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POLITICA • SOCIETÀ • LAVORO • AMBIENTE • CULTURA • CIVILTÀ • GIUSTIZIA

Repubblica

n. 7 maggio 2012

l’alt r a

DA

grafica di luca lazzari

Tassa pagata - Stampa periodica per l’interno - Aut. n. 359 del 19/06/2006 della Dir. Gen PP.TT

periodico di informazione edito da

Anche San Marino è entrata nella lunga volata elettorale e i segnali sia dall’Europa che dall’interno vanno tutti nella stessa direzione: cresce la sfiducia nelle istituzioni e nei partiti. La crisi della classe dirigente di San Marino è resa ancora più acuta dalle inchieste che la magistratura (di solito quella italiana) sta svolgendo e che ha portato in galera illustri personaggi. E come stanno reagendo le forze politiche? Nonostante sia chiaro a tutti che così non si può andare avanti, ci si balocca con metodi antichi, fatti di cene, incontri, ammiccamenti e comportamenti da teatrino. C’è un governo che non riesce nemmeno a dire ai suoi cittadini qual è la vera situazione economica, e c’è un’opposizione che non si oppone perché troppo compromessa con le vecchie gestioni di potere. Poco importa che la società dia continuamente segnali di stanchezza, e in tanti si impegnino per trovare una via d’uscita; per i partiti si tratta solo di aspettare che il vento dell’antipolitica si plachi per tornare ai valzer del bel tempo antico. Come uscire, allora, da questa prigione? Questo giornale è convinto che nella realtà del nostro paese ci siano le idee e le persone per costruire davvero un’altra Repubblica. Manca solo un luogo fisico per confrontarsi e cominciare ad indicare soluzioni a due grandi problemi: quale progetto per restare a testa alta in Europa (e non diventare la cassaforte delle mafie) e come ripensare la democrazia per rendere i processi decisionali partecipati e condivisi da tutti i cittadini. Bisogna partire subito, perché ci vorrà del tempo per trasformare il confronto fra le cento idee che sono già nate in una coerente strategia. I governati non sono più una plebe ottocentesca, sono composti da persone che hanno capacità, conoscenze, contatti; persone insomma che, nella migliore tradizione sammarinese, sanno davvero autogovernarsi. Sarà un passaggio difficile e importante allo stesso tempo. Ma bisogna cominciare e si parte giovedì 31 maggio dall’anfiteatro del Castello di Chiesanuova, con l’assemblea pubblica organizzata da questa giornale e da tutti coloro che vorranno aderirvi. Vi aspettiamo, perché San Marino ha bisogno di tutti voi.

PARADISO

FISCALE

A

PARADISO

CIVILE

direttore editoriale: MICHELE ZACCHI - direttore responsabile: LUCA LAZZARI

che 100 fiori sboccino che 100 idee si contendano

incontriamoci il

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maggio anfiteatro del Castello di Chiesanuova ore 18.00 / inizio lavori

ore 19.30 / aperitivo a chilometro zero

ore 20.30 / ripresa lavori diretta streaming su www.libertas.sm

IN QUESTO NUMERO RICAPITALIZZAZIONE CARISP: COSA RISCHIANO I SAMMARINESI • INTERVISTA AL SEGRETARIO CDLS, MARCO TURA • ANTONIO FABBRI SUL DENARO SPORCO A SAN MARINO • RAGIONANDO SULLA RETE• SOCIAL BUSINESS: CHE COS’È?


di AUGUSTO GASPERONI

Con la ricapitalizzazione della Cassa di Risparmio, prevista dall’ordine del giorno approvato nell’ultima seduta consiliare (si parla di 60 milioni di euro da parte dello Stato) continua la politica dei salvataggi bancari a spese dei contribuenti. Va però detto che l’ordine del giorno in questione pone anche una serie di condizioni che, almeno sulla carta, offrono ai futuri finanziatori alcune garanzie. Delle considerazioni vanno comunque fatte. Partiamo dall’assetto societario. La Cassa di Risparmio dal 2001 è una SpA, e la totalità del pacchetto azionario è in mano alla Fondazione San Marino, i cui soci vengono eletti esclusivamente per cooptazione. L’assemblea dei soci elegge i membri del CdA, mentre il Presidente è nominato, a norma di legge, dal Consiglio Grande Generale, cinque Consiglieri di Amministrazione sono eletti dalla Assemblea e tre, tra i quali il Vice-Presidente, sono nominati diretta-

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RICAPITALIZZAZIONE CARISP

COSA RISCHIANO I SAMMARINESI

Contro la complessità della crisi meglio le idee semplici mente dalla S.U.M.S. Allora: chi controlla la Cassa di Risparmio? La semplice biografia dei suoi amministratori ci porta a dire che si tratta prevalentemente di una riserva di caccia di un grande partito politico, che da sempre ne condiziona le scelte. Ora, che il bilancio della Cassa presenta grandi passività, i suoi amministratori e il governo hanno deciso che i debiti toccano a tutti, vale a dire allo Stato e ai contribuenti. Se serve ricapitalizzare, così come avvenuto per la Cassa di Risparmio di Rimini, bisogna che siano gli azionisti a mettere mano al portafoglio, perché sono loro che quando le cose andavano bene hanno gestito gli utili. Sarebbe ora che in questo paese gli amministratori di società e di patrimoni (fra l’altro ben retribuiti), fossero chiamati alle

