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Roberto Galassi

Medicina e salute nelle cure di fine vita


Collana BibliHospice Medicina e salute nelle cure di fine vita Autore: Roberto Galassi © Ponte Blu Edizioni – 2012 Consiglio editoriale: Ayres Marques, Alessandro Finucci, Marina Baldoni Consulenza: Gigliola Capodaglio Fotografie: Marina Marques (copertina), Ayres Marques (ritratto dell’autore) Stampato da Bottega Grafica – Loreto – 2012 ISBN 978-88-98132-00-3


Medicina e salute nelle cure di fine vita Il rapporto tra medicina e salute è estremamente complesso. In questo rapporto sono molti i fattori legati alla crescente capacità terapeutica della medicina, con una “tecnica” ormai dominante sull’attività complessiva degli operatori sanitari nelle loro diverse espressioni. Un ruolo altrettanto importante è il concetto di salute nella società contemporanea, votata al “benessere totale”, nella quale la salute viene intesa come totale assenza di qualsiasi disturbo clinico e psicologico. In questo contesto e con queste premesse è naturale identificare un intervento medico come appropriato allorquando questo può essere inserito in una regola generale, nell’ambito di alcune linee guida: come se tutto fosse riconducibile quasi ad una regola matematica. Di fronte ad un paziente nella fase terminale della sua vita, questa visione della medicina mostra tutta la sua fragilità ed inefficacia. Di fronte al paziente costretto ad affrontare quotidianamente la fatica della propria condizione, essa non riesce a dare risposte, a trovare la formula corretta. Lo scopo di queste pagine è offrire al lettore lo spunto per alcune riflessioni sulle cure di fine vita, e, più in generale, sul rapporto tra medicina e salute in questo momento e nella nostra cultura, nella personale convinzione che non esistano delle risposte certe, semplici e sicure, ma forte dell’idea che un intervento medico necessiti, in qualsiasi fase, di un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. 3


Insieme ad altri colleghi, ormai da oltre dieci anni, mi occupo di cure palliative all’interno dell’hospice di Loreto. Istituito nel febbraio del 2001, con due soli posti letto, grazie alla Legge n. 39 del 26 febbraio 1999 e successivo D.M. del 20 settembre dello stesso anno, entrambi fortemente voluti dall’allora Ministro della Sanità Rosy Bindi, l’hospice di Loreto si è poi sviluppato nel 2004, anno in cui sono state realizzate altre sei camere, con la possibilità di ospitare, complessivamente, fino a otto pazienti assieme ai loro familiari, per un’assistenza quotidiana continuativa. Perché parlare di cure palliative? Perché a tutt’oggi si sente la necessità di un fine vita dignitoso e di una morte dignitosa? Rapporto dell’uomo con la sua morte Un’opera di Eschilo, Prometeo incatenato, racconta la storia di Prometeo, un titano che tenta di aiutare gli uomini, minacciati da Zeus che vuole sterminare l’intero genere umano. In che modo Prometeo tenta di aiutarli? Egli elargisce agli uomini due doni: il primo è il fuoco. In quel tempo il fuoco era l’unico elemento in grado di modificare la materia e, di conseguenza, necessario per progettare e costruire. Il fuoco rappresenta quindi la tecnica, la scienza e, quindi, il progetto dell’uomo. Il secondo dono di Prometeo agli uomini, privi degli istinti che caratterizzano gli altri animali, è la capacità di prevedere, cioè la capacità di andare oltre l’attimo, la facoltà di vedere al di là di quello che è l’istante. Grazie a questi doni, quindi, l’uomo è in grado di concepire e realizzare progetti e di organizzare 4


