Azione 46 del 9 novembre 2015

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Cooperativa Migros Ticino

G.A.A. 6592 Sant’Antonino

Settimanale di informazione e cultura Anno LXXVIII 09 novembre 2015

M sh o alle p pping agine 49-5 9/6 9-79

Azione 46

Società e Territorio Parlare all’incontrario: una tradizione orale di Mendrisio

Ambiente e Benessere Errori medici: in Svizzera sono causa di oltre mille decessi all’anno. La prevenzione può aiutare a evitare questo pericolo. Ce ne parla il professor Marco Pons

Politica e Economia Turchia, a sorpresa Erdogan ottiene la maggioranza assoluta

Cultura e Spettacoli Artista non è uguale ad artista: una ricognizione parigina

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di Claudio Visentin pagina 15

Lwp Kommunikáció

Il viaggio, rito di passaggio

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Siria, il ritorno di Teheran di Peter Schiesser Il primo incontro a Vienna, il 30 ottobre, dei ministri degli esteri di Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna, Unione europea, Turchia, ONU ed altri ancora, ma soprattutto di Iran e Arabia Saudita, in un nuovo tentativo di trovare una soluzione diplomatica alla guerra in Siria, non ha prodotto decisioni concrete, ovviamente. Non c’era da attendersi soluzioni magiche dopo oltre 4 anni e mezzo di guerra, anzi di guerre tra una moltitudine di fazioni e di attori internazionali diversi, costati la vita a centinaia di migliaia di persone e costretto la metà della popolazione a fuggire di casa. E poi, i siriani, Assad e i suoi variegati avversari, non sono neppure stati invitati. Il vero e straordinario successo è stata la partecipazione dell’Iran allo stesso tavolo di negoziati cui sedeva l’acerrima nemica Arabia Saudita (le due delegazioni sono state messe a sedere in modo da non vedersi): è stato il riconoscimento formale all’Iran dello status di potenza regionale e del suo ritorno sulla scena internazionale. Senza l’accordo sul nucleare del 14 luglio scorso, ciò non sarebbe stato pensabile. Ma, altrettanto, non è pensabile trovare una qualsiasi

soluzione al conflitto in Siria senza il coinvolgimento della Persia, maggiore alleato del presidente Assad. Diciamo che ora si può cominciare a ragionare seriamente su come fermare quel bagno di sangue. Con tutte le incognite del caso, poiché è difficile immaginare oggi un processo di pacificazione condiviso: chi va a disarmare le differenti milizie? Chi spinge Assad a lasciare il potere? Essendo una guerra alimentata da varie potenze regionali, con armi, soldi e spesso anche uomini, basterebbe che queste smettessero di alimentarla? Forse non del tutto, ma aiuterebbe molto. Anche se sarebbe la dimostrazione che quella in Siria era diventata anche una loro guerra. Intanto, accettando la presenza dell’Iran ai negoziati internazionali, l’Amministrazione Obama ha confermato una volta di più la sua strategia: visti i disastri collezionati con le guerre in Afghanistan e Iraq, persino con il sostegno esterno al rovesciamento di Gheddafi, l’America intende mostrare i muscoli (e usarli) solo dove gli interessi nazionali sono sfidati direttamente; negli altri casi si negozia, magari facendo pressione con sanzioni economiche, e lasciando che gli attori regionali si assumano maggiori responsabilità. L’Ucraina e la Crimea, periferia dell’Europa ma non dell’America, non sono valse

un confronto armato con la Russia, le sanzioni economiche erano lo strumento più adeguato. Come tale si sono rivelate quelle imposte all’Iran, che infine ha accettato un accordo sul nucleare. Il premier israeliano Netanyahu non ha nessuna intenzione di negoziare seriamente con i palestinesi? Si arrangino un po’ fra di loro, quando saranno pronti l’America faciliterà i negoziati. Ma dove l’ordine mondiale americano corre pericoli seri, allora si investe forza e diplomazia. La presenza della marina militare americana in acque reclamate dalla Cina e la nascita della Trans-Pacific Partnership con i Paesi che si affacciano sul Mar Cinese sono segnali eloquenti a Pechino: si è disposti a difendere con la forza il libero accesso ai mari, al contempo si consolidano i legami commerciali con l’area circostante la Cina, cui si lascia aperta la possibilità di partecipare alla nuova Partnership, ma secondo le regole della pax economica americana. Tutt’altro, rispetto a quanto sta facendo la Russia di Putin. Dopo Crimea e Ucraina orientale, ecco l’intervento militare in Siria: a quanto pare, se in Siria gli Stati Uniti vogliono evitare un nuovo Vietnam, i russi non temono un nuovo Afghanistan. Vedremo quale dei due approcci porterà i frutti più sani.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 09 novembre 2015 ¶ N. 46

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Attualità Migros

M Un nuovo volto per Migros Agno

Due piani aperti a Lugano Centro

Filiali Rinnovato il supermercato, il banco a servizio De Gustibus

Activ Fitness e della sede della Scuola Club, i lavori proseguono e si sono ora conclusi per il secondo e il terzo piano di via Pretorio

Filiali Dopo le recenti aperture del centro

Flavia Leuenberger

e ampliata l’offerta Melectronics con i prodotti Apple

Iniziati lo scorso mese di aprile, dopo una prima fase terminata il 24 settembre durante la quale sono stati rinnovati il supermercato e il banco a servizio De Gustibus, i lavori hanno interessato la mall, il reparto fiori e il mercato specializzato Melectronics, dove un nuovo e ampio banco raggruppa il servizio accoglienza così come la consulenza e le casse dei due reparti. L’assortimento Melectronics è stato ampliato e comprende ora anche l’offerta Apple, con una vasta selezione di iPad, iPhone, iPod, iMac e MacBook, così come di tutti gli accessori originali annessi. Mentre il nuovo concetto di presentazione permette un miglior orientamento grazie a pannelli informativi colorati posti sopra le scansie, l’esposizione di gran parte degli apparecchi in assortimento offre agli interessati l’opportunità di prendere visione e provare i diversi modelli proposti. Grazie a due banchi a servizio interni è inoltre possibile beneficiare di una consulenza personalizzata, mentre a uso della clientela è disponibile una postazione per l’ordinazione online sul sito

www.melectronics.ch con consegna in negozio. Anche l’offerta del reparto fiori è stata modificata e adattata alla nuova superficie espositiva: come in precedenza permetterà di scegliere tra un’ampia gamma di fiori recisi già confezionati oppure da abbinare al momento in base ai gusti e ai desideri del cliente. L’assortimento del reparto fiori di Agno Uno comprende inoltre piante d’appartamento e una selezione di accessori; l’offerta nel settore è completata da quanto proposto dal Do it + Garden ad Agno Due. Il Centro Agno Uno è stato oggetto di un importante e radicale ammodernamento di arredo e tecnica effettuato tenendo conto sia di criteri di praticità e di estetica, sia di criteri di efficienza e risparmio energetico. L’intero sistema di illuminazione nelle zone di vendita è a tecnologia LED, ciò che permette un risparmio energetico del 50 per cento rispetto alle soluzioni convenzionali, mentre parte del calore per riscaldare lo stabile viene recuperato dagli impianti per la produzione

del freddo, frigoriferi e congelatori in uso nel supermercato, di ultima generazione, che garantiscono anch’essi un risparmio energetico del 50 per cento e utilizzano gas neutri per l’ambiente. Anche in occasione di questo progetto di ristrutturazione, che ha comportato un investimento di 4,4 milioni di franchi, Migros Ticino ha fatto il possibile per favorire imprese e artigiani ticinesi e svizzeri, ai quali sono stati affidati l’87 per cento, rispettivamente il 99,8 per cento delle commesse. Sotto la guida del gerente Simone Schmid, Migros Agno occupa 105 collaboratori. Aperto dal lunedì al sabato dalle 8.00 alle 18.30, giovedì alle 21.00, l’offerta del Centro di completa con Agno Due – che comprende il mercato specializzato Do it + Garden, un ampio spazio dedicato all’abbigliamento e agli accessori, casalinghi e libri – oltre a Biocasa 5 Stelle, Enoteca Vinarte, Farmacia, Aeroporto, Fly tacco espresso, Kiosk Valora, Lavanderia Clanton, Oro Vivo, Ottica Meier & Gaggini, Sunrise Center e la stazione di servizio Migrol – Migrolino.

I lavori hanno in un primo momento interessato la struttura dello stabile, con importanti interventi per ottimizzarne l’isolamento e con il rinnovo delle facciate, che su via Pretorio comprendono grandi vetrate. La scala mobile che collega i due livelli è stata sostituita, così come l’impiantistica, con soluzioni per il riscaldamento e il condizionamento dell’aria estremamente performanti. La nuova disposizione dei reparti prevede al secondo piano l’abbigliamento e gli accessori per bambini e bebé, i giocattoli, la cartoleria, il reparto libri e gli articoli casalinghi per la cucina e la tavola; al terzo Melectronics (con un ampliamento dell’assortimento, che comprende ora anche l’offerta di apparecchi e accessori Apple, banchi a servizio per la consulenza personalizzata e una postazione per l’ordinazione online con consegna in negozio), l’assortimento creativo Do it + Garden, intimo e calzetteria donna e uomo e un inquilino che propone l’assortimento per bambini a marchio Bimbus. Sui due piani è infine ripartita una zona polivalente pensata per le campagne stagionali, al momento dedicata all’offerta natalizia. Anche nel posteggio sotterraneo si sono conclusi i lavori di messa a pun-

Lo staff del reparto Melectronics.

to della ventilazione, di rinnovo della segnaletica e di sostituzione dell’illuminazione, anche qui, come nei piani rinnovati, a tecnologia LED. Al piano terra, in prossimità degli ascensori e della postazione per il pagamento del posteggio, è inoltre stata installata una stazione dotata di defibrillatore. I lavori proseguono ora al primo piano e si prevede termineranno nel corso della prossima primavera. Fino alla riapertura del primo piano, l’accesso ai livelli superiori sarà garantito tramite gli ascensori. Sotto la guida del gerente Giorgio Micaroni, Migros Lugano Centro è aperta dal lunedì al sabato dalle 8.00 alle 19.00, il giovedì fino alle 21.00.

Il rinnovo dello stabile di via Pretorio Iniziati a fine giugno 2014, i lavori di ristrutturazione dello stabile di via Pretorio 15 sono previsti su un periodo di 3 anni, a tappe, piano per piano, per limitare il più possibile i disagi alla clientela. Al termine dei lavori, che prevedono un radicale rinnovo esterno e interno, anche l’offerta del centro sarà ridefinita. La progettazione dei lavori è opera di un team di specialisti condotto dallo studio di architettura Buletti Fuma-

galli e associati di Lugano, quale progettista generale. Vista la complessità, l’esecuzione dei lavori è invece stata appaltata all’impresa generale Implenia Svizzera SA di Lugano, che coinvolge per la grande maggioranza aziende e artigiani attivi in Ticino. Con la ristrutturazione è previsto il miglioramento di funzionalità, mobilità interna, estetica, così come di tutti gli aspetti energetici.

Riduzione degli imballaggi, una sfida Generazione M Grazie a una banca dati centralizzata Migros vuole monitorare l’uso delle materie prime

e favorirne il riciclaggio Una delle promesse formulate da Migros nell’ambito della sua campagna destinata ai giovani, Generazione M, è legata al tema degli imballaggi dei prodotti. L’azienda svizzera si è impegnata infatti, entro la fine del 2020, a ottimizzare sotto il profilo ecologico oltre 6000 tonnellate di materiale da imballaggio. «Ridurre l’impatto ambientale» è la parola d’ordine di questo impegno, che richiede la messa in opera di misure puntuali per il monitoraggio della situazione. Alla base dell’intervento si pone innanzitutto la stesura di un ecobilancio, strumento di misura che serve per valutare le ottimizzazioni possibili. A seconda del tipo di prodotto messo sotto osservazione possono esistere diverse

Azione Settimanale edito da Migros Ticino Fondato nel 1938 Redazione Peter Schiesser (redattore responsabile), Barbara Manzoni, Manuela Mazzi, Monica Puffi Poma, Simona Sala, Alessandro Zanoli, Ivan Leoni

Ognuno di noi può dare il suo contributo. (www. generazionem.ch) Sede Via Pretorio 11 CH-6900 Lugano (TI) Tel 091 922 77 40 fax 091 923 18 89 info@azione.ch www.azione.ch La corrispondenza va indirizzata impersonalmente a «Azione» CP 6315, CH-6901 Lugano oppure alle singole redazioni

Editore e amministrazione Cooperativa Migros Ticino CP, 6592 S. Antonino Telefono 091 850 81 11 Stampa Centro Stampa Ticino SA Via Industria 6933 Muzzano Telefono 091 960 31 31

soluzioni per la realizzazione di un imballaggio ecologicamente sostenibile. La priorità numero uno è, naturalmente, quella di utilizzare la quantità minore possibile di materiali nuovi. In questo contesto è più favorevole privilegiare la realizzazione di imballaggi prodotti con materiale già riciclato oppure con un materiale a lunga durata. Nel momento della progettazione di un nuovo imballaggio, occorre da subito considerare anche la necessità della sua eliminazione. Oltre a questo, occorre fare in modo che il contenitore sia costituito da elementi facilmente riconoscibili, in modo che la loro raccolta differenziata sia semplice da mettere in atto. Si pensi da esempio a un vasetto dello

iogurt, con i diversi materiali che fanno parte della sua struttura. L’imballaggio di cartone e il coperchio in carta d’alluminio devono poter essere riconoscibili, per essere raccolti in modo separato. Per gestire il meglio possibile l’intero ventaglio della gamma di materiali utilizzati per l’imballaggio dei propri prodotti Migros ha deciso di introdurre una banca dati specifica. Essa permetterà all’azienda di riunire tutte le informazioni riguardanti gli imballaggi creati dalle industrie che fanno parte della sua Comunità. Le prime statistiche realizzate grazie a questo complesso e innovativo sistema di programmazione sono previste alla fine del 2015.

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Abbonamenti e cambio indirizzi Telefono 091 850 82 31 dalle 9.00 alle 11.00 e dalle 14.00 alle 16.00 dal lunedì al venerdì fax 091 850 83 75 registro.soci@migrosticino.ch

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Costi di abbonamento annuo Svizzera: Fr. 48.– Estero: a partire da Fr. 70.–


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Società e Territorio Anziani poveri Pro Senectute garantisce alle persone anziane in difficoltà un aiuto discreto e puntuale

Il Tibet in Ticino Il ponte tibetano Carasc voluto dalla fondazione Curzùtt - San Barnàrd ha conquistato gli escursionisti, anche quelli meno allenati

I tanti talenti dei sessantenni Intervista alla ricercatrice Margrit Stamm autrice dello studio «Talent Scout 60+» pagina 8

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Parlare all’incontrario Larpa iudre Una tradizione orale nata

probabilmente in ambiente rurale per le contrattazioni nella vendita di bestiame, oggi a Ndrisiòme, cioè a Mendrisio, sono rimasti in pochi a parlarlo e capirlo

Roberta Nicolò La lingua, si sa, è alla base della comunicazione tra gli individui ed è un tassello fondamentale nella costruzione della cultura e dell’identità di un territorio. Infatti le scelte linguistiche e i processi comunicativi attuati dai parlanti riflettono i diversi aspetti del vivere nella società. Un’intrinseca rete di connessioni che fanno della lingua che parliamo un punto cardine per comprendere appieno regole, ambiente e per sentirci parte fino in fondo di una comunità. Siamo oggi abituati a sentire e addirittura studiare diverse lingue, in Svizzera ne abbiamo ben 4 nazionali, e siamo altrettanto abituati, in Ticino, all’uso del dialetto. Proprio il dialetto, infatti, è quanto mai portatore di tradizione e memoria storica, una lingua che ci ricollega al passato della nostra terra e che porta con sé un retaggio agreste e di tradizione orale. Una memoria che si manifesta nei suoni, nei coloriti modi di dire, nelle inflessioni che connotano l’appartenenza ad uno specifico spaccato di territorio, dal Locarnese alla Leventina, fino al Mendrisiotto. Ed è proprio dal dialetto del sud del Ticino che deriva un gergo meno noto e meno diffuso, ma che ha un fascino speciale capace di traghettare in uno spazio a cavallo tra passato e presente e proiettarci in un contesto linguistico senza confini. Larpa iudre, o meglio parlare all’incontrario, è un idioma basato sul dialetto locale della città di Mendrisio, che si diverte ad invertire sillabe e lettere. Un gioco con le parole nato all’inizio del secolo scorso, pare, in ambiente rurale, durante le contrattazioni di bestiame. Si narra, infatti, che servisse ai venditori della fiera di San Martino per non farsi capire dai clienti, permettendogli così di imbrogliare un po’ sui prezzi. Seppure i natali di questo linguaggio gergale non siano così chiari e noti, è invece cosa certa la sua diffusione a Mendrisio attorno al periodo della Prima Guerra Mondiale. Una lingua criptata che ser-

viva a rafforzare il senso di comunità di coloro che ne conoscevano le regole del gioco. «Dall’ambiente dei sensali il larpa iudre si è diffuso ad altri ambiti, nel gioco delle carte, tra amici al bar, o nelle squadre di calcio locali. In tutti quei luoghi in cui poteva essere interessante interagire senza essere capiti, se non da chi condivideva con te la padronanza della lingua. Una forma gergale che sopravvive ancora oggi, ma che ha all’attivo un numero esiguo di parlanti, saranno rimaste forse un centinaio di persone a parlarlo. Capita di usarlo con mio padre, tra amici, a volte anche all’interno della Compagnia teatrale, ma non si tratta mai di costruzioni sintattiche complesse, solo di qualche parola per capirci tra noi intimi – ci spiega Diego Bernasconi che con Mirko Valtulini è autore di Ndrisiòme, un volumetto che racconta il parlare all’incontrario – Ricordo che circa vent’anni fa i nostri postini parlavano il larpa iudre, era una moda, se così si può dire, un modo di distinguersi, e poi la parola postino in gergo suona proprio bene: stinpu. Ma l’ambito ludico resta il contesto preferito per questa lingua. A carnevale lo si sentiva molto ancora negli anni Ottanta e Novanta e lo si può ascoltare ancora oggi». Ecco allora che all’osteria, tra mendrisiensi, possiamo sentir dire féca sciòli e un chimbia! Al posto di «un caffè liscio e un bianchino», durante una partita a carte fa ul gagiü dal tòsse lòbe anziché «gioca il settebello» e per strada magari potremmo ascoltare un commento come questo gh’è scià ul stinpu, che tradotto suona «arriva il portalettere». «Ci sono anche canzoni che sono state tradotte in larpa iudre, soprattutto dalle donne che cantavano mentre svolgevano le attività domestiche o al lavoro, ed ecco che per gioco hanno pensato di tradurre alcune canzoni in questo dialetto speciale. In questi casi le regole di formazione non sono sempre state rispettate, poiché le parole dovevano seguire il ritmo dettato dalla mu-

Uno scorcio del magnifico borgo. (Ti-Press)

sica. Un pezzo tra i più antichi ritrovati data 1915» conclude Bernasconi. Gergo e identità vanno a braccetto da sempre. E il larpa iudre non fa eccezione, rappresenta un piccolo spaccato di vita contadina, un desiderio di unione e di complicità che porta immancabilmente a coniare un linguaggio comune, un codice, che faccia sentire forti, unici. Un gergo per unire tutti i membri di una comunità e escludere coloro che non ne fanno parte in modo chiaro e univoco. Dal passato al presente per ricordare l’appartenere, per dire ancora e una volta di più, sono nato a Mendrisio o meglio sum süna a Ndrisiòme.

Non è cosa nuova, o invenzione dei momò, divertirsi a giocare con sillabe e parole, sono molti, infatti, i gerghi similari diffusi in tante parti sia del Ticino che del mondo. Una pratica che ha da sempre stimolato giovani e meno giovani mettendoli alla prova con abilità scioglilingua. Storicamente si possono ricordare il Verlan usato in Francia e il contemporaneo Argot che ha assunto influenze dall’arabo di provenienza magrebina. Questo giocare a formare una lingua segreta sta alla base anche di tutte le costruzioni linguistiche più moderne, di quei linguaggi giovanili di cui oggi tanto si

parla: gli slang. Un bisogno, quello di distinguersi dal mondo adulto o convenzionale, attraverso una funzione criptica, che accomuna i giovani di ieri e di oggi. La manipolazione della lingua resta infatti lo strumento più immediato per comunicare l’appartenenza ad un gruppo, insieme a simboli esteriori come l’abbigliamento, per esempio, o alcuni tatuaggi. Il larpa iudre è come lo slang, nient’altro se non un giocare con la lingua. Un uso antico e contemporaneo allo stesso tempo. Diversi i contesti, diversi gli attori, ma simili i bisogni a cui dare una risposta.


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Società e Territorio

La povertà invisibile Pro Senectute È in corso la colletta d’autunno promossa dalla Fondazione, una raccolta fondi

che permette di aiutare anziani in difficoltà economiche in modo discreto e puntuale

Stefania Hubmann Garantire i bisogni primari degli anziani non significa eliminare il rischio di povertà. Quest’ultima assume forme impercettibili ma altrettanto insidiose. Isolamento, prostrazione, vergogna sono le conseguenze di difficoltà materiali con le quali possono essere confrontate persone al beneficio della pensione anche dopo un’intera vita di lavoro. Situazioni non così isolate, come testimonia chi si trova al fronte in questo tipo di sostegno sociale. «La povertà degli anziani è invisibile. Ma non per noi», recita lo slogan della colletta nazionale d’autunno di Pro Senectute, attirando l’attenzione su chi nella terza e soprattutto nella quarta età vive un disagio psicologico che lo rende ancora più fragile di quanto già non sia per natura in questa fase della vita. Le prestazioni complementari alleviano le situazioni più precarie in caso di rendita AVS o AI insufficiente a coprire il fabbisogno vitale, senza però risolvere tutti i problemi. Risparmiare in questi frangenti è impossibile e pertanto spese impreviste o straordinarie pendono come una spada di Damocle sul bilancio familiare. Alcuni esempi? Legati all’abitazione troviamo i conguagli spese, i depositi di garanzia, i traslochi, mentre a livello di salute incidono ad esempio l’acquisto di occhiali, apparecchi acustici e plantari ortopedici. Pro Senectute è in grado di intervenire, dopo i dovuti accertamenti, in modo semplice, puntuale e discreto. Caratteristiche che la rendono preziosa agli occhi dei beneficiari, più o meno inclini a chiedere aiuto.

Secondo l’assistente sociale Sara Circello le rinunce fatte da chi ha i soldi contati possono provocare un graduale isolamento e compromettere lo stato di salute Sara Circello, giovane assistente sociale, lavora presso la Fondazione Pro Senectute Ticino e Moesano da otto anni. È stata operativa in diversi centri regionali d’informazione e consulenza cantonali, confrontandosi così con realtà e comportamenti diversi. «In città ci si rivolge a noi con maggiore facilità», spiega in un incontro nel suo ufficio di Lugano. «Gli anziani sembrano essere più informati sulle possibilità di ricevere un contributo finanziario e in molti casi si muovono con i mezzi pub-

Le richieste di aiuto a Pro Senectute possono giungere anche da familiari o dal medico curante previo consenso della persona interessata. (Ti-Press)

blici raggiungendoci direttamente nella nostra sede. Ha un’incidenza anche la rete primaria, più debole nei centri rispetto alle periferie e in particolari alle valli». Le generazioni più anziane faticano a farsi avanti, perché tende a prevalere un senso di imbarazzo e orgoglio. In alcuni casi ciò impedisce persino di chiedere le prestazioni complementari. L’assistente sociale valuta le richieste attraverso un approccio globale, richieste che possono giungere anche su segnalazione di familiari o del medico curante, purché la persona interessata sia consenziente. Precisa Sara Circello: «Oltre ai colloqui personali, effettuiamo numerose visite a domicilio per capire meglio i reali bisogni della persona singola o della coppia. Sovente la questione finanziaria è infatti solo una componente della richiesta di aiuto. Per migliorare le condizioni di vita degli anziani in difficoltà, possiamo attivare diversi servizi, come la consegna dei pasti caldi a domicilio, il telesoccorso, l’aiuto domiciliare». Ogni situazione deve essere vagliata singolarmente in modo accurato, anche perché, a seguito dell’entrata in vigore – nel luglio 2013 – della nuova Circolare concernente le prestazioni delle istituzioni di utilità pubblica emanata dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali, le disposizioni sugli aiuti finanziari sono diven-

tate più dettagliate e restrittive. La Fondazione accorda infatti sussidi puntuali su mandato federale. Paolo Nodari, responsabile del servizio sociale di Pro Senectute Ticino e Moesano, fornisce al riguardo qualche cifra. «Nel 2014 abbiamo accolto 818 richieste per le quali sono stati utilizzati fondi federali pari a circa 850mila franchi. Quando il Regolamento imposto dalla Confederazione ci impedisce di soddisfare la domanda pur essendo di fronte a una situazione di necessità, possiamo contare sul sostegno di altre associazioni o fondazioni private. In particolare è stata instaurata un’ottima collaborazione con l’Associazione Italiana di Lugano per gli Anziani (AILA) e la Fondazione Hatt-Bucher di Zurigo». Quest’ultima è stata istituita in memoria di due coniugi longevi e molto generosi nei confronti delle persone in condizioni di vita difficili con gli obiettivi di «mitigare le situazioni di disagio» e «donare gioia» alle persone anziane. L’assistente sociale rivela che questi contributi possono servire ad esempio a coprire le spese di diaria in caso di ricovero ospedaliero. Il «donare gioia» della Fondazione Hatt-Bucher però evoca proprio le nuove forme di povertà di cui gli anziani sono vittime nelle società avanzate e benestanti. Sara Circello: «Quando i soldi sono contati,

le rinunce includono l’abbonamento al quotidiano, la tessera del teatro, il pranzo al ristorante, il caffè con le amiche, provocando un graduale isolamento della persona anziana. La qualità di vita diminuisce e subentra un senso di solitudine e tristezza che può compromettere lo stato di salute fisico e psichico. Anche gli animali, fonte di compagnia e stimolo al movimento, rappresentano un costo non sempre sopportabile. In questo caso si perde anche quel senso di utilità che fa sentire vivi». I riscontri di queste forme di povertà sono più psicologici che pratici, ma non per questo meno importanti. Per Sara Circello alcune situazioni sono emblematiche, oltre che toccanti. Come la signora che a 80 anni, di fronte a un futuro di solitudine e incertezza dopo la scomparsa del marito, dovrebbe lasciare l’abitazione coniugale di una vita perché l’affitto per una persona sola è troppo costoso e non rientra più nei parametri fissati dalle prestazioni complementari. Quella casa è però tutto il suo mondo essendo stati entrambi arredatori d’interni. Pro Senectute trova allora una soluzione temporanea per evitare un trasloco immediato. Per una coppia la vita quotidiana è invece diventata una continua rinuncia: all’apparecchio acustico, a nuovi vestiti, a un aiuto per le faccende domestiche e la

L’alienazione e la dipendenza da smartphone sono un’emergenza reale, per questo lo studente cinese Xie Chenglin ha voluto denunciarli nel suo geniale corto d’animazione vincitore nel 2014 del premio della Central Academy of Fine Arts. Non solo la ragazza, tutti i personaggi di questo filmato hanno un solo occhio grandissimo e sono costantemente ripiegati sul cellulare. Niente li distrae o merita la loro attenzione, nessun fatto, nessun incidente, nessuna morte. Niente. Il mondo è tutto e solo un «clic clic clic». Michele Serra nel suo ultimo libro Ognuno potrebbe la chiama «sindrome dallo sguardo basso» mentre definisce i cellulari dipendenti degli «egòfoni» e i digitanti compulsivi dei «digitamboli». E se pensate che l’alienazione da smartphone riguardi solo i giovani,

sempre di corsa, distratti, la testa fra le nuvole, vi sbagliate. Giulio, il protagonista, corre in ospedale, dove hanno ricoverato sua moglie Agnese a causa di un incidente, è stata investita da una bicicletta. L’infermiera gli spiega tutto «Sindrome dello sguardo basso, è già la terza stamattina». Lui non capisce che cosa vuol dire, allora l’infermiera si esprime in modo più deciso «la signorina camminava digitando. E se uno digita non vede dove mette i piedi. È scesa dal marciapiede senza accorgersi della bicicletta». Forse, qualcuno di voi ricorderà la pubblicità shock promossa qualche mese fa dalla polizia di Losanna per prevenire i troppi incidenti che coinvolgono i pedoni distratti. Si tratta di un video (lo trovate facilmente in

cucina malgrado le forze vengano sempre meno. In questo caso manca persino la consapevolezza di poter chiedere le prestazioni complementari. È pur vero che alcuni servizi comportano procedure che per gli anziani possono risultare complesse. Pro Senectute è a disposizione anche per evadere queste pratiche amministrative. Un corso di scrittura o un computer possono pure contribuire a «donare gioia» e a mantenere attivi gli anziani. Hanno però un costo e non tutti possono permetterselo. In questi due casi la signora reduce da una grave malattia e il residente di una casa per anziani con difficoltà nella scrittura manuale hanno beneficiato della consulenza di Sara Circello e di un conseguente aiuto concreto. Sono esempi di povertà invisibile che si cela nella principale città del Cantone, ai quali enti come Pro Senectute prestano attenzione e ascolto. Anziani soli, donne, ultraottantenni, sono le categorie più fragili, per natura e per ragioni legate alla realtà professionale dell’epoca nella quale sono stati attivi. Esclusi da determinate forme di previdenza, non devono per questo perdere la possibilità, oltre che di vivere in modo autonomo e il più a lungo possibile al domicilio, di esprimersi e coltivare le relazioni interpersonali, elementi essenziali per sentirsi parte integrante della società.

La società connessa di Natascha Fioretti Il nostro smartphone ci ucciderà

Il rumore dei passi «tap tap tap», unito a quello dei tasti della tastiera «clic clic clic». Intanto una tipa alta, con un occhio solo, grandissimo, più grande di quello del Minion Stuart, ricurva come un cetriolo a U sullo schermo del suo telefonino manda sms, email o scatta dei selfie. Sullo sfondo dei suoi «tap tap tap» e dei «clic clic clic», intimiditi affiorano i rumori del mondo in carne e ossa: il miagolio di un gatto, il grido della sirena dell’ambulanza, il fragore di un incidente autostradale… ma nulla distrae l’attenzione o attira lo sguardo di questa fanciulla così concentrato sullo schermo del suo telefonino che, se potesse, ci si infilerebbe dentro, scivolando via con tutto il suo corpo tra il clic di una email e di un selfie. Tutto ciò, che oggi sembra darci

una ragione di vita, una connessione con il mondo, passa da qui, dal cellulare e dalle sue migliaia di funzioni e di applicazioni. Hai voglia a dire quanto sia bello l’autunno con i suoi colori o ascoltare il lieve suono delle foglie che leggere planano a terra, se il nostro camminare o correre è determinato da touch screen onnipresenti e dalle loro derivazioni nervose, che a ripetizione cantano nelle nostre orecchie. Sto esagerando? Lo spero. Intanto fate un test: andate in un luogo pubblico, ad esempio in stazione a Lugano, e osservate per un attimo le persone che scendono dal treno e si dirigono verso l’uscita o un altro binario. Ora contate quante guardano in alto verso il cielo e quante invece camminano guardando fisso lo schermo del telefonino convinte magari di essere a Bangkok o a Sidney.

google) nel quale il giovane titolare di un’agenzia di pompe funebri racconta la storia di Jonas, un giovane come tanti che vestito di borsa a tracolla, jeans e camicia, auricolari, cammina veloce per le vie della sua città. Ad un tratto, mentre disattento attraversa le strisce pedonali, viene investito da un’auto e muore sul colpo. Scopo della campagna: rendere attenta la cittadinanza ad un pericolo in costante aumento, gli incidenti dovuti alla tecno-distrazione. In Svizzera sono 1100 le persone rimaste gravemente ferite o decedute nel 2013 a causa della disattenzione mentre la distrazione costituisce uno dei principali fattori di incidenti della circolazione. Siamo foglie al vento anche noi, luminose e splendide, ma altrettanto fragili e caduche... con o senza smartphone.


Ricetta e foto: saison.ch

Piacere dorato in padella.

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 09 novembre 2015 ¶ N. 46

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Società e Territorio

Ma è solo un ponte? Passeggiate Il ponte tibetano Carasc voluto dalla fondazione Curzùtt - San Barnàrd

è stato inaugurato lo scorso 30 maggio Elia Stampanoni È solo un ponte, un ponte particolare certo, ma pur sempre un collegamento tra due sponde di una vallata. Eppure il Ponte tibetano Carasc ha fatto parlare di sé. Tante persone si sono riscoperte escursioniste per un giorno, solo per raggiungerlo: una passerella di 270 metri di lunghezza posizionata a 700 metri di altitudine. L’opera, inaugurata il 30 maggio di quest’anno, è stata voluta dalla fondazione Curzùtt - San Barnàrd e ha permesso di unire due comuni, quello di Sementina e quello di Monte Carasso. In passato il transito da un lato all’altro della vallata era garantito da angusti passaggi che permettevano il movimento a monte della cascata esistente. Con l’abbandono graduale di queste zone e la migrazione verso il piano anche questi varchi vennero definitivamente abbandonati e le due sponde rimasero a guardarsi. Il ponte tibetano ha oggi riaperto questo dialogo, ma ha soprattutto rimesso in movimento molte persone sui sentieri della regione. Ripristinate e segnalate, le vie che conducono al ponte Carasc sono oggi molto frequentate e hanno rianimato una vallata altrimenti un po’ dimenticata dall’escursionismo e dal turismo. Già, perché per raggiungere il ponte tibetano bisogna camminare. A buon passo il circuito lo si può percorrere in due ore, che diventano subito quattro se la gita è di carattere famigliare. C’è la possibilità di avvicinarsi al ponte usufruendo della filovia

Una passerella lunga 270 metri. (E. Stampanoni)

di Monte Carasso, ma il ponte non è comunque una di quelle attrazioni da ammirare ai lati di una strada. Qualunque sia, l’approccio alla scampagnata, la gita permette di riscoprire anche altre interessanti particolarità del territorio. Innanzitutto, salendo da Sementina, ci s’imbatte subito nelle cinte e nei fortini della fame, dove un suggestivo sentiero s’inerpica tra muri, portici e scalinate. Il tragitto va poi a toccare e incrociare la Via delle vigne, un sentiero didattico inserito in

uno stupendo paesaggio che lambisce una distesa di vigneti di collina, dove in autunno l’uva matura sui tralci. Poco più in basso il frastuono delle strade non dà tregua, ma l’escursione prende gradualmente quota e, inoltrandosi in boschi di castagni, raggiunge lentamente San Defendente. Qui spicca la chiesetta dell’oratorio, da dove la gita piega decisa a destra, verso nord. Prima d’affrontare la traversata sul ponte, il sentiero perde quota per raggiungere il bordo dell’angusta valle

dove, a 700 metri d’altitudine, può iniziare l’avventura tibetana. Il panorama si apre definitivamente e guardare lontano aiuta forse anche a vincere quella paura che può venire quando ci si ritrova con i piedi sulla passerella, a 130 metri di altezza, con il fiume della Valle Sementina che placidamente scorre al di sotto. Il parapetto sembra minimalista, ma le funi e la rete metallica garantiscono la massima sicurezza, così come il pavimento in assi di larici che ai due imbocchi ha una pendenza notevole,

del 24%. Le funi portanti e stabilizzanti sono impressionanti, così come i sistemi di ancoraggio al terreno che non impediscono un minimo oscillamento e un po’ di brivido per gli escursionisti. A circa metà traversata s’incontrano le tipiche bandiere del Tibet, Paese in cui queste costruzioni erano e sono particolarmente utilizzate. La versione originale è composta da sole tre funi che, poste a triangolo, vengono stabilizzate da stralli (tiranti) laterali, dove l’oscillazione è inversamente proporzionale alla tensione delle funi. Dall’altra parte del ponte Carasc bisogna risalire il versante e quindi, in breve tempo, si arriva alla Chiesa di San Bernardo e poi a Curzùtt, luoghi che hanno dato il nome e il via all’omonima fondazione promotrice di molte iniziative di recupero e restauro. Qui si possono infatti visitare la chiesa, il nucleo e le selve castanili che hanno coinvolto anche il ripristino di sentieri, piste di svago e attività sociali, culturali e ricreative. Il rientro a Monte Carasso è poi una bella e ripida discesa da affrontare con attenzione tra sassi, boschi e elementi tipici della regione. L’attraversamento del ponte rimane comunque il punto forte della gita. Per passare da una sponda all’altro ci vogliono diversi minuti, tempo in cui si è sospesi nell’aria e, soprattutto se soli, si ha il tempo di apprezzare questi luoghi. Informazioni

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Società e Territorio

«Ripensare le nostre biografie» Intervista La ricercatrice Margrit Stamm ci spiega i motivi per cui la svolta demografica richieda

uno sguardo nuovo sul processo di invecchiamento

Jacqueline Beck Due settimane dopo il suo 65.mo compleanno Margrit Stamm ci invita nel suo moderno ufficio situato nella città vecchia di Berna. Qui la ex-professoressa di scienze educative dell’Università di Friborgo tre anni or sono ha fondato l’istituto Swiss Education, dove continua a condurre le sue ricerche, apprezzate a livello internazionale, nell’ambito della formazione e dell’expertise. Margrit Stamm si è fatta un nome come specialista dell’incoraggiamento precoce, ma nel 2012 si è chinata per la prima volta sulla fascia di età cui appartiene: nello studio «Talent Scout 60+», pubblicato all’inizio dell’anno, ha indagato il potenziale e le risorse delle persone anziane. Negli ultimi 100 anni l’aspettativa media di vita delle svizzere e degli svizzeri è aumentata di 30 anni: «Questo incremento non significa solamente un aumento del numero degli anni di vita, ma soprattutto un aumento degli anni di vita in buona salute», osserva Stamm nella prefazione. Il marketing ha scoperto da tempo il potenziale consumistico dei «Golden Ager», mentre nei mass media e nella politica a farla da padrona è la paura di un invecchiamento eccessivo della società, con le ovvie ricadute sul sistema sociale. Secondo Margrit Stamm si tratta di prospettive in parte arbitrarie: «Se si esclude il ruolo di nonni, per i pensionati la nostra società non ha in serbo alcun compito». Margrit Stamm, fino a poco tempo fa lei analizzava i percorsi formativi di bambini e ragazzi. Per quale motivo i suoi interessi si sono spostati sulle generazioni più vecchie?

Mi sono sempre interessata alla questione del potenziale e del talento delle persone che godono di scarsa considerazione. Ho analizzato molti aspetti della questione, ma non mi ero mai chinata sugli anziani. Durante le ricerche mi sono resa conto che anche a livello internazionale vi sono pochi studi sullo sviluppo del potenziale della generazione 60+. Sono sempre molto stimolata dalla possibilità di fare del lavoro pionieristico e di sviluppare nuovi pensieri. Osservando la mia cerchia di amici mi sono inoltre resa conto come per molti il pensionamento rappresenti una sfida. Molti si rifugiano in una corsa all’eterna giovinezza, nell’edonismo o cadono in depressione. Nell’introduzione allo studio «TalentScout 60+» lei sostiene la tesi secondo cui la Svizzera non ha una cultura della vecchiaia.

Nella nostra società non è ancora scontato prendere in considerazione il potenziale delle persone anziane. Il cambiamento demografico viene principalmente percepito come una minaccia, poiché causa un aumento dei costi. Si riflette troppo poco su quanto siano ancora in grado di fare le persone dopo i 60 anni e su come possano mettere alla prova il proprio talento. L’unica cultura della vecchiaia che conosciamo è quella dell’atteggiamento caritatevole nei confronti delle persone appartenenti alla quarta età. Ci si deve occupare di loro: queste persone devono essere curate e rispettate. Ma oggigiorno un 60enne ha davanti in media ancora 20 anni di vita di buona qualità. Abbiamo trascurato lo sviluppo di modelli per la terza età perché la nostra società apprezza soprattutto la gioventù. In questo periodo lo abbiamo constatato nella campagna elettorale per il Consiglio

nazionale. Molti partiti giovani stilano delle liste separate, mentre i partiti tradizionali hanno delle difficoltà nel sostegno dei candidati più avanti con gli anni. Dicendo ciò non mi riferisco a coloro che vogliono rimanere attaccati al proprio seggio a tutti i costi, bensì ai politici sopra i 60 anni che desiderano entrare in Parlamento per la prima volta. Si scommette soprattutto sui giovani, mentre la generazione più vecchia finisce su un binario morto. Nemmeno la scienza sembra occuparsi particolarmente della terza età.

A monte di questo vi sono due motivi. Da una parte la psicologia evolutiva negli ultimi decenni si è concentrata soprattutto sull’infanzia e sulla giovinezza, partendo dal presupposto che l’adulto non è più oggetto di alcuna evoluzione decisiva. Le persone intorno ai 30 anni devono avanzare ancora di pochi gradini sulla scala della vita, devono tutt’al più pianificare una famiglia, poi si possono rilassare. La ricerca sulla vecchiaia invece si è concentrata per molto tempo sul declino delle facoltà cognitive, senza prendere in considerazione il fatto che in fondo la vita è un costante costruire e smantellare. Se da una parte con l’avanzamento della vecchiaia la velocità dell’elaborazione delle informazioni e le capacità di memorizzazione scemano, vi sono competenze come la saggezza, l’esperienza di conduzione e la creatività che aumentano unicamente con il trascorrere degli anni. Quali sono gli ambiti in cui il talento e l’expertise sono più sviluppati nella generazione 60+?

Non abbiamo analizzato degli interessi a caso, ma ci siamo occupati esattamente dei talenti e delle expertise («TalentExpertise») cui i partecipanti allo studio si sono dedicati a lungo, con impegno e passione. Ci siamo posti un traguardo molto alto, in questo modo abbiamo scoperto sette ambiti: talenti accademici, sportivi, manuali, sociali, spirituali, ecologici e artistici. Alcuni dei partecipanti al sondaggio hanno dimostrato di avere TalentExpertise in molteplici ambiti. Questo mi ha permesso di capire che oggigiorno il concetto di formazione deve essere definito in modo molto esteso. Se si intende sfruttare la varietà delle TalentExpertise delle persone anziane, è necessario intervenire in ambiti diversi. L’immagine secondo cui i «Golden Ager» sarebbero degli edonisti dunque non corrisponde alla realtà?

Il nostro studio non è rappresentativo poiché, per quanto riguarda il background formativo, la salute e le finanze, gli intervistati appartengono perlopiù a un segmento privilegiato della fascia di età rappresentata. Questo è il problema di tutte le ricerche realizzate su base volontaria. Abbiamo chiesto alla gente quali fossero i loro traguardi per la nuova fase della vita, e quali fossero le loro aspettative. Ne sono risultati quattro modelli tipici: il 42% segue il modello «liberazione»; questo gruppo il mattino vuole dormire fino a tardi, vuole viaggiare e godersi la vita. Il 15% dice di volere «andare avanti»; si tratta ad esempio di liberi professionisti, di persone che continuano a seguire gli apprendisti all’interno dell’azienda o che decidono di assumersi una funzione di coaching. Il 32% rientra nell’«impegno post-lavorativo», mentre il modello «recupero» è rappresentato dall’11% degli intervistati.

Margrit Stamm è stata professoressa all’Università di Friborgo e ha poi fondato l’istituto Swiss Education. In cosa si distinguono «andare avanti» e «impegno post-lavorativo»?

L’impegno post-lavorativo non ha alcun collegamento diretto con la professione. Queste persone mettono a disposizione i propri talenti nella società civile o per progetti personali. Trovo molto interessante il modello «recupero»: si vuole cominciare qualcosa di nuovo, e questo a un livello alto. Una partecipante ad esempio ha concluso una formazione come agente immobiliare. Sarebbe interessante analizzare come si evolveranno questi orientamenti tra 3 o 4 anni. Dopo la pubblicazione dello studio alcune persone anziane mi hanno scritto dicendomi di essere in pensione da alcuni anni e di avere visitato ogni paese della Terra. Ora però queste vogliono tornare ad essere attive, sviluppare il proprio potenziale. Il mercato formativo come ha reagito di fronte a queste esigenze?

L’offerta è infinita, ma molte proposte non riescono a raggiungere la gente e godono di scarso interesse. Me ne accorgo anche durante le mie conferenze: la maggior parte di coloro che vi prendono parte hanno più di 75 anni. Per la generazione 60+ essere definiti «anziani» costituisce quasi un affronto. Un prete mi ha raccontato che la sua parrocchia aveva organizzato un pomeriggio per gli over 60: si sono presentate solamente due donne. La sua era una proposta a fin di bene, ma è difficile che oggi un 65enne abbia voglia di passare il tempo a bere caffé e a chiacchierare! Spesso le iniziative non rispondono alle esigenze reali. La generazione over 60 è molto selettiva nei confronti delle offerte formative. Essa è spesso in viaggio, non ama dunque impegnarsi a lungo termine. I soggetti da noi interpellati affermano che apprezzerebbero molto, se la società richiedesse i loro talenti e la loro esperienza, ma non per questo sono intenzionati ad annunciarsi su una piattaforma qualunque per offrire la propria disponibilità. Si tratta di una clientela esigente! Qual è il miglior modo per raggiungerli?

Immagino che si dovrebbero creare delle strutture che li impegnino per due settimane invece che per due mesi.

Inoltre la formazione non dovrebbe avere le caratteristiche dell’apprendimento formale. Sarebbe molto più importante collegare le generazioni in modo interattivo. Con questo non voglio dire che gli anziani e i giovani debbano imparare le stesse cose allo stesso ritmo. I moduli di successo sono quelli in cui le generazioni imparano a vivere e a pensare insieme, così da evitare che si incontrino unicamente quando di mezzo c’è la cura delle persone. Quali sono gli adeguamenti necessari per i datori di lavoro di fronte all’evoluzione demografica?

Ad oggi i datori di lavoro hanno ridotto la generazione 60+ all’età del pensionamento. È vero che si parla dell’aumento dell’età del pensionamento o di un aumento della flessibilità in questo senso, ma tutto si ferma qui. Secondo me questo approccio alla discussione è sbagliato. La psicologia cognitiva e l’analisi delle expertise mostrano in modo evidente come l’essere umano cambi costantemente. Lasciare che una persona svolga per tutta la vita lo stesso lavoro senza offrirle una formazione continua adeguata e senza affidarle altre funzioni è una beffa. Così facendo non faranno che aumentare i casi di burnout e di abbandono della professione. Come si può contrastare questa tendenza?

Le imprese dovrebbero introdurre un age-management e cominciare presto a discutere con i propri dipendenti su quali siano le possibilità di formazione continua. Questo processo deve avvenire in modo organico e sono necessarie nuove possibilità formative. Le statistiche ci mostrano che la percentuale di lavoratori che partecipano alla formazione continua è molto esigua. Succede poi che a 50 anni, quando ci si sente dire: «Ci siamo accorti che sei diventato più lento e che hai delle difficoltà con il nuovo capo», scoppia la «bomba». Sarebbero molto più sensati dei gruppi di lavoro misti, gestiti alternativamente da membri del team giovani e meno giovani. Lei sostiene che dobbiamo reinventare la vecchiaia. Come è possibile introdurre un cambiamento di mentalità nella società?

Per una cultura della vecchiaia rivolta

al potenziale e all’innovazione è necessario un nuovo concetto di produttività. Sembra che per la politica l’unica soluzione risieda in un aumento dell’età del pensionamento. Secondo me invece una delle grandi domande della nostra cultura è: «perché strutturiamo in modo tanto lineare le tre fasi della formazione, della professione e del pensionamento, invece di cercare di renderle più fluide?». Le fasi dell’ingresso nel mondo del lavoro e della creazione di una famiglia rappresentano una periodo molto concitato della vita. In questa fase le persone dovrebbero avere più tempo per riprendersi. Contemporaneamente le persone più avanti con gli anni non dovrebbero essere semplicemente messe da parte. Sono inoltre necessarie delle soluzioni improntate sul gender. Le donne, che spesso hanno delle biografie spezzate e che dopo la fase dedicata alla famiglia a 50 anni desiderano rimettersi in gioco, dovrebbero avere modo di rimanere attive più a lungo per realizzarsi. Infine i cantoni e i comuni dovrebbero rivedere le proprie linee guida per la vecchiaia. In che misura?

Sono molto pochi gli esempi progressisti. Il canton Argovia, ad esempio, rappresenta un’eccezione, poiché ha un’attenzione esplicita per la terza età e cerca di portarne alla luce il potenziale. Le linee guida odierne sono generalmente rivolte alla quarta età. Quando un cittadino compie 65 anni, molti comuni gli inviano una documentazione che spiega cosa fare in caso di malattia, quali corsi frequentare per prevenire le cadute o come proteggersi dai borseggiatori. Sono pochi i 65enni che si sentono parte in causa. Lo studio dimostra che il comportamento delle persone riflette spesso le aspettative che si hanno nei loro confronti. Se da un 80enne ci si aspetta che si muova con il girello e che cognitivamente non sia più al top, questi si comporterà di conseguenza molto più velocemente. È giusto rivolgersi alla quarta età, ma gli anni che stanno in mezzo vanno perduti. Informazioni

L’intervista integrale si può leggere su www.percento-culturale-migros.ch


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Società e Territorio

Facebook come scatola nera e nicchia ecologica Social network Come avere successo e farsi conoscere con la teoria dei sistemi complessi Lorenzo De Carli Per mettere alla prova le sue teorie in merito alla dinamica dei social network, il fisico ungherese Albert-László Barabási – autore di Link (2004) e di Lampi (2011) –, ha avuto il privilegio di poter accedere a dati sia di operatori telefonici, sia di provider Internet. I modelli d’interazione sociale descritti da Barabási prevedono una fitta rete, della quale ciascuno di noi è un nodo, da cui partono legami di variabile intensità verso altri nodi. Reti di reti sono connesse le une alle altre, talvolta tramite nodi particolarmente ricchi di link (quelli che Barabási definisce «hub», come per esempio il profilo Facebook della rivista «Rolling Stones», con più di tre milioni di «Mi piace»); talaltra, invece, tramite l’occasionalità dei cosiddetti «legami deboli», come per esempio quei post che questo o quell’amico condividono nel suo profilo FB, facendoci casualmente scoprire un nodo/profilo ricco di contenuti interessanti. Cosicché, se ci sono nodi che fungono da attrattori per innumerevoli link, ce ne sono tantissimi altri (ciascuno di noi, per esempio) che possono far parte di reti piccole o grandi, che si riconfigurano costantemente – spesso grazie al caso. Con un miliardo e trecentomila utenti attivi, Facebook è la rete sociale più estesa. Per studiarne le dinamiche, può essere utile osservarla come un enorme spazio, nel quale alcuni attrattori – gli «hub» di Barabási – orientano l’interazione di moltissimi utenti, oppure osservarla come un enorme ecosistema, dove nicchie ecologiche di varie dimensioni sono regolarmente frequentate da un numero variabile di utenti. La caratteristica saliente di una rete sociale è quella di far circolare informazioni. Oggi, si tende a definire «memi» queste informazioni messe in rete, e i «memi» non sono che idee, musiche, immagini, concetti, facilmente condivisibili perché replicabili. In una rete sociale hanno successo non le persone, bensì i «memi» – i quali possono contaminare pochi nodi (e allora avranno poco successo) oppure molti (e in tal caso avranno molto successo). Fintantoché Facebook è rimasta faccenda di utenti che descrivevano e condividevano fatti della loro vita quotidiana, le dinamiche sociali erano quelle tipiche del gossip. Ad un certo punto, però, anche le grandi e piccole aziende hanno visto in Facebook un luogo, nel quale cercare nuovi consumatori per i loro prodotti e, dalla loro

Con circa un miliardo e trecentomila utenti attivi Facebook è la rete sociale più estesa.

prospettiva, la strategia perseguita è stata duplice: da un canto diventare un «hub», un nodo cioè della rete, verso il quale vanno un numero elevato di link (calcolabili in base ai «Mi piace» o alle «Condivisioni»), dall’altro assumere gli interessi degli utenti (anche quelli inespressi) come degli ecosistemi, nei quali entrare per offrire i loro prodotti.

Le aziende che hanno un marchio poco noto possono sfruttare le reti sociali, ma la strategia è determinante Quali sono le strategie di un’azienda che vuole diventare un «hub»? Chi, fuori da Facebook, ha già una nomea affermata – come i grandi giornali,

le grandi riviste, le grandi corporation dello spettacolo – non ha molti problemi: il loro stesso marchio è un «meme»; e gli utenti si connetteranno regolarmente ai loro profili Facebook per il semplice motivo che, anche nella dimensione social, vogliono avere informazioni senza soluzione di continuità dalle loro fonti preferite. La faccenda è diversa per quelle aziende che hanno un marchio poco noto ma che aspirano a diventare un «hub». Facebook stesso, che non ha certo scopi filantropici, chiede ai suoi utenti se voglio promuovere le loro pagine e i loro post, versando somme variabili di denaro. Ci sono agenzie specializzate nell’attività di advertising, che – ovviamente a pagamento – usano varie tecniche per raggiungere utenti. In alternativa a questi metodi c’è la messa in atto di una strategia atta a studiare il comportamento di

specifiche tipologie di post, e a individuare singoli utenti, o gruppi di interesse, o meglio ancora degli «hub» interessati ai contenuti che si vogliono diffondere. La prospettiva migliore per svolgere questa attività consiste nel considerare Facebook come i comportamentisti considerano la mente: una scatola nera. Secondo Burrhus Skinner, la nostra mente è inconoscibile e il suo funzionamento, dopotutto, irrilevante. Ciò che importa sono gli stimoli forniti ai soggetti e il loro conseguente comportamento. Ciò che è accaduto nella scatola nera non ha importanza. Ebbene, siccome gli algoritmi con cui Facebook crea le relazioni tra i nodi ci sono ignoti e vengono regolarmente modificati e ottimizzati in funzione dei suoi scopi commerciali, come i comportamentisti, ci conviene semplicemente ignorarli, concen-

trandoci sugli stimoli e sugli effetti. In questa prospettiva, per l’azienda che voglia conseguire successo con Facebook, il primo passo consiste nel pubblicare vari tipi di post (stimolo) e osservare per ciascuno di essi quante persone sono state contattate (comportamento). Ripetendo l’esperimento un numero statisticamente significativo di volte, è facile individuare il tipo di post in grado di raggiungere un numero vasto di utenti. È la strategia «scatola nera». Se questa prima strategia è utile per individuare i post in grado di meglio diffondersi, la strategia «ecosistema» è quella più idonea per individuare una nicchia ecologica, nella quale installarsi. Per mettere in atto questa strategia occorre rendersi compiutamente conto che la storia di Internet dimostra incontrovertibilmente una regola: il primo attore che occupa una specifica nicchia ecologica, avrà a lungo una posizione dominante. La strategia «ecosistema» può essere compiuta in due modi: affidandosi a Facebook o alle agenzie di advertising, o facendo per conto proprio. In tutt’e due i casi, l’obiettivo è segnalare i propri post ai potenziali interessati. In quest’operazione, Facebook è in vantaggio su tutti: non solo conosce i profili dei suoi utenti, ma che cosa piace loro, quali sono i loro interessi, e che cosa gradiscono condividere. La strategia «ecosistema» è una versione per così dire «manuale» degli algoritmi usati da Facebook, e consiste nella ricerca di profili, presso i quali segnalare i propri contenuti. Si tratta di un’attività che richiede una perfetta conoscenza dei propri contenuti, e l’individuazione dei profili FB potenzialmente interessati. Le strategie «scatola nera» ed «ecosistema» cominciano a produrre il loro frutti quando, congiuntamente, ottengono l’effetto d’incrementare costantemente il numero delle persone raggiunte. In casi eccezionali, un post può diventare virale. In questi casi la curva che descrive la copertura dei post s’impenna, e disegna il tipico grafo che rappresenta una legge di potenza. Tutt’e due le strategie descritte non garantiscono la produzione di post virali, ma i più abili a rinnovare questi esiti sono sempre gli stessi: quelli capaci di produrre «memi» in grado di contaminare i soggetti in rete, ponendoli negli «hub» giusti, o diventando essi stessi degli «hub». Annuncio pubblicitario

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Società e Territorio Rubriche

Lo specchio dei tempi di Franco Zambelloni Per essere sempre disinformati Sarà un caso, ma è pur sempre significativo: nel giro di un paio di settimane sono apparsi almeno tre rapporti importanti, redatti da commissioni di esperti, che hanno suscitato proteste e polemiche. Per primo è venuto il Piano di studio della scuola dell’obbligo ticinese, congedato dal DECS: gli sono state contestate astruserie, fumosità, incompetenza linguistica. Poi l’IRE ha congedato un suo rapporto dal quale risulta che l’assunzione di frontalieri non determina la sostituzione di lavoratori ticinesi: e tale conclusione, si è detto, va contro ogni evidenza. Infine ha destato clamore l’allarme causato da una ricerca internazionale sul cancro, secondo la quale il consumo di carni lavorate sarebbe cancerogeno quanto il fumo e l’amianto. Anche qui, un’ondata di sconcerto e di proteste, tanto che lo stesso DSS si è affrettato a mitigare l’allarme. Insomma, nel nostro tempo – che è

l’era dell’informazione – il risultato è spesso una sconcertante disinformazione: chi dice il vero? I salametti sono cancerogeni? I frontalieri sottraggono, oppure no, posti di lavoro agli autoctoni? Gli esperti del DECS sono parzialmente illetterati? Naturalmente, bisogna sempre fare una tara sull’enfasi che i media impiegano per comunicare la notizia: si sa che l’allarmismo fa colpo, la quieta informazione no. Ma resta comunque il problema di fondo: quanto sono affidabili i risultati dei tanti rapporti elaborati dai rispettivi esperti? Il dubbio non è certo nuovo ed è motivato da diversi fattori. Uno, ad esempio, è stato indicato da Giuseppe Prezzolini una cinquantina d’anni fa, quando scriveva: «Quando un uomo politico interroga un uomo di studio gli dice pro forma che vuole sapere la verità, ma è sottinteso che vuole soltanto un parere favorevole agli scopi

che s’è proposto». Così, se il committente lascia intendere al ricercatore che sarebbe politicamente utile avere una conferma «scientifica» di certe sue tesi, non è assurdo aspettarsi che la ricerca finisca per assecondare il suo desiderio. Dopo tutto, «il cliente ha sempre ragione». Non è poi affatto detto che la competenza scientifica vada sempre di pari passo con la correttezza etica: i casi di «falsi» prodotti volutamente da uomini di scienza sono tutt’altro che rari e sono ampiamente noti. Cito, per chi voglia indursi a una ragionevole cautela, alcuni volumi che ne portano una ricca documentazione: G. Celli, Bugie, fossili e farfalle; A. Kohn, Falsi profeti. Inganni ed errori nella scienza; F. Di Trocchio, Le bugie della scienza; e si potrebbe continuare. E c’è poi quella che il Vico chiamava «la boria dei dotti» (oggi che la parola «dotto» è in disuso, si può parlare della

«boria degli esperti»). Un tempo era l’abbigliamento a mettere in soggezione gl’ignoranti, «che tengon più valente e più saputo / questo di quel, secondo ch’egli arà / una toga di rascia o di velluto»: un dotto, per essere stimato tale, non poteva portare un abito di lana grossolana («rascia») ma doveva vestirsi di velluto. Chi ironizzava così, di dotti se ne intendeva: è Galileo Galilei, in quella sua spassosissima satira in versi che ha appunto per titolo Contro il portar la toga. Ma oggi non è più la toga che rende dotti agli occhi del volgo. Piuttosto, direi, è il linguaggio. Da un «esperto» non ci si aspetta che dica cose banali e ovvie: se perciò non ha altro da dire che ovvietà, farà di tutto per gonfiarle con un’esposizione oscura e intricata che deve nascondere il fatto che ha scoperto l’acqua calda. Succede spesso così nella critica d’arte contemporanea: più un’opera d’arte è muta, più il critico parla per lei. Ma

esempi di questo andazzo si ritrovano, purtroppo, soprattutto in discipline come la psicologia, la pedagogia o la didattica: dove – siccome la mente umana continua a funzionare più o meno come ai tempi di Pestalozzi – è difficile trovare qualcosa di nuovo; e allora s’inventano parole inesistenti, si ricorre a discorsi astrusi e si monta in cattedra. Il Piano di studio messo ora in circolazione dal DECS rientra, direi, in questa casistica. Per la verità, ci sono parti leggibili e corrette, altre molto meno: segno che il documento è stato scritto a più mani (e anche qualche piede). Leggendolo, mi torna comunque in mente la frase di un filosofo minore (minore, ma serio) del secolo scorso: «La chiarezza di un filosofo è la sua onestà». Se questo vale per la filosofia, perché non deve valere per un documento scolastico che dovrebbe poter essere letto anche dai genitori degli allievi?

dedicata a San Martino. Lì accanto, due antiche fontane dell’ex priorato. Poco più su, all’angolo, c’è il Café de l’Union. La prima sala è quella calorosa di una pinte, termine regionale che definisce grossomodo un’osteria tipica con tavoli e pareti di legno. Il mio tavolo è nella seconda, comunque gradevole, vicino alla finestra. Poi ci sono posti anche sopra. Alle mie spalle un quartetto è alle prese con una fondue che viene ordinata anche da una signora sola, vicino alla porta, assieme a tre decilitri di bianco. Una semplice insalata di lattuga, una ciotola con cetriolini e cipolline, più il chasselas della zona, compongono la natura morta su tovaglia bianca in attesa del primo malakoff. I malakoff si servono uno alla volta, appena fatti. Eccolo, l’aspetto è quello di un arancino, ma il fondo è piatto. Lo taglio: mi aspettavo qualcosa di più fondente, ma yum yum. Un terzetto di vecchietti arriva ora al tavolo a fianco; senza esitazione dicono tutti «malakoff!». Il secondo è servito

d’ufficio, mentre il terzo va a sentimento. Il record ufficiale qui, mi dice la signora Daglia, è «dodici, ma alcuni, come i pescatori o i cercatori di funghi, dicono quattordici o sedici». La ricetta che il signor Jean-Claude Daglia utilizza da trentacinque anni è quella della sua prozia e risale al 1904. A grandi linee si fa un impasto con gruyère grattugiato, uova, latte, farina, pepe, senape, e un sospetto di noce moscata. Si appoggia il tutto su un cerchio di pane toast e con il cucchiaio si forma la rotondità, poi si mettono a friggere a testa in giù. Ottimi, ma devo ammettere di non andarne matto. Amo però molto l’idea, le storie attorno, e l’amichevole competizione tra i tre villaggi con i vari sostenitori dell’uno o dell’altro luogo. E soprattutto, passeggiando con questo tempo caritatevole in mezzo ai vigneti per digerire il terzo malakoff a cui non ho saputo dire di no, penso che come le leggende, un cibo, se ha un rito come questo, radica pur sempre un paesaggio nello spirito.

ciò, osservava, occorre rendersi conto dell’assurdità stessa di un aggeggio portatile che racchiude «l’opera completa di Shakespeare, Dickens, Austen, Eliot fino ai più recenti bestsellers…»: un’offerta quantitativamente spropositata che, così come si presenta, non lascia traccia, sul piano educativo e culturale. Più che mai, nei confronti di un ritrovato tecnologico, dalle prestazioni persino sbalorditive, serve l’intervento umano. Proprio qui, l’utente, che rischia di essere sopraffatto dalla potenza del mezzo, è invece chiamato in causa. Per dimostrare, attraverso le sue scelte, che il padrone del Kindle è poi sempre lui. Lo spiega, con l’abituale pertinenza e arguzia, Umberto Eco, interpellato, pure lui, sull’interrogativo del giorno: «Libro cartaceo o e-book?»: «Ci sono due tipi di libro, quelli da consultare e quelli da leggere. I primi (il prototipo è l’elenco telefonico, i dizionari, le enciclopedie ecc.) occupano molto posto in casa, sono difficili da manovrare e sono costosi.

E potranno essere sostituiti da dischi multimediali. Invece, i libri da leggere, che vanno dalla Divina Commedia all’ultimo giallo, non potranno essere sostituiti da nessun aggeggio elettronico. Sono fatti per essere presi in mano, anche a letto, in barca, anche dove non ci sono spine elettriche...». Ecco che qui si tocca proprio l’aspetto unico e insostituibile del libro: ed è la sua fisicità di oggetto che non soltanto dialoga con la mente ma, in pari tempo, suscita reazioni sensitive: si fa toccare, si fa guardare, ammirare. Diventa un compagno, sempre a nostra libera disposizione. Si sa che, in una scansia o sul comodino, è pronto a riallacciare una relazione, magari interrotta, rimandata a un prossimo incontro. Abbiamo tutti, più o meno, un libro che ci colpevolizza, per tradimento. Magari, per citare un caso personale, l’Ulisse di Joyce. Infine, i libri svolgono anche una funzione d’ordine estetico, come pezzi d’arredo fine a se stessi. Comunque, meglio che ci siano. Priva di libri, una casa insospettisce.

Passeggiate svizzere di Oliver Scharpf I malakoff della Côte L’estate indiana, conosciuta anche come estate di San Martino, mi sorprende sempre. Questa breve stagione insperata, fatta da una serie ininterrotta di giorni di bel tempo dal clima miracolosamente mite che mettono in risalto i colori da neanche dire dei boschi, ti coglie quando meno te lo aspetti. Ogni anno, dopo i primi freddi, ci si dimentica quasi, poi invece verso novembre scoppia sempre questo fenomeno meteo nel nome di un santo e sono un pugno di giorni di grazia. Si racconta che San Martino a cavallo, non ancora santo ma arruolato allora nell’esercito romano, un giorno freddo e piovoso, taglia con la spada il suo mantello e lo porge a un mendicante: di colpo il tempo cambia e il sole incomincia a scaldare come in estate. Eccomi dunque una fine mattina clemente ai primi di novembre a Rolle, sulla Côte: la costa lemanica che si sdraia da Losanna fino al confine con il canton Ginevra ed è anche la denominazione di origine controllata dei vini di qui.

Missione malakoff: palle dorate di formaggio che si trovano solo in tre ristoranti di tre villaggi nel cuore dei vigneti. Bursins, Vinzel e Luins. Sceso dal treno, salgo sulla posta. «I migliori sono a Luins» mi dice il postino, ma un articolo su «Le Temps» un anno fa titolava A Bursins, il tempio romando dei malakoff. Mentre «The Wall Street Journal» indicava Vinzel come il preferito e stabiliva quello come luogo di nascita originario di questa ricetta dal nome enigmatico. Si dice che alcuni mercenari vodesi arruolati nelle truppe francesi durante la guerra di Crimea (1853-1856), nelle pause del lungo assedio vittorioso al forte Malakoff di Sebastopoli, friggessero del formaggio. Tornati a casa, durante una cena di commilitoni, riprovarono a fare questo cibo battagliero battezzandolo malakoff. Un’altra versione della storia parla di un generale russo di nome Malakoff passato a fine Ottocento da queste parti e sedotto da una bella cuoca grazie a questa specialità. Per altri la ricetta è

stata inventata nel 1888 da Ida Larpin, cuoca di Bursins al servizio del principe Bonaparte, detto Plon-Plon, a Prangins, in onore di una cena di reduci della Crimea. Di sicuro si sa che dal 1896 via a Vinzel, la signora Cherpillod, serviva rinomati malakoff. I tre villaggi sono in fila, a un chilometro uno dall’altro, perciò mi era anche venuta l’idea un po’ matta, ma meticolosa, di una maratona malakoff. Il ristorante di Vinzel è però chiuso per ferie, meglio allora solo uno, con calma, che due, lasciando comunque fuori il terzo punto di vista. Mi sembrerebbe di far torto ai vacanzieri di Vinzel che tra l’altro offrono, da mezzogiorno alle dieci di sera, la formula malakoff non stop. Mentre l’Auberge Communale di Luins, va detto per i golosi stakanovisti, due giorni la settimana, propone i malakoff a go go. I vigneti scorrono ingialliti dal finestrino. Scendo a Bursins (483 m) e salgo verso l’incantevole villaggio viticolo che conta anche una chiesetta cluniacense, guardacaso

Mode e modi di Luciana Caglio L’e-book appartiene già al passato? È il caso di chiederselo. Così stando le cose, avrebbe avuto veramente vita breve il libro elettronico. Fu lanciato sul mercato americano nel 2007, dalla Amazon, con la tavoletta di lettura Kindle, novità portentosa che, a gran ritmo, doveva conquistare il pubblico mondiale. Suscitando l’allarme di case editrici e librerie, pronte al peggio, che, però, non è arrivato. Anzi. È di questi giorni la notizia che nella partita, aperta dall’avvento di un competitore tanto minaccioso, ha avuto la meglio chi era dato per perdente: il libro cartaceo ha sconfitto l’e-book. Dopo l’euforia iniziale per un congegno, non soltanto pratico nell’uso quotidiano ma persino rivoluzionario per i possibili effetti culturali, arrivano nel 2013, sempre dagli USA, i primi segnali d’inversione di tendenza: le vendite ristagnano per poi calare, nel ’14 e nel ’15, di oltre il 10 per cento. Per contro, si registra un netto rialzo di quelle dei libri, e libri stampati. Il dato, apparso in anteprima, a fine settembre, sul «New York Times», ripreso e

commentato da quotidiani e periodici di tutto il mondo, ha assunto, via via, un significato addirittura simbolico. Enfatizzando la reale portata di una cifra statistica, si è parlato di svolta storica: la rivalutazione delle pagine, cioè di una tradizione gloriosa con-

Inversione di tendenza: le vendite degli e-book sono in calo.

divisa da libri e giornali. E, conseguentemente, il progressivo rifiuto di tablet e piccoli schermi, da parte di un pubblico più ragionevole, capace di sottrarsi al dominio della tecnologia e fedele al fruscio della carta. Ma, in pratica, qual è e dov’è questo pubblico nostalgico e raffinato? Con buona pace delle nostre aspettative (e per nostre intendo le generazioni dei non «nativi digitali»), sarebbe illusorio credere che il successo dell’e-book sia stato un fuoco di paglia. Tanto che, a spegnerlo, è bastata una ripresa nel commercio librario, che potrebbe essere un episodio effimero. Mentre, effimero non è stato e non sarà il tablet, a suo modo irrinunciabile, sia pure con tutti gli effetti negativi e illusori che, al pari di ogni invenzione, comporta. In proposito, Tom Utley , editorialista del «Daily Mail» (che casualmente mi sono trovata fra le mani) si domandava: «Staremmo forse assistendo al rarissimo fenomeno di una nuova tecnologia soppiantata da una vecchia? Non lo credo proprio». Con


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 09 novembre 2015 ¶ N. 46

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 09 novembre 2015 ¶ N. 46

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Ambiente e Benessere Malattie migratorie Negli ultimi anni, in Europa, sono stati accertati numerosi casi di tubercolosi nei bovini e nella selvaggina; con rischio di contagio agli esseri umani

Allontanarsi per crescere Il viaggio può essere vissuto come un rito di passaggio, sebbene oggi il mondo connesso renda più difficile staccarsi davvero da casa pagina 15

Future Mobility Il futuro della mobilità sarà pieno di sole e di vento grazie all’Empa

Pesca sul fiume Mekong Un reportage dalle isole fluviali nel sud del Laos, ai piedi della cascata degli spiriti

Riti di passaggio

L’ultimo volo

Viaggiatori d’Occidente «Andare in giro» è una fondamentale esperienza di cambiamento

Bussole Inviti a

letture per viaggiare

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Claudio Visentin

pagina 18

pagine 20-21

Salvo complicazioni Una scienza imperfetta Non è ragionevole

chiedere alla medicina di raggiungere la perfezione, ma è ragionevole chiederle di provarci

Il Rumspringa è un ottimo esempio di un rito di passaggio, così come fu definito dallo studioso del folklore francese Arnold van Gennep nel 1909: un rito che segna una nuova tappa nella propria vita, come l’ingresso nell’adolescenza o l’età adulta, il matrimonio, e via elencando. I riti di passaggio sono diffusi pressoché in ogni popolo, antico e moderno. In particolare Van Gennep osservò come ogni rito di passaggio inizi con una fase di separazione: l’in-

Alcuni Amish che sperimentano la «breve libertà». (Lwp Kommunikáció)

dividuo viene distaccato dalla comunità, alla quale tornerà con una nuova identità soltanto dopo aver affrontato una prova ed essere cambiato. Dal nostro punto di vista è interessante osservare che spesso nella storia un rito di passaggio può essere un viaggio, soprattutto quando ci si affaccia all’età adulta. Il Grand Tour è un ottimo esempio. A partire dal Cinquecento i giovani nobili inglesi, prima del matrimonio e dell’ingresso in società, venivano mandati all’estero per un lungo viaggio in Francia e in Italia, che poteva durare anche tre anni. Erano spesso accompagnati da un precettore che teoricamente avrebbe dovuto occuparsi della loro educazione; in realtà il bear leader (ovvero il conduttore di orsi ammaestrati, come era significativamente soprannominato l’accompagnatore) doveva soprattutto evitare che il giovane rampollo si facesse troppo male nello sperimentare diverse esperienze fondamentali dell’esistenza: gli amori, le armi, il gioco d’azzardo e solo da ultimo lo studio. Un caratteristico rito di passaggio è il viaggio di nozze, che si afferma tra Ottocento e Novecento. E un rito di

passaggio era in fondo anche il grande viaggio verso l’India intrapreso dagli Hippie alla fine degli anni Sessanta: un interminabile itinerario via terra di seimila miglia attraverso sei Paesi e tre grandi religioni, lungo l’antica Via della seta. Al ritorno, dopo lunghi mesi di viaggio, ogni legame con il mondo borghese e perbenista dei genitori era stato cancellato. Naturalmente anche i giovani del nostro tempo vivono il viaggio come un rito di passaggio: rientrano in vario modo in questa categoria il soggiorno Erasmus all’estero e le altre forme di scambio, l’anno sabbatico lavorando in una fattoria australiana, il lungo viaggio zaino in spalla con Interrail o nel sud est asiatico dopo l’esame di maturità. Ci sono però anche delle differenze rispetto al passato. Per cominciare le nuove tecnologie consentono di mantenere sempre un legame con la comunità d’origine e riducono quindi il grado di separazione durante la fase del distacco. Ma soprattutto non sempre al ritorno segue una consapevole accettazione del ruolo e delle conseguenti responsabilità dell’adulto. Nella nostra società l’adolescenza sembra estendersi

all’infinito; certo si diventa molto rapidamente «giovani adulti», ma si resta poi in quella condizione per un tempo indefinito. E dunque il grande viaggio come momento di distacco dalla famiglia si svolge in realtà con la benedizione della famiglia stessa, che spesso lo incoraggia (e lo finanzia). Anche in altri momenti dell’esistenza il viaggio può essere un rito di passaggio. Quando attraversiamo un momento di difficoltà o di incertezza, quasi per istinto ci allontaniamo dalla nostra società per affidarci alla strada e alla sua sapienza. C’è chi fa un lungo cammino a piedi o in bicicletta, chi scala una montagna, chi s’imbarca in lunghe tratte in treno o su autobus di linea: lo scopo è sempre mettersi alla prova. Al ritorno da un viaggio importante scopriremo che molti dubbi esistenziali, sentimentali o professionali si sono chiariti, che abbiamo ricevuto una piccola illuminazione, spesso in un momento inaspettato del viaggio, in un luogo dell’anima che ricorderemo e che porteremo sempre con noi. Abbiamo attraversato una soglia verso una realtà diversa, siamo cambiati. In fondo, è per questo che viaggiamo.

Un aereo Constellation, modello di punta dell’Air France, lascia Parigi nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1949. Ma l’aereo non arriverà mai a destinazione; nell’ultima tappa prima del grande balzo attraverso l’Atlantico precipita su un’isola delle Azzorre senza lasciare superstiti. A bordo ci sono industriali, facoltosi commercianti ed esponenti del Jet Set, come allora si cominciava a dire, identificati proprio dall’uso del nuovo mezzo di trasporto. Il più famoso è il pugile Marcel Cerdan, atteso a New York per l’incontro di rivincita con il grande Jake LaMotta. Per una tragica fatalità, Cerdan solo all’ultimo momento prende il posto di un altro passeggero, per raggiungere prima l’amata Édith Piaf. Anche il pittore Bernard de Monvel, ritrattista conteso a peso d’oro dai ricchi americani, avrebbe dovuto trovarsi su un altro volo. C’è poi la celebre violinista Ginette Neveau, insieme al suo inseparabile Stradivari, che non sarà mai ritrovato. Ma sull’aereo, seduti per un giorno accanto alle celebrità, ci sono anche cinque pastori baschi che emigrano in cerca di fortuna e Amélie Ringler, un’operaia alsaziana che ha scoperto da poco che la sua madrina si è arricchita negli Stati Uniti e ora la vuole con sé, tanto che le ha mandato il denaro per il biglietto. Un intreccio di vite, che sarebbe dovuto durare solo per il tempo della traversata, si stringe invece indissolubilmente in un destino comune. Adrien Bosc tratteggia con garbo il confluire di queste diverse esistenze verso il punto di fuga, verso l’ultimo grande viaggio. Biografia

Adrien Bosc, Prendere il volo, Guanda, 2015, pp.176, € 14,50.

La sfinge succinta Il professor Marco Pons, pneumologo e primario di medicina interna all’Ospedale Regionale di Lugano. (Vincenzo Cammarata)

proccio alla persona, e l’approccio al sistema (o approccio organizzativo). Il primo si focalizza sul comportamento umano come fonte di errore, e allora lo sforzo di prevenzione dell’errore si concentra sul miglioramento della conoscenza e della formazione individuale; il secondo, sulle condizioni nelle quali accade l’errore. Il rimedio è indirizzato verso i problemi nascosti profondi e a una rimodernizzazione dei processi». In tutto questo, il paziente è e rimane al centro del sistema nel cui ambito partecipa attivamente al proprio percorso terapeutico che, ricorda il professor Pons, non bisogna dimenticare essere sempre indirizzato alla terapia come fonte di guarigione o percorso per migliorarne la qualità di vita: «Sappiamo che l’errore spesso emerge dalla difficoltà di comunicazione, perciò lo sforzo regolare da noi profuso va verso il comunicare in modo approfondito con la persona e i suoi familiari (o il suo rappresentante terapeutico se

del caso), per comprendere cos’ha, cosa c’è stato prima, quali sono gli eventi che lo hanno condotto a noi e qual è la sua attuale situazione». Il paziente in primo piano e l’equilibrio di individuare diagnosi e cura bilanciate. Una via indicata già dal medico, padre della medicina moderna, Augusto Murri: «Se non potete curare, lenite, se non potete lenire, confortate». Il professor Pons ci mette altresì di fronte a una medicina che porge la mano al paziente, ma non tralascia assolutamente tutto quanto è possibile fare per assicurarne la sicurezza terapeutica: «Il processo di gestione del rischio passa attraverso l’analisi dei rischi (identificazione e valutazione) e il loro controllo (azione di prevenzione e protezione, e monitoraggio)». Gli strumenti a disposizione sono di due tipi: «Reattivi, che intervengono dopo l’accadimento di un evento indesiderato, e proattivi messi in atto prima che questo avvenga». Parliamo di stru-

menti collegati alla fase d’identificazione del rischio («Vigilanza, farmacovigilanza, emovigilanza»), di reclami e contenziosi («Il paziente deve segnalare subito un disagio, parlare di quanto gli pare inadeguato, in modo tale che si possa controllare ed eventualmente aggiustare»), incident reporting system: «Parliamo di Qualipoint: un sistema di segnalazioni degli eventi che deve essere non punitivo, ma confidenziale, indipendente, analizzato da esperti, tempestivo, orientato al sistema e rispondente». Il professor Pons riassume dunque così la grande attenzione e le vigilanze vigenti affinché gli errori in corsia siano limitati al minor numero possibile: «Occorre un cambiamento di paradigma: l’errore deve essere considerato come fonte di apprendimento per evitare il ripetersi delle circostanze che lo hanno causato». E ci ricorda che la comunicazione fra paziente e curanti è cosa fondamentale.

Enigmistica Contro il rispetto di consuete restrizioni, corre in aiuto Colibrì, il nuovo gioco in versi svincolato

da qualsiasi costrizione formale Ennio Peres Com’è noto a molti, un gioco di parole enigmistico viene definito: – illustrato, se la sua esposizione avviene mediante un’immagine, più o meno elaborata; – in versi, se la sua esposizione avviene mediante alcune righe di testo, associate a un titolo fuorviante; – crittografico, se la sua esposizione avviene mediante un insieme di poche parole o di caratteri grafici, privo di titolo; Per consolidata tradizione italiana, i giochi in versi di impostazione classica osservano una precisa struttura metrica e sono dotati, spesso, anche di rima, come nel seguente esempio. Sciarada (5/6) de Il Sesto Un buon marmittone Fa una buona impression: con calma e gesso

attende alla consegna quando è messo, ogni còmpito viene da lui svolto e questo veramente conta molto. La soluzione è: calco/latore = calcolatore; per ricavarla, bisogna riuscire a cogliere i seguenti doppi sensi, disseminati nel testo: calco = «impression(e)» eseguita nel «gesso»; latore = «messo»; calcolatore = apparecchio che svolge ogni «còmpito» e «conta» molto. Il rispetto di tale consuetudine ha consentito alla produzione enigmistica in lingua italiana di assumere un raffinato tono letterario (ammirato in tutto il resto del mondo); a volte, però, obbliga gli autori a modificare sensibilmente la forma data ai propri spunti iniziali, con il rischio di alterarne la genuinità e l’efficacia. Per superare una simile restrizione, qualche anno fa, l’enigmista Guido Iazzetta ha proposto una diversa tipologia di giochi in versi, svincolata

da qualsiasi costrizione formale, che ha denominato colibrì. In linea di massima, questo genere di enigma è più breve e incisivo di un analogo gioco in versi, dato che il suo testo è privo di termini ridondanti, imposti solo dal rispetto dei canoni stilistici. Se si accetta un tale principio, è possibile comporre dei giochi brevissimi, come il seguente.

addirittura il titolo… In questo modo, praticamente, si passa dalla categoria dei giochi in versi a quella dei giochi crittografici. La soluzione di questo particolare genere di enigmi, però, deve coincidere con una frase di senso compiuto, ottenuta accostando la chiave (l’insieme di lettere di partenza) e la risultante (l’insieme di lettere di arrivo), come nel seguente esempio. Sciarada

Cambio di lettera (5) di Mac

Chi mi cercava? Angela poco fa. Soluzione: Piero = pigro (Piero = nome del celebre conduttore «Angela»; pigro = individuo che «fa poco») Esasperando una simile impostazione, si può arrivare a comprimere ulteriormente il testo e, al limite, a omettere

(3 5 8) di Mister Aster SAPIENTEMENTE Soluzione: con dotta condotta Adesso che avete afferrato (o dovreste aver afferrato…) il principio su cui si basano questi giochi sintetici, cercate di risolvere i seguenti giochi crittografici. 1. Anagramma (1 4 2 7) de Il Felsineo IL ’48

2. Anagramma (7 1’6) di Aloisius L’ALLORO OLIMPICO 3. Cambio di consonante (2 6 8) di Gianni ADULTERIO 4. Cambio di vocale (7 7) de Il Gagliardo SANISSIMO 5. Scarto di consonante (7 6) di Ambra FUCO 6. Scarto di vocale (1’5 5) di Tamerlano MECENATISMO 7. Sciarada (6 2 4) di Teofilo da Rodi LA NAVE 8. Sciarada (4 5: 1’8) di Cap. Cipolla ASTROLOGI.

Soluzioni

«In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi». Prima di iniziare la professione, ancor oggi i medici formulano un giuramento dai contenuti simili a questo testo originale del medico, geografo, aforista greco antico Ippocrate. Composto attorno al IV secolo a.C., il Giuramento di Ippocrate si può riassumere nel più famoso aforisma dello stesso padre dell’arte medica: «Primum non nocere». Eppure, da Ippocrate a William Osler (1849-1919), medico canadese al quale si attribuisce la paternità della medicina moderna, l’errore è sempre stato considerato un elemento ineliminabile dell’arte medica. I progressi della medicina sono innegabili, dalle possibilità diagnostiche agli orizzonti terapeutici. Il comune sentimento della nostra società ammicca spesso, e non sempre a ragione, all’onnipotenza della scienza medica e al perseguimento dell’immortalità. Malgrado ciò, non dobbiamo dimenticare che la medicina rimane una «scienza imperfetta» alla quale non è ragionevole chiedere di raggiungere la perfezione, ma è ragionevole chiederle di provarci. Abbiamo parlato della gestione del rischio clinico con il professor Marco Pons, pneumologo, primario di medicina interna all’Ospedale Regionale di Lugano e direttore medico dello stesso, il quale ha introdotto il tema con una riflessione importante e insindacabile: «Secondo una visione tradizionale, gli operatori in campo sanitario non possono commettere errori; l’errore medico è di fatto ancora considerato una colpa dell’individuo, ma bisogna pensare che, in realtà, l’errore medico è spesso l’evento conclusivo di una complessa catena di fattori organizzativi, strutturali, ambientali e umani».

Atul Gawande (professore ad Harvard e chirurgo a Boston) ha analizzato cause ed effetti degli errori medici in corsia negli ospedali statunitensi, dove ogni anno muoiono per questo 44mila pazienti, cioè «più di quante non siano le vittime degli incidenti automobilistici, dei tumori alla mammella e dell’AIDS» come afferma lo stesso Gawande. «In Svizzera – spiega a tal proposito il professor Pons – si possono contare ogni anno più di mille casi di morte dovuti a errori medici evitabili, solo per quanto riguarda gli ospedali in cui vengono impartite le cure acute». Di questi decessi la metà è dovuta a errori chirurgici («Parliamo di infezioni della ferita, errori durante la procedura chirurgica, errori nel post operatorio»), mentre quelli non chirurgici sono l’altro 50 percento: «Si tratta di errori di terapia farmacologica che sono quelli numericamente più importanti, seguiti da errori diagnostici e terapeutici». In effetti, nell’esercizio della propria arte, il medico opera con coscienza, conoscenza e passione, ma pressoché costantemente in condizioni d’incertezza, perché agisce su un organismo non immune da pregressi vizi e comunque sensibile all’incidenza di innumerevoli variabili in corso d’opera. «Fra i fattori che concorrono all’errore medico, uno non è sempre prevedibile e prevenibile: l’errore umano», spiega il nostro interlocutore, al quale chiediamo come si può ottimizzare la sicurezza in corsia e in sala operatoria: «La gestione del rischio poggia sull’approccio per processi: definiamo il rischio clinico come la probabilità che un paziente sia vittima di un evento avverso: in altre parole, che subisca un danno o disagio imputabile, anche se in modo involontario, alle cure mediche prestate, e che questo causi un prolungamento del periodo di degenza, un peggioramento delle condizioni di salute o la morte». L’approccio all’errore poggia su due elementi fondamentali: «L’ap-

Il Rumspringa è un ottimo esempio di un rito di passaggio e anch’esso si basa sul distacco dalla comunità

«La sera del 27 ottobre 1949 sulla pista dell’aeroporto di Orly, il volo F-BAZN di Air France si prepara ad accogliere trentasette passeggeri in partenza per gli Stati Uniti…».

1. a caos si associa (il«’48») è sinonimo di caos); 2. alletta l’atleta; 3. il legame illegale; 4. affatto affetto; 5. insetto inetto; 6. l’aiuto lauto; 7. lascia la scia; 8. loro scopo: l’oroscopo.

Maria Grazia Buletti

Il Rumspringa è una fase cruciale nella vita dei giovani Amish. Gli Amish sono una comunità religiosa statunitense, radicata soprattutto in Pennsylvania e Ohio, con remote origini nella Svizzera del Cinquecento. Sono molto conosciuti per il loro rifiuto della modernità: non usano elettricità o veicoli a motore, preferendo i caratteristici calessi neri tirati dai cavalli, e vestono ancora come nell’Ottocento. Gli Amish sono anabattisti, cioè praticano il battesimo da adulti. Concluso il breve periodi di studi, i giovani godono spesso di un periodo di libertà nel quale le strette regole di comportamento della comunità si allentano. Possono frequentare coetanei, ballare, bere alcool, insomma sperimentare la vita degli altri adolescenti. Con il battesimo e l’ingresso nel mondo degli adulti, gli Amish fanno una scelta impegnativa e soprattutto definitiva, quindi si vuole essere certi che i giovani sappiano a cosa rinunciano. Durante il Rumspringa molti di loro viaggiano, e del resto il significato di questa parola è proprio andare in giro. Nonostante le tentazioni del mondo, alla fine comunque la maggior parte dei giovani Amish sceglie di restare nella comunità, si sposa e mette al mondo una numerosa famiglia.


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Ambiente e Benessere

L’ombra della tubercolosi Mondoanimale Resta elevato il rischio d’introduzione in Svizzera della tisi

tramite gli animali selvatici dei Paesi limitrofi Maria Grazia Buletti «Contrariamente all’Austria occidentale, alla Baviera meridionale, alla Francia e all’Italia, in Svizzera le popolazioni di animali da reddito e selvatici sono rimaste indenni dalla tubercolosi». Malgrado questa notizia rassicurante diffusa direttamente dall’Ufficio federale della sicurezza alimentare e veterinaria (Usav), la tubercolosi negli animali selvatici è un tema d’attualità anche per il nostro Paese, perché rimane alto il rischio di contagio dei nostri animali da reddito e selvatici da parte delle popolazioni delle regioni limitrofe di cervi e di cinghiali parzialmente infetti. Con la tubercolosi non si scherza, questo il messaggio dell’Usav, e dobbiamo restare all’erta. «Malattia infettiva batterica e cronica dell’uomo e degli animali, il cui decorso è spesso rapido e generalizzato, l’infezione dei bovini da Mycobacterium tuberculosis, Myxobacterium caprae e Mycobacterium bovis è disciplinata dalla legislazione sulle epizozie», spiega l’Usav, ribadendone il carattere di zoonosi: «Gli agenti patogeni possono essere trasmessi dagli animali agli esseri umani». Inoltre, il tempo tra il contagio e la comparsa dei primi segni della malattia (periodo d’incubazione) è lungo e può durare da mesi ad anni, mentre nella fase tardiva, la tubercolosi bovina è una malattia cronica che causa ipertrofia dei linfonodi, febbre, calo della produzione di latte e dimagrimento: «Spesso la patologia

non viene diagnosticata: da un lato può trascorrere parecchio tempo prima che si manifesti negli animali, dall’altro i sintomi sono molto aspecifici». Comprendiamo che l’identificazione della tubercolosi possa rivelarsi un lungo processo: «I test cutanei e le analisi di laboratorio forniscono indicazioni circa l’agente patogeno, ma una diagnosi univoca può essere pronunciata solo esaminando la carcassa dell’animale». Altra cosa è la fauna selvatica: «Soprattutto cervi, cinghiali e tassi possono rappresentare un “serbatoio” di agenti patogeni della tubercolosi». In pratica, la malattia resta a lungo diffusa tra le popolazioni allo stato libero, passando talvolta inosservata, ma dando luogo a ripetuti contagi ai bovini: «Gli agenti patogeni della tubercolosi possono essere trasmessi dagli animali selvatici ai bovini e viceversa, tramite il contatto diretto o l’assunzione di acqua o cibi contaminati». Tutti i mammiferi possono dunque essere contagiati e l’Usav ci rende attenti sul fatto che spesso il contagio avviene tramite lo stretto contatto tra uomo e animale in uno stato avanzato della malattia: «In alcuni casi sporadici la malattia può essere pure trasmessa dall’uomo ai bovini». La diffusione di questa malattia tra i mammiferi è mondiale, e ciò vale anche per l’essere umano: «In molti Paesi industrializzati essa è stata arginata negli animali da reddito agricoli mediante programmi di eradicazione intensivi» ma «negli ultimi anni, in Europa,

Il contagio avviene con lo stretto contatto tra uomo e animale. (pubblicityofuchenna)

sono stati accertati numerosi casi di tubercolosi nei bovini e nella selvaggina». Dopo aver inquadrato questa malattia con cui non si scherza, la buona notizia che l’Usav ci regala è che, sebbene anche in Svizzera la tubercolosi si sia manifestata sporadicamente nei bovini, il Paese è considerato tuttora indenne: «A tutt’oggi non è stata comprovata la presenza di tubercolosi negli animali selvatici del nostro Paese (ndr: situazione aggiornata a maggio 2015)». Ma la guardia non deve essere abbassata e l’Usav invita i servizi veterinari, le amministrazioni della caccia e i caccia-

tori a collaborare fra loro «per evitare che la tubercolosi si diffonda nel nostro Paese». Di fatto, il riconoscimento precoce e la sorveglianza degli animali selvatici svolgono un ruolo chiave in questo contesto. Quindi, nell’ambito del programma di riconoscimento precoce avviato nel 2014 (e prolungato anche per quest’anno) sono già stati esaminati circa cento animali selvatici dei quali nessuno è risultato positivo. «Nonostante questi dati rassicuranti, il rischio di un’introduzione della tubercolosi in Svizzera resta elevato», ribadi-

sce l’Usav, invitando le parti in causa a segnalare tempestivamente («secondo l’ordinanza sulle epizoozie») ogni alterazione sospetta rilevata al momento del controllo di una carcassa di un animale selvatico che deve essere immediatamente notificata a un veterinario ufficiale. Nella sorveglianza di questa malattia, i controlli delle carni nei macelli rivestono dunque un ruolo fondamentale. Disciplinati dalla legge, essi sono fatti dalle autorità di esecuzione cantonali: «L’ispettore delle carni preleva campioni dai bovini che manifestano eventuali sintomi da tubercolosi e li fa analizzare da un laboratorio definito a tale scopo». Particolare attenzione è riservata alla zona alpina, dove si sorveglia con maggiore attenzione la diffusione della tubercolosi bovina tra gli animali selvatici e si stanno valutando misure volte a ridurre il rischio di contagio. «Il controllo degli effettivi di cervi e cinghiali è indispensabile». A tale scopo, l’Usav rende attenti sull’importanza di evitare alte densità di popolazioni di questi selvatici o concentrazioni elevate, soprattutto nei luoghi di foraggiamento. Infine, in collaborazione con l’Ufficio federale dell’ambiente, il Centro per la medicina dei pesci e degli animali selvatici (Fiwi) e la Facoltà Vetsuisse dell’Università di Berna, l’Usav ha pubblicato un manuale che spiega, fra l’altro, come riconoscere la tubercolosi sulle carcasse di animali selvatici. Annuncio pubblicitario

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Ambiente e Benessere

Un pieno di sole e vento Mobilità del futuro Già oggi le auto elettriche possono viaggiare grazie alle centrali solari ed eoliche. In futuro

anche altri veicoli potranno sfruttare queste energie facendo rifornimento di idrogeno o metano

Benedikt Vogel * Lo sfruttamento dell’energia solare con celle fotovoltaiche è in continua espansione in Svizzera e altrettanto vale per l’energia eolica, anche se in scala nettamente ridotta. Nei prossimi anni e decenni potremmo assistere a un sostanziale incremento delle capacità di produzione di energia solare ed eolica. Per questo tipo di produzione occorrono ovviamente condizioni atmosferiche specifiche (sole e vento) che non sempre si manifestano nel momento in cui i consumatori hanno bisogno di corrente elettrica per cucinare, guardare la TV e lavare. Pertanto talvolta si verifica un temporaneo «eccesso» di energia elettrica. Nel 2012 l’Istituto di ricerca economica Prognos ha stimato in uno studio che nel 2050 si avranno nei mesi estivi accumuli dai 4,5 ai 9 TWh di energia elettrica «in eccesso» anche se per un tempo limitato. Questo eccesso corrisponde a un valore tra l’8 e il 16 per cento dell’attuale fabbisogno energetico della Svizzera (2014). Uno degli elementi chiave per dare una svolta energetica sarà quindi dato dalla realizzazione di accumulatori sempre più performanti e diversificati. Per riuscire a utilizzare questa quantità di energia occorre infatti immagazzinarla fino al momento in cui ve ne sia necessità. Qui entrano in gioco le centrali elettriche ad accumulazione con sistema di pompaggio situate nelle Alpi. I produttori di energia solare utilizzano sempre più anche sistemi di accumulo decentralizzati integrati con batterie. Una terza strada viene indicata dai ricercatori dell’Empa di Dübendorf: «Vorremmo stoccare temporaneamente in forma di gas l’energia “in eccesso” prodotta da fonti rinnovabili e renderla fruibile per la mobilità, che oggi è ancora legata alle energie fossili come benzina e diesel», afferma la Dr. Brigitte Buchmann, Responsabile del dipartimento dell’Empa «Mobilità, energia e ambiente». «Con il nostro progetto Future Mobility puntiamo a sviluppare la tecnica necessaria, creare i piani operativi e sottoporli a un test pratico», così Buchmann. Con il Future Mobility Demonstrator l’Empa vuole far conoscere al vasto pubblico le tecnologie considerate promettenti per il futuro di veicoli e carburanti. Da metà agosto di quest’anno chiunque è interessato può visitare presso l’Empa una stazione di rifornimento del futuro e gli appositi veicoli. Il vero e proprio cuore del Future Mobility Demonstrator è l’impianto

In questo capannone dell’Empa è stato allestito il Future Mobility Demonstrator. Empa. (Empa)

che produce idrogeno da energia solare: in una cella elettrolitica, l’energia solare viene trasformata in idrogeno, poi la sua pressione viene portata a 450 bar e infine viene stoccata temporaneamente in serbatoi industriali per gas compresso. In questo modo l’idrogeno (H2) è disponibile nella colonnina di erogazione e può essere utilizzato per fare rifornimento. La cella elettrolitica ha una capacità di produzione oraria di circa 3 kg H2 (pari a un pieno di energia di 12 l di benzina); si calcola un tempo di esercizio annuo tra 1000 e 1200 h/anno. L’accumulatore di gas compresso ha una capacità di 100 kg. Le autovetture alimentate a idrogeno consumano circa 1 kg H2/100 km e hanno un’autonomia di circa 600 km con un pieno di carburante (circa 6 kg). «Pur trattandosi di un impianto all’incirca 10/20 volte più piccolo di quello che stiamo pianificando per l’impiego commerciale – spiega Christian Bach, Responsabile del reparto sistemi di autotrazione dell’Empa – il nostro Demonstrator utilizza tecnologie paragonabili a quelle di futuri progetti di attuazione e assume quindi un notevole interesse per i nostri partner industriali». La cella elettrolitica utilizzata dall’Empa è un prodotto standard della casa americana Proton OnSite. La

Visite guidate nel Future Mobility Demonstrator Il Future Mobility Demonstrator è un progetto di ricerca degli scienziati dell’Empa sul rifornimento di carburante del futuro. Il Demonstrator tuttavia non è solo un laboratorio di ricerca ma ha anche la funzione di utilizzare i risultati acquisiti per applicazioni pratiche. In questo modo i partner industriali possono verificare nella pratica gli sviluppi e darne dimostrazione ai loro fornitori e clienti. Ad esempio, Atlas Copco, il più grande produttore mondiale di impianti di compressione, testerà nuove tecnologie in modo attinente alle condizioni pratiche. La casa automobilistica sudcoreana Hyundai ha in programma di ricaricare nell’Empa una flotta pilota di dieci veicoli con celle a combustibile. Il Demonstrator è sovvenzionato dall’Ufficio federale dell’energia (Ufe) come progetto pilota e di dimostra-

zione ed è sostenuto da diverse altre istituzioni partner. L’impianto si prefigge di dimostrare il rifornimento di carburante sulla base delle energie rinnovabili. Dall’agosto 2015 l’Empa offre a esperti, classi scolastiche e a chiunque sia interessato l’opportunità di una visita guidata nel Demonstrator. (Informazioni e prenotazioni: Remigius Nideröst, Remigius.Nideroest@empa.ch). L’Ufe ha definito anche una serie di altri progetti faro, altrettanto mirati agli obiettivi della strategia energetica 2050. L’Ufe sostiene progetti pilota, di dimostrazione e faro con il 40 per cento dei costi imputabili. Le domande possono essere presentate in ogni momento. Per maggiori informazioni: www.bfe.admin.ch/pilotdemonstration e www.bfe.admin.ch/leuchtturmprogramm

specificità del Future Mobility Demonstrator non risiede nei singoli apparecchi, ma nella loro interazione. «La sfida non consiste nell’acquisto e nell’assemblaggio dell’hardware ma nell’esercizio economico di questi impianti», afferma Bach. Per raggiungere l’obiettivo, ad esempio, l’impianto deve poter rimanere in funzione il maggior numero di ore possibili e le dimensioni degli accumulatori devono essere mantenute molto ridotte, considerando il loro elevato costo d’acquisto. Vanno valutati anche altri effetti, come le possibilità di stabilizzazione della rete elettrica o un minor fabbisogno di potenziamento della rete. Oltre a questioni di questo genere, l’Empa si occupa anche della sicurezza: i ricercatori cercano di studiare con l’ausilio del Demonstrator in che modo si possano evitare le perdite di gas anche quando i veicoli hanno bocchettoni di rifornimento difettosi. Questo è un presupposto importante per poter integrare le stazioni di rifornimento di H2 nelle stazioni tradizionali. L’Empa collaborerà con la SUVA, l’Assicurazione svizzera contro gli infortuni, che vanta molta esperienza in questo campo ed è responsabile della redazione degli opportuni regolamenti: «Il nostro lavoro pone già le basi per gli interventi regolatori necessari a tal fine. La nuova tecnologia avrà una chance solo quando le stazioni di rifornimento di H2 potranno essere integrate nelle stazioni di rifornimento tradizionali», prevede Bach. Nei prossimi anni il Future Mobility Demonstrator di Dübendorf sarà gradualmente ampliato con nuovi elementi. Ad esempio, dal 2016, con l’impiego di un compressore aggiuntivo, l’idrogeno sarà compresso non solo a 450 bar ma anche a 900 bar. Questo creerà il presupposto che consentirà di alimentare a idrogeno non solo i veicoli commerciali (pressione d’esercizio: 350 bar) ma anche le autovetture (pressione d’esercizio: 700 bar). Presumibilmente dal 2017 l’Empa produrrà dall’idrogeno anche metano per alimentare le auto a gas. Si prevede di ampliare il Demonstrator con un impianto di metanizzazione che sarà realizzato in collaborazione con il Paul Scherrer Institut di Villigen (Argovia). L’impianto trasforma l’elettricità «in eccesso» dapprima in idrogeno per via elettrolitica e in seguito, con un altro processo chimico con CO2, in metano sintentico (CH4) che possiede le stesse

caratteristiche del metano naturale o del biometano prodotto da impianti a biogas. Il metano sintetico, ad esempio, può essere immesso nella rete del metano svizzera e qui può essere stoccato in un certo volume, per essere utilizzato in un secondo tempo per le auto alimentate a gas. L’intento dei ricercatori è quello di utilizzare il Demonstrator per studiare ulteriormente l’aggiunta dell’idrogeno al metano naturale/biometano. Con l’aggiunta del 10 per cento massimo di energia da idrogeno si può aumentare in maniera significativa l’accendibilità del metano naturale o biometano e in questo modo – come è stato già dimostrato in laboratorio dai ricercatori – accrescere ulteriormente l’efficienza energetica delle auto a gas. Grazie all’elevato potere antidetonante fino a 130 ottani il metano è un carburante particolarmente adatto per i motori a combustione. Tuttavia, l’accensione del metano è nettamente più difficile rispetto alla benzina. L’aggiunta di idrogeno migliora questo effetto indesiderato. Le miscele di metano e idrogeno hanno un basso tenore di carbonio e ottime caratteristiche di accensione e combustione. Questo carburante comporterebbe inoltre solo modifiche minime dei veicoli a gas. Un secondo quesito degli scienziati, che riguarda la miscelazione di idrogeno e metano naturale o biometano, è di natura prettamente pratica: come si può misurare con precisione l’aggiunta di idrogeno nella colonnina erogatrice? Questa misurazione è difficile da eseguire a causa delle diverse densità dei due gas. Pertanto nell’ambito del progetto Future Mobility, l’Empa, insieme all’Istituto federale di metrologia a Wabern presso Berna, ha in programma una serie di indagini sulla possibilità di taratura delle colonnine erogatrici di idrogeno. Un’altra fase di ampliamento è prevista per il 2018. Il Demonstrator sarà ampliato con una batteria elettrica stazionaria da utilizzare per lo stoccaggio intermedio dell’energia solare ed eolica «in eccesso» fino al momento di ricaricare le auto elettriche. È prevista una batteria con un’eventuale capacità di accumulo di 100 kWh (sufficienti per ricaricare cinque automobili elettriche con una capacità di circa 20 kWh ciascuna), combinata con una stazione di ricarica ultrarapida per ricaricare le auto elettriche in pochi minuti. Con questo apparecchio i ricer-

catori intendono studiare ad esempio il decorso della temperatura e quindi l’invecchiamento nella batteria del veicolo e le perdite energetiche durante la ricarica rapida delle batterie per autoveicoli. Gli accumulatori a batteria hanno un grado di efficienza alquanto elevato. Lo svantaggio: possono immagazzinare energia solo per un breve periodo (ore o giorni). Per questo motivo nei periodi piovosi oppure in inverno gli autoveicoli elettrici continueranno a essere alimentati con energia fossile anche in futuro. Se l’energia solare ed eolica viene utilizzata per veicoli con celle a combustibile alimentate a idrogeno, si ha una minore efficacia e occorre una compressione a più di 350 o 750 bar, che a sua volta richiede energia. In compenso i veicoli di questo tipo possono percorrere distanze più lunghe e i tempi di stoccaggio variano da giorni a settimane. L’efficacia si riduce ulteriormente se viene utilizzato anche un impianto di metanizzazione. In compenso l’elettricità «in eccesso» accumulata durante l’estate può essere immessa nella rete del gas, dalla quale i veicoli a gas possono prelevare il carburante necessario. «Sarà difficile che la svolta energetica possa essere attuata senza sistemi di stoccaggio per idrogeno e metano o idrocarburi liquidi», afferma convinto Bach, ricercatore dell’Empa. La sua opinione è che se si vogliono diffondere questi accumulatori, nell’ottica di favorire l’efficacia del sistema generale sarebbe opportuno mettere talvolta in conto anche rendimenti inferiori per sistemi parziali come l’accumulo, anche se un approccio di questo tipo è in contrasto con quello oggigiorno più diffuso che si basa sul principio del massimo rendimento. *su incarico dell’Ufficio federale dell’energia (UFE) Informazioni

Un rapporto sul progetto è disponibile al seguente link: www. aramis.admin.ch/Dokument. aspx?DocumentID=3905; Altre info sul progetto si possono richiedere al Dr. Stefan Oberholzer (stefan.oberholzer@bfe.admin. ch), responsabile dei programmi di ricerca dell’UFE Idrogeno e Pile a combustibile; www.bfe.admin.ch/CT/H2


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Ambiente e Benessere

Tutto per la vostra salute. Erste Hilfe bei Verletzungen und Erkrankungen

Marco Martucci

Amavita – Sentirsi meglio, semplicemente.

L’albero dai capelli di fanciulla Natura Anche noto con molte altre

definizioni, il Ginkgo biloba è riconoscibile dalle sue foglie decorative che in Oriente gli sono valse il nome di «zampa d’anatra»

La stagione del suo splendore è, indubbiamente, l’autunno. È questo il momento in cui l’albero si trasforma in oro liquido, le foglie prendono un colore ambrato, brillante e caldo. La meraviglia dura pochi giorni, trascorsi i quali, ormai spoglio, l’albero entra nel riposo invernale. Inconfondibile, l’albero lo è anche per la forma unica delle sue foglie: come in un ventaglio, le nervature dipartono dal centro. Ha tanti nomi, quest’albero singolare: uno più curioso dell’altro ma tutti rivelatori di qualcosa. Chi parla inglese, lo chiama anche maidenhair tree, albero dai capelli di fanciulla perché le foglie rammentano quelle di una felce, il capelvenere, maidenhair. Uno dei nomi cinesi – antichi, perché l’albero è di origine orientale – è yājião, «zampa d’anatra», per la forma delle foglie. In francese è chiamato anche Arbre aux quarante écus, «albero dei quaranta scudi», il prezzo pagato nel 1780 da un giardiniere francese a un venditore inglese per un esemplare di quest’albero. In Germania e nell’area germanofona si sente anche il nome Tempelbaum, «albero dei templi» perché, come albero mitico, sacro e molto decorativo, si trova spesso piantato nei templi e nei palazzi cinesi e giapponesi. In italiano, l’albero non ha nomi particolari e vien chiamato con la sua denominazione originale, che è poi quello scientifico, ginkgo o, semplicemente, ginco, dal termine botanico Ginkgo biloba L. La «elle» sta per Linneo, il naturalista svedese Carl von Linné (1707-1778), che così lo battezzò.

Scelto come «Albero del millennio» e sulla Lista Rossa Unesco, Ginkgo è anche un «fossile vivente» Il nome della specie, biloba, è evidente. La foglia del ginkgo ha spesso una fessura al centro, che la divide in due parti, in due lobi appunto. Mentre il nome del genere, Ginkgo, è strano e merita un piccolo discorso a parte. Per farla breve, perché la storia è piuttosto complessa e ce ne sono almeno due versioni, il nome è nato da un errore. In giapponese, il nome dell’albero si scrive con due caratteri – i cosiddetti kanji – e si legge ginkyō (o, anche, gin nan) da gin, «argento» e kyō, «albicocca» o, comunque, frutto di ogni albero del genere Prunus, dunque «albicocca d’argento».

Ginkgo infatti produce delle strutture simili a frutti, come piccole prugnette verdi, gialle a maturazione, con polpa carnosa e nócciolo che ricorda quello dell’albicocca o un pistacchio. Il primo scienziato occidentale che vide e descrisse un ginkgo fu il medico e naturalista tedesco Engelbert Kaempfer (1651-1716), durante un viaggio di studio in Giappone nel 1691, da dove portò dei semi in Europa. La descrizione fu pubblicata nei suoi libri, Amoenitatum Exoticarum, del 1712 ma, al posto della «y» di ginkyō, fu stampata una «g» e così l’errore di trascrizione, anche attraverso la benedizione del grande Linneo, entrò nella storia. Albero di cui ci si può davvero innamorare, scelto come «Albero del millennio» e sulla Lista Rossa Unesco, Ginkgo è anche un cosiddetto «fossile vivente». Specie simili esistevano già – lo testimoniano i fossili – ben prima dei dinosauri, in pieno Periodo Carbonifero, oltre trecento milioni d’anni or sono. L’attuale Ginkgo biloba è l’unico superstite della sua famiglia e la sua antichità è rivelata anche dal particolare modo di fruttificare. I fiori maschili e quelli femminili si sviluppano su alberi separati e le cellule riproduttive maschili, il polline, portate dal vento e giunte all’albero femmina, fecondano gli ovuli «nuotando» in una sottile pellicola d’acqua. Solo le piante femminili produrranno i «frutti», in realtà ovuli fecondati, con dentro l’embrione simile a un nócciolo. La «polpa» di questi pseudo-frutti, in realtà semi carnosi, ha odore sgradevole, come di burro rancido e per questo si preferisce piantare – nei parchi, nelle piazze e lungo le strade – solo esemplari maschili. L’interno del nócciolo è però commestibile e, tostato, è molto apprezzato in Giappone e in Estremo Oriente. Anche se in Cina pare esistano tuttora foreste naturali di Ginkgo, l’albero è diffuso in tutto il mondo solo coltivato come specie ornamentale, in quanto resistente alle intemperie, all’inquinamento e praticamente immune da attacchi di parassiti. Si trovano bei Ginkgo anche dalle nostre parti, ben visibili in autunno. Nella storica città tedesca di Weimar, dove soggiornarono illustri personaggi come Bach, Schiller e Goethe e che ha fatto del Ginkgo il suo albero cittadino, c’è, oltre a un Ginkgo Museum, un Ginkgo secolare, chiamato Ginkgo di Goethe. Il grande scrittore e poeta tedesco, appassionato e acuto osservatore della natura, ispirato dalla forma delle foglie di Ginkgo, scrisse una poesia intitolata proprio «Ginkgo biloba».

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 09 novembre 2015 ¶ N. 46

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Ambiente e Benessere

Ambiente e Benessere

I pescatori della cascata che intrappola gli spiriti Reportage Scatti laotiani dall’arcipelago delle quattromila isole, lungo il Mekong

Teresa Frongia, foto di Stefano Ember Il Laos è un Paese senza sbocco sul mare, ma è attraversato per gran parte del suo territorio dal fiume Mekong che, dopo aver bagnato Vientiane, scorre verso sud dove a non più di tre chilometri di distanza dal confine con la Cambogia forma la regione di Si Phan Don, nella provincia di Champasak. Si Phan Don in laotiano significa quattromila isole ed è uno spettacolare tratto di riva di circa cinquanta chilometri lungo il Mekong dove, durante la stagione delle piogge, il fiume si allarga sensibilmente raggiungendo una larghezza di 14 km. Nella stagione secca le acque recedono e appaiono migliaia di isole e isolette che creano un arcipelago unico nel suo genere. Le isole più grandi, circa una decina, sono abitate tutto l’anno, come Don Khon che conta circa 55mila abitanti, la maggior parte dei quali vive nei villaggi presenti su entrambe le sponde dell’isola. La popolazione conduce una vita semplice e rurale coltivando la maggior parte del cibo di cui necessita come riso, cocco, canna da zucchero, diversi tipi di verdure, e nutrendosi ovviamente anche grazie all’abbondante pesce di cui il Mekong è ricco. Don Khon è un’isola tranquilla dalle fattezze quasi bucoliche con rarissime strade. A parte alcuni scooter al servizio di pochi, infatti, qui ci si sposta

a piedi o in bicicletta su verdeggianti sentieri oppure ancora in barca. Attraversando un piccolo e ombreggiato sentiero sulla valle di Khon Ban si giun-

ge alla cascata di Tat Somphamit, conosciuta anche col nome di Li Phi ovvero «caduta d’acqua», una delle più imponenti e suggestive del sud-est asiatico.

È impossibile rimanere indifferenti di fronte a uno degli spettacoli più belli che la natura possa offrire: il fragore dell’acqua che precipita è quasi assor-

dante, il paesaggio è un miscuglio di acqua che ribolle freneticamente, massi frastagliati, palme e piccoli rigagnoli che si rincorrono nella foresta.

Oltre a offrire un panorama di incredibile bellezza, queste cascate costituiscono un’importante opportunità di sostentamento per gli abitanti dell’isola. Uomini e donne, infatti, si recano qui ogni mattina dai vicini villaggi per pescare. Appostati quasi in bilico sulle rocce, i pescatori praticano un singolare quanto tradizionale metodo di cattura immergendo nelle piscine della cascata alcune trappole – costituite

da due pali di bambù di circa due metri di lunghezza con una rete installata alle estremità – che permettono di tirar fuori notevoli quantità di pesci. Il pescato viene poi adagiato sulle rocce direttamente sul luogo e fatto essiccare al sole. Mansione che viene spesso svolta dai bambini. Nella zona situata sotto le cascate invece si usa un’altra tecnica sia per la pesca sia per la conservazione: i pesci

sono intrappolati in piccole dighe collocate contro le sponde del fiume e in seguito saranno fatti affumicare all’interno della foresta su rudimentali griglie di legno e bambù con foglie aromatiche. Una volta terminato il processo di conservazione, i pesci saranno venduti alle botteghe dei villaggi. Ma non tutto il pescato; una grande quantità è infatti destinata al consumo domestico soprattutto durante la stagione delle

piogge, quando l’attività ittica diventa difficoltosa se non impraticabile. Parte del fascino di queste cascate risiede nell’importanza spirituale che rappresentano per i laotiani, i quali le considerano una «trappola spirito». I locali ritengono che in queste rapide siano intrappolati gli spiriti cattivi di persone e animali deceduti e quindi bagnarsi nelle loro acque sarebbe come giocare con la morte o subire grandi

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sventure. Ecco perché non si vedrà mai gente locale a nuotare o a lavarsi in questo tratto impetuoso del fiume Mekong. Verso il tramonto la giornata lavorativa volge al termine e i pescatori tornano nelle proprie abitazioni per passare il tempo non più con i rudimentali attrezzi da pesca bensì con internet e Skype, mostrando così uno degli aspetti che caratterizzano il Laos: il connubio tra tradizione e modernità…

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Ambiente e Benessere Cucina di Stagione La ricetta della settimana

Frittelle di mais e patate dolci con yogurt alle erbe Antipasto o contorno Ingredienti per 6 persone: 200 g di patate dolci · 3 uova · 1,5 dl d’acqua · 150 g

di farina · 3 cucchiai d’amido di mais · 1 cucchiaino di curcuma · 1 cucchiaino di Tabasco · 1,5 cucchiaini di sale · pepe · 1 scatola di mais di 340 g (peso sgocciolato 285 g) · ½ mazzetto di erbe aromatiche, ad esempio aneto o erba cipollina · 2 cucchiai di succo di limone · 180 g di yogurt greco · olio di arachidi per friggere. 1. Tagliate le patate dolci a dadini di 5 mm. Dividete i tuorli dagli albumi. Mescolate i tuorli con l’acqua. In una scodella versate la farina, l’amido di mais, la curcuma e il Tabasco. Incorporate i tuorli con l’acqua e mescolate fino a ottenere una pastella liscia. Condite con sale e pepe. Fate sgocciolare i chicchi di mais. Montate gli albumi a neve ferma e incorporateli alla pastella, insieme con i dadini di patate dolci e i chicchi di mais. Tritate le erbe aromatiche e mescolatele con lo yogurt e il succo di limone. Condite con sale e pepe.

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2. Scaldate l’olio in una friggitrice o in una padella alta a circa 170 °C. Friggete le frittelle, poche alla volta. Con un mestolino prelevate una piccola porzione di pastella e fatela scivolare nell’olio. Dorate le frittelle per circa 4 minuti. Estraetele e fatele sgocciolare su carta da cucina. Servite le frittelle con lo yogurt alle erbe.

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Ambiente e Benessere

Michelle tradita due volte Sportivamente Per il mio FC Lugano, vittorioso di fronte al Sion, ho dovuto rinunciare alla finale

degli Swiss Indoors di Basilea vinta dal grande Federer

Alcide Bernasconi A togliermi in parte il piacere per la bella vittoria del FC Lugano contro il Sion, in una domenica di sole con i colori dell’autunno godibili anche dalla vecchia tribuna di Cornaredo, è stata la telefonata di un’arrabbiatissima Michelle. La presidentessa del Federer Fans club di via Collinetta non me le ha mandate a dire. La bella e solitamente amabile Michelle sa essere dura con chi la delude. E stavolta l’avevo delusa profondamente, optando per il calcio e ignorando – lei ne era convinta – la finale degli Swiss Indoors di Basilea. «Ma come? Sono in campo Roger Federer e Rafael Nadal e tu mi lasci qui, sola, a vivere questo match vinto trionfalmente dal mio adorato campione?». «Appunto – le ho risposto – è il tuo adorato! Ma scusa, non c’era tuo marito, oltre al labrador, anche lui fan fedelissimo di Roger, a godersi una finale come questa?». «No – mi ha urlato – non c’era. Ecco perché avevo bisogno di te. Una partita come questa non dovevo viverla da sola. Non c’era nemmeno Victoria, che è andata a trascorrere il weekend col suo Giovanni, mentre mio marito è impegnato per questioni d’ufficio con alcuni suoi colleghi direttori di banca, e io? Io mi sono ritrovata sola, in villa a pensare che almeno tu saresti salito a farmi compagnia. E invece…» In un certo senso l’avevo scampata bella. Rimanere da solo con Michelle e ritrovarmi avvinghiato in un lungo abbraccio a fine partita sarebbe potuto essere imbarazzante. In effetti, quella domenica, non erano stati previsti inviti ufficiali per i membri del fans club. Chi impegnato con i figli e chi con i nipoti per via delle vacanze scolastiche, si era deciso di non scomodare nessuno. Quanto a me avevo visto un paio di partite vinte da Roger da grande cam-

Roger Federer con la coppa e Rafael Nadal. (Keystone)

pione assistito da un pizzico di fortuna. Mia moglie sarebbe forse salita in villa a… rappresentarmi, visto che pure lei è una «fedelissima» di Roger. Tuttavia il tennis, come altri sport, li segue di sfuggita. Di solito infatti si limita a chiedere «Come sta andando?» e poi va a sbrigare le sue faccende per rispuntare a fine gara con il solito quesito: «Chi ha vinto?» Sono lontani ormai anche i tempi in cui correva al Comunale per sostenere il suo ACB! E poi c’era da preparare la cena per la nipotina Ella con mamma e papà. Dunque, perdonata. Avesse pure lei una Victoria come governante, tutto sarebbe più facile. Del resto, invece di Bello, il labrador di Michelle, noi abbiamo una gatta, «bastardina» come si conviene, che risponde al nome di Chiro, la quale segue le stesse trasmissioni televisive (film e serial televisivi) di mia

moglie, che lei ritiene ovviamente essere la sua mamma. Io, invece, non potevo essere perdonato. Il calcio non interessa a Michelle, pur sapendo benissimo che il suo Federer – quando glielo concedono gli impegni – non si perde una partita dell’amatissimo FC Basel. Del FC Lugano, per contro, sa a malapena che è tornato in serie A e non capisce come io possa soffrire tanto per i bianconeri del pallone. Sportivamente, come si dice, ho naturalmente taciuto di aver sorpreso suo marito in tribuna a Cornaredo, anche lui, per una volta, pronto a tradire Federer fiutando nell’aria la bella prestazione dei bianconeri coronata da un successo consistente dopo non poche belle occasioni mancate dalle «punte», forse timide, forse provate da veloci galoppate verso la porta vallesana.

Il marito di Michelle, ex presidente e fondatore del Federer Fans Club luganese aveva il telefonino incollato a un orecchio e guardava il campo in cui i bianconeri stavano facendo il giro d’onore concluso con l’abbraccio al presidente Angelo Renzetti; stava sicuramente comunicando ai suoi due amici quanto accadeva nella finale degli Swiss Indoors. Il suo sorriso velato da un’ombra di preoccupazione, la diceva lunga. Contro un Nadal di nuovo in crescita, Federer non poteva permettersi distrazioni. In effetti aveva forse appena perso il secondo set (5-7), oppure il basilese, col sostegno di un pubblico entusiasta, stava iniziando il vittorioso finish vinto poi 6-3 come il primo. Alla fine Nadal si è detto felice di aver potuto «regalare» questa settima vittoria al suo rivale ma amico Roger nel torneo di casa. Del resto il pubblico di Basilea

gli aveva dimostrato rispetto e ammirazione, se non proprio amore come ha sottolineato un cronista traducendo letteralmente le parole del maiorchino, il quale, del resto, non ha mai mancato di riconoscere nell’amico Roger un campione senza uguali. Per il resto voi, gentili lettori, saprete per averlo sentito e letto mille volte come questa vittoria sia stata il coronamento di una grande stagione per il non più giovanissimo Federer. Oltre donna Michelle, mille e mille altre donne, giovanissime o più in là con gli anni, hanno trepidato quella domenica davanti alla tv vivendo col cuore in gola questo drammatico match, tutto fuorché un «regalo» come lo ha descritto ironicamente Nadal. Che bella domenica, dunque, grazie al re elvetico della racchetta e ai calciatori bianconeri di Zdenek Zeman, che, a fine partita, ha bisbigliato le sue risposte ai giornalisti i quali avranno dovuto decifrare tutto ascoltando la registrazione dai telefonini tesi a mezzo centimetro dalla bocca del tecnico boemo. Dopo le delusioni che i bianconeri dell’hockey e i loro antagonisti cantonali biancoblù avevano dovuto ingoiare in campionato, sempre ancora in coda alla classifica, c’è aria di festa anche per il Ticino che i tifosi del Sion, delusi a Cornaredo, affermano essere rossoblù (riferendosi però al FC Chiasso, come sgarbo nei confronti dei dirimpettai ultras bianconeri!). E i fans dello sci alpino guardano inoltre con molto interesse a Lara Gut, ai piedi del podio nel gigante che ha aperto la stagione di Coppa del mondo a Sölden. Quanto a me dovrò salire in villa per essere perdonato come si deve da donna Michelle, certo che avrà già dimenticato lo «sgarbo», abituata com’è a frequentare Parigi, Wimbledon e New York, e molte volte anche Basilea, per essere più vicina all’adorato Roger.

Giochi Cruciverba Tra amici: «Carlo, com’è tua moglie in cucina?» Trova la risposta leggendo, a cruciverba risolto, le lettere evidenziate. (Frase: 6, 4, 2, 5, 2, 5, 6)

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35. All’esterno 36. Verde a Dublino 37. Di animo dolce 38. Attivi sono crediti VERTICALI 1. Vi nasce il fiume Paraguay 2. Estasiate 3. Verbo derivante da un senso 4. Tredicesima lettera dell’alfabeto greco 6. Uno strato del nucleo terrestre 7. In quantità eccessive 8. Vasti, spaziosi 9. Segni particolari 10. Un tipo di farina

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Completare lo schema classico (81 caselle, 9 blocchi, 9 righe per 9 colonne) in modo che ogni colonna, ogni riga e ogni blocco contengano tutti i numeri da 1 a 9, nessuno escluso e senza ripetizioni.

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Sudoku Livello difficile Scopo del gioco

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ORIZZONTALI 1. Il nome del conduttore di «Porta a Porta» 5. Mollusco commestibile 11. Poco folti 13. Ex comune del Canton Ticino 14. Operaie volanti 15. Impedimenti imprevisti 17. Seconda stella più brillante del cielo 18. Le valicò Annibale 20. Andate alla latina 21. Un libro della Bibbia 23. Conduttore televisivo Rispoli (iniz.) 24. Quelle in fondo 26. Articolo spagnolo 28. Tasso Effettivo Globale 29. È ricco di petrolio 31. Intrise d’acqua 32. Una cottura lenta per carni 34. Il «Big» di Londra

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38

12. Le iniziali dell’attore Norris 15. Il pupo di Mascagni 16. Accudisce i bambini 19. Impellenti 22. Osso del braccio 23. Offendere, danneggiare 25. Solcare col vomere 27. Le appartiene 28. Regione della Cina 29. Mazza da golf con la testa di metallo 30. Provincia a sud-ovest dell’Arabia Saudita 32. Sa stare al giogo 33. Un tizio senza vocali 35. Le iniziali del calciatore Totti 36. Simbolo del voltampere

Soluzione della settimana precedente

CURIOSITÁ DAL MONDO – L’Arcipelago delle Samoa Americane è l’ultimo posto al mondo in cui … : ARRIVA IL CAMBIO DATA.


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Politica e Economia Casa Bianca 2016 Nel caos repubblicano la destra individua un nemico da combattere: i media, accusati di essere al servizio della sinistra pagina 27

Cina, addio al figlio unico Per fermare l’invecchiamento della popolazione il PCC annuncia che le famiglie potranno avere due figli, mettendo fine a una politica demografica introdotta negli anni Settanta

La tassa più in voga nell’UE I governi europei usano l’IVA come leva di politica economica, e per riempire le casse dello Stato

Orizzonte rosso Sedici cantoni prevedono cifre rosse nei preventivi 2016, e il Ticino sta peggio di tutti

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Keystone

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Turchia, vince l’autoritarismo Turchia Erdogan con il suo partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) ha ottenuto il 49,5% dei voti

e si è ripreso la maggioranza assoluta dei seggi nel Parlamento, aiutato da sussulti patriottici e dalle paure di un cambiamento

Lucio Caracciolo Contro quasi ogni pronostico, Recep Tayyip Erdogan ha stravinto le elezioni politiche turche. Cinque mesi dopo una sonora sconfitta elettorale, l’Akp, il partito islamico guidato dallo stesso presidente e che esprime anche il primo ministro Ahmet Davutoglu, ha ottenuto una chiara maggioranza in parlamento, con il 48,5% dei suffragi, così stabilendo di poter governare da solo. In cinque mesi Erdogan ha recuperato quasi cinque milioni di voti, sottraendoli in parte ai filo-curdi riformisti dello Hdp e in parte maggiore ai nazionalisti di estrema destra. Eppure alla vigilia del voto c’era chi considerava scontato il secondo fallimento consecutivo del «sultano», con relativa fine anticipata delle sue ambizioni politiche. Il suo progetto di celebrare il centenario della repubblica di Atatürk da leader incontrastato di una Turchia

lanciata verso le sue ambizioni neo-ottomane, panturaniche e panislamiche pareva destinato al catalogo dei sogni irrealizzabili. Non più oggi. Il successo dell’Akp deve anzitutto offrire l’occasione per una riflessione su come i media internazionali, in particolare quelli europei e di matrice anglosassone, tendano a (dis)informare su paesi relativamente poco conosciuti, osservandoli con lenti orientaliste, esotizzanti. Nel caso turco, questo si è manifestato negli ultimi anni attraverso la sopravvalutazione del movimento di Gezi Park, l’enfasi sull’ascesa del partito filo-curdo Hdp e del suo leader Selahettin Demirtaş, il sentimento diffuso che l’autoritarismo di Erdogan lo condannasse all’impopolarità, dunque alla sconfitta elettorale. È accaduto il contrario. Può anzi ritenersi probabile che una parte dei consensi recuperati dal «sultano» siano dovuti al sussulto patriottico di molti turchi sensibili alle

intrusioni straniere nelle vicende domestiche. In ogni caso, distinguere fra desiderio e analisi realistica non è stato il forte dei reportage correnti sulla Turchia erdoganiana. Allo stesso tempo, non può essere sottaciuto il ruolo che la censura, inasprita nelle ultime settimane, ha avuto nel garantire il trionfo alle urne degli islamisti. Non c’è dubbio che queste siano state le elezioni meno «normali» della Turchia post-kemalista. Una componente del successo di Erdogan è stata senz’altro la paura. La Turchia ha vissuto negli ultimi mesi una sequenza di attentati terroristici di incerta matrice. È opinione diffusa che in almeno alcuni di essi vi fosse lo zampino dei servizi segreti, o «Stato profondo». Secondo le classiche regole della strategia della tensione. Ad ogni modo, complotto governativo o meno, l’effetto di tanta violenza è stato di raccogliere i suffragi dei turchi intorno al presente certo, rassicurante, piuttosto

che indirizzarli verso un domani incerto, avventuroso. Oltre all’estrema destra nazionalista, i cui voti sono stati saccheggiati dall’Akp, il grande sconfitto è il Pkk. Il Partito curdo dei lavoratori, frangia terroristica, di matrice marxista-leninista, nell’universo di quel popolo ancora in cerca di Stato, è stato ancora una volta usato come spauracchio dall’establishment per rafforzarsi e legittimarsi in nome del contrasto alla lotta violenta dei nemici della nazione turca. I leader dell’Akp si sono confermati maestri nell’arte di dividere, per scagliarli gli uni contro gli altri, i vari gruppi curdi. In particolare, gli islamisti turchi hanno fatto leva (e continueranno probabilmente a farlo) sui curdi iracheni di Erbil, che seguono una propria agenda. Anche perché oramai dispongono di uno Stato di fatto, il Kurdistan iracheno, a differenza dei cugini di Turchia (Pkk e in parte Hdp) e del Rojavà siriano.

La vittoria di Erdogan serve comunque a ristabilizzare, almeno temporaneamente, la Turchia. Ciò permette ad Ankara di riprendere l’iniziativa sui troppi fronti nei quali è impegnata – o ingolfata – dalla Siria a Israele, dai rapporti con gli Stati Uniti a quelli con l’Unione Europea. Curiosamente, Angela Merkel (nella foto con Erdogan), da sempre opposta all’idea dell’integrazione della Turchia nell’Unione Europea, si è mostrata recentemente più possibilista, forse sperando di ottenere in cambio da Ankara un qualche maggior controllo sui flussi migratori che ne minacciano la popolarità in patria e forse anche il cancellierato. Sarebbe davvero paradossale se dopo aver fatto le pulci alla Turchia kemalista ed erdoganiana sul suo pedigree democratico, oggi gli europei si decidessero ad accogliere quel Paese mentre attraversa la sua fase di più pronunciato autoritarismo.



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Politica e Economia

Media sotto attacco USA 2016 In un dibattito televisivo organizzato dalla Cnbc il vero

vincitore del confronto fra candidati repubblicani per la Casa Bianca è il senatore del Texas Marco Rubio che accusa di faziosità la stampa Federico Rampini Il nemico siamo noi. Cioè noi giornalisti. Attaccarci, è l’unico modo per ricompattare la destra americana, dilaniata da una campagna elettorale sempre più surreale. Beh, anche l’offensiva contro i giornalisti contribuisce all’aggettivo «surreale». Dunque, devo cominciare col ricordarvi a che punto ci troviamo. Mentre scrivo manca un anno all’elezione vera, quella per la Casa Bianca. E mancano quasi tre mesi all’inizio delle primarie in cui ciascun partito seleziona il proprio candidato. Di solito a 12 mesi dal voto si ha già un’idea sulle forze in campo, ed effettivamente dal lato democratico è così: Hillary Clinton sovrasta i pochi rivali. Tra i numerosissimi repubblicani regna una confusione totale, in molti sensi. Abbiamo avuto per tre mesi lo «one man show» di Donald Trump, il magnate immobiliare che con il suo talento televisivo catturava l’attenzione e dominava i sondaggi. Anche a costo di sabotare qualsiasi chance di vittoria finale: uno che insulta gli ispanici definendoli stupratori e ladri, uno che non perde occasione per sbeffeggiare le donne, non è proprio il candidato ideale per raccogliere il 50% più uno dei voti. Poi è cominciata l’ascesa di un altro astro, Ben Carson. Afroamericano, rinomato neurochirurgo (oggi in pensione), è l’anti-Obama: stesso colore della pelle ma agli antipodi politicamente, Carson è un ultra-conservatore. Dopo l’ultima sparatoria con strage in un campus universitario, pur di sostenere a tutti i costi che gli americani devono poter girare armati, ha detto la seguente enormità: «Se i tedeschi avessero avuto le armi in casa all’epoca di Hitler, non sarebbe successo l’Olocausto». In questo clima da Circo Barnum, c’è un aspetto preoccupante per il partito repubblicano. La sua base predilige i non-politici e gli anti-politici, gli out-

sider per eccellenza. I politici di mestiere arrancano nei sondaggi, distaccati da Carson e Trump. L’establishment del partito è giustamente preoccupato. Ed ecco la trovata: prendersela con un nemico comune, i media. È successo durante l’ultimo dibattito televisivo che radunava i (troppi) candidati repubblicani. A organizzare l’evento stavolta era la Cnbc (filiale di NBC), uno dei più grandi network televisivi americani. I suoi moderatori si erano preparati come bisogna fare in queste occasioni: studiando approfonditamente le biografie di ciascuno dei candidati, anche per trovarvi dei punti deboli; analizzando le loro piattaforme elettorali, anche per individuare eventuali contraddizioni. E così durante il dibattito ci sono state le domande «cattive», come deve accadere in questi casi. A Trump è stato chiesto: come concilia la sua immagine di grande imprenditore capace di salvare l’America applicando alla nazione i suoi metodi di management, con le sue tre bancarotte? A Carson, che ha ricevuto lauti onorari dalla grande industria farmaceutica come conferenziere a pagamento nelle convention aziendali, è stato chiesto di commentare gli enormi aumenti di prezzi sui farmaci. Al senatore Marco Rubio, che in questo momento è il meglio piazzato fra i politici di mestiere, è stato chiesto conto delle irregolarità finanziarie accadute nella sua pur breve carriera politica, a cominciare dall’uso disinvolto della carta di credito «di partito» per coprire spese personali. Insomme tutte domande lecite. Alle quali ciascuno degli interrogati ha evitato accuratamente di rispondere, o ha risposto in modo lacunoso ed evasivo. Per esempio Trump si è limitato a dire di aver usato la legge sulla bancarotta come tanti altri imprenditori; Carson si è lanciato in una difesa delle piccole imprese che non aveva nulla a che vedere con la rapacità di

Big Pharma su cui doveva rispondere; Rubio è partito per la tangente ricordando di essere nato da una famiglia poverissima. Ma tutti hanno anche contrattaccato, rovesciando le accuse sui giornalisti, accusandoli di essere faziosi, pregiudiziali. E ogni volta che il candidato aggrediva il giornalista, dall’audience presente in sala (ovviamente tutti fedelissimi del partito) si levava un boato di approvazione. Il gioco si è alimentato da solo: visto l’effetto spettacolare, gli attacchi contro i moderatori della Cnbc si sono ripetuti, ogni volta seguiti da applausi e incitamenti del pubblico. Rubio ha avuto una delle battute più apprezzate quando ha detto, rivolto al pubblico. «Ora vedete in azione i veri Super-Pac democratici: i grandi media di sinistra». I Super-Pac, sono comitati che raccolgono fondi a favore di un partito o di un candidato. In seguito ad una (sciagurata) sentenza della Corte suprema nel 2010, questi Super-Pac hanno una libertà illimitata, e diventano spesso i ricettacoli dei finanziamenti delle lobby del denaro. Poiché l’establishment capitalistico propende per il partito repubblicano, una maggioranza di fondi raccolti attraverso i Super-Pac vanno ai candidati della destra. E su questo si alimentano polemiche, da sinistra, sui potentati della finanza che influenzano il voto. Rubio dunque ha ribaltato l’argomento: i democratici non hanno bisogno dei Super-Pac perché hanno dalla loro parte la potenza dei media, tutti di sinistra. La tesi è stravagante, visto che esistono dei media tradizionalmente forti e da sempre schierati a destra. Per esempio la Fox News e il Wall Street Journal di Rupert Murdoch. Nonché le catene di radio locali che diffondono il «verbo» di estrema destra di un anchorman come Rush Limbaugh. L’argomento di Rubio non è neanche del tutto nuovo: è da quando Richard Nixon dovette dimettersi per lo scandalo del

Da sinistra; Marco Rubio, Donald Trump e Ben Carson prima del dibattito. (AFP)

Watergate – provocato dalle inchieste giornalistiche del «Washington Post» – che la destra sostiene di avere la stampa contro. Ma stavolta sta succedendo qualcosa di diverso. Il partito repubblicano ha deciso di cambiare le regole del gioco. Dopo quel dibattito televisivo ospitato dalla Cnbc, sono partiti dei veri e propri ultimatum: interi network saranno esclusi dalla campagna elettorale, se non seguiranno le nuove direttive. Alle reti televisive sono state recapitate le richieste su come dovranno essere moderati i dibattiti. Alcune di queste richieste sono stravaganti, altre sono pericolose. Per esempio i repubblicani vorrebbero che ciascun candidato potesse controllare il suo profilo biografico che viene letto ai telespettatori. Si vogliono vietare le domande a cui i moderatori impongono di rispondere con un sì o con un no. Si vogliono aumentare gli spazi per le dichiarazioni senza contraddittorio, cioè dei minicomizi pieni di promesse di cui nessuno può verificare la coerenza. Insomma è partito un tentativo d’imbavagliare i media, col pretesto che sono faziosi e al servizio della sinistra. Da notare che tra i divieti che i repubblicani cercano d’imporre c’è anche quello delle «domande incrociate», dove la cattiveria non è del giornalista ma di un altro candidato. Guarda caso Jeb Bush all’ultimo dibattito era stato brillante solo per un attimo, quando aveva inchiodato Rubio sul suo assenteismo al Senato. Anche questo genere di domanda diventerebbe off-limits, se dovessero passare le nuove regole. Altrimenti, il ri-

catto della destra suona così: potremmo decidere di tenere i prossimi dibattiti su Fox News, rete amica per eccellenza, selezionando moderatori dalla provata fede repubblicana come Limbaugh. Un’informazione addomesticata, senza contraddittorio. Proprio quella che peraltro sembra volere la base repubblicana, pronta a infiammarsi contro i giornalisti se osano svelare contraddizioni, bugìe e malefatte dei loro candidati. C’è il rischio che i media cedano – magari un pezzettino alla volta, e senza confessarlo – a questo genere di pressioni. Il ricatto economico non va preso alla leggera: i dibattiti elettorali portano audience e tanta pubblicità. Tuttavia le manovre che possono avere successo in questa fase, possono anche diventare controproducenti nella corsa finale alla Casa Bianca. Ogni campagna elettorale americana ha due tempi, diversi tra loro. Nel primo tempo vince chi mobilita la base del proprio partito che va a votare nelle primarie: e da anni questa base tende ad essere più radicalizzata verso l’ala estrema del partito stesso. Poi una volta che ciascun partito ha selezionato il proprio candidato, bisogna raggiungere la maggioranza assoluta nell’elettorato nazionale. E qui votano anche i moderati, i centristi, quelli che alle primarie non erano andati. Perciò un candidato capace di esaltare i radicali (di destra o di sinistra) nelle primarie, non è necessariamente il più adatto a vincere lo scontro finale. Questa è la ragione per cui gli esperti continuano a dubitare che Trump o Carson possano farcela.

Marino, il «marziano» lascia Roma Figurine d’Italia Il chirurgo diventato sindaco della capitale dopo l’amministrazione di Gianni Alemanno

si dimette dall’incarico dopo aver resistito fino all’ultimo

A contraddistinguere la breve sindacatura di Marino (foto) è stata la pertinacia con cui ha negato ai crescenti critici le qualità, che pretendeva gli fossero riconosciute. In ordine sparso: onestà, coerenza, disinteresse personale, sincerità, lungimiranza, capacità amministrativa, generosità, simpatia, infallibilità. Il tutto accompagnato da una rimarchevole ambizione: Marino dava per scontato che i successi conseguiti da chirurgo dovessero fargli largo nella politica. Eppure era soltanto una creatura di D’Alema alla ricerca di testimonial della propria onnipotenza. Ma al neo senatore non bastavano le presidenze di commissioni: nel 2009 concorse alla segreteria del Pd finendo terzo dietro Bersani e Franceschini. Nel 2013 si è inserito nelle incertezze e nelle beghe del partito strappando la protezione del più importante kingmaker della Capitale, Goffredo Bettini. La netta vittoria nelle primarie ha anticipato il successo nell’elezione a sindaco contro lo screditatissimo Alemanno, reduce da cinque anni di pessima gestione e già inseguito dalle inchieste giudiziarie. Marino ha la faccia tosta di presentarsi come «il primo sindaco di Roma libero dai partiti». La prima di tante futu-

re torsioni della verità ai propri interessi di bottega. Persino sulla sua carriera di mago dei trapianti, interrotta all’inizio del secolo, pesano gl’interrogativi proposti dall’università di Pittsburgh. L’aver lavorato al Transplantation Institute e aver poi fondato assieme l’Ismett (Istituto mediterraneo per i trapianti e terapie ad alta specializzazione) a Palermo nel ’99 costituivano uno dei vanti principali di Marino. Invece in settembre, nel pieno delle polemiche sui comportamenti del primo cittadino, da Pittsburgh comunicano di aver contrattato nel

Wikipedia

Alfio Caruso

2002 le dimissioni di Marino a causa di note spese, che secondo l’amministrazione statunitense venivano presentate e incassate sia in Pennsylvania, sia in Sicilia. Cifre modeste, sugli 8 mila dollari, ma tali da condurre all’interruzione del rapporto. L’aspetto singolare della vicenda riguarda la causa civile vinta in passato dall’ex sindaco, con relativo risarcimento, contro alcuni giornali, che avevano raccontato il suo controverso addio a Pittsburgh e a Palermo. La bravura chirurgica di Marino non è in discussione. Lo è invece la sua capacità di districarsi negli affari della città più complicata d’Italia. Sono bastati pochi mesi per far emergere la difficoltà di fronteggiare un debito oscillante sul miliardo e mezzo di euro, con 140 milioni accumulatisi nel 2015. Marino appariva un marziano di fronte agli scafatissimi consiglieri comunali e ai dirigenti di ripartizioni e assessorati ereditati dalla precedente amministrazione dell’ex fascista Alemanno, inutilmente riverniciato da industrioso moderato. A salvare Marino fu l’inchiesta della procura, Mafia Capitale, che scoperchiò il malaffare dilagante. La sua inadeguatezza fu trasformata nello stupore della persona perbene dinanzi a una corruzione endemica. Anche la sua foto con Buzzi, il braccio della mente Carminati nel malaffare, fu giustificata con il can-

dore del grande medico abituato a volare alto, a occuparsi di trapianti da Londra agli Usa e impreparato alle squallide bruttezze della politica quotidiana. Marino ama ribadire di essere onesto e nessuno ha mai dubitato della sua differenza da Alemanno. Parecchi hanno invece dubitato che questa diversità, in teoria alla base di ogni umana faccenda, dovesse garantirgli l’immunità per i diversi errori, persino per le multe alla sua Panda rossa sorpresa a violare gl’ingressi nelle zone vietate della città. Anche le inchieste attuali della procura su alcune ricevute di cene e pranzi, sui biglietti dei treni – quasi che avesse un fatto personale con le note spese – e su alcuni atti della sua onlus niente hanno da spartire con le malefatte della giunta di centro destra, con la gestione truffaldina delle aziende municipali, con la continua assunzione di parenti, di amanti, di vecchi camerati. Hanno però sollevato diversi interrogativi sulla sincerità di Marino sempre pronto ad assicurare la liceità di qualsiasi atto. A contrassegnare il sessantenne chirurgo figlio di un ingegnere catanese e di una signora svizzera sono l’enorme fiducia nei propri mezzi, la sicurezza di poter cambiare versione a secondo delle necessità, la tendenza a scaricare sui collaboratori la responsabilità degli errori. L’esempio più concreto del suo

stupefacente modo di agire lo fornisce la rottura con il Papa. L’anno scorso uno smagliante Marino trascriveva nel registro del comune i matrimoni omosessuali considerati dalla Chiesa peggio di un dito nell’occhio. Eppure Marino è stato convinto per mesi di poter stabilire una linea diretta con il Papa: lo ha tartassato di telefonate sulla linea privata, alle quali l’altro ha evitato di rispondere, fino alla clamorosa sbugiardata sui motivi della presenza a Philadelphia durante la visita del Pontefice. Quel «non l’ho invitato io e neanche gli organizzatori» scandito da Bergoglio in conferenza stampa ha segnato il definitivo pollice verso del Vaticano. Non era successo nemmeno ai tempi dei sindaci marxisti. Marino si è congedato accusando Renzi di esser stato il mandante dei ventisei consiglieri comunali, che l’hanno «accoltellato» con le dimissioni firmate dal notaio per mandarlo a casa. Ha proseguito ad atteggiarsi da marziano convinto che rappresentasse la cifra migliore del suo operato, ma se avesse letto il famoso testo di Flaiano (lo sceneggiatore dei film di Fellini e soprattutto della Dolce vita), incentrato sull’apparizione di un extraterreste a Roma, avrebbe imparato che al terzo giorno nessuno prendeva più sul serio il marziano.


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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 09 novembre 2015 ¶ N. 46

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Politica e Economia Oggi il 30 per cento della popolazione ha oltre 60 anni: questo l’incubo demografico dei dirigenti di Pechino. (AFP)

Xi Jinping? Il marito di Peng Cina La moglie del presidente, oltre a essere

icona di stile, è anche una cantante famosa Giulia Pompili

Storica decisione Dopo oltre trent’anni il PCC dice addio

alla politica del figlio unico ma non al controllo delle nascite

Beniamino Natale Per sfuggire alla politica del figlio unico, i cinesi hanno fatto di tutto: i più ricchi hanno pagato multe in alcuni casi astronomiche (come Zhang Yimou, il regista di Sorgo Rosso e di Hero, al quale il terzo figlio è costato 1,2 milioni di dollari), altri si sono fatti licenziare dai loro impieghi pubblici; giovani donne sono fuggite dai parenti in province lontane e hanno cresciuto i loro secondi e terzi figli in modo semiclandestino. Per tutti loro, e per il resto della popolazione cinese l’annuncio dell’abbandono della politica del figlio unico – diffuso dal comitato centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) il 29 ottobre scorso al termine del suo «quinto plenum» – ha segnato la fine di un incubo lungo 35 anni.

Il permesso di avere un secondo figlio salverà la Cina dalla paura di invecchiare? Anche la maggioranza delle coppie cinesi che – come spiegano demografi e sociologi – hanno un solo figlio e sono contente così, hanno sopportato a malapena il controllo esercitato dallo Stato sulla loro vita privata, sbuffando e protestando a mezza bocca quando dovevano sottomettere alle autorità i documenti per essere autorizzate a procreare, anche se si trattava del primo figlio. Con la decisione del 29 ottobre, il PCC non ha rinunciato a quel tipo di controllo: il comunicato del cc afferma infatti che ora le coppie «possono avere due figli» (e dopo pochi giorni i burocrati della Commissione per la pianificazione nazionale hanno precisato che l’obbligo del figlio unico rimane in vigore fino a marzo, quando la nuova legge verrà approvata dall’Assemblea Nazionale del Popolo). Oggi il 30% della popolazione ha oltre 60 anni e a breve le pensioni potrebbero non essere più finanziate a sufficienza, anche perché i cinesi invecchiano e vivono più a lungo. Il passo indietro si rivela necessario per evitare che fra 20 anni il disavanzo fra popolazione attiva e in pensione non sia deficitario nel Paese. Per tutti ha parlato Dai Qing, 74 anni, la giornalista e scrittrice nota per le sue battaglie civili e in particolare quella contro la Diga delle Tre Gole sullo Yangtze: «Anche se la gente è autorizzata ad avere due figli, cosa succede se ne vogliono tre?». «E se una donna

non sposata vuole avere dei figli? Alla fine, ad essere in ballo sono i diritti riproduttivi delle donne e la loro libertà». William Nee, ricercatore per Cina di Amnesty International, ha rincarato la dose: «La Cina deve immediatamente e completamente mettere fine al proprio controllo sulle decisioni della gente sul numero di figli da avere. Questo non solo sarebbe positivo per i diritti umani, ma avrebbe senso anche considerando le difficili sfide demografiche che porterà il futuro». Secondo Arthur Kroeber, direttore della società di ricerche economiche Gavekal Dragonomics, la decisione di mantenere comunque il controllo sulla vita riproduttiva delle coppie è un segno di debolezza da parte del presidente cinese, e segretario del PCC, Xi Jinping. «L’incapacità di abolire del tutto l’idea di mettere un limite al numero di bambini che nascono – sostiene – è indicativa della difficoltà del partito a rinunciare al controllo di qualsiasi cosa… e riflette la convinzione di base che il partito deve mettere le mani negli affari di tutti, continuamente… quest’atteggiamento è in contraddizione con il tipo di economia guidata dall’innovazione e orientata al consumo che dicono di voler creare». Il demografo Wang Feng, professore all’Università della California e alla Fudan University di Shanghai, è da anni un severo critico della legge sul figlio unico che, dice, ha portato a innumerevoli abusi e a sofferenze della popolazione senza in realtà essere servita a niente. «Il dimezzamento del tasso di fertilità delle donne cinesi – da 5,8 figli a 2,8 a testa – sottolinea – è avvenuto tra il 1970 e il 1980, cioè prima dell’entrata in vigore della legge» (che è stata approvata nel 1979 e messa in pratica dal 1980). Cai Yong della University of North Carolina e coautore con Wang e Gu Baocheng del saggio How Will History Judge China’s One Child Policy?, che nel 2012 ha demolito la politica del figlio unico, ricorda che in Paesi che non hanno avuto alcuna politica di contenimento delle nascite, come il Giappone e Taiwan, si sono verificate riduzioni del tasso di fertilità delle donne di portata uguale o superiore a quella che ha conosciuto la Cina dei figli unici. «A Taiwan – ha dichiarato al «Washington Post» – non c’è una politica del figlio unico e il tasso di fertilità è sceso sotto quello di un figlio per donna nel 2010». La legge è stata imposta con il sistema delle quote: il «centro», cioè il gruppo dirigente del PCC stabiliva quote non solo per ogni provincia ma anche per ogni città, ogni contea, ogni distretto. Il rispetto delle quote era uno degli

elementi che entravano nella valutazione dei «quadri» del partito e aveva un effetto determinante sulle loro carriere. Chi non riusciva a farle rispettare non aveva alcuna speranza di migliorare la propria posizione. Al contrario, rischiava di essere retrocesso e in alcuni casi espulso dal partito. Di conseguenza i «quadri» non badavano al sottile quando si trattava di far rispettare le quote. La brutalità e i soprusi legati alla politica del figlio unico sono stati svelati al resto del mondo nel 2005, quando un avvocato autodidatta di provincia, Chen Guangcheng, invitò alcuni attivisti di Pechino a recarsi nel suo villaggio, Linyi nella provincia orientale dello Shandong, per rendersi conto delle violenze che venivano commesse in nome della legge e per denunciarle al mondo. Gli avvocati venuti dalla capitale si trovarono di fronte a decine di testimonianze di persone che erano state torturate per indurle a rivelare dove si erano rifugiate le giovani donne «scomparse» – in realtà andate a partorire in altre province. Almeno due persone erano morte per le torture. In seguito, Chen fu perseguitato senza sosta dalle autorità locali – col consenso di quelle nazionali. Nel 2006 fu condannato a quattro anni e mezzo di prigione e quando li ebbe scontati fu messo – pratica normale per la polizia cinese – agli arresti domiciliari, con la casa invasa da agenti che dovevano essere accolti e sfamati e che trattavano come criminali tutti i membri della sua famiglia. Nel 2012 Chen riuscì rocambolescamente a fuggire e a raggiungere Pechino, dove chiese e ottenne ospitalità nell’Ambasciata americana pochi giorni prima dell’arrivo nella capitale dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton. Chen venne convinto a lasciare l’Ambasciata e fu trasferito nel Chaoyaong Hospital, nel centro di Pechino, guardato a vista dalla polizia. In un primo momento affermò di essersi accordato con le autorità ma poi cambiò idea e chiese aiuto ai suoi ex-ospiti americani. La stessa Hillary prese in mano le difficili trattative col governo cinese e dopo qualche giorno di suspence la vicenda si concluse con un invito a Chen da parte dell’Università di New York, che gli offrì una borsa di studio. Il compromesso funzionò e il dissidente, il quale è cieco a causa di un problema congenito, raggiunse con la moglie gli Usa, dove si trova ancora, come ricercatore presso la Catholic University of America. «È finita la politica del figlio unico ma non quella del controllo delle nascite – ha commentato in un messaggio su Twitter – gli abusi continueranno».

AFP

Fratelli cinesi

Chi è Xi Jinping? Facile, è il marito di Peng Liyuan (foto). Gli utenti di Weibo, il Twitter cinese, scherzavano con frasi di questo tipo nel 2012, mentre aspettavano con trepidazione il nome del successore alla segreteria del Partito comunista cinese, l’uomo che avrebbe preso il posto di Hu Jintao. In effetti Xi Jinping all’epoca – cioè prima di diventare presidente della Repubblica popolare di Cina e uno degli uomini più potenti della terra – non era famoso come sua moglie, Peng Liyuan. La «peonia di fata», come era conosciuta dal grande pubblico, è tutt’ora una delle più celebri cantanti di musica tradizionale cinese. Tanto da finire sulle copertine dei magazine molto più di suo marito. Ora ha smesso di cantare, ma resta la più popolare first lady del Dragone dai tempi di Jiang Qing («Madame Mao» per gli occidentali, un tipino d’acciaio che ebbe un ruolo fondamentale nella Rivoluzione culturale cinese). Dimenticate dunque Michelle Obama, che ha iniziato la sua vita da inquilina della Casa Bianca piantando broccoli sul tetto per promuovere la vita salutista degli americani. Dimenticate Akie Abe, l’affascinante moglie del primo ministro giapponese Shinzo Abe, e pure l’ex première dame Carla Bruni, simbolo di una bellezza tutta occidentale. Peng Lyuan è una delle first lady più influenti del mondo contemporaneo. È una donna glamour perfino quando indossa la divisa da soldato – è membro civile dell’Esercito popolare di liberazione cinese. «Per molto tempo, almeno fino alla nomina di Xi come presidente, lui era davvero solo “il marito di Peng”», spiega Simone Pieranni, direttore di «China Files», «lei era una famosa cantante pop dell’esercito. Era molto più nota di lui, tanto che si dice che Xi, quando riceveva politici o giornalisti in casa sua, faceva vedere la foto di Peng dicendo: “Io sono suo marito!”. In generale la stampa cinese è da sempre molto esaltata dalla presenza di Peng, ma dopo le prime visite di Stato credo che a livello popolare, invece, sia diventata un elemento meno coinvolgente. All’inizio c’era molta attenzione: veniva sempre sottolineato lo stile di un vestito, chi lo

aveva prodotto, venivano sottolineati i suoi impegni sociali, solidaristici ecc. Ora decisamente meno». Gli ultimi due viaggi ufficiali della coppia presidenziale cinese sono stati in America e in Gran Bretagna. Gli obiettivi dei fotografi erano concentrati su di lei, la signora Xi, che ha presenziato a tutte le cerimonie ufficiali. A Londra ha sfoggiato ben tre outfit diversi nella stessa giornata, elegantissimi e molto sobri – peccato solo per quell’incidente nel corso del ricevimento alla Guindhall di Londra, quando il trucco le si è sciolto sul viso, creando un effetto non proprio decoroso nelle fotografie accanto alla Regina Elisabetta. Un pasticcio che è un po’ una metafora degli sforzi ancora insufficienti per far diventare Peng una superstar della diplomazia cinese, anche se i segnali di accreditamento arrivano da ogni latitudine: nel settembre scorso la signora Xi ha pronunciato un discorso alle Nazioni Unite in un inglese talmente fluente e impeccabile da guadagnarsi una menzione speciale sui giornali del giorno dopo. «Peng è la prima first lady alla occidentale», spiega ancora Pieranni, «ovvero una presenza costante accanto a Xi nei viaggi, nonché uno “strumento” di soft power, proprio a dimostrare la modernità e la vicinanza della Cina con le realtà occidentali. Non si ricorda una first lady così presente e imponente sulla scena politica. La moglie di Hu era dimessa, come lo stesso presidente. Quindi la novità rappresentata da Peng è ancora più evidente». È l’unica first lady asiatica a potersi emancipare del tutto dalla figura del marito, e niente è più azzeccato – nella costruzione della perfetta coppia presidenziale di Pechino – del volto di «Mama Peng», come la chiamano i cinesi. Riassume la fierezza e la tradizione. Nata il 20 novembre del 1962 nella Contea di Yuncheng, nella provincia dello Shandong, Peng è considerata da «Forbes» la 68esima donna più potente al mondo. Per anni è entrata nelle case dei cinesi attraverso le trasmissioni della Cctv che la ritraevano in abiti tradizionali o militari, cantando canzoni sul popolo e la Rivoluzione. È la stessa donna oggi ambasciatrice dell’Organizzazione mondiale della sanità per i malati di Hiv e tubercolosi. Ma è anche la stessa che nel 1989 cantò per i militari che avevano eseguito la legge marziale durante le proteste di piazza Tienanmen. «Uno degli argomenti preferiti dai cinesi è la storia d’amore tra i due», scrive Robert Lawrence Kuhn in How China’s leaders think: Xi e Peng si sono conosciuti nel 1986 grazie un appuntamento al buio organizzato da amici comuni. Xi aveva appena divorziato dalla sua prima moglie, e nonostante fosse considerato un «principino rubacuori» era pur sempre il figlio del noto rivoluzionario Xi Zhongxun: quindi la famiglia di Peng fu costretta ad acconsentire all’unione. Si sposarono un anno dopo, il 1° settembre del 1987 a Xiamen, «con un matrimonio molto semplice», scrive Kuhn. E racconta che al primo appuntamento con il futuro presidente cinese, Peng indossò dei pantaloni militari larghi, perché voleva mettere alla prova l’allora trentatreenne Jinping, e vedere se era in grado di andare oltre le apparenze. Naturalmente andò bene, e anche dopo il matrimonio i due ebbero una relazione a distanza. Nel 1992 nacque Xi Mingze, la loro unica figlia che ha appena concluso gli studi a Harvard. Oggi Peng parla di suo marito come dell’uomo perfetto sia come compagno di vita che come padre. Lo penserà certamente anche di sé stessa.



Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 09 novembre 2015 ¶ N. 46

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Politica e Economia

IVA, la più amata dai governi europei Fiscalità Analisi del legame a doppio filo fra Eurozona, unioni monetarie e imposizione (crescente) forzosa globalizzazione spingono, sia difficilmente conciliabile con elevata tassazione – diretta o indiretta che sia. Se la diagnosi del problema fosse però così immediata, la cura lo sarebbe parimenti, prevedendo un graduale allentamento della pressione fiscale e, in questo caso, una riduzione delle aliquote IVA per una migliore crescita economica. In realtà, non si può trascurare come il «paziente» sia stavolta l’Eurozona, cioè un gruppo di Paesi eterogenei accomunati da una moneta unica e sempre meno autonomi nella definizione delle politiche economiche. Normalmente, queste ultime sono di tre tipi, cioè: ■ monetarie (tramite l’intervento su tassi d’interesse e di cambio); ■ di bilancio (mediante la vendita di titoli di debito pubblico); ■ fiscali (per mezzo dell’azione sul gettito erariale). A ben guardare, però, nel caso europeo la prima è stata demandata alla BCE, che è incaricata della «missione impossibile» di prendere decisioni comuni per Paesi membri con esigen-

Edoardo Beretta Se l’acronimo «IVA» non avesse un’incidenza massiccia nelle transazioni economiche giornaliere, lo si potrebbe anche sottovalutare – talmente può suonare gradevole all’udito (al contrario di altre sigle). In realtà, però, il trend, che in molti Paesi dell’Area Euro caratterizza il corrispettivo inglese della Value Added Tax (VAT), è ben lungi da essere trascurabile. I governi europei, infatti, da tempo (e, più precisamente, dall’introduzione della moneta unica) hanno adottato l’IVA e i suoi vigorosi rialzi come leva di politica economica: ecco, quindi, che – a partire dall’anno d’ingresso nell’Eurozona di ciascuno degli attuali 19 Paesi membri – l’aliquota standard dell’IVA ha subito incrementi significativi mediamente compresi fra 2,55% e 2,6% a seconda che l’introduzione dell’Euro sia avvenuta nel 2002 o successivamente. La prima considerazione a riguardo è, certamente, che la professata competitività, a cui epoche di IVA ordinaria

2002

Ingresso in Area Euro (se diverso da 2002)

IVA ordinaria

Una riunione dei ministri delle finanze dell’Unione europea. (Keystone)

ze e problematiche dissimili, mentre la seconda è bloccata dal Trattato di Maastricht del 1992 con i suoi limiti

Variazione

2015

Rispetto a 2002

Rispetto a ingresso in Area Euro (se diverso da 2002)

Austria

20%

(20%)

20%

Belgio

21%

(21%)

21%

Cipro

10%

15%

19%

+9%

+4%

Estonia

18%

20%

20%

+2%

(+2%)

Finlandia

22%

(22%)

24%

+2%

(+2%)

19,6%

(19,6%)

20%

+0,4%

(+0,4%)

Germania

16%

(16%)

19%

+3%

(+3%)

Grecia

18%

(18%)

23%

+5%

(+5%)

Francia

Irlanda

20%

(20%)

23%

+3%

(+3%)

Italia

20%

(20%)

22%

+2%

(+2%)

Lettonia

18%

21%

21%

+3%

(+3%)

Lituania

18%

21%

21%

+3%

(+3%)

Lussemburgo

15%

(15%)

17%

+2%

(+2%)

Malta

15%

18%

18%

+3%

(+3%)

Paesi Bassi

19%

(19%)

21%

+2%

(+2%)

Portogallo

17%

(17%)

23%

+6%

(+6%)

Slovacchia

23%

19%

20%

–3%

+1%

Slovenia

20%

20%

22%

+2%

+2%

Spagna

16%

(16%)

21%

+5%

(+5%)

Medie

18,19%

18,82%

20,79%

+2,6%

+2,55%

Fonte: elaborazione propria da http:// ec.europa. eu/taxation_ customs/ resources/ documents/ taxation/vat/ how_vat_works/ rates/vat_rates_ en.pdf.

d’indebitamento (60% di rapporto fra debito pubblico e PIL e 3% di rapporto fra deficit pubblico e PIL) e dall’European Fiscal Compact del 2012 con l’impegno aggiuntivo di ridurre il disavanzo statale strutturale (al netto di quello congiunturale) al 0,5% del PIL. In modo evidente da un punto di vista aritmetico (e non economico), agli Stati europei rimane perciò la sola politica fiscale. Pertanto, se prima erano tre le modalità per reperire risorse, con cui finanziare spesa corrente e investimenti, i governi dell’Eurozona possono ora fare affidamento sul solo innalzamento della pressione fiscale. E l’IVA risulta appunto essere la preferita fra le tasse da «ritoccare», garantendosi una platea molto ampia della società ed essendo meno impattante (a livello emotivo e, forse anche, ideologico) rispetto all’incremento delle imposte sul reddito: del resto, è la stessa Direttiva 2006/112/CE a prevedere – almeno fino al 31 dicembre 2015 – che gli Stati membri adottino un’aliquota IVA normale non inferiore al 15% (senza stabilire però limiti al rialzo). Che poi gli individui siano disincentivati a consumare (e, quindi, le maggiori entrate fiscali attese si rivelino spesso essere un fuoco fatuo), non sembra destare eccessiva preoccupazione agli occhi dei policymaker, che integrano sovente incrementi dell’IVA con svariate forme di tassazione (dal pedaggio autostradale a bolli o, semplicemente, minori agevolazioni tributarie).

Se la politica monetaria e quella di bilancio permettono però facilmente di reperire risorse tramite l’intervento sui tassi d’interesse, di cambio e mediante la vendita di titoli pubblici, misure fiscali restrittive hanno un limite d’uso ben preciso e determinato dalla stessa sopportazione dei contribuenti. L’innalzamento dell’imposizione tributaria quale principale fonte di finanziamento degli Stati aderenti ad un’unione monetaria pone, però, l’Eurozona dinanzi a rischi incalcolabili, che si estendono dall’impoverimento strisciante della società fino alla conseguente perdita di consenso da parte della politica in generale. Che vi siano spesso discrepanze fra la pressione fiscale dichiarata e quella effettivamente percepita, è fatto noto: ecco, dunque, che i dati sull’IVA appaiono meno contestabili. L’Eurozona sarebbe altresì ancora più fuori strada, se interpretasse i recenti appelli verso «più Europa» con la sola destinazione di una parte dei bilanci dei singoli Stati in capo a un «superministro» delle finanze europee: infatti, ciò non farebbe altro che acuire le difficoltà di finanziamento dei governi, che – a spese invariate – sarebbero costretti a tagliare servizi pubblici e, di fatto, innalzare la pressione tributaria. Dall’approccio, che l’Eurozona terrà nei confronti della leva fiscale, dipende la sua stessa sopravvivenza: l’IVA è comunque, sin d’ora, «termometro» del problema. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia

Bambini a rischio di povertà Dossier Anche nella ricca Svizzera esistono i poveri e i bambini sono tra le fasce della popolazione più esposte La precarietà in cifre Il 31,8% di chi si trova in situazione di povertà non ha ottenuto un attestato professionale. Il 14,3% delle famiglie ammette di avere problemi a raggiungere la fine del mese. Il 19,6% degli abitanti non hanno abbastanza risorse per poter fronteggiare un esborso straordinario mensile di 2500 franchi. Il 29,6% di chi riceve un aiuto sociale ha meno di 18 anni.

Infografica: Daniel Röttele

Su 100 persone in Svizzera 16 sono a rischio di povertà (le figure in rosso) e 8 sono poveri (quelle in rosso barrato). Il 15,5% della popolazione è relativamente povero, cioè vive chiaramente sotto il reddito medio (del 60% o meno). Il 7,7% della popolazione è effettivamente povera: si tratta di circa 590’000 persone. Il 16,5% delle famiglie monoparentali vive in povertà.

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Yvette Hettinger* Più bambini ci sono in famiglia e maggiore è il rischio di rientrare nel novero dei casi sociali: la situazione finanziaria delle famiglie svizzere può essere riassunta così. Un genitore di una famiglia monoparentale su sei rischia di cadere in povertà. Una coppia con due figli minori di 14 anni, invece, varca la soglia del bisogno se può contare su un reddito famigliare inferiore ai 4035 franchi (valore medio nazionale). I bambini in Svizzera sono costosi, anche perché i posti all’asilo nido intaccano una parte rilevante del reddito, come in nessun’altra parte al mondo. Il confronto con altre nazioni mostra anche che esistono luoghi in cui ai bambini, da un punto di vista materiale, le cose vanno decisamente meglio. Ma dove possiamo situare in Svizzera il limite della povertà? Il limite medio nazionale (calcolato non tenendo conto dei costi di cassa malati) è il seguente: un nucleo famigliare è ritenuto come povero se il suo reddito è inferiore a 3063 franchi per le coppie senza figli; 3487 franchi per famiglie monoparentali con due bambini sotto ai 14 anni; 4035 franchi per coppie con due figli minori di 14 anni. Secondo dati raccolti nel 2012, il 5,5% delle famiglie con un bambino sono colpite dalla povertà; il 3,8% di quelle con due bambini; l’8,1% di quelle con tre o più figli; il tasso più alto, 16,5% riguarda le famiglie monoparentali. Per un confronto, nel caso delle famiglie (i cui membri hanno meno di 65 anni) senza figli la percentuale è del 3,5%. Quanto costano i bambini in Svizzera all’anno? In una media calcolata sugli anni 2009-11, per una famiglia mo-

noparentale con un bambino, il costo si aggira sui 14’412 franchi; una coppia con un figlio spende 11’304 franchi; con due figli 18’096 franchi; con tre figli 21’852 franchi. Detto questo, è interessante osservare il potenziale di risparmio di una famiglia svizzera media: le statistiche dicono che solo un famiglia su due riesce a mettere soldi da parte. La media nazionale mostra che il 52,1% delle famiglie risparmia, tra queste il 68,5% delle coppie senza figli riesce a mettere soldi da parte. Il 69% delle famiglie monoparentali invece, non lo può fare. Anche una famiglia su due con più di tre figli non riesce a risparmiare. In rapporto alla situazione nelle nazioni confinanti, occorre dire che in Svizzera i costi legati agli asili nido in proporzione al reddito sono mediamente molto più alti. A Zurigo una famiglia con due bambini, per 3,5 giorni di asilo nido, spende circa il 19% del proprio reddito. A Losanna il 13%. La media in Francia è attorno al 6%; in Austria al 4%; in Germania tra il 3 e il 5%. In Italia circa il 10%. Nel confronto tra 27 nazioni industriali europee, quella in cui i bambini vivono meglio è l’Olanda. I parametri che misurano questo benessere riguardano la qualità di vita materiale, la formazione e il grado di felicità complessiva. Per ciò che riguarda il primo fattore la Svizzera è nona in classifica; per il secondo è al 16mo posto. Nel caso del fattore felicità complessiva è all’ottavo posto. Per una comparazione, l’Olanda è la prima in tutte queste categorie. * Redattrice di Migros Magazin, adattamento della redazione di Azione

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Politica e Economia

Previsti disavanzi in 16 cantoni Finanze cantonali I preventivi per il 2016 sono in maggioranza deficitari, il bilancio della somma

di tutti i cantoni è pure negativo – Pessimismo per l’immediato futuro Ignazio Bonoli Si sono precisati negli ultimi giorni di ottobre i conti preventivi che i vari governi cantonali stanno presentando ai rispettivi parlamenti. Il quadro d’assieme che ne risulta non è molto rallegrante. Solo pochi cantoni riescono a prevedere un bilancio positivo per il prossimo anno. Ben sedici cantoni devono ancora tentare di ridurre al minimo sopportabile il disavanzo prevedibile per il 2016. Da notare che, salvo qualche rara eccezione, sono soprattutto i cantoni medi e piccoli che non riescono a raddrizzare i conti preventivi. Vediamo, infatti, disavanzi proporzionalmente molto importanti in cantoni della Svizzera centrale come Svitto (–53,7 milioni), Glarona (–12,8 milioni), Obwalden e Nidwalden (rispettivamente –7,3 e –2,6 milioni). In questa area geografica figurano però anche cantoni come Lucerna (–19,8 milioni) e perfino Zugo (–26,3 milioni). L’analisi dei cantoni con bilanci preventivi in passivo va poi estesa anche a cantoni importanti, come Ginevra (–69,7 milioni), Neuchâtel (–11,7 milioni) e il Giura (–6,9 milioni) in Romandia. Nella Svizzera tedesca spicca invece il grosso deficit di Basilea-Campagna (–60,5 milioni) e quello di San Gallo (–33,7 milioni), nonché di Soletta (–58,2 milioni). Con disavanzi minori si presentano i cantoni di Sciaffusa (–19,2 milioni) e Turgovia (–7,8 milioni). Un discorso a parte meritano i

cantoni dei Grigioni e del Ticino. Mentre per Coira un preventivo così pessimista (–50,8 milioni) si vede raramente, Bellinzona deve ancora una volta presentare il peggior preventivo cantonale di tutta la Svizzera (–87,9 milioni di franchi). Si conferma così l’impossibilità di attuare una politica di contenimento delle spese che possa portare a un risanamento della situazione entro tempi brevi. Ciò detto, bisogna pur notare che ci sono anche cantoni che riescono a presentare una situazione previsionale positiva. Fra questi il migliore in assoluto è il canton Berna (+226 milioni), seguito da Basilea-Città (+85,5 milioni) che non contiene però il costo del risanamento della Cassa pensione dei dipendenti che attualmente è di 932 milioni di franchi. Bene anche il canton Vallese (+36,3 milioni), il canton Zurigo (+10,3 milioni), Appenzello esterno (+10,9 milioni), mentre Appenzello interno non ha ancora presentato il preventivo. Gli altri cantoni si situano poco sopra il pareggio: Vaud (1,4 milioni), Friburgo (0,5 milioni), Uri (0,4 milioni) e Argovia (0,1 milioni). Uno sguardo alla carta geografica svizzera, ponderando i vari cantoni in base al deficit di preventivo in percento delle entrate vede una macchia di cantoni, che parte dal Ticino, si estende ai Grigioni, alla Svizzera centrale con i cantoni del nord, dei due Basilea, Argovia, Sciaffusa e anche Soletta, che mostrano un disavanzo tra l’1 e il 4% delle entrate. Meno grave la situazione di San Gallo,

Lucerna, Giura e Neuchâtel con Obvaldo e Ginevra, il cui disavanzo si limita a meno dell’1% delle entrate. Decisamente migliore invece la situazione degli altri cantoni romandi con Appenzello esterno, che mostrano eccedenze tra lo 0,9 e il 2,9% delle entrate. Vista in prospettiva questa situazione non appare per nulla rallegrante. Parecchi piani finanziari prevedono, infatti, un accumularsi di disavanzi fino al 2019. A Zugo, per esempio, dovrebbero salire fino a 86 milioni, a Lucerna fino a 102 milioni e a Zurigo perfino fra i 200 e i 300 milioni. La stessa Confederazione, finora migliore dei cantoni, si vede costretta a risparmiare circa un miliardo all’anno tra il 2017 e il 2019. Il che ovviamente si ripercuote anche sui cantoni. Da che cosa deriva questa situazione? Le analisi concordano nel dire che buona parte delle responsabilità vanno attribuite alla forza del franco svizzero. Riducendo gli utili delle imprese essa provoca anche un calo delle entrate dovute alle imposte. Accanto al franco forte si dovrà tener conto di una congiuntura debole, degli interessi negativi delle banche, nonché delle molte incertezze per le multinazionali. La stessa tendenza al ribasso dei prezzi riduce gli utili delle aziende. Secondo il direttore delle finanze federali, il PIL nazionale potrebbe scendere nei prossimi anni del 5% in termini nominali, rispetto a quanto si potesse prevedere due anni fa. La conseguenza potrebbe essere una diminuzione delle entrate fiscali di 3,5 miliardi di franchi.

Per il 2016, il Ticino deve presentare ancora una volta il peggior preventivo cantonale. (CdTScolari)

Probabilmente le previsioni fatte a livello federale negli ultimi anni sono state troppo ottimistiche e oggi si devono constatare cali di entrate anche presso le famiglie. Sul fronte opposto, invece, le uscite continueranno ad aumentare. In generale si tratta di spese strutturali: formazione, sicurezza sociale e salute spingono le spese cantonali verso l’alto. In certi cantoni toccano ormai il 75% delle uscite e il loro ritmo di incremento è superiore a quello del PIL, come indicano del resto anche le previsioni dell’istituto basilese BAK per il periodo 2015-2019. Determinanti saranno i costi degli ospedali, che i cantoni do-

vranno assumersi in misura maggiore. Da qui la tendenza ad aumentare i risparmi. Lucerna ha allestito, per esempio, un programma di 110 milioni, mentre Zurigo prevede 700 milioni di alleggerimenti. Molti cantoni dovranno ricorrere ad aumenti della pressione fiscale. Questo proprio in un momento in cui non si dovrebbero creare deficit strutturali. Tanto più che la prossima riforma delle imposte delle imprese dovrebbe provocare un miliardo di minori entrate fiscali, soprattutto nei cantoni industriali. Resta infine l’incertezza dei dividendi della Banca Nazionale, importanti per alcuni cantoni. Annuncio pubblicitario

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Politica e Economia Rubriche

Il Mercato e la Piazza di Angelo Rossi Macché frontalieri! Molte volte una cosa può apparire più complicata di quello che effettivamente è, perché non si vuole cambiare il punto d’osservazione. Personalmente reputo che questa affermazione sia valida anche nei confronti del contestato rapporto tra evoluzione della disoccupazione e aumento del contingente di frontalieri in Ticino. Eccone la prova. Se invece di chiederci se esiste un rapporto tra disoccupazione e frontalieri ci chiedessimo quali siano i fattori che determinano la disoccupazione in Ticino, che cosa troveremmo? Essenzialmente tre cose. In primo luogo che il tasso di disoccupazione ticinese di oggi è molto inferiore a quello che vigeva prima dell’introduzione della libera circolazione (2001). In secondo luogo che esiste, come ci si poteva attendere, una correlazione

negativa tra crescita dell’economia regionale e disoccupazione. Questo significa che quando il tasso di crescita del Pil ticinese è elevato, il tasso di disoccupazione è basso e viceversa. Con una eccezione: il periodo 2004-2007 durante il quale il tasso di crescita fu elevato e la disoccupazione pure. In terzo luogo che il tasso di disoccupazione ticinese, di regola, è più elevato di quello medio svizzero. Riassumiamo: la disoccupazione in Ticino segue l’andamento della congiuntura nazionale. I suoi alti e i suoi bassi non sono diversi da quelli che si registrano a livello nazionale. L’unica differenza con la media svizzera è data dal fatto che in Ticino il tasso di disoccupazione è, in media, di un 1% più elevato che a livello nazionale. Ma è chiaro perché, direbbero i sostenitori della tesi che la disoccupazione è

legata al crescere del frontalierato: è perché in Ticino si occupano troppi frontalieri. Per vedere se questa tesi è fondata, o no, basterebbe allora confrontare l’evoluzione della disoccupazione in Ticino con quella di un cantone che occupa pure un numero elevato di frontalieri, per esempio il canton Basilea-città. Se fossero i frontalieri a gonfiare la disoccupazione dovremmo trovare anche nel caso di Basilea-città un tasso di disoccupazione superiore alla media. E invece non è così. Abbiamo esaminato i valori del tasso di disoccupazione dei due cantoni nel periodo 1994-2013 e abbiamo riscontrato che gli stessi differiscono in media di un 1,1%. In altri termini, il tasso di disoccupazione del Ticino è in media sempre superiore al tasso di disoccupazione di Basilea-città di un 1,1%. Questo

significa che la disoccupazione di Basilea-città è in generale leggermente inferiore alla media nazionale. Nel periodo precedente l’introduzione della libera circolazione, ossia dal 1994 al 2000, il tasso medio di disoccupazione del Ticino era addirittura di un 2% superiore a quello di Basilea-città. Dal 2001 al 2013, la differenza si è ridotta a 0,67%. Volessimo cercare di spiegare perché il tasso di disoccupazione ticinese è sempre superiore a quello basilese non andremmo di certo a prendere un fattore come i frontalieri, perché questi sono numerosi in Ticino come a Basilea-città. Guarderemmo piuttosto alle differenze di struttura delle due economie regionali. Due rami molto importanti dell’economia ticinese come l’edilizia e il turismo sono purtroppo condizionati da un’attività

stagionale. Nei mesi invernali la loro attività si riduce di molto e il numero degli occupati altrettanto. Il cattivo tempo come fattore determinante della disoccupazione è molto più importante in Ticino che a Basilea-città. Molto probabilmente questo fattore basterebbe a spiegare le differenze nel tasso di disoccupazione tra i due cantoni. E i frontalieri? I frontalieri ci sono in Ticino come a Basilea-città. In Ticino come a Basilea-città sembrano aver contribuito a far diminuire il tasso di disoccupazione, almeno rispetto ai valori che aveva raggiunto nella seconda metà degli anni Novanta dello scorso secolo. A Basileacittà sono in generale benvenuti e non si vorrebbe mai farne a meno. In Ticino no: ma questa ostilità ai frontalieri non si può spiegare con ragioni economiche.

ranea degli spagnoli). Inoltre, sarebbe stato meglio rendere più facile l’accesso al cibo. Può sembrare un paradosso, ma mangiare non era così semplice, in una manifestazione dedicata al food.

Ovunque grandi code e prezzi alti. Vedere in mezzo al decumano tutto quel cibo finto – pesci di legno, verdure di plastica, frutta di cartapesta – lasciava un po’ perplessi. Alla fine, comunque, l’Expo è stata un grande successo. Non a caso il commissario Sala oggi è il candidato in pectore di Renzi alla successione a Pisapia come sindaco di Milano. È stata un successo perché ha attirato molti stranieri. Ma soprattutto perché è diventata un simbolo della rinascita della città e dell’avvio della ripresa dell’Italia. L’Italia viene da anni durissimi. Anni in cui è parso quasi che essere italiani fosse una sfortuna. Ancora oggi c’è un Paese nichilista, rancoroso, pieno di livori, che ha perso del tutto la fiducia in se stesso e nel futuro. Ma c’è anche, accanto e a volte dentro l’Italia nichilista, un Paese che avverte il bisogno di una ricostruzione. Ricostruire memoria, radici, valori, orgoglio; in una parola, identità.

L’Expo non ha soltanto portato il mondo a Milano. Ha ricordato all’Italia quali sono le sue ricchezze e quali le sue potenzialità. Il padiglione Italia era bellissimo. Per fortuna resterà, almeno come struttura esterna, così come l’albero della vita. Ottima l’idea di proiettare in sale piene di specchi le immagini della natura, dell’architettura, e degli interni di palazzi e regge. A volte erano immagini poco note, che hanno sorpreso i visitatori. Tra i quali molti erano italiani, spesso attratti dai biglietti serali a 5 euro. Che importa. Ci voleva anche questo, per ridare un po’ di speranza e di consapevolezza di sé stessi agli italiani. Ovviamente l’Expo da sola non può fare molto. Ma considerando i profeti di sventura, i ritardi nei lavori, il consueto scandalo tangenti, l’incursione dei black bloc (con la bellissima risposta dei milanesi che hanno ripulito da soli la loro città), poteva andare molto peggio.

il ticinesissimo «bumbardin»! Altri temi piluccati: pernottamenti di agosto a picco (–13%, e pensare che a Milano all’Expo…) con le solite prefiche afflitte attorno al catafalco del turismo ticinese; fallimento di un’impresa edile italo-svizzera con voragini milionarie condite da coinvolgimenti bancari, frodi, truffe e false documentazioni su cui posare lapidi e corone. A zittire tromboni e trombette alla fine arriva la calma contagiosa del neo consigliere di Stato Christian Vitta: il settore industriale è pronto a diventare asse portante dell’economia cantonale, soprattutto se il finanziario continuerà a sfilacciarsi. Ma intanto va forte anche il «sommerso»: ecco un morto ammazzato a Chiasso con strane processioni per autodenunciarsi; ecco malfattori bloccati a Castelrotto a dimostrazione della valida cooperazione anti-crimine transfrontaliera. L’ardua impresa (160 poliziotti in azione!) arriva pochi giorni dopo la minaccia di disimpegno ticinese dalla Regio Insubrica, come risposta allo «scoperto» di 150’000 euro di quote

italiane. Nessun legame invece con l’annunciata adozione di patentini per i fungiatt frontalieri... Mi infonde preoccupazione l’allarmecancro dell’Oms per carni rosse e insaccati, ma l’Ue mi consola subito autorizzando insetti e larve come cibo nei ristoranti. Mi piacerebbe commentare la notizia che Ssr e Rsi in primavera daranno nei dettagli i costi di ogni trasmissione (per la serie «come rendere difficile il facile attraverso l’inutile»), ma resisto e nel mio archivio salvo solo l’avvertimento trovato nel saluto di Tito Tettamanti al Lac: «La signora Masoni (Turbo-Giovanna) e i suoi collaboratori dovranno guardarsi dall’influenza e dagli interessati consigli di quegli operatori culturali che suppliscono alla carenza di genialità e vera creatività con l’arrogante prosopopea dello snobismo». Magistrale, merlot in purezza! C’è anche la nascita di un nuovo movimento dei soliti noti: NOI, ma tutto lascia credere che abbiano dimenticato la «A» finale. Alla fine mi par di sentire la porta che si chiude: Schlumpf!

In&outlet di Aldo Cazzullo Che cosa resterà dell’Expo Cominciamo con il dire che la Svizzera ha avuto un’idea geniale. Il padiglione elvetico è stato letteralmente preso d’assalto, e non solo da gente che voleva portarsi via mele e acqua minerale. È piaciuta l’intuizione di mettere plasticamente in risalto il rischio dell’esaurimento, il costo dello spreco, il grande tema della sostenibilità dello sviluppo e dello sfruttamento autolesionista delle risorse sempre più scarse del pianeta. Più in generale, i padiglioni interessanti erano molti. Purtroppo è stata sbagliata la logistica. Se i padiglioni fossero rimasti aperti dalle 8 del mattino a mezzanotte, sarebbero stati più fruibili, e avrebbero avuto più visitatori. Invece molti aprivano alle 10 e chiudevano alle 20, e quindi si sono create code mostruose: a volte comprensibili, come quelle per il padiglione giapponese o quello sudcoreano, meravigliosi; a volte inutili, tipo le tre ore per vedere un filmato nel padiglione degli Emirati Arabi, l’unico in

cui le hostess fossero scortesi (molto interessante invece lo spazio dell’Oman. Tra gli europei, più del celebrato bosco austriaco, si è fatto apprezzare il design e il gusto per l’arte contempo-

L’Albero della Vita a Expo 2015 è il simbolo del Padiglione Italia. (Karl Mathis)

Zig-Zag di Ovidio Biffi Notizie piluccate come acini ottobrini Verso fine mese di solito devo far pulizia in un documento del computer in cui copio e incollo notizie e commenti che mi sembrano degni di essere riletti o archiviati. Spesso il lungo elenco si rivela per quello che è: un inventario sovraffollato e, salvo qualche appiglio fornito da confronti e date, di scarsa utilità, tanto che alla fine affiora sempre la tentazione di cancellare tutto. Srotolando le notizie del mese di ottobre da superare c’è anche la cacofonia dell’appuntamento elettorale federale, così, prima ancora di arrivare in fondo, l’elenco mi fa sognare una «bouillotte» sul petto. Infatti, la rilettura mi procura un crescente sapore dolciastro, forse di esasperazione, a riprova che in Ticino in campo politico ormai sopravvivono solo l’immarcescibile iperbole e l’altrettanto incrollabile tendenza all’egotismo. Eppure a farmi, veramente, star male è la scoperta che, mentre nei boschi maturano le nespole, nei club sportivi di casa nostra cadono gli allenatori. Potrà sembrare banale, ma il primo interrogativo «politico»

è questo: come mai nonostante crisi e disfacimenti vari, nello sport il Ticino trova sempre vagonate di soldi per pagare non solo il sudore versato, ma anche quello «vergato», cioè quello solo a contratto? Nel mio spoglio a dominare è il tema del «lavoro», con l’acme che arriva a metà mese per merito (colpa?) di due «scoop»: il primo è l’intervista alla «Neue Zürcher Zeitung» del presidente del governo Gobbi con proclami di chiusure verso sud; l’altro, pochi giorni dopo, in un rapporto di ricerca commissionato all’Ire e divulgato anzitempo per la gioia di chi saluta i risultati accademici all’insegna del «Wilma, passami la clava». Accuse e dupliche raggiungono punte insopportabili, anche perché l’autore dello studio replica spiattellando argomentazioni non proprio scientifiche all’indirizzo di chi ha osato maltrattare l’Ire e l’Usi. Considerando il rapporto dell’Ire come la partitura di un concerto, sarebbe stato più utile fare ricorso alla formula usata dall’imperatore Guglielmo I quando volle infor-

mare una grossa baronessa berlinese che, per iniziare a suonare, il pianista Litzt aveva assolutamente bisogno del foglio su cui lei si era seduta: «Pardon baronessa, la partitura che ella ha sotto non è per strumenti a fiato». La musica mi suggerisce uno stacco per evidenziare un tesoretto giornalistico scoperto tra le pagine del «Corriere del Ticino». Mentre in prima pagina annunciava il trambusto sul documento dell’Ire, con l’editoriale in cui Pontiggia criticava l’isterismo dei politici frettolosi ricordando che il documento contestato non è la base del rapporto, il quotidiano luganese di sicuro senza volerlo a pagina 2 e 3 snocciolava un’inchiesta sulle bande ticinesi in crisi. Punto saliente: le formazioni perdono affiliati e devono per forza ricorrere a musicisti d’oltre confine. Et voilà: le Tessin dévoilé! Mentre una parte (politica) suona a tutto fiato trombe virtuali contro i frontalieri, l’altra (sociale, come può esserlo la tradizione bandistica cantonale) chiede fiato ai frontalieri per suonare le trombe vere, persino


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Cultura e Spettacoli Il mondo in un fumetto È uscita la versione rivisitata della splendida graphic novel Here di Richard McGuire

Il colore di Morello Allo Spazio Officina di Chiasso una mostra antologica dedicata all’artista Sergio Morello

Un Goldoni molto grigio In scena a Milano Le donne gelose per la regia di Giorgio Sangati pagina 40

Provaci ancora, Keith L’ormai leggendario Keith Richards regala ai suoi fan un album da solista pagina 45

pagina 39

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Hans Haacke, MetroMobiltan, 1985. (© Philippe Migeat – Centre Pompidou, © Adagp, Paris 2013)

Orizzontale e non lineare Mostre Una lettura dell’arte dal 1980 a oggi al Pompidou di Parigi Gianluigi Bellei Sono trascorsi pochi mesi dal termine dell’innovativa esposizione Modernités plurielles, che si è svolta al Centre Pompidou di Parigi a cura di Catherine Grenier, salutata unanimemente come una delle più importanti riletture della storia dell’arte dal 1905 al 1970 (vedi «Azione», 27 gennaio 2014). Senza soluzione di continuità lo stesso Beaubourg affronta in modo del tutto inusuale il periodo successivo: dal 1980 ai nostri giorni. Curata da Christine Macel, conservatrice del Museo nazionale d’arte moderna, assistita da Micha Schischke, Keith Cheng e Mathieu Vahanian, Une histoire. Art, architecture, design des années 1980 à nos jours, questo il titolo, si presenta come il più rilevante tentativo di analisi di questi ultimi anni. Le suddivisioni di un tempo lasciano oramai il campo a nuove formule che cercano di non imbrigliare la stratificazione e la complessità del presente secondo schemi desueti – come concettuale, figurativo, astratto, video art – e definizioni di correnti – come Minimalismo, Land art, Body art, Nuovi selvaggi – che tanto sono serviti ai vecchi critici d’arte per promuovere gli artisti di scuderia. Mediante questa nuova lettura gli artisti diventano documentaristi, archivisti, storici… Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito alla caduta del Muro di Berlino nel 1989, agli avvenimenti di Piazza

Tienanmen e alla nascita del movimento del 4 giugno a Pechino, alla Guerra del Golfo del 1991, all’11 settembre del 2001, alla crisi finanziaria del 2008. In questo contesto di trauma collettivo si è verificata la disintegrazione dell’egemonia culturale dell’Europa e degli Stati Uniti. Malgrado tutto ciò gli artisti americani e cinesi dominano il mercato con un volume di affari del 56%. L’arte è diventata un prodotto di lusso e d’investimento. Si affacciano però nuovi artisti africani, afroamericani e latinoamericani. La rottura avviene nel 1989 con la mostra Les Magiciens de la Terre, organizzata da Jean-Hubert Martin al Centre Pompidou di Parigi, che ha proposto il 50% di artisti occidentali e il 50% di artisti non occidentali. Sono sorte nuove Biennali e quella del 1986 dell’Havana è stata considerata la prima esposizione globale. In seguito, nel 1997, quella di Johannesburg curata da Okwui Enwezor ha discusso di storia, geografia, globalizzazione. Oggi esistono più di duecento biennali nel mondo. Contemporaneamente la figura del critico d’arte perde potere a favore del cosiddetto curatore, il quale molte volte mette in secondo piano l’artista stesso. Assistiamo così al proliferare di mostre per gruppi tematici tanto che nel 2010 Daniel Buren nell’articolo Where are the artists denuncia la «posizione dell’artista come interprete delle idee del curatore».

Insomma l’arte è in movimento e il MoMA, la Tate Modern e il Guggenheim cercano con le loro esposizioni di riscrivere la storia contemporanea. In maniera orizzontale, non lineare e sicuramente non cronologica. L’esposizione parigina si sviluppa tramite una decina di percorsi possibili presentando 180 artisti di 55 Paesi. Vediamone alcuni. L’artista come storico. Il 1980 segna lo spartiacque fra la fine della Storia, la post-storia e il trionfo mondiale della democrazia liberale. Nasce la protest art e l’artista tedesco Hans Haacke, come il pittore russo Erik Boulatov, appaiono quali esempi di questo orientamento. Il termine artista «come storico» è coniato da Mark Godfrey in un articolo pubblicato sulla rivista «October» nel 2007. Si prende in considerazione l’attitudine degli artisti alle ricerche d’archivio, utilizzando le installazioni, i video o la fotografia, per le loro investigazioni. In mostra un’installazione di Thomas Hirschhorn, il quale sostiene che ci sia troppa guerra, troppa violenza, troppa ingiustizia; accanto MetroMobiltan di Hans Haacke del 1985 che denuncia la situazione etica paradossale del Metropolitan Museum of Art sponsorizzato dalla compagnia petrolifera Mobil che cerca in questo modo di rifarsi una verginità con la complicità delle istituzioni artistiche. L’artista come archivista. Nel 2004 il critico Hal Foster su «October» con

il saggio An Archival Impulse constata una proliferazione di attività archivistiche nell’arte contemporanea. Nel 2009 Dieter Roelstraete su «e-flux journal» analizza il fenomeno delle nuove ricerche archeologiche degli artisti dei Paesi europei postcomunisti. Così, dallo storico dell’arte Aby Warburg con il suo gigantesco Atlas Mnémosyne si arriva a Christian Boltanski con i suoi Archivi e a Gerhard Richter con Atlas. Parimenti Liu Wei filma nel 1989 i suoi amici durante la notte del 4 giugno in Piazza Tienanmen e Walid Raad attraverso 15 fotografie racconta l’occupazione di Beirut da parte dell’armata israeliana nel 1982. L’artista come documentarista. Se da una parte si assiste a una sorta di nostalgia del passato e al ritorno di problematiche estetiche e formaliste, dall’altra alcuni artisti impegnati diventano documentaristi. Il termine è mutuato da un libro del 1996 di Hal Foster intitolato The Artists as Ethnographer? Il loro lavoro è paragonabile a quello dei reporter di guerra o dei commentatori nei conflitti e incarna l’opposizione al liberalismo economico trionfante attraverso una vera e propria passione per il reale. Jalal Toufic si occupa di problematiche religiose e nel suo Âshûrâ: This Blood Spilled in My Veins del 2002 filma una cerimonia di autoflagellazione a sangue. L’arte del corpo. Dopo le perfor-

mance di body art degli anni Settanta con l’esposizione Post Human del 1992 l’estetica del corpo cambia. Matthew Barney filma dei corpi ibridi; Regina José Galindo segna col sangue e sulla sua pelle le violenze subite dalle donne guatemalteche; Nicholas Hlobo, scultore nero e omosessuale, crea delle sculture antropomorfe, ibride e poetiche che evocano forme uterine o falliche: Balindile II del 2012 si ispira a una riflessione sull’ermafroditismo. Seguono sezioni quali «L’artista come narratore» con opere di Sophie Calle e Zineb Sedira; «Sculture postminimaliste» e le nuove tendenze di architettura e design. Da ammirare il prototipo delle moucharabieh realizzato da Jean Nouvel per l’Institut du monde arabe. Una mostra da vedere, anche se non è allo stesso livello dell’ormai storica Modernités plurielles; buone le luci, classico l’allestimento; utile il catalogo che contiene anche l’indice degli artisti. Dove e quando

Une histoire. Art, architecture, design des années 1980 à nos jours, a cura di Christine Macel. Parigi, Centre Pompidou. Fino al 31 dicembre 2015, tutti i giorni ore 11.00-21.00. Chiuso martedì. Catalogo Centre Pompidou/ Flammarion, euro 39.90. www.centrepompidou.fr


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Cultura e Spettacoli

Tutto in un punto Graphic novel A 25 anni dalla sua apparizione torna in una versione ampliata Here,

un’opera fondamentale nella storia del fumetto, firmata dall’illustratore americano Richard McGuire

Emanuela Burgazzoli È il 1989 quando su «Row» – la rivista di Art Spiegelman (l’autore di Maus) – viene pubblicata una ministoria di sei pagine in bianco e nero che stupisce ed entusiasma un maestro della graphic novel come Chris Ware, l’autore di Building Stories. A partire da quelle sei pagine Richard McGuire, illustratore di fama internazionale, ma anche musicista, sceneggiatore, regista e inventore di giocattoli, ha completamente riscritto la storia, e di pagine ne ha scritte oltre trecento: un libro che è già un’opera di culto nel mondo del fumetto. Rispetto a venticinque anni fa la seconda versione di Here, dichiara lo stesso autore in un’intervista, «è molto più ricca e profonda a livello emotivo» perché nel libro sono confluite tutte le

esperienze di vita e di lavoro intercorse da allora. La componente autobiografica non è secondaria, perché le fonti visive di McGuire sono proprio foto e filmati della sua famiglia, alla quale non a caso è dedicato il libro, che nella versione italiana pubblicata da Rizzoli in primavera si intitola Qui. Il «qui» è il soggiorno di un appartamento con caminetto e finestra, quella che campeggia in copertina come un invito al lettore, che sembra il dettaglio di un dipinto di Hopper. Ma Qui è anche il racconto di tutto ciò che accade proprio lì dentro, nell’arco di tre miliardi di anni. Sfogliare questo libro è come viaggiare con una macchina del tempo, ma il viaggio non è lineare (da Einstein in poi sappiamo che nemmeno il tempo lo è), perché i piani temporali si sovrappongono e

convivono sulla stessa pagina. Tutto inizia nel 2104, l’anno della pubblicazione del libro negli Stati Uniti, e con il 1957, l’anno di nascita dell’autore: lo scenario è vuoto. In un crescendo incalzante quel soggiorno però si popola di figure, fra le quali anche quelle degli operai al lavoro nel cantiere di quell’edificio datato 1907, e come sul palco di un teatro si aprono nuove finestre temporali sulla vita delle famiglie di inquilini, ma anche sulla storia dell’America – dall’epoca dei primi coloni – ma anche dell’intera umanità. McGuire si diverte infatti a immaginare e disegnare tutto ciò che accade prima e dopo l’esistenza di quel soggiorno: dalla più lontana preistoria popolata da dinosauri fino a un futuro fantascientifico in cui gli uomini visualizzano il passato grazie a ologrammi.

Una delle affascinanti tavole di Qui/ Here di Richard McGuire.

Ma alle due estremità del tempo sempre il nulla, acquarelli di paesaggi indefiniti che comprimono la storia delle nostre vite in una minuscola parentesi, in un rapido passaggio. E allora ci si accorge che il protagonista del libro non è quella stanza, ma il tempo stesso, osservato da una prospettiva fissa; il tempo sgretolato e ricomposto nella misteriosa architettura dei ricordi che hanno immortalato momenti di tutta una vita, momenti che ritornano in ogni epoca perché certe cose non cambiano mai: l’amore, la perdita, la felicità, il dolore, il gioco o la rabbia. Se è vero che noi lettori digitali abbiamo familiarità con la lettura ipertestuale dei libri elettronici, con le «windows» che si aprono e si allineano sugli schermi dei computer, con i riquadri – o «pop up» – che appaiono sull’angolo di una pagina web, Qui – che esiste in formato ebook – resta pur sempre un’esperienza sorprendente, in cui i piccoli eventi quotidiani si dilatano e gli eventi epocali, come la fine del mondo, rientrano non senza ironia nell’ordine della quotidianità. La lettura procede sorprendentemente senza strappi, con un ritmo sincopato. McGuire confessa che la struttura del libro risente della sua esperienza di musicista, rendendolo «sostanzialmente simile a una sinfonia», dotato di una coerenza narrativa che a prima vista sembra sfuggire e invece le tavole di Qui risultano compatte come uno spartito musicale e graficamente raffinate. Uno spartito curato nei minimi dettagli che si conclude come è cominciato: una stanza spoglia, un caminetto spento, una finestra, ma questa volta lo scatolone è chiuso e la libreria vuota. «Vedi, quella è la luna», sussurra un uomo a un neonato nell’ombra della notte davanti alla finestra. 2015.

Io ho visto... Narrativa Nella strepitosa raccolta di racconti dell’austriaco

Christoph Ransmayr, un giro del mondo che è anche viaggio interiore Luigi Forte L’invito è allettante: il giro del mondo in settanta racconti. Non poteva che giungere da uno scrittore come Christoph Ransmayr nato a Wels nell’Alta Austria nel 1954, che già in passato si era avventurato in lande desolate fino a spingersi alle latitudini artiche del suo primo romanzo, Gli orrori dei ghiacci e delle tenebre (1984) o in regioni inospitali che fanno da sfondo a opere come Il mondo estremo e Il morbo Kitahara, con cui aveva vinto nel 2009 il Premio Mondello. Poi era finito sugli altipiani tibetani, raccontando nella Montagna volante la storia di due fratelli, Liam e Pad, alla ricerca di un luogo immutabile, senza tempo, un’utopia che forse lo stesso autore accarezzò nel suo lungo soggiorno in Irlanda, dove il romanzo era nato, e nei viaggi in Laos e in Tibet. Ora nell’ultimo libro, Atlante di un uomo irrequieto che l’editore Feltrinelli presenta nell’ottima versione di Claudio Groff, l’instancabile globetrotter raccoglie, con lo sguardo ai quattro angoli del mondo e in epoche diverse, dettagli che giocano con la fantasia, attingono alla riflessione più matura sugli umani destini, sconfinano in paesaggi inediti e raccontano una quotidianità avvolta nel chiaroscuro dell’avventura. L’incipit è sempre lo stesso: «Ho visto…», quasi una litania rituale per ogni breve episodio, una formula magica che evoca le immagini di un’intera vita incalzate dall’entusiasmo dello scrittore, ma anche dalla curiosità dello storico e

dell’etnologo. Ransmayr disegna nella sua fantasmagoria una geografia dell’anima che si spinge nell’estremo Oriente per approdare alle isole del Pacifico, si avventura sui grandi passi himalayani, attraversa il Tibet, conosce le rive del Mekong come i vulcani di Giava, è di casa in Oceania come in India e in Nepal, percorre il Centro e Sud America e si spinge al Polo Nord, conosce i deserti di lava e pietre dell’Islanda così come la muraglia cinese. Si sofferma sulla piazza Rossa di Mosca riflettendo sulla Rivoluzione di Ottobre e non dimentica il tragico passato della Cambogia e le follie di Pol Pot e dei suoi khmer rossi nemmeno di fronte agli splendidi templi di Angkor. La storia, spesso quella più tragica, del conflitto vietnamita e dei Paesi violati dalla guerra lungo il corso del Mekong, o delle dittature, come nel caso della Bolivia, lascia un segno indelebile in queste pagine, quasi uno sfregio all’incantevole natura investita talvolta da folate surreali. Come nell’episodio delle cicale dei giardini Sankei di Yokohama o del ricevimento sotto le palme a Santiago del Cile quando la realtà circostante sembra farsi leggera come una piuma, mentre le Ande, in lontananza, si dissolvono e l’intero banchetto – tavoli, posate d’argento, porcellane – si libra in aria, sotto gli occhi dello scrittore, nel silenzio della sera che nemmeno gli uccelli osano turbare. Incanto e poesia del tempo, fantasia e realismo, passato e presente si amalgamano in un linguaggio che scopre la segreta magia delle cose. È il triste de-

stino del popolo dei rapa nui e delle sue colossali statue di pietra sull’isola di Pasqua, o del re della neve che stilla negli inferi nella contea irlandese di Cork; è il sogno della muraglia cinese come un lungo bastione fatto di canti di uccelli, tordi golarossa e merli, o l’iride degli occhi d’una femmina di balena ai Caraibi. Flash indimenticabili affioranti da una scrittura limpida e coinvolgente che culla il lettore con l’ausilio di un barcaiolo maori, dentro grotte neozelandesi sulla cui volta larve lucenti riproducono il cielo notturno, o lo accompagna nel Sahara marocchino fra antiche tombe, veri coni di pietra che nel brillio del giorno si allungano come ponti verso il cielo. Ransmayr non vuole stupire, ma svelarci segreti, potenziare l’immaginazione oltre il velo delle cose. Come se egli fosse sempre alla ricerca di icone e metafore paesaggistiche in alternativa alla nostra civiltà, in una corsa verso l’origine, gli aerei spazi di un mondo incontaminato. Eppure anche il golfista che lancia le sue palle al Polo Nord o il cieco che canta tra le mangrovie di Sumatra, così come gli stormi di pteropi a Katmandu o il giovane albatro reale che cerca il volo verso la libertà non riescono a fugare il senso profondo della morte. È talvolta solo un labile frammento come la splendida anaconda, regina della selva, schiacciata da un camion nella campagna brasiliana o i salmoni del Pacifico che dopo aver deposto le uova nell’Ontario canadese, vanno incontro alla propria distruzione. Ma poi le mille istantanee di Ransmayr si bloccano

Il libro di Ransmayr, settanta racconti per salutare i misteri del mondo.

su un paio di ritratti di casa propria: la morte per mano dei gendarmi di Adi, un giovane diciassettenne, suo lontano amico nel villaggio di Roitham dove lo scrittore è cresciuto, e la scomparsa del proprio padre in cui si mescolano distanza e profondo dolore, ritrosia e affettuosa compassione. L’emozione che nasce da ogni pagina di questo atlante è legata a una scrittura che sembra accarezzare il mondo, sfiorarne e coglierne la sostanza con un semplice sguardo. Ma è dietro la realtà che ci riporta Ransmayr, oltre il nostro affanno quotidiano, verso lontananze forse irraggiungibili, ma senza le quali la nostra esistenza sarebbe più povera. Bibliografia

Christoph Ransmayr, Atlante di un uomo irrequieto, trad. di Claudio Groff, Feltrinelli, pp. 361, Є 20,00.

Il gabbiano di Rifici vola sul LAC Teatro Riflessi

checoviani a Lugano

Giorgio Thoeni «Vivessi ancora settecento anni non scriverò mai più per il teatro». Lo sfogo è di Anton Cechov, la notte stessa del disastroso debutto de Il gabbiano: siamo alla fine di ottobre del 1896. Oggi vengono i brividi al pensiero che quel capolavoro avrebbe potuto essere ricordato come il fiasco che doveva sancire la fine di uno straordinario drammaturgo. Fortuna vuole che, un anno dopo la regia di Stanislavskij trasforma quel testo in un’opera simbolo dello stesso Teatro dell’Arte di Mosca. Lo fa con una regia accuratissima, dove niente è dovuto al caso e con gli attori che non lasciano posto alla recitazione ma «vivono» il personaggio. Nasceva «il metodo». È passato più di un secolo ma Il gabbiano rimane un testo cardine della drammaturgia moderna, passando con disinvoltura dalle mani del grande attore a quelle della grande regia accompagnando la storia della scena contemporanea. Una partitura perfetta che, accanto alla poetica cechoviana del dramma famigliare, degli intrecci amorosi, del contrasto fra città e campagna fra solitudine e passioni, contiene soprattutto tutta la grammatica teatrale nella scrittura dell’autore che si fa attore e regista, che impone un attento esame della parola, dei tempi, dello spazio, delle dinamiche di tutti i significati del gioco espressivo. Una grande e stracolma sala del LAC ha recentemente salutato a Lugano il debutto de Il gabbiano di Cechov con la regia di Carmelo Rifici. Uno spettacolo atteso, una vera «prima» per il regista e direttore artistico di LuganoInScena. Un allestimento che ha messo in campo l’efficace essenziale scenografia di Margherita Palli, le ottime musiche eseguite in scena da/di Zeno Gabaglio, i costumi di Margherita Baldoni e fior di attori pluridecorati di cui buona parte ha già fatto parte della «scuderia» di Rifici. Come gli ottimi Giorgia Senesi, Mariangela Granelli, Maria Pilar Perez Aspa, Giovanni Crippa, Ruggero Dondi, Emiliano Masala e Fausto Russo Alesi. Con loro una gloriosa e valida compagine nostrana capeggiata da Antonio Ballerio con Igor Horvat e Anahì Traversi (il gabbiano infelice) a scaldarsi i muscoli in attesa di una vera e propria compagnia teatrale che ci auguriamo possa allargarsi. Tre ore di spettacolo (con una breve pausa) hanno convinto il pubblico che ha applaudito la lettura scorrevole, originale e appassionata di Rifici, il quale ha investito energia e grande attenzione registica per il dettaglio, nei riflessi fra i personaggi, nella decostruzione ronconiana della battuta con un respiro drammatico fra classico e moderno che sarebbe piaciuto a Cechov.


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Cultura e Spettacoli

Com’è lugubre Venezia a Carnevale Teatro Le donne gelose di Carlo Goldoni, regia di Giorgio Sangati

Giovanni Fattorini Vedova ancora piacente di uno speziale, Lugrezia intende mettersi economicamente al sicuro per salvaguardare la propria libertà, al di fuori del matrimonio. A lei si rivolge il sior Todero – merciaio che ha contratto un debito di gioco – al fine di ottenere, dietro pegno, un prestito in denaro per tentare la fortuna con le carte. A lei si rivolge anche il sior Boldo – orefice che possiede appena l’argenteria da esporre in bottega – perché sapendola esperta nella cabala gli consigli i numeri da giocare al lotto. Le visite dei due uomini alla casa di Lugrezia accendono la gelosia delle rispettive mogli, la siora Tonina e la siora Giulia, le quali temono, inoltre, che i mariti si lascino spennare dalla chiacchieratissima vedova. Alla fine tutto si chiarisce, e il sentimento malevolo delle due donne si volge in gratitudine, perché il sior Todero vince 250 zecchini al gioco delle carte, e il sior Boldo, in società con Lugrezia, 1800 ducati con un terno al lotto. La siora Giulia, poi, le è anche più grata per aver combinato il matrimonio tra la nipote Orsetta e il giovane Baseggio, che la prende in moglie senza pretendere la dote. Stando al titolo, il tema principale de Le donne gelose (1752) dovrebbe essere la gelosia: quella di Giulia e Tonina, e quella di Chiaretta, figlioccia di Giulia, che si vede soppiantata da Orsetta nel cuore di Baseggio. Ma bastano sei scene per rendersi conto che il tema della gelosia (da intendersi anche come invidia) è strettamente con-

nesso a quello non meno rilevante del gioco: Todero è affetto da ludopatia; Boldo confida in una fortunata e risolutiva cinquina; quanto a Lugrezia, lei gioca saltuariamente al lotto in società, e vende numeri «sicuri» a chi glieli richiede, per accrescere i guadagni derivanti – lo veniamo a sapere più tardi – dalla pratica occasionale della rigatteria e del prestito a usura. Alla fine del primo atto è non meno evidente che Goldoni si propone altresì di descrivere (e lo sa fare con lucido distacco o amaro divertimento) i costumi e la moralità della nascente piccola borghesia veneziana, ansiosa di guadagnare, di fare soldi per affermarsi socialmente. Entità pervasiva, ossedente, è il denaro, che per Lugrezia è innanzitutto garanzia di affrancamento dal potere dei maschi. (Un anno dopo Le donne gelose va in scena La locandiera. L’aspirazione della più limpida, cordiale, e famosa Mirandolina non è diversa da quella di Lugrezia). In un’avvertenza dell’autore a chi legge, Goldoni definisce Le donne gelose «una commedia veneziana, venezianissima». E tale è infatti, non solo perché scritta in dialetto, ma anche perché vi sono puntualmente indicati alcuni dei luoghi cittadini in cui si svolge l’azione. Per lo spettacolo pensato in parte da Luca Ronconi, e affidato dopo la sua morte al suo allievo e assistente Giorgio Sangati, lo scenografo Marco Rossi ha ideato una vasta pedana rettangolare, coperta da una moquette nera e poverissima di arredi, che finge di volta in volta le case di Giulia, Tonina

Un momento di Le donne gelose di Carlo Goldoni. (© Piccolo Teatro, Milano)

e Lugrezia, e la tenebrosa sala del Ridotto di San Moisè, dove in un’atmosfera cupamente onirica giocatori e spettatori stanno seduti o si muovono con il volto coperto da maschere bianche (è Carnevale) che sembrano dei teschi. Gli elementi che configurano lo spazio esterno sono una passerella che corre parallela a un lungo e stretto collettore d’acqua, al fondo della scena, e un quasi geometrico incastro di gradini e muri di edifici – anch’essi neri – che sembrano far parte di un lugubre intrico di calli e di canali. Oggetto di critica, invidia e maldicenza, Lugrezia è il personaggio centrale della commedia e della messinscena di Sangati. Sandra Toffolati ne fa una donna astuta, energica, at-

tentissima all’utile, e sempre pronta a difendersi e attaccare (e a tratti, forse, un po’ troppo digrignante). Il realistico Boldo di Paolo Pierobon mi è sembrato perfetto. Nella parte di Giulia, Valentina Picello a volte trapassa da una recitazione realistica a un’incongrua deformazione grottesca o caricaturale. Bravo Ruggero Franceschini, baldanzoso Baseggio. Di buon livello Marta Richeldi (Tonina), Leonardo Del Colle (Todero), Sara Lazzaro (Orsetta), Elisa Fedrizzi (Chiaretta). Senza il giusto rilievo è la figura minore ma significativa di siora Fabia (Federica Fabiani), la madre vistosamente plebea di Orsetta. Un’idea brillante – del regista e del costumista (Gianluca Sbicca) – è stata quella di vestire Arlecchino con un

costume dilavato, a scolorite losanghe dalle diverse gradazioni di grigio. Ma il personaggio a cui dà corpo e voce Fausto Cabra è ancora troppo in debito con la vecchia maschera. Quanto alla rappresentazione nel suo complesso, il ritmo delle numerose scene è insufficientemente variato; non mancano i tempi morti; e la concertazione degli attori, a momenti, sembra piuttosto incerta. In conclusione: uno spettacolo inscenato con impegno, ma esageratamente «nero» e dall’andamento uniforme. Dove e quando

Milano, Piccolo Teatro Studio Melato, fino al 22 novembre. Annuncio pubblicitario

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Cultura e Spettacoli

Continue nuove visioni Mostre Allo Spazio Officina di Chiasso il percorso esistenzial/artistico del pittore Sergio Morello Eliana Bernasconi L’antologica che conclude il ciclo espositivo del Max Museo di Chiasso, ispirata al tema della «Trasformazione», come ogni anno presenta un artista legato al territorio. L’etimologia di «trasformazione», se riguarda genericamente l’opera di ogni artista, è per Morello, nato nel 1937, una definizione perfetta: trasformazione come continuo passaggio a una nuova visione. È questa da 50 anni la vera costante della sua opera, l’itinerario di un’ostinata passione che si fa ragione di vita, concretizzata in forme diverse che sempre rimandano a una stessa origine. Viene in mente Goethe quando dice che i colori sono attività della luce, il suo agire e il suo patire. Perché è affascinato da tutto questo che Morello ha messo in scena molte sue opere, e ha da sempre elaborato una sua poetica, una costante interrogazione filosofica sulle ragioni stesse dell’esistere della pittura, sul rapporto del pittore con il suo lavoro. Si raccomanda a questo proposito il catalogo della mostra che raccoglie molti suoi illuminanti scritti critici, puntuali riflessioni che accompagnano ogni fase del suo lavoro. Esemplare nella mostra chiassese è la suddivisione in sezioni, che corrispondono a sei stagioni della sua opera, che sembrano «prendere alla sprovvista», scrive Dalmazio Ambrosioni, ma sono in realtà «frutto di una maturata ricerca espressiva». Per chi è nato prima degli anni 50 la mostra è una rivisitazione storica delle stagioni che abbiamo attraversato, a chi è nato

dopo questi anni le ultime opere consegnano una fiaccola, quella che Antonio d’Avossa chiama «la persistenza della pittura». Dopo una felice scoperta del piacere della pittura, i primi lavori sono una veemente denuncia sociale. Morello è a Brera subito dopo il ’68, quando dilaga la rivolta studentesca che attraversa l’Europa. È questo il solo momento in cui il colore non è indagato in sé stesso, ma è ancora strumento di narrazione, veicola messaggi sociali e politici, come nel nudo azzurro di La donna dell’emigrante, 1972, o in altre opere significative come Autoritratto con grande discarica 1971, Guerra Vietnam-Usa, Panino al colonnello forte, che allude alla dittatura greca. Rimane di questo periodo il grande olio Alpi da Vendere del 1974, grido di denuncia contro la società del profitto. Ma l’artista si focalizza ben presto sull’autonomia e la libertà del colore, indagato nella trasparenza della luce, senza altro significato che sé stesso, ricerca che non smetterà mai di inseguire come un’ossessione. Nasce la «pittura procedimento», una serie di tele quadrate di misura identica – siamo tra il 1975 e il 1977 – passaggi sfumati di cromie sfuggenti, gradazioni infinite di velature delicatissime. La pittura, scrive Morello in quel periodo, ha bisogno di tempi lunghi di meditativo silenzio per recuperare l’immagine poetica. Ma arriva ben presto una nuova stagione di rottura, nel ’76 vi è il passaggio alla Land Art: è un artista in anticipo sui tempi quello che fa nascere in Ticino le prime opere di arte ambientale,

Bateau Ivre, intervento ambientale di Sergio Morello all’Istituto agrario cantonale di Mezzana, 1982. (Archivio Sergio Morello, Chiasso)

esposte nella loro fase preparatoria con schizzi, acquarelli, litografie, serigrafie ma soprattutto video. Le bende colorate che fluttuano al vento nell’abisso spaziale, ancorate al ponte di Castel San Pietro sono il colore che si è definitivamente liberato, che si identifica e fonde nella natura. Altre installazioni ispirate a questa poetica sono di quegli anni, come la Cassa cromatica di specchi e trasparenti fogli colorati, collocata in una piazza chiassese. Ma resterà per sempre nella memoria collettiva di quegli anni il famoso Bateau ivre del 1982, la grande installazione di un veliero sognato, ispirato a una poesia di Rimbaud, frutto dell’amorosa

conoscenza del territorio in cui vive, che Sergio colloca appunto fra i vigneti, sulle colline dell’Istituto agricolo di Mezzana. Alla sua costruzione, colorazione e innalzamento delle grandi vele contribuiranno in molti, anche il vento primaverile che abbatterà il veliero poco tempo dopo con una bufera di neve, quasi a sottolineare l’idea dell’artista sullo statuto effimero dell’arte contemporanea. Nel 2000 Morello ritorna alla pittura su legno, alla natura rappresentata. È il momento della serie informale dei grandi paesaggi d’acqua e di terraacqua. La gestualità si evidenzia nei segni dei blu e degli azzurri dell’acqua,

colori di vita e di morte, la ricerca si approfondisce nella stratificazione della materia del supporto, visto come un «non luogo» dove l’artista lavora mettendo e togliendo, inseguendo sempre la luce. Un’altra sezione presenta tavole in legno incurvate, concave o convesse piegate a caldo dalla sapienza degli artigiani, il supporto si è fatto tridimensionale: sono forme unicamente curve quelle che l’artista definisce «femminilizzazione del mondo», singolari esecuzioni a ritaglio che creano sospensioni di sorprendenti spazi vuoti. Ma sono fondamentali e danno significato a tutta l’opera artistica di Morello le tavole Horizon (del 2012-15): dipinte solo in orizzontale con una altissima tensione, la gamma cromatica si affina e si condensa, sembra quasi richiederci una «percezione dell’invisibilità». Attenzione però, queste tavole sono tagliate, (è il valore della pittura stessa a essere in pericolo?) e sono violentemente ricucite da potenti punti di corda: Triplo orizzonte, 2013, Ombre di luce e Orizzonte nuovo, 2014. Ed è l’intenso Tenere del 2015 che, agendo tra materia reale e atto simbolico, ci restituisce una superficie intera e il futuro, in una sofferta e vincente dichiarazione d’amore alla pittura e alla sua necessità. Dove e quando

Sergio Morello. Trasformazioni e tensioni tra pittura e performance. Chiasso, Spazio Officina. Orari: mave 15.00-18.00; sa-do 10.00-12.00 / 15.00-18.00. Lunedì chiuso. Fino al 29 novembre 2015. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 09 novembre 2015 ¶ N. 46

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Cultura e Spettacoli

Il cinema ai giovani Cinema Sabato prossimo prenderà il via la 28esima edizione della fortunata e apprezzata

rassegna bellinzonese di Castellinaria Giovanni Medolago Siamo già alla 28esima edizione: ormai Castellinaria è diventato un appuntamento imprescindibile dell’autunno ticinese, quest’anno fissato dal 14 al 21 novembre. Una vetrina importante per scoprire film, documentari e corti che purtroppo ben difficilmente trovano spazio nei cartelloni delle sale cinematografiche. Come si presenta oggi la produzione di quei lavori definiti film per bambini e ragazzi, termine che a Bellinzona è stato ribattezzato «cinema giovane»? Lo chiediamo al direttore della Rassegna, Gianfranco Zappoli: «La situazione non è delle più incoraggianti. Si producono sempre più opere pensate per la televisione; anche nei Paesi nordici, tradizionalmente attenti alle esigenze del pubblico dei piccoli. C’è inoltre un curioso fenomeno: sono sempre più numerosi i lavori che declinano la trama di Mamma, ho perso l’aereo in tutte le salse possibili e immaginabili!» Ciononostante, lo stesso Zappoli, il presidente Gino Buscaglia, il suo vice Stelio Righenzi e tutto lo staff (numerosi i giovani volontari) sono riusciti ad allestire un programma che come al solito risulta allettante. Resta invariata la struttura, che ruota attorno ai due concorsi – 6/15, 16/20 – e sulla quale si inseriscono numerosi altri appuntamenti e iniziative. «Ci sono – spiega Zappoli – due fil rouge riguardanti i Concorsi. Per il più piccoli si tratta di renderli attenti alle difficoltà e alle cattiverie del mondo

adulto per poi scoprire come affrontarli e superarli. Ai più grandi, invece, si sottopone la questione: qual è il mio posto nel mondo e quali strumenti ho a disposizione per trovarlo?» Subito due esempi concreti: Iqbal, bambini senza paura ci porta coi suoi protagonisti in una fabbrica di tappeti dove anche i più piccoli vivono una terribile realtà. Ma «uniti si vince», e così i piccoli riconquistano infanzia e libertà. Non essere cattivo, storia di amicizia e caduta agli inferi (con ritorno…) nella periferia romana degli Anni 90, tra rapine, droghe sintetiche attorno a cui ruota la vita quotidiana di un gruppo di giovani di borgata. Il film, già de-

signato quale candidato italiano alla corsa agli Oscar, giungerà a Bellinzona senza il suo regista, Claudio Caligari, scomparso proprio quando ha concluso il lavoro di montaggio. Sfogliando il programma, scopriamo anche qualche curiosità che sarà possibile vedere a Bellinzona: Microbe et Gasoil di Michel Gondry, originalissimo autore francese affermatosi anche Hollywood (si pensi a Se mi lasci ti cancello, interpretato da due star come Kate Winslet e Jim Carrey), che per la prima volta si rivolge ai ragazzi; L’esercito più piccolo del mondo, di Gianfranco Pannone e dedicato alle Guardie svizzera del Papa; La bella gente firmato

da Ivano De Matteo e datato 2009. «Ho fatto un’eccezione – spiega Zappoli – per dare al film, maltrattato dalla distribuzione, un’altra possibilità di essere visto e apprezzato». E in questa operazione-recupero è stata coinvolta anche Monica Guerritore, protagonista della pellicola, che accompagnerà il film a Bellinzona. Tra le varie proposte di Castellinaria (la collaborazione con la sede lombarda del prestigioso Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, l’atelier di critica cinematografica, la «Piccola Rassegna» destinata ai più piccoli, ecc.) non manca la tradizionale mostra, che stavolta si preannuncia davvero allettante. Sotto il titolo La fabbrica dei sogni, la mostra sarà dedicata all’Attrezzeria Rancati di Milano, atelier-officina aperto nella seconda metà dell’Ottocento (collaborazioni con Mascagni e Puccini) e che ancora oggi è un indirizzo sicuro perfino per le megaproduzioni hollywoodiane, a riprova che anche nell’era digitale non si può prescindere dalla maestria degli artigiani. Avremo modo di vedere le sciabole usate nell’Ultimo Imperatore di Bertolucci, le spade dei Pirati dei Caraibi e, fra le altre mirabilia, i candelabri che illuminavano Brad Pitt in Troy!

Agenda dal 9 al 15 novembre 2015 Eventi sostenuti dalla Cooperativa Migros Ticino Rassegna Raclette Elvis Perkins Lugano, Studio Foce 13 novembre 2015, ore 21.30 www.foce.ch

Nuove visioni L’occhio che ascolta Incontro con Giorgio Noseda Ascona, Monte Verità 13 novembre 2015, ore 18.00 www.monteverita.org Visioni in dialogo Ombre Lugano, Cinema Lux, Aula Magna USI e LAC 13-14 novembre 2015 www.associazione-nel.ch

Dove e quando

Castellinaria. Festival internazionale del cinema giovane. 14-21 novembre 2015. www.castellinaria.ch

Per saperne di più su programmi, attività e concorsi del Percento culturale Migros consultate anche Facebook percento-culturale.ch e

Victoria Larchenko in una scena di La bella gente, film del 2009 di Ivano De Matteo. Annuncio pubblicitario

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Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 09 novembre 2015 ¶ N. 46

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Cultura e Spettacoli

La fine della memoria

Intramontabile Keith Richards.

Cinemando Il cinema di Zhang Yimou

dallo splendore all’intimismo Fabio Fumagalli

*** Lettere di uno sconosciuto (Coming Home), di Zhang Yimou,

con Gong Li, Dao Ming Chen, Huiwen Zhang (Cina 2014) Raffinato, sofisticato manipolatore di ritratti avvolti in forme squisite dai tempi di Lanterne rosse (1991), Zhang Yimou non ha mai cessato di rinnegare la bellezza indicibile delle immagini che lo hanno reso celebre. Così come non ha mai rinunciato a fondere la Storia con il ritratto dei suoi protagonisti, immergendovi i melodrammi che costituiscono il secondo aspetto della sua poetica, le cronache neorealistiche ispirate ai tempi della Rivoluzione Culturale (della quale, tra l’altro, egli stesso è stato vittima). Sono vicende nelle quali il ricatto psicologico, oltre che materiale del potere agisce sulla parte più segreta degli individui, e sulla fragilità degli equilibri famigliari. Succede nelle opere «realiste» e contemporanee del regista cinese; già dal 1992 del capolavoro La storia di Qiu Ju, come nel più modesto, malgrado il Leone veneziano, Non uno di meno (1999); e, più di recente, nell’idillio adolescenziale di Under the Hawthorn Tree. Zhang si ripete in Coming Home: mentre il padre è recluso da tempo a causa di attività controrivoluzionarie, mentre la madre può ancora svolgere l’attività d’insegnante, anche se ovviamente sotto sorveglianza, alla giovanissima Dandan viene inflitta l’atrocità di un dilemma. Rinunciare per sempre all’agognata carriera di prima danza-

trice, oppure denunciare la presenza del padre, evaso dal campo di «rieducazione». Ripreso, verrà rilasciato dieci anni dopo, riabilitato al termine della Rivoluzione; ma non vedrà attenuati i traumi irreversibili provocati dalla violenza politica. Sconvolta dall’accaduto la moglie, interpretata da una commossa Gong Li, ha cancellato il proprio passato e non lo riconosce più. Coming Home è un melodramma dai sapori antichi. Più che quelli fiammeggianti di Douglas Sirk negli anni Cinquanta, ricorda l’attenzione tenera, ai confini del sentimentalismo, di alcuni Vittorio De Sica; e non a caso, sottolineata dalle varie fasi del trucco, un’attrice spesso citata fra le più belle del mondo come Gong Li ricorda curiosamente nel film un’altra star, Sofia Loren. Dopo una prima parte condotta nel consueto virtuosismo registico di Zhang (l’aggressività dinamica e cromatica nelle sequenze dei balletti «politici», il montaggio fra i treni che s’incrociano, il fluire dei passanti nella stazione, quasi un coro angosciato al mancato incontro fra i coniugi) il regista inizia un processo di sottrazione espressiva: meno dinamica, meno luce, meno colore. Più primi piani dolenti, e ritmi allentati: in una volontà (un po’ tanto rincorsa, forse non sempre congeniale) di tenera partecipazione al dramma. Anche se è l’anima più preziosa del discorso ad imporsi, la perversione assoluta del potere che non si accontenta della violenza fisica, ma affonda le ferite vieppiù nel profondo della vittima e di una società tutta, cancellandone le memorie e le misere convinzioni rimaste.

Una chitarra immortale CD Il disinvolto ritorno solista dell’inossidabile Keith Richards

segna un altro «centro perfetto» nel curriculum del navigato chitarrista dei Rolling Stones

Benedicta Froelich

Concorso

Una scena di Coming Home di Zhang Yimou.

Home Rassegna Teatrale Teatro Foce, Lugano Venerdì 20 novembre, ore 21.00 Köszeg Regia: Ledwina Costantini Di e con: Daniele Bernardi e Ledwina Costantini. Liberamente ispirato all’opera di Ágota Kristóf Tra jazz e nuove musiche Rassegna di Rete Due Studio 2 RSI, Lugano Giovedì 26 novembre, ore 21.00 ECM Session Colin Vallon Trio e Elina Duni Quartet Orario per le telefonate: dalle 11.00 alle12.00

091/821 71 62 Regolamento Migros Ticino offre ai lettori biglietti gratuiti per le manifestazioni sopra menzionate. Massimo due biglietti per economia domestica. La partecipazione è riservata a chi non ha beneficiato di vincite in occasione di analoghe promozioni nel corso degli scorsi mesi.

Per aggiudicarsi i biglietti basta telefonare mercoledì 11 novembre al numero sulla sinistra nell’orario indicato. Buona fortuna!

Biglietti in palio per gli eventi sostenuti dal Percento culturale di Migros Ticino

Coloro tra i lettori che bazzicano volentieri i social network, e Facebook in particolare, avranno forse notato un’irresistibile battuta, diffusasi da qualche tempo nella rete – battuta che, tradotta, suona più o meno come «dovremmo cominciare a preoccuparci di che mondo lasceremo a Keith Richards»: quasi a voler suggerire come, in barba a ogni logica o probabilità apparente, l’ormai 71enne chitarrista dei Rolling Stones sia destinato a seppellirci tutti quanti, nonostante la ben nota vita di stravizi ed eccessi alle sue spalle. In effetti, il vissutissimo e rugoso Keith sembra a tutt’oggi in forma smagliante, almeno a giudicare dalle immagini che corredano la confezione di questo suo terzo lavoro solista (il primo in ben ventitré anni, dopo l’intrigante Main Offender, del ’92), dall’eloquente titolo di Crosseyed Heart, «cuore strabico»; e basta inserire il CD nel lettore per ritrovare il buon vecchio Richards per come da sempre lo conosciamo – soprattutto, per riscoprire quella voce alla carta vetrata, che qui sembra ammantarsi di una sicurezza e disinvoltura forse mai toccate in precedenza. L’intero CD è infatti intriso della più schietta espressività da vero rocker, nella sua tipica accezione «grezza» e ruvida, dalle sonorità sporche e nervose, in puro stile Rolling Stones: le «schitarrate» aggressive e sgarbate di Keith, la sua strascicata vocalità a cavallo tra il blues delle radici e il rock, restano inconfondibili e desiderabili quanto un whisky raro e di ottima qualità – un vero e proprio marchio di fabbrica, evidente fin dal primo singolo estratto dall’album, il nervoso Trouble, che suona in tutto e per tutto come un pezzo che non avrebbe affatto sfigurato nella tracklist di Exile On Main Street (1972).

Del resto, quella dei Rolling Stones è sempre stata, tra tutte le band della «British Invasion» anni 60, la più palesemente legata alle sonorità della musica roots americana, dal blues più ruggente e ruvido all’honky tonk e perfino a qualche accenno di reggae; non è quindi un caso che la title track di questo Crosseyed Heart rappresenti un perfetto esempio di minimalista blues americano nella più pura scuola «à la Robert Johnson», un vero e proprio omaggio alla musica delle radici, che certo renderà orgogliosi i maestri spirituali di Richards. D’altra parte, l’intero album suona come un disco che avrebbe potuto essere inciso da un moderno bluesman proveniente dal Delta del Mississippi, con l’aggiunta però di quel sound dall’indole aggressiva, che riecheggia fiumi di whisky e sigarette, tipico del «vizioso» Keith. Non per niente, il desiderio di Richards di omaggiare i suoi idoli è tale da spingerlo perfino a tentare una cover minimalista del celeberrimo standard Goodnight Irene, portato al successo negli anni 30 da quell’irripetibile fenomeno che fu Leadbelly.

Sebbene i testi dell’album rasentino spesso la banalità, Keith Richards è un grande professionista Tuttavia, non è soltanto il blues a ispirare Keith: in questo Crosseyed Heart troviamo anche esperimenti come Love Overdue – immerso in accenti reggae insolitamente morbidi – o Suspicious, una canzone inquieta e ammaliante, dagli accenti metropolitani, che sarebbe calzata a pennello in un album di Lou Reed. Sul medesimo tono intimista e introspettivo non de-

ludono nemmeno pezzi sognanti quali il romantico Robbed Blind e i suadenti Illusion (inciso in coppia con Norah Jones) e Just a Gift, che offrono un Richards in versione inaspettatamente delicata, in contrasto con il carattere della più parte delle tracce del CD; meno interessanti risultano invece i ritmi francamente ritriti di Amnesia e Substantial Damage, due bluesrock sporchi ma piuttosto risaputi, e Nothing On Me, brano ammiccante e gradevole ma piuttosto anonimo. Certo, Crosseyed Heart non permette nemmeno per un momento di dimenticare che Keith fa parte da ben cinquant’anni di una delle band-simbolo del rock internazionale: un brano come il trascinante inno metropolitano Heartstopper trasuda a tal punto di puro gusto «Stonesiano» da apparire come tratto da un album anni 90 della leggendaria formazione, e lo stesso si può dire del sostenuto Something For Nothing. Allo stesso modo, è evidente che, come performer solista, Richards non costituisce esattamente un esempio di grande potenza ed estensione vocale – e del resto, nessuno si è mai sognato di chiedere al leggendario chitarrista di tramutarsi in compositore o cantante di prim’ordine; tuttavia, nonostante le liriche di quest’album rasentino sovente la banalità, Crosseyed Heart possiede una sua innata leggiadria e coerenza, principalmente dovute al grande carisma del musicista in questione e all’alchimia che questi è in grado di creare nel fondere voce e strumentazione con la compassata sicurezza che soltanto un professionista con mezzo secolo di carriera alle spalle può permettersi. Ne consegue che l’album costituisce un lavoro riuscito e godibile, di sicura presa sui fan, come sull’ascoltatore casuale; e, in fondo, è esattamente ciò che da sempre è legittimo aspettarsi da un artista del nome e del calibro di Richards.



Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 09 novembre 2015 ¶ N. 46

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Cultura e Spettacoli Rubriche

In fin della fiera di Bruno Gambarotta A che serve la poesia, se non salva la vita? Signor giudice, io quella ragazza che hanno trovato morta la sera di San Valentino nella dispensa dell’ex convento di Santa Maria Maddalena dei Battuti Neri, prima pugnalata e poi soffocata infilandole in testa un sacchetto di plastica del commercio equo e solidale, io la conoscevo bene. Come l’ho conosciuta? Semplice, tramite la poesia. Come lei sa, da attento lettore del nostro Gazzettino, io sono il titolare della rubrica Da vicino siamo tutti poeti alla quale si rivolgono per un giudizio gli aspiranti poeti. Lei non immagina quanti sono! Forse anche lei scrive poesie; in tal caso sappia che sarei felice di leggerle. In questa veste faccio parte della giuria del premio San Valentino per una lirica inedita dedicata al tema dell’amore declinato in tutte le sue valenze, giunto alla sua 14esima edizione. Quest’anno era ospitato sulla costiera amalfitana, presso l’ex convento delle suore di Santa Maria Maddalena dei Battuti Neri che, ristrutturato, è diventato sede di un liceo. Al mattino c’era stato un incontro con le due ultime classi del liceo classi-

co; come lei sa, la povera Margherita, la ragazza «barbaramente uccisa», come scrivono i giornali, l’anno prossimo avrebbe dovuto affrontare l’esame di maturità. Durante il mio breve intervento, dedicato all’uso del vocativo nella poesia di Eugenio Montale, non avevo potuto fare a meno di notare quella ragazza. Dovessi definirla con un solo aggettivo, direi «luminosa»: irradiava una sorta di luce spirituale, a tanta perfezione può giungere la perfidia. Ero calamitato da lei. Al termine della lezione, sceso dalla cattedra, la vidi venire verso di me con passo deciso. Temevo volesse rimproverarmi la sconveniente insistenza del mio sguardo. Lei allungò la mano dicendo: «Ciao. Noi ci conosciamo». Visto il mio sconcerto, aggiunse ridendo: «Io sono la Dama Bruna, la tua Dark Lady». Mi spiego: con molti lettori finiamo per instaurare una corrispondenza privata, su temi legati al fare poetico e alla spiritualità. Avevo avuto un intenso scambio epistolare con una poetessa che si firmava Dama Bruna e che io avevo ribattezzato Dark

cosa più bella che mi sia capitata». Li vedevo, i miei colleghi di giuria, i loro sguardi, i loro sussurri maliziosi. Il segretario del premio entrò in sala a chiamare la giuria ma lei mi trattenne: «C’è ancora una cosa che voglio chiederti. Devi darmi 500 euro». Ho pensato a uno scherzo, a una telecamera nascosta. «Se non me li dai, ti denuncio, dico che hai cercato di toccarmi, di mettermi le mani addosso». «Ma non è vero», ho tentato di obbiettare. «Se io strillo che mi hai toccato e tu lo neghi, a chi crederebbero, a me o a te?» Mi dica lei, cosa potevo fare? Nell’atrio c’era un bancomat dove Margherita mi pilotò. Ha preso le banconote dicendo con un sorriso perfido: «Se hai bisogno di me mi trovi nella cambusa del collegio, oggi sono di turno». Ero stordito, annichilito, per fortuna non toccava a me condurre la cerimonia, dovevo starmene seduto al tavolo della giuria. Da lì l’ho vista benissimo: arrivata in fondo alla sala Margherita si è incontrata con un giovane uomo in piedi appoggiato alla parete. Ha allungato il braccio verso di

lui e le mie dieci banconote da cinquanta euro hanno cambiato di mano. Un’idea ha preso possesso della mia mente: avevo pagato Margherita per averla toccata, perciò avevo il sacrosanto diritto di toccarla. Al termine della cerimonia sono sgattaiolato in cucina e ho chiesto a un’addetta dov’era la cambusa. La porta era accostata, io sono entrato e Margherita era là, morta, abbandonata sul tavolaccio, con la gola aperta e un sacchetto di plastica infilato in testa. Me l’aveva fatta un’altra volta! Mi è montata una rabbia dentro che mi velava la vista e bloccava il respiro. No! L’ultima parola doveva essere la mia. Ho pagato per toccarti e ti tocco! E l’ho toccata, signor giudice, eccome se l’ho toccata. Era arrendevole, sa? Per spostare il coltello da cucina mi sono ferito a un dito. Lo so cosa hanno detto gli investigatori quando hanno trovato le mie impronte, quando hanno scoperto il mio DNA nel sangue sul coltello. Ma non me ne importa niente. Anche della poesia non me ne importa più niente. A cosa serve la poesia se non ti salva la vita?

artrite e le venne una infezione polmonare che le accorciò la vita. Quando però furono in ballo molti soldi, la tecnica fu perfezionata, è accaduto per la clonazione di cavalli da corsa. Ora si lavora anche con i maiali, per produrre organi da impiantare nell’uomo, quindi con adeguate caratteristiche che evitino tra l’altro il rigetto. Invece la notizia in alto riguarda i prezzi, ormai decisamente cheap rispetto agli inizi, per la clonazione di animali da compagnia, cani, gatti, conigli. Animali piccoli venticinquemila dollari, più grandi cinquanta, si diceva. Con un po’ di fortuna, si potranno avere gattini quasi identici all’originale. Come quasi? Non sono cloni? Sì, ma solo al cinema il clone è indistinguibile dal modello, pensiamo al prototipo di tutti i film di fantascienza, l’Invasione degli ultracorpi, girato nel 1956 da Don Siegel. In un’America appena uscita dal Maccartismo, mentre Hollywood lancia un kolossal via l’altro, Siegel gira con

ridottissimi mezzi un film in bianco e nero diventato di culto. Si narra di un paesino degli Stati Uniti dove gli alieni iniziano a invadere la terra prendendo il posto degli umani: da enormi baccelli vengono al mondo corpi identici a quelli degli umani via via rapiti, dotati di parola e intelligenza ma privi di sentimenti. L’idea è stata ripresa miliardi di volte, per scherzo (con i fagioloni germinatori di Totò nella luna 1958) e sul serio, almeno così nei tre remake, l’ultimo del 2007, pieni di effetti ma senza la suspense dell’atmosfera angosciosa della prima Invasione. Non si capì nemmeno se gli alieni significassero i maccartisti o i comunisti, o forse nessuno. Comunque, dai baccelloni ai Replicanti, al cine i cloni riescono perfetti, indistinguibili dall’originale. Nella realtà è diverso, non esistono due identici assoluti, per non parlare del dna, diverso per ogni individuo. Però, dicono le pubblicità di questi centri di replicazione animali domestici,

non avrete più il vostro Fido, ma avrete magari due cagnolini che lo ricordano, per come scodinzolano, per una macchia bianca sul petto. E i gattini? Che già solo su Youtube sono una delle categorie più ricercate e postate? Chissà rivedere sempre ripetuto lo sguardo assassino del nostro micio, che si fa languido appena sente profumo di ricompensa, e fa le fusa solo a vederci avvicinare, ma le farebbe a chiunque garantisse cibo, il vile. Bisogna accettare il rischio, la natura è fatta così. Però, se questa è la sensata conclusione, perché allora non ricorrere a una forma di clonazione con molto migliori possibilità di riuscita, gli stessi rischi nella fedeltà all’originale, decisamente più economica, anzi in genere gratuita. Se state pensando a come ottenere l’indirizzo del misterioso laboratorio filantropo, fermatevi e concentratevi: davvero credete ancora che cagnolini e micetti clonati in economia assoluta crescano sotto i cavoli o li porti la cicogna?

gentilissima (tanto per cambiare, voto 0), di solito mentre sei a tavola: «Buongiorno, è la signora D.?». «No, sono suo marito». «Ah, mi scusi signor Paolo, quando posso parlare con sua moglie?». «Ma lei chi è? E come fa a sapere il mio nome e quello di mia moglie?». «Telefono dalla Telephon, volevo farle una proposta molto molto conveniente…». «No, guardi, non interessa…». «Sì, ma forse sua moglie…». «Le assicuro che…». Passano 24 ore, il caso vuole che io sia ancora a tavola come ieri, essendo abbastanza abitudinario mangio sempre all’ora di pranzo, ma decido di abbandonare la sogliola (voto 5+) e di andare a rispondere. Gentilissima voce di donna (a cui assegno subito mentalmente il voto più equo, 0): «Pronto, è il signor Paolo? Chiamo dalla Telephon, noi sappiamo che lei cinque anni fa era nostro cliente… Volevo chiederle: come mai ha cambiato utenza? Le andrebbe di valutare una nuova proposta? Per i prossimi dieci anni può telefonare gratis in tutto il mondo,

senza scatto alla risposta, senza scatto alla domanda, senza scatto in mezzo tra la domanda e la risposta…». E lo scatto di nervi? Quello la gentile signora che sta dall’altra parte del filo non l’ha calcolato: lo scatto di nervi sarebbe gratis e inevitabile, eppure riesco provvisoriamente a controllarmi. «Abbia pazienza, capisco che lei sta facendo il suo lavoro, ma vede, stavo mangiando una sogliola (voto 5–: nel frattempo si sarà raffreddata…), stavo pensando a tutt’altro, l’ultimo pensiero sono le tariffe della telefonia (voto alla telefonia sottozero), mi sto finalmente rilassando per un’oretta e lei viene a parlarmi di scatti alla risposta! E poi: per favore, potrebbe gentilmente dimenticarsi del mio numero di telefono, ingoiarlo o incenerirlo nella stufa più vicina oppure annientarlo dallo schermo con un bel DELETE o CANC che fa lo stesso? Grazie, molte grazie, mi raccomando… la stufa…, e si ricordi di dirlo anche ai suoi gentili colleghi!». E le email? Sentite questa, ricevuta

stamattina alle 10.46. Titolo: «Una girovita più sottile in modo naturale». Svolgimento: «Una gamma di consigli che ti possono aiutare nel dimagrire e nella manutenzione della linea del corpo. Adesso è molto piu semplice d’ottenere la linea del corpo alla quale sogni da tanto». La girovita? La manutenzione della linea del corpo? Ma che razza di lingua è? Pasolini (6–) sarebbe impazzito dalla rabbia: la manutenzione del corpo… Altro che Jeans Jesus, lo slogan che lo fece infuriare nei primi anni Settanta. Qui siamo alla girovita… Qui non ti lasciano in pace, urge staccare, chiudere, disconnettersi dal mondo anche se non paghi lo scatto alla risposta. Qui sta andando tutto in vacca (scusate il termine, ma anch’io sono piuttosto irritato…), esattamente come prevedeva lui. Anzi peggio. La «mutazione antropologica» degli anni Sessanta, che angosciava tanto lo scrittore corsaro, era niente al confronto, qui siamo alla manutenzione antropologica della girovita e dell’alluce valgo…

Lady, la misteriosa figura che compare nei sonetti di Shakespeare. Dalle poesie, espressione di una visione tragica della vita e della morte, che sottoponeva al mio giudizio mi ero fatta l’idea che la mia corrispondente fosse una signora avanti con gli anni; eccomi invece di fronte a una ragazza di 17 anni, bionda, diafana, angelica. Ero imbambolato e lei mi scosse ridendo: «Cosa ti succede? Hai perso la parola?». Le spiego: al ventesimo scambio di lettere eravamo passati al tu. Margherita mi prese sotto braccio e mi costrinse ad avviarmi con lei verso la sala da pranzo. Mi sentivo addosso gli occhi e la curiosità di tutti. Dopo la morte dei miei genitori in un incidente, io sono sempre vissuto da solo, nella mia casetta ordinata e piena di libri. Avrei dovuto pranzare con la giuria ma lei mi ha costretto a sedermi a un tavolo preparato per due. Mi parlava in un orecchio con ostentata famigliarità. Mi sforzavo di prendere le distanze, le dicevo: «Se avessi immaginato che eri così giovane non ti avrei scritto quelle lettere». E lei: «La nostra amicizia è la

Postille filosofiche di Maria Bettetini Smettiamo di morire Un gattino viene via con venticinquemila, per il cane ce ne vogliono cinquanta. Se siete indecisi, con duemila dollari vi conservano il dna della bestiola per un certo tempo, anche dopo l’estremo saluto. Siamo a novembre, ma questa idea della morte proprio non ci piace. Dopo secoli di tentata esorcizzazione, con fiori, canti, pranzi, danze, candele e vari segni più di festa che di lutto, stiamo cercando la via più diretta: si deve smettere di morire. Una via maestra è stata sempre ritenuta la crioconservazione, ossia l’essere congelati fino a che la scienza sia riuscita a risolvere i nostri acciacchi e garantirci una vita possibilmente più lunga, meglio se senza fine. Ma si sa come va con i surgelati, una volta fuori dal freezer spesso hanno perso molto. Poi chissà se si ricorderanno di noi, nel 3015, posto che. E chissà se ci piacerà vivere a partire dal quarto millennio per sempre, che noia mortale. Proprio mortale: intorno moriranno gli altri e noi no, sempre lì,

sempre a doverci reinventare un mestiere, una famiglia, affetti e amori, luoghi di vacanza, Marte sarà affascinante ma quella casetta sul porto nel mar di Sicilia, ora impraticabile perché l’isola è diventata una rampa di lancio per missili interstellari, ma quanta nostalgia. Troppe difficoltà. Ora va di moda la clonazione, con la speranza di poter spostare il nostro cervello dentro corpi sempre nuovi e rigenerati. Però anche il cervello si deteriora. Bisognerà perfezionare il trapianto, spostando la memoria in un cervello magari più giovane, o nuovo nuovo, o fatto a macchina. In attesa dei perfezionamenti, ci si allena con gli animali da compagnia. Tutto cominciò con una pecora dall’infelice nome di Dolly, bambolina. Figlia di tre pecoremadri, primo successo dopo centinaia di tentativi, la creatura nacque in Scozia nel 1996 e fu abbattuta nel 2003. Di solito le pecore vivono intorno ai dodici-venti anni, ma Dolly soffriva di una terribile

Voti d’aria di Paolo Di Stefano La manutenzione dell’alluce Non ho l’alluce valgo. Vi giuro che non ho l’alluce valgo. Vorrei dirlo anche a certi signori (voto 0) che si ostinano a pensare che io abbia l’alluce valgo: «Cari signori, non ho l’alluce valgo! Chiaro? È inutile che vi ostiniate a farmi apparire, ogni volta che apro Internet, una gentile proposta su come curare l’alluce valgo. Non escludo che il piede mi si deformi, ma per il momento cammino abbastanza bene, chiaro!!!». Non ho problemi di rughe, o meglio, non me ne importa niente. Chiaro? Non mi preoccupano le mie rughe! Vorrei dirlo anche a certi ignoti figuri (voto 0) che sono lì pronti, ogni volta che accendo il computer, a inviarmi delle fastidiose finestrelle in cui mi propongono come farmi tirare la pelle della faccia. «Ve lo dico una volta per tutte: non mi interessa! Lo devo ripetere? Non! Mi! Interessa! Va bene!? Lasciatemi invecchiare con le mie rughe! E non c’è bisogno che me lo ricordiate ogni volta che guardo lo schermo! Ne avrò pure il diritto, o no? Pussate via!!!, come disse

un’estate il mio bambino (voto 6) a delle mosche insistenti che si posavano sulla merenda. E già che ci siamo, perché lo sappiate: non intendo cambiare assicurazione dell’auto! È perfettamente inutile che mi consigliate decine di volte al giorno di calcolare la mia responsabilità civile automobilistica… Vi assicuro, cari assicuratori, che mi trovo abbastanza bene così, non c’è alcuna ragione per cui debba cambiare!!! Promettete polizze a tasso zero? E io vi assegno l’unico voto coerente con le vostre polizze: 0 (per sicurezza, visto che siete assicuratori, ve lo scrivo anche in lettere e ci metto pure un punto esclamativo: zero!). Anzi, con voi sarò onesto fino in fondo: anche se non fossi soddisfatto della mia polizza attuale, tutto farei tranne che rivolgermi a voi, perché mi siete molto antipatici, an-ti-pa-ti-ci! E ora lasciatemi lavorare in pace, sto scrivendo un articolo, vi prego di non disturbarmi». Per non dire delle telefonate promozionali. Ogni due giorni, una voce di donna,


u I P % 1 0 I E N TE N E V N CO

OLTRE 4 MILIONI DI ACQUISTI DIMOSTRANO CHE LA MIGROS È PIÙ CONVENIENTE DELLA COOP. In collaborazione con l’Istituto di ricerche di mercato indipendente LP, dal 20 al 26 ottobre 2015 abbiamo ripetuto il più grande confronto di prezzi nel settore del commercio al dettaglio svizzero, prendendo in considerazione oltre 5000 articoli. Nell’ambito di questo studio oltre 4 milioni di acquisti, realmente effettuati, sono stati messi a confronto con acquisti avvenuti alla Coop. Il risultato? Alla Migros si risparmia il 11,9%. È quindi dimostrato ciò che i nostri clienti sanno da sempre: LA MIGROS È SEMPRE PIÙ CONVENIENTE.

MGB www.migros.ch W

L I E R T L O


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Idee e acquisti per la settimana

shopping Piccoli piaceri vestiti a festa Attualità I marrons glacés sono molto apprezzati durante il periodo natalizio. Anche in Ticino queste specialità

a base di castagne candite hanno una lunga tradizione, grazie alla Sandro Vanini di Rivera, che li produce dal 1960 e li propone alla Migros in un’elegante confezione. A colloquio con Fernanda Raas, sales manager dell’azienda Signora Raas, da quando vengono confezionati i marrons glacés firmati Sandro Vanini?

Dall’anno della fondazione della nostra azienda, nel 1960. Come è nata l’idea di produrre questa specialità?

Di fatto l’idea di produrre i marrons glacés nacque già molto prima della creazione della Sandro Vanini, in quanto nel 1901, dopo un apprendistato e un periodo di perfezionamento a Milano, Giuseppe Vanini (nonno di Sandro) diede inizio ad una piccola produzione artigianale e commercializzazione locale di questo prodotto. In seguito, appunto nel 1960, grazie alla neo fondata Sandro Vanini SA, iniziò quindi la produzione su larga scala dei marrons glacés passando quindi da una preparazione prettamente manuale a una più industriale, in grado di conquistare nuovi estimatori. Qual è la sfida più difficile nella produzione di questi dolci a base di castagne?

Mantenere costantemente l’alta qualità del prodotto finito per accontentare i palati sempre più esigenti. Per fare questo è necessario selezionare accuratamente la preziosa materia prima che spesso e volentieri è molto eterogenea. L’aspetto più appassionante del lavorare per un’azienda come la Sandro Vanini?

La dinamicità e la flessibilità nell’essere sempre innovativi, pur tuttavia conservando un occhio di riguardo per la nostra lunga tradizione. Oltre al Ticino, dove si possono ancora trovare i vostri marrons glacé?

Di base i nostri marrons glacés vengono prodotti per il solo mercato ticinese e svizzero. È però anche vero che diverse confezioni vengono fatte conoscere in tutto il mondo soprattutto grazie a ticinesi e svizzeri che portano con sé le nostre specialità ad amici, parenti, conoscenti e colleghi.

Senza dubbio assaporare un buon marron glacé in un momento di relax, durante una pausa o per una ricarica di energie. Oltre a ciò, gustare i marrons glacé con un buon gelato, con della panna montata o una meringata farebbe la felicità di tutti i commensali! Marrons Glacés Sandro Vanini 18 pezzi Fr. 21.–

Flavia Leuenberger

C’è qualcosa che vorrebbe consigliare ai nostri lettori di «Azione» per gustare al meglio i marrons glacés?


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Idee e acquisti per la settimana

Lo zafferano delle Indie

Novità Presso i reparti verdura delle maggiori filiali Migros è disponibile la curcuma fresca da produzione biologica

Radice dal colore giallo intenso e ingrediente cromatico base del curry, la curcuma è una spezia di origine asiatica utilizzata da ben 5000 anni non solo in cucina ma, come confermato da diversi

studi, anche come vera e propria medicina per curare diversi disturbi grazie alle sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie, antitumorali e disintossicanti. La curcuma è anche nota come zafferano d’oriente per il fatto che possiede un potere colorante simile a quello dello zafferano. È una componente fondamentale di ogni miscela di curry, ma si può assumere anche pura, fresca o in polvere (quest’ultima ricavata dalla radice essiccata), per conferire un sapore pronunciato a insalate, verdure,

riso, pasta, sughi, carni o pesce. Se utilizzata fresca, lavare bene la radice sotto l’acqua, raschiare la parte esterna e grattugiarla. È bene utilizzare dei guanti di lattice per evitare di macchiarsi le mani. È utile sapere che l’assorbimento della curcuma da parte del nostro organismo è facilitato se la spezia viene abbinata a tè verde, pepe nero e grassi come olio o burro. La curcuma è utilizzata anche in cosmetica in prodotti purificanti e antirughe, come pure come sostanza colorante per tingere diversi tessuti. Una

Specialità pronte direttamente dal grill

gustosa ricetta con la curcuma? Provate il «Riso alla curcuma». Ingredienti per 4 porzioni: 1 scalogno; 280 g di riso a chicco lungo; 4 cucchiai d’olio di colza; 1,5 cucchiaini di curcuma in polvere (oppure 1-2 radici di curcuma fresca ben grattugiata dopo aver tolto la buccia marrone); 7 dl d’acqua; 2 cucchiai di noci d’acagiù; 250 g di prosciutto cotto; ½ mazzetto di coriandolo, pepe e sale qb. Preparazione: tritate lo scalogno e fatelo soffriggere con il riso in poco olio.

Aggiungete 1,5 cucchiaini di curcuma (o 1-2 radici ben grattugiate) e fate soffriggere brevemente. Unite l’acqua, il sale e fate sobbollire per ca. 20 minuti finché il riso è cotto. Scolate e tenete in caldo. Tritate grossolanamente le noci di acagiù, tostatele in una padella senza aggiungere grassi e mettetele da parte. Tagliate il prosciutto a striscioline e rosolatelo in poco olio. Tritate il coriandolo e aggiungetelo, con le noci, al prosciutto. Servite il prosciutto con il riso.

La tometta «alternativa»

Attualità Sono diverse le bontà proposte nelle maggiori filiali Migros

Tometta Veggy 100 g Fr. 2.20 In vendita nei supermercati Migros con banco formaggio

Il pollo grigliato: una bontà apprezzata da tutta la famiglia.

A volte le giornate sono talmente lunghe e ricche di impegni professionali e privati che è davvero difficile trovare tempo o voglia per mettersi ancora ai fornelli a spadellare per ore. Altre volte, invece, semplicemente si ha voglia di concedersi qualcosa di sfizioso che non si ha l’abitudine di preparare spesso a casa propria. In entrambi i casi la soluzione è quella di scegliere una delle specialità grigliate già

pronte proposte dai banchi gastronomia delle principali filiali Migros. Tutte le pietanze vengono preparate con cura quotidianamente. Gli amanti del pollame non si perderebbero per nessuna ragione al mondo il nostro pollo grigliato intero: speziato al punto giusto, è un vero classico che conquista i palati grazie alla sua carne succosa e alla pelle croccante. Per quanto riguarda il pollame al grill, sono ancora

disponibili le cosce, il mezzo pollo oppure il galletto. Oltre al pollo, la selezione di specialità grigliate include ancora le costine carré (questa settimana in offerta), lo stinco di maiale, come pure le polpettine e il polpettone. Accompagnate queste bontà con un’insalatina di stagione o delle patatine al forno, ed il pasto completo è bell’e che servito.

Fedele alla tradizione casearia biellese, il caseificio Botalla fin dal 1947 produce un’ampia gamma di formaggi partendo da latte raccolto esclusivamente in Piemonte presso allevamenti selezionati. I prodotti sono il frutto di una meticolosa ricerca con i propri mastri casari, senza dimenticare la forte vocazione per l’innovazione, al fine di riuscire a soddisfare richieste sempre

più esigenti. Tra gli ultimi prodotti particolarmente innovativi usciti dal caseificio Botalla, troviamo la Veggy, una tometta prodotta con caglio vegetale. Questo formaggio dal sapore dolce e delicato rappresenta un’ottima alternativa non solo per tutti coloro non vogliono rinunciare alle proprie abitudini alimentari, ma anche per chi è alla ricerca di nuovi sapori.



NOVITÀ

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Per chi sa cos’è la bontà. ww w.migros.ch/selection

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Sinfonia di formaggi Sélection 180 g

Raclette Barrique Sélection 225 g

In vendita nelle maggiori filiali Migros.


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Idee e acquisti per la settimana

Foto zVg

Esemplare: nelle Maldive è tradizione pescare i tonni con la lenza.

Tonno pinna gialla MSC

PA K I STA N

INDIA

Dall’amo alla scatoletta Nel mare delle Maldive si pesca allo stesso modo da generazioni: con canna, lenza ed esca, ossia il metodo più sostenibile in assoluto. Questo vale anche per il tonno pinna gialla Testo Nicole Ochsenbein

SRI LANKA

Maldive Nell’Oceano Indiano, a sud-ovest dello Sri Lanka c’è il pescoso arcipelago delle Maldive.

Ad eccezione del fatto che le canne di bambù sono state sostituite da robuste aste in fibra di vetro, niente è cambiato alle Maldive in materia di pesca: si continua a pescare con l’amo secondo tradizione. E ciò vale anche per il tonno pinna gialla, molto ricercato per le sue compatte carni rosa e ora disponibile in scatola anche alla Migros. Con la pesca alla lenza certificata MSC vengono presi all’amo solo singoli tonni. Questo metodo, chiamato anche «pole & line», è particolarmente sostenibile perché è molto selettivo e praticamente esclude catture collaterali. Esattamente all’opposto della pesca a strascico, nelle cui gigantesche reti finiscono anche altre specie ittiche, come squali, delfini e tartarughe ma-

rine, senza contare i danni arrecati ai fondali marini e ai coralli. Ne approfitta anche l’economia locale

Si utilizzano esche normali e, scuotendo freneticamente l’acqua, si simulano potenziali prede per attirare i tonni. La maggior parte dei pesci vengono lavorati immediatamente dopo la cattura, sostenendo così l’economia locale. Secondo Greenpeace, attualmente la popolazione di tonni pinna gialla nell’Oceano Indiano attorno alle Maldive non è in via d’estinzione. La pesca alla lenza sull’arcipelago è un ottimo esempio di come una piccola nazione possa sviluppare una propria attività di pesca sostenibile.

MSC è sinonimo di pesca sostenibile certificata. Pesci e frutti di mare contrassegnati con questa sigla provengono sempre dalla pesca selvatica.

Mimare MSC Tonno pinna gialla in olio d’oliva 155 g Fr. 2.90 Nelle maggiori filiali

Parte di


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Idee e acquisti per la settimana

American Favorites

Foto Simone Vogel; Styling Katja Rey

Il perfetto burger pulled pork

Tradizione americana del barbecue: burger di pulled pork con pomodori, insalata e salsa.

Nei festival del cibo da strada i burger con pulled pork (maiale sfilacciato) sono tra i più gettonati. Adesso questa specialità americana al barbecue si può gustare anche a casa grazie al prodotto pronto firmato American Favorites. L’aromatica carne di maiale marinata è cotta a lungo in modo delicato e pertanto risulta particolarmente tenera. Prima di combinarla con i classici ingredienti quali insalata, cetrioli, pomodori e salsa (p.es. salsa BBQ) per andare a farcire i buns pretagliati, il pulled pork va semplicemente riscaldato nel suo sacchetto a bagnomaria oppure nel forno a microonde.

American Favorites Quick Pulled Pork TerraSuisse per 100 g Fr. 2.95 Nelle maggiori filiali

American Favorites Buns con sesamo pretagliati 6 pezzi 300 g Fr. 2.30


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Actilife

Pronti all’inverno Una dieta equilibrata con molta frutta e verdura, un sonno sufficiente e molto movimento all’aria aperta rappresentano i migliori presupposti per restare in forma. E i prodotti Actilife apportano un ulteriore contributo per

superare l’inverno serenamente. Questa gamma completa la dieta con un ampio campionario di fornitori di vitamine e sali minerali essenziali per il corpo, che tra l’altro rafforzano le funzioni del sistema immunitario.

Cranberry MED è un prodotto medicinale per la difesa e la riduzione del rischio di infezioni alla vescica e al tratto urinario. Il principio attivo dello speciale estratto di mirtillo si attacca alle mucose della vescica e impedisce che vi si stabiliscano e riproducano i batteri. Vengono così alleviati sintomi quali la minzione frequente e i bruciori delle vie urinarie.

Illustrazione Paula Sanz

Medisana Actilife Cranberry MED 30 pastiglie* Fr. 10.80

All in One Depot contiene 21 sostanze essenziali, dalla vitamina A allo zinco. La formula Depot agisce rilasciando gradualmente i preziosi elementi. Ciò consente al corpo di assorbirli e sfruttarli in modo ottimale. Actilife All in One Depot 40 compresse* Fr. 4.–

Vegetarier Depot è concepito specificamente per le persone con una dieta vegetariana o vegana. Una compressa al giorno integra l’alimentazione con cinque vitamine e altrettanti minerali. Nuovo Actilife Vegetarier Depot 30 pastiglie* Fr. 5.30 *Nelle maggiori filiali


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Idee e acquisti per la settimana

La storia di Ursli si svolge a Guarda, nella Bassa Engadina. Per le sue illustrazioni Alois Carigiet si ispirò ai luoghi reali.

Bio-Cotton

Il piccolo Ursli veste Bio I soggetti dei celebri libri per bambini «Una campana per Ursli» e «La grande nevicata», ambientati in Engadina, ora sono illustrati sui pregiati capi di cotone biologico per bimbi e neonati. In esclusiva alla Migros

1. Bio Cotton Maglia manica lunga per maschietti a righe gr. 98–128* Fr. 14.90

Testo Heidi Bacchilega; Foto Katharina Lütscher

2. Bio Cotton Completo per bambine shirt e legging gr. 98–128* Fr. 24.90 3. Bio Cotton Maglia manica lunga per bambine viola gr. 98–128* Fr. 14.90 4. Bio Cotton Maglia manica lunga per maschietti azzurro gr. 68–92* Fr. 12.90 gr. 98–128* Fr. 14.90 *nelle maggiori filiali

2 1

4 3 Il libro «Una campana per Ursli» di Selina Chönz è uno dei grandi classici della letteratura svizzera per l’infanzia. Adesso, i celebri soggetti disegnati dall’artista grigionese Alois Carigiet decorano l’esclusiva collezione Bio Cotton della Migros. Come si sa, il cotone è la principale fibra naturale dell’industria tessile. Tuttavia, nella coltivazione convenzionale vengono impiegati spesso i pesticidi, cosicché non si può escludere completamente che i materiali usati per confezionare gli abiti per bambini contengano residui di sostanze nocive. Perciò, se si ha a cuore la sostenibilità si scelgono capi con l’etichetta Bio Cotton della Migros. Essa garantisce che il cotone è di coltivazione biologica controllata, la cui qualità e provenienza sono tracciabili fino alla piantagione.


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Location www.hotel-meisser.ch

Idee e acquisti per la settimana

L’eccellenza del cotone Bio Cotton maglia manica lunga per bambine gr. 68/92* Fr. 12.90

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Bio Cotton completo per bambine gr. 68/92* Fr. 19.90

1 Bio Cotton Pigiama per bambine gr. 98/104-122/128* Fr. 19.90 2 Bio Cotton Pigiama per maschietti gr. 98/104-122/128* Fr. 19.90 3 Bio Cotton Body per bebé manica lunga gr. 50/56-98* Fr.9.90 4 Bio Cotton Pigiama per bebé gr. 68-98 Fr. 14.90

Bio Cotton Body per bebé manica lunga azzurro gr. 50/56-98* Fr. 9.90

* Nelle maggiori filiali

Bio Cotton pigiama per bebé arancione gr. 68/92* Fr. 14.90

Siccome Guarda è un «sito d’interesse nazionale», nel 1975 Heimatschutz Svizzera gli ha conferito il Premio Wakker.

1

2

Bio Cotton maglia manica lunga per bebé maschi a righe gr. 68/92* Fr. 12.90

4 L’etichetta Bio Cotton certifica il cotone proveniente da coltivazione biologica, rispettosa dell’uomo e dell’ambiente.

Parte di

Bio Cotton Sweat giacca per bebé maschi gr. 68/92* Fr. 19.90 Sweat giacca gr. 98-128* Fr. 24.90 Nelle maggiori filiali


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DI SC

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Lampada a stelo TEADORO

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20

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Lo sconto Cumulus è valido dall‘1.11 al 30.11.2015 in tutte le filiali Micasa e Do it + Garden Migros con assortimento di lampade presentando la carta Cumulus e nello shop online indicando il numero Cumulus. TRA incl., tubi fluorescenti e lampadine esclusi. Lo sconto è valido solo per le nuove ordinazioni.

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CONSIGLIAMO Una tentazione dalla tradizione orientale: cosce di pollo allo zenzero e al pepe. Trovi la ricetta su www.saison.ch/it/ consigliamo e tutti gli ingredienti freschi alla tua Migros.

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3.90 invece di 4.60

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9.70 invece di 12.15

Phalaenopsis multiflora 2 steli, in vaso da 12 cm, la pianta

Minirose Fairtrade disponibili in diversi colori, lunghezza dello stelo 40 cm, mazzo da 20, 15% di riduzione

Cafino in conf. da 2, UTZ in busta, 2 x 550 g

Chips Zweifel in conf. da 2 al naturale, alla paprica o provençale, 15% di riduzione, per es. alla paprica, 2 x 90 g

Tutto l’assortimento Knorr 20% di riduzione, per es. salsa per arrosto, 150 g

Ripieno per vol-au-vent M-Classic in conf. da 3 3 x 500 g o 3 x 400 g, 20% di riduzione, per es. 3 x 500 g

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 10.11 AL 16.11.2015, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK


ALTRI ALIMENTI

ALTRE OFFERTE.

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FRUTTA E VERDURA Cetrioli, Spagna, il pezzo –.75 invece di 1.10 30% Mele Jazz, agrodolci, Svizzera, al kg 3.40 invece di 4.90 30% Insalata autunnale Anna’s Best, 250 g + 20% di contenuto in più, 300 g 4.20 Patate resistenti alla cottura, Svizzera, busta da 2,5 kg 2.80 Cime di rapa, Italia, imballate, 400 g 3.10 invece di 4.20 25% Mango, Brasile, il pezzo 1.90 Cachi Persimon, al kg 2.20 Clementine con foglia, Spagna, sciolte, al kg 3.60 invece di 4.90 25%

33% 6.45 invece di 8.10

9.60 invece di 14.40

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Docciaschiuma Nivea in conf. da 3 20% di riduzione, per es. Creme Soft, 3 x 250 ml, offerta valida fino al 23.11.2015

Carta per uso domestico Twist in conf. multipla per es. recycling, 16 rotoli, offerta valida fino al 23.11.2015

Tutti i detergenti Potz in conf. da 2 1.50 di riduzione l’uno, per es. Calc, 2 x 1 l, offerta valida fino al 23.11.2015

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Additivi per il bucato Total in confezioni speciali per es. Color Protect in conf. da 2, 2 x 30 pezzi, offerta valida fino al 23.11.2015

Tutti gli articoli di calzetteria da donna DIM per es. collant Opaque Satiné Diam’s, neri, tg. M, il pezzo, offerta valida fino al 23.11.2015

Scaldamuscoli o calze morbidissime da donna Ellen Amber in conf. da 3 per es. scaldamuscoli, bordeaux, taglia unica, 1 paio, offerta valida fino al 23.11.2015

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Calze per stivali da uomo John Adams in conf. da 2 disponibili in 4 colori e in diverse misure, per es. nere, numeri 43–46, offerta valida fino al 23.11.2015

Tutto l’assortimento di biancheria intima da uomo per es. slip Bio Cotton, Fairtrade, bianchi, tg. M, il pezzo

Ghette da bambini in conf. da 2 disponibili in viola, nero o fucsia e in diverse misure, per es. fucsia, taglie 110/116, offerta valida fino al 23.11.2015

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30%

PESCE, CARNE E POLLAME Bratwurst di vitello TerraSuisse, aha!, 2 pezzi 4.20 invece di 5.30 20% Lingua di manzo cotta Quick M-Classic, refrigerata, Germania / Svizzera, per 100 g 2.45 invece di 3.30 25% * Bratwurst di vitello TerraSuisse in conf. da 3, 3 x 2 pezzi 7.80 invece di 15.60 50% Petto di tacchino affettato finemente in conf. da 2 o carne secca di tacchino M-Classic, per es. petto di tacchino, Francia / Brasile, 2 x 144 g 4.90 invece di 7.– 30% Spalletta mini Quick TerraSuisse affumicata, cotta, Svizzera, per 100 g 1.80 invece di 2.70 33% * Spalletta Quick M-Classic affumicata, cotta, Svizzera, per 100 g 1.40 invece di 2.40 40% Prosciutto di coscia arrotolato affumicato, Svizzera, per 100 g 1.55 invece di 2.65 40% Lingua di manzo affumicata, Paesi Bassi / Svizzera, per 100 g 1.95 invece di 2.65 25% * Spalletta affumicata, Svizzera, per 100 g 1.30 invece di 2.20 40% * Prosciuttino dalla noce affumicato, Svizzera, per 100 g 1.65 invece di 2.75 40% Spalletta mini Quick bio affumicata, cotta, Svizzera, per 100 g 2.10 invece di 3.– 30% * Swiss Beef Chips in conf. da 2, 2 x 85 g 5.70 invece di 11.40 50% Prosciutto di spalla arrotolato affumicato, Svizzera, per 100 g –.90 invece di 1.80 50% Prosciutto di coscia arrotolato Quick M-Classic affumicato, cotto, Svizzera, per 100 g 1.40 invece di 2.85 50% Cosce di pollo Optigal, 4 pezzi, al naturale o speziate, Svizzera, per es. al naturale, al kg 7.80 invece di 13.– 40% Gamberetti tail-on ASC, d’allevamento, Vietnam, per 100 g 19.90 invece di 28.50 30% Luganighe, prodotte in Ticino, imballate, per 100 g 1.15 invece di 1.70 30% Cotechini, prodotti in Ticino, imballati, per 100 g 1.15 invece di 1.75 33%

Bresaola Alta Salumeria, Italia, affettata in vaschetta, per 100 g 4.95 invece di 7.50 33% Fettine di maiale impanate Crispy, Svizzera, in conf. da 280 g 5.30 invece di 7.90 30% Salame del Mendrisiotto, prodotto in Ticino, pezzo da ca. 400 g, per 100 g 2.85 invece di 4.10 30% Spezzatino di manzo TerraSuisse, Svizzera, imballato, per 100 g 2.10 invece di 3.– 30% Lesso di manzo TerraSuisse, per es. lesso magro di manzo, Svizzera, imballato, per 100 g 2.05 invece di 2.60 20% Fettine e arrosto coscia di maiale TerraSuisse, Svizzera, imballati, per 100 g 1.70 invece di 2.60 33% Sminuzzato di maiale TerraSuisse, Svizzera, imballato, per 100 g 1.70 invece di 2.30 25% Polpettone da cuocere, Svizzera, in conf. da ca. 750 g, per 100 g 1.20 invece di 2.40 50% Cordon bleu di maiale TerraSuisse, per 100 g 1.60 invece di 2.70 40% Sottilissime di pollo AIA, Italia, in conf. da ca. 250 g, al kg 12.90 invece di 18.50 30% Filetto di tonno (pinne gialle), Oceano Pacifico, per 100 g 4.– invece di 5.40 25% Fino al 14.11

PANE E LATTICINI Mezza panna UHT Valflora in conf. da 2, 2 x 500 ml 2.90 invece di 4.90 40% Tutti gli yogurt Passion, per es. ai frutti di bosco, 180 g –.70 invece di –.90 20% Tutti i flan in conf. da 6, –.50 di riduzione, per es. al cioccolato, 6 x 125 g 2.50 invece di 3.– Emmentaler dolce, per 100 g 1.20 invece di 1.55 20% Grana Padano, per es. il pezzo, per 100 g 1.60 invece di 2.– 20% Emmentaler/Le Gruyère grattugiati in conf. da 2, 2 x 120 g 3.80 invece di 4.80 20% Le Gruyère dolce, a libero servizio, per 100 g 1.15 invece di 1.65 30% Pane proteico, 350 g 2.95 invece di 3.50 15% Lingua francese, 350 g 1.85 invece di 2.20 15% Pane per tramezzinio e Gran Tramezzino Arte Bianca, 250 g e 300 g, per es. pane per Tramezzino, 250 g 2.20 invece di 2.80 20%

FIORI E PIANTE Minirose Fairtrade, disponibili in diversi colori, lunghezza dello stelo 40 cm, mazzo da 20 10.90 invece di 12.90 15% Stella di Natale, in vaso da 13 cm, la pianta 5.90 invece di 7.90 25% Phalaenopsis multiflora, 2 steli, in vaso da 12 cm, la pianta 14.90

Baby Kisss in conf. da 2, UTZ, cioccolato al latte o fondente, per es. cioccolato al latte, 2 x 15 pezzi 4.60 invece di 5.80 20% Tavolette di cioccolato Frey Suprême in conf. da 2, UTZ, per es. Noir Noisettes, 2 x 180 g 6.50 invece di 8.20 20% Tutte le palline di cioccolato Freylini Frey, UTZ, per es. Mix, 500 g 8.60 invece di 10.80 20% Frey Branches Classic in conf. da 30 con motivo natalizio, UTZ, 30 x 27 g 10.– 20x PUNTI 20x Biscotti al caramello Lotus in conf. da 2, 2 x 250 g 4.45 invece di 5.60 20% Miscela natalizia Midor con o senza creste di gallo all’anice, 1.– di riduzione l’una, per es. senza creste di gallo all’anice, 500 g 4.50 invece di 5.50 Tutte le caramelle per la gola Bonherba in conf. da 2, in bustina, per es. alle erbe, senza zuccheri, 2 x 150 g 6.50 invece di 8.20 20% Tutte le Grether’s Pastilles, per es. Blackcurrant senza zucchero, in bustina di ricarica, 100 g 5.80 invece di 7.30 20% ** Tutti i tipi di tè Tea Time in bustina, per es. tè alla menta, 50 pezzi –.90 invece di 1.15 20% Tutti i birchermüesli Reddy o Migros Bio, per es. Reddy Fit, 700 g 3.80 invece di 4.80 20% Tutti i tipi di frutta secca, di noci o le miscele di noci (prodotti Alnatura esclusi), per es. albicocche turche secche M-Classic, 300 g 4.55 invece di 5.70 20% Pizza Toscana M-Classic in conf. da 2, surgelata, 2 x 360 g 4.55 invece di 7.60 40% Cornetti al prosciutto Happy Hour, 24 pezzi, surgelati 6.20 invece di 12.40 50% Filets Gourmet à la Provençale Pelican, MSC, surgelati, 800 g 10.05 invece di 14.40 30% Manzo o tacchino per fondue chinoise M-Classic da 450 g, surgelato, per es. manzo 22.40 invece di 28.– 20% Purea di patate Mifloc in conf. speciale, 1 busta in omaggio, 5 x 95 g 4.55 invece di 5.69 Tutte le spezie Le Chef, per es. bouquet di pepe, 56 g 4.40 invece di 5.50 20% Tutti gli antipasti Polli, per es. carciofi tagliati, 285 g 3.95 invece di 4.95 20% Noci di macadamia al rosmarino e al pepe Sélection, 130 g 20x 5.40 NOVITÀ ** Mandorle al tartufo Sélection, 20x 130 g 4.90 NOVITÀ ** Grissini casarecci alle olive Sélection, Limited Edition, 20x 200 g 3.90 NOVITÀ ** Golosino Sélection, 150 g 20x 4.50 NOVITÀ ** Mini lingue alle olive Sélection, 20x 150 g 4.50 NOVITÀ ** Tarallini al peperoncino Sélection, Limited Edition, 250 g 20x 3.80 NOVITÀ **

*In vendita nelle maggiori filiali Migros. **Offerta valida fino al 23.11 Società Cooperativa Migros Ticino OFFERTE VALIDE SOLO DAL 10.11 AL 16.11.2015, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK

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Biscotti freschi nidi alle nocciole, amaretti alle nocciole o discoletti in conf. da 2, per es. nidi alle nocciole, 2 x 216 g 4.10 invece di 6.20 33% Panpepato aha!, 85 g 20x 1.90 NOVITÀ ** Tutte le torte svedesi, intere o a fette, per es. torta svedese ai lamponi, intera, 500 g 7.80 invece di 9.80 20% Tutte le composte o tutti i succhi di frutta Andros, per es. composta di fragole, 8 x 100 g 4.95 invece di 6.20 20% Focaccia all’alsaziana Tradition in conf. da 2, per es. 2 x 350 g 7.80 invece di 9.80 20% Mah Mee o Chicken Satay Anna’s Best in conf. da 2, per es. Chicken Satay, 2 x 370 g 11.60 invece di 14.60 20% Cake Generoso, 380 g 4.– invece di 5.– 20%

NEAR FOOD / NON FOOD Alimenti umidi in vaschetta Asco in conf. da 12 o snack Asco in conf. da 5, per es. snack A’petito con manzo, 5 x 50 g 5.80 invece di 7.25 20% Tutto l’assortimento Zoé (Zoé Sun esclusa), per es. crema da giorno rassodante Revital, 50 ml 10.70 invece di 13.40 20% ** Prodotti per la cura del viso, del corpo o delle mani e deodoranti Garnier in conf. da 2, per es. acqua detergente Micellar Cleanser, 2 x 400 ml 17.25 invece di 21.60 20% ** Balsamo per le mani Creamy Symphony I am, Limited 20x Edition, 100 ml 3.60 NOVITÀ ** Collutorio con fluoruro Elmex in conf. da 2, 2 x 400 ml 10.30 invece di 13.50 20% ** Sapone cremoso Creamy Symphony I am, dispenser o confezione di ricarica, Limited Edition, per es. dispenser, 300 ml 20x 3.20 NOVITÀ ** Tutto l’assortimento di biancheria da donna DIM, per es. reggiseno con ferretti, coppa B, nero, il pezzo 17.90 invece di 29.90 40% ** Pantofole o calze morbidissime da donna Ellen Amber in conf. da 2, disponibili in diversi colori e misure, per es. pantofole, col. melanzana, numeri 41–42, 1 paio 9.90 ** Nécessaire John Adams con 7 paia di calzini da uomo, disponibili in diversi colori e misure, per es. assortiti in nero e grigio, numeri 43–46 19.90 ** Tutto l’assortimento di biancheria da uomo DIM, per es. boxer 3D Flex in conf. da 2, neri, tg. M, il pezzo 16.70 invece di 27.90 40% ** Pigiama per bebè Bio Cotton con motivo Una campana per Ursli o Flurina, disponibili in diversi colori e misure, per es. arancione, tg. 68, il pezzo 14.90 ** Tutti i detersivi Elan, per es. Spring Time in conf. di ricarica, 2 l 6.95 invece di 13.90 50% Tutti i decalcificanti Total, per es. in polvere, 1,5 kg 10.25 invece di 14.70 30% **


20% DI RIDUZIONE.

17.90 invece di 22.40 Tutto l’assortimento Zoé (Zoé Sun esclusa), 20% di riduzione, per es. Lift Light Day Cream, 50 ml

In vendita nelle maggiori filiali Migros. OFFERTE VALIDE SOLO DAL 10.11 AL 23.11.2015, FINO A ESAURIMENTO DELLO STOCK


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Idee e acquisti per la settimana

Exelia

Il profumo che piace anche agli uomini Le fragranze di rose, gelsomino, rosmarino, cedro, patchouli e muschio caratterizzano il profumo di Black Desire, il nuovo ammorbidente della pregiata linea profumata di Exelia. Le sue note acerbe impregnano l’atmosfera di misticismo, rivolgendosi sia alle donne che agli uomini. Oltre a profumare a lungo, questo balsamo rende i tessuti morbidi e vellutati, proteggendoli dalle pieghe, dalle cariche elettrostatiche e dall’usura. Tutte le fragranze della linea profumata di Exelia sono create da profumieri di chiara fama.

Exelia Black Desire 1 l Fr. 6.50 Nelle maggiori filiali

Exelia Golden Temptation 1 l Fr. 6.50

Exelia Pink Pleasure 1 l Fr. 6.50

Foto Lucas Peters; Styling Katja Rey

Exelia Violet Senses 1 l Fr. 6.50

Black Desire impregna il bucato di un profumo elegante, dall’accento acerbo molto maschile.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra i quali anche gli ammorbidenti Exelia.


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Idee e acquisti per la settimana

Natale

Il regalo originale I regali «fatti in casa» sono un’espressione di sincero affetto. Per fare una bella sorpresa ai vostri cari, ci vuole solo un pizzico di creatività e qualche accessorio che trovate alla Migros Il tenero asinello azzurro del set per l’uncinetto si può fare da sé anche senza alcuna esperienza specifica, per la gioia dei vostri bambini. Gli adulti, invece, e non solo quelli di sesso femminile, saranno felici di ricevere un regalino personalizzato

Thai Kitchen Latte di cocco 250 ml Fr. 2.50

Bottiglia di vetro varie grandezze da Fr. 3.30

dal benessere assicurato. Per loro ci sono a disposizione molti articoli per la cura del corpo già pronti oppure si può comporre da sé un sale da bagno o un olio per la pelle a base di erbe aromatiche e creare eleganti confezioni. / Sonja Leissing

Suggerimento Bagno di Cleopatra: Mischiate il latte di cocco con due cucchiai di miele e versatelo in una bella bottiglia di vetro. Scrivete sull’etichetta le dosi per il bagno.

Suggerimento Additivo per il bagno: Riempire un bicchiere con sale marino grosso e una miscela di tè. Apporre un’etichetta e un misurino legato a un nastro.

Foto Jorma Müller; Styling Monika Hansen

Alexis Olio d’oliva greco 75 cl Fr. 9.50

Set per uncinetto Asino o pinguino Fr. 14.80

Tencha Love me Tè di frutta con boccioli di rosa e fragole 14 sacchetti Fr. 5.20 Nelle maggiori filiali

Suggerimento Bagno alle erbe: Mettete in ammollo nell’olio d’oliva erbe aromatiche come rosmarino, timo e fiori di lavanda. Aggiungere qualche goccia all’acqua del bagno.

Set di 3 vasetti di varie grandezze 80 o 160 ml con coperchio ed etichette da Fr. 6.90 Nelle maggiori filiali

Miele di fiori 500 g Fr. 6.90

M-classic Sale marino grosso 1 kg Fr. 2.60


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Idee e acquisti per la settimana

Caffè in cucina

Chicchi multiuso si tratti di una saporita marinata, di una salsa dolce o di una crosticina croccante: le seguenti ricette vi mostrano come infondere una nota di sapore ai vostri piatti grazie a qualche chicco di caffè. / Testo/intervista Heidi Bacchilega

Caruso Imperiale Crema chicchi, 500 g* Fr. 8.20

Petto di pollo in crosta e salsa di caffè Piatto principale per 4 persone Il petto di pollo in salsa di caffè si abbina a riso o pasta e verdure.

Ingredienti 4 petti di pollo di ca. 160 g ciascuno 1 cucchiaio d’olio di colza HOLL 2 cucchiai di chicchi di caffè 1 cucchiaio di pepe bianco in grani 1 cucchiaino di sale marino 2 dl di brodo di pollo 1 dl di panna 1 cucchiaino di amido di mais 1 dl di caffè sale, pepe Preparazione Scaldate il forno a ca. 150 °C. Oliate il pollo e fatelo rosolare per ca. 5 minuti. Per la crosta, pestate i chicchi di caffè con il pepe e il sale in un mortaio. Passate il pollo nella miscela per la crosta e accomodatelo in una pirofila. Distribuite il resto della miscela per la crosta sul pollo e cuocete in forno per ca. 20 minuti. Deglassate il fondo di cottura con il brodo e la panna e fate sobbollire per ca. 5 minuti. Mescolate l’amido di mais con un po’ d’acqua fredda e aggiungetelo alla salsa con il caffè e fate sobbollire finché la salsa diventa cremosa. Condite con sale e pepe. Servite i petti di pollo con la salsa. Accompagnate con riso e verdure. Tempo di preparazione ca. 25 minuti Per persona ca. 34 g di proteine, 19 g di grassi, 1 g di carboidrati, 1300 kJ/310 kcal

Ricette di

www.saison.ch

Espresso Classico chicchi, 500 g* Fr. 8.10 *Nelle maggiori filiali

Christine Brugger (42 anni) è da 25 anni esperta di scienze sensoriali e di aromi. Nel 2011 ha aperto la sua società «Aromareich», che fornisce consulenze al settore alimentare e della ristorazione su questioni sensoriali e del cosiddetto Food Pairing, ossia degli abbinamenti gastronomici.

Panna cotta al caffè con salsa al caffè e cioccolato

Intervista

Dessert per 4 persone Per 4 bicchieri da ca. 1,8 dl

«Il caffè ha oltre 600 aromi»

Ingredienti 30 g di chicchi di caffè 5 dl di panna 4 fogli di gelatina 80 g di zucchero

Signora Brugger, perché il caffè è utilizzato piuttosto raramente in cucina?

Ciò è dovuto alla sua particolare posizione nel segmento delle bevande da gustare. Se però si guarda da vicino ai suoi 600 aromi, allora il caffè non ha limiti per quanto concerne la creatività in cucina.

Salsa al caffè e cioccolato 80 g di cioccolato al caffè, ad es. Sogni di Caffè Ristretto ca. 1 dl di caffè ristretto 30 g di zucchero

A quali cibi si abbina meglio il caffè?

Preparazione 1. Per la panna cotta, versate la panna e i chicchi di caffè in una pentola, coprite e lasciate in frigo per tutta la notte. Il giorno dopo fate ammorbidire la gelatina in acqua fredda. Scaldate un po’ la panna con i chicchi di caffè. Strizzate la gelatina e fatela sciogliere nella panna mescolando. Filtrate il liquido e versatelo nei bicchieri. Metteteli in frigo per almeno quattro ore. 2. Per la salsa, tritate il cioccolato. Mescolate il caffè con lo zucchero. Versate la metà del caffè bollente sul cioccolato. Lasciate riposare per ca. 10 minuti e mescolate. Mescolate il cioccolato con il resto del caffè fino a ottenere la consistenza desiderata. Lasciate raffreddare. Tempo di preparazione preparazione ca. 30 minuti + consolidamento almeno 4 ore Per persona ca. 6 g di proteine, 51 g di grassi, 41 g di carboidrati, 2700 kJ/650 kcal

Il caffè contiene sostanze amare, che da fredde sono percepite in modo più intenso e si possono combinare bene. Il suo spettro aromatico è straordinario e si abbina ai cibi cotti al fuoco come la carne, il pane e i cereali fino al caramello, al whisky o ai latticini. Si può adattare il proprio gusto allenandolo?

Foto e Styling Veronika Studer; Ricette Katrin Klaus

Amanti del caffè, attenzione: i piccoli chicchi marroni sono perfetti anche per cucinare. Le combinazioni gastronomiche sono pressoché infinite. L’aroma del caffè tostato si abbina particolarmente bene a pollame, pesce e selvaggina. Che

Sì, è possibile ed è anche provato scientificamente. Tuttavia, ci vogliono almeno 16 tentativi prima che il palato sia pronto ad accettare qualcosa che non gli piaceva.

L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra i quali gran parte dell’assortimento di caffè.


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Idee e acquisti per la settimana

Alnatura

Tutto il buono della natura Coloro che si alimentano in modo consapevole e prediligono prodotti genuini, con Alnatura troveranno ciò che cercano. Questi prodotti contengono ingredienti provenienti esclusivamente da agricoltura biologica controllata. Coloranti o conservanti artificiali, amidi modificati o aromatizzanti sintetici sono tabù. Prima

che giunga sugli scaffali, ogni nuovo prodotto viene sottoposto a severi controlli di qualità e, se non dovesse soddisfare i criteri Alnatura, nuovamente rielaborato (vedi anche l’intervista a pag. 76). L’assortimento Alnatura è particolarmente variato e offre alimenti di elevata qualità per il fabbisogno quotidiano,

I prodotti Alnatura rispondono alle direttive bio svizzere o addirittura le superano.

Alnatura olio di cocco nativ 220 ml Fr. 5.40

dall’olio di cocco ai succhi e frutta e verdura, fino al müesli e ai prodotti da spalmare sul pane. Anche una crema di soia come sostituto della panna e una miscela per falafel sono disponibili in qualità Alnatura. Le ricette pubblicate qui di seguito mostrano quanto si può preparare di buono con questi prodotti.

Crema al cioccolato con salsa di mango Dessert per 4 persone Suggerimento Servite il dolce con ½ mango tagliato a dadini piccoli.

Ingredienti 3 dl di crema di soia Cuisine* 120 g di cioccolato fondente* 2 cucchiai di crema di mandorle bianca* 200 g di salsa di mango * Biscotti di spelta al burro* a piacere

Alnatura müesli croccante di spelta 750 g Fr. 5.40

* In vendita come prodotto Alnatura

Alnatura adesso disponibile a livello nazionale

Preparazione Scaldate la crema di soia mescolando, senza farla cuocere. Togliete la pentola dal fuoco. Spezzettate il cioccolato, aggiungetelo alla crema e fatelo fondere. Addolcite la crema con la crema di mandorle. Versate in bicchierini e lasciate raffreddare. Distribuite la salsa di mango sulla crema al cioccolato. Servite a piacere con i biscotti al burro.

Alnatura florentins cioccolato scuro 100 g Fr. 2.60

Tempo di preparazione ca. 10 minuti + raffreddamento Per persona ca. 7 g di proteine, 32 g di grassi, 34 g di carboidrati, 1900 kJ/450 kcal

Alnatura salsa mango 250 ml Fr. 2.50

Burger di falafel con salsa all’aglio e al peperoncino

Fotoe Styling Claudia Linsi; Ricette Regula Brodbeck

Piccolo pasto per 4 persone Ingredienti 170 g di miscela per falafel* 2,6 dl di acqua bollente ½ mazzetto di menta 1,5 dl di crema di soia Cuisine* 1 cucchiaio di crema di anacardi* 1 spicchi d’aglio ½ limone sale, peperoncino in polvere 4 panini per hamburger olio foglie di insalata e germogli 1 carota ½ zucchina ½ cavolo rapa * In vendita come prodotto Alnatura

Preparazione Mescolate la miscela per falafel con l’acqua bollente e lasciatela gonfiare per 15 minuti. Tritate la menta e unitela alla miscela. Mescolate la crema di soia con lo spicchio d’aglio schiacciato, qualche goccia di succo di limone e la crema di anacardi, fino a ottenere una salsa omogenea. Conditela con sale e peperoncino e mettetela da parte. Tagliate i panini a metà e tostateli in una padella senza grassi. Con l’impasto per falafel, formate 4 burger e dorateli nell’olio. Fateli sgocciolare su carta da cucina. Farcite i panini con i burger, l’insalata, i germogli, le verdure grattugiate e la salsa messa da parte.

Alnatura drink mandorle 1 l Fr. 2.95

Tempo di preparazione ca. 30 minuti + riposo 15 minuti Per persona ca. 15 g di proteine, 18 g di grassi, 54 g di carboidrati, 1900 kJ/450 kcal

Alnatura è sinonimo di prodotti bio ottenuti in modo consapevole contenenti solo ciò che è indispensabile. Ricette di Alnatura miscela per falafel 170 g Fr. 1.60

Alnatura crema di soia Cuisine 210 g Fr. 1.30

www.saison.ch

Parte di

Alnatura purea mandorle bianche 250 g Fr. 10.90 I prodotti Alnatura sono in vendita presso le filiali Migros di Locarno, S. Antonino, Agno e Grancia.


Azione Settimanale della Cooperativa Migros Ticino ¶ 09 novembre 2015 ¶ N. 46

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Idee e acquisti per la settimana

Intervista

«Meno additivi possibili» Il gruppo di lavoro qualità decide quali prodotti della gamma Alnatura vengono immessi sul mercato. Regula Bickel spiega esattamente i compiti di questo comitato interno di cui fa parte Testo Thomas Tobler; Foto Tanja Demarmels

Signora Bickel, quali sono i compiti del gruppo di lavoro qualità?

Prima che un prodotto Alnatura arrivi sul mercato, noi esperti della qualità ne valutiamo tutti gli ingredienti e i processi di produzione. Cerchiamo di semplificare le ricette, affinché contengano la minor quantità di additivi. In un prodotto Alnatura dovrebbe esserci lo stretto necessario, ovviamente senza trascurare le proprietà sensoriali e il sapore. Cosa succede quando un prodotto non soddisfa questi severi requisiti?

Se, secondo noi, un prodotto contiene ad esempio ancora troppo zucchero, esso torna al responsabile del suo sviluppo affinché la ricetta venga corretta fino a ridurre al minimo indispensabile il contenuto di zucchero.

parte, le nuove idee ci vengono presentate prima di incontrare i potenziali produttori, dunque possiamo intervenire già in questa fase. Comunque, ogni tanto capita di bocciare un prodotto, ad esempio perché contiene ancora troppi additivi. Perché sono necessarie queste verifiche interne? Non bastano forse le prescrizioni legali sui prodotti biologici?

Sia nella legislazione svizzera che in quella europea, le normative sui prodotti biologici non sono definite con la precisione indispensabile per procedimenti di lavorazione tanto delicati. Ad esempio, si prescrive che il carattere originale del genere alimentare sia ancora visibile. Ma cosa ciò significhi esattamente, non è definito da nessuna parte.

Capita spesso che un prodotto sia respinto perché non siete soddisfatti?

Per la gamma Alnatura questi criteri sono formulati in modo più concreto?

Per la maggior parte dei prodotti possiamo dare il nostro via libera. Infatti, i responsabili dei vari prodotti Alnatura conoscono molto bene i criteri. D’altra

Sì, cerchiamo di limitare il margine di manovra, puntando sulla produzione genuina dei generi alimentari. Perciò abbiamo delle direttive interne, che

vanno oltre i requisiti biologici fissati per legge in Europa. Il prodotto che lei tiene in mano ha alle spalle un tempo di sviluppo di otto anni. Dura sempre così tanto?

No, solitamente dura uno o due anni. Questa crema di soia è un caso speciale. Si tratta di un prodotto vegano, che però dovrebbe avere le stesse proprietà di una panna normale. Sono stati necessari innumerevoli tentativi per mettere a punto il prodotto, sia di gusto che di ingredienti. I semi di soia per questa speciale panna da cucina provengono anche dal Canada. Vi occupate molto dell’origine della materia prima?

Facciamo molta attenzione che la materia prima provenga possibilmente dai Paesi della UE, in modo da accorciare il trasporto. Tuttavia, la soia europea è difficile da reperire, poiché i terreni adatti per coltivarla sono limitati. Nonostante ciò, gran parte dei semi di soia utilizzati per questo prodotto provengono dallo spazio UE e solo una piccola parte dal Canada o dagli USA.

Regula Bickel è responsabile del dipartimento alimenti dell’Istituto di ricerche dell’agricoltura biologica (FiBl) e dal 2012 fa parte del gruppo di lavoro qualità di Alnatura. Annuncio pubblicitario

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Idee e acquisti per la settimana

Elan

Bucato pulito, colori sgargianti

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La scelta del detersivo è decisiva per allungare il piacere di indossare i propri abiti. Con Power Fresh Color i capi colorati conservano la loro brillantezza, poiché il detersivo non contiene candeggina né decoloranti, che sbiadiscono le tinte. Al bianco sgargiante ci pensa invece Power Fresh Active, che previene l’appannamento e rimuove le macchie più ostinate. Entrambi i detersivi sono disponibili in pratiche confezioni di ricarica e sprigionano la loro forza pulente già a partire dai 15° C.

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L’Industria Migros produce numerosi prodotti, tra i quali anche i detersivi Elan.


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Idee e acquisti per la settimana

DIM

Da pioniere a innovatore Sessant’anni fa, la maggior parte delle donne indossavano i collant di nylon solo di domenica: erano infatti una specie di lusso. Una situazione che il profugo di guerra polacco, nonché agronomo, Bernard Giberstein era ben deciso a cambiare quando nel 1958 aprì la sua prima fabbrica di collant a Parigi. La battezzò DIM, abbreviazio-

ne della parola francese «dimanche», ossia domenica. Nel 1976 si aggiunse la linea di biancheria intima per donna e uomo. Nel corso degli anni la DIM sviluppò parecchi prodotti innovativi, come il reggiseno ad effetto massaggiante o i collant anticellulite. Sempre ispirandosi a Parigi, la città della moda e dell’amore.

L’assortimento

Per donna e uomo Se agli esordi furono solo collant, oggi il vasto assortimento DIM annovera anche capi di biancheria intima femminile e maschile ispirata alla moda e all’innovazione.

*Azione 40 % di sconto su tutto l’assortimento DIM dal 10 al 23.11

DIM Boxer da uomo 2 pezzi Fr. 16.70* invece di 27.90

Il fondatore della DIM Bernard Giberstein importò dall’America il nylon, all’epoca un materiale rivoluzionario.

Foto Keystone; zVg

DIM Beauty Lift reggiseno nero coppa B Fr. 29.90* invece di 49.90

DIM Collant sottili Sublim Effect BB Cream Fr. 7.70* invece di 12.90


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Le offerte sono valide dal 10.11 al 23.11.2015 e fino a esaurimento dello stock. Trovi questi e molti altri prodotti nelle filiali melectronics e nelle maggiori filiali Migros.

FCM

Con riserva di errori di stampa e di altro tipo.

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