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BIMESTRALE N. 04 USCITA DEL 03/21

DETTO TRA NOI...:

PET THERAPY:

GREEN PEA:

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pag. 27

pag. 36

nobile ma non blu

quando la cura è una cura

il dovere dell’educazione, la bellezza della sostenibilità


www.didatticafacile.it


EDITORIALE

EDITORIALE Il cambiamento di Debora Bizzi

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l cambiamento è, in pochissime parole, il processo in cui qualcosa diventa diverso. Diverso di natura, qualità, aspetto, condizione. Disuguale, dissimile, discordante. Che volge in altra parte. Muta, si trasforma. È il processo che determina una trasformazione nella struttura sociale e culturale di un gruppo, e può riferirsi a mutazioni climatiche, linguistiche, di stato o transizione di fase in fisica e chimica, oppure ancora al change management. Ovvero, l’approccio alla trasformazione nei singoli soggetti, nei gruppi, nelle organizzazioni che fornisce gli strumenti per riconoscere e comprendere il cambiamento e gestire la percezione degli individui. È parte integrante della nostra esistenza, un processo, un concetto psicologico, che spesso spaventa ma che al contempo è essenziale. Ci fa crescere, cambiare opinione, migliorare, mutare. Spaventa come tutto ciò che è diverso. Ma è grazie ad esso ATLAS MAGAZINE | 4

che le nostre vite sono dinamiche, ricche di emozioni, di storia, esperienze. Il cambiamento è intrinseco dell’essere umano, del luogo che abitiamo. E io assieme al Team di Atlas Magazine, siamo convinti sostenitori del cambiamento come aspetto positivo delle nostre vite. Un processo in continua evoluzione. Perdere la sfida del cambiamento vuol dire aggrapparsi a vecchi schemi mentali che portano staticità. Schemi mentali che donano sicurezza a prescindere, anche se non funzionano più, e metterli in discussione è sicuramente spaventoso ma significa lasciare andare un po’ di sicurezza nell’attesa di consolidare nuovi schemi più funzionali ai nostri obiettivi, più innovativi, nuovi schemi che ci consentono di crescere. Quando da piccola mi chiesero di disegnare il Cambiamento, ricordo perfettamente di aver scarabocchiato un razzo che va sulla luna. Per me il cambiamento è un razzo che viaggia nello spazio, scorge il


fascino dei pianeti rotanti e delle stelle scintillanti, fino ad arrivare ad esplorare un nuovo luogo. È esplorazione, speranza, audacia, determinazione e forza. È avventura, eccitazione. Un processo graduale, ciclico, che attraversa diverse fasi, per gli psicologi: la pre-contemplazione, la contemplazione (quando cominci a considerare la necessità di cambiare), la preparazione, l’azione, il mantenimento, la ricaduta. È un aspetto estremamente importante delle nostre vite e, per un gruppo di professionisti, un processo importante per raggiungere l’unicità in un mercato fortemente competitivo. Pertanto, è fondamentale proporre il cambiamento sia nelle nostre abitudini personali che lavorative. È la teoria del Panta Rei, il pensiero di Eraclito, filosofo greco, uno dei maggiori pensatori presocratici, il quale ci spiega che “Non vi è nulla di più stabile che il cambiamento”. Nessuno dovrebbe permettersi di subire passivamente

gli effetti. In ambito lavorativo, sotto l’effetto del cambiamento, alcune aziende convinte di poter vivere in eterno sono fallite oppure hanno cambiato volto. In ambito lavorativo, è una scienza proposta per diventare eccellenza. Ma è altresì importante saper gestire il cambiamento. Per creare nuove abitudini più efficaci. Siamo tutti costantemente in cambiamento. Oggi più che mai. Perché la società che viviamo ci spinge al mutamento. Perché nell’ultimo anno ormai abbiamo vissuto una serie di eventi che ci hanno spinti a modificarci, a modificare le nostre abitudini, il nostro essere, le nostre famiglie, le nostre attività. Ma non dobbiamo essere spaventati! Dobbiamo reagire e agire. Per trasformare questo processo in vantaggio, utilità, forza, benessere, in un viaggio spaziale, verso la bellezza dei pianeti rotanti e delle stelle scintillanti. ATLAS MAGAZINE | 5


INDICE

CURA DEI CAPELLI: LA POTION MAGIQUE

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RECOVERY FUNDS PER GREEN ECONOMY

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ENERGY ITALY SPA: CASE HISTORY

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GREEN GAME DIGITAL: AL VIA IL CAMPIONATO NAZIONALE DEL RICICLO PER COINVOLGERE I GIOVANI, FUTURI TALENTI ITALIANI

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SOCIAL MEDIA: HA ANCORA SENSO PARLARE DI RIVOLUZIONE?

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BUCO DELL’OZONO: 16/05/1985 - 28/12/2020

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PET THERAPY: QUANDO LA CURA È UNA CURA

27

RUBRICA - DETTO TRA NOI... NOBILE MA NON BLU

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RUBRICA - PILLOLE DELL’AVVOCATO COME DEVE ESSERE TRATTATO IL LAVORATORE DIPENDENTE CHE RIFIUTI DI SOTTOPORSI AL VACCINO ANTI COVID?

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GREEN PEA: IL DOVERE DELL’EDUCAZIONE, LA BELLEZZA DELLA SOSTENIBILITÀ

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RUBRICA - LE RICETTE DI ATLAS DULCIS IN FUNDO “CIAMBELLONE UMIDO”...

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LEGENDA SANO

SOCIALE

SOSTENIBILE


CURA DEI CAPELLI: LA POTION MAGIQUE di Domiziana Coracci

“C

he capelli lunghi che hai!!!” Me lo sento dire (con estremo orgoglio e anche pavoneggiandomi un pochino) spesso e anche molto volentieri… Puntualmente il mio ringraziamento, oltre a regalare un sorriso a 2020 denti (cerchiamo di sdrammatizzare quest’annata nefanda ormai trascorsa), è condividere il mio segreto… Che poi così segreto non è, un po’ perché l’ho urlato praticamente anche ai sassi e poi perché online si può facilmente (se lo si vuole) trovare un riferimento. Più o meno la mia risposta tipo (pronunciata quasi in falsetto) è la seguente: “Ma grazieee!!! Li venero ed è uno dei complimenti che più adoro ricevere!!! Tutto merito della mia pozione magica!!!” E poi straripo, come un fiume in piena, nel racconto specifico di cosa si tratti… Nel lontano ottobre 2013 presi il coraggio di tagliarmi la frangia: ero entusiasta! Mi piacevo da impazzire, finché lo spettro della Spring/SumATLAS MAGAZINE | 8

mer Edition 2014 non ha iniziato ad aleggiare sulle temperature romane e, neanche fosse ieri, ricordo come la frangia che tanto amavo mi si fosse appiccicata sulla fronte, durante il tragitto dal supermercato all’auto, in una delle mie adorate sessioni di shopping alimentare (sono stata capace di perdermi 5 ore in un Sainsbury’s qualche anno fa, ça va sans dire)… Salita in macchina e asciugata la pratica con l’aria condizionata a -18, sono corsa a casa, ho sistemato le leccornie e mi sono messa alla ricerca di un qualsiasi integratore o biscotto incantato che avesse potuto far crescere i miei capelli in 2 giorni, così da non dovere andare in giro con la fontanella in testa, come quando avevo 2 anni, per evitare di sudare… Dopo qualche oretta di rimedi della nonna, bombe chimiche da milioni di dollari e consigli su come valorizzare un viso con il taglio “a boccia”, inciampo nel profilo facebook di una


pagina francese: “La Potion Magique D’Elisa”, che tra l’altro oggi non credo esista più… La pozione si prepara in maniera molto semplice, utilizzando solamente tre ingredienti: - Acqua; - Miele; - Aceto di mele. Analizziamo di seguito le caratteristiche e le proprietà benefiche dei due ingredienti che mixati sono principalmente responsabili della crescita più rapida dei capelli. L’aceto di mele è un coadiuvante nel dimagrimento e aiuta a bruciare i grassi accelerando il metabolismo. Contiene enzimi, amminoacidi, minerali, vitamine e acidi di frutta indispensabili nella prevenzione dell’invecchiamento. Il suo grado di acidità è inferiore al 5% perciò è molto digeribile e grazie alle sue proprietà curative è da preferire a tutti gli altri tipi di aceto. Contiene potassio, fondamentale per il funzionamento dei muscoli e del cuore e molta pectina che protegge le cellule e i vasi sanguigni e abbassa il livello del colesterolo. L’alto contenuto di calcio, rafforza le difese immunitarie, regola il valore del pH nel sangue e stimola gli organi escretori. La vitamina C e il beta-carotene legano i radicali liberi che indeboliscono il sistema immunitario. Usato internamente elimina le tossine, mentre esternamente può essere utilizzato per fare impacchi in caso di contusioni o gonfiori.

