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ATLANTE

DELLE GUERRE E DEI CONFLITTI DEL MONDO

Quarta edizione


INFOGRAFICA L’ATLANTE DELLA PIRATERIA

FONTE DEI DATI

ICC INTERNATIONAL MARITIME BUREAU RELAZIONE PER IL PERIODO DI 1 GENNAIO - 30 GIUGNO 2012

433

L’Oceano Indiano e le acque adiacenti il Corno d’Africa restano, in assoluto, le aree dove si verifica la maggior parte degli attacchi dei pirati. Nello specifico, in questi ultimi anni si è verificato un aumento esponenziale degli attacchi in Somalia, in Nigeria, nel Golfo di Aden e nel Capo di Buona Speranza. Spostandoci verso Est, tra Sumatra e la penisola della Malesia, anche lo stretto di Malacca rappresenta uno dei passaggi più insidiosi per le navi mercantili. Il “caso” Somalia rappresenta, in assoluto, il centro nevralgico della pirateria mondiale. Basti pensare che il 92% del totale dei sequestri di tutto il mondo legato a questa attività criminale si è verificato in quest’area. Nel corso degli anni i pirati somali hanno allargato notevolmente il proprio raggio d’azione, arrivando a raggiungere a Sud il Canale di Mozambico e a Est il 72° parallelo dell’Oceano Indiano.

2007 37 29 5 55 126

2008 39 31 2 42 114

2009 151 36 0 53 240

2010 100 35 2 59 196

2011 160 35 3 68 266

2012 78 39 2 58 177

2007 33 71 9 13 126 263

2008 20 71 11 12 114 293

2009 56 78 75 31 240 406

2010 47 70 48 31 196 445

2011 62 99 76 29 266 439

2012 52 80 25 20 177

Tipi di violenza all'equipaggio Tipo di violenza Ostaggio Rapimento Minaccia Aggressione Ferimento Uccisione Disperso Totale

2007 152 41 3 20 19 3

2008 190 6 4 5 19 7 7 238

2009 561 7 6 3 19 6 8 610

2010 597 3 9 1 16 1

2011 495 13 21 4 39 7

2012 334 3 10 1 9 4

31 160milioni 238

627

579

O

di dollari

Somalia

Indonesia

S 17

Nigeria

13

Golfo di Aden

E’ il numero di riscatti pagati ai

per un totale di

44

32

E

361

pirati somali nel

125 Le seguenti cinque località hanno contribuito al 66% del totale di 177 incidenti segnalati nel periodo gennaio - giugno 2012

N

Tipo di attacco Categoria Tentato Abbordaggi Fuoco su Dirottato Sub Totale Totale fine anno

Attacchi a navi mercantili dal 2008 a metà del 2012. Quelli riusciti sono stati

I LUOGHI A MAGGIOR RISCHIO

Tipi di armi usate durante gli attacchi Tipo di Armi Pistole Coltelli Altre armi Non dichiarato Totale

ATLANTE DELLE GUERRE E DEI CONFLITTI DEL MONDO

BULK CARRIER CHEMICAL TANKER CONTAINER TANKER PRODUCT TANKER GENERAL CARGO TUG LPG TANKER OFFSHORE SUPPLY SHIP DHOW FISHING VESSEL RO-RO CARGO SHIP REFRIGERATED CARGO SHIP LING TANKER PIPE LAYER VESSEL RESERCH VESSEL NAVAL AUXILIARY SHIP GUARD VESSEL

1 1 1 1

2 2 2

6 6 5 5 4

8

13

22

26

33

39

TIPOLOGIA DI NAVI ATTACCATE DA GENNAIO A GIUGNO 2012

12

Mar Rosso

Attacchi effettivi Attacchi tentati Navi sospette Rotte marine Somalia Indonesia Nigeria Golfo di Aden Mar Rosso


