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La questione ambientale e il ruolo delle associazioni Villaggio FataMorgana, 10 agosto 2007


La questione ambientale a Taranto Ruolo delle associazioni Prospettive di cambiamento reale

Dott. Mario Collura

INTRODUZIONE

L'associazione Tarantoviva ha organizzato questa serata che ha inteso ancora una volta dedicare alle tematiche ambientali, nell'intento di informare , ma soprattutto di stimolare il dibattito e di formulare proposte ed ottenere suggerimenti. Proporre una iniziativa di questo genere in un periodo di piena vacanza e di spensieratezza è stata una scommessa. Avere ospiti il Sindaco di Taranto e l'Assessore . già in parte ripaga dell'impegno, è motivo di sincera gratitudine e dimostra la coerenza del Dr Stefano che in campagna elettorale aveva affermato la volontà di cercare il dialogo coi cittadini. Oltre all'eccellentissimo Sig. Sindaco i relatori e l'uditorio sono di alto livello ed è questo il motivo della scelta di Fatamorgana, nella speranza di potere informare laddove le notizie che tratteremo non fossero già patrimonio dei presenti, ma molto di più per avere da Voi indicazioni e proposte che vivifichino il dibattito fra tarantini e forniscano agli addetti ai lavori elementi utili. Innanzitutto una breve presentazione dell'associazione Tarantoviva. Questa è composta da un gruppo di tarantini, in parte residenti in altre città di Italia, accomunati dall'amore per Taranto e dalla voglia di migliorare la loro Città. Questa, come molte altre Associazioni, utilizza la Rete Internet come punto di incontro virtuale e da 4 anni tutti i soci e simpatizzanti si adoperano in iniziative volte a sensibilizzare l'opinione pubblica prevalentemente su tematiche ambientali, ma anche sociali e culturali. Fra queste iniziative ricordiamo: Mostra Fotografica Taranto, gli uomini, il mare, la vita La bonifica della spiaggia del Tramontone La pulizia del litorale di Cimino La costituzione della delegazione FAI di Taranto La pubblicazione del Libro "il nodo di acciaio" La pulizia del fiume Galeso La pulizia della spiaggia di Mare Chiaro Ogni tarantino ha coscienza della crisi che attanaglia questa città e questa collettività. Sono suonate le campane del malaffare, del dissesto economico, della sporcizia, della malasanità e da ultimo della sospensione tout court della distribuzione dell'acqua alla cittadinanza da parte dell'Acquedotto Pugliese che ha del grottesco. Gli scandali sono gli acuti. Ma la città oramai cronicamente fa cattiva mostra di sé agli ultimi posti nelle classifiche nazionali per qualità della vita e parametri


ambientali. A rincarare la dose è arrivato il Settimanale l'Espresso che ha messo in copertina i fumi dell'ILVA per parlare della "Puglia come pozzo di veleni". Chi, come il sottoscritto, e purtroppo non siamo in pochi, ha vissuto l'esperienza di dovere abbandonare Taranto per potere studiare e poi per lavoro ha dovuto stabilirsi altrove, è costretto a riflettere sulle cose che vede da una parte e dall'altra ed alla fine è quasi inevitabile provare un senso di rabbia e di sconfitta al pensiero di cosa la nostra Città è stata e di cosa è diventata. Quanto è superbamente bella e come riesca a risultare brutta. Ora il punto del discorso al quale vogliamo approdare è che speriamo di avere già toccato il fondo e che più in basso non si possa andare, che dispiace vedere come Taranto si sia ridotta, ma soprattutto dobbiamo chiederci verso quale futuro andiamo e se possiamo in qualche modo governarlo. Ed allora fra le tante emergenze pensiamo che quella ambientale sia particolarmente grave e che peggiorando ulteriormente, come purtroppo sta avvenendo, non solo possa minare la salute nostra e dei nostri figli, ma possa mandare "in fumo" lo stesso futuro economico e civile della nostra Città. Certamente è vero che dobbiamo ripartire dal recupero di una alta moralità pubblica, da Amministratori che perseguano il bene pubblico e non il personale profitto, che si debba ottenere sull'opposto versante una crescita del senso civico, ma anche del benessere economico, la piena occupazione, la lotta al degrado urbano e chi più ne ha più ne metta. Però in un mondo che sembra inevitabilmente legato ad un futuro di mercato globale, l'industria pesante ed a modesto contenuto tecnologico, maggiormente inquinante sta abbandonando l'Europa e subisce la delocalizzazione nel terzo mondo in via di industrializzazione. Ebbene a Taranto nella Acciaieria maggiore d'Europa vengono concentrate attività sospese altrove in Italia, le emissioni inquinanti non sembrano diminuire, le polveri minerali continuano a cadere e ci si chiede quanta altra diossina, idrocarburi ed anidride carbonica debbano ancora essere emessi. Peacelink ha diffuso una stima secondo cui l'ILVA emetterebbe 93 grammi di diossina all'anno, sui 103 grammi emessi in tutta Italia, (dati desunti dal database INES EPER 2005). Sono stati effettuati in Giugno controlli sulle emissioni di diossina dall'ARPA Puglia. In attesa di conoscere nei dati definitivi la situazione di fatto, ci siamo fatti l'idea che la sola acciaieria abbia in 40 anni disperso in atmosfera più o meno la stessa quantità di diossina che fuoriuscì dagli impianti della ICMESA di Seveso nel 1978. All'Epoca vennero enfatizzati gli effetti della tossicità acuta legata alla diffusione di diossina. Di conseguenza venne bonificata l'area contaminata e stoccati in un sarcofago terreni superficiali e macchine. A Taranto non si pone la questione della tossicità acuta. Ma ci chiediamo se i circa 4 chili di diossina liberati nell'aria in 40 anni di attività, entrati nelle vie aeree e nel ciclo alimentare, non rappresentino una evidente causa per l'incremento di tumori e patologie respiratorie registrati a Taranto.


E' stata anche pubblicamente denunciata la liberazione in atmosfera ed in mare di ingenti quantità di mercurio, principalmente dall'ILVA. E' seguita la denuncia ILVA per procurato allarme. Insomma non c'è dubbio che a Taranto di veleni ce ne siano e, tornando al discorso della delocalizzazione delle attività industriali inquinanti, dovremmo chiederci se non sia vero che il, terzo mondo siamo noi. Ma il punto non è questo. Il punto è che finchè Taranto rimarrà gravemente inquinata ed inquinante non si vede come possa partire l'alternativa di una società sana e di una economia finalmente capace di evolvere. La voce turistica innanzitutto, ma anche l'agricoltura e la enogastronomia potrebbero essere una importantissima e vera risorsa futura dell'Italia meridionale. Ebbene in un luogo ricco di attrattive naturali e di storia, come Taranto, tutto questo non può decollare e rimarremo al palo se non riusciremo ad ottenere che le cose cambino. La questione ambientale negli aspetti relativi all'impatto dell'acciaieria è stata affrontata attraverso la stipula di diversi atti d'Intesa sottoscritti dalle istituzioni e dall'Ilva.Il più recente risale all'ottobre 2006 e già nel corso di un Convegno sulle polveri che abbiamo organizzato nel marzo scorso abbiamo proposto di stipulare un nuovo atto d'intesa. Questo innanzitutto perchè nell'ottobre del 2006 la città non era rappresentata da un Sindaco, ma da un commissario.In secondo luogo perchè l'Atto d'Intesa del 2006 prevede da parte dell'Ilva un programma di interventi definito nel tempo, ma di cui non sono noti nè i passaggi nè le caratteristiche.Ulteriormente perchè è stato di recente realizzato dall'Arpa e dal CNR il monitoraggio delle diossine provenienti dall'attività siderurgica. Le quantità risultano nei limiti delle norme nazionali, ma superiori a quelle europee: occorre quindi da una parte spiegare se ciò che è tossico in Europa non lo è in Puglia e dall'altra prevedere interventi adeguati.Si tratta di un aspetto fondamentale: la nostra opinione è che bisogna chiedere con forza norme regionali o addirittura nazionali che riducano i livelli consentiti di emissioni di diossina da parte delle acciaierie. Inoltre pensiamo che sia necessario il coinvolgimento delle associazioni ambientaliste nelle trattative future.In passato non sono mancati esempi, anche nella vertenza tarantina di riconoscimento del ruolo della cittadinanza attiva.Pensiamo all'incontro fra il Comitato Tamburi e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, incontro di qualche anno fa. Ma allargando la visuale pensiamo alla vicenda di Cornigliano dove dal 1985 al 1990 i comitati cittadini furono rappresentati in una Commissione tecnico.istituzionale i cui lavori ebbero come esito l'Accordo di programma del 1994 che porto alla decisione di chiudere la lavorazione a caldo. Penso alle recenti modifiche del Testo unico sull'ambiente che già da un anno riconoscono la titolarità delle associazioni ambientaliste nei processi per danno ambientale.Penso al ruolo svolto da Legambiente nei processi per inquinamento a Genova ed a Taranto. E' quindi palese che deve essere riconosciuta la rappresentatività delle associazioni ambientaliste soprattutto nelle occasioni di


dialogo e di proposta, visto che in queste e non nelle azioni giudiziarie sono le vere possibilità di cambiamento. D'altra parte l'entusiasmo, l'amore per la città, il desiderio di autotutela e di partecipazione diretta da parte della cosiddetta cittadinanza attiva devono essere considerati un valore aggiunto su cui fare affidamento e leva nell'evoluzione e nel progresso della comunità e quindi una risorsa utilissima. Da ultimo è sempre piÚ evidente che ci sono, fra i componenti delle associazioni, esperienze e competenze anche tecniche che possono e devono essere messe a frutto.


Dott. Bruno PASTORE ASSESSORE ALL’AMBIENTE - COMUNE DI TARANTO

So che a quest'ora l'intervento più gradito dev'essere sicuramente breve, e così sarà. Dopo due ore e mezzo di dibattito mi rendo conto che la pazienza ha un limite, come diceva Totò, e quindi non è il caso di sfruttarla troppo. Questa mattina abbiamo avuto il primo consiglio comunale e comunque vi voglio rassicurare, non è durato 19 ore ma solo 9 ore, molto di meno. In un momento di pausa del consiglio comunale abbiamo anche approvato la delibera di 49 milioni e mezzo di euro per il recupero del quartiere Tamburi. Questi sono i tempi, queste sono le scadenze con le quali stiamo lavorando; la nostra giornata lavorativa come nuova amministrazione comunale ha in media una durata di 18-20 ore. Quindi, la situazione che abbiamo ereditato... mi dispiace che il professor Assennato sia andato via; quando ha detto che la situazione dell'Arpa è catastrofica a livello tarantino, ringraziando Dio come Ente Comune noi non siamo da meno. La situazione dell'Ente Comune è altrettanto catastrofica, perchè già per ritornare all'argomento della serata, la questione ambientale, non riusciamo a fare il monitoraggio attraverso le centraline che ha in dotazione il Comune. Perchè non riusciamo a disporre... perchè non abbiamo a bilancio i 200mila euro che ogni anno servono per mantenere attivo e valido il monitoraggio dell'ambiente. Per cui noi ci dobbiamo fidare dei dati che ci vengono forniti dalla grande impresa, e questo è un paradosso, obiettivamente: il gioco delle tre carte può riuscire facilissimo in questa situazione, i dati possono essere manipolati, trasferiti, trasformati in modo tale che la città venga tranquillizzata. Noi, come istituzione appena insediata, sono 45 giorni che abbiamo preso questa rogna, come mi è stato detto da una persona che si occupa di questioni ambientali da tanti anni sul territorio, il quale mi ha portato un'immagine che mi è piaciuta molto... Parlo del procuratore aggiunto della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio. Mi ha detto che, nell'affrontare i problemi del territorio, lui si sente un po' come il conducente dell'autobus, nel senso che lui lo guida, i passeggeri salgono, c'è anche qualcuno che scende semmai a una fermata successiva, però alla fine sull'autobus sta sempre da solo: quando arriva al capolinea non si trova mai nessuno perchè la gente lo lascia solo. Io gli ho garantito che da parte dell'istituzione Comune questo non accadrà più, perchè noi siamo impegnati in una sfida su questo territorio che è importante; e se vi ricordate quando Andreotti era Presidente del Consiglio, diceva che in Italia c'erano Conferenza-dibattito “La questione ambientale e il ruolo delle associazioni” - Villaggio FataMorgana, 10 agosto 2007


due tipi di pazzi: quelli che si credevano Napoleone, e quelli che volevano risanare le Ferrovie dello Stato. Non vorrei che noi sembrassimo una terza tipologia di pazzi, cioè quelli che vogliono affrontare e risolvere la questione ambientale. Però per il modo col quale ci stiamo ponendo, per la discussione che si è verificata oggi nel consiglio comunale dove c'è stata la condivisione di tutti, e l'argomento cardine del lavoro del consiglio comunale... Io vi anticipo quello che oggi non sono riuscito a fare perchè non era previsto dal regolamento, ma quello che farò nel prossimo consiglio comunale sarà presentare un ordine del giorno col quale noi chiediamo che la questione ambientale diventi strategica per il territorio tarantino. E chiederemo agli altri Enti, quindi a Provincia e Regione, di adattarsi all'ordine del giorno che noi presenteremo, cioè che ci sia gioco di squadra per cui i valori di riferimento della diossina vengano abbattuti allo 0,4%. Questo è quello che noi chiederemo. Perchè la questione ambientale si può risolvere apparentemente, cioè in maniera demagogica, o si può risolvere in maniera seria; e per risolverla in maniera seria ci vuole la politica, non ci vuole nient'altro. Cioè ci vuole che vengano adottate delle leggi, dei regolamenti, e questi regolamenti vengano fatti osservare, applicare dalla grande impresa e in parte vengano fatti osservare e applicare anche dai cittadini. Dato che noi abbiamo letto sui giornali che dall'inizio dell'anno ci sono stati già 41 sforamenti nei valori di rilevamento delle polveri sottili nell'atmosfera a settembre, mi spiace dirlo ma sarà così: io farò un incontro con tutti gli interlocutori istituzionali, per cui se ci saranno ulteriori superamenti di questi limiti, verranno adottate tutte le misure che sono previste, blocco del traffico, riduzione dei riscaldamenti, pressioni sulla grande industria affinché vengano ridotte le capacità produttive in modo che scendano gli inquinanti. Perchè noi non possiamo pensare che i cattivi stiano solo da una parte: la questione ci vede coinvolti come vittime e come carnefici, perchè qualche cosa la fanno gli altri, ma qualche cosa la facciamo anche noi col nostro comportamento. Come assessore all'ambiente io ho cominciato la mia attività in parte con l'Ilva e in parte con l'Amiu, nel senso che i cassonetti sono sporchi, la città è sporca, e non si fa niente per la città; e questo semmai mi veniva detto da quello che alle dieci di mattina aveva buttato la busta della spazzatura fuori dal cassonetto... Allora, o noi recuperiamo tutti quanti insieme il senso dell'appartenenza, nel senso che la città è patrimonio di tutti, non è solo di qualcuno e non sono alcuni solo che se ne devono interessare... Perchè la città è di tutti. O noi recuperiamo il senso civico, o le istituzioni... In questo noi siamo impegnati, perchè nessuno ce l'ha chiesto... Oggi forse voi l'avete visto, c'è un articolo sull'Espresso, “Un marziano per Taranto”, con Stefàno; e ci sfottevamo in giunta, allora le donne sono venusiane e noi siamo saturnini per rimanere nell'ambito dei pianeti. Ma noi abbiamo deciso di affrontare questa battaglia come dei folli. Conferenza-dibattito “La questione ambientale e il ruolo delle associazioni” - Villaggio FataMorgana, 10 agosto 2007


Roberto De Giorgi Rete Jonica per l’Ambiente

I cittadini al centro della politica ambientale

La domanda che dobbiamo porci ed alla quale dobbiamo una risposta è: la consultazione dei cittadini deve essere intesa come fatto ordinario o eccezionale.? Non v è per me alcun dubbio che occorra uscire dall’occasionalità del confronto con i cittadini, assai preponderante in campagna elettorale, per giungere ad un confronto serrato e continuo. Alla origine del problema che andiamo analizzando c’è innanzitutto una crescita della consapevolezza dei problemi ambientali da parte della popolazione. Questo è un processo che si è sviluppato soprattutto negli ultimi anni e che è documentato da numerosi sondaggi fatti in Italia e nel mondo. Basti pensare a testimonial importanti come Al Gore che con il suo documentario “ Una scomoda verità” ha avuto un miliardo di spettatori. Di contro, in Italia, nello stesso periodo abbiamo assistito ad un progressivo distacco o comunque inadeguatezza della politica ufficiale su questi temi ambientali. Non si va avanti di un millimetro sui gravi problemi, spesso c’è la solita politica del rinvio. Molta inadeguatezza degli apparati. La Provincia di Taranto, destinataria, insieme alle altre, di un finanziamento di 28 milioni di euro per l’avvio della raccolta differenziata dei rifiuti, invia due lettere alla Regione Puglia, una per chiedere come spendere queste risorse e l’altra per chiedere se debbano essere spesi tutti per lo scopo o possano essere utilizzati per altro. Lascio a voi ogni commento. Di fronte a questo abbiamo avuto dal 2003 una formidabile diffusione della rete dei cittadini in tutto il mondo anche con effetti clamorosi e per guardare al nostro Paese, pensiamo ai comitati dei cittadini che lottano contro le discariche. Oramai sono migliaia le postazioni in rete che consentono di fare cose impensabili. La scorsa primavera, quando a Serre, in Campania, le forze dell’ordine sgombravano i cittadini, sindaci e parroci che stavano manifestando contro l’apertura della discarica nel parco del fiume Sele, dopo 15 minuti la notizia, quasi in diretta era sui pc di tutta Italia, e mezzora dopo, in solidarietà con Serre, a Vicenza occupavano i binari della stazione. Un movimento di cittadini, senza apparati, senza sedi, senza risorse, riesce a portare 20 mila persone a Napoli per manifestare contro una monocultura nella gestione dei rifiuti. Questo, al di là degli esempi, dimostra come i cittadini vogliano veramente contare nelle scelte di politica ambientale. Occorre produrre contro l’inquinamento, un cambiamento di mentalità. Non abbiamo più tempo da perdere. Cito l’esperienza dei medici per l’ambiente che Conferenza-dibattito “La questione ambientale e il ruolo delle associazioni” - Villaggio FataMorgana, 10 agosto 2007


hanno messo al primo posto la salute e la vita delle persone. La loro organizzazione che si chiama ISDE – medici per l’ambiente, ha come slogan Tutti gli uomini sono responsabili dell'Ambiente. I Medici lo sono due volte. Fino a quando possiamo restare indifferenti ? Questa domanda la giro agli amministratori del Comune di Taranto. Credo sia necessario utilizzare gli strumenti della e-democracy come nuova gestione del rapporto con i cittadini. Questo percorso deve attivare un accesso all'informazione con particolare riferimento a quella prodotta dai soggetti pubblici attraverso il sito internet del Comune che mette a disposizione tutti i documenti ed i progetti dell'Amministrazione nel modo più accessibile e fruibile, le newsletter, le mailing list (il richiamo è alla trasparenza dei processi decisionali politici in democrazia e, quindi, alla possibilità di esprimere un consenso informato e di esercitare un controllo democratico sull'operato delle istituzioni); un accesso alla sfera pubblica quindi l'effettiva possibilità di produrre informazione e partecipare alla formazione delle opinioni, di dialogare fra cittadini e con le istituzioni, in un confronto aperto fra attori sociali, politici e istituzionali (Chat con gli Assessori ed i Dirigenti, Forum aperti di discussione); una iniziativa diretta da parte dei cittadini, laddove sono previsti istituti giuridici specifici (la presentazione di segnalazioni istanze, proposte e suggerimenti on line- la banca delle idee); infine un coinvolgimento dei cittadini e delle loro forme associative in specifici processi decisionali (attraverso i forum moderati su temi e programmi proposti dall'Amministrazione, i sondaggi on line su problematiche di interesse locale). Ritengo che occorra stabilire finalmente un patto tra istituzioni e cittadini per affrontare e portare a soluzione i problemi dell’ambiente. A tal fine è necessario rendere funzionali gli istituti di partecipazione previsti dallo statuto del Comune che mancano del tutto della richiesta di regolamentazione. A tal fine, su input del Sindaco ho redatto un regolamento della partecipazione. Solo con questa regolamentazione si potranno attivare gli albi delle associazione e tra queste le consulte dei cittadini. Per rendere permanente la consultazione sfruttando l’intelligenza diffusa nella comunità anche con l’ausilio della rete informatica. Il processo partecipativo parte da una esigenza nuova: passare dal diritto all’informazione da parte dei cittadini, al dovere della pubblica amministrazione di creare la partecipazione dei cittadini alle scelte. In tale direzione si applica la Convenzione di Aarhus. Mi permetto di stilare l’agenda del Comune: adesione ad Aarhus, creare un ufficio partecipazione, approvare il regolamento della partecipazione, creare l’albo delle associazioni ed infine istituire le Consulte. Conferenza-dibattito “La questione ambientale e il ruolo delle associazioni” - Villaggio FataMorgana, 10 agosto 2007


dott. MICHELE TURSI vice caporedattore del Corriere del Giorno LA QUESTIONE AMBIENTALE E IL RUOLO DEI CITTADINI

INTRODUZIONE

Grazie agli amici di TarantoViva per avermi chiamato per l'ennesima volta a partecipare ad una loro inziativa, per me è sempre un piacere. Grazie alla struttura che ci ospita, agli altri relatori per i contributi fin qui forniti. Io, come diceva Roberto De Giorgi nella presentazione, faccio il giornalista, quindi non sono un esperto; ma come si dice, un po' con una facile battuta, “i giornalisti hanno un'ignoranza enciclopedica”, cioè sono costretti per lavoro ad occuparsi un po' di tutto. E siccome spesso e volentieri mi occupo di ambiente, eccomi qui a parlare di questo problema dal punto di vista dei mass media, di quello che gli organi di informazione possono fare svolgendo il loro compito di mediatori tra i cittadini, le istituzioni e le grandi industrie, avendo come sfondo il problema dell'ambiente. Ovviamente, quando gli amici di TarantoViva mi hanno invitato, avevo preparato un certo tipo di intervento; un canovaccio diciamo, centrato sostanzialmente sulla indifferenza, più o meno latente nei vari periodi storici della nostra città, dei cittadini nei confronti dell'ambiente. Ed è sicuramente un problema questo, che esiste; poi magari ne parleremo ancora. Però ho preso qualche appunto sentendo le relazioni precedenti forse per deformazione professionale - e ho appreso, e non lo sapevo, che la Provincia di Taranto dispone di 28 milioni di euro per tutte le province, sei milioni di euro per Taranto, per i rifiuti, e non sono stati utilizzati; che l'Arpa Puglia aveva chiesto uno spettrometro ad alta risoluzione e non gli è stato dato, scegliendo invece attrezzature che hanno sicuramente un utilizzo, ma forse meno importante di quello di cui parlava il professor Assennato; che Taranto come Comune – vabbè, questo già lo sapevamo – vantava una rete di monitoraggio ambientale che è stata smantellata a causa del dissesto; che la legge sulla diossina è volutamente ambigua e che prevede dei livelli molto restrittivi e molto severi per gli inceneritori e invece molto meno severi per le industrie. A questo punto, è facile trarre delle conclusioni: tra l'altro si potrebbe pure ipotizzare che in questo modo si vuole favorire non solo le grandi industrie, ma anche chi specula e guadagna sulle discariche, perchè rendendo così severi i livelli per gli inceneritori si rende anche più difficile l'utilizzo di questi impianti, che forse vengono un po' troppo demonizzati in Italia e che forse andrebbero maggiormente utilizzati, ovviamente con le dovute precauzioni. Quindi assistiamo a una sorta di teatro dell'assurdo, veramente delle situazioni paradossali, di fronte alle quali, e ritorno all'osservazione che facevo prima, mi chiedo cosa deve fare il cittadino; forse è questa situazione paradossale a determinare l'indifferenza del


cittadino? Non lo so; forse per certi versi sì. Questo comunque non assolve tanta gente, che di fronte a un problema grave come quello dell'ambiente ha un atteggiamento così, quasi di indifferenza. E per fortuna che ci sono le Associazioni; come TarantoViva, come Legambiente, come Peacelink... Ne sono state citate tante altre in questo dibattito. Noi come informazione - in particolare io parlo della mia esperienza personale e professionale, che è quella di giornalista del Corriere del Giorno - sul tema dell'ambiente ci spendiamo quasi ogni giorno - anzi il quasi lo toglierei - per motivi diversi, per situazioni diverse; non solo parlando dell'Ilva, perchè stasera si sta parlando molto dell'Ilva, ed è sicuramente il maggior impianto inquinante della nostra città, ma non dimentichiamo che a Taranto hanno sede una raffineria, un cementificio, ed altri impianti – sono in totale deci se non erro, gli impianti industriali sottoposti alla Direttiva che regola il rischio di incidenti rilevanti. “la cosiddetta Legge Seveso, se non ricordo male. Quindi, il carico inquinante di Taranto è determinato da una serie di fattori industriali e di realtà industriali. Proprio l'Eni, la raffineria Eni, ha presentato recentemente un progetto per il raddoppio della produzione. E l'Eni, ecco, a proposito di paradossi... Io ho assistito alla presentazione di questo progetto dell'Eni in Regione Puglia; c'era anche il professor Assennato, se non ricordo male, c'era il Presidente Vendola, c'era l'assessore regionale all'ambiente Losappio. L'Eni, stando a quello che sostenevano i suoi progettisti, è riuscita in un miracolo, cioè a raddoppiare la produzione di benzine, portando dagli attuali 6 milioni di tonnellate annue a 11 milioni di tonnellate, senza aumentare il carico inquinante, anzi sostenendo che questo carico inquinante diminuisse. Qui sono stati posti una serie di problemi dalle associazioni ambientaliste, e la stessa Arpa qualche mese fa ha effettuato una serie osservazioni proprio sul progetto dell'Eni, rendendo a mio avviso molto difficile il cammino di questo progetto, a meno che, ecco, non ci siano veramente degli accorgimenti tecnici tali da poter realizzare queste cose. E se così fosse, allora, mi chiedo perchè non vengano adottate anche in altre realtà industriali... Altro paradosso. Arriviamo, come dicevo, alla mia esperienza di giornalista in un organo di informazione. Il Corriere del Giorno, anche sollecitato da associazioni come TarantoViva, come Peacelink, come Legambiente, spesso si occupa di queste problematiche. Noi in almeno due occasioni quest'anno - siamo ad agosto, quindi siamo all'ottavo mese dell'anno - abbiamo aperto, sollecitati da fattori esterni ovviamente che noi raccogliamo, un dibattito, una vetrina quotidiana mettendo a disposizione della gente, dei cittadini, una pagina del nostro giornale per interventi e dibattiti sulle problematiche ambientali. Queste campagne sono state in entrambi i casi sollecitate e avviate una da una precedente iniziativa di TarantoViva, quella di inizio anno cui parteciparono anche il procuratore Petrucci e il sostituto procuratore Sebastio. L'ultima è nata proprio da un intervento, da una riflessione del


dottor Sebastio che è una delle bandiere in campo ambientale a Taranto, anche se lo stesso Sebastio di questo spesso si duole perchè dice: “quando interveniamo noi magistrati, ormai è troppo tardi”. C'è tutto un lavoro da fare a monte che riguarda l'informazione e quindi la conoscenza dei dati. Ma in questo momento Taranto, per una serie di motivi, ha meno dati che in passato, anche se lo stesso professor Assennato in precedenti occasioni assicurava che l'Arpa sta provvedendo a reimmetere le centraline prima utilizzate dal Comune di Taranto in una rete di monitoraggio regionale, e quindi questo aspetto almeno è stato già superato o dovrebbe esserlo a breve. Dicevo quindi della vetrina, dello spazio messo a disposizione dal Corriere del Giorno. Il dibattito sull'ambiente è stato in entrambe le circostanze tenuto in caldo e sostenuto un po' dai soliti noti direi io, ma appunto i rappresentanti delle associazioni, qualche tecnico, qualche ex-italsiderino di buona volontà. Ultimamente anche qualche sindacalista, mentre fino a qualche tempo fa i sindacalisti erano una specie molto avversa a questo tipo di dibattito; per fortuna diciamo che sta cambiando qualcosa. E quindi, dopo una settimana - dieci giorni, inevitabilmente il dibattito si è spento. A quel punto anche per un organo di informazione, per un giornale volenteroso come io ritengo sia il Corriere del Giorno, è difficile tenere alta l'attenzione, se l'attenzione non c'è. Non possiamo inventarci le notizie! Ovviamente poi l'Ilva, l'Agip, le industrie presenti sul nostro territorio ci danno tanti motivi per parlare di ambiente, e quindi ne scriviamo ogni giorno... Ma se dovessimo scrivere di ambiente solo per le sollecitazioni che ci provengono dai cittadini, dall'uomo della strada, ecco, ne scriveremmo molto meno. Volevo ritornare ad un discorso precendentemente affrontato dal professor Assennato: io sono fermamente convinto che il problema ambientale inzia in fabbrica, cioè dalla salute dei lavoratori; e quindi una fabbrica che tutela i suoi lavoratori è una fabbrica che inquina meno, e che quindi tutela anche l'ambiente. Per questo sono contento che in questo periodo anche da parte del sindacato sia guardata con meno sospetto la problematica ambientale: anche perché volevo ricordare, e ricordo per aver seguito anche professionalmente questo evento sul finire degli anni Novanta - non ricordo se fosse il '98 o '99 -, proprio CGIL, CISL e UIL insieme a Legambiente si fecero promotori di una grande manifestazione regionale sull'ambiente a Taranto, Roberto De Giorgi lo ricorda sicuramente... diciamo in un momento in cui, ad onor di cronaca, di ambiente si parlava molto di meno di adesso nella nostra città. Quindi poi i sindacati, presi da tanti problemi, presi forse da una serie di conflitti, di altre problematiche che sono subentrate in fabbrica, hanno un po' abbandonato questa strada. Adesso la stanno recuperando e fanno bene, anzi dovrebbero fare molto di più. Il Professor Assennato riferiva prima dell'importanza e di come siano nocivi gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici) la cui principale fonte di emissione sono forse


proprio le cokerie, e lì abbiamo emissioni diffuse, non convogliate, cioè non provenienti da camini, ma che si liberano nell'atmosfera; e su quegli impianti proprio qualche anno fa circolava un'immagine-simbolo: un omino, un operaio dell'Ilva che spazzava uno di questi forni delle cokerie immerso tra i fumi. Ecco, quindi, se quell'operaio non fosse immerso tra i fumi così come accadeva e così come si vedeva in quella foto, anche i fumi che arrivano in città sarebbero di quantità minore. Questo è un rapporto che va saldato a mio avviso tra le maestranze dell'Ilva e chi si occupa e difende l'ambiente. Dobbiamo evitare a Taranto - finora non lo abbiamo evitato - che possa avvenire quanto per certi versi e in certi frangenti è accaduto a Cornigliano, dove c'è stata una contrapposizione tra la fabbrica e i cittadini del quartiere che ospitava fino a qualche mese fa le acciaierie; questa contrapposizione tra chi voleva la chiusura di quegli impianti, cioè i cittadini, e gli operai che temevano di perdere il proprio posto di lavoro. Ovviamente sono prospettive diverse, quella degli operai e quella dei cittadini che lottano contro l'inquinamento; però bisogna cercare di trovare un punto di contatto, che esiste, che esiste e va solo reso visibile. Perchè volutamente qualcuno su questo solleva sempre delle cortine fumogene diverse, buone per ogni circostanza; quindi bisogna essere da questo punto di vista un po' più smaliziati ed evitare di cadere nella trappola della contrapposizione di interessi che in contrapposizione non sono. Un'ultima annotazione per quanto riguarda l'atto di intesa e l'autorizzazione integrata ambientale (il riferimento è all'ultimo intervento dell'ingegner De Marzo). Io penso, ingegnere, che alla fine anche in questo caso l'Ilva, ma non solo l'Ilva, le industrie italiane la spunteranno. Perchè prendiamo ad esempio il caso delle acciaierie dell'Ilva che conosciamo meglio. Ci sono duecento punti di emissione, immagino, o qualcosa di simile nella nostra acciaieria, e io penso che anche adesso se andassimo a misurare singolarmente i punti di emissione di ciascun camino sarebbero nella norma, e quindi tutti i duecento punti di emissione a mio avviso sarebbero tranquillamente autorizzati. Però che significa? Che da ogni camino comunque fuoriescono delle emissioni inquinanti; il problema è che l'inquinamento si crea per effetto del cumulo delle emissioni dei duecento camini. Anche se i singoli camini dovessero emettere uno ciascuno avremmo alla fine un totale di duecento, che sicuramente sarebbe un totale - spero di aver semplificato il ragionamento con questo esempio – ... Quindi questo per dire che, secondo me, le leggi - e abbiamo visto quella sulla diossina - spesso in Italia vengono volutamente fatte in modo così ambiguo per creare la scappatoia per le grandi industrie, per le realtà produttive. Non voglio criminalizzare nessuno, però appunto ritorno al discorso che facevo in apertura: ecco perchè mi sembra paradossale la situazione italiana!


Perchè non c'è serietà, non c'è serietà nel fare le leggi, non c'è serietà nel farle rispettare, e non c'è serietà, bisogna dirlo, neanche da parte dei cittadini, perchè se poi vediamo nelle immagini del filmato di Roberto De Giorgi su Marechiaro, vediamo come era ridotta quella pineta. Per averla sporcata, per essersi ridotta così, sì certo, non era stata pulita, ma qualcuno l'ha pur sporcata; e chi se non i cittadini che ne hanno fruito nel corso di questi anni... Quindi un po' di serietà anche da parte nostra, dei cittadini, dell'uomo della strada. Vanno bene le avanguardie, le elites, così mi piace definirle, come TarantoViva, come le associazioni ambientaliste che anche il dieci agosto si pongono il problema di parlare di ambiente; però durante poi tutto l'anno ciascuno di noi dovrebbe agire con maggiore senso di responsabilità e con maggiore serietà. Recuperiamo il buon senso, ecco, una parola molto facile, che però molto spesso viene messa da parte in favore di altri valori. Un po' di buon senso da parte di tutti, da parte dei cittadini, da parte degli organi di informazione, da parte delle istituzioni. L'ultima battuta è proprio per le istituzioni; c'è qui l'assessore Bruno Pastore. Peccato che non sia potuto intervenire il sindaco, perchè durante l'ultima campagna elettorale che si è conclusa da qualche mese ormai l'ambiente è stato un nodo centrale... Però mi dispiace, assessore, io di ambiente non sento proprio parlare né dalla maggioranza né dall'opposizione. Oggi c'è stato il primo consiglio comunale, mi rendo conto che i problemi sono tanti, gravosi, però ecco, l'ambiente. Prima si faceva riferimento alla questione della diossina: un intervento che al Comune di Taranto potrebbe non costare niente! Ma perchè non proporre alla Regione Puglia, al nostro Presidente Nichi Vendola, di adottare lo stesso sistema legislativo adottato in Friuli Venezia Giulia per esempio sui livelli della diossina? Perchè non formulare come consiglio comunale, come maggioranza, come città di Taranto... Ecco, si studi una formula per chiedere questo alla nostra Regione... L'Atto di Intesa: in campagna elettorale molti lo hanno contestato, lo hanno criticato; però dal 23 ottobre del 2006, quando Vendola venne a Taranto per firmare questo atto di intesa e per il Comune di Taranto lo firmò il Commissario Blonda, di quell'atto di intesa si sono perse le tracce. Abbiamo appreso questa sera attraverso delle indiscrezioni dell'ingegner De Marzo che cosa siano gli interventi aggiuntivi a cui l'Ilva faceva riferimento: cioè delle cose che erano state bocciate venti anni fa ma anche cinque anni fa col primo atto di intesa. Quando si propose di raddoppiare le colline ecologiche abbattendo mezzo cimitero ed una parte del Rione Tamburi, quella proposta fu bocciata; e adesso viene reiterata... Ecco, ritorno alla considerazione di prima: siamo al paradosso. Ma come possiamo uscirne? Ecco, quindi: adesso i cittadini, le associazioni, anche le industrie si attendono delle risposte da parte della politica, ma non della politica, degli amministratori a tutti i livelli, della circoscrizione, del Comune, della Provincia, della Regione. Speriamo che non tardino ancora. Grazie.


Ing. Biagio DE MARZO e A. PALOMBA ATTO DI INTESA E RISANAMENTO AMBIENTALE PROSPETTIVE

1 - Alcune riflessioni preliminari Noi autori di questa relazione siamo stati a lungo “italsiderini”, con responsabilità a vario livello e in vari ambiti, ed abbiamo cessato ogni rapporto con Ilva prima della privatizzazione. Ora siamo degli “ex tecnici” con comuni interessi sociali e differenti orientamenti ideologici. Per estrazione tecnica ed esperienza professionale sappiamo che, prima di avviare qualunque intervento di miglioramento, occorre ricostruire il quadro delle informazioni disponibili e degli scenari. In particolare, il tema dell‟impatto ambientale di Ilva Taranto e del risanamento va inquadrato "storicamente", rilevando le analogie tra i fatti di oggi e quelli di ieri, e "in prospettiva", ipotizzando, cioè, evoluzioni ragionevoli e condivisibili. Sono cose non facili quando coinvolgono strettamente i detentori del potere di indirizzo (governo centrale e periferico), del potere decisionale (gestore dell‟impianto) e del potere vincolante (Enti locali ed Organismi tecnici pubblici). Diventano una sfida immane quando riguardano una realtà monstre come quella di Taranto, che presenta una grandissima varietà di strutture e di impianti (c'è di tutto, dalle macchine movimento terra a componenti nucleari) e che impegna enormi quantità di risorse umane ed economiche per il mantenimento e l'adeguamento degli impianti. Riteniamo che non esistono soluzioni miracolose ed istantanee e che necessita innanzitutto una infinità di miglioramenti continui con attività tecnicamente possibili, senza aspettare le “mitiche” BAT, acronimo di Best Available Techniques, “Migliori tecniche disponibili”. Occorrono anche investimenti per modifiche strutturali, resi ancor più impegnativi dalla irrimediabile stortura progettuale originaria, rappresentata dalla collocazione dell'area "sporca" a ridosso del Cimitero e delle case del rione Tamburi mentre l'area "pulita" è in piena campagna o in riva al mare. Con la nostra relazione, in contrapposizione alle “predicazioni dei semplificatori e degli assertori di verità apodittiche", desideriamo contribuire a far sì che, a tutti i livelli, si consolidi la convinzione che un credibile risanamento ambientale di Taranto necessita di un certo respiro e di parecchie risorse umane ed economiche e che è concretamente possibile.

2 - La siderurgia italiana e Taranto La costruzione del Centro siderurgico di Taranto iniziò nel 1960, sotto l‟egida dello Stato/I.R.I.. Dieci anni dopo ne fu deciso il “raddoppio”, pur contestato da alti dirigenti della stessa Finsider per le dimensioni “mostruose” (occupa un'area che è tre volte la città di Taranto ed è in grado di produrre 10 milioni di tonnellate di acciaio): quello di Taranto fu l‟ultimo esempio, nella siderurgia mondiale, di stabilimento a ciclo integrale con quelle capacità produttive.


Gli Enti locali subirono le decisioni strategiche e progettuali; furono inventate le “autorizzazioni in precario” ed altre forzature normative. Non scandalizziamoci, però, e riportiamoci a quei tempi. All‟avvocato Garaventa, illustre penalista genovese, che indottrinava i dirigenti dell‟Italsider di Taranto sulle nuove responsabilità penali nei riguardi della sicurezza e che, incredulo per lo scempio compiuto, chiedeva dove fossero le Autorità tarantine, proprio chi vi parla, che era anche l‟unico tarantino presente, rispose che era tanta la fame, e soprattutto l‟ignoranza, che gli amministratori locali avrebbero fatto costruire l‟altoforno nr. 1 in piazza Giordano Bruno, se qualcuno glielo avesse chiesto. (Piazza Immacolata, la piazza centrale di Taranto, prima era intitolata a Giordano Bruno). Ed aggiunse che, ogni mattina, entrando in stabilimento, mandava una maledizione ai colleghi della Cosider e della Finsider che, sapendo quel che facevano, avevano progettato, approvato e realizzato quel layout di stabilimento, con “area pulita” lontana dalla città e “area sporca” a ridosso delle case dei vivi e dei morti, mentre avrebbero potuto rovesciare il layout allungando di qualche chilometro i nastri convogliatori per il trasporto delle materie prime dal porto, con poca spesa.

Durante la gestione pubblica, l‟intero Gruppo Italsider/Ilva, costato allo Stato un‟enormità, aveva bilanci sempre in passivo, per errori strategici e per sprechi e inefficienze nella gestione e conduzione. Lo stabilimento di Taranto dal punto di vista industriale, cioè per tecniche, ricerca, innovazione e produttività degli impianti, competeva con i migliori del mondo ma dal punto di vista economico era un disastro, soprattutto per gli insopportabili interessi passivi derivanti dai prestiti accesi per gli investimenti, perfino con “tassi a breve”. Lo stabilimento soffriva anche di pesanti lacune nella sicurezza, ambiente ed ecologia: già negli anni „70 sui responsabili aziendali piovevano accuse e condanne dei Tribunali, nonostante gli sforzi che si facevano per ridurre incidenti ed inquinamento (piani per la sicurezza, colline ecologiche, barriere frangivento, irroramento parchi, abbattimento fumi, barriere disoleatrici), pur sapendo che erano insufficienti, ma in segno di attenzione per la cittadinanza. A cavallo degli anni ‟80 ci fu il fallimento degli ultimi tentativi di risanamento aziendale; fu così deciso di porre fine al “salasso di Stato” e di avviare la privatizzazione della siderurgia di Stato. In ultimo toccò all‟Ilva di Taranto, con il coinvolgimento di prestigiosi Istituti Economici Internazionali, privi, però, della competenza indispensabile per interpretare e curare gli aspetti industriali e per guardare con lungimiranza agli interessi generali. In azienda ed in città si diffuse il convincimento che era stato deciso di “vendere comunque”, pur di togliersi quella “rogna”. E fu fatto, senza vincoli palesi per il futuro assetto impiantistico e produttivo della fabbrica e sottovalutando il fatto che, con la privatizzazione, usciva dal controllo pubblico l‟azienda che, rappresentando il 50 % della siderurgia italiana, era strategica per l‟industria del nostro Paese. Nell‟aprile del 1995, per Ilva Taranto e quello che restava all‟IRI della siderurgia pubblica, fu completato il passaggio al Gruppo Riva, già alleato di Ilva a Cornigliano (GE) e battuto da Lucchini per l‟acquisto di Piombino, Lovere e Trieste.

3 – Il rapporto tra Territorio e Ilva - Alcuni punti fermi I rapporti del Territorio con l‟Ilva privatizzata furono subito abbastanza tesi. In questi ultimi anni c‟è stata una vera e propria crisi, per il grave inquinamento ambientale, per la ricorrente minaccia di

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riduzione di produzione con conseguente aggravamento del dramma occupazionale, per l‟aumento di morti per neoplasie. Quest‟ultimo è un dramma terribile, di fronte al quale è difficile per chiunque essere dalla parte dell‟azienda, anche se non è scientificamente dimostrato che solo Ilva = inquinamento = neoplasie. Sulla fabbrica, inoltre, sono incessanti gli interventi della Magistratura e delle Organizzazioni Sindacali anche per problemi di sicurezza. In questa situazione tremendamente complicata ci sono, a nostro parere, alcuni punti fermi che chiunque si occupi di Ilva deve tenere sempre presenti, per il bene comune. a) L‟ILVA di Taranto è un “peccato” dello Stato, responsabile della progettazione, costruzione ed avviamento di questo stabilimento monstre e della sua gestione ultratrentennale. La proprietà Riva, subentrata allo Stato, ha continuato ad esercire lo stabilimento, ottenendo, però, recupero di efficienza e produttività, magari sacrificando manutenzione e stato degli impianti. b) Per risolvere realmente i problemi della “area sporca” (parchi primari, preparazione minerali, cokerie, sottoprodotti, agglomerati, altiforni e acciaierie), serve una impegnativa quantità di investimenti per modifiche e trasformazioni da realizzare continuando a produrre. c) L'Ilva di Taranto ha le "leve bloccate" o quasi, in quanto: 

il prezzo di acquisto delle materie prime (minerale di ferro, fossile, coke) è "subìto";

il prezzo di vendita dei coils è determinato dal mercato mondiale;

il costo dj trasformazione è l‟unico fattore su cui può incidere il management aziendale con la "gestione" della forza lavoro e con l'innovazione tecnologica, comunque di incidenza modesta in un prodotto maturo come l'acciaio.

d) Nei Paesi emergenti, ricchi di materie prime, continuano ad essere installati impianti siderurgici i cui costi di energia e di trasformazione sono inferiori a quelli europei e a quelli di Taranto, con divario a crescere. e) Per reggere economicamente, l‟Ilva di Taranto deve produrre al massimo delle sue capacità, in maniera continuativa e con stabilità di marcia. Per di più, la produzione di nastri di acciaio (coils) proviene da 2 soli enormi treni di laminazione, che mal sopportano riduzioni produttive o conversioni di produzione. f)

Il “Privato” deve far quadrare i conti, in maniera pulita ovviamente: se non riesce a farlo, o passa la mano, sempre che trovi qualcuno a cui passarla (Alitalia docet), o chiude.

La “missione” del risanamento ambientale di Ilva Taranto, quindi, è ai limiti dell‟impossibile, aggravata dall‟esplosione di emergenze per casi specifici. Di volta in volta, l‟emergenza viene superata con qualche “accrocco” che permette di tenere in funzione, in qualche modo e per un certo tempo, i vecchi impianti ormai inquinanti, come avvenne, per fatti analoghi, per l‟ACNA di Cengio, per l‟impianto petrolchimico di Priolo, ecc.. L‟accrocco, però, serve solo a tamponare, in attesa di qualcosa di più duraturo e strutturato: a Taranto s‟è tentata la strada degli “Atti di Intesa” tra Istituzioni territoriali, Sindacati ed Azienda.

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4 – “Atto di Intesa del 27.2.2004” Nell‟ “Atto di Intesa del 27.2.2004” è riconosciuta “l’importanza economico sociale per l’area tarantina e la rilevanza strategica per l’intero comparto siderurgico nazionale” di Ilva Taranto ed è ribadita la “necessità di migliorarne l’impatto ambientale, in un contesto di garanzia per la stabilità produttiva ed occupazionale”. Istituzioni, Azienda e Organizzazioni sindacali affrontano anche la grave crisi delle cokerie. L‟Azienda è impegnata per ridurre gli effetti dell‟inquinamento ambientale e ha fornito dati che misurano i risultati ottenuti. All‟epoca, noi “tecnici esterni” non formulammo valutazioni né sugli interventi strutturali effettuati e sulle pratiche operative né sul piano industriale 2003 – 2007. Qualunque commento sarebbe stato azzardato (per mancanza di dati certi) e forse ingeneroso nei confronti di colleghi quotidianamente impegnati sul campo: avremmo preferito un franco confronto, anche informale, che fu rifiutato. Prendemmo atto che ancora non erano pronte le BAT relative alla siderurgia, che Ilva continuava a ritenere indispensabili e propedeutiche a qualunque adeguamento impiantistico con ricadute ambientali. Erano all‟esame della Conferenza Unitaria, ma erano già conosciute ed era ragionevole pensare che sarebbero state approvate senza significative variazioni tecniche. In città era diffusa la consapevolezza che occorreva realizzare un clima di fiducia reciproca tra Collettività e Azienda che rendesse possibili successivi avvicinamenti. Istituzioni e Azienda erano state duramente contrapposte ma impotenti: serviva un approccio nuovo, che le vedesse unite per progettare insieme soluzioni che non penalizzassero la Collettività e nel contempo consentissero la vita economica dell‟Azienda con un orizzonte di medio periodo. Per molti, l‟intesa raggiunta, piuttosto che una articolata soluzione definitiva, era una manifestazione di buoni propositi; per alcuni era addirittura una cortina fumogena dietro cui coprire momentaneamente obiettive difficoltà, non gestibili dai soli attori dell‟intesa raggiunta. Dopo l‟Atto di Intesa, il clima migliorò e si puntò a vivificare il rispetto reciproco tra la Città ed il Siderurgico, nei cui confronti i Cittadini sapevano di avere un grosso credito, mai saldato. Di concreto ci fu l‟ “Atto di Intesa del 15 dicembre 2004 – Investimenti previsti per l‟adeguamento dello stabilimento alle BAT”. Il Presidente della Provincia ed il Sindaco di Taranto, rappresentanti istituzionali territoriali, revocarono la costituzione di Parte Civile nei confronti dell‟Ilva in un processo in corso su danni ambientali. L‟Azienda offrì un discreto sostegno economico alla squadra di calcio della città: fu una mossa di grande impatto mediatico, ma abbastanza lieve nella sostanza e, soprattutto, nella prospettiva dello sviluppo del territorio. Questa iniziativa aziendale fece tornare alla memoria un antico detto popolare dialettale che tradotto è: “Popolo di Grottaglie, volete la banda musicale o i fuochi di artificio? Vogliamo i fuochi, perchè la banda non la capiamo”. Ma a “Grottaglie”, sinonimo di Taranto e di tutte le località sfortunatamente o colpevolmente ancora arretrate, avevano cominciato a “capire la banda” e sarebbe stato bello se la grande Azienda li avesse aiutati a capirla di più, facendo cose concrete, durature e foriere di sviluppo e benefici non effimeri. Non accadde nulla di tutto ciò.

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Di contro, tra un Atto di Intesa e l‟altro, nel silenzio generale, nell‟area a caldo di Ilva Taranto viene aumentata la produzione della quantità persa dal Gruppo Riva per la chiusura di Cornigliano (GE).

5 – ”Atto di Intesa integrativo” del 23 0ttobre 2006” Le linee guida sulle BAT finalmente erano diventate ufficiali, con parecchie ambiguità di cui diremo appresso. Il 23 ottobre 2006 viene “rifirmata” la pace tra Ilva e i soggetti pubblici interessati al miglioramento dell‟impatto ambientale dello stabilimento di Taranto. Protagonista assoluto dell‟intesa fu il nuovo Presidente della Regione Puglia, deciso a portare a compimento il percorso iniziato dal suo predecessore e a porre fine a un conflitto che inaspriva gli animi. Le parti più significative delle 6 pagine dell‟ “Atto di intesa integrativo” del 23 ottobre 2006, a nostro avviso, sono il “preambolo politico” e i “propositi per il futuro”: essi tolgono definitivamente di mezzo la tesi di chi sosteneva che la città, il territorio ed il Paese potevano fare a meno dell‟Ilva. Si riconosce così l‟importanza economica e sociale dello stabilimento di Taranto e se ne sottolinea la rilevanza strategica per l‟intero comparto siderurgico nazionale. Di contro, accanto al Presidente della regione Puglia ed al Prefetto di Taranto, non c‟è alcun membro del Governo centrale, com‟era accaduto con l‟Atto di Intesa del 27.2.2004 che, tra l‟altro, aveva chiuso la crisi delle cokerie consentendone il riavviamento; la presenza di un Ministro avrebbe testimoniato anche fisicamente che il Governo non dimenticava mai che a Taranto si produce il 50% dell‟acciaio italiano e che tutto ciò è un‟eredità che il territorio ha ricevuto dallo Stato, nel bene e nel male. Sugli 11 anni di gestione dello stabilimento, che all‟epoca delle Partecipazioni Statali era descritto come un “insaziabile divoratore di risorse umane ed economiche”, si da atto che l‟Ilva privatizzata ha operato “garantendo al contempo la stabilità produttiva ed occupazionale”. Viene riconosciuto, infine, che si deve proseguire nel miglioramento dell‟impatto ambientale “in un contesto di garanzia per la stabilità produttiva ed occupazionale dello stabilimento”, con il reciproco impegno a ridurre la conflittualità, soprattutto quella che sfocia nei Tribunali. Il “preambolo politico” ed i “propositi per il futuro” erano condivisibili. Non era il momento di guardare con la lente d‟ingrandimento tutto quello che era stato “portato a casa” di antico e di nuovo, di analizzare cioè le cose fatte o da fare in attuazione dei precedenti Atti di Intesa e di commentare gli ulteriori impegni sottoscritti in quello del 23 ottobre 2006, andando a caccia di cosa si poteva fare in più o meglio. Sperammo che in corso d‟opera trovassero risposta gli interrogativi suscitati dall‟esame dell‟Atto tra i quali: Il controllo sarà forte o evanescente? Ci sarà una “fotografia” della situazione reale ed attuale in Ilva? Come si può parlare di verifiche con “miglioramenti” senza quantizzarne gli effetti, non essendoci misurazioni e riferimenti oggettivi di partenza? Era grande il timore che anche questa volta prevalessero gli aspetti burocratici, con “montagne di carte” a fronte di modesti risultati concreti. A un anno di distanza dalla firma dell‟ “Atto di intesa integrativo” emerge che, in realtà, si è fatta poca strada e che si è ancora lontani dall‟impostare un progetto atto a “favorire lo sviluppo delle

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iniziative

industriali

e

di

miglioramento

dell’efficienza

ambientale

dello

stabilimento”,

dall‟intraprendere attività utili a “migliorare le condizioni di sicurezza e salute dei lavoratori (e dei cittadini, aggiungiamo noi) in un comune sforzo volto a coniugare salute, sicurezza ed efficienza gestionale ed organizzativa e a ridurre progressivamente il tasso di infortuni nello stabilimento Ilva di Taranto”, il tutto in un quadro di compatibilità aziendali e sociali. Complessivamente, l‟Atto del 2006 ha prodotto molto poco: permangono insolute impegnative questioni quali la polverosità diffusa da capannoni, strutture, strade e piazzali, il contenimento della polverosità dagli scaricatori degli impianti marittimi e dai parchi primari ed omogeneizzati, la “neutralizzazione” della miriade di “emissioni consapevoli” e di “emissioni fuggitive” provocate da fatti tecnici (invecchiamento, mancata manutenzione, errata progettazione, manovre errate ed altro). Sono tutte cose note, a cui si può mettere riparo subito, senza aspettare le BAT, anche se sono tutte cose pesantissime proprio per il gigantismo dello stabilimento. Nell‟Atto di Intesa, invece, abbondano i “rimandi ad elementi acquisiti” dalle BAT e quindi “bocce ferme”. In questi ultimi giorni si è aggiunta la questione della “Diossina prodotta nell‟impianto di agglomerazione” che, per la sua complessità e gravità, merita un apposito approfondimento che sarà fatto nel convegno che le associazioni ambientaliste stanno organizzando per fine ottobre. Parecchio deludente è stato anche il “Tavolo tecnico di monitoraggio”, presieduto dal Delegato del Presidente della Regione e formato da un “rappresentante ciascuno di Ilva, Provincia di Taranto, Comuni di Taranto e Statte, di tre rappresentanti delle OO.SS. dei lavoratori ed uno dei datori di lavoro, nonché delle Direzioni generali dell’ARPA Puglia e dell’ASL TA/1”. Ad essi era assegnato l‟obiettivo di seguire e sostenere le azioni programmate per ottenere a breve i miglioramenti possibili individuati e di misurarne gli effetti. L‟opinione pubblica si aspettava che queste 11 persone lavorassero intensamente e presentassero periodicamente il resoconto della loro attività. Che le cose non siano andate come si auspicava è dimostrato dal fatto che la UIL il 5 maggio 2007 ha comunicato che non partecipa più al “Tavolo tecnico” e che ha ritirato la firma dall‟ “Atto di Intesa integrativo del 23 ottobre 2006”. E poi, il Comune di Taranto, finalmente, ha un Sindaco che è subentrato al Commissario governativo che legittimamente aveva firmato l‟Atto, ma d‟ufficio e senza mandato elettivo della città. E‟, quindi, opportuno, utile e tempestivo cominciare a ragionare su un eventuale nuovo, diverso “Atto di Intesa”.

6 – Un nuovo “Atto di Intesa” ad adiuvandum l‟AIA? Questo capitolo è frutto della ricerca da noi svolta insieme a Circolo Legambiente, PeaceLink e TarantoViva, tutte Associazioni di Taranto. Essa è centrata su confronto e connessione tra “Autorizzazione

Integrata

Ambientale”,

rilasciata

dalla

Direzione

Generale

Salvaguardia

ambientale, più brevemente DSA, del Ministero dell‟ambiente e della tutela del territorio e del mare, più brevemente Minambiente, e “Atto di Intesa” tra Istituzioni territoriali, Sindacati e Gestore dell‟impianto. Tale autorizzazione è il provvedimento che consente l‟esercizio, a determinate

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condizioni, di un impianto o di parte di esso e che sostituisce ogni altro visto, nulla osta o autorizzazione ambientale. L‟Autorizzazione Integrata Ambientale dell‟Ilva di Taranto è citata nell‟Atto del 23.10.2006, come una delle tante cose da fare. Le note che seguono, pienamente condivise dalle tre Associazioni, sono il frutto della ricerca e del confronto dei rispettivi orientamenti. Le proponiamo all‟attenzione dei soggetti interessati alle questioni ambientali di Taranto, come contributo per la migliore utilizzazione della vigente normativa finalizzato ad ottenere l‟effettiva riduzione dell‟impatto ambientale dell‟Ilva di Taranto sulla città e dintorni. Ci riferiamo segnatamente al D. Lgs. 59/2005, che ha recepito integralmente la Direttiva 96/61/CE (IPPC), del quale riportiamo in Appendice le principali disposizioni che interessano il caso dell‟Ilva di Taranto. A - CONSIDERAZIONI SUL D. LGS. 59/2005 Le “Migliori tecniche disponibili” Quello che viene richiesto ed autorizzato nell‟Autorizzazione Integrata Ambientale, più semplicemente AIA, fa riferimento alle “Migliori Tecniche Disponibili”, più semplicemente MTD, (dette anche BAT), cioè all‟utilizzo nel processo produttivo di strutture ed apparecchiature impiantistiche e di pratiche operative tali da poter consentire, durante l‟esercizio dell‟impianto, il raggiungimento di valori di inquinamento che stanno sotto predeterminati valori limite. Le MTD per la siderurgia sono indicate nel Decreto ministeriale (di Minambiente) 31 gennaio 2005 – “Linee guida per l’individuazione e l’utilizzazione delle migliori tecniche disponibili per le attività della produzione e della trasformazione dei metalli ferrosi”. Nel Decreto sono riportate, ovviamente, le MTD dell‟epoca e il corrispondente “livello di emissione associato”. Il “livello conseguibile”, utilizzando una particolare tecnica o una combinazione di tecniche, è il livello che può essere raggiunto in un certo periodo di tempo in un impianto (o in un processo produttivo) gestito e mantenuto, che applica le tecniche in questione. In generale, le MTD sono da intendersi come parametro di riferimento sulla cui base valutare l‟efficienza di un impianto esistente o la proposta di un nuovo impianto. E‟ importante rilevare che le MTD possono essere adottate se economicamente e tecnicamente valide nell'ambito del pertinente comparto industriale, cioè prendendo in considerazione i costi e i vantaggi. E questo indipendentemente dal fatto che siano o meno applicate o prodotte in ambito nazionale, purche' il gestore possa avervi accesso a condizioni ragionevoli. I valori limite di emissione, quindi, fanno riferimento all'applicazione delle MTD, senza l'obbligo di utilizzare una tecnica o una tecnologia specifica, ma questa elasticità di scelta trova il suo limite nell‟obbligatorietà di utilizzo di tecniche efficaci per la riduzione di un grave impatto ambientale. E‟ questo un passaggio molto importante per cui si ritiene opportuno riportare integralmente il corrispondente art. 8 del D. Lgs. 59/2005: “Se, a seguito di una valutazione dell'autorità competente, che tenga conto di tutte le emissioni coinvolte, risulta necessario applicare ad impianti, localizzati in una determinata area, misure più rigorose di quelle ottenibili con le migliori tecniche disponibili, al fine di

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assicurare in tale area il rispetto delle norme di qualità ambientale, l'autorità competente può prescrivere nelle autorizzazioni integrate ambientali misure supplementari particolari più rigorose, fatte salve le altre misure che possono essere adottate per rispettare le norme di qualità ambientale.” In sintesi, pur non fissando norme giuridicamente vincolanti, i “BRef” - documenti di riferimento sulle MTD - intendono informare l‟industria e l‟opinione pubblica sui livelli di emissioni che possono essere conseguiti utilizzando determinate tecniche. Per ogni caso specifico, i valori limite opportuni dovranno essere determinati tenendo conto degli obiettivi fissati dalla Direttiva IPPC e dalla corrispondente norma nazionale oltre che delle considerazioni a livello locale. Per la siderurgia, i valori limite per le emissioni sono fissati dall‟art. 271 del D. Lgs. 152/2006 e relativo Allegato I alla Parte V. E‟ stato rilevato che, almeno nel caso della “diossina”, questo dispositivo presenta una significativa e incomprensibile anomalia: nella normativa europea (e in quella della Regione Friuli Venezia Giulia) il limite per l‟emissione di “diossina” è di 0,4 ng TEQ/Nmc mentre nella normativa nazionale è molto più alto (disomogeneità nell‟unità di misura?). L‟argomento “diossina”, come abbiamo già detto, sarà approfondito in un prossimo convegno. Ad ogni buon conto si riportano di seguito i valori di riferimento contenuti in "IPPC-Guidance Note for the Coke, Iron and Steel Sector", anno 2004 Sinter Plant Main Stack: Mass release benchmark sinter

1 - 10 microgrammi I-TEQ/ton sinter ovvero 1.000 - 10.000 ng I-TEQ/ton

Concentration benchmark

0.1 - 0.5 ng I-TEQ / mcubo (spot determination)

L‟individuazione delle MTD si basa sulla disponibilità di informazioni raccolte e predisposte dall‟Autorità statale competente ed organizzate per la loro consultazione diffusa, al fine di promuoverne la più ampia conoscenza e lo sviluppo. Il concetto di prevenzione-riduzione dell‟impatto ambientale, però, non può relativizzare il valore di rischio di una emissione rendendolo variabile dipendente della possibilità massima di riduzione (abbattimento) data dalla tecnologia attuale. Se un inquinante non deve essere presente (livello limite “zero”) e se non è abbattibile con nessuna delle MTD fino a raggiungere lo “zero” indicato nell‟AIA, questa circostanza determina semplicemente l‟impossibilità di esercizio dell‟attività produttiva e la chiusura dell‟impianto se i controlli rilevano la presenza di quell‟inquinante. Questa limitazione, che deriva dalla normativa esterna al Decreto legislativo sull‟AIA o da limitazioni imposte da situazioni eccezionali, oggettivamente, può mettere in tensione la fisiologica contrapposizione tra l‟interesse a produrre, l‟osservanza dei limiti di emissione e l‟incapacità delle MTD a mantenere le relative emissioni sottostanti ai limiti indicati nell‟AIA. Altra questione è l‟applicabilità della specifica MTD, che è soggetta alla valutazione che l'applicazione avvenga in condizioni economicamente e tecnicamente valide nell'ambito del pertinente comparto industriale, prendendo in considerazione i costi e i vantaggi. Questa opzione

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consente una certa scelta, ma solo tra le MTD che consentono l‟abbattimento dell‟inquinante al di sotto del valore limite della normativa. Se queste tecniche sono adottabili, se ne deduce che, attraverso il processo autorizzativo, si può entrare nel merito della scelta più efficace e che tale scelta venga esplicitamente specificata nelle prescrizioni che fanno parte dell‟AIA rilasciata. In altri termini, questi elementi di specificazione, inseriti nell‟AIA, hanno la stessa dignità dei fattori produttivi, come materie prime, energia e servomezzi, e tutti insieme costituiscono un integrato processo finalizzato, senza spazi di discrezionalità. AIA efficace e rigoroso strumento operativo per ridurre l’inquinamento ambientale L‟autorizzazione viene concessa a fronte della precisa configurazione impiantistica e delle modalità di esercizio degli impianti medesimi (pratiche operative) indicate dall‟azienda nella richiesta. Per le emissioni conseguenti all‟attività produttiva autorizzata, l‟AIA fa riferimento a predeterminati valori limite, mutuati da una fonte legislativa esterna rispetto al D. Lgs 59/2005: come già detto, per gli impianti siderurgici, la fonte esterna è il D.Lgs. n. 152 del 3.4.2006. L‟AIA quindi prescrive che le condizioni di funzionamento dell‟impianto siano in conformità con quanto dalla stessa autorizzato e che siano entro i limiti fissati le emissioni effettivamente conseguenti all‟attività produttiva, ottenuta come è definito nell‟autorizzazione. Questo fine trova un altro sostegno nell‟affermazione (art. 7 in combinazione con art. 8) secondo cui, ove e quando necessario per il pieno rispetto delle norme di qualità ambientale, si deve giungere ad attivare strutture impiantistiche e/o pratiche di conduzione dell‟impianto che siano più efficaci di quanto non consentano le migliori tecniche disponibili, descritte nelle già citate “Linee guida” del Decreto ministeriale del 31 gennaio 2005. La procedura di autorizzazione è corredata da prescrizioni temporali e di pubblicità dell‟iter del procedimento. E‟ da rimarcare l‟obbligo per l'Autorità competente di individuare gli uffici presso i quali sono depositati i documenti e gli atti inerenti il procedimento, al fine della consultazione del pubblico e di rendere ufficiale la data di avvio del procedimento, per consentire al gestore di adempiere, entro quindici giorni dalla data di ricevimento della comunicazione, all‟obbligo di pubblicizzare, tramite annuncio a mezzo stampa, l‟avvio della procedura con l‟indicazione della localizzazione dell'impianto e del nominativo del gestore, nonché il luogo ove é possibile prendere visione degli atti e trasmettere le osservazioni (art. 5, comma 6). Puntuali ed innovative sono le disposizioni sul coinvolgimento del “pubblico” e sull‟accesso alle informazioni: nel successivo capitolo 7 è riportato l‟approfondimento su tali temi, trattati anche in altre relazioni del Convegno. I controlli delle emissioni I controlli delle emissioni, stabiliti nell‟AIA stessa con l‟indicazione di metodologia, frequenza di misurazione, procedura di valutazione, nonche' obbligo di comunicazione all'Autorità competente,

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sono accertati dall'APAT - Agenzia per la Protezione dell'Ambiente e per i servizi Tecnici per verificare che: • sia assicurato il rispetto delle condizioni dell'AIA; • siano esercitati regolarmente i controlli a carico del gestore, con particolare riferimento alla regolarità delle misure e dei dispositivi di prevenzione dell'inquinamento nonche' al rispetto dei valori limite di emissione; • il gestore abbia ottemperato ai propri obblighi di comunicazione e in particolare che abbia trasmesso all'Autorità competente, con regolarità e tempestività soprattutto in caso di inconvenienti o incidenti che influiscano in modo significativo sull'ambiente, i risultati della sorveglianza delle emissioni del proprio impianto. Di grande rilievo sono le disposizioni che attengono al riesame dell‟AIA, che viene fatto, anche su proposta delle amministrazioni competenti in materia ambientale (incluso il Sindaco), comunque quando si verifica (art. 9 D.Lgs 59/2005) anche una sola tra queste condizioni: revisione dei valori limite o inserimento di nuovi valori, evoluzioni sostanziali nelle MTD, necessità di impiego di altre tecniche per assicurare la sicurezza di esercizio, nuove disposizioni legislative. Luci ed ombre dell’AIA Nell‟AIA è ben presente l‟obiettivo primario di prevenzione nella generazione degli inquinanti e di ricorso alla riduzione solo quando non sia possibile la prevenzione. Il principio di riduzione, però, è generico, in quanto in prima approssimazione non definisce quale è il valore limite di emissione autorizzato rispetto al quale deve essere commisurata la riduzione. E‟ logico pensare che se la norma ponesse tale valore pari a zero, mentre è accertata l‟impossibilità per un dato impianto di essere in marcia senza produrre alcun inquinante della categoria di cui la norma stabilisce l‟assenza, l‟obiettivo della riduzione di fatto comporterebbe tout court la fermata definitiva dell‟impianto. Da notare che la riduzione dell‟emissione inquinante entra in campo non appena cessa di operare la prevenzione e che tale riduzione può essere immediatamente collegata alla disciplina delle modalità di esercizio degli impianti medesimi, ai fini del rispetto dell'AIA. A questo punto scatta la considerazione sul fondamento scientifico per la determinazione del valore limite di emissione da non superare per salvaguardare la vita umana e l‟ambiente; questa questione, pur così importante, in questa sede non può essere considerata che come un elemento contestuale, essendo ancora una volta la “società civile” e le Istituzioni sanitarie nazionali e sovranazionali i soggetti dalle cui relazioni dialettiche il contesto normativo viene generato. Molto più direttamente ci interessa la concezione dinamica e processuale dell‟AIA in cui l‟obiettivo della riduzione del valore dell‟emissione è connesso con la disciplina del modo di essere e di condurre gli impianti medesimi. Tale concezione immette implicitamente due livelli di controllo: •

la verifica del mantenimento delle condizioni autorizzate, in condizioni di normalità e in situazione ambientale di equilibrio;

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una attività di confronto a scadenza certa tra la situazione presente, da migliorare, e gli obiettivi di riduzione prefissati, cioè il controllo in fase sull‟applicazione degli interventi prescritti e sulla loro efficacia.

Questa considerazione si collega con quanto detto in relazione a prescrizioni impiantistiche e/o operative più rigorose, alle modalità di proposizione dagli interessati, al loro divenire prescrizioni ed allo strettissimo regime di autorizzazione di attività in deroga. Altri punti che meriterebbero integrazione e completamento sono quelli dell‟”Osservatorio IPPC” e della “Commissione istruttoria IPPC”. In particolare la Commissione, composta da esperti di elevata qualificazione, è di supporto alla Segreteria tecnica di DSA. Al fine di garantire il necessario coinvolgimento degli enti territoriali sulle attività relative a ciascuna domanda di autorizzazione, la commissione e' integrata da regione, provincia e comune territorialmente competenti che designano un esperto ciascuno. La “Commissione istruttoria IPPC” ha il compito di fornire all'Autorità competente, anche effettuando i necessari sopralluoghi, in tempo utile per il rilascio dell'Autorizzazione Integrata Ambientale, un parere istruttorio conclusivo e pareri intermedi debitamente motivati, nonchè approfondimenti tecnici in merito a ciascuna domanda di autorizzazione (art. 5, comma 9, che nel frattempo, però, è stato abrogato dall‟art. 48 del D. Lgs152/06 e non sono note specifiche disposizioni sostitutive). B - CONFRONTO TRA AIA E ATTO DI INTESA Gli interventi strutturali Al contrario di quanto accade con l‟AIA, gli interventi strutturali inseriti in un Atto d‟Intesa si configurano come elementi di una “lista della spesa”, slegata da tempi e modalità di attuazione ed affidata solo alla “buona volontà” dei sottoscrittori. Vale a tal proposito il richiamo ai grandi temi dell‟Ilva

di

Taranto,

quali

“polverosità

dai

parchi

primari”,

“diossina

dall‟impianto

di

agglomerazione”, “emissione di CO2”, “polveri sottili”, “riflessi sull‟inquinamento ambientale dell‟incremento della produzione derivante dal trasferimento a Taranto della quota di Cornigliano (GE)”, “reale consistenza dell‟abbattimento dell‟inquinamento derivante dagli interventi descritti nell‟atto di Intesa”, ecc.. Tali temi, nell‟Atto di Intesa, rimangono a galleggiare nell‟empireo del “detto e non detto”, “fatto e non fatto”, tra un rinvio e un rimando, in stridente contrasto con il rigore dei bilanci economici ed industriali. L‟assenza di una rigorosa metodologia di verifica del “bilancio ambientale” pare sottendere il convincimento che il disastro è tale che nessuno si preoccupa di misurare gli effetti dei provvedimenti definiti, come accade, ad esempio, per un intervento minimo come l‟arretramento di 250 metri dei parchi minerale e fossile dal muro di cinta dell‟Ilva di cui non si conoscono i benefici o come accade per alcuni recentissimi ed autorevoli suggerimenti tecnici di cui abbiamo avuto notizia dalla stampa che riteniamo inefficaci ed obsoleti. Questo è un inaccettabile navigare a vista, mentre il percorso definito dall‟AIA è preciso, finalizzato e verificato.

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Valore cogente anziché “Gentleman agreement” Tenendo a mente l‟esperienza degli Atti d‟intesa, cogliamo qui quale sia la differenza tra un “gentleman agreement” quale è un Atto d‟intesa e un obbligo per legge, che non solo fa riferimento alla normativa sui limiti delle emissione, ma predispone, per non dire ordina, comportamenti finalizzati a tale obiettivo: sono sicuramente comportamenti che danno maggiori garanzie rispetto alle dichiarazioni d‟intenti finora riportate negli atti d‟intesa. In più vogliamo ancora rimarcare la presenza nell‟AIA di una visione integrata tra presente e futuro, che determina un giudizio continuo sui vari passaggi del percorso di miglioramento, ancorando il giudizio a parametri certi quali il livello di emissione di partenza ed il livello di emissione di arrivo. Questa possibilità può essere agita dai soggetti coinvolti e differenzia profondamente l‟AIA dall‟Atto d‟intesa, al cui interno mai è stato esposto un target di abbattimento dei valori degli inquinanti, rendendo libero, per tale via, il giudizio (dell‟“inquinatore”) sugli interventi inseriti nell‟atto stesso. C - L‟AIA RIGOROSO ED EFFICACE STRUMENTO DI MIGLIORAMENTO AMBIENTALE La potenza dell’AIA Dall‟esame delle disposizioni del D. Lgs. 59/2005 emerge in tutta evidenza che l‟AIA è uno strumento efficace e rigoroso per l‟abbattimento dell‟impatto ambientale, forte della affermazione che l‟autorizzazione, per essere concessa, deve conseguire un livello elevato di protezione dell'ambiente nel suo complesso. Pur nell‟ambito delle vigenti prescrizioni del quadro normativo sui valori limite degli inquinanti, esso consente di operare, con efficacia, senza rigidità, con misure che fanno riferimento ai singoli contesti ambientali. Esso prevede anche forti capacità di iniziativa da parte delle istituzioni locali coinvolte, nonché della società civile e delle sue associazioni. In definitiva, l‟AIA definisce e regola per legge quel campo di conflitto oggettivo che nella realtà di Taranto si è tentato di regolare con la nota successione di Atti d‟Intesa. Al termine della ricerca, abbiamo ragionevolmente concluso che il processo istruttorio, che porta l‟Autorità competente a rilasciare l‟AIA, nonché i controlli che ne conseguono, definiscono una quantità di interventi obbligatori per il richiedente tale da superare, includendoli, la maggior parte di quelli conferiti all‟interno dell‟Atto di Intesa. Ne deriva che l‟effettiva utilità e l‟efficacia dell‟Atto di Intesa risultano fortemente ridimensionate dall‟AIA, perché l‟AIA regola le stesse tematiche dell‟Atto, ma non tramite un gentleman agreement (Atto di Intesa o Accordo di programma che dir si voglia), ma a mezzo delle cogenti disposizioni di legge contenute nel Decreto Legislativo 18 febbraio 2005, n. 59 (G.U. nr. 93 S. o. del 22.4.2005) avente per titolo “Attuazione integrale della direttiva 96/61/CE (IPPC) relativa alla prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento”. Tale Decreto regolamenta, ovviamente, anche l‟AIA. La vera chiave di volta del risanamento ambientale è, quindi, lo “strumento AIA” anziché lo “strumento Atto d‟Intesa” che, di contro, mantiene intrinseca valenza propositiva se aggiunge attività supplementari esterne all‟AIA di cui è “ad adiuvandum”.

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L‟AIA è fortemente caratterizzata non solo dal controllo della situazione esistente, definita a norma dal punto di vista emissivo, ma anche dal percorso di mutamento della situazione data. Quale significato avrebbe altrimenti la richiamata riduzione delle emissioni, la ricerca di forme alternative alle MTD o, addirittura, la previsione di altre misure per abbattere l‟inquinamento? E‟ intrinseco, quindi, il principio di caratterizzazione della singola richiesta di AIA, che, negli strumenti per il raggiungimento dei limiti di legge per gli inquinanti derivanti dal processo produttivo, fa riferimento a quanto previsto e consolidato dalle “migliori tecniche disponibili”, ma non pone limiti al campo di ricerca ed applicazione di quanto innovato, progettato o prodotto ed a disposizione per l‟impiego, sia esso struttura impiantistica o pratica operativa per la conduzione dell‟impianto. Troviamo qui la conferma definitiva della potenza dello strumento autorizzativo rappresentato dall‟AIA: se “manovrato” opportunamente dai soggetti che sono richiamati e coinvolti nella sua operatività, esso è in grado di regolare un reale, controllato ed efficace processo di ripristino e mantenimento nella norma della situazione ambientale. Certo si potrà dire che l‟AIA non è stata sempre disponibile (il relativo Decreto legislativo è di febbraio 2005), ma ora c‟è ed il suo procedimento, avviato anche per Ilva Taranto, va seguito nella piena ottemperanza delle norme di legge. Nella partita per il risanamento ambientale della nostra realtà territoriale, riteniamo che la realizzazione integrale della procedura stabilita per l‟AIA, cioè la conoscenza attenta e consapevole della situazione e delle regole, la partecipazione, l‟esercizio del diritto alla conoscenza della proposta, della concessione e del controllo, nel suo insieme sia lo strumento decisivo per un possibile ed efficace cambiamento e miglioramento. All‟eventuale revisione o riscrittura di Atti di Intesa è affidata la definizione di “interventi ed attività supplementari”, esterne allo

stabilimento,

mentre

tutto

quello

che

conta

realmente

ai

fini

dell‟abbattimento

dell‟inquinamento ambientale va fatto all‟interno dello stabilimento ed è regolato dall‟AIA, con l‟Atto di Intesa che è, come suol dirsi, ad adiuvandum la realizzazione dell‟AIA. Alcune criticità da affrontare subito Se si condivide l‟impostazione qui delineata, occorre affrontare e superare immediatamente almeno le seguenti criticità: conoscere al più presto lo stato attuale del procedimento autorizzativo dell‟AIA o delle AIA in corso per Ilva Taranto, passaggi completati, termini di riferimento, ecc.: è risaputo quanto è difficile riuscire a disporre di informazioni complete relative allo svolgimento degli iter procedurali, specialmente quando l‟oggetto è la salvaguardia ambientale. Temiamo che ci sia già qualche passaggio che va riosservato e aggiornato; recuperare il ruolo degli Enti territoriali, sui quali si concentra una forte pressione per la adozione di modalità di diffusione dettagliata e tempestiva delle informazioni, per consentire alla società civile, a livello di singola persona o nelle forme di aggregazione in

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cui si organizza, di prendere parte, con l‟esercizio dei diritti garantiti anche dal Decreto legislativo delle AIA, alla definizione dei termini dell‟autorizzazione stessa; far sì che gli stessi Enti territoriali, pur nell‟ambito della propria autonomia ma in raccordo con le espressioni partecipative delle comunità da essi governate, assumano quel ruolo protagonista di proposta e controllo che le norme di legge attribuiscono ad essi.

7 – Diritto di “accesso” del pubblico Il “processo negoziale” degli Atti di Intesa condotti dalla Regione Puglia, fin dall‟inizio, è stato non conforme ai principi di trasparenza, informazione e partecipazione del pubblico, già presenti nella originaria Direttiva IPPC 96/61/CE del Consiglio (1996), ripresi ed ampliati nella Convenzione Europea di Aarhus” del 25.6.1998 - entrata in vigore il 31.1.2001 a seguito della Racc. 2001/331/CE -, ulteriormente ribaditi nelle Direttive europee 2003/4/CE e 2003/35/CE che rinforza i diritti del pubblico nel contesto delle procedure di autorizzazione (è proprio il caso di dire che il miglior sordo è quello che non vuol sentire), nel “Protocollo di Aarhus” pubblicato su GUCE L. 81/44 del 19.3.2004, ratificati dalla Comunità europea il 17.2.2005 e dalla maggior parte degli stati membri e finalmente fatti propri dalla normativa italiana con il D. Lgs. 59/2005 (negli articoli n. 5 comma 15, n. 11 commi 2 e 8, n. 12 comma 4, n. 13 comma 1, n. 14 comma 4 e lettere a) e d) dell‟Allegato VI “Finalità dell‟Osservatorio IPPC di cui all‟art. 13 del D. Lgs. 59/2005) e con il D. Lgs. 152/2006 (art. 28, 29, 122, 123, 162). La Convenzione di Aarhus su informazione e comunicazione ambientale, a cui si sono adeguate tutte le successive disposizioni europee e nazionali, si basa “sulla giusta convinzione che senza informazione e comunicazione non c‟è acquisizione di consapevolezza e, quindi, non c‟è assunzione di responsabilità. La Convenzione, sottoscritta nella città danese di Aarhus dai Rappresentanti di tutti gli Stati dell‟UE, stabilisce il diritto di ogni cittadino della UE medesima di poter fruire sia attivamente (ovverosia andando a chiederla) che passivamente (ovverosia, comunque ricevendola dalle Istituzioni a ciò preposte) dell‟informazione relativa all‟ambiente e di poter partecipare alle decisioni relative all‟ambiente medesimo. Insomma, il diritto all‟ambiente, in sé già innovativo, si sostanzia, con tale Convenzione, di un diritto attivo e passivo d‟accesso alle informazioni sull‟ambiente e di un diritto a usare tali informazioni per partecipare, in un processo di comunicazione ambientale allargato e democratico, alle scelte ambientali della comunità (Stefano Beccastrini).” In

estrema

sintesi,

la

Convenzione

di

Aarhus

regolamenta

accesso

all‟informazione,

partecipazione del pubblico al processo decisionale e accesso alla giustizia in materia ambientale. In merito a tale ultimo aspetto, val la pena segnalare che le “Norme in materia di tutela risarcitoria contro danni all‟ambiente sono contenute nella Parte Sesta del D. Lgs. 152/2006.

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Per tornare agli Atti di Intesa, è indubbio che gli stessi “Sindacati, pur sottoscrivendo gli Atti (con qualche riserva della UIL), hanno svolto un ruolo piuttosto marginale sia perché non in possesso di competenze adeguate, sia per lo scarso coinvolgimento nella fase di redazione” degli Atti.

8 – Alcune azioni di “buon vicinato”, senza aspettare altri Atti di intesa Intanto l‟Azienda, senza aspettare il prossimo “Atto di Intesa”, potrebbe sviluppare alcune attività di “buon vicinato”, quali ad esempio:  aiutare a far crescere la categoria degli imprenditori, spingendoli a superare l‟attuale appiattimento, mettendo a disposizione la propria esperienza internazionale e aiutandoli a volare alto e a coltivare l‟essenza dell‟imprenditore, che è rischio e immaginazione;  fare una Convenzione con il Politecnico di Bari – II Facoltà di Ingegneria di Taranto, per agevolare o determinare collegamenti stretti tra il mondo accademico-scientifico e il Centro Siderurgico Ilva di Taranto, che è la più grande “palestra di ingegneria” di Europa, in cui non c‟è argomento, tecnologia, disciplina e temi ingegneristici che non vi trovino un‟eco, superando ataviche diffidenze, intralci e resistenze burocratiche e realizzando il connubio serio tra dottrina e pratica, foriero di grandi benefici, come nel mondo anglosassone;  ripristinare l‟usanza della “visita in stabilimento”, nel giorno della Festa del lavoro, con cancelli aperti alle famiglie dei dipendenti e dei cittadini, con visite guidate e in sicurezza, sbalordendo i visitatori per la grandiosità degli impianti la cui gestione richiede altrettanta operosità e professionalità. A proposito della “chiusura a riccio” nei confronti dei tarantini, osserviamo che a Taranto, come in tutto il mondo, ci sono persone per bene e lazzaroni. I lazzaroni fanno tanti danni e tanto rumore che sembrano la maggioranza, anche perché non vengono isolati. In realtà non sono tanti e potrebbero essere neutralizzati se fossero contrastati adeguatamente e individualmente, ma questo costa fatica e mutualità con le persone per bene. Invece l‟Ilva privatizzata, impressionata dai lazzaroni, si è “chiusa a riccio”, ha calato le saracinesche trattando tutti da lazzaroni, ignorando che i più dei dipendenti e dell‟indotto Ilva della passata gestione avevano lavorato onestamente, seriamente, duramente e invano. Chi non c‟è stato, non ha idea delle frustrazioni di chi lavorava in un‟azienda che ogni anno doveva pagare migliaia di miliardi di interessi alle banche, perché alcuni “illuminati” avevano costruito gli impianti ricorrendo a finanziamenti a breve, pur sapendo che quel tipo di business non avrebbe mai consentito utili tali da pagare gli interessi e ridurre il debito. Questa era la vera tragedia dell‟Italsider/Ilva, che nessun miglioramento “giapponese” ha potuto risolvere, come non ha potuto fare nulla per modificare una gestione del personale troppo permissiva, per pressioni politiche e sindacali. L‟Ilva privatizzata ce l‟ha fatta perché ha avuto “mano libera” con il personale e perché pare che non le abbiano accollato quei debiti che invece strangolavano il Siderurgico di Taranto che, in termini industriali, se la batteva con la migliore siderurgia del mondo. Ignorare queste cose e

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disprezzare il territorio e le persone che le hanno conosciute e subite, crea risentimento e malanimo. E poi, quando si fa di tutta l‟erba un fascio, si perde la proficua collaborazione dei più. L‟Ilva privatizzata ha un lungo cammino da fare con questa città piena di contraddizioni e “amante dei forestieri”; quella di Taranto è una grande scommessa da vincere assolutamente.

9 – Orientamenti in siderurgia Negli ambienti siderurgici si dice che, nel prossimo ventennio, non cambierà granchè in termini di processo e di tecnologia e che le uniche innovazioni avverranno nel campo del risanamento ambientale, perché le acciaierie sono sinonimo di inquinamento, in tutto il mondo. In questa prospettiva si colloca il problema di fondo della siderurgia tarantina, cioè il rapporto conflittuale con la città, acuito da inquinamento ambientale e incidenti sul lavoro. I miglioramenti strutturali finalizzati all‟abbattimento dell‟inquinamento sottendono da parte di Ilva Taranto un forte incremento di ricerca, innovazione ed investimenti. In campo aziendale, “coniugare la crescita rispettando sicurezza, salute e ambiente significa saper realizzare un valore aggiunto sostenibile, capace di sincronizzare il miglioramento della qualità della vita con gli obiettivi aziendali. Questi aspetti non sono più vincoli o barriere, ma valori fondamentali per creare davvero ben – essere sia all‟interno che all‟esterno della fabbrica. Questa finalità si consegue più agevolmente se si crea un sistema che integri, gestisca e coordini le risorse e gli aspetti relativi a HSE, acronimo per Health (salute), Safety (sicurezza), Environment (ambiente). HSE identifica, da qualche anno, una nuova disciplina nella quale convergono e si integrano tutte e tre le aree che hanno in gran parte principi di base comuni, la cui complessità dipende, ovviamente, da cultura, processi, tecnologia, leggi, collocazione geografica”. L‟HSE diventa il pilastro su cui l‟azienda può costruire e far progredire rapidamente la propria Company Social Responsability, che va ben oltre il “bilancio sociale”, pur lodevole, che Ilva presenta ormai da qualche anno. Il sistema integrato così delineato è la quintessenza della “Siderurgia Ecologica” sintetizzata dallo slogan “Zero waste in siderurgia”, inteso come filosofia per attuare metodologie di produzione dell‟acciaio che portano, in sinergia con altre attività produttive, alla riduzione degli scarti, al riciclaggio degli stessi, all‟abbattimento delle emissioni inquinanti, alla diminuzione dei consumi energetici e, in definitiva, anche alla riduzione dei costi di produzione. Non c‟è molta differenza tra la “Siderurgia ecologica zero waste” e la Siderurgia che opera nel pieno rispetto di una seria e convinta AIA.

10 – Conclusioni L‟eventuale nuovo “Atto di Intesa”, recepiti preliminarmente gli impegni presi nei precedenti Atti e riconosciuti i modesti risultati fin qui ottenuti, dovrebbe operare una “sterzata” decisa anche alla luce degli ultimi avvenimenti, ricollocando nell‟AIA gli obiettivi da raggiungere e le azioni da

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intraprendere, con contenuti sicuramente più cogenti di quelli di un gentleman agreement e da aggiornare per nuovi fatti o consuntivi inadeguati. Nell‟ampio capitolo 6 abbiamo illustrato le idee e le argomentazioni nostre, di Legambiente, di PeaceLink e di TarantoViva sulla formidabile potenzialità dell‟AIA come strumento operativo che di fatto ottiene l‟effettivo risanamento ambientale di Taranto. I precedenti Atti di Intesa sottoscritti sono risultati inefficaci perché non supportati dalla fase di controllo; in nessuno di essi sono previste “reazioni” degli organismi pubblici alle inadempienze dell‟attore privato. In più, al di là delle “dichiarazioni del Ministero delle Attività produttive, che periodicamente ribadisce il ruolo strategico della siderurgia per il sistema produttivo nazionale, a Taranto è venuta a mancare la guida nelle definizioni di una politica industriale che integri anche gli obiettivi e i principi della politica ambientale. La mancanza delle Istituzioni si avverte quando, in presenza di dati allarmanti, nessuna contromisura viene adottata”. La mancata previsione negli Atti di specifiche sanzioni, avrebbe potuto trovare compensazione solo in una fase di controllo stringente e rigoroso, come invece è prescritto nell‟AIA. I controlli richiedono adeguate strutture, risorse, competenze ed organizzazione per cui è improcrastinabile il rafforzamento dell‟ARPA Puglia e del Dipartimento di Taranto, supportato dalla volontà politica di realizzare con il massimo della priorità. Un primo segnale è venuto dalla Provincia di Taranto. Noi continueremo ad essere vigili e puntuti su tutto quanto saremo in grado di studiare, seguire ed analizzare, disponibili a colloquiare con chiunque e a dare il nostro contributo. In democrazia ci si confronta anziché ignorare tout court le opinioni di minoranze consapevoli, attente e rigorose. L‟alternativa al “confronto virtuoso e severo” sarebbe la inevitabile ripresa di una aspra conflittualità dagli esiti imprevedibili, per un “incattivimento” della situazione locale o per uno “sconquasso” nel comparto siderurgico internazionale. La situazione mostra delle novità, come indica l‟attenzione sul monitoraggio della diossina. Il movimento messo in piedi a Taranto sulle questioni ambientali ha evidentemente smosso le acque e il “tavolo” sembra "moversi". TarantoViva, Legambiente, PeaceLink e tutti gli altri cittadini, ambientalisti e non ambientalisti, continueranno ad incalzare gli attori di quel “tavolo” per rifondarlo su basi nuove, includendo le rappresentanze dei cittadini ed istituendo anche un "tavolo telematico", cioè un “forum telematico permanente”, in cui le questioni vengano affrontate con tempestività e in modo pubblico. Un forum on line che integri il “tavolo tradizionale” che opera con cadenze lente, inadeguate rispetto alle questioni ambientali, tanto che ci sono voluti 10 mesi per attivare il gruppo di lavoro per i monitoraggi della diossina. Tale forum avrebbe il vantaggio di superare le risposte "private" che il prof. Assennato dà con una puntualità ed una rapidità che sono assolutamente da apprezzare. In questo modo il dialogo non sarà più uno-a-uno ma molti-a-molti, come è proprio nella logica del forum. L‟ordinamento del D. Lgs. 59/2005 conferisce al Sindaco un rilevante ruolo operativo nel procedimento che porta all‟AIA e alle verifiche e controlli successivi e, addirittura, gli affida la

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potestà di chiedere ed ottenere la revisione dell‟AIA, se già concessa. Egli così diventa il vero Tutore del territorio, a cui è indispensabile la sintonia con il Presidente della Regione e con le altre Istituzioni. Il Sindaco Stefàno ed il Presidente Vendola, persone di grande cuore, non difettano di proprie competenze professionali, amministrative e politiche. A loro non mancheranno apporti, incoraggiamenti e determinazione della società civile e delle forze sociali e sindacali. Sarà costituito così un fronte unico delle varie espressioni del territorio in cui tutti i partecipanti svolgeranno ruoli non marginali. Noi facciamo del nostro meglio per evitare che uno “tsunami” ci colga impreparati o addirittura impegnati a discutere ancora se è meglio “morire di cancro o di fame”. La classe dirigente, a tutti i livelli, incluso quello sindacale, deve dimostrare nei fatti di essere pienamente consapevole che non è coercibile il diritto al lavoro e che non è negoziabile il diritto alla vita e alla salute. “Equilibrismi e testa nella sabbia” non vanno nella direzione giusta, per noi e per le giovani generazioni. Per anni, politici, amministratori, rappresentanti di forze sociali ed anche semplici cittadini di Taranto hanno sottolineato che lo sviluppo della nostra città era nel turismo, per la bellezza della sua costa, la varietà dei suoi paesaggi, lo splendore dei suoi tramonti, le vestigia di un‟antica civiltà. Tutto vero, ma nel frattempo si erano un po‟ distratti e non si erano accorti che Taranto era stata inclusa dall‟O.M.S. tra le città ad alto rischio ambientale, e non per colpa di un destino cinico e baro. Noi, con modestia e realismo, auspichiamo che ognuno torni a fare il suo, rispettando le leggi, effettuando controlli, elaborando dati: in questa città c‟è spazio per l‟industria e per il turismo. Ora, però, i turisti non ci sono, spaventati dal clamore negativo sui mass – media e dalle, ahimè, veritiere denunce di forte inquinamento ambientale. Torneranno, se saremo capaci di ripristinare accettabili condizioni ambientali. Desideriamo esternare un “sogno”, ispirato, però, dall‟attualità: l‟Autorità che sta per concedere l‟AIA all‟Ilva di Taranto, fa proprie le istanze, avanzate dalla Società civile e supportate da indiscutibili elementi scientifici e sanitari, riguardanti il limite per l‟emissione della “diossina dall‟impianto di agglomerazione” di Taranto, e, in anticipo rispetto all‟adeguamento formale da parte dell‟organo legislativo nazionale o regionale, inserisce nell‟A.I.A. un valore limite di emissione analogo a quello della regione Friuli Venezia Giulia e della Comunità Europea. Tutto ciò proprio in virtù della conclamata situazione che fa di Taranto una “città ad elevatissimo rischio ambientale”. Perché questo “sogno” si avveri, fondamentale è la condivisione soprattutto del Sindaco di Taranto e del Presidente della regione Puglia e l‟assunzione di responsabilità da parte dell‟Ilva. Concludiamo questa relazione con la richiesta al Ministero dell‟ambiente e della tutela del territorio e del mare di compiere una svolta immediata e risolutiva per affrontare l‟impatto ambientale dell‟Ilva di Taranto di innegabile gravità, di adottare ufficialmente per l‟Ilva di Taranto la linea che la

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legge prevede nel comma 20 dell‟art. 5 del D. Lgs. 59/2005, che sembra tagliato su misura per l‟Ilva di Taranto e che riportiamo integralmente. Comma 20 - “In considerazione del particolare e rilevante impatto ambientale, della complessità e del preminente interesse nazionale dell’impianto, nel rispetto delle disposizioni del presente decreto, possono essere conclusi, di intesa tra lo Stato, le regioni, le province e i comuni territorialmente competenti e i gestori, specifici accordi, al fine di garantire, in conformità con gli interessi fondamentali della collettività, l’armonizzazione tra lo sviluppo del sistema produttivo nazionale, le politiche del territorio e le strategie aziendali. In tali casi, l’autorità competente (NdR: la DSA di Minambiente), fatto comunque salvo quanto previsto al comma 18, assicura il necessario coordinamento tra l’attuazione dell’accordo e la procedura di rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale. Nei casi disciplinati dal presente comma il termine di centocinquanta giorni di cui al comma 12 è sostituito dal termine di trecento giorni.” In tal modo lo Stato, insieme a Regione, Provincia e Comuni interessati, ridiventerà protagonista della siderurgia tarantina con il Gestore Privato che dovrà “scoprire le carte”, tutte insieme, e firmare un impegno solenne, immodificabile e garantito. (Taranto, 10 agosto 2007)

Biagio De Marzo e Angelo Palomba

Dr. Ing. Biagio DE MARZO Ultimato il corso per Ufficiale in Spe presso l‟Accademia Navale di Livorno, si è laureato in ingegneria a Napoli. Ha prestato servizio in Marina per oltre 16 anni con incarichi vari tra cui Direttore di Macchina della Fregata Bergamini e dell'Incrociatore Vittorio Veneto. Passato nell'industria, ha maturato esperienze operative e manageriali in siderurgia e ha diretto servizi tecnici, manutenzione e logistica nel Centro Siderurgico di Taranto, nelle Acciaierie di Terni e nella Falck di Sesto S. Giovanni. Libero professionista dal 1994, sviluppa attività di consulenza aziendale e formazione professionale in manutenzione, impiantistica, portualità. E‟ stato responsabile del progetto preliminare del “Nodo infrastrutturale del porto di Taranto – Piastra logistica integrata”, approvato dal CIPE nel 2003 in project financing. E‟ docente a contratto presso la II Facoltà di Ingegneria di Taranto e presso la Facoltà di Ingegneria di Lecce nell‟ambito di Master post universitari. E' coautore del "Manuale di manutenzione degli impianti industriali e servizi", Franco Angeli. E‟ coautore dell'opera "La portualità del Duemila", Fondazione Michelagnoli. E‟ Consigliere dell‟Ordine degli Ingegneri della provincia di Taranto. E‟ membro del Consiglio direttivo di Federmanager – AJDAI Taranto. Sig. Angelo PALOMBA In Italsider/Ilva Taranto dal 1965 al 1994. Ha svolto, con “distacchi sindacali”, attività sindacale con progressive responsabilità:  Responsabile UILM nel Comitato aziendale di analisi e valutazione del lavoro  Delegato di reparto Area treno lamiere  Coordinatore dell‟Esecutivo di fabbrica  Rappresentante dell‟Esecutivo di fabbrica nel Comitato nazionale A.V.L. – I.U.  Segretario FLM di Taranto e membro del Coordinamento nazionale della siderurgia  Membro del Comitato Centrale UILM  Segretario Generale FLM di Taranto Interrotta l‟attività sindacale e rientrato a tempo pieno in azienda, dal 1987 al 1994 ha avuto incarichi di:  Sviluppo e Promozione industriale  Responsabile Ilva dei rapporti con le Istituzioni In pensione dal dicembre 1994 Designato da ERSAP, ha fatto parte del CdA della Cantina sociale “Conca d‟oro” di Cristiano Revisore dei conti di AMAT dal 1991 al 1993

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Appendice

PRINCIPALI DISPOSIZIONI DEL D. LGS. 59/2005 Art. 1 - Il Decreto ed il suo scopo Il Decreto Legislativo 59/2005 - “Attuazione integrale della Direttiva 96/61/CE (del 24 settembre 1996)” è il dispositivo legislativo che regola l‟intera materia ambientale. Nel prosieguo faremo riferimento ai suoi articoli, con l‟avvertenza che quando si indica (art. x) si intende (art. x del D. Lgs. 59/2005). Il Decreto legislativo ha per oggetto e scopo “la prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento proveniente dalle attività” industriali ed altre attività (ben individuate nell‟allegato I); “esso prevede misure intese ad evitare oppure, qualora non sia possibile, ridurre le emissioni delle suddette attività nell’aria, nell’acqua e nel suolo, comprese le misure relative ai rifiuti e per conseguire un livello elevato di protezione dell'ambiente nel suo complesso”. Il Decreto disciplina la procedura per il rilascio della Autorizzazione Integrata Ambientale, più semplicemente detta AIA. Art. 3 - Principi generali dell‟AIA L‟AIA è lo “strumento principe” per realizzare l‟obiettivo fissato nel decreto. Essa viene rilasciata, nel nostro caso, dalla Direzione Generale Salvaguardia ambientale (più semplicemente DSA) del Ministero dell‟ambiente e della tutela del territorio e del mare (più semplicemente Minambiente). Nel determinare le condizioni per rilasciare l‟AIA, DSA deve attenersi alle norme di qualità ambientale e deve tenere conto dei principi generali: a. “devono essere prese le opportune misure di prevenzione, applicando in particolare le migliori tecniche disponibili”; b. “non si devono verificare fenomeni di inquinamento significativi”; c. “deve essere evitata la produzione di rifiuti”; “in caso contrario, i rifiuti sono recuperati” o “sono eliminati evitandone e riducendone l’impatto sull’ambiente”; d. “l’energia deve essere utilizzata in modo efficace”; e. “devono essere prese le misure necessarie per prevenire gli incidenti e limitarne le conseguenze; f.

“deve essere evitato qualsiasi rischio di inquinamento al momento di cessazione definitiva dell’attività” con obbligo di bonifica del sito.

Art. 4 - Individuazione ed utilizzo delle migliori tecniche disponibili L‟AIA è rilasciata tenendo conto delle indicazioni generali dettagliatamente esposte nell‟all. IV inerente la determinazione delle migliori tecniche disponibili, denominate più semplicemente MTD, delle informazioni diffuse dai Ministeri interessati e nel rispetto delle linee guida per l‟individuazione e l‟utilizzo delle stesse MTD, che, per la siderurgia, sono esposte nel Decreto Ministeriale

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31.1.2005. In generale, le linee guida vengono aggiornate con il supporto della Commissione nominata con D. M. del 15.2.2007 su cui torneremo nel successivo art. 8. Minambiente, di intesa con altri Ministeri interessati e Conferenza permanente delle regioni, provvede a raccogliere le informazioni relativamente alle MTD e al loro sviluppo, nonché alle relative prescrizioni in materia di controllo. Art. 5 - Procedura per il rilascio dell‟AIA Il primo passo della procedura è la presentazione della domanda di rilascio dell‟AIA, E‟ il documento base, per cui riteniamo opportuno riportare integralmente l‟elenco dei punti da descrivere: a) L’impianto, il tipo e la portata delle sue attività; b) Le materie prime ed ausiliarie, le sostanze e l’energia usate o prodotte dall’impianto; c) Le fonti di emissioni dell’impianto; d) Lo stato del sito di ubicazione dell’impianto; e) Il tipo e l’entità delle emissioni dell’impianto in ogni settore ambientale, nonché un’identificazione degli effetti significativi delle emissioni sull’ambiente; f) La tecnologia utilizzata e le altre tecniche in uso per prevenire le emissioni dall'impianto oppure per ridurle; g) Le misure di prevenzione e di recupero dei rifiuti prodotti dall’impianto; h) Le misure previste per controllare le emissioni nell’ambiente i)

Le eventuali principali alternative prese in esame dal gestore, in forma sommaria;

j)

le altre misure previste per ottemperare ai principi di cui all’art. 3 (Ndr: che sono prevenzione o abbattimento dell‟inquinamento con utilizzo delle MTD, gestione corretta dei rifiuti, efficace uso dell‟energia e disinquinamento del sito al termine dell‟attività).

La domanda deve contenere anche una versione della “Sintesi non tecnica” priva delle informazioni riservate e quindi consultabile dal pubblico. La stessa cosa vale per altri allegati. Per gli impianti siderurgici, il soggetto gestore, cioè colui che detiene o gestisce l‟impianto, presenta la richiesta di autorizzazione a esercire l‟impianto a DSA di Minambiente. DSA, entro trenta giorni dal ricevimento della domanda, comunica al gestore la data di avvio del procedimento e gli uffici dove il “pubblico” può consultare la documentazione. Il gestore, entro quindici giorni dal ricevimento della comunicazione di DSA, deve far pubblicare tali notizie su un quotidiano a diffusione nazionale. Entro trenta giorni dalla pubblicazione dell‟annuncio, i soggetti interessati possono avanzare a DSA le proprie osservazioni. NB: c’è il buco del comma 9, abrogato dall’art. 48 del D. Lgs. 152/2006, che tra l’altro fissava comunque in un periodo non superiore a sei mesi il regime delle deroghe all’adeguamento alla situazione obiettivo (solo in caso di rinnovo o riesame dell’AIA? Verificare).