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loro responsabilità e rispondessero in prima persona per le scelte sbagliate. Come sarebbe ora di chiarire, e di intervenire adeguatamente, sul conflitto d’interessi, come per esempio quello del Presidente della Fondazione San Marino. Infatti, lui stesso ha dichiarato di detenere importanti pacchetti azionari della ex Banca Agricola e della Banca di San Marino. E il suo caso non è certamente l’unico: per avere una trasparenza effettiva servirebbe una riforma fiscale seria che elimini quei “nascondigli” come le fiduciarie, e le altre forme societarie spurie. C’è un altro aspetto da approfondire su questa vicenda. Prima di affrontare una qualsiasi decisione, deve essere chiarito a quanto ammontano i prestiti già erogati dallo Stato (sia liquidi che in fidejus-

sioni), se e quanti altri istituti bancari sammarinesi hanno concessi prestiti alla Cassa, quali sono le sue reali condizioni economiche, e soprattutto quanto ancora sia esposta nella vicenda Delta nel rapporto tra crediti e debiti. Non si può più transigere sul metodo e sulla trasparenza. Con il pretesto che se non si salva il settore bancario salta il Paese, si stanno affondando l’uno e l’altro, e si stanno indebitando le future generazioni per decine di anni. Tra l’altro è lo stesso FMI, del quale noi non siamo certamente estimatori, a sostenere che l’intervento dello Stato è possibile solo dopo un adeguato chiarimento sullo stato patrimoniale dell’Istituto, dopo un intervento diretto degli azionisti e dopo la presentazione di un serio progetto di rilancio. Si possono poi solleva-

re altri dubbi sull’intera operazione: il carico della ricapitalizzazione, stando ad alcune indiscrezioni, dovrebbe essere suddiviso fra Stato, SUMS e una cordata di imprenditori. Ma se non c’è un quadro della situazione economica ed una stima del valore della Banca, come si fa a definire la ripartizione? Il rischio è quello della solita furbata fra affari e politica, dove a rimetterci è la collettività (alla quale si addossano le perdite), mentre qualcuno con pochi spiccioli si compra un posto al sole. A questi labirinti finanziari e affaristici io rispondo con una proposta semplice: perché non pensare ad una banca pubblica che gestisce i fondi pensione, salvaguarda il risparmio, sostiene il credito all’economia reale, finanzia opere e infrastrutture pubbliche?

INTERVISTA A MARCO TURA

SEGRETARIO CDLS

“E adesso il gioco si fa duro”

Il congresso della Cdls ha contribuito a chiarire ulteriormente la situazione del paese. Dal mondo del lavoro arrivano messaggi chiari e tutti nella stessa direzione: il paese ha bisogno di una svolta profonda perché il pantano favorisce soltanto la criminalità, da quella fiscale alla grandi storie di mafie. Con Marco Tura cerchiamo di fare una sintesi dei lavori. Partiamo da un dato certo: l’analisi sulla realtà sammarinese. È forte, e lo avete confermato, la preoccupazione per quel che emerge dalle inchieste giudiziarie, in particolare la presenza mafiosa. Ci vuole avete detto, un accordo con l’Italia e ci vogliono i contratti. In molti la pensano come voi e quindi la prima domanda è semplice: che tipo di situazione si sta delineando? Se l’analisi è corretta, una parte del lavoro è fatto. Vuol dire prendere coscienza di una dato di fatto che fino a qualche tempo era guardato con una certa leggerezza. E c’è una ragione storica: il benessere degli ultimi 20 anni, aveva anestetizzato le possibili reazioni sociali. Prendiamo il caso delle infiltrazioni malavitose, che abbiamo denunciato in maniera chiara, nascondono il fatto che

la repubblica non era preparata ad affrontare questa emergenza. Parliamoci chiaro: la mafia e la criminalità organizzata non è sammarinese, ma l’abbiamo importata e può essere devastante per lo sviluppo economico di san marino. Abbiamo visto dei casi in cui la magistratura ha inseguito..e dico inseguito perché noi abbiamo agito in seconda battuta, dopo le indagine dei giudici italiani. Cosa contestiamo: la reticenza di San Marino verso la rinuncia ad antichi privilegi fiscali ci ha portato a tradire la fiducia di chi può aiutarci meglio a risolvere questa drammatica situazione. Abbiamo cercato di salvaguardare il benessere del passato e nei fatti abbiamo messo in difficoltà gli investigatori italiani che vedevano la crescita delle mafie nella nostra Repubblica. Quando abbiamo cominciato ad intervenire il male era già radicato. Io credo che sia ancora abbastanza semplice estirpare questa mala pianta perché siamo anche aiutati dalle nostre dimensioni, ma è chiaro che ci vuole l’impegno di tutti. E quindi il discorso arriva direttamente al problema dei rapporti con l’Italia… Noi ci siamo facilmente dimenticati delle nostre origini di paese ospitale. Negli ultimi anni ci sono state fughe in

avanti e il rapporto con il nostro vicino è diventato ostile. ho sempre guardato con dubbio all’accusa fatta verso Tremonti, e so per certo che lui faceva il suo lavoro e noi non facevamo il nostro. Se i rapporti fossero stati chiari e trasparenti non saremmo in questa situazione; abbiamo preferito seguire lo slogan “guadagnare di più e in maniera facile” senza tener conto dei rischi di quella scelta. Durante il congresso si è parlato molto dei contratti che non si firmano. Perché si è arrivati a questo punto? Io un’idea ce l’avrei. La crisi mondiale ha messo in ginocchio tutti. A San Marino la crisi è diventata strutturale perché non eravamo preparati, la Repubblica non era attrezzata, ad affrontare un evento di questo tipo. C’è poi da dire che le imprese sammarinesi hanno presto capito che non potevano cercare una soluzione con le loro forze e hanno sperato che potesse arrivare il cavaliere bianco che metteva tutto a posto. Chi poteva essere il salvatore? A mio avviso lo vedevano nello Stato italiano e si sono concentrate nella soluzione delle relazioni con l’Italia (soprattutto l’uscita dalla black list) con un ragionamento a questo punto ovvio: cerchiamo di essere pronti ad una maggiore competitività rispetto alle aziende

italiane non appena la ripresa decolla. Solo così posso spiegare l’ostinazione del “no” ai contratti, contratti che si potevano firmare già nel 2009, quando invece l’Anis decise di rinviare la pratica a data da destinarsi. Aggiungo anche una nota che, lo ammetto, contiene un po’ di malizia. L’Anis, lo sappiamo, vede nelle sue fila i più importanti imprenditore sammarinesi, e a quest’ultimi non interessava avere concorrenti in casa, e quindi vedere la nascita di aziende a capitale italiano o quant’altro. Chi vuole investire qui vuole certezze. Il differenziale fiscale è già sufficiente, nella generalità dei casi, per garantire un buon guadagno, servono quindi certezze e regole chiare (ivi compresi i contratti di lavoro). Ma i contratti sono stati tirati per le lunghe, con tante motivazioni. Credo poi che i grandi imprenditori volessero dei contratti molto tagliati sulle (poche) principali realtà: ma come si può chiedere una cosa di questo genere? Una tale assurdità? Forse i nostri grandi manager sono solo i figli di coloro che hanno fatto grandi le industrie e stanno dimostrando di non essere all’altezza del loro nome e della situazione che il paese vive. Ed infine occupiamoci di questa proposta che ha già suscitato molto dibattito: un referendum per reintrodurre la scala mobile. Una sorta di compensazione per i

mancati contratti. Siete anche consa-

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pevoli che in questo caso non si può arrivare ad un compromesso: o si vince o si perde… Lo sappiamo benissimo e si intrecciano fin troppe interpretazioni. Da anni contratti non se ne vedono, e circa 18.000 lavoratori non hanno oggi un nuovo accordo (e di questi 13.000 sono sammarinesi). Non voglio dire

che i numeri siano a nostro favore, ma conosciamo bene l’umore di chi è in fabbri-

ca ed in ufficio (un congresso si prepara con decine di assemblee) e pensiamo di poter arrivare, se lavoriamo ben e con il giusto passo, ad un risultato positivo. Siamo anche perfettamente consapevoli che l’arma del referendum rappresenta un po’ un passo indietro rispetto alla normale dialettica sindacale; se siamo arrivati a questo punto è perché gli imprenditori non ne vogliono sapere di firmare degli accordi che, per forza di cose, daranno ai lavoratori qualcosa in più (ma loro puntano solo a toglierci quel che abbiamo). Ma l’Anis ci fa proposte che ci portano indietro di trenta anni. Ebbene, trenta anni fa c’era la scala mobile e quindi va reintrodotta, anche perché la reale capacità di spesa dei lavoratori è in calo. Sappiamo benissimo che la partita è rischiosa. Sappiamo che se dovesse andare male la mia testa sarà la prima a saltare, ma non è un problema: intanto abbiamo sbloccato un immobilismo che finiva per danneggiare solo i lavoratori.

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UNA CHIACCHERATA CON ANTONIO FABBRI

“Il denaro, anche sporco, faceva comodo a tutti” Dopo la fase delle fatture false e delle evasioni/elusioni fiscali, le banche sono nel mirino (insieme alle finanziarie) per qualcosa di molto peggio, vale a dire la collusione col crimine organizzato: Cosa si è appurato e dove stanno andando le indagini? Direi intanto che non c’è un prima e un dopo. Le maglie larghe verso il “nero” delle false fatturazioni e dell’evasione fiscale sono le stesse che hanno consentito l’ingresso del denaro della malavita. Che il sistema bancario sammarinese facesse da lavatrice del denaro delle mafie, lo si poteva chiaramente intuire. In diversi, inascoltati e a volte pure querelati, lo hanno anche detto per tempo. A conclamarlo, però sono state le inchieste giudiziarie. Per capire che il sistema era malato bastava vedere la pubblicità che su internet si faceva, e in certi casi si fa ancora, della piazza finanziaria sammarinese. Negli anni, poi, ci sono stati episodi evidenti come la fuga del pluripregiu-

dicato ‘ndranghetista Lentini nascostosi proprio sul Titano, gli spari nella porta alla Impresit 2000, i nomi di banche e finanziarie sammarinesi che di quando in quando emergevano in inchieste sulla malavita come terminale dei denari. Un sistema che funzionava talmente bene che ha fatto diventare stanziali le mafie, le ha fatte cominciare a fare affari direttamente in territorio. Addirittura Vallefuoco incontrava politici e loro galoppini prima delle elezioni per cercare di assicurarsi referenti. In particolare nell’inchiesta denominata Staffa gli inquirenti contestano che attraverso Fincapital ed il suo stretto raccordo con le banche con cui lavorava, praticamente tutte, venivano riciclati denari di camorra, ‘ndrangheta e mafia siciliana. Di indagini aperte, poi, c’è Decollo Money, che ha portato alla liquidazione del Credito sammarinese. Criminal Minds con la vicenda Fingestus, ma anche tutto quanto è saltato fuori dalle cassette di sicurezza. Tutte inchieste in divenire. Di

certo da queste indagini è emerso che i soldi della malavita c’erano e le cosche utilizzavano San Marino come bancomat. A questo punto toccherà alle procure, sulla base delle leggi, delle prove raccolte e degli elementi emersi, rinviare o meno a giudizio i soggetti indagati e giungere ad una verità processuale che costituirà poi l’epilogo della vicenda giudiziaria. Quello che è certo, leggendo le intercettazioni che fanno parte degli atti di queste indagini, è che San Marino si è arricchito per troppo tempo sull’illegalità altrui, fosse evasione fiscale, false fatture o denaro della criminalità. Peraltro l’evasione fiscale non è un compartimento stagno rispetto al denaro riciclato della malavita. Si è sentito dire spesso “pensavamo ci fosse solo il nero e allora poteva pure andare bene. Ma i soldi della malavita non avremmo mai pensato!”. Se si pensa che la Guardia di finanza definisce l’evasione fiscale una attività “paramafiosa” si comprende come sia superficiale e senza troppo fondamento cercare di giustificarsi dicendo che il “nero” non c’entra con la criminalità. Dopo Livio Bacciocchi, Bianchini: un grande nome finito nei guai e che ha permesso di aprire un vero vaso di Pandora: quali sono, a tuo avviso, i peggiori elementi emersi? Dall’inchiesta Criminal

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“Credo che i partiti, nel senso proprio del termine, non ci siano più da un pezzo. Mi spiego. Se per partiti si intende associazioni di persone votate al bene comune e tenute insieme da una base ideale elevata che persegue programmi condivisi, con lo scopo di migliorare le condizioni di vita della collettività, la solidarietà e la giustizia sociale… Ecco, se per partiti si intende questo, mi rincresce dirlo, ma penso che non ci siano più” minds è emerso un po’ di tutto. Legami massonici, veri o presunti tali, ma in ogni caso ritenuti reali dal protagonista della storia. Corruzione, estorsione, giochi di potere per appalti commerciali, sette, lettere al “padre”, giri di ingenti somme di denaro, evasione fiscale, esterovestizione, legami con la criminalità organizzata… Insomma, una vasta gamma di contestazioni che gli inquirenti stanno scandagliando. In questo intreccio ingarbugliato credo che

Antonio Fabbri le cose da fare emergere e sulle quali è urgente fare chiarezza siano tanto semplici da dire per quanto sono gravi da considerare. La prima è l’aver portato in territorio personaggi che avevano collegamenti con la camorra, che circolavano indisturbati in Repubblica e qui facevano minacce, estorsioni, intimidazioni e intrattenevano rapporti anche con le forze dell’ordine. Il secondo elemento di gravità è l’elenco, che emerge dalle carte, di 68 soggetti tra giudici, finanzieri, politici che, tra Italia e a San Marino, risultano a libro paga di questa fantomatica organizzazione guidata da questo “padre” al quale con deferenza Bianchini, stando alle lettere che sono agli atti dell’inchiesta, si rivolgeva e versava quattrini. Il terzo elemento di gravità è che buona parte del sistema economico-finanziario era al corrente di determinati modi di operare ed ha taciuto quando, addirittura, non ha nascosto. Che dire del ruolo di Banca centrale? Nella vicenda di Bianchini-Fingestus il ruolo di Banca centrale sembra fare da cornice all’intero caso. Nella prima fase, infatti, tra le motivazioni che hanno indotto i vecchi vertici Bossone-Papi-Caringi ad andarsene ci sono anche le pressioni che hanno lamentato di

aver subito da membri di governo quando era iniziata una ispezione verso Fingestus, finanziaria di Bianchini poi messa in liquidazione volontaria. Consulenti di Fingestus erano il professor Renato Clarizia, oggi presidente di Bcsm, e i soggetti che attorno al suo studio legale ruotavano, come lo studio Gemma. Gli stessi, poi, sono stati nominati dalla maggioranza al vertice di Banca Centrale e negli organismi di vigilanza. Nel frattempo Fingestus è stata liquidata, ma l’inchiesta Criminal minds ne ha messo in luce le magagne fino a fare emergere persino il deposito di denaro da parte di un siriano sospettato di finanziare il terrorismo islamico. Di fronte a questo quadro, di dietrologie se ne potrebbero fare tante e ne sono state fatte nell’ambito del dibattito politico che si è agitato a San Marino in questo periodo. Ma più delle dietrologie, a chiarire come rapportarsi a determinate situazioni, dovrebbero essere i dati di fatto: se un rapporto di consulenza legale non deve essere preso a pretesto per condannare chicchessia e posto che le persone di cui si parla hanno curricula professionali di tutto rispetto, quanto accaduto dovrebbe però essere sufficiente perché il vertice di un organismo controllante non venisse guidato da chi ha appoggiato uno degli organismi controllati, che ha intrecciato rapporti con il sistema che si è chiamati a vigilare. Lo richiedono soprattutto

ragioni di opportunità politica, creanza etica e di tanto sbandierata trasparenza. Infine la politica: tutto quel che avviene sembra scivolare sul corpo inerte dei partiti. Ma i partiti ci sono ancora o si tratta di lobby più o meno potenti? Credo che i partiti, nel senso proprio del termine, non ci siano più da un pezzo. Mi spiego. Se per partiti si intende associazioni di persone votate al bene comune e tenute insieme da una base ideale elevata che persegue programmi condivisi, con lo scopo di migliorare le condizioni di vita della collettività, la solidarietà e la giustizia sociale… Ecco, se per partiti si intende questo, mi rincresce dirlo, ma penso che non ci siano più. Diverso è se guardiamo alla funzione dei partiti come comitati elettorali, votati ad avere il maggior controllo possibile del consenso, a radicarsi in tutte le espressioni del vivere civile, economico e finanziario e, forse in ultima istanza, ad amministrare il paese. In questo i partiti sammarinesi, ma pure quelli italiani, sono stati molto attivi. La lottizzazione delle attività è tanto più evidente quanto più il paese è piccolo. E a San Marino si nota bene chi è stato inserito in un posto, da chi o da quale corrente politica e perché. I partiti hanno referenti nel sistema bancario e finanziario, nel sistema imprenditoriale, finanziamenti più

o meno occulti da parte di quattro o cinque soggetti che da sempre influenzano il consenso. Ora, che funzioni dappertutto così, non è una giustificazione all’indifferenza verso determinati comportamenti, ma ne è una spiegazione. Infatti, a fronte di episodi gravi che dovrebbero ingenerare una riprovevolezza sociale e politica notevole, si è costretti a fare finta di nulla o quasi, perché da quel sistema che oggi è sotto processo, le forze politiche hanno attinto a piene mani. Avere il denaro, anche quello sporco, nelle casse delle banche e delle finanziarie, faceva comodo a tutti. Faceva comodo allo stato che incassava sotto forma di tasse, faceva comodo alle banche stesse e ai loro dividendi. Faceva comodo all’economia che in un certo modo, seppure distorto, girava. Faceva comodo ai dipendenti pubblici che non avevano alcun problema a chiedere e ottenere un salto di livello, perché i soldi per pagarli c’erano. Senza voler colpevolizzare nessuno bisognerebbe, però, incominciare a rendere consci i sammarinesi, del fatto che una parte dei soldi che hanno consentito il “bengodi” è sporca del sangue delle vittime della malavita. Allora, forse, acquisendo questa rude ed estrema consapevolezza, un moto di indignazione potrebbe scuotere le coscienze addormentate e votate troppo spesso all’unico obiettivo del fine settimana a Sharm.

Alla vigilia della Giornata della Memoria in ricordo delle vittime di mafia organizzata da Libera e Avviso Pubblico, la Commissione Europea, per voce della Commissaria agli affari interni Cecilia Malmstrom, ha proposto una direttiva per allargare a livello europeo lo strumento della confisca dei patrimoni criminali. La confisca andrebbe a colpire quelle organizzazioni che, solo in Italia, sono responsabili di un fatturato di 150 miliardi di euro nel solo 2011. A livello globale, invece, le Nazioni Unite stimano i profitti criminali in 2.100 miliardi di dollari (circa il 3,6% del PIL mondiale). Fa da capofila il traffico di droga, con un flusso di denaro intorno ai 321 miliardi, a cui seguono i 42,6 miliardi generati dal traffico di esseri umani. Una mole di denaro spaventosa che inquina quotidianamente l’economia globale, altera gli equilibri finanziari, falsa il libero mercato e colpisce le fasce più deboli della popolazione. La direttiva giunge dopo anni di sforzi da parte di ONG, quali Libera e FLARE Network, e di parlamentari europei che della lotta alla criminalità a livello europeo hanno fatto il loro cavallo di battaglia. Sono molte le novità introdotte dalla direttiva della Malmstrom, tra cui non solo l’esperienza portata dalla legislazione olandese oltre che quella italiana, ma anche la possibilità di attaccare i proventi di attività legate al cybercrime e corruzione. Significativa è, inoltre, la proposta di utilizzare

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la confisca “preventiva”, norma esclusiva della legislazione italiana a livello mondiale. Le principali normative della direttiva sono: estendere le regole per le confische dei beni, non limitandole solo a quelli legati ad uno specifico reato, ma all’intero patrimonio di origine criminale; rafforzare le norme per colpire i beni ceduti a prestanome; permettere i sequestri anche quando non è possibile arrivare ad una condanna del criminale perché morto, infermo o latitante; facilitare il congelamento precauzionale dei beni in attesa di una sentenza di conferma del sequestro. Inoltre si introdurrà il concetto di ‘effettiva esecuzione’, nuovo anche per la legislazione italiana: permettere che la situazione patrimoniale dei condannati sia tenuta sotto controllo per anni, impedendo che il ‘bottino’ improvvisamente riappaia ed il criminale se lo possa godere La direttiva fa seguito a cinque decisioni quadro emanate dalla Commissione dal 2001 che si sono dimostrate, per stessa ammissione della Malmstrom, “inadeguate” nella lotta alla criminalità e “implementate in maniera incoerente” dagli Stati Membri. Quest’ultima iniziativa della Commissione Europea sulla carta ha tutte le potenzialità per colmare un vuoto legislativo di cui hanno approfittato per anni le organizzazioni criminali di tutta Europa. La palla passa ora al Parlamento Europeo.

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ANTITERRORISMO E COPYRIGHT

UNA SCUSA PER LEGGI LIBERTICIDE

Internet sotto attacco

LE CONNESSIONI DELLA RETE

World Wide Web. Grande rete mondiale. Il nome a fatica ne descrive l’incredibile vastità, riempita in soli 21 anni dalla sua nascita da miliardi e miliardi di pagine web messe in rete, appunto, da milioni di utenti di tutto il mondo. Internet è questo, ed è sempre stato questo fin da quando Tim Berners Lee l’ha concepito in quel digitalmente lontano 6 agosto 1991: la vastità per eccellenza, il luogo non luogo in cui non esistono confini e in cui chiunque si può ritagliare il proprio spazio espressivo, senza dover rendere conto a nessuno se non alla comunità digitale, che reagirà inviando feedback positivi o negativi. La cosa che manca davanti a WWW, forse, è una parola che ne descriva appunto la libertà. Una libertà pressoché totale, oltre le classiche “regole del gioco” che governano i rapporti umani all’interno delle varie comunità “reali” e che sta resistendo tenacemente ad ogni tentativo di bavaglio progettato dai poteri forti che governano i vari paesi in cui il World Wide Web allunga i suoi tentacoli di libertà espressiva. Poteri forti che spesso, fino ad oggi e soprattutto in una certa parte del mondo, hanno rappresentato governi autoritari che si sono dovuti tutto ad un trat-

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to scontrare con una realtà nuova, sfuggente, difficilmente imbrigliabile, terreno fertile per tutti quei movimenti di controinformazione e protesta che non trovano spazio in una società immobilizzata dalla paura e dalla violenza di Stato. Questi poteri forti concentrano da sempre la loro attenzione sul mondo dei blog e dei forum ma da qualche anno anche su quello dei social network nati sulla scia di Facebook (Il ruolo di Twitter nelle rivolte della cosiddetta Primavera Araba è stato ben riconoscibile da tutti). Stiamo parlando di Cina, Arabia Saudita, Iran, Corea del Nord, Siria, paesi retti da governi autoritari che hanno messo in piedi strategie di censura nei confronti della rete e dei contenuti ritenuti come antigovernativi, censure rigorosamente aggirate da comuni cittadini diventati per necessità hacker autodidatti. Stiamo parlando anche dell’europea Russia di Putin che avrebbe approntato un sistema di controllo generalizzato sui contenuti di social network e blog che già ha suscitato le preoccupazioni dell’European Digital Rights e che obbligherebbe ogni sito considerato offensivo, in base a parametri stabiliti dal Roskomnadzor (l’agenzia federale di supervisione per le comunicazioni e

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i media), a chiudere entro tre giorni. Stiamo parlando tuttavia anche di paesi del cosiddetto occidente “libero”, che si stanno lasciando coinvolgere da questa spirale in nome di interessi ben più economici. In questo caso agli interessi di “sicurezza nazionale” si vanno infatti ad aggiungere gli interessi delle major, sia cinematografiche che musicali, che fanno da tempo opera di lobbying nei confronti di governi come quello statunitense. Da questo è nata l’idea dei tanti criticati SOPA (Stop Online Piracy Act), PIPA (Protect IP Act) e il più attuale CISPA (Cyber Intelligence Sharing and Protection Act) che se approvati dal Senato americano avrebbero aumentato (o aumenterebbero nel caso del CISPA, in discussione in questi giorni) a dismisura il potere nelle mani dei titolari di copyright per bloccare l’accesso ai siti che si occupano di file sharing e per richiedere una censura preventiva da parte di portali come YouTube. Nel Vecchio Continente è l’Inghilterra, uno degli Stati più digitalizzati d’Europa, ad aver compiuto il primo passo concreto in questo senso, seguito immediatamente da Irlanda e Spagna, con una legge anti-pirateria che obbliga i vari provider a rallentare la banda, fino a bloccarla definiti-

vamente, dei siti segnalati come violatori da parte degli stessi titolari di copyright. Come se questo non bastasse è in discussione proprio in questi giorni di primavera un provvedimento che concederebbe al governo, tramite i servizi segreti digitali inglesi (Gchq), di accedere su semplice richiesta al provider a tutte le attività compiuta da un’utente in rete. L’antipirateria strisciante è poi sfociata sul continente con l’adesione di 22 paesi dell’Unione all’ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), trattato firmato a Tokio il 26 gennaio di quest’anno che segue le solite linee guida: segnalazione della vittima di violazione - indagine dell’autorità - obbligo del provider di blocco parziale o totale del traffico al violatore. A San Marino non esiste una legislazione ad hoc che regolamenti questi settori ma questo non sempre è un bene per la libertà d’espressione, soprattutto in un paese in cui il terzo potere dello Stato, quello legislativo, ha dimostrato più volte nel corso degli anni di non essere del tutto indipendente da influenze da parte dei tristemente noti poteri forti. La reazione della rete a questi tentativi di bavaglio non si è mai fatta attendere. Dal “Web Goes On Strike” contro il SOPA alle raccolte firme contro l’ACTA

UN ANTIDOTO ALLA CATTIVA POLITICA

In attesa di una primavera biancoazzurra di STIVEN MUCCIOLI

di LUCA SANTOLINI

incentivate da tutti i più grandi operatori del web come Google e Wikipedia alla continua protesta dei piccoli blog, internet non ci sta a farsi mettere il bavaglio. Che la violazione dei copyright su internet sia un problema, nessuno lo può negare. Ma risolverlo con atti che puntano ad innalzare delle barriere preventive coinvolgendo gli stessi provider che lavorano sul web, rendendo più debole il monopolio dell’uso della sanzione da parte dell’autorità e trasferendone parte agli stessi proprietari di diritti non è certamente la strada giusta. D’altronde, come dice lo stesso Tim BernersLee ne “L’architettura del nuovo web” (1999): “Se il World Wide Web vuole rappresentare e sostenere la ragnatela della vita, deve permetterci di agire in modo diverso con gruppi differenti di differenti dimensioni e fini in differenti posti, ogni giorno, nelle nostre case, uffici, scuole, chiese, città, stati, paesi e culture”. Perché internet continui quindi a rappresentare quel luogo in cui ogni idea fuori dagli schermi possa trovare il suo spazio e farsi sentire per cercare di affermarsi, è necessario evitare ogni condizionamento che provochi una censura preventiva. Sia questo in nome di un’idea politica, di una legge o di semplici interessi economici.

Piazza Tahrir in aprile assomiglia a un sepolcro. Uno di quei luoghi capaci di fissare nelle pietre la memoria storica dei fatti. Sembra quasi di sentirne ancora l’eco. Il rumore assordante della folla in protesta, la guerriglia urbana e l’urlo distante di 20 milioni di persone che chiedono Libertà. Democrazia. Giustizia sociale. La primavera araba, l’ultimo grande evento storico dell’area mediterranea, ha dimostrato al mondo che per sviluppare un movimento rivoluzionario capace di spodestare tirannie decennali e gruppi di potere consolidati, non bastano né diplomazia internazionale, né interventi militari di un qualche paese “salvatore”. Serve la volontà del popolo. Unito. Creare coesione significa avere i mezzi per comunicare e trasmettere idee. Indignazione. Un mezzo capace di coordinare migliaia di voci. Durante la primavera araba, il mezzo è stato il web. Quello che in passato fu la stampa, oggi è la rete. Ma il punto non è il mezzo. Il punto è il messaggio. Quando questo è condiviso dai cuori più che dai media di comunicazione, ecco che la natura contagiosa del desiderio di libertà si esprime in tutta la

sua dirompenza. È allora, che 200 mila persone sono in grado di radunarsi in una piazza coordinandosi grazie ad un social network come Twitter, o che milioni di persone cercano di coinvolgere amici e parenti per rovesciare un regime. È la spinta virale del desiderio di giustizia. Inarrestabile. Piazza Tahrir sembra distante. Immersa nell’afosa atmosfera egiziana. Ma non lo è. Sul monte Titano infatti, dove non sorge una Repubblica come tante, abbiamo un simbolo ancora prima che uno Stato. Un sinonimo storico di democrazia, libertà e diritti dell’uomo. Almeno fino a

qualche decennio fa. In queste poche righe però, non ripeteremo quello che al più dei lettori sembrerà un ritornello fin troppo sentito negli ultimi mesi. Storie di mafia e di corruzione, di abusi e compravendita di un popolo. No. In queste poche righe, voglio aprirvi gli occhi su un altro fatto. Sconvolgente nella sua semplicità. Questo paese si sta svegliando. Durante la primavera araba, durante le proteste di massa in Tunisia, Egitto, Libia e Siria, solo il 5% della popolazione aveva accesso alla rete. Eppure, quella piccola minoranza, organizzandosi, è stata

capace di rovesciare alcuni dei più tirannici regimi della storia moderna. Nella Repubblica di San Marino, il 95% della popolazione ha accesso al web, e ben 8.000 cittadini su 32.000 sono presenti sui social network. Uno su quattro. Si stanno svegliando proprio loro. Ottomila persone comuni. Cittadini che ogni giorno si collegano in rete per seguire le vicende del loro paese dalle pagine di un sito web o di un social network. Che commentano, condividono e si organizzano sulla rete. Si svegliano, i cittadini che urlano la loro rabbia e la loro indignazione su blog e social

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network. Si sveglia, chi completa la sua informazione in rete, chi condivide la propria opinione, chi contribuisce con la sua esperienza alle discussioni on line. Chi ascolta le voci della rete. L’indignazione sta salendo e oggi, come mai prima d’ora, la popolazione si trova ad avere in mano uno strumento di aggregazione e comunicazione senza precedenti. Siamo un popolo connesso come mai prima d’ora. È stato un inverno lungo e faticoso e oggi, ci stiamo svegliando da un lungo letargo. La primavera finalmente, sta arrivando anche sul Titano.

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Social business: esercizi di altra economia a cura di

Stefano Palagiano Se oggi si parla con sempre maggiore insistenza della crisi e delle crisi, lo si deve anche alla condotta irresponsabile di molte imprese e di larghe parti del mondo degli affari e dell’economia. Al netto del green washing, male stigmatizzato con sempre maggiore determinazione ormai anche da ampie componenti dello stesso mondo delle imprese, è possibile ridare dignità, nuovi orizzonti e nuova linfa al concetto stesso di business? La domanda è aperta e ci sono margini di risposta positivi. Alle imprese spetta, in buona parte, l’onere della prova. All’intera società e alla politica spetta invece lo sforzo di chiamare a raccolta, coordinare e valorizzare tutte le componenti sane e volenterose. Michele Paolini, dirigente aziendale e co - fondatore di socialbusinessworld.org, ispirandosi anche alle teorizzazioni di Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace 2006, ci aiuta a far luce su questi aspetti e

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ci restituisce l’immagine di un cambiamento dinamico e non necessariamente conflittuale, basato sull’incontro tra autoanalisi del mondo imprenditoriale e istanze del consumo critico. Paolini sottolinea, dal suo privilegiato osservatorio, la necessità di una fuoriuscita dai giochi della finanza, a San Marino come altrove. Ne esce un quadro interessante, capace di diradare le nebbie di un conflitto sociale sempre più acuto. Cosa è il social business? Quali elementi di novità e di rottura apporta nel panorama economico e sociale contemporaneo? Con il termine social business o business sociale si indica un nuovo modo di fare impresa teorizzato dal Prof. Muhammad Yunus, economista e premio Nobel per la pace 2006, già noto per aver ideato e portato al successo globale, sia in termini sociali che finanziari ed economici, il microcre-

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Intervista a Michele Paolini

dito. Nel mondo esistono già diversi esempi di business sociali, aziende “senza perdite, senza dividendi” create per risolvere almeno un problema sociale i cui utili non vengono distribuiti agli azionisti ma reinvestiti per ampliare o migliorare il proprio business, prodotto o servizio. In sintesi, per poter essere definita business sociale, un’impresa deve attenersi ai sette principi a seguire: 1. Sconfiggere la povertà o un problema sociale, non perseguire la massimizzazione del profitto 2. Essere sostenibile economicamente e finanziariamente 3. Agli investitori deve essere restituito il solo capitale investito, nessun dividendo è distribuito oltre all’ammontare dell’investimento iniziale 4. Ad investimento restituito i profitti rimangono in azienda per espansione e/o miglioramento 5. L’impresa deve avere

coscienza ambientale 6. I lavoratori ottengono retribuzioni di mercato con condizioni di lavoro migliori 7. … fare il proprio lavoro con gioia! Sono stati ipotizzati ed individuati due tipi di business sociale: Tipo I - Un’azienda che si concentra sulla risoluzione di un problema sociale direttamente attraverso il proprio prodotto o servizio; Tipo II - Un’azienda tradizionale, for-profit e di proprietà diretta o indiretta - in questo secondo caso attraverso un Trust fiduciario con finalità sociali - di poveri o svantaggiati. Queste modalità di “fare business” portano secondo me elementi di grande ed interessantissima novità nel panorama economico contemporaneo poiché a forte caratterizzazione sociale: l’essere umano assume un ruolo centrale e dominante rispetto al denaro, alla “ricchezza” che, come oggi noi tutti possiamo osservare, non è affatto sinonimo di benessere.

In accordo con quanto affermato dal Prof. Yunus, le persone non sono unidimensionali, votate all’accumulazione di beni come l’attuale organizzazione dell’economia e quindi della vita stessa vorrebbe farci credere ma capaci e certamente desiderose di soddisfare desideri e bisogni sociali, cooperativi, solidali. Questo è possibile non solo attraverso atti di generosità pura, donazioni ma deve esserlo attraverso la creazione di imprese vere e proprie che, sostenendosi in autonomia tramite la propria attività, risolvano problemi sociali concreti e nel contempo creino lavoro e vero benessere. Cosa a tuo parere deve cambiare davvero nel modo in cui “il mondo degli affari” vede se stesso e cosa invece è da modificare negli occhi di chi lo guarda dall’esterno? Oggi chi fa impresa si vede come ideatore, inventore, creatore di

“I nostri obiettivi sono informare sui business sociali, promuoverli, metterli in contatto tra loro e con consulenti e clienti, creare un mercato online di beni e servizi da questi prodotti” prodotti, servizi, sogni che possano soddisfare le necessità, spesso solo materiali ed effimere, degli individui; attraverso questa capacità persegue quasi sempre l’unico obiettivo dell’arricchimento personale. Ciò che deve necessariamente cambiare è la capacità di sentirsi parte di un sistema più complesso e delicato, di capire quali possono essere gli impatti ambientali e sociali derivanti dalle scelte strategiche ma anche operative, dal fare impresa. Si sente

sempre più spesso parlare di responsabilità sociale delle aziende ma in molte occasioni, purtroppo, la linea di demarcazione tra una sincera presa di coscienza dell’essere parte di una comunità e più cinici obiettivi di marketing non è sempre chiara. Questo porta noi tutti, consumatori, a guardare ormai con grande scetticismo e disillusione chi si propone come attento alle questioni sociali ed impegnato a cercarne soluzioni attraverso attività di tipo economico ed imprenditoriale. Questo però non può più costituire un alibi per facili generalizzazioni e quindi eludere facilmente un possibile impegno sociale: viviamo fortunatamente in tempi in cui l’informazione è alla portata di tutti e quindi individuare chi davvero cerca di essere utile ed attento alla comunità in cui opera è molto più semplice. Senz’altro è fondamentale che i consumatori imparino a guardare con occhi maturi, con consapevolezza, chi e come fa impresa consci della propria forza, della propria capacità di influenzare in maniera determinante i comportamenti

degli attori economici che, in fondo, da esseri umani sono gestiti e per esseri umani producono e lavorano. La Repubblica di San Marino non si è molto distinta finora per l’attenzione all’economia reale: anche in base alla tua vasta esperienza, quali prospettive vedi per ridare credibilità al Paese? Purtroppo la questione della maggiore attenzione all’aspetto finanziario più che a quello reale, della produzione ambientalmente e socialmente sostenibile, efficiente ed efficace di beni e servizi non può essere circoscritta alla sola Repubblica di San Marino ma è stata ed è ancora dominante su scala globale. Credo che l’unica via verso la restituzione di un ruolo trainante e determinante del mondo delle imprese ma anche e soprattutto della politica passi attraverso una vera presa di coscienza del ruolo sociale che esse necessariamente devono svolgere, mettendo da parte interessi corporativi e di parte. Puntare sulle risorse del territorio, paesaggistiche, ambientali, culturali ed umane, piuttosto

che sulla leva o speculazione finanziaria sarebbe non solo auspicabile e obiettivo raggiungibile ma soluzione efficace. Un social network dedicato all’argomento del social business è uno strumento innovativo e importante: parlacene. Come accennato, insieme al mio più grande amico Giovanni Ruta con cui ho fondato socialbusinessworld.org , crediamo che l’utilizzo di strumenti internet che permettano la condivisione e creazione di informazioni in tempo reale e “dal basso” possa incrementare esponenzialmente e molto efficacemente la capacità degli individui di migliorare la propria condizione. Un social network interamente dedicato al business sociale è la nostra risposta, il nostro contributo. Condividere conoscenza ed informazioni è acqua in un terreno fertile: tutti possiamo imparare dagli altri per crescere e migliorare e noi siamo una “learning organization”. I nostri obiettivi sono informare sui business sociali, promuoverli, metterli in contatto tra loro e con consulenti e clienti, creare un mercato online di beni e servizi da questi prodotti. Iscriversi naturalmente è gratuito ed una volta entrati nella community si può scegliere la propria lingua, ascoltare, leggere imparare, condividere conoscenze ed esperienze, conoscere persone da tutto il mondo che come noi

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vogliono impegnarsi a migliorarlo. Tutto ciò è possibile attraverso gli strumenti che la piattaforma mette a disposizione: ogni utente può liberamente ed in autonomia creare un suo blog, pagine, creare o unirsi a gruppi, caricare foto, video, file. Socialbusinessworld. org si propone come social business di Tipo I, si sostiene sia attraverso quote in conto capitale dei soci che con capitale di debito e tra pochi mesi con servizi di consulenza ed intermediazione ad altri business sociali e di vendita a clienti finali tramite piattaforma ecommerce. Secondo te, che cos’è il benessere? È innegabile che per la nostra società benessere sia sempre stato e sarà sinonimo di ricchezza ma secondo me è la misurazione della sua entità che deve essere ripensata e modificata. Oggi corrisponde all’accumulazione di proprietà reali e finanziarie ma la definizione e quantificazione del benessere dovrebbe senza dubbio tener conto di elementi meno materiali che gratificano ed elevano l’essere umano, che troppo spesso dimentichiamo o sottovalutiamo, valori quali la qualità delle scuole, degli ospedali, delle nostre istituzioni politiche, l’onestà delle persone, la bellezza dei paesaggi, delle arti anche quando non commercializzate, valori che rendono l’essere umano così meravigliosamente affascinante, unico e capace di superare se stesso.

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CHE FARE? MUSICA

VISIONI

INCONTRI

sabato 26.05 - Velvet Club, Rimini NEON INDIAN (chillwave)

sabato 26.05 - Cineteca di Rimini FORMATO RIDOTTO - LIBERE RISCRITTURE DEL CINEMA AMATORIALE. Film collettivo. Per la rassegna “DON’ T YOU LIKE DOC?”

martedì 29.05 - Rocca di dozza, Bologna IL TERROIR RIMINESE: SANGIOVESE TRA MARE E COLLINA

sabato 26.05 - Rock Planet, Pinarella di Cervia AVENUE X (punk) sabato 26.05 - Clandestino, Faenza HEIKE HAS THE GIGGLE (pop rock) lunedì 28.05 - Sidro Club, Savignano sul Rubicone GUITAR WOLF (japanese rock) venerdì 29.05 - Hana Bi, Marina di Ravenna GRIMES + DOLDRUMS (indie)

lunedì 28.05 - Cinema Corso, Ravenna THE SHADOW CIRCUS: THE CIA IN TIBET. di Ritu Sarin e Tenzing Sonam. Per la rassegna “RAVENNA FESTIVAL D’ ESSAI” 31.03 / 02.06 - Museo San Francesco, San Marino Mostra di pittura: “PRINCIPESSE E AMBASCIATORI, I VOLTI DELLA DIPLOMAZIA DEL PASSATO”

mercoledì 30.05 - Hana Bi, Marina di Ravenna SANDRO PERRI + ERIC CHENAUX

martedì 29.05 - Piazza delle Culture, Casalecchio di Reno Presentazione del libro: “TEATRO IN VIAGGIO. LUNGO LA ROTTA DEI MIGRANTI” 07.06 - 10.06 - Pennabilli ARTISTI IN PIAZZA. Buskers festival 27.05 / 03.06 / 10.06 - Scuola di Filosofia Orientale & Comparativadelle Culture, Rimini IL GIOCO DELL’EROE Workshop meditativo 15.06 - 17.06 - Rimini MARE DI LIBRI. Festival dei ragazzi che leggono

che 100 fiori sboccino che 100 idee si contendano incontriamoci il

31 maggio anfiteatro del Castello di Chiesanuova ore 18.00 / inizio lavori

ore 19.30 / aperitivo a chilometro zero

ore 20.30 / ripresa lavori diretta streaming su www.libertas.sm

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