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AUTORI APPESI ANCHE TU AMI CIRIACO?

2009 Autoproduzioni Appese


Indice:

CUPIDO

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RITRATTO DI UN INFERMIERE INNAMORATO

Pag. 07

GISELLA, IL MACELLAIO E L’AMORE DEI PERDENTI

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FILOGRAFIA

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IO PER TE NON HO LIMITI

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TELEFONATA A PIU’ PARTI E RICORDI SCONNESSI

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L’amore è un cane venuto dall’inferno.

Charles Bukowski

Il sesso, come il sacerdozio, è una vocazione. L'amore è un'invocazione. A un certo punto della tua vita, che chiameremo X, ti appelli al quinto emendamento e quindi ti rifiuti di pronunciare frasi che potrebbero essere usate contro di te. Eppure ti scappa un: "Ti amo" rivolto a un'entità squisitamente fisica perché si manifesti, ne avverti il bisogno. Ti catapulti sull'altro incurante dei danni che gli arrecherai e ti arrecherai.

Andrea G. Pinketts

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CUPIDO di Gianni Cossu

Frecce nella Pendola a muro, accanto ai cuori impagliati di molte belle dame, frecce nella Cipolla da taschino che scricchiola, quando la snocciolo con il pollice umido, come un sospiro. Frecce. Frecce ogni ora, ogni secolo, ogni secondo, ogni Era. Meridiane che indicano quello che non sono e non saranno: aria tagliata come burro fuso e uncino ricurvo sulla preda... poi, i fili dell'ago, filo di capro lanoso a tessere nidi o gabbie per infedeli grilli, che sia questo l'Amore di Cupido?Affogo pur restando eretto e più alto di tutti nel mare nero che nessuno vede, nella fontana di pietra proprio come una freccia che indica mezzogiorno, che indica Tempo senza avere un prima, né un dopo, neppure un piccolo "ora!" febbrile. La mia Agonia (mentre insensibile colo a picco) sarà l'Ottantunesima meraviglia dell' Universo mondo e mai le ricurve punte dei miei dardi faranno quello che fa il sorriso luminoso e discreto all'ombra di discreti baffi profumati di mandarino del signore asciutto che snocciola, col pollice umido come un sospiro, la mia effigiata immagine sull'orologio da taschino aspettando senza guardare le frecce( perché lui è la freccia non la sua effige)l'amante in pelliccia di lontra nel capanno del giardiniere. Mozze ho le mani come il giardiniere che s'innamorò della sua padrona e fu l'unico colpito al cuore, l'unico morbido cotone, l'unica tiepida argilla, l'unico colpo felice della faretra di quel Dio che chiamano Amore e che tutti dicono infallibile arciere. Farò (essendo divino ed è la mia condanna) che come me, immobile in un bellissimo prato di Bretagna, di pietra dura fatto, dai suoi moncherini, l'unica vittima innocente del mio tenta-

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re con l'arco, germogli steli spinosi di purpuree rose, velenose come la santità e farò che portato in processione e benedetto (il triste giardiniere) diventi l'ospite piÚ illustre di un santuario di uno oscuro borgo di mare, un altro Cupido come me che ho dieci dita, ma inutili, e una vista da talpa: che poi sia la forbice di deluso potatore o la natura infelice e divina a impedire l'uso del Dono o dell'arco che importa?

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CUPIDO di Gianni Cossu (2003)

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RITRATTO DI UN INFERMIERE INNAMORATO di Giancarlo Galante

Bloccato. Sono bloccato dove nessuno si prende cura di me e io di tutti. D’altro canto sono pagato per farlo. E quindi, che cazzo me ne frega se sono trattato per come sono trattato, mi pagano per trattarmi come mi trattano! Non sono di certo Ricucci che scala ” l’AntonVita”! In questo modo non rischio neanche la galera. Che mi frega. «Giovanni, lo stetoscopio! Ah, chi abbiamo qui? Signora Fanfani come sta oggi? Vedo dalla cartella clinica che il decorso postoperatorio sta andando per il meglio. Vedrà che sarà in grado di riprendersi in men che non si dica!». «Grazzi prufissuri , cu’ sti occhi azzurri pariti n’angelu!». «Signora lei è troppo gentile, faccio solo il mio lavoro!». Era un lunedì mattina qualunque: un lunedì qualunque di un ospedale qualunque. Il Riuniti di Reggio Calabria, ad esempio. Avvisaglie di parti prematuri e partenze rimandate; lamenti e grida da malumore provenienti dal pronto soccorso; file sudate di persone incazzate nel prendere appuntamenti di cui avrebbero usufruito anni dopo; bar stracolmo di medici caffeinomani. Un lunedì qualunque dopotutto. Il Dott. Emerito Scopelliti, che di nome faceva Emerito, si trovava quella mattina al pronto soccorso. Stava inserendo l’ago della soluzione fisiologica, più Bentelan, nella vena di un ragazzo il quale aveva appena avuto uno shock anafilattico causato da un vino strano bevuto 10 minuti prima. Erano 24 i cc di Bentelan: doveva stare proprio male quel ragazzo! D’un tratto un putiferio.

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L’ambulanza arriva di corsa portando con sé due ragazzi, un uomo e una donna di 31 e 26 anni. Dietro 3 macchine clacsonanti seguivano l’autoambulanza. «Presto portate quei ragazzi qui! Muovetevi!». C’era stato un incidente sulla superstrada statale Jonica ad altezza Pellaro. Quei semafori sgangherati hanno sempre causato incidenti, ormai era diventata una prassi. «Operiamo… dobbiamo operare subito! Ciriaco, prepara i ferri». Entro in sala e preparo il nècessaire per l’intervento. Ero il ferrista. «Tutto pronto dottore!» dissi sicuro. «Bene, ora stai zitto e prendimi il bisturi! E VEDI DI NON ROMPERMI I COGLIONI! Franco, porta prima il ragazzo!». Odiavo Scopelliti. Era uno di quelli che ti deve trattare come una merda perché è nella posizione di farlo. «Ciriaco, per Dio: SVEGLIA! Lo vedi questo ferro? Ti sembra pulito?». «Ma dottore, ho sterilizzato tutto!». «Ti faccio sterilizzare il cervello, Cristo! Eppure ti avevo raccomandato di non rompermi i coglioni! Esci da questa sala e chiama Franco, ti sostituirà lui». È stata una fortuna essere uscito da quella sala. Nel mio cervello stavano già entrando immagini che al posto mio Van Damme è un frocetto. Al numero 3 della hit parade “Superclassifica Show: quello che Ciriaco avrebbe dovuto fare” c’era: Squarcio alla gola del Dott. Scopelliti con il ferro sporco e infetto, più calci in culo a Franco. Al secondo posto: Posizionamento della testa di Scopelliti dentro la sterilizzatrice e accensione immediata della stessa, più calci in culo a Franco. Ma, fermo al primo posto della classifica da tre settimane c’era (TADAAAA!!!): Uso continuo e oculato del lanciafiamme sul cadavere dalla gola già squarciata e la testa precedentemente scoppiata del Dott. Scopelliti, più ripetuti calci nel culo a Franco!

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È stata una fortuna che mi avesse cacciato, non solo per la mia brama di sangue. Si, perché mentre bestemmiavo tra me e me, alla mia sinistra stavano trasportando sulla barella la ragazza più celestiale, la più bella che io abbia mai visto in vita mia. Blocco le mie imprecazioni mentali, si fermavano nello stesso momento anche le gambe e lo sguardo. Si chiamava Nadia. Era in coma. Celestialmente in coma. Me ne sono innamorato sin da subito. Amore a prima vista. Il cuore mi palpitava come quello di uno scolaretto che dà il suo primo bacio. La stavano portando in un’altra sala operatoria. Non potevo non seguire le vicende di Nadia. Ho atteso sei ore prima che uscisse dalla sala. E in quelle 6 ore non ho fatto altro che attenderla nonostante i ripetuti richiami da parte della caposala. Non me ne fregava un cazzo. Ero lì che aspettavo che mi apparisse di nuovo la Madonna e mi dicesse: “Ciriaco anch’io ti amo!”. Al tramonto di un immenso campo di grano in una Sicilia ventosa d’estate, io che ti rincorro mentre tu ridi a crepapelle. Ti raggiungo, riesco a prendere un lembo del tuo vestitino bianco a fiori rosa e poi ti strattono facendoti rotolare per terra. Tu che continui a ridere spostandoti i capelli dal viso e io su di te che ti faccio il solletico bloccandoti dalla vita in giù! Poi si ferma tutto… uno sguardo… un bacio infinito. È uscita! Eccola! Già sapevo del suo amore. «Ciriaco, visto che né come ferrista né come infermiere vali un cazzo, sarebbe il caso che tu adesso risponda come si deve ai miei ordini. Ti dovrai occupare notte e giorno di questa ragazza, Nadia. È la figlia del Sindaco! Dobbiamo avere riguardo. Tu da oggi in poi dovrai prenderti cura di lei notte e giorno, fino a quando non si sveglia dal coma… perché dovrà svegliarsi prima o poi. Se ti vedo fuori a fumare una sigaretta o a bere un caffè, puoi iniziare a preparare la lettera di licenziamento». «Come vuole lei Dott. Germanò». Che gioia! Mi era stato ordinato di fare ciò che di più in quel momento avrei voluto fare: prendermi cura del mio amore,