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DSA convoca apposita conferenza dei servizi, nell‟ambito della quale assumono particolare rilievo le prescrizioni del Sindaco, di cui agli artt. 216 e 217 del R. Decreto n. 1265 del 1934 – Testo unico sulle leggi sanitarie. In più, in presenza di circostanze intervenute anche successivamente al rilascio dell'autorizzazione, il Sindaco, qualora lo ritenga necessario nell'interesse della salute pubblica, chiede a DSA di verificare la necessità di riesaminare l'autorizzazione rilasciata. Una volta che DSA ha acquisito le determinazioni delle Amministrazioni coinvolte ed ha considerato le osservazioni dei soggetti interessati, il Ministro dell‟ambiente e della tutela del territorio e del mare, con proprio Decreto, rilascia o nega l‟AIA, nel termine di 150 giorni dalla presentazione della domanda, salvo interruzione dei termini per richiesta di integrazioni al gestore. L‟AIA rilasciata autorizza l‟esercizio dell‟impianto a determinate condizioni e sostituisce ogni altro visto, nulla osta o autorizzazione ambientale. Copia dell‟AIA e di qualsiasi suo successivo aggiornamento è messa a disposizione del “pubblico”. Ove la competente autorità regionale (non è il nostro caso) non provveda a concludere la procedura nei termini indicati in precedenza, si applica il potere sostitutivo di cui all‟art. 5 del D. Lgs. 112/1998 che riguarda le “inadempienze regionali”. L‟AIA deve includere le modalità previste per la protezione dell‟ambiente nel suo complesso, meglio specificate nel successivo art. 7. Il comma 18 stabilisce che l‟AIA concessa agli impianti esistenti prevede la data, comunque non successiva al 30 ottobre, entro la quale le prescrizioni dell‟AIA devono essere attuate (come era stabilito dalla Direttiva 96/61/CE che il D. Lgs. 59/2005 ha recepito integralmente). I commi 19 e 20 dell‟art. 5 sono estremamente importanti per il nostro caso, per cui riteniamo opportuno riportarli integralmente. Comma 19 – “Tutti i procedimenti di cui al presente articolo per impianti esistenti devono essere comunque conclusi in tempo utile per assicurare il rispetto del termine di cui al comma 18. Le autorità competenti definiscono o adeguano conseguentemente i propri calendari delle scadenze per la presentazione delle domande di autorizzazione integrata ambientale.” Comma 20 - “In considerazione del particolare e rilevante impatto ambientale, della complessità e del preminente interesse nazionale dell’impianto, nel rispetto delle disposizioni del presente decreto, possono essere conclusi, di intesa tra lo Stato, le regioni, le province e i comuni territorialmente competenti e i gestori, specifici accordi, al fine di garantire, in conformità con gli interessi fondamentali della collettività, l’armonizzazione tra lo sviluppo del sistema produttivo nazionale, le politiche del territorio e le strategie aziendali. In tali casi, l’autorità competente (NdR: la DSA di Minambiente), fatto comunque salvo quanto previsto al comma 18, assicura il necessario coordinamento tra l’attuazione dell’accordo e la procedura di rilascio dell’autorizzazione integrata ambientale. Nei casi disciplinati dal presente comma il termine di centocinquanta giorni di cui al comma 12 è sostituito dal termine di trecento giorni.” Art. 7 - Condizioni dell‟AIA

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L‟AIA rilasciata deve includere tutte le misure per soddisfare i requisiti di cui agli art. 3 e 8 al fine di conseguire un elevato livello di protezione ambientale nel suo complesso. Essa contiene anche valori limite per le emissioni dirette di gas serra (all. I della Direttiva 2003/87/CE) solo quando ciò risulti indispensabile per evitare un rilevante inquinamento locale. L‟AIA deve includere sia i valori limite delle sostanze inquinanti (all. III) che possono essere emesse dall‟impianto in quantità significativa, in considerazione della natura e del potenziale trasferimento dell‟inquinamento da un elemento ad un altro (acqua, aria, suolo), sia i valori limite dell‟inquinamento acustico. I valori limite non possono essere meno rigorosi di quelli fissati dalla normativa in vigore. I predeterminati valori limite sono mutuati da una fonte legislativa esterna rispetto al D. Lgs 59/2005: per gli impianti siderurgici, la fonte esterna è il D.Lgs. 152/2006. Se necessario, l‟AIA contiene ulteriori disposizioni che garantiscono la protezione del suolo e delle acque sotterranee e opportune disposizioni per la gestione dei rifiuti prodotti e per la riduzione dell‟inquinamento acustico. I valori limite delle emissioni possono essere integrati o sostituiti con parametri o misure tecniche equivalenti. Fatto salvo il successivo art. 8 relativo a misure più rigorose rispetto alle MTD, si fa riferimento all‟applicazione delle MTD, senza l‟obbligo di utilizzare una tecnica o una tecnologia specifica, tenendo conto delle caratteristiche tecniche dell‟impianto, della sua ubicazione e delle condizioni locali dell‟ambiente. In tutti i casi, le condizioni di autorizzazione prevedono disposizioni per ridurre l‟inquinamento a grande distanza o attraverso le frontiere e garantiscono un elevato livello di protezione dell‟ambiente nel suo complesso. L‟AIA contiene i requisiti di controllo delle emissioni che specificano metodologia e frequenza di misurazioni, relativa procedura di valutazione. L‟AIA riporta l‟obbligo di comunicare a DSA i dati necessari per verificarne la conformità alle condizioni di autorizzazione e l‟obbligo di comunicare a DSA e ai comuni interessati i dati relativi ai controlli richiesti dall‟autorizzazione. L‟AIA riporta anche le modalità e la frequenza dei controlli programmati, specificati in dettaglio nel successivo art. 11, comma 3. Per gli impianti siderurgici, le comunicazioni di cui sopra sono trasmesse tramite l‟Osservatorio (vedi art. 13) o, nelle more della sua costituzione, tramite l‟Agenzia per la protezione dell‟ambiente e dei servizi tecnici, più brevemente APAT. L‟AIA contiene le misure relative alle condizioni diverse da quelle di normale esercizio, in particolare per le fasi di avvio e arresto dell‟impianto, per le emissioni fuggitive, per i malfunzionamenti e per l‟arresto definitivo dell‟impianto. Per gli impianti soggetti a incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose, l‟AIA acquisisce i provvedimenti adottati e relative prescrizioni. L‟AIA può contenere altre condizioni specifiche giudicate opportune da DSA. Alle modifiche necessarie per adeguare la funzionalità degli impianti alle prescrizioni dell‟AIA non si applicano le disposizioni relative a modifiche impianti o variazioni di gestore (art. 10). Art. 8 - Migliori tecniche disponibili e norme di qualità

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“Se, a seguito di una valutazione dell'autorità competente, che tenga conto di tutte le emissioni coinvolte, risulta necessario applicare ad impianti, localizzati in una determinata area, misure più rigorose di quelle ottenibili con le migliori tecniche disponibili, al fine di assicurare in tale area il rispetto delle norme di qualità ambientale, l'autorità competente può prescrivere nelle autorizzazioni integrate ambientali misure supplementari particolari più rigorose, fatte salve le altre misure che possono essere adottate per rispettare le norme di qualità ambientale.” Art. 9 - Rinnovo e riesame Di rilievo per il nostro caso è la disposizione che stabilisce che il riesame dell‟AIA, anche su proposta delle amministrazioni competenti in materia ambientale (incluso il Sindaco), viene fatto comunque quando: a)

l'inquinamento provocato dall'impianto e' tale da rendere necessaria la revisione dei valori limite di emissione fissati nell'autorizzazione o l'inserimento in quest'ultima di nuovi valori limite;

b)

le migliori tecniche disponibili hanno subìto evoluzioni sostanziali, che consentono una notevole riduzione delle emissioni senza imporre costi eccessivi;

c)

la sicurezza di esercizio del processo o dell'attività richiede l'impiego di altre tecniche;

d)

lo esigono nuove disposizioni legislative comunitarie o nazionali.

In caso di rinnovo o di riesame dell‟AIA, DSA può consentire deroghe temporanee ai requisiti fissati, se un piano di ammodernamento da essa approvato assicura il rispetto di detti requisiti entro un termine di sei mesi e se il progetto determina una diminuzione dell‟inquinamento. Art. 11 - Rispetto delle condizioni dell‟AIA Il gestore, prima di dare attuazione a quanto previsto dall'AIA, ne dà comunicazione a DSA e quindi trasmette alla stessa DSA e ai Comuni interessati i dati relativi ai controlli delle emissioni prescritti dall'AIA. DSA provvede a mettere tali dati a disposizione del pubblico. Questi dati sono accertati dall'APAT - Agenzia per la Protezione dell'Ambiente e per i servizi Tecnici per verificare che: •

sia assicurato il rispetto delle condizioni dell'AIA;

siano esercitati regolarmente i controlli a carico del gestore, con particolare riferimento alla regolarità delle misure e dei dispositivi di prevenzione dell'inquinamento nonche' al rispetto dei valori limite di emissione;

il gestore abbia ottemperato ai propri obblighi di comunicazione e in particolare che abbia trasmesso all'Autorità competente, con regolarità e tempestività soprattutto in caso di inconvenienti o incidenti che influiscano in modo significativo sull'ambiente, i risultati della sorveglianza delle emissioni del proprio impianto.

Comunque DSA, nell'ambito delle disponibilità finanziarie del proprio bilancio destinate allo scopo, può disporre ispezioni in proprio.

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Gli esiti di controlli ed ispezioni vengono comunicati a DSA indicando le situazioni di mancato rispetto delle prescrizioni e proponendo le misure da adottare. Ogni organo di vigilanza, controllo, ispezione e monitoraggio degli impianti siderurgici e che abbia acquisito informazioni in materia ambientale rilevanti, comunica tali informazioni, ivi compreso l‟avviso di reato, anche a DSA. I risultati dei controlli delle emissioni vengono messi a disposizione del pubblico. In caso di inosservanza delle condizioni autorizzatorie, DSA procede secondo la gravità delle infrazioni a diffide fino alla revoca dell‟AIA e alla chiusura dell‟impianto. Ove si manifestino situazioni di pericolo o di danno per la salute, DSA ne dà comunicazione al Sindaco per i provvedimenti del caso. APAT esegue controlli e verifica anche attraverso le ARPA. Art. 12 - Inventario delle principali emissioni I gestori degli impianti trasmettono a DSA tramite APAT, entro il 30 aprile di ogni anno, i dati caratteristici relativi alle emissioni in aria, acqua e suolo dell‟anno precedente. APAT elabora i dati e li trasmette a DSA e a Minambiente per l‟invio alla Commissione Europea. Minambiente ed APAT assicurano l‟accesso del pubblico ai dati. Art. 13 - Osservatorio Presso Minambiente è istituito un osservatorio sull‟applicazione comunitaria, nazionale e regionale della Direttiva 96/61/CE e del D. Lgs. 59/2005 per garantire il rispetto della normativa ambientale e della circolazione delle informazioni dettagliate nell‟all. VI e segnatamente del coinvolgimento del pubblico. Art. 14 - Scambio di informazioni Minambiente garantisce la sistematica informazione del pubblico sullo stato di avanzamento dei lavori relativi allo scambio di informazioni sulle MTD. Art. 16 - Sanzioni A seconda della gravità dei reati, sono previste sanzioni penali fino all‟arresto per due anni e ammende fino ad un massimo di € 52.000,00.

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Prof.ssa LUNETTA FRANCO responsabile Circolo Legambiente di Taranto IL PUNTO DI VISTA DI LEGAMBIENTE

INTRODUZIONE

Allora, buona sera a tutti, ringrazio TarantoViva per avermi invitata; è un'associazione alla quale ci legano rapporti di stima e di collaborazione. A me è stato assegnato il compito di parlare dell'esperienza di Legambiente, del punto di vista di Legambiente sulle questioni ambientali tarantine. Legambiente è un'associazione radicata nel territorio della nostra città, il circolo esiste da oltre vent'anni. L'associazione ha come modus operandi quello che noi chiamiamo “ambientalismo scientifico”. E' un ambientalismo capace anche di dire dei sì oltre che dei no; un ambientalismo che entra nel merito delle questioni valutando volta per volta, tenendo sempre fermi ovviamente i principi di fondo. Superfluo ricordare le tante battaglie condotte a Taranto sulle grandi questioni ambientali che attanagliano questa città; battaglie che sono state anche giudiziarie, tant'è che a volte si è parlato anche di una cosiddetta via giudiziaria dell'ambientalismo. Altri relatori prima di me, e io lo condivido, hanno detto che si tratta di un'estrema ratio, e ovviamente non è quella la via per risolvere i problemi ambientali. E voi sapete che noi siamo stati anche parte civile in due cause contro l'Ilva: una conclusasi anche in Cassazione e ci ha dato ragione; l'ultima, invece, ancora in primo grado. E comunque l'Ilva è stata condannata anche se soltanto a lievi sanzioni, insomma, ma non tanto lievi... Ora l'Ilva dovrebbe andare in appello e poi probabilmente in Cassazione. Oggi - l'hanno sottolineato in molti - sembra che ci sia una maggiore sensibilità alle questioni ambientali nella nostra città. Davvero, io ho rilevato questo, il nostro circolo ha rilevato questo: nell'ultima campagna elettorale, tutti i contendenti alla poltrona di sindaco hanno posto questa questione come questione centrale. Io ricordo sul Corriere del Giorno dell'amico Michele Tursi un sondaggio apparso nella precedente campagna elettorale per le comunali, in cui viceversa la questione ambientale occupava uno degli ultimissimi posti nelle priorità dei cittadini tarantini. Ora io mi auguro che questa maggiore attenzione da parte dei candidati sia stata sollecitata da una sensibilità che hanno colto da parte della popolazione; e credo che una parte di questa maggiore sensibilità sia dovuta anche all'azione costante e sempre presente delle associazioni ambientaliste come la nostra. Certamente nella nostra città si è subìto il ricatto occupazionale e non si sono mai affrontati seriamente i problemi ambientali, che sono tanti e in tante aziende industriali come ha detto giustamente Michele Tursi, ma che sono soprattutto nell'Ilva. Non vi ripeto quello che hanno detto


in tanti sugli atti d'intesa: noi abbiamo più volte espresso una valutazione pesantemente negativa. Condivido in gran parte le motivazioni degli altri relatori, e ricordo che abbiamo anche parlato - e fummo anche criticati per questo - addirittura di inciucio, alla firma del primo atto d'intesa, e soprattutto all'atto del ritiro dalla costituzione di parte civile da parte della Provincia e del Comune di Taranto nella causa contro l'Ilva, che ci lasciò da soli a difendere le ragioni dell'ambiente e della salute dei cittadini. Anche se naturalmente parlammo di questo a suo tempo e ora siamo fortemente critici, non sottovalutiamo la necessità di un clima di dialogo e di confronto tra la grande impresa, l'Ilva o comunque le altre grandi imprese presenti a Taranto, gli Enti Locali e le associazioni. Comunque ci dev'essere un clima sicuramente di dialogo; ma questo dialogo dev'essere fatto con toni alla pari! E' chiaro che in quel momento ritirare la costituzione di parte civile da parte della Provincia e del Comune ha in qualche modo dato il segnale – scusate ma almeno io lo leggo così – di una sudditanza alla grande industria, di una non volontà di contrattazione delle sorti della nostra città, e insomma certamente noi lo abbiamo stigmatizzato più volte: non abbiamo assolutamente condiviso quella posizione. Noi dobbiamo però garantire, pretendere che il nostro Governo faccia rispettare questa normativa, e in questo il ruolo degli Enti Locali è un ruolo estremamente importante. Ora io voglio soltanto fare un breve elenco delle questioni che noi associazioni ambientaliste – io parlo poi in particolare di noi come Legambiente perchè è l'esperienza che conosco meglio – abbiamo affrontato in questi anni; farebbero tremare i polsi anche a un esperto del Ministero dell'Ambiente! Noi siamo intervenuti sul Piano Energetico e Ambientale Regionale con osservazioni puntuali; da parte del Circolo di Taranto abbiamo fatto un documento regionale almeno su un buon progetto di Ilva, cioè tra l'Ilva e sul progetto di rigassificatore; siamo intervenuti con osservazioni in relazione allo Studio di Impatto Ambientale di Gas Natural sul progetto di rigassificatore; siamo riintervenuti sul progetto di rigassificatore alla presentazione delle integrazioni da parte della Gas Natural; siamo intervenuti con osservazioni in merito alla riunione della cabina di regia dell'ENI e abbiamo fatto interventi sulla stampa. Poi naturalmente ci sono tutti i contatti, compreso quello preziosissimo con l'Arpa dell'egregio professor Assennato; siamo intervenuti sulla questione della diossina, personalmente mi sono fatta arrivare la legge del Friuli e l'ho messa a disposizione; il cd con le osservazioni sull'impatto ambientale del rigassificatore l'abbiamo dato poi all'assessore Losappio. Adesso stiamo affrontando l'AIA dell'Ilva che è l'ultima grande sfida. Questo sembra probabilmente un elenco della spesa; però è paradossale che in tutte queste questioni le associazioni ambientaliste abbiano dovuto svolgere un ruolo quasi di supplenza delle istituzioni. Noi, non solo come Legambiente ma noi e tanti altri, abbiamo fatto un sforzo in


impegno e in tempo e in competenze per presentare queste osservazioni su molti materiali pazzeschi (si parlava di 1500 Megabyte, di 4500 pagine...) che non è pensabile le associazioni possano svolgere, a fronte di una totale assenza delle istituzioni locali, o comunque di un atteggiamento ondivago anche di istituzioni che in teoria dovrebbero essere più sensibili a queste questioni. Tanto per non citare nessuno, diciamo che la Provincia di Taranto fino adesso ha pressochè ostentato un atteggiamento di assoluto rifiuto, di confronto con le associazioni ambientaliste e con le nostre posizioni. Non c'è stato nessun coinvolgimento della città da parte delle precedenti amministrazioni comunali e da parte dell'attuale amministrazione provinciale su tutte queste questioni che ho prima elencato: noi non siamo mai, mai stati sentiti, i cittadini non sono mai stati consultati e appunto c'è stato delegato questo compito immane. In realtà le associazioni ambientaliste più che far questo possono stimolare, possono segnalare dei punti di criticità, possono sensibilizzare; ma non possono e non devono sostituirsi alle istituzioni scientifiche e alle rappresentanze politiche locali. Non è possibile che si debbano fare dei lavori con gli ingegneri amici, quando appunto è necessario che invece ci siano ben altre risorse a disposizione della collettività in termini di competenze scientifiche. Allora, veniamo alle prospettive. Io ritengo, noi riteniamo che sia necessaria la costituzione di gruppi di lavoro presso gli Enti Locali, che siano scientificamente attrezzati ad affontare l'enormità delle questioni in gioco. Gruppi naturalmente che coinvolgano le istituzioni scientifiche locali; abbiamo per esempio guardato con favore al protocollo d'intesa firmato da enti e Arpa Puglia. Naturalmente riteniamo il secondo punto di forza indispensabile, lo diciamo in tutti i comunicati stampa, in tutti gli interventi: il potenziamento dell'Arpa Puglia e in particolare del Dipartimento di Taranto. E ovviamente sulle prospettive la prima immediata è l'AIA. E' necessario intervenire urgentemente per ridurre le emissioni inquinanti e il compito di Comune, Provincia e Regione è chiedere con forza che tale abbattimento avvenga in primo luogo con la collaborazione dell'Arpa. Per quanto riguarda questo- non ripeto l'importanza del ruolo dell'Arpa perchè già ci si sono soffermati altri relatori - l'abbiamo chiesto nei nostri interventi sulla diossina: i controlli devono essere costanti, non devono essere una tantum. E' bastato che l'azienda sapesse che questi controlli erano fatti perchè in qualche modo migliorassero almeno in quel periodo i procedimenti produttivi e in qualche modo diminuissero, sia pure in un quadro di elevate emissioni di diossina, comunque migliorassero i dati generali. Io non so se la Regione Puglia debba necessariamente dotarsi di una nuova legge. Anche perchè nelle BAT (best available technologies, le migliori tecnologie possibili), che dovrebbero essere per legge adottate dalle aziende, sono previsti molto chiaramente degli interventi che le aziende siderurgiche possono fare per abbattere le emissioni sensibilmente, entro quei limiti


dell'Unione europea e accettati poi nella normativa del Friuli Venezia Giulia. Quindi se le BAT sono cogenti, probabilmente bisognerà stabilire se lo sono di più di una legge nazionale, e comunque c'è anche una normativa di riferimento; non ci si può nascondere dietro il fatto che la normativa è carente. Lo è, sicuramente; però ci sono anche gli strumenti per chiedere che questo abbattimento sia fatto prima che un'eventuale legge nazionale si omogenizzi alla normativa europea. E poi un'altra delle priorità è sicuramente quella di rigorose procedure di valutazione di impatto ambientale per ogni nuovo insediamento nell'ambito di un quadro strategico territoriale; quindi non l'insediamento visto in sé, ma l'insediamento visto nel complesso di una situazione così pesantemente compromessa, con il coinvoglimento pieno dei cittadini e delle associazioni. Ripeto, torno sulle BAT: come ambientalisti non possiamo che chiederne l'attuazione rispetto a tutte le cose che dicevo prima, perchè consentirebbero l'abbattimento delle emissioni inquinanti in maniera sensibile. Però è evidente, siamo anche consapevoli come cittadini dei costi ingenti che le aziende dovrebbero sopportare per metterli in atto. Ora è evidente che le aziende devono investire per i miglioramenti tecnologici, sta a loro questo compito. Però è anche vero che bisogna dare del tempo perchè questi investimenti siano possibili. Però è anche vero che a livello nazionale ci si deve porre il problema se l'Ilva, come si ritiene, sia un impianto strategico per la siderurgia in generale nell'economia italiana. Allora occorre anche trovare il sistema che in qualche modo... Obbligare l'impresa a investire nell'ammodernamento tecnologico, ma in un quadro di ideale collaborazione: si possono studiare per esempio dei sistemi di fiscalizzazione degli oneri riflessi che in qualche modo incentivino gli investimenti in tecnologie. Voglio dire, non sta a me dire poi tecnicamente cosa si deve fare, però si può trovare la strada, se c'è un dialogo, un confronto alla pari, c'è uno Stato, ci sono delle istituzioni che vogliono con forza la realizzazione di determinate cose. Ciò va necessariamente incrociato con il problema delle bonifiche. Taranto è un'area ad alto rischio ambientale, l'hanno già detto altri, ed è un Sito di Interesse Nazionale per le bonifiche. Allora un nuovo tavolo in cui siano coinvolti il Ministero dell'Ambiente, Enti Locali, sindacati e associazioni, dovrebbe elaborare un accordo di programma o un protocollo d'intesa per il risanamento ambientale, in cui praticamente si stabiliscano e vengano elaborate delle azioni per arrivare a realizzare nel più breve tempo possibile le bonifiche di cui questa città ha tanto bisogno. Anche perchè voglio ricordare che la normativa nazionale, in particolare la legge sulle bonifiche, tende a privilegiare le aree in cui ci sono accordi territoriali: quindi noi potremmo giungere a un nuovo accordo, a un nuovo atto di intesa e solo leggerlo in questo modo, cioè come accordo in cui si va a elaborare un piano di bonifiche e ad attivare gli interventi economici per realizzarlo. Infine, pochissime parole di conclusione sul rapporto tra


associazioni ed Enti Locali. In parte ne ho già parlato nel corso del mio intervento; se gli obiettivi sono condivisi - e non sempre è così - non ci dovrebbe essere alcun ostacolo al dialogo e al confronto. Fino adesso ciò non è avvenuto, e come ho detto prima c'è stata da parte di molti un'ostentata volontà di non coinvolgere in alcun modo, addirittura nemmeno attraverso la semplice consultazione degli atti, le associazioni ambientaliste nei processi decisionali. Questo è il primo cambiamento che chiediamo alla politica locale.


Prof. GIORGIO ASSENNATO Direttore Generale ARPA Puglia LA SITUAZIONE DELL'INQUINAMENTO

Grazie, scusatemi per il ritardo. Partecipo sempre con molto piacere alle iniziative dell'associazione TarantoViva, e mi ricordo dell'iniziativa molto riuscita nella scuola di Taranto all'inizio dell'anno con la partecipazione di moltissimi ragazzi (il Convegno “Polveri sospese...polveri in sospeso” del 23 marzo 2007), e questo fa ben sperare sul fatto che l'obiettivo dell'associazione, cioè quello di tenere viva Taranto possa essere raggiunto. Se c'è un'associazione che ha questo nome, vuol dire che ci sono ragioni di poter temere che possa non essere raggiunto l'obiettivo che, almeno in parte, Taranto possa essere viva. Come Direttore dell'Arpa ho per missione il dovere di garantire che la città viva, e abbia diciamo un livello di compatibilità con l'industria tale da non mettere in pericolo l'esistenza stessa della città. Nella mia esperienza di un anno e mezzo di direzione di questa Agenzia, ho dedicato buona parte delle attenzioni agli enormi problemi di questa città; essenzialmente ho cercato di evitare che le problematiche dell'ambiente siano slegate dalle problematiche dell'ambiente di lavoro. Perchè questa è una delle difficoltà maggiori in questa città: quella di riuscire a tenere insieme e a far essere efficienti le istituzioni pubbliche, che hanno tante competenze differenziate ma che hanno estrema difficoltà a raggiungere ciascuna i propri obiettivi garantendo la cittadinanza. In particolare, nelle ultime riunioni a seguito dei tragici eventi, degli infortuni mortali nel siderurgico, ho sentito più volte dire che il vero problema non è l'ambiente, a Taranto, ma sono gli infortuni mortali. Una cosa estremamente sgradevole e pericolosa: come se le problematiche ambientali della città di Taranto e le problematiche che colpiscono e stroncano giovani vite fossero totalmente indipendenti l'una dall'altra e addirittura conflittuali; e non è così evidentemente. E' proprio una sottocultura industriale che non dà nessuna attenzione alle esigenze della cittadinanza; la stessa sottocultura industriale che non dà alcuna attenzione al valore della vita di chi lavora all'interno di quel complesso. E quindi operare perchè ci sia un ambiente di lavoro e condizioni di sicurezza normali è esattamente un impegno analogo e contiguo rispetto a quello di chi si batte perchè le emissioni di quell'industria, sia quelle in atmosfera, sia in altre matrici ambientali, quindi nell'acqua e nel suolo, non siano devastanti come sono state devastanti. Sono anche responsabile del Registro Tumori Jonico Salentino, un'attività da un certo punto di vista stimolante, da un altro punto di vista mortificante, perchè questa è una realtà in cui certamente per effetto delle emissioni industriali si deve registrare un carico, un eccesso di casi di tumori associati a fattori ambientali certamente intollerabile. Conferenza-dibattito “La questione ambientale e il ruolo delle associazioni” - Villaggio FataMorgana, 10 agosto 2007


E questi purtroppo sono casi che non appaiono sulle cronache, nel senso che gli effetti sulla salute delle emissioni industriali sono effetti che si determinano in modo cronico, in modo non visibile, in modo non chiaro. Cioè occorre fare delle indagini per portare a galla questi effetti, laddove viceversa i tragici eventi che stroncano giovani vite all'interno del siderurgico ovviamente meritano l'attenzione della cronaca in modo dovuto. Ma altrettanto importanti sono gli impatti di tipo ambientale; allora, diciamo, in questa realtà il dovere delle varie istituzioni è quello non solo di dare informazioni, ma di avere le informazioni, e le informazioni sono oggettivamente molto carenti: se non si hanno, non si possono dare. Siamo in grado di dirvi più o meno qual è stato l'impatto in termini di eccesso di tumori nell'area a rischio di Taranto come pure nell'area a rischio di Brindisi, ma purtroppo questo non è di particolare utilità dal punto di vista preventivo, dato che gli eventi si sono già verificati. Molto più triste, più grave il fatto che non ci siano informazioni sulla attualità; perchè è l'attualità che deve essere data ai cittadini, e il cittadino dovrebbe avere l'informazione rassicurante che tutte le condizioni, sia di sicurezza di lavoro, sia dell'ambiente di lavoro, sia dell'ambiente di vita, dipendenti dalle emissioni sono sotto controllo. Non è così. Volevo rapidamente riferirvi la mia esperienza rispetto al problema delle emissioni di diossina nell'agglomerato dell'Ilva, per indicare che la complessità e i ritardi che scontiamo che sono proprio dovuti al fatto che le istituzioni non sono in grado di rispondere ai bisogni di informazione della popolazione e a quanto la legge stessa richiede, tenendo presente che per fortuna viviamo in un'Unione europea che ha regole molto stringenti, che se fossero seguite sarebbero in grado di rassicurare tutta la popolazione. Non è così proprio per i ritardi e le inefficienze delle Pubbliche Amministrazioni, che sono in diverse situazioni incapaci di fornire le informazioni giuste. Che l'agglomerato dell'Ilva rappresenti una significativa fonte di emissioni delle diossine era noto da decenni, dato che ovviamente l'impianto è in funzione dagli inizi degli anni Sessanta; ma non è mai stata fatta una misura di diossine nel camino di quell'agglomerato né tantomeno valutazioni di impatto di quelle emissioni sull'aria e sul suolo delle aree circostanti. Che questo non sia mai stato fatto è gia abbastanza singolare. E tutte le informazioni, anche quelle allarmanti, anche quelle che le associazioni ambientaliste tarantine e non hanno denunciato, sono sempre state effettuate sulla base di dati di tipo aziendale riportati dalle aziende proprio per effetto delle normative europee, che obbligano le aziende nocive a riferire dati della loro produzione in modo tale da poter fare delle stime sulle emissioni prodotte dall'attività produttiva specifica. E già con questo si sapeva che l'impatto era abbastanza rilevante. Abbiamo provato con grande difficoltà a effettuare queste campagne di monitoraggio al camino dell'agglomerato; con grande difficoltà, perchè non so se siete al corrente dello stato catastrofico del Dipartimento dell'Arpa di Taranto. È proprio catastrofico. E comunque, per effettuare misure di quel tipo occorre una tecnologia che l'Agenzia Conferenza-dibattito “La questione ambientale e il ruolo delle associazioni” - Villaggio FataMorgana, 10 agosto 2007


non ha; che avrebbe avuto se avesse usato in modo proprio i finanziamenti europei di un ricchissimo POR che l'Agenzia quattro anni fa aveva avuto, in cui era previsto appunto l'acquisto di uno spettrometro di massa ad alta risoluzione, necessario per effettuare le analisi delle diossine della matrice aria, ma che poi in realtà non ha avuto perchè i precedenti amministratori hanno preferito rinunciare a questa apparecchiatura in cambio di apparecchiature diciamo di minore livello scientifico. Quindi manca la tecnologia, in questo momento in tutta l'Agenzia e non soltanto nel Dipartimento di Taranto, per effettuare misure di diossina nell'aria; cosa che ovviamente ha un'importanza notevole per Taranto ma che è importante per tutte le situazioni. C'è stato in questi mesi un incendio in un'azienda di materie plastiche nel foggiano, c'è stato un incendio nella discarica proprio a Foggia e in entrambe le situazioni si poneva evidentemente il problema delle emissioni di diossina oltre che di tutti i prodotti della combustione; e l'Agenzia era ed è incapace di svolgere queste attività, sia il campionamento sia l'analisi con i mezzi propri. Abbiamo quindi una città in cui c'è un impianto siderurgico che comprende la pricipale fonte di emissioni di diossina in Italia; e quindi sarebbe stato logico avere in Puglia, se non proprio a Taranto, come sarebbe altrettanto logico, una capacità di campionamento e di analisi per quel tipo di sostanze. Abbiamo identificato un istituto, Consorzio Universitario che ha una sede anche all'Università di Lecce, che ha questo tipo di tecnologia; abbiamo stipulato una convenzione in modo da poter almeno effettuare campionamenti ed analisi in contradditorio con l'azienda, con l'istituto che svolge queste analisi per il siderurgico. Che non è un istituto qualsiasi, ma è l'istituto nazionale del CNR per l'inquinamento atmosferico con sede a Roma, che svolge attività di consulenza per conto dell'azienda e la svolge da anni. E quindi era doveroso da parte nostra assicurare alla città un livello, un campionamento basato su misure indipendenti che non fossero appunto quelle del CNR, che ha scelto viceversa, pur essendo ente pubblico e pur essendo oltretutto anche coinvolto per conto del Ministero dell'Ambiente nelle procedure di autorizzazione ambientale proprio per il siderurgico, di essere consulente dell'azienda stessa. D'altra parte, questa è la Nazione, questo è il Paese che accetta conflitti di interesse ben altrimenti pesanti; quindi evidentemente nessuno aveva, nessuno ha nulla da dire su questo conflitto di interessi, né con il Governo precedente né con l'attuale, e quindi c'è questa situazione in cui noi comunque abbiamo ritenuto doveroso rispondere con un'attività altrettanto qualificata di campionamento e di analisi. Qual è il problema che le associazioni ambientaliste tarantine hanno portato a galla e che vorrei fosse ancora una volta oggetto della vostra riflessione... Il problema è che l'Italia ha una normativa che è stata ribadita nell'ultima legge, il Codice dell'ambiente, la legge 152/2006, che la pone tra i Paesi occidentali in una situazione di unicità, in quanto per prima cosa i livelli di soglia per quanto riguarda le diossine Conferenza-dibattito “La questione ambientale e il ruolo delle associazioni” - Villaggio FataMorgana, 10 agosto 2007


nell'aria sono spropositatamente alti, non hanno confronto in nessun altro Paese europeo né occidentale; e in seconda istanza tali livelli sono basati sulla misura di tutte le diossine e non sulla misura dell'equivalente tossico delle diossine, un concetto importante che fa sì che la misura si riferisca non alla sommatoria di tutte le diossine, ma proprio alla capacità di determinare effetti sulla salute esprimendo il valore in termini di tossicità. Tra l'altro, la legge attuale non ha nemmeno una norma tecnica di riferimento per quanto riguarda campionamento ed analisi, quindi in realtà è una legge che non potrebbe nemmeno essere facilmente seguita. A fronte di questo, noi abbiamo normative molto più rigorose per gli inceneritori e abbiamo una situazione particolare nel Friuli Venezia Giulia, in cui la Regione, a fronte dell'esistenza nell'area triestina di un impianto siderurgico che praticamente è una sorta di Barbie rispetto al gigante tarantino, ha imposto a questa azienda attraverso una legge regionale livelli bassissimi di emissioni, che corrispondono a quelli di tutti i Paesi europei e nordamericani per quanto riguarda la diossina nell'aria. Ci troviamo quindi in una situazione normativa assurda che di fatto penalizza quest'area, consentendo alle aziende dell'area tarantina livelli di emissioni assolutamente non tollerabili nelle altre realtà europee e in nessun altro posto dell'occidente se non in Italia, e tant'è che persino il Friuli Venezia Giulia si è adeguato alle normative europee e nordamericane per proteggere i cittadini di Trieste. Ci troviamo quindi in una situazione che persino costituzionalmente è dubbia, nel senso che la normativa nazionale non tutela sufficientemente i cittadini italiani. Gli impianti di questo tipo esistenti sono pochissimi: il vero impianto è a Taranto, l'impianto piccolo di Trieste addirittura ha una normativa che lo obbliga ad emissioni coerenti con quelle europee: una situazione particolarmente pesante. Questo non sorprende, perchè è tutta la logica purtroppo di industrializzazione del Mezzogiorno che ha portato a queste conseguenze. Pochi mesi fa, in sede di Conferenza di Servizi al Ministero dellAmbiente una persona certamente al di sopra delle parti, cioè il Direttore Generale del pool dei Dirigenti del Ministero accusava le aziende brindisine di avere comportamenti totalmente diversi per quanto riguarda la bonifica a Brindisi rispetto a quanto da loro adottato nell'area di Porto Marghera. Lì hanno fatto una bonifica a colpi di centinaia e centinaia di milioni di euro; qui a Brindisi, viceversa, non la vogliono fare. Allora il problema è appunto quello di fare in modo che noi si possa garantire ai cittadini pugliesi, e specificamente ai cittadini tarantini, lo stesso livello di protezione ambientale che hanno i cittadini friulani. Noi abbiamo fatto con grande fatica, e ovviamente con grande dispendio di risorse finanziarie, dei campionamenti ed analisi, campionamenti d'aria, al suolo; abbiamo fatto anche campionamenti delle polveri trattenute negli elettrofiltri e abbiamo inserito i nostri dati sul sito scatenando molte reazioni favorevoli da parte di Conferenza-dibattito “La questione ambientale e il ruolo delle associazioni” - Villaggio FataMorgana, 10 agosto 2007


qualcuno, ma molte reazioni sfavorevoli da parte di altri che evidentemente non avevano frequenza e consuetudine con questo approccio comunicativo. E ora abbiamo predisposto la relazione finale con la quale ci confronteremo con la cittadinanza, e che ovviamente sarĂ a giorni disponibile per voi cittadini sul nostro sito.

Conferenza-dibattito “La questione ambientale e il ruolo delle associazioni� - Villaggio FataMorgana, 10 agosto 2007

La questione ambientale a Taranto  

convegno del 2007

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