Il miele è composto da acqua, zuccheri, acidi, proteine, sali minerali (quali ferro, calcio e fosforo), vitamine, fosfati, pigmenti derivati dalla clorofilla e sostanze ed aromi dei fiori a seconda della tipologia. Nella composizione la fanno da padroni gli zuccheri, come il maltosio, il glucosio e il fruttosio (quest’ultimo lo rende un prodotto 100% naturale). È un potente antinfiammatorio per la gola e ha potenti effetti sedativi per l’insonnia. Disintossica il fegato, favorisce la circolazione sanguigna, disinfetta le vie urinarie e agisce anche sulla calcificazione ossea. Ma la super pozione per i capelli? Ve ne parlo immediatamente ed è semplicissima da preparare: in una tazza di acqua tiepida si sciolgono due cucchiaini di miele (di qualsiasi tipo) e un cucchiaio di aceto (tassativamente) di mele (io ne utilizzo un tipo bio che fa barrique, sono la solita viziata che ormai dovreste aver imparato a conoscere)… Si mescola tutto e si beve! Di solito qui tutti si stupiscono poiché credono si debba mettere il miscuglio in testa, ma questa potrebbe essere un’altra storia o magari un altro articolo, chissà… Va assunta più o meno al solito orario, per 3 mesi consecutivi, con un’interruzione di almeno altri 3 prima di riprenderla, altrimenti il corpo si assuefà e non sortisce gli effetti desiderati. Stiamo parlando di circa 1 cm di crescita a settimana (PLURITESTATO DALLA SOTTOSCRITTA: PROVARE PER CREDERE)!!!

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RECOVERY FUNDS PER GREEN ECONOMY

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di Debora Bizzi

iutare gli Stati membri dell’Europa ad affrontare il post Covid. È questo l’obiettivo del tanto nominato negli ultimi mesi “Recovery Funds”, un fondo di recupero il cui accordo UE è stato raggiunto a luglio 2019 che prevede l’emissione di bond di recovery con garanzia del bilancio UE. Una strategia condivisa per affrontare l’emergenza, che dopo diversi ostacoli e avversità sembra oggi diventare realtà. Un debito comune. Fortemente voluto dall’Italia, dai Paesi maggiormente colpiti dallo tsunami Covid-19. Un accordo piuttosto complesso tra i 27 Stati membri, bloccato fin da subito dai veti della Polonia e dell’Ungheria, oggi ritirati. Un Piano nazionale di resilienza e rilancio (così, anche indicato in Italia), che si traduce in una serie di progetti in cui saranno investiti i soldi dell’anche noto Next Generation EU. Tra i progetti destinati ai circa 209 miliardi, ripartiti in 81,4 miliardi in sussidi e 127,4 miliardi in prestiti, tante proposte green. La green economy è il futuro e, pertanto, deve essere centrale nel programma di rilancio. Ritenuta da Bruxelles una delle

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armi migliori per superare la crisi economica post pandemia, alla quale l’Italia dedica circa il 31% dei fondi destinati al nostro Paese… Fondi dedicati all’efficientamento energetico e allo sviluppo di un’economia circolare, un’economia sostenibile e in grado di affrontare nuove sfide. Un “Modello teorico di sviluppo economico che prende in considerazione l’attività produttiva valutandone sia i benefici derivanti dalla crescita, sia l’impatto ambientale provocato dall’attività di trasformazione delle materie prime”, definizione sul dizionario Treccani. Con l’obiettivo di rendere il nostro Mondo, un posto più sostenibile. Obiettivo che vede grandi realtà nazionali sempre più attive, per apportare un cambiamento vero e proprio, per lasciare alle future generazioni un Pianeta più green, stando oggi più attendi anche ai piccoli gesti d’azione. Obiettivo che vede grandi realtà nazionali, come Energy Italy Spa, sempre più impegnata nella salvaguardia della nostra Terra. Ed Energy Italy Spa è la storia di successo che vi narriamo oggi, in chiave green.


ENERGY ITALY SPA: STORIE DI SUCCESSO di Martina Campanelli

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l settore delle energie rinnovabili è in una fase di rapida espansione e continua evoluzione ed è per questo essenziale affidarsi ad aziende di consolidata esperienza. Energy Italy dal 2012 si dedica alla ricerca e selezione dei migliori prodotti e servizi per la produzione di energie da fonti rinnovabili ed il risparmio energetico. Alla velocità dei cambiamenti deve corrispondere una risposta altrettanto veloce ed innovativa e sempre soddisfacente le richieste senza mai tralasciare la qualità. La parola su cui si incentra l’attività dell’azienda è il green ed il correlativo binomio competitività e rispetto. Competitività perché l’instaurazione di impianti specifici per produrre in maniera autonoma energia elettrica e/o termica e la continua ricerca di prodotti innovativi al passo con i tempi e l’evoluzione delle esigenze, si traduce in risparmio di costi e spese.

Rispetto, perché puntare sul green e l’energia rinnovabile è una scelta di responsabilità sia per chi ne fa cardine della propria attività ma anche per chi ne accoglie l’offerta; rispetto per l’ambiente e per le future generazioni che hanno il diritto morale di ereditare un mondo (inteso come ambiente in cui vivere) il più sano possibile. Il futuro è green e green è il colore di Energy Italy che non guarda mai al passato se non per prenderne insegnamento e come parametro di miglioramento ma è sempre proiettata all’innovazione, al rinnovamento, alla novità. La storia di Energy Italy è infatti una storia di continui nuovi obiettivi e nuovi traguardi; personalmente sono rimasta stupita di come un’azienda così giovane abbia raggiunto risultati così importanti quasi difficili da elencare nella totalità e sono sicura che quelli che citerò (che sono solo alcuni ma penso i più significativi) faranno rimanere a bocca aperta tutti voi lettori. ATLAS MAGAZINE | 11


Innanzitutto la storia di Energy Italy mi ha fatto capire come un‘azienda ed il suo successo siano la storia, la capacità ed il successo delle persone che la compongono; l’importanza dell’intuizione ma anche della competenza. Energy Academy (prima grande “creazione di Energy Italy”) è proprio un effetto-conseguenza di questo principio: nata per formare in campo tecnico, commerciale ed attitudinale i suoi professionisti e manager ha poi esteso il suo programma, ricco di corsi e percorsi di formazione, anche alla domanda “esterna” caratterizzandosi per numeri incredibili, di partecipanti, formatori, offerte formative (vi rimandiamo all’articolo ad essa dedicato nell’uscita precedente); io penso che parta da qui il successo di Energy Italy, dall’importanza che si da alla conoscenza ed alla formazione, che trovo condizioni imprescindibili per un successo non fortuito ma con basi solide e che diventa quindi sinonimo di affidabilità, perché da qui parte il successo della persona quindi anche di un’azienda la cui risorsa

principale rimane sempre quella umana. Alla base di questo principio è anche la creazione della recentissima Energy Ing, società di ingegneria che si occupa principalmente dello sviluppo di progetti innovativi propedeutici al Superbonus 110% e a tutte le attività che concorrono al miglioramento energetico degli edifici. Sostenitrice dell’assioma che intuizione, formazione e quindi competenza sono alla base di ogni successo (non effimero ma concreto e duraturo), Energy Italy fa brillare la sua history case di successi. Nel 2017 viene fondata Energy plus (con l’ introduzione dei contratti luce e gas), una Energy Service Company (ESCo) che è altro non è che un’impresa che fornisce tutti i servizi necessari a realizzare un intervento per il miglioramento dell’efficienza energetica; essa offre ai propri clienti una diagnosi energetica ed i relativi strumenti per valutare le opportunità di intervento, con lo scopo di ridurre i costi legati all’ energia ed alla dipendenza

Nella foto in alto: Il C.D.A. di Energy Italy S.p.A. - Prima assise degli azionisti presso Gardaland (VR) (da sx): Sergio Grifoni, Laura Ingoglia, Piera Civello, Benedetto Roberto Ingoglia, Margherita Ingoglia, Francesco Briguglio Nella foto in basso: Il C.D.A. di Energy Italy S.p.A. presso il CESE (Comitato Economico Sociale Europeo) (da sx): Sergio Grifoni, Benedetto Roberto Ingoglia, Francesco Briguglio, Antonio Princi

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In alto: Benedetto Roberto Ingoglia Presidente e Amministratore Delegato di Energy Italy S.p.A.


da fonti energetiche non rinnovabili. Nel 2018 Energy Italy ottiene la certificazione ISO, che assicura i clienti e le aziende partner circa la qualità organizzativa di un impresa, dei prodotti offerti e delle prestazioni del servizio; sempre nello stesso anno partecipa al Comitato Economico Sociale Europeo (riunitosi a Bruxelles con l’obiettivo di incentivare un’alimentazione sana e sostenibile) di cui voglio riportare le parole dell’amministratore rivolte ad Energy Italy perché lo trovo un passaggio chiave della sua attività e del suo ruolo (e anche di orgoglio): “Dear Energy Italy Spa, sono lieto di inviarvi il parere esplorativo del CESE su un ruolo più costruttivo per la società civile nell’attuazione del diritto ambientale adottato il 30 ottobre 2019. Il CESE ti ringrazia per il prezioso contributo al progetto durante l’incontro e la Conferenza. Ciò ha portato ora al documento allegato che è stato consegnato alla Commissione Europea, al Parlamento ed al consiglio per ulteriori azioni.” Un riconoscimento Europeo dell’impegno conti-

nuo che in pochi possono vantare. Ad obiettivi e riconoscimenti così importanti per la filosofia e anche e soprattutto per l’operato concreto dell’azienda, ne corrispondono di importanti anche dal punto di vista economico (che senza ipocrisie sono condizioni sine qua non per la concretizzazione dei principi e della visione aziendale e una causa-effetto della efficace azione della stessa): giugno del 2018 vede infatti il passaggio del capitale sociale da 120.000 euro a 1.250.000 di euro (!), di cui 250.000 euro in azioni privilegiate, per arrivare ad un ulteriore incremento di 300.000 euro quest’anno con un collegato ampliamento dell’oggetto sociale. Ed è grazie a questi risultati che oltre all’acquisto degli uffici dove opera la sede centrale, sono state acquistate e aperte due nuovi sedi (Partanna - TP - e Catania) per poter essere al massimo dell’efficienza offrendo supporto ai clienti e a chi opera attivamente dal punto di vista organizzativo ed esecutivo. Sempre curiosa e disponibile a promuovere iniziative portatrici di innovazione, Energy Italy è un’azienda che da spazio alle idee e alla vivace intelligenza delle persone, supporta le idee sperimentali Trasporto eccezionale dei pannelli fotovoltaici per la realizzazione di un impianto di 999,00 kWp

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ed originali frutto di menti creative e preparate e che vedono in “green”; tra queste merita di essere citato un progetto ideato e realizzato dall’Arch. Leonardo Di Chiara, ricercatore presso la Tinyhouse University, un’Associazione no profit impegnata nello sviluppo di soluzioni innovative per il vivere contemporaneo. L’iniziativa aveva come oggetto la sperimentazione di una casa mobile su ruote di 9 mq, costruita a Pesaro ed esposta al Museo di Design del Bauhaus-Archiv a Berlino fino a marzo 2018. Con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico nei confronti del movimento “Tiny House”, ma più in generale per promuovere una discussione sulla sostenibilità dell’abitare in relazione ai bisogni della società contemporanea, la Tiny House aVOID è stata costruita a Pesaro ed è stata inaugurata il 19 Agosto 2017 al Bauhaus-Archiv / Museum of Design di Berlino. Energy Italy Spa ha deciso di aderire al progetto in qualità di sponsor tecnico, attraverso la fornitura di pannelli Infrarossi e di un impianto fotovoltaico (in fase di installazione che prevediamo sarà pronto per le tappe di Roma) che diventeranno parte della

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Tiny House. La storia di Energy Italy sembra la narrazione di un romanzo di formazione, dove in primo piano ci sono l’evoluzione, i cambiamenti, le continue sfide del protagonista che ha una morale (che alla base del successo c’è, oltre all’intuizione, la competenza, la formazione, la costanza e la voglia di continuo miglioramento) ed in questo caso … un finale aperto perché saranno ancora tanti gli obiettivi prefissati e raggiunti, da ultimo la nuova e titanica sfida: la riqualificazione energetica degli edifici con il Superbonus 110% che ha portato all’acquisizione di 5000 clienti ed alla creazione della grande rete di impresa Energy Re (oltre 200 imprese affiliate), la fondazione di Energy Ing e il primo spot su Mediaset. La visione aziendale delle imprese che hanno puntato sul green, tra cui spicca Energy Italy sta per avere la più grande fase di concretezza dell’epoca moderna; con Il Recovery Fund gli Stati mettono al centro delle politiche economiche quelle ambientali (e viceversa) e non solo al centro di programmi demagogici di propaganda ma finalmente della così detta realpolitik.


GREEN GAME DIGITAL: AL VIA IL CAMPIONATO NAZIONALE DEL RICICLO PER COINVOLGERE I GIOVANI, FUTURI TALENTI ITALIANI di Debora Bizzi

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ensibilizzare e coinvolgere i giovani, futuri talenti italiani, sulle tematiche dell’economia circolare. È questo l’obiettivo ambizioso del GREEN GAME DIGITAL. Per l’edizione 2021, Cial, Comieco, Corepla, Coreve e Ricrea, Consorzi Nazionali per la Raccolta, il Recupero ed il Riciclo degli Imballaggi, hanno sviluppato un progetto che lo scorso 3 febbraio ha visto protagoniste diverse scuole, di differenti regioni italiane. Un progetto ideato per affiancare i giovanissimi nell’educazione ambientale, tematica estremamente attuale e discussa sotto varie sfaccettature. Che ci vede ogni giorno sempre più impegnati, non solo come attivi cittadini italiani, ma come cittadini del mondo. Salvaguardare il nostro pianeta, attraverso uno stile di vita attento e rispettoso di tutte le risorse a nostra disposizione, della natura, di tutte le specie. Già dalle piccole azioni quotidiane, che finalmente stiamo valutando come le fondamentali per il rispetto della Terra, del lascito ai nostri figli, nipoti, alle generazioni future.

Piccoli gesti giornalieri, importanti. IMPEGNO. Senza alcun dubbio il sostantivo principe dell’approccio all’educazione ambientale, ad ogni tipo di educazione. Ed è sicuramente questo, il concetto chiave dell’iniziativa sviluppata dai Consorzi Nazionali per la Raccolta, il Recupero ed il Riciclo degli Imballaggi. I GREEN GAME DIGITAL, non esisterebbero senza l’impegno dei giovani studenti, dei loro insegnati, delle famiglie. Ed è sempre attraverso l’impegno che l’iniziativa tutta green tenutasi lo scorso 3 febbraio si propone di coltivare una cultura ambientale negli animi dei più giovani, una cultura del rispetto e dell’amore verso il prossimo. Un’iniziativa che, per il valore didattico, etico e formativo, è patrocinata dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Un gioco a quiz, domande a risposta multipla, vero o falso, un format dedicato alla corretta gestione dei rifiuti di imballaggio, alle potenzialità offerte dal riciclo. Tra le tematiche valutate, la concreta opportunità di ridurre la produzione di rifiuti, fare una corretta ATLAS MAGAZINE | 15


raccolta differenziata e valorizzare il riciclo degli imballaggi in alluminio, carta e cartone, plastica, vetro e acciaio. Apprendimento e divertimento, per individuare i più meritevoli dell’appellativo di “esperto riciclatore”, che sfiderà poi i suoi colleghi esperti riciclatori durante la Finalissima Nazionale. Un tour in chiave green, che a tappe attraversa tutta l’Italia, coinvolgendo oltre 20.000 studenti di 106 istituti superiori, uno per ogni provincia italiana.

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Un campionato nazionale del riciclo che vede protagonisti i ragazzi, sfidarsi classe contro classe per mettere alla prova le loro conoscenze in campo ambientale. Un’edizione differente dalle precedenti. Nell’anno della didattica a distanza, caratterizzato da uno scenario digitale, gli studenti hanno partecipato da scuola e anche da casa, oltre ad altre novità esclusive dell’edizione 2021.


SOCIAL MEDIA: HA ANCORA SENSO PARLARE DI RIVOLUZIONE? di Leonardo Tiene

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na piattaforma dove ognuno di noi ha il potere di comunicare con chiunque nel mondo e in qualsiasi forma: foto, video, articoli, incontrare vecchie amicizie o crearne di nuove, scambiare opinioni, vendere prodotti, assumere persone. Un enorme reticolo di funzioni che fungono da stampino della nostra personalità: i social media sono tutto questo e sono oggi la più grande conquista che internet abbia potuto offrirci. Vi spiego i perché, come utilizzarli e gli esempi di Tik Tok e Cam.Tv. I PERCHÉ DELLA RIVOLUZIONE Parlare di social oggi come rivoluzione ha davvero poco senso ma necessita sempre un resoconto, un “tracciare la linea” diciamo, per vedere cosa sono i social e perché ancora oggi sono rivoluzionanti. Partiamo dal primo punto: i social sono e siamo noi. Sono partiti con la creazione di un profilo, con tanto di foto e descrizione di chi siamo, i nostri interessi e passioni, opinioni per poi collegarci con chi condivideva tutto questo e creare nuove relazioni forti, seppur online.

Quindi questo è il primo pilastro dei Perché, i social simulano la nostra realtà: il nostro aspetto, personalità e ci mettono in campo virtuale per trovare i nostri simili, creando così comunità o società, collegandoci pur essendo in capi opposti della nazione o del mondo. Tutto questo in 5 minuti, connessione lenta permettendo. Si atterra quindi al secondo Perché, ossia i social rappresentano noi, il nostro pensiero. Al nostro profilo social diamo anche una voce, un pensiero appunto, e lo mettiamo a confronto con quello di qualcun altro. Semplificando di molto, le cose possono andare in due modi: o si è d’accordo o si è in disaccordo. È anche questo lo straordinario potere, il confronto non poteva essere così semplice, veloce, ubiquo, e non lo è mai stato. Si creano dunque dibattiti, ma anche partiti dello stesso pensiero, movimenti che possono anche influenzare l’opinione reale di ciascuno di noi. Ci addentriamo tra poco sul contro altare, non da meno, delle opinioni. Rimane intanto il fatto che i social ci hanno plasmaATLAS MAGAZINE | 17


to, o viceversa, ma comunque rappresentano noi stessi come persone e comunità online e quindi la nostra società virtuale in cui la democrazia assume un ruolo praticamente sganciato dalle dinamiche concrete della realtà. Collegandoci proprio a quest’ultima frase, arriviamo proprio a quello che credo sia il motivo più importante per cui i social hanno rivoluzionato il nostro modo di comunicare, presentare e aumentare l’immagine di noi stessi: i social hanno livellato le gerarchie sociali. Ognuno ha la possibilità di avere un canale, ognuno può esprimere la propria opinione, ognuno può essere d’accordo e creare una pagina dove tutti la pensiamo allo stesso modo, soprattutto ognuno ha lo stesso valore di ogni altro membro della piattaforma social. Stiamo spiegando quindi l’avvento degli influencer in poche parole: sono le persone che più di altri e senza particolari sotterfugi utilizzano al meglio questi canali riuscendo a dare più valore alle proprie passioni o opinioni, diventando importanti nella società online, acquisendo carisma e credibilità in quello che dicono. Facciamo un esempio recente, ai tempi del Covid, confrontando un influencer con 1 milione di follower e un medico con 500 follower. Quest’ultimo

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pur avendo un parere più consone e autorevole sulla questione sanitaria sarà sempre meno “ascoltato” rispetto alla prima controparte che vanta di un pubblico nettamente più vasto e sempre in crescita. Questo gioco provocatorio non solo vuole evidenziare la parità dei social che mettono istituzioni e società allo stesso livello, ma anche le opinioni stesse, anzi spesso le opinioni più ascoltate sono prese per veritiere. Ci stiamo addentrando quindi verso il quarto Perché della rivoluzione dei social, ossia la comunicazione dell’informazione. Quest’ultimo Perché che ci porterà a come utilizzare questi potenti mezzi è quello che più li mette a rischio, sia dal punto di vista della buona rivoluzione sia al contrario dal punto di vista delle persone che (anche giustamente) li demonizzano. Quante volte infatti sentiamo parlare di Fake News, notizie false, in cui vengono portati dati fallaci a discapito dell’opinione altrui e per darsi da soli una ragione. Per molti possono essere facilmente smascherabili ma la capillarità della rete non ci dà minimamente idea di quanto un’informazione, che sia vero o peggio falsa, sia velocemente trasmissibile, virale. L’informazione non è mai stata così tanto a rischio e a repentaglio: sono più le persone che si informano sui social che sui giornali, sono più le persone che guardano video di reporter amatoriali che di


autorevoli testate in televisione. Per chi ha una formazione o una consapevolezza ripeto, tutto questo è “smascherabile”, chi invece utilizza tutto questo senza un buon senso o quantomeno un sistema immunitario digitale in grado di riconoscere una notizia falsa da quella vera sarà presto vittima del qualunquismo o peggio ancora del complottismo. Arriviamo quindi alla seconda parte dell’articolo. COME UTILIZZARE AL MEGLIO I SOCIAL Dopo esserci riportati al presente con la domanda perché ancora oggi i social rivoluzionano la nostra vita quotidiana, i nostri pensieri e la nostra società, è arrivato dunque il momento di chiederci come utilizzare al meglio questo potente canale, sia per divertimento sia per monetizzare la nostra attività. In qualsiasi caso voi vogliate iniziare ad utilizzare i social c’è sempre un fattore da considerare che vi orienterà al meglio: a chi parliamo. LinkedIn parla ai professionisti, Instagram e Facebook a persone con passioni, blogger, atleti (un po’ di tutto diciamo), si differenziano solo per l’età: Facebook parla con un target che si aggira sui 25 anni in su, Instagram parla con un target che si aggira dai 20 anni in poi. Arrivando poi agli ultimi arrivati ma non

meno importanti: Tik Tok e Cam.Tv, il cui target è giovanissimo nel primo e nel secondo si rivolge a professionisti e forti appassionati. Ma questi ultimi due li vedremo meglio nella parte finale dell’articolo. Una volta individuato il nostro social ideale, è utilissimo capire quindi che cosa vogliamo dare al nostro pubblico che ci segue e no, stabilendo il nostro messaggio (il prodotto/servizio dell’azienda o di noi stessi) con un determinato tono di voce: professionale, divertente, ironico, non importa quale, basti che rappresenti voi stessi. Ma i social non sono solo azione ma anche ricezione. Anche questo, se vogliamo, è una rivoluzione, perché è abbastanza semplice: se prima con i media tradizionali il messaggio era unidirezionale, con i nuovi media adesso è molto più democratica la trasmissione, in cui ognuno di noi può essere l’emittente e il pubblico allo stesso tempo. Bisogna anche capire come utilizzare i social quando interagiamo con i contenuti di altre persone. Qui è necessaria la massima attenzione: la consapevolezza di sapere che siamo in un social network, in cui chiunque ha voce in capitolo e libero di dire praticamente ciò che vuole, in dovere di dire come la pensa su qualsiasi cosa accada nel mondo “reale”. Consecutivamente è fondamentale essere in grado di capire come reagire davanti queste: commentare, mettere il famoso “like”, condividendo, questionare e perché no, litigare. Queste però sono azioni quasi naturali per chiunque, meno invece è l’avere con noi una lente in grado di riconoscere quando dar peso a qualcosa, soprattutto quando tratta di temi delicati quali la sanità pubblica ad esempio. Informatevi, sempre e non solo sui social perché il sistema rappresenta solo e soltanto noi stessi (vedere prima parte dell’articolo) e di conseguenza farà vedere solo ciò che a noi interessa. Siate consapevoli di questo dato di fatto. Come in una normale società, come la intendiamo dal vivo in cui esiste il confronto, esiste anche lo svago o il divertimento. Questo nei social si traduce con “challenge”: una sfida orientata al maggior coinvolgimento possibile di tutti i partecipanti, in cui ci si sfida e si viene invitati a fare lo stesso. Questo per tenere vivo il gruppo, per aumentare ATLAS MAGAZINE | 19


il senso di appartenenza. Anche qui, come per il fattore del confronto, c’è un lato negativo: non ci sono limitazioni a queste sfide, come non ci sono particolari limitazioni nel modo di confrontarsi tra persone. Anche in questo caso, saper utilizzare i social non vuol dire solo saper parteciparvi ma anche avere la consapevolezza o il buon senso dei limiti, altrimenti il rischio di poter incappare in incidenti è decisamente alto. Cam.Tv e Tik Tok: i social per monetizzare e velocizzare i contenuti. Qui vedremo i nostri esempi più lampanti di quello che è stato detto finora: l’innovazione, i social che hanno plasmato noi stessi, il modo di vivere all’interno di una società online e soprattutto come utilizzarli al meglio. TIK TOK Sicuramente uno dei social più in voga degli ultimi anni e che ha scatenato il suo successo soprattutto nella cerchia dei giovanissimi della comunità. Il punto centrale su cui verte il messaggio di Tik Tok e che lo caratterizza rispetto ai suoi colleghi come Facebook e Instagram è “sfruttate al meglio il

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tempo a disposizione” che in poche parole significa velocità e creatività. Se infatti andiamo a esplorare cosa viene prodotto all’interno della piattaforma vedremo contenuti velocissimi da consumare (durata massima dai 15 ai 60 secondi) e soprattutto creativi al massimo per saper catturare subito l’attenzione del consumatore. Quindi possiamo vedere il perché ha ottenuto così tanto successo: si è allontanato parecchio da quella che prima consideravamo a inizio articolo una rivoluzione, la condivisione di noi stessi attraverso pensieri, opinioni, esperienze arrivando a condividere invece la bravura nel saper utilizzare con una comunità online il tempo a nostra disposizione e nella maniera più veloce possibile, perché ormai l’attenzione sul nostro schermo è sempre più fragile, effimera. Conviene anche soffermarsi su l’altra caratteristica di Tik Tok: la velocità di condivisione dei contenuti che spesso si traduce con giochi, viralità, intrattenimento, in una parola “challenge” ovvero la sfida e il piacere di sfidare gli altri. Il succo dei social, ed è per questo che Tik Tok ne entra benissimo a far parte, è il gusto del confronto con il prossimo con l’obiettivo di aver ragione nel caso delle opinioni, oppure nel


caso delle challenge nel gusto di vincere. Ma come detto precedentemente, saper utilizzare il social è alla base del corretto utilizzo e di chi utilizza questo mezzo. Non è strano infatti sentire di incidenti dovuti a certe sfide estreme che portano a fare mosse azzardate, per dirlo eufemisticamente, pur di vincere, fino ad arrivare al punto di morire. Ecco l’unica pecca che paradossalmente è anche la cosa più bella dei social: la democrazia nell’utilizzare questo mezzo, lo rende anche pericoloso per tutti SE non educati adeguatamente a utilizzarli o almeno limitati da filtri delicati come l’età (gli incidenti dovuti alle challenge sono infatti frequenti con i bambini o adolescenti). Tik Tok merita sicuramente il successo ottenuto, anzi non è nemmeno utile dire che sia una novità ma è l’esempio più evidente di come il successo di un’applicazione social è altrettanto una minaccia importante per la salvaguardia di categorie non protette efficacemente dall’applicazione stessa. CAM.TV Passiamo a una controparte che merita la stessa identica attenzione mediatica del social precedentemente citato, magari non per tipo di successo tra i giovanissimi, ma per novità dell’applicazione di un social verso la comunità. Il punto, infatti, di ogni social è quello di essere utile o almeno che offra novità rispetto alla concorrenza perché altrimenti non da ragione di esistere o di essere utilizzata. Questo

vale per il tema che trattiamo adesso ma vale in realtà per ogni cosa esistente nel business. Quindi, Cam.Tv. Il motivo per cui questo social merita la giusta attenzione da parte nostra è l’estrema novità di poter dare alla comunità online la possibilità di poter lavorare anche da casa, cosa che in questo periodo di lockdown dovuto alla pandemia del Covid-19 è ben poco scontata, anzi è una tragedia per moltissime attività, costrette a chiudere proprio perché il contatto con il cliente era tutto. La consulenza, ad esempio, ha visto la crisi perché l’incontro con il cliente in loco era il momento in cui si poteva la spiegazione del business e la trattativa. Con Cam.Tv si è aperta una porta che forse poteva essere quasi scontata, è sempre così con le idee giuste. Viene unito il concetto di comunità online, viva, in grado di scambiare conoscenze e opinioni, assieme al concetto “nuovo” di call, meeting, chiamatelo come volete, l’importante è che sia online. Vista la distanza sociale imposta lo strumento diventa indispensabile. Immaginatevi quindi di tradurre letteralmente la vostra attività digitalmente, i vantaggi che trarrete sono a dir poco così tanti da non sapere di elencarli davvero tutti: velocità, network, ampliamento della propria rete di vendita, creazione di nuovi interessi proficui grazie alle funzionalità di Internet. E potrei andare avanti. Arriviamo all’altra e non meno importante novità di Cam.Tv che necessita rispondere all’essenziale

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domanda che ogni professionista con un’attività si starà chiedendo: come vengono retribuite le mie attività in questa piattaforma? Semplice, con la criptovaluta del sistema all’interno di Cam. Tv, chiamata LKScoin. Detta in maniera potabile, grazie a questa moneta virtuale sarete in grado di poter fornire consulenze a pagamento alla vostra rete di vendita attuale e ai vostri nuovi clienti trovati proprio grazie all’applicazione Cam.Tv. Inoltre, potrete comunicare i vostri video, pensieri, consigli per guidare il vostro cliente e per ricompensarvi o meglio sostenere la vostra attività, vi donerà in forma di “likes” i vostri LKScoin. Quindi arriviamo alla terza novità, che come potrete notare ognuna è direttamente collegata. L’ultima novità risiede nel sapersi elevare all’interno del contesto online e renderlo il più giustificabile, o professionale, possibile. I contenuti non sono più leggeri ma diventano veri e propri strumenti di guadagno, o meglio, di valore! Saper comunicare non vuol dire più parlare e basta ma significa saper investire (tempo o denaro, ma spesso entrambi) in quello in cui si crede: video, seminari, articoli e chi più ne ha più ne metta. Questo è l’insegnamento importante che invece di offre Cam.Tv: online tu hai il potenziale per trasformare la tua attività in qualcosa di ancora più speciale, più grande e di valore, come un’evoluzione, o meglio ancora, una rivoluzione.

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BUCO DELL’OZONO: 16/05/1985 - 28/12/2020 di Giuseppe Di Benedetto

«A

cosa ci serve aver sviluppato una scienza in grado di fare previsioni se tutto quello che siamo disposti a fare è restare fermi e aspettare che quelle previsioni si realizzino?» Questa è la frase pronunciata dal ricercatore statunitense Frank Sherwood Rowland che nel 1972 durante una conferenza sull’utilizzo dei CFC (clorofluorocarburi) li definì dannosi per l’ozono. Rowland scoprì che questi gas venivano trasportati nella stratosfera e a queste elevate altitudini la luce solare poteva scomporre i CFC liberando nella stratosfera un elemento capace di distruggere lo strato di ozono che protegge la terra dalle radiazioni più intense e più pericolose tra quelle emanate dal sole. La scoperta non venne accolta con entusiasmo a causa degli interessi economici mondiali che giravano intorno ai CFC, impiegati come refrigerante, solvente e come propellente nelle bombolette spray; molto apprezzati perché non erano infiamATLAS MAGAZINE | 24

mabili ed erano molto meno tossici delle sostanze utilizzate in precedenza. Come in tutte le società che meno si rispettano, Rowland non solo non venne ascoltato ma fu addirittura accusato di far parte del KGB e la sua scoperta venne ridicolizzata. Quanto accaduto, fortunatamente, non fermò gli studi del ricercatore che nel 1995 venne insisgnito del Premio Nobel per la chimica. Di seguito una breve cronostoria del buco dell’ozoono, dalla sua scoperta avvenuta il 16 maggio 1985 fino alla chiusura dello scorso 28 dicembre 2020, dopo aver raggiungo la dimensione record nel settembre dello stesso anno.


1972

1985

Frank Sherwood Rowland durante una conferenza sui CFC, li definisce dannosi per l’ozono presente nella stratosfera.

Il 16 maggio la rivista scientifica Nature pubblica l’articolo del fisico Joe Farman che insieme alla sua équipe scopre un buco nella fascia dell’ozono a 22 chilometri di altezza sopra i ghiacci dell’Antartide. Le temperature rigide della zona creano l’ambiente ideale per le reazioni chimiche che portano alla dissoluzione dell’ozono. Farman e la sua squadra scoprono che nel periodo che va da agosto a dicembre lo strato di ozono si riduce del 70% formando un buco grande quanto un piccolo continente.

1976 Stati Uniti, Canada, Norvegia, Svezia e Danimarca iniziano ad approvare regolamenti che limitano l’utilizzo di CFC.

1978

1987

Gli Stati Uniti vietano completamente le bombolette spray che contenevano CFC.

Il 16 settembre viene firmato il protocollo di Montréal volto a ridurre la produzione e l’uso di quelle sostanze che minacciano lo strato di ozono, in particolare i gas CFC. ATLAS MAGAZINE | 25


1989

2020

Il 1° gennaio entra in vigore il protocollo di Montréal che verrà sottoposto a revisioni nel 1990 a Londra, 1992 a Copenaghen, 1995 a Vienna, 1997 a Montréal e 1999 a Pechino. Assistiamo a quello che lo stesso ex segretario dell’ONU Kofi Annan defisce un esempio di eccezionale cooperazione internazione, probabilmente l’accordo di maggior successo tra nazioni.

Il 28 dicembre si chiude quello che è stato il buco dell’ozono più ampio di sempre. La WMO (Organizzazione Mondiale della Metereologia) non esclude del tutto che una delle cause della chiusura possa essere legata alle ridotte emissioni dovute ai prolungati periodi di lockdown a livello mondiale ed è per questo che invoca l’importanza del protocollo di Montréal.

2020

2050

Il 20 settembre il buco dell’ozono raggiunge una dimensione di 24,8 milioni di chilometri quadrati, diffondendosi su gran parte del continento Antartico.

Anno in cui la situazione tornerà ai livelli antecedenti il 1980.

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PET THERAPY: QUANDO LA CURA È UNA CURA di Martini Campanelli

“M

entre si dicevan questo, un cane che stava lì disteso, alzò la testa e le orecchie. Era Argo, il cane di Ulisse…”. Dopo vent’anni di guerre ed avventure, Ulisse torna nella sua Itaca sotto mentite spoglie, trasformato dalla dea Atena in un mendicante, riconosciuto solo dal suo fedele ed ormai vecchio cane Argo che, subito dopo, si lascia andare tra le braccia della morte, quasi come lo avesse aspettato per poterlo vedere un’ultima volta; cade una lacrima sul volto dell’eroe omerico, l’unica versata dal forte Ulisse e proprio per il suo amato cane. Questo famosissimo, commovente e potente passo dell’Odissea, è emblema della fedeltà e dell’amore incondizionato che lega l’animale al suo padrone, e viceversa; uno dei legami più sinceri e leali è infatti proprio quello che si instaura tra uomo ed animale, apportandoci benefici incredibili a livello psicologico ed affettivo, sembrando che il nostro compagno sia capace di comprenderci condividendo la nostra felicità e supportandoci nei momenti difficili.

Non è forse vero che il nostro cane che ci fa le feste sulla soglia di casa dopo una giornata di lavoro migliora il nostro umore o il gatto appollaiato sulle ginocchia di sera di fronte la tv non ci infonde un senso di pace e tranquillità? È una relazione che stimola la parte emozionale nell’uomo e favorisce l’apertura a nuove esperienze, nuovi modi di comunicare; un animale non giudica, non ha pregiudizi e si da totalmente stimolando il buonumore ed il sorriso. E proprio questi effetti benefici connessi alla relazione dell’uomo con gli animali, divennero già a partire dalla fine del ‘700, oggetto di studio da parte di psicologi e psichiatri; lo psicologo inglese Tuke incitò i pazienti affetti da malattie mentali ad interagire e prendersi cura di piccoli animali, favorendo con questo un migliore autocontrollo del paziente e scambio affettivo; dopo la fine della Prima Guerra Mondiale al St. Elisabeth’s Hospital vennero usati i cani per curare i malati di schizofrenia e depressione ed alla fine della Seconda, la Croce Rossa ATLAS MAGAZINE | 27


Americana promosse una terapia di reintegrazione dei reduci di guerra basata sul contatto con gli animali da fattoria. È con lo psichiatra infantile Lewinson, nel suo libro “THE DOG AS Co- Therapist”, a metà del Novecento, che viene coniato il termine per indicare gli effetti benefici della interazione uomo-animale, quali calmare l’ansia, trasmettere calore affettivo, aiutare a superare stress e depressione ed in generale benefici alla salute psicofisica dell’uomo: pet therapy. Essa prese piede in Italia verso la fine degli anni ’80 con convegni e conferenze sul tema e con direttive e decreti a livello statale e regionale nella direzione di promuovere il coinvolgimento degli animali in interventi assistenziali e terapeutici. La Conferenza Stato Regioni ha approvato l’Accordo e le linee guida nazionali pet therapy che prevedono le medesime regole sull’intero territorio nazionale e stabiliscono gli standard qualitativi di riferimento per la corretta applicazione di questa terapia di supporto, allo scopo di tutelare sia i pazienti che gli animali da affezione. Il termine pet therapy è risultato però ben presto un’espressione imprecisa e sicuramente troppo riduttiva in confronto alle differenti attività e quindi è stata sostituita con quella di IAA: interventi assistiti con gli animali che si distinguono, in base ad obiettivi e beneficiari, in:

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- terapie assistite con animali (TAA); utilizzata a supporto delle terapie tradizionali, per migliorare disturbi della sfera psichica, cognitiva ed emotiva e rivolto a soggetti con diverse patologie, psichiche e fisiche. Le ricerche hanno evidenziato che l’interazione tra un bambino ed un animale stimoli i processi cognitivi e lo sviluppo delle attività comportamentali. Negli utenti con disturbi psichiatrici, la pet therapy aiuta ad abbassare il livello di apprensione del paziente nei confronti del proprio terapista; il rapporto che si instaura tra l’animale ed il malato favorisce infatti la comunicazione con il professionista e di conseguenza il coinvolgimento nella terapia di cura. La presenza di un animale domestico non solo migliora il comportamento in certi pazienti ma in generale contribuisce all’abbassamento di ansia e tensione, aiutando a diminuire gli stati d’animo negativi, scongiurando la comparsa di depressione ed irrequietezza. I benefici non risultano tuttavia solo a livello psicologico ma anche fisico; vengono infatti proposte sedute di questo tipo a bambini con disabilità motorie che possono riguardare il movimento degli arti, l’equilibrio e la coordinazione o in pazienti affetti da sclerosi multipla o reduci da lunghi periodi di coma. - educazione assistita con animali (EAA); intervento di tipo (ri)educativo che ha come obiettivo quello di migliorare il benessere psicofisico e


sociale e la qualità della vita della persona, nonché di rinforzargli l’autostima; contribuisce altresì all’inserimento sociale delle persone in difficoltà. - attività assistite con animali (AAA); rivolta a bambini, portatori di handicap, pazienti in ospedale, psichiatrici, anziani e detenuti, ha l’obiettivo di migliorare la qualità della vita in cui l’animale diventa una fonte di stimoli; ad esempio i bambini ricoverati in ospedale o gli anziani nelle case di riposo, soffrono talvolta di depressione dovute alle condizioni di salute, e possibile mancanza di affetti che li porta a chiudersi in sé stessi rifiutando rapporti interpersonali. Alcune esperienze dimostrano che l’animale migliora l’umore facilitando l’approccio terapeutico e con il personale sanitario. Per riassumere, la pet therapy (la chiamiamo così per richiudere in una parola tutte le tipologie ut supra) non rappresenta una terapia a sé ma un intervento sussidiario che aiuta, rinforza ed arricchisce le cure tradizionali e può essere impiegata su pazienti di qualsiasi età ed affetti da diverse pato-

logie, di solito bambini, anziani, persone disabili o con problemi psichiatrici. Gli animali utilizzati solitamente per questa pratica terapeutica di supporto sono: i gatti, i cani addestrati, asini, cavalli e conigli. Le figure professionali in essa coinvolte sono invece: - responsabile di progetto (professionista in campo sanitario); - medico veterinario (valuta i requisiti comportamentali e sanitari dell’animale, l’aspetto igienico sanitario ed il benessere dell’animale); - coordinatore (psicologo, psicoterapeuta, educatore, infermiere o assistente sanitario, laureato in scienze motorie o psicomotricista); - coadiutore dell’animale (promuove la relazione uomo-animale e monitora lo stato di salute dell’animale in collaborazione con l’animale). Dopo quello scritto e letto possiamo quindi concludere che prendersi cura di un animale è una cura anche per noi; il loro affetto semplice, genuino ed incondizionato è una medicina per le persone.

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DETTO TRA NOI... di Sergio Grifoni

NOBILE MA NON BLU È come il prezzemolo. Sta bene dappertutto ma, in alcuni casi, è necessario se non indispensabile. Sto parlando del sangue, uno dei tanti componenti del nostro organismo: l’unico però che non può essere riprodotto artificialmente. È la rappresentazione più naturale e più intima della salute. Perdere sangue, infatti, nella concezione comune, significa perdere la vita. Come, d’altronde, il ricevere sangue, per sillogismo naturale, significa ricevere la vita. È la rappresentazione logica di tanti modi di essere, di costruiti luoghi comuni, di genuini detti popolari: buon vino fa buon sangue; non farti il sangue amaro; onta lavata col sangue; buon sangue non mente; fratelli di sangue; a sangue freddo o caldo; stare in sangue; lacrime di sangue, e così via. Non sempre però il perdere sangue ha significato perdere la vita. Negli anni andati, la sua parziale dissolvenza era ritenuta infatti una panacea. Allora si chiamava semplicemente “salasso”, termine ugualmente abbinato a raffigurazioni di quotidianità. Fino al 1400, veniva usato addirittura a scopo terapeutico; poi si scoprì che il sangue circolava comunque autonomamente dentro di noi. Lo strumento che i chirurghi usavano per salassare gli avventori, era chiamato lancetta. Erano talmente tante le richieste che dovettero ricorrere anche all’ausilio delle sanguisughe e dei barbieri: barba, capelli e…salasso! Come appunto il prezzemolo, provarono ad utilizzarlo in svariate “salse”. Gli anni in cui si azzardava ad effettuare trasfusioni di sangue da animale ad uomo, col risultato di febbri altissime, disturbi mentali e decessi. Tentarono

allora da uomo ad uomo, ma ancora non si conosceva la incompatibilità dei gruppi e del fattore Rh. La prima trasfusione fu compiuta nel 1492, quando tre giovani del popolo, “spintaneamente”, donarono la rossa linfa a Papa Innocenzo VIII, in pericolo di vita. Fu un disastro, visto che poi la vita la persero tutti i protagonisti, compreso il Santo Padre. Si avventurarono allora con le sostanze liquide, iniettate grazie ad un rudimentale strumento utile allo scopo, che si chiamava schizzetto, fino a quando un sommesso professore di matematica, docente all’Università di Pisa, Giovanni Alfonso Borrelli, a metà del seicento, non inventò la siringa. Ci vollero però ancora tre secoli per scoprire i gruppi sanguigni e quell’imprevedibile fattore Rh, sconosciuto antigene, che scorazzava baldanzoso sulla superficie dei globuli rossi della scimmia Rhesus Macacus. E tutto cambiò improvvisamente, rendendo quel prezzemolo di vita utilizzabile per ogni ricetta legata alla salute. Immaginate i vari usi del sangue e dei suoi derivati, che non sono legati solo alle comuni donazioni. Penso al sangue del cordone ombelicale delle partorienti, utile per produrre cellule staminali; al gel piastrinico adoperato per l’autoriparazione dei tessuti e per sconfiggere le infiammazioni muscolari; al plasma, utilizzato anche per la fabbricazione di medicinali e, in questo pandemico momento, per produrre anticorpi monoclonali per sconfiggere il Covid 19. Inconfutabile quindi l’interdipendenza fra sangue e salute, sangue e benessere, sangue e vita. E poco importa se nel settecento i nobili d’allora lo utilizzavano per esaltare l’appartenenza sociale e l’invidiato rango, colorandosi le vene delle mani con un cosmetico blu. Fortunatamente il sangue, pur restando rosso, non ha colore ne appartenenza e, detto fra noi, solo il gesto di chi lo dona per aiutare gli altri, può essere considerato nobile.ATLAS MAGAZINE | 31


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COME DEVE ESSERE TRATTATO IL LAVORATORE DIPENDENTE CHE RIFIUTI DI SOTTOPORSI AL VACCINO ANTI COVID? dell’ Avv. Simone Facchinetti

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poco più di un anno dall’individuazione del paziente zero in Italia, la campagna vaccinale sta proseguendo a pieno ritmo anche nel nostro Paese. Dopo il turno degli operatori socio – sanitari, è ora giunto il momento degli over 80, per poi raggiungere, a scalare, le altre fasce di età. Come ben noto, in Italia non c’è l’obbligo di vaccinarsi: secondo alcuni costituzionalisti, il vaccino potrebbe essere reso obbligatorio solo attraverso una legge approvata dal Parlamento. L’art. 32 Cost. infatti, prevede che “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in ogni caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. La mancanza di una legge che, attualmente, imponga l’obbligo di vaccinarsi pone il problema consequenziale di come debbano essere trattati i soggetti che rifiutano il vaccino. Problema che, a

ben vedere, appare ancora più sentito in ambiente lavorativo. Si pensi, ad esempio, ad un lavoratore dipendente che rifiuti di sottoporsi al vaccino: cosa può fare il datore di lavoro? In mancanza di una legge ad hoc, in linea anche con i principi costituzionali, nessun datore di lavoro potrebbe in Italia obbligare un dipendente alla vaccinazione anti covid. Ciò posto, l’azienda potrebbe, però, decidere di sospendere il lavoratore che rifiuta la somministrazione, senza diritto alla retribuzione. Si tratta di una scelta che appare giustificata dalla necessità di garantire la sicurezza nei confronti del resto del personale. Il titolare dell’azienda potrebbe, poi, incentivare il lavoratore a vaccinarsi, prevedendo una serie di benefici (come ad esempio la previsione di premi). Il dibattito relativo a come debbano essere trattati i ATLAS MAGAZINE | 33


dipendenti che rifiutino la vaccinazione anti covid è avvertito anche nel resto dei Pesi del Mondo: diverse, però, le soluzioni che possono essere adottate. In alcuni Stati (Belgio, Irlanda, Polonia, Argentina, Messico), è del tutto esclusa la possibilità di licenziare il dipendente che si rifiuta di sottoporsi alla vaccinazione. In Brasile e in Austria, invece, il licenziamento è un’ipotesi contemplata. Per altri paesi, invece, tra cui l’Italia, il Regno Unito, la Germania, la Russia e gli Stati Uniti, il licenziamento è prevista quale misura da adottare in extrema ratio, qualora, cioè, non sia possibile adottare misure diverse capaci di tutelare allo stesso tempo il lavoratore che si rifiuta e la sicurezza degli altri lavoratori. Nello specifico, il datore di lavo-

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ro potrebbe adottare delle misure conservative quali, ad esempio, il mutamento di mansioni o lo smart working. Si tratta di misure che appaiono capaci di tutelare da un lato sia il lavoratore che sceglie di non vaccinarsi, sia la sicurezza degli altri dipendenti. Qualora, però, tali misure non appaiano possibili ovvero non risultino più essere in linea con le esigenze dell’azienda, il dipendente potrebbe essere considerato “temporaneamente inidoneo” a svolgere la mansione in sicurezza, non essendosi vaccinato. Pertanto, essendo ritenuto temporaneamente inidoneo, potrebbe finanche subire una sospensione dello stipendio. Se, poi, la sua assenza dal lavoro potrebbe pregiudicare l’organizzazione aziendale (in quanto trattasi di assenza indeterminata nella sua durata, ad esempio), allora potrebbe essere ipotizzata anche


l’ipotesi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo. In definitiva, dunque, in Italia non sembra prospettabile come prima ipotesi la possibilità per il datore di lavoro di licenziare il dipendente che non si sottopone al vaccino. Ciò nonostante, qualora tale scelta si traduca ed integri la causa del giustificato motivo oggettivo di licenziamento, allora appare possibile il licenziamento. Vi è, infine, un ultimo punto rilevante da considerare, relativo alla protezione dei dati del lavoratore: può l’azienda chiedere direttamente ai dipendenti di confermare l’avvenuta vaccinazione e pretendere l’esibizione dell’apposito certificato? La questione è stata affrontata anche dal Garante della Privacy, il quale ha precisato che il datore di

lavoro non può chiedere direttamente ai dipendenti informazioni o documenti relativi all’avvenuta vaccinazione. Solamente il medico del lavoro, in sede di giudizio circa l’idoneità del dipendente alla mansione, potrà accertare se c’è stata o meno la vaccinazione. In una prospettiva comparata ed internazionale, è bene segnalare come in altri Paesi le soluzioni adottate siano differenti. In particolare, in Paesi come il Brasile, la Germania e la Polonia, i dati relativi alla vaccinazione del dipendente possono essere utilizzati direttamente dal datore di lavoro. In altri Paesi, invece, come la Repubblica Ceca, la Russia e il Messico, tali dati possono essere trattati dal datore di lavoro solo in presenza di specifiche condizioni, come ad esempio il previo consenso del lavoratore.

da sinistra verso destra: Dott.ssa Federica Suma, Avv. Monica Lunardi, Dott.ssa Zainab Bougataya, Avv. Simone Facchinetti, Sig.ra Loredana Biffi, Avv. Eleonora Busnelli, Dott.ssa Alice Dondina ATLAS MAGAZINE | 35


GREEN PEA: IL DOVERE DELL’EDUCAZIONE, LA BELLEZZA DELLA SOSTENIBILITÀ di Leonardo Tiene

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rmai è chiaro quanto per noi di Atlas sia fondamentale il tema della sostenibilità ambientale, il perché è fondamentale e allo stesso tempo ovvio: noi tutti viviamo sulla Terra, proprio per il puro fatto che sia casa nostra dobbiamo trattarla con estremo rispetto, riducendo al minimo l’impatto che abbiamo su di essa, rispettando l’ambiente e gli ecosistemi che la abitano assieme a noi. Atlas è fondamentale anche per questo, diffondere il messaggio: uno strumento potente che cerca di trasmettere la cultura del rispetto ambientale e quindi ci rende responsabili dell’obiettivo più grande, ossia salvare il nostro pianeta. L’unico modo per poterlo fare in maniera efficace è quello di farlo insieme, coinvolgendo quante più realtà possibili che si uniscano al nostro grido di battaglia per l’ambiente. Con noi in questo articolo infatti parleremo di un’altra realtà innovativa e avanti con il tempo, avvincente e affascinante perché lega al massimo quello che per noi è dilettevole all’utile, o meglio il dovere con la bellezza.

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Stiamo parlando del centro commerciale più green del pianeta e che si trova a Torino: Green Pea! Abbiamo avuto l’onore di intervistare in esclusiva per Atlas il CEO del progetto e della realtà di Green Pea, Francesco Farinetti, che ci ha raccontato come è nata l’idea, quali sono le prospettive che si pongono davanti e tante altre curiosità dietro questa grande iniziativa. Per Francesco è stato un percorso e un risultato logico quello di Green Pea: parte tutto da quella che è oggi la realtà di Eataly (altra creatura affascinante sempre opera della famiglia Farinetti), ossia portare in Italia e in tutto il mondo la miglior food experience che il nostro paese possa offrire al cliente, rispettando il territorio e mostrando la bellezza naturale in un ambiente elegante, moderno, accogliente. Sono aspetti fondamentali per educare il target a consumare nel modo più responsabile possibile, che non significa “mangiare cose sane, punto” ma al contrario essere anche consapevoli. Una parola che spesso passa in sordina per la superficialità con cui viene affrontata, la stessa con


cui potremmo affrontare un’etichetta sul retro di un prodotto alimentare. Quindi perché Francesco Farinetti ci ha raccontato questa premessa? Perché la chiave di un messaggio e renderlo comprensibile a tutti, specialmente a chi ha in mano il futuro del nostro pianeta, è l’educazione, la scuola. Eataly è stata, ed è ancora oggi, ispirazione di quello che è il progetto finale di Green Pea: deve essere un luogo fisico in cui ci sia uno scambio di conoscenze sostenibili, in cui i più grandi ma soprattutto i più piccoli siano in grado di apprendere ciò che vedono attorno e quello che vedono deve essere la rappresentazione ideale di un futuro sostenibile e di un posto in cui non ci si pone limite nella creazione di nuove idee per salvare il pianeta. Dopo quindi aver capito le ragion d’essere della realtà create dal fondatore di Green Pea e di Eataly, effettivamente viene da chiedersi come rendere concreti questi concetti così importanti e delicati come appunto l’educazione, la formazione, la consapevolezza. Francesco ci spiega anche questo dettaglio importante. L’edificio si struttura in ben 5 piani, ciascuno ovviamente dedicato ad un tema vicino alla sostenibilità ambientale ma se vogliamo che ne esplora anche le bellezze: dai vestiti, al cibo, alle macchine costruite

dall’uomo per sfruttare al meglio il pianeta per fare del bene ma sempre senza mai lasciare il visitatore dall’apprendere su cosa sta camminando, cosa sta guardando e che ispirazione può trarre da tutto ciò. Il Piano 0, dedicato al tema Life, propone le aziende più autorevoli che si impegnano al 100% nel sostenibile e investendo sul futuro più verde: FCA, Iren, Enel X, TIM, Unicredit, Mastercard, FTP Industrial e Samsung che è anche partner tecnologico. Quello che è più interessante e che Francesco ha tenuto far notare è la presenza del Green Pea Discovery Museum. Come abbiamo citato finora, l’educazione e l’apprendimento sono tutto per porre delle fondamenta solide su cui poter costruire davvero un futuro per questo pianeta. Ecco, quindi, perché appena entrati abbiamo il museo di Green Pea, perché dobbiamo immergerci appieno in questa mentalità, scoprirla e toccarla con mano, come gli strumenti che ci spiegano come creare energia elettrica in maniera sostenibile e pulita oppure la storia del movimento green, chi ha ispirato tutto questo. Con questo, Green Pea si pone come luogo di accoglienza ma anche e soprattutto come educatore. Poi ci eleviamo al piano 1, in cui entriamo in un altro tema quotidiano in cui possiamo fare la differenza, ossia Home (Casa). oltre 40 Partner tra i quali Whirlpool, Valcucine, Roda, Gervasoni,

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Riva 1920, Pianca, Rubelli, Artemide, Driade e FontanaArte, sotto la guida del Home Brand Director Pierangelo De Poli. Il significato di questa scelta è altrettanto affascinante, perché per poter cambiare il mondo dobbiamo partire da noi stessi, in cui ognuno faccia la propria parte: dal chiudere un rubinetto così da non sprecare acqua all’avere elettrodomestici con un basso consumo o mi spiego meglio, con un consumo efficiente e intelligente. Il mondo inizia a cambiare quando ogni individuo diventa consapevole del proprio ambiente e quanto può migliorarlo, deve diventare quindi un’estensione di noi stessi. Così come casa nostra, noi siamo anche quello che vestiamo. Ecco che ci addentriamo quindi al piano successivo, il secondo, quello dedicato al Fashion: i migliori marchi della moda sostenibile italiana e internazionale tra i quali Borbonese, Timberland, PT Torino, Patagonia, ESEMPLARE, oscalito1936, Drumohr, Giampaolo, Ecoalf, North Sails, Dedicated e Ortigni sotto la guida del Fashion Brand Director Roberto Orecchia. E poi sartoria del passato e del futuro, con la avatar factory Igoodi. Quale modo migliore per portare all’ester-

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no il messaggio di Green Pea se non vestendosi in maniera sostenibile? Tra le aziende più conosciute al mondo della moda all’interno dell’ambiente più eco-friendly possibile. Una collaborazione o meglio una sinergia efficace in grado di garantire al cliente che essere sostenibile non solo è un dovere ma è anche bello, attraente in una parola: efficace. E le aziende sono sempre più consapevoli di questo aspetto, che lo si voglia o meno la sostenibilità deve arrivare il più lontano possibile. Per fare ciò bisogna colpire il target nella maniera più fruibile possibile e nel modo più green, dalla A alla Z. Francesco Farinetti con Green Pea l’ha intuito e ha incrociato questi interessi con il dovere della sostenibilità creando lo spazio, il luogo ideale per accogliere questi bisogni, senza mai scordare il ruolo importante di educatore verso le persone, verso il futuro. Decolliamo verso il terzo piano, dunque, il piano dedicato alla Bellezza: le migliori firme italiane dell’abbigliamento – Ermenegildo Zegna, Brunello Cucinelli, Herno e SEASE – proporranno concept store dedicati a Green Pea. E, parallelamente, cosmesi, libri, cultura e cibo, insieme. Da un nuovo format di Sartoria Cosmetica con Allegro


Natura a un Bistrot Pop, 100 Vini e Affini, in collaborazione con Fontanafredda e Affini fino, a un Ristorante Stellato, Casa Vicina, gestito dalla famiglia Vicina. Il piano 4 invece ospita un esclusivo, ma inclusivo, Club sul Rooftop dedicato all’Ozio Creativo, con l’alkemy Spa, Cocktail Bar e la prima infinity pool di Torino affacciata sull’arco alpino: l’Otium Pea Club, curato da To Be srl. È forse proprio all’ultimo piano che troviamo il cuore di Green Pea, perché come tiene dire Francesco Facchinetti spesso è proprio nell’incontro tra le persone che nascono le idee migliori e il Club sul Rooftop ha proprio questo ideale di riunione inclusiva al centro, in cui le persone dopo un vero e proprio viaggio all’interno dell’edificio si incontrano per parlare e riflettere, pensare che forse essere green non è così male e impossibile oggi, ma qualcosa di bello, di doveroso soprattutto visto il grande risultato ottenuto con il luogo appena visitato. Prende vita anche un altro aspetto vitale per noi e per le nostre menti: il tempo. Il Presidente di Green Pea ha infatti analizzato anche questo aspetto per costruire attorno ad esso il progetto: sostenibilità, infatti, è un concetto all’idea del tempo, ossia quanto può durare qualcosa. Nasce con l’avvento del pianoforte: uno dei suoi pedali si chiama sustain cioè proprio quello strumento che allunga la nota, per farle durare più a lungo. Ecco che quindi traducendo nuovamente in sostenibilità ambientale per Green Pea, significa scoprire e riscoprire nuovi modi per dare nuova vita agli aspetti che pensavamo fossero conclusi o fini a sé stessi, far durare dunque il più possibile la bellezza delle cose, rinnovandole. Il tempo però non ci stupisce solo in questo aspetto ma anche per la concezione di ozio creativo, che si contrappone proprio al neg-ozio (aspetto visitato nei piani sottostanti al quarto). Comunemente l’ozio è sinonimo di tempo sprecato o tempo per far nulla di produttivo, ma nell’antichità l’otium è il momento migliore in cui avviene l’epifania di un’idea, è il momento cruciale in cui avviene il cambiamento del mondo e che spiega quindi il perché ancora una volta dell’ultimo piano del Green Pea:

il piano dedicato all’incontro tra pensieri mentre siamo in un momento di ozio creativo, ossia quel momento dove la mente si libera nel modo più libero possibile e perché no, anche geniale. Non è nemmeno un caso che il luogo che ospitava l’otium nell’antichità si chiamasse scholè, luogo in cui si vive l’amore per il sapere. Concludendo quindi questo bellissimo viaggio all’interno di Green Pea: abbiamo scoperto grazie al nostro ospite Francesco Farinetti che questo non è solo un luogo pieno di bellezze architettoniche, design, intrattenimento nel nome della sostenibilità, ma anche un luogo di culto per essa: si parla di conoscenza, apprendimento, futuro e educazione. Concetti imprescindibili al giorno d’oggi, ora più che mai nella situazione che il nostro pianeta sta vivendo. Il più grande e l’unico centro commerciale sostenibile diventa quindi simbolo vero e proprio non solo del vivere in maniera sinergica con l’ambiente circostante ma anche educare il prossimo a farlo in tutto il mondo: dal consumare, al vestire, al confrontarsi a vicenda. È solo così che si diventa parte del cambiamento, l’indifferenza lo uccide.

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Le ricette di Atlas

DULCIS IN FUNDO “CIAMBELLONE UMIDO”... (al cacao, cocco, ananas e bacche di goji)!!! di Domiziana Coracci

Eccoci di nuovo con un’altra ricetta: stavolta e finalmente super dolcissima, ma come avrete modo di vedere sana e light per la scelta degli ingredienti, che come sempre la fanno da padroni! La qualità qui è di casa! Nello specifico poi è una ricetta sia gluten free che dairy free: niente glutine e neanche lattosio! Sfornerete paradossalmente il ciambellone più umido che avrete mai assaggiato e ogni volta sarete in grado di vivere un’esperienza diversa, semplicemente cambiando la frutta sia fresca che essiccata che andrete ad utilizzare. Comune denominatore sarà sempre il cacao, che si sa è fonte di felicità! ATLAS MAGAZINE | 40


INGREDIENTI • 3 uova; • 200 gr. di zucchero di cocco; • 100 gr. di olio di cocco; • 400 gr. di acqua; • 50 gr. di cacao amaro; • 200 gr. di farina di cocco (NO COCCO RAPÈ!!!); • 20 gr. di bicarbonato; • 30 gr. di bacche di goji; • 1/4 di ananas a cubetti (togliete base e ciuffo, tagliate in due per il verticale e fate due spicchi con una delle metá ottenute. Ne riducete uno a dadini piccoli, compreso il centro).

PROCEDIMENTO - Tagliare 1/4 di ananas a dadini. - Sbattere le uova intere con le fruste elettriche. - Aggiungere lo zucchero di cocco e incorporare. - Poi a seguire l’olio di cocco, l’acqua, il cacao amaro, la farina di cocco (MI RACCOMANDO FARINA E NON COCCO RAPÈ) ed infine il bicarbonato, mescolando un ingrediente alla volta. - Unire al composto le bacche di goji e i dadini di ananas. - Versare in uno stampo di silicone e livellare. - Cuocere in forno statico preriscaldato a 170° per 1 ora. “N.B. NO DRAMA: quando aggiungerete la farina di cocco vi assaliranno i dubbi peggiori, perchè l’impasto diventerà sabiosissimo... È NORMALE!” - Controllare la torta con uno stecchino, se è ancora troppo umida, abbassare la temperatura del forno a 100° e cuocere per altri 15/20 minuti, finché lo stecchino non risulterá asciutto.

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“P.S. Non riuscirete a togliere il dolce dallo stampo prima che si freddi e nemmeno una volta che lo farà!!! Lasciatelo lì e gustatevi il ciambellone più umido e cioccolatoso che mangerete mai!!!” VARIAZIONI: La fantasia è un altro degli ingredienti fondamentali in qualsivoglia ricetta e in questa vi permetterà davvero di spaziare da un continente all’altro, con un solo morso! Di seguito alcuni dei miei personali abbinamenti (tutti sperimentati ovviamente), ma siate audaci e sperimentate! - Uva passa, mele e un pizzico di cannella; - Fichi secchi e pere; - Albicocche secche e caco mela; - Mirtilli rossi essicati e mango; - Mirtilli essicati e papaya; Ovviamente le dosi corrispondono a 30/50 gr. per la frutta essiccata (la grammatura dipende dal grado di essiccazione); mentre per quella fresca, vi regolate a seconda del frutto scelto, tenendo in considerazione che nel caso delle mele, ne andrete ad utilizzare due.

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CURIOSITÀ - LO ZUCCHERO DI COCCO: Cos’è lo zucchero di cocco? Lo zucchero di fiori cocco, conosciuto anche come zucchero di palma da cocco, è un dolcificante naturale che si ricava dalla linfa o nettare dei fiori della palma da cocco. Utilizzato spesso in sostituzione dello zucchero semolato, ha un indice glicemico (GI) piuttosto basso, pari a 35. Si presta ad essere utilizzato per tutte le preparazioni che prevedono l’uso dello zucchero tradizionale nelle stesse proporzioni, in quanto ha un potere dolcificante molto simile, ma rispetto ad esso ha un gusto più intenso e fruttato, con un retrosapore che ricorda il caramello. Non va confuso con lo zucchero di palma, che si ottiene da tutt’altra pianta. Proprietà dello zucchero di cocco. Non essendo un prodotto raffinato, lo zucchero di fiori di cocco è un dolcificante integrale dal colore marrone che mantiene intatte quasi tutte le proprietà nutritive: contiene discrete quantità di vitamine del gruppo B, potassio, magnesio, fosforo, calcio, zinco, ferro e anche enzimi che consentono un lento assorbimento degli zuccheri nel sangue. Questo zucchero ricavato dai fiori non è tuttavia un prodotto che faccia dimagrire o dalle virtù miracolose: si ricorda, infatti, che 100 g apportano circa 380 kcal.


via Varesche, 46 - 37010 Costermano sul Garda (Vr) www.atlasmagazine.it - info@atlasmagazine.it

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Atlas Magazine - edizione Marzo 2021

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