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TITOLO: MOSTRA DI CONDOMINIO - SORRY, WE ARE OPEN ARTISTA: FRATELLI CALGARO CURATORE: DANIELE CAPRA, AURORA DI MAURO DATA INIZIO 30.03.2014 DATA FINE 13.04.2014


DOPPIO TESTO Daniele Capra

Ci sono svariati motivi per cui il primo episodio del progetto dei Fratelli Calgaro “Mostra di condominio”, che ho avuto il piacere di co-curare alla Settima Onda con Aurora Di Mauro, è stato per me extraordinario rispetto dalla mia attività professionale. Innanzitutto i miei legami di amicizia e stima con l’artista, al quale sono legato anche professionalmente. Poi per i miei legami di amicizia e stima con la padrona di casa che ha voluto ospitare il progetto, alla quale sono legato anche professionalmente. E poiché sono certo che i miei due compagni di avventura siano legati tra di loro da un sentimento non molto differente da quello che provo io per loro, ci sono i presupposti per dire che il nostro terzetto sia esattamente un ménage à trois intellettuale, caratterizzato dal confronto, dalla sfida, dalla complicità. Poco a che vedere quindi con Jules e Jim. La geometrica triangolarità della nostra relazione, unità alla mia equidistanza dagli altri due vertici, mi mette allora nella strana situazione di essere Arlecchino che si industria ed opera come servitore di due padroni, mettendomi nella condizione di lavorare in una modalità bifida e divergente. Per evitare di cadere nell’amletico dubbio dello sfortunato asino di Buridano (che curiosamente non è argomento del filosofo, ma esempio portato da suoi detrattori contro le sue argomentazioni) ho scelto quindi di realizzare, per la mostra e questa pubblicazione che ora state leggendo, due testi, ciascuno con un profilo stilistico e finalità differenti, senza sbrodolare tra i due corni del dilemma. Il primo sarà quindi scritto da un amico di Aurora, mentre il secondo sarà il testo da curatore dei Fratelli. Ho cercato di rendere entrambi scorrevoli ed utilizzabili anche separatamente, mettendo appunto il mio personale stratagemma per evitare di fare la fine tragicomica del più dubbioso dei quadrupedi.

L’irriverenza degli amici Glielo avevo detto ad Aurora che se mi avesse coinvolto alla Settima Onda avrei cercato di metterla in difficoltà. Non sapevo ancora in quale modo, ma, seppure con il sorriso sulle labbra, accarezzavo l’idea di mettere a soqquadro un po’ del suo ordine da quando ero venuto a conoscenza di questo suo progetto fuori dal comune di casa-non-casa, che è nel contempo dimora, appartamento, spazio espositivo e di pensiero, di cibo, di amicizia, di libri, di vino e di opere: solo la paratassi additiva lo può spiegare. Non che io mi senta cattivo maestro, però mettere in difficoltà – intellettuale, relazionale – le persone è una pratica molto utile poiché serve a non accontentarsi dello status quo, ma permette di capire come sia possibile andare oltre al sentiero tracciato dalle nostre aspettative. Serve a spostare altrove, non necessariamente in avanti, ma anzi talvolta lateralmente o a zigzag,

il centro delle nostre azioni. Il fulcro del nostro agire, il micidiale punto fermo che noi pensiamo non negoziabile, è davvero solo una costruzione delle nostra abitudine. E a me sta cuore premere per andare oltre, anche solo per discutere di quelli che siamo soliti chiamare – retoricamente? – punti fermi. Per dirla tutta non è che Aurora non abbia il piacere di abbandonare/ si al flusso degli eventi; solo che a me interessava, per ragioni programmatiche, fare qualcosa che lei implicitamente non sarebbe stata totalmente d’accordo di fare (so che quando leggerà queste mie parole sarà presa dal desiderio di darmi un sonoro calcio nel didietro, ma so anche che continuerà, ciononostante, a volermi bene). Aurora infatti, era piuttosto contrariata dall’idea di fare una mostra alla Settima Onda, che è anche la sua casa, coinvolgendo i condòmini dello stabile. In seguito all’opera di ristrutturazione

dell’appartamento, avvenuta negli anni scorsi, si infatti è trovata in situazioni di spiacevoli tensioni con un paio di essi. Si sa, le persone problematiche non vedono l’ora di costruire il proprio personale Vietnam su cazzate quotidiane, solo per darsi una ragione per riempire la propria vita. Lei, sfortunatamente, è incappata proprio qui, con vietcong particolarmente testardi che si erano dati da fare per renderle spiacevole la giornata. Benché siano particolarmente attivi, il loro numero è però tale da essere una minoranza, visto che con il resto delle persone i rapporti sono invece cordiali. Ecco il primo grado di difficoltà, quando Beppe (i Fratelli Calgaro) ha proposto di lavorare sul condominio, chiedendo alle persone che qui abitano e lavorano di farsi ritrarre nei propri spazi, è stato quello di accettare l’idea che l’artista interagisse liberamente senza alcuna preclusione di sorta. Aurora, nel tiramolla di date e tempistiche che hanno preceduto la mostra (che ha giovato a tutto il terzetto per mettere a fuoco il contorno dell’operazione) si è trovata così ad accettare la cosa in sé, essendo chiaro che non avrebbe mai chiesto a Beppe di non contattare certe persone a lei non proprio simpatiche. Persone che poi, nemmeno hanno voluto essere parte del gioco, e che banalmente si sono autoeliminate per personale inettitudine, come capita al cattivone Dick Dastardly nei spassosi episodi di Wacky Races. Il secondo passo è stato quello di occuparle la casa, tanto la sera dell’inaugurazione della

mostra quanto nei giorni successivi, con le immagini delle persone del condominio. Persone che le fanno compagnia in sala da pranzo, ma anche vicini che guardano e che lei stessa guarda. Mai come in questo allestimento realizzato dai Fratelli (due larghe fasce di carta fotografica su cui sono disposte alcune delle foto scattate, disposte ritmicamente come le pagini di una rivista) diventa fondamentale la sfera pubblica: mentre si mangia, si legge o si parla al telefono, c’è sempre qualcuno presente. È come se la casa fosse diventata parzialmente trasparente, attivando un gioco di scopofilia individuocollettività. Aurora, quindi ha accettato degli intrusi, anche quando gira in mutande o fa colazione in camicia da notte, un po’ come accadeva nella corte di Versailles in cui la nobiltà guardava il re, anche nei momenti più scabrosi o intimi della giornata. Me la vedo, Aurora, avvolta in abiti di broccato… Se capiterà di lavorare ancora insieme alla Settima Onda mi riprometto che le darò ancora del filo da torcere, magari forando i muri con il trapano o chissà in quale altro modo. Da amico gonadoclasta so invece per certo che quando la mostra sarà disallestita – e le reticenze archiviate, grazie anche al lavoro dei Fratelli – quelle persone alle pareti le mancheranno. Ma anche loro sentiranno la mancanza della vicina di casa della Guizza tanto eccentrica, e che si circonda di amici irriverenti.


Il paesaggio dietro i portoni di ingresso La fotografia ha storicamente ereditato i generi e le classificazioni della pittura, in quanto anch’essa legata a doppio filo all’idea di rappresentazione. Ma se ancora nel Seicento – secolo in cui fioriscono le accademie – si poteva ad esempio teorizzare una differenza di valore tra un soggetto a tema religioso ed una natura morta (agli antipodi nella scala di valore), la pratica quotidiana degli artisti cominciava progressivamente a delinearsi in maniera differente poiché la borghesia e la modernità stavano bussando già alla porta, spingendo nella direzione di un affrancamento dei temi bassi o in qualche modo triviali, popolari, dalla nicchia in cui la tassonomia li aveva collocati. Quando nella seconda metà dell’Ottocento la fotografia diventa di moda in Francia, a Parigi c’è la fila di fronte allo studio di Nadar per farsi fare un ritratto. E non mancano, oltre alla bourgeosie e ai potenti, gli artisti, gli scrittori, gli intellettuali e i musicisti. Da Victor Higo a Liszt, da Baudelaire a Courbet, Dumas, Wagner, Verne, tutti vogliono confrontarsi e farsi immortalare con questo nuovo mezzo. Nadar diverrà così celebre per i suoi ritratti, ma non mancheranno sue incursioni in altri generi, tra cui la fotografia aerea, resa possibile grazie all’utilizzo della mongolfiera, di cui sarà uno dei pionieri contribuendo alla nascita di un nuovo sottogenere nel genere di paesaggio.

Nel frattempo ogni gerarchia di valore tra i generi era andata scomparendo, e si era assistito alla liberazione degli artisti dal giogo – più o meno stretto – della committenza. È però solo nella liquidità post-postmoderna in cui viviamo (che ha continuamente mescolato tutto quello che c’era, e forse anche quello che non c’era) che è immaginabile che i generi possano non solo ibridarsi ma scambiarsi le funzioni, rendendo cioè il soggetto qualcosa di altro, prodotto e realizzato per finalità differenti da quelli apparentemente dichiarate dal punto di vista visivo e concettuale. È il caso delle foto dei Fratelli Calgaro Mostra di condominio, un’inedita indagine sulla vita quotidiana e sulle relazioni interpersonali tra gli abitanti di una delle zone a ridosso del centro di Padova – il quartiere Guizza – alla ricerca dell’umanità nascosta nei gesti quotidiani, nelle pieghe delle abitudini. La quasi totalità delle foto è costituita da ritratti, sia nella classica posa frontale che in situazioni più articolate e meno canoniche. Sono volti e corpi di persone colti nei luoghi di lavoro e di intimità, nelle proprie case, nelle proprie cucine, in spazi in cui provenienza, cultura, censo, gusti sono visibili oltre le aspettative di una visione standardizzata di un mondo piatto e da salotto Ikea: emerge quindi lampante come sia approssimativa la vulgata secondo la quale le persone vivano nelle città appiattite

sul presente e senza storia. Risulta vero l’esatto contrario, e viene da pensare che la nostra visione approssimativa nasca dal fatto di essere sempre più frequentemente noi stessi vittime delle strategie messe a punto della società dei consumi, la cui perseveranza assillante sembra averci fatto dimenticare le nostre evidenti differenze. Il progetto “Mostra di condominio” si caratterizza, per metodologia e per acutezza, quale un’analisi di carattere paesaggistico, dove “paesaggio” è da intendersi come la eterogenea sommatoria degli elementi che circondano l’essere umano (di ordine naturale, antropico, urbanistico, ecc.), anche se la complessità è ricondotta alla medesima variabile umana. Le immagini dei Fratelli Calgaro sono in buona sostanza dei ritratti bastardi, meticci, che per l’osservatore diventano un paesaggio per riflessione, non esaminato quindi per osservazione diretta, ma filtrato dallo sguardo del fotografo: quei ritratti sono cioè l’immagine di tutto il contenuto del quartiere, e lo rappresentano in quanto intervalli/campioni di rilievo di esso. Lo sguardo esterno dei Fratelli consente infatti una lettura di quel paesaggio, al di là del fatto che, oltre dallo spettatore, sia percepito e riconosciuto come tale da coloro stessi che lo abitano. Le relazioni instaurate o il lavoro svolto dall’artista con le persone nelle loro case

e nei loro uffici sono in buona sostanza degli interventi relazionali che devono essere letti come operazioni di analisi e di miglioramento del paesaggio. La mostra finale ospitata presso la Settima Onda (un appartamento relazionale sito nel quartiere Guizza abitato da Aurora Di Mauro, una comune amica museologa) è infatti stata un’occasione per permettere alle persone ritratte di vedersi, (ri)conoscersi ed innescare delle relazioni, andando oltre le porte chiuse delle proprie case. È un modo laterale, divergente, per modificare il paesaggio, attraverso delle micro-azioni che possono innescare modificazioni visibili, parole, o anche il semplice fatto di far sì che due vicini si conoscano e si salutino. Come si crea la popolazione di un quartiere? Come vivono le persone che lo abitano, tra presenze stanziali di lunga durata e nuova immigrazione? Quali sono le relazioni interpersonali tra i cittadini? Come si dipana la quotidianità della vita nei bar, dal giornalaio, al supermercato o alla fermata del tram? In un quartiere periferico di una città del Nordest, è inaspettatamente il ritratto a svelarcelo.

FR.LLI CALGARO SORRY, WE ARE OPEN


RIFONDARE ITACA Aurora Di Mauro

“Abitare una camera, cos’è? Abitare un luogo, è appropriarsene? Cos’è appropriarsi di un luogo? A partire da quando un luogo diventa veramente vostro? E’ quando si sono messe a mollo le proprie tre paia di calzini in una bacinella di plastica rosa? E’ quando ci si è riscaldati degli spaghetti sopra un fornellino a gas? E’ quando si sono utilizzate tutte le grucce scompagnate dell’armadio? E’ quando si è attaccata con le puntine al muro una vecchia cartolina che rappresenta il Sogno di Sant’Orsola del Carpaccio? E’ quando si sono provate le angosce dell’attesa o l’esaltazione della passione, o i tormenti del mal di denti? E’ quando si sono messe delle tende sulle finestre a loro misura, e si è attaccata la carta da parati, e levigato il parquet?” Abito in via Pindemonte dal maggio 1995, ma vivo a Padova dal 1984. Prima di arrivare ad abitare in questo quartiere ne conoscevo appena l’esistenza per me fatta solo di un nome: Guizza. Non c’ero mai stata, non avevo mai avuto occasione o necessità di andarci, non avevo amici che vi abitassero. Non sapevo nemmeno in quale parte della città si collocasse. Era un altrove. Un lontano vago nella mia geografia della città. Le domande di Georges Perec (Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Torino 1989) ho cominciato a pormele a trent’anni dal mio arrivo a Padova (prima, per il lavoro di mio padre, avevo vissuto con la famiglia in più di una decina di città, dal Friuli alla Puglia). Oggi mi trovo a riflettere sul senso del radicamento in un luogo, che non è il luogo di nascita né quello di famiglia o degli studi, ma piuttosto di una parte importante nella cronologia della mia vita. E’ una riflessione che ha avuto bisogno di molto tempo per manifestarsi, e oggi riesce finalmente ad emergere grazie ad alcuni accadimenti che si sono, sottotraccia e casualmente, agganciati ad un interesse mai sopito per l’urbanistica, per l’architettura e per l’antropologia dell’abitare. Per questo, quando nel 2011 ho sentito l’esigenza di metter mano all’appartamento in cui ero andata a vivere più di un decennio prima, il cantiere ha assunto subito un profilo non usuale: si sarebbe ristrutturato non solo uno spazio abitativo, ma anche una vita. Venivo da un’erosione dell’anima causata da logorii sentimentali e professionali, iniziati nel 2009. Da quel buio emotivo, sentivo che potevo

uscire solo se mi fossi incamminata verso una vita da riscrivere. Dovevo tornare a me, all’Itaca da cui ero partita. Ero, dunque, alla ricerca di una rifondazione. Prima di tutto di radici. Prima di arrivare all’inizio ufficiale dei lavori (luglio 2011), ci son stati con gli architetti che hanno seguito la direzione dei lavori numerosi incontri. Ho immaginato tante volte insieme a loro come avrei voluto vivere i prossimi trent’anni a Padova. Di una cosa ero sicura: per me, che dal 1999 faccio la pendolare tra Padova e Venezia consumando almeno 12 ore del mio tempo di vita quotidiana tra treno e ufficio, sarebbe stato tombale sentire la casa come una scatola dove chiudersi dopo essere stata rinchiusa nella scatola lavorativa, obnubilando pensieri ed emozioni davanti ad un’altra scatola, quella televisiva. Volevo uno spazio che fosse come io mi sento di essere: una persona che crede nella libertà quale valore principale e quale orizzonte di senso, amante delle arti, fiduciosa nelle relazioni umane intese quale forza autentica del nostro muoverci nel mondo. Ero alla ricerca di un orientamento. E’ nato così il progetto Settima Onda, che poi sono io stessa. Non è un’associazione o quant’altro di giuridicamente identificabile; ma è solo una casa, un appartamento per essere precisi, che è stata battezzata così da me perché nella memoria di ragazza era da tempo rimasta impressa la scena cinematografica del galeotto Papillon che fugge dall’isola del Diavolo dopo aver studiato pazientemente le onde intorno ed aver scoperto la settima onda, l’unica che non si infrangeva contro la scogliera ingoiando ogni tentativo di fuga.


Una casa privata, sentita, e fatta sentire, come uno spazio pubblico ovvero un appartamento relazionale in cui l’incrocio di idee, di sentimenti, di sapori, pensieri ma anche di riposanti silenzi si fa incontro di amici. Nulla è cambiato rispetto a prima, a quando egualmente aprivo questa stessa casa agli amici per cene e conversazioni. E nulla di originale rispetto a quello che fanno di solito le persone scegliendo di accogliere in casa amici per un aperitivo o una cena, siano essi informali o meno. E’ solo diverso il fatto che quegli aperitivi e quelle cene fanno parte di piccoli “eventi” (non amo per nulla questa parola, ma non trovo un sinonimo migliore) che io organizzo in casa. Nulla di commerciale, nulla di illegale, nulla di irrispettoso del luogo in cui esiste l’appartamento ovvero un palazzo con le sue regole condominiali. Luogo della frequentazione, un appartamento di poco meno centro metri quadri di un anonimo (almeno esternamente) palazzo anni Settanta della prima periferia della citta è diventato

così uno spazio in cui, per appropriarmene, ho attaccato qualcosa di più di “una vecchia cartolina che rappresenta il Sogno di Sant’Orsola del Carpaccio”: le opere di amici artisti che, in modo permanente, hanno dato un volto speciale alla casa. Quale può essere il senso di questa operazione? Ce ne possono essere più di uno. Il primo, il primigenio, è stato quello di poter realizzare, a mio modo, un processo di decrescita felice: svuotare il conto in banca e materializzare quel denaro che dormiva e si erodeva con le altalene della Borsa e convertirlo in benessere per me tramite uno spazio abitativo rinnovato. Un benessere che avrei voluto condividere, non pensavo ancora come, con gli abitanti del palazzo. Ma i lavori (finiti nel febbraio 2012) hanno urtato la ‘sensibilità’ di alcuni di loro animando un’atmosfera di tensione che purtroppo, con mio dispiacere, continua ancora oggi. Anche qui nulla di nuovo o di diverso rispetto a situazioni che si vivono in altri condominii,

siano palazzi di periferia o del centro storico. Dal settembre 2012 Settima Onda è riuscita lo stesso ad aprire più volte la sua porta per una mostra fotografica, per uno spettacolo teatrale, per una degustazione di formaggi e di vini… Incontri ristretti (non più di una ventina di persone) per amici stretti (con nuove conoscenze portate da quegli amici) in tempi ristretti (sia perché siamo in tempi di ristrettezze economiche sia perché il tempo dato per questi incontri è ristretto nelle regole condominiali, per cui mai oltre le ore 22). Non a caso ho voluto chiamare questi incontri “Le Ristrette”. A due anni dalla fine del cantiere ho accolto, non senza qualche titubanza emotiva, la proposta di Beppe Calgaro, artista fotografo, e di Daniele Capra, curatore indipendente, di realizzare una mostra condominiale ovvero una sorta di reportage sulla vita degli abitanti di questo palazzo. Quell’attributo, “condominiale”, lo sentivo collegabile solo alle parole “assemblea” e “regolamento”, espressioni che mi evocavano comunque situazioni soffocanti. Ci son stati numerosi incontri, numerose cene per parlare tra noi tre di questa idea di mostra, che è interessante per chi si occupa di arte relazionale ma che risulta difficile da attuare perché c’è uno sconosciuto che chiede di entrare nelle case per una motivazione ‘futile’: fotografare chi abita in quegli appartamenti. Difficile perché c’è un muro di diffidenza da superare, che è quello che fa serrare le porte e ogni desiderio di qualsivoglia condivisione che non sia interessata. Sembra quasi che il buio in cui affoga questa strada di periferia al calare della sera sia percepito come un’aura protettiva, da non squarciare con il taglio di luce di una porta aperta sul pianerottolo. Oggi, a conclusione di questo viaggio iniziato il 1° marzo 2014 ovvero quando Beppe ha infilato nelle cassette della posta degli abitanti del condominio Nucleo Giardino la lettera con cui presentava il progetto e se stesso, devo ringraziare i miei amici che mi hanno invitata, quasi costretta, a ospitare questa mostra. Non tutti i condomini hanno aperto la porta delle loro case, ma molte persone che abitano e lavorano intorno all’edificio sono entrate a far parte del progetto. Non potevo sapere che reazione avrebbero avuto i condomini nei miei confronti, ‘rea’

di aver promosso questo ‘disturbo’ alla loro quiete. So solo che, seguendo Beppe nel suo muoversi da ‘straniero’ (lui che viene da un’altra città) nel mio quartiere, ho scoperto luoghi e persone a cui prima d’ora non avevo prestato attenzione. Anche la mia mente, evidentemente, aspettava di aprirsi ancora. Con le puntine da disegno son state appese nella sala-crossing della Settima Onda due grandi strisce in cui Beppe ha collocato alcune delle molte fotografie che in tutto il mese di marzo ha realizzato, stazionando ore e ore tra strade, bar, case e cucendo le giornate di attese e di scatti. Per me, storica dell’arte medievista, la visione nella sala della Settima Onda di quell’impaginato così regolare ha evocato subito le ‘historiae’ con cui artisti del Trecento hanno raccontato la vita di santi, di eroi civili, di condottieri. Architetture visive in cui la gente comune è sempre ai margini, un contorno, un agglomerato di corpi, comparse per riempire gli spazi. Agli abitanti del quartiere che hanno partecipato al progetto “Sorry, we are open” Beppe Calgaro, in arte Fratelli Calgaro, ha invece assegnato un ruolo protagonista facendoli diventare soggetti di una storia comune che si chiama “abitare e lavorare alla Guizza”. E’ la storia di un paesaggio umano, fatto di volti e di interni di case, che altrimenti non avremmo conosciuto. L’aver, inoltre, inserito questa mostra all’interno della manifestazione Padova Fotografia Festival, promossa dall’associazione Sabspace, ha consentito di ‘esportare’ la conoscenza di questi volti e di questi interni domestici fuori dai confini del quartiere creando un ponte ideale con il centro storico, dove erano dislocate le diverse sedi della rassegna. E ancora: il bell’articolo che Silvia Gorgi ha dedicato alla Settima Onda corredato di immagini della mostra ha ampliato la notizia a livello regionale comparendo sulla pagina culturale de Il Mattino di Padova, de La Nuova Venezia e de La Tribuna di Treviso. Alla chiusura di questa mostra resterà un album in cui saranno raccolte le fotografie scattate dalla Fratelli e che sarà conservato in Settima Onda. Un classico album di famiglia, la cui composizione diventa l’azione performativa finale con cui vengono offerte al mio appartamento e alla mia vita le nuove radici su cui fondare il ritorno ad Itaca, a casa.


La signora della porta accanto, l’inquilino del terzo piano, ma anche la casa dove vive Babette: alla fine poco sappiamo dei nostri vicini. Qualcuno ci ha aperto. Così nasce “Mostra di condominio. Sorry we are open”

Qualcuno ci ha aperto.


La Wanda e la pipì del cane.

Wanda quando aveva 20 anni lavorava in una casa di moda, una di quelle un po’ esclusive, insomma una di quelle che conoscono i clienti per nome e cognome. Ogni tanto controllava i cartamodelli e provava gli abiti, ma come “mannequin” non come modella, ci tiene a precisare... Wanda mi ha aperto la porta e abbiamo giocato un pomeriggio di marzo con le sue borse e i suoi foulards. Stasera vedrò Wanda e tutti gli altri di via Pindemonte a chiudere questo progetto dove mi sono posto degli obiettivi minimi ma raggiungibili: cercare di diminuire le distanze tra i “vicini” di casa e tentare di far condividere un’esperienza che andasse al di là dei panni stesi dove non si può, del cane che fa la pipì ovunque.


Non credo all’arte globale, come non credo che, pur vivendo nella globalizzazione post produttiva, un big Mac mangiato a Praga abbia lo stesso sapore di un big Mac della downtown di Nashville. Da sempre la Fratelli cerca di parlare una lingua diversa, fatta di storie quotidiane, di persone ma soprattutto, visto che poi non siamo tutti uguali, di tanti eroi locali. Con “Mostra di condominio. Sorry we are open” ho voluto mantenere questa visione ma con un obiettivo minimo e raggiungibile: diminuire la distanza tra i “vicini di casa”. Una mostra/condivisione di chi vive in un condominio e si conosce solo per cognome.

Non credo nell’arte globale.


La fratelli Calgaro ha da sempre trovato nel “locale” il suo set e i suoi eroi. In un condominio alla domenica mattina ci si chiede chi stia cucinando il curry già alle 10, perchè la ragazzina del secondo piano non suona più il pianoforte, perchè abitiamo nella stessa casa ma non ci conosciamo e comunichiamo solo con zerbini personalizzati.

Vivere in città, vivere insieme.


Mi piace quando una mostra diventa occasione per fare due chiacchere sui tetti della città e magari parlare delle melanze sott’olio. Come direbbe A.Warhol: “anche un artista può affettare un salame!”

Anche un artista può mangiare il salame.


LE POETICHE DELLA AURORA

OVVERO WUNDERKAMMER AD USO CONDOMINIALE

Vincenzo Padiglione | Sapienza Università di Roma 1. Sono venuto a conoscenza del progetto visionario di Aurora durante un viaggio in treno, un ritorno di sera piacevolmente lento da Malo a Padova. Me ne accennò con la prudenza scaramentica che è giusto riservare a iniziative audaci e bizzarre forse sentendosi autorizzata da una giornata passata ad incontrare personaggi eccentrici in luoghi curiosi. Eravamo andati a parlare dentro un museo privato, La Casabianca, che in verità tradiva la sua missione locale per aprirsi al contemporaneo, per vantare una delle collezioni più importanti di grafica artistica. E lì si era materializzato lo spiritello del luogo, Giobatta Meneguzzo, l’artefice della collezione. Con folate di memoria sognante ci aveva mostrato le opere di una vita, impronte a stampa lasciate da tanti artisti, e da lui esposte in una quadreria stravagante. Le opere erano collocate a parete per comporre un sorta di albero: alla base a mo’ di radici sostava una solida cassapanca, via via salendo cornici accostate l’una a l’altra formavano rami che in alto si facevano più radi e al centro più densi. Una tensione metamorfica che

forzava l’angusta geometria degli spazi e degli artefatti, una intentio barocca che tutto trasfigurava inventando nuovi paesaggi, una implicita rivendicazione di narcisismo autoriale anche per il collezionista, non solo per l’artista. Mi ritornano quei ricordi, quelle immagini discusse insieme con Aurora, ora che il suo sogno si è realizzato, ed è giusto riconoscerle meriti provando ad interrogare da amico antropologo il senso del luogo da lei denominato Settima Onda. Non senza azzardo mi sembra di poter cogliere nei discorsi come nelle pratiche di Aurora e dei suoi amici, nelle intenzionalità ravvisabili come contenuti e come linguaggi, tre poetiche distinte e convergenti. La prima, etico politica, ha per centro un’idea di risarcimento, di riappropriazione. La seconda, etnografica, porta nel cuore la figura dello straniero interno e ne perlustra le potenzialità espressive e conoscitive. La terza, ludica, esplora le risorse inedite di un’arte ospitale, dello stare in modo nuovo insieme, del convivere provando a fare almeno un po’ comunità.

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2. Vorrei subito sbarazzarmi da un equivoco. Evitare che si consideri banalmente un abbellimento la speciale messa in valore che Aurora ha compiuto sulla sua abitazione privata chiedendo l’intervento di artisti e curatori. Se così fosse non ci sarebbe niente di nuovo rispetto al consumo vistoso di élite borghesi. Niente di originale rispetto alle avanguardie artistiche che agli inizi del secolo scorso attuavano il progetto di far diventare la vita un’opera d’arte e nel contempo predicavano che l’arte poteva essere qualsiasi cosa. Niente neppure di ascrivibile a quel processo di estetizzazione della vita quotidiana che nel presente erotizza le forme dell’inorganco, diffonde appeal nella sfera del consumo, trasforma gli abiti griffati che indossiamo in merci dotate di valore aggiunto artistico: un’“allucinazione estetica della realtà” così la chiamava Baudrillard (1986) dovuta all’incontro dei desideri con le immagini affascinanti e di simulazione della pubblicità all’interno dell’orizzonte mediatico del post-industriale. No, dobbiamo prendere le distanze da queste estetizzazioni da consumer culture per guadagnare un’interpretazione più pertinente. Nella casa di Aurora, forse proprio perché fatalmente ristretta (e questo termine ritorna spesso come ironico limite nei suoi discorsi quando chiama ristrette le riunioni con gli amici artisti), si respira smania di libertà, si consuma un afflato di riappropriazione di ciò che la vita quotidiana va espropriando, anche attraverso le logiche del consumo e del vivere urbano. Aurora nelle sue note introduttive segnala all’origine della sua

scelta un’ “erosione dell’anima”, un “buio emotivo” da oltrepassare spingendosi alla “ricerca di una rifondazione. Prima di tutto di radici”. Un intervento su se stessa di psicologia esterna, non mentalista ma fabbrile: ristrutturando lo spazio abitativo agisce sulla sua vita, rifonda Itaca, come titola la sua presentazione. In tal modo Aurora si inscrive nel dibattito antropologico e filosofico del Novecento che riconosce nell’intimo, dinamico, circolare rapporto tra costruire ed abitare “l’atto stesso con il quale l’uomo sta al mondo, ...l’atto con il quale fonda uno spazio, altrimenti indistinto e indefinito, ne prende cura e trasforma questo spazio nel luogo in cui riconosce il proprio esserci: il proprio rifugio, la città, la strada, la stanza, il proprio mondo e se stesso nel mondo (Sobrero 2010). Mi sembrerebbe evidente allora che la speciale messa in valore della casa non sia semplicemente il gesto di farla bella ma di recuperare in extremis una patria culturale gravemente lesionata, di restaurare un tessuto connettivo lacerato, di sanare, ricreare un orizzonte elettivo da condividere. Non fare della abitazione una “scatola dove rinchiudersi” ma realizzare un luogo grazie al quale aprirsi, un abitare che sia nello stesso tempo modalità per immaginare, conquistare lo spazio della libertà. Qui ci viene in aiuto Anna Arendt che fa del dialogo con il diverso il fulcro dell’abitare e della polis come il luogo della politica. Ecco che la poetica del risarcimento di Settima Onda è innanzitutto di natura politica: perseguire con mezzi artistici “una liberazione da una visione cupa di una via di periferia”, come scrive Aurora.

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3. Chiamo etnografica un’ulteriore poetica ravvisabile nella Settima Onda, in omaggio ad una valenza espressiva mai svincolata dal gusto del documentare mondi locali, fatalmente acerbi. E vi colgo conferme anche nella identità rappresentata e messa in gioco da Aurora e da alcuni sui amici artistici (I Fratelli Calgaro, in particolare): “il muoversi da straniero”, - da straniero interno preciserei per evocare Simmel- di chi cioè si avverte non solo estraneo, marginale, costretto a superare diffidenze, ma al tempo stesso a suo modo intimo e attratto da quel mondo che fatalmente lo esclude. E’ una condizione di diversità che la contemporaneità ha reso assai generale ma che solo in alcune figure (l’artista e l’etnografo) si emancipa dal dolore per farsi postura espressiva e/o riflessiva. Lo straniero interno può trarre vantaggio da questo lacerante stato sociale e dell’anima trasformandolo in un grimaldello per forzare la creatività culturale: slargare la conoscenza defamiliarizzando

l’esperienza, ibridare linguaggi applicandoli ad inediti contenuti. L’etnografia per Geertz è un tradurre una cultura nelle categorie di una altra. Un rendere familiare lo straniero e straniero il familiare. Ne può nascere uno smottamento del senso comune, una messa a problema di modi domestici del vivere e del vedere. Modi / mondi conchiusi e saturi che l’arrivo dello straniero può talvolta destabilizza offrendo alla cultura locale una nuova chance di vita. E’ stato il caso del ruolo giocato dagli stranieri del Gran Tour nella nascita del patrimonio culturale italiano: scoprendo, talvolta, depredando, hanno stimolato noi nativi a riconoscere e salvaguardare risorse che prima non percepivano come tali. Ora se se questa irrequietezza creativa la ricollochiamo nella scena pertinente dell’abitare si rende necessario, sebbene inquietante, convocare un noto aforisma: “Fa parte della mia fortuna”, scriveva Nietzsche

nella Gaia scienza, “non possedere una casa”. E oggi si dovrebbe aggiungere, fa parte della morale – scrive Adorno - non sentirsi mai a casa propria (1951). Adorno scrive a ridosso della tragedia della guerra, da ebreo costretto ad emigrare negli Stati Uniti, e dunque di chi la condizione di straniero interno la aveva ormai incorporata stabilmente e ne aveva fatto lo stimolo per dispiegare una teoria critica della società e della cultura. A questa postura da straniero interno indotta da una situazione di disagio e costrizione Aurora sembra riferirsi con la sua impresa evocando nella denominazione della casa, Settima Onda, un complemento del desiderio di libertà. Se con attenzione osserviamo il Papillon preso a modello da Aurora vi scorgiamo la competenza di sapere leggere l’ambiente locale, il moto delle onde, e solo grazie a questa intelligenza contestuale si salverà. La stessa abilità etnografica, lo stesso umore riflessivo misto ad uno “strano divertimento”, dimostra nel bel mezzo della incombente tragedia il marinaio del racconto di Edgar Allan Poe. Preso nel vortice del Maelstrom ne analizzava con distacco gli effetti sui relitti che vi galleggiavano così che, pensandosi lucidamente oggetto tra gli oggetti, poteva meglio cooperare all’azione del gorgo e coltivare la ragionevole speranza di sopravvivere. Metafora dell’esperienza novecentesca, segnalata precocemente da Marshall McLuhan (1951), la discesa nel Maelstrom invita ad accettare sino in fondo eterogeneità e disarmonie per predisporsi ad assumere, appunto, una postura etnografica: quella flessibile, ad un tempo sintonica e comparativa, partecipazione ad un contesto che è cresciuto in estraneità e instabilità, ad un destino comune di sradicamento. Etnografia, dunque, come esperienza non confinata in una disciplina né all’interno dell’accademia, ma come una condizione generalizzata che suggerisce una maniera per fare i conti, per convivere, per elaborazione la perdita di centro e di autenticità. O, per usare le parole di James Clifford che ne coglie significativi esempi anche in pratiche artistiche, poetiche e museografiche “uno stato consistente nell’essere dentro la cultura mentre si guarda ad essa dall’esterno, una forma di automodellamento personale e collettivo” (Clifford 1988).

4. Infine la terza poetica si coglie nell’aura ludica che tutto travolge e tutto alleggerisce, nel fare pur serio di Aurora e dei suoi amici. Già semplicemente il contenitore artistico sui generis, l’invito a considerare luogo pubblico una abitazione privata, suggeriscono di osservare di obliquo ciò che avviene lì dentro, di lasciarsi sorprendere arreso al piacere del gioco. La finzione vera, il “come se”, rende ironico ogni intervento, colloca tra virgolette ogni parola ed ogni opera. Non certo per sminuirne la forza espressiva, quanto semmai per caricarla di contemporaneità riflessiva, di sintonia con uno spirito del tempo che rifugge un’arte compiaciuta e pacificata. Ed è proprio alla visione dell’arte fuori di sé, per citare la bella immagine programmatica del caro Paolo Rosa, che mi sembra giusto accostare le iniziative della Settima Onda. Non solo perché in nulla occhieggiano il main stream o avvertono di soffrirne l’esclusione. Piuttosto perché la loro ricerca predilige luoghi inediti e marginali e sopratutto favorisce una fruizione che già per le condizioni prossemiche attiva incontri e dialoghi ravvicinati, rende protagonista il visitatore, ora anche un condominio, ovvero chi è usualmente espropriato di agency nel mondo dell’arte. La poetica di Aurora – o meglio dell’Aurora in quando si coglie in questo caso tensione aurorale, attesa profetica - propone una variante originale dell’arte relazionale, che chiamerei ospitale, poiché colloca il dono, l’invito, a fondamento e principio di ogni incipit creativo, istituisce una depense iniziale che sfida tutti noi a dare il meglio, a ricambiare in qualche modo assecondando gli obblighi della reciprocità, vero motore del vivere associato. Così macchina ludica, ricerca espressiva e maniere ospitali diventano gli ingredienti del costruire quasi da zero un senso di comunità, per lasciare immaginare che proprio la marginalità subita offra a spazi urbani una fattiva promessa di cambiamento.


Ho scelto un condominio di Padova per il progetto “Mostra di condominio. Sorry we are open” Un racconto di persone e di relazioni in un quartiere che non è centro e non è periferia, piccole storie che non trovano posto nella memoria di Google.

Ho scelto.


foto Franco Tanel

PRATICA5000,

cantiere espositivo. Fratelli Calgaro è lo pseudonimo con il quale, dal 2003, Beppe Calgaro, laureato in filosofia all’Università di Venezia con una tesi sull’estetica di Walter Benjamin, firma il suo lavoro artistico. Al centro dei video e delle fotografie dei Fratelli Calgaro c’è una ricerca che spinge l’immagine verso ossimori visivi partendo sempre dalla realtà dei luoghi o delle persone, privilegiandone una visione laterale.

GRAZIE A: Tutte le persone che hanno aperto la porta delle loro case e dei loro negozi per lasciarsi fotografare. Massimo Nalesso e Andrea Rinaldi, amici sui quali si può sempre contare per un aiuto all’ultimo minuto. La direzione di Padova Fotografia Festival e le sue stagiste. Le tante persone che sono intervenute alla inaugurazione della mostra. Tutti coloro che seguono Settima Onda e la sostengono con il loro affetto. E c’è ancora spazio per ricordare...

Un’idea, un progetto, discussioni, sopralluoghi, incidenti di percorso, revisioni di budget, cambi di opinioni in corsa, modifiche di progetto, incertezze, paure, rabbia, entusiasmo, abbandoni improvvisi di compagni di viaggio, nuovi avventurieri, persone che lavorano gomito a gomito, e poi il prodotto finale, mai finito, sempre perfettibile. E’ lo spirito di cantiere – quello stesso che ha portato alla nascita di Settima Onda e della nuova vita di chi la abita – ciò che guida il senso del contenitore di idee che diventano mostre chiamato “Pratica5000”, come il fascicolo di denuncia di inizio di attività depositato nel Comune di Padova per l’avvio dei lavori di ristrutturazione dell’appartamento al quinto piano di via I. Pindemonte n. 4 a Padova seguiti tra il 2011 e il 2012 da Edoardo Gamba e Davide Pesavento dello studio associato “duebarradue” di Dolo (VE). Il cantiere, con tutte le sue complessità ma anche con tutte le sue risorse emotive, è rimasto un’esperienza indimenticabile – e

PROGETTO GRAFICO

GIULIA BROLESE.com

quasi un passaggio iniziatico necessario – per la crescita del progetto di vita “Settima Onda”. Indipendente, libera, aperta nel cuore e nella mente, anima in viaggio nella vita propria e in quelle altrui, curiosa, intollerante alle convenzioni, Settima Onda è una persona e un luogo insieme. Le relazioni autentiche sono la sua unica ricchezza, che ama condividere con gli amici convinta che i rapporti umani sinceri possono cambiare il mondo e s-muovere in modo etico l’economia di base nel campo delle arti. Con questo approccio alla vita, la ristrutturazione di un appartamento privato è diventata occasione per aprire in modo diverso la porta di casa agli amici, agli artisti che vogliono incontrare altri artisti e curiosi dell’arte, condividendo idee, passioni, pensieri cupi, dubbi, ragioni di allegria e sguardi al futuro parlando di progetti e di se stessi, e gustando buoni vini e cibi biologici vegetariani. Ristretti incontri con ristretti amici in tempi ristretti.


Via I. Pindemonte n. 4 路 Padova

catalogo_SorryWeAreOpen_FratelliCalgaro2014  

Seconda esposizione autoprodotta da Settima Onda per il contenitore espositivo Pratica5000. Mostra delle fotografie realizzate dalla Fratell...

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