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Atti effimeri di comunicazione (Sara Vasi)

Kaleidoscope : Maya (Illusione)

Scritto nell’estate 2008, quasi poi sommerso e ritrovato.


Andavamo in estate in Romagna, e tutti i giorni andavamo dall’Elisa in bicicletta. Avevamo portato da Milano una bicicletta rossa a cui avevamo fatto unire un motore, in modo che nei rettilinei si avesse potuto pedalare meno, come i motorini. Ero seduta sul serbatoio dietro, e avevo i piedi su dei pedalini fatti aggiungere alla bici, e mi aggrappavo come in moto. Così potevamo usare la bici più spesso e anche per distanze maggiori, senza usare la macchina. Quando andavamo così, era un tragitto lungo, sembrava, però al mattino si vedeva il mattino, e quando ero stanca potevamo scendere. E si vedevano i campi, e alla sera si vedeva il cielo più arancione, e mi


ricordo che si passava davanti a molte ville basse, fatte costruire con dei giardini, oltre ai campi, e spesso vedevo i conigli che erano al di là del cancello. Quando andavamo in Romagna, spesso partivamo all’alba, e se pioveva vedevo le gocce sul finestrino che si lasciavano e si prendevano, velocissime all’interno e lentissime dall’esterno; altrimenti vedevo l’alba sulla sinistra del cielo, con delle nubi arancioni, e rosa, tutte sezionate, e come minuziosissime. Durante la strada notavamo gli alberi di pesco in fiore, e sapevo che eravamo quasi arrivate, quando aspettavo di vedere, dall’autostrada, la casa dello zio Canzio sulla sinistra che si vedeva lontana, era inconfondibile perché era spoglia, grigio chiaro, a due piani in verticale, a San Mauro Pascoli. L’Elisa invece era a Torre Pedrera. Lei è mia cugina, abitavano in una casa


vecchissima di campagna a due piani, con una scala ripida e il pavimento come di terracotta. C’erano molte formiche morte nei davanzali, e le finestre avevano le imposte verdi. La cantina aveva odore di freddo, e anche tutta la casa all’ombra aveva odore di cantina. C’era un portico dove l’Elisa metteva le zucche che faceva seccare, faceva anche le zucche con gli occhi intagliati, e la luna quando era piena era enorme, sulla campagna verde chiaro e marrone scuro, alla sera, un cerchio grande e giallo chiaro come un magnete. L’Elisa in un campo mi diceva che una volta c’era un cimitero, perché furono trovate delle ossa, od un osso; e aveva delle maschere come di strega, di gomma, che teneva in un ripostiglio, una volta ricordo che ne indossò una in un luogo nei campi. In quel portico c’era anche l’ingresso ad una stanza rude, piena di cose sconosciute, dove una volta ho


visto ardere il fuoco come in un camino, delle lingue di fuoco, tante piccole fiammelle talmente veloci e invisibili da sembrare lente e danzanti, affascinantissime e magnetiche allo stesso modo della visione della luna. Stavamo tantissimo al dondolo nel cortile, che era di fronte al portico, e davanti aveva una montagnetta di sabbia marina, cosÏ che potessimo sempre costruire ciò che desideravamo. L’Elisa arrivava sempre con qualcosa, come dei rametti di vimini, o un girasole di cui mangiavamo alcuni semi. Mi colpiva la natura alta, grezza e ispida, enorme, scura e quasi come animalina dei girasoli visti da vicino, perchÊ da lontano, nei tanti campi che vedevamo spesso passando con la macchina, pieni di girasoli innumerevoli, essi parevano lievi, piccoli, leggeri, come un tutt’uno, e mossi verso il sole solo come mossi dalla sola stessa aria. Loro


avevano pochi vicini di casa, altre due case poste solitarie dopo la loro strada. Una delle case era di intonaco piÚ chiara. Alcune biciclette erano per tutti, e chi ne aveva bisogno le usava. Facevamo molti giochi, con le Barbie, e soprattutto con le Lady Lovely Locks, poi con delle bamboline piccole di plastica, un po’gommose, che per gioco avevamo messo anche nel congelatore grande che c’era in cantina. In quella cantina, che era di terra battuta, a piano terra, una volta ho visto il vecchio motorino blu di mio fratello, che avevo visto in tante foto, abbandonato al margine nella luce ampia, marrone e polverosa. Lei disegnava molto, e faceva ogni tanto dei collages con le immagini e i dettagli ritagliati dai cataloghi di Postalmarket, e decorava anche dei disegni con dei vasi di conchiglie che trovava in giro e nella sabbia, e disse


che dietro la casa dei vicini, quella forse azzurrina, si trovava l’argilla. Una volta che in quella casa c’è stato il temporale, invece che stare in casa, con l’Elisa e la sua amica, siamo andate a stare sotto il dondolo in cortile, ed abbiamo da lì assistito alla tempesta. Dietro al dondolo, diviso da un cespuglio, c’erano le oche in un recinto. Da lì dietro, davanti alla casa, cominciavano gli ingressi e le vie dei campi coltivati, che si aprivano poi in avanti su tutto il paesaggio. Quando c’era il temporale i genitori della sua amica rimanevano in casa, nella loro sala che era tutta buia e grigia color indaco carta da zucchero. Spesso andavamo in quella stanza per fare i nostri giochi più pacati. Ricordo che facendo un gioco di società l’Elisa nominò “Monte Rosa”, e ciò si intonava molto con quella camera, forse provato anche dal fatto che lo ricordo ancora, se era vero.


È capitato che ero presente quando nei campi davano l’acqua con l’irrigatore che spruzzava verso l’alto, e verso le cinque di sera si vedeva sul campo l’arcobaleno, nitidissimo ed enorme, partire dalla terra, proprio dal campo, con la sua forma piena e definita, e i colori vivacissimi, tutti uno accanto all’altro in un tutt’uno. A Milano riuscivo a vedere una cosa simile, se al mattino in camera matrimoniale, trovavo il momento in cui la luce del sole raggiungeva con i raggi la tapparella abbassata, allora attraverso le fessure filtrava la luce fino sul pavimento, venendo spaccata come dal prisma, facendo come un occhio di pavone tutto del più puro arcobaleno, con tutti i colori dello spettro trasparenti e pieni. Piaceva anche a Blakie. Anche quando c’era la neve, adoravo portarlo a spasso con mio papà al parco sotto casa, perché era tutto panoso e soffice e a Blakie tiravamo la


neve e scrollavamo i rami degli alberi e dei pini e capitava che mangiasse la neve. Anche con mio padre giocavo con la neve in tanti modi, con Blakie andavamo anche al parchetto dove c’era una pineta, che innevata era perfetta per giocare, e c’era un albero caduto che era il fulcro delle attività, e correndo si affondava nella neve quando era altissima. La cosa che più univa Sant’Arcangelo dove andavamo dai nonni, a dove vivevamo, era che entrambi i luoghi avevano un vialetto con delle panche fatte tutte di lastroni di pietra, una pietra bianca tutta ruvida al tatto ma nell’insieme liscia nelle varie sfaccettature, come tanti piccoli aggregati di pietre bianche da essere un tutt’uno, dove ogni tante pietre bianche c’erano alcuni sassolini lucidi neri, o aree più scure. Da noi era un vialetto dove portavamo spesso Blakie, e lo chiamavamo “il posto preferito di Blakie”, perché


amava andare in fondo dove c’era un angolo tutto con molte siepi. Invece a Sant’Arcangelo c’era un vialone ampissimo, alberato e ombroso, dove c’era anche una bottega e le panche erano in fila affiancate e parecchio distanziate tra loro, e dietro c’erano dei muretti poi molti brevi scalini verso il basso e le case, di cui spuntavano le cime delle piante dei giardini, e in mezzo al viale c’era l’ingresso di uno spiazzo dove si faceva la festa con la pesca e si vincevano giochi di plastica di tanti tipi, oppure i trucchi giocattolo, con i rossetti di tanti colori incastrati uno nell’altro come una grande matita, e questo punto proseguendo in alto diventava molto alberato e mostrava il castello, e alla fine del viale, che portava verso il centro della città, c’era la gelateria da Vasco, posta in alto ad una breve scalinata grigia che portava alla veranda con i tavolini. Quel vialone era


anche quello che collegava la casa dei nonni al centro di Sant’Arcangelo. Spesso ci sedevamo all’ombra degli alberi altissimi su quelle panche, una volta ricordo che c’era anche la Samantha e che cantava “Sei come la mia moto”. La stessa pietra era anche quella che a grossi blocchi ruvidi e levigati costituiva un monumento, che era anche un luogo per giocare, nella bianca piazzetta di M. Tutto era bianco, con una lapide obliqua, gli schienali delle panchine a muro, tutto fatto di quella pietra bianca alternata ad una simile più levigata e quasi marmorizzata per terra. Il monumento era fatto di blocchi di pietra come cubi, con al centro un buco dove cresceva un albero piantato nel terreno, senza quasi nessuna foglia. I bambini si sedevano ed aggrappavano su. Credo che forse ci fosse stata anche una fontana davanti che usciva dalla roccia in uno sgorgo singolo e


unito come una piccola sorgente o il tubo sezionato e scuro del finire di una grondaia, posta tra il monumento e la vicina lapide. Anche davanti alle scuole elementari c’erano panche simili, ma ci sedevamo sempre su un muretto di mattoni senza schienale, basso e coperto da una lastra di quella stessa pietra. Era in un punto marginale, e davanti si affacciava una casa, subito oltre la strada, dall’ingresso pavimentato di pietre bianche lisce , così come la prima parte delle mura, e circondata di siepi, che viste dal balcone dei miei nonni paterni, al quarto piano, che si affacciava di fronte, terminavano a forma di grande “1”. Lungo il vialone che collegava la casa dei nonni al centro, verso la loro casa si incontrava anche la Pieve. Spesso la gente si sposava lì, credo si sia sposata lì anche mia cugina Sonia, e spesso c’era anche la


festa, con la pesca la cuccagna e l’orchestra per ballare il valzer. Era una chiesa minuscola tutta di pietra grigia scura, con delle rare e strette fessure come piccoli buchi dove entrava la luce tanto da sembrare sia lieve che luminosissima. Era una chiesa molto vecchia e intorno aveva il cortile con una striscia d’erba che proseguiva nella ghiaia verso i posti per le galline, che erano spesso di taglia minuta, e la casetta dove viveva l’uomo che la curava, un uomo alto che era sempre per conto suo. C’erano dei massi quadrati di pietra chiara sparsi nel cortile, dove spesso andavamo e ci sedevamo all’ombra dei pini, era davvero vicino alla casa dei nonni, e c’erano per terra le pigne con i pinoli che raccoglievamo, e verso sera uscivano le galline a girare, dal pollaio che era tutto tetro e di tale tetrezza bellissimo. C’erano anche le ortiche e un boschetto talmente


fitto da essere quasi buio, come un punto sempre notturno, orientato solo dai bagliori verdi delle piante, dove c’era il nocciolo di cui raccoglievamo e cercavamo le nocciole. Spesso veniva anche la mia amica Samantha, che abitava sotto ai nonni. Era bello andarci soprattutto di pomeriggio verso quasi sera, o comunque lontano dalle seppure rare cerimonie, quando la eventuale naturale indifferenza di alcune delle persone distratte o solo estranee alla sua bellezza immensa, era come se turbasse l’armonia. In Romagna andavamo tantissimo a cercare le lumache in mezzo alle erbe nei boschi e nelle campagne, e sui cigli delle strade, soprattutto nei giorni di pioggia, specialmente appena finiti i temporali. Amavo tenerle in mano e prenderle, ed anche le loro scie madreperlate, dai bagliori dell’arcobaleno. A malincuore sapevo che i nonni le cucinavano,


tenendole nelle gabbie nel garage, poi con diversi procedimenti che comprendevano l’uso del vino le lavavano, e mia nonna Elena prima di bollirle le estraeva dal loro guscio con una forchetta con un dente solo. Facevano anche le conserve di pomodoro con il passapomodori a manovella, e le pesche sciroppate, pelandole e mettendole tagliate in un vaso con dello zucchero, in contenitori che venivano poi bolliti in una specie di botti accanto all’orto, in cima alla rampa che scendendo arrivava al cortile con i garage, sempre tutto ombroso. Una mattina avevo visto un pipistrello piccolissimo morto, steso lungo il fianco del cortile, vicino all’altissimo muro di cemento che sorreggeva l’orto. Mio nonno Angelo andava sempre nell’orto, che era anche degli altri del palazzo. Uno dei loro vicini era un signore alto e vecchio che si chiamava Nazareno. Il suo nome lo ricordo


attraverso la voce della Samantha che lo chiamava salutandolo, con un’intonazione dialettale, dove la zeta era particolare. Ai bordi dell’orto a strapiombo sul cortile, crescevano dei cespugli immensi di rosmarino, tanto da essere la pianta dall’odore più forte e dominante. Alcune sere facevano la grigliata nel cortile, e ricordo che quando l’aria era caldissima, si vedeva tutto ondulato. Con mia nonna e mio zio Renato, alcune volte vedevo fare un dolce giallo e rosa, dove in una terrina ampia venivano messi dei savoiardi alternati con strati di una crema molto gialla ed una crema molto rosa, quasi fuxia, probabilmente per via dell’alchermes o di qualche liquore colorato e profumato. Samantha una volta mi ha ceduto un suo pezzetto di corallo bianco, ma per poterlo avere, ho dovuto stare al gioco dove lei diceva di consultarsi con i gommoni da


spiaggia che si trovavano nel suo garage, e che le rispondevano. Poi mi diceva spesso che si aggirava una vipera o una biscia, tra il terreno dell’orto e quello del cortile dietro la casa, che era più assolato e stretto, con al centro delle piccole aiuole che a volte pensavamo fossero con i fiori velenosi. Il punto più pericoloso da andare sembrava essere un pezzo di cortile estremo, dove terminava il terreno del palazzo, dove c’erano pochi alberi sempreverdi ed era tutto ricoperto di sassi bianchi levigati senza erba. C’era anche un’altalena in quel cortile, in un punto ombrosissimo e quadrato dal prato molto folto, sotto altri sempreverdi, con un muretto adatto a sedersi, nel lato del cortile successivo alle due aiuole, che coincideva con il palazzo a fianco a quello dei nonni, in via Celletta dell’Olio. Una volta ho visto una biscia morta, nell’aia della casa della madre di Angela,


la fidanzata di mio cugino Juri. Sua madre la sollevò con un bastone. Quella casa era disordinatissima, piena di giocattoli e oggetti di ogni tipo, sui due tavoli rotondi della sala e nelle vetrinette, ed ovunque. C’era un camino spento, e uno scatolone con i pulcini. In una stanza della casa raccoglievano il miele delle loro api e lo preparavano nei vasi di vetro. La loro casa odorava di miele, e il loro miele aveva l’aroma della loro casa, se lo si apriva una volta a Milano. Lì c’erano tutti i passaggi, dalle tavolette degli alveari in poi, dalle cellette si raschiava il miele grezzo, poi dopo varie operazioni usciva da una botte da cui si riempivano i vasi. Suo marito andava dalle api nei loro alveari che erano nella campagna. In quell’aia c’era un albero di noci dalle fronde larghissime, dove i frutti erano ancora acerbi, e dietro c’erano diversi animali, e quelli più grandi pascolavano sulla collinetta che portava


verso tutti i lati dei campi. Sul viale che portava verso la casa, tra due campi, e lì tutto intorno che si vedeva dalla strada, c’erano enormi ciliegi bianchi in fiore. Una volta dallo zio Canzio a San Mauro Pascoli ero nel cortile, e c’era una pianta, credo la bella di notte, che faceva dei semi neri seppia rotondi, che con una bambina raccoglievo, e ci sgridò perché disse che erano velenosi. Una volta eravamo sedute forse io e quella stessa bambina che ho dimenticato, sul gradino d’ingresso della casa dello zio, nel cortile che era grigio chiarissimo quasi bianco e lisciato, come fatto così, con un sottilissimo reticolo del tutto liso in tutti gli spiazzi più ampi. Lo zio arrivò con un secchio che portava due conigli bianchi, dicendo “Aria, aria!”, e senza nemmeno il tempo di farcene accorgere li uccise con il coltello. Il sangue colò nello spiazzo andando lentamente verso il punto più


vagamente in discesa. Avevano dei conigli in una capanna poco distante dalla casa, fuori dal cancello del cortile, che aveva le sbarre cilindriche e spesse, di colore chiaro. In estate quando non ero in vacanza, in camera ascoltavamo la musica in una radio rettangolare bordeaux con due casse rotonde e due vani per le cassette. Spesso ascoltavamo una cassetta registrata o la radio, e ognuno leggeva, o giocavo. Ascoltavo la lettura a voce di dei libri, specie di sera o pomeriggio, letti a puntate, o leggevo da me. Il mio preferito era Il Mago di Oz, che avevo ricevuto da una zia paterna un natale, e che avrò voluto leggere tre o quattro volte, ed era quello che preferivo per essere letto a voce. Amavo anche le favole di Esopo e Marcovaldo, e rilessi più volte anche Cipì, che avevo conosciuto a scuola. Anche il Soldatino di Stagno, Pelle d’Asino, le


favole di Oscar Wilde, nel libro “Il Gigante egoista e altre novelle”, di cui quella prima storia era proprio la preferita: parlava di un gigante triste che viveva da solo, con un bellissimo giardino intorno che era immerso nella neve eterna, e solo quando si affezionò ad un bambino, accettando che venisse a giocare in quel giardino, ritornarono ad aprirsi le gemme e a ritornare la primavera. Poi il gigante morì, rassicurato dal bambino che gli rivelò di essere Gesù. C’erano anche libri dove rileggevo sempre i primi capitoli senza mai concluderli, e ripartendo ogni volta daccapo, come Pinocchio e L’Omino Turchino. La camera era buia ma molto luminosa se si alzava la tapparella che delle due era posta a Nord. La luce era bianchissima, oppure diventava ovattata e sempre più verso l’azzurro man mano che si spegneva. Diversi anni prima registravamo anche noi, avevo un


mangiacassette della Fisher Price che registrava attraverso un microfono giallo, avevamo registrato dalla televisione la sigla del cartone D’Artagnan perché non c’era nelle cassette di Cristina D’Avena, poi registravamo la nostra voce mentre parlavamo e giocavo assistita. Mio padre mi aveva raccontato che quando avevo pochi anni, tanto che non lo ricordo, ma ricordo il suo ricordo solamente, volevo che lui soltanto stesse seduto o appoggiato sul letto matrimoniale della casa vecchia, e doveva assistere a me mentre camminavo in cerchio in piedi sul letto: mi ha raccontato che chiamavo tutto ciò “uovare”, e che gli chiedevo di “andare a uovare”, e durava per circa un’ora. Anche le registrazioni erano state fatte nei mattini e pomeriggi nella casa vecchia, che era al quarto piano, dove siamo rimasti fino al 1990. Quel registratore era anche dove ascoltavo le


cassette audio dei libretti di alcune favole, come “Pinocchio e i venditori di ombre”, “Cenerentola e gli zuttoli”, e la più bella “I sogni della bella addormentata”, dove vedeva in sogno tre castelli con tre prìncipi, dove uno era tutto di cristallo. Nella casa vecchia le domeniche mattina c’era spesso mio papà a casa, ricordo che a volte di nascosto mi faceva assaggiare i biscotti oro saiwa che stava mangiando immersi nel caffè latte, anche se venivamo sgridati soprattutto perché c’era il caffè. Amava anche sedersi anche per guardare il wrestling in televisione, negli anni che lo trasmettevano alla domenica mattina. Ogni tanto con mio padre mi sedevo anche per sfogliare insieme dei libretti di cucina, che mia nonna Elvira aveva collezionato negli anni, tantissimi, piccoli e a colori, della stessa carta delle riviste femminili, si chiamavano "I migliori Menù", ed erano


dati in regalo con la rivista "Intimità ". Ogni ricetta era illustrata da fotografie molto dettagliate e grandi, e il gioco era di guardare ogni piatto ed insieme commentarli, mio padre diceva frasi come "Pancia mia fatti capanna!" per i cibi buoni, o insieme dicevamo come "Bleee!" per quelli cattivi. Amavo anche ogni tanto andare al laboratorio dove lavorava, polverosissimo come neve, dove la polvere era mista anche a frammenti di limatura di materiali chiari, stratificati da mesi, e aveva una consistenza cipriata e spessa. Era pieno di denti in ogni stanza, con un’impronta in gesso giallo di dei denti, che da anni veniva tenuta nel davanzale interno della finestra, non ricordo se era per tenerla ferma. La finestra principale dava sulla strada a pianterreno, e sotto si vedeva il vetro del seminterrato di qualcuno, dove uno dei vetri smerigliati era rotto e per


coprire il buco era stato messo un dipinto. Era marrone scuro, e uno dei volti di uomo, non dettagliato, si vedeva più nitido nello spazio del buco, il resto era reso sfuocato dalle smerigliature. In un angolo, in cima a una mensola alta, c’era una statuina alta circa una spanna, di donna, forse una sirena, che era come di gesso bianco ma lievemente colorata a strisce larghe e sfumate come d’arcobaleno, dai colori pastello. Era come se fosse stata di gesso bianco, e messa così in alto fosse la luce che filtrava a darle quei colori. In quel luogo c’erano moltissime luci di macchinari, e suoni ad ogni momento, e la polvere d’oro nei cassetti, poi in una stanza tutta bianca aveva delle scatoline di ceramica bianca, con piccoli pennelli e dei colori leggerissimi pastello che venivano usati in minuscola quantità, sui denti che erano trattati come delle microsculture. C’erano


anche delle scatole piene di piccoli cilindri di plastica dura e colorata, ce n’erano dai colori più spenti fino ad arrivare a colori brillanti come il verde smeraldo. Lungo un’altra parete, c’era un muro pieno di cassettini appesi di tutti i colori, dove venivano messi i lavori. Ero contenta se potevo partecipare o assistere al lavaggio di quei cassettini, dove andavano tutti tolti dal muro. Sul fondo c’era marchiato nella plastica un tricheco. Alcune volte entrando vedevo il signor Maspes a fare compagnia, una volta si stava divertendo lui a pulire quei cassettini, tutti in fila vicino al lavandino. Maspes una volta sono andata insieme a mio padre a trovarlo a casa sua, quando non stava bene, era al piano terra di una villetta bifamiliare, e ricordo la sua stanza piena di fiori. Era a letto, e il letto era con lo schienale contro una parete, non ricordo se era il muro ad avere un’immagine come di tappezzeria,


forse aveva solo delle foglie verdi sfumate, o se, più probabilmente, era il copriletto del letto matrimoniale, ad essere invece un’immagine piena di fiori, su uno sfondo abbastanza intenso, colorati e numerosissimi, quasi senza sfondo, come se loro stessi fossero lo sfondo. Amavo anche inventare delle canzoncine e scrivere delle filastrocche, mi ricordo che una canzoncina che inventavo le frasi al momento iniziava dicendo “Basilico, basilico...”, e l’avevo cantata mentre ero seduta sul balcone a giocare a cucinare, con le pentoline di plastica e gli avanzi di verdure, come le foglie o i pomodori. Una volta ho dato un intruglio a base di acqua e pomodori a Blakie. Nel mobiletto grigio sul balcone c’erano dei giochi meno raffinati, o quelli che non tenevo in casa, con matite colorate vecchie, alcuni resti delle scatoline e delle sorpresine del Mulino Bianco, come quelle cilindriche di


metallo con il coperchio e l’omino panettiere e il gallo, o le carte magiche, e i fumetti di Poochie, e immagini da ritagliare dell’enciclopedia “Il libro delle mie ricerche” che era di Igor, e con cui dai nonni ho imparato a leggere prima di cominciare le elementari, e pupazzetti di ogni tipo, forse i Mini Pony meno belli e più piccoli, poi gli oggettini di Barbie presi dal camper, dalla casa, o dagli accessori della montagna del mare e delle vetrine, e gli animaletti di plastica dipinti, realistici o anche preistorici, o cavalli da corsa, tutti come depositati lì, ed anche nelle vecchie cartelle dentro al box, che amavo sempre ritornare a guardare. Nel box c’era anche una palla bianca decorata con delle foglie blu e rosse, che col tempo si rimpicciolì, ricordo in particolare che un giorno che pioveva, con Marco che era mio vicino di casa, avevamo giocato con quella palla sotto al porticato


davanti al portone, all’inizio del cortile, con degli omini di carta e dei pezzetti ritagliati e appiccicati con la pioggia sul pallone. Forse erano gli omini che si ritagliavano tagliandone una metà da un foglio di carta piegato a ventaglio, e aprendolo si tenevano tutti per mano. Spesso in estate c’erano persone nel cortile, e i grandi ogni tanto c’erano e si sedevano all’ombra che era diffusissima e data dagli abeti , sull’unico gradino alto, che era adatto per sedersi. Come schienale c’era una ringhiera nera e su tutto un fianco c’era l’edera e l’erba, fino a sotto i piedi e intorno agli abeti, e scendendo con la scala verso i box l’edera continuava sullo stesso fianco. Dentro quell’edera che era rialzata da terra, che ricopriva una specie di palco di cemento, andava sempre Blakie quando si trovava nel cortile, secondo una leggenda che in passato avesse visto un gatto. C’era anche


la signora Cavallini a volte al pomeriggio, che indossava delle vestaglie estive rosa o azzurre a piccoli fiori. Una volta ero in cortile sulla bicicletta a rotelle, rosa con le finiture bianche. Sul manubrio in una scatolina avevo scritto un promemoria con i programmi in tv che volevo ricordare di vedere, ricordo l’orario della telenovela “Marilena”, che andava in onda nel primo pomeriggio, che aveva “Pazza Idea” come sigla, guardavamo anche “Topazio”, con Grecia Colmenares. Di pomeriggio guardavamo sempre una telenovela, e guardando le telenovele facevo anche sempre caso a quando sullo schermo ci sono due persone, e solo mentre una parla essa è nitida, mentre l’altra è sfuocata, poi alternando le voci si alternava anche la messa a fuoco, che era sempre dedicata alla persona che in un turno stava parlando. Alla sera amavo anche vedere la serie di Fantaghirò quando c’era, nella


televisione che avevamo messo sul comò in camera. C’erano molti gatti in cortile, a cui chi li amava dava da mangiare, erano tanti perché c’erano anche i cuccioli, che via via sparivano, forse perché adottati o dati via. A tutti avevamo dato un nome, chi tra noi voleva, comprese alcune persone del palazzo a fianco, perché c’era solo una ringhiera che divideva i due cortili. Sul muro sinistro del box con dei pennarelli avevo disegnato questi gatti, come ad albero genealogico, con anche i gatti meno presenti e più girovaghi, con sotto ad ognuno il suo nome, come “mamma uno” e “mamma due” per le capostipite che erano nere. Nel box c’erano anche un bob e degli sci che erano di mio fratello da piccolo. Il bob era stato usato soprattutto con lui sulla neve, ma anche con me qualche volta. Una volta ricordo che sulla neve delle collinette di M. avevo


giocato col bob a scivolare giù velocemente. Con noi c’era anche una mia amica, credo fosse stata Claudia. Juri era il figlio della zia Maria, che era l’unica zia rimasta a Sant’Arcangelo. La casa in via della Libertà si raggiungeva passando per il vialone alberato, poi la piazza, poi passando oltre tre piccole vie. È una casa comunale, minuscola, con la finestra della sala alta come una porta, che si affaccia alla strada con una ringhiera simile a un balcone inesistente. Da lì si affacciava sempre, abitava con lo zio Egidio e Juri prima che si sposasse. Lo zio Egidio era spesso fuori casa, ma a volte lo vedevo, era silenzioso e tranquillo, aveva i baffi e la barba e teneva i capelli lunghi, e ricordo che portava sempre delle ciabatte aperte con un incrocio a “x” di materiale marrone. Quella casa era piena di oggetti da vedere, come degli oggetti coloratissimi in fila su una lunga mensola


sopra al divano, con dei faretti e casse stereo, poi ricordo un libretto di preghiere, e il cassetto di legno del tavolo che conteneva sigarette e accendini e carte da gioco. Era una casa disordinatissima e accogliente. La Romagna era il luogo dove più potevo giocare a carte in libertà perché tutti lì sono sempre disposti a giocare, i giocatori trovano facilmente un compagno con cui giocare. A Milano giocavo soprattutto con mio nonno Bruno, che mi ha insegnato a giocare, od in tre con anche la nonna Elvira, soprattutto a scala quaranta, invece in Romagna giocavo con il nonno Angelo e la nonna Elena, in cucina o anche sul balcone con una sedia in mezzo su cui appoggiare le carte. Il nonno Angelo era sempre in cucina o sul balcone della cucina, seduto o in piedi, oppure nell’orto. Ogni tanto fumava la pipa, e nel pomeriggio amava guardare i film


western, di cui si sentivano gli ululati provenire dalla televisione, stando nel corridoio o nella stanza a fianco. A volte invece rimaneva in silenzio quando era da solo, seduto per del tempo con le mani unite o non unite, appoggiate davanti a lui, guardandole. Delle volte gli chiedevo: “Perché ti guardi le mani?” Non ricordo la sua risposta ma rimaneva un po’ sorpreso, come se pur consapevole non si fosse reso conto fino in fondo, prima, di starsi guardando le mani, ed era anche di sicuro un po’ divertito. Lui il sale lo comprava solo grosso, poi per fare quello fino ne prendeva un po’ di quello grosso e su un tagliere di legno lo triturava con una bottiglia di vetro. Gli chiedevo e lo guardavo, e ci teneva a usare il sale così e a non comprare quello fino, per diverse ragioni. Giocavo a carte anche con la zia Maria, o guardavo gli altri giocare. Si giocava in due o anche in tre,


dove occorreva togliere un due, di coppe o di bastoni. Si usavano le carte romagnole, quelle con ori, spade, coppe e bastoni, a briscola, tressette, scopa, scopa d’assi, e ogni tanto rubamazzo. All’inizio tressette non lo conoscevo, ma amavo vedere gli altri giocare urlando e facendo tanto caos, o urlare le parole che davano il nome ai diversi tipi di punteggio perché andassero segnate. Briscola in quattro era anche bella, perché si giocava a coppie di due e si facevano i gesti e le smorfie, per segnalare al compagno di fronte a sé i carichi che si avevano, ad esempio strizzare l’occhio, muovere il gomito, guardare in alto, gonfiare la bocca con l’aria, ogni mossa voleva dire una carta di valore che si possedeva. L’oggetto preferito su tutti era un oggetto che era prima nella casa di mia nonna Elvira, dove potevo vederlo sempre, che però poi regalò a mia zia Maria, senza


abbastanza sapere quanto lo adorassi, con mio dispiacere perché così lo avrei potuto vedere solo ogni tanto. Adoravo essergli davanti a contemplarlo, e che insensato sapere che da tutti i loro custodi fu sempre stato ignorato, o apprezzato ma sempre solo come una cosa inanimata tra le tante. Era una scatola nera grande come più o meno una rivista, vuota dentro, forse chiusa da un vetro, all’interno c’era un mazzo di fiori che girava su se stesso lentamente, e questi fiori erano fatti di luce, di fili luminosi che terminando davano il massimo della loro luce. Forse i fiori erano legati nella fioritura con della stoffa trasparente, non ricordo, ma erano ben fatti, con la forma piena ma leggera. Questa luce lentamente cambiava colore, dal rosso, passando tutti i colori dello spettro, verde, blu... Un’altra bella lampada era sempre dei miei nonni paterni, cilindrica,


trasparente, con la base verde e all’accensione tante pagliuzze dorate come pailettes rettangolari scintillavano e si muovevano. Un’altra lampada era in casa nostra, con un decoro a grotta sormontata da una sfera, tutta fatta di vetro bianco, con all’interno delle lampadine colorate che con l’interruttore si alternavano nelle mescolanze la luce verde, blu, bianca e rossa. Un’altra cosa che mi addolorò perdere, furono degli animaletti di ceramica bianca, erano di circa due o tre centimetri, levigatissimi e lucidi, che dovrei aver trovato tantissimi anni fa nelle merendine, forse le Mister Day. Ne avevo tre o quattro, chi più allungato, chi dalla forma più protetta. Non era molto chiaro che animali fossero, erano pochissimo definiti, forse neanche negli occhi, si intuiva però chiaramente che erano degli esseri viventi. Li spostavo e li custodivo


come tesori, li spostavo pensando solo di trovare loro un luogo sempre migliore, sperando che fosse magari definitivo. Invece spostandoli spesso li persi, non li ho più ritrovati, forse per sbaglio in uno scatolone da buttare, o magari esistono ancora da qualche parte inconsapevolmente. L’ambiente più bello della piccola casa della zia Maria era il bagno: tranne il soffitto, tutto completamente piastrellato di piccole piastrelle quadrate azzurre, color cyan leggero e intenso, come turchese. Anche la doccia era libera verso il pavimento, senza box, e c’era sempre lo stendino della biancheria dato che non avevano il balcone. Tutto d’impatto era un azzurro avvolgente, accentuato dall’avere una finestra molto buia, ed era come se si illuminasse solo grazie al suo stesso azzurro, nella luce artificiale. Anche Marco, nel mio stesso palazzo,


aveva il bagno così, solo con le piastrelle quadrate un po’ più grandi e di un blu un po’ più intenso, come il cyan. Anche la lavanderia, che invece nel nostro appartamento era stata trasformata in un bagno, credo che fosse con le stesse piastrelle, forse più chiare, o solo fino a un certo punto sul muro, o forse solo più illuminate. Quelli erano gli anni che mi facevo sempre leggere “Il Mago di Oz”, e ho sempre immaginato, in modo quasi inconscio all’inizio però duraturo, lo stanzone dove Dorothy, il boscaiolo, lo spaventapasseri e il leone incontrano il mago di Oz, come tutto piastrellato, così turchese, e con le dimensioni d’eco simili alla palestra della scuola, che era color verde smeraldo nel pavimento. Anche “Cipì” di Mario Lodi, lo avevo letto a scuola, poi ho desiderato comprarlo per me per poterlo rileggere spesso. Aveva la copertina color verde acqua con il disegno


di Cipì al centro, invece la copia che leggevamo a scuola aveva la copertina bianca, lo avevamo comprato in una grande cartoleria a Sant’Arcangelo, dietro alla piazza con il porticato sorretto da una fila di colonne, dove c’era il “Caffè Roma”. Era un negozio a due piani, e ricordo di aver comprato anche una penna o una matita particolare, qualcosa che fosse blu acceso. Erano giorni piovosi, e con la macchina si vedevano le gocce sui vetri come opacati di trasparente, ed oltre il vapore il paesaggio del mattino, sfuocato dal bianco del cielo al verde delle piante, e che si sfuocava spostandosi. Lì vicino, accanto alla piazza, c’è il piccolo ospedale dove nacque mio fratello. In quella piazza c’era anche il giornalaio dove trovavo i miei giornaletti come soprattutto “Poochie” e il “Corriere dei Piccoli”. Ricordo che lì una volta ho preso un giornaletto, sicuramente era il


“Corriere dei Piccoli”, che in regalo dava una targhetta metallica rossa e gialla con una cordicina, e tra le diverse targhette che si potevano trovare, la mia diceva “Chiuso per riposo”. Lì c’era anche un passaggio come una galleria stretta che portava dalla piazza a fuori. Come ogni luogo, anche Sant’Arcangelo veniva abbellito dalla pioggia, e nella pioggia esprimeva la sua massima bellezza. Un famoso negozio di pescivendolo era in cima alla grande e alta scalinata vecchia, fatta di gradini larghissimi lunghi e bassi, che era uno dei simboli di Sant’Arcangelo. Lassù c’era anche un negozio di persone simpatiche, che era specializzato in carne di cavallo, e credo avesse una testa di cavallo rossa come insegna, e come molti negozi, aveva all’ingresso la porta aperta, e se ricordo aveva una tendina fatta di tante corde cilindriche di stoffa marrone simile a moquette. Erano diffuse anche


quelle fatte di tante catenelle piatte e sottili fatte di tasselli di plastica, le più particolari avevano l’alternanza dei colori dei tasselli che visti tutti vicini, con la tenda ferma, davano dei disegni, come fiori o pappagalli. Lì a fianco c’era anche un bellissimo parchetto ombrosissimo a tutte le ore del giorno, che per fortuna ho ancora una foto di un suo pezzetto, in una foto vecchia, dove mio fratello era su un dondolo orizzontale, insieme a mio zio Renato quando era bambino anche lui. In quel parchetto c’erano pochi e diversi giochi di ferro dipinto, soprattutto di blu, verde, giallo, come la giostra rotonda a terra, forse le altalene o lo scivolo, o cose molto più semplici. Era verdissimo e si raggiungeva superando la collinetta ripida con dei gradini inseriti, perché dava a strapiombo su altre case. Lì era la zona collinare e tutto era un po’ ripido e piano di scalette e discese. Oltre la piccola


mezzaluna del parchetto, la collina saliva ancora ripidamente, tanto da essere le mura stesse che erano alle spalle e a confine della sua parte, e c’era un ingresso chiuso da tempo e come abbandonato, o l’uscita, di delle grotte sconosciute. Per me era una porta molto misteriosa, che si vedeva all’interno perché era fatta solo di sbarre di ferro nere. In quella zona c’era anche la chiesa dove si erano sposati quasi tutti i miei familiari, tranne mia cugina Sonia, che se ricordo bene si era sposata alla Pieve, o forse in un altra chiesa ancora. In bicicletta, sul sellino, con il sole passavamo sotto agli alberi, nel viale lungo ombroso bordato di rosso. Il tragitto era a macchie, c’era il sole, e ogni albero proiettava sulla strada e nell’aria tutta la sua ombra. Passare lentamente e velocemente era essere sommersi da luce ed ombra alternatamente, le foglie più


singole ed insieme gli alberi, in un susseguirsi di luce. D’estate ogni tanto andavamo nel campo che era coltivato a mais che c’era di fianco alla casa, il cui orizzonte dava sulla vista della pianura, che aveva al centro la visione del carcere. Il carcere risplendeva bianco, come una palazzina in piazza da noi, dove c’erano i box dove mio padre teneva la Jeep, che anni dopo la chiamavo “la casa di Love Boat”, perché sembrava una casa di un luogo di mare, od un pezzo di nave da crociera. Era semplice ma fatta tutta di blocchi bianchi e ruvidi, nel suo angolo, spoglia ed areata, come un dolce isolamento e distacco, ed in questo il suo splendore sarebbe venuto sicuramente diffuso agli occhi di chi l’avesse contemplata. Sotto c’era la banca, e delle panche bianche fatte di blocchi rettangolari bianchi ugualmente ruvidi e lisciati, come lisi. Più oltre c’era la


fontana ovale, con la statua. Il carcere mi dava questa idea, anni dopo dicevo “il carcere come gioia morfina”, perché era romanticissimo alla sua veduta. In quei campi che proseguivano poi verso il carcere, andavamo quando erano già state raccolte le pannocchie, per raccogliere quelle non viste o saltate durante il raccolto. Se ne trovavano un po’, poi le pulivamo e credo di averle assaggiate qualche volta, dopo abbrustolite, alcune credo anche che le portammo da dare da mangiare invece del pane e dei crackers, ai cigni e alle anatre dei laghetti che c’erano a M. Ricordavo una pasqua, c’era anche qualche polaroid di quel giorno, che si distingueva dalle foto delle altre pasque perché indossavo un maglione bianco, con applicati dei fiori, una decina, sul davanti, fatti di cotone o lana anche loro, dai colori pastello. Molte pasque se eravamo a


Sant’Arcangelo facevo sempre la foto con l’uovo. Eravamo andate anche con mia nonna Elena in chiesa, forse quella della Pieve, a far benedire delle uova di gallina. La pasqua che ricordo di più non sapevo se aveva piovuto o stava per piovere, forse entrambe le cose, ed eravamo usciti non sapevo di preciso in quanti, pochi, ma ricordo che c’era anche mio zio Canzio. Passeggiavamo intorno all’isolato dove c’era la casa dei nonni, era tardo pomeriggio, tutt’intorno c’erano poche altre case e un campo più grande che quelli degli orti o di quello del cantiere che c’era a sinistra della casa, dove era tutto vuoto e pieno di oggetti da costruzione ferrosi e come abbandonati. In quell’isolato ampio, o intorno, nei campi, capitava di sentire odore di bruciato, specialmente quando pioveva. L’odore di legna bruciata era il più buon odore in assoluto, specie se era insieme al profumo


della pioggia, ogni tanto si sentiva provenire anche a Milano, dai brevi orti che c’erano verso fuori. Sebbene ci fossero case, si poteva vedere molto del cielo. Adoravo trovare andando in giro quando non pioveva, delle piantine magre con i fiori come dei palloncini, vuoti al centro, che stretti tra le dita scoppiavano, color beige tenue e delle parti gialline e bianche. L’orizzonte era aperto abbastanza, da un lato, e il cielo si mostrava liberamente nonostante le case, grazie alle case abbastanza basse. Ogni punto del cielo era diverso, aveva qualcosa di proprio da poter guardare. Quando eravamo usciti era verso quasi sera, forse le cinque, e forse era la mia fantasia ma il cielo lo ricordo non solo color indaco ma anche rosato, forse come con delle nubi strette e rosa, per il colore del tramonto. La luce era bianca e il cielo era plumbeo, e le strade di asfalto scuro


erano lucide d’acqua come specchianti, ed allo stesso tempo scurissime e quasi nere per l’essere bagnate. Non so se pioveva anche durante noi fuori lì, ma ricordo che sul maglione bianco avevo messo il k-way rosa che avevo, od una giacchetta rosa. Quando d’estate dormivamo da mia nonna Elena, stavamo in una stanzetta con il cassone della tapparella di un legno naturale che era color ocra, lucido, dove si vedevano le venature molto raccolte e pronunciate, quasi nere, che si chiudevano su sé stesse come delle piaghe o dei nodi, che si prolungavano tra le linee al finire delle due estremità. Per me erano come occhi, che guardavo. Guardavo anche il profilo dei pini che si vedeva dal letto, a fuori, sopra la linea della casa bassa e larga, buia, inglobata sotto al profilo dei pini, con qualche luce accesa. Il resto del cielo era blu scurissimo, ma non ancora nero, abbastanza da lasciar distinguere i


profili. Ho sempre amato fare caso ed osservare al buio le finestre accese dentro le case, anche dalle finestre della casa da noi. A Milano ogni tanto in agosto uscivamo di sera sul balcone, sulla sedia sdraio, io stavo in braccio, ed era a volte già buio, altre volte stava per diventare buio, e quando il cielo era così in quel punto, color cyan chiaro, azzurro fortissimo di acquamarina, ogni tanto se c’era la fortuna si vedeva passare vicinissime a noi delle rondini in sciame, nere e rumorosissime. Fissare le stelle e cercarle di notte dal balcone, o fissare le nubi dell’alba o del tramonto e dopo o prima delle piogge, era ciò che più avvicinava alla percezione delle dimensioni scientifiche e infinite dell’universo. Poteva succedere guardando le nubi con molto spazio di cielo da sinistra a destra, o fissando una


stella, come provando a guardare cosa ci fosse stato su, o anche la luna. Non so seguendo quale istinto o quali ragioni, anche mio zio Renato amava il cielo, ed era appassionato di astronomia, oltre che di fisarmonica. Lui viveva coi nonni, era il figlio minore, e la sua stanza era anche la sala della loro casa, percui potevo vedere. Aveva le videocassette e libri sull’astronomia, che non ho mai visto veramente, e aveva un grande poster appeso sopra al divano con i pianeti del sistema solare, di cui già conoscevo a memoria i nomi. Ogni tanto me ne parlava, non sapeva fino a che punto mi interessasse, ma mi spiegò lui per primo che il sole è anch’esso una delle stelle. E ricordo che mi spiegò, una volta, facendomi vedere anche delle foto su un libro, che le stelle arriva il momento che si spengono, ed allora che anche il sole, che è una stella, un giorno sarà destinato


anche esso a spegnersi. Insieme stimavamo come il quando sarebbe potuto avvenire, senza poter davvero sapere, e ciò in me mi spaventava moltissimo, e ci ripensai per sempre molto spesso, ciò rimase per sempre una delle basi fondamentali dei miei ragionamenti personali sulla vita. Però lo zio Renato non diceva “Il sole è una stella”, ma diceva “Le stelle, sono tutti soli”. Le foto di quel libro mostravano una stella spenta, erano foto azzurre scure come di una cosa spenta, non so se erano simulazioni del dato scientifico o se erano vere foto, per esempio satellitari. Sembrava un fungo simile a quello dell’esplosione della bomba atomica. Nella sua libreria spoglia di cose interessanti per me, se avevo bisogno di leggere qualcosa da lì, trovavo solo un libro che era di sicuro da tutti ignorato, a cui mi ero affezionata nonostante non seguissi quasi per niente la


religione. Era un libro dalla copertina rigida color giallo ocra, con alcune storie della bibbia per ragazzi, con delle figure ben disegnate. Siccome erano storie, a me andavano benissimo, ricordo che c’era una storia con protagonista un serpente, e quella del bambino che conteso da due donne lo si voleva tagliare a metà , per dimostrare chi delle due ne fosse la madre. Quando potevo stare da sola su quel divano ascoltavo anche il walkman. Un’altra cosa stupenda di Sant’Arcangelo era la piccolissima stazione, nel sole, incominciata da un bar, poi tutta ombrosa dei suoi riflessi. Era davvero piccola, con molte piante, e ricordo che ci andavamo anche senza dover usare il treno. Ricordo una piazzetta, circondata da un giardino di siepi e piante, piccolissima, con solo al centro una fontana, tutta di pietra grigia come anche grigio e liscio era il suolo. La fontana era rotonda, o forse ovale, e sul


fondo verdastro e stagnante, ma limpidamente, c’erano diversi pesci, neri e molti rossi, di diverse dimensioni, alcuni più intensi, altri più trasparenti o di colore indefinito. Un giorno ricordo che ero lì con un anellino con dei piccoli granelli rossi, od incisioni, disposti in fila lungo la fascetta, credo fossero dodici. Sicuramente era la sorpresa di qualche pallina od ovetto di quelle che uscivano dal loro sportellino, girando la manopola, dai loro dispensatori inserendo cinquecento lire. Era anche molto probabile che l’avessi appena avuta, perché quei dispensatori erano anche tipici ad esistere nelle piccole stazioni e nei bar, al di fuori delle porte, contro la parete. Credo che sia in quello stesso modo che ebbi altri anellini, uno era color platino ossidato, con una decorazione al centro riempita da una piccola pietra di plastica color verde smeraldo scuro, ed un


altro ancora era tutto argentato e liscio, non piatto ma circolare, con un’impalcatura a cupola rovesciata che sosteneva una pietra di plastica sferica e tutta sfaccettata in moltissimi lati, uguale in ogni punto, che si poteva anche roteare o togliere. Questa sfera era grande circa sei millimetri, di un colore fuxia intensissimo seppure fosse trasparente. Ne avevo anche uno dorato, leggero come un filo, che teneva al centro un cuoricino di plastica trasparente color rosa pesca. Una signora nostra amica abitava lì in Romagna, andavamo di rado e aveva una villa o un insieme di case dove abitava, bianche, e c’era un giardino grande ma ombrosissimo, protetto con una siepe folta, il prato intenso di verde e gli alberi facevano davvero molto buio, con anche dei pini vicino tra il confine, forse piantati oltre il cancello, dove nel limite del cortile dove non c’era quasi l’erba,


vagando prima di andare via, se ne vedevano gli aghi lunghi e uniti due a due. Era fresco, e in un angolo aveva una fontana, che era come una vasca da bagno, di pietra e ceramica con dentro i pesci rossi e forse anche alcuni maculati. Le pareti di quella vasca erano ricoperte di piastrelle piccole color turchese, anche su tutto il fondo. In casa di mia nonna Elena, all’ingresso, c’erano due specchi alti, uno di fronte all’altro. Se mi sedevo lì tra i due specchi, specchiandomi in uno dei due, dove capitava che mi guardassi negli occhi, perché partivano da terra, scegliendo la giusta angolazione potevo vedere moltiplicata numerosissime volte la mia figura. Nel bagno della casa vecchia, c’era uno specchio dove giocavamo a “facciamo quattro facce”. Lo specchio aveva i bordi riflettenti, che si univano al piano principale. Così, se ci si specchiava, si


vedeva oltre al viso centrale, altri visi più piccoli e schiacciati od allungati, e meno definiti, nei diversi bordi dello specchio, ed in totale ci si vedeva quattro volte. Così quando eravamo in bagno davanti allo specchio per asciugarci i capelli qualcuno diceva “Facciamo quattro facce?” e insieme si rispondeva “Sì!, Sì!, Sì!”. Si rispondeva soprattutto con la mimica, a voce quasi bassa, facendo anche “si” con la testa, di modo che le quattro facce si muovessero tutte. Detestavo l’asilo con tutto il cuore, per diverse ragioni fisiche e morali, lo frequentai nonostante le assenze per un anno solo. Per consolarmi da tale dolore, mi era stato regalato, all’uscita dell’asilo, un giocattolo che ho amato per anni: erano dei telaietti di plastica rotondi e di altre forme, bianchi e forse anche rosati o lilla, tutti bucherellati, dove si potevano mettere nei vari buchi tutti i chiodini


colorati di colori pastello, erano rosa, verdino, azzurro, giallino, bianchi, come si voleva, ed anche delle nuvolette piatte da inserire, con i chiodini sotto, con anche quattro teste di diversi Mini Pony disegnate su un adesivo messo sopra quattro di tali piattaforme, uno per ogni colore dominante, e c’erano anche alcuni personaggi più piccoli, fatti allo stesso modo, ma a figura intera, come per esempio Dragoberto. Da noi c’erano due fontane, una nella piazza fontana, deserta e usata come parcheggio, circondata da platani solo sul bordo estremo che dava sul marciapiede, dove c’erano anche vicini i garage dove parcheggiava mio padre la Jeep, dove c’era una fontana bianca ovale, grande, tutta all’interno piastrellata d’azzurro, e dagli spruzzi di ferro arrugginiti e quasi sempre rotti. Al centro, su un alto pilastro bianco dello stesso materiale, c’era una


statua nera di ferro battuto grezzo, esilissima, alta e magra come un filo, rappresentava una figura umana che anche mi ricordava lontanamente un ranocchio, era molto poetica e romantica, già solo per l’essere così enigmatica e inspiegata, e per la sua posa dolce e lieve come da danzatrice classica, sia femminile che maschile, e tanto delicata e fragile della sua altezza e spessore, seppur di ferro, almeno in apparenza. Giocavo spesso lì e mi piaceva molto quando c’era l’acqua dentro, così azzurrissima. L’altra fontana era davanti alla casa, nel cortile della scuola elementare. Era rettangolare di cemento grigio, separata al centro da una grande lastra dello stesso cemento posta in verticale come un divisorio, che in alto era attraversata da dei cilindri sempre di cemento, posti orizzontalmente e cavi al centro. Sui bordi di questa fontana, come anche dell’altra, ci si


poteva sedere. Anche questa fontana aveva l’interno piastrellato simile alla fontana ovale, e quando non era rotta era piena d’acqua e alcune foglie galleggianti degli alberi tutt’intorno che le facevano ombra essendole abbastanza vicini, come abeti e aceri. Una delle volte che era stata svuotata, guardandoci spesso dentro perché era sempre piena di piccoli detriti, come anche quando era riempita, ci abbiamo trovato dentro in dono un ciondolo, un piccolo cuoricino di plastica trasparente rosa, grande al massimo un centimetro in totale, un po’ appiattito, con un tondo per la catenina grande e rotondo, dello stesso materiale del cuore, unito ad esso. Era fatto allo stesso modo con cui erano fatti in quegli anni i ciucciotti di plastica da collezione, ma sebbene di ciondoli fossi appassionata ricercatrice, non ne avevo mai visti prima così, a forma di cuore.


L’azzurro delle fontane, era simile alla casa più bella di lì, era una palazzina dove ci abitava la mia famiglia moltissimi anni fa. Dal balcone della casa dove abitavamo la si poteva vedere, e la potevo vedere spesso da vicino, perché era l’edificio dove lavorava il meccanico. Quella palazzina era tutta completamente rivestita di tesserine quadrate di circa un centimetro e mezzo per lato, di mosaico di diversi colori, dal perlato all’azzurro, indaco, blu, cyan, turchese, blu oltremare, lilla, celeste, fino al quasi bianco, e blu scuro quasi smeraldino, tutte le gradazioni dell’azzurro. Tutte le tesserine erano disposte in ordine casuale, ed erano numerosissime, dall’ incredibile impatto visivo, dove da lontano era un semplice azzurro, e avvicinandosi era una tempesta di diversi blu, forse nemmeno una tessera era messa accanto ad una uguale a lei. Le mie preferite erano quelle


color blu scuro quasi smeraldino, e di quel colore solamente erano state usate anche da sole oltre che nel magma, per ricoprire in modo ampio ed uniforme delle aree rettangolari poste sotto ad ogni davanzale, come un mare profondo. Ogni volta che andavamo dal meccanico o passavamo di lĂŹ, intorno al perimetro delle mura, vicino al cancelletto nero e sul marciapiede, altrimenti nel cortile, cercavo continuamente dei frammenti delle tesserine che si fossero ogni tanto staccati, grazie al vento e al tempo, cercando di collezionarne frammenti di tutti i diversi toni. Una volta ne trovai persino uno tutto intero, tranne forse un lato irregolare in un punto di quelli chiari, e ne riuscii a trovare anche un pezzetto, credo un angolo, del mio colore preferito. In fronte a quella palazzina, amavo anche vedere una pavimentazione di granito, tagliato in delle pietre irregolari, che


erano bianchissime e lisce ma porose e opache, come se alla vista fossero ruvide, screziate di nero con tocchetti o striature, o angoli o parti che dall’alto sembravano come ombreggiati e sfumati di scuro. Erano irregolari e grandi, come panetti di neve, o a volte piccole come se fossero state rotte e rese più frammentarie, magari per adattarsi ad essere un vago gradino. Erano poste davanti all’ingresso senza cancelletto di una palazzina, in un punto estremo della via, sempre in ombra, in modo concavo, e sembrava neve non sciolta, in ogni stagione, come un frammento d’inverno pieno d’alba. Una volta, a volte, eravamo per uno o due giorni in montagna, c’era la neve, in una località che non conosco né sapevo quale fosse, forse in Liguria o Lombardia, perché ricordo che non era lontano. Ricordo che di sera eravamo in un piccolo albergo a due stelle, che erano disegnate


sull’insegna, di cui non ricordo il nome ma che era di una sola parola, non lunga, e che mi aveva colpito. L’insegna era scura con il nome e le stelle di colore dorato. In quell’ albergo alla sera giocavo con la pista dei trenini con il figlio del proprietario che era un bambino con i capelli biondi. Suo padre faceva vedere ai grandi, da dietro al bancone, dei giochi di prestigio condotti usando larghi anelli d’oro, dove faceva vedere che erano prima intrecciati, poi non più. L’ultima sera, era quasi buio, non ricordo se quella stessa sera o la sera successiva, eravamo all’aperto e aspettavamo che mio padre ci venisse a prendere con la Jeep. Non lo sapevo percui fui sorpresissima di vederlo arrivare. Forse aveva portato sicuramente con sé Blakie, anche perché gli era affezionatissimo, e stavano sempre insieme. C’era molta neve in panetti e strati alti, e in quello spiazzo naturale era


bianca e azzurra, anche se siamo rimasti poco, il tempo di ripartire. Durante l’attesa, tra i sassi e le pietre abbandonate da un lato, c’erano diverse pietre nere, sottili e lisce “da lavagna”, quelle con cui si preparano le lavagne. Cercavo dei pezzi magari di mattone rosso con cui scriverci su, e ne avrei volentieri portata a casa una lastra, sebbene fossero state irregolari, anzi forse proprio per quel motivo. Altre volte andavamo in montagna per un giorno, a Foppolo. Ricordo che eravamo sedute sulla neve alta, dietro un’altura dove si sciava, e fantasticavo facendo domande sulla natura poeticissima dei bucaneve. Sciai noleggiando gli sci e le racchette e gli scarponi, sia scendendo che provando in piano, anche se non erano gli sci adatti per lo sci di fondo. Sul posto avevo comprato un giaccone da neve blu e giallo. Anni dopo lo rividi in un armadio


con altri abiti vecchi, e in una delle loro numerose tasche, ritrovai un gettone che era stato dimenticato lì, giallo e largo, di quelli che si restituivano al momento di volerli usare per giocare. Era un gettone dal nome straniero e lungo, con poi scritto “giostra volante”, era di sicuro un gettone delle giostre delle carovane che si fermavano in tutti i paesi negli spiazzi aperti e nei dintorni, altrimenti al mare. Il gioco che amavo di quelle giostre era la giostra che gira ad altezza bassa, e che va abbastanza veloce ma non si alza mai da terra ma si rimane sempre giù. Il suo scopo non era il coraggio, ma la prontezza di riflessi, si doveva afferrare una coda, come una coda d’animale, come di procione, che era marrone o bianca e nera, simile a quelle vere, che era appesa in alto, e dopo un po’ che si girava, per brevi momenti veniva calata ad altezza delle nostre braccia alzate, quasi a presa


di mano, si muoveva nell’aria e durava pochissimo e sempre ci sfuggiva e dovevamo attendere che dopo alcuni giri ancora si riabbassasse. Il giro finiva quando un bambino riusciva ad afferrarla abbastanza forte da strapparla e prenderla. Prima che andasse via gli veniva regalata una sorpresina di plastica, o invece magari altri gettoni, e ogni volta la coda veniva riappesa e il giro riprendeva. Spesso riuscivo a prendere la coda perchÊ era il mio gioco preferito. La mia giacca preferita era un giacchino di jeans azzurro blu, con stampate fittamente su tutta la superficie delle grandiose rose dello stesso colore ma piÚ chiare. Non era proprio una stampa, ma proprio il colore del jeans che aveva le sfumature a rosa, ed il fondo era color blu oltremare scuro. Erano rose precise e grandi, e sul retro, mettendo la giacca in controluce, era quasi trasparente e si


veniva avvolti in una luce azzurra come i mattini. I bottoni erano tondi e grandi, bordati di metallo d’ottone, con ognuno al suo interno una carta disegnata color avorio protetta da una capsula trasparente lievemente a cupola, e il disegno era fine e precisissimo, sebbene fosse grande meno di un centimetro, e raffigurava una rosa rosata, con il rametto e le foglie verde oliva. Similmente alle saponette delle rose, nei cassetti della sala, trovavo sempre sparse sul fondo delle saponette regalate alla nostra famiglia nel passato, ed erano ormai tutte segnate da molti taglietti, ma erano intatte e chiare, e mantenevano ancora il loro profumo. Erano a forma di rosa, abbastanza grosse, molte erano dischiuse, altre chiuse a bocciolo, formate con precisione ed allo stesso tempo morbidamente, dei diversi colori pastello intorno al rosa, in rosa, rosa scuro, arancione, una color pesca era


a forma di cuore, un’altra era il guscio di una lumachina, color giallo chiarissimo. C’era anche una scatola rettangolare di cartone, che conteneva quattro farfalle fatte di sapone, come dei bassorilievi, grandi e dai vari colori chiari, ognuna di un colore diverso, giallo, ocra, rosso chiaro e verde chiaro. Blakie era un bravo cane, era un lupo, un misto tra pastore tedesco e pastore belga, perchÊ era a pelo abbastanza lungo. Era completamente nero, con gli occhi marroni. Era dolce e buono, quieto e pacifico. Mio padre era il suo padrone, lo portava soprattutto lui sempre a girare intorno, in tante strade, a volte accompagnavo anche le sue passeggiate, che erano sempre lunghe, perchÊ i cani grandi amano camminare. Amava entrare nei cespugli e sporcarsi di foglie e di terra, specialmente quelli di un piccolo parco che era solo una grande aiuola ad isola


collocato tra due vie, accanto a dove lavorava mio padre, e di fronte alla piazzetta dalla fontana ovale e la casa bianca con i garage sotto. Era molto ombroso perchÊ aveva fittissimi cespugli e abeti dalle fronde ampissime, ed altri alberi alti, e era diviso al centro da un vialetto con un pavimento di pietre grigie irregolari, che rimaneva nascosto dalle siepi. Alcune siepi erano di pungitopo. C’erano due panche larghe di pietra grigia, senza schienale, ognuna su una delle due sponde del vialetto, ravvicinate tra loro e frontali, dove ogni tanto ci fermavamo mentre accompagnavamo Blakie, che girava nei dintorni. Mio padre mi ha fatto vedere una volta, in un parchetto bellissimo, dove c’era una conca di alberi e panche di pietra di cemento grigie, cespugli e alberi altissimi spesso dai tronchi coperti dall’edera, come abeti e platani, dove c’era di


continuo un’intensissima ombra, e dove si raccoglieva la neve e le pozzanghere profonde di pioggia riflettevano come uno specchio enorme e minuzioso tutte le fronde delle piante, come se si potessero prolungare, e ne facevano galleggiare le foglie cadute, e dove enormi ammassi di foglie secche marroni, in autunno invadevano completamente i piedi delle lunghe panche, fino quasi a raggiungerne le lastre di granito, mi aveva fatto vedere un ramo che era incastrato in alto tra alti rami spogli, e mi disse che era rimasto lÏ da anni, che lo aveva lanciato a Blakie ed era rimasto lassÚ per anni, perchÊ ogni volta che tornavano lo vedeva di nuovo. Quel viale, che conduce al parco, era il viale migliore, era lunghissimo, tutto diritto e ombroso, su entrambi i lati crescevano a distanza regolare due file di alberi alti e frondosi, sorattutto tigli, e anche robinie, e quegli alberi con i semi


gemelli alati che si staccano. Tutti i tronchi erano ricoperti da un folto muschio verdissimo e soffice, ed anche alcuni muretti dei giardini, e nei muri alti, verso il parco, erano ricoperti d’edera fino a raggiungere il viso, anche le fronde delle piante bisognava passare sotto ad esse per poter passare, o spostarle con il braccio. Sui fianchi c’erano alcuni piccoli cortili seminterrati di palazzine vecchie, dal granito bianco, ombrosi, con dei piccoli abeti, delle panchine e i cancelli neri. Blakie era stato regalato a mio fratello da bambino, quando sono nata era già in famiglia da anni. Una volta nella casa vecchia avevo montato un gioco che erano le vetrinette di Barbie, erano tre vetrine, una rosa chiaro, una rosa scuro e una lilla, su cui si incastravano debolmente o si appoggiavano tanti minuscoli oggettini come specchi, saponi, cappelli, accessori, mi erano state regalate per l’epifania. Era


la prima volta che ero riuscita a montarle con l’esposizione completa, perchÊ mettendo un pezzo, la vetrinetta vibrava delle mani, ed altri pezzi posizionati in precedenza cadevano. Appena ebbi finito di finire l’esposizione, che era sistemata per terra, vicino alla porta della cucina, Blakie passò lievissimo per dirigersi in cucina, e con un breve passaggio ed ondeggio della coda, in un momento distrusse tutta la costruzione. Mio padre se gli chiedevo di disegnare non era capace, cosÏ sapeva solo disegnare dei profili di montagne con un sole arrabbiato. Non era volutamente arrabbiato, ma non era capace di disegnare le espressioni. In ogni caso gli chiedevo di disegnare attendendomi proprio le montagne. Quando eravamo fuori, portando a spasso Blakie o per fare un giro, facevamo un gioco che faceva lui da bambino che era di mettere dei sassi piatti che si cercavano


sul posto, nei giardinetti, sul dorso della mano, e girandola sul palmo velocemente bisognava riuscire a prenderli tutti senza farli cadere. Con mio padre ricordavo un pomeriggio verso sera, che eravamo alla festa di compleanno della bisnonna Antonietta, che era nonna di mio padre, che quella volta era venuta da noi a festeggiare, in una bar ristorante del quasi fondo del paesino. Credo che stesse festeggiando i novant’anni. Siccome non amavamo le feste di alcun genere, insieme siamo usciti ed eravamo fuori all’ombra, seduti od appoggiati su dei tavolini che non servivano all’interno, ancora un po’ bagnati dalla pioggia e un po’ arrugginiti nella vernice e nel metallo. Ricordo il color blu cyan acceso, non ricordo se erano di quel colore anche i tavolini, di sicuro lo erano gli spessi bordi delle vetrine bianche e opache di quel posto. Era fine estate e l’atmosfera era ombrosa


e fresca di pioggia, credo che avessimo anche giocato ai sassi. Ci giocavamo anche al parchetto degli abeti, e dove c’erano le panchine di granito bianco screziato di nero. Una volta la bisnonna Antonietta mi regalò un pezzo di quarzo rosa, levigato, a forma vagamente quadrata e piramidale, appeso a una catenella con un cerchietto da portachiavi. Mio padre mi regalò anche lui un giorno un portachiavi, era pesante e rigido, e piegato con una curva ad un finale a cui era appesa una sfera leggermente schiacciata ai poli, opaca e liscia, dal colore verde muschio scuro, tendente al blu. Certe volte si portavano anche a casa delle piantine prese dai luoghi di vacanza. Specie i nonni paterni, il nonno Bruno sistemava sempre le piante del giardino, e aveva piantato un alloro, un’ortensia dai gruppi di fiori color rosa e indaco, e le violette. Una volta da Gatteo Mare


avevano portato a casa la passiflora, o “passione di Gesù”, è una pianta che ha diversi nomi simili, e l’avevo vista rampicante e rigogliosa su un muretto del cortile, sotto a un davanzale a pianterreno della signora Mery. Era una pianta con dei fiori stupendi, di cui esistono diverse varianti, dal diametro di diversi centimetri, grandi, con tanti minuscoli petali sempre più grandi verso l’esterno. I primi petali sono come piumini bianchi, con inserti verde erba e neri, e quelli più spessi infine sono viola. È un fiore dettagliatissimo minuzioso e incantevole, i petali sono sottilissimi e stretti come morbidi aghi. A Gatteo Mare passeggiando si incrociava un albergo che aveva una fontana che percepivo regale, a larghi e bassi ripiani come gradini dove scendeva l’acqua, ricoperta di piastrelle di mosaico dai toni del nero bianco e azzurro, e delle decorazioni dorate. Lungo uno dei viali


alberati e lunghissimi, davanti all’ingresso di un albergo, accanto alla scalinata, c’era una statua quasi a grandezza naturale, in pietra, di una sirena. Mia nonna Elvira mi aveva raccontato che nella sua infanzia, suo padre, che si chiamava anche lui Giovanni, ogni anno, nella notte del giorno di San Giovanni, che era il ventiquattro giugno, in una bottiglia di vetro piena di acqua fino a tre quarti, versava il contenuto di un uovo intero, e la sera prima la metteva nel campo, tra le foglie delle piante dei fagioli, dove potesse crearsi della brina. Poi all’alba si alzavano prestissimo, intorno alle tre, alle primissime luci, prima che arrivasse il chiaro, e guardavano, per breve tempo, solo fino a prima che si rialzasse la temperatura, la “Barca di San Giovanni ”. Venivano anche altri vicini ad osservarla, nella bottiglia sul fondo si vedeva chiaramente la barca, scura quasi nera,


fatta tutta di filamenti di uovo, dettagliata in tutte le sue parti. Era nella sala della casa dei nonni Bruno e Elvira che una volta, camminando tra le sedie e l’armadio, in silenzio nella penombra, mi sono resa conto per la prima volta della verità dello sbattere le palpebre incondizionatamente. Mio nonno in una vetrinetta di vetro trasparente, insieme a numerosissimi soprammobili e statuette, tra cui una conchiglia fossile che era una “colonia”, teneva una torcia elettrica che mandava dei faretti bianchi oppure rossi o verdi, regolabile, che usava quando era un soldato, in particolare per comunicare attraverso l’alfabeto morse. Era poetico, vicino alla televisione teneva un pezzo di legno che aveva trovato in riva al mare, che aveva la forma di un uccello con le ali ripiegate, come quieto, e gli era molto affezionato. Uno degli anni che ero con loro a Gatteo Mare, è venuto in spiaggia


per regalarmi una conchiglia che mi aveva comprato, era bianca color avorio, enorme, lunga in totale oltre dieci centimetri, piegata su se stessa verso il basso, con tante punte come delle lunghe ciglia, mi diceva che appoggiandola all’orecchio si sentiva il rumore del mare. In quegli anni, quando andavo in qualche posto, spesso compravo una macchinetta fotografica di plastica , con l’obiettivo dove guardandoci dentro come per voler scattare una foto, si vedevano le diapositive delle vedute più notevoli del luogo, e con il tasto per scattare le foto, le si facevano susseguire. Una l’avevo delle località della costa romagnola, forse ne ebbi una anche del Monte Fumaiolo e di uno dei parchi che avevo visitato alle elementari in gita, il parco delle Cornelle o il parco della preistoria. Quando eravamo andati al parco della preistoria c’era un acquazzone fortissimo, e tutti i


sentieri di terra erano ancora di un marrone più scuro, e i prati erano ancora più verdi. Andammo anche a visitare un piccolo fiume pieno di pesci, guardandolo da sott’acqua, entrando con una piccola scala in una piccola cupola dai lati di vetro trasparente che era in mezzo all’acqua, dove si vedevano i pesci nei loro movimenti e dimensioni. Diverse volte andammo in vacanza in Liguria, in una località che si chiamava Moneglia, andavamo in treno. Il treno dà il suo meglio, come l’auto, quando piove o è talmente mattino da essere ancora buio, o è ancora quasi inverno, o è tardi, ovunque quando il cielo possa essere grigio o blu scuro, dove le figure fuori dai finestrini si possano vedere sfuocate dalle tenebre dell’aria. Per raggiungere l’appartamento c’erano da fare ogni volta tantissimi vicoli stretti e scuri, che provenivano da vicino alla spiaggia, e c’era una salita ampia e


ripidissima per arrivare, ricordo che negli orti che crescevano sul fianco destro venivano coltivati dei limoni. LÏ la spiaggia era sassosa, senza quasi conchiglie, piena di sassi levigati e soprattutto grigio scuri. La cosa che amavo di piÚ trovare erano dei pezzi di vetro levigati ed erosi dal mare, tanto da sembrare veri sassi, ma tutti quasi ancora trasparenti, opachi e color verde bottiglia, verde acqua, azzurro scuro, secondo i colori del vetro che rimanevano inalterati. Era una vera rarità che collezionavo e non trovai altrove, ed a vederli non mi fu subito chiara la loro origine. Spessissimo andavamo a trovare gli zii Carlo e Carla, dalla parte dei nonni paterni. Abitavano in campagna, in delle case a schiera tutte unite dallo stesso cortile. Lo zio Carlo coltivava l’orto a cui si accedeva dal cortile con un cancelletto a rete, vicino a un lavandino bianco


montato contro il muro grezzo, con degli adesivi sulle piastrelle di ceramica bianche che erano sullo sfondo. C’era molta insalata di diverse varietà, e ricordo un albero di fichi verdi. La zia Carla invece stava di più in cortile su delle panche che erano all’ingresso della casa, appoggiate alle mura, o insieme entravamo in sala. La loro casa era buia, e molto scura anche nei mobili. Ricordo che vicino al davanzale che dava sul cortile, nell’oscurità mi ero accorta che emergeva il verde quasi smeraldo di una pianta di felce, pianta che ho sempre preferito anche già solo vedendola sui libri, e che non avevo mai visto dal vero, infatti la riconobbi. Anche perché è antichissima e preistorica, e per la sua bellezza, per la sua forma perfetta e semplice, forte e lieve, ed il suo verde tanto intenso e luminoso.


Ogni tanto in Romagna andavamo a trovare la mia bisnonna, da parte di mia nonna Elena. Abitava in mezzo all’ombra nel verde di una campagna che non conoscevo. Non ricordo il nome di quel luogo, né il suo stesso nome. La sua casa era vecchia e su due piani, stretta, di cemento grigio abbastanza scuro, maggiormente scurito dall’ombra, e per raggiungerla, perché era sempre al piano superiore, si doveva percorrere una scala stretta e ripida, fatta di materiali grigi, forse tanti piccoli sassi neri e bianchi, come ghiaia fine, assemblati e tagliati. Quella casa aveva un profumo indimenticabile, simile a quello di tutte le case di campagna e i portici che avevo visto, ma molto più intenso e totale, come fosse l’anima di quel luogo. Era un odore forte di umidità, muffa, muschio, cantina, pioggia, legno, ortaggi, in un risultato che era profumatissimo e particolarmente


piacevole da sentire, come un profumo. Su un tavolo c’era anche della cacciagione che era stata preparata. E la bisnonna, che chiamavamo nonnina perchÊ era come molto fragile, e lieve, era buona, di una dolcezza infinita. Ognuno della famiglia che la conoscesse, delle persone con cui ebbi mai parlato di lei, l’apprezzava molto, anche chi la vide solo poche volte. Però non ne ero come ancora abbastanza cosciente di provare amore, pur provandolo e sentendolo fortemente, per poterglielo esprimere con abbastanza certezza, come a farglielo sapere, come se sembrasse che per lei, l’amore che emanava, quasi non esistesse realmente, come se fosse talmente fondamentale da essere scontato, come se temessi che proprio lei fosse quella che sapesse di meno del suo enorme potere. Andavamo a volte in giro in montagna con la macchina, a volte anche con lo zio


Renato, o gli altri zii. Avevamo una Uno blu scura, e lo zio aveva una macchina un po’ più grande, color grigio chiaro. Era bello fare le curve lentamente e leggere sulla macchina, nelle zone meno tortuose, e vedere il panorama scorrere nel verde e nelle rocce, d’estate, ombrose, come quando le rocce sono sostenute da una rete per non franare, o un pezzo di montagna è piano e bianco, perché è stato tolto. Anche per Sant’ Arcangelo era bello girare. In montagna era bello soprattutto se pioveva o se aveva appena piovuto, l’asfalto diventa come uno specchio fresco, nero e dal riflesso bianco e trasparente, profumatissimo. Una volta ci eravamo fermati a metà strada, altre volte facevamo un pic nic in luoghi erbosi, o dove si trovavano già delle panche di pietra o tavole, in un’area verde come abbandonate. Era bello andare sulle strade, con molto cielo visibile ed aperto


con le sue nuvole sempre diverse, o vedere le montagne da vicino e da lontano. Nuovamente, l’amore per questi tragitti allora era come vivo ma non del tutto riconosciuto e consapevole, solo al ricordarlo lo scoprii, accorgendomi di ricordare tutto come un’aura d’amore e di bellezza tanto trascurata seppure notata e provata, al punto di inciderne un pensiero in un’immagine. La cosa più bella in questi tragitti era quando lungo le strade di montagna, anche quelle delle zone montuose della Lombardia, ogni tanto passando si incrociavano delle piccole nicchie nelle rocce che davano sulla strada, scavate nella pietra o poggiate su dei pilastri a lato dell’asfalto, cave all’interno e spesso chiuse da un vetro o soprattutto da una ringhiera, con dentro una madonnina dalle vesti dai colori tra il bianco e l’azzurro, oppure più scure, con intorno dei fiori o dei rosari o lumini. Era


molto fine da vedere, quel posizionamento suggeriva qualcosa di protetto ed insieme anonimo e libero della stessa lontananza e isolamento. In quelle gite erano stati raccolti dei fiori gialli intensi simili a genziane, anche nel nome, forse erano ginestre, che crescevano numerosi su degli steli simili a grappoli, avevo trovato un cespuglio contro una parete di roccia dove crescevano dei mirtilli, e lungo una via in un bosco giocavamo con delle palline che cadevano da certe piante, simili a quelle dei platani, che erano verdi e appiccicose, ma non come una colla, ma come il lato ruvido del feltro, sia attaccavano sulla lana e sui vestiti e sui capelli. Poi oltre alle lumache, cercavamo tante altre cose, una volta con la zia Maria eravamo andate a raccogliere gli asparagi selvatici, che crescevano nei boschi, sui sentieri a strapiombo delle montagne non


alte, e avevamo trovato anche delle fragoline di bosco spontanee e piccolissime. I funghi erano ricercati sempre, sia in montagna che da noi. Da noi li trovavamo nelle aree vicine alle scuole medie, dove c’era del verde e si trovava anche una specie particolare di insalata spontanea commestibile, simile alla catalogna, con le foglie simili a quelle del dente di leone. Amavo anche raccogliere i fiori, come il dente di leone, i soffioni, altri fiori piÚ piccoli che sembravano una margherita chiusa, le margherite, gli occhi della madonna. Anche la camomilla, che raccoglievamo in mazzi e cresceva anche vicino a casa, in un pezzetto di parco assolato accanto al parco del legnetto di Blackie, e le castagne matte, che non erano buone da mangiare ma si dovevano tenere in casa o in tasca, perchÊ portavano fortuna, erano un po’ rare ma si trovavano nei boschi in


autunno ed anche in alberi non lontani da casa. I funghi si trovavano soprattutto ai piedi di degli alberi altissimi e robusti, dal largo tronco, abbastanza chiaro, con le foglie soprattutto nella parte più alta, molto pieni di foglie in cima, ma dalle chiome non molto frondose. Erano imponenti in una curva di una strada in fondo, dietro alle scuole medie e oltre il parco, non ricordavo se erano circa sette, o più. Ai piedi di tali alberi, e nella loro parte più bassa della corteccia, c’erano diverse foglie e rametti, e crescevano moltissimi funghi di diverso tipo. Andavamo a raccoglierli, soprattutto nei mattini, e a volte li coprivamo per tornarci più avanti quando fossero cresciuti al punto giusto, in modo che fossero nascosti e nessun altro cercatore ce li rubasse. I più ricercati erano i “chiodini” o “prataioli”, che si trovavano anche ai piedi dei tigli nelle aiuole al


bordo della piazzetta dove c’era il campetto da basket che c’era nel parco, che più oltre con due sentierini conduceva alla conca piena di alberi. I chiodini erano piccoli e marroni, scuri e dalla testa lucida, dal diametro piccolo e dal fusto magro e sempre abbastanza corto, e si trovavano anche dei funghi grigi ed ampi. Il luogo migliore dove abbiamo trovato i funghi era il monte Fumaiolo, c’era un albergo solitario in cima, l’unico che c’era lì. Più in basso c’era una pista delle bocce. Il proprietario dell’albergo era un cercatore esperto di funghi e ci dava indicazioni e controllava la specie di funghi che venivano raccolte per vedere se c’erano dei funghi velenosi. Quelli buoni venivano preparati, ricordo un fungo che era sembrato buono, essere stato da lui rivelato velenosissimo, una volta aperto aveva dei colori mutevoli dall’arancione al viola, se non era la mia


fantasia. I funghi si trovavano lungo il sentiero nel bosco che percorrevamo ogni giorno con alcune altre persone dell’albergo, era di terra battuta e completamente immerso nell’ombra delle piante, delineato solo da una ringhiera corrimano lunga tutto il tragitto, fatta con aste di legno chiaro levigato, vuota al centro, con le aste unite a formare dei rettangoli accostati tra loro in orizzontale, ognuno attraversato da una croce a “x” fatta da due di quei tronchi incrociati. Questo percorso andava discendendo dall’albergo, e conduceva alla sorgente del fiume Tevere. La sorgente era semplice, fatta di pietra rettangolare, con una base da cui scendeva l’acqua della sorgente. In alto c’erano solo delle decorazioni in ferro battuto nero, con un’aquila in alto, a tuttotondo, appoggiata in cima, e sui lati degli anelli appesi tenuti nelle fauci di delle teste di felini in


bassorilievo. Questa sorgente era il nostro fulcro. Per raggiungerla passavamo vicino a un campo con dei cavalli, forse anche mucche, al pascolo, tra noi c’era sempre anche una donna anziana che indossava sempre delle scarpe da tennis bianche. Arrivati, non era lontano, rimaneva un’ombra perenne, e la sorgente scendeva lenta e viva senza fermarsi mai, piccolo era il diametro del suo getto trasparente, anzi senza diametro, era uno scorrere sottile e flebile, come aggrappato alla forza di gravità . Riempivamo le nostre borracce e bevevamo, l’acqua era gelida e pura, e piano piano, sul terreno scurissimo, essa scendeva a terra in un ruscello sottilissimo che via via cresceva, e quasi in piano, e per il tratto ed i tratti che in altri punti piÚ avanti conoscevamo e passavamo, era stretto, appiattito e per niente veloce, ma assolutamente trasparente nonostante scorresse sulla


terra battuta. La mia concentrazione era rivolta a cercare i sassetti tra i sassetti levigatissimi che c’erano nel torrente, appena agli inizi della formazione del fiume. Cercavo i più particolari, speciali e colorati, erano piccoli ma alcuni molto belli, cercavo differenze e analogie, prediligevo quelli piatti o di colori sgargianti. C’erano anche delle basse cascate in quel monte. Lo avevo dimenticato, lo riscoprii solo dopo molto tempo, su delle foto del novantuno, che avevamo scattato proprio lì. Sono sicura che sia lì perché riconobbi una ragazzina che era anche lei in quell’albergo, e in quella breve sessione di foto, color verde sfuocato e sbiadite, compariva anche l’albergo. Le cascate erano basse, e verso i blocchi chiarissimi di pietra levigati e lisci di terraferma dove eravamo noi, c’era come la riva di un laghetto. Non so se fosse stato il Tevere


stesso, in un punto di crescente avanzamento più in basso, o se fossero altre cascate, di altre sorgenti minori, di altre acque dello stesso monte. Sulla terraferma che era di un grigio chiarissimo come preistorico, c’era un blocco della stessa pietra ma più piccolo, pur se molto grande per noi, al confronto delle nostre dimensioni, come ad essere una tavola naturale. C’era ombra intensa, e l’atmosfera era incantata. In quel posto non andavano molte persone, e sembrava come una zona irraggiungibile. Nell’albergo c’erano degli amici con cui disegnavo e giocavamo, specialmente su dei tavolini sulla veranda, fuori da dove c’erano le stanze, oppure nel dondolo all’ingresso, che era anch’esso su una veranda più bassa. C’era anche il biliardino, ed all’interno il gioco del flipper, che mi piaceva molto e con cui sapevo giocare. Per ricordo comprammo


anche un cuoricino di legno scuro e lucidato, con dei fiori e con scritto “il papà è il miglior amico sulla terra”, e delle carte da briscola con sul retro di ogni carta delle decorazioni disegnate in nero, come è lo stile delle carte da gioco, con scritto da un lato “Monte Fumaiolo”, “Sorgente del Tevere”, e dall’altro “Albergo Ristorante Paradiso”. Una volta fui portata al sole su una cima piena di fiori e invasa da centinaia di cavallette piccole, non so dove eravamo. Andavamo anche in vacanza in un appartamento in affitto in una località della Romagna che non sapevo dove si trovasse. La casa si chiamava “Villa Adriana”, ed ospitava diverse famiglie. Una volta eravamo andate insieme a mia cugina Vania, che era più grande di me. In camera c’era il letto matrimoniale e il letto a castello, da cui amavo lanciarmi


cadendo sul letto più grande, e le stoffe dei letti erano di colore verde oliva. C’erano molta ombra e molte occasioni e luoghi in cui poter giocare, giocavamo specialmente a forza quattro e indovina chi, e avevo un puzzle con cui giocavo da sola. L’attrazione principale era un laghetto dove tutti potevano pescare. C’erano soprattutto trote, e ognuno volendo poteva cucinare i pesci pescati. Provai a pescare, e fu molto divertente l’attesa e i lanci della lenza con l’esca in mezzo al lago, ma così orribile vedere i pesci dimenarsi nel secchio, con gli occhi che non potevano neppure chiudere, né avrei mai avuto il coraggio di prenderli e staccarli dall’amo, così veloci e dolorosi e vivi, neppure potevo guardarli. Un mattino per caso scoprii che il lago era artificiale, perché vidi un camion fermo nel cortile, che attraverso un tubo bianco scaricava dentro al lago dell’acqua che conteneva


tantissime trote e pesci, in un getto veloce, tanto che quella velocità li immobilizzava, almeno agli occhi. Capii che servivano a popolare il laghetto per essere poi pescati. In quel lago c’erano anche tantissimi girini e rane piccolissime, appena formate. I bambini della vacanza si divertivano a prenderli e a sezionarli vivi con un coltellino, uccidendoli, lo stesso facevano con le lucertole, che prima per catturarle colpivano con dei sassi spezzando loro la coda, e la coda una volta staccata continuava a muoversi, nÊ sempre venivano fermate, certe volte proseguivano prive della coda ancora salve. Per me queste azioni erano assolutamente incomprensibili, e ne stavo fino male, tornavo velocemente in camera. Non ero capace di osservare la morte, i miei occhi non impararono mai a sostenere tale forza che essa sprigiona nelle immagini. Uno di quei giorni, in


camera avevo ricevuto una bustina argentata di zucchero a velo, forse per calmarmi, e stetti meglio da ciò che in quel momento provavo, ed uscii di nuovo a fare una passeggiatina nei giardini circostanti, continuando a finire la bustina di zucchero. Una volta che eravamo andate in quella casa, per del tempo breve c’era anche forse mia zia Maria con noi. Ricordo che un giorno alla televisione che avevamo in camera avevano appena detto della morte di Mia Martini. Quella stanza aveva molto verde, era verde oliva, intenso ma opaco, di sicuro erano verdi i copriletti che erano a coste, credo di cotone. Ricordavo che non sapevo se era per quel motivo, come per una legge di contrasto dei complementari o di simultaneità , ma in quella stanza, quando nelle mattine venivo svegliata, noi persone eravamo come di colore rosato, succedeva tutte le


mattine. Non il normale color incarnato, era un rosa un po’ più intenso, certamente non eccessivo, solo di qualche breve gradazione in più verso l’irreale ed il magico. Andando con la macchina in giro, una volta, vicino a casa, chiusi gli occhi, c’era molto sole, e nello spazio degli occhi chiusi, invece che il buio, scoprii che sotto il sole si vedeva il colore rosso. Andavamo tantissimo in macchina insieme, sulla Uno, specie verso il mare. Lungo la strada capivo che stavamo arrivando alla spiaggia perché si passava una specie di cartellone, un pupazzo o un mappamondo azzurro di plastica, che segnalava un parco giochi o forse una spiaggia, e da lì si capiva che si arrivava al mare. Invece in autostrada verso la Romagna, sul lato sinistro si incrociava una costruzione smaltata rossa, che rappresentava come una specie di macchina da corsa in stile cubista o


futurista, posta verticalmente in mezzo all’erba del bosco. In spiaggia andavamo quasi sempre a Torre Pedrera. Certe volte ci andavamo di mattina presto, così trovavo nella sabbia spesso dei giochi del mare abbandonati o dimenticati dai bambini la sera prima, o rimasti per distrazione quasi sepolti. Si potevano trovare facilmente le formine, rastrelli, palette, e palline di plastica con dentro le bandiere o i calciatori su un cartoncino posto in mezzo. Succedeva anche di sera spesso, dopo che tutti se ne erano già andati. Era bello essere al mare anche di sera al tramonto, o appena dopo, nella spiaggia libera. Ricordo il gesto di mettere via le cose nell’aria arancione, piegare gli asciugamani distendendoli, e chiudere l’ombrellone, raggruppare tutto. Una volta eravamo andate al mare di sera insieme all’Elisa e alla sua amica che abitavano insieme. L’atmosfera era ormai


blu indaco, l’aria era azzurra, e le cose e le persone nei loro profili e posizioni le ricordo color blu oltremare. Cercavo sempre le conchiglie, era un lavoro che in riva al mare, soprattutto con la bassa marea, mi coinvolgeva totalmente e con la massima concentrazione. Era fondamentale trovare le conchiglie più speciali: colori e forme inusuali in quelle frequenti, o i pezzi più rari ed introvabili. Una volta nella sabbia vicino ai giochi verso la strada, dove la sabbia era chiara ed asciuttissima, trovai un pezzo molto raro, specie per quel punto relativamente spoglio, era una conchiglia di quelle a punta di unicorno, arrotolate su se stesse e fini, era color bianco avorio ed era lunga almeno tre centimetri, forse più, fu la più grande e bella conchiglia che ebbi trovato. Altre ambitissime e rare erano quelle “a pagoda cinese”, rotonde e con la punta nel centro, sollevata a montagnetta o


cappellino. Poi si trovavano le lumachine, il cui pregio aumentava se aumentava la loro piccolezza, arrivando fino a pochi millimetri, e le telline, che dovevano essere rosa, poi quelle più classiche che dovevano avere striature colorate o dimensioni particolari, oppure essere completamente bianchissime e grandi. Il gelato che preferivo, era solo lì in un bar a Torre Pedrera, appena fuori dagli ingressi delle spiagge, oltre la strada, veniva chiamato “la pipa”, perché era una pipa di plastica con un volto in bassorilievo di una specie di marinaio o di mangiafuoco, di plastica gialla oppure rossa, che conteneva un gelato al fiordilatte, che una volta quasi sciolto si poteva anche aspirare attraverso la pipa. Sul marciapiede, davanti ad uno degli ingressi delle spiagge, che avevano un corrimano basso e cavo di ferro verniciato, ricordavo che c’era una moneta da cento lire


incollata all’asfalto, che ogni volta la gente si fermava provando a raccoglierla. Nella prima via verso casa tornando dalla spiaggia c’era un albergo con davanti un prato pieno di fiori coloratissimi e grandi, come esotici, come si vedono nei depliant dei luoghi stranieri degli altri continenti, o delle ambasciate, come dei luoghi vicini ma isolati, e belli in modo elegante ed autonomo. Durante i tragitti in macchina ascoltavamo quasi sempre la musica, della radio o delle cassette. Avevamo una cassetta di Fiorella Mannoia che era di proprietà di Juri, qualche volta Venditti, e altri cantanti italiani, e in macchina, in particolar modo, in estate, ascoltavamo una cassetta della cantante Sade dal titolo “Stronger than Pride”, dove soprattutto c’era la canzone dal ritornello e dal titolo che si chiamavano “Paradise”. Eravamo al mare, quasi sicuramente a Torre Pedrera, od in un breve passaggio in


una delle altre località marittime vicine dove spesso passavamo lo stesso, come Rimini o Viserbella. Eravamo su un autobus, nelle vie subito verso alle spiagge, asciutte e con ingressi di alberghi e negozi. Dal finestrino si vedevano le spiagge, e a fianco a noi sui sedili che erano lunghi, e paralleli alla linea dei finestrini, che funzionava anche come schienale, c'erano una donna ed un bambino dai capelli chiari, che erano francesi, e lo notammo soprattutto perchÊ sentimmo dire "Le mèr!", non ricordo se da lei o se da lui, ed il bambino intanto stava indicando il mare in lontananza da dietro il finestrino. Mentre andavamo dall'Elisa in bicicletta, a Torre Pedrera, alcune volte che ero stanca e scendevamo, mangiavo anche dei biscotti che portavamo dietro. Ricordo che in un tragitto lungo e lineare della strada, una mattina con molto sole, ci fermammo


in una rientranza simile a un parcheggio, forse in realtĂ un passo carrabile, e mangiai dei biscotti della Rite Diet, che erano impacchettati a coppie singole nella carta trasparente, ed ognuno dei due biscotti, su entrambi i lati aveva le facce con delle decorazioni scritte e trafori, con scritte anche delle parole in stampatello, tra cui "CREAM", ed ogni biscotto era costituito da due biscotti rettangolari color giallino tenue, ed in mezzo c'era una crema alla vaniglia giallissima. Una volta andammo su una nave al mare, bianca, simili a quelle dei Casadei, adatte per fare fare delle brevi gite pomeridiane, soprattutto per i turisti. Ci scattarono delle foto, due, una insieme e una solo a me, che inizialmente non volevo molto, ai tavolini che davano sul mare mentre andavamo. Forse fu come mĂŠta di quello stesso percorso quel giorno, o fu una volta a parte, che andammo un pomeriggio


anche a un delfinario, dove c'erano gli spettacoli dei delfini, di cui ho un ricordo però vaghissimo e quasi totalmente sbiadito, e se la memoria è appena presente è solo perchè ho un ricordo degli spalti come sportivi, riempiti circa a metà, con la gradinata inclinata per il pubblico, a forma di teatro o anfiteatro, forse proprio anfiteatro, con il profumo di acqua, e ricordo che mi era stata comprata una di quelle bottigliette di plastica piccolissime, a forma di tre sfere impilate, col beccuccio, da bere una sostanza zuccherina dolcissima, di colore arancione o rosso, ne esistevano anche di gialle e verdi, o forse erano solo i colori delle bottigliette, e la bibita era trasparente. Al mare, oltre che nell’acqua e con la sabbia, giocavamo a volte a bocce sulla spiaggia, o nelle piste, e dovunque si presentasse l’occasione. Amavo molto


quel gioco, e ci univamo anche ad altre persone del luogo per giocare meglio, come anche a gruppi. Una volta credo che ci giocammo di pomeriggio, in un’area ampia e sgombra sulla sabbia bagnata e liscia, lucida, con il cielo azzurro, poi intenso del pomeriggio che scende, con dei signori che erano al mare anche loro, alcuni anche quasi anziani, dove c’era con loro un bambino. Ricordo anche un gioco dove una corda veniva tirata da due squadre opposte, e vinceva quella che non cadeva. In autostrada, a volte, capitava di fermarsi agli autogrill, dove vendevano bambole accessoriate simili alle Barbie, meno belle e pregiate, e più leggére, con il biondo dei capelli spesso color miele, più scuro, o invece più chiaro, come platinato, e dal minor numero di capelli, spesso solo attaccati sulla fronte e dietro alle orecchie, poi tenuti all’indietro, dalla


pelle più rosa o rosa pesca, e dal volto meno ben disegnato, ma dove i numerosissimi accessori, posti incastonati sotto la plastica che li rivestiva, plasmata a loro rilievo, erano proprio la cosa più desiderabile e interessante da avere, da poter anche poi usare giocando a Barbie una volta a casa o al mare. Credo che forse anche alla pesca capitava di vincere bambole simili, perché ne vedevo molte in mano alle bambine in vacanza, spesso con addosso un costume intero di cotone. Un’ altra cosa poeticissima che facevamo, era certe volte fermarci con la Uno in un parcheggio quasi vuoto e piccolo, allungato, con pochi posti auto, che si incontrava a Torre Pedrera andando verso il mare, tra i campi essiccati e le strade asfaltate non ampie, nella strada che collegava la spiaggia alla casa dell’Elisa. Scendevamo e qualche volta andai in torno con la biciclettina che avevo, se era


con noi, e in quel parcheggio, che proseguiva in un campo, c’erano grossi alberi anche al lato verso la strada, le cui radici prorompenti erano cresciute fino a spaccare in molti punti l’asfalto dello spiazzo, facendo delle gobbe con delle crepe nel centro lungo molta dell’estensione delle radici. Erano come tanti dossi, divertenti da inoltrare con le ruote ed altrettanto pericolosi. O forse lo facevo usando la bicicletta grande, quella rossa o anche quella bianca, dove c'era un sellino per me, verde, attaccato sul retro, anche se era un po' alta per me, ma che spesso amavo provare a usare, mentre ci riposavamo durante quei tragitti nella prima sera ritornando da casa dell'Elisa o dalla spiaggia. Delle crepe simili c’erano nell’asfalto della piazza fontana da noi, che ora hanno demolita, compresa la fontana ovale bianca con la statua di ferro, con mio


immenso dispiacere. C’erano tante crepe, non per via di delle radici, perché c’erano molti platani, ma solo nei bordi più estremi, e non raggiungevano minimamente le vicinanze della fontana. Le crepe si allargavano in larghe e spesso anche abbastanza profonde buche, girando attorno alla fontana con le biciclette era un po’ pericoloso ma bello e tremolante. C’erano spesso degli altri bambini che giravano attorno alla fontana con la bici, ricordo che forse proprio lì, nel lato della fontana che dava verso la banca con sotto le panche di pietra bianchissime, una volta sentii un dialogo , tra tutti i bambini, tra una bambina e un bambino forse un po’ più piccolo di lei, dove lei gli ripeteva e spiegava con apparente ovvietà il significato di una parola che aveva appena prima pronunciato per una frase, forse un aggettivo od un avverbio, o


un’espressione, che per anni ricordai, ricordo che forse riguardava la somiglianza. Un pomeriggio che eravamo a quella fontana in piazzetta, stavo girando intorno per giocare come spesso facevo, ed avevamo portato nel marsupio una brioches, con sopra della granella di chicchi di zucchero, ed al momento di volerla aprire, aprendo il marsupio la trovammo tutta schiacciata e sbriciolata nel suo pacchetto trasparente. Alcune volte se non volevo mangiare invece qualcosa che dovevo ma non volevo, è capitato che come per un gioco andavamo lì all'ora di cena, o comunque nel tardo pomeriggio, quando l'aria cresce e il cielo è meno chiaro e un po' più azzurro, specie nei mesi più caldi, o settembrini, e ad ogni giro intorno in piedi sul bordo bianchissimo della fontana ovale, che a quell'ora era sgombro dalle persone che


potevano esserci a volte, mi veniva data una parte del cibo che dovevo mangiare, come per cosÏ dimenticarmene e non dare peso alla noia del non apprezzarlo o volerlo. Era capitato forse con del prosciutto crudo, e forse piÚ volte con delle prugne secche. Anche i pattini erano belli da usare nelle piazze e piazzette e nei parcheggi, una o due volte andammo a pattinare anche quando andammo in uno spiazzo piccolissimo e quasi come abbandonato, pieno di ghiaia e liscissimo, davvero molto chiaro, era il tramonto, in un’atmosfera tra il bianco abbagliante, il giallino fioco ed il grigio, con qualche panchina di granito senza schienale a delimitarlo nei suoi lati, circondato da una vegetazione numerosa e invadente ma anche essiccata e asciutta, in un luogo vicino a casa ma che non capii mai dove fosse stato.


Un’usanza che ricevevo spessissimo, era che mi venisse spostata con il palmo della mano la frangia, in alto e verso uno dei due lati della fronte, per liberarla dai capelli. Avveniva spesso, anche se non era realmente necessario o non faceva caldo, come un’abitudine benevola, ed avveniva ripetutamente, con il gesto che quasi sempre continuava anche quando i capelli erano già messi nella posizione che si voleva dare. Capitava con molte parole, che dessi loro un significato in me leggermente diverso dall’uso comune, sempre quando non conoscevo il significato convenzionale di tali parole. Tra tutte ricordo particolarmente la parola “sensuale”, che non sapendo esattamente cosa significasse, decisi in me almeno provvisoriamente, che significava “dotato di senso”, dove “senso”, oltre che essere particolarmente riferito ai cinque sensi,


era anche vagamente, e forse insieme, inteso nel suo uso come “significato”. Con l’Elisa, in una fine di un’estate, eravamo andate per una o due, al massimo forse tre volte, in un punto in Romagna, vicino forse a Sant’Arcangelo o a Torre Pedrera, in un punto della campagna che non ricordavo quale fosse, lievemente collinare e nascosto, e difficile da raggiungere, a cui si accedeva passando per un punto ombroso di terra battuta nascosto dagli alberi, con un cancelletto cavo di ferro per impedire il passaggio delle macchine, e un po’ difficile da oltrepassare con le nostre biciclette, perché formava una fessura stretta. Raggiunta la parte più alta, all’aperto, senza ombra, ricordavo il sole, però non troppo caldo, perché era il sole del tramonto, e ricordavo moltissimo fieno, ruvido al tatto, soprattutto anche raccolto in balle e cumuli diversi, gli unici che negli


ammassamenti maggiori creavano certi punti nell’ombra, su cui ci potevamo appoggiare, stendere o strappare dei pezzettini. Mi ricordavo che mi veniva spesso in mente una frase, che avevo dimenticato se era un’idea, una frase che avevo inventato, od inventato invece tutto il ricordo stesso completamente alcuni anni più tardi, o se era una frase che avevo sentito in qualche circostanza, sicuramente a scuola, e che mi era rimasta impressa nella mente, diceva circa: “Se ne rappresenta le brevità del tempo”. Negli anni dove fu possibile, per curiosità riguardo all’origine di questa frase, la scrissi su Google, e trovai un verso molto simile detto dal poeta Francisco De Quevedo, nato nel 1580, che non ricordavo di aver sentito nominare, ma del quale probabilmente avevo sentito quella frase come semplicemente una


citazione. Ritrovai quella frase che completa diceva: “Si rappresenta la brevità del tempo che si vive, e come sembra nulla quello che si è vissuto”, ed era messa a capo del sonetto “Ehi, della vita! Nessuno risponde?”. Il mio primo artista preferito fu Leonardo Da Vinci, sul quale avevo un grande libro illustrato benissimo, che avevo in casa perché era proveniente dai miei nonni paterni. Amavo contemplarne i disegni a matita, di uomini e animali, e i dettagli del volto della Gioconda vista da vicino, l’Annunciazione dell’angelo a Maria, la Vergine delle Rocce, i ritratti femminili, in particolare la Dama dell’Ermellino, e Leda del cigno, Bacco, e particolarmente anche San Giovanni Battista. Amavo anche i quadri su San Sebastiano, soprattutto quello di Antonello da Messina, e molti quadri di Caravaggio, in particolare


“Amore Vittorioso”, e i diversi su San Giovanni Battista. Mi venne in mente quando nei luoghi di mare, specialmente a Gatteo a Mare, venivo portata in un luogo dove mi divertivo moltissimo, che erano i tappeti elastici. Erano tappeti dalle reti quasi sempre gialle, divisi da delle rive come imbottite, e circondati da una rete alta attorno al perimetro. Amavo sentire la sensazione del volo veloce ed altissima, ripetuta, e leggera e semplice, e ricordavo anche insieme la brutalità della grezzezza delle reti, che emergeva specialmente se ci si appoggiava male o senza calze, siccome bisognava togliersi prima le scarpe, o con delle parti delle braccia o delle gambe, perché in alcuni casi davano segni come di sbucciatura o bruciatura. A Gatteo Mare c’era anche un’altra stazione graziosa, dove c’era un’aiuola con la scritta “BENVENUTI A GATTEO


MARE”, in stampatello, costituita di fiori piantati. In quelle rotaie, una volta che ci andai con mia nonna Elvira, vedemmo un pino spontaneo, come un piccolo abete magro, cresciuto tra le rotaie, alto circa trenta centimetri. Più avanti seppi che non era l’unica volta, che che un anno che non ero con loro, molti anni fa, mio nonno Bruno ne portò a casa uno e lo curò in un vaso. Mi ricordai della prima volta che nell’infanzia, a Gatteo a Mare, vidi l’eclissi. Non fu totale, ma solamente, durante il pieno giorno, si oscurò il cielo di un colore non verso il blu scuro, ma come verso il marrone, ed il vento crebbe tanto da rendersi visibile anche dall’interno dell’albergo, fuori dai vetri, nel dare forma concava alle chiome dei pini, allineati ai fianchi del marciapiede che dava sugli ingressi degli alberghi.


Uscendo dalla veranda, mi fecero vedere il sole parzialmente oscurato dalla luna, in uno spicchio, e la visione era nera e rossa, anche per via dei filtri per gli occhi di cui era dotato il binocolo che mi diedero. Era come in particolare contrasto nel vederla in quel luogo, portando silenzio nel crescere delle persone nonostante parlassero di piÚ, e nel contrasto con la quiete ferma di quel paese, e nel colore scuro che portava, in contrasto con la dominanza di bianco e azzurro, e le tonalità neutre e chiare degli alberghi e delle case. L’hotel dove ero, era totalmente bianco, tranne nell’insegna dorata e marrone che si posava sulle grondaie, piene di aghi di pini, e nella fontana che era nella veranda, era totalmente bianco nelle mura, negli infissi, e nelle tende. A Milano, in assenza del mare, c’era la piscina. Rare volte andammo in una


piscina all’aperto, ne ricordavo una che aveva il fondo che risaliva per avere altezze diverse. Ma di mattina, che era però per adulti, o comunque per chi sapeva nuotare, e guardavo nuotare. Era un po’ buio nella stanza, perché si lasciava la luce naturale non forte che entrasse. Una volta nello spogliatoio con le panchine di legno marrone scuro, vidi una donna che stava per uscire, credo che avesse una treccia sottile, che si allacciava una scarpa da tennis, come una Superga, stando in piedi in equilibrio sull’altra gamba, piegando solamente il ginocchio e leggermente la schiena, in modo veloce. Venivo portata anche in un’altra piscina, perché ero stata iscritta a un corso di nuoto. L’odore di cloro era fortissimo, e per camminare nei corridoi enormi e bianchi si dovevano mettere delle babbucce di plastica, come ballerine, e la piscina, sempre piastrellata


d’azzurro turchese, era molto più grande e profonda, la temevo molto, specie quando dal bordo guardavo, scendere la scaletta spezzettandosi, e quando vedevo le strisce nere del fondo, che dividevano le corsie, essere tagliuzzate dalle ondine, ed ingrandite come da una lente, nonostante la profondità che mi separava da loro. Avevamo le tavolette, ma mi ritirai prestissimo dal corso, dopo poche lezioni, prima ancora di imparare a nuotare o stare a galla, soprattutto per il non toccare il fondo con i piedi, e nel vedere appoggiata al muro dietro all’insegnante, l’asta lunga e bianca che serviva a far aggrappare gli allievi in eventuale difficoltà, per non farli affondare, che ci fu mostrata come per rassicurarci. Venivo portata a tagliare i capelli in un piccolo negozio, dalla parrucchiera che si chiamava Giusy. Ella aveva una lunga


treccia di capelli marroni, ed una ragazza che faceva l’apprendista. Venivo messa su uno sgabello di pelle blu, dal sedile rotondo, davanti allo specchio, e Giusy si divertiva spesso, perchÊ nel volermi fare vedere il taglio, anche alla fine, non volevo guardarmi nello specchio, e se venivo costretta, guardavo con gli occhi in basso, poi in alto, ed in entrambi i lati, alternatamente. Alla fine mi veniva spazzolato il collo, e la schiena nella parte alta, con un pennello morbido, corto e foltissimo di setola bianca, che nel movimento sprigionava anche delle particelle profumate di talco. Ne vidi di fatti cosÏ, anche con le setole colorate di fuxia. Andando a casa, tanti pezzettini di capelli mi rimanevano lo stesso nella schiena e nei vestiti, anche per tutta la sera ed il giorno successivo. A casa dell’Elisa, succedeva che ogni tanto entravano in casa delle enormi vespe,


come tigrate, con come dei ventagli molli intorno al corpo, come di velluto, temutissime specie da me, e abbiamo corso su per le scale strette e ripide grigie, e abbiamo chiuso la porta di legno verniciata di bianco, della stanza dei suoi genitori, in attesa che le mandassero via. Tranne il bagno, tutte le porte all’interno della casa erano fatte di legno, verniciate di bianco, non tutte uguali, alcune intere e piÚ spesse, alcune fatte come a telaio, con il centro piÚ sottile. Il bagno della sua casa era tutto piastrellato, di chiaro, forse bianco, beige od azzurrino molto chiaro, ed aveva la doccia senza box, che scendeva a terra dove c’era uno scarico tra le piastrelle del pavimento. Non lontano, sul tavolo rettangolare dove pranzava la sua amica con i suoi genitori, giocavamo, o in quello rotondo nella loro sala a fianco dove pranzava con la sua famiglia, giocavamo a molti giochi


inventati da noi, oppure in scatola, o disegnavamo, a volte anche con “Gira la moda”. Una volta, eravamo nella casa dei nonni, nella camera dove nostro zio Renato teneva i pesi e gli attrezzi per allenarsi, e c’erano molti pesi rotondi e piatti come ruote, da inserire nella sbarra da sollevare sul lettino degli esercizi. L’Elisa ne notò uno tra i maggiori, era da dieci chili, che avendo qualche anno in più di me, poteva sollevare abbastanza facilmente con due mani, ricordo che sollevandolo e sostenendolo disse che pesava come sua sorella, e aggiunse che però anche se il peso era lo stesso, non era come alzare una sorella. Dall'Elisa, nel suo cortile c'era una parte della vecchia casa, come scavata sotto allo strato che costituiva il primo piano, che produceva dell'ombra perenne, e da dove partiva la ripida e stretta serie di


gradini grigi, e dove iniziava a percepirsi il fortissimo e leggero profumo estremamente fresco d'umiditĂ e muffa, e dove c'era la porta della cantina a pianterreno, come fosse stata segreta, a cui si accedeva da una porta posta durante il sinistro dei due muri che costeggiavano gli scalini, e la porta che dava nella stanza come dismessa dove c'era il fuoco. In quel porticato si svolgevano diverse attivitĂ , o l'Elisa lasciava ad essiccare le zucche piccole e originali che trovava nei campi, per poi decorarle disegnandoci sopra dei volti. LĂ  avveniva anche la pulitura delle cozze, dove sua madre, mia zia Paola, insieme a volte alla madre della sua amica, che vivevano nella stessa casa in stanze parzialmente separate, le pulivano una ad una, prelevandole da dei catini immensi di plastica azzurra o bianca dove giacevano, riempiti completamente d'acqua dove


venivano immerse le braccia. Per riempirli nel cortile sicuramente usavano l'acqua che c'era dal tubo sempre di plastica azzurra o verde della pompa che c'era sul lato sinistro della casa, insieme a delle basse costruzioni di cemento come muretti, dove l'Elisa quando faceva caldo, nel pomeriggio ogni tanto, rimanendo in piedi, perchĂŠ era contro al muro, lavava i capelli senza shampoo, per rinfrescarli mentre si stava nel cortile. LĂŹ c'erano anche gli attrezzi e le sostanze chimiche per l'orto che usava soprattutto il padre della sua amica, dove una volta ritornando dagli orti che erano tutto l'orizzonte della casa, ci diede da mangiare delle carote piccolissime e appuntite appena colte, appena sciacquate dal terriccio. Nel cortile, a fianco al dondolo che dava le spalle all'orto, dietro al cui sedile c'era il recinto delle oche, c'era anche la cuccia di Argo, un cane da caccia grande, di colore


bianco con delle ampie e anche piccole come lentiggini aree di colore marrone ruggine, simile al rossiccio non scuro. Era un cane molto bravo, nonostante quasi sempre rimanesse legato a una lunga catena. Con noi c'era anche la Samantha, eravamo sui sedili della Uno, mentre passavamo in alcune vie di Sant'Arcangelo. Era verso sera, in Estate, forse era ormai tarda estate, e stavamo tornando verso casa, e il cielo era all'inizio del tramonto, di un azzurro gradatamente sempre piĂš intenso, e si mescolava alle foglie nere d'essere nel contrasto della luce o dell'essere all'ombra, dei grandi alberi che si riversavano sulla strada, che era abbastanza centrale ma laterale e non ampia nĂŠ molto visibile. Durante il tragitto avevamo comprato delle piadine e calzoni per la cena, che erano ancora caldi. GiĂ non potevo piĂš mangiarli, ma ne potevo


odorare il profumo. Alla radio ascoltavamo delle canzoni italiane, ed una in particolare la Samantha la seguiva cantandola a voce alta, mentre era nei sedili posteriori con me, non ricordo quale era tra le diverse canzoni dalla simile atmosfera, credo fosse stata "Non sono una signora". Ricordo che Samantha i trucchi giocattolo che si vincevano alla pesca, della festa alla pieve o quella più grande nello spiazzo che si apriva lungo il vialone alberato, nonostante fossero tra i più ambìti, sebbene anche tra i più frequenti, dei regali non preziosi che potesse capitare di vincere, li teneva anche nel garage, una volta li vidi abbandonati su una sedia nera in cortile, accanto agli ingressi dei box, all’ombra. Per me era come uno spreco e disamore, ed al contempo lo vedevo anche come una sorta di atto di coraggio e distacco come


superiore e irraggiungibile. Loro e anche i nonni, tenevano spesso il box sempre aperto, c’erano dentro anche una canna dell’acqua, che usavano per tantissime azioni, come quando facevano le conserve, o per lavare la macchina, e delle cassette di frutta vuote di plastica, i miei giochi del mare, una sedia pieghevole, i gommoni, il salvagente, e le gabbie delle lumache. Quel punto della casa era sempre all’ombra. Samantha una volta in quel punto mi fece provare un gioco suo, era color rosa scuro, di plastica, ed era una specie di cavigliera larga in cui mettere un piede, e che bisognava far roteare sempre più velocemente, a cui era attaccata un’asta di plastica lunga, con in fondo una specie di rotella o sfera che rimaneva a terra. Con l’altra gamba, saltando e piegando il ginocchio, bisognava lasciar passare l’asta senza che sbattesse contro al piede. C’era anche


inserito una specie di cronometro che contava i giri. Quando Blakie morì, ci venne comunicato da mio padre che eravamo in Romagna a Sant’Arcangelo, nella casa dei nonni. La sua voce veniva dal telefono che era sul ripiano di vetro al centro dello specchio buio, che era ad altezza d’uomo e decorato da leggeri filamenti neri, e fiori forse anche colorati nei petali di lilla. Era lo specchio che si specchiava nello specchio dell’armadio che aveva di fronte, così che da certe angolazioni, specchiando una figura, ne moltiplicava l’immagine all’indietro, in un cono sempre più piccolo e infinito. Quando tornammo a Milano, era vuota la casa, ancora di più dal ritorno da ogni viaggio, dove c’era un alone di polvere e luce giallina di pulviscolo, nel quasi buio, nel tardo pomeriggio, come con tutto addormentato. Spesso ogni volta che


tornavamo dalle vacanze, mi sedevo per terra e andavo come a risvegliare e a salutare, con una specie di solennità intangibile, nel silenzio delle tapparelle ancora abbassate, tutti i miei pupazzi che avevano un nome e ognuno una diversa personalità dolcissima che mi affezionava, da cui mi ero quasi da tutti tristemente separata per l’estate, per proteggerli, lasciandoli al riposo nel basso degli armadi e degli armadietti, soprattutto nei mobili della sala. Quell’anno ricordo che vedendo inizialmente con la coda dell’occhio, e poi di scatto per intero, appena in casa, già illuminata per via della presenza di mio padre che era sempre a Milano, il cumulo delle nostre valigie tutte vicine, quasi tutte nere o comunque scure, mi pareva Blakie, che era ancora in casa, seduto o forse sdraiato, nell’anticamera, mansueto


e nero, presente, come che ci guardasse e ci attendesse nel nostro disordine. Volevo scrivere delle maddalene già da qualche giorno, mio padre mi disse che nelle acque più pure delle fonti di campagna o di montagna, nelle fontane, fossi, o pompe d’acqua, spesso si vedeva nuotare delle creature molto piccole e lievi, delicatissime e trasparenti, a filamenti, chiamate maddalene. Erano animali che potevano vivere solo nelle acque più limpide, mi disse che perciò era buon segno trovarne nelle fontane anche delle pompe d’acqua per bere, la loro presenza significava che tali acque erano pulitissime. Quando eravamo già nella casa al primo piano, ricordo che mio padre mi disse che le noci si possono rompere contro al vetro, senza che il vetro si rompa né si scheggi. Così mi misi insieme a provare a romperle, con la rassicurazione data dalle vetrate


doppie, e per scaramanzia scegliendo i vetri che erano dietro le alte e spesse tende dell'anticamera, che davano sul cavedio, perchĂŠ erano i piĂš nascosti, oppure quelli delle finestre della sala, mossa comunque dalla certezza della riuscita dell'esperimento. Bisognava lanciarle con forza, ed era vero, le noci si rompevano bene, come quando usando lo schiaccianoci, ed i vetri non rimanevano per niente scalfiti. Una volta, un sabato pomeriggio, in estate, c'era il sole, anche se era ancora nel periodo delle scuole, andammo per una festa pomeridiana in un locale cavo a pianterreno, dove mi aveva invitata una bambina che era nella mia classe, Laura, che abitava vicino a quel luogo, perchĂŠ sarebbe andata anche lei con suo padre. Il locale era come uno stanzone molto ampio e vuoto, quasi completamente al buio e dal soffitto alto, con alcune luci


fosforescenti, come però non fosse un locale per feste, ma un'area diversa. C'erano molte persone, quasi tutte più grandi di me ma giovani, e c'era la musica nelle casse a volume altissimo, non ricordo quali canzoni fecero sentire. Sentii rimbombare e vibrare la musica nel petto, come fosse dentro nel cuore, non solo il ritmo, ma tutto ciò di cui era fatta la musica, che la sentivo essere ripetuta contemporaneamente in me, come se con le sue onde complete potesse trapassare un corpo, come se un corpo umano non fosse nulla di rilevante, sicuramente non al suo confronto, e come irrilevanti fossero le eventuali distinzioni e differenze tra i diversi corpi. Il ricordo più dolce che ho di mio fratello, era nella stanza color carta da zucchero che aveva quando abitavamo al quarto piano. Per terra c’era la moquette color carta da zucchero e i muri si vedevano


poco perché erano limitati, e la camera era stretta e sempre molto buia, ed alle pareti c’era pieno di ritagli di Gazzetta dello Sport, e cimeli juventini appesi. Ricordo quando ebbe appena comprato lo stereo, alto, rettangolare e nero, e per la prima volta vidi il retro di un cd, di tutto lo spettro vivissimo dell’arcobaleno. Ogni tanto anche nella sua stanza vedevo la televisione. Una volta ricordo la pubblicità di un film che ci sarebbe stato, dove diceva che sarebbe iniziato alle otto e venti della sera. Una volta eravamo con mio fratello nella sua stanza nella penombra serale, e stavamo uscendo per andare a comprare il gelato sciolto, nella vaschetta di polistirolo, lui rimaneva in camera, gli chiedevamo quanti gusti preferiva volere, e invece che dirlo con parole fece lieve ma robustamente il gesto “tre” con le dita. Mi rimase impresso e spesso glielo ricordavo per gioco.


Di tutte le tecnologie legate a lui, la più malinconica da ricordare, perché meravigliosa, era l’Intellivision, uno dei primi videogiochi che esistettero, che gli venne regalato quando non ero forse nemmeno ancora nata, o da pochissimo. Era una consolle rettangolare stretta e lunga, color legno e metallo a strisce adesive nere e dai colori metallici dorati. Lo stesso era per i joystick, che erano rettangolari e un po’allungati, degli stessi colori del metallo e dai tasti piatti e metallici. C’erano diverse cassette per giocare, conservate nelle loro scatole di cartoncino, molte erano da maschio, con combattimenti, o forse anche sport, le mie preferite erano due cassette, che si giocava in due, e tutti erano capaci di giocare con me contro di me. Una era con degli squali, non ricordo se noi eravamo squali che dovevano mangiare più pesci possibili sotto diversi mari, o se erano dei


pesci ad attaccarci da cui dovevamo difenderci, o se eravamo pesci in conflitto continuo con gli squali. I colori erano i diversi dell’azzurro, molte cose erano bordate di pixel rossi o gialli, o bianchi o neri, verdi e di diversi colori ancora, con una precisione meccanica di disegno molto bella e fine, ed allo stesso tempo robotica. L’altro gioco preferito era quello delle rane, dove ognuno era una rana color verde chiaro, poste ai due angoli dello schermo in fronte l’una all’altra, posate su una foglia galleggiante sull’acqua di uno stagno, e muovendo la lingua lunghissima si dovevano mangiare più insetti possibili tra i diversi insetti che passavano nell’aria. Intanto il cielo si succedeva di colori, dal chiaro del mattino, a quello del pomeriggio, al verde, al color pesca del tramonto, alla sera, fino al blu scuro della notte. Ricordo il rumore dei grilli, o degli insetti, che


proveniva soprattutto verso lo scendere del sole. Alle scuole elementari, c’era la casa d’oro. Era una casa che notavo, forse la facevo notare o la notavo anche con qualche altra delle bambine insieme, era un palazzo che nelle strade da fuori non capivo mai quale fosse, sebbene la scuola fosse davvero vicina anche a casa mia. Poi scoprii, non ricordo piÚ se era un altro palazzo o invece proprio il palazzo accanto al mio. Era un palazzo che vedevamo da alcune delle vetrate delle classi, oppure uscendo, passando nei corridoi, e soprattutto andando e ritornando dalla palestra, attraverso le finestre che si incontravano. Nelle ore del sole che tramontava, nei giorni che uscivamo da scuola al pomeriggio, quella casa rifletteva il sole dalle sue mattonelle, piccole, alte e strette, su tutta la sua superficie rettangolare. Era


come rivestita da uno strato di foglia d’oro, che spiccava nel controluce verso la pacatezza del tramonto, e tra i colori accesissimi ma uniformi dell’autunno o della primavera, o degli inverni più tiepidi da presentare del sole pomeridiano, forse nei suoi estremi. In realtà non era dorata, perché quelle piastrelle, sebbene riflettenti, senza sole, nella visione semplice, erano blu scurissimo quasi nero, o forse grigio scuro, così per le strade intorno non riuscivo mai a ritrovarla per riconoscerla. Capii quale casa era, vagamente, tanto che non lo ricordo con certezza, solo cercando, nel momento del vederla d’oro, anche di provare a memorizzare com’erano gli altri dettagli nella forma, per poterla ritrovare in strada, anche se non più d’oro, non più d’oro nemmeno al momento subito all’uscita da scuola, perché cambiava il punto di vista, non più dalla distanza che


comprendesse dall’alto, e il sole nel punto del tramonto si rivelava solo dai vetri dell’aula o da dove passavamo noi dietro alle vetrate dei corridoi. La palestra di quella scuola era piccola, ma per noi grande, cava, profonda e buia, e ricoperta da uno strato sintetico color verde scuro spento, bordato di giallo o rosso. Appoggiate alle pareti c’erano molte spalliere di legno, fatte con tanti sottili cilindri come pioli ravvicinati di una scala. Di sera, se si passava accanto alla scuola, si vedeva accesa la luce della palestra all’interno, perché c’erano dei corsi di karate, o di kung-fu, per gli adulti, e si sentivano provenire delle voci degli allievi. Nella palestra, che aveva il soffitto molto alto, c’erano appesi dei quadri e immagini con scritte orientali, cinesi o giapponesi, qualche simbolo e disegno, e forse qualche volto orientale come ritratti in disegno o fotografia artistica, ed al


centro, anche se non sapevo veramente cosa fosse, ma mi colpiva e lo osservavo, c’era appesa una riproduzione abbastanza grande del simbolo dello ying e dello yang, in bianco e nero. Qualche volta l’avevo visto vagamente anche in altri punti, e cercavo di memorizzare come fosse fatto. Come poi anche nelle scuole medie, in palestra c’erano le finestre solo in alto, e a volte il sole entrava diretto in perimetri netti e precisi, raggiungendo una vetrata tagliandola con raggi diretti, che poi ruotavano durante i minuti, ed accecava gli occhi di chi era o che passava nel punto dove c’era, e lo evidenziava, e evidenziava tutta la polvere nell’atmosfera ed il pulviscolo dei movimenti.

Kaleidoscope  

A photo gallery of mind

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