le proprie azioni e la propria vita in funzione di queste proiezioni. Tuttavia non riesce a vedere l’oblio, la propria morte. L’uomo, quindi, è capace di vivere proiettato verso il futuro, senza necessariamente dover affrontare il timore derivante dal pensiero del momento finale della propria esistenza. È chiaro che nell’intenzione di Prometeo c’è la volontà di far diventare l’uomo più simile a un dio, di dargli un’immagine di immortalità. Attraverso il dono del fuoco fornisce all’uomo il progetto, la tecnica e, contemporaneamente, gli nasconde l’asticella, il limite rappresentato dalla propria morte. Eschilo attraverso questo mito tratteggia in maniera puntuale la condizione umana: il desiderio, l’aspettativa ed il rapporto con la morte. Il grande Omero, nell’Odissea, descrive come Ulisse rifiuti per ben due volte l’eternità che gli viene offerta, prima dalla maga Circe e poi dalla dea Calipso. Ulisse, con la sua scelta, afferma di voler continuare il suo viaggio, la sua esperienza umana. Abbracciare la condizione di eternità glielo impedirebbe, poiché l’eterno è per sua natura sempre uguale a se stesso, immutabile. Questa storia meravigliosa è il paradigma di tutta l’esperienza dell’uomo, del suo rapporto col tempo e della necessità della morte affinché sia reale la sua libertà di scelta. Prometeo regala all’uomo un progetto, Ulisse è alla ricerca di un senso da dare alla sua esistenza. Costante è il rapporto dell’uomo con la sua morte, l’unico evento certo, e la ricerca di un senso da attribuire al percorso che ciascuno di noi compie. Perché parlare di questi miti? Perché la medicina, ma, 5


in effetti, un po’ tutta la scienza, ha vissuto un enorme progresso, un grande progetto. Oggi siamo capaci di sostituire organi, di praticare trapianti, siamo in grado di modificare il nostro codice genetico, i nostri cromosomi. La crescente capacità terapeutica della medicina consente di protrarre la vita anche in condizioni un tempo impensabili. Tuttavia la medicina, così come la cultura che la domina, non è capace di dare risposte efficaci quando i trattamenti non giovano più alla persona, quando il paziente arriva alla fine della sua vita, quando è un malato che sta morendo. Ed ecco che i mass-media, i giornali ci propongono improvvisi scoop, imprevisti eventi individuali che con la loro forza ci impongono di affrontare problemi come il testamento biologico, l’accanimento terapeutico o l’eutanasia. La risposta più frequente a queste problematiche è quella di cercare una “regola” generale da cui dedurre il comportamento adeguato. Rapporto tra medicina e medicalizzazione Una riflessione merita il rapporto che viene a instaurarsi tra la medicina e la medicalizzazione. Il problema della “medicalizzazione”, ovvero dell’inflazione medica che caratterizza il nostro tempo, riguarda certamente l’espansione, quantitativa e qualitativa, di ciò di cui i medici si occupano, ma soprattutto la separazione artificiosa della malattia sia dalla salute sia dal contesto sociale e storico, che permetterebbe di spiegarla e contrastarla anziché limitarsi semplicemente a ripararne i danni. Oggi il biopotere (per usare un’espressione cara a Foucault) 6


è di chi ridefinisce ogni giorno i confini tra salute e malattia, allargando continuamente i confini di quest’ultima in nome della sempre invocata “precocità”. La prospettiva, ormai dietro l’angolo, è che ogni neonato cominci subito, con un esame a tappeto del suo genoma, una lunga carriera di malato cronico, dalla culla alla tomba, andando incontro al suo destino mortale come un Macbeth, che cerca inutilmente di scamparlo. È questa una medicalizzazione fortemente collegata al concetto di salute del nostro tempo come descritto nell’introduzione: un concetto secondo il quale l’idea di salute non contempla la capacità di sopportare il sintomo, il disturbo, la fatica, ma soltanto la loro completa assenza. Le cure palliative e loro principi Un gruppo di medici, da oltre sessant’anni, si è impegnato a modificare questo stato di cose, credendo fortemente che la medicina possa dare una risposta anche, e soprattutto, nel momento di maggior bisogno da parte dell’uomo, in quella fase, appunto, in cui questi sta arrivando al termine della sua esperienza terrena. E questo, coltivando il grande progetto di restituire al paziente un tempo efficace, non un tempo perso, un percorso dignitoso anche durante gli ultimi giorni della sua vita. Il progetto in cui questi medici si sono impegnati è quello delle cure palliative. Il termine stesso, palliativo, deriva dal latino pallium, mantello, che serviva ai pellegrini nel loro cammino per coprirsi, rivestirsi e proteggersi dal tempo avverso. 7


Se andiamo ad analizzare i termini che sono abitualmente utilizzati in ambito medico, in modo particolare in quello delle patologie oncologiche, ci accorgiamo subito del tipo di approccio che la medicina ha nei confronti di tali malattie: “aggredire la malattia”, “combattere le cellule malate”, “uccidere la patologia tumorale”. In queste espressioni è chiara la forza con cui si intende fronteggiare e risolvere il problema. È questo un approccio sempre causale nei confronti della patologia che soltanto in determinati casi, come poi vedremo, rappresenta la risposta efficace per il paziente. Coloro che si occupano delle cure di fine vita si trovano ad interrogarsi sul significato da attribuire al termine “cura”. Per “cure palliative o di fine vita” intendiamo tutte quelle cure che non sono rivolte alla guarigione del paziente, laddove una guarigione non è più possibile. Si sostiene la necessità di curare anche in assenza della possibilità di guarigione. Ogni operatore che assiste un paziente in fase terminale è consapevole di come un approccio organico non riassuma un’esperienza della persona, estremamente complessa e ricca di significati. Le cure palliative sono quindi una cura della persona piuttosto che una terapia medica della malattia o dei sintomi. Si tratta di una cura attiva rivolta ad un malato che non risponde più ai trattamenti tradizionali: un malato per il quale una terapia causale non è più utile né per un prolungamento né tanto meno per un miglioramento della qualità della vita. Si propone il controllo dei sintomi fisici, emotivi e spirituali. La differenza di fondo è nell’approccio dell’operatore nei confronti del malato. La medicina si 8


propone, soprattutto nell’evento acuto e, meno, nell’evento cronico, come una terapia dell’organo, della parte malata, da aggredire, da curare, da risolvere. Un paziente ha la polmonite oppure viene colto da infarto: sono queste patologie che vanno aggredite e risolte. Tuttavia ogni malattia è un’esperienza per la persona malata. Certamente nella malattia cronica, e tanto più nella malattia cronica inguaribile e progressivamente ingravescente, il fattore esperienziale diventa preminente, se il fine ultimo è dare qualità alla vita ed una morte dignitosa. Ruolo centrale è l’esperienza che il paziente ha della propria malattia e non quella malattia, semplicemente intesa come deficit o disfunzionalità organica. È necessario un approccio multidimensionale, cioè, che non può risolversi nel semplice aspetto clinico dell’“organo malato”: un approccio che deve considerare la persona malata in tutto il suo essere e che deve di conseguenza prendere atto anche del suo modo di vivere quel tipo di esperienza; un approccio che punta a valutare e a studiare con il paziente tutto ciò che quella malattia ha determinato in lui. Ogni malattia comporta nella vita della persona uno o più eventi esperienziali, come potrebbe essere la perdita del lavoro, la perdita di ruolo all’interno della propria famiglia e della società. Tutti questi aspetti implicano anche dei problemi spirituali. Un approccio multidimensionale quindi deve considerare tutti i livelli su cui si può lavorare non solo per risolvere la malattia, ma per poter migliorare la qualità della vita della persona malata. Un problema multidimensionale necessita di un approccio multiprofessionale: più figure ruotano ed 9


interagiscono attorno ad un paziente, in modo tale da avere diversi punti di vista rispetto ad una stessa persona affetta da una patologia ingravescente. Questo per arrivare a definire un piano terapeutico individualizzato per il singolo soggetto e, poiché ognuno ha la propria storia sia dal punto di vista personale sia dal punto di vista sanitario, tale piano sarà comunque dedicato, unico ed irripetibile. Il fine ultimo sarà sempre quello di migliorare la qualità della vita e garantire una morte dignitosa. Punti fondamentali delle cure palliative sono quindi l’approccio multidimensionale all’evento esperienziale della malattia e il lavoro multiprofessionale interdisciplinare. Occorre ridurre il peso di un approccio tradizionale, basato sulla replicabilità degli eventi, e favorire un approccio umanistico, difficilmente verificabile. Gli operatori dovranno essere capaci di mediare tra un ruolo professionale, che impone una distanza con il paziente, ed un ruolo empatico, non sempre facile da gestire, ma che avvicina gli stessi operatori all’esperienza ed alla complessità della persona che essi hanno di fronte. È fondamentale che, in tutti gli operatori che si occupano di cure palliative, scientificità e comprensione umana non entrino in conflitto. L’hospice di Loreto e la sua organizzazione All’interno dell’hospice di Loreto lavorano medici, infermieri, operatori sanitari, una psicologa, i volontari, il sacerdote. Tutte queste figure ruotano attorno agli stessi malati. È importante, se non indispensabile, compiere un 10


lavoro di équipe, trovare un momento d’incontro, in cui ogni operatore riporti la propria esperienza rispetto a ciascun paziente e venga a conoscenza delle esperienze di tutti gli altri. Non si tratta soltanto di esporre il proprio punto di vista, poiché sono vere e proprie relazioni quelle che si instaurano con i pazienti e che vanno riportate poi a tutti gli altri. Il paziente è portato a parlare con il medico di determinati problemi o situazioni, affronta argomenti diversi quando parla con l’infermiere, altre questioni ancora con il volontario o con il sacerdote. La condivisione da parte degli operatori di queste esperienze, unitamente alla professionalità di ciascuno di essi, garantisce così di elaborare un piano terapeutico adeguato per quel determinato paziente, che possa rendere migliore la qualità della sua vita. Il paziente ha un ruolo centrale, è il protagonista ed è il fulcro attorno al quale questo tipo di intervento ruota. La sua famiglia diventa momento terapeutico: essa deve essere coinvolta, deve divenire parte essenziale in questo progetto, altrimenti è arduo riuscire a definire e a realizzare un percorso terapeutico efficace. Particolarmente importante tra i familiari è la figura del care-giver, cioè la persona che più delle altre gli sarà accanto, quella che maggiormente interagirà con il paziente nella fase terminale. L’hospice è pertanto la struttura residenziale all’interno della quale praticare le cure palliative, su pazienti affetti da malattie progressive in fase terminale avanzata, con prognosi infausta, per cui una terapia finalizzata alla guarigione o al miglioramento della condizione clinica non è più possibile, pazienti per i quali occorre quindi ridefinire il tipo di approccio curativo. Alla luce di quanto sopra, all’interno dell’hospice anche 11


l’organizzazione degli spazi deve essere molto diversa rispetto a quella di un ospedale o di una casa di riposo. Le stanze devono essere concepite in modo da garantire tutti i comfort, un’abitabilità che possa far sentire il paziente come se fosse a casa propria. Ciascuna stanza ha anche un letto per il care-giver, per cui la persona più vicina, per lo più un familiare, può dormire, mangiare e restare con lui 24 ore su 24. La camera deve essere aperta a tutte le ore, perché il paziente possa vedere e abbracciare i propri cari in qualsiasi momento. L’hospice necessita altresì di una sala dedicata a momenti d’incontro con la possibilità, per familiari e conoscenti, di portare cibi, libri, oggetti vari da casa, organizzare anche piccole feste, affinché tutto ciò che si desidera essere fatto possa essere riprodotto all’interno dell’hospice, proprio come se il paziente fosse a casa propria. Per ogni paziente è necessario elaborare un piano terapeutico individualizzato, che viene poi verificato settimanalmente, durante un incontro multidisciplinare tra le varie figure che operano nell’hospice. Per il paziente appena entrato si elabora un piano terapeutico personalizzato, che può essere prevalentemente concentrato sul dolore oppure su altri sintomi clinici, nel qual caso il medico riveste il ruolo principale. Tuttavia molto spesso i problemi di consapevolezza, i problemi psicologici, le difficoltà nelle relazioni familiari sono i fattori che giocano il ruolo più importante nella qualità di vita di un paziente: ecco allora che occorre un lavoro di équipe anche su queste sfere. È necessario, a questo punto, chiedere al paziente di raccontarci la sua malattia: egli stesso metterà il punto su determinati aspetti e non su altri, perché lui ritiene più 12


importanti quegli aspetti rispetto ad altri. Si arriva così ad individuare le problematiche che più compromettono la qualità della vita del paziente per poter poi porvi una “cura”. Nell’hospice si cerca anche di fare un’attività di ricerca. Una nostra équipe ha appena pubblicato un lavoro sull’individuazione di fattori prognostici, poiché quello della prognosi è sempre un aspetto delicato e difficile nel malato terminale. La storia dell’hospice di Loreto è l’esperienza di un gruppo di operatori che collaborano ormai da oltre dieci anni. Ma arrivare a questi risultati è davvero così scontato? Riuscire a far funzionare tutto il meccanismo è davvero così semplice? La risposta è no. Praticare cure palliative è una cosa estremamente difficile e, più di ogni altra cosa, è difficile arrivare a considerare di praticare le cure palliative ad un paziente. Rapporto tra l’hospice e la realtà esterna Paradossalmente sono molti gli ostacoli che si frappongono tra il malato e il suo ricovero in una struttura quale può essere l’hospice; quegli stessi ostacoli che possono presentarsi anche nel caso in cui un servizio adeguato di cure palliative venga offerto a domicilio. Tali difficoltà sono sia di ordine organizzativo che di carattere culturale. Parlando da un punto di vista organizzativo, il malato terminale subisce l’intervento di una medicina troppo potente. Questo significa che, seppure di fronte ad un paziente in fase terminale - un paziente per il quale, nonostante le cure, non c’è più spazio per un 13


miglioramento né tanto meno per una risoluzione positiva della patologia - sovente medici e familiari si trovano uniti da una urgenza di intervenire, di praticare cicli su cicli di chemioterapie di ultima generazione, di chemioterapie sperimentali. Questo, nella speranza di prolungare la vita del malato, ma spesso con il solo risultato di guadagnare pochi giorni. A quale prezzo? Quello di togliere al malato in fase terminale la possibilità di una qualità dignitosa della vita, poiché queste cure riducono ai minimi termini quelle capacità di relazione ed interazione del paziente con il suo ambiente familiare e con il mondo che lo circonda. Alla fine di uno o più cicli chemioterapici, i malati sono persone “spremute”, sfinite, incapaci di dialogare e di relazionarsi con i propri cari, proprio in un momento della loro esistenza in cui forse varrebbe la pena salvaguardare questi rapporti, affinché quello spazio che separa una persona dalla propria morte non risulti un tempo sprecato, bensì un insieme di momenti preziosi da trascorrere e da condividere fino in fondo. Un approccio aggressivo è spesso, da una parte, il modo più semplice per i medici di affrontare la patologia, mentre, dall’altra, rappresenta un alibi per i familiari, che fino all’ultimo sperano nella guarigione del proprio caro; cosicché si preferisce praticare l’accanimento terapeutico, piuttosto che sedersi e ascoltare il paziente, entrarci in relazione, accogliere l’angoscia di chi sta vivendo la fase finale della sua vita.

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Ostacoli alla pratica delle cure palliative: negazione e accompagnamento alla consapevolezza. Gli ostacoli all’attivazione delle cure palliative sono molti e, principalmente, di ordine culturale. Non è un caso che l’approccio più diffuso di fronte ad un malato terminale sia rappresentato dalla negazione e dal controllo. Quando parliamo di negazione si vuole intendere quell’atteggiamento molto diffuso, da parte dei familiari, di negare, di non parlare della sua malattia alla persona che sta morendo. Questo è un costume molto radicato nella nostra società. La negazione certamente dimostra, da una parte, il desiderio di voler proteggere il malato. Tuttavia questo molto spesso avviene soprattutto per proteggere se stessi, per non farsi mettere in gioco, per non entrare in relazione veramente con la persona che sta soffrendo. Il malato, da parte sua, si sente ingannato da queste bugie continue. È chiaro che non si può affrontare a gamba tesa un soggetto che sta morendo. D’altronde, però, non si può nemmeno nascondere la verità, negando o minimizzando la realtà dei problemi, poiché spesso questo atteggiamento porta alla chiusura del paziente nei confronti delle persone che lo circondano. In hospice sono tantissimi i pazienti che sono chiusi, impotenti, afasici, perché si sentono traditi, ingannati da tutto e da tutti: dal medico che racconta sciocchezze e dai familiari che continuano a inventare miglioramenti inesistenti della malattia. È necessario cambiare atteggiamento e chiedere al paziente che cosa sa e che cosa desidera sapere della sua malattia, chiedergli se desidera che gli si illustri il suo 15


problema. Spesso, allorché viene informato della sua situazione, messo al corrente del fatto che si tratta di un problema serio, un problema che si cerca di gestire e di controllare, il paziente paradossalmente risulta sollevato, come riacquistando la propria dignità nella consapevolezza delle proprie effettive condizioni di salute. La strategia deve essere quella dell’accompagnamento: che non vuol dire necessariamente entrare nel merito della malattia, se il paziente non lo desidera; ma significa, allorché il paziente lo richieda, essere lì, essere presenti e raccontare la verità se richiesta. Questo costringe tutte le figure che ruotano intorno al paziente a mettersi in gioco: il medico, gli operatori, i familiari, che poi devono accogliere questo momento di angoscia. Questa sofferenza, che è naturale e necessaria, può diventare un momento di ricostituzione di un’integrità, di un valore aggiunto, di un tempo veramente attivo e utile. In hospice si sono verificate diverse situazioni in cui il paziente è riuscito a ri-raccontarsi, a relazionarsi più profondamente con i propri familiari, a parlare di argomenti e questioni, con parole e modalità che non era riuscito ad avere negli anni precedenti. Sono indispensabili quindi una corretta relazione, la comunicazione e l’informazione, così come la collaborazione con le persone di riferimento del paziente e l’autodeterminazione del paziente. Il paziente deve essere al centro di tutto: è il protagonista di questa fase e non può essere un protagonista muto, non può essere un protagonista per cui gli altri devono o possono decidere, scavalcandolo. Egli deve essere parte attiva del processo di cura. Questo tipo di intervento com16


porta fatica, a volte si ottengono grandi risultati, altre volte si conclude con un insuccesso. Però rimane un progetto che ha un suo fine. Il fine non è quello di applicare al paziente un protocollo, né tanto meno quello di convincerlo ad agire come ci si auspica che faccia, ma piuttosto quello di accompagnarlo e costruire un processo di cura che tenga conto del modo in cui egli vuol vivere la propria esperienza di malato. Mercato degli affetti È esperienza di quanti operano negli hospice, ma anche di chi lavora al domicilio dei pazienti anziani o malati cronici, non trovare più familiari che assistono i propri cari. Questo ruolo è stato delegato a “badanti” o servizi professionali. Probabilmente non ci sono più le famiglie di una volta con nonni, zie, vicini, in grado di dare una mano nei vari momenti della vita. C’è, tuttavia, anche la tendenza a trasformare ogni passaggio esistenziale in un evento: la festa di compleanno, le vacanze, persino il momento della morte. Questo obbliga a performance sempre più elevate. Poiché la scelta di avvalersi di specialisti dà la garanzia di un risultato più efficace, tutto viene continuamente delegato ai professionisti del privato. Ecco nascere un mercato dei servizi più intimi. È in corso un processo di accrescimento della dipendenza dagli altri. Un dato legato anche all’espansione delle fasi della vita: come i giovani, che dipendono per un tempo sempre più lungo dalle famiglie di origine o come in vecchiaia, lo stadio in cui “si impara a mendicare”. 17


