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IL PARCO romanzo di Augusto Fornasier

1994 “Avevo creduto che il desiderio fosse qualcosa di più chiaro e definito, senza neanche lontanamente immaginare che, per poter desiderare, era indispensabile sapersi abbandonare ai sogni.” da “Il Padiglione d’oro” di Yukio Mishima

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INTRODUZIONE

Non saprei dire quali siano stati i precedenti del mio racconto. Ricordo che fu una sera, quando mi balenò in testa l’idea di scrivere una storia. Non saprei raccontarlo diversamente. Lo straordinario è che subito dopo aver deciso di scriverla l’avevo già in testa, con i luoghi, i personaggi, lo sviluppo del racconto, perfino l’epilogo. Qualcuno potrebbe dire che l’ho sognata per intero, ma di questo sogno non ne ho il minimo ricordo. Ho avuto lungamente fra le mani il manoscritto del racconto, era mia intenzione farlo durare di più perché potesse accompagnarmi per diversi anni, invece non sono riuscito a trattenerlo che per poco tempo. Mi è sfuggito dalle mani per avere una vita autonoma. I soggetti di questo racconto sono tre. Il sottoscritto che scrive ed ogni tanto, nonostante si sia frenato il possibile per non commentare quanto scrive, lancia qualche avvertimento e fa capolino tra le righe.

C’è il

proprietario di una casa confortevole piena di oggetti raffinati che testimoniano il suo buongusto, ha un giardino ben curato, ed ha l’abitudine di frequentare un grande Parco poco distante da dove abita. Ci va per dipingere acquarelli, una passione che coltiva da anni, e poi perché quel Parco gli suscita nella memoria dei ricordi lontani nel tempo. Infine c’è un uomo che ha l’abitudine di scrivere come me; ha un grosso quaderno nero - in effetti ne ha molti altri e non solo neri - su cui scrive dei suoi innumerevoli e problematici sogni, e non solo di quelli. Il secondo soggetto, quello dai gusti raffinati, è tutto preso dalla sua persona, gli altri per lui non esistono. Ha paura di loro perché teme che possano distruggergli la tana che si è costruita. Vive costantemente nel 3


passato, vive di ricordi e solo raramente scivola nel presente. Quando lo fa, ne esce sempre turbato, ma ogni volta è forte la tentazione di sperimentarlo nuovamente. Il terzo soggetto, l’uomo del diario e dei sogni, è il più problematico dei tre. È quello che, in definitiva, vive solo di notte, cioè quando sogna. Per lui esiste solo il presente, un presente virtuale che è parallelo all’altro. Ha dei sogni che trascrive giorno per giorno. Spesso le immagini di quei sogni provengono dal passato, ma è nel momento presente che li cuce e li mette assieme. Per lui il futuro non esiste, anzi non ha proprio senso. Il primo soggetto, il sottoscritto, ha scelto di non descriversi; lo potrà mai davvero? Comunque ha orrore del futuro, teme il passato perché gli procura sofferenze continue e dunque vive solo al presente. Un presente, come dire, ipotecato. Inutile dire che tutti e tre interagiscono tra loro. Il secondo influenza il terzo, il terzo suggestiona terribilmente il secondo, ed io, il primo, li subisco entrambi.

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Cap.1

Ho ritagliato la fotografia rendendola lunga e stretta. Le ho costruito sopra un passe-partout di cartoncino grigio, un particolare tono di grigio che ha qualche tocco di verde nella sua composizione. Tra la foto ed il cartoncino ne ho interposto un altro bianco di cui si vede solo una strisciolina che circonda la foto. L’ho ritagliato ed incollato con molta cura ed il risultato è stato soddisfacente. La fotografia di una giovane donna che tiene per mano un bambino. È così che la volevo: stretta da un passe-partout ed inserita in una cornice di metallo che conserva ancora qualche traccia di doratura. La cornice è tutto un intreccio di volute a cui sono avviluppati dei fiori di iris. La cornice, di forme jugendstil, l’ho comprata a Berlino in un negozio dalle parti di Nollendorfplatz. Era un modesto negozio di antiquariato spicciolo, in cui era mostrato tutto il cascame e la nostalgia di questa nostra Europa. Ricordo che era sovraccarico di oggetti di ogni tipo disseminati ovunque, erano così tanti e stipati da rendere impossibile aggirarsi nel negozio senza correre il rischio di urtare qualcosa e provocare danni ad ogni passo. Tutto era ammucchiato senza un ordine apparente, dal pavimento al soffitto del negozio, centinaia e centinaia di oggetti che io guardavo senza neanche riuscire a identificare. Non è facile osservare tanto disordine, meno ancora quando si è stanchi e delusi. Già, perché la maggior parte degli oggetti in mostra era di un tale cattivo gusto da far girare la testa per la nausea. In una vetrinetta d’angolo, verso l’uscita, ho visto alcune cornici per fotografie. Una di esse mi è piaciuta subito. Di puro gusto jugendstil, del tipo floreale, quando non era ancora approdato alla stilizzazione astratta di 5


van de Velde. Insomma del tipo più conosciuto, più commerciale e odiato di questo stile. La cornice, una volta dorata, era realizzata in stagno o in lega leggera, le mancava una parte del margine superiore e dell’appoggio sinistro, cosa che la rendeva zoppa. Come supporto era stato creato da qualcuno, forse dallo stesso antiquario, un moncherino di zampetta in filo di ferro. Il prezzo era basso, solo cinquanta marchi, ed io l’ho comprata. La cornice conteneva la fotografia di una donna. La conservo ancora, non so perché non l’abbia gettata via, forse mi sembrava un insulto a quella donna che non conoscevo, la cui traiettoria in questo universo aveva incrociato la mia. La foto è molto sbiadita e in più punti è scrostata. Si vede una donna molto giovane, in piedi, con la mano sinistra poggiata sulla spalliera di una poltrona di vimini, con l’altra regge una minuscola borsetta. Indossa una camicetta plissettata con tanto di jabot fermato da una spilla, una cintura scura ed una semplice gonna diritta. Purtroppo il viso sta nella parte sbiadita, si vede che è un viso pieno, gli occhi sembrano chiari e altrettanto lo sono i capelli raccolti sulla nuca. La fotografia è incollata su un cartoncino che reca stampato in basso il nome e

l’indirizzo

del

fotografo:

Photograph

Atelier,

Potsdam,

Brandenburgerstr. 30. Dicevo di avere tolto dalla cornice la fotografia della sconosciuta donna tedesca, per sostituirla con la fotografia di un’altra giovane donna e un bambino. Tengo molto a questa foto perché la giovane donna è mia madre ed il bambino sono io. Non ho mai potuto stabilire con esattezza il periodo in cui è stata scattata. La mamma era ancora lontana dall’avere un altro figlio, l’ultimo, mio fratello C.; io dovevo avere circa quattro anni. La fotografia è ora stretta e lunga perché ne ho ritagliata una parte a sinistra, 6


la parte di foto in cui compariva una delle mie sorelle. L’ho tagliata per ripetere quanto feci tanti anni fa. Ero un bambino quando decisi di staccare, senza averne il permesso, la fotografia dall’album di famiglia. Dopo averla staccata, la ritagliai con le forbici per isolare la mia immagine sottraendola alla compagnia di mia madre e di mia sorella. Credo di averla anche colorata con la matita rossa. Non so dire se fui io ad incollarla di nuovo al suo posto o fossero stati i miei genitori. Fui severamente rimproverato da mio padre e poi punito. Allora mi convinsero che avevo commesso un’azione più che malvagia, un orrore che un bambino come me non doveva nemmeno pensare di fare. Comunque quello che rimase della fotografia, cioè la mia personcina maldestramente ritagliata, fu incollato sull’album e rimase a testimoniare un misfatto di cui mi sarei vergognato per molti anni a venire. Questa volta non ho ritagliato l’immagine, ho solo eliminato mia sorella dal mio rapporto con la mamma. Non posso sopportare che lei possa dare ad altri quello che ritengo essere un mio esclusivo diritto. Non sono disposto a dividere con nessuno l’oggetto del mio amore. Dunque basta dare una sforbiciata ed ecco che mia sorella, l’intrusa, è sparita. Ora siamo solo io e la mamma. Lei è ancora tanto giovane. È molto magra. Vivevamo i terribili e lunghi anni del dopoguerra, anni di cui non ho quasi memoria, ma c’è qualcosa che ricordo distintamente come si ricorda una malattia: è la miseria, sono le ristrettezze in cui eravamo costretti a vivere. Se guardo alla foto originale, quella non tagliata, si avverte nettamente la presenza di una quarta persona dietro al terzetto, purtroppo sempre tra noi. Non so se pentirmi di questo “purtroppo”, ma è così che ho sempre vissuto questa presenza. 7


Il viso di mia madre è esile, anche se conserva il suo magnifico e fotogenico sorriso. Lei guarda al fotografo, forse sta dicendo qualcosa per convincermi ad assumere una posiziona eretta o a sorridere all’obiettivo. Un fotografo di strada, che si è probabilmente improvvisato tale per sbarcare il lunario, come facevano tutti in quegli anni per non morire di fame e di disperazione. Mia madre indossa un cappotto scuro, forse nero, un fazzoletto le chiude lo scollo, porta guanti e scarpe di pelle, sul risvolto del cappotto c’è appuntata una piccola spilla a forma di cerchio, nella mano sinistra tiene stretto un foglio di carta; che sia il denaro per il fotografo ambulante? Con la destra mi tiene per mano. Io sono a un passo da lei, come se non volessi camminare, intimorito dall’uomo che ci sta davanti. Ho in testa un curioso cappellino da piccolo esploratore. La mamma ancora si ricordava che io tenevo moltissimo a quel cappello, lo tenevo da conto e guai a chi me lo toccava. Ho un cappottino che già comincia ad essere corto e sotto porto un paio di buffi calzoni larghi. Stretta attorno al collo una sciarpetta di lana - riconosco la fattura di mia madre con la sua prediletta maglia inglese - e dei guantini anch’essi di lana. Ho delle guance piene che non fanno certo pensare alle privazioni in cui vivevamo. Lo sguardo di un bambino triste con degli occhioni malinconici. Neanche il timore per il fotografo riesce a togliermi dal volto quell’espressione mesta e diffidente. Almeno potevo piangere! Invece no, la mamma mi raccontava che da bambino piangevo pochissimo. Fin dall’inizio è stato come se qualcuno mi avesse costretto a controllare le emozioni. Ho sempre considerato mio padre questo qualcuno, però potrebbe anche non essere tutta sua la responsabilità dei miei comportamenti. E se fin da piccolo fossi stato consapevole, certo in modo 8


informe, delle difficoltà della nostra vita? Certo è che imparai molto presto a non chiedere nulla in più di quanto mi veniva dato. Mi bastava guardarle le cose per sentirle mie, oppure disegnavo gli oggetti desiderati, ciò era sufficiente a calmare i miei desideri infantili. Quanto deve essermi piaciuta quella sciarpina di lana! Me la tengo ben stretta sul davanti con la mano libera. Mi piacerebbe sapere di che colore fosse per immaginarmi l’effetto sotto agli occhi, distanti poco più di una decina di centimetri. Nella fotografia compare anche una donna che si vede attraversare la strada e andare nella direzione contraria alla nostra. Sta giusto al di sopra della mia testa e sfiora la spalla destra di mia madre. Come vorrei che sparisse dall’universo! Vorrei che fosse inghiottita nel nulla, senza lasciare traccia. Solo io e mia madre. Quante volte mi è accaduto di desiderare di cancellare così le persone, ma non è facile, non basta il desiderio, anche se insano come il mio. Stiamo percorrendo un tratto di viale poco lontano dalla casa che abitavamo. Era la casa della mia temuta e odiata nonna paterna. Non la ricordo, ero troppo piccolo, del resto morì circa un anno dopo il nostro arrivo in quella casa. Un ritorno che segnò il definitivo abbandono del sogno di mia madre, più o meno fondato, di poter tornare nel Veneto. Ho sempre vissuto questo fatto come uno sradicamento ed è stato per me una sorgente di perenne nostalgia. La strada in quel punto descrive un’ampia curva e mia madre, che cammina proprio sul ciglio del marciapiede, sembra lasciare una traccia dietro di sé, che le sale dietro fino a metà della figura per poi ripiegare a sinistra. Questo fatto è molto strano e m’incuriosisce. Con il mio taglio verticale non ho fatto altro che accentuare quella curva e metterla in evidenza nella composizione. Io, accanto alla mamma, sto tutto dentro la parte convessa della curva. 9


Sembra che mia madre stia seguendo un cammino preciso, previsto, fatto apposta per lei, ed io la seguo passo, passo. Solo lei è in grado di lasciare una traccia, ma io, in fondo, sono solo un bambino. Tiene i capelli tirati all’insù, forse con l’aiuto di un pettinino, il vento invernale le agita un poco i capelli. Ha le labbra leggermente dischiuse e una fossetta si disegna chiaramente sulla sua guancia sinistra. È tanto giovane. Tra un paio d’anni, innamorata del marito, avrà un altro figlio, il suo quinto ed ultimo figlio, che morirà diciottenne ucciso dal morbo di Hodgkin. Lei ancora non lo sa che il destino le riserverà prove tremende, e più terribile di tutte sarà l’ultima, quella che riguarderà la sua persona. Eppure era una donna ottimista che guardava al risvolto positivo delle cose, non si arrendeva mai alle difficoltà ed era tanto, tanto felice di vivere.

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Cap.2

Era ormai l’alba. Chiuse il quaderno e si stropicciò gli occhi stanchi. Dalla finestra del suo studio, guardò al giardino che stava per essere inondato di sole. Nel suo giardino cresceva una pianta dalle foglie magnifiche: era la pianta dell’ossimoro. Le foglie non erano grandi, né piccole, erano belle a guardarsi, lucenti e compatte, di un colore verde scuro così intenso da poterlo vedere anche nell’oscurità. L’ossimoro non fioriva mai, qualche volta alcune foglie diventavano d’oro, non solo nel colore, erano davvero foglie d’oro. Appena poteva ne staccava un ramoscello per offrirlo ai due guardiani di un giardino molto più grande del suo. Non era un Parco frequentato; lui pensava che fossero quei due tipi strani a tenere lontana la gente che poteva avere timore o soggezione di loro. Sapeva che accettavano di buon grado la sua offerta. Era convinto che segretamente la desiderassero più di ogni altra. Non conosceva i loro nomi, ma lui li chiamava così: la Sacerdotessa Celtica e l’Ercole Farnese. La donna era alta, non poteva dire quanto perché non aveva mai visto i suoi piedi sempre coperti, comunque sembrava innaturalmente alta. Aveva lunghi capelli biondo scuro e indossava una lunga veste bianca ricamata d’oro. Non sapeva come spiegarselo, ma lei aveva un che di terrificante nel modo che aveva di schiudere le labbra e lasciare scoperti i denti. Aveva grandi occhi con uno sguardo così intenso che, quando si posava su qualcuno, aveva il potere di paralizzarlo. Con lui non era mai stata cattiva ed ogni volta aveva chinato la testa per fargli segno di entrare. La bianca veste era bordata da una lunga striscia ricamata in oro, l’orlo toccava terra 11


e si raccoglieva in pieghe morbide; il ricamo si snodava attorno al collo per unirsi e cadere diritto sul davanti, un po’ come certi abiti bizantini. Ad ogni lieve movimento la veste fluttuava ed i ricami d’oro, dagli intricati arabeschi di foglioline intrecciate, si vedevano luccicare. Sulla testa portava una coroncina di foglie di edera. L’aveva sempre vista ritta in piedi vicino ad un cippo marmoreo su cui stava un grande braciere in cui venivano bruciati i fiori che i visitatori le offrivano. Dal braciere saliva un sottile filo di fumo e in quei momenti l’aria sembrava non muoversi affatto. Lei accettava silenziosamente l’offerta, deponeva i fiori nel braciere e manifestava, con il capo o le mani, impercettibili segni di consenso o di rifiuto. Tutti avevano imparato a decifrarli. Là intorno doveva aver visto anche del vischio, era sicuro che ce ne fosse di calpestato a terra perché il suolo era spesso scivoloso. Non aveva mai voluto controllare perché aveva un’irrazionale paura di provocare qualche incidente. Ercole Farnese era il nome che aveva dato all’altro guardiano del Parco; era identico alla statua conservata a Napoli. Come la statua, anche questo aveva l’abitudine di appoggiarsi, non su una clava, ma su un pilastrino in pietra. Anche questo Ercole era nudo e, strano a dirsi, sembrava che nessuno dei visitatori lo notasse. Certamente a suo agio, era incurante delle variazioni climatiche, anzi sembrava che non si accorgesse nemmeno di quanto accadeva intorno a lui. Lo aveva visto spesso con l’espressione corrucciata e tutto assorto nei suoi pensieri, non aveva neanche l’abitudine di scrutare i visitatori e dava l’impressione che ne evitasse infastidito gli sguardi. Visto da vicino appariva più giovane e snello della omonima

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statua. La prima volta che lo vide, gli sembrò che fosse poco più basso di due metri. Il Parco sembrava esistere da sempre. Nessuno, neanche i più vecchi abitanti della zona ricordavano quando era stato aperto. Tutti lo avevano sempre considerato parte del patrimonio pubblico senza chiedersi a chi fosse destinato e chi dovesse provvedere alla sua cura. Di certo era che solo in pochi lo avevano visitato, nonostante tutti lo costeggiassero in auto ogni giorno. Era forse pericoloso? Mai che fosse stato citato sulle cronache dei giornali o nei notiziari televisivi, mai vi era accaduto nulla. Era solo un parco come tanti altri. Al suo interno non c’erano antichità oppure opere d’arte, non esistevano attrezzature pubbliche, né campi sportivi o giochi per bambini. Era un parco qualsiasi, un po’ fuori mano, frequentato da pochissima gente. Come si spiegava la sua esistenza? Non era un giardino pubblico, non faceva parte della pubblica amministrazione. Dunque un parco privato, ma di un tipo ben strano dal momento che non c’era nessun cartello che lo attestasse, neppure esisteva una cancellata o una recinzione qualsiasi; il Parco era aperto e senza alcuna delimitazione. Tutti ignoravano chi fosse il proprietario e ancor meno che genere di rapporto ci fosse tra costui e le autorità. All’interno del Parco non c’era una rete di illuminazione, nessun giardiniere a curarne le piante, come pure non esisteva nessun servizio di vigilanza. Si trattava di un parco lasciato allo stato selvaggio, fatto inspiegabile in una città, ma era così. È difficile che qualcuno di passaggio desiderasse visitarlo, al contrario sembrava che i suoi rari visitatori lo conoscessero benissimo e lo frequentassero da sempre. Un visitatore attento si sarebbe presto accorto che da qualsiasi parte del Parco provenisse, si finiva sempre con l’arrivare 13


ai due guardiani, tanto che gli abituali preferivano percorrere il tratto pi breve, quello che conduceva direttamente a loro. Anche lui, come gli altri, non ricordava esattamente quando si accorse del Parco; certo doveva essere stato dopo il suo trasferimento in quella nuova casa. Prima viveva con la madre in un appartamento, poi dopo la morte di lei, aveva deciso di trasferirsi attratto dall’idea di avere un giardino. Aveva cominciato a frequentarlo perché gli piaceva la sua atmosfera, la vegetazione fittissima, e il rumore che facevano gli alberi mossi dal vento. Quella specie di cerimonia del controllo dei due guardiani gli era apparsa dapprima ridicola, poi aveva pensato che fosse il rito iniziatico di qualche gruppo religioso

e in seguito non aveva pensato più nulla. Allora

cominciò a raccogliere ramoscelli dal suo ossimoro per portarli a loro come dono. Ignorava il reale motivo dell’offerta. Passato il primo momento di sconcerto, l’idea di questa specie di biglietto d’ingresso da dover pagare gli era sembrata logica e necessaria, così era diventata un’abitudine tra le tante. Forse qualcuno era rimasto sorpreso dal fatto che quei due non accettavano denaro ma, consentendo o negando l’ingresso, spingevano i visitatori ad altri tipi di offerta, finché non si era collaudata la consuetudine di recare loro fiori e ramoscelli. Questo è quanto gli era stato raccontato per sommi capi. Una cosa gli era stata assicurata: quel parco non era come tutti gli altri, aveva in sé un aspetto misterioso che doveva essere rispettato. Gli era stato detto, con molta serietà, che non era assolutamente il caso di ironizzare sulle stranezze dei due guardiani, anzi si erano raccomandati di non parlarne troppo in giro e di accettare la cosa, comunque fosse bizzarra e fuori della norma. Un consiglio che aveva scrupolosamente seguito perché era troppo 14


forte il desiderio di andarci, e non voleva correre il rischio di esserne respinto. L’idea di raccogliere ramoscelli di ossimoro fu una sua iniziativa, sapeva quanto fosse rara quella pianta ed era sicuro che sarebbero stati desiderosi di averla. Il possesso e l’uso dell’ossimoro porta con sé la possibilità di sdoppiarsi, la libertà di manifestarsi spontaneamente, è la libertà dell’incoerenza. Non ricordava quando e come aveva avuto la pianta, gliel’aveva data certamente qualcuno perché non poteva credere che fosse cresciuta spontaneamente nel suo giardino. Lui ne aveva fatto uno scarsissimo uso, se ne era tenuto lontano solo per timore degli effetti imprevisti. Invece gli era piaciuto guardare le sue belle foglie e vederle crescere rigogliose. Masticarne le foglie avrebbe dato ai due guardiani immensi poteri che altrimenti sarebbero sbiaditi. A causa di ciò le sue offerte sarebbero state le più gradite e le sue visite le più attese. Durante le passeggiate era passato diverse volte da quelle parti, aveva camminato sui marciapiedi che delimitavano il Parco e aveva guardato a lungo il suo ingresso poco rassicurante. Due cose lo colpirono subito: l’impenetrabilità della vegetazione fittissima e la mancanza assoluta di persone. Quello non era il tipo di parco in cui le mamme portavano i bambini a giocare; piuttosto sembrava che fosse frequentato solo da adulti, per lo più individui che affrettavano il passo come fossero attesi, oppure ansiosi di tornarsene ai loro impegni quotidiani. Malgrado l’aspetto poco invitante di parco abbandonato, colpiva la imponenza degli alberi che emergevano oltre le siepi, disponendosi a cortina, come a voler respingere l’attacco della città.

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L’interesse cominciò a crescere in lui. Aveva visto le chiome degli alberi oscillare durante le giornate ventose, le cime curvarsi e tutto il fogliame fremere attraversato dalle correnti d’aria. Allora aveva sentito un rumore dolce e insinuante, come un sospiro e un mormorio di voci. Sentiva che gli parlavano in un linguaggio a lui incomprensibile, ma tale da sedurlo. Il tappeto erboso cominciava dove finiva il marciapiede di asfalto. Non c’erano delimitazioni: qua l’asfalto grigio-nero e là era già Parco. Pochi metri avanti cominciavano le grosse siepi di caprifoglio e gli arbusti di viburno, poi veniva la massa dei grandi olmi. All’inizio dell’estate c’erano i fiori giallorosati del caprifoglio e quelli bianchi del viburno, più tardi le bacche rosse e nere spiccavano a grappoli sul verde intenso della massa oscura. Degli stretti sentieri in terra battuta, disseminati di foglie secche e rametti spezzati, conducevano verso l’intrico del bosco. Appena passate le prime siepi non si riusciva più ad individuarli dall’esterno, tanto era fitto il fogliame. Si può dire che quella decina di metri di erba erano solo ciò che gli alberi del Parco avevano voluto lasciare alla città. Erano come la terra di nessuno in cui era ancora possibile decidere se inoltrarsi o se tornare indietro. Troppe volte aveva costeggiato il Parco e, guardandolo con esitazione, si era detto: - Non c’è tempo ora, lo farò un’altra volta.-

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Cap.3

Il giorno della prima volta era un giorno speciale. La notte precedente aveva avuto un sogno fantastico. Aveva visto dei capannoni per aeronavi gigantesche ed aveva passeggiato sott’acqua a centinaia di metri di profondità guardando all’insù le chiglie delle navi ormeggiate. Quella mattina aveva visto il suo giardino esibire un bel verde brillante perché la pioggia della notte aveva lavato via ogni traccia di polvere. Si sentiva sereno e decise di andare al Parco. Attese un momento prima di entrare, ed approfittò di un provvidenziale visitatore. Costui si era accorto che lui era nuovo e, con inaspettata cortesia, lo guidò verso l’interno. La prima impressione fu quasi una delusione perché il Parco si rivelava essere non molto diverso dai tanti altri che aveva visto. La vegetazione era davvero esuberante, ma aveva già visto parchi lasciati allo stato selvaggio, con una crescita spontanea. Non fece commenti, anche perché la sua guida taceva assorta. Dopo pochi minuti si lasciò andare anche lui

al ritmo del cammino, occupato a

guardare bene dove metteva i piedi. Incontrarono una giovane donna e subito dopo un’altra con una bambina. Comprese che erano arrivati da come rallentarono il passo e si disposero a fare una fila. Lui seguiva meticolosamente la persona che lo precedeva. Alla calma circospetta dell’inizio era subentrato un comprensibile stato di ansietà, inoltre avvertiva una sgradevole sensazione che non sapeva definire. Stava facendo una cosa di cui era convinto solo in parte, si rendeva conto che la situazione stava diventando del tutto irragionevole, stava per partecipare ad una cerimonia. Intanto la breve fila procedeva lentamente. Gli avevano 17


detto che quel pomeriggio c’era un insolito afflusso di visitatori, ma lui vide solo una decina di persone. Man mano che si avvicinavano al luogo fissato cominciava ad osservare meglio il posto in cui si trovava. Il sentiero faceva una curva, là dove terminava il folto degli arbusti c’era una piccola radura circondata da vecchissime querce. Le chiome degli alberi erano così grandi e fitte di foglie da non lasciare aperto che un buco nel cielo. La luce del sole arrivava notevolmente attenuata, erano le prime ore del pomeriggio eppure non riusciva a vedere bene in volto la Sacerdotessa che ormai era distante solo pochi metri. Il sentiero in terra battuta terminava in un lastricato di pietra grigia, rotto qua e là, disseminato di foglie e coperto da strati di muschio. Al termine c’era una piattaforma di pietra, sollevata da tre gradini appena dissimulati dall’erba. Sulla piattaforma era in attesa la Sacerdotessa Celtica col suo curioso abbigliamento, alla sua destra un grande braciere in bronzo di fattura semplicissima. Questo è tutto ciò che vide. Si vergognava di non essere capace di andarsene e dire ad alta voce che quella cerimonia era ridicola e che non aveva senso di sottoporsi ad un esame per poter girare liberamente in un parco aperto a tutti. E se lo avesse visto qualcuno che lo conosceva? Che avrebbe potuto dire? Che era curioso, che in fondo era solo la prima volta. Sì, l’avrebbe buttata sullo scherzo. Dopotutto lui era una persona che conduceva una vita normale, non aveva bisogno di andarsi ad esaltare, di misticismo non ne aveva proprio bisogno, aveva sempre rifiutato qualsiasi cosa odorasse di esoterico. Forse l’uomo che gli stava dietro lo stava guardando nel tentativo di riconoscerlo. Come poteva? Faceva una vita così ritirata! No,

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era meglio girarsi e guardarlo bene in faccia. Macché, stava a capo chino assorto nei suoi pensieri. Lei stava davanti a loro, posta ad un livello superiore di quasi mezzo metro. Era bella, ora poteva vederla. Aveva un’espressione altera, forse aveva un che di mascolino. Le diede subito il nome di Sacerdotessa Celtica perché l’associazione mentale con certe pitture simboliste di fine secolo gli venne immediata. Forse era un’impostora, ma ormai era troppo tardi ed il quel momento non aveva più significato. La fila di persone era incolonnata come in processione, avanzavano con tono grave, quasi solenne. A turno porgevano l’offerta alla Sacerdotessa e qualcuno arrivava anche a genuflettersi. Dopo il responso, se accettati o rifiutati, si disperdevano presto nel Parco. Nessuno sembrava interessato a seguire gli altri, ognuno andava per la sua strada. Accadde allora una scena terribile. Venne il turno di un uomo giovane e alto, con una corporatura atletica, i capelli e gli occhi nerissimi, le sopracciglia all’ingiù e il viso squadrato con le mascelle pronunciate. Aveva del pugilatore, ma non aveva il setto nasale fratturato. Le mani grandi e belle di chi non fa lavoro manuali. Vide che portava un anello d’oro di tipo grossolano. Lo avevano colpito le sue scarpe alla moda, fatte in pelle morbida e leggera con la suola molto bassa. Aveva dei jeans aderenti che gli s’infilavano in una piega fra le natiche, come se sotto non portasse nulla. Era impaziente ed impacciato nei movimenti. Alzò il braccio e fece per consegnare un paio di rose bianche appassite che teneva strette tra il pollice e l’indice. La Sacerdotessa prese le rose con un gesto rapidissimo e le gettò a terra dietro di sé, guardando furente l’uomo. Per un attimo lui ebbe il timore che succedesse l’irreparabile: vide l’uomo 19


saltarle addosso, stringerla alla gola con una mano e con l’altra colpirla violentemente; ma non accadde. L’uomo impallidì e il colorito terreo del viso divenne grigio, dilatò gli occhi e li socchiuse mentre guardava indeciso la Sacerdotessa, come se valutasse il da farsi. Le mani si chiusero a pugno, il corpo oscillò un poco, si volse di scatto e se ne andò correndo. Non lo vide mai più. Venne anche il suo turno. Non aveva con sé dei fiori da offrire. Qualcuno, non sapeva chi fosse stato, gli aveva messo in mano un rametto di agrifoglio. Come un automa lo diede alla Sacerdotessa che lo prese, senza cambiare espressione, e lo gettò nel braciere. La guardò di sotto in su per cercare di scrutarla bene in volto, ma lei gli diede una tale occhiata dissuasiva da indurlo ad abbassare lo sguardo e ad andarsene accelerando il passo. L’anello delle querce che circondava la radura, si apriva in direzione della postazione dell’altro guardiano. La distanza non era molta, erano circa venti metri di terreno scoperto. In quel tratto erano collocate tre statue marmoree poste su degli alti piedistalli. Rappresentavano una Venere nuda nel consueto atto di coprirsi, un Apollo con le vesti fluttuanti che suona la cetra e la terza era forse una rappresentazione di Mercurio nell’atto di compiere un gran balzo verso il gruppo di cipressi e querce. Lui sapeva dell’esistenza di quella donna, come pure di quella farsa della cerimonia, ma non gli avevano detto nulla dell’altro guardiano. Aveva seguito istintivamente l’itinerario indicato dalle statue, quando lo vide. Stazionava in un punto in cui gli alberi formavano un emiciclo al cui centro era posto un cippo commemorativo o un pilastro su cui aveva forse poggiato un’erma. A prima vista gli sembrò enorme, in seguito, ogni volta lo 20


avrebbe rivisto, gli sarebbe sembrato ridimensionarsi fino ad assumere la statura di una persona normale. Se ne stava appoggiato con un braccio sul pilastro e l’altro lo teneva nascosto dietro la schiena. Era completamente nudo. Il turbamento fu immediato, ma un attimo dopo aveva già razionalizzato

e

poteva

guardarlo

tranquillamente.

L’educazione

repressiva in cui era cresciuto e da cui non si era mai liberato, lo aveva indotto ad escogitare dei sistemi a sua difesa. Aveva imparato presto ad avere un ottimo rapporto con il suo corpo e con la nudità degli altri, non aveva

avuto

più

pudore

o

imbarazzo.

Era

semplice,

bastava

desessualizzare l’oggetto e tutto rientrava nella norma, anche le situazioni più scabrose erano affrontate con relativa tranquillità. L’uomo era identico alla statua di cui si presume che l’originale sia di Lisippo. Almeno così gli apparve in quella prima volta. Lui si fermò a pochi metri e lo guardò. Gli altri visitatori del Parco erano già passati tutti avanti, avevano deposto le loro offerte sul pilastro ed erano spariti. Lui non aveva nulla da offrire e si aspettava, da un momento all’altro, che l’Ercole Farnese parlasse e gliene chiedesse ragione. L’Altro taceva immobile. Non lo aveva ancora guardato, eppure sapeva che gli stava lì davanti, doveva averlo visto da lontano mentre lasciava la radura della Sacerdotessa. L’attesa cominciava a farsi pesante. L’Ercole guardava a terra in un punto imprecisato tra gli alberi. Lui guardava come ipnotizzato quel suo immenso torace muoversi su e giù con un respiro profondo e regolare. Chissà perché cercava il punto del petto che corrisponde al cuore e pensava a quanto grandi dovessero essere i suoi polmoni. Contava il respiro: uno, due, tre, quattro...

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L’Ercole si girò sul fianco appoggiandosi sul pilastro e si passò una mano sulla guancia. Credette fosse la sua risposta che gli permetteva di entrare. Anche questa volta, mentre si allontanava, affrettò il passo. Ora il Parco si apriva per lui. Quanto aveva camminato! Era stata una sorpresa ad ogni passo. Piante ed alberi che non vedeva da anni, oppure che conosceva solo per averle viste sui libri di giardinaggio. Non era solo questo; avvertiva la sensazione che il Parco sapesse della sua presenza e si disponesse benevolo alla sua scoperta. Era pur sempre un ostaggio. Scoprì una rudimentale panchina su cui sedersi, si sedette e rivolse lo sguardo in alto, verso il cielo. Quel giorno era sereno, senza nuvole, di un azzurro pallidissimo, tanto era luminoso. Visto da sotto la volta verde degli alberi, il cielo appariva bianco e le foglie tremolanti delle cime sembravano scurissime. Stava con la faccia all’insù, si era messo ad inseguire immagini lontane, dell’adolescenza e di prima ancora, di quando era bambino, di quando usciva con i suoi genitori e il fratellino a fare lunghe passeggiate nel grande parco vicino a casa. Qualche volta si gettava a terra, con gli occhi fissi al cielo per riprovare quella sensazione di vuoto e di vertigine che lo assaliva sempre quando lo faceva. Allora aveva l’impressione di essere proiettato verso l’alto a incredibile velocità, oppure credeva che il cielo gli piombasse addosso per schiacciarlo al suolo, ma era come se fosse stato fatto di sottile carta velina. Però era bello. Poi sentiva qualche filo d’erba solleticargli l’orecchio e il gioco terminava. Il sedile su cui era seduto era mimetizzato dai rampicanti, messo a caso in quell’angolo dimenticato di Parco. Due betulle altissime gli stavano proprio dietro, una di esse aveva il tronco seminascosto da una pianta rampicante che lo avviluppava per una 22


buona metà, l’altra betulla emergeva da un gruppo di enormi felci selvatiche. Poco distanti c’erano dei vecchi aceri con i rami divaricati dal tronco, tanto da far temere che potessero schiantarsi al suolo, ma il peso della massa di foglioline pareva nulla; ondeggiavano lievi ad ogni minimo soffio di vento. Più in là gruppi di querce impedivano di andare oltre con lo sguardo. Sembrava di essere in uno spazio chiuso, proprio adatto per rifugiarvisi. In quella prima visita fece le scoperte più belle, le stesse che gli fecero desiderare di tornarci di nuovo. Vide prati disseminati di margherite, di anemoni e viole, vide distese di iris selvatici gialli e viola, quelli in boccio sembravano punte di dardi. Vaste radure si alternavano a zone di macchia in cui le siepi e gli arbusti erano tanto fitti da rendere impossibile di camminarci attraverso. Grandi distese

di trifoglio disseminate di

sconosciuti fiori selvatici; ovunque si sentiva nell’aria un profumo sottile. Dove il terreno digradava verso un corso d’acqua, vide un gruppo di olmi pieni di giovani rami che spuntavano dalla base dei tronchi. Il prato scivolava giù fino nell’acqua del canale che in quel tratto si allargava a formare un laghetto. Sulla sponda opposta c’era un salice piangente che ricadeva più nell’acqua che sulla terra; guardandolo pensò a quel film di Dreyer in cui i due protagonisti danno due diverse ed opposte interpretazioni del motivo per cui il salice si china verso l’acqua. Si fermò guardandosi attorno e pensò a quanto fosse bello il Parco. Si disse che forse era così bello perché non ci andava nessuno, ma subito dopo gli sembrò un controsenso. Si avviò al ritorno. Per uscire dal Parco doveva oltrepassare l’ultima cortina di alberi. Tra questi, senza che se ne fosse accorto prima, vide un grande tasso. Era là 23


rigido, scuro, gli sembrò un presagio funesto e deviò dal suo cammino per non passargli accanto. In seguito imparò ad evitarlo. Stava al suo posto da sempre, forse da ancora prima dell’esistenza del Parco. Ritornò a casa felice. Non accadeva spesso che riuscisse ad esserlo. Non sapeva nemmeno bene che cosa fosse la felicità. Quel giorno l’aveva raggiunta, ma lui non ne era consapevole, sentiva solo di essere contento e ciò gli bastava. Quando era molto più giovane aveva l’abitudine di scrivere i suoi pensieri ed annotare i fatti significativi della sua vita. Non un vero diario, piuttosto un quaderno di appunti, di memorie. Aveva perso quest’abitudine da decenni, però da qualche anno aveva cominciato a scrivere di altre cose che avvenivano e non avvenivano: erano i suoi sogni. A questo scopo aveva comprato un grosso quaderno rilegato con una copertina rigida di colore nero, la carta era bianca al punto giusto ed era liscia. Lo teneva sulla scrivania, a portata di mano, perché accadeva spesso di sentire l’urgenza di trascrivere dei sogni che lo avevano particolarmente impressionato e di cui gli era rimasto un ricordo nitido. Si trovava in una città tedesca...

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Cap.4

Passeggio per le strade di una città tedesca che credo sia Berlino o Francoforte. Voglio andare verso il centro della città ma mi accorgo, dall’aspetto meno opulento e più dimesso dei negozi, di andare nella direzione opposta. Anche l’animazione nelle strade ed il traffico diminuiscono sempre di più. Chiedo informazioni ai passanti, ma costoro danno l’impressione di non volermi aiutare o non rispondono affatto, oppure non capiscono la lingua che parlo. A questo punto decido di scegliere una direzione qualsiasi e mi avvio per tentare di arrivare al centro in ogni caso. Mentre cammino mi accorgo che sto sbagliando di nuovo e che mi sto definitivamente allontanando da dove avrei voluto andare. Contemporaneamente mi accorgo che la città non ha più le caratteristiche di una città tedesca, ad ogni passo ne sono confermato. Vedo troppe piante ai balconi e sulle terrazze, le case si succedono per terrazzamenti e sfalsamenti orizzontali, digradando giù in basso verso il fiume che vedo scorrere lontano. Eppure ricordo benissimo che né Berlino, né Francoforte, hanno rilievi così spiccati. Il succedersi di piani sfalsati permette di affacciarmi ad una di queste terrazze e di guardare giù in basso. Mi sporgo e vedo una specie di stagno o di grande vasca dal bordo scivoloso, piena di acqua verde-azzurra su cui galleggiano delle piante acquatiche. Penso che sia pericoloso sporgersi perché potrei scivolarvi dentro. Ormai è chiaro che questa città non è la città tedesca che avevo creduto, anzi ho la sensazione che sia una città mediterranea, forse è araba.

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È Berlino. Per le strade c’è una folla enorme, c’è allegria nell’aria, forse si tratta di una festa popolare. Due uomini giovani stanno mimando una scena comica. Uno dei due fruga fra i vestiti dell’altro che sembra privo di sensi, probabilmente gli sta tastando il cuore, ma la mano che fruga si sposta fino ad arrivare ai genitali. Li scopre ed appare un pene gonfio ed eretto. Tutto questo provoca fragorosi scoppi di risa. La folla si apre. Io seguo incuriosito l’uomo che mostrava il sesso e mi accorgo che non è giovane come credevo, ma anziano. Veste di scuro e mostra ancora, sotto il cappotto slacciato, i suoi grossi genitali ora afflosciati. Si tocca e, facendolo, si mostra agli altri. All’improvviso c’è come uno strappo, si sentono delle grida, la folla ondeggia paurosamente e si divide. E’ successo qualcosa di serio e la polizia sta caricando la folla. Io ho paura e cerco di tornare indietro, mi volto e vedo gli agenti alle mie spalle che stanno per intrappolarci. Corro seguendo gli altri senza sapere dove. Dei poliziotti mi raggiungono e mi picchiano in testa e sulla schiena con i loro manganelli, io cerco di ripararmi dai colpi incassando la testa tra le spalle e intanto grido loro che non ho fatto nulla. Riesco a fuggire e riprendo a correre. Sento una persona che corre accanto, mi giro e vedo che è una ragazza irachena brutta e dal viso terreo. Mentre corriamo mi fruga nelle tasche, io protesto e le dico di non avere niente. Con fare duro lei mi rifà il verso, imitando la mia voce lamentosa, e intanto tira fuori dalla mia tasca un fazzoletto bianco che si lega subito in testa. Non siamo più soli, ci sono altre persone alle nostre spalle: sono tutti dei terroristi che cercano di incastrarmi. Devo assolutamente sfuggire loro. In prossimità di un incrocio faccio uno scatto in avanti e riesco a distanziarli. Chiedo un passaggio ad un’auto che si ferma. 26


B. e D., i miei due amici americani, sono partiti. Io ho fatto tardi perché non sono riuscito a completare in tempo la valigia. Sono arrivato alla stazione ed ora mi accorgo di avere dimenticato parte del bagaglio. Incontro una vecchia donna di servizio della casa in cui siamo appena stati. Dopo essermi accordato con lei per farmi spedire quanto ho dimenticato, decido di partire

malgrado sia consapevole del ritardo

accumulato che mi separa dagli americani. La situazione cambia e mi sembra di stare all’Università, la ripida gradinata di un’aula semicircolare me la ricorda, forse è la stessa aula magna. Attraverso delle aule più piccole annesse alla grande, alla ricerca di non so cosa. La lezione è già finita, ma mi dicono che presto ne inizierà un’altra. Ormai gli amici americani sono già partiti per gli USA e penso che lo abbiano fatto con P. Ora mi rendo conto che è partita con loro. Entro in una stanza ed eccolo là D. Un tonfo. Lo vedo diverso da come me lo ricordavo, mi sembra più piccolo. Indossa un paio di ridicole mutande bianche di cotone, come quelle che andavano una volta. Sta ritto in piedi, una gamba è sollevata e poggia su una sedia, si sta asciugando. Appoggio la mano sulla sua gamba. Come mai sei qui? E’ preoccupato perché sua madre ha una relazione con un uomo, e questa cosa a lui non và. Continua a confidarsi, quando ecco che entra un tizio, che è in confidenza con lui e lo sollecita a sbrigarsi. Sono sicuro che lo ha fatto apposta per interromperci. Conosco S. solo di vista, so il suo nome perché l’ho sentito chiamare. Qualche volta l’ho incontrato nei paraggi, non ci ho mai parlato e quindi non ho mai potuto vederlo da vicino; così sono sorpreso di trovarmi in sua compagnia. Camminiamo insieme, non so dove, in lungo e in largo per la 27


città. Prendiamo un tram in cui mi sembra di incontrare qualcuno che conosco, tra cui un mio vecchio cugino, ma ci salutiamo appena. S. è amichevole e sorridente come lo sono io. Credo che stiamo scherzando, perché mi pare di sollevarlo, forse lo sto aiutando a sistemarsi in qualche posto. Nel farlo mi accorgo che è eccitato, lui cerca di coprirsi e ride, non vuole che me ne accorga. Io sono già eretto. Non succede nulla, lui è ancora sorridente e si schernisce, io sono contento. Ci carezziamo un po’ con dei gesti affettuosi e finisce che, ridendo, ci diamo manate sulle spalle. Riprendiamo il nostro giro. Non riesco più a vedere S. Ora sto con un gruppo di persone, forse sono giapponesi. Si decide di andare in un certo posto in città. Loro suggeriscono di andarci seguendo il corso del fiume che l’attraversa. Hanno un vascello ormeggiato proprio lì vicino. Io penso che siamo in troppi e che potrebbe essere pericoloso, m’informo allora se hanno dei salvagente, ma poi decido di andare da solo usando i mezzi pubblici. Loro prendono il vascello, una bella imbarcazione snella e veloce, con lunghe vele triangolari. La vedo muoversi. Ci troviamo più tardi in un bar e ordiniamo le consumazioni. Io ed uno dei giapponesi chiediamo solo un caffè. Il gruppo non è più lo stesso, ora si sono aggiunte altre persone. Mi trovo sul terrazzo della mia vecchia casa. Sto cercando di guardare, con insolita curiosità, all’interno di un appartamento che si affaccia sull’altro lato del cortile. Un attimo dopo, non so come, mi trovo spostato sul lato opposto a quello in cui si allineano tutte le finestre dell’appartamento. Ora posso osservare bene cosa c’è in quella casa. In un primo momento mi sembra di vedere un giovane, ma subito dopo scompare senza lasciare traccia. Mi sembra che sia un ambiente unico, con 28


un grande salone. Partendo dalla sinistra e spostando il mio sguardo verso destra riesco a vedere: una poltroncina, un tavolinetto, una seconda poltroncina, un letto, un comodino, un letto con una vistosa testiera, un altro comodino, ancora un letto, una cassettiera, un altro letto, delle poltrone, un tavolo basso, e infine un divano letto addossato alla parete di destra. I letti e le poltrone hanno tutti lo stesso rivestimento chiaro e sono realizzati in legno di bambù. Mi meraviglio della quantità di letti e delle loro insolite dimensioni, infatti mi sembrano piccoli e stretti. Mi chiedo a chi serviranno. Mi trovo accanto S. Ci baciamo affettuosamente ed io gli chiedo se oggi, domenica, è andato a Messa. Lui mi risponde che non c’è andato. Ci mettiamo a guardare insieme l’appartamento di fronte e facciamo dei commenti. Io so che lui ne conosce gli abitanti; l’ho veduto poco prima parlare con il giovane che è scomparso. Siamo in aperta campagna, siamo in tre: io, un uomo, una donna. Tutti e tre giovani. Camminiamo in fila indiana, la donna per prima, poi vengo io, poi l’uomo. Ho la sensazione che stiamo fuggendo da qualche posto e che qualcuno ci stia inseguendo. Mi volto indietro e vedo una cittadina in lontananza, sulla collina. Finalmente arriviamo al portale di un convento. Ci riceve un frate, è molto calmo e ci tranquillizza. Non so dire se ci sta rimproverando per qualcosa che abbiamo fatto o se ci sta dicendo che ormai siamo al sicuro. Ci fa entrare nella chiesa che è completamente buia. Rimaniamo nel fondo della navata, ma ci si vede appena, non riesco neanche a distinguere i pilastri che la dividono dalle navate laterali. La chiesa è tutta in pietra grigia. Il frate ci consegna degli abiti per cambiarci, sono delle tute che ci dà arrotolate. Non capisco se dobbiamo cambiare d’abito perché siamo bagnati di pioggia o se lo facciamo per sfuggire ai 29


nostri inseguitori. Ci spogliamo ed infiliamo le tute, poi ci avviamo verso l’interno del monastero guidati dal frate. Esco da una casa in cui ho incontrato molte persone, doveva essere una festa. Per accorciare il cammino decido di attraversare un parco. È tutto disposto in pendio , ed io lo sto discendendo. Vedo ruderi di antiche costruzioni, incontro uno straccione, un vagabondo con i lineamenti di un uomo giovane. Ho l’impressione che mi guardi minaccioso, non so se fa qualche gesto indirizzato a me. Io ne sono impaurito. Nello stesso istante vedo uno degli ospiti della casa della festa. Si sta togliendo gli indumenti uno ad uno, fino a rimanere nudo. Oltre ai vestiti si toglie anche gli oggetti d’oro che ha. Io lo guardo con apprensione e lui mi spiega, con aria rassegnata, che siamo costretti a farlo perché il vagabondo altri non è che la morte. Ora toccherà anche a me. L’ambiente in cui mi trovo è completamente buio, però riesco a distinguere il colore dominante che è blu scuro molto intenso. A malapena riesco a vedere i miei piedi, faccio qualche passo incerto, ma non ho punti di riferimento e perdo l’equilibrio. Ora vedo un lungo corridoio, o meglio vedo solo un lungo pavimento di colore più chiaro, questa è l’unica traccia. Al fondo del corridoio ecco che si illumina una porta. Cerco di raggiungerla, ma più mi avvicino più si allontana, come nelle situazioni da incubo dei cartoni animati. Ad un certo punto la porta si apre ed appare un uomo senza testa che si dirige verso di me. Non ricordo se tiene la sua testa sotto al braccio. Mentre mi viene incontro ricompare la testa al suo posto ed allora sento una voce che mi dice: - E’ la morte. Mi dico, mentre sogno, che sarebbe un ottimo soggetto cinematografico fatto apposta per un regista franco-polacco. Siamo in tre: io, un uomo, una 30


donna. Tutti e tre abbastanza giovani, ma io mi vedo diverso da come sono nella realtà; non so dire come. L’altro è uno straniero, forse polacco o russo, è biondo e più alto di me. Anche lei è straniera, non so di dove, è bruna ed ha i capelli corti, piccola e magra, con il corpo e l’espressione del viso che mi suggeriscono quelli di una poetessa. Abbiamo litigato tutto il giorno, non facendo altro che dirci le cattiverie più terribili; ci eravamo fatti del male fino a straziarci, poi era giunto il momento del distacco. Lui è stato il primo ad andarsene. Ha preso un treno che recava cartelli con destinazioni come Varsavia o delle scritte in cirillico. Ho fatto appena in tempo a vedere la sua testa bionda ed ho veduto scorrere lentamente il treno. La stazione è di quelle in cui i binari corrono longitudinalmente al fabbricato viaggiatori, è una stazione di transito, una vecchia stazione di una grossa città di provincia dell’Europa centrale o dell’Est. Lei è rimasta ferma sul marciapiede poco fuori dalla stazione, sta soffrendo in un modo indicibile, il volto contratto è pallidissimo. Sembra voler continuare la commedia della lite, ma non le si può credere, ora è quasi isterica. Io mi sento diviso tra lei e lui, non so dire chi ami più dei due, so solo che il viso di lei è insopportabilmente doloroso a guardarsi. Ecco che rincorro un treno in movimento, non riesco a leggere bene le destinazioni, nomi di città straniere che non conosco. Sono appesantito da due grosse valigie di vecchia foggia squadrata, eppure non mi viene in mente di mollarle. Mentre corro a fatica, chiedo ad un uomo sul treno dove stia andando, lui mi risponde ma non riesco a capirlo. Il treno acquista velocità ed io lo rincorro ostinatamente fin oltre i limiti della stazione. Corro costeggiando una massicciata che si fa sempre più alta e che mi impedisce ad ogni passo

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di poter salire sul treno in corsa. Torno indietro sconvolto e con il cuore in gola. Lei non c’è più, forse è già partita. Ci sono due appartamenti, posti all’ultimo piano di uno o più edifici, in cui sta avvenendo un continuo trasferimento di persone tra l’uno e l’altro. Che entrambe le case siano nostre? Forse appartengono ad amici o parenti. Io credo che mia madre si sia trasferita, con il resto della famiglia, nell’altra casa per festeggiare non so cosa. Questo continuo entrare e uscire di persone mi dà terribilmente ai nervi, non sopporto che la porta di casa resti aperta. È notte e le finestre dei fabbricati vicini sono tutte illuminate. Anche la mia casa è illuminata in tutte le stanze. Rimango solo e scendo in strada. Incontro una moltitudine di persone. Improvvisamente comincio a gridare. Compaiono dei mostri con la testa schiacciata come quella dei serpenti, assomigliano agli extraterrestri del film “La guerra dei mondi”. Tutti cercano di fuggire ed è il panico. Riesco a rifugiarmi in un specie di albergo, porte e finestre vengono sbarrate, ma quelle orribili creature riescono a penetrare attraverso la porta. Sembrano delle lumache striscianti, oppure dei serpenti che oscillano. Io li vedo per primo e lancio l’allarme. Deve esserci stato un crollo e poi un incendio. Entro in una casa di campagna dall’aria modesta, c’è molta gente, alcune donne sono in preda al panico. Oltre una porta è avvenuto il crollo. Ora so che è una miniera. Ci sono macerie dovunque e nel buio si vedono brillare qua e là focolai d’incendio. Con aria risoluta scaccio le donne piangenti, faccio chiudere la porta con l’ordine di non fare entrare nessuno e rimango con quelli della squadra di soccorso. C’è un uomo a terra con il corpo che sta ancora bruciando, ha ormai l’aspetto di un pezzo di legno carbonizzato; il corpo si 32


è ristretto. È ancora vivo, adagiato sui carboni ardenti. Prova a parlare, ma non capisco cosa dice; come risposta butto là qualche frase del tipo: non preoccuparti, vedrai che andrà tutto bene. Il tono con cui lo dico mi terrorizza, tanto è infame e grottesco. Nessuno dei presenti, neppure l’uomo agonizzante, fa segno di rifiutare le mie parole. Io sono raggelato dal ritorno della mia voce. Nel frattempo penso che forse il cervello dell’uomo sta ancora bruciando dentro la scatola cranica e mi chiedo come possa essere. È una vecchia casa di campagna con i muri intonacati rozzamente, con un grande camino in cucina e il pavimento in cotto. Un rudere, il tetto è crollato in più punti e lo stesso per buona parte delle murature perimetrali. È caduta la neve e ce n’è tanta anche dentro alla casa. Copre i muri diroccati e le travi di legno spezzate. Ce n’è anche davanti al camino, ma non so se il fuoco sia acceso o spento. Mi trovo in una casa enorme e disabitata. Forse è una residenza di campagna o un collegio o un albergo. Ci sono una infinità di camere, tutte modestamente arredate, il tono è molto sobrio, quasi dimesso. Le pareti sono bianche e non ci sono quadri appesi. Io non faccio altro che entrare ed uscire da una stanza all’altra, come ad ispezionare la casa. Mi accorgo di guardare con ansietà fuori delle finestre temendo l’arrivo di qualcuno. Raggiungo una piccola stanza posta in alto e da cui posso osservare buona parte del territorio circostante. Un paesaggio ondulato, nudo e senza alberi, è solo coperto da tratti d’erba. Non vedo anima viva, ma continuo a spiare ansiosamente dalla finestra. C’è un’immagine che mi ha colpito per quel tanto di immaginifico possiede. È preziosa e seducente come le illustrazioni delle favole nei libri 33


per l’infanzia. Io, però, l’ho veduta in movimento e ciò la rende ancora più attraente. Si tratta di un ragazzo, snello e ben fatto, che cavalca nudo un grosso orso bruno. Non ha redini o un collare a cui aggrapparsi, si trattiene con entrambe le mani al folto pelo dell’orso. L’animale è lanciato in una folle corsa, ad incredibile velocità, nessun ostacolo può fermarli. Non so dove stiano andando, ma loro sembra che sappiano bene dove andare. Sono due ed uno allo stesso tempo. Dov’è il Paese al di là dello Specchio? È già qui, mi chiedo, è quello in cui sto vivendo? O meglio; si può realmente vivere nel Paese al di là dello Specchio? Sto cercando un barbiere ed ho perso tempo in banca per sbrigare delle pratiche. Si è fatto tardi ed ormai è già notte. Il cielo è senza stelle e tira un brutto ventaccio. Mi affretto nel tornare a casa usando delle scorciatoie. Mentre attraverso un passaggio coperto, vedo appeso ad una griglia metallica il cadavere di un grosso animale, forse è una mucca. Il vento fa oscillare la carcassa e provoca un rumore metallico di catene che sbattono. In casa la mamma si sta lamentando per le spese eccessive di sua sorella in dolcetti e gelati; decide allora di parlargliene. Io non trovo più la mia camera. Il mio letto è stato aggiunto ad altri letti ed è stato spostato in un altro ambiente. Mi dicono che i sei letti servono alle nipotine. Ma io non ho sei nipotine! Minaccio mio fratello maggiore che sembra fare parte della congiura, quando ecco rientrare in casa mio padre con il resto della famiglia. Strano, il terrazzo della nostra casa sembra diventato enorme, al punto da contenere una piscina. Tre o quattro ragazzi sono già in acqua per giocare a pallanuoto. Sto per raggiungerli quando mio padre decide di far giocare 34


un altro al mio posto, eppure credevo che fosse scontato che avrei giocato io. C’è anche mio fratello C. - ma com’è piccolo! -, mentre io sono già grande. Il babbo ha un viso sorridente; strano perché sorride così di rado. Io credo che sorrida per mascherare il suo imbarazzo per avermi escluso dal gioco. Non so dove sia andata la mamma. Io, C. e mio padre siamo insieme in una stanza, ma non è di casa nostra. La televisione è accesa, le finestre sono aperte e le bianche tende si gonfiano all’aria che entra. Non so perché ci siano tante mosche. Io rimprovero mio padre di averle lasciate entrare, ed ora cerchiamo di scacciarle. Mio padre si lascia cadere esausto sulla poltrona, è pallido, dimagrito, terribilmente invecchiato. Sembra che ora si sia appisolato, io gli tolgo un libro dalle mani e ne leggo il titolo: “Storia della psicologia” di Umberto Eco. Le tende continuano a sollevarsi e ad abbassarsi silenziosamente. Sono sulla spiaggia al mare con C. e mio padre. La mamma è andata da qualche parte a comprare da mangiare. È molto che è via, e mio padre ci manda a chiamarla. Mentre ci allontaniamo si alza un vento improvviso che fa sollevare tende e rovesciare ombrelloni. Nel parapiglia generale devo essermi distratto per un attimo, credo di avere perso mio fratello, poi lo vedo lontano da me e lo sgrido. Mi rivolto nella direzione di mio padre e lo vedo tranquillo, dimentico di noi, tutto preso a sistemare l’ombrellone. Io e C. lasciamo la spiaggia perché preferisco inoltrarmi all’interno della città piuttosto di seguire il lungomare. So che la città è Torino. Ammiro i suoi bei palazzi e mostro a mio fratello dei begli esempi di architettura liberty. Arriviamo nei pressi di una stazione sotterranea; fin dall’esterno si sentono gli annunci dagli altoparlanti per i viaggiatori. Incontriamo gruppi 35


di turisti, molti di loro si dispongono in capannelli per ascoltare una voce che sta pronunciando un discorso. Dicono che sia il Presidente della Repubblica; sembra che siano cose serie, ma io non riesco a capire nulla e non ne sono per niente turbato. Continuiamo a camminare e mi rendo conto che stiamo descrivendo un’ampia curva, come se stessimo per tornare indietro. All’inizio il mare era alla nostra sinistra ed ora, dopo la stazione, continua a stare a sinistra. Capisco che non si tratta più del mare, bensì di una laguna. Incontriamo molte persone anziane, sono ben vestite ed all’apparenza benestanti, e lo stesso per le case intorno che hanno un elegante tono borghese. Senza alcun motivo decido di prendere una trasversale che ci riconduca al mare. L’aspetto delle case cambia di colpo, ora sono basse e sporche, per terra ci sono stracci e rifiuti. Da questo momento cominciamo ad incontrare immigrati nordafricani che diventano tanto numerosi da preoccuparmi. Credo che ci guardino con ostilità. Ora corriamo inseguiti da una turba di gente, ci rifugiamo in un vecchio edificio cadente, sembra un ospedale o un centro di accoglienza per immigrati. La nostra fuga si fa più concitata e scopriamo che l’edificio è molto più grande di come sembrava dall’esterno. Ad un certo punto non vedo più mio fratello accanto a me, lo cerco invano, mi assale il panico e comincio ad urlare il suo nome. Sento la mia voce strana, non la riconosco: è stridula e soffocata. Il mio dolore è così straziante da destare la pietà di qualcuno che, impietosito, chiama il nome di C. attraverso gli altoparlanti.

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Cap.5

Il Parco si era dimostrato ben al di sopra di ogni aspettativa. Aveva trovato un posto dove poter essere solo e confortato dalla presenza di tante piante. Un posto dove era possibile ascoltare i rumori della natura che vive, dove gli era possibile poggiare un orecchio sul suo essere inquieto ed ascoltarne le voci di dentro. Il Parco dava la garanzia di non venire disturbati da nessuno, là dentro si era lasciati in pace ad inseguire i propri fantasmi. Non c’è dubbio che fossero i due guardiani a garantire quella tranquillità. Erano davvero ben strani e sembrava che neppure comunicassero tra loro. Come avevano potuto arrivare fin là? Che scopi avevano? Era mai possibile che mirassero ad irretire un gruppo di persone per farle poi agire a loro piacimento? Continuava a pensare a quei due ponendosi assurdi ed inutili interrogativi. Soprattutto inutili, perché era chiaro che non avrebbe mai saputo nulla da loro e tanto meno dagli altri visitatori che sembravano del tutto ignari. Però accadeva un fatto curioso: più i giorni passavano e meno era disposto a farsi domande. Forse la sua natura pigra; eppure era sempre stato così curioso. Magari era la sua pericolosa tendenza ad assorbire fatti e comportamenti nuovi senza averli compresi. Si diceva di avere visto ancora troppo poco. Nel Parco trovava ciò che nel suo piccolo giardino non avrebbe mai potuto trovare. Nelle due volte che seguirono la prima visita non ebbe alcun contrattempo. Era già il mese di maggio e le belle giornate invitavano a fare piacevoli passeggiate. Talvolta riportava a casa dei fiori raccolti nel Parco; i due guardiani lo sapevano

perché lui glieli aveva mostrati, ma loro non

avevano detto nulla. Da qualche parte aveva scovato una pianta di datura. 37


La datura ha un cespuglio ricco di foglie color verde intenso ma opaco, sono morbide e sensibili al contatto, hanno un contorno frastagliato e un aspetto polveroso. Ma non é il fogliame che affascina, sono i lunghi fiori a calice di colore bianco, talvolta leggermente orlati di rosa. Si aprono lentamente al crepuscolo ed è durante la notte che si mostrano nella loro piena bellezza. Sono fiori fatti per l’oscurità, perché di notte emanano un profumo intenso che sa di limone. Al mattino, con la luce solare, si chiudono ripiegandosi come tanti fazzoletti ed i calici diventano simili a bastoncini. È una pianta inquietante, non solo per quel suo aspetto suadente, ma anche a causa della sua notevole tossicità. L’atropina contenuta nei semi è una sostanza che se ingerita provoca uno stato ipnotico e porta alla confusione mentale. In passato è stata usata a scopi divinatori; sembra che perfino i sacerdoti dell’oracolo di Delfi ne fossero a conoscenza. In seguito, con l’arrivo dell’estate, lui ne staccava dei rami con i fiori sbocciati e a casa li disponeva nel grande vaso di Lalique, quello con il volo di rondini. Purtroppo recisi non duravano a lungo, e certo non emettevano quel profumo che invece immaginava emanassero di notte. Ma di notte, nel Parco, non c’era mai stato. Già dalla seconda sua visita la Sacerdotessa mostrò di riconoscerlo rivolgendogli un cenno d’intesa; socchiuse gli occhi e increspò gli angoli della bocca atteggiandola ad un tiepido sorriso. Non sapeva dire se la preferiva compiacente o severa, ogni volta sembrava essere una persona diversa. Cominciò a notare che Lei si mostrava in un punto tra le querce in cui rimaneva completamente in ombra. La scarsa luminosità che proveniva dall’alto, sembrava invece provenire da dietro la sua persona. Il debole chiarore generato dal braciere che le stava accanto era appena percettibile, 38


inoltre quando il cielo era coperto si era nella totale oscurità. I capelli e i ricami d’oro della veste mandavano allora dei bagliori folgoranti che non mancavano di suscitare una certa aria di sortilegio. Anche il più disincantato degli uomini non avrebbe potuto sottrarsi a quel tanto di rarefatto e d’incantato che aleggiava nell’aria. C’è da dire che Lei incuteva un certo timore; aveva qualcosa dell’esaltata o della mistica. I suoi grandi occhi, a volte dilatati all’inverosimile, guardavano con una tale intensità da provocare vero disagio. Si trovò solo con la Sacerdotessa, non c’era nessun altro. Esitando si diresse alla sua volta. Non parlò, come lui aveva temuto, non fece nulla di diverso dal solito. Dopo aver bruciato la sua offerta di un ramoscello di ossimoro, alzò il viso luminoso e diresse lo sguardo verso le querce. Con un gesto lo invitò a seguire il suo sguardo, ma per quanto lui si sforzasse di scrutare fra le foglie, non riuscì a vedere niente di speciale. Lei lo invitò di nuovo a guardare meglio, lui lo fece ma vide solo un tratto di bosco immobile. Forse fu proprio questo che notò: in quel punto, quello indicato da Lei, non si muoveva una foglia. Lo lasciò andare delusa. Da allora non la vide più con quell’espressione seria, concentrata. Aveva qualche cosa di importante da mostrargli, ma lui non era in grado di capire. L’Ercole Farnese continuava ad essere evasivo nei suoi confronti. Infatti continuava a non degnarlo di un’occhiata oppure, se lo faceva, lo guardava con un’espressione totalmente inespressiva come se lui fosse stato trasparente. Eppure era certo di essere stato riconosciuto. Se ne stava sempre al suo posto con l’atteggiamento apparentemente annoiato, con i suoi occhi castani così cristallini da sembrare finti. Muoveva le gambe ponendole una dietro l’altra, e nel farlo lo guardava con la sua solita aria 39


amorfa. Lui provava un certo disagio e non sapeva cosa pensare. Capiva che era molto diverso dalla Sacerdotessa e che questa diversità doveva riflettersi nella sua funzione all’interno del Parco. L’aria assente dell’Ercole non doveva trarlo in inganno, era sicuro che se avesse voluto avrebbe potuto essere davvero minaccioso. Era la sua fisicità che lo aveva impressionato. In sua presenza era dominato da un turbamento che lui si spiegava attribuendolo alla soggezione per l’Altro. Non era solo questo che lo sconcertava; si meravigliava che quel corpo fosse vivo e respirasse. Non era un corpo inanimato come in fondo aveva pensato all’inizio, quando lo aveva associato alla statua di Napoli. Il suo torace si muoveva, l’uomo respirava. A causa di ciò lo fissava ammaliato quando gli stava davanti, perché pensava che da un momento all’altro avrebbe potuto smettere di farlo. La sua possente nudità si inseriva perfettamente nel Parco, il suo ritmico respiro era in sincronia con i ritmi biologici del Parco. Lui pensava che fosse proprio quel respiro a dare vita all’intero Parco, come se fosse stato il motore che dava energia a tutto il resto. Fin dalla prima volta ebbe l’intuizione che l’Ercole fosse la forza vitale del Parco, mentre la Sacerdotessa era il suo rovescio oscuro. Quei due non erano che la manifestazione visibile di qualcun’altro; una presenza superiore? Un misterioso essere accuratamente celato nel Parco? Era ormai convinto che i due guardiani non disponevano di un potere assoluto, ma esistevano dei limiti ai loro poteri e la consapevolezza di questi limiti li rendeva inquieti. In fondo erano lì perché qualcosa o qualcuno aveva imposto loro di farlo. D’altra parte era anche vero che l’esistenza del Parco dipendeva esclusivamente da loro. Quell’affascinante Parco viveva incontaminato tramite le loro figure, nel rituale che avevano imposto, e 40


nell’atmosfera sacrale che lo permeava. Anche loro erano creature del Parco, probabilmente ne erano state generate e lo generavano di continuo; ciò obbediva ad una logica che sovrastava tutto. Che ci fosse stato un Dio del Parco? Sarebbe stato confortante pensarlo, ma lui considerava questa ipotesi una fra le tante, solo un po’ più fantastica. Per qualche tempo fu occupato nella scrittura di un articolo. Era un pezzo impegnativo e nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere diverso da tutti quelli che lo avevano preceduto; ci riuscì solo in parte. Si immerse nella lettura di molti libri e uscì di casa solo raramente. Non aveva dimenticato il fascino del Parco, come poteva? Il suo ricordo era stato solo temporaneamente velato da nuovi interessi. Ricordò il Parco in una ventosa mattinata, mentre si aggirava tra i cespugli fioriti e gli alberelli del suo giardino. Gli venne spontaneo il desiderio di andarci di nuovo. Lo scirocco scuoteva impietoso le delicate clematidi viola; quanto odiava quel vento! Foglie lacerate e petali strappati erano disseminati ovunque, il margine delle foglie che resistevano al vento era arricciato e come fosse stato leggermente bruciato. Aveva la sensazione che le piante soffrissero patimenti orribili e ciò gli procurava malessere ed insofferenza, un senso di ribellione e di odio per quel vento caldo, ma non era il vento la causa della sua inquietudine. Vagò lunghe ore nel Parco alla ricerca di qualcosa. Poi cominciò a cercare un posto dove sedersi che non fosse troppo umido. Aveva scoperto uno stagno in una depressione nel terreno; lui amava molto dipingere specchi d’acqua ed amava immensamente i fiori e le foglie delle ninfee. Un minuscolo stagno a forma di fagiolo, non più lungo di una dozzina di metri. Era circondato da una vegetazione fitta di alberi e di arbusti che 41


arrivavano fin dentro l’acqua. La scoprì in quel punto, era quasi completamente sepolta dalle felci selvatiche: una grossa pietra orizzontale di colore grigio scuro. La superficie aveva brevi incisioni rettilinee, a volte parallele, a volte con dei tagli trasversali per formare dei motivi a zig-zag, incisioni profonde e con tratti non più lunghi del palmo di una mano. Era stata trasportata fin là, sulle rive dello stagno, da altri uomini molto prima di lui. Serviva a scopi divinatori e per secoli era stata letta dai sacerdoti come un libro aperto. Era stata toccata da migliaia di uomini che credevano o disperavano di ottenere dei benefici dalle divinità del posto. Era stata usata come piano di appoggio per le offerte sacrificali; anche sangue umano era corso in rivoli tra le sue profonde incisioni. Era la storia passata della pietra, ma essa era muta e sarebbe stato difficile comprendere il suo linguaggio. Lui non era in grado di risalire alle origini, intuiva solo che era stata di altri e che doveva esserle stata attribuita molta importanza. Aveva un innato rispetto per le testimonianze del passato. Ciò bastava a trattenerlo, senza varcarla, sulla soglia del Tempo. Era frutto della sua immaginazione o era una realtà il fatto che quando entrava nel Parco perdeva la nozione del tempo? Infatti perdeva la consapevolezza del mondo di fuori che pur continuava ad esistere, e ancora di più che, fuori, il tempo della sua vita biologica continuava a scorrere imperturbato. Che rappresentavano quei momenti di apparente sospensione? Quando tornava a casa poteva leggere sull’orologio il tempo trascorso ed il calendario segnava il succedersi dei giorni. L’assenza di tempo che regnava nel Parco non influiva minimamente sulla sua vita biologica ed ogni giorno migliaia di cellule cerebrali continuavano a

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disintegrarsi. Cosa era che lo teneva legato al Parco tanto da fargli dimenticare il tempo?

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Cap.6

Le giornate erano calde e il cielo così invitante da indurre a uscire di casa. Anche il suo piccolo giardino era bello e in quella stagione era tutto in fiore, ma il Parco era un’altra cosa. Decise di andarci nuovamente. Quel giorno volle portarsi appresso gli acquarelli, si disse che con un tempo simile avrebbe fatto senz’altro qualcosa di buono. All’ingresso ci fu il solito rituale e nessuna sorpresa, quindi si addentrò all’interno del Parco per trovare un posto adatto. Quando, lungo i sentieri, si allontanava dalle zone di ombra, sentiva nell’aria il profumo acuto della rosa canina e del caprifoglio. Vide una quantità di rose selvatiche. Cespugli costellati di rose dalla corolla aperta a mostrare il centro dorato; ce n’erano di bianche, di rosa e di rosse. Molte volte aveva tentato di dipingerle, non era mai riuscito a rendere la loro natura selvatica, le sue rose dipinte erano scialbe, anemiche e avevano in che di addomesticato. Almeno per quella volta avrebbe rinunciato. Si era seduto a terra sull’erba fresca per dipingere i bei fiori dei digitali che se ne stavano mogi, mogi con i calici rosa reclinati verso il basso. Aveva tutto l’occorrente, anche il flaconcino dell’acqua, e perfino il suo cappello di Panama per proteggersi dal sole. L’acquarello procedeva bene e intanto, come accadeva sempre quando dipingeva, perdeva la nozione del tempo senza accorgersi del passare delle ore. D’un tratto avvertì che si era fatto silenzio. Non sentiva neanche più il cigolare dei rami che prima ondeggiavano un poco. Era una bella giornata con il cielo sereno che non lasciava presagire improvvisi cambiamenti di tempo. Si guardò attorno e vide che ogni angolo del Parco era immobile, 44


non si muoveva la più piccola foglia. Fu come se ogni cosa fosse stata in attesa di un evento. Quel silenzio gli assordava le orecchie. All’improvviso vide le chiome degli alberi oscillare vistosamente, investite da un vento formidabile, e un terribile frastuono di foglie e di rami spezzati invase l’aria. Sembrava che una mano enorme ed invisibile frugasse fra gli alberi con le dita aperte. Fu assalito da una paura irragionevole. In un attimo raccolse le sue cose e prese a correre come se fosse stato inseguito da una creatura orrenda. Non vedeva più nulla se non i fili d’erba che schiacciava ad ogni passo. Correva in un modo forsennato come non aveva mai fatto. Aveva paura. Attraversò di corsa la vasta radura allontanandosi da ciò che credeva fosse un pericolo. Correva facendo un sacco di rumore con tutti quegli oggetti gettati alla rinfusa dentro la borsa che sballottavano l’un l’altro. Pensò alla sua preziosa scatola di acquarelli tedeschi. Era tutto preso a trattenere la borsa che teneva a tracolla, nel farlo aveva anche girato la testa per controllare che fosse ben chiusa, quando inciampò su un ostacolo e cadde pesantemente facendo un gran tonfo. Mentre cadeva ebbe la sensazione di aver urtato un tronco d’albero abbattuto e nascosto dall’erba alta. Si rese subito conto che l’oggetto su cui aveva inciampato era morbido e chiaro, non poteva essere un tronco d’albero. Era un corpo umano. Quello che aveva appena creduto fosse un tronco era in realtà il corpo dell’Ercole Farnese che stava disteso, nascosto dall’erba. Quello non si mosse, eppure era sicuro di averlo urtato con violenza. Lui se ne stava, inebetito dall’urto, di traverso sul corpo dell’Ercole, la faccia schiacciata sull’erba e un gomito puntellato sulla coscia di Lui, mentre l’altro braccio brancolava alla ricerca di un appiglio 45


per tirarsi su. L’Altro lo guardava con un’espressione che non gli aveva mai visto prima. A quel punto credette di aver esitato qualche secondo prima di alzarsi. In quel breve attimo aveva potuto osservare il suo corpo a distanza ravvicinata. Era il corpo di un uomo come il suo, aveva la pelle chiara senza peli, ed era morbido. L’Altro gli tratteneva una caviglia con la mano, forse nel tentativo di evitare l’urto, ma la presa non era così forte da impedirgli di dare uno strattone, di alzarsi, scavalcarlo, e di andarsene di corsa. Che cosa non aveva pensato mentre correva a casa! Un pensiero in particolare sovrastava tutti gli altri e lo sentiva gridare a gran voce: a casa, a casa! Avrebbe chiuso la porta alle sue spalle e fatto in modo che tutto il resto ne rimanesse al di fuori. Aveva il cuore in gola, le tempie pulsavano e le mani gli tremavano tanto da impedirgli di infilare la chiave nella serratura. A casa, finalmente! L’atmosfera rassicurante della sua casa bastò a calmare il cuore impazzito. Fece un lungo respiro e si guardò attorno. Ecco i quadri, i tappeti, gli oggetti al loro posto, la sua collezione di vetri jugendstil se ne stava protetta dietro lastre di cristallo. Tutto era in ordine. I libri ben allineati stavano a dirgli che nulla era cambiato, e che ogni cosa continuava ad esistere come sempre. Sedette e si versò da bere; ora era calmo e poteva tentare di dare un senso all’accaduto. La paura per il colpo di vento e il turbamento causato dall’Ercole Farnese. I due fatti erano strettamente connessi. Chissà se tra i poteri dell’Ercole c’era anche quello di poter alterare i fenomeni naturali? La sua natura sospettosa lo induceva a pensare che fosse stata una provocazione per impressionarlo. Era ovvio che il fenomeno poteva essere stato 46


naturalmente provocato da un vortice d’aria che si era sviluppato durante l’ora più calda della giornata. La sua assurda paura poteva dipendere dal fatto che mentre dipingeva si era estraniato da ciò che lo circondava, ed ecco lo spavento della sorpresa. L’Ercole poteva aver scelto casualmente quel posto per distendersi tranquillamente al sole, ignorando del tutto la sua presenza. Non riusciva a convincersene, aveva riconosciuto troppe cose innaturali accadere nel Parco e non era più disposto ad accettare spiegazioni logiche che ormai gli apparivano solo riduttive. L’Ercole lo aveva seguito e si era appostato poco distante per spiare i suoi movimenti, poi aveva provocato quel moto d’aria per spaventarlo e si era deliberatamente messo di traverso sulla sua corsa precipitosa. Per ottenere che cosa? Certo era che quell’incontro-scontro ben difficilmente avrebbe potuto accadere nelle solite circostanze. Non era però eccessivo il suo turbamento? Ormai era chiaro che quel corpo lo turbava. Lui temeva che questa sensazione non sarebbe stata altro che il preludio a nuovi momenti difficili. Riemersero così alla memoria tutte le ombre che si illudeva di avere allontanato, quelle contro cui aveva tenacemente lottato, con disperato eroismo, nel tentativo di fugarle per sempre. Non poteva permettere che un episodio, perché tale era, desse di nuovo uno scossone alla sua esistenza ordinata e tranquilla. Con il passare dei giorni si andò abituando a quanto era accaduto; lo ricordava perfettamente, ma lo aveva esaminato da tali e tanti punti di vista da sentire di averlo come assimilato. Una voce gli diceva: - È tutto qui, solo questo è accaduto. E’ tutto qui, non temere. Doveva ritornare al Parco, anche se non lo avesse desiderato, doveva assolutamente farlo. Tornò al Parco. La Sacerdotessa fece segno di 47


accorgersi subito della sua presenza. Lo vide da lontano e drizzò il collo sottile come se avesse voluto vedere solo lui tra i visitatori. Si disinteressò di loro accettando le offerte floreali senza guardarle, improvvisamente divenuta frettolosa e distratta. Fece rapidamente passare gli altri per fare in modo che lui la raggiungesse al più presto. Quando gli fu davanti, lo guardò attentamente e si protese come a volerlo scrutare bene in volto. Ma non trovò nulla di quanto cercava, perché si ritrasse indispettita, allora rimase in attesa delle sue parole o di ciò che avrebbe fatto. Lui non disse nulla. Aveva capito che l’aria interrogativa era in relazione al suo incontro con l’Ercole Farnese, di cui Lei era certo a conoscenza. Però non doveva conoscere il fatto per intero, l’Ercole non doveva averle fornito un resoconto esauriente; la sua curiosità lo testimoniava. Lui non aveva nessuna intenzione di metterla al corrente dell’incidente, del resto già lo conosceva, e tanto meno raccontarle dei suoi timori, dell’ansia e dell’inquietudine che aveva provato. Le diede un ramoscello di vischio che la Sacerdotessa trattenne rigirandolo tra le mani, mentre con lo sguardo lo interrogava di nuovo. Era seria e lui vide i suoi occhi brillare. Si accorse che erano comunissimi occhi azzurri. L’aria interrogativa di Lei divenne quasi supplice, come se avesse voluto pregarlo di fare chissà che cosa. Le rispose con uno sguardo assente, senza dire e fare nulla. Lei ne rimase visibilmente contrariata perché distolse lo sguardo, si allontanò di un passo verso il braciere e lasciò bruciare lentamente il rametto di vischio. Ora lo aspettava l’altro guardiano. È curioso come fu proprio in quell’occasione che incominciò a vederlo rimpicciolito, non gli sembrava più alto come prima, ora era molto meno di due metri. Ancora più strana 48


fu la considerazione che fece mentre gli si avvicinava. Se prima quel corpo gli era parso incorruttibile, come se al posto della pelle avesse avuto un involucro durissimo e inattaccabile, ora quello stesso corpo lo vedeva vibrare come se la pelle fosse stata sottilissima e fosse stato possibile vedere i muscoli guizzare sotto e le arterie pulsare. Aveva fissato un piccolo punto del torace per scovarci chissà cosa, e vide quei millimetri quadrati di epidermide scossi da un tremore terribile e incontrollato. Era proprio vero, quel corpo viveva. Si scostò dal pilastro su cui era solitamente appoggiato e fece la mossa di andargli incontro, ma si trattenne a un paio di metri con le braccia lungo il corpo e l’aria incerta. Anche Lui, come la Sacerdotessa, voleva interrogarlo? Non lo avrebbe tollerato, si sentiva rigido e niente affatto disposto a cedimenti. L’Ercole sembrò volergli indicare con la mano, come se tracciasse curiosi disegni nell’aria con le dita. Aprì la bocca per pronunciare una parola: <<....>> o <<....>>. Non riuscì ad afferrare neppure il suono della sua voce. Si accompagnava con le braccia ed il corpo era scosso da un leggero sussulto. Sembrò fare un altro passo per avvicinarsi, ma lui si ritrasse d’istinto. L’Altro scosse la testa come a negare, continuando ad agitare la sua mano nell’aria. Stava lasciando sfuggire un’occasione rara di cui forse si sarebbe potuto pentire, ma quel giorno era venuto al Parco con l’intenzione di fronteggiare qualsiasi situazione, senza cedere di un palmo. L’Ercole comprese che lui non voleva capire, allora si passò una mano fra i capelli e l’altra sul ventre, poi non lo guardò più. Lui proseguì all’interno del Parco senza voltarsi indietro, anche se avvertiva forte la tentazione di farlo. Camminava

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spedito ed i suoi occhi, pur diretti in avanti, se li sentiva ritorti all’indietro. Provava così la spiacevole sensazione di vedere all’interno della sua nuca. Come al solito il tempo era bello e il sole agì come un narcotico. Dimenticò quello che era successo e si lasciò andare al contatto con l’aria calda della tarda mattinata. Raggiunse il posto da cui era fuggito tanto sconvolto, si spogliò e si stese sull’erba a prendere il sole. Quel giorno era pronto ad affrontare qualsiasi cosa, anche un nuovo scontro. Pretendeva di dover mostrare qualcosa a sé stesso, a qualcuno, chissà? Sentiva l’odore acuto dell’erba ed il profumo dei fiori selvatici, gl’insetti gli ronzavano intorno e lui, lentamente, si addormentò. Gli apparve in sogno l’Ercole. Era grande e grosso come lo aveva visto la prima volta. Stava steso su un misero giaciglio e sudava, sudava incredibilmente. Smaniava, voleva dire qualcosa che non riusciva ad esprimere, cercava di togliersi di dosso le coperte e tentava inutilmente di alzarsi. Ricadeva pesantemente supino con il corpo madido di sudore, gli occhi sbarrati nel vuoto come se guardasse qualcuno presente, ma invisibile agli altri. Respirava affannosamente, il torace si contraeva e si dilatava con una frequenza ed un impeto da far paura. Anche lui era presente, ma non tra quelli che lo assistevano. Guardava inerte quello spettacolo infelice senza partecipazione alcuna, tutto preso a fissare il torace grondante di sudore, aspettando che da un momento all’altro si immobilizzasse. Ad un certo punto l’Ercole si accorse della sua presenza e lo guardò rivolgendogli i suoi occhi velati di febbricitante. Il respiro divenne più affannoso ed alzò il braccio indicando nella sua direzione. Qualcuno disse che intendeva volerlo vicino al capezzale, ma lui non si mosse. Il malato era sempre più agitato e continuava ad indicarlo, gli altri 50


presenti insistevano che si avvicinasse, ma lui ancora non si muoveva. Il sogno terminò mentre qualcuno, alle sue spalle, lo spingeva a forza. Allora si svegliò.

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Cap.7 I lavatoi o “fontane”, come noi le chiamavamo, erano poste allo stesso piano interrato delle cantine, nel vecchio edificio degli anni trenta in cui ho vissuto una lunga parte della mia vita. Ogni scala disponeva di un locale in cui c’erano i lavatoi comuni. Questo locale riceveva scarsa luce dall’esterno, tanto che anche in pieno giorno era necessario accendere la luce dell’unica lampadina esistente, ma anche così non ce n’era a sufficienza ed il locale restava parzialmente al buio. Dalle finestrine, poste in alto, si potevano vedere solo i piedi e le mezze gambe delle persone che entravano o uscivano dalla scala. Si sentiva il rumore dello scrosciare continuo dell’acqua che usciva dai rubinetti dimenticati, il più delle volte, aperti. Il pavimento era permanentemente bagnato dall’acqua saponata dei tanti e tanti bucati, e formava uno strato viscido e scivoloso. Quel posto mi incuteva un sacrosanto terrore. Perfino quando entravo nella scala che conduceva al nostro appartamento, spiavo con inquietudine la rampa di scale che scendeva alle cantine ed ai lavatoi. Non avevo paura solo del buio, c’erano anche i topi che provenivano dalle fognature. Qualche volta li ho visti anche di giorno rasentare i muri del cortile. A me sembravano enormi e ferocissimi. Da quando mi dissero che uscivano dal buco di scolo delle acque, mi aspettavo sempre di vederne qualcuno spuntare fuori pronto a saltarmi addosso. Evitavo di andarci, comunque mai da solo, e cercavo sempre di inventare delle scuse per non farlo. In casa avevamo una stanza da bagno piuttosto grande con una enorme vasca, per cui la mamma non aveva molta necessità di usare i lavatoi, lo faceva solo quando il bucato era particolarmente grosso. Qualche volta accadeva 52


che mi chiedesse di accompagnarla per aiutarla. Ricordo che il luogo mi era così insopportabile da temere il contatto delle scarpe sul pavimento bagnato, mi ripugnava perfino l’idea di dover accendere la luce toccando l’interruttore. Era come se avessi avuto paura di essere contaminato dall’orrore e dallo schifo di quel luogo. Durante l’età adulta ho ripreso a ricordare le “fontane”, un termine troppo gioioso che mal si adatta alla loro tetraggine. Nei miei sogni di adulto ho riconosciuto quel luogo, non esattamente lo stesso, ma molto simile a quello. Nella dimensione del sogno si sovrapponeva a luoghi come i bagni pubblici o le docce di una caserma. Non ho mai voluto indagarne i significati. Somigliavano troppo alle mie “fontane” infantili: stessa oscurità, lo stesso pavimento viscido, gli stessi muri ammuffiti e corrosi dall’umidità. Nei miei sogni erano scomparsi i topi della realtà ma a rendere inquietante la situazione erano, questa volta, i fatti che là dentro accadevano. Tutti dal connotato esasperatamente erotico. Nei miei sogni c’erano spesso dei corpi nudi e tra quelli anche il mio. Là dentro si manifestavano scene di torbide pratiche sessuali, più o meno esplicite, che creavano un’atmosfera soffocante che mi toglieva il respiro. Per quanto io mi sia sempre sforzato di considerare la sessualità una cosa ovvia e naturale come defecare o nutrirsi, è stata per me una fonte inesauribile di angoscia. Quello che mi spaventa è lo scontro ravvicinato dei corpi; già perché solo come scontro riesco ad inquadrarlo, come momento in cui un corpo si contrappone all’altro per sopraffarlo. Il fine non è il raggiungimento del maggior piacere, ma è l’ottenimento della sottomissione dell’altro. Non sono mai riuscito a considerare un rapporto sessuale alla pari, nel mio scetticismo l’ho sempre associato alle utopie di 53


certo femminismo americano. Comunque sono certo che l’aggressività e la violenza giocano il ruolo maggiore. Ricordo le prime curiosità. Accanto al nostro terrazzo ce n’era un altro adiacente. Nella famiglia che abitava in quella casa, c’era una bambina più grande di me di due anni, si chiamava M. Facemmo presto amicizia, un’amicizia che credo sia durata almeno un decennio, siamo cresciuti insieme comunicandoci i nostri timori, le nostre scoperte, le gioie, e i nostri desideri. M. giunse più presto di me all’età in cui si è curiosi e si comincia a chiedere cose che gli adulti non dicono. In seguito, passata l’adolescenza, ho sempre considerato M. una ragazza molto timida, tanto riservata da diventare brutta e scialba; allora la nostra amicizia s’era già affievolita ed io guardavo alle altre ragazze più giovani e più belle di lei, una in particolare. Inventammo assieme alcuni giochi, ma questo fu lei ad inventarlo. Consisteva nel disporre due sedie una di fronte all’altra, accostate per formare un piano, le spalliere delle sedie servivano a reggere una coperta che veniva stesa sopra in modo da formare una cabina. Credo di ricordare che M. denominava quel gioco come “la visita del dottore”. Uno dei due entrava a turno dentro la cabina, mentre l’altro girava attorno recitando non so cosa. Quello che stava dentro doveva prepararsi scoprendo i genitali che dovevano essere mostrati a quello che stava fuori, che si affacciava sotto alla coperta ed ispezionava con cura la parte, toccandola. Non ricordo se ero più ansioso di mostrare o di guardare, ricordo bene che ero consapevole di fare cose proibite per cui avrei potuto essere punito, se scoperto. Quel gioco lo facevamo solo a casa sua, ero quasi sempre io che andavo da lei e non viceversa. C’è una cosa che ricordo bene: è l’odore 54


che a lungo andare, dopo diverse esposizioni e toccamenti, proveniva dai nostri genitali, forse complice la scarsa pulizia. Non so dire se alla mia giovane età, sette o otto anni, potevo avere un accenno di erezione, forse si trattava di un lieve turgore per via del contatto. Però avevo la sensazione che fossi solo io a mostrare qualcosa, mentre pensavo che lei avesse da mostrare ben poco; inoltre era molto più curiosa di me, questo fatto era chiarissimo. È così che ho saputo come sono fatte le bambine. Non era il solo gioco che praticavamo. Ce n’era un altro, che ho riconosciuto come tale solo da adulto, e nemmeno molto tempo fa. Ho detto delle terrazze confinanti; esse erano divise da un basso muretto di appena mezzo metro e da una cancellata in ferro con delle punte così acuminate che io credevo fosse pericolosissima e invalicabile, tanto era alta. Ebbene M. mi convinse che avremmo potuto segare alcune sbarre per poter liberamente passare da una terrazza all’altra. Allo scopo usavamo il manico spezzato di una scopa, lo mettevamo di traverso sul muretto e noi, a cavalcioni sopra, facevamo un movimento alternato col manico per erodere l’attacco di una delle sbarre. Ogni volta saggiavo con le dita il cemento attorno alla sbarra per verificare se ne avevamo consumato un po’, e ci credevo, credevo che col tempo ci saremmo riusciti. Non pensavo ad altro che ad abbattere una piccola parte di cancellata per poter passare dall’altra parte. Non mi ponevo neppure il problema di come avrei potuto giustificare questo fatto agli occhi dei miei genitori, qualora fossi riuscito nel mio intento. Solo da adulto ho associato al movimento alternato del su e giù, con il manico di scopa, al sussultare, ugualmente alternato, della copulazione. Ancora non ero consapevolmente penetrato, malgrado i nostri giochi, nella sfera della sessualità. Essa era ancora estranea alla mia 55


vita, non avvertivo alcuno stimolo, né curiosità. Avrebbero dovuto passare molti anni, complice la mia educazione repressiva, addormentato in una sorta di limbo familiare. La scoperta fu lenta, graduale, direi un poco in ritardo. Quel giocattolo poteva servire ad appagare certi stimoli. Dopo le elementari sono passato in una scuola pessima che mi ha dato pochissimo. In quel poco c’è anche quanto segue. Nella mia classe c’erano diversi ultraripetenti che avevano superato da un pezzo la fase puberale. Per me erano i grandi, quelli da cui temere non si sa cosa, sebbene io sia sempre stato rispettato a causa della mia imprendibile posizione di primo della classe. Era facile esserlo in una scuola come quella. I grandi sedevano ai banchi posti in fondo all’aula, ed io sapevo o intuivo che là dietro accadevano cose turpi. Avevamo una professoressa di italiano particolarmente dotata di curve sinuose che lei fasciava accuratamente indossando sempre lo stesso aderentissimo vestito di panno verde. Le sue forme esuberanti erano a stento trattenute da quel vestito che io vedevo ogni giorno più precario. Mi aspettavo che da un momento all’altro dovesse lacerarsi per lasciare debordare quella carne un poco flaccida. Inspiegabilmente questo fatto non accadde mai. Invece accadde che durante una lezione si sentissero risa soffocate ed insistenti provenire dal fondo della classe. La professoressa sopportò per un po’ di tempo, poi non ce la fece più: decise di sospendere un paio di ragazzi. Messo alle strette, uno dei due cominciò a piagnucolare ed a scaricare sull’altro la responsabilità di quelle risa. Venne fuori la mezza confessione che un ragazzo aveva pisciato in un cartoccio che aveva poi gettato a terra. Tutti cercarono di guardare dove stava il cartoccio; visi rossi, paonazzi, risa trattenute a stento, brusio della classe, la professoressa rossa alla radice dei 56


capelli. La sospensione fu confermata. Allora presi la confessione per buona, credendo davvero che quel compagno non era riuscito a trattenere un bisogno fisiologico. Solo molto più tardi ho capito, o mi hanno fatto capire, che quel ragazzo si masturbava in classe durante le lezioni di italiano suscitando l’ilarità dei compagni. Sempre da quei banchi venne un’altra occasione di sconcerto per la classe. Durante una lezione di matematica un ragazzo si rifiutò di alzarsi e di andare alla lavagna, dichiarandosi impossibilitato a farlo o si disse impreparato, non ricordo. Quasi tutti capirono, forse perché già sapevano. Il motivo stava nel fatto che non poteva alzarsi perché aveva l’abitudine di infilare il pene nel buco di un grosso nodo nel legno del banco. A undici anni ero lontano dal capire cosa significava masturbarsi. L’ho rivisto poi quel compagno, in una vecchia foto scolastica. Sta nella fila di fondo, è il più alto, un ricciolo nero gli sfugge sulla fronte, il corpo allungato a dismisura di chi cresce troppo in fretta, un maglione a rombi ormai stretto e la cravatta storta. Un buon ragazzo con gli occhi chiari e la peluria sopra il labbro superiore. Ricordo che una volta mi offrì un giro sulle automobiline che scontrano. Anche lui era originario delle mie parti. Non ho mai amato l’estate; mi ha sempre provocato sensazioni al limite dello sgradevole. La mia stagione è l’autunno. Tra i motivi del mio malessere c’è anche quello di non avere imparato a camminare bene, intendo dire con sicurezza e disinvoltura. Non so dire se è solo una mia impressione oppure se è davvero un fatto oggettivo. Nessuno mi ha mai detto nulla in proposito, ma io l’ho sempre avvertita come una mancanza. Questo fatto si accentua d’estate, provocato dall’abbigliamento leggero e maggiormente dalle scarpe più leggere del solito. Il mio passo si fa 57


insicuro, simile al passo tentennante delle persone anziane o comunque delle persone con disturbi di equilibrio. Parcheggio l’automobile e mi dirigo verso la vicina stazione della metropolitana. Tra le persone che stanno facendo lo stesso percorso, noto un uomo giovane della mia statura, ma diversamente dotato nella struttura muscolare. Incuriosito, rallento il passo facendomi raggiungere, poi adeguo il mio passo al suo per poterlo osservare bene. Porta scarpe senza calzini, pantaloni comuni e una maglietta nera con le maniche corte. Con la destra regge una cartella scura. Nonostante il mese di luglio ha ancora la pelle chiara, evidentemente anche lui non ama prendere il sole. Il torso è a forma di trapezio rovesciato, ha spalle robuste e vita stretta, sono certo che pratica dello sport. Gli sono vicino mentre saliamo le scale ed ho l’impressione

che la mia testa si stacchi dal collo e sento le gambe

diventare molli. È una sensazione che conosco bene, assomiglia ad un capogiro. Anche lui s’è fatto da poco la doccia perché sento l’odore di sapone profumato. Il suo tricipite è vicinissimo alla mia spalla, quasi ci sfioriamo. Per qualche secondo le immagini si fanno sfocate ed avverto un rombo alle orecchie. Fortunatamente saliamo su due vetture diverse della metropolitana. Non mi piace sentire il mio corpo levitare, è per questo che amo il freddo. Quando indosso indumenti caldi e pesanti, tutto ciò non accade. Sarebbe strano ed assai imbarazzante se da un momento all’altro ci mettessimo tutti a volare. Una estate di molti anni fa io e P. rimanemmo a Roma, decidendo così di passare insieme alcuni giorni di quel caldissimo agosto. Credo di essere stato da lei un paio di giorni, poi fu la sua volta di venire a casa mia. Tutto sommato non furono dei giorni da ricordare con gioia; ricordo che tra noi 58


si creò una tale tensione da provocare un successivo periodo di separazione, per poter recuperare i rispettivi ruoli di quella insolita relazione “amichevole”. Accadde un fatto che ancor oggi mi rende perplesso. Erano le prime ore del pomeriggio. P. stava riposando in camera mia ed io stavo in cucina a preparare il caffè. Sono andato per portarglielo, volevo svegliarla, tanto era quasi impossibile dormire con quel caldo, e sono entrato nella mia piccola stanza. Era completamente in ombra, le tapparelle erano abbassate e lasciavano entrare luce solo dai buchi tra una stecca e l’altra. Lei stava distesa sul letto, era nuda come lo ero anch’io; già, perché avevamo questa abitudine estiva. Volevo avvertirla del caffè, per svegliarla l’ho chiamata sommessamente per nome. Non rispose. Non ho mai capito se stesse davvero dormendo, comunque era immobile e teneva gli occhi chiusi. Non so cosa mi prese, forse il caldo insopportabile o ancora più quella luce che rendeva i nostri corpi di bronzo. Credo di averla guardata a lungo. Io in piedi, nudo, con una tazza di caffè in mano, e lei distesa sotto di me. La situazione mi sembrò ridicola e drammatica. Lei mi apparve bellissima ed invitante come nessuna donna lo era stata mai prima. L’ho carezzata con lo sguardo per tutto il corpo. Il triangolo scuro del pube sembrava un segnale messo apposta per me, per avvertirmi che là c’era qualcosa di misterioso, di desiderabile e di terrificante. Quella era la meta ultima del mio bel giocattolo. Dopo anni, il ricordo del fatto si è un po’ affievolito, ma posso dire di avere avvertito dei fremiti nella parte bassa del corpo: era un’erezione in piena regola. Il timore di essere respinto o la paura di fallire mi hanno costretto a chinarmi, a baciarla con amore sul seno, chiamandola di nuovo. Fu allora che P. aprì gli occhi. 59


Ero stato a Francoforte con D., il mio amico americano, e quella notte dovevo prendere il treno per tornare a casa. Avevamo ancora qualche ora prima della partenza, e l’abbiamo passata bighellonando qua e là dalle parti della stazione. Siamo entrati in un posto che aveva l’aspetto a metà fra il cinematografo ed il supermercato. Era una specie di sex-center. Una folla di uomini entrava ed usciva in continuazione da quel posto. All’interno c’erano tanti abitacoli con delle finestrelle; si trattava di introdurre qualche marco in una fessura ed uno sportellino si abbassava per mostrare un ambiente circolare in cui era posto un letto rotondo su cui stava distesa una donna nuda. Il letto ruotava permettendo a tutti gli osservatori delle varie cabine di poterla vedere bene. Lei dall’interno poteva vedere quali sportelli si abbassavano e quali si richiudevano. Mentre girava, in corrispondenza degli sportelli abbassati, lei mimava gesti di offerta del suo sesso ed accennava a masturbarsi. Era giovane e ben fatta. Mi chiesi come facesse a sopportare a lungo la rotazione dell’ambiente e come non fosse accecata dalle luci violente. Eppure, nonostante quel posto, era superba. Aveva un corpo magnifico che nulla, neanche i nostri sguardi, riusciva a sciupare. C’era ancora tempo per il treno e noi giravamo alla ricerca di un locale. Davanti all’ingresso di uno dei tanti, c’era un uomo assai robusto in giacca e cravatta che invitava i passanti ad entrare. Ci aveva visti incerti e stanchi. Ci siamo trovati all’interno di un locale volgare come tanti altri, con dei salottini in cui si appartavano degli uomini in compagnia femminile. Luci basse rosate, musica di sottofondo, bancone del bar, bicchieri e bottiglie. Qualcuno mi ha preso la mano. Fuori faceva freddo e pioveva nevischio. La donna aveva più o meno la mia età, del resto era impossibile stabilirlo con quella 60


luce. Con fare insinuante ha poggiato la mia mano sul suo petto, serrandola poi con tutte e due le mani per farmi sentire il tepore del suo corpo. Non mi piaceva quel posto e D. indugiava. Ci siamo scambiati qualche battuta in inglese, gli altri non capivano, ma avevano inteso che volevo andarmene e cercavano di trattenerci. Devo aver detto qualcosa di decisivo che ha dissuaso D. dal rimanere in quel posto. Mentre uscivamo un paio di uomini, tra cui quello all’entrata, devono averci insultato in tedesco. Avevo ancora nella mano sinistra la sensazione dei seni caldi della donna. Un ricordo lontano nel tempo. Ero in viaggio con F.; un breve viaggio nell’Italia del Sud. Per tre o quattro giorni alloggiammo in un ostello per giovani a Sorrento. Fu proprio in quel posto che conobbi degli studenti, con cui strinsi amicizia, che mi convinsero a cambiare facoltà universitaria, una scelta che si rivelò determinante nello sviluppo della mia vita futura. Ma non è di loro che ho vivo il ricordo, e neppure di F., la cui memoria fa parte della mia spina dorsale. Il ricordo che mi si affaccia alla memoria è del tutto marginale alle emozioni provate in quel problematico viaggio. Si tratta di un ragazzo come lo ero io, che ebbi la sorte di incontrare perché dormiva esattamente nel letto posto sopra al mio. Avevamo dei letti a castello di tipo militare, e nelle diverse camerate ce n’erano almeno una dozzina ognuna. In posti di quel genere, per giovani che viaggiavano precariamente e con pochi soldi, non poteva esserci quell’intimità che, del resto, nessuno di noi si aspettava di trovare. Vivevamo a stretto contatto senza avere problemi, ma F. sì che ne aveva ed io fingevo di ignorarli. Si viveva con facilità e si comunicava altrettanto facilmente. Io amavo la promiscuità in cui eravamo costretti a 61


vivere, anzi mi immergevo in essa quasi con voluttà. Era irlandese, così disse un giorno, e mi mostrò sulla carta geografica la città da cui proveniva. Forse era dell’Irlanda del Nord. Fui io ad avvicinarlo, sollecitandolo a dirmi chi era e da dove veniva: “Where’re you coming from?”, era la prima cosa che si chiedeva. Ricordo che aveva legato con un tizio di lingua inglese, non so di dove, spesso si appartavano a leggere circondandosi di una privacy - quel poco che l’ambiente consentiva - che dava loro

un

che di signorilità, la stessa presunta signorilità che

contraddistingue molti viaggiatori anglosassoni. Oggi so che si tratta solo di semplicissima cautela. Stavo steso sulla branda pronto a dormire, quando ecco che arriva l’irlandese che si prepara anche lui al sonno. Si toglie gli slip blu o azzurri, rimanendo nudo, si arrampica montando con un piede sul mio letto e sparisce alla vista. Fu rapidissimo, credo che l’azione sia durata solo pochi secondi. Sono certo che se non è stato quello l’unico precedente, è stato uno dei motivi che mi hanno indotto in seguito a prendere l’abitudine di dormire nudo. Dalla mia posizione potevo vederlo dalle ginocchia alle spalle, senza vederne il viso. Era di una bellezza da mozzare il fiato. Quello era il corpo che avevo sempre desiderato avere e che continuavo a desiderare. Aveva la carnagione chiara delle sue latitudini, il corpo non aveva peli se non dove strettamente necessari, i genitali rosei come quelli di una fanciulla, le cosce, i glutei, il torace, le braccia erano muscolosi come quelli di una divinità greca. Come poteva essere fatto così bene? Non era gigantesco, era solo poco più alto di me, aveva gli occhi chiari ed i capelli corti erano di un biondo tendente al rossiccio. Credo di averlo visto solo un paio di volte in quelle condizioni. Sono riuscito a scambiare con lui solo poche parole, non più di qualche 62


commento sulla carta geografica dell’Europa tenuta aperta sul mio letto. Quel viaggio continuò con una tappa in un ostello della costa amalfitana, dove incontrammo un gruppo di francesi aggressivi e un po’ loschi. Noi, io e F., fragili ed insicuri come eravamo, inseguiti dalla nostra italianità, cercammo di fare il possibile per evitare di pestare i piedi altrui. Poi arrivammo a Salerno dove F. non resse più. Sto seduto alla mia scrivania tentando di ricordare e di riannodare i brandelli sfilacciati della memoria. Ho avuto un attimo di esitazione ed ora apro il cassetto di destra. So che là tengo alcune lettere, poche, perché ho imparato a stracciarle dopo averle lette, a differenza di quanto facevo una volta. Qualcuna riesce a sopravvivere ed io, ora, ne sto cercando una mentre frugo nel cassetto. E’ l’unica che ho conservato di F., il mio amato, perduto, amico. Caro ...., ho ricevuto la tua lettera e poi la tua telefonata, e mi hanno fatto molto piacere; anche questa volta mi hai preceduto nel risponderti; mi piacerebbe molto rivederti; sono uscito dall’ospedale e ora sono in cerca di un lavoro. Veramente tra me e te, penso esista un legame di amicizia vera anche se molto spesso manco ad essa; non so se ho poche cose da dirti o se invece ne ho molte; sono in crisi vocazionale, mi sembra di vedere la volontà del Padre in altre cose al di fuori del convento, o che il Signore stesso per i miei peccati non mi ci faccia entrare. Ugualmente mi sforzo di amare Dio con tutta la mia anima, e quanto poco amore trovo in essa! Troppo spesse volte lo offendo e mi prendo delle libertà con Dio che lo umiliano e mi fanno dimenticare l’immensa gratitudine che dovrei avere per Lui. Ti parlo di Gesù Cristo perché ora non ho in mente altro che questo e mi 63


accorgo di quanto poco abbia fatto veramente per Dio, travestendo altre cose che erano per me e disprezzando negli anni scorsi i suoi insegnamenti e la Chiesa stessa, ma voglio convertirmi, si è sempre in conversione e ti assicuro che si trova Dio nelle cose piccole, sperando e amando Lui; forse a volte me ne faccio un formato ridotto non rispondendo alla sua immensità d’amore. Forse mi compiaccio di un certo mio modo di agire e di pensare (sarebbe meglio dire: di non agire e di non pensare) e me ne dolgo. Ti parlo di queste cose perché ti reputo amico e spero che non ti annoino. Nel rapporto con Dio bisogna essere schietti e non avere i piedi in due paia di scarpe; tutto dalla sua parte, ma è difficile, me ne accorgo. La mia esperienza del cristianesimo è un po’ deludente nei riguardi di Gesù Cristo e della Chiesa; i peccati di ribellione, di superbia, di ingratitudine; quale abisso tra me religioso e gli altri religiosi. Mi interessa conservare la tua amicizia e spero di starne all’altezza, io per conto mio e per colpa mia sono scaduto di valore. Per la venuta a Roma, forse a Pasqua, chissà che non riesca a cogliere l’occasione di qualche giorno libero per venire a trovarti, mi piacerebbe molto. Riguardo i viaggi che tu ti proponi di fare e che mi proponi, a dire la verità mi spaventano un poco, non so che risponderti, comunque mi piacerebbe rivederti e parlare di noi, di Dio, di tutto. Mi accorgo sempre più dei miei limiti e me ne angustio un poco, in questo vorrei essere cambiato e ho paura di essere rimasto un po’ uguale in tutti questi anni.

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Nel caso non riuscissi ad entrare in convento mi farei senz’altro terziario francescano; il richiamo di Dio e di Gesù Cristo è troppo forte; voglio amarlo di più di quanto non faccia ora. Forse ti stanco con queste mie parole e parlo troppo di me stesso. Si, l’ho letto “Juke-box all’idrogeno” (non tutto; brani), ma non scrivo più come allora. Allora ero in cerca di qualcosa che ho trovato: essenzialmente questo, la fede, il che significa tutto. Tu hai fede? E se non l’hai perché? Mi piacerebbe continuare questo discorso, sempre che ti vada. Vuoi? Ti saluto in Gesù Cristo tuo amico F. L’ho riletta..., quante volte l’ho letta? Ancora non riesco a capire e sento che il senso mi sfugge dal pensiero, lasciando uno struggimento che ancora mi addolora. È mai possibile riuscire a capirsi? Siamo come le marionette del teatro delle ombre cinesi di Bali; intagliate nel legno, piatte inerti. Acquistiamo vivacità solo nelle mani del teatrante, ma il ruolo é sempre e solo quello stabilito. Non ti ho capito F.! Poi venisti davvero nella Pasqua di quell’anno e forse siamo stati anche felici di stare insieme qualche giorno. Ricordo ancora che la mattina del giorno di Pasqua uscimmo per una passeggiata; il tempo era splendido. Ti ho condotto verso il grande viale alberato della mia infanzia, deve essere stato bello in quella stagione. Di che cosa avremmo parlato? Forse del nostro futuro, ma quale? Tu non ne avevi ed il mio cominciava giusto allora ad incrinarsi. Ti ho lasciato all’ingresso di una bella chiesa del periodo costantiniano. Tu non hai neppure insistito perché 65


io assistessi alla Messa con te; conoscevi la mia intransigenza. Ci siamo salutati come per lâ&#x20AC;&#x2122;ultima volta, poi ci siamo rivisti a casa. Era davvero necessario che ti lasciassi, non potevo assistere anche io a quello che ritenevo fosse poco piĂš di uno spettacolo teatrale? In fondo sono rimasto lo stesso e sono certo che lo rifarei. Per entrare in quella chiesa e per fare qualsiasi cosa non sia coerente con i miei pensieri dovrei smettere di pensare a me stesso. Lasciarsi andare, una volta tanto, e limitarsi ad esistere.

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Cap.8

L’estate volgeva al termine. Le piogge erano frequenti e i cambiamenti di tempo erano sempre più rapidi. Sedeva a quello che ormai era diventato il suo posto fisso: sulla pietra grigia semisommersa dalle felci, ora ancora verdi. Sulle ginocchia piegate teneva poggiato l’album di carta ed alla sua destra, sulla pietra, c’era la scatola degli acquarelli. Stava dipingendo un altro dei suoi soliti specchi d’acqua con le ninfee. Non veniva bene, faceva sempre l’errore di dipingere sommariamente lo sfondo, per sbrigarsi diceva, ma in realtà perché se non fosse stato così sommario avrebbe dovuto analizzare una ad una tutte le forme che componevano lo sfondo. Come al solito dava delle pennellate rapide e nervose che, secondo le sue intenzioni, avrebbero dovuto suggerire una specie di sfumato atmosferico. Non era concentrato e continuava a procedere perché ormai doveva pur finire. Si sentì sfiorare leggermente una spalla. Si girò di scatto. Era Lui, l’Ercole Farnese in piedi alle sue spalle che gli sorrideva debolmente. Visto da sotto in su sembrava gigantesco e ciò gli diede un senso di malessere. Non aveva paura, al contrario gli era quasi familiare. Non un cenno, non una parola e riprese tranquillamente a dipingere, ma il sangue pulsava già più in fretta. Qualche minuto dopo Lui gli si sedette accanto per vedere meglio come procedeva la pittura, ed ecco che avvertì per la prima volta il suo odore. Non voleva neanche sentirlo e invece ne fu investito in pieno. Era un afrore che non poteva definirsi piacevole a sentire, era sgradevole e gradevole allo stesso tempo. Sapeva di erba, di scorza d’albero, di sudore e di... animale selvatico, però sembrava di avvertire la traccia dolce del 67


profumo dei fiori. Ad ogni modo era penetrante e, vicini com’erano, non poteva non sentirlo. Non sapeva dirsi se gli era gradito oppure no, era troppo stordito per pensarci. L’acquarello non andava avanti, anzi era sempre più confuso. D’un tratto avrebbe voluto dipingere altro, magari fare un ritratto dell’Ercole. Non poteva più continuare. Poggiò il pennello sulla pietra e si girò a guardarlo. Era là vicinissimo ed ora poteva vedere bene quei lucidi occhi castani che lo guardavano. Da così vicino erano chiari ed avevano nella corona dell’iride tante pagliuzze d’oro. Malgrado la differenza di statura, si accorse di quanto gli era simile. Come l’altra volta, quella dello scontro, si meravigliò nel constatare quanto quell’involucro assomigliasse al suo: stessa pigmentazione della pelle, stessi peli, stesse vene capillari e... respirava e lo guardava nello stesso modo con cui lui lo guardava. Stava seduto tenendosi le ginocchia piegate tra le braccia, aveva l’immagine della calma distesa sul volto. Non era tutt’uno con la roccia su cui era seduto? Ebbe la tentazione di sfiorargli un ginocchio, ma non lo fece. Gli occhi gli si velarono e sentì qualcosa spezzarsi dentro. Allora abbandonò la testa su di Lui, poggiandola tra il petto e l’ascella. Lui non disse nulla, solo gli carezzò dolcemente la nuca. Aveva dimenticato la sua scatola di acquarelli proprio sulla pietra, ma non se n’era ancora accorto. Camminava velocemente e a tratti correva per tornare a casa. Sentiva un ronzio continuo alle orecchie, i vestiti gli si erano incollati sulla pelle e gocce di sudore freddo gli colavano lungo la schiena. Era pomeriggio inoltrato, il sole tramontava, era stato un sole pallido, parzialmente coperto dalle nuvole, ed ora si alzava un vento freddo che lo faceva rabbrividire. Il vento scuoteva le cime degli alberi e 68


tutta la massa dei cespugli ed arbusti provocava un fruscio ed un rombo che in un altro momento avrebbe amato ascoltare, ma ora serviva solo a renderlo più inquieto. L’oscurità fu improvvisa e lui ne fece parte. Tornò a casa che batteva i denti. Era certo di avere la febbre alta, si strappò di dosso i vestiti e si cacciò sotto le coperte. Gettandosi sul letto ebbe la sensazione di cadere in un abisso senza fondo, con il letto e la stanza che ruotavano attorno in un vortice che non aveva intenzione di fermarsi. Chiuse gli occhi e si abbandonò nella caduta. Ebbe un sonno agitato disseminato di sogni, alcuni dei quali spaventosi. Si girava e rigirava nel letto lamentandosi e mormorando parole incomprensibili. Sognò di suo padre e di sua madre e di suo fratello, sognò di stare affacciato ad una finestra in compagnia di sua madre mentre assisteva all’inondazione che avanzava; vide l’acqua che saliva ricoprire la terra e decine di cadaveri trascinati dalla corrente; vide gli sguardi ostili di professori maldisposti nei suoi confronti che lo interrogavano inesorabili, si sentì disperato e perduto. Si vide fuggire via, ma verso dove correva? La pioggia che cadde quella notte, venne giù per lui e per tutti gli altri, incurante della sua angoscia. Cadde perché una serie di fenomeni fisici avevano concorso alla sua formazione. La pioggia ristabiliva l’equilibrio di sempre. Il suo rumore incessante accompagnò, come un commento sonoro, le immagini dei suoi sogni. Si svegliò febbricitante, con l’inquietudine che non accennava a diminuire. Fu costretto a chiamare una vicina di casa che in passato era stata infermiera. La donna non si fece attendere e, approfittando della sua temporanea debolezza e dei suoi trascorsi amichevoli, cominciò a disporre ed a stabilire terapia e dieta. Lui la lasciò fare, era troppo spossato per opporvisi. A lei non parve vero di 69


poter finalmente dirigere quella casa in cui era stata ammessa ben poche volte. Lui si andava abituando alle noiose ed invadenti cure che la donna gli dedicava; più che di abitudine si trattava di un passivo abbandono alle sciocche e rassicuranti cose della vita quotidiana. L’orologio scandiva i ritmi di quelle cose: le medicine, i pasti, la pulizia del corpo, l’inevitabile cicaleccio dell’anziana vicina. Passarono alcuni giorni e riprese le forze, si sentì meglio e si alzò definitivamente dal letto ponendo fine, con una risoluzione che non mancò di urtare la sua amica, a quel ménage soffocante. Durante i giorni della malattia aveva ricordato, da sveglio e nel sonno, quanto era accaduto nel Parco, ma il ricordo era vago, con i contorni sfumati e senza interrogativi. Si ricordò di avere dimenticato la scatola di acquarelli nel Parco e nella sua immaginazione la vide, così com’era in realtà, ancora sulla roccia grigia. Tornò al Parco per riprendere la scatola. La trovò proprio là dove aveva immaginato che fosse. Non era certo la scatola quello di cui era in cerca, ma ancora non ne era cosciente. Avrebbero dovuti venire altri momenti. Rimase un poco sorpreso del fatto di non trovare nessuno dei due guardiani all’ingresso del Parco, ma non gli diede molta importanza, in fondo era già accaduto altre volte. In particolare si sentì sollevato nel non vedere l’Ercole perché temeva di incontrarlo. Non si rendeva esattamente conto di cosa lo turbasse della sua presenza, ma già avvertiva pulsioni che credeva di avere riconosciuto. I giorni della malattia avevano acuito le sue sensazioni e l’inquietudine non era diminuita, al contrario aveva i nervi tesi e una confusione in testa lo accompagnava dovunque. Al momento del suo ingresso nel Parco aveva spiato con esitazione la presenza dell’Ercole, e si sentì sollevato quando si rese conto della sua 70


assenza. Dopo aver recuperato la sua scatola, si diresse subito verso l’uscita. Erano passati i giorni, eppure così vicini, in cui si tratteneva volentieri nel Parco per godere delle sensazioni che gli procurava. Era stato assalito dall’ansia e sapeva, o almeno credeva di sapere, che per sfuggirla doveva allontanarsi dal Parco. Per uscire doveva passare in prossimità delle postazioni solite dei due guardiani, quando ebbe un sussulto nel riconoscere la Sacerdotessa Celtica. Quando la vide era già troppo vicina. Non se n’era accorto fino ad un attimo prima; era troppo occupato ad ascoltare il tumulto che aveva nel cuore. Lei era là davanti a lui. Doveva averlo aspettato con il proposito di fermarlo. Saranno stati ad un paio di metri di distanza, lui e Lei, circondati dall’oscurità del bosco che si faceva impenetrabile proprio in prossimità delle uscite. Lei lo guardava con intenzione, come l’aveva già vista fare, e ne spiava i movimenti. Trascorse qualche minuto con loro immobili che si fronteggiavano. Lei tentava di leggere nella sua mente, mentre lui cercava di contenere il senso di disagio che lo coglieva ogni volta che Lei lo guardava. Fece un passo verso di lui, gli si accostò, e lo baciò sulla bocca. Quasi automaticamente, senza riflettere, lui restituì il bacio, ma in modo del tutto diverso da quello di Lei. Il bacio della donna era seducente e prometteva un dopo tutto da scoprire, era un bacio appassionato ed allo stesso tempo imperioso. Quello che lui le aveva restituito, era simile all’effetto di un’abitudine radicata, simile ad un riflesso condizionato, come il bacio che i bambini danno agli adulti quando sono sollecitati a ringraziarli per qualcosa. Rimase al suo posto piantato sulle gambe che ora sentiva malsicure. Non se l’era proprio aspettato un fatto simile! Con le braccia che gli ciondolavano lungo il corpo, continuava a guardarla 71


sorpreso ed istupidito. Lei si scostò facendo un passo indietro, come a volerlo osservare meglio per spiare l’effetto del bacio. Aveva già notato quanto lui fosse impermeabile alle suggestioni, e ne aveva ben tenuto conto nel suo modo di agire. Cominciò allora a fare uno strano movimento con le braccia, mentre lui continuava a guardarla. La lunga veste bianca dai bordi d’oro si aprì, Lei allargò le braccia - in quel momento gli apparve immensa - e scoprì il corpo nudo. Malgrado l’oscurità la vide benissimo. Il corpo era così chiaro che sembrava brillare, illuminato dal riverbero del fuoco che si spegneva nel braciere. Era bellissima. Con lo sguardo scese lungo il corpo e si fermò sulla massa scura dei peli del pube. Lei mosse di poco le spalle e le gambe, e il ventre ebbe una lieve contrazione. Quella donna gli si offriva per essere adorata. Forse Lei si aspettava di vederlo cadere in ginocchio, oppure che le baciasse le cosce, ma non accadde. Lei attendeva una reazione che infatti non tardò: fu l’eco di un riso lieve e sommesso. Lui rise un poco, appena, appena, ma abbastanza da essere udito. Non era un riso vero e proprio, era poco più di un sorriso con le labbra atteggiate in una espressione da ebete. Un idiota. In un lampo gli fu vicina e gli diede uno schiaffo con violenza. Fu solo l’istinto che gli fece schivare il colpo di poco, non abbastanza da evitare di essere colpito con la punta delle dita, giusto sull’angolo della bocca. Gli occhi della Sacerdotessa sembravano quelli di un’incendiaria e le labbra, che prima promettevano lusinghe, si serrarono dal furore. Scomparve in un attimo e lui non fece neanche in tempo a vedere la sua bianca veste dileguarsi fra gli alberi. Si sentiva le labbra bruciare, era confuso ed agitato, tanto da essere costretto a rimanere fermo dov’era. Si sentiva mortificato e sapeva che 72


non sarebbe stato più in grado di sostenere lo sguardo della Sacerdotessa. Che avrebbe pensato di lui? Certamente un uomo insulso, uno sciocco. Si avviò lentamente verso casa e intanto pensava che Lei aveva di sicuro saputo qualche cosa dell’incontro avvenuto tra lui e l’Ercole.

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Cap.9

Venne il giorno in cui successe quello che non riuscì più a dimenticare fino alla fine dei suoi giorni. Tutto il male ed il bene possibili si concentrarono in quel sogno. Stavano seduti nella sala d’attesa di una stazione, su di una lunga panca di legno lucido. Oltre a loro due c’erano poche persone che sonnecchiavano. Doveva essere inverno perché indossavano abiti pesanti: lui aveva un giaccone blu, dei guanti, ed un curioso berretto di lana calato fin sugli occhi; l’Ercole indossava un vecchio cappotto grigio, all’apparenza pesantissimo, teneva il bavero rialzato sul collo ed aveva le mani ficcate nelle tasche. Sembrava che stessero aspettando un treno, annoiati e stanchi come gli altri viaggiatori. Lui non era calmo; era infastidito dalla visibile tranquillità dell’Altro, era come se non ci credesse e pensava che stesse fingendo. Lo colpì violentemente con il gomito su un fianco, l’Altro sembrò risvegliarsi dal suo stato di atarassia e lo guardò con l’aria interrogativa, mentre abbozzava un mezzo sorriso con le labbra. <<Uhm?>> fece l’Ercole. <<C’è che sei uno stronzo>> disse lui con ira. Ora non stavano più nella sala d’attesa, erano in treno, un treno affollatissimo, era di notte ed i vagoni avevano tutte le luci accese. Loro erano costretti a sostare in piedi nel corridoio, faceva caldissimo e l’aria era impregnata di fumo. Lui guardava l’Altro che guardava fuori dal finestrino, eppure non c’era niente da vedere perché l’oscurità di fuori era totale. Usciti dalla stazione camminavano per strada, lui aveva perduto i guanti e voleva tornare indietro a cercarli. L’Ercole lo tratteneva mentre 74


lui cercava, inutilmente, di divincolarsi dando violenti strattoni. A questo punto l’Altro gl’infilò una mano sotto al maglione ed alla camicia per insinuarsi giusto sotto la cinta dei pantaloni. Trattenuto com’era per la cintura, e sconcertato dalla sorpresa, si fermò all’istante. Lo guardò con un’aria tra l’incredulo ed il sorpreso. Anche l’Ercole aveva un’espressione di stupore sul volto, come se la mano non fosse stata sua, ma dotata di vita autonoma. Ancora non la ritraeva e restava là, nonostante lui avesse smesso di divincolarsi. Erano come abbagliati. Intanto, senza che lui se ne fosse avveduto, un certo muscolo s’era accorto del contatto con la mano. Solo allora l’Ercole ritrasse la mano, se la guardò come trasognato, poi l’infilò nella tasca del cappotto e ne trasse fuori una manciata di fiori di ibisco rossi, tutti sgualciti e stropicciati, e glieli tese. Era una bella giornata con un sole brillante ed il cielo azzurro cupo. Loro due sedevano nella terrazza di un albergo in riva al mare. Stavano seduti all’interno di una specie di padiglione fatto con tendaggi di colore chiaro che ondeggiavano mossi dal vento. Erano entrambi vestiti con abiti chiari e sorseggiavano una bevanda da alti bicchieri. Parlavano a bassa voce e di buon accordo, in una conversazione fitta, fitta senza scosse, ma lui non ricordava nulla di ciò che ascoltava e di quanto andava dicendo. A un certo punto si alzarono come se dovessero andare verso il mare. Iniziarono a percorrere una serie interminabile di corridoi. Entravano ed uscivano da un ambiente all’altro e discendevano scale che conducevano ad altri corridoi e ad altri ambienti. Talvolta incontravano dei camerieri, ma quelli sembravano sordi alle loro richieste di aiuto. L’albergo era senza fine. Inoltre il mare, che prima era vicino, si allontanava sempre più, ed ora appariva una sottile striscia blu. Lui brontolava e se la prendeva con 75


l’Ercole che lo precedeva, imperturbabile come se tutto fosse stato normalissimo. I suoi lamenti ebbero come effetto quello di arrivare in un ambiente che sembrava staccarsi dal resto dell’albergo. La camera era grande, tanto grande da non riuscire a distinguere le pareti di fondo. Benché la finestra fosse aperta e fosse giorno, all’interno della camera regnava la penombra. C’erano appese delle bianche tende leggere che si aprivano a tratti, scoprendo un angolo di giardino ombreggiato, pieno di cespugli e di rampicanti. Del mare non c’era più traccia. La tranquillità del luogo invitava al riposo. Nella camera c’erano un letto, una poltrona, un armadio ed il resto dell’arredamento si perdeva nell’oscurità. Erano in luce solo il letto e un tratto di pavimento. Ercole cominciò a spogliarsi per primo e si sedette sul letto. Man mano l’Altro si liberava dei vestiti, riconosceva il corpo del guardiano del Parco. Anche lui prese a spogliarsi e grande fu l’imbarazzo nello scoprire il suo sesso turgido che usciva dal ciuffo di peli scuri. Fece un gesto per mascherare la sua vergogna, tentò di coprirsi con tutte e due le mani e sorrise nel farlo. Anche l’Altro sorrise e gli tolse di dosso le mani che lo coprivano. Rise contento perché anche Lui mostrava un simile turgore. Dal fondo della sua memoria si affacciò il ricordo del profilo di un Ercole itifallico, inciso nel terreno da popolazioni celtiche, in una località dell’Inghilterra. Così com’era seduto sul bordo del letto, l’Ercole lo abbracciò serrandolo energicamente tra le gambe, intanto gli appoggiava una guancia sul petto. A questo punto il sogno si dilatò in una lunga ed insolita conversazione, ma non solo.

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<<Quando ti ho visto per la prima volta al Parco ho pensato che tu fossi una specie di semidio... poi c’è mancato poco che ti considerassi un povero diavolo.>> <<Non sono né l’uno, né l’altro>> disse l’Ercole sistemandosi disteso sul letto. Aveva un’aria compiaciuta. <<È evidente che non lo sei. Volevo dire che non sono mai riuscito a vederti nella dimensione giusta.>> <<Perché parli tanto?>> <<Ne ho bisogno, è più forte di me, devo sempre cercare di dare un nome alle cose. Lo so che sbaglio, ma non riesco ad agire diversamente.>> <<Io sono convinto che imparerai ad essere diverso... ed io ti aiuterò.>> <<In che modo?>> L’Ercole non rispose, forse fece finta di non aver sentito. <<Perché lo fai?>> riprese lui esitante. <<Fare cosa?>> <<Perché sei così disponibile con me?>> <<M’interessi, ecco tutto.>> Poi l’Ercole disse placido: <<Appena ti ho visto ho pensato che facevi al caso mio... era te che stavo aspettando.>> <<Anch’io ti ho aspettato da sempre.>> Lo disse con un tono che quasi rimproverava, intanto il suo cuore si andava intenerendo. Si sollevò sul gomito per guardarlo bene in viso. <<Allora vuol dire che siamo fatti uno per l’altro?>> Per tutta risposta l’Ercole gli circondò le spalle col braccio e strofinò il naso sul petto di lui. 77


Fu quasi contrariato da quel gesto affettuoso; tendeva sempre a confondere ciò che era semplicemente bello con ciò che era ridicolo, lo scetticismo e la sua natura ritrosa avevano fatto il resto. Dopo un po’ lui riprese a parlare. <<Che genere di rapporti hai con la guardiana? Con quella donna... >> esitava a confessargli di averla soprannominata la Sacerdotessa Celtica. <<Nessun rapporto. Dobbiamo stare a guardia del Parco perché siamo responsabili di quanto vi accade.>> <<Da chi dipendete?>> <<Non lo so, ed è inutile che tu me lo chieda. Non cercare d’indagare. Ti sto parlando seriamente. Non sappiamo chi ci comanda, non lo abbiamo mai visto e ormai ci siamo abituati così.>> <<Come fa a comunicare con voi, per darvi le istruzioni?>> <<È semplice, non ce ne dà. Non comunica con noi. Forse appariva una volta, ora non più>> fece l’Ercole con un certo disappunto nella voce. <<Quindi voi due non sapete se quello che fate è giusto oppure no. Agite di vostra iniziativa.>> L’Ercole era diventato esitante e aspettava un po’ prima di rispondere. <<Penso che siamo stati come... condizionati a svolgere determinati compiti. Forse prima di... >> <<Prima quando?>> <<Prima del Parco.>> Si rendeva conto che non sarebbe venuto a capo di nulla, inoltre stava mettendo a dura prova la pazienza dell’Altro, con tutte le sue domande. Capiva che l’Ercole era stanco di parlare di cose che ormai non lo interessavano più. 78


<<Di quello che c’era prima, di dove stavamo e di ciò che eravamo, non ne so assolutamente n-u-l-l-a. Penso di averlo dimenticato. Devi credermi.>> <<Come hai fatto a trovarmi?>> <<È stato facile.>> <<Questa non è una risposta>> ma subito dopo si arrese. Distesi gomito a gomito, guardavano il soffitto della stanza. Fu allora che cominciarono a carezzarsi. <<Quello che conta è che io sono qui con te, ora.>> <<Hai mai pensato di avere un amico, uno che duri tutta la vita, uno a cui dare tutto e che ti dà tutto, uno su cui contare sempre senza avere mai esitazioni... uno che comprenda le tue intenzioni e che ti voglia così come sei?>> Divenne serio e lo guardò bene in viso. Nel pronunciare le ultime parole, la voce gli era diventata bassa ed era appena percettibile. L’Ercole girò la testa verso di lui e vide che aveva un’espressione disperata. Un velo scuro gli era calato sugli occhi. Allora lo abbracciò e il desiderio di essere un solo corpo fu tale che i loro corpi diventarono fluidi. <<È talmente strano che mi pare di sognare.>> <<Come strano?>> <<Non so spiegarti. Io pensavo che tu non fossi proprio reale.>> <<Caspita! Non è reale questo? Prova a toccare>> fece l’Ercole mentre gli prendeva una mano e se la premeva sul petto per fargliene sentire la consistenza. <<Allora?>> e gli lasciò andare la mano. <<Hai ragione, ho detto una cosa stupida.>> 79


<<Non sono mica arrabbiato per questo, anzi...>> e lo carezzò sul collo. Avrebbe potuto spezzarglielo, se avesse voluto, invece le cose erano andate diversamente. L’Ercole lo amava. Lui stava immobile, steso sulla schiena, con le braccia piegate sotto la nuca. Sembrava perso dietro pensieri tanto distanti da loro, al contrario pensava proprio a loro due, a quando gli era caduto sopra

nell’incidente del Parco. L’Altro aveva

cominciato a fare un certo movimento ed ora lo teneva ben stretto con tutte e due le braccia agganciate sotto la sua schiena. Sembrava una posizione da lottatore. Gli baciava l’incavo delle ascelle. Lui ebbe un moto istintivo di piacere ed inarcò la schiena, allora l’Ercole scese a baciarlo più giù. Mentre guardava le spalle e il dorso nerboruto che si fletteva, un pulviscolo dorato gli andò offuscando la vista. <<Sono sicuro di stare sognando>> disse lui. L’Ercole tirò su la testa arruffata e lo guardò con gli occhi divenuti scuri; un rossore si era diffuso sulle guance e sul collo, sembrava più giovane. <<Se questo è un sogno, anch’io ne faccio parte>> disse l’Ercole che continuava a tenerlo stretto. Lui dimenticò quello che stava per dire e ricambiò la stretta. Smisero di parlare perché ricominciò un movimento che li tenne occupati per un bel po’. Si tenevano così abbracciati che ognuno di loro aveva la sensazione che il cuore gli fosse scivolato via, per passare nel corpo dell’altro. <<Quanto ho desiderato che accadesse.>> <<Io invece l’ho sempre saputo che prima o poi ci saremmo incontrati e riconosciuti>> fece tranquillo l’Ercole. Lui ripensava alle continue inquietudini, agli sforzi terribili che aveva dovuto compiere per ricoprire le innumerevoli voragini che gli si 80


spalancavano davanti ad ogni passo. Ebbe un brivido. L’Altro fraintese e se lo serrò tra le braccia. <<Come sei bello.>> <<Sul serio?>> <<Certo, ho sempre desiderato avere un corpo come il tuo.>> <<Per farne cosa?>> Esitò prima di rispondere, poi disse: <<Per guardarmi.>> L’Altro ridacchiò piano, il ventre si sollevò ritmicamente ed anche lui fu costretto a quel lieve movimento, tanto erano vicini. Si eressero di nuovo. Stava con il corpo sopra quello dell’Altro supino, gli allargò le braccia e gli afferrò i polsi, come se volesse immobilizzarlo. Ce l’aveva sotto di sé, sentiva il torace sollevarsi lentamente e il respiro farsi grave. Guardò in fondo a quegli occhi castani. <<Mi ami davvero?>> <<Tu lo sai bene, perché me lo chiedi?>> <<Voglio sentirtelo dire.>> <<Sì, ti amo davvero>> e l’Ercole emise un lungo respiro. Quando si svegliò la mattina dopo aveva il corpo tutto sudato e si accorse di avere il ventre appiccicoso. Gli venne in mente una frase di Forster: “nudo e coi semi dell’amore addosso”. Era accaduto quello che non succedeva da tanti anni, di quando era più giovane; di quando, alcune notti, faceva certi sogni.

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Cap.10

Lui non poteva saperlo: quella sarebbe stata l’ultima sua visita al Parco. In una bella giornata di fine settembre s’era avviato verso il Parco. Si sentiva il cuore stranamente leggero e i piedi sembrava che non toccassero terra. Il giorno prima c’era stato un violento temporale ed ora il cielo era di un pallido azzurro luminosissimo. L’aria era così tersa e frizzante da provocare un senso di euforia solo a respirarla. Si sentiva pulito come se si fosse appena assolto da chissà quali peccati. Camminava spedito come se fosse stato consapevole di avere qualche diritto in più a causa di quella sensazione di coscienza appena lavata. Non stava fingendo con sé stesso e non voleva ingannare nessuno. Avvertiva davvero, dentro di sé, un senso di leggerezza che lui credeva di poter attribuire alla bella giornata settembrina. Forse era solo perché in quel giorno il sangue circolava meglio degli altri giorni ed il cervello era più ossigenato. Non incontrò anima viva, nessun altro visitatore si fece vedere all’infuori di lui. Ai soliti punti di ingresso mancavano sia la Sacerdotessa, sia l’Ercole. Probabilmente i due si erano allontanati proprio perché non avevano visto venire nessuno. Si inoltrò nel Parco. Durante le ultime settimane di settembre era

avvenuta una vera metamorfosi nella

vegetazione del Parco. Era tutto un esplodere smagliante di colori che tendevano all’oro. Tutti i rossi ed i gialli e i bruni dell’universo si manifestavano nel fogliame delle latifoglie. Querce, aceri, betulle e faggi sembravano fare a gara per mostrarsi i più belli fra gli alberi. Il giallo oro e lo scarlatto predominavano tra le infinite sfumature assunte dalle foglie. I faggi erano i più numerosi. Lui li amava per il verde tenero delle foglie in 82


primavera, per quelle curiose foglie ovali dalle nervature così evidenti da sembrare plissettate. Ora non avevano la chioma verde, ma era rossa e bruna con tutti gli accenti del giallo. Già si raccoglievano al suolo le prime foglie, prematuro annuncio del magnifico tappeto marezzato che si sarebbe raccolto fra non molto. I grigi tronchi diritti si infittivano nella faggeta, dove non cresceva il sottobosco e sul terreno attorno, dissimulate appena dalle foglie cadute, emergevano le tracce di radici poderose. La vista di quelle foglie gialle e brune gli ricordava di quando era bambino, di quando usciva con i suoi genitori per fare lunghe passeggiate. Percorrevano spesso un bel viale cittadino, fiancheggiato nei due lati da doppi filari di platani. In quella città la bella stagione durava più a lungo e solo in ottobre inoltrato le foglie degli alberi cambiavano di colore per assumere i toni autunnali. Allora non faceva altro che raccogliere le belle foglie cadute a terra, ad ogni palmo ne trovava una più regolare delle altre e di un bel giallo acceso, poco più un là eccone un’altra dagli accenti violetti, poi un’altra ancora, senza stancarsi mai di raccoglierne. Le disponeva una sopra all’altra e le teneva premute tra le dita come se fossero stati fogli di carta, poi se le portava a casa e là avveniva una cernita selettiva; doveva decidere quale foglia avrebbe disegnato per la scuola, le altre finivano regolarmente gettate via. Squadrava il foglio da disegno e lo divideva in due parti uguali, a sinistra disegnava un quadrato con i due assi ortogonali, tracciava le diagonali, poi sullo schema disegnava la foglia in modo geometrico. Nella parte destra del foglio ritraeva liberamente la foglia disegnandola così come appariva sospesa in aria. Così gli era stato insegnato a fare.

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Mentre percorreva i sentieri del Parco, ricordava quei momenti della sua infanzia che ora gli sembravano colmi di felicità; allora un poco di malinconia cominciò a pesargli sul cuore, che fino ad un attimo prima sentiva tanto leggero. Sui prati fiorivano i ciclamini lilla, gli astri della Cina, i crisantemi selvatici e gli anemoni, c’erano perfino le campanule autunnali. Lui si aggirava tra quello splendore come ubriaco, il briciolo di malinconia aveva solo scalfito la superficie cristallina del giorno. L’inverno non si sarebbe fatto attendere, tutto lasciava già presagire un inverno precoce. Era giunta la stagione che amava di più; quando la natura ha la sua ultima esplosione di vitalità, eppure una tristezza sottile, tanto sottile che era quasi inavvertibile, cominciò a cullarlo. Non era spiacevole, anzi era bello lasciarsi andare a quella sensazione di rimpianto. Non sapeva bene cosa rimpiangesse, ma sentiva che gli nasceva dal profondo del cuore, e si lasciò andare dimenticando che c’era il resto, ad esempio il presente, che pur gli apparteneva. Il silenzio era rotto dal crepitio delle foglie secche schiacciate sotto ai piedi, là in prossimità dei grandi alberi, e dal frusciare dei fili d’erba che strusciava ad ogni passo. Eppure era un altro il rumore che sentiva: era quello provocato dal suo cuore. Come mai? Era così limpida quella giornata! Perché infrangeva il silenzio con il suo rumore sordo e opaco? La vista di quello splendore avrebbe dovuto bastare ad appianare qualsiasi inquietudine; che c’era che non andava? Lui non ne era conscio, ma c’era realmente qualcosa che non andava, anche in un giorno come quello. Quel qualcosa era lui stesso, nel Parco. L’affollarsi di domande non fece altro che aumentare la sua confusione. All’euforia ed al benessere iniziali, che in qualche modo continuavano ad esserci, si aggiungeva lo stordimento della confusione e 84


dell’incredulità appena sopraggiunte. Ancora una volta l’inquietudine guadagnava terreno e faceva piazza pulita di qualsiasi altra sensazione. - Perché proprio ora? - si chiedeva. Il Parco si adeguava al cambiamento di stagione, il ciclo naturale si svolgeva regolarmente. Non esisteva nulla nel Parco che sfuggisse alla regola. Era lui che non si adeguava alla nuova stagione, era lui che non viveva secondo i ritmi naturali. Con la sua presenza, con la sua volontà, li aveva stravolti ed ignorati. In fondo lui poteva modificare l’immagine del Parco. Ancora una volta stava perdendo una cosa preziosa. Ne fu profondamente consapevole e la tristezza ebbe il sopravvento. Impallidì, ma chi se ne sarebbe potuto accorgere? Si sentì assalire da un senso di vertigine. Lo conosceva bene, l’aveva provato ogni volta era stato deluso. Era un’illusione? Gli alberi cominciarono ad agitare i rami ed uno sfavillare dorato di foglie cadenti gli trafisse gli occhi umidi. Un soffio di vento gli sfiorò il volto e gli occhi presero a frizzare. Se ne accorse: qualcuno lo stava osservando. Alzò la testa e lo sguardo incrociò un paio di lucidi occhi castani. Quanto tempo rimasero a guardarsi? Di Lui vide solo la testa e le spalle, il resto del corpo era nascosto dai cespugli dell’enotera e dai rami bassi delle querce. Si era alzato un vento freddo e in cielo correvano nuvole che annunciavano pioggia. C’era un gran fruscio di rami e di foglie. Nessun altro rumore. A terra giacevano i tardivi fiori gialli dell’enotera strappati dal vento. Distolse lo sguardo per un momento. Perché poi? Guardò i petali gialli e gli venne in mente qualcosa di confuso e lontano. L’Altro era rimasto immobile e continuava a guardarlo fisso, il viso livido come il cielo che li sovrastava. Vide le sue labbra tremare impercettibilmente e forse fu proprio questo che lo sconvolse. Con un 85


brivido lungo la schiena si sentì come disseccare. Premette le palme delle mani sul viso e con le dita si strofinò le palpebre. Non sarebbe più tornato al Parco. Ora sapeva che il Parco dipendeva da lui, o meglio, il Parco non era altro che una sua espressione. Se avesse avuto il coraggio di accettarne l’esistenza così com’era, il Parco avrebbe continuato ad esistere in eterno, almeno quanto i ritmi naturali lo avrebbero consentito. Ma lui amava il Parco perché pian piano ne aveva fatto una sua creatura, lo aveva popolato di sogni e di fantasie, era diventato il luogo in cui poter finalmente lasciarsi vivere. Ora capiva che, per quanto avesse cercato di scovare al suo interno degli angoli prima inesplorati, era sempre la scoperta di sé che lo avrebbe guidato. Era stanco di guardarsi dentro, stanco di introversioni che lo inducevano a camminare con gli occhi rovesciati all’indietro. Doveva essere onesto con sé stesso, perché si vergognava tanto di ammetterlo? Aveva paura di vivere, in fondo voleva solo ottundersi. Non appena gli fu chiaro in testa, il Parco perse di qualsiasi interesse. Questo non significa che dimenticò ogni cosa; continuava a ricordare il colori e i profumi del Parco, le sensazioni che aveva provato ed i suoi inquietanti abitanti. Era ormai certo che ogni cosa era stata oggetto ed elaborazione della sua fantasia, tutto ciò che gli era sembrato reale, era doppiamente

legato

a

lui

e

dipendente

dalla sua

volontà

di

rappresentazione. Non tornò al Parco e non volle più saperne nulla. Nella sua vita aveva conosciuto molte persone, ma ora ne frequentava pochissime. Meglio dire che era solo. Di amicizie ce ne erano state molte, sempre problematiche e non tutte con esiti favorevoli. Sempre in sospeso fra le cose dette e quelle non dette, ad immaginare i possibili 86


comportamenti degli altri ed a guardare il suo in uno specchio, anzi in una fuga di specchi che rimandavano la stessa immagine. In quel periodo non vedeva nessuno. I suoi interlocutori erano gli oggetti, la casa, il giardino. Erano degli interlocutori pilotati, in quanto sue propaggini, suoi derivati. Però il giardino godeva di un’autonomia che gli altri non avevano. Viveva di vita propria e poteva anche decidere di morire. Lui poteva controllare il suo sviluppo, favorirne la crescita oppure sopprimere alcune piante, ma non aveva la facoltà di farlo crescere. Il giardino, che pur gli assomigliava, era una cosa diversa da lui. A causa di ciò gli era caro ed era il suo interlocutore privilegiato. Era a lui che a volte poneva interrogativi, in lui riponeva qualche speranza. Lo curava e lo guardava con la stessa intensità con cui aveva guardato le persone amate. Non sempre il giardino era in grado di rispondere alle domande che lui formulava. Allora emergeva il passato, in assenza di un presente con cui confrontarsi. Per lui era come aprire un armadio stracolmo di scatole chiuse, bastava sollevarne il coperchio ed un flusso ininterrotto di fatti, di persone e di cose lo investiva in pieno. Il contenuto delle scatole, che altro non era se non la sua memoria, era talmente concreto da fargli rivivere un numero infinito di volte situazioni del passato. Decine e decine di voci diverse gli sussurravano. Che frastuono quelle voci! Era un vociare dai toni ansiosi, ora balbettanti ed incespicati, ora affannosi o dal tono supplice. Si accavallavano come le onde del mare, sovrapponendosi le une sulle altre ad un ritmo tanto incalzante da non lasciare la possibilità di interpretarne una. Tutte avevano lo stesso tono angosciato, come a volergli comunicare insopportabili segreti. Le ascoltava e no, prestava loro orecchio e fingeva di non udirle. Sarebbe 87


stato mortale prestare loro fede. Continuava ad udirle a momenti alterni; quando credeva di non sentirle più, eccole di nuovo a frastornargli la testa. Quando la memoria correva rapida a ciò che era stato, ai momenti di gioia, ai desiderati e mai avuti momenti di felicità. Si rivedeva tornare a casa, dopo aver sostenuto un difficile esame all’Università, superato col massimo dei voti, dire a sua madre: <<Sono stato bravo. Sei contenta?>> Ed ecco il sorriso amato di sua madre: <<Si, sei stato bravo.>> Allora rivedeva quel volto. Ma quanto straziante era la sua felicità! Il dolore che provava lo obbligava a scuotere la testa tra le mani, come se scuotendola avesse potuto scacciare quei pensieri. Con le palme delle mani si premeva forte le palpebre, mentre gemeva debolmente, che nessuno potesse sentirlo. <<No, no...>> diceva cercando di allontanare da sé i ricordi che temeva ed amava. Quindi cercava di sostituire quei ricordi con immagini recenti. Affiorava l’immagine del Parco; il verde sterminato agiva sulla sua mente come un placebo. La sua attenzione si appuntava sui fatti accaduti nel Parco, ed in particolare sulle figure dei due guardiani. Lui non sapeva che quei ricordi erano altrettanto pericolosi degli altri. Riprese il ritmo di sempre. Continuarono le stesse operazioni quotidiane con gli stessi controllabili malesseri. Usciva di casa raramente, se non era costretto da urgenti necessità. Prese l’abitudine di trascorrere alcune ore del giorno nel suo piccolo giardino. Non lo aveva mai trascurato. La pianta dell’ossimoro ancora vegetava bene, ma da tempo non aveva più messo 88


foglie d’oro. Qualche volta scriveva agli amici lontani, e durante le sere d’inverno che giunsero prese ad ascoltare i suoi vecchi dischi di musica barocca. Riprese a scrivere quelle sue note, e il quaderno nero stava sempre aperto sulla scrivania. Una coppia di passeri aveva fatto il nido tra il melograno ed il cespuglio di gerani rossi. All’inizio avevo notato un certo andirivieni tra le foglie del geranio, poi me ne accorsi quando udii un pigolio incessante provenire dal cespuglio. In particolare quell’anno i gerani avevano avuto una fioritura che aveva del prodigioso, il rosso acceso dei fiori sembrava esplodere tra le foglie. Dapprima fui infastidito dal cinguettare fragoroso ad ogni arrivo e partenza della coppia che recava cibo alla nidiata, poi col passare del tempo, mi ero abituato al continuo cinguettare alternato a rari momenti di silenzio. Ogni qualvolta mi avvicinavo al cespuglio, uno dei genitori, appostato nei pressi in posizione strategica, lanciava curiosi segnali di allarme che duravano tutto il tempo che mi trattenevo sul posto; nel frattempo i piccoli se ne stavano zitti zitti senza fare rumore. Avevo localizzato il nido e scoperto le foglie che lo nascondevano alla vista; sotto avevo visto tre uccellini immobili e con gli occhi chiusi. Solo una volta si sbagliarono; quando sollevai la cortina di foglie,

vidi tre bocche

spalancate in attesa di cibo. Mi sembrarono enormi, più grandi del corpo che dovevano nutrire. Quando si accorsero che non ero un genitore col cibo, chiusero il becco e si strinsero tremanti in fondo al nido. Passarono due, tre o più settimane. Mi era venuto il sospetto che i gerani si stessero ammalando a causa della presenza degli uccelli. Decisi allora di sbarazzarmene e di tirare fuori il nido dal cespuglio, ma esitavo a farlo e passò altro tempo. Una certa animazione proveniva dal nido, sentivo un 89


gran frullare di ali sbattute. Pensai che si trattasse dell’aggressione di altri uccelli alla ricerca di un nido; ne avevo visti diversi svolazzare là attorno. Quando vidi la coppia lasciare il nido, alla consueta ricerca del cibo, compresi che l’insolita animazione era provocata dai piccoli. Andai ad ispezionare e grande fu la mia sorpresa nello scoprire il nido vuoto; i tre uccellini ne erano saltati fuori e se ne stavano stretti uno all’altro poco più in là. Feci per afferrarli ma il primo mi sfuggì di mano, fece un piccolo balzo e volò aprendo le ali. Allora afferrai gli altri due e li costrinsi a volare. Era giunto il momento di farlo. Tutto ciò era accaduto sotto lo sguardo vigile ed allarmato di uno dei due genitori che stava appollaiato qualche metro più in su, ed emetteva il solito segnale di allarme. Li aveva visti volare via, eppure non aveva tentato di seguirli nel volo, ma aveva continuato a sorvegliare il nido. I passeri hanno una vista acutissima e nulla può essere loro sfuggito. Avevo ripulito il cespuglio di gerani, lo avevo diradato dalle foglie secche, avevo tolto il nido e tutte le piume e le pagliuzze rimaste intrecciate tra i rami. Pensavo che i gerani potessero finalmente respirare. Lo strano fu che la coppia aveva continuato per un’ora a tornare sul luogo del nido recando insetti nel becco, come se fossero stati legati più al nido che ai piccoli, come se l’istinto di nutrire fosse più forte dell’amore filiale. Mi ero liberato da quel noioso frastuono quotidiano, ma neppure mezz’ora dopo già rimpiangevo la loro presenza, ed il silenzio che avevo ottenuto già mi pesava, procurandomi un senso di vuoto. Allora pensai che la stessa cosa accade con le persone, e così per tutte le cose. C’è una musichetta che quando l’ascolto provoca in me un senso di angosciosa malinconia. È un valzer, un banalissimo ed osceno valzer, 90


senza autore e senza età. Sono certo di associarlo ad episodi tristi della mia infanzia. Mi ricorda l’atmosfera delle giostre nei luna-park: è per questo che io odio le giostre. È una musica struggente che specula sulla mia debolezza, e mi si insinua dentro e mi rode piano, piano come un tarlo. Sul basso tavolino di cristallo ho messo un vaso di vetro verde con dei rami di biancospino colti da poco. Bianco, verde, verde. Sono due tonalità di verde, quella del vaso e quella delle foglie. Prima i rami erano chinati verso il basso, ora si dispongono con una morbida curva, trattenuti nello stretto collo del vaso. Un profumo a mala pena percettibile si diffonde nell’aria, ma è tanto lieve.

La pelle che pulsa. Il ricordo di una debole tosse lontana. Lo stomaco si contrae e l’aria entra nei polmoni. Il respiro di Ercole. Di solito non lo si pensa, ma il corpo umano è colorato. Il profumo di Dior. Un berlinese si calava i pantaloni per mostrare le mutande nuove alla sua donna. Mi ero accorto che la scaletta dell’aereo tremava, eppure ho fatto scendere la mamma per prima. L’avvocato mi disse che ero un irresponsabile ostinato. Mezza compressa di Roipnol alla sera. Nella posta in arrivo c’erano solo fatture commerciali. L’Alfa Romeo che avevo non partiva mai al primo colpo. Una volta alla settimana c’era da fare la spesa. 91


I vicini di casa facevano rumori domestici. Io ho cinque dita nella mano destra. La Dea Madre, dagli innumerevoli nomi, era adorata in tutto il mondo antico. Però i vetri di Loetz non riescono a consolare lâ&#x20AC;&#x2122;animo. Il dizionario dei sinonimi. Der Abend horcht nacht innen, und innen horchen sie hinaus. Lâ&#x20AC;&#x2122;arrivo a Worms di Valtario e Ildegonda. Il Duomo di Worms. Il Duomo di Magonza. Il Duomo di Spira. Incrinarsi e bruciare. Si prega inviare la cartolina solo se le letture previste si discostano sostanzialmente da quelle reali. Non amarmi.

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EPILOGO

Aveva sempre avuto una spiccata simpatia per Berlino, era stato più volte in quella città e là si era fatto degli amici. Quando capitava che qualcuno di loro venisse a trovarlo non mancava di farsi portare giornali e riviste, tanto per mantenere un rapporto con la città. Leggendo alcuni di quei giornali berlinesi, fu letteralmente folgorato da una notizia: una donna trentacinquenne, di presunta nazionalità ceca, era stata fermata dalla polizia, identificata, assurdamente scomparsa e ritrovata suicida. Il reato di cui veniva accusata era lo spaccio di sostanze stupefacenti. Il giornale riportava la notizia della irruzione della polizia in un bosco dell’isola denominata Pfaueninsel, inoltre si diceva che c’erano stati altri arresti e sembrava che la donna fosse considerata una specie di autorità, tanto da essere chiamata “la Sacerdotessa”, anche a causa del suo bizzarro abbigliamento. Veniva sottolineato il fatto che la donna aveva selvaggiamente graffiato un poliziotto che, durante l’arresto, le aveva strappato dalle mani alcuni ramoscelli. La donna si era poi misteriosamente dileguata e dopo ore di ricerche era stato ritrovato il suo corpo appeso per il collo ad un ramo di quercia. Una piccola vena tra il naso e l’occhio cominciò a battere come fosse impazzita, lui si stropicciò a lungo l’occhio, ma la mano tremava. Come la carcassa gonfia d’aria di un animale torna rapidamente a galla in superficie, così di colpo ricordò ogni cosa. Non aveva dimenticato nulla ed i ricordi furono tanto nitidi da fargli dolere la testa. Quella notte non riuscì a prendere sonno, la notizia della fine della Sacerdotessa lo aveva colpito più di quanto avesse creduto. Come era potuto accadere un fatto così 93


grave? Perché si trovava a Berlino? Perché decidere di suicidarsi? Ogni domanda trascinava con sé grumi maleodoranti di pensieri angosciosi. In quella parete liscia s’era creata una profonda crepa che andava allargandosi a vista d’occhio. Dalle fessure fuoriuscivano gli umori della sua vita. Non aveva più paura di veder crollare la parete e di esserne travolto, ormai credeva di essere già morto. I mille rivoli confluivano a diventare un fiume in piena.

Si vide a quattro anni con un curioso

cappellino in testa dare la mano a sua madre, le mani guantate di lei; vide suo padre dal portamento atletico; vide stanze e stanze di tante case, i giardini all’aperto, le nuvole bianche delle domeniche di primavera; vide il viso di suo fratello minore devastato dalla malattia... ah, che dolore! Vide sé stesso a scuola non saper rispondere alle interrogazioni, i compagni del servizio militare e i corpi nudi sotto la doccia; vide città lontane e tutte le cose sciocche che si facevano, ospedali e luoghi di sofferenza e il corpo di sua madre sul letto di morte; vide il Parco con i suoi abitanti e lui tra loro; vide orrende mutilazioni e mari di liquami; vide il riflesso del sole che filtrava attraverso le persiane socchiuse sul soffitto della stanza di quando lui era bambino, sapeva che la mamma era di lì, bastava chiamarla e lei sarebbe accorsa. Cadde in un sonno profondo di colore nero e senza sogni, ogni tanto smaniava e diceva qualche parola sussurrata, ma erano solo suoni inarticolati. Doveva essere notte fonda quando si svegliò di soprassalto. Aprì gli occhi nel buio e vide l’Ercole Farnese in piedi, nella stanza accanto, che lo guardava. Ebbe uno schianto dentro, come quando un vento forte abbatte cartelloni pubblicitari e palizzate che, cadendo a terra, fanno un rumore orribile che sa di umano. Fece un balzo e, nel mettere i piedi a terra, 94


inciampò sugli zoccoli che teneva a lato del letto. Riuscì a malapena a tenersi allo stipite della porta. Ancora un altro metro e avrebbe trattenuto quell’ombra o qualsiasi altra cosa fosse stata. Lei, l’ombra, non si muoveva. Nello slancio perse l’equilibrio, cadde a terra pesantemente, ma nel cadere si aggrappò con tutto il suo peso - e il desiderio di trattenere alle ginocchia di ciò che era chiaro non essere un’ombra, ma l’Ercole in carne ed ossa. <<Sei tu, sei proprio tu?>> Era talmente fuori di sé da non riuscire più a controllare i suoi movimenti. Il cuore batteva all’impazzata e sembrava volesse uscir fuori dal torace. Non era dunque una visione, non si trattava di uno stato di allucinazione come ne aveva già avuti. Era reale! Ci mise un bel po’ di tempo prima di essere in grado di rialzarsi. Neanche avvertiva il dolore dell’urto, e intanto rimaneva strettamente abbracciato alle gambe dell’Altro. <<Sono io. Sono venuto per rimanere.>> <<E... e non andrai più via?>> <<No, rimarremo sempre insieme.>> Alzò gli occhi e lo guardò bene in viso. Doveva aver passato momenti terribili, era pallido e dimagrito, aveva un’aria sofferente, i lineamenti del viso erano tirati e attorno agli occhi aveva un’ombra scura, ma i lucidi occhi castani brillavano come una volta. Indossava un vecchio cappotto consunto simile a quello del sogno, di quel famoso sogno che gli aveva dato tanto da pensare. Lui finalmente si alzò e i due stettero uno di fronte all’altro. Gli parve allora rimpicciolito, Lui che gli era apparso così gigantesco la prima volta - ancora se la ricordava - ed ora misero e stravolto come un penitente. Si guardarono lungamente in fondo agli 95


occhi, poi si abbracciarono. L’uno perduto in una felicità che non riusciva più a contenere, incapace di qualsiasi riflessione che non fosse quella dell’appagamento delle sue ansie e la fine di tutti i turbamenti e gli incubi trascorsi; l’Altro, scivolato nella recente condizione di essere umano come gli altri, soffriva ancora delle pene sopportate e tremava dal desiderio, ora soddisfatto dell’essersi riunito a quella metà che aveva da sempre cercato. Si abbandonarono ad un lungo pianto consolatorio, silenzioso e senza gemiti, che proveniva da luoghi profondi del loro intimo. Allora, così come erano seduti sul bordo del letto, l’uno nudo e l’Altro con quel cappotto sdrucito, l’uno con la mano poggiata sul ginocchio dell’Altro, e quello che gli teneva le spalle con un braccio, allora parvero per la prima volta simili, uno il gemello dell’Altro, tanto erano identici. Gli occhi brillanti di lacrime dell’uno erano diventati quelli dell’Altro. <<Ci separeranno.>> <<No, non è vero. Posso portarti via con me, se lo vuoi.>> <<Davvero hai questo potere?>> <<Vedrai, non ci lasceremo mai più.>> <<Allora portami via.>> Il quaderno rimase aperto sulla scrivania, così come lui lo aveva lasciato. Passarono molti mesi prima che qualcuno ne sfogliasse incuriosito le pagine. La casa era ormai vuota da tempo.

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1 il parco  

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