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Nadia! E così ho fatto. La storia tra me e lei è iniziata nel tardo pomeriggio di quel lunedì in una stanza del reparto di terapia intensiva. «Ciao Nadia, sono Ciriaco il tuo infermiere! Da oggi in poi sarò io a prendermi cura di te. Stai tranquilla che ti rimetterai subito, andrà così, te lo garantisco io!». Preparavo per lei le soluzioni fisiologiche da iniettarle mattina e sera, le raccontavo storielle simpatiche per farla star su di morale, le cambiavo le lenzuola ed il panno ogni giorno. Quant’era bella! Bionda con un seno meraviglioso e due gambe sinuose da fare impazzire. «Come stai Nadia? Ti trovo bene! Ah, guarda non me lo chiedere, oggi un delirio al reparto! Come al solito quello stronzo di Scopelliti se la prende con me! Dici dovrei fargliela pagare? Non lo so Nadia, è che un po’ mi cago, perderei il posto di lavoro sai. Nadia dai! Non fare la cattiva con me! Lo sai che ho le palle per rispondere ad uno schifoso di quella portata, ma devo sapere quando usarle, ora come ora non sono nella posizione di potergli dire o fare qualcosa! Ah, ah, ah. Ma che dici! Bucargli le ruote della macchina? Certo che sei proprio una stronzettina niente male? Mi fai ridere eh, eh,eh. Però... a pensarci bene, l’idea non è malvagia, quasi quasi eh, eh, eh, eh!». Nadia. Lei si che mi capiva. Sembrava che mi conoscesse nell’intimo come io nel suo. Ci raccontavamo di tutto. Mi parlava della sua infanzia, dei suo drammi, del suo brutto rapporto con il padre e della difficoltà nel crearsi una vita senza essere considerata solo come “la figlia del Sindaco”. Certo, perché lei mi diceva che questo le ha causato solo danni: tutti i ragazzi, compreso il trentunenne che stava nella stanza a fianco, si mettevano con lei solo per il potere che di riflesso aveva. Tutti i suoi ex avevano tentato l’escalation sociale usandola, e di questo ne soffriva parecchio. Ma io no, non sono uno stronzo arrivista come tutti gli altri, lo aveva capito, e piano piano si stava innamorando di me!

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«Lo so tesoro, lo so che hai mille paure, che vorresti andarci cauta con me, ma credimi sei ti dico che tu sei la donna della mia vita e non ti farei mai del male! Mi ami, si vede, non c’è bisogno che tu me lo dica». Quella sera, mentre la stavo baciando per la prima volta, è entrata quella lurida puttana della caposala. Mi ha sbraitato contro gridandomi di tutto: “Depravato! Schifoso! Chiamo subito le guardie qui fuori e ti faccio cacciare via”. Cosa avevo fatto? Stavo solo baciando la donna che amavo! Forse lei era invidiosa, vecchia zitellona acida! Era invidiosa perché per la prima volta io avevo qualcosa che lei non aveva, l’amore! Sono scappato a gambe levate, quei due stronzi mi inseguivano, ma sono riuscito ad uscire dall’ospedale prima che mi prendessero. Da quel momento erano trascorsi due giorni. Erano due giorni che non vedevo il viso di Nadia e stavo già impazzendo. Dovevo assolutamente rivederla. Così ho sfruttato la mia conoscenza di ogni angolo di quel fottuto ospedale. Sapevo che non c’era sorveglianza su tutte le entrate e conoscevo bene dove erano localizzate le telecamere. Sarebbe stato un gioco da ragazzi! La notte entravo sempre di soppiatto. Avevo fatto un duplicato delle chiavi del reparto. Aspettavo che la caposala uscisse e che non ci fosse nessuno dentro per entrare e stare un attimo con Nadia. «Nadia! Amore mio! Eccomi, sono qui per te tesoro! Oh, anch’io sono felice di vederti! Shhh... parla piano, non fare casino che se ci sentono è finita! Come ti è andata oggi? Tesoro, anch’io sento la tua mancanza, non hai idea! Questa schifosa della caposala: maledetta! È solo una lurida invidiosa! Dici? Eh, eh, eh... ma no, non è innamorata di me! Ma che fai, la gelosa?!?! Ah, ah, ah... dai finiscila di tenermi il broncio! Ma secondo te potrebbe mai interessarmi un cesso come quella lì? Ah, ah, ah... ma no!! Non è che se fosse bona me ne andrei a letto con lei! Io amo te, su finiscila Nadia, sai che la odio! Piuttosto come vanno le cose? Ti trattano bene? Lo so che con me era diverso, però resisti! Quando uscirai da qui verrai a stare da me. La casa è grande e ho pure il giardino. Non

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chiedermi come faccio a mantenerla perché non lo so neanch’io! Certo è un po’ fuorimano ma almeno non sentirai il trambusto delle macchine! Allora che ne pensi? Verrai a vivere con me? Hai tutto il tempo per decidere… tutto il tempo che vuoi amore mio». Pian piano diventava sempre più difficoltoso entrare al Riuniti. Qualcuno, lo stronzo di Franco probabilmente, si era accorto della mia presenza, e così avevano deciso di aumentare il numero di vigilantes e telecamere. Era diventato un grosso problema. Non riuscivo a mettere più piede in ospedale. Maledizione dovevo vederla! Ogni giorno trascorso fuori dal quel reparto era una violenza ripetuta al cervello. Tre settimane. Non ce l’ho fatta più. Ho corso come non mai: Ben Johnson mi faceva una pippa con tutto il doping in corpo! Appena entrato nel reparto, sferrai una gomitata alla caposala e subito dopo tirai una barella a quella merda di Franco che mi veniva contro! Ero riuscito ad entrare nella stanza di Nadia chiudendomi dentro a chiave! Sentivo bussare da fuori! Che trambusto! Lasciatemi parlare un po’ con l’amore mio! «Nadia amore ce l’ho fatta. Ah, ah, ah! Dovevi vedere la caposala! È sbiancata quando mi ha visto! Ehi che c’è, perché non mi parli? Oh... andiamo, non me ne sono fregato di te lo sai! Qui è diventato tutto più controllato, non posso entrare ogni giorno come facevo prima, altrimenti mi fanno il culo! Non è vero ti dico! Ah si, dici? Allora perché dovrei rischiare così tanto per entrare qui, eh? Nadia, per favore non scherzare, amo, dai è inutile che ti innervosisci! Ehi mi ascolti?... Che significa? CHE CAZZO SIGNIFICA?!!? Come puoi dirmi che non provi più i sentimenti di una volta! Dopo tutto quello che faccio per te? Che significa che non senti più quel pathos che c’era prima tra noi? CERTO! Eravamo la coppia perfetta quando non c’erano problemi, ma adesso che ci sono, è un attimo a scansarli, basta lasciarmi, non è così? Vigliacca, io rischio il culo ogni giorno, non dormo da non so quanto tempo per te, e tu vuoi lasciarmi?? Beh, sai che ti dico? Vaffanculo, si hai sentito bene: vaffanculo! Sei solo una bambina viziata! Tornatene dal paparino,

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lui si che ti capisce!». Nel dire questo qualcuno ha sfondato la porta. Era Franco con i vigilantes. Mi hanno picchiato a sangue, ma il gusto di spaccargli il naso prima che mi facessero la festa, sono riuscito a darmelo! Da quel momento non ho visto né sentito più Nadia. «Mi manca da morire, professore. Questo posto è buio, mi piacerebbe vedere un po’ di sole. Professore: dice che un giorno di questi potrei avere un album di fogli da disegno e una matita? Vorrei tanto disegnarla! Le mostrerei quant’è bella. Si però così legato non posso! Dovrebbe slegarmi, professore. in fondo lo sa che non sono violento». «Vedremo Ciriaco, un giorno di questi forse. Adesso la nostra seduta giornaliera è finita. Prendi le tue prozac, starai meglio fidati. E riposati un po’». «Professore un ultima cosa: ha visto per caso Nadia in televisione? Non so, magari con suo padre?». «No Ciriaco, neanche oggi purtroppo. E non penso si farà vedere più con lui. Però stamattina mi hanno detto dove trovarla. Ti prometto che le porterò un fiore da parte tua. Stai tranquillo Ciriaco: sono tuo amico dovresti saperlo, non fare quello sguardo, io sono già sposato». Rise. «Su riguardati. Domani ti racconterò dell’incontro». «Grazie Professore». Tieni Nadia, questi te li manda Ciriaco, il tuo amore che non è mai successo. Spero tu stia bene lassù, sicuramente meglio di quando stavi giù con noi. Beh adesso devo andare, torno a lavoro. Ciriaco mi manda a dire che ti ama ancora. Seguilo tu dall’alto. Sei il suo angelo custode adesso! Ciao Nadia, a presto.