Le relazioni di sangue, sino a poco tempo fa dominanti, tendono ad essere sostituite dalle relazioni di esperienza. Badanti, colf, persone che condividono la quotidianità molto spesso rimangono estranee, non riescono ad instaurare un rapporto davvero profondo con il paziente: in questo caso vi è una perdita per la persona malata e per tutta la famiglia in termini di tempo utile e di relazione. Avviene a volte, tuttavia, che queste figure, col passare del tempo e in virtù della vicinanza con il paziente, diventino persone di famiglia, che vengano incluse nella cerchia dei parenti. Questo fatto permette una circolarità della relazione che sarà di grande utilità al paziente, alla famiglia ed agli operatori stessi. Il tempo e il malato cronico ingravescente Occorre soffermarsi sul ruolo del tempo per un malato terminale. L’operatore che si trova in una camera di un hospice, come pure al domicilio di un paziente, è colpito dal ritmo pacato che si osserva in questi luoghi. Un andamento lento, senza scosse, quasi privo di musica. Gli attori nella stanza si esercitano nella contemplazione, nell’attesa. Una promessa, più che un atto. Una azione asservita al pensiero dosa le energie, investe poche mosse per raggiungere lo scopo. È questa lentezza, questa gestione fiduciosa e consapevole del tempo, il disinteresse per il tempo corrente, che distingue questi luoghi. Il tempo si dilata, le persone possono entrare in sintonia con il proprio ritmo e magari raccontarsi, spogliarsi, elevarsi. Pochi attimi diventano anni, poche parole un libro. 18


Morte e Amore Nel 500 a.C. un anonimo parlava dell’arte medica. A quel tempo ancora la medicina era considerata un’arte. Definiva la medicina come l’arte capace di “liberare interamente i malati dalla sofferenza, mitigare la violenza delle malattie, non intervenire sui malati già sopraffatti dal male”. In queste parole leggiamo un chiaro monito contro l’accanimento terapeutico. Di fronte ad un malato in fase terminale ci sono tre possibilità: si può “aggredire” l’ammalato e in questo modo praticare l’accanimento terapeutico, si può “fuggire” e praticare così una eutanasia di fronte ai suoi problemi, oppure, infine, si può “accompagnare” e stare vicini, ovvero praticare le cure palliative. Nel desiderio di noi tutti di non morire è presente la forza più importante che regola la nostra vita ed i nostri rapporti: l’amore. L’amore, in tutte le sue declinazioni, che comprende perciò anche l’amore per il potere, per il denaro, per se stessi, forme predominanti nel nostro tempo. Ciò nonostante è la forza primordiale che regola il nostro incedere, il nostro percorso. Nel desiderio di non morire ritroviamo fortissimo l’amore per se stessi, ma anche l’amore per i propri cari come pure l’amore per tutti coloro che ci hanno regalato emozioni e momenti felici. I greci nella loro mitologia immaginavano Eros, cioè Amore, come un figlio della notte: una forza che nasce nel momento in cui la luce si separa dall’oscurità. Dal momento della nostra nascita è la forza che ci 19


infonde il desiderio, nelle sue mille sfaccettature. Praticare, ma anche solo interessarsi, alle cure palliative significa diventare un soldato, una sentinella di Eros nel momento più difficile. Significa far sentire ancora la sua presenza alla persona in difficoltà. Sentire la presenza di Eros anche nella fase in cui, molto presto, verrà a chiuderti gli occhi. Significa provare a “togliere” il fardello di pesi e problemi che il fine vita spesso comporta e aiutare la persona a trovare il suo giusto rapporto con il tempo che gli rimane e con le persone che lo circondano. Nell’ultimo respiro l’energia che appartiene ad ognuno si scioglierà, in parte, nella notte e in parte rimarrà nel circolo della vita tra i cari, gli amici e tra tutti coloro che lo avranno accompagnato lungo il percorso ed avranno con lui condiviso una qualsiasi relazione.

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Medicina e Salute, di Roberto Galassi