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221 | maggio–agosto 2008

fogli Poste Italiane s.p.a. Spedizione in Abbonamento Postale D.L 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 2 DCB BERGAMO

di collegamento dei volontari in servizio civile


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sommario fogli di collegamento dei volontari in servizio civile

2........sommario editoriale

3........«Fogli di collegamento»: diventa quadrimestrale! AUTORIZZAZIONE del Tribunale di bergamo n. 2 del 21 agosTo 1984 CHiuso in TiPograFia il 6.08.2008 REdAZIONE E AmmINIsTRAZIONE via e. sCuri, 1/C • 24128 bergamo Tel. 035 260 073 • Fax 035 403 220 inFo@avolon.iT dIRETTORE REspONsAbIlE roberTo CremasCHi REdAZIONE debora luiselli Tamara mazzoleni elena PeraCCHi eleonora Pirrone sara PolaTTini HANNO cOllAbORATO GRATUITAmENTE FranCesCo diego brollo sergio di lino roberTa loCaTelli laura QuagliaTa Flavio sPreaFiCo un ringraziamenTo sPeCiale va a marTa da CosTa Per il suo Prezioso ConTribuTo GRAfIcA FranCo m. sonzogni cTp E sTAmpA CooP. Clas, bergamo sOTTOscRIZIONE ANNUAlE adesione avolon: €15,00 adesione avolon + abbonam. Fogli: €20,00 da versare sul C/CP n. 3015243 inTesTaTo a “Fogli di CollegamenTo dei volonTari in servizio Civile” via e. sCuri, 1/C • 24128 bergamo

servizio civile

4........Speciale elezioni delegati regionali 2008 7........Il servizio civile obbligatorio: una proposta che fa discutere 10......La pensione da non perdere 11......AVOLON risponde 12......Radio E… il servizio civile più spazio ai volontari!

13......Un’esperienza inaspettata addio alle armi

14......Il servizio civile fiorisce in Serbia profili di pace

15......40° anniversario della morte di Martin L. King conflitti dimenticati

16......La lotta dei Sem terra in Brasile multicultura

17......Storie dell’altro mondo cinema

18......Paul Haggis: pietà per i vincitori musica

19......Peace Orchestra, dopo il terremoto comunicati stampa

20......Una finestra sul volontariato attualità

INfORmATIvA AI sENsI ART. 13 dlGs 196/2003 l’associazione volontari e obiettori nonviolenti, in qualità del titolare del trattamento, informa chei dati personali utilizzati per l’invio della pubblicazione sono ricavati da elenchi pubblici, sono trattati sia con strumenti elettronici che cartacei al solo fine della diffusione di questa pubblicazione; sono protetti a norma di legge e ne vengono a conoscenza i soli incaricati interni ed esterni. Potrete in qualsiasi momento esercitare i diritti previsti dall’art. 7 del dlgs 196/2003 contattando il titolare del trattamento all’indirizzo e–mail <info@avolon.it> o al numero telefonico 035 260 073.

22......Il futuro sarà senz’acqua? 23......L’innovazione comincia da te incontri

24......Storie di libertà dal carcere storia

25......Immagini di propaganda di guerra dou you remember?

26......Venti anni fa: “Dodici mesi possono bastare” giochi

28......Lasciatemi giocare… in pace recensioni


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221 | maggio–agosto 2008 editoriale

«Fogli di collegamento»: diventa quadrimestrale!

È

tempo di novità per i «Fogli di collegamento», che da questo numero si presentano sotto una veste rinnovata nei contenuti e soprattutto nella periodicità di pubblicazione. D’ora in poi usciremo non più ogni due mesi, bensì ogni quattro! I temi affrontati saranno ricchi e copriranno un’ampia gamma di argomenti. Oltre all’usuale spazio dedicato al servizio civile, verrà dedicata una forte attenzione ai temi della pace e della nonviolenza, all’ecologia, al sociale e al terzo settore. Rimarranno fisse le nostre speciali rubriche: “più spazio ai volontari!”, dove potrete raccontare le vostre esperienze di volontari in servizio civile; “conflitti dimenticati”, dedicato alle guerre sparse nei vari angoli del mondo e di cui nessuno parla; “profili di pace”, per ricordare le persone che sono state capaci di svolte epocali in termini di nonviolenza e “Avolon risponde”,

per risolvere dubbi e quesiti inerenti lo svolgimento del servizio civile. E poi una spumeggiante serie di giochi, approfondimenti musicali e recensioni di libri specialistici e di nicchia. I vostri articoli rimarranno colonna portante dei «Fogli di collegamento»: se desiderate scriverci rispetto alla vostra esperienza di volontari o proporre argomenti che vorreste fossero trattati, potete mettervi in contatto con la nostra redazione chiamando Avolon allo 035 260073 o scrivendo a info@avolon.it. In questo numero verrà dato particolare risalto alle elezioni dei nuovi delegati dei volontari in servizio civile e avrete modo di leggere i contributi di alcuni volontari che hanno vissuto in prima persona questa esperienza. Non ci resta quindi che augurarvi… una buona lettura!

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Speciale elezioni delegati regionali 2008 A CuRA DI ELEOnORA PIRROnE

ome vi avevamo preannunciato nello scorso numero dei «fogli di collegamento», lo scorso aprile è stato possibile votare i delegati regionali tramite il sito dell’Ufficio Nazionale per il servizio civile.

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In questo numero vogliamo darvi riscontro di come sono andate le elezioni, quanti sono stati i candidati e i votanti, chi è stato eletto e quali sono state le proposte da loro avanzate. In questo speciale dedicato alle elezioni desideriamo condividere con voi l’esperienza di Emanuele Gagliardi, che ci racconta il percorso che l’ha portato dapprima a scegliere di fare il volontario in servizio civile e poi a candidarsi come delegato 2008 per la Regione lombardia. sottoporremo infine alla vostra attenzione il documento finale della 5ª assemblea nazionale dei volontari in servizio civile con le proposte che i delegati regionali e nazionali hanno elaborato in occasione dell’incontro tenutosi a Roma il 6–7 giugno scorsi. 4

servizio civile

Elezioni dei delegati regionali: i risultati definitivi i è conclusa la fase delle elezioni dei rappresentanti dei volontari in seno alla Consulta nazionale per il Servizio civile. Le operazioni di voto elettronico si sono svolte dal 19 al 22 maggio. I votanti sono stati 5.088, che rappresentano l’11,69% degli aventi diritto (+4,67% rispetto al 2007). Rispetto all’anno scorso, vi è stato un incremento sia in termini assoluti di partecipazione al voto, sia in termini percentuali: si è passati dai 3.347 votanti del 2007 agli attuali 5.088 (+1.741 votanti) e dal 7,02% di un anno fa all’11,69% del 2008 (+4,67%). Anche quest’anno, la distribuzione del voto per macroaree (nord, Centro, Sud ed Estero), in termini assoluti, ha visto la netta prevalenza, seppure meno marcata rispetto al 2007, dell’affluenza nel Sud che, con 3.057 voti, rappresenta circa il 60% del totale nazionale. Il resto dei voti sono stati per lo più equidistribuiti tra il Centro ed il nord (rispettivamente 1.092 e 902 voti) e all’Estero (37 voti). All’interno della macroarea Sud, ma anche a livello nazionale, sono state, in termini assoluti e nell’ordine, la Sicilia (1.376 votanti), la Campania (854 votanti) e la Puglia (441 votanti) le regioni che hanno apportato il numero più consistente di espressioni di voto. nella macroarea Centro, le regioni con un maggior numero di votanti sono state il Lazio (286 votanti) e la Sardegna (213 votanti), mentre in quella nord spiccano la Lombardia (244 votanti) ed il Veneto (177 votanti). In termini relativi, tutte le macroaree hanno ottenuto valori intorno alla media nazionale dei votanti rispetto agli aventi diritto (11,69%), con un leggero incremento del Sud (12,53%), mentre il Centro, il nord e l’Estero sono rimasti poco al di sotto del valore medio nazionale, rispettivamente, all’11,20%, al 10,09% e all’8,94%. A livello di singole regioni, sono da evidenziare i valori percentuali raggiunti dal Molise, dove ha votato un elettore su tre, dalla Sardegna e dalla Provincia Autonoma di Trento, con un votante ogni cinque aventi diritto. Soddisfazione per i risultati è stata espressa da Diego Cipriani: “Gli sforzi compiuti dall’unSC,

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dalle Regioni e dai rappresentanti dei volontari sono stati premiati. Il senso di partecipazione a questo importante momento sta crescendo, e dovrà crescere ancora di più in futuro, tra i giovani del servizio civile nazionale”. Tra i 75 delegati eletti, circa la metà (n. 38) appartiene alla macroarea Sud, mentre il restante è suddiviso tra il Centro (n. 17), il nord (n. 17) e la macroarea Estero (n. 3). I delegati regionali eletti il 22 maggio scorso sono stati convocati a Roma insieme ai delegati regionali eletti nel 2007 nei giorni 6 e 7 giugno per procedere alla designazione dei due rappresentanti nazionali da proporre al Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, sen. Carlo Giovanardi, per la nomina a componente della Consulta nazionale. L’assemblea ha designato Giuseppina Ascione per la macroarea Sud e Carmelo Interisano per la macroarea nord come rappresentanti nazionali. Sono stati altresì nominati i rappresentanti regionali dei volontari in servizio civile: Nome Giuliano Usai Manuela Stortoni Anna Scardullo Alfredo Sbucafratta Francesco Rao Valerio Piergentili Manuele Martelli Chiara Giannessi Emanuele Gagliardi Elisa Foy Nicola Ferrante Sara Dianò Valentina Curci Ilaria Corvi Cesare Castelpietra Cosimo Caridi Alessandra Canella Giorgia Bondesan Giorgia Bertagna William Bernardoni Alessandra Alfonsi Da www.serviziocivile.it

Regione

Macroarea

Sardegna Marche Sicilia Abruzzo Calabria Umbria Molise Emilia Romagna Lombardia Valle d’Aosta Campania Basilicata Puglia Friuli Venezia Giulia Provincia A. di Trento Estero Veneto Piemonte Liguria Toscana Lazio

Centro Centro Sud Centro Sud Centro Centro Nord Nord Nord Sud Sud Sud Nord Nord Estero Nord Nord Nord Centro Centro


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Esperienza di un volontario. L’inizio di un’avventura… DI EMAnuELE GAGLIARDI

ono Emanuele Gagliardi, nato a Como il 12 giugno 1980. La mia avventura nel servizio civile nasce da una lettera, inviatami dal Comune di Fino Mornasco, nel quale risiedo, con scritto che era in corso un bando per la selezione di dieci volontari da impegnare nell’ambito dei servizi di assistenza a favore di minori e disabili. Valutando un po’ la situazione, rispettando il mio desiderio di svolgere un’attività utile per gli altri mi sono detto: “Perché no? Sarà una bella esperienza” e, come indicato nella lettera, mi sono recato presso l’ente ed ho presentato la mia candidatura. nei giorni successivi sono stato convocato per i colloqui che avrebbero permesso la selezione dei candidati. Conciso e concreto, mi ha fatto conoscere la persona che sarebbe poi diventata la mia OLP; è qui che ho avuto modo di comprendere pienamente il significato delle parole “servizio civile” e il compito dei volontari nel progetto dell’Ente. Lì per lì, anche conoscendo il progetto ed il campo, era forte il timore di mettersi in gioco, perché, anche se il volontario è quasi sempre affiancato, deve dare molto di se stesso, delle proprie capacità ed esperienze per affrontare ogni singola e svariata problematica, riscontrabile stando a contatto con altre persone, ognuna forte della propria individualità. Questo è un aspetto che avevo già messo in conto e lo considero uno stimolo per chiunque ami, come me, le sfide e le nuove esperienze. Altri giorni ad aspettare per conoscere l’esito del colloquio, per sapere se sarei entrato a far parte dei 10 volontari, fino all’arrivo a casa, a novembre, della lettera che comunicava che la mia candidatura era stata accolta e che mi sarei dovuto presentare in data 4 dicembre 2007 per l’ufficializzazione e per dar finalmente inizio a questo anno di volontariato. Ed eccoci qui, dopo quasi sette mesi di servizio, a dire che sono felice di aver fatto questa scelta, di non essermene pentito neanche una volta,

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e che — dovessi tornare indietro — deciderei di candidarmi nuovamente per svolgere un anno di servizio civile. In questi mesi passati ho svolto vari compiti del progetto con i minori, ed ognuno di essi mi ha dato emozioni differenti, esperienze nuove e mi ha permesso di conoscere problematiche diverse; ho scoperto come funziona il mondo della Scuola primaria, e ho capito che chi non lo vive dall’interno, sulla propria pelle e nel proprio cuore, perde esperienze emozionanti e costruttive per il proprio futuro. Ho scoperto le varie problematiche che ci sono ora nel mondo dei bambini e dei ragazzi, diverse da quelle che c’erano quando lo ero io. Le varie mansioni che ho seguito in questi mesi sono state l’aiuto ai bambini della Scuola primaria, soprattutto delle classi terze, a comprendere la lezione  spiegata dalle docenti o dando loro un sostegno nella realizzazione di vari progetti didattici; sono stato il responsabile, sempre nella Scuola primaria, di un gruppo di 30 bambini durante la mensa, controllando che fossero rispettate le regole di comportamento durante il momento del pasto ed organizzando giochi nel dopo-pranzo. Inoltre mi sono occupato del doposcuola, aiutando due bambini a svolgere i loro compiti. Mentre le mansioni che ancora svolgo sono: collaborazione con gli assistenti del CAG (Centro di aggregazione giovanile) e punto di incontro per ragazzi, che consente loro il dialogo, il gioco, guardare un film, ecc. e dove noi assistenti organizziamo eventuali tornei o gite (mansione svolta anche nei mesi precedenti). A seguire, assistente nel centro estivo della Scuola primaria, organizzando quotidianamente le attività dei bambini dai 6 ai 10 anni, accompagnandoli nello svolgimento di differenti attività formative, tra le quali i compiti, il laboratorio e specialmente i giochi di gruppo. Come ultima mansione, ma non per questo meno significativa delle altre, sono il capo animatore del GREST dell’oratorio di Bernate, dove anche qui organizzo ed istruisco gli animatori (ragazzi di 14–16 anni) per lo svolgimento della giornata con i bambini, l’ organizzazione delle gite ed i contatti con i genitori. Esperienze uniche che, se svolte con cuore e

passione, permettono un’intensa crescita interiore e consentono di prendere atto delle problematiche con occhi diversi, a volte lucidi ma più consapevoli, valutando altrettante diverse soluzioni.

L’avventura continua … Durante le ore di formazione generale, siamo stati informati del fatto che anche noi, volontari del servizio civile, siamo rappresentati da delegati volontari che svolgono ancora il servizio civile o che lo hanno da poco concluso, come i sindacati fanno per i lavoratori non volontari. È possibile rivolgersi a loro per qualsiasi problema, dubbio od informazione. Coloro che ci rappresentano sono divisi in differenti categorie ed eletti mediante differenti fasi. Si procede inizialmente con l’elezione dei delegati regionali tramite voto on line da parte dei volontari ancora in servizio nel periodo delle votazioni e per ogni regione ne sarà eletto un numero prestabilito; successivamente i candidati eletti verranno convocati in Assemblea nazionale, svolta, con cadenza annuale, generalmente in Roma, dove verranno scelti alcuni delegati regionali per coprire le cariche di rappresentante regionale e rappresentante nazionale. E come ogni anno, nel periodo di aprile, maggio e inizio giugno, si svolge l’iter completo per la selezione delle figure sopra indicate. Allora ho iniziato a riflettere, pensando se candidarmi ed avere esperienze nuove, o lasciarmi sfuggire questa nuova opportunità di crescita? Ho optato per la prima soluzione, come per la scelta di diventare volontario del servizio civile perché mi piace mettermi in gioco ma anche, soprattutto, perché credo nel servizio civile e penso che un anno di volontariato ci faccia crescere in tutti i sensi, ma ancora con delle pecche che si possono migliorare. Da quando ho deciso di candidarmi, è stato un crescendo di emozioni; per prima la fase delle iscrizioni, direttamente sul sito del servizio civile, nel periodo che andava dal 2 al 22 aprile; l’emozione più forte di questo periodo è stata l’attesa, l’incognita del sapere quanti vo5


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servizio civile Se desiderate partecipare alla stesura dei “Fogli di collegamento”,

mandateci i vostri lavori

Documento della 5ª Assemblea nazionale

e le vostre proposte

a info@avolon.it lontari si sarebbero candidati per la carica di delegato regionale, che per la Regione Lombardia sarebbero stati 4. Poi il 23 aprile c’è stata la pubblicazione delle liste di ogni regione e con grande sorpresa, per quanto riguarda la Lombardia, si erano candidati ben 27 volontari, un numero elevato. Facile essere pessimista, perché dallo stesso giorno inizia la campagna elettorale, ma una campagna molto limitata, potendo solo spargere la voce tra amici volontari di qualche altro ente, in quanto non esiste la possibilità di contattare nessun volontario, visto che è già impossibile avere solo l’indirizzo e–mail, figurarsi qualche altro tipo di contatto… ed allora la preoccupazione sale, su 27 candidati qualcuno può avere più amici volontari rispetto a qualcun altro, oppure lavorare in enti con numeri maggiori. Bella sfida! Durante il periodo di campagna elettorale si è svolta una giornata di assemblea organizzata dalla Regione in collaborazione con il rappresentante ed i delegati eletti nel 2007, alla quale potevano partecipare tutti i volontari della regione ed i volontari che si sono candidati, così da farsi conoscere e presentare il loro programma elettorale. Per quanto riguarda la Lombardia, l’assemblea si è svolta il 16 maggio a Milano, un’altra forte e nuova emozione, perché non mi è mai capitato di parlare davanti ad un pubblico, ero emozionato ed agitato e non nascondo il fatto che mentre parlavo mi sono inceppato molte volte, però anche questa esperienza mi ha fatto crescere molto. 19 maggio, chiusura della campagna e apertura delle votazioni, prolungatesi fino alle 14:00 del 22 maggio; uno dei primi pensieri: “Chissà se si ricordano di votare, almeno gli amici che conosco…”. Ed eccoci al 22 maggio, ore 14:00. “Si sono chiuse le votazioni, chissà quando daranno i risultati finali”, pensavo. All’incirca ad intervalli costanti si controlla il sito del servizio civile, si parla con amici candidati di altre regioni cercando di capire come funziona, quando ci sarebbero state le prime notizie, ma niente… fin quando non iniziano ad arrivare le e–mail da parte della Commissione elettorale, contenenti le congratulazioni, 6

e la convocazione scritta all’assemblea nazionale a Roma; ma anche qui la tensione e l’attesa aumentano; ad alcuni candidati di altre regioni è arrivata, mentre a me ancora nulla, e si inizia a dubitare il fatto di avercela fatta, il pensiero aumenta di minuto in minuto vedendo che non arriva nessuna comunicazione, fin quando, magicamente, anche nella mia casella elettronica è comparsa la lettera da parte della commissione elettorale! Credetemi, ho esultato dalla gioia; il giorno dopo, sempre sul sito del servizio civile, sono state pubblicate le tabelle con i risultati finali e con stupore mi sono accorto che sono stato il più votato nella Regione Lombardia. Da quel momento si aspettava solo la partenza per l’assemblea di Roma, svoltasi il 6 e 7 giugno, due giornate di discussioni per capire in quali ambiti ed in che modo si potesse migliorare l’anno del volontario in servizio civile e, soprattutto, si sono eletti i rappresentanti regionali tramite una discussione tra i delegati appena eletti ed i delegati eletti l’anno precedente della stessa regione. Per quanto riguarda la Regione Lombardia, a Roma, non c’è stata nessuna discussione, perché avevamo già scelto chi sarebbe diventato il rappresentante regionale, in una riunione antecedente l’assemblea romana. Il risultato finale è andato a mio favore e nella stessa riunione abbiamo anche deciso chi della Regione Lombardia si sarebbe dovuto candidare come rappresentante nazionale. All’inizio era uno dei miei obiettivi anche candidarmi al nazionale, ma è stata scelta un’altra volontaria; purtroppo la candidata lombarda non è riuscita a diventare rappresentante nazionale per un solo punto, una piccola delusione per noi della Lombardia. Ed ora eccomi a cercar di capire cosa fare con la nomina di rappresentante, che passi devo fare per poter organizzare qualcosa con la Regione e con i Comuni, anche se in queste poche settimane ho già capito che sarà un duro compito, ma non mi scoraggio e combatto per raggiungere dei traguardi, anche se piccoli. Ringrazio l’associazione Avolon, Eleonora Pirrone e Debora Luiselli (rappresentante e delegata 2007), per l’aiuto ed il sostegno.

A CuRA DI STEVE AzzALIn Presidente della Segreteria tecnica

Assemblea dei delegati regionali dei volontari in servizio civile nazionale dedica i propri sforzi alle morti bianche, in particolare ai volontari in servizio civile Francesco, Stefania e Andrea di Cosenza, che ad aprile hanno perso la vita durante lo svolgimento del loro servizio affinché si abbia maggiore sensibilità al tema della sicurezza sul lavoro. I delegati e i rappresentanti regionali, insieme ai rappresentanti nazionali oggi presenti, si impegnano a: 1. Proseguire nella definizione dello status del volontario, riconsiderando il tavolo di lavoro avviato durante l’assemblea dei delegati di napoli 2007 con l’obiettivo di chiudere i lavori prima dell’assemblea nazionale di dicembre 2. Diffondere tra i volontari della propria regione maggiori informazioni sui diritti e doveri del volontario, con particolare attenzione agli strumenti di autotutela previsti. Questo obiettivo potrà essere raggiunto attraverso la partecipazione attiva dei rappresentanti e delegati agli incontri di formazione obbligatoria e tramite la realizzazione di incontri informativi sul territorio 3. Sensibilizzare le istituzioni e gli organi competenti sulle problematiche legate allo svolgimento del servizio civile all’estero. Per esempio la possibile discrepanza tra la durata dei visti e quella dei progetti 4. Lavorare affinché si raggiunga la costituzione di un organismo di consultazione regionale sul servizio civile in tutte le regioni italiane, in riferimento al D.L. 77/2002 (art. 5, comma 5), comprendendo al suo interno la presenza dei delegati regionali. 5. Contribuire alla modifica delle linee guida in materia di formazione generale attraverso la costituzione di un modulo sulla rappresentanza, a fronte dell’esperienza maturata in questi anni.

L’

0Votato all’unanimità. Roma, 7 giugno 2008, ore 13.30


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Il servizio civile obbligatorio: una proposta che fa discutere A CuRA DI ELEOnORA PIRROnE

Meno militari, più civili

Negli ultimi mesi ha fatto molto discutere la proposta di salva-

DI SALVATORE BRIGAnTInI

tore brigantini di rendere obbligatorio il servizio civile per porre un argine al depauperamento dei capitale sociale dei nostro paese, mobilitando le giovani generazioni. di seguito riportiamo l’articolo di brigantini apparso sul «corriere della sera» lo scorso 17 giugno e le repliche di diego cipriani, ex presidente dell’UNsc e di carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega al servizio civile. desideriamo infine sottoporre alla vostra attenzione il punto di vista di francesco brollo, delegato nazionale dei volontari in servizio civile, che ci illustrerà anche il suo modo di vivere il servizio civile.

accumulo dei rifiuti in Campania minaccia di ammorbare, con l’aria di napoli, le prospettive del turismo nella regione e in tutta Italia. Il presidente del Consiglio, pressato dall’emergenza, ha lanciato un velleitario appello ai volontari nella speranza che aiutino a smaltire la montagna: è però probabile che 10.000 ragazzi con una vanga in mano possano essere, più che la soluzione, parte del problema. non è con la buona volontà di moltitudini disorganizzate che si sciolgono nodi simili. L’appello di Berlusconi può tuttavia dare l’occasione per riflettere su alcuni aspetti della carenza di capitale sociale della nostra società così come è venuta velocemente modificandosi. Fino a pochi anni fa il servizio militare era obbligatorio per i maschi. L’obbligo è caduto quando tale corvée — dopo le originarie ragioni difensive — ha gradualmente perso anche quello di collante socio–geografico del Paese, per diventare una “prima visione”, riservata ai cittadini maschi che si affacciavano alla maturità, dello spettacolo della nostra vita pubblica: la regola è lo spreco delle risorse, la corruzione spicciola, il farsi i propri fatti propri come difesa dal sopruso casuale. Dato che la rappresentazione si ripete ogni giorno dappertutto grazie a molti volenterosi attori, la costosa prima visione è stata fortunatamente abolita. Perché non pensare invece a un servizio civile, obbligatorio per maschi e femmine, il cui fine sia l’opposto? E cioè un primo contatto, da parte dei ragazzi e delle ragazze d’Italia, con i problemi che affliggono il Bel Paese, e con la necessità di sanarne i danni, e prima ancora prevenirli, riducendo costi e sofferenze. Le no-

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stre mille “emergenze ordinarie” si ripetono con prevedibile regolarità. Frane e inondazioni nelle stagioni fredda, siccità e incendi in quelle calde, sono dovute all’incuria cui è soggetta buona parte del territorio, soprattutto nel centro–sud. Ma oltre alle emergenze della protezione civile, anche temi in apparenza remoti, come quello delle disuguaglianze sociali, o degli anziani, perfino quello dell’immigrazione potrebbero essere mitigati se, sulle ceneri ancor calde del servizio militare, nascesse qualcosa di simile a quell’”esercito del lavoro” di cui parlò Ernesto Rossi. uno dei rari, con Vittorio Foa, componenti di quella stirpe di rompiscatole di cui avremmo ora, più che mai bisogno, e che invece va estinguendosi per cause anagrafiche, senza successori. Come e più dei ragazzi, anche le ragazze possono rendersi utili, come loro hanno bisogno di aprirsi alla conoscenza dei bisogni dei loro concittadini, per non coltivare oltre quel «familismo amorale» che non sarebbe così radicato nel Paese se mancasse iI sostegno attivo delle nostre donne. Avremmo così anche meno bamboccioni, maschi e femmine. non avrebbe senso, tuttavia, far perdere un anno di tempo per collocare i nostri ragazzi in un altro parcheggio diseducativo. Per affrontare una delle mille emergenze ordinarie non basta la buona volontà di una massa inerte. Servono invece esperienze professionali, idee realizzabili a costi sostenibili, organizzazione, attrezzature, investimenti. Roba che costa, e che non si improvvisa, roba che in parte giace ancora, largamente inutilizzata, nel patrimonio delle nostre forze armate. Ora il Governo vorrebbe mandare i militari per le strade a proteggere i cittadini, ma per molti motivi non è questa la strada giusta per difendere l’ordine pubblico, che non è così a rischio come ci si vuol far credere. Molto meglio sarebbe utilizzare le esperienze delle nostre forze armate per impostare un “esercito del lavoro”: così da difendere e accrescere quel capitale sociale di fiducia e solidarietà reciproca che, sempre scarso in larghe zone del nostro Paese, non è mai stato così a rischio come oggi. Da «Il Corriere della Sera» del 17 giugno 2008

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La replica di Diego Cipriani

La replica di Carlo Giovanardi

ol suo articolo sul «Corriere» del 17 giugno, Salvatore Bragantini aggiunge la sua voce a quanti da più parti e da tempo invocano il ricorso allo strumento della “leva”, nel senso della creazione di un servizio civile obbligatorio. Condividendo il punto di partenza dell’articolo (porre un argine al depauperamento del capitale sociale dei nostro Paese mobilitando le giovani generazioni), tuttavia non voglio entrare nello specifico di come tradurre in pratica questo spirito. Se cioè debba essere un servizio fondato sull’obbligatorietà o meno. Credo che le ceneri del servizio militare si siano alquanto raffreddate e riaccenderle diventa obiettivamente difficile per qualsiasi Governo. Forse il nostro Paese si è sbarazzato troppo in fretta della coscrizione militare, senza contemporaneamente porsi il problema di come sostituirla con un nuovo “collante”. Quello che non mi convince è la soluzione proposta: facciamo organizzare un nuovo servizio civile… ai militari, perché solo loro ne sarebbero capaci. Vorrei aggiungere un’altra ipotesi di lavoro, quella del servizio civile che c’è già nel nostro Paese. E che ha visto, dal 2001 a oggi, quasi 200.000 giovani impegnati nei più svariati settori d’intervento sociale, in Italia e all’estero. Gli stessi citati da Bragantini. un servizio civile che, così come concepito dal legislatore, è una concreta scuola di cittadinanza attiva e responsabile, un’occasione per rendersi utili agli altri e per acquisire professionalità, soprattutto In termini di “relazioni umane”, che le agenzie educative tradizionali stentano ormai a fornire. Posso assicurare che il grado di soddisfazione dei giovani (tra i 18 e 28 anni, in maggioranza donne) che accedono a quest’esperienza di “difesa della Patria” è altissimo, così come la ricaduta sul territorio, tanto che non tutte le richieste degli enti e dei giovani, per mancanza di fondi, riescono ad essere soddisfatte. Insomma, in attesa di recuperare progetti e fondi per creare un servizio civile obbligatorio per 400–500.000 giovani ogni anno, perché non sviluppare l’attuale servizio civile volontario, qualificandolo meglio e investendovi maggiori risorse?

alvatore Bragantini propone il servizio civile obbligatorio per tutti i giovani italiani, circa mezzo milione di ragazzi e ragazze per ogni classe, da impegnare per un anno nei campo dell’assistenza, della salvaguardia dei beni culturali ed ambientali e della protezione civile. Si tratterebbe in sostanza di tornare alla leva obbligatoria, questa volta a fini civili, sospesa nel 2004 per il servizio militare. È opportuno ricordare che tale sospensione è stata determinata dal lievitare dei numero degli obiettori di coscienza, che negli anni Cinquanta dei secolo scorso si contavano sulla punta delle dita e pagavano con il carcere la loro coerenza, ma che poi, riconosciuta dal legislatore l’obiezione come diritto, sono lievitati sino a 80.000 l’anno nei primi anni Duemila. Quanto ci fosse di sincero in questo così enorme aumento di giovani, a cui ripugnava l’uso delle armi, è tema di discussione. Certamente il Parlamento non ha scritto una bella pagina consentendo con una legge dei 2007 di revocare l’obiezione a suo tempo dichiarata: già in 1.800 ne hanno approfittato, macchiando una storia scritta da chi davvero ci ha creduto e umiliando chi aveva accettato con spirito di sacrificio di vestire la divisa. Ma oggi per fortuna le cose non stanno più così: i nostri giovani, volontariamente, possono scegliere, in ossequio di una norma della Costituzione, se difendere la patria con le armi nelle Forze armate o nel servizio civile nazionale, su-

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Dal sito dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile

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al centro, Diego Cipriani all’Assemblea dei delegati

perando antichi steccati fra obiettori e non obiettori. Il servizio civile nazionale, nato nel 2001, si è sviluppato velocemente in pochi anni, con giovani volontari motivati che, partecipando a progetti elaborati da enti pubblici e dal privato sociale, sono stati in grado, come recita un fortunato slogan di «cambiare la loro vita e quella degli altri». Quasi 40.000 giovani ogni anno vivono questa esperienza: se Regioni e Stato troveranno forme di collaborazione anche dal punto di vista del reperimento delle risorse finanziarie, sarà possibile fare anche di più. Questo meccanismo ben oliato è tutt’altra cosa rispetto alla necessità di trovare qualcosa da fare sino a 80.000 obiettori l’anno, molti dei quali passavano un intero anno a casa in attesa di destinazione, sino all’arrivo del congedo. II problema si ripresenterebbe ancora più insolubile se ogni anno si dovessero trovare mezzi e strutture per impiegare efficacemente mezzo milione di giovani, molti dei quali senza nessuna vocazione a prestare il servizio. Di più: si aprirebbe anche una delicata questione costituzionale nel momento in cui alla sospensione della leva militare obbligatoria, da una parte, si facesse corrispondere un servizio civile obbligatorio dall’altra. Per questi motivi, con la piena condivisione deglì enti dei servizio civile, riteniamo suggestiva ma non praticabile la proposta dei Servizio civile obbligatorio. Dal sito dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile


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221 | maggio–agosto 2008

Le aspettative dei giovani per il servizio civile DI FRAnCESCO BROLLO

n caro amico mi rimprovera spesso di passare troppo tempo a pensare al volontariato. Ogni volta che mi ricorda le immense sofferenze che ho provato nel cercare di essere sempre disponibile gratuitamente, io sorrido e sto al gioco; perché in fondo so che tenta solo di sminuire un impegno personale che è meno frivolo di quanto possa sembrare. Lui parla di tempo e di “soldi”, mentre io ho in mente il volontariato come esperienza di vita di qualsiasi tipo essa sia: quando la rotta nella vita di ognuno di noi è chiara, può essere utile mettersi in discussione avvicinandosi a situazioni di vita lontane dalla nostra quotidianità. Questo serve per guardare la nostra vita a distanza e far emergere una visuale diversa. Io l’ho fatto più volte. E ha sempre funzionato! L’importante, però, è farlo con passione e farsi guidare dal piacere — non dalla coercizione: perché quello che ho imparato in questi anni della mia gioventù dedicati al volontariato è che il volontariato perfetto non esiste. Esistono, però, tante esperienze diverse che possono anche cambiarti la vita se vissute nel momento giusto. Ma questo vale anche per il servizio civile? nell’ultima settimana ho letto almeno tre articoli di giornali a tiratura nazionale che parlavano del servizio civile obbligatorio. Dieci giorni fa ad una trasmissione televisiva sulla prima rete nazionale e in prima serata si parlava di Italia, Italiani e servizio civile obbligatorio. Ancora, nell’ultima finanziaria fu proposto — ma poi non approvato — di imporre un minimo del 30% di progetti per attività di assistenza verso disabili gravi. L’idea del servizio civile obbligatorio nasce dall’utilità che può offrire ai i giovani e alla società: per i giovani il servizio civile è un momento di formazione e di sviluppo; per la società è un’attività libera e quasi gratuita svolta per ragioni di solidarietà e di giustizia sociale, e quindi per dare una risposta ai problemi non risolti (o non affrontati) dallo Stato

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e dal mercato. Per questo motivo il servizio civile si inserisce nel “terzo settore” insieme ad altre organizzazioni che non rispondono alle logiche del profitto e di diritto pubblico. Leggendo quello che viene scritto, sembra che la sfida del futuro del servizio civile sia da ricercare sul valore dei rimborsi spese e sull’utilità sociale dei progetti. Ma, caro amico, quando tu mi parli di questo io continuo a sorridere… e un po’ sto al gioco. Perché noi giovani, che il servizio civile l’abbiamo ottenuto, prima con l’obiezione e poi con la scelta di dedicarsi volontariamente agli altri, sappiamo che se il mezzo è l’impegno verso il “terzo settore” il fine è e rimane la formazione ai valori e ai principi della solidarietà, giustizia sociale, cittadinanza e non violenza. non tentare di sminuire un impegno personale che è meno frivolo di quanto possa sembrare!

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servizio civile

La pensione da non perdere DI FRAnCESCO BROLLO rappresentante nazionale dei volontari all’estero

n questi giorni si è tornato a parlare del riconoscimento ai fini previdenziali del periodi di servizio civile, date le novità introdotte da recenti pareri e interpretazioni. Il decreto 77 [1], che è entrato compiutamente in vigore il 1° gennaio 2006, ha disciplinato il trattamento economico e giuridico dei volontari in base a quanto disposto dalla legge n. 64 [2]. Bisogna, quindi, distinguere i periodi di servizio civile prestati fino al 31 dicembre 2005 e i periodi prestati dal 1° gennaio 2006. Per coloro che hanno prestato il servizio civile fino alla data del 31 dicembre 2005, i periodi di servizio volontario, ai fini del trattamento previdenziale, sono validi nei limiti e con le modalità con le quali la legislazione riconosce il servizio militare obbligatorio, così come precisato dal messaggio n. 25493 del 22 ottobre 2007 emanato dalla Direzione Centrale Prestazioni InPS. In parole semplici, l’anno di servizio civile è riconosciuto come “figurativo”, cioè viene imputato per il calcolo dei famosi attuali 35 anni di contribuzione per ottenere l’erogazione della pensione di vecchiaia. Però a livello contributivo non vi è alcun movimento. In questo caso il vantaggio per i giovani è di dover contribuire, attualmente, per soli 34 anni per ricevere i benefici previdenziali. Ma l’importo della pensione non verrà aumentato, in quanto non vi è stata contribuzione. Per i volontari che hanno prestato il servizio a partire dal 1° gennaio 2006 è previsto un regime di contribuzione effettiva in quanto la leva obbligatoria è stata sospesa. non essendo più possibile imputare i redditi dei rimborsi ai volontari allo stesso modo dei redditi dei militari di leva, non si è saputo dare da subito un’interpretazione certa né su come gestire i redditi ai fini fiscali né come gestire il versamento previdenziale. nel frattempo una risoluzione dell’Agenzia delle Entrate [3] ha definito che i compensi

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percepiti dai volontari devono considerarsi redditi di collaborazione coordinata e continuativa ai sensi del TuIR [4]. La circolare dell’Agenzia delle Entrate [3] recita nel particolare: “Le somme percepite dai volontari ai sensi della normativa di settore, in mancanza dei presupposti che consentano di configurare un rapporto di impiego dei volontari come un vero e proprio lavoro dipendente, devono essere qualificate quali redditi di collaborazione coordinata e continuativa”. Questo significa che, a livello di reddito, il rimborso percepito deve essere trattato allo stesso modo dei redditi prodotti dalla collaborazione continuativa. Ai fini previdenziali si è espresso l’InPS con un recente messaggio [5] per chiarire la posizione previdenziale. Avvalendosi del parere dell’Agenzia delle Entrate citato, l’InPS ritiene che analogamente ai redditi, anche ai fini pensionistici i versamenti debbano avvenire conformemente a quanto già avviene per i collaboratori (co.co.co/ co.co.pro); da ciò discende l’obbligo contributivo verso la Gestione separata dell’InPS alla quale i volontari (sia in Italia sia all’estero) devono essere iscritti come collaboratori. naturalmente l’intero onere dei versamenti è a carico dell’ufficio nazionale. Quindi non ci sarà nessun decurtazione sui 433,80 Euro percepiti. Purtroppo, un sistema di questo tipo è tutt’altro che vantaggioso per i giovani in servizio civile: a differenza dei colleghi che hanno pur svolto il servizio civile volontario prima del 2006, in base alla legge vigente, non verrà riconosciuto un anno di versamenti: • in caso di contribuzione annua inferiore a 13.819 Euro [6] i mesi da accreditare sono proporzionalmente ridotti alla somma versata. Facendo una semplice calcolo, per i giovani che percepiscono 433,80 Euro per 12 mesi formano un reddito di 5.205,60 Euro che corrispondono ad una contribuzione pari a 4 mesi! Et voilà… ecco un anno da non perdere. Peccato che per la pensione abbiamo perso 8 mesi… Confrontiamoci anche su altre due posizioni importanti, care all’InPS: la disoccupazione e la

pensione di invalidità. L’anno di servizio civile non comporta la cancellazione dallo stato di disoccupazione [7], quindi non contribuisce al diritto di ottenere il sussidio al termine dell’anno. Tuttavia, secondo l’InPS, sono trattati in modo differente i giovani che già ricevono un sussidio di disoccupazione al momento dell’inizio dell’anno di servizio civile. Mi sono giunte infatti segnalazioni di giovani che si sono visti revocare l’assegno di disoccupazione dall’InPS, in quanto, secondo l’Istituto, percepiscono un reddito (ovviamente) derivante dal servizio civile e quindi l‘InPS presuppone che non siano disoccupati. una cosa simile è stata segnalata da una volontaria che percepisce una pensione di invalidità: sembra infatti che sempre l’InPS, considerando i redditi dell’anno di servizio civile revoca o riduce, a seconda dei casi, la pensione di invalidità. Purtroppo, a riguardo, i rappresentanti — sia nazionali sia regionali — non possono far altro che prendere atto di come l’Agenzia delle Entrate e l’InPS abbiano deciso di interpretare le nostre relative posizioni pensionistiche e fiscali. È mio parere che tutte le decisioni relative ai giovani in servizio civile debbano essere prese dopo la consultazione con l’ufficio nazionale e con la Consulta, e non unilateralmente dalle varie agenzie. Questo per dare un senso di omogeneità al senso comune del servizio civile. Speriamo nella sensibilità della classe politica nell’inserire in un prossimo intervento legislativo un emendamento che vada a dare fiducia e speranza al futuro di noi giovani. Altrimenti non ci resterà che fare il servizio civile per servire il Paese: non chiedeteci di farlo per formare nei giovani la fiducia verso la Patria! Fonti: [1] decreto legislativo n. 77/2002 [2] dall’art. 2 della legge n. 64/2001 [3] circolare n. 24 del 10/06/2004 dell’Agenzia delle Entrate [4] art. 50, lettera c-bis del TUIR [5] circolare n. 55 del 30/04/2008 dell’INPS [6] dati calcolati per i contributi nel 2008 [7] art. 9 comma 1 d.lgs 77/2002


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AVOLON risponde A CuRA DI ELEOnORA PIRROnE

Se ho prestato servizio civile, posso partecipare ai concorsi pubblici per entrare nelle forze armate? I ragazzi che fanno servizio civile non solo possono accedere a tutti i bandi pubblici (anche quelli delle forze armate) ma, se portano a termine il loro servizio, hanno anche dei punti in più nelle graduatorie in quanto hanno prestato un anno di servizio per lo Stato. Il riferimento legislativo è il D.Lgs. 77/2002, al punto 13.2: “Il periodo di servizio civile effettivamente prestato, salvo quanto previsto dal comma 4, è valutato nei pubblici concorsi con le stesse modalità e lo stesso valore del servizio prestato presso enti pubblici”. La cosa migliore, ogni qualvolta si partecipa ad un concorso pubblico, è quella di scrivere nella sezione riguardante le esperienze lavorative che si è fatto il servizio civile, citando anche questa parte del decreto legislativo. Per quel che riguarda il punteggio del SCn all’interno dei concorsi, invece, non è univoco, dipende dalla figura professionale richiesta dal concorso. E a tal riguardo sono importanti le mansioni effettivamente svolte durante il servizio. Il consiglio è quindi quello di farsi rilasciare dall’ente un attestato di fine servizio dove vengono specificate queste mansioni. Erano in passato gli obiettori di coscienza a rinunciare al porto d’armi e quindi a non poter accedere a professioni dove era previsto l’utilizzo delle stesse. Per i ragazzi in servizio civile non è più così, non rinunciano al porto d’armi, semplicemente promuovono lo sviluppo del proprio Paese (legge 64 del 2001, istituzione del servizio civile nazionale). A onor di cronaca segnalo comunque che ora

anche gli obiettori coscienza (cioè coloro che hanno prestato servizio prima del 2001) possono rinunciare al loro status e accedere ai concorsi pubblici. La modulistica è presente sul sito dell’unsc www.serviziocivile.it

Se presto servizio civile, posso nel contempo studiare o lavorare? Sì, non c’è alcun vincolo in questo senso. L’importante è che queste attività non compromettano il corretto svolgimento del servizio civile.

Cosa succede se interrompo il servizio civile? Se interrompi il servizio civile dopo aver superato la selezione, ma non hai prestato nemmeno un giorno di servizio, non accade nulla. Se fai anche un solo giorno di servizio l’unico inconveniente è che non puoi ripresentare domanda per diventare volontario in servizio civile negli anni successivi. Se interrompi dopo qualche mese, ricevi la spettanza per il periodo in cui hai prestato servizio, ma non ricevi l’attestato che ti dà diritto ad avere punti in più nelle graduatorie dei concorsi pubblici e il periodo non sarà valido ai fini pensionistici.

C’è differenza tra malattia e infortunio nel conteggio delle ore? nessuna: sia la malattia sia l’infortunio vengono conteggiati nell’orario di servizio. L’unica differenza sta nelle conseguenze sulla prosecuzione del servizio che esse compor-

tano. È infatti possibile fare 15 giorni di malattia retribuita, più 15 giorni di malattia non retribuita, dopodiché automaticamente si decade dal servizio (ed è questo l’unico caso in cui si può ripresentare domanda per diventare volontario in servizio civile negli anni successivi). non esistono invece vincoli temporali per l’infortunio: se sfortunatamente ci si infortuna, non si decade dal servizio e si continua a percepire in toto la spettanza di 433,80 Euro al mese.

Il servizio civile tutela la maternità? nei mesi in cui la volontaria sarà in maternità verrà corrisposto dall’ufficio nazionale l’assegno mensile ridotto di un terzo. Alle volontarie in stato di gravidanza si applicano le disposizioni legislative del Testo unico in materia di tutela e sostegno della maternità, adottato con il decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, espressamente richiamato dal decreto legislativo n. 77 del 2001. Ai sensi del predetto Testo unico il divieto di prestare servizio civile è di norma durante i due mesi precedenti ed i tre mesi seguenti il parto (art. 16), in assenza di condizioni patologiche che configurino situazioni di rischio per la salute della gestante e/o del nascituro (art. 17). Prima dell’inizio del periodo di divieto di cui all’art. 16, lett. a), le volontarie devono consegnare all’ente il certificato medico indicante la data presunta del parto. Dalla data di sospensione del servizio a quella della sua ripresa, di cui pure l’ufficio nazionale dovrà essere informato a cura dell’ente, è corrisposto l’assegno per il servizio civile ridotto di un terzo. Oltre quanto previsto dagli articoli sopra citati, cui fa espressamente riferimento il decreto legislativo n. 77 del 2001, non sono contemplati ulteriori benefici post partum, né l’applicazione della disciplina del “congedo parentale” a favore delle volontarie. non sono invece previsti permessi speciali per l’allattamento. 11


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Radio E… il servizio civile DI ROBERTA LOCATELLI

Bergamo esiste una radio che ha raccolto attorno a sé molti giovani volontari che, a titolo completamente gratuito, offrono il proprio tempo per mantenere vivo un servizio alla comunità. Si tratta di Radio E.

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Questa massiccia presenza giovanile ha fatto sì che nella programmazione si cominciassero a ritagliare degli spazi nei quali si trattassero argomenti vicini al nostro mondo. Ecco la nascita di un appuntamento come “Spazio giovani” realizzato in collaborazione con Michele di Paola, referente Eurodesk per il territorio di Bergamo, in onda il martedì alle 16: proposte di scambi culturali, concorsi europei per le scuole, vacanze studio all’estero e non solo. Considerato il successo di questo programma, io e Raffaele Avagliano (un ragazzo che, come me, collabora con la radio, in onda tutti i pomeriggi) abbiamo cominciato a chiederci di cos’altro si potesse parlare, quali realtà mettessero in gioco molti giovani della nostra provincia e cosa potesse interessarli. Sulla richiesta di coinvolgimento da parte dei giovani, abbiamo pensato di riproporre una trasmissione sul servizio civile già andata in onda lo scorso anno e gestita da associazione Mosaico. un’idea che ha trovato ancora più conferme dopo l’assemblea di Roma dove, parlando del progetto con gli altri delegati intervenuti, ho raccolto suggerimenti, contributi e tanta voglia di creare una rete di comunicazione e di esperienze che avvicinasse tutti i “civilisti” in Italia e all’estero. Del resto la possibilità di poter ascoltare Radio E in streaming dal sito www.radioe.it abbatte qualsiasi frontiera geografica! Questa risposta positiva è stato un ulteriore incentivo per continuare a lavorare in questa direzione. Il programma si pone come

intento l’avvicinamento ad una realtà tanto diffusa, ma ancora poco conosciuta. Sono migliaia i volontari distribuiti in tutta la penisola, ma non sempre siamo facilmente riconoscibili e riconosciuti; alcune persone ci credono dei nuovi assunti presso l’ente dove operiamo e non conoscono il bagaglio di risorse e di valori che accompagna ognuno di noi. Radio E ci permetterà di aprire una finestra su queste strane forme di vita che popolano le nostre città e che sono chiamate “volontari in servizio civile”. Chi sono? Quanti sono? Cosa fanno? Sveleremo finalmente l’arcano mistero. Ogni settimana si potranno ascoltare due testimonianze di ragazze e ragazzi che hanno deciso di impegnare un anno della loro vita in modo differente: un anno da non perdere. Scopriremo gli aneddoti più divertenti, le emozioni più intense, le situazioni più buffe e — perché no? — anche i problemi che si sono incontrati. Ma non sarà solo questo… Cercheremo di dare risposta alle domande che assillano ogni anno i nuovi volontari, affronteremo insieme i dubbi che potranno nascere e di volta in volta interrogheremo degli ospiti che ci aiuteranno a capire meglio alcune dinamiche e alcuni aspetti che paiono sfuggirci. Terremo costantemente monitorato il sito dell’ufficio nazionale per il Servizio Civile per essere sempre aggiornati sulle ultime novità, e per prendere spunto dalle chiacchierate sul forum. Il programma prenderà il via a settembre 2008, nella fascia pomeridiana, in modo da consentirci di cominciare a raccogliere alcuni racconti e preparare le prime puntate: sarà dato spazio a questioni un po’ più tecniche, in vista dell’apertura del bando di ottobre. A breve attiveremo anche un indirizzo di posta elettronica, dove chi vuole potrà inviare domande, dare suggerimenti o semplicemente esprimere il proprio parere. nel frattempo, chi volesse avere maggiori informazioni o volesse collaborare, può contattarmi all’indirizzo <locatelli.roberta@gmail.com> o lasciarmi un messaggio sul blog <www.seratae.splinder.com>.


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221 | maggio–agosto 2008 più spazio ai volontari!

Un’esperienza inaspettata DI LAuRA QuAGLIATA

alve, sono Laura, alias Priscilla, ormai qui al Centro diurno mi conoscono tutti con questo soprannome. Cercherò di raccontarvi brevemente i miei sei mesi di servizio. Sono approdata a questa esperienza in maniera un po’ anomala, le mie conoscenze sul mondo del servizio civile nazionale erano piuttosto limitate e in realtà non avevo alle spalle una forte motivazione se non quella economica, infatti mi servivano solo i soldi per l’università. Inizialmente credevo di aver scelto un progetto che non mi impegnasse molto, in modo da avere tempo anche per studiare. non erano molti gli aspiranti che volevano far parte di progetti che prevedevano volontari “impiegati” in strutture che ospitano persone anziane e questo è un grosso problema per il servizio civile in generale. Perché quando si pensa agli anziani e a queste strutture si è convinti che il proprio compito sia accompagnare le persone in bagno, imboccarli, ecc… In realtà questo lavoro è fatto da personale specializzato. Per quanto si possa essere informati non si può sapere fino in fondo che cosa il proprio servizio preveda al di là di quello che è scritto nei documenti ufficiali. nel mio caso, per esempio, il solito ménage mensile da Centro diurno sarebbe: tombolata, lotteria, merenda, spesso si propongono delle gite fuori porta, che in realtà sono molto carine, ma alle quali pochi partecipano. Il compito di chi si trova in queste strutture, me compresa, sarebbe quello di organizzare le attività, fare i volantini delle attività, fare le fotocopie dei volantini e infine (per fortuna) distribuire i volantini; tutto questo ovviamente ripetuto per dodici mesi, con pochissime variazioni. Io ho impiegato molto tempo prima di rendermi conto che non avrei resistito a lungo se mi fossi limitata a fare quello che era “previsto“ che io facessi. Poi è scattata una molla, un pensiero. Ossia l’illusione di poter fare qualcosa per cambiare lo stato delle cose ed ho finito per fare qualcosa per me stessa. Da quel momento in poi tutto

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ha preso una piega diversa, ho cominciato a vedere le cose molto più nel profondo ed ho scoperto un mondo. Dietro l’essere burberi, capricciosi ho visto le cicatrici di una vita, di una società che non ha più posto per chi non può correre inseguendo ritmi di vita sfrenata, ho visto la paura di cambiare e la sfiducia di affidarsi a qualcuno perché si è già stati traditi e abbandonati troppe volte, ora più di prima sono convinta di volere arrivare sino alla fine per me e per quello che queste persone mi hanno dato sino ad ora. Ovviamente sono conscia che l’obiettivo di cambiare questo stato di cose è utopistico ed impossibile da realizzare nei sei mesi che mi mancano. La cosa fondamentale non è raggiungere un obiettivo ma la volontà e la forza che si impiega nel fare tutti i piccoli passi disseminati sulla strada che si percorre per raggiunge quell’obiettivo. Gli ostacoli sono molti e di diversa natura: burocratici, sociali e culturali. Quelli burocratici sono quelli più fastidiosi da sopportare perché sono una inutile perdita di tempo che potrebbe essere impiegato in modo migliore e sono dovuti soprattutto al fatto che le istitu-

zioni che ospitano il volontario nel suo anno formativo non hanno ben chiaro quale sia il suo ruolo. Quelli sociali e culturali sono quelli impossibili da abbattere che neppure dedicando una vita ad un progetto si riescono a superare, ma sono quelli che contano di più. In questo senso io non sono riuscita ad ottenere molto e questo spesse volte mi ha fatto pensare di abbandonare tutto, ma quando mi sono resa conto che quello in cui credo era tanto difficile da realizzare ho cominciato a dare un senso a tutti i miei piccoli sforzi che sono diventati preziosi in quanto sono motivo di crescita. La mia testardaggine è ormai famigerata da queste parti e non a tutti piace, ma è l’unico modo che ho trovato per portare avanti i miei progetti. Insieme ai miei nonni abbiamo pensato ad un giornalino dal nome “Ciaciarem un cicinin”, dove raccogliamo le esperienze pratiche, le opinioni e le idee di coloro che hanno a che fare con il volontariato. Abbiamo bisogno di persone che ci supportino nelle attività pratiche. Vi lascio il mio indirizzo e–mail per contattarmi: girandolina@hotmail.it 13


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addio alle armi

Il servizio civile fiorisce in Serbia DI AnA LjuBOjEVIć

Era un diritto riconosciuto sin dalla costituzione del 1992. previsione di legge a lungo rimasta inapplicata. da cinque anni però anche in serbia è possibile optare per il servizio civile. Giovani obiettori di coscienza ci raccontano come sta andando entre i media qualche giorno fa mandavano in onda la dichiarazione ottimistica del presidente serbo Tadić, secondo il quale l’esercito è un fattore chiave per la stabilità dello Stato moderno, la situazione attuale in cui si trovano le Forze armate serbe è tutt’altro che rosea. Inoltre, è in costante aumento il numero di ragazzi che scelgono di fare il servizio civile. non tutti sanno che già dal 1992 esisteva la possibilità di svolgere il servizio civile. La Costituzione della Repubblica Federale jugoslava all’articolo 137 prevedeva infatti la possibilità per tutte le persone che per “motivi religiosi o altri” non vogliono portare le armi di assolvere gli obblighi verso lo Stato svolgendo il servizio civile. All’epoca, la prassi non concordava con la legge e le persone che avevano scelto l’obiezione di coscienza erano purtroppo assegnate alle unità militari non combattenti. Alcuni di loro che non volevano obbedire a queste decisioni sono stati condannati a una media di un anno o due di carcere. Dopo i cambiamenti democratici del 2000, una delle priorità del nuovo governo è stata la creazione di una “Legge sull’amnistia” che ha permesso a quasi tutti i membri dei vari gruppi religiosi di poter uscire dalle carceri dove si trovavano in quanto obiettori di coscienza. L’ingresso nel Consiglio d’Europa nel 2003 ha poi imposto alla Serbia (e Montenegro) di introdurre la facoltà di scelta tra il servizio civile

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e quello militare. Questa opzione è stata resa possibile lo stesso anno grazie al decreto del Consiglio dei ministri sull’adempimento dell’obbligo militare. Fino alla fine del 2003 circa 850 persone avevano scelto di svolgere il servizio civile nelle istituzioni sanitarie, nelle organizzazioni generali di soccorso, nelle università o in altre istituzioni proposte dal Ministero della difesa. nella misura in cui il numero di ragazzi che optavano per l’obiezione di coscienza aumentava, anche la percentuale dei neocadetti presentatisi all’appello nelle caserme diminuiva. nel giugno 2003 le reclute presenti all’appello erano il 74% del totale convocato, l’anno dopo il 61%, per arrivare ai minimi storici nel 2005 col 49%. Gli assenti sono diminuiti nel 2006 (52% reclute presenti) e nel 2007 rappresentavano solo il 10% del totale. È particolarmente significativa l’elevata percentuale di assenze se si tiene conto delle ripercussioni di tale atto. Le conseguenze probabili infatti sono un anno di carcere ed il divieto assoluto di uscire dal Paese. I timori di presentarsi all’appello sono anche legati ai numerosi scandali che hanno attraversato l’esercito negli ultimi anni. Ricordiamo il caso di due soldati morti il 5 ottobre 2004 in circostanze non ancora chiare, anche se si suppone che avessero incontrato e riconosciuto il generale Mladić, uno dei principali criminali di guerra ricercati dal Tribunale penale internazionale per l’ex jugoslavia. “Anche se il servizio militare dura solo sei mesi, rispetto ai nove che ho passato facendo il servizio civile (solo fino a un anno fa erano tredici), sono sicuro di aver impiegato il mio tempo rendendomi utile”, spiega all’Osservatorio sui Balcani Slobodan Acketa, oggi all’ultimo giorno di servizio civile presso il Fondo per la Salute Pubblica della Vojvodina, che si occupa del controllo e della prevenzione delle malattie. “Sono un obiettore di coscienza e non capisco in generale la politica delle forze militari, il cui unico scopo è insegnarti ad uccidere, ad essere un killer al servizio della difesa della Patria, dei suoi sacri confini o di altre sciocchezze del genere”. La scelta delle modalità con cui assolvere agli

obblighi di leva porta con sé una frattura quasi netta tra la popolazione più o meno istruita, oltre che tra gli appartenenti ai vari schieramenti politici. La matrice politica dei ragazzi impegnati nel servizio militare è perlopiù quella del Partito radicale, del Partito Democratico Serbo oppure o di altri gruppi minori a forte ispirazione nazionalista. In futuro, secondo l’esperto di politiche militari Aleksandar Radić, ci sarà sempre meno gente, col crescere del tasso di istruzione, disposta a fare il servizio militare. “L’esercito per me non evoca l’immagine di uccisioni, di fucili o di bombe, ma di malnutrizione e di igiene precaria”, racconta Bosko Sukilovic, uno dei 12.000 ragazzi che svolge in questo momento il servizio civile. “L’altra cosa preoccupante è la scarsa libertà di espressione, soprattutto sui temi politici, dovuta al modello predefinito del soldato–eroe imposto dalle gerarchie militari”. Tuttavia, un buon esempio di collaborazione tra il servizio civile e quello militare si è verificato nel 2005 durante l’emergenza causata dalle inondazioni nella regione del Banato, nella Vojvodina orientale. “Quando il governo ha proclamato lo stato di emergenza, nonché il pericolo per gli abitanti, sono stato trasferito al Dom zdravlja (ASL) di Secanj”, dichiara Konstantin Pankaricean, allora impegnato con il servizio civile. “Il mio compito era guidare l’ambulanza del pronto soccorso, trasportare i cittadini rimasti senza tetto ai centri di permanenza e di fare i turni con la Squadra mobile di novi Sad, venuta qui per aiutarci. Questa è stata una delle esperienze più forti della mia vita: ho imparato e lavorato tantissimo. Tuttora sono rimasto in contatto con molti settori della società civile e mi impegno ancora nelle politiche locali”. La riforma delle Forze armate introdotta con la nuova legge sull’esercito, in vigore dal primo gennaio del 2008, oltre a dimezzare il numero di dipendenti (21.000 rispetto a 45.000 attuali), prevede il passaggio completo ad un esercito professionale entro il 2010, quando scomparirà anche il servizio civile. Da http://www.osservatoriobalcani.org


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221 | maggio–agosto 2008 profili di pace

40° anniversario della morte di Martin Luther King DI MARTA DA COSTA

uarant’anni fa, esattamente il 4 aprile del 1968, veniva ucciso Martin Luther King che, insieme a Gandhi, è il rappresentante della nonviolenza più conosciuto al mondo. Ha aperto la strada ad una nonviolenza efficace e moderna, lasciandoci una grande eredità civile, spirituale, culturale e morale. Il movimento da lui condotto, oltre a ridare dignità al popolo nero e conquistare per tutti diritti, pace e democrazia, è riuscito a scuotere quelle che erano le fondamenta degli Stati uniti. Per oltre 200 anni milioni di uomini, donne e bambini venivano strappati dalla loro terra, catturati con violenza e portati dall’Africa sul continente americano per essere venduti nei mercati ai migliori offerenti. Lavoravano fino allo stremo delle forze nelle piantagioni di cotone e spesso venivano violentati ed uccisi come fossero bestie. Sembrerà strano ma meno di cinquant’anni fa, in America, esistevano ancora autobus pubblici con posti separati per bianchi e neri ed esistevano fontanelle pubbliche separate. Gli studenti neri ricevevano un’istruzione nettamente inferiore a quella dei bianchi, per le strade e nelle piazze delle città si vedevano innumerevoli cartelli con la scritta “Solo per bianchi”. La vita dei neri si consumava in sudici ghetti sovrappopolati, privi di strutture e con servizi appena decenti. La scelta di fondo della breve vita di Martin Luther King è stata proprio la lotta per cambiare queste condizioni ed ottenere la parità dei diritti di fronte alla legge per i cittadini di qualsiasi razza. nato il 15 gennaio 1929 ad Atlanta, fin dall’infanzia subisce i traumi dei bambini che scoprono di essere diversi e discriminati: le madri dei sui compagni bianchi proibiscono ai propri figli di giocare con Martin perché “nero”. La discriminazione che subisce e colpisce la sua gente, lo portano ad iscriversi alla facoltà di giurisprudenza ma, dopo qualche anno, decide di dedicarsi agli studi di teologia in Penn-

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sylvania. Qui vince una borsa di studio che gli consente di conseguire il dottorato di filosofia a Boston, conosce Coretta Scoot, con la quale si sposa, e decide di andare a vivere a Montgomery. È qui che scocca , in seguito ad un increscioso evento, la scintilla che da inizio al movimento per i diritti civili. Sugli autobus della città le prime tre file di posti sono riservate ai bianchi, le altre possono essere occupate da neri solo se non ci sono bianchi in piedi. un’impiegata nera, Rosa Parks, seduta dietro i posti riservati ai bianchi, rifiuta di alzarsi e cedere il posto quando salgono alcuni viaggiatori bianchi: viene arrestata e portata in carcere. La notizia si diffonde, gli esponenti ed i pastori della comunità nera s’incontrano e decidono di boicottare i mezzi di trasporto pubblico. nel frattempo Martin Luther King è votato all’unanimità capo del movimento. Con il boicottaggio la compagnia degli autobus perde molti soldi, i bianchi hanno paura e reagiscono violentemente. Martin diventa bersaglio di minacce d’ogni genere e, mentre si trovava tra la sua gente, un attentato dinamitardo gli distrugge la casa. La moglie e la figlia restano illese e Martin è ormai diventato il simbolo della “rivoluzione nera”. Il movimento si estende rapidamente a tutti gli Stati uniti perché il coraggio e la tenacia di Martin sono travolgenti: la gente, sempre più coinvolta, partecipa numerosa a manifestazioni e raduni. Intanto, si moltiplicano i sit–in

nei locali pubblici per i bianchi ed i “viaggi della libertà” di bianchi e neri insieme in autobus attraverso gli Stati uniti. La lotta nonviolenta di Martin prosegue, tutti ne parlano ed il 28 agosto del 1963 arriva a Washinghton la marcia dei 250.000 per chiedere l’approvazione della legge sulla parità dei diritti civili per bianchi e neri. Le telecamere di tutto il mondo trasmettono l’immagine di bianchi e neri che cantano e pregano intorno al monumento di Lincoln, ripetendo quello che è stato definito il discorso più famoso di Martin Luther King: “I have a dream”. L’anno seguente riceve il premio nobel per la pace e successivamente, oltre a dichiararsi contrario alla guerra del Vietnam, denuncia le condizioni di miseria e degrado dei ghetti delle metropoli. nell’aprile del 1968 si reca a Memphis per prendere parte ad una marcia a favore degli spazzini della città (bianchi e neri) che si trovavano in sciopero. Mentre conversava con i suoi collaboratori sulla veranda dell’albergo, alcuni colpi di fucile sparati dalla casa di fronte lo colpiscono ed Martin Luther King muore in pochi minuti. Al funerale presero parte migliaia di persone d’ogni ceto e razza, che riconobbero in lui un leader indiscusso, un uomo da ammirare, un esempio da seguire ed un ideale a cui aspirare: ha così lasciato un segno indelebile in tutta l’umanità. 15


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conflitti dimenticati

La lotta dei Sem terra in Brasile DI MARTA DA COSTA

l “Movimento dei Sem terra” (MST) rappresenta la più grande organizzazione contadina latinoamericana ed attualmente è presente in quasi tutti gli Stati del Brasile. Si tratta di una forma di organizzazione sociale a favore di coloro che non possiedono appezzamenti di terreno e sono costretti a lavorare la terra per gli altri sotto le più differenti forme quali l’affitto, la mezzadria o come semplici salariati. È chiaro che, per risolvere questo problema, la principale soluzione è quella di ottenere una terra propria in cui poter lavorare. Il MST nasce nel gennaio del 1984 come forma di coscientizzazione ed organizzazione di agricoltori i quali hanno capito che, possedendo un pezzo di terra, è possibile liberarsi dallo sfruttamento dei latifondisti ed iniziare ad organizzare la propria vita e quella della propria famiglia a favore di un benestare più rapido. Hanno infatti compreso che il possesso di un appezzamento di terreno è sinonimo di avere lavoro, cibo, reddito e vivere in una comunità rurale significava poter creare quei servizi minimi indispensabili per una vita dignitosa. Le priorità di quello che è diventato il più grande movimento contadino a direzione collegiale dell’America Latina furono definite da subito: la lotta per la terra, la riforma agraria e un’ampia trasformazione sociale. Il MST utilizza forme di lotta nonviolente che, oltre ad avere un forte impatto sull’opinione pubblica, sollevano polemiche e critiche. Generalmente le forme di protesta più lievi sono caratterizzate da marce di protesta e dall’accampamento di innumerevoli famiglie ai bordi delle strade. Le azioni più radicali sono invece rappresentate dall’occupazione delle terre incolte che, secondo la legge brasiliana, dovrebbero essere restituite allo Stato. Per potersi insediare, le famiglie contadine organizzate dal MST lottano per parecchio tempo. Il tutto inizia con l’occupazione di una terra, di solito incolta, di cui si chiede l’espropriazione. Spesso i contadini si vedono costretti

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ad abbandonare la terra occupata ed ad accamparsi sul ciglio della strada. Cercano più volte di occupare il terreno e in molti casi restano accampati per anni fino a quando il Governo e l’InCRA (Istituto nazionale per la Colonizzazione e la Riforma Agraria) decidono che una certa terra va espropriata ed i contadini possono finalmente insediarsi. Gli insediamenti che nascono a partire dalle lotte del MST cercano di pianificare ed organizzare la produzione per garantire la sussistenza delle famiglie insediate e si prefiggono di promuovere lo sviluppo economico e sociale dei contadini che sono riusciti a conquistare la terra. La realizzazione di tutto questo non è facile perché le terre destinate agli insediamenti generalmente sono poco fertili, sono dislocate in zone difficilmente raggiungibili con infrastrutture precarie e a volte logorate dal cattivo uso che ne ha fatto in precedenza il latifondista. Il Governo brasiliano non è interessato al successo della riforma agraria e per questo motivo manda i lavoratori sulla terra abbandonandoli alla loro sorte e non garantendo loro infrastrutture, credito ed assistenza tecnica. Tuttavia, grazie all’appoggio di organizzazioni non governative, alla determinazione dei lavoratori e alla loro costante battaglia per ottenere risorse dal Governo, gli insediamenti stanno conseguendo risultati positivi sia a livello eco-

nomico che sociale. In primo luogo il contadino insediato non soffre più la fame, comincia ad alimentarsi in maniera equilibrata con quello che produce ed è un cittadino di meno che soffre la fame. Secondariamente tutti gli insediamenti producono di più di quel che produceva prima la stessa terra nelle mani dei latifondisti. Inoltre, la media produttiva per ettaro, negli insediamenti, è superiore alla media di produzione, sempre per ettaro, delle regioni di cui fanno parte e questo sta a significare che stanno producendo più di quel che si produce, in media, nelle terre circostanti. Con il passare del tempo, gli insediamenti rurali, creatisi con l’occupazione delle terre, si sono organizzati in piccole comunità in cui le cooperative svolgono un ruolo sociale estremamente importante perché garantiscono i servizi di prima necessità contribuendo allo sviluppo socio–economico di tali gruppi rurali. Per esempio i bambini delle famiglie contadine che, attraverso le lotte organizzate dal MST, ottengono la terra, riconquistano il diritto all’infanzia e alla cittadinanza e studiano nelle scuole organizzate all’interno delle loro comunità. Il MST è in costante crescita, è riconosciuto sia a livello nazionale che internazionale ed i contadini brasiliani, oltre che a lottare per la terra, combattendo per i diritti sociali fondamentali quali la salute, l’educazione e alla casa.


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Storie dell’altro mondo A CuRA DI ELEOnORA PIRROnE

favola araba

Da quando gli asini hanno il muso bianco utti sanno che l’asino è l’animale più paziente e che più di tutti gli altri può essere caricato sino all’inverosimile. L’asino sopporta tutto. Ci si rende conto di quanto si pretende da lui solo quando schiatta, e allora vuol dire che era davvero troppo carico. Gli asini patiscono le maggiori pene dai bambini, soprattutto quando questi li portano al pascolo. Come si sa, i bambini percuotono l’asino con bastoni, gli tirano pietre, gli saltano in groppa e si fanno trasportare in cinque o sei alla volta. L’asino, sempre paziente, li lascia fare senza opporsi. un bel giorno, alcuni angeli si rivolsero al Signore dei Mondi e gli dissero: “Signore! Osserva l’asino. È l’immagine della pazienza e della resistenza. non pensi che anche lui avrebbe diritto al Paradiso?” Il Signore diede subito ragione agli angeli e, senza esitare, ordinò che l’asino fosse condotto in Paradiso. Gli angeli, allora, volarono subito dall’asino per cantargli la buona notizia, prenderlo con loro e condurlo all’ingresso del Paradiso. Appena arrivati davanti alla grande e lucente porta del Paradiso, l’asino sporse il muso verso l’interno ma subito si irrigidì e non volle più proseguire. Gli angeli non capivano, non si spiegavano. Provarono e riprovarono, prima delicatamente poi con forza, a spingere la bestia al di là della porta, ma… niente, non c’era verso. L’asino aveva, con circospezione, messo solo il muso, guardato all’interno e subito si era fermato come paralizzato. Ma cosa stava succedendo? Perché l’asino non voleva in nessun modo proseguire all’interno di quel mondo magicamente perfetto e felice? non passò molto che gli angeli capirono il motivo: a spaventare l’asino sino a non farlo più proseguire era stato vil gran numero di bambini che aveva visto sporgendosi dalla porta del Paradiso. Era troppa la paura che l’asino aveva dei bambini,

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aveva subito tanti maltrattamenti da loro. Gli angeli, a malincuore, dovettero rinunciare a far entrare l’asino tra i prediletti del Paradiso e lo riaccompagnarono al suo pascolo. Appena tornato sulla terra, tutti si accorsero del cambiamento dell’asino. L’asino non era entrato in Paradiso, ma ci aveva infilato il muso che, illuminato dalla folgorante luce divina, era diventato bianco. L’asino ora aveva il muso bianco. Fu così, che da allora, tutti gli asini nacquero con quella caratteristica. Ecco perché oggi l’asino ha il muso bianco!

La necessità è madre di ogni invenzione. (Messico) Chi troppo si profuma, è perchè qualcosa gli puzza. (Colombia) Se non sai da dove vieni, non sai mai dove stai andando. (Guyana) Se uno sogna da solo, il suo rimane un sogno. Ma se sogna insieme agli altri, il suo è già l’inizio della realtà. (Brasile)

Da www.arab.it

Fardello appena preso in spalla, pesa poco! (Samoa) Il tarlo, benché piccolino, può far cadere un albero grande. (Australia) Può dipanarsi il filo d’un vestito, ma non il pensiero di un uomo. (nuova zelanda) Si possono veder passare le nuvole, ma non i pensieri. (nuova zelanda) una piccola nuvola non può nascondere molte stelle. (Australia)

proverbi dal mondo

Africa Chi ha trovato un fungo cerca tutt’intorno per scoprirne degli altri. (Camerun) Colui che ha visto il leone ruggire non corre allo stesso modo di chi lo ha soltanto sentito. (Costa d’Avorio) Hai un dente solo? Sorridi almeno con quello! (Madagascar) I difetti sonnecchiano, ma non muoiono. (Burundi) Il carbone se ne ride della cenere; ma non sa che l’attende la stessa sorte. (Tanzania)

Asia È meglio accendere una candela che maledire l’oscurità. (Cina) È più facile proteggersi i piedi con i sandali che ricoprire di tappeti tutta la terra. (India) Il cielo parla talvolta per bocca dei folli, degli ebbri e dei bambini. (India) Lancia il tuo cuore davanti a te, e corri a raggiungerlo. (arabo) non temere di avanzare lentamente, abbi solo paura di fermarti. (India) Ciò che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla. (Lao Tze, Cina)

America Latina È meglio sapere dove andare e non sapere come, che sapere come andare e non sapere dove. (Messico) Il sogno non ha testimoni. (Cuba)

Oceania

Da: www.marcocavallini.it

ricette dal mondo

Crema alla banana (Honduras) Ingredienti per 4 persone: 3 banane mature schiacciate 1 bicchiere di succo d’ananas succo di 1 limone 2 bicchieri di panna montata densa 50 g di mandorle tostate e tritate 1 bicchierino di rum bianco 50 g di zucchero 1 pizzico di sale. Mescolate bene lo zucchero, il sale, il succo d’ananas, le banane schiacciate, il succo di limone e il rum. unite la panna montata e riponete la terrina nel congelatore. Quando il composto sarà rappreso, battetelo con la frusta finché non sarà ben solido. Quindi potete servire subito in coppette guarnendo a piacere, magari con una ciliegina. Da www.peacereporter.net

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cinema

Paul Haggis: pietà per i vincitori DI SERGIO DI LInO

cherza, ma fino a un certo punto, Paul Haggis, quando afferma che è tutta colpa di Bush se con il tempo è diventato un regista “noioso”: «Prima scrivevo commedie e thriller, ora sono costretto a fare film seri per difendere l’orgoglio degli americani». Sembra una frase messa lì — in occasione della presentazione italiana di “nella valle di Elah” — per ironizzare sul risveglio delle coscienze liberal e radical di cui la politica estera uSA sotto l’amministrazione Bush è stata artefice. Ma, pur se sotto forma di boutade, Haggis ha detto una delle verità più cristalline circa il suo modo di raccontare per immagini, ancora parco di titoli se ci atteniamo alle sole regie cinematografiche (tre, di cui una, “Red Hot”, vecchia di quattordici anni e praticamente misconosciuta al di fuori del mercato home–video uSA), ma viceversa ricco di esperienze eteroclite se vi includiamo il vasto magma di lavori, esperiti soprattutto in televisione (fra gli altri, un’antica esperienza come sceneggiatore di alcuni episodi di «Love Boat», e ancora «The Tracey ullman Show», «Thirtysomething», «L.A. Law», «Ez Streets», ovvero parte del Gotha delle TV series americane degli anni Ottanta e novanta, cui va aggiunto lo “scheletro nell’armadio” dell’ideazione di «Walker Texas Ranger», serial sospeso fra western contemporaneo e arti marziali che ha rilanciato su piccolo schermo la carriera di Chuck norris), in cui la sua firma è una fra le tante in un parterre di professionals della macchina da scrivere: ovvero che il suo è sempre un cinema dalla parte dei vincitori, ma senza alcuna velleità agiografica. Tutt’altro, Haggis ama indagare il lato oscuro della vittoria, preferisce gettare il proprio sguardo sulle cattedrali di vetro degli imperi trionfatori piuttosto che sulle macerie degli sconfitti, che già si commentano da sole. Accampato nella valle di Elah, teatro del confronto fra Davide e Golia, il precipitato affettivo di Haggis è tutto riversato sul primo, su chi resta in piedi al termine dello scontro, nella con-

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sapevolezza che, nel momento stesso in cui il nemico è sconfitto, la tragedia di chi soccombe trasmigra automaticamente su chi trionfa, incidendosi sulla sua pelle come un marchio (d’onore o d’infamia, dipende dai punti di vista) indelebile. La figura tragica del vincitore, che da Eschilo in poi è uno dei cortocircuiti semantici più ricorrenti della drammaturgia, trova in Haggis un cantore estremamente sensibile, attento ai bradisismi del milieu entro cui agisce, lucido e spietato quando deve confrontarsi con l’elaborazione della perdita. Perché ogni vittoria è un lutto, la creazione di un vacuum che non sempre è possibile riempire con surrogati e palliativi. È dunque una pietas virtuosamente “ottusa” e unidirezionale, quella che Haggis riversa nelle sue sceneggiature e/o regie, che conosce un unico punto di fuga prospettico perché l’essenza della tragedia «è tutta lì», nella mestizia di chi riconosce nella perdita della parte avversa l’entropia improvvisa del proprio vivere. In tale orizzonte affettivo, non c’è spazio per parate trionfali a giubilo dei vincitori: al massimo per l’istituzione di grotteschi caravanserragli itineranti, come quelli che accompagnano in giro per l’America gli uomini di Iwo jima in “Flags of Our Fathers”, impegnati a perpetrare la menzogna del loro presunto eroismo, o più mestamente per una bandiera rovesciata che sventola sotto un cielo plumbeo, a offrire la misura simbolica di una solitudine che non conosce redenzione. La stessa solitudine che il vecchio Frankie di “Million Dollar Baby” sceglie come compagna di viaggio dopo la morte dell’allieva Maggie, da lui deliberatamente provocata per non farla più soffrire: anche qui, Haggis adotta interamente il punto di vista del last man standing Clint Eastwood, del-

l’uomo destinato a vivere i suoi giorni fino in fondo, mentre le persone che ama — come probabilmente quelle che odia — cadono una a una, talvolta prematuramente. Frankie/Eastwood esce vincitore dalla sfida con il tempo, così come gli “eroi” di Iwo jima vincono e domano il Mito, lo possiedono, lo assimilano, e infine lo incarnano; entrambi, però, escono sconfitti nel confronto con la vita, minati nel profondo dal rimorso della vittoria, dalla condanna a uscire indenni — nel fisico, non nello spirito — dal confronto con la morte. Per contrasto, le figure degli sconfitti, in Haggis, sono delle entità astratte, aeree, consegnate più all’ambito della leggenda che non al dominio del Mito. Metonimicamente rappresentati da oggetti (le lettere dei soldati giapponesi in “Letters from Iwo jima” — di cui Haggis ha scritto il soggetto, non la sceneggiatura, — la vestaglia con la “misteriosa” scritta in gaelico «Mo Cuishle» che diviene il sudario di Maggie in “Million Dollar Baby”, la prova del suo martirio, l’epitaffio sulla sua breve vita), della tragedia sono il tramite, i testimoni, gli apostoli. Mai i protagonisti. Quando la tragedia deflagra, loro sono già lontani, Haggis li ha già consegnati al ricordo. Perché la tragedia è per Haggis qualcosa che viene dopo la morte. Persino la sua sceneggiatura recente più “leggera” e “alimentare”, quella di “The Last Kiss” di Tony Goldwyn, remake americano di “L’ultimo bacio” di Gabriele Muccino, sembra ribadire una tale consapevolezza, pur se attraverso la lente deformante della commedia generazionale. Qui il ruolo mortifero sembra essere attribuito all’istituzione all’istituzione matrimoniale, “cimitero vivente” di tutto quel bagaglio pulsionale che attiene alla giovinezza: e chi si avvicina al


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Peace Orchestra, dopo il terremoto giorno del fatidico passo percepisce come sempre più imminente la morte simbolica di una parte consistente del proprio essere (stati). Percepisce soprattutto il pericolo di consegnare la propria identità all’oblio, sublimandone l’essenza in una reificazione coatta: l’identità diventa il lavoro, il ruolo sociale, l’essere “marito/moglie di”, “padre/madre di”. Come morire rimanendo vivi: tutto ciò che nel film di Muccino veniva puntualmente scongiurato con un paio di rassicuranti commenti fuori campo, nella riscrittura di Haggis viene presentificato in tutta la sua sinistra evidenza. un discorso, quello di Haggis, la cui portata spirituale — di una spiritualità genuinamente e spontaneamente laica, senza bisogno di ricorrere a violenti sussulti apostatici o atti di blasfemia — si precisa ovviamente nelle due regie “mature” dello sceneggiatore (escludendo dunque il precoce “Red Hot”). E se “Crash” appare quasi come un catalogo di dannazioni e agnizioni equamente distribuite, legate dal fil rouge del razzismo strisciante che percorre trasversalmente le mille etnie di cui sono composti gli Stati uniti, quasi a enucleare in maniera niente affatto sottile o mediata il “male oscuro”, la metastasi che si annida clandestinamente nel tessuto connettivo della nazione più potente del mondo, dei “vincitori” per eccellenza, in “nella valle di Elah” il nucleo tematico si fa nuovamente “concentrazionista”, mettendo ancora una volta in scena la tragedia di un Padre alle prese con il fantasma del Figlio, presentificato unicamente attraverso oggetti (le fotografie, i video girati con il cellulare) che ne metonimizzano la figura. In entrambi i film, pur lungo percorsi assai dissimili, si definisce progressivamente la fisiognomica di un’identità collettiva lacerata, attraverso i cui squarci la società del benessere rivela tutte le sue aporie e i suoi dissesti morali. Come dire: l’America potrà anche vincere un’altra guerra “fuori di sé”, ma dentro sta perdendo. Tratto da Cineforum 471

A CuRA DI FLAVIO SPREAFICO

opo il terremoto, provocato dalla pubblicazione delle epocali “The K&D Sessions”, la strada percorsa da Richard Dorfmeister e Peter Kruder sembra separarsi in due metà: il primo si immerge completamente nella realizzazione del secondo album del side–project Tosca, gestito a quattro mani con Rupert Huber, il secondo, invece, si lancia con decisione nella sua prima fatica solista, che non tarda ad apparire sugli scaffali dei negozi di dischi. Dopo un periodo di reclusione “forzata” in studio, infatti, viene alla luce il primo capitolo dell’avventura Peace Orchestra (il secondo è “Reset”, del 2002), dal titolo omonimo, pubblicato alla fine del ’99, quasi a rappresentare un personale saluto del nostro ad un secolo che volge ormai al termine. Ciò che colpisce immediatamente del disco (almeno per quel che riguarda il suo supporto “fisico”) è l’artwork minimale e suggestivo al tempo stesso, dove predomina il rosa opaco, mentre sulla front cover è applicato un vero cerotto (!) che nasconde, occulta una ferita riprodotta sul booklet. L’allusione al carattere lenitivo del contenuto musicale è confermato dall’ascolto: Peter Kruder si rivela un producer ispirato, probabil-

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mente più dotato del collega Dorfmeister, e che, spaziando tra sonorità differenti come downtempo, dub, trip–hop, e raffinata drum’n’bass, riesce a realizzare un lavoro maturo ed assolutamente privo di sbavature. L’album si snoda in nove tracce, per 57 minuti o poco più di durata complessiva, ed un accorto lavoro di mixaggio le unisce tutte, quasi a formare una lunga suite in più movimenti, assicurando, in questo modo, grande compattezza e coesione. una volta estratto il CD dalla custodia, ed inserito nel lettore, ci si abbandona allo straniante mix di vuoti, suoni soffusi e batterie al rallentatore di “The Man Part One”, consapevoli che l’incantesimo–Peace Orchestra non tarda a sortire effetto. Brano dopo brano, ci si imbatte nei battiti sincopati (e decisamente DnB–oriented) della magnifica “Double Drums”, nel coinvolgente caleidoscopio di suoni di “Domination”, fino a giungere alle atmosfere “trippy”, alla Massive Attack, della notturna “Who Am I”, che fa gridare al capolavoro quando compare la voce campionata di nina Simone, a ricalcare il titolo del pezzo, quasi come un bagliore nel buio. C’è ancora tempo per l’ipnotico singolo “Shining”, forte di un bel cantato femminile, e “The Man Part Two”, che conclude il disco tra echi, silenzi, ed acide distorsioni ambient–noise. L’album termina con un fade–out che pare non avere fine, e, nel momento in cui ci si accorge dell’inesorabile stop della riproduzione, la voglia di ricominciare il viaggio dall’inizio è forte. Sebbene siano trascorsi ben otto anni dalla sua comparsa, l’esordio da solista di Peter Kruder suona ancora incredibilmente fresco ed attuale, e sarebbe davvero un peccato se molti ascoltatori distratti continuassero ad ignorarlo: Peace Orchestra trasuda originalità e concretezza, è un’esperienza straordinaria, che ogni appassionato di buona musica dovrebbe concedersi, per assaporare, almeno una volta, gli effetti della sua magia.  Tratto dal sito www.debaser.it

Si ringrazia per la collaborazione la Federazione Italiana Cineforum.

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comunicati stampa

Una finestra sul volontariato A CuRA DI ELEOnORA PIRROnE

Europarlamento, per volontariato meno burocrazia ed esenzioni IVA e organizzazioni di volontariato dovrebbero accedere a finanziamenti sufficienti e sostenibili senza eccessivi adempimenti burocratici e formalità di documentazione. È quanto sostiene il Parlamento europeo, chiedendo di prendere in considerazione l’introduzione di esenzioni dall’IVA sugli acquisti delle organizzazioni di volontariato destinati allo svolgimento dei loro compiti e sui beni e servizi ad esse donati. Occorre inoltre accrescere la mobilità dei volontari e promuovere progetti transfrontalieri. Sono oltre 100 milioni i cittadini dell’uE che svolgono attività di volontariato e il contributo economico degli enti senza scopo di lucro (nPI) è pari, in media, al 5% del PIL e oltre un quarto di tale cifra è dovuto al tempo impiegato in attività di volontariato. Inoltre, un recente studio sulle organizzazioni che si avvalgono di volontari in tutta Europa ha dimostrato che, per ogni Euro speso per sostenere l’attività dei volontari, le organizzazioni hanno ricavato, in media, un rendimento compreso tra 3 e 8 euro. (…) nella prospettiva della revisione prevista per il 2010 delle disposizioni sull’IVA, il Parlamento invita la Commissione a prendere in considerazione — insieme agli Stati membri — “i validi argomenti sociali” in favore dell’introduzione di esenzioni dall’IVA per le organizzazioni di volontariato, registrate a livello nazionale, su acquisti intesi all’esecuzione dei loro compiti. Dovrebbe inoltre prendere in considerazione gli argomenti a favore dell’esenzione, “in casi specifici”, dal pagamento dell’IVA su beni e servizi

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donati alle organizzazioni di volontariato. Inoltre le imprese e gli altri operatori del settore privato, nell’ambito della loro strategia di responsabilità sociale, dovrebbero sostenere finanziariamente iniziative volte a promuovere e potenziare il volontariato, e ricevere incentivi dagli Stati membri affinché supportino tale settore. Da www.vita.it

INPS: inquadramento previdenziale per i volontari del servizio civile nazionale a circolare emanata dell’InPS in data 30 aprile 2008 con il n. 55 chiarisce il regime previdenziale dei volontari al servizio civile in Italia e all’estero. Di seguito si enucleano i punti principali del suddetto documento. Il decreto legislativo n. 77/2002, che è entrato compiutamente in vigore il 1° gennaio 2006, ha disciplinato il trattamento economico e giuridico dei volontari in base a quanto disposto dall’art. 2 della legge n. 64/2001. A tal fine bisogna distinguere i periodi di servizio civile prestati fino al 31 dicembre 2005 e i periodi prestati dal 1° gennaio 2006. Per coloro che abbiano prestato il servizio civile fino alla data del 31/12/2005, i periodi di servizio volontario, ai fini del trattamento previdenziale, sono validi nei limiti e con le modalità con le quali la legislazione riconosce il servizio militare obbligatorio, così come precisato dal messaggio n. 25493 del 22 ottobre 2007 emanato dalla Direzione Centrale Prestazioni InPS. Viceversa, per i volontari che hanno prestato il servizio a partire dal 1° gennaio 2006, è previsto un regime di contribuzione effettiva. una risoluzione dell’Agenzia delle Entrate (circolare n. 24 del 10/06/2004) ha definito che i compensi percepiti dai volontari devono considerarsi redditi di collaborazione coordinata e continuativa ai sensi dell’art. 50, lettera c-bis del TuIR; da ciò discende l’obbligo contributivo

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verso la Gestione separata dell’InPS alla quale i volontari (sia in Italia che all’estero) devono essere iscritti come collaboratori. L’iscrizione alla Gestione separata InPS è validamente compiuta con l’invio telematico da parte dell’unSC dei dati richiesti dalla procedura “E–mens”. La contribuzione dovuta per i compensi percepiti dai volontari è a totale carico del Fondo nazionale per il servizio civile, come recita l’art. 9 del D. Lgs. n. 77/2002, in deroga al principio generale della contribuzione a carico del collaboratore nella misura di un terzo. Da www.serviziocivile.it

Donazioni del sangue, giovani disinformati he cosa sanno i giovani dell’AVIS e quanto sono sensibili al problema della donazione del sangue? Il gruppo di ricerca statistica SWG su iniziativa AVIS, in vista della Giornata mondiale della donazione del sangue (sabato 14 giugno: info su www.avis.it), ha condotto un’indagine, 650 interviste on line a giovani 18–34 anni (sistema CAWI, documento completo su www.agcom.it). Dai risultati emerge che il 74% degli intervistati associa il termine AVIS alla figura del donatore, mentre solo il 3% pensa a un’associazione di volontariato. Il 12% non ne sa niente. non c’è da stupirsi, dato che più della metà degli intervistati (il 61%) dichiara di trascorrere la maggior parte del tempo libero su Internet e solo il 22% di dedicarsi ad attività di volontariato. Chi non ha mai fatto volontariato o ha smesso, motiva la scelta per mancanza di tempo (61%), ma ben l’11% ammette di non farlo per mancanza di interesse. A dedicarsi ad attività di volontariato sono in prevalenza gli uomini. Il 15% degli amanti del volontariato si dedica ad attività socio–sanitarie e l’11% a quelle strettamente legate alla sanità. nella classifica delle associazioni di volontariato più frequentate dai giovani l’AVIS si colloca al quarto posto, preceduta da parrocchie,

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Croce Rossa e centri di assistenza per disabili. Ma chi è impegnato lo fa due o più volte alla settimana (35%). L’AVIS risulta comunque l’associazione del settore più conosciuta (73%), seguita da FIDAS e Fratres, ma purtroppo a questa consapevolezza non segue un impegno concreto, dato che solo il 20% dei ragazzi intervistati ha donato sangue almeno una volta. Il deterrente più frequente è la paura dell’ago, che spesso blocca anche i più generosi, dato che il 40% dichiara di aver desiderato più volte di diventare donatore. Il 32% dei ragazzi che donano sangue lo fa in media due volte l’anno e il 17% ancora più spesso. Generalmente le donazioni avvengono nei centri ospedalieri. Infine, il potere del passaparola: chi dona sangue, viene per lo più convinto dagli amici. Sara Ficocelli, da http://www.repubblica.it/

Saluto di commiato del Direttore generale Diego Cipriani el lasciare, dopo due anni, l’incarico di Direttore generale dell’ufficio nazionale per il Servizio Civile desidero salutare tutti gli operatori del servizio civile nazionale. Lo faccio con commozione, ricordando tutti i bei ricordi di questa esperienza. Anzitutto le migliaia di volti di ragazze e ragazzi incontrati in tante parti d’Italia nelle loro attività di servizio civile. Di essi mi ha sempre particolarmente colpito l’entusiasmo genuino e la consapevolezza di stare vivendo un’esperienza importante per sé e per gli altri. Di fronte ai mali della nostra società e alle nubi che spesso non ci permettono di guardare con serenità al futuro, il fatto che tanti giovani si spendano in solidarietà è il più rincuorante messaggio di speranza. E una lezione per noi adulti. un saluto particolare lo rivolgo alle centinaia di volontari che svolgono il servizio civile all’estero, ricordando che l’immagine dell’Italia che costruisce la pace e la solidarietà tra i po-

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poli è anche nelle loro mani. Ai tanti responsabili degli enti, nei diversi ruoli che essi ricoprono all’interno del complesso sistema del servizio civile nazionale, va la mia sincera riconoscenza per quanto fanno in quest’opera difficile, ma esaltante, di lavorare con e per i giovani. A quanti lavorano, all’interno delle Regioni e delle Province autonome, per favorire lo sviluppo equilibrato e capillare del servizio civile, va il mio incoraggiamento perché, pur nelle diversità geografiche e sociali del nostro Paese, non si perda l’unicità e unitarietà di un’esperienza che è e deve restare “nazionale”. Al personale dell’ufficio nazionale per il servizio civile va il mio sincero ringraziamento per il continuo e silenzioso operato per il buon andamento della “macchina” amministrativa che consente al sistema del servizio civile nazionale di ben funzionare. A tutti l’augurio che il servizio civile nazionale, riconosciuto ormai come istituzione della Repubblica, possa crescere in qualità e far crescere, così, il nostro Paese. Lo scorso 30 giugno l’on. prof. Leonzio Borea ha assunto le funzioni di Capo dell’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile. Maggiori informazioni sul sito www.serviziocivile.it

Servizio civile,“raddoppiano” ciechi e grandi invalidi La quota riservata di volontari passa dal 2 al 4%. Lo prevede un decreto ad hoc della Solidarietà sociale. Regalo preelettorale? «No, dovevamo dare un segnale ai giovani», ribatte la De Luca. Passerà dal 2 a14% la quota annuale di volontari in servizio civile impegnati nell’accompagnamento dei grandi invalidi e dei ciechi civili. Lo prevede la bozza di decreto del ministero della Solidarietà sociale, che sarà emanato nella sua versione definitiva a giorni. La nuova regolamentazione sarà applicata al bando ordinario di quest’anno, previsto a maggio. Il provvedimento promette di alzare un polve-

rone: fino a oggi infatti il decreto di programmazione dell’ufficio nazionale prevedeva una “riserva” di 905 avvii da destinare proprio a ciechi e grandi invalidi. Adesso, dopo il via libera del ministro Paolo Ferrero, la quota «supererà i 1.600 posti», riducendo di fatto la platea di volontari da destinare ad altri tipi di progetto. un passo indietro. Da mesi le associazioni impegnate nel coordinamento dei servizi di accompagnamento bussavano alla porta del sottosegretario delegato Cristina De Luca, chiedendo una maggiore sensibilità nei confronti di ciechi e grandi invalidi. Tanto che già durante l’iter della Finanziaria si era fatta largo un’ipotesi che andava incontro a queste esigenze. La norma avrebbe previsto, oltre al raddoppio dei volontari, una riserva del 30% dei progetti finanziati. La maggioranza degli enti aveva però espresso subito un fortissimo riserbo, e l’emendamento fìnì nel cassetto. Fino ad oggi; quando riemerge, in una versione più soft (priva della riserva del 30% dei progetti), alla vigilia della tornata elettorale. «Abbiamo voluto dare un segnale, soprattutto ai giovani, di quanto siano determinanti i servizi di assistenza, che spesso i volontari considerano l’ultima scelta», spiega De Luca. «In ogni caso», continua, «l’innalzamento dal 2 al 4% non credo che apporti un danno rilevante agli enti che non si occupano di ciechi e invalidi». Le tesi del sottosegretario, però, non convincono alcuni degli enti più rappresentativi. Claudio Di Blasi, presidente dell’associazione Mosaico di Bergamo, parla di «sconcerto» di fronte una scelta «che farà pesare la sacrosanta necessità degli invalidi ad avere a disposizione un servizio di accompagnamento adeguato, sul resto degli enti impegnati in attività altrettanto degne». «Siamo alla guerra fra poveri», postilla Di BIasi. Sulla stessa lunghezza d’onda Licio Palazzini, numero uno di ARCI Servizio civile e presidente della Consulta insediata presso il Ministero: «La nostra contrarietà era nota, provo tanta amarezza. li servizio civile dovrebbe promuovere il senso civico e la partecipazione dei ragazzi, e siamo qui a dividerci le briciole». Stefano Arduini, da “Vita” del 4 aprile 2008

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attualità

Il futuro sarà senz’acqua? DI MARTA DA COSTA

a crisi idrica mondiale, sempre più aggravata dal cambiamento climatico, è un problema di fondamentale importanza in quanto l’acqua è una risorsa non rinnovabile della quale l’uomo non può fare a meno. L’acqua è un bene che riguarda tutti ed assicurare ad ogni persona e comunità umana l’accesso a questa risorsa, per il soddisfacimento dei propri bisogni vitali, rappresenta un dovere fondamentale per ogni società. Secondo il Rapporto mondiale sulla valorizzazione delle risorse dell’acqua dell’unESCO verso il 2050, secondo l’ipotesi pessimista, 7 miliardi di persone in 60 Paesi — o, secondo l’ipotesi ottimista, 2 miliardi in 48 Paesi — si confronteranno duramente con il problema della penuria d’acqua. I dati non sono confortanti soprattutto se si considera che alla fine del XX secolo erano circa 10.000 gli esseri umani a morire ogni giorno per mancanza di acqua potabile. Il numero si triplica se si calcola questa come concausa di morte nei Paesi in via di sviluppo per malattie come dissenteria, tifo, colera e altre patologie causate dalla presenza di microrganismi nell’acqua. Inoltre, non tutti sanno che un litro d’acqua usata inquina all’incirca otto litri di acqua dolce e che ogni anno, milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, fanghi di depurazione tossici e altri rifiuti provenienti dall’industria s’accumulano nelle riserve d’acqua. È poi da notare e da non sottovalutare che l’acqua presente, e quindi potenzialmente disponibile, in fiumi e laghi è distribuita in modo ineguale sulla superficie terrestre. Come sostiene Andres Berntell, direttore esecutivo dell’Istituto Internazionale dell’Acqua, “non siamo riusciti, in quanto società, ad usare piccole quantità d’acqua per raggiungere grandi successi nella produttività. Il mondo affronta una nuova sfida, quella del cambiamento climatico. Ed è in questo che non stiamo facendo niente nonostante si metta a rischio la sicurezza idrica di grandi popolazioni che già

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sono al limite della sopravvivenza. In un mondo che ha i mezzi finanziari e tecnici per mettere fine a questi scandali dobbiamo trovare il modo di amministrare le risorse idriche, riguardo all’inquinamento, e soddisfare la domanda di alimenti di una popolazione in costante crescita. Dobbiamo anche dare soluzione al problema dell’acqua e del clima. Tutto può essere molto più grave se non facciamo le mosse corrette”. Per migliorare l’attuale situazione bisognerebbe riuscire a fare in modo che qualsiasi persona abbia un continuo accesso all’acqua salubre ad alle installazioni sanitarie di base. A tal fine un certo numero di misure dovrebbero essere progettate, come per esempio garantire il diritto all’acqua, aumentare e migliorare i finanziamenti, assicurare il controllo e la valutazione delle risorse idriche. Per quanto riguarda l’ingiusta amministrazione agricola ed industriale dell’acqua, è necessario trovare il modo per sfruttare in maniera sostenibile e più efficiente le limitate risorse a disposizione. Attualmente si va dall’utilizzo di risorse idriche non convenzionali, come le acque salmastre e le acque di drenaggio riciclate, fino ai più moderni sistemi d’irrigazione collettivi, che razionalizzano la distribuzione quando c’è deficit d’acqua. Ma ci sono anche nuove metodologie che si stanno diffondendo sempre di più: un esempio è fornito dal partial root drying, che consiste nell’irrigare una quota di radici e mantenere un’altra in suolo secco. Oggi, la maggior parte delle persone pensa che, con l’urbanizzazione e l’evoluzione degli stili di vita, avere accesso all’acqua sia una cosa completamente naturale. Purtroppo non è così e per salvaguardare la vita e la salute dell’uomo e dell’ambiente c’è bisogno di una nuova cultura dell’acqua che sia imprescindibile da una partecipazione attiva e congiunta da parte delle istituzioni e dei singoli cittadini. Bisogna sensibilizzare maggiormente le singole persone ad un uso sostenibile ed efficace di questa risorsa affinché ne ottimizzino l’utilizzo e ne minimizzino lo spreco.

6 consigli utili per un risparmio individuale e/o familiare dell’acqua • non lasciar scorrere inutilmente l’acqua del rubinetto ed aprirlo solo quando è necessario; • innaffiare piante e giardino al mattino o al tramonto quando l’acqua evapora più lentamente; • riciclare l’acqua per la cottura della pasta per lavare piatti e bicchieri: è un ottimo sgrassante; • utilizzare lavatrici o lavastoviglie, possibilmente nelle ore notturne solo a pieno carico e ricordarsi di inserire il programma economizzatore se la biancheria o le stoviglie da lavare sono poche; • preferire la doccia al bagno, perché per ogni doccia si utilizzano 30–50 litri d’acqua, invece di 150–180 litri; • raccogliere l’acqua piovana da usare per l’irrigazione, basta un semplice recipiente che sia abbastanza capiente.


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L’innovazione comincia da te DI MARTA DA COSTA

ecentemente ho avuto l’opportunità di partecipare al convegno “L’innovazione comincia da te. Strutture e sorprese. Percorsi di esperienza” organizzato dal CIS Centro studi di Impresa. All’incontro hanno partecipato Fabio Corno, professore associato di economia aziendale della Bicocca di Milano e coordinatore scientifico del Centro Studi di Impresa, Haim Baharier, maestro di ermeneutica biblica e consulente di impresa, Guido Romeo, giornalista de “Il Sole 24 ore”, Giuseppe Scifo, docente dell’università Cattaneo di Castellanza ed esperto di gestione sistemi complessi, Anna zanardi, PhD psicologa e consulente strategico organizzativa. Ciò che si è voluto sottolineare è che innovare non significa solo aggiornare processi produttivi e strutture, ma partire guardandosi dentro e dietro le spalle per riuscire a riconoscere se stessi e le esperienze compiute. uno dei termini più ricorrenti nel mondo della tecnologia è quello di innovazione. Sembra quasi che inserendo la parola “innovazione” in un progetto, in una presentazione o in un discorso, tutto quello che stiamo facendo o dicendo acquista più valore e si percepisce una sensazione di novità. Ma cosa significa realmente innovare? Se leggiamo la definizione di un comune vocabolario con molta probabilità la spiegazione che troveremo sarà: ”mutare qualcosa, aggiungendo elementi nuovi”… una definizione molto vaga ed insoddisfacente. Infatti, se ci riferiamo ad una qualsiasi azienda, si può dire che questa innova quando, grazie ai prodotti o ai servizi, riesce a risolvere con nuove soluzioni i problemi degli utenti o a migliorarne la qualità della vita, perché lavorare meglio significa vivere meglio. Da questo punto di vista innovare assume un’ulteriore significato: essere capaci di trasformare i pro-

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blemi e le difficoltà in soluzioni pratiche. Ma innovare può significare anche saper leggere il mercato, la domanda del consumatore, le criticità ed offrire una risposta ad esse. Di conseguenza se un’azienda ed i suoi lavoratori voglio diventare innovativi, devono cercare di costruire una solida esperienza su cui creare la migliore pratica in grado di generare al prossimo ciclo innovativo. Se prendiamo come esempio il telefonino, quest’ultimo costituisce una splendida invenzione innovativa che ha ottenuto successo perché, rispondendo alle esigenze di un pubblico molto vasto, si è sviluppato diventando un bene comunicativo di cui difficilmente si può fare a meno. È chiaro che tutto questo è stato possibile perché la maggior parte delle persone possiede un telefono portatile; se così non fosse, l’uso di questo oggetto sarebbe

molto più limitato e difficilmente si potrebbe considerare un’innovazione. In questo caso è stato di fondamentale importanza il contributo apportato dai mezzi di comunicazione che, in pochi anni, sono riusciti a far diventare il telefonino un bene d’uso comune perché hanno convinto il pubblico della sua funzionalità e praticità: la diffusione di nuovi prodotti è strettamente legata alla capacità del consumatore di comprenderne il valore d’uso e la modalità di funzionamento. La comunicazione dell’innovazione non può essere separata dall’innovazione perché ne rappresenta un aspetto costitutivo. Per questo motivo l’innovatore non è considerato solamente come colui che ha le idee o possiede le tecniche, ma come chi riesce a tradurle in fatti concreti e utili e soprattutto le diffonde comunicandole agli altri. Innovare non vuol dire inventare a tutti i costi qualcosa di inedito ma è un modo di agire e di pensare. Se un’azienda desidera essere innovativa, non può pensare di considerare l’innovazione come un obiettivo, ma come un modello di lavoro che si esprime ad ogni azione in modo naturale. L’innovazione è anche la consapevolezza che tutto intorno a noi cambia in continuazione e che ciascuno di noi vive ed interagisce con il cambiamento, utilizzando in modo efficace le conoscenze messe a disposizione nei vari ambiti, da quello del posto di lavoro, a quello personale, fino alle conoscenze messe a disposizione dai centri di ricerca. Attualmente il cambiamento più rapido è visibile in campo tecnologico e comunicativo: in pochissimi anni si sono sviluppati meccanismi che permettono di mettere in contatto in tempo reale persone che si trovano a distanza di milioni di chilometri. Così facendo è più facile e rapido comunicare una qualsiasi innovazione a livello globale, e a sua volta la comunicazione dell’innovazione richiede l’innovazione degli strumenti stessi di comunicazione. 23


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incontri

Storie di libertà dal carcere DI MARTA DA COSTA

resso la Fondazione Serughetti La Porta di Bergamo si è tenuto un ciclo di incontri inerenti il tema della libertà. Ho avuto l’opportunità di partecipare al convegno ”Storie di libertà dal carcere” in cui Ornella Bavero, direttrice del periodico “Ristretti orizzonti”, gestito dai detenuti del carcere di Padova, ha dato testimonianza della sua esperienza lavorativa con i carcerati. Può sembrare assurdo parlare congiuntamente di carcere e libertà, ma non è così. È vero, il carcere è la struttura fisica e sociale che per definizione chiude, costringe e separa i carcerati dal mondo esterno. Il pensiero comune quando si parla di detenuti è che si tratta di persone che, quando erano in libertà, hanno violato la legge, commettendo reati più o meno gravi, ed ora devono pagare per l’errore commesso con la perdita della libertà. Il fatto è che la perdita di libertà non vuole dire perdere anche tutti i diritti: chi entra in carcere per scontare una pena non si deve trasformare in un suddito, in un soggetto a cui viene riservato un trattamento caritatevole come se gli si stesse facendo un favore, non bisogna dimenticarsi

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che si sta sempre parlando di una persona titolare di tutti i diritti fondamentali. È proprio questa la difficoltà maggiore: attualmente la pena detentiva equivale alla perdita di libertà, senza prendere in considerazione che esistono dei diritti della persona privata e della libertà personale da tutelare. In difesa di questi diritti opera la figura del Garante, una figura informale e sperimentale che, per esempio, sottolinea l’importanza del diritto al lavoro, perché poter mantenere un’autonomia grazie alle proprie capacità lavorative è un valore estremamente importante per tutti. Anche in carcere si può lavorare ed è giusto che ai detenuti vengano fornite opportunità di impiego per un arricchimento personale e per fronteggiare la noia e l’inattività che caratterizzano i penitenziari. La difficile realtà delle carceri italiane ha fatto riflettere Ornella Bavero, che ha deciso di avviare un progetto innovativo: istituire un periodico gestito dai detenuti del carcere Due Palazzi di Padova. L’iniziativa ha avuto molto successo ed attualmente in redazione lavorano 25 carcerati, che scrivono articoli di attualità a partire dalle proprie esperienze personali. Prima di iniziare a scrivere, gli attuali redattori hanno seguito dei corsi di scrittura ed ora, nel rispetto delle regole grammaticali, i loro articoli sono sviluppati in maniera corretta

come quelli dei giornalisti professionisti. Con l’aiuto di carta e penna i carcerati hanno acquisito la libertà di espressione con il mondo esterno alle mura del penitenziario, hanno così la possibilità di esprimere e divulgare liberamente le proprie idee e le proprie emozioni. Affinché la realtà carceraria non resti un mondo isolato e sconosciuto sono state aperte le porte ai giovani studenti: ogni anno innumerevoli ragazzi varcano i cancelli per vedere con i propri occhi come si vive in carcere. Inoltre viene data loro la possibilità di incontrare alcuni detenuti, parlare con loro ed avere un dibattito durante il quale confrontarsi: l’esterno si apre al carcere ed il carcere si apre all’esterno. È importante per i carcerati avere contatti con la realtà esterna alle mura penitenziarie perché, quando avranno finalmente scontato la pena, sarà meno difficoltoso il loro reinserimento nella società. Basti calcolare che per i famigliari dei detenuti, che non hanno commesso nessun reato, nel momento in cui il loro caro viene arrestato, la loro vita cambia radicalmente, vengono accusati di colpe che non hanno commesso, la società li emargina e li considera delinquenti. È facile dire che le responsabilità penali sono individuali, ma di fatto avviene il contrario e gli altri pagano per colpe che non hanno commesso: evidentemente c’è qualcosa che non funziona nella legge. Come se non bastasse, questa difficile situazione, assai comune tra i detenuti, è ancora più insidiosa se si pensa che per i carcerati è praticamente impossibile coltivare i propri affetti. La mancanza di affettività tra detenuti e famigliari è talmente forte che ci sono casi in cui padri o madri non vedono e non sentono i propri figli per anni. Spesso capita che i carcerati vengono trasferiti in penitenziari distanti molti chilometri da dove risiedono i propri cari e potersi vedere diventa ancora più difficile. La funzione primaria del carcere dovrebbe essere la rieducazione al rispetto delle principali regole sociali di coloro che nella vita hanno commesso degli errori. Così facendo, una volta scontata la pena e riacquistata la libertà, alla società verranno restituiti cittadini migliori e più responsabili con una maggiore consapevolezza dei loro diritti, dei loro doveri.


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Immagini di propaganda di guerra A CuRA DI FLAVIO SPREAFICO

Francia 1914–1918 Secondo questa pubblicità i soldati nelle trincee gradivano l’aperitivo Péraire. La pubblicità commerciale in Italia era altrettanto impegnata nella propaganda di guerra, in particolare sugli aperitivi: un vermouth Cinzano nell’ospedale da campo, mentre l’aperitivo Campari va bene per la veglia di natale. Le perdite della Francia nella prima guerra mondiale: • 1.357.800 morti • 4.266.000 feriti, mutilati e invalidi • 537.000 prigionieri e dispersi. Su 8.910.000 uomini mobilitati, si ebbe un totale di 6.160.800 perdite, pari al 76% degli uomini sotto alle armi.

Italia 1915 – 1918 Le immagini religiose, come testimonial, venivano arruolate dalla propaganda della prima guerra mondiale. Le perdite dell’Italia nella prima guerra mondiale: • 650.000 morti • 947.000 feriti,mutilati e invalidi • 600.000 prigionieri e dispersi. Su 5.615.000 uomini mobilitati si ebbe un totale di 2.197.000 perdite, pari al 39% degli uomini sotto alle armi.

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dou you remember?

Venti anni fa:“Dodici mesi possono bastare” A CuRA DI FLAVIO SPREAFICO

“do you remember?” è la nuova rubrica di “fogli” ideata per ricordare ai nostri lettori come eravamo qualche anno fa. Il nostro giornale è nato nel 1980 e pensiamo che sia interessante riscoprire quali fossero i temi salienti dell’epoca e vedere come venivano trattati. Riteniamo sia un modo simpatico per rispolverare la memoria e fare un salto nel passato. l’articolo che vi presentiamo è stato pubblicato nel maggio del 1988 e riguarda riduzione della durata del servizio civile da 20 a 12 mesi. l’equiparazione del servizio civile e del servizio militare di leva sarà sancita dalla corte costituzionale nell’estate del 1989.

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Lasciatemi giocare… in pace Cruciverba

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uomo senza scrupoli Ancora esiste quella di morte Lo è un’analisi psicologica Cado… al centro Ai lati dei rami Il centro di Roma L’inizio della vita non disgiunto In un’azienda è l’attività di coordinamento degli spostamenti di cose o persone Dove stava l’impluvio nella casa romana Esortate Rancore Le Fave… per l’apparato gastrointestinale Articolo spagnolo Etichetta che garantisce la zona di provenienza di un prodotto alimentare Affermazione Sbalordire Avverbio di tempo… rassegnato! Il verme solitario Centri unici di prenotazione Le vocali della foca Le consonanti nei cori Poco saporita un locale pubblico Atteggiamento di persona contraria alle credenze ed istituzioni di una società Articolo Le case degli uccelli Io… al contrario In latino si dice ego Centro commerciale inglese uguali nel toro nelle mani sono dispari Pari nei doni Per gli antichi era l’albero del sonno La televisione pubblica Come sopra Esercito italiano Vive in luoghi deserti Carta di identità Indumento femminile senza maniche e scollato

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Verticali Piccolo cucchiaio usato dagli antichi Romani Vi nacque il compositore e musicista Francesco Chiaramente (sigla)

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Cosparso di righe Insieme di tre opere fra esse collegate un tipo di farina Sono dispari nella fase È famosa quella di Socrate Guidava la nave nautilus Al centro dell’otto L’extraterrestre con l’indice luminoso


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Può esserlo una scuola Spazi interni di una chiesa o basilica Assistenza domiciliare integrata Metallo prezioso Giudice istruttore Quasi innamorato Si fanno per ottenere il perdono Fiume che inizia il suo corso sulle montagne svizzere Cemento Armato Dissociazione di ioni Parole accentate sulla terzultima sillaba Subirlo è una sconfitta I confini di un’era Discorsi iniziali Sud Ovest L’opera di Omero che ha per incipit: “Cantami, o Diva, del Pelìde Achille…” Alto Adige In un mito era innamorata di Amore uccello simile al gufo Dentro né sì né no Può esserlo un’opera Dillon, attore di “Tutti pazzi per Mary” Piccolo ruscello… malvagio negazione Repubblica italiana Megabyte

Quando fu organizzata la prima olimpiade moderna? 1900 | 1904 | 1896

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Quiz Scultore napoletano, autore de “L’acquaiolo”, per vent’anni fu malato di mente. Guarito, tornò all’arte. Chi era? Gemito | Cecioni | D’Orsi

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Chi ha scritto la lirica che inizia con “S’ode a destra uno squillo di tromba…”? Pascoli | Manzoni | D’Annunzio

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Chi accusò Cavour di averlo reso “straniero in patria”? Garibaldi | Mazzini | Pellico

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Con quale nome è noto comunemente l’acido acetilsalicilico? Aspirina | Sale | zucchero

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Chi ha composto il “Valzer triste”?

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Come si chiamava la moglie di Socrate, diventata il simbolo della sposa pestifera? Arpia | Megera | Santippe

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Di dove era originario Andrea Palladio, l’architetto vissuto tra il 1508 e il 1580? Vicenza | Venezia | Padova

Chi fu il primo italiano a essere insignito del nobel per la letteratura? Verga | Carducci | Quasimodo

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In quanti miliardi di anni è stata valutata l’età del Sole? 5 | 7 | 10

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Di quale filosofo è stato detto: “Ha deposto l’uovo che Lutero schiuse”? Galileo | Erasmo | Eraclito

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Come viene anche detto il branzino?

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Era uno dei più antichi simboli cristiani

Sogliola | Orata | Spigola

Anello | Ancora | Catena

Strauss | Mozart | Sibelius

L’antichissima città di Amalfi nel 1135 venne devastata, e non si risollevò più. Da quale flotta? turca | veneziana | pisana

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(1: Vincenzo Gemito; 2: Alessandro Manzoni; 3: Giuseppe Garibaldi; 4: Aspirina; 5: jean Sibelius; 6: Santippe; 7: Padova; 8: La flotta di Pisa; 9: Reni; 10: Aprile 1896; 11: Giosuè Carducci; 12: Circa 5 miliardi; 13: Erasmo da Rotterdam; 14: Spigola; 15: Ancora, simbolo di speranza)

Soluzioni

Rebus (2, 4, 2, 3, 7)

Quale organo del corpo umano è colpito dalla nefrite? Testa | Stomaco | Reni

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recensioni

Viva la Repubblica europea

La cicogna che sconfisse l’aviaria

La ricerca dell’El Dorado

Stefan Collignon Marsilio Editore pp. 160 € 18,00

Paolo Moretti (prefazione di Marco Scarpati postfazione di Stefano zecchi) Infinito Edizioni pp. 96 € 12,00

La conquista europea del Nuovo Mondo

L’analisi di Collignon è lineare. Il processo di integrazione europea è stato un grandioso successo che ha consentito di preservare la pace, sviluppare l’economia e il benessere, armonizzare i mercati, e dare ai cittadini europei un senso di comune appartenenza. Ma in un mondo globalizzato e con 25 Stati membri, le istituzioni europee non sono più adeguate: e gli egoismi nazionali stanno paralizzando la capacità di agire. È tempo perciò di sostituire ai compromessi tra gli Stati una democratica assunzione di responsabilità diretta da parte dei cittadini. E l’autore (quasi un apolide: e forse per questo più liberamente e compiutamente europeo) ripropone con intransigenza l’obiettivo di un esecutivo che risponde solo a un Parlamento eletto da tutti i cittadini europei. Giuliano Amato nella sua prefazione colloca il libro all’incrocio tra il rigore dell’economista e l’utopismo provocatorio di un innamorato dell’Europa. un messaggio utopistico in tempi di euroscetticismo: ma positivo e comunque non fuori dalla realtà.

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Avere un figlio è il naturale e straordinario compimento di un progetto d’amore. Ma se il bambino non arriva? Allora si tentano nuove strade. una di queste è l’adozione internazionale, un cammino lastricato di burocrazia, lunghe attese, illusioni, promesse non mantenute. E, alla fine, il viaggio più bello, fino al raggiungimento della felicità. Questo libro, al contempo favola d’amore e prezioso “manuale d’istruzioni per l’uso”, è la condivisione dell’esperienza adottiva compiuta dall’autore e da sua moglie. un racconto intimo e commovente, una mano tesa a coloro che stanno pensando di costruire una propria famiglia “speciale”.

Yuri Leveratto (prefazione di Giuseppe Esposito) Infinito Edizioni pp. 192 € 14,00

La conquista e la devastazione dell’America indigena nel nome della ricerca del mitico El Dorado, narrata attraverso gli occhi e la penna di un viaggiatore d’eccezione, naturalmente genovese: questo è La ricerca dell’El Dorado, un libro che va alle radici umane, sociali, materiali e “mitologiche” dei soprusi compiuti dal 1492 all’era moderna dai conquistadores ai danni delle popolazioni autoctone. L’epoca della febbrile ricerca dell’El Dorado coincide con lo scontro tra conquistatori europei e indigeni del nuovo continente, ed è una dolorosa chiave di lettura di uno dei più spaventosi genocidi mai perpetrati dalla specie umana ai danni dei suoi fratelli.


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Tratta NO! Stefano Dionisi Infinito Edizioni pp. 160 € 15,00

”Tratta nO!” è un progetto europeo Equal di comunicazione sociale che propone un punto di vista diverso sul tema della tratta di esseri umani. La sua finalità è l’inserimento sociale e lavorativo delle vittime di tratta attraverso una campagna di sensibilizzazione che combatte gli stereotipi e i pregiudizi sul tema presenti nella società. “Tratta nO!” ha portato per la prima volta ai livelli sociali più diversi — cittadini, rappresentanti della società civile, operatori dell’informazione e dei sistemi, governi centrali e locali — una visione del fenomeno coerente con le indicazioni dell’Onu e dell’unione Europea, che configurano la tratta come una profonda violazione dei diritti umani. Adottando un approccio integrato, che articola informazione, comunicazione, sensibilizzazione in un mix strategico di azioni, la sperimentazione “Tratta nO!” ha dimostrato che è possibile creare un modello di informazione efficace, ora a disposizione di chiunque e non solo degli addetti ai lavori. un’esperienza che non termina con l’esaurirsi del finanziamento europeo, ma prosegue grazie al circolo virtuoso alimentato da una rete fittissima di soggetti pubblici e privati.

Sotto il mattone

Sarajevo, mon amour

L’avventura di cercare casa

jovan Divjak Infinito Edizioni pp. 272 € 18,00

Luca Leone Infinito Edizioni pp. 176 € 12,00

Più di 1.800.000 Italiani hanno acquistato casa nel 2006 e molti di più lo hanno fatto o lo stanno facendo nel 2007. Per il 2008, nonostante la presunta crisi, per il mercato immobiliare è atteso un ulteriore incremento del 5,6% (dati nomisma), con il settore residenziale a tirare “il carro”. Ma dietro il boom della casa, che cosa si nasconde? “una truffa continuata”, secondo l’autore di Sotto il mattone e l’agente immobiliare pentito intervistato in uno dei capitoli del lavoro, un reportage incredibile ma anche divertentissimo in uno dei buchi neri italiani che ogni anno ingoia sogni, speranze e risparmi di milioni di persone. Sotto il mattone è un lavoro d’inchiesta raro, scritto da un giornalista alla sconsolata ricerca di casa e pace. Il racconto caustico e sarcastico di un’avventura al limite dell’impossibile in un gustoso e al contempo amaro slalom tra “ampi saloni” e tetti pericolanti, “angoli cottura” dagli spazi bizzarri e mostruosità edilizie, servitù di passaggio e cessi che scaricano nell’insalata piantata nel terreno altrui, il tutto per il coronamento di un sogno comune a ogni persona sul pianeta: un luogo gradevole in cui vivere.

La guerra, le figure fosche di Milosevic, Karadzic e Mladic, ma anche le contraddizioni e i voltafaccia della componente musulmana durante la guerra e i nazionalismi sorti dalla devastazione bellica sono rivelati e spiegati in un libro carico di pathos, destinato a finire tra i grandi volumi di storia. In questo libro, il militare serbo che difese Sarajevo, che ha “adottato” un nipote musulmano (foto di copertina) e ha fondato la più grande associazione nazionale per aiutare gli orfani di guerra, racconta le bombe, le tribolazioni dei civili, i doppi giochi dei politici bosniaci e della comunità internazionale, la miseria e il desiderio di una pace che in Bosnia non è ancora davvero arrivata. «Che vuoi che ti dica, compagno Divjak. L’unica cosa che ci resta è l’amore per questa straordinaria terra e per questa città unica al mondo che tu hai difeso con onore e che continui a onorare occupandoti degli orfani di guerra. Posso dirti che ti ringrazio per quello che hai fatto e che fai, ignorando i briganti oggi al potere. Dirti che amo ancora quel luogo come se l’avessi lasciato ieri. Ci torno, e il tempo è come se non fosse passato. Per me è tutto come allora, quando vidi Sarajevo la prima volta sotto la Luna, sotto le ultime nevi dell’Igman». (DALL’INTRODUZIONE DI PAOLO RUMIZ).

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Tesseramento AVOLON: €15,00 annuali Tesseramento AVOLON: + abbonamento a “FOGLI”: €20,00 annuali da versare sul conto corrente postale n. 13015243, intestato a “FOGLI di collegamento dei volontari in servizio civile”

Avolon è una ONLUS: le elargizioni sono detraibili dalle tasse

www.avolon.it la sede di Bergamo, via Scuri 1/c è aperta dal lunedì al venerdì, 9.00–12.30 e 14.30–18.00 tel. 035 260 073 | fax 035 403 220 | e-mail: info@avolon.it

al  servizio  di  chi  serve


FOGLI di collegamento dei volontari in servizio civile | 221