore di Allison Anders: pieno di grazia sì, come da titolo, ma rispetto al nostro regista con qualche barlume di durezza. Verdone, invece, modella il mondo su se stesso: le cose brutte, dure, sgradevoli non ci sono, e, se ci sono, vengono filtrate da un occhio buono e bonario, che restituisce a ogni sgarbo del destino, o ogni cattiveria degli umani, la sua giusta dimensione. Sono pazzo di Iris Blond comincia molto diversamente da come continua, con cinque minuti di un’esilarante scena di un triangolo amoroso sul finire, in cui Romeo – ex musicista di successo nei favolosi Anni 70, ora pianista di modesto talento – viene piantato 116


dalla fidanzata per un batterista: macchina fissa su Verdone, battute che entrano in campo con tempi perfetti cogliendo solo le sue reazioni, retorica amoroso-giovanilistica scritta con gusto (da Verdone, Francesca Marciano e Pasquale Plastino). Ritroviamo il nostro Romeo a Napoli, dove la cartomante Nuccia Fumo gli preannuncia l’ entrata in scena di una donna dal nome floreale, poi su una nave, dove il nostro ‘ tapeur’ crede di riconoscere la signora del destino in Andrea Ferreol, che si chiama infatti Marguerite. È lei che, cantando Jacques Brel, ci conduce a Bruxelles, dove Romeo l’accompagna al piano in una fumosa cave per ultrasessantenni nostalgici di tempi più eroici, in passeggiate con il cagnolino, e in diete a base di yogurt. Ed è la fame che lo spinge tra gli hamburger e le spire della carinissima Claudia Gerini, cameriera in un fast food, poetessa così così e aspirante cantante. In più si chiama Iris. Lui ne è subito visibilmente pazzo (come da titolo), lei insegue un sogno di gloria musicale, il loro patto è di non aggressività amorosa. Diventano una coppia, ma solo musicale. Salvo che in un’occasione, appunto, malincomica. Ha fatto bene o ha fatto male Carlo Verdone a lasciare le atmosfere romane, a portare i suoi due italiani a Bruxelles, ad abbandonare i ritratti in cui la fa da mattatore, a scegliere l’arco disteso di un

racconto? Il Verdone vernacolo e ruspante – ultimo il caso di Viaggi di nozze – graffia di più, e sollecita più risate. Il Verdone di Iris Blond disegna con gentilezza e grazia un ambiente e dei caratteri, ma mette di mezzo, come un filtro buonista, Verdone stesso. E nel cambio di registro, mette la sordina a se stesso a favore di Claudia Gerini, che canta bene delle canzoni così così ed è molto bella. Il risultato è garbato e piacevole. Forse non è molto Verdone... Irene Bignardi Da la Repubblica, 15 dicembre 1996

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Ma che colpa abbiamo noi

Regia: Carlo Verdone Origine: Italia, 2003 Produzione: Virginia srl Distribuzione: Warner Bros Italia Soggetto e sceneggiatura: Piero De Bernardi, Pasquale Plastino, Fiamma Satta, Carlo Verdone Fotografia: Danilo Desideri Scenografia: Maurizio Marchitelli Costumi: Maurizio Millenotti Musica: Lele Marchitelli Suono: Tommaso Quattrini Montaggio: Claudio Di Mauro Direttore di produzione: Alberto Maria Brusco Interpreti: Carlo Verdone, Margherita Buy, Anita Caprioli, Stefano Pesce, Antonio Catania, Lucia Sardo, Max Amato, Raquel Sueiro, Luciano Gubinelli, Sergio Graziani, Roberto Accornero, Rodolfo Corsato, Fabio Traversa, Remo Remotti Durata: 116’ 118


SINOSSI:

S

piazzati dalla morte della decrepita sceneggiatura scritta da troppe mani) ma anche psichiatra che li seguiva, gli otto partecipanti momenti – come la scena iniziale – autenticamente a una terapia di gruppo – ciascuno affetto spassosi. Notevole e ben assemblato il cast. da un disturbo diverso – cercano un sostituto. Verificata l’inadeguatezza delle alternative, tutti tranne uno decidono di continuare l’esperienza facendo ricorso all’autogestione. L’idea non si rivela felicissima, tanto che dopo qualche incontro il gruppo preferisce dividersi. Il suicidio della persona che aveva abbandonato l’analisi li farà rincontrare convincendoli a trascorrere un week-end insieme: la ritrovata intimità darà frutti insperati, contribuendo per molti di loro a dare una svolta. Ma che colpa abbiamo noi segna il ritorno sugli schermi di Verdone, che abbandona la vena facile degli ultimi film per tornare a quella più composita di Compagni di scuola o Maledetto il giorno che ti ho incontrato. Il risultato è un discreto film corale, con qualche banalità di troppo (forse a causa di una 119


B

isognerebbe dare un premio a Carlo Verdone anche soltanto perché, dirigendo la commedia corale italiana Ma che colpa abbiamo noi che parla di psicoanalisi e degli otto partecipanti a una terapia di gruppo, non sfotte, non ridicolizza, non ostenta battute ignoranti né umorismo facile né vecchie barzellette, non presenta macchiette. Al massimo ricorre a un’ironia leggera. I suoi personaggi quaranta-cinquantenni (Verdone ha adesso 52 anni) hanno guai e problemi esistenziali molto comuni e diffusi: sono innamorati di una persona sposata che non lascerà mai la famiglia per loro, sono stati cacciati di casa dalla moglie, hanno paura d’invecchiare, sono oppressi e repressi da un padre o da una madre autoritari. Cose che capitano a tutti, che vengono trasformate dalla malattia in stati di nevrosi: chi ha la mania delle scarpe, chi riesce a dormire soltanto su treni in movimento, chi raccoglie uomini nei bar, chi cerca compensi in una giovane amante, chi è obeso e chi bulimica, chi si uccide, chi riuscirà a liberarsi e chi no: ma gli spettatori possono identificarsi con loro e il regista, raccontando loro, racconta il nostro alterato presente. Il film comincia con una gran trovata, o meglio con una magnifica idea teatrale: un pomeriggio, durante una seduta di terapia di 120

gruppo, senza che gli otto pazienti affannati nelle discussioni se ne accorgano, la terapista muore improvvisamente, silenziosamente. Smarriti, i pazienti senza più guida decidono di curarsi in autogestione: ne risulta un caos, si separano, si ritrovano al funerale di uno di loro, si rendono conto di quanto sia importante non essere soli, appartenere a un gruppo. Tra gli interpreti bravi, si vorrebbe vedere di più Carlo Verdone; sono notevoli Lucia Sardo, pettinata, truccata, stilizzata come Donatella Versace, e Luciano Gubinelli, la cui tristezza mite finisce nel suicidio riuscito; sono consueti Margherita Buy e Antonio Catania. Il film è un poco prevedibile e scolastico (ci sono momenti, ad esempio il ritorno dei personaggi a casa propria dopo la morte della terapeuta e la seguente illustrazione di ciascuno, in cui pare di leggere una sinossi o la sceneggiatura), un poco troppo inzeppato di parentesi: ma è pure una delle opere più impegnate e riflessive di Carlo Verdone, che vi recita la parte di un figlio cinquantenne capace soltanto a fatica di liberarsi dalla dominazione paterna. Lietta Tornabuoni Da La Stampa, 10 gennaio 2003


Il Mio Miglior Nemico

Regia: Carlo Verdone Origine: Italia, 2006 Produzione: Aurelio De Laurentiis Distribuzione: Filmauro Soggetto e sceneggiatura: Silvio Muccino, Pasquale Plastino, Silvia Ranfagni, Carlo Verdone Fotografia: Danilo Desideri Scenografia: Maurizio Marchitelli Costumi: Tatiana Romanoff Musica: Paolo Buonvino Suono: Gilberto Martinelli Montaggio: Claudio Di Mauro Organizzatore generale: Riccardo Neri Interpreti: Carlo Verdone, Silvio Muccino, Ana Caterina Morariu, Agnese Nano, Paolo Triestino, Corinne Jiga, Sara Bertelà, Leonardo Petrillo Durata: 110’

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SINOSSI:

A

chille De Bellis,top manager di un’importante catena alberghiera di proprietà di sua moglie Gigliola e di suo cognato Guglielmo, sembra avere tutto ciò che un uomo desidera dalla vita: una bella casa, un buon matrimonio e una solida posizione sul lavoro. Ogni certezza viene travolta dall’incontro con uno “sbandatello” di 23 anni, Orfeo, che vive in un quartiere popolare di Roma e, come i suoi amici, non coltiva grandi ambizioni, ma si trascina in un’esistenza fatta di lavoretti precari e pomeriggi consumati in chiacchiere inconcludenti. Non ha mai conosciuto suo padre ed è cresciuto in fretta, costretto a prendersi cura di Annarita, sua madre, una donna instabile che passa frequentemente dalla depressione all’euforia. Quando Achille licenzia Annarita per furto, Orfeo, convinto che sia stata accusata ingiustamente, decide di vendicarla e inizia a seguire Achille per scoprirne le debolezze e rovinargli l’esistenza...

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«I

messaggi si mandano con la Western Union!» pare fosse l’invariabile risposta dei produttori di Hollywood all’eventuale scrittore che proponeva di inserire nel soggetto di un film un qualsivoglia «messaggio». Nel parco a tema del cinema italiano, grazie al cielo, c’è chi ce li sa recapitare con grazia, intelligenza, rispetto del mestiere e monumentale senso del (tragi)comico: Carlo Verdone. Chi ancora ama il cinema – piuttosto che i suoi contrappesi culturali o filologici –­ lo sente d’istinto, non c’è esperto o critico che tenga: Verdone agisce come un amico, un fratello che si guarda guardando il mondo, sa cogliere ciò che esprimono i gesti e i corpi, smonta come fanno i bambini con i giocattoli i capillari umori circostanti, aspira l’aria del tempo e la tramanda nelle storie della storia di ogni spettatore. «Il mio miglior nemico» ci appare, così, non solo un film quadrato, riuscito, divertente, ma anche un tassello del puzzle ambientale e psicologico che componiamo a mano libera quotidianamente. Dall’impatto catastrofico tra il benestante e quasiintegrato Achille e il frustrato e miserello Orfeo, infatti, non nascono solo un magistrale duetto e un polifonico contrappunto di caratteri nella migliore tradizione della commedia all’italiana, ma anche, appunto, una serie di messaggi che restano in

filigrana e non diventano mai reboanti: l’arroganza e insieme la fragilità borghese, le trappole di una scontata libertà sessuale, la proterva ambiguità dei giovani (modaioli, nevrotici o, peggio, «alternativi»), la ciclopica ridicolaggine dei ricatti intellettualistici («Ci pensi, reciteremo l’Edipo a Colono in tutte le discariche d’Europa!»), la grottesca «superiorità» nordista così come il patriottismo gradasso, ispido e levantino dei romanocentrici e dei pazzarielli. […} La voce fuori campo di Silvio Muccino – un’ottima performance in accorto bilico sulla spontaneità (che di per sé non basta) – serve proprio a rimarcare il progetto del regista: la caricatura – naturalmente al diapason ogni volta che Verdone/attore dà fuoco alle polveri delle sue trascinanti e fregolistiche gag – produrrà quella forma di piacere dato dal confronto fra la realtà e la sua deformazione nella somiglianza. Il road-movie alla ricerca «dei padri», sia pure a tratti un tantino prolisso, costeggia sempre un paesaggio di diffidenze e risentimenti. «Tu mi devi sempre seguire, tu mi devi sempre dare retta»: l’utopia buonista di Achille/Carlo anche nel raggio finale di tenero sentimento coglie un riflesso beffardo e farsesco. Valerio Caprara Da Il Mattino, 11 marzo 2006

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Grande, grosso e‌ verdone

Regia: Carlo Verdone Origine: Italia, 2008 Produzione: Aurelio De Laurentiis & Luigi De Laurentiis Distribuzione: Filmauro Soggetto e sceneggiatura: Piero Di Bernardi, Pasquale Plastino, Carlo Verdone Fotografia: Danilo Desideri Scenografia: Luigi Marchione Costumi: Tatiana Romanoff Musica: Fabio Liberatori Montaggio: Claudio Di Mauro Interpreti: Carlo Verdone, Claudia Gerini, Geppi Cucciari, Eva Riccobono, Emanuele Propizio, Andrea Miglio Risi, Martina Pinto, Clizia Fornasier, Vincenzo Fiorillo, Alessandro Di Fede, Stefano Natale, Anna Maria Torniai, Roberto Farnesi, Marco Minetti Durata: 131’ 124


SINOSSI:

N

el primo episodio la famiglia Nuvolone, composta da Leo, Tecla e i due figli, si reca ad un importante raduno nazionale di boy scout. L’atmosfera serena della giornata viene bruscamente interrotta dalla morte improvvisa della madre di Leo. Dopo aver chiamato il medico, che constata l’avvenuto decesso, Leo e Tecla devono occuparsi del funerale, ma un impresario di pompe funebri fa precipitare la famiglia Nuvolone in una sorta di incubo surreale... Nel secondo episodio Callisto Cagnato, professore universitario di Storia dell’Arte, ha un figlio, Severiano, che studia al Conservatorio. Il carattere dispotico e severo di Callisto ha reso Severiano profondamente insicuro e timido. Il professore si rende conto che suo figlio, ormai ventenne, non ha molti rapporti con l’esterno, tanto meno con le ragazze. Durante un esame universitario, rimane favorevolmente impressionato da Lucilla, una ragazza intelligente

ma dai modi modesti ed educati. La invita a casa per farla conoscere al figlio e inaspettatamente, tra i due nasce un sentimento molto forte... Nel terzo episodio, Moreno Vecchiarutti e sua moglie Enza, con il figlio quattordicenne Steven, sono in partenza per una vacanza a Taormina nell’albergo più prestigioso della località. La loro famiglia è in crisi e fanno anche ricorso alla terapia di coppia. Fra Moreno ed Enza c’è il classico momento di stanchezza e di mancanza di desiderio aggravato da un figlio che sembra interessarsi solo al calcio. Non hanno problemi economici, anzi la loro attività di gestori di vari negozi di telefonia va a gonfie vele. Su consiglio dello psicologo che segue Steven, decidono di ritrovarsi compiendo una vacanza tutti e tre insieme, ma scelgono la località e l’hotel sbagliati...

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C

he la grande commedia all’italiana (o almeno quel resta di quell’irripetuta age d’or che scorre dalla fine degli anni Cin­quanta a quella dei Settanta) fosse – al­ meno nei suoi aspetti più nobili – lo specchio impietoso, al vetriolo, “saggia­mente” cattivo, cinico, perfino con pic­chi di crudeltà (ma non raramente anche indulgente) dei vizi e delle virtù dell’italica stirpe, è ormai giudizio critico comu­nemente e storicamente accettato. Che poi siano davvero in pochi, oggi, in gra­do di esibire un pedigree di appartenen­za, o meglio di legittima successione, a quel nobile casato osannato-vituperato dei maestri dell’amara risata, anche que­sto dovrebbe far parte del bagaglio del­le acquisizioni culturali altrettanto co­munemente accolte. Dovrebbe, perché le cose non stanno esattamente così, vi­sto che gabellando per commedia peco­reccio e turpiloquio, ammuffite ritualità, stereotipi stucchevoli, certo cinema sciatto – campione d’incassi, pattume e volgarità, partenogenetico, clonato e ignobilmente citazionista – diffonde metodicamente una droga che ha finito, in­sieme al trash quotidiano propinato dal­le televisioni generaliste, per commette­re un premeditato omicidio estetico. Onusto di una problematicità “melanco­mica”, che ne contraddistingue lo stile narrativo, Carlo 126

Verdone (uno dei pochi eredi della commedia con pedigree) ri­prende al presente gli idoli del suo pas­sato artistico televisivo, già trasferiti sul grande schermo, parodiando il titolo dell’opera seconda (Bianco, rosso e Ver­done, 1981) significativamente corretto in Grande, grosso e Verdone, per annun­ciarne il definitivo trapasso. Invecchiati, incarogniti, delusi, cinici, infelici (ancor­ché arricchitisi), narrando in fondo di una Italia senza speranze, volgare e ab­ brutita, i personaggi della triade verdo­niana – il buon eterno fanciullone Leo Nuvolone (ritrovato completo di moglie e prole), lo scellerato docente


