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17 Verso uno scambio comunicativo

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Periodico telematico trimestrale a carattere scientifico dellʼIstituto di Ortofonologia srl con sede in Roma – via Salaria 30 – anno V – n. 17 – gennaio 2013 Direttore responsabile: Federico Bianchi di Castelbianco – Iscrizione al Tribunale civile di Roma n. 63/2009 del 25/02/2009 – ISSN 2035-7850

Distributori automatici di patologie E tu da cosa sei affetto?!?

A

gran voce e da più parti continua ad arrivare l’allarme che con la nuova edizione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il DSM-5, compariranno nuove patologie, si moltiplicherà a dismisura il numero di pazienti con disturbi mentali e aumenterà l’uso di farmaci per curarli. Il DSM-5 è redatto dall’American Psychiatric Association (APA), ed è quello che si adopera nei tribunali, che fa testo per le compagnie assicurative, che autorizza le multinazionali del farmaco a sfornarne di nuovi. La pubblicazione del DSM-5 è stata ritardata perché si sono innestate vivaci polemiche sui suoi aspetti più clamorosi, ma la sostanza rimane e, soprattutto, viene confermato un trend assai preoccupante. Negli Stati Uniti e in Europa diversi gruppi di esperti hanno raccolto firme, scritto documenti e diffuso manifesti per contestare e chiedere revisioni del DSM-5 (tra i più rappresentativi: Stop DSM; Manifesto-per farla finita con la dittatura del DSM). L’aspetto che più preoccupa è la tendenza a una sistematica medicalizzazione del disagio a opera di specialisti del settore, che sono tra l’altro in palese conflitto d’interessi. Infatti la riscrittura di questo testo ha coinvolto centinaia di esperti ed è costata diversi milioni di dollari. Arrivati da dove? Una voce estremamente diffusa indica case farmaceutiche e assicurazioni, che certo non sono insensibili a incentivare l’utilizzo dei farmaci e a non rimborsare le psicoterapie. Nella sua introduzione il DSM ha sempre dichiarato di voler essere ideologicamente ateoretico nella descrizione dei «disordini mentali» e per questo motivo ha eliminato qualsiasi riferimento alle diverse teorie psicanalitiche e alla causalità psichica, imponendo di riflesso la causalità organica. Quest’ultima a sua volta non può che imporre come terapia l’utilizzo massiccio e indiscriminato di psicofarmaci. Sempre di più si chiede ai clinici di accettare un cambiamento radicale nel modo di sviluppare il loro lavoro, mettendo in secondo piano i dettami della propria esperienza clinica per seguire quelli meramente statistici e quindi impersonali. Di conseguenza ogni paziente non sarà più considerato nella sua particolarità. Ci sembra invece fondamentale mantenere attiva la riflessione risultante dalla pratica clinica e la difesa della dimensione soggettiva di ogni singolo individuo, senza perdere la valorizzazione e la fiducia in ciò che ognuno può mettere in gioco per affrontare ciò che emerge come un disturbo, un disagio o una sofferenza. Bisogna sempre tenere presenti i rischi di una tendenza che, sotto la maschera delle buone intenzioni e della ricerca del bene del paziente, lo riduce a un calcolo delle sue prestazioni, a un fattore di rischio

o a un indice di vulnerabilità che deve essere medicalizzato ed eliminato con il trattamento farmacologico o, comunque, con trattamenti prestabiliti da protocolli che non considerano in alcun modo le differenze individuali. Il paradosso è che si cerca di dare l’illusione che si sta facendo il bene del paziente senza in realtà considerarlo veramente, ma piuttosto agendo un potere su di lui. Rimarrà sempre meno spazio per la salute considerata in termini di cambiamentb o, di complessità o di molteplicità delle forme. Soglie diagnostiche più basse per molti disturbi esistenti, che potrebbero essere estremamente comuni nella popolazione generale, e nuovi strumenti diagnostici stanno portando verso la creazione di una sorta di distributore automatico di patologie, che rientrano in protocolli descrittivi apparentemente rassicuranti, per ognuno dei quali c’è una terapia farmacologica che risolve e inizialmente contiene le ansie relative a come affrontare il disturbo. Queste classificazioni sono ormai penetrate nella cultura generale, senza soffermarsi troppo sul fatto che l’idea stessa di classificazione può funzionare come etichetta indelebile sull’individuo, con un potere distruttivo sull’identità stessa della persona. Si fa leva sul fatto che i disturbi mentali sono subdoli e sfuggenti. Potenzialmente possono riguardare tutti. Soprattutto quando parliamo di bambini e adolescenti, con la loro crescita emotiva, spesso difficile da comprendere e gestire, sempre più facilmente potremmo trovarci di fronte a un genitore che guarda il figlio credendo che sia affetto da qualche «disturbo», del quale teme le conseguenze e inizia a cercare una «cura». E quando non è il genitore a sollevare la questione, può essere la scuola a insinuare il dubbio. L’ignorare le fondamenta della psicopatologia costituisce uno scotoma importante al momento di esaminare i pazienti e, di conseguenza, una limitazione più che considerevole al momento di fare una diagnosi e prescrivere un trattamento. Quando si parla di disturbi mentali, del comportamento, delle sfere emotiva e relazionale, non dovrebbe essere un problema la coesistenza di diverse conoscenze sulla complessità degli esseri umani. L’obiettivo dovrebbe essere quello di porre limite all’incremento delle classificazioni statistiche internazionali e di lavorare con criteri di classificazione che abbiano una solida base psicopatologica e, pertanto, provenienti dalla clinica. Laura Sartori Federico Bianchi di Castelbianco

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Babele n°17  

Il diciassettesimo numero di Babele on line, magazine dell'IdO Istituto di Ortofonologia di Roma

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