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FEBO di Gianni Cossu (2003)

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GISELLA, IL MACELLAIO E L’AMORE DEI PERDENTI di Pino Amaddeo

Nel mio frigo non c'era nemmeno il culo di un Galbanino o qualche pomodoro mezzo marcio. Peggio ancora la bottiglia sul tavolo che la sera prima conteneva una gustosissima bevanda rossa, chiamata giustamente vino, era completamente vuota. Pensai di uscire con la speranza di trovare qualche dannata bottega aperta. Quel quartiere, il Sant' Elena Vergine lo conoscevo poco, mi ero trasferito soltanto da tre settimane. La prima casa, dalla quale venni sfrattato dopo non aver pagato ventisette mensilità, era posizionata al centro del quartiere esattamente in via Scudo Crociato I° tronco. Conoscevo quel rione come le mie tasche, ci vivevo da undici anni. Lì era tutto a portata di mano, la vita era semplice. In quel lunghissimo periodo ho condiviso gioie, sventure e straordinarie notti con la mia Gisella. A volte mentre facevamo sesso lei mi diceva “Amore mio… ti amo, sono tua… amore, sei tu il mio grande amore, ti amo amore mio”, e tantissime altre cose belle. Sotto casa c'era un negozio di fiori e spesso le compravo dei bei fasci di gelsomini o di mimose o di orchidee o rose rosse insieme a rose blu. I bouquet di rose miste rosse e blu erano quelli che preferiva Gisella, non mi ha mai detto perché le piacevano le rose miste rosse e blu ed a me sinceramente non interessava saperlo, quello che più mi importava, quello che più mi importava di lei non sto qui a raccontarlo a casaccio. È stata una persona fondamentale dentro la mia vita, quando l'ho conosciuta ero molto giovane e l'ho sempre considerata anche una sorella maggiore, un'amica, una persona che in un certo senso mi proteggeva. Avevo ventitre anni e lei trenta. Era una compagna, non una compagna tanto per dire ma una di quelle

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attive dentro il partito. Era stata anche membro del comitato politico nazionale. Sosteneva i diritti delle lesbiche, dei gay, dei trans, delle madri porche e dei padri impotenti. Avrebbe voluto insegnarmi tante cose ma io ci capivo poco, non dico nulla, poco. I miei genitori erano democristiani e quindi si parlava poco di politica a casa mia. I miei amici erano quasi tutti “ultrà” e rifiutavano la politica. A casa i ragionamenti andavano oltre il discorso politico: «Studia e prendi bei voti, al resto ci pensiamo noi». Per strada si andava oltre il discorso politico. «Non studiare, te ne devi fottere dei voti, al resto ci penseranno i tuoi». Con Gisella ho iniziato a capire qualcosa, soltanto le basi certo, ma per me rappresentarono un grande passo avanti. Mi spiegò le differenze tra governo e opposizione, tra politica e fantapolitica, tra potere e contropotere, tra militanza e finta militanza, tra Marx e Stalin, tra borghesi e macellai, tra Gramsci e Togliatti, tra la base e i vertici, tra comunisti e falsi comunisti, tra rubare e lavorare, tra democristiani e imbianchini. Non ho capito tutto ma era bellissimo ascoltarla nei suoi ragionamenti. «La classe operaia deve organizzarsi perché non è possibile combattere il capitalismo senza organizzazione. È necessario andare nelle strade, nelle scuole e nelle fabbriche» diceva «andare a parlare con gli ubriaconi, con gli studenti e con gli operai». Ah! Era fantastica Gisella nei suoi discorsi politici e ancora più fantastica era quando i suoi discorsi si concentravano esclusivamente sugli ubriaconi. Una notte mi svegliai tutto sudato, un incubo: i comunisti avevano ucciso tutti i fascisti e tutti i democristiani della nostra città, nelle fiumare sgorgava sangue; grazie a Gisella io non venni giustiziato, la città era un enorme cimitero, su ogni fascista morto ci stava un svastica e su ogni democristiano un scudo crociato, i morti continuamente barattavano svastiche e scudi crociati, io e Gisella camminavamo tra i morti, lei aveva in

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mano una tromba d'oro, io una bandiera rossa con su scritto “LA NOSTRA LIBERAZIONE È LA VOSTRA FINE”. Tra i morti ci stavano anche i miei genitori: loro non avevano addosso la svastica e neanche lo scudo crociato ma un garofano rosso a testa. Gisella improvvisamente iniziò a mangiare la tromba e io con una bomboletta spray bianca ed un'altra blu modificai la bandiera dal lato senza scritta e realizzai il vessillo francese. Presi a correre per la città con la bandiera transalpina e lei mi inseguiva e ruttava. I suoi rutti erano squilli di tromba, correvo sempre più forte, urlavo: “Libertè. Ègalitè. Fraternitè” e Gisella distante trenta metri, mi inseguiva e ruttava, i suoi rutti erano squilli di tromba. Nella mia corsa sfrenata venni superato da Pietro Mennea: lui aveva una bandiera da un lato tutta bianca e dall'altro il tricolore italiano. Raggiunse in pochi secondi la collina davanti a noi e urlò: «I NOSTRI MORTI VIVRANNO IN ETERNO». Svegliandomi notai che Gisella non era al mio fianco, ero sudatissimo. La cercai per tutta la città, la cercai tutto il giorno e tutta la notte, la cercai tra i comunisti quasi morti e i democristiani orgogliosamente vivi. Anche i miei genitori erano vivi, non orgogliosamente ma erano vivi e stranamente sul tappeto zerbino di casa loro c'erano due garofani rossi. La cercai invano in ogni buco di culo della città e tornai a casa sfinito alle cinque del mattino. Il giorno dopo iniziai a spendere tutti i miei soldi che guadagnavo vendendo cravatte colorate porta a porta, inizia a spenderli a puttane ed alcool. Condussi questa vita per ventisette mesi e alla fine venni sfrattato. Di Gisella non so più nulla, alla federazione non sanno nulla, nelle strutture psichiatriche e alla questura non sanno nulla. I carabinieri sono stati garbati con me, mi hanno chiesto: “Quando la ritroveremo viene a prenderla in caserma o vuole che gliela portiamo a casa?”. Non era una donna come tutte le altre, scopava divinamente ma quel che più mi manca sono i suoi insegnamenti politici. In federazione non sanno nulla. Non sanno nulla nemmeno nelle strutture psichiatriche. I carabinieri sono stati garbati con me.

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Alle nove di sera, fortunatamente trovai un mini market, dietro il banco dei salumi c'era una ragazza col camice bianco che tagliava mortadella e mi era piaciuto immaginare che fosse Gisella e che grazie ad un intervento di chirurgia plastica era riuscita a non farsi più riconoscere. «Vorrei del grana padano intero, un etto di pancetta affumicata e del pane. Chiedo scusa: anche una bottiglia di vino». «Il vino è vicino alla cassa», mi rispose. Le dissi “Grazie!”, ma pensai “Quanto sei bona!”. Era il giorno prima delle elezioni e mentre mi allontanavo la ragazza confessava a un collega che avrebbe votato per l'Italia dei Valori. “Roba forte”, pensai. Il giorno seguente ritornai nel mini market, la ragazza col camice bianco non c'era. Comprai del grana intero, del pane, della pancetta non affumicata e un bottiglia di vino che stava vicino alla cassa. A casa mi accorsi di non avere fame, bevvi quasi tutto il litro di vino e mi addormentai con la testa sul tavolo. Sellai il mio cavallo ed iniziai il viaggio verso La grande valle delle sconfitte amorose. Durante il viaggio fui costretto ad uccidere il mio purosangue, soffriva ad una gamba a causa di una caduta: dai film di John Wayne ho imparato che si fa così. Continuai a piedi la scalata. Dopo tre ore lasciai le infradito ormai distrutte e scalzo mi avvicinai alla meta. Giunsi nella valle di chi ha perso in amore, di chi ha perso l'amore, di chi ha perso per amore, io chiaramente appartenevo alla seconda categoria, erano le sette di sera. Tutto la valle era stracolma di rose rosse e rose blu. Ad attendermi c'era Antonio Di Pietro che mi chiese: “Come ti chiami sconfitto?”. Lo guardai due secondi negli occhi e senza rispondere mi spostai nella piazza, tra migliaia di persone che cantavano inginocchiati e senza musica davanti alla testa di un cavallo, sembrava il mio. “Com'è possibile?”, pensai. Tra la folla incontrai Gisella, la presi per mano ed insieme scappammo. Di Pietro ci inseguì per una decina di metri. Mi voltai a guardare dopo un minuto ed era a terra che soffriva a causa di una caduta, Benito Mussolini lo uccise con un colpo di pistola alla tempia.

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Mi svegliai alle tre del mattino, ero caduto dalla sedia, avevo sbattuto con la tempia nel pavimento, allo specchio mi accorsi che non era nulla di grave, solo un livido. Mi diressi verso il letto e mi riaddormentai. Rincontrai Gisella in tanti sogni e non mi parlò mai di politica. Nei sogni si faceva quasi sempre l'amore e subito dopo si parlava di economia. Adesso sono trascorsi cinque anni. Una persona che la conosce molto bene avrebbe voluto darmi notizie di lei ma gli tappai la bocca con la mia mano sporca di inchiostro, lo stavo quasi soffocando mentre con le guance gonfie diceva: “Ti ama ancora, credimi, ti ama ancora”. Di forza lo feci sedere in una panchina della villetta in cui ci trovavamo: “Ascoltami solo qualche minuto” gli dissi “poi non farti vedere mai più”. Gisella lavora in un mini market del quartiere dove vivo, grazie ad un intervento di chirurgia plastica è irriconoscibile, nemmeno sua madre la riconoscerebbe. Taglia mortadella, salame e pancetta affumicata. Mi ricorda sempre che il vino è vicino alla cassa. Si è sposata con un macellaio che non vende carne a chi corteggia la moglie, a costo di fare la fame. Lei mi vede tutti i giorni e non sa che io ho capito tutto. Il macellaio è il fratello gemello di Antonio Di Pietro. Un giorno o l'altro le dirò di uscire con me e faremo l'amore, poi parleremo di economia. Vedo Gisella tutti i giorni nel mini market. Lei è sposata ma il macellaio è impotente. Utilizza la sua forza soltanto quando taglia grossi pezzi di carne e la sua capacità culturale sta tutta nel rifiuto di vendere carne a chi corteggia sua moglie. Io diventerò vegetariano e scapperò con Gisella, insieme andremo a vivere in un posto molto lontano da qui che tu nemmeno conosci, è una valle stracolma di rose rosse e di rose blu. Quella che tu conosci è un'altra Gisella. Vai via adesso! Vai via!

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CIRCE di Gianni Cossu (2003)

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FILOGRAFIA di Hasael

“Sono una grafomane”. Così dicesti alzando la testa dal quaderno e fissandomi nella penombra della tua stanza ricavata in quello che avrebbe dovuto essere il soggiorno, chiusa su un lato da armadi sovrastati dalle mille scatole e come porta una tendina sulla quale appendevi di tutto. Fu quello uno dei nostri primi scambi di profondità, un mite girarci attorno, con gli occhi guardinghi di una mente sulle difensive, che non aspettava altro che conferme continue, e continuamente ricercate in quelle ritualità del quotidiano che proteggono ed esorcizzano le nostre miserie emotive. Salire quelle scale anguste e buie, per poi fruire di quel piccolo isolotto di casa soffocato tra palazzoni e condomini lividi, grigi o semplicemente senza intonaco. Quella terrazza che vide il susseguirsi di eventi, intenti, dinamiche furiose, notti insonni dietro allo schermo di un PC ansimante, già notti insonni... come quella prima notte, ridicola, insolita, elettrica, eppure così piacevolmente ed indelebilmente incisa in questa mente sempre più provvida di analisi, da elargire con gioia e sempre più sterile e priva di autostima. Che situazione assurda… un bacio (eh, si! Quello non si concede sempre uguale a se stesso) ma poi l’impeto, il denudarci e il rimanere lì, non essere generatori di amplessi, ma amplificatori di complessi, la semplice complessità del non volersi eliminare a vicenda, forse l’ultima barriera che da lì a poco sarebbe crollata, lasciando due personalità in balia delle proprie menti, intimamente fuse con le sensazioni inesprimibili a parole che ci limitavamo a scambiarci con l’espressività degli sguardi. Poi la vicinanza forzata da uno sfratto, e la condivisione dell’intimità quotidiana del tempo

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che scorre, di quel mio vagito mentale nell’approccio col classico e col pensiero umano; si il pensiero, il pensare, l’educarmi al ragionamento, quel mio intimo volli! Raggiungerti, si quella è stata la prima spinta… raggiungerti nei meandri di quella mente, quella tua mente splendida, complessa, si da lì… da lì cominciò questo mio saltare di secolo in secolo, di idea in ideale. Le cose si sciolgono, si amalgamano, si confondono o peggio ancora si tacciono, un turbinare sordo di richiami profondi, mentali, epidermici, il tutto giocato con la leggiadria bizzarra dell’impeto, nell’incarnarsi animale dell’amplesso, nella ricerca spasmodica di piacere dato dalla scoperta e dalla sperimentazione di nuovi piaceri, dove la carne si stempera nell’artificialità di un paradiso aspirato avidamente, spalmato nella semioscurità e confuso con suoni antichi che erompono invadendo la stanza. Quel maledetto non detto, quell’assurdità del non riferire, quella spregiudicata bramosia di avere.. fagocitare tutto, esplorarti in ogni modo sondarti con ogni mezzo, la conoscenza di come riuscire a raggiungerti non l’ho mai avuta, e vani sono stati i tentativi di scoprirti per capirti. Quel senso di inadeguatezza che mi sgorgava da ogni lurido poro, lasciandomi l’odore acre della tensione addosso, il mio nascondermi meschino dietro al mio stile irremovibile di vita, quell’oziare lussurioso, quel giacere della mente nell’azione del corpo, quel distruggerti senza dolo quel corromperti con l’ossessione, non capisco come tu possa ancora considerarmi. E tutto andò precipitando col fragore di uno schianto ferroviario, prigioniero di quel binario morto che mi ero amabilmente costruito, e tutto scivolò lungo la china della disperazione, della colpa… si, quel senso di colpa che mi inchioda ad ogni angolo, se solo il mio cervello osa ricordare se solo leggo qualcosa che mi colleghi a quella stagione di una vita in fremente divenire, con la mediocrità culturale alle spalle e l’insufficienza vitale negli occhi. Pochi mesi, strani, odorosi, concitati, sfratti-traslochiconvivenze, sperimentazioni da comune, il viversi addosso, il viver-

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si complesso, strane storie e stranezze irripetibili, tutte legate ad un tempo andato passato, ma ancora maledettamente vivido, e sempre senza dire quello che forse doveva essere detto, se non alla fine di tutto dove non si trova un punto, dove non c’è il sipario che sigilla la bocca di una scena vissuta e rivissuta, dove nulla si chiude ma tutto si rilancia in avanti, con la velocità dell’esistenza che tutto travolge dove il tutto cambia rotta, ma non si riesce a tornare daccapo, dove la colpa viene ratealizzata in quello che mi resta da vivere, dove le lacrime ti illuminavano gli zigomi, e su tutto ristagnava, quello che avrei dovuto capire e non ho capito, quello che avrei dovuto almeno sussurrare e non ho sussurrato, nel momento in cui tutto va ad infrangersi, mentre un concerto rimbomba tra il cemento e l’erba, nell’istante in cui comprendo che non c’è nessun altro istante da poter condividere, ecco che come un conato liberatorio esce tutto. CAZZO!!! Ti amo.

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PAN di Gianni Cossu (2003)

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IO PER TE NON HO LIMITI di Francesco Villari

Cristina era sdraiata al sole. In quel pomeriggio di un sabato di fine maggio in cui decisi che fosse arrivato il momento di iniziare ufficialmente la stagione estiva, la vidi ad una decina di metri da me. Ad una decina di metri da noi. Io e Manuel non avevamo fatto altro che caricare lo zaino con un succo di arancia rossa, vitaminico e propedeutico alla rilassatezza della pelle grazie ai suoi principi naturali. Prendemmo anche due teli da mare, in quello di Manuel c’era la coppa del mondo. In quel pomeriggio avrei finito di leggere “I ragazzi del massacro” di Scerbanenco. Mi mancavano solo un trentina di pagine. Avendo imparato a conoscere i tratti umani del carattere di Duca Lamberti ero convinto che non si sarebbe sorpreso sulla procedura discolpante che avrebbe improntato la difesa dell’assassino di Matilde Crescenzaghi. Lo avrei scoperto di li a poco ma il Duca era abituato a ben altro. Giusto il tempo di sfilare i pantaloni con un’ancata e la maglietta dei Soundgarden (erano nel periodo di Badmotorfinger) ed ero già in acqua. Pronto per un’immersione nelle acque ancora fredde della spiaggia sotto i giardini. Un posto nel quale ero cresciuto. Conoscevo i fondali come fossero il mio personale acquario. Sarà proprio per questo che ho sempre rifiutato di tenerne uno a casa: mi avrebbe limitato l’immaginario dal color blu abissale che solo le acque più profonde potevano garantirmi. Non la vidi a causa della mia miopia, acuta nonostante le lenti a contatto, e per quel certo senso del pudore ereditato forse dallo zio Giancarlo, l’unico dei quattro fratelli di mamma a non essersi mai sposato. Lasciai controvoglia l’habitat marino a causa delle troppe meduse la cui presenza veniva accolta dai bagnanti

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con l’euforia e le coroncine di fiori che la Bossi-Fini riservava ai passeggeri dei barconi carichi di anime cotte dal sole nei mari di Lampedusa. Stesa al sole delle tre e mezza di pomeriggio mi lanciò un’occhiata mentre riallacciava le stringhe del reggiseno argentato del costume argentato. Era stesa e la sua schiena era perfetta sotto quel sole. Era stesa e le sue braccia sembravano autonome da quel corpo sdraiato e da quegli occhi che guardavano me. Manuel non aveva dubbi: “Le piaci come a me piace questo succo d’arancia e probabilmente più di quanto a me possa piacere figlia della proprietaria della bottega nella quale ho rubato questa spremuta”. Sapevo perfettamente che Matilde Bruzio era stata il suo pallino sin da quando eravamo in terza media ma rimanevo convinto che fosse un’esagerazione pensare a me con quella che pensai potesse chiamarsi Alessia. Alessia, si. Perché attribuendole non più di ventidue anni e non meno di diciassette, avevo letto su un giornale che era proprio il periodo nel quale era proliferata l’usanza dei neogenitori ad utilizzare quel nome di moda. Arrossivo al pensiero che potessi arrossire e mi attaccavo alla statistica per confortare le mie teorie. Bevvi un sorso di spremuta, inforcai gli occhiali da sole e sfogliai distrattamente le pagine nelle quali una fragile insegnante “di varie materie e anche di buona educazione” sarebbe stata uccisa nelle aule della scuola serale Andrea e Maria Fustagni mentre il Duca cercava di capire quale tra quegli sbandati, dei quali soltanto cinque su undici erano figli di genitori onesti, avesse potuto partecipare ad una tale aggressione. Fermai le dita attorno alla duecentesima pagina. Abbassando gli occhi, che fissavano Alessia (Alessia, si) e quella la strana ferita sulla coscia sinistra, lessi che si trattava della pagina 185. Un paio di pagine avanti e mi ritrovo dove avevo lasciato, in quel breve tragitto che da via Fatebenefratelli a piazza Duse sarebbe potuto durare anche venti minuti a causa del traffico. “Adoro Scerbanenco! In verità l’ho scoperto da poco grazie a quel gruppo di Milano

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che ha copiato il titolo del libro “I Milanesi ammazzano il sabato”. Oddio copiato… non hanno proprio copiato perché Scerbanenco scrisse “I Milanesi ammazzano AL sabato”. Hanno copiato il concetto ma hanno voluto differenziare la cosa perché se è come penso io, hanno pensato che nelle interviste ai giornalisti avrebbero potuto spiegare a tutti la loro passione per Giorgio Scerbanenco. Io lo adoro. Ho letto anche “Milano calibro 9”, “La sabbia non ricorda” ed “Al servizio di chi mi vuole”.” Mi sorrise felice sotto il sole mentre ero ancora frastornato dalla sua presenza al mio fianco. Ero entusiasta del fatto che si fosse come materializzata nella mia vita, così vicina, in così poco tempo. Caro il mio Giorgio la sabbia questa volta avrebbe ricordato… eccome. Mi baciò la sera seguente. Mi guardava come se volesse studiare la mia persona, il mio atteggiamento di risposta a qualche sua affermazione, il suono della mia risata (un “AaaaaAAAH” crescente dopo una variazione di tono al brusco attacco della risata spontanea), la dimensione dei miei piedi. Rimase colpita da come fosse possibile che il mio metro e settantasei fosse sostenuto da un piede che riusciva a calzare un numero trentanove. Amavo vederla sorridere di me. Amava vedermi sorridere con lei. Incrociavamo lo sguardo in quel giochino infantile in cui il primo che ride paga pegno. Euforici l’uno dell’altra non ricordo di aver mai superato i tre secondi e mezzo. Ci era impossibile rimanere impassibili alle occhiate di puro fuoco che riuscivamo a sostenere. Ci amammo una notte intera e poi anche il giorno successivo. Dopo qualche altro giorno Cristina - mi disse di chiamarsi Cristina qualche minuto dopo il nostro incontro: “Cristina Domenici, come la madre incazzata per l’arresto del marito. Quella che secondo lei è tutta colpa della maestra, nel libro che stai leggendo” - ammise di essermi innamorata di me. Non mi colpirono le parole che utilizzò per dirmelo e nemmeno il tono con il quale me le rivolse mentre, abbracciati sotto la luna vista dalla grotta nella scogliera appena ad est, mi prese la mano e comunicandomi le sue intenzio-

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ni mi baciò. Un bacio da record. Il misterioso signore dei record avrebbe dovuto rivedere il personale di bacio più lungo nella prossima edizione annuale. Aveva da sempre sognato un matrimonio in cui “non dobbiamo lasciar niente al caso… diamo tutto al caos!”. Era una delle battute che mi avevano fatto innamorare di lei. Sapeva perfettamente passare dalla più enorme delle stupidità, nei confronti delle quali mi rapportavo come un sordo allo stadio, alle piccole storie piene di dettagli intrise di buon senso e complete di sottili giochi di parole.il nostro amore era un fuoco che ci aveva fuso in un corpo solo. Ero le sue braccia nell’allacciare le stringhe al costume ed ero molto più spesso, e meno stagionalmente, le braccia che l’aiutavano a sganciare il reggiseno. Facevamo l’amore indipendentemente dall’orario, indipendentemente dai turni di quel lavoro occasionale dal quale sarei di certo stato licenziato al primo ritardo, indipendentemente dalla voglia che l’altro avrebbe potuto avere (effettivamente non siamo mai stati nelle condizioni di doverci porre almeno questo problema), indipendentemente dall’umore. Una sera cui decidemmo di cospargerci di miele e giocare a fare gli orsi. Lei era in piedi di fronte alla finestra del bilocale che avevamo affittato dopo aver deciso di convivere ed io fui Jack, la vittima dell’assalto dell’orso. Abitavamo in spazi inadeguati. Affittammo un trilocale con finestra nel salone che dava sul balconcino. Potevi uscire da li per rientrare dalla porta a vetro in cucina e fare quel giochetto dell’agguato che tanto stuzzicava Cristina. Mi mettevo un passamontagna ed uscivo di soppiatto mentre lei mi chiamava. Spuntavo all’improvviso, non proprio un improvviso perché sapeva che prima o poi sarei arrivato, e facevamo l’amore. Era come se l’intenzione violenta le desse quel qualcosa in più che stava cercando in un rapporto e che tanti altri precedenti fidanzati, o presunti tali non erano in grado di darle. Per me era un gioco piacevole. Io l’amavo. La ferita sulla coscia sanguinava di tanto in tanto. Mi svegliai nel bel mezzo della notte

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per andare a pisciare, dovette accorgersene. Una volta finito non tirai l’acqua per non svegliarla. Riempii una vaschetta di acqua e la gettai senza far troppo rumore. Gli occhi pesti delle tre del mattino mi portarono in cucina. Dovetti colpire lo spigolo di un mobile alto della cucina perché la botta fu tremenda. Rimasi tramortito. Mi svegliai intontito qualche ora dopo nel mio letto. Lei dormiva, per fortuna. Non l’avevo svegliata. Ancora dolorante riuscii a prender sonno, quel poco di sonno che mi sarebbe rimasto prima della sveglia. Allungai un mano sul comodino alla ricerca dell’interruttore per spegnerla. Andai a tatto. Trovai un cellulare. Il libro di Scerbanenco del quale non avrei mai più letto il finale. Un paio di batuffoli di cotone, che usava per tamponare la ferita sulla coscia. Poi anche la sveglia. Cristina non era più in casa. Al suo posto c’era un bigliettino scritto di fretta “Io per te non ho limiti”. Presi il cellulare facendo cadere un batuffolo di cotone che vidi rosso. Non cercai il nome sulla rubrica. Digitai tutti i dieci numeri che conoscevo a memoria con la stessa lucidità che utilizzava Kim Tahyil nell’assolo di Jesus Christ Pose. Mi rispose un operatore meccanico “L’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile”. Ascoltai tutto, fino al tu-tu-tu. Ascoltai anche quello. Passarono un paio di giorni e di lei non era rimasta traccia se non nel mio tempo. Le ventiquattro ore al giorno erano coperte dall’alone di Cristina che era stata Alessia e che adesso era svanita nel nulla. Compariva anche nei sogni sotto forma di fumo delle sigarette che fumavo, anche se in realtà non avevo mai cominciato a fumare. Mi faceva male. Ad un mese dalla sua scomparsa decisi di uscire di casa perché Manuel mi diceva che non solo un deficiente si sarebbe potuto abbattere come ero abbattuto io e perché mi promise di spaccarmi il culo se non lo avessi fatto. Io l’amavo. Lo avrei lasciato fare ma non dissi nulla quando passò a prendermi per andare al Bluto Pub. Ordinammo due rosse medie seduti al bancone. Sedute al tavolo 11 c’erano le sorelle Mammana e Matilde Bruzio che cer-

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cavano di ridere tanto ma mai troppo al cospetto di tre trogloditi profumatissimi e con i capelli leccati fin al centro del cranio ed esplosi di paura dal centro alla nuca. C’erano tante persone ma non tantissime. In molti erano soli e cercavano di fare amicizia. Dov’è Cristina? Era l’unica domanda alla quale non ero riuscito a dare risposta ed anche l’unica alla quale avrei voluto rispondere. Ero sordo a qualunque altra cosa. Sentii molto forse il pugno nello stomaco di Manuel, un amico non è un amico se non riesce a risvegliarti dal torpore, che mi fece dimenticare per un attimo Cristina. Anzi no. Dopo un attimo di buio pensai a quante volte finse di pestarmi una volta sgattaiolata in cuna con il passamontagna in testa. Ringraziai Manuel anche per il secondo pugno in testa. Anche per il passaggio che mi diede fino a casa. Salì in macchina sui sedili posteriori. Mi distesi per quei dieci minuti di tragitto. All’altezza di via case sparse vidi Cristina girare l’angolo fra la Casa delle Fate ed il Mondo della Casa: “Ferma! Ferma, cazzo!”. Scesi mentre Manuel mi mandava a fare in culo “per sempre, coglione!”. Avevo dolore e la ferita in viso sanguinava. Un colpo. Dormii e sognai, riverso sul marciapiede, un mondo fatto di batuffoli cotone rossi. Ero nel mio letto. Cosa era successo? Mi ricordo soltanto i colpi di Manuel e Cristina che gira l’angolo. L’avevo trovata. Dov’era? Dopo una doccia mi accorsi di avere una ferita sulla coscia sinistra. Tamponai con il cotone. Tornai alla Casa delle Fate. Avevo capito. Rimasi tutto il pomeriggio fermo in attesa ed occupai una panchina all’angolo per la notte. Passarono un milione di persone ed un centinaio di Cristina ma lei non passò. Neanche il giorno dopo. Il terzo giorno mi addormentai per strada. Al mio risveglio ero a casa mia. Nel mio letto. La ferita sulla coscia sanguinava. Sul comodino trovai una maglietta di cotone dei Soundgarden all’epoca di Bedmotorfinger. Piansi dal dolore. Andando in cucina mi accorsi di avere una barba inguardabile. Scalzo calpestai le mille lettere che nel frattempo le

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avevo scritto ma alle quali non riuscivo a dare un destinatario. Presi del succo di frutta dalla bottiglia nuova. Lo bevvi tutto mentre annusavo la puzza proveniente dal frigorifero. Aprii la finestra. Due enormi fette di carne per quelle che sarebbero dovute essere le nostre due bistecche alla Bismark erano ancora lì, marcescenti, in rappresentanza della condizione della nostra storia d’amore. Sentii un rumore dall’esterno e mi girai. Mi saltò addosso. Mi violentò senza mai togliersi il passamontagna. L’amavo. Mi legò le braccia con la stessa classe con le quali allacciava le stringhe del costume argentato. Mi dette una forte testata sul naso ed iniziai a sanguinare. L’amavo. Mi spaccò il cranio contro lo spigolo della cucina. L’amavo come non l’avevo mai amata prima.

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LA CACCIA di Gianni Cossu (2003)

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TELEFONATA A PIU’ PARTI E RICORDI SCONNESSI di Gianni Cusumano

«Mi è dispiaciuto moltissimo essere dovuta ripartire così presto». «Già… anche a me». «Mi è dispiaciuto ancora di più perché non l’abbiamo fatto». BUM! Immagine di lei che mi cavalca come in groppa a un delfino impazzito nel buio di una notte alcolica a pochi metri dal mare in tempesta. Il cielo ruggisce, gocce di pioggia tiepida in faccia, sabbia nelle mutande e paura nel cuore. Che cazzo ci facevo nel bel mezzo di un temporale estivo, in spiaggia, con una femminista ninfomane? La mia vita per un pompino, eccola Signore. Lampi violacei, tuoni fragorosi e una barca pregna dell’odore di pesce marcio. Non proprio la cornice adatta per venire in bocca a una donna. «Perché non sali su a trovarmi, che dici?». «Dico che sarebbe splendido. A occhio e croce, partendo domattina presto a piedi dovrei essere lì nel giro di, diciamo sei mesi?». «Che stronzo». «Magari meno…». «Non ce la fai?». «Conosco qualcuno che una volta ha viaggiato in treno fino a Roma con sole duecento lire in tasca, davvero ammirevole. Ho pensato che non avrei avuto lo stesso culo e che magari avrei finito col farmi rubare anche quelle da uno stronzo paninaro napoletano con la fissazione per san Gennaro e il voto utile, intorno alle sei del mattino. Comunque, allo stato attuale, la cosa non mi preoccupa più di

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tanto se capisci cosa voglio dire …». Risatina di sottofondo, ero sulla giusta strada. «Come cazzo fai a essere così stronzo?». «Spirito di emulazione. Niente che tu dall’alto dei tuoi ventisei anni non possa capire, compagna Iola. ». «Ti mando qualcosa da qui. Lasciami il tuo indirizzo. 50.000 lire vanno bene?». BUM! Una massa di capelli bruni lunghi, furiosi e tremendamente eccitati descriveva semicerchi di piacere nell’aria infetta e inquinata della città. Unghie addosso, sulla schiena e sulla pancia dentro la carne, graffi e sangue e poi saliva e cerotti. Flash di quella faccia piccola, piccoli occhi e piccola bocca ma dannatamente grande per contenere le lingue di mille camaleonti umanoidi come il sottoscritto, diciassette anni e straordinariamente portato a provare magnifici stimoli erotici derivanti dall’idea che contro lo sfruttamento delle donne sottoproletarie potevamo davvero vincere. Cristo Santo! E io che credevo che più giù del proletariato ci fosse solo il buco del culo… Sono con voi, compagne! «Che ne dici del libro che ti ho prestato, gli hai dato un’occhiata?». «A quale dei tre ti riferisci ? Quello sulla grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale dal sessantotto al settantasette? A quello sulla resistenza delle compagne anarchiche durante la resistenza a Franco? O forse alla raccolta di saggi sul situazionismo, quello di m-i-l-l-e-d-u-e-c-e-n-t-o-t-r-e-n-t-a-q-u-a-t-t-r-o pagine?». «A quest’ultimo. Come ti pare?». «Ci credi se ti dico che ancora non l’ho letto?». BUM!

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Immagine di mio padre che mi caccia di casa. Poche ma intense ore passate a dormire in spiaggia, freddo intenso anche all’inferno. Non una sigaretta e neanche da bere. Vuoto di memoria e poi di nuovo a penetrare con decisione una bambolina vestita di bianco, qualcosa di pizzo ricamato, dentro la cameretta d’infanzia. Gemito piano, genitori e sorella magistrato presenti in casa. Cazzo, le quattro del mattino e fino a mezz’ora prima tenevo tra le mani due grosse pietre di mare lisce come fossero i miei cuscini. Ora tenevo le sue tettine immacolate, calde, da bambina. Sto scopando una bambina nella sua cameretta con i suoi genitori in casa. Merda no! Non va bene. Calma, concentrazione sull’atto della penetrazione. Si, meglio. Sensazione di calore giù nel basso ventre. Va bene ora. Mi sbagliavo. La paura di essere scoperto. Razionalizzavo mentre le succhiavo i capezzoli, con l’avidità di chiunque diciassettenne segaiolo. Succhiavo lentamente come un neonato, succhiavo affamato e mi scopavo mia madre. Quell’immagine incestuosa, confusa, mi riportò sulla terra. Ero io il minorenne in quella dannata stanza. Sua sorella tutto a un tratto divenne innocua come un canarino ammalato in gabbia. «Che è successo, perché piangi?». «Stavo lavando i piatti e uno mi si è rotto tra le mani mentre lo asciugavo. Mi sono tagliata mezza mano! Ora sono in ospedale, i medici mi hanno dato quindici punti. Mi hanno dovuta ricucire anche un pezzo di vena, cazzo!». «Porco dio… merda Iola… mi dispiace». BUM! Maledetta aria romana. Troppo avvelenata per una giovane speranza del sud Italia pronta a scoparsi il mondo intero, anche in senso figurativo. Costretto a letto, nauseato e impasticcato. Le

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tensioni della grande ondata rivoluzionaria, nella primavera delle intelligenze del settantasette non erano tese quanto il mio giovane e vermiglio cazzo calabro. Di nuovo addosso, senza pietà per un malato di provincia. Completamente nudi, completamente sudati. Mani piccole come zampe d’insetto tra le mie palle bagnate e le sue grandi labbra a stimolare ancora, ancora, ancora … Le artiglio il culo con tutta la forza che mi resta addosso e credo proprio che l’effetto analgesico della pasticca dovrà rifarsi vivo più tardi. Non è il caso, non ora. Pozzanghere di sudore sui seni, sul mio petto, sulle nostre facce, dietro le orecchie, ne approfitto per dissetarmi come un rabbioso cane di strada. Maledetta febbre. Chiudo gli occhi e uno stuolo di femministe incallite con addosso le loro cinture di castità mi viene addosso urlante. Scappo via tremante. Grido loro contro: “Sono solo un rimedio, cercate di capire compagne. Calmatevi, porca puttanaccia!!”. Poi riapro gli occhi. «È successa una cosa». «Cosa?». «Non so come dirtelo». «Come hai appena cominciato…». «Ieri ero da sola e Ciriaco Zeccone e venuto a trovarmi». «E chi cazzo è Ciriaco Zeccone?». «Quel ragazzo che abita nell’appartamento di fianco. Lo hai conosciuto quando sei stato su, ricordi? Adora i Pavement, hai capito?». «Quello che somiglia a una giraffa con l’enfisema, si ho capito.” «Stronzo.». «Mi dispiace per lui». «No, tu stronzo». «Aspetterei ancora un po’ per dirlo comunque, è venuto a trovarti e quindi?». «Quindi ero da sola, e sono ancora provata per via della mano. Tu non ci sei e, mi manchi tanto, credimi. Ma sono anche troppo fragi-

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le e vulnerabile in questo periodo e allora, niente, abbiamo parlato un po’ e mi sentivo meglio, capisci? Meno debole». «Supponiamo di si». «Insomma alla fine, una cosa tira l’altra…». «Cosa… tira l’altra? ». «L’abbiamo fatto!». BUM! Immagine di me fermo sulla tromba delle scale, rallento il passo, gradualmente. Senza fretta. Giù c’è Evaristo con la mia erba, 20.000 di pura essenza aspromonatana. Alti valori di THC prossimi nelle urine. Cazzo mi hanno beccato. Guy Debord e gli altri dell’internazionale situazionista a Cosio d’ Arroscia nel m-i-l-l-e-n-o -v-e-c-e-n-t-o-c-i-n-q-u-a-n-t-a-s-e-t-t-e lo sapevano che stavo mentendo. Colpa di quel maledetto libro Guy, comprendimi per dio. Troppo grosso, troppe pagine, troppe parole. Sono troppo magro, guardami. «Ma io sono innamorata un casino di te, lo sai». «Casino in senso di bordello?». «Non fare lo stronzo per un attimo! Non è facile per me specialmente in questa situazione. Sono spaventata, questa mano così, fasciata, per poco non mi giocavo i tendini. Sai che se significa, no? Se non mi riprendo completamente posso dire addio alla carriera in chirurgia. Al solo pensiero tremo, e tu non ci sei». «Calma, rilassati per un secondo, prendi aria e rispondimi: c’è mai stata la remota possibilità che potessi farti consolare dalle tua coinquiline senza il rischio di innescare una selvaggia orgia a quattro, porca puttana?». «Vaffanculo! E, per favore, non dire quella parola, lo sai che non la approvo». «Quale parola, PUTTANA??».

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«Esatto». «Ok scusa. Ce n’è anche un’altra che non approvi se non ricordo male, giusto? Fammi ricordare … ah si: Stronza. Ok lo terrò bene a mente d’ora in poi. STRONZA PUTTANA, bandite». «Stai facendo il bambino, cazzo». «Ehi, non riempirti troppo la bocca con quella parola. Non approvo». BUM! Di nuovo avvinghiati come scimmie dal culo rosa nel tiepido inverno reggino. Gioco in casa ma ho perso la partita da un bel pezzo. Ha vinto la giraffa ma un premio di consolazione non lo si è mai negato a nessuno, fintanto che c’era di che consolarsi. Cazzo di zoo! Secrezioni vaginali, perdite bianche, saliva e sudore e quant’altro possa secernere un dannato corpo umano mi riempiva la bocca, non considerando ancora piscio e merda. La mia lingua è la punta di una freccia avvelenata tra le sue grandi labbra, amare come il secondo posto, acri come la sensazione di completa impossibilità di fronte al “fatto compiuto”. Tento di cambiare il corso del tempo prendendola da dietro, afferrandole quel piccolo culetto sodo da femminista purosangue e pompo dentro, occupandole la fica da buon compagno, in modo del tutto antidemocratico, cercando di riportare le lancette dell’orologio alla parete indietro a ogni colpo, a ogni gemito, a ogni cazzo di sospiro. Il tempo è dalla mia parte. “Questo buco adesso è occupato. W la causa sottoproletaria!” «E’ successo di nuovo…». «Facciamo un rapido calcolo?». «Quattro volte questa settimana». “«’rcoddio». «…».

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«Lo sai,il problema non è tu che scopi con un altro quasi regolarmente durante la settimana a più di seicento chilometri da me dicendo di essere ancora innamorata del sottoscritto». «Cha stai dicendo? Vuoi dirmi che non te ne importa nulla?». «Intendi sul fatto che la nostra coppia non sia più ormai semplicemente “aperta” ma decisamente sfondata?». «Non ti seguo, cazzo». «Ehi! Un po’ di tatto miseria ladra … Anzi, a pensarci, ne hai avuto fin troppo. Lascia perdere». «Senti è già abbastanza difficile per me, potresti almeno evitare di prendermi per il culo?». «Bè … IO… si». «…». «Quello che mi paralizza, in tutta questa faccenda, non è quello che è sotto gli occhi di tutti. Ma un dettaglio, raccapricciante e potenzialmente distruttivo. Per te intendo». «Quale dettaglio, per dio?». «Ti scopi Ciriaco, STRONZA DI UNA PUTTANA!». BUM! Ultimo viaggio a Sud, ultima tappa consolatoria prima di ripartire. La capitale è ancora lontana da questo fetido appartamento di periferia, pieno d’ogni sorta di animali in cattività tra cui due bengalini, un sorcio bianco e un infernale gatto nero. Ma ci siamo anche noi, chiusi nella nostra gabbia buia e ancora sporchi e unti, nudi come vermi sdraiati su quella branda infestata dagli acari. Decisamente i peggiori lì dentro. Il mio cazzo e la sua bocca separati alla nascita finalmente si ritrovano ed è passato troppo tempo per separarli di nuovo. Ma il potere delle nostre volontà scimmiesche, dominate dal sesso e marce di sborra, tra orgasmi continui e sempre più inflazionati, tra capezzoli morsicchiati come chewingum e palle strizzate come spugne gonfie di sudore nulla possono

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contro un solo, piccolo e all’apparenza insignificante nome proprio di persona: CIRIACO. La lama della ghigliottina scende per la seconda volta sul piccolo collo inerme di Olympe de Gouges. Due a zero per Robespierre. CIRIACO, eserciti famelici di maschi sbavanti che impugnano con la destra i loro cazzi e con la sinistra sinistri scudi crociati si fanno avanti cancellando per sempre dalla storia Mary Wallstonecraft, Anna Mozzoni, Sibila Aleramo, Emma Goldman, Betty Friedan con un solo, preciso fendente del cazzo diretto alla gola. CIRIACO, crollano le barricate spagnole sotto tremendi spruzzi spermatici al grido di “Mujeres, chupad la libertad!” CIRIACO, e il due diventa dispari e il tre diventa pari e il maschio diventa uomo e la femmina una puttana cristiana. CIRIACO, e il movimento si immobilizza. CIRIACO, fiamme su anni di conquiste. CIRIACO, la silenziosa messa in scena democratico cristiana. CIRIACO, ne hai avuto abbastanza del cazzo, compagna? CIRIACO, bastardo porco schifoso incula femministe, qualcuno ti ha mai pagato per scopare?

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ZEUS SEDUCE SAMELE di Gianni Cossu (2003)

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AUTOPRODUZIONI APPESE Elenco Pubblicazioni: 00 PAROLE A PESO (NON UNA BUONA IDEA) La raccolta delle esperienze dei Reading “Parole A Peso” è anche la prima pubblicazione di Autoproduzioni Appese. Non una raccolta tematica e nemmeno una summa letteraria che possa far rabbrividire i costruttori di domani che ieri sembrano intenti a dimenticarlo. Piuttosto una diga capace di tenere a bada una totalità di fattori che potrebbero scoppiarvi alle spalle e che potrebbe far annegare le sparute speranze di sprovveduti pericolanti… Poesie e racconti di Autori (la A maiuscola non è un difetto del programma) tra i quali Francesco Villari, Pino Amaddeo, Hasael, Aldo La Serpe, Sergio Branca, Giacomo Giacomazzi, Kaar, Nando Primerano, Antonio Cardia… e molti altri.

01 ALDO LA SERPE: PREGHIERA DEL SUD Cosa può succedere se lo sguardo da attento sul mare diventa vittima delle invasioni visionarie del demone Is? Ricalcitranti profezie di un macrocosmo racchiuse nelle pagine sofferte di un autore capace di toccare senza paura le maledizioni che oscurano il cuore e l’ anima per condividere a colpi di mannaia la personale interpretazione di una realtà in declino. La prima parte della trilogia che in effetti ne è la parte centrale… In attesa di capire cosa l’abbia portato fin qui e dove effettivamente voglia guidarlo.

02 DARIO TIONE: 2003 Ad Ogre la vita trascorre nella certezza di una vita immortale. Giovani praticanti dell’impossibile felicità a comando e tasselli di futuro che incrociano i destini di una presa di coscienza che non può mai dirsi tarda ad arrivare. Lo scontro tra le menti superiori di Rege e Nàdir. La fine programmata al cospetto del Consiglio capace soltanto di formulare domande incoerenti attraverso la voce del Saggio Kaihlon, colonizzatore di concetti ai quali egli stesso fatica a dar credito.

03 PEPPE NOVELLO: CARACOL (Breve viaggio di una lumaca) I tempi scanditi da passi lenti, coscienti e capaci di lasciare una traccia del proprio passaggio. Le dinamiche dell’assurdità di una vita vissuta freneticamente smontate in maniera serena e riconciliante dalla visione lucida della lumaca, simbolo di una sensibilità che gli altri animali sembrano aver smarrito: “L’unica cosa che la rende triste sarebbe morire nell’indifferenza di un gesto incauto”.

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04 PARCO SCENICO: ALICE NEL PAESE DELLA MONDEZZA (Commedia completamente riciclata) Libera rilettura del classico di Lewis Carrol, del quale conserva la struttura fiabesca per riproporre il tema attualissimo della gestione dei rifiuti. In questo testo teatrale, frutto dell’esperienza di Parco Scenico (che vede coinvolti Autoproduzioni Appese ed il C.S.O.A. ”A. Cartella”, già promotore di iniziative di sensibilizzazione in materia) le parti restano inevitabilmente assegnate i padroni intenti a restar padroni mentre tutti gli altri fanno la loro comparsata in un imperante dimostrazione di forza gerarchica. Alice si perde tra le spirali capitalizzate da una Regina di Cuori signora della spazzatura e di un inceneritore che: “valorizza quanto un bikini valorizzerebbe mia nonna!”. I testi sono a cura del C.S.O.A. ”A. Cartella” in collaborazione con la Compagnia dei Folli. Le illustrazioni sono di Davide Casile.

05 EMILIO STRATI: LE FABBRICHE DEI SOGNI Limpidi come provenienti da un risveglio eppure indotti alle considerazioni che nel sonno hanno celato le essenze dell’essere uomo a contatto con l’espressione dell’essere macchina. Senso di disgusto e appetiti che la sala mensa della Dreamco non potrà certo saziare. Faccia a faccia con il non-uomo che ci aspetta appena fuori il cancello dell’Industria-Stato.

06 LUCA “ZIO SKANF” SCANFERLATO: PENSIERI,PAROLE,OPERE E OMISSIONI Stante che le quadrature non sono affare contemplato dal nostro tempo e che sarebbe preferibile approdare in un porto abbandonato ecco le pagine delle omissioni. Pensieri e parole ed opere sono indaffarate tra un vuoto esistenziale ed un peccato veniale. Cuscini tentatori, vite da mosca spezzate e ronzii fragorosi fanno da corollario alla prima raccolta di poesie dello Zio.

07 AUTORI APPESI: PECCATO PER LE ASSUEFAZIONI Per quale motivo pensare alla distrazione e non distrarsi definitivamente? Il pensiero di una quotidiana assuefazione è la linfa che scorre arborea in sostituzione del sangue. Vene iniettate dal pensiero e non più dal cuore. Vene nelle quali scorrono i tratti caratterizzanti di ognuno dei sette vizi capitali. Quattordici episodi scritti dagli Autori Appesi, espressione del Laboratorio letterario Parole a Peso, per InScena Magazine e qui raccolti tutti insieme.

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LO SBRONZO DI RIACE (In Vino Veritas… In Acqua Paritas) "Pensa ad un mondo dove l'utilizzo di beni, comuni quanto vitali, come l'acqua sia soggetto alla catalogazione "Bene di Lusso". Non ci sei andato lontano: alcune politiche mondiali ne stanno concentrando il controllo nelle mani di poche multinazionali. Questo mentre oltre un miliardo di persone non hanno accesso all'acqua potabile e, nel pianeta, si combattono una cinquantina di guerre legate al suo controllo. Di questa follia privatistica è afflitta anche l'Italia." Ecco il perché del fumetto "Lo sbronzo di Riace": una piccola storia di fantasia (ma con tanta, tanta, realtà) che nasce e si sviluppa a Reggio Calabria ma che potrebbe rappresentare ognuna di quelle centinaia di realtà locali che si sono unite nel "Forum dei movimenti per l'acqua", per la difesa di questo diritto umano universale. Un linguaggio semplice e diretto affinché si possa condividere i termini di un problema che è di tutti: adulti e bambini. Un piccolo contributo a questa battaglia, per evitare che l'acqua arrivi a costare più del vino...

08 AUTORI APPESI: ANCHE TU AMI CIRIACO?

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Tutti i libri della collana sono interamente autoprodotti.

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ANCHE TU AMI CIRIACO?  

Ah, l'amore...!

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