Callisto Cognato (malvagio gesuita-puttaniere, infoiato fino all’escandescenza) e il “coatto” nuovo ricco Omero Vecchiarut­ti – conservano ancora la forza di provo­care scoppi genuini di riso, quantunque il risultato complessivo sia quello (desi­derato) d’un riso, per così dire, pirandel­ liano («rideva, rideva… ma come una lu­maca sul fuoco»). E come dar torto al Verdone nazionale, rimirando l’ex Bel paese ridotto a caricatura di sé stesso e di un popolo sempre più in bilico (secon­ do la definizione di un personaggio di Caos calmo) «tra orrore e folclore»? Ironizzando con sopportabile irriverenza (nel primo e il più riuscito dei tre episo­di) sulla morte, sulla babele delle lingue e sul racket delle pompe funebri (con sporadico richiamo all’Entr’act di Clair); precipitando in una vaga atmosfera da thriller chabroliano e suspense alla Hit­chcock l’intollerabile Callisto (alla fine redivivo, ma poco credibilmente reden­to, dopo criptica avventura); o perfino muovendo a compassione con l’improbabile innamoramento del “coatto” Vec­chiarutti e la moglie Enza (alla ricerca entrambi di paradisi perduti, che una puttana d’alto bordo o un’ipotetica am­ mucchiata non possono dischiudere), Verdone conferma – paradossalmente con una triade alle soglie della terza età – le sue non disseccate e

sempre deliziose doti mimetiche, esibite in mix comico-drammatico intriso di genialità popola­ resca e colta. Uno spaccato sociologico dell’intristita Italia contemporanea, plumbeo album di famiglia con spruzzi esilaranti d’accesa comicità. Brillante la piccola costellazione di don­ne intorno al mattatore Verdone-Leo-Callisto-Moreno: Geppi Cucciari, la fetish Claudia Gerini ed Eva Riccobono. Il regista-autore firma la sceneggiatura con Piero De Bernardi e Pasquale Plastino. La splendida Taormina fa da sfondo alla ter­za storia e offre alla luminosa fotografia di Danilo Desideri gli stupefacenti squar­ci naturalistici e architettonici dell’incomparabile “Perla dello Ionio. Franco La Magna Da Cinemasessanta, aprile-giugno 2008

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Comune di Aci Catena

Regione Siciliana Presidenza

Vogliamo sperare e ci crediamo fermamente che questa edizione di CineNostrum – decisa non sulla scorta dell’improvviso agglutinarsi dell’attenzione della critica sul regista-attore-

Assemblea Regionale Siciliana

soggettista-sceneggiatore romano, ma sulla scorta del successo decretato dal pubblico italiano e alla straordinaria simpatia dell’uomo e dell’artista – abbia perfino una finalità

Regione Siciliana

Assessorato Regionale B.B. C.C. A.A. e P. I.

strumentale: quella di contribuire (soltanto modestamente contribuire) ad “elevare” Verdone a quell’attenzione culturale fino a ieri non sufficientemente (o del tutto manchevolmente)

Regione Siciliana

Assessorato Regionale del Turismo delle Comunicazioni e dei Trasporti

negatagli. Una finalità aggiuntiva della quale, confessiamo, ci siamo accorti in “corso d’opera” ma che ci inorgoglisce e ci conferma la

Provincia Regionale di Catania Presidenza

validità della formula. Città di Acireale

Università degli Studi di Catania Facoltà di Scienze Politiche

Si ringrazia: Soprintendenza BB. CC. e AA. di Catania Don Alessandro Di Stefano Faro Garden Center Attilio Cappellani, casa musicale dal 1924

Blu Panorama S. Nicolò, Aci Catena

AUTOLEONARDI

H O T E L S A N TA T E C L A PA L A C E ****


Cine Nostrum 2008: Grande Grande Verdone