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8-14 GIUGNO 2012 FILIERA

OLIO D’OLIVA CONGIUNTURA

La denuncia del Financial Times: la superproduzione spagnola spinge le quotazioni ai minimi da 10 anni

Extravergine nella spirale dei ribassi I bandi per lo stoccaggio non risollevano i listini – Confagricoltura e Coldiretti divise sui rimedi

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prezzi dell’olio d’oliva in Europa sono ai minimi da dieci anni. Una crisi dei listini che colpisce da vicino i principali paesi produttori europei, Spagna, Italia e Grecia che insieme coprono oltre il 70% della produzione mondiale di olio d’oliva. L’allarme è stato lanciato nei giorni scorsi dal «Financial Times» on line che ha ricordato come a fronte di consumi stabili nei paesi mediterranei le quotazioni dell’olio d’oliva sono tornate al livello dell’inizio degli anni 2000. In Europa infatti – secondo i calcoli del «Financial Times» on line – «il prezzo dell’extravergine di oliva al mercato all’ingrosso è attorno ai 2.900 dollari a tonnellata, il livello più basso dal 2002 e meno della metà dei seimila dollari a tonnellata toccati invece nel 2005». Il calo coincide con un’abbondante raccolta di olive in Spagna il maggior produttore europeo che si stima nei prossimi mesi possa arrivare a sfiorare il tetto di 1,5 milioni di tonnellate (si veda altro articolo in pagina). Un volume di produzione che può generare un eccesso di offerta e che ha già spinto la Ue a intervenire – con ben due bandi per lo stoccaggio privato – per ridurre i surplus che possono mettere seriamente a ri-

schio i redditi agricoli. Due bandi che non sembrano aver dato un sensibile contributo ai listini dell’olio d’oliva considerato che la scorsa settimana sulla piazza di Jaen l’extravergine era quotato 1,7 euro al litro, il vergine 1,6 e il lampante sotto quota 1,6. «Il mercato è in seria crisi – ha detto nei giorni scorsi Pekka Pesonen a capo degli agricoltori del CopaCogeca a Bruxelles – questa coltura è vitale per i paesi produttori in termini di mantenimento dell’occupazione nelle aree rurali». «Ancora una volta l’olio di oliva

italiano – ha detto Confagricoltura – si scontra con la super produzione spagnola, che ha superato la soglia di 1,4 milioni di tonnellate e che influenza l’andamento dei prezzi». Una situazione che preoccupa soprattutto per le ripercussioni che può avere in Italia. «L’olivicoltura – aggiungono in Confagricoltura – è diffusa nelle aree critiche del Sud Italia. Sono migliaia le aziende agricole che generano occupazione diretta per più di 100mila addetti». Ma al di là dell’analisi della situazione l’organizza-

zione guidata da Mario Guidi indica anche la strada di possibili contromisure. «Occorrono – ha aggiunto Confagri – scelte decise e incisive. Nonostante l’immagine di cui gode il prodotto “made in Italy” per la sua alta qualità, la produzione scivola sugli alti costi e non riesce a raccogliere la sfida della competitività. La consolidata cultura dell’olio di oliva, le campagne promozionali che stanno diffondendo il prodotto anche in aree del mondo non tradizionalmente consumatrici, con una crescita media dell’1% all’anno, non compensano l’aumento dell’offerta. Inol-

tre – ha concluso Confagri – in una situazione in cui i consumatori italiani stanno contraendo gli acquisti alimentari a causa della crisi, lanciare continue grida di allarme su frodi e falsi produttivi non fa altro che aumentare disorientamento e preoccupazione». Non la pensa allo stesso modo la Coldiretti che invece riguardo ai ribassi attribuisce importanti responsabilità, proprio a frodi e contraffazioni. «Il crollo dei prezzi alla produzione del 19% nel primo trimestre del 2012 – si legge in una nota di Coldiretti – è dovuto al fatto che viene spacciato come made in Italy olio di oliva, importato e non, certo al crollo dei consumi che, al contrario, in Italia sono aumentati del 4,2%, mentre la produzione si è ridotta addirittura del 6 per cento. Le ragioni della crisi almeno per l’Italia vanno ricercate nella mancanza di trasparenza sulla provenienza dell’olio di oliva in

vendita». L’arrivo di prodotto straniero, ha sottolineato l’organizzazione guidata da Sergio Marini – in Italia ha raggiunto il massimo storico di 584mila tonnellate (+3%) e ha superato la produzione nazionale, in calo nel 2011 a 483mila tonnellate. Negli ultimi 20 anni l’import di olio d’oliva è triplicato. Oggi la maggioranza delle bottiglie di olio proviene da olive straniere senza che questo sia sempre chiaro ai consumatori. L’Italia è il primo importatore mondiale di olio che per il 74% arriva dalla Spagna, il 15% dalla Grecia e il 7% dalla Tunisia. «Sulle bottiglie di extravergine in vendita, ottenute da olive straniere – concludono alla Coldiretti – è quasi impossibile leggere scritte chiare circa la composizione e la provenienza degli oli. Mentre le confezioni riportano con grande evidenza immagini, frasi o nomi che richiamano a un’italianità ingannevole. Proprio per superare queste difficoltà era stato firmato nell’agosto 2011 il decreto “Norme in materia di leggibilità delle informazioni inerenti l’origine dei prodotti alimentari” che, a distanza di quasi un anno, non è stato ancora pubblicato e anzi, sembra essere sparito nel nulla». ● GIORGIO

DELL’OREFICE

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LA PRODUZIONE MONDIALE DI OLIO D’OLIVA

SCENARIO

(Media del periodo, dati in migliaia di tonnellate)

Spagna, una leadership consolidata con oltre 1,4 milioni di tonnellate L

a produzione spagnola di olio d’oliva è ormai stabilmente al di sopra di 1,4 milioni di tonnellate. Un risultato raggiunto per la prima volta nel 2001 anche se poi ha visto negli anni successivi tendenze altalenanti, con anche una caduta a 830mila tonnellate nel 2005. Di recente, tuttavia, la stessa soglia non solo è stata nuovamente raggiunta, in particolare nel 2009, ma si è anche sostanzialmente consolidata, con gli 1,39 milioni di tonnellate del 2010 e gli 1,35 nell’annata tuttora in corso. Insomma, la produzione spagnola sembra anche aver

perso la caratteristica dell’alternanza, oltre ad aver registrato una crescita esponenziale. Il progressivo incremento delle superfici impiantate a olivo ma anche, per fronteggiare la siccità, delle superfici irrigate, ha portato questo paese a più che raddoppiare nel corso dell’ultimo ventennio il proprio raccolto e a diventare leader incontrastato per volumi produttivi. Vale la pena ricordare, infatti, che se oggi concorre per il 44% circa all’offerta mondiale, nella prima metà degli anni Novanta il suo contributo si aggirava intorno al 30%, per una media di circa

580mila tonnellate di olio di oliva che lo ponevano ogni anno in diretta competizione con l’Italia per il primato produttivo. Ovviamente il fenomeno è stato tale da contribuire al parallelo incremento della produzione mondiale, negli ultimi anni stabilizzatasi intorno a tre milioni di tonnellate (contro gli 1,9 degli inizi anni Novanta). Intanto l’Unione europea nel complesso, nonostante l’effetto trainante della Spagna, non ha rafforzato il suo peso, e continua a ritagliarsi una quota dell’offerta mondiale

tra il 75 e l’80 per cento. L’ingresso, tra il 2004 e il 2007, di nove paesi dell’Europa Centro-orientale nella compagine comunitaria non è stato sentito perché Cipro e Slovenia, gli unici entrati anche nelle statistiche del Coi, hanno un’olivicoltura di dimensioni trascurabili. Anche la crescita produttiva del cosiddetto «Nuovo Mondo», ovvero Cile, Argentina, Australia e Stati Uniti non è riuscita finora a modificare gli assetti internazionali dell’offerta. Il Cile, in particolare, che grazie alla forte progressione del raccolto è riuscito a

’91/95 ’95/99 ’99/03 ’03/07 ’07/11 ’11/12

Nord Africa e 438 530 476 649 646 828 Medio Oriente Nuovo Mondo 12 13 13 28 50 62 Ue 1.460 1.745 2.056 2.191 2.122 2.181 - Spagna 576 788 979 1.085 1.264 1.347 Altri 12 12 20 14 26 28 Totale 1.922 2.300 2.565 2.882 2.844 3.098 Fonte: Ismea

superare anche l’Argentina, è fermo su un volume produttivo di 22mila tonnellate di olio di oliva. Contano invece decisamente di più il Nord Africa e il Medio Oriente, dove emergono tra l’altro, al di là delle alternanze del raccolto, segnali di crescita. La Siria, in particolare, a partire dall’inizio degli anni Novanta ha più che raddoppiato la produzione: dalle 70mila tonnellate annue del quadri-

ennio 1991-94 alle 140mila registrate in media tra il 2007 e 2010. Analogo l’andamento per la Turchia, passata da 80mila e 130mila tonnellate, e il Marocco, da 40mila a 110mila tonnellate, mentre la Tunisia ha avuto risultati altalenanti, restando comunque tra i principali produttori di olio di oliva in quest’area geografica. ● FRANCA CICCARELLI – ISMEA © RIPRODUZIONE RISERVATA


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FILIERA OLIO

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Si chiude il percorso di integrazione avviato prima con i frantoiani del For e poi con l’accordo con Unaprol

I frantoi Aifo entrano in Coldiretti «Una nuova alleanza produzione-trasformazione per valorizzare l’extravergine made in Italy»

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frantoiani di Aifo entrano nella grande famiglia di Coldiretti e la filiera italiana dell’extravergine compie un importante passo sindacale di integrazione. L’ingresso dell’associazione frantoiana, ufficializzato dal Consiglio nazionale di Coldiretti ai primi di maggio, segna la conclusione di un percorso «avviato quattro anni fa – dice Giampaolo Sodano, vicepresidente nazionale di Aifo – quando Unaprol accolse il nostro progetto di una nuova alleanza tra agricoltori, frantoiani e consumatori. Progetto che poi portò, due anni dopo, all’ingresso in Aifo del For (l’associazione dei frantoiani aderente a Coldiretti) e successivamente, lo scorso anno, all’accordo con Unaprol». Obiettivo del progetto affermare e riconoscere dietro un nuovo concetto di qualità nell’extravergine «che deve partire da una buona materia prima – continua Sodano – trasformata con sapienza dal frantoiano

e riconosciuta dal consumatore, la moderna figura del frantoio che produce e commercializza il proprio olio pur continuando a svolgere una funzione di servizio all’agricoltura». Riconosciuta sei anni fa dal dicastero delle Politiche agricole e dall’Unione europea (allora aveva 250 soci) oggi Aifo con 560 frantoi associati (per una produzione di circa 120mila tonnella-

te di olio, pari a un quarto della produzione nazionale) rappresenta il 18% circa dei tremila frantoi attivi nel nostro paese (censiti da Agea sulla base dei dati Sian sui 4.600 totali iscritti alle Camere di commercio). «Ma la quasi totalità dei frantoi che noi chiamiamo “artigiani” – aggiunge Sodano – una figura nata nel nostro paese 30 anni fa diversa sia dal contoterzista

che dal frantoio tradizionale commerciante di olio». E questa «nuova alleanza» produzione-trasformazione, nata sulla base di un comune impegno per la valorizzazione dell’extravergine prodotto in Italia, per difendere e sviluppare il reddito delle imprese, per promuovere una maggiore competitività del sistema olivicolo italiano e la corretta informazione del consu-

matore si pone anche alcuni obiettivi di breve termine. Obiettivi che vanno dalla tenuta obbligatoria dei registri di carico/scarico presso tutti i frantoi compresi quelli aziendali (Dm 8077), all’utilizzazione in etichetta della dicitura «prodotto e imbottigliato» riservata solo ai frantoi e ai produttori agricoli; dal controllo delle autorità competenti sul rispetto delle norme per la

Marchio collettivo per l’«olio artigiano» A

rriverà per la prossima stagione di raccolta e garantirà tracciabilità da olive italiane, certificazione di processo e controllo dell’intero ciclo produttivo dalla pianta alla bottiglia: è l’«olio artigiano» prodotto dai «frantoi artigiani» l’ultima iniziativa messa in capo dall’Aifo per allargare il mercato dell’extravergine e «riconoscere una nuova figura della filiera dell’olio – sottolinea il presidente Aifo, Piero

Gonnelli – il frantoiano produttore di extravergine italiano». Con il termine «artigiano» Aifo propone una «piccola rivoluzione culturale – prosegue Gonnelli – che superi il binomio storico agricoltore/ produttore di olio e frantoio/ terzista, riconoscendo al frantoiano di oggi quel ruolo di artigiano trasformatore reso possibile dalla moderna tecnologia molitoria». A differenza

delle tradizionali molazze, i frantoi moderni hanno introdotto una flessibilità operativa che permette di ottenere «prodotti molto diversi a seconda delle procedure utilizzate e che ha fatto del frantoiano un artigiano “esperto”, anello indispensabile di una filiera di qualità». Da qui il progetto del «frantoio artigiano» che interesserà potenzialmente circa 200 aziende associate Aifo (per un potenziale di circa

50mila tonnellate di prodotto) e che investirà direttamente la grande distribuzione. Per poter utilizzare «la dicitura “produzione artigianale” in etichetta – prosegue Gonnelli – ci costituiremo in associazione dotandoci di un marchio collettivo regolato da un disciplinare per garantire l’origine italiana delle olive e la certificazione dell’intero processo produttivo dalla pianta alla bottiglia». ●

proposta degli oli nei ristoranti alla riduzione degli attuali limiti degli alchilesteri totali nell’olio fino al rispetto delle norme che vietano la detenzione e commercializzazione di oli vergini ed extravergini nel medesimo impianto dove si trova una raffineria industriale dell’olio di oliva o di semi. Progetti strategici che avranno anche ricadute su territori dove si promuoveranno forme innovative di accordo di servizio tra agricoltori e frantoiani «anche se a me piace sottolineare l’importanza della condivisione progettuale tra Aifo e Unaprol sui temi della tracciabilità e della filiera corta – spiega il presidente di Unapro, Massimo Gargano – che ha portato a essere insieme nei bandi del piano olivicolo nazionale, partner nel progetto 501 per la promozione e nel Foi, la società di scopo per la commercializzazione dell’extravergine italiano aderente alla filiera agricola organizzata dalla Coldiretti». ●

I consumi di qualità crescono e Pala Orsini raddoppia gli uliveti T

riennio da record per l’azienda olivicola di Pala Orsini di Priverno (provincia di Latina), con produzione e fatturato che dal 2010 al 2012 si moltiplicano per tre. I quintali di extravergine prodotti sono passati da 70 a 200 per un fatturato dell’olio che è schizzato da 75 a 240mila euro (grazie anche all’aumento del prezzo della bottiglia del 20%). Il balzo è stato innescato dal raddoppio delle piante coltivate (passate da quattromila a novemila) «per fronteggiare una richiesta di extravergine di qualità in forte crescita nonostante la crisi» dichiara la produttrice. L’azienda Pala Orsini vanta 140 anni di storia ed è giunta alla quarta generazione di produttori (con una quinta già ai nastri di partenza), e rappresenta una delle punte di diamante dell’olivicoltura laziale che negli ultimi anni ha strappato ad altre regioni più blasonate i primi posti della hit parade delle guide del settore. Slow Food, Gambero Rosso, Ercole Olivario hanno infatti tributato all’extravergine biologico colline Ponti-

ne dell’azienda, primi premi nazionali: siamo nel territorio dell’ultima tra le Dop riconosciute del Lazio dove domina la cultivar Itrana, la famosa oliva di Gaeta che si sta dimostrando anche una eccellente cultivar da olio. Alle quattromila piante secolari dei 40 ettari aziendali, la Orsini dal 2010 ha affiancato un uliveto in gestione di altre cinquemila piante, sempre di Itrana, che quest’anno entrerà in piena produzione. Una sfi-

da coraggiosa in momenti come questi «la scelta della qualità sta premiando e il nostro principale mercato è l’alta ristorazione e le gastronomie che cercano, e pagano, l’extravergine di qualità. Sono le microaziende come la nostra – continua la Orsini – poco conosciute e spesso ignorate dalla stampa a sostenere questo mercato che nonostante tutto cresce». Poco export (intorno al 20%) per lo più di acquisti diretti di ristoratori («ma an-

che privati orientati dalle guide») tramite Internet e, invece, molta vendita diretta: 40% del fatturato si fa in azienda (principalmente in latte da cinque litri dove finisce il 25% della produzione). «Una scelta strategica per noi – continua la Orsini – non solo commerciale ma culturale. Vogliamo far conoscere ai consumatori la nostra storia, l’azienda e il nostro extravergine da vicino». Prossimo obiettivo, infatti, la realizzazione di un

punto vendita aziendale «dove proporremo una gamma di prodotti del territorio accanto ai nostri oli». Perché dallo scorso anno la Orsini ha recuperato la produzione di un antico prodotto del territorio, i carciofini di Sezze e Priverno, che propone in vasetti con il suo extravergine. «Ci sta dando grandi soddisfazioni» dichiara, tant’è che le quattromila confe-

zioni del 2011 raddoppieranno nel 2012, grazie anche a Eataly che li ha voluti tra i suoi scaffali nel nuovo store in apertura a Roma, per un fatturato ulteriore di 80mila euro (che porta il budget complessivo 2012 a quota 320mila euro). ● PAGINA A CURA DI GIULIO SOMMA © RIPRODUZIONE RISERVATA

Battaglini dalla Tuscia vola verso gli Stati Uniti L’

extravergine della Tuscia conquista Messico e Usa: da Bolsena tra il 2011 e il 2012 il frantoio Battaglini manderà oltre oceano circa 100mila euro di ordini tra olio e conserve (miele e marmellate). «Un mercato completamente nuovo per noi – commenta il responsabile commerciale Andrea Battaglini – che promette sviluppi molto interessanti».

Attiva dal 1935 si è affermata come una delle realtà più importanti del viterbese, l’azienda dei Battaglini conta 35 ettari di proprietà (di cui 12 a uliveto con quattromila piante) un frantoio che lavora anche conto terzi e un ramo commerciale (Frantoio Antica Tuscia) che commercializza prodotti tipici del territorio (miele, marmellate, legumi, salse eccetera) per un fatturato

aggregato 2011 di 500mila euro, in crescita del 20% sull’anno precedente e con target 2012 di 540mila. Sono 1.000 i quintali di extravergine commercializzati nel 2011 (di cui il 30% da uliveti aziendali) e sebbene il mercato interno sia ancora prevalente, il trend è in leggera flessione. «La crisi si fa sentire – continua Battaglini – nel canale supermercati, dove abbiamo ini-

ziato a lavorare 13 anni fa e nel dettaglio prevediamo per il 2012 una flessione del 10% così come è in crisi la vendita diretta (dal 2010 al 2012, -5%) per il calo del turismo sul territorio mentre l’export raddoppierà in due anni in valore (dai 35 agli 80mila euro) e in percentuale sul fatturato (dal 12 al 22%)». Merito di due contratti importanti con catene della distribuzione

specializzata in Messico e Usa, ma anche di una operazione di consolidamento e sviluppo a Dubai «che già nei primi mesi del 2012 ha dato risultati eccellenti – conclude Battaglini – e mette in sicurezza gli obiettivi di budget 2012». Anche perché nella Tuscia si prevede quest’anno un’annata di scarica con meno prodotto per il 2013 (e anche meno lavoro per il frantoio). ●


FILIERA OLIO

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TURNOVER

Viaggio nella galassia degli under 40: sono solo il 16% del totale ma il 30% è rappresentato da donne

Giovani olivicoltrici crescono Le aziende «rosa» diffuse in Lazio, Campania e Basilicata – Più attenzione alla multifunzionalità

S

e in Italia il rapporto tra giovani e agricoltura è ancora una voce in via di sviluppo, la presenza di nuove leve in olivicoltura è ancora più ridotta. Secondo alcuni dati dell’Unaprol, l’età media dei conduttori di imprese olivicole nel nostro paese sarebbe pari a 58 anni (in generale in agricoltura l’età media è di 55 anni). Fanno eccezione Molise e Liguria con una media che supera di poco i 50 anni di età.

Dati comunque poco incoraggianti se si tiene conto che solo il 16% delle imprese olivicole italiane sarebbe guidato da persone al di sotto dei 40 anni di età. Significativa sarebbe invece la presenza di giovani quote rosa nel settore: quasi il 30% delle imprese condotte da giovani olivicoltori è infatti intestata a una donna. Se a livello nazionale e nelle macroaree del CentroNord e del Sud la composizio-

ne per classi di età non varia in modo sensibile, a livello regionale si misurano alcuni scostamenti significativi dalla media. Come detto è il caso della Liguria con il 40,3% di presenza giovanile e del Molise con il 34,4% a cui si aggiunge la Lombardia con il 29 per cento. La presenza femminile più importante si rileva in Campania (38%), Lazio e Basilicata (36%). Nonostante la quota ancora piccola, ma comunque in

VENETO

crescita negli ultimi cinque anni, le aziende condotte dai giovani olivicoltori sono in media più grandi, con una superficie pari a circa sei ettari contro i quattro di media delle aziende condotte da imprenditori over 40. Il fermento nell’olivicoltura si registra in particolare in progetti e iniziative che nascono proprio dai più giovani che oltre ad aver portato innovazione all’interno delle aziende, sia in termini di tec-

nologia che di comunicazione, sarebbero anche più bravi nel recepire le varie misure messe a disposizione dai piani di sviluppo regionale e dall’Ocm, favorendo così la ricaduta nel settore di investimenti cofinanziati. È anche grazie a questo che molte di queste aziende hanno investito nella multifunzionalità, dotandosi di spazi per le degustazioni e in molti casi realizzando agriturismi creando nuove forme di mercato legate alla

vendita diretta. A quanto pare cambia anche il modo di interpretare il packaging del prodotto: negli ultimi anni si è assistito a una riqualificazione dell’immagine dell’extravergine italiano oltre che a una migliore promozione, di pari passo con l’incremento di presenze giovanili ai corsi di assaggio e degustazione. ● PAGINA A CURA DI ALESSANDRO MAURILLI © RIPRODUZIONE RISERVATA

MARCHE

A Valeggio sul Mincio Jesi scommette su un modello l’uliveto sostituisce la vigna di marketing territoriale R

ispondere alla crisi investendo nella diversificazione. È quanto ha fatto Sabina Pezzini, giovane imprenditrice agricola di Valeggio sul Mincio (Verona) con alle spalle tre generazioni impegnate nella vitivinicoltura. Diversificare è stata la strategia che ha portato l’azienda a investire nell’extravergine di qualità. «Abbiamo addirittura espiantato un vigneto – spiega Pezzini – per l’oliveto nuovo che si è andato ad aggiungere ad altri olivi che fino a prima servivano solo per una produzione familiare». Sono state scelte cultivar autoctone per produrre due etichette di cui una a marchio Dop. «Un tentativo di cercare di arricchire la fonte di reddito aziendale – continua la produt-

trice – che si sta dimostrando vincente». L’extravergine viene venduto in abbinamento al vino, ma sempre di più, secondo l’esperienza di questa azienda, sta diventando un settore autonomo. «Se prima l’olio an-

Da Sabina Pezzini produzioni ad hoc per i singoli ristoratori dava dietro al vino – spiega Pezzini – ci stiamo accorgendo che la ristorazione è in cerca di prodotti di qualità che possano integrarsi bene con l’offerta dei propri menu». È per questo che l’azienda

veneta si sta specializzando in produzioni ad hoc su richiesta dei singoli ristoranti, soprattutto della zona. «C’è poi da dire che il consumatore negli ultimi anni è diventato più sensibile anche nella scelta dell’extravergine – sottolinea l’olivicoltrice – e ha capito che si può spendere di più nell’olio». Per il futuro potrebbe esserci la possibilità di ampliare la produttività dell’olio in azienda, «anche se l’extravergine rappresenta per noi una nicchia produttiva e per come sono i nostri territori non possiamo permetterci grandi produzioni – conclude la produttrice – anche se va detto che rispetto al settore del vino in questo momento quello dell’olio sia in proporzione più remunerativo». ●

UMBRIA

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are sistema per Giorgio Tonti, giovane titolare dell’azienda olivicola Colle Nobile, nelle campagne di Jesi (Ancona), non è solo uno slogan, ma una realtà. È grazie a questa strategia che negli ultimi dieci anni, il periodo in cui il giovane imprenditore ha visto crescere l’attività dei suoi circa 1.600 olivi, è riuscito a concretizzare gli sforzi e gli investimenti. Fare sistema con le altre realtà del territorio per sviluppare un modello di marketing territoriale. Nella pratica una rete di contatti periodicamente aggiornata sulle attività che consistono nel programmare educational in azienda alla scoperta della produzione e dei prodotti «perché uno

dei punti insieme di forza e di criticità del settore – spiega Tonti – è proprio quello di un consumatore ancora poco formato nei confronti dell’extravergine di qualità». Ecco allora che sfruttare il

Giorgio Tonti in joint con i tour operator apre l’azienda alle visite turismo può essere una scelta vincente ai fini della vendita del prodotto. «A oggi oltre il 50% della nostra produzione è venduta in forma diretta – aggiunge – e questo consente margini di guadagno lieve-

mente più alti». Per questo, per il futuro, l’azienda è pronta a investire ancora con i tour operator, motore importante e sempre più sensibile anche al turismo dell’olio. «Riceviamo molti gruppi durante tutto l’anno – continua Tonti – soprattutto da agenzie straniere che nel pacchetto inseriscono anche la giornata dedicata all’agroalimentare». L’azienda marchigiana produce in tutto cinque etichette, tutte monocultivar di cui tre autoctone. D’altro canto il giovane produttore è convinto che per il futuro bisogna cercare in maniera decisa di sfruttare al meglio il patrimonio genetico presente in Italia. ●

PUGLIA

Investimenti in comunicazione Il sostegno ai redditi arriva per sfruttare tutte le potenzialità dall’innovazione tecnologica È

rinata tutta al femminile e ispirata all’arte e al territorio di appartenenza, il Trasimeno, zona dell’Umbria da sempre vocata all’olivicoltura di qualità. Terre di Grifonetto è il nome di questa realtà e insieme del progetto che Francesca Cassano insieme alla figlia Angelica sta portando avanti. «Abbiamo voluto credere nel rinnovamento dando una svolta all’azienda di famiglia – spiega la produttrice umbra – identificando la produzione di extravergine con una immagine che rimanda a un dipinto di Raffaello». La svolta si è tradotta in un investimento mirato a migliorare la comunicazione del prodotto, elemento che a quanto pare è sempre più importante

per commercializzare l’extravergine. «Abbiamo investito molto in questo campo – continua Francesca Cassano – consapevoli che la concorrenza in questo settore è davvero elevata e spesso la qualità da

Francesca Cassano: un connubio con l’arte per raccontare la bottiglia sola non basta a promuovere il prodotto». Non è facile per un giovane dedicarsi a questo settore, ma nemmeno impossibile. «Riteniamo che la nostra sia una impresa come le altre e

che il settore dell’olio ha un grande potenziale – afferma la produttrice – è per questo che anche mia figlia crede molto in questo progetto». È proprio Angelica, la più giovane dell’azienda che se ne occupa. «La bottiglia va raccontata – dice la giovane imprenditrice – e per farlo occorre investire molto in viaggi e rapporti diretti con la clientela». Dagli 11 ettari di olivo si producono tre etichette, una delle quali è la monocultivar «Dolce Agogia». Quale il futuro dell’azienda? «Investire ancora in comunicazione e packaging – conclude Francesca Cassano – senza dimenticare che dentro alla bottiglia deve esserci un prodotto di qualità». ●

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nvestire in tecnologia e marketing. Sono le due chiavi di successo per l’olivicoltura del futuro secondo il giovanissimo imprenditore agricolo pugliese Pietro Intini, titolare dell’omonima azienda di Alberobello (Brindisi) ereditata da due generazioni e oggi uno dei fiori all’occhiello nel panorama regionale in quanto a tecniche produttive. «Non è certo facile gestire un’azienda olivicola oggi – spiega Intini – eppure si possono trovare delle strade per creare reddito nel settore». La prima strada che Pietro Intini ha trovato e percorso è stata quella di investire, grazie anche a misure del Psr, nel rinnovamento del parco

macchine aziendale. «È fondamentale oggi poter contare su un ciclo produttivo chiuso e gestibile – dice – per questo abbiamo investito su due macchinari a tecnologia italiana per il nostro frantoio». Pierali-

Pietro Intini rilancia sul packaging per dare identità all’olio si e Mori in questo caso, per degli impianti che lavorano in parte col sottovuoto e con l’ausilio di azoto gassoso per salvaguardare fin dalla prima fase la qualità delle olive frante. «Occorre poi concentrarsi

sul marketing, che in questo settore è ancora poco battuto» aggiunge. È uno degli ultimi investimenti fatti dall’azienda per le sei etichette prodotte. Una bottiglia ad anfora, studiata appositamente per salvaguardare il prodotto al suo interno, ma soprattutto l’immagine delle etichette. «Grazie a questo è più semplice trovare la fidelizzazione nel cliente finale – spiega l’olivicoltore – che sa riconoscere il nostro prodotto». La qualità dell’extravergine, realizzato con cultivar autoctone, e dell’immagine stanno facendo vendere l’olio Intini in tutta Italia e non solo, soprattutto nei canali della ristorazione e delle enoteche di alta gamma. ●


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CASE HISTORY

Piantati dall’azienda campana 5 ettari di uliveto per produrre la materia prima finora acquistata all’esterno

L’oleificio Fam si mette «in proprio» All’estero il 50% del fatturato – Progetto da un milione di euro per ammodernare lo stabilimento

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unta a incrementare la produzione e il fatturato del 30% entro il 2013 e ad avviare, per quella data, anche l’ammodernamento dello stabilimento per un investimento di circa un milione. È l’Oleificio Fam, l’azienda immersa nelle colline irpine di Venticano (Avellino). Qui, i fratelli Flora, Antonio e Maria Tranfaglia imbottigliano solo olio extravergine d’oliva lavorato a freddo, nel solco di una secolare tradizione olearia. Lo fanno trasformando circa tremila quintali di olive che acquistano per il 70% da ovicoltori della zona e per il 30% da altre regioni d’Italia. Oggi l’azienda è pronta a fare un salto in avanti, producendo in proprio la materia prima. «A fine 2011 – spiega Antonio Tranfaglia – abbiamo impiantato sui terreni di nostra proprietà due ettari di uliveto della varietà

Ravece. Entro pochi mesi ne impianteremo altri tre, sempre della stessa varietà. Questa operazione ci consentirà di curare direttamente tutte le fasi della lavorazione dell’olio, dalla coltivazione delle olive alla loro trasformazione e di ottenere numerosi benefici sia in termini di produzione che di fatturato». L’oleificio oggi realizza 40mila litri di olio l’anno, suddivisi in cinque varietà, a cui si aggiungono gli oli aromatizzati a limone,

aglio, peperoncino, origano, rosmarino e tartufo bianco. Lavora le specie di olive più diffuse nelle terre d’Irpinia e cioè l’Ogliarola, il Ravece e il Marinese. La raccolta viene effettuata a mano nel periodo tra metà ottobre e inizio dicembre. La molitura a freddo delle olive, sotto pesanti macine di pietra, avviene entro 24 ore dalla raccolta. L’olio ottenuto è poi conservato in silos di acciaio inox, in un locale buio e

a temperatura controllata. Nascono così «Fam» dal fruttato leggero, «Dominus» dal fruttato medio, «Biofam» ottenuto da agricoltura Biologica, «Dominus Riserva» dal fruttato intenso e il Dop «Irpinia Colline dell’Ufita». E i prodotti degli Oleifici Fam sono apprezzati, oltre che in Italia, anche in Canada, Stati Uniti, Francia, Norvegia, Svizzera, Germania, Venezuela, Giappone e Cina. Il 50% del fatturato, infatti, che

ammonta in totale a 400.000 euro, è realizzato all’estero. La tradizione artigianale della famiglia Tranfaglia ha portato l’azienda nel 2012 a ottenere numerosi riconoscimenti. A partire dal primo premio «fruttato intenso» al concorso internazionale Sol d’Oro di Verona, fino alle tre foglie del Gambero Rosso e al Grande Olio della Slow Food. Ma il fiore all’occhiello dell’azienda è lo stabilimento. Nei suoi 1.800 me-

tri quadrati coperti, sono separate le diverse fasi produttive: la lavorazione delle olive, la conservazione ed il confezionamento dell’olio. «Abbiamo presentato alla Regione Campania – continua Tranfaglia – una domanda di aiuto per l’ammodernamento dell’azienda nell’ambito dei Progetti integrati di filiera (Pif) del Psr 2007/13. Lo scopo è di ampliare la zona di stoccaggio, rimodernare il parco macchine del frantoio e realizzare un’ampia sala per la degustazione. Attendiamo il via libera al finanziamento, stimato in un milione». L’intera struttura, infine, è alimentata con energia pulita. Un anno fa, infatti, è entrato in funzione un impianto fotovoltaico da 100 chilowatt costato circa 370mila euro, che consente all’azienda di coprire il 100% dei costi di energia elettrica prodotta. ● BRUNELLA GIUGLIANO © RIPRODUZIONE RISERVATA

L’emiliana «La Pennita» punta su varietà autoctone I

nvestimenti in strutture produttive, reintroduzione di nuove cultivar di olivo, risparmio energetico e buon successo all’estero. Sono questi alcuni connotati che delineano l’identikit dell’azienda agricola «Tenuta La Pennita», attiva nel cuore delle colline di Castrocaro, in piena Romagna, nella provincia di Forlì-Cesena, che si fa notare con una produzione annua di oltre 15mila bottiglie, che rientrano nella Dop «Brisighella». Il giro d’affari (per il 25% realizzato all’estero con Usa e Giappone in prima fila) è di circa 200mila euro. Il titolare dell’azienda è Gianluca Tumidei, romagnolo verace che dedica tutto il suo tempo alla produzione e poi alla promozione dei suoi prodotti su un mercato altamente competitivo. Gli oliveti della «Pennita» si estendono su una superficie di oltre 30 ettari compresa fra i Comuni di Castrocaro Terme, Terra del Sole e Brisighella, ossia in quell’area storicamente vocata alla coltivazione dell’ulivo, grazie alla composizione del terreno e al microclima particolarmente favo-

revole e accarezzato dalla brezza del vicino Mar Adriatico. Nell’oliveto dell’azienda figurano anche, nell’areale di Brisighella, cinquemila olivi secolari delle varietà «Nostrana di Brisighella», «Ghiacciola» e «Orfana». Gli olivi che sono mappati nel Comune Terra del Sole (circa 4.500 piante) sono invece a impianto specializ-

Frantoio e impianto solare completano il ciclo produttivo zato e le varietà coltivate sono la Correggiola e un’altra, autoctona, in via d’estinzione, la Grappuda, recentemente reintrodotta dalla «Pennita». «La raccolta è praticata esclusivamente a mano – sottolinea Gianluca Tumidei – per brucatura a invaiatura del frutto, in modo da poter esaltare tutte le caratteristiche olfattive e per perfezionare l’equilibrio tra olfatto e gusto nel prodotto finale». Il ciclo produttivo è completamente autonomo. An-

che perché, nel 2002, la «Pennita» ha investito nell’acquisto di un frantoio aziendale – a ciclo continuo a due fasi, prodotto da «Toscana Enologica» – della capacità di 120 chili all’ora. Fra le azioni di sviluppo dell’azienda romagnola, spicca anche la realizzazione di un impianto fotovoltaico che la rende autosufficiente per l’approvvigionamento energetico, e l’utilizzo di vetro leggero e carta riciclata per il packaging. Quattro sono i prodotti di punta dell’azienda, due monocultivar e due blend. Le monocultivar comprendono l’olio extra-vergine d’oliva Monte Poggiolo «Selezione Alina», con Nostrana di Brisighella lavorata in purezza e l’extravergine d’oliva «Valdoleto», con varietà Ghiacciola, sempre in purezza, più dolce con retrogusto piccante. Fra i blend si segnala l’extravergine d’oliva sempre contrassegnato con il marchio Monte Poggiolo, un mix fra le cultivar «Correggiolo», «Nostrana di Brisighella» e «Ghiacciola». ● ROBERTO FABEN © RIPRODUZIONE RISERVATA