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Alessandro Roccia Poesie dall’altro lato del mare


Fibre vegetali. L’autostrada mi riporta alla mente viaggi passati verso nord quei binari sottili su cui scorrevo da Siracusa a Milano. La Terra ha girato mille volte e ordisce i fili elettrici in telai di tralicci a farsi matassa attorno al cuore. Sembra quasi che viaggi e stai sospeso nel tempo, sei la minima fibra di un telo, il perimetro quadro di un suo foro sbilenco o ciò che l’attraversa. E non sai afferrare la vita, se non guardando tanti rivoli sottili, l’aria che ci passa in mezzo. Se un lombrico cammina, lo fa perché la terra lo attraversa da dentro, all’opposto nel suo corpo cavo. Così io avanzo aereo, con la mia auto di alluminio. Faccio sosta a ritrovare un amico, poi questo flusso di emozioni dalla preistoria ritorna al tramonto. Se non siamo che tubi digerenti allora meglio essere alberi, con te compagno albero, il tempo che si beffa di noi almeno mi lascerebbe guardar le tue foglie che arrossiscono a ottobre senza paura e senza colpa, con l’anima leggera, sapendo che ritorna la spola a tenerci lontano la morte con foglie nuove una nuova primavera.


Le mond-arab. Se io potessi calcolare esatto, in cielo, l’angolo che noi formiamo, piazzando un grande specchio nello spazio o triangolando te con l’astrolabio arabo che di Parigi mi piaceva tanto potrei decidere una direzione e poi venirti incontro con la speranza un giorno di trovarti ma so che siamo silice nel vetro è fluido, si, ma blocca il movimento così rimango qui a cercare varchi tra milioni di mani della gente ipotizzando fili che ci muovono gli arti mi calma l’anima sognare noi due tra pochi attori in un teatro ma invece siamo tanti e ciò mi uccide e rende il palcoscenico un immenso con noi che in quest’oceano siamo plancton e non i pochi pesci di un acquario.


Autocombustioni (molto improbabili, meglio incendiarsi) Dal fragile ritrovato cerino sprigiona ancora un po’ di luce, che ora è un’eco di risa, un’onda sonora che diventa schiuma di rapide, poi fremito di abeti. Sta per venire la neve, coltre mortale nell’ultimo inverno, l’inverno che non finisce più e avrò già detto addio al mio cerino, alla mia piccola estate, l’estate della mia vita che vuole tornare al morbido fluttuare dei suoi anemoni di mare, a ballare tra dense praterie di gorgonie o, di notte, tra le luci delle lampare dove il ritmo è moto di silenzio, dove il silenzio cela il suo male e dove il mio male è petrolio nero che dilaga uccide e spegne cerini mettendo a fuoco il mare.


Miami (io, lei e l’uragano George). Fin quando le parole quasi da sole sgorgano, finché lascerò gli argini sfaldarsi come sale, starò bene, sotto il sole, col peso della vita che non riesco a trascinare. Un labile sollievo da un disegno, un ricciolo elegante senza un senso, tra le dita quasi un sogno, l’ombrellino di carta poggiato sul gelato in scioglimento un colore deciso (sai da chi?) che a causa di oscurissime ragioni accende i miei pensieri come paglia. Forse quell’attimo a Miami quando lo contendevi all’uragano ti tolse poi alla fine via di mano il destino la mia mano e una pioggia orizzontale come pazza, all’improvviso, per il rosa e il celestino dei locali di Ocean Drive, rincorresti il fuggitivo ombrellino e le palme tutte si inchinarono.


Dove papà aspetta la notte. E’ arrivato un camion di stelle da scaricare in giardino, ruote giganti, ingranaggi neri, untuosi, e c’è qualcuno alla finestra che non apre, andato a farsi aprire il petto, piuttosto, da freddi verdi chirurghi ma non venuto qui ad offrirmi il bulbo di un futuro, neanche prima di partire o davanti alla porta oltre cui qualcuno spira. Fugge a chiuder l’uscio, a spegnere la luce, a gettare la chiave nel pozzo lasciando qui neanche un brecciolino a indicare la strada del filo di luna che porta al giardino, neanche un luccichio in un occhio, neanche una flessione infinitesimale dei peli del braccio neanche il minimo d’aria che è mosso da un respiro.


Autogrill. Dal silenzio della notte avvolto nel ronzio lontano di mute famiglie (tornano a casa) come interrotte cantilene di sciamani si alzano profili in ombra finestre elettroniche occhi curiosi di gechi cerulei. Purché non ci sia amore, purché non chieda il mio nome ti lascerò un respiro in dono. Uno stop rosso, un faro che sfreccia, d’ora in poi per la vita punto d’incontro parcheggio di scambio. Un colpo di tosse dietro al muro. Il camion che torna in Germania (forse). Il cesso ultravioletto di un autogrill il bip dell’orologio al quarzo che passa le due.


Explorer (cose utili da portare in viaggio). La linea d’oro che segna il tuo orizzonte ha un po’curvato a fare un tondo, un riccio biondo nel tuo viaggio. T’ho preparato una bisaccia: ci ho messo dentro semi di girasole e un foglio bianco, una girandola e un uovo di colibrì, si schiuderà quando sarai laggiù. Però mi raccomando: tu mandami una noce alata a dirmi che stai bene oppure a dirmi niente giusto a mettersi davanti al sole e a farmi un punto d’ombra sul naso. Sarà il segno, che mi dirà: “ritorna a camminare”.


Breve CV dell’autore. Descrivermi non è che un vano sforzo di dita in collisione non sono che uno schiocco fulminea non ti sciocca la mia vita sciocca durò tre giorni e senza mani ruppi un po’ di cose appese a un fil di seta... ne seguon tre così... venute in mente al volo: il carillon che s’apre e porge i sigari, la Vespa noleggiata a Lipari (io e lei troppo pesanti forse?) il labbro lacerato come una tenda in due dal bordo di lamiera di un barattolo. Secernere parole come il bruco il muco in cui si imbozzola su quanto resta della foglia larga su cui gozzovigliò, lungo la winding road che porta a te, al ritorno... ma tarla come tarla il bruco la sua foglia la mancanza tua fino a squarciarmi il petto il segno che ora è l’ora il momento – topico in cui il bozzolo cede, e allora, tuffandomi a farfalla mi volto indietro e ammiro la proboscide nuova da infilare nei fiori le nuove strane gigantesche ali che mi tengono in aria.


L’omino ragno . Io voglio rinunciare, ma a questo filo ho appeso tanto che cadendo nel vuoto sarei troppo sconfitto. Come uno dei minuscoli ragni che a volte appaiono dal nulla: ma valgo così tanto? Attento lancia un filo su un tuo sbuffo occasione “unica” di volo, “carpe diem!” dice, e si tuffa. Precipitavo dai silenzi cercando giochi da donarti tirandoli dal pozzo con la mia ragnatela: dei “Lego” che potessero piacerti, ti offrivo il mio Big-Gim, il mio Goldrake e l’Uomo Ragno oppure una crostata di terra e sassi. Ti consegnavo le armi. Ma niente più di un torto, di un torvo ricatto, ormai grande, trovavo; solo ed esclusivamente stracci neri. (non sono forse neri ma colori a luci spente?) non li volevi? Bene, ne farò un paracadute, un costume da arlecchino scuro. Mia madre, con l’eye-liner, mi disegna i baffi; tu, la lacrima d’argento. Dammi la maschera, please, che ora sono a terra, e provo a fare un passo.


Le metamorfosi (ipotesi di trasformazione). Solo un giro sulla giostra sul cavallo o sull’auto da corsa poi cominciate tutti a voltarvi attorno dov’è andato il mio sogno? Affondato nella vanità di un’ostinazione, il volerti non sordo, non muto, non monco. Il riscatto da un’antica desolazione si fa cenere in un bicchiere. E ho spalato ogni maceria del mio palazzo a pezzi. Alla fine la lezione è il dare e avere l’arte del baratto con cui, esperto, mischio me stesso al tuo clan di oggetti ma cosa sono io? Penna, treno, divano, sono non unico non necessario sordo muto monco agito nel buio moncherini neri cercando l’urto, il contatto come le antenne preziose del grillo talpa, come i baffi indispensabili di un gatto cieco.


Due quattr’occhi. Si arriva così, senza rumore, a parlarsi con parole minime, cenni… anime senza destino come due microbi si cercano su un letto immenso come un continente. Si colma il silenzio con una lieve carezza, e scrivo punti di sospensione al posto del senso della vita. Il caldo buono che t’esce dalla mano si spande intorno, colora il quartiere; anch’esso, ora, ha il sapore dolce del dono chi non chiede, chi non prende chi non da e chi si arrende al misterioso assente, questo cuore che solo a tratti si spalanca e parte un raggio, un fiotto di fotoni. contano poco gli anni (miliardi) che la luce di una stella ha corso per finirti sugli occhiali e rimbalzare a meta, riflessa, nei buchi dei miei occhi oltre le lenti dei miei occhiali.


Farneticazioni dell’astronomo. Se anche migrano le stelle perche noi non dovremmo? così minori, così anche meno longevi, oltretutto molto scuri bui come il buio appena spegni la luce. Le due anime si fusero all’istante e – tac!- io non fui più me stesso: qualcuno diventai – diverso, un po’ me, un po’ te (un po’ ero già altri) e rilevai la diluizione con sensibili detector ora vago nel cosmo e porto a spasso un cubetto di te in qualche parte del corpo e tu un mio deltaVù minuscolo, un nanogrammo di Alex solo percettibile per l’occhio esperto un rumore di fondo appena compagni di Big Bang (ex) resta il redshift di una fuga di noi due come galassie ma non è già tanto? Non è già troppo da sopportare?


Dall’altro lato del mare. Sei passato all’altro lato del mare dove non sei più uomo ma un’ombra troppo scura la madre è alle spalle e il padre umiliato da un traghettatore tricheco nudo e bianco millenni e colonne romane rosicchiate dai molluschi inabissate a metà sedersi a riva e aspettare un roseo suino balneare poco avvezzo alla doccia l’auto accosta e un vecchio madido di brina tra pelle e camicia si riempie la bocca passaggio fluido tra incerti inafferrabili testimoni calcarei, carcasse di conchiglie traforate dall’acqua, la scala a chiocciola impudicamente esposta alla luce fertile che brucia e ti porge in dono il tempo e il tempo come il bacio di un cane tu che non torni mai e tutti stanno a guardare.


Francesco assorto mentre guarda il mare. Sulla tua pelle stenderei un velo di gocce tessute come un ragno e l’eco del passato che ti vaga nel petto (cos’hanno visto gli occhi, toccato le mani) in un tranello preso in una gabbia di dita intrecciate. Per cos’hai riso e pianto un anno fa, ad esempio, quando eri un muto sconosciuto d’aria, un’allusione, un presagio, un’ipotesi di moto, null’altro. Ed ora mandi suoni e colori ai miei sensi come una falena, disegnando in cerchi il prologo di un abbandono, l’inizio di un addio. Seduto sulla spiaggia tendi all’orizzonte l’alluce, ignori il tuo corpo, distante, e guardi le onde. Lo punti su un veliero o sopra l’arco, saettante di un pesce volante. Di colpo scosso, poi, risucchi il cielo in te e ripassi. E resto solo, qui, con l’onda che sempre stanca ritorna e più non riesce a ribagnarmi il piede.


Abbondano abbandoni (abbastanza abbattuto). Abbondano abbandoni ogni giorno: chi mai l’avrebbe detto che era l’ultima, ieri, la volta che guardavo i fianchi dolci o i lunghi capelli o ascoltavo la sua voce, ieri l’altro, l’ultima parola udita fu un “ciao”. Per estirpare radici ci vuole forza, baby, e stoica tolleranza: come dire: “Non chiamarmi più” è lo stesso che “T’ho ucciso! Ci vediamo in paradiso (forse)” il “mai”, il “per sempre”, ci parlano di morte. Guido ancora con un tuo capello sul sedile del passeggero la scatola coi bigliettini, poi, la brucio in un falò ma le farò una foto: immortalo il momento. Non parliamo delle foto, dove mai le chiudo dove mai le getto? Volerà il capello chissà un giorno, con il vento, fino all’Oceano Indiano e sfiorerà il tuo fianco, ti toccherà di nuovo, anni dopo il suo distacco, mentre ti immergi a prender perle nella tua luna di miele (coincidenza fantasiosa, quantomai improbabile) e, senti questa, addirittura: un paguro, giunto al fondo, ne farà un decoro, un ciuffo alla moda alla sua casa di conchiglia. “Addio” è una parola bella, ma che uccide, oppure, se ti lascia vivo, ti scava una rughetta inestinguibile sul viso con il dito come un bisturi cattivo. Tutti qui siamo fugaci svendiamo i nostri pezzi che non tornano indietro: vorrei un robot che mi baciasse mentre gli rubo i rottami, vorrei dormire o fermare il tempo in un istante eterno per non dover più dire addio sennò qui annego anch’io come il capello tuo.


Domenica d’agosto. E’appena l’alba ma il sole già ustiona, le ipotesi stentoree le spegne assieme ai neon e alla notte. L’aliena si rimuove (Roma) dietro la persiana, passa un cane, un merlo smuove frasche si sgretola tra un po’ in stormi in frastuono, U.F.O. in decollo in repentina fuga, (il lavapiatti si svuota, si vola verso Ostia). Anch’io ritorno al mio corpo celeste un po’ potrò dormire, forse, a casa mia se l’afa mi dà pace lontano ormai anni luce dallo shock, quando ingoiai un insetto che ora mi tormenta il petto. Mi agita convulso i bulbi oculari sulle onde a fiori del lenzuolo, colline senza filari di cipressi né cascine; poi trova al volo una narice e atterra, pago e circospetto su un quarto di bue squartato sul letto. Si…ora me ne vado perché appartengo a un altro mondo mi alzo e mi rivesto. La porta è un maggiordomo mesto (il legno ha cellule, del resto) ma ormai confida in me e si apre. Buongiorno / Buonanotte. Sferraglia l’ascensore. Mi scruta un gatto. che pensa “io so tutto”. Avvio il motore e parto. Le strade si screpolano e percorse da nessuno finalmente si rilassano. Saran già tutti al mare?


Magica nonna. Il barcone di Torvajanica si increspa al vento si torce e si ripiega si riga di pena, si scava dei solchi di remoti abbandoni che abbatterono persino i nuraghi ha il quasi impercettibile contorno di una bellezza persa, che si discosta e si spiega, linea immaginaria ormai, ma che percorre da presso il volto di adesso. Osteoporosi/ostinazione lo schianto ogni tanto a terra, ma il vascello riemerge una volta ancora con una crepa nuova nelle ossa di vetro. Le dita che afferrano rapide il bambino in un possesso di donna con le unghie curvate dal desiderio porge il suo enorme seno a una serpe che diventa treccia, nascosta nel cuscino del bimbo che ha fiducia e dorme ignaro e di notte va a mangiargli il pene legandoglielo a un incantesimo. Ieri nonno mi è comparso in sogno con il suo sorriso buono la faccia tonda come la luna l’ironia amara di Trilussa, che aveva quando tu, di nascosto in cucina, ci toglievi il malocchio. Mi ha lasciato anche lui, allora, per cancellare il maleficio, un piccolo orbettino, felice e divertito che io avessi finalmente il talismano, un demone guerriero nascosto nella tasca.


Animali nuotanti. Se sei me io non lo so, ma in ogni anfratto angusto del mio io, Sorpresa! Guarda! Ci sei dentro tu! Ma io non volerei, io no, con quella leggiadria con cui a nuoto seguivi a pelo d’acqua da vicino lo stile libero, il delfino o il dorso di una rana fino a sembrare..che ne so…una libellula, o una zanzara… insomma un insettino leggero leggero quelli che piegano l’acqua senza strapparla come se fosse un telo teso per salvare un suicida che, cambiando idea, si volta e trova la finestra chiusa. Non posso frenare la brezza di mare tempesta infernale e approntare rifugi con le mani a cucchiaio come fai all’accendino non renderebbe me altro che un altro saccente pigmalione, il trombone di un narciso che ti contiene e ti riduce al suo neo di bellezza. Ma per fortuna la ragazza vuole bruciarsi tutta, e in fretta: si è messa in testa di diventare un tappeto volante una “razza SOS” per nuotatori naufraghi naviganti.


Delitto sotto il sole. Occhi chiusi sul tuo corpo esteso miglia solo le dita si poggiano come zanzare sul dosso di una vena e dove sono? – penso - su una mano? sul braccio? o sul dorsale? percorro passo passo da astuto Sherlock Holmes nei punti in cui ci uniamo il tracciato numerato ma il gesso bianco non scrive sulla sabbia meglio comprenderci con solo un dito sul luogo del delitto, stelle di un giallo balneare e spero che nessuno arresti chi ci ha ucciso ieri ci ha reso finalmente a-temporali ma per l’eternità divisi-uniti da punti di contatto e segmenti troppo poco estesi: la mano sul ginocchio le labbra sull’orecchio “com’erano carini insieme” commenta tutt’attorno il crocchio “tra poco avranno freddo” dissero, stendendo su di loro un lenzuolo.


L’autopietrificazione del geco. Lasciami spazio per scappare via o sospendere gli eventi indefinitamente zanzare preistoriche nell’ambra che come la Sicilia mi pietrificano ma la coda del geco almeno si stacca al bisogno e gli permette la fuga sono cresciuto a sorsi salati del mio mare cristallino che è un acido potente che perfora il ventre ma adesso, tanto, non son più in nessun posto, sono diventato eventualmente un granellino giallo, spostato nel deserto da un vento che non voglio, da un dolore che quasi più non sento.


Scotomizzazioni. Ormai cos’è rimasto di noi i deboli suoni con cui ci chiamavamo quel gioco in cui vinceva chi aveva più la forza di amputarsi a morsi la lingua senza lanciare grida questo silenzio ha forse un senso e noi lo scopriremo? Mi serro gli occhi per rifarti al mio fianco ma le parole che non dico (e non dirò) mi strozzano il collo e resto appena con un fil di fiato, appena sufficiente a non scordare il fatto che qualcosa sento che osai chiamare “amore” che ha ucciso un altro “me” tra gli ormai tanti, ridotti a pesci palla, senza gli arti, rigonfi e acuminati di rabbia e terrore non ci si può abbracciare forse sarà uno stupido equivoco, una virgola non capita a buttarci via la vita, la mia e la tua e non lo scopriremo.


Polipo e inchiostro Sottrarre, ora, il mio oggetto d’amore a qualsiasi traccia d'inchiostro per epurare l'anima consunta e questa specie di poesia dalla tua ira ‘che solo adesso mi accorgo che ne sei tu il fondo, il nero che piĂš di me disegna che scrive qui ed ora mi divora e mi ricrea al mio posto. Sei chi parla col silenzio, che, killer mafioso, crea dipinti col rosso, fraseggi e contorni dando al sangue zuccherino man mano che essicca le forme dei ricatti succhiando paura dalla mano che tremando ti consegna il pizzo. Il creatore, il demiurgo, il Dio, il nero chirurgo che impianta nel mio Io un nero tumore.


Effetto serra. Il Sahara si spinge verso Nord e la mia Sicilia, tra un po’, sarà un triangolo di sabbia. Un’altra bomba tra la folla e resta un bimbo abbandonato sulla sfera un Eros piccolino con già in petto uno strappo. Da allora in poi si è trasformato: in bestia che di sangue si disseta. Ora tu, re gnomo in doppiopetto, con denti di smalto come piastrelle di un bagno, sembra uno spot: una che balla, canta e lava il pavimento e la sua mano crea un arcobaleno che germina dal guanto stelle e fiorellini di limone gialli, Tu che puoi tanto…mi costruisci un acquedotto variopinto (alla UE, lo sai, sarà per te gran vanto) che porti non di piu, non tre, non due, ma un solo pratico dispenser d’acqua da Roma a Siracusa? (La mia felicità non è per te che uno svitar di tappo, girare un rubinetto) Oppure con dei chiodi in titanio Affiggiti a una croce bene in alto e come un Mastro Lindo aerostatico (la mafia intanto ormeggerà nel mare, al largo di Ortigia i tuoi piedi nel cemento) il tuo cuore porrà in alto, a mongolfiera a mo’ di faro gocciolerà cotanta pioggia rossa quella che tutti i siracusani attendevano sulle zolle spaccate di una torba diventata sasso Chissà…magari una goccia sarà un seme di qualcosa un’edera che amando strangolerà la piovra.


Deja-vu (contro il ponte di Messina). Faccio un giro su me stesso come in un passo di ballo e nuovo e sconosciuto mi ritrovo, di colpo tre anni or sono, sullo stretto di Messina. Lei lascia l’aria giocarle sul viso sul ponte della nave, un uomo la guarda e gli chiedo una foto mentre le abbraccio la vita. Ieri ero solo, speravo di morire ma...ora? rieccomi nuovo a offrire il viso al mare nella sua stessa posa; anch’io la sento la Sicilia mi sbuffa l’aria in faccia credendo il mio naso una vela e allevia il mio strazio ricordandomi che la giostra maestosa, qui, tutt’intorno vuole che torni di nuovo, mio malgrado, a riempirmi il corpo di questo vento.


Crash. Rido. Della corsa in autostrada del tuo abito da sera del corpo di cui fiera ti fregiavi sulla spiaggia nuda. Rido un mondo intero di cose taciute una striscia di lamiera si avviluppa in una piroetta come intorno a una ginnasta un cappio avvolto al collo, anzi una sutura anzi uno scotch che ci serra la bocca anzi l’ennesima miseria, che non solo mi spezza ma che anche gualcisce la mia bella giacca nuova.


Montecarlo. Le mie memorie me le lancio attorno come coriandoli a carnevale una manciata di istantanee in aria sparse nel vento da una cabrio in corsa. Grace Kelly esagera in velocità, la sciarpa le si para agli occhi e..patatrac! Il mondo ruota e sforna il quadro astrale, sequenza di sorprese, strade, scorci, panorami (e curve improvvise nelle linee della mano), il primo giorno avevi un giacchettino ed ora invece il completino estivo ritagli ortogonali di città in quadri, per ipotesi cui mettere cornici a giorno bianco e nero, se c’è pioggia o fulgido colore per l’attimo di sole? E’ meglio starsene rinchiusi in casa mi tedio sulla sedia un poco, contemplo il frigo, arredo un po’ il salotto, sviluppo a luci rosse, appendo foto nuove allo stendino. Esprimo in questo modo la personalità ovvero: quanto è cretino un sofà? quanto assomiglio a un divano?


Stereotipi zingari. Sceso dalla Rolls il vento mi fa un torto mi sposta il ciuffo e sono brutto, all’improvviso mi rado o no il vento sempre mi butta fumo in viso mi copre del sudore nero dell’asfalto per me zingaro ignaro del destino dei giostrai una tenda di corda cela il mondo del circo un piede nel fango una moneta... e dietro il cortile cavalchi un’ippopotama rosa e senti anche il sudore che come olio di motore corrode i muri di cemento armato.


Pulizie domestiche. Il tempo ha cominciato a scorrere, il treno ormai anni fa, il giorno in cui andai militare, ti tirò indietro in un risucchio, un vortice violento che ha portato in un gorgo ogni brandello di carne (che i batteri della morte han reso viola ormai, o buco nero.) a casa solo con i cocci sul pavimento ciò che resta del falso incontro. Ripercorro la farsa dei due attori, bravi tanto da credersi veri, cerco il dolore sul parquet con gli occhi però ciechi, come una lente a contatto. Invoco i segugi dell’inferno, allora, tutti in branco: scarafaggi che vedono nel buio per condurlo al mio cospetto, e finalmente affondare i denti nel suo esoscheletro croccante. Dov’è il maledetto? si svela in ogni scena, ogni simulacro d’anima che mi lambisce con un cenno, mi fa un taglio, e scappa ma non è lì, nemmeno. e’ il non detto, il non pensato, quanto è celato al mio radar rotto. Neanche con l’esca degli avanzi nel cumulo di piatti viene, perché altro mangia: non ha pasto che non sia la mia pelle pulita dopo la doccia, la mia bellezza nera condita di aftershave, il lago di Narciso dell’occhio che si avvicina al suo gemello allo specchio e si affoga in un niente, come un pesce fuor d’acqua. poi, mi sbottono, sexy, il petto in uno strip e dentro, ancora, il vuoto.


Simmetria radiale. Sull’orlo del cratere un cornicione o un molo aspetto un moto ittico improvviso un lavico lapillo lesto. Un visto per il mondo diverso con un’anima parallela un angelo di luce - pinne e branchie luminose coprirmi come chioccia, o come set di cuscini. Vorrei che mi portasse giù nei sogni che più non finiscono con feste in cui posso incontrare mio nonno o il mio amico Giancarlo o Aldo e i suoi occhi piccoli blu ma non sogno più altro che i giorni passati e il cerchio più alto del gasometro con le fiammelle ed io nel centro poi un caos di metallo lamiere d’auto ed erba a ciuffi e il parcheggio che scende quasi al Tevere non sogno più ma taccio taccio finchè sento che il mio nome è scritto che il dado è tratto che il sangue infetto si è fermato taccio ogni pena ogni speranza a me stesso taccio il ricordo di uno sguardo un’eco di gesto il fruscio dell’aria smossa, cioè le corse in moto e noi serrati a forza in un abbraccio col vento gelido nel casco e l’impossibilità di un bacio, però così necessario.


La nostra vita come una scuola guida. Mi sento un tutt’uno con la mia auto che fugge ho queste ruote, quattro, nere che seguono fedeli una, dieci, cento coppie di stop punti rossi riflessi sull’asfalto rifratti in lame dalla pioggia moltiplicate per quattro i miei amori intasati in un ingorgo si tamponano spezzati dagli spot a un tratto come in un film alla televisione la mia vita pop per mille volte riprodotta in serie niente è diverso, nè risolto, è forse solo un nodo molteplice un controsenso che mi contraddice il fatto che, ad ogni mio incrocio, non ne capisco il senso e c’è il semaforo rotto.


Kamikaze. Qualora l’ultimo dei miei pensieri fosse saltare tra la folla chissà se desterei il sospetto di essere stato mantenuto ieri protetto al caldo del tuo sguardo come un bracino errato, un anticonformista pallino di un fuoco artificiale che ramingo giungesse sul ventricolo destro, magari ti facesse un’ustione a punto, uno schizzo verdastro sul sensore in silicio che t’accende il sentimento. Colpendolo lo metterebbe su ON e un piccolo dolore ti si attiverebbe piccolo così da farti poco, poco male ma duraturo fino a quando il sangue non colasse a picco con una linea tratteggiata e rossa mettendo a terra l’elettricità, la madre di ogni temporale. A me cosa duole non fare il piroclasta, divulgare lapilli o non saperli occultare, semmai implodere, sperando che una volta sfasciato, poggiati su una panca i lombi, anch’io scarico con l’arto non rischierò più lampi e vorrò un prete che assolva, su me chino, le omissioni prima del mio game-over; e dopo si che, finalmente redento, meriterei il mio bonus agognato: pacificato sarei certamente se a quel punto asciutta e solenne giungesse la tua mano finalmente spontanea, non indotta gigante giù dal cielo ricreata ad hoc come un fulmineo raggio da un Dio che finalmente è buono non mi odia più perché con lui ti confondo a carezzarmi con un tuono la fronte a legarmi alla vita un cilicio dolce di bombe a cercarmi sulla guancia un bottone.


Trompe-l’oeil. Rinvengo a stento dal sonoro schiaffo sferrato alla mia guancia da una misera mimosa, il primo giallo vero dopo mesi di asfalto. La tangenziale ti sfiora ma in vero neanche lei, lo so, ti tange. Tu lì sul davanzale ti guardi il primo sole e stacchi una per una le palline con austero distacco, un lato che non avrei detto semmai sognato, come Ombra, oppure l’imperitura gara a chi è più pazzo se io col mio nostalgico sbuffo o tu che porti il ramoscello all’occhio, e guardi la mia solita Opel Corsa, in lontananza sulla tangenziale, infilzare questa sfera gigante gialla e semitrasparente in bilico sulla tua mano. Al che poi fai uno sbuffo e intorno a me la fai volare.


Il bello degli aeroporti. Vorrei parole, tu non parli e poi mi trovo addosso, adesso, il peso di un paradiso. Mi invii un pensiero, telepatico, che dice: “sono catene le parole, pugni che ci diamo, ferite di uncini” (ed io che fino ad ora me ne son nutrito! Ecco il perché della gastrite, forse…) E infatti arriva il segno che salva dall’inferno: ti volti improvviso varcato il check-in e ti ipotizzi sul viso la curva di una lacrima col dito. Poi scoppi in dolce riso, che oltre il vetro resta muto, mimato.


Pilota. Sulla testa vi volo dilanio nuvoloni a iosa mi sposto in grandi traiettorie non come voi, nessuno sa che la mia anima si espande fino a farsi rete con gigantesche maglie che però non trattengono una sola goccia di mare. Solco le nuvole a quintali con occhi ladri, lo so, non è per noi questo oceano di bianco, appartiene solo ai morti non lo dovrei guardare un uomo ci cammina infatti passeggia tra i cirri spirito nel limbo guarda le case, le colline, le auto in fila ritrova sua moglie, veglia suo figlio sporgendosi dal ciglio di un cumulonembo. Spingo la cloche per l’atterraggio e la Terra si avvicina, fremente e obliqua. Della città vedo i confini, dentro un cerchio imperfetto i miei amori che sono solo puntini.


Alessandrogino. Una mezza verità noi che ci incontriamo noi che ci teniamo in braccio come bambini che tengono in braccio bambini di plastica. Una mezza verità io che ti amo e io che volo in tondo attorno alle tue luci cosa facciamo, svolazziamo come bruciamo il tempo lo guardo che ci schiaccia tra le dita, tu restami attaccato, di spalle l’uno all’altro ad accoppiarci in volo a interloquire scaltro con ombre o proiezioni, sappi però: non una sola chance abbiamo di fonderci al contatto, e diventare uno. Provaci tu a resistere a questo lampadario, provaci tu a valere per qualcosa che non sia il nostro irripetibile angosciante niente... eppur nell’aria tiepida che ti esce dal bel naso c’è una mezza verità: che splendidi esemplari noi due siamo, bei pezzi di bacheca io sono una falena tu scarabeo dorato crudele una bambina ci disegnò i genitali poi ci amputò le ali poi ci appuntò con degli spilli al muro.


Tunguska. Ormai non so adagiarmi più nel nido anche se vedo che uno sguardo spaurito è una lusinga più forte: riesce a incatenarmi ancora nel ruolo usuale: bambino umiliato con un esagerato broncio braccia conserte al petto le tengo invano al caldo le sconosciute mie cose preziose ‘ché si avvicina un impatto con qualcosa di scuro, questione di mesi, di giorni, di ore… una meteora bella grossa, una boccia di piombo che in testa ci piomba sparata chissà dove…quando arriva? è solo sperata, forse qualcosa che spezzi la mia vita di pazzo per farmi rinascere da questa primavera che corrode il viso come l’acido solforico ferma come la morte stagnante come l’estate alle porte col suo carico estenuante di domeniche al mare.


In memoria dell’uomo volante. Sorvolando Roma sorretto da una schiera di angeli, un etereo snowboard, la forma a boomerang, Gesù vede accendersi là sotto scintille repentine: son le preghiere degli uomini, o soltanto piscine. Giocando a cadere fa scorrere il vento, o i loro capelli d’oro sulle sue costole rigorosamente composte di cellule vere con tutti i mitocondri al loro posto. Appena lo sfiorano si mutano in nuvole, loro scoppiettano improvvisi diventando pop-corn a differenza di Gesù non hanno proteine invece, loro né coloranti né vitamine forse materie immaginarie come alfa-omegatre, dirai o forse “cere-ali”, che non si sciolgono mai semmai spariscono quindi, anche loro, non cadono non come te, Icaro caro si trasformano, semmai, di volta in volta in una forma nuova, quella più adatta a galleggiare in cielo, loro…


2009, la schiusa delle formiche volanti grattano la terra con le mani con le unghie annerite dal mare pieno di relitti, di petroliere si aggrappano in apnea agli oleodotti subacquei giganti e si aggrumano ai tergicristalli che prima svelano poi celano, verso una nuova colonia. Le file dall’Atlante dentro il cielo giĂ  solcato da strisce di grasso come bianche lattee voci di puttane bianche e apparenti, con dita di bimbe Una goccia di seme Ăˆ un diamante sul dito Caduta come un anello Inaspettatamente.


Poesie dall'altro lato del mare