INFOGRAFICA L’ATLANTE DELLA PIRATERIA

FONTE DEI DATI

ICC INTERNATIONAL MARITIME BUREAU RELAZIONE PER IL PERIODO DI 1 GENNAIO - 30 GIUGNO 2012

433

L’Oceano Indiano e le acque adiacenti il Corno d’Africa restano, in assoluto, le aree dove si verifica la maggior parte degli attacchi dei pirati. Nello specifico, in questi ultimi anni si è verificato un aumento esponenziale degli attacchi in Somalia, in Nigeria, nel Golfo di Aden e nel Capo di Buona Speranza. Spostandoci verso Est, tra Sumatra e la penisola della Malesia, anche lo stretto di Malacca rappresenta uno dei passaggi più insidiosi per le navi mercantili. Il “caso” Somalia rappresenta, in assoluto, il centro nevralgico della pirateria mondiale. Basti pensare che il 92% del totale dei sequestri di tutto il mondo legato a questa attività criminale si è verificato in quest’area. Nel corso degli anni i pirati somali hanno allargato notevolmente il proprio raggio d’azione, arrivando a raggiungere a Sud il Canale di Mozambico e a Est il 72° parallelo dell’Oceano Indiano.

2007 37 29 5 55 126

2008 39 31 2 42 114

2009 151 36 0 53 240

2010 100 35 2 59 196

2011 160 35 3 68 266

2012 78 39 2 58 177

2007 33 71 9 13 126 263

2008 20 71 11 12 114 293

2009 56 78 75 31 240 406

2010 47 70 48 31 196 445

2011 62 99 76 29 266 439

2012 52 80 25 20 177

Tipi di violenza all'equipaggio Tipo di violenza Ostaggio Rapimento Minaccia Aggressione Ferimento Uccisione Disperso Totale

2007 152 41 3 20 19 3

2008 190 6 4 5 19 7 7 238

2009 561 7 6 3 19 6 8 610

2010 597 3 9 1 16 1

2011 495 13 21 4 39 7

2012 334 3 10 1 9 4

31 160milioni 238

627

579

O

di dollari

Somalia

Indonesia

S 17

Nigeria

13

Golfo di Aden

E’ il numero di riscatti pagati ai

per un totale di

44

32

E

361

pirati somali nel

125 Le seguenti cinque località hanno contribuito al 66% del totale di 177 incidenti segnalati nel periodo gennaio - giugno 2012

N

Tipo di attacco Categoria Tentato Abbordaggi Fuoco su Dirottato Sub Totale Totale fine anno

Attacchi a navi mercantili dal 2008 a metà del 2012. Quelli riusciti sono stati

I LUOGHI A MAGGIOR RISCHIO

Tipi di armi usate durante gli attacchi Tipo di Armi Pistole Coltelli Altre armi Non dichiarato Totale

ATLANTE DELLE GUERRE E DEI CONFLITTI DEL MONDO

BULK CARRIER CHEMICAL TANKER CONTAINER TANKER PRODUCT TANKER GENERAL CARGO TUG LPG TANKER OFFSHORE SUPPLY SHIP DHOW FISHING VESSEL RO-RO CARGO SHIP REFRIGERATED CARGO SHIP LING TANKER PIPE LAYER VESSEL RESERCH VESSEL NAVAL AUXILIARY SHIP GUARD VESSEL

1 1 1 1

2 2 2

6 6 5 5 4

8

13

22

26

33

39

TIPOLOGIA DI NAVI ATTACCATE DA GENNAIO A GIUGNO 2012

12

Mar Rosso

Attacchi effettivi Attacchi tentati Navi sospette Rotte marine Somalia Indonesia Nigeria Golfo di Aden Mar Rosso


ATLANTE DELLE GUERRE E DEI CONFLITTI DEL MONDO Quarta edizione Dedicata a Malala Yousafzai

Associazione 46째 Parallelo


ATLANTE DELLE GUERRE E DEI CONFLITTI DEL MONDO QUARTA EDIZIONE Direttore Responsabile Raffaele Crocco Capo Redattore Federica Ramacci

assoc iazio ne cultu rale

2

In redazione Beatrice Taddei Saltini Daniele Bellesi Hanno collaborato Paolo Affatato Andrea Baranes Barbara Bastianelli Giulia Bondi Fabio Bucciarelli Pietro Cavallaro Francesco Cavalli Luigi Cortellessa Angelo d’Andrea Angela de Rubeis Angelo Ferrari Marina Forti Federico Fossi Emanuele Giordana Flora Graiff Diego Ibarra Sanchez Rosella Ideo Adel Jabbar Stefano Liberti Enzo Mangini Federica Miglio Luisa Morgantini Enzo Nucci Ilaria Pedrali Alessandro Piccioli Alessandro Rocca Stefano Rossini Ornella Sangiovanni Luciano Scalettari Renato Kizito Sesana Pino Scaccia Alessandro Turci Roberto Zichittella Editing Marika Tamanini Anna Cinzia Dellagiacoma

Redazione Associazione 46° Parallelo Via Piazze 34 - Trento info@atlanteguerre.it www.atlanteguerre.it

Un ringraziamento speciale a: Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR)

Foto di copertina ©Diego Ibarra Sánchez www.diegoibarra.com

Giovanni Puglisi, Presidente Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International

Si ringrazia Flora Graiff, creatrice de “Il mondo di Kako”, per aver voluto partecipare al progetto

Testata registrata presso il Tribunale di Trento n° 1389RS del 10 luglio 2009 Tutti i diritti di copyright sono riservati ISSN: 2037-3279 ISBN-13: 978-8866810186 Finito di stampare nel dicembre 2012 Grafiche Garattoni - Rimini

Progetto grafico ed impaginazione Daniele Bellesi Progetto grafico della copertina Daniele Bellesi


Algeria Ciad Costa d’Avorio Guinea Bissau Liberia Libia Mali Nigeria Repubblica Centrafricana Repubblica Democratica del Congo Sahara Occidentale Somalia Sudan Sud Sudan Uganda

48 52 56 60 64 68 72 76 80 84 88 92 96 100 104

Colombia Haiti

112 116

Afghanistan Cina/Tibet Filippine India Iraq Kashmir Kirghizistan Pakistan Thailandia Timor Est Turchia Yemen

124 128 132 136 140 144 148 152 156 160 164 168

Israele/Palestina Libano Siria

178 182 186

Cecenia Cipro Georgia Kosovo

194 198 202 206

Editoriale Raffaele Crocco Saluti Amministratori Introduzione Barbara Bastianelli Introduzione Flavio Mongelli Introduzione Riccardo Noury Istruzioni per l’uso Raffaele Crocco La situazione Raffaele Crocco Il mondo in movimento/1 Laura Boldrini Beni a rischio/1 Giovanni Puglisi Banche e guerra Andrea Baranes Informazione e guerra Enzo Nucci Vittime di guerra/1 Luisa Morgantini Geografia della guerra Rosella Ideo Evoluzione dei conflitti Enzo Nucci Land grabbing Stefano Liberti Vittime di guerra/2 Renato Kizito Sesana SPECIALE La pirateria La pirateria/1 Alessandro Rocca La pirateria/2 Enzo Mangini La pirateria/3 Luciano Scalettari Africa Libertà e giustizia sono il sogno africano Amnesty International SCHEDE AFRICA

108 109 110

Inoltre Etiopia America C’è ancora Guantanamo nell’America di Obama Amnesty International SCHEDE AMERICA

120 121 122

Inoltre Messico Asia Fra integralismo e dittature Amnesty International SCHEDE ASIA

172 175 176

Inoltre Birmania - Corea del Nord/Sud - Iran Medio Oriente I diritti umani sono lontani Amnesty International SCHEDE MEDIO ORIENTE

191 192

Europa In Europa vince la chiusura Amnesty International SCHEDE EUROPA

210

Inoltre Paesi Baschi

211 213 215 218 222 223 225 227 231 234 239 241 245 246 247

SPECIALE SVOLTA ISLAM Resta il dubbio sull’inizio del cambiamento Adel Jabbar Foto reportage dalla Siria Fabio Bucciarelli Altri stati coinvolti Ilaria Pedrali Le missioni Onu Nazioni Unite - I Caschi Blu Raffaele Crocco Vittime di guerra/3 Federico Fossi Il mondo in movimento/2 Giulia Bondi Foto reportage dalla Colombia Diego Ibarra Sanchez Beni a rischio/2 Luigi Cortellessa Beni a rischio /3 Federica Ramacci Gruppo di lavoro Glossario Fonti Ringraziamenti

3

Indice

5 6 9 10 11 14 15 17 19 21 23 25 27 29 31 33 37 39 41 43 45 46


Idea e progetto Associazione 46째 Parallelo Via Piazze 34 - Trento

Edizione Editrice AAM Terra Nuova S.r.l. Via Ponte di Mezzo, 1 50127 - Firenze Tel. +39 055 3215729 Fax +39 055 3215793 info@aamterranuova.it www.aamterranuova.it

Associazione 46째 Parallelo Via Piazze 34 - Trento info@atlanteguerre.it www.atlanteguerre.it

Foto di Fabio Bucciarelli

Partner

Con il supporto di

Con la collaborazione di

4

www.ilariaalpi.it

Con il patrocinio di

Con il contributo di

Sponsor PROVINCIA DI PESARO E URBINO

In collaborazione con


Editoriale

Mi hanno raccontato una storia.

Conoscere la guerra, per smettere di farla

Lorenzo Taliani - Fzero Photographers

Il Direttore Raffaele Crocco

5

U

n giorno, qualche anno fa, in un luogo che non ricordo, forse negli Stati Uniti, forse in Europa, era stato organizzato un convegno per trovare soluzione alle troppe guerre dell’Africa. Erano stati invitati Presidenti, capi di Governo, capi Tribù e ognuno di loro aveva raccontato quello che accadeva nel proprio Paese. Ad un certo punto si era alzato un vecchio capo, di non so quale Regione. “Anche noi – aveva detto – siamo stati impegnati per anni in una tremenda guerra contro i nostri vicini. Per un tempo interminabile noi e loro abbiamo combattuto per controllare l’acqua della nostra terra. Poi, un giorno, vicino ad un pozzo c’è stato un morto. Era davvero troppo: abbiamo subito smesso di combattere”. Davvero è accaduto, non è una favola. Davvero esistono nel mondo, in qualche Regione sperduta che poco conosciamo, essere umani che smettono di farsi la guerra se qualcuno muore. Potrà sembrare un sogno, invece è un segno: dentro la nostra pancia, nella nostra testa o nell’anima, se preferite, c’è l’idea che la morte in guerra di qualcuno sia ingiusta, per qualsiasi ragione. È un’idea da coltivare anche leggendo questo Atlante. Per la quarta volta, in quattro anni, mettiamo in fila ciò che accade nel Pianeta. Alcune guerre sembrano essere alla fine, dopo decenni: nei Paesi Baschi, in Colombia, in parte nelle Filippine. Altre sono arrivate a sconvolgere la vita di milioni di persone, costrette a fuggire, a lasciare tutto. Nel Mali l’integralismo sta distruggendo storia e cultura di un popolo in nome di un dio. In Siria il potere difende se stesso uccidendo chi dovrebbe governare. Storie che teniamo lontane. La Comunità internazionale sta mostrando – anche in questi casi, soprattutto in Siria – la propria incapacità nel trovare soluzioni, nel portare pace. Gli interessi contrari e contrastanti delle potenze che siedono nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite impediscono interventi e rendono inevitabile l’idea del massacro. Quando non siamo distratti, scopriamo di essere addolorati e impotenti. L’unica strada possibile, allora, è continuare a raccontare quello che avviene, insistere nell’informare, pensando che ognuno, poi, possa avere una libera opinione e possa chieder conto di quello che accade. È la vecchia storia della democrazia, amici miei. Lo abbiamo dimenticato, ma a volte funziona ancora.


Saluti

6

Q

uesta quarta edizione dell’“Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo” è al tempo stesso un monito e un impegno per tutti noi. La drammatica geografia dell’orrore diffuso nelle zone più calde del mondo, che molto spesso sono anche le più povere, si ripete ormai ossessivamente anno dopo anno, con una macabra contabilità che porta a cifre incredibilmente assurde, mettendo sotto accusa la superficialità e l’indifferenza di tanta parte del cosiddetto mondo occidentale, che è anche il mondo più ricco. Guerre grandi, che hanno gli onori della cronaca quotidiana, e guerre piccole, di cui solo gli addetti ai lavori conoscono le reali proporzioni, sono qui inanellate l’una dopo l’altra suddivise per continenti, in una galleria feroce e crudele che miete le proprie vittime di preferenza tra le fasce più deboli e affamate e abbandonate delle popolazioni coinvolte. Ci sentiamo impotenti e anche moralmente stanchi, quando giungiamo al termine di questo Atlante: riconosciamo sulle nostre spalle il peso della debolezza umana e vorremmo che i nostri governi intervenissero con le strategie più opportune e che le organizzazioni internazionali avessero finalmente quell’autorevolezza di cui avrebbero bisogno per far sentire la voce dei pacificatori. È un monito, questo Atlante, ma è anche un grande manifesto che dà spazio a chi si impegna per combattere questi drammi e per alleviare le condizioni di vita dei profughi, degli sfollati, dei perseguitati. È l’altra faccia della medaglia di una tragedia mondiale che coinvolge fedi religiose, culture, lingue e storie diverse: è l’elenco puntiglioso delle missioni di pace promosse dall’ONU, è l’attività dei diplomatici che si lanciano nella difficile impresa di far dialogare i contendenti, è la presenza spesso silenziosa e sotto traccia, ma non per questo meno importante e indispensabile delle organizzazioni di solidarietà che si occupano dei milioni di vittime come lievito nascosto sotto la cenere dei conflitti... Il nostro Trentino di fronte a questi drammi può dire la sua, e lo sta facendo con le centinaia di progetti di solidarietà che in tutti i continenti della Terra contribuiscono a migliorare le condizioni di vita dei più fragili; con la presenza caritatevole e generosa dei nostri missionari sui fronti della fame e dello sfruttamento; lo sta facendo con le moltissime associazioni di volontariato che, dal Trentino, supportano, sostengono e finanziano programmi di crescita. Lo sta facendo, mi permetto di aggiungere, anche con apposite leggi a sostegno della solidarietà internazionale e con la partecipazione a specifici Tavoli di confronto che fanno del Trentino un laboratorio all’avanguardia – in Italia e in Europa – nella comprensione delle cause che scatenano i conflitti e nel sostegno operoso e attivo offerto alle popolazioni coinvolte. Ecco perché la Provincia autonoma di Trento ha deciso di contribuire alla realizzazione anche di questa quarta edizione dell’Atlante: siamo infatti convinti che questo sia uno strumento fondamentale per diffondere informazioni, dati, numeri, cronache e prospettive sulle ingiustizie che lacerano il nostro pianeta. Senza informazioni, senza dati reali e verificati è difficile che possano nascere e diffondersi e rafforzarsi coscienza e impegno, ma è altresì impossibile che possa avverarsi il nostro obiettivo segreto: il sogno che ci guida è che un giorno non lontano si possa finalmente sfogliare, magari a partire già dalla prossima edizione, un ���Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo” sempre più leggero e sempre più sottile. Lorenzo Dellai Presidente della Provincia autonoma di Trento

N

onostante il periodo di notevoli difficoltà finanziarie che la Provincia di Firenze sta attraversando, come tutto il sistema delle Autonomie Locali, a seguito dei pesanti tagli imposti dal Governo nazionale, abbiamo anche questo anno deciso di sostenere la nuova edizione dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti. Lo abbiamo fatto con convinzione perché crediamo che sia una ottima pubblicazione ed un valido strumento di informazione e formazione culturale e politica. Per questo assieme alla Commissione Consiliare che si occupa di cooperazione internazionale e politiche di pace vogliamo, come abbiamo fatto negli anni scorsi, diffonderlo e farlo conoscere nei nostri Comuni e nelle scuole del territorio provinciale. Crediamo, infatti, che la dura e profonda crisi economica e sociale che stiamo vivendo non ci debba far rinchiudere in un orizzonte piccolo ed angusto, ma dobbiamo all’opposto alzare lo sguardo sul mondo, sui tanti, troppi conflitti ancora aperti, sulle cause reali e su cosa e cosa possiamo fare anche noi per risolverli, evitarli, prevenirli. Il nostro pensiero va infine alla difficile situazione del Medio Oriente ed in particolare alla Palestina perché si possa riaprire un concreto processo di pace che dia finalmente a quella terra il futuro di due popoli e due stati che convivono in pace, libertà e giustizia. Andrea Barducci Presidente Provincia di Firenze


Saluti

S

crivo queste note introduttive alla quarta edizione di questo prezioso “Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo” mentre si è appena instaurata una fragile tregua fra palestinesi ed israeliani giunti, per l’ennesima volta nel corso degli ultimi anni, sull’orlo del baratro della guerra totale. Ma per una tregua che si instaura, dobbiamo registrare la nuova strage di bambini (10 tutti sotto i 15 anni) colpiti dalle bombe a grappolo dell’esercito in Siria dove si svolge una guerra civile sorda e ormai penetrata nel nostro quotidiano come un dato ineluttabile, quasi scontato tanto da aver perso di notiziabilità. Come, del resto, per molti altri conflitti di cui non ci parlano i media (spesso attenti piuttosto ad eventi più frivoli ed esiziali). Così a sfogliare e leggere il volume diretto da Raffaele Crocco e frutto del lavoro documentato e appassionato di decine di collaboratori, si ricava la sensazione che forse lo stato delle relazioni fra popoli e nazioni del pianeta non sia altro che una fragile tregua in una guerra totale nei quattro angoli del globo. Dove, sia chiaro, la guerra non è solo il perdurare di decine di conflitti armati in atto ogni giorno mentre noi facciamo colazione, andiamo al cinema o entriamo in ufficio, ma anche la condizione di milioni di profughi, la violazione dei diritti umani e civili ad ogni latitudine del globo, i rapporti fra finanza e produzione e commercio degli armamenti. Sono problematiche che interrogano tutti noi, che viviamo in Stati e zone pacifiche, ma che forse non lo sono veramente perché non possiamo tirarci fuori dai processi della globalizzazione. I nostri risparmi entrano in flussi finanziari globali che non è escluso – e noi non lo sappiamo – che entrino in circuiti che vanno ad alimentare commerci di armi e guerre; i profughi dei conflitti del nord Africa spingono nei nostri territori migliaia di profughi. Noi abbiamo in dovere e l’interesse ad agire, costruendo azioni di solidarietà (come ha fatto la Toscana con i profughi libici e tunisini), iniziative di dialogo (come avvenuto per progetti di cooperazione fra israeliani e palestinesi nella nostra regione), progetti di cooperazione allo sviluppo, attività educative per contrastare il razzismo. L’Atlante ci aiuta in questo lavoro quotidiano e testardo di quanti, volendo la pace, la prepara ogni giorno nella vita sociale, culturale, economica e politica.

7

Enrico Rossi Presidente Regione Toscana

C

ome già lo scorso anno, abbiamo deciso di sostenere l’Atlante delle Guerre e dei Conflitti del Mondo, arrivato alla quarta edizione, con l’intenzione di farne uno strumento utile nelle scuole, nelle associazioni, là dove l’informazione sul Mondo, sull’altro da noi, diventa importante. Conoscere le ragioni che costringono milioni di essere umani a fuggire, lasciando la terra dove sono nati, per raggiungere nuove mete, nuove case, è fondamentale per capire i nostri tempi e per imparare a riconoscere chi viene a vivere nelle nostre città, lavorando al nostro fianco. Da questo punto di vista, continuo a pensare che la geografia sia uno strumento essenziale per iniziarci tutti a questa conoscenza. L’Atlante diventa allora, anche per chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica, un ausilio valido per le sfide di questi tempi difficili, in un territorio che cambia volto e che si evolve culturalmente, muta. Impossibile pensare a politiche efficaci se manca la visione globale, d’insieme. L’informazione torna così ad avere un ruolo centrale, si mette al centro di processi culturali e ci permette di sperare in un futuro migliore del passato     Alessia Morani Assessore alla Pubblica Istruzione, Integrazione interculturale, Cooperazione internazionale, Educazione alla Pace e alla Legalità - Provincia di Pesaro e Urbino


Saluti

L

a Provincia di Siena ha deciso di rinnovare, anche per questa 4^ edizione, il sostegno alla pubblicazione “L’Atlante delle Guerre” riconfermandolo come un ottimo strumento per veicolare presso il territorio e le scuole, i valori della pace e della non violenza. In quest’ottica il volume ha partecipato al “IV Salone degli Editori Senesi“ promosso dall’Amministrazione “Leggere è VOLARE”, con la presentazione avvenuta al Liceo Volta di ColleVal d’Elsa. La ricognizione puntuale sullo stato dei conflitti nel pianeta che troviamo all’interno dell’Atlante, rappresenta uno straordinario strumento di analisi, riflessione aggiornato e documentato per tutti coloro che si occupano di cooperazione internazionale e azioni di pace. Occorre ricordare come la gente raramente vince le guerre, di solito viene uccisa mentre i governi si ricompongono o si trasformano, oppure viene soffocata nei suoi diritti di libertà e di espressione. Il messaggio che arriva è l’urgenza di una voce forte, piena di rabbia ma anche di compassione per le vittime di qualunque bandiera e religione, al fine di condannare in modo lucido e documentato i rischi della globalizzazione dell’economia mondiale, della privatizzazione delle risorse energetiche, del divario tra Oriente ed Occidente, tra Nord e Sud del mondo. Vi sono, come affermano gli autori, guerre dimenticate di cui non viene fatta parola che devastano paesi e popolazioni; il mondo praticamente è in guerra da sempre. L’Atlante ricostruisce e fotografa questi scenari dando un contributo alla riflessione comune, auspicando che ne derivino atteggiamenti consapevoli ed efficaci nelle iniziative da intraprendere a favore della pace e solidarietà internazionale. Gabriele Berni Assessore alla Cooperazione Internazionale - Provincia di Siena

8

L

’informazione gioca un ruolo chiave nel sensibilizzare l’opinione pubblica su quanto accade nel mondo: conflitti spesso ignorati e talvolta sconosciuti sono causa di enorme sofferenza in molte parti del mondo, eppure pochi si muovono concretamente per porvi fine. E troppe volte ciò accade a causa dell’indifferenza, dovuta ad una carenza di informazioni. Ecco perché ho accolto con grande favore la possibilità di stampare una seconda edizione di questo Atlante, che rappresenta davvero una luce su questi conflitti, uno strumento ideato per testimoniare e far conoscere realtà dimenticate. Questo è il grande pregio di un’opera che, trattando un tema così drammatico in maniera oggettiva, spiega soprattutto ai più giovani quanto sia fragile l’equilibrio che mantiene stabile la nostra società e quali responsabilità abbiamo verso il prossimo. Il Trentino-Alto Adige/Südtirol è una terra di confine, che vanta una storia millenaria di convivenza tra popoli di lingua e cultura diversa, ma dove non sono mancati periodi carichi di tensioni e incomprensioni, alternati ad altri di prolifica collaborazione. Oggi proprio la nostra Regione è un modello che viene preso ad esempio da molti, ma quello che ha portato allo Statuto d’Autonomia di cui godiamo non è stato certo un percorso facile. Non sorprende dunque che proprio qui, in un territorio ancora segnato dalle cicatrici della Grande Guerra, abbia trovato sede una associazione che vuole diffondere questo forte messaggio di Pace. Da questa consapevolezza nasce la volontà di contribuire alla diffusione di un testo così importante, per il quale ringrazio in particolar modo Raffaele Crocco, giornalista di grande professionalità ed umanità, e tutti gli autori che, attraverso l’Associazione 46° Parallelo, stanno diffondendo un messaggio di solidarietà di straordinario valore. Marco Depaoli Vicepresidente del Consiglio regionale Trentino Alto Adige

L

a guerra distrugge, l’artigianato costruisce. La guerra allontana, frammenta e desertifica, l’artigianato avvicina, compone e coltiva. Due mondi opposti, interpretati da uno stesso protagonista: l’uomo. Capace di fare “quasi” tutto. Di creare attorno a sé sia il giorno più splendente sia la notte più buia. Forse consapevole di come la notte, per quanto buia, si dissolva sempre in una nuova alba. Roberto De Laurentis Presidente dell’Associazione Artigiani di Trento.


Introduzione

In 20 anni nulla è cambiato

Ricordare vuol dire difendere l’informazione

Barbara Bastianelli Premio Ilaria Alpi

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S

ono passati 18 lunghi anni da quel 20 marzo 1994, quando a Mogadiscio in Somalia furono uccisi la giornