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N.2, marzo/aprile 2018

Dialogo e relazioni per ricucire il Paese «La messa è finita». Utilizzando quest’immagine azzeccata, il sociologo Ilvo Diamanti dipingeva la situazione italiana dopo le elezioni politiche e amministrative del 2013. Il voto e la partecipazione politica, secondo Diamanti, hanno da allora smesso di essere concepiti come “atto di fede”. Possiamo dire che nelle elezioni politiche del 4 marzo la formula di Diamanti abbia avuto ulteriore conferma, mostrando ancora una volta come il voto degli italiani sia diventato molto volatile, non più basato su appartenenze fisse e sulla partecipazione delle persone, ma sul consenso e su progetti marcatamente elettorali, di breve respiro e spesso irrealizzabili. Colpisce il rigetto da parte dell’elettorato delle due formazioni politiche più importanti e moderate degli ultimi dieci anni, il Pd e Forza Italia, penalizzate dall’aver governato ininterrottamente per molto tempo e nell’essere considerate legate all’establishment, a rendite di potere, a conservatorismi duri a morire. Hanno vinto i due partiti populisti (Lega e M5S) che hanno saputo parlare in maniera semplice e comprensibile alla “pancia delle persone”, incarnando un cambiamento totale di sistema che sembra però basarsi più su spinte individualistiche ed egoistiche, che su principi di solidarietà e apertura agli altri. In campagna elettorale hanno avuto grande spazio le urla sguaiate e il rancore personale, catalizzando i risentimenti, le frustrazioni, le paure più profonde e ancestrali della popolazione. La crisi economica scoppiata dieci anni fa e di cui subiamo ancora gli effetti (dal mondo del lavoro a quello delle imprese, dalla fiducia reciproca fra persone alle grandi disuguaglianze sociali) ci ha lasciato, infatti, una società frammentata e impaurita, dove ciascuno guarda soltanto al proprio interesse, incapaci di sentirsi comunità e di sentirsi uniti da un comune destino. Di fronte a queste sfide, quale ruolo possono ancora giocare i cristiani in politica e tutto il mondo cattolico associato, chiamato dal cardinale Bassetti a dare una mano per «ricostruire, ricucire e pacificare» il Paese? È utile, innanzitutto, lasciarsi alla spalle una stagione ecclesiale durata più di vent’anni e caratterizzata da divisioni strumentali, scomuniche reciproche, da una gerarchia troppo sbilanciata nell’ambito propriamente politico. L’urgenza di oggi riguarda la “formazione delle coscienze”, l’importanza della mediazione come arte per costruire il bene comune, l’educazione di base al socio-politico, una ripartenza dal basso che investa nei corpi intermedi, nella vitalità e creatività della società civile. Come ha scritto recentemente padre Occhetta sj: “Le parrocchie hanno davanti una grande opportunità: aiutare a discernere

sulla vita politica ripartendo da piccoli gruppi motivati e desiderosi di fare rete per approfondire problemi e selezionare uomini e donne. […] Solo così aiuteremo il populismo a diventare popolarismo”. Il cambiamento d’epoca che stiamo attraversando richiede un sussulto di responsabilità: la posta in gioco è quale modello di sviluppo desideriamo realizzare per l’Italia e per l’Europa del domani, quale democrazia e quale società vogliamo per i nostri figli. Per fare questo, può essere utile tornare ad attingere al testo biblico e alla Dottrina Sociale della Chiesa, strumenti che il cristiano sa di poter utilizzare come bussola per leggere i cambiamenti della storia: l’indicazione è per «un approccio integrale capace di affrontare la complessità senza rimanerne schiacciati, procedendo con il metodo del discernimento, che nello spazio pubblico diventa dialogo», confronto, ascolto e impegno concreto per migliorare le condizioni di vita di tutti e di ciascuno. I temi da sviscerare e affrontare sono molteplici: economia, povertà, lavoro, fisco, energia e ambiente, welfare, immigrazione e accoglienza, fraternità, Europa. Bisogna rimboccarsi le maniche e pazientemente ricostruire un tessuto che nel tempo ha finito per spezzarsi, senza la pretesa di risultati veloci e scorciatoie pericolose; questi diversivi, nel corso della storia recente, li abbiamo già vissuti. Oggi è necessario rinnovare il Paese e la società custodendo soprattutto le relazioni, promuovendo sia l’amicizia sociale sia un’autentica capacità di dialogo. Tocca ai cristiani – pena un grande e collettivo peccato di omissione – restituire fiducia e orizzonti di senso a coloro che li hanno persi e all’intera Nazione. Alberto Ratti

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approfondimenti

Chiesa dalle Genti: un bellissimo cambiamento in atto In qualche modo ne siamo stati tutti coinvolti perché ormai i diversi soggetti della Diocesi – singoli, Consigli pastorali delle Comunità, enti e associazioni – hanno consegnato riflessioni e indicazioni che una commissione di esperti sta elaborando. Ne deriveranno i materiali che i Consigli diocesani (il pastorale e il presbiterale) successivamente valuteranno e da cui trarranno nuove pagine per indicare all’Arcivescovo quali passi fare per essere ancora meglio la “Chiesa dalle genti” che già siamo. Il processo sinodale di una Chiesa locale vasta come la nostra non ci interpella uno per uno dal centro, perché sarebbe impossibile, ma ci avvolge in vari modi, attraverso la comunicazione diretta dell’Arcivescovo, attraverso l’attivazione delle nostre comunità locali o delle realtà ecclesiali di cui siamo parte, ma soprattutto attraverso certi frutti nascosti che già dobbiamo essere capaci di vedere. Accendere un tema come quello della Chiesa multicolore che stiamo diventando, infatti, significa automaticamente svelare pregiudizi e resistenze, con le quali siamo tutti indotti a fare maggiormente i conti e soprattutto mettere a fuoco realtà e presenze sulle quali prima correvamo distratti. Se è vero che più della metà della nostra immigrazione, dati alla mano, non è musulmana maschile e proveniente dai paesi arabi, ma in realtà cattolica, femminile e proveniente dall’Europa, allora

dobbiamo proprio accorgerci che tanti nuovi cristiani sono tra noi e la sfida della condivisione ecclesiale è appena iniziata. Ci è chiesto l’atteggiamento interiore di chi vede come un bene prezioso la novità delle genti diverse e le evidenzia, le sottolinea come un valore aggiunto. Ci è chiesto di dare il benvenuto ai giovani, alle famiglie che si ricongiungono, a chi guarda la nostra realtà partendo da vissuti diversi. Credo che in questa fase, per contribuire ad un cambio di mentalità che deve ancora avvenire a livello molto profondo, siano da promuovere gesti espliciti di incontro, scambio e dialogo. Dobbiamo includere attivamente, valorizzare la diversità con una certa enfasi, ricercare le occasioni nelle quali insieme tra genti di culture diverse si possa progettare, confrontarsi, preparare un evento, organizzare azioni di aiuto. Ancora non è spontaneo in noi che il volto dell’altro possa ave-

“ Se è vero che più della metà della nostra immigrazione non è musulmana maschile e proveniente dai paesi arabi, ma in realtà cattolica, femminile e proveniente dall’Europa, allora dobbiamo proprio accorgerci che tanti nuovi cristiani sono tra noi e la sfida della condivisione ecclesiale è appena iniziata „ re un colore diverso e che la sua vita possa essere segnata da esperienze per noi inedite. Non è scontato che da lui si possa imparare, che con lui si possa parlare di fede che tramite lui si realizzi il mio cambiamento. Ancora in noi c’è molto di imbarazzato, di goffo, di disorientato. Non scoraggiamoci perché questo cambiamento epocale, in cui la Chiesa delle genti e la città multiculturale succedono che lo si voglia o no, possiamo incidere con una nota di stile, con la delicatezza dell’attenzione, con un riferimento continuo al Vangelo che certo la bussola su cosa è bene non ce la fa perdere mai. Sentiamoci in prima linea nell’accompagnare un processo di consapevolezza che è appena iniziato e che in nome della popolarità dell’AC noi per primi dobbiamo avvertire come importante per la crescita di una Chiesa davvero conciliare. Silvia Landra Presidente diocesana di AC

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Il Sinodo indetto dall’Arcivescovo Delpini ha innescato un processo che, in questi mesi, sta facendo incontrare persone diverse (nelle parrocchie, tra gli operatori della carità, nei luoghi di studio, nelle associazioni, nel mondo della cultura e delle istituzioni locali, tra le persone impegnate nel dialogo ecumenico e interreligioso) per scambiarsi esperienze, attese, sogni sul futuro della Chiesa e dell’umanità in cammino. Sono molti coloro che desiderano cogliere nei problemi le sfide che possono riaprire l’orizzonte; nelle fatiche, le doglie del parto di un mondo capace ancora di umanità; nelle ferite, le feritoie che possono generare vita nuova non solo per chi viene accolto ma anche per chi accoglie, dunque non solo per chi è in cerca di una nuova patria ma anche per chi, a ben vedere, è in sé homo viator. Il messaggio che emerge dalle tante testimonianze è questo: coloro che si trovano a varcare i confini non sono un problema che accresce la paura del domani, bensì «degli avamposti del futuro». L’esilio, qualunque sia la sua forma, può infatti essere incubazione di azioni creative, il focolaio del nuovo. E forse per questo nell’esiliato viene spesso vista una minaccia: egli rovescia ciò che è abituale, diventa l’epicentro di un terremoto. Ma se questo processo viene risolto positivamente, allora può sorgere qualcosa di creativamente nuovo per tutti. A ciò vuole contribuire il processo sinodale nell’edificare la cattolicità della chiesa, il suo essere ab origine “Chiesa dalle genti”: la Chiesa della Pentecoste, popolo di popoli in cammino, comunione nella diversità. Il processo è già il frutto del Sinodo che invia a vivere come «Chiesa in uscita», imparando a pensare e ad agire insieme: Chiesa chiamata a stare dentro la vita e a discernere i segni della presenza di Dio nell’umanità gravida della Pasqua del Figlio di Dio.

“ coloro che si trovano a varcare i confini non sono un problema che accresce la paura del domani, bensì degli avamposti sul futuro „ L’Arcivescovo, nel suo discorso di apertura del Sinodo, così si è espresso: «Il metodo sinodale vorrebbe essere uno stile abituale per ogni momento di Chiesa, sfidando la tendenza all’inerzia, l’inclinazione allo scetticismo» che, come sappiamo, spesso paralizzano la possibilità di rigenerare la vita secondo lo Spirito. Il desiderio di cambiare va nella direzione di superare le forme e i linguaggi divenuti inadeguati rispetto alla convivenza plurale, dando spazio al futuro che si svela. La presenza di persone che emigrano apre finestre sul mon-

do, su questioni che vanno affrontate e non nascoste: si tratta di ripensare il proprio essere ‘civili’ sulla base non tanto dell’efficienza o della sicurezza per alcuni, ma della capacità di prendersi cura della comune aspirazione a un

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In cammino come “Chiesa dalle genti”

futuro vivibile per tutti, futuro per il quale i giovani vorrebbero poter dire la loro, offrire il proprio contributo senza sottrarsi alla responsabilità. Certamente, il Sinodo costituisce un momento prezioso per la Chiesa, ma il suo valore si allarga: in un tempo in cui il benessere economico produce nella metropoli (come in molte parti del mondo) tante forme di solitudine e depressione, mentre la deprivazione delle periferie (sociali, geografiche e esistenziali) produce disperazione nelle notti di un’umanità che fatica a ritrovare se stessa, divenuta fragilissima, forse ci si salverà dall’isolamento, dai muri e dalla violenza attraverso l’ascolto reciproco e gesti di condivisione della vita. Dalle tante testimonianze emerge il desiderio di «sentirsi a casa in una Chiesa che ascolta, cammina con le persone, sta dentro la realtà»: una Chiesa che corre il rischio dell’incontro, che esprime la dimensione fraterna del Vangelo in cui la vita chiama altra vita. A questo sogno fanno eco le parole di Papa Francesco nella Evangelii Gaudium: «Oggi sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la ‘mistica’ di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di partecipare a questa marea un po’ caotica», che è anche l’incontro dei popoli, il quale «può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio» (EG 87). Monica Martinelli Membro della Commissione per il Sinodo e docente in Università Cattolica

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approfondimenti 4

“Chiesa dalle genti”, i Comuni raccontano una comunità solidale Articolo pubblicato su www.chiesadimilano.it In queste settimane è entrata pienamente nel vivo la fase di ascolto del Sinodo minore “Chiesa dalle genti”, con l’arrivo di centinaia di contributi da parte di tutta la Diocesi di Milano. Tra le varie realtà che sono state interpellate c’è anche il mondo delle Amministrazioni comunali, il cui coinvolgimento non fa altro che confermare l’importanza della stretta collaborazione tra Servizi sociali, Caritas e parrocchie presente già in molti territori e utile per rispondere ai bisogni che emergono per favorire il più possibile percorsi di integrazione. Infatti, anche se l’obiettivo del Sinodo è di aggiornare l’azione pastorale alla luce dei cambiamenti sociali prodotti dai flussi migratori all’interno della Diocesi, non si può prescindere dal ruolo dei Comuni, chiamati per primi a gestire la sfida dell’accoglienza e della solidarietà. Dai racconti degli Amministratori emergono le difficoltà e i problemi legati alla convivenza tra italiani e stranieri, a causa dei pregiudizi reciproci, spesso alimentati dalla precarietà lavorativa delle fasce medio-basse della popolazione. Tuttavia, nonostante la percezione soggettiva della paura, spesso favorita dai social network, c’è un’Italia che sfugge ai mass media e che, ogni giorno, lavora e vive con gli stranieri, elaborando un vissuto fatto di incontri e di solidarietà. È proprio questa Italia che si legge anche tra le righe delle schede degli Amministratori locali: perché, al di là di tutte le innegabili difficoltà, l’obiettivo principale di chi governa la comunità civile deve rimanere la gestione di una serena convivenza tra culture diverse.

Da qui, pertanto, l’investimento, da parte di molti Comuni, su progetti specifici legati al mondo della scuola, quale primo luogo di educazione, in cui le nuove generazioni, attraverso un processo di conoscenza e rispetto, possano imparare la ricchezza della diversità. O ancora, l’attuazione di strumenti urbanistici che impediscano la creazione di “ghetti”, specie nelle realtà più grandi. A tal proposito, come viene descritto in varie schede, l’accoglienza diffusa in piccoli nuclei è stata importante nel superare le diffidenze reciproche, favorendo una maggiore integrazione. Da tante buone pratiche emerge inoltre la preoccupazione di mantenere lo stile dell’accoglienza senza trascurare i bisogni dei cittadini italiani e la cura della comunità, perché essa si senta valorizzata e non reagisca dunque con chiusura e pregiudizi. Da qui l’attivazione di tirocini e di percorsi di inserimento lavorativo, realizzati sia per italiani, sia per stranieri, piuttosto che di corsi per la conoscenza delle diverse lingue. Infine, è interessante notare come la sfida del fenomeno migratorio sia stata affrontata in molti casi in una logica di insieme, attraverso la promozione, da parte delle Amministrazioni locali, di reti di collaborazione con associazioni, parrocchie e oratori per il raggiungimento dell’obiettivo di costruire non un’aggregazione di individui, ma una comunità solidale fondata sul bene comune. Maria Angela Monti  Assessore ai Servizi sociali del Comune di Lozza (VA), membro della Commissione per il Sinodo


Per il regista di Figli di Abramo la propria fede si può raccontare. Sapendo accettare le differenze Si fa presto a parlare di fede, di incontro di religioni e di culture. Ma come vivono gli altri il proprio credo? Si può conoscere una sfera così personale della vita delle persone? Nell’anno che la Diocesi dedica al “Sinodo minore” per ripensare la comunicazione della fede tra le comunità cristiane di diversa provenienza, abbiamo chiesto qualche risposta a Simone Pizzi, regista di Figli di Abramo, il docu-film nato con il sostegno della cooperativa In Dialogo per raccontare l’esperienza di fede di tre comunità milanesi – cattolici filippini, musulmani del Mediterraneo, ortodossi rumeni – che è stato visto ormai da più di 5000 persone. È dunque possibile parlare della propria fede? Pizzi è chiaro: «Di queste persone porto a casa il grande desiderio di raccontarsi». La loro condizione di immigrati in un altro paese ha fatto sicuramente la differenza. «Molti di loro si sentono sottorappresentati», prosegue infatti Pizzi; sentono, in sostanza, che la loro esperienza personale e di comunità non viene colta abbastanza. La soddisfazione è soprattutto dei musulmani. Alcune semplificazioni della nostra società sono del resto comprensibili, e l’attenzione più che sul credo religioso va sul gruppo etnico, sulle implicazioni geopolitiche, sui temi dell’immigrazione.

“ molti valori sono in comune e molti sono simili; rimangono delle differenze nell’approccio, ma alcune comunità di milano sono in grado di metterle da parte per affrontare un discorso civile a prescindere dal credo religioso „ Come vivono dunque la fede gli immigrati? «È bellissimo sentire che ci sono anche altri che credono come noi», confida una donna ortodossa. «Per cattolici e ortodossi – spiega Pizzi – la ricerca delle proprie origini si sovrappone un po’ al rito, alle tradizioni della propria Chiesa; chi è già praticante rafforza la propria fede, andando a cercare i connazionali e le celebrazioni nella propria lingua. I musulmani si sentono invece caricati della responsabilità di mostrare che anche la loro fede è valida. Dunque, almeno alcuni, una volta arrivati qui fanno leva ancora di più sul proprio credo». Diverse confessioni e fedi possono trovare un terreno d’incontro, o addirittura una consonanza di valori per portare la voce della fede nella società? Sicuramente il film ha suscitato alcune domande già presenti sottotraccia: «perché queste comunità non si incontrano?», ha chiesto qualche

spettatore. Ma c’è anche la diffidenza, «perché le differenze mostrate nel film, ad esempio la netta divisione degli spazi di uomini e donne nei luoghi di preghiera islamici, rimangono, e il

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Fedi diverse, incontro possibile?

sottinteso (per il pubblico) è che rimarranno sempre», sottolinea Pizzi. Così ciò che è molto distante da noi viene percepito come minaccia. Pizzi ha voluto raccontare alcune realtà positive, come quella delle Case bianche di via Salomone, dove il Papa ha incontrato una famiglia musulmana, o la scelta di alcuni imam di tenere il sermone in italiano, «perché la preghiera risulti più aperta, più fruibile per tutto il territorio». C’è dunque il terreno per un incontro? «Molti valori sono in comune e molti sono simili», riflette Pizzi; «rimangono delle differenze nell’approccio, ma credo che almeno alcune delle comunità presenti a Milano siano in grado di metterle da parte per affrontare un discorso civile a prescindere dal credo religioso». Perché a prescindere e non grazie al credo religioso? «Ho notato che per alcune comunità i dissapori e le distanze sono spesso dettate proprio da un problema di differenze religiose, che spesso si trascinano anche in altri contesti», sottolinea Pizzi. «Se questa deve essere la leva per l’incontro allora la differenza non si riesce a superare. Se invece si riesce a portare i propri valori a prescindere dall’appartenenza a un gruppo religioso allora un terreno comune è possibile». Claudio Urbano

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Bilancio associativo 2016/17 al 30.09.2017

DIOCESI

a cura di Alfio Regis e del Consiglio Affari Economici

stato patrimoniale attivitĂ

anno 2 01 5-2 01 6

anno 2 01 6-2017

passivitĂ

anno 2015-2016

anno 2016-2017

anno 2 01 6-2017

u sc ite

anno 2015-2016

anno 2016-2017

conto economico entrate

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anno 2 01 5-2 01 6


DIOCESI

Relazione Bilancio Consuntivo 2016/2017 Linee Guida Bilancio Preventivo 2017/2018 Il Bilancio Consuntivo chiuso al 30 settembre 2017 evidenzia un disavanzo di € 24.602 € d ecisamente più contenuto rispetto al disavanzo dell’anno precedente di € € 8 9.360. Peraltro tenendo conto anche del disavanzo di € 17.104 registrato nell’anno 2014/2015 il disavanzo totale riferito all’ultimo triennio ammonta ad € 131.066; di fatto, di tanto si è ridotta l’area patrimoniale che, comunque, alla data di chiusura di questo bilancio ammonta a € 99.860, al momento ancora a protezione del Trattamento di Fine Rapporto maturato pari ad € 65.449. Ulteriori considerazioni nascono dall’Analisi degli Scostamenti e da quella dei Punti di Forza e di Debolezza ben evidenziati nella costruzione del Bilancio Preventivo 2017/2018 che evidenzia ancora un disavanzo di circa € 34.000. Risulta, quindi, assolutamente e rigorosamente essenziale: a ) l’azione di costante monitoraggio di ogni spesa, sia quelle “generali” nella criticità di una revisione che interpella il Centro Ambrosiano nella sua funzione di “tramite della proprietà”, sia di ogni evento/iniziativa del Centro Diocesano, Settori e Territorio, ricorrendo in modo sistematico e puntuale al processo di predisposizione ed approvazione della Scheda Budget appositamente predisposta. A questo proposito si sta definendo in modo univoco il ricarico da imputare nella determinazione del costo di ogni evento per la cui realizzazione intervengano attività di segreteria e di comunicazione; b ) la progressiva attuazione delle diverse iniziative di raccolta fondi in fase di definizione da parte dello specifico Gruppo di Lavoro; Credo, però, che tutto ciò assume significato di consapevolezza e corresponsabilità nelle persone che svolgono il “servizio dell’economia”, sopratutto di ognuno di noi, capace con il passa-parola della testimonianza di trasferire ad ogni socio, amico e simpatizzante la sfida della sobrietà e della sostenibilità, come si faceva una volta nella “diligenza del buon padre di famiglia”, rilanciando più che mai quella “passione cattolica” tanto richiamata da Papa Francesco. Alfio Regis e il Consiglio Affari Economici

Direttore responsabile: Gianni Borsa Direttore editoriale: Alberto Ratti Redazione: Dario Romano, Claudio Urbano, Maurizio Guarnaschelli, Silvio Mengotto, Maddalena Burelli Hanno collaborato a questo numero: Silvia Landra, Monica Martinelli, Maria Angela Monti, Alfio Regis, Claudio Urbano, Silvio Mengotto, Alberto Mattioli, Paola Bignardi, Gian Carlo Sibilia jc Direzione, Redazione: 20122 Milano, via S.Antonio 5 Impaginazione e grafica: Valentina Villa Stampa: Boniardi Grafiche SRL, Via Gian Battista Vico 40, Milano E-mail: comunicazione@azionecattolicamilano.it Sito internet: www.azionecattolicamilano.it/category/media/indialogo/ Col patrocinio della Fondazione Ambrosiana Attività Pastorali In Dialogo, periodico dell’Azione Cattolica Ambrosiana Registrato presso il Tribunale di Milano n. 30 del 03/02/1966 Anno LII Numero 2 Questo numero è stato chiuso in redazione e consegnato alla tipografia il giorno 09/05/2018

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FESTA UNITARIA

#AC150

ANNI

tessere insieme una nuova storia

MESERO 3 GIUGNO 2018

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PROGRAMMA ore 15.30 ritrovo piazza del Santuario ore 16 inizio attività - caccia al tesoro a squadre itinerante per ragazzi, giovani, adulti e famiglie - sulle orme di S. Gianna percorso guidato per adulti con introduzione di don Paolo Masperi - workshop a cura di “Officina Casona” ore 18 S. MeSSa in parrocchia dalle 19.15 SalaMellata in oratorio San Giovanni Bosco ore 21 spettaCOlO di Cabaret con Mike diegoli ore 22.30 chiusura

segreteria@azionecattolicamilano.it . info: tel 02.58391328 . www.azionecattolicamilano.it

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Un nuovo libro fotografico di Margherita Lazzati tra gli invisibili del carcere Sono 30 gli sguardi raccolti nel nuovo libro Ritratti in carcere di Margherita Lazzati (progetto grafico della Galleria L’Affische, Edit. La Vita Felice). Volti di persone recluse e volontari. Scatti realizzati tra l’estate del 2016 e gli inizi del 2017 nei locali del Laboratorio di lettura e scrittura creativa di Opera, cui la stessa Lazzati da anni collabora. Le immagini di Margherita Lazzati – autorizzate dal Ministero della Giustizia e grazie alla lungimiranza dell’allora direttore Giacinto Siciliano – sono state esposte nel mese di marzo in una mostra fotografica presso la Fondazione Ambrosianeum e ora visibili presso l’Università Bocconi in via Sarfatti. Per oltre cinque anni Margherita ha frequentato tutti i sabati il Laboratorio di scrittura creativa del carcere di massima sicurezza di Opera. Il suo intento è stato quello «di uscire – dice Margherita Lazzati – dalla logica del reportage per entrare nell’idea del ritratto. Volevo non raccontare, ma fermare un’apparenza fisica, un aspetto, una figura, una sembianza, un atteggiamento, un portamento, senza retorica e senza l’ambizione di andare oltre o cercare di cogliere l’anima». Margherita Lazzati continua a dar conto di ciò che è nascosto o precluso alla vista, come nel 2017 con la rassegna Sguardi, dedicata agli ospiti della Sacra famiglia di Cesano Boscone, e nel 2015 con la mostra Visibili. InVisibili. Reportage, entrambi di grande successo. Per Margherita Lazzati la fotografia è un mezzo straordinario per costruire un ponte con gli invisibili e le invisibilità. «La fotografia – continua Margherita Lazzati – è il mio modo di raccontare. Studio e amo moltissimo “leggere” la vita, le storie, la Storia, attraverso le fotografie. Mostre, cataloghi, libri fotografici e da qualche anno anche Instagram. Il mio fotografare è quotidiano, poi seleziono e

archivio a tema. La mia piccola Leica D-lux sempre in borsa. Il mio iPhone in tasca». In Laboratorio le persone detenute, insieme a Margherita, lavorano su immagini cartacee distribuite come fonte di ispirazione per le loro composizioni poetiche, tutti stretti attorno al tavolo del Laboratorio. «Era il tavolo – riprende Margherita – a interessarmi. Il grande tavolo che, alla fine, compare soltanto in un’immagine del libro Ritratti in carcere. I posti non erano prestabiliti, ma ci siamo accorti che nel tempo si diventava compagni di banco». Le fotografie mescolano volutamente i volti di detenuti con quelli dei volontari, così il visitatore rimane spiazzato. Una sfida creativa contro il “pregiudizio”. «Un ritratto – ricorda l’autrice – in particolare ha ispirato questo progetto. Un volontario e una persona detenuta ripresi insieme. Volevo sfidare il pregiudizio di chi parla di “facce da detenuti”, “facce da criminali”. è un lavoro contro i pregiudizi, come altri realizzati dal Laboratorio di lettura e scrittura creativa, con l’approvazione della Direzione e la collaborazione del Comune di Milano. Penso al grande progetto di Carlo Lazzati e Alessandro Giungi «Mura trasparenti». Una mostra “a cielo aperto” nelle vie della città. Poster delle poesie di persone detenute che frequentano il Laboratorio, affissi negli spazi pubblicitari invenduti». In più occasioni le persone detenute ritratte hanno commentato la loro immagine. Due testi sono pubblicati nel libro. «Cos’hai dipinto – dice C. D’E. (ritratto n. 21) – con il tuo clik, osservatrice Margherita? Ti ha forse aiutato il geniale Vincent, o il mefistofelico Ligabue? Rimetto la maschera. Ho paura di ciò che i miei occhi trasmettono con antenne cigliate».

DIOCESI

“Nel tempo si diventava compagni di banco”

Silvio Mengotto

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POLIS

Gaudete et Exsultate: la santità della vita quotidiana È uscita il 9 aprile scorso la terza esortazione apostolica di Papa Francesco, dal titolo Gaudete et Exsultate. Il filo rosso della gioia continua a rappresentare l’elemento che unifica il magistero del Papa che vuole cristiani gioiosi che mostrino di aver incon-

trato il Risorto e in lui il segreto di una vita pacificata, realizzata, piena. Quasi facendo eco al dettato conciliare sull’universale chiamata alla santità, la Gaudete et Exsultate indica nella santità l’orizzonte dell’esistenza del cristiano comune. La prima cosa che colpisce nel testo è la convinzione con cui si sostiene che la santità appartiene al «popolo di Dio paziente», alle persone che hanno un’ordinaria vita quotidiana fatta delle cose semplici che sono la struttura dell’esistenza di tutti. Ci si dovrà abituare a riconoscere i santi della porta accanto: nei «genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere» (n. 7). Dunque, una santità che non è per pochi eroi o per

“ Vivere la santità richiede di avere realizzato nella propria esistenza quell’unità per cui si passa dalla contemplazione del volto del Signore alla concretezza del gesto di carità, e dall’azione per l’altro al mistero del Risorto come a sua radice „

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persone eccezionali, ma il modo ordinario di vivere l’ordinaria esistenza cristiana. Non vi è vita cristiana possibile al di fuori di questo quadro esigente e appassionante: c’è un solo modo di essere cristiani, quello che si colloca nella prospettiva della santità. La manifestazione della santità della vita quotidiana non va cercata nelle estasi o nei fenomeni straordinari che talvolta si associano ad essa, ma in coloro che fanno delle beatitudini la loro carta di identità e che vivono secondo quella «grande regola di comportamento» proposta nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo: la concreta misericordia verso il povero. Queste persone che vivono «con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno», fanno vedere il volto del Signore (n. 63). Chi vive nel dono di sé perché vive secondo la parola di Gesù, è santo e sperimenta la vera beatitudine. Papa Francesco però mette in guardia dalla tentazione di considerare le beatitudini come belle parole poetiche: esse vanno controcorrente e delineano uno stile diverso da quello del mondo. La «grande regola di comportamento» traduce in modo concreto le beatitudini, soprattutto quella della misericordia. L’esempio che viene riportato al n. 98 è molto concreto e mostra il discrimine tra l’essere cristiani e non esserlo. «Quando incontro una persona che dorme alle intemperie, in una notte fredda» (n. 98) posso considerarlo un imprevisto fastidioso o riconoscere in lui un essere umano come me infinitamente amato dal Padre: dal mio atteggiamento passa il confine tra l’essere cristiani e non esserlo, perché, afferma Papa Francesco, «non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo». Perché se la santità è il dono di sé come lo ha vissuto il Signore Gesù, non si potrà passare distratti e indifferenti accanto al fratello che soffre. Vivere la santità richiede di avere realizzato nella propria esistenza quell’unità per cui si passa dalla contemplazione del volto del Signore alla concretezza del gesto di carità, e dall’azione per l’altro al mistero del Risorto come a sua radice. L’Esortazione non è un piccolo trattato, ma vuole essere uno strumento per cercare le forme della santità per l’oggi. Le cinque caratteristiche che vengono proposte nel capitolo quarto indicano alcuni rischi e limiti della cultura di oggi: «L’ansietà nervosa e violenta che ci disperde e debilita; la negatività e la tristezza; l’accidia comoda, consumista ed egoista; l’individualismo, e tante forme di falsa spiritualità senza incontro con Dio che dominano nel mercato religioso attuale» (n. 111). Di fronte ad essi, occorrono fermezza e solidità interiore per resistere all’aggressività che è dentro di noi; la gioia e il senso dell’umorismo; la parresia, come coraggio apostolico e capacità di osare; la disponibilità a fare un cammino in comunità e infine la preghiera. Così il cristiano potrà sperimentare quella gioia che il mondo non gli potrà togliere. Paola Bignardi


POLIS

ESSERE UMANO, INTELLIGENZA ARTIFICIALE, DIGITALIZZAZIONE DI MASSA: QUALI RISCHI PER IL FUTURO? Un commento allo scandalo del trafugamento dei dati di Facebook Alla clonazione umana forse non arriveremo ma quella della nostra intelligenza è alle porte. Siamo cercatori di senso, della nostra identità anche se talvolta lo ignoriamo distratti dai ritmi quotidiani. L’uomo è sempre stato attirato dalla scoperta oltre i confini percepiti. Siamo figli del Big Bang cosmico o esiste un’entità superiore? Il geniale regista S. Kubrick magistralmente svelò quest’ansia umana nel film “2001 Odissea nello spazio”, narrante il viaggio di una navicella spaziale verso l’ignoto per scoprire l’origine della vita. Un’opera visionaria sull’evoluzione umana e che profeticamente introdusse il complesso rapporto tra l’uomo e l’intelligenza artificiale. Questioni di attualità riproposte dallo sviluppo robotico che tende a soppiantare l’uomo in tante attività e dallo sviluppo incessante del Web entrato subdolamente nelle nostre vite e al centro di gravi problemi per violazione delle privacy, per finalità di lucro e di dominio politico. I gestori delle reti ormai possono sapere tutto di noi e conoscerci meglio di quanto ci conosciamo noi. Donde non ci sarà più bisogno di un Dio, della storia e sapienze cumulate, neanche di uno psicologo e nemmeno dei nostri esami di coscienza. L’onnipotente “grande fratello” web potrà rispondere a tutte le nostre domande.

“ Siamo cercatori di senso, della nostra identità anche se talvolta lo ignoriamo distratti dai ritmi quotidiani. L’uomo è sempre stato attirato dalla scoperta oltre i confini percepiti. „ La digitalizzazione di massa tramite gli smartphone, i like che lasciamo sui siti, le risposte che diamo ai quiz sui social network, i posti che visitiamo, i gusti che esprimiamo e le immagini che forniamo consentono di “misurare” le nostre personalità per poi mirare le offerte commerciali e anche politiche. Alberto Mattiacci, ordinario di Economia e Gestione delle Imprese dell’Università Sapienza, sostiene: «Questo passaggio non si limiterà a trasformare le menti e i comportamenti delle persone, ma finirà per mutare la fisionomia stessa del lavoro, delle relazioni sociali, delle identità personali e collettive, quindi dell’economia, della società e della politica».  La questione è esplosa con lo scandalo Facebook - Cambridge Analityca: il trafugamento di milioni di profili che pare abbiano

consentito di influenzare il voto per la Brexit e le Presidenziali Usa è la prima forte scossa di terremoto che potrebbe travolgere in futuro le economie e i sistemi politici. Il fondatore di Facebook M. Zuckerberg, scusandosi dinnanzi al Congresso Usa, ha assicurato drastici interventi di controllo ma intanto il panico mondiale si è diffuso facendo traballare il suo colosso. L’UE, consapevole degli enormi rischi derivanti da fraudolente attività di manipolazione dei dati personali, ha disposto dal 25 maggio p.v. l’adozione di un nuovo regolamento per la protezione e che tutte le organizzazioni dovranno adottare. Saremo capaci di vincere questa nuova sfida evitando che la nostra coscienza sia sostituita da algoritmi? Auspichiamolo, altrimenti il prossimo film potrebbe essere “2021 Odissea nello Cyberspazio” con il rischio che il finale non sia più un punto di ripartenza sul senso dell’esistenza ma quello di fine. Alberto Mattioli

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La vita di Carlo Carretto, innamorato di Dio e della Chiesa VI puntata della “Storia dell’Azione Cattolica Italiana”. Articolo pubblicato su Avvenire del 23/06/2017. pensare ad alcune sue pagine: «Quanto sei contestabile Chiesa, eppure quanto ti amo.... vorrei vederti distrutta eppure ho bisogno della tua presenza. Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la Santità».

“ Amare la Chiesa per Carretto ha sempre voluto dire crederla Santa in Cristo, non chiudendo gli occhi davanti al continuo indispensabile bisogno di conversione, ma credendo sempre in Lui che è capace di trasformare anche le ossa aride in rigoglio di vita „

Fratel Carlo Carretto veniva spesso invitato a dare la sua testimonianza di vita e di preghiera in varie diocesi, parrocchie e associazioni in Italia e non solo, viaggi pieni di respiro missionario. Una domanda che spesso gli rivolgevano era, nel caso avesse dovuto ricominciare la sua vita da zero, cosa avrebbe evitato o cambiato. Naturalmente la richiesta si riferiva in particolare agli anni in cui fu presidente centrale della Giac, la Gioventù italiana di Azione Cattolica (1946-1952), o all’ultima parte della sua vita di Piccolo fratello a Spello. Fratel Carlo rispondeva serenamente e senza esitazione, illuminato dalla sapienza del Concilio Vaticano II – che gli permetteva di giudicare con più distacco gli anni giovanili – che, a parte evitare i peccati, se fosse tornato indietro avrebbe rifatto tutto, specialmente per quanto riguardava la militanza in Azione Cattolica. Ritornando da questi impegni di apostolato, e rivedendo con i Piccoli fratelli a Spello la tabella di marcia, Carretto si fermava a sottolineare luoghi, persone, storie e soprattutto alcuni volti che lo avevano colpito in modo particolare. E spesso notava quanto questi volti e queste persone di buona volontà vivessero e operassero in alcune diocesi dove l’Azione Cattolica era particolarmente amata. A questo punto esclamava con entusiasmo come avesse avvertito, in quei volti e in quelle storie, il profumo della Chiesa. Il suo atteggiamento verso la Chiesa, specie nei suoi ultimi anni, a qualcuno è parso essere un rapporto di qualche tensione, basti

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Ma è sempre lo stesso Carlo Carretto innamorato di Dio e della Chiesa e il tono non è quello dell’amante che, pur deluso, non può fare a meno dell’amata, ma piuttosto è sempre il cuore del figlio che parla perché gli sta a cuore la sposa bella per la quale Cristo ha dato la Sua vita. Amare la Chiesa per Carretto ha sempre voluto dire crederla Santa in Cristo, non chiudendo gli occhi davanti al continuo indispensabile bisogno di conversione, ma credendo sempre in Lui che è capace di trasformare anche le ossa aride in rigoglio di vita. L’ecclesiologia di Carlo Carretto è profondamente cristologica, radicata nell’amore verso Gesù, «l’amico più grande e sicuro che ho». La visione di Chiesa di fratel Carlo non è “misticheggiante”, ma sviluppata a partire dai vescovi ai quali attraverso il Padre consacrerà la vita al momento di emettere i voti perpetui in Fraternità per una continua preghiera di intercessione. Dominava sempre in Carretto una visione sacramentale della Chiesa senza infingimenti e connivenza con il potere, vista realisticamente come luogo della fedeltà di Dio, ma anche come luogo della tentazione. Per questo, ancora oggi, fratel Carlo ci appare come un uomo che ha creduto profondamente nell’amore di Cristo. Un amore vero, appassionato, che ha reso forte la sua testimonianza sia in Azione Cattolica che in tutta la vita della Chiesa.

Gian Carlo Sibilia jc priore dei Piccoli fratelli di Jesus Caritas

In dialogo #2 - Marzo Aprile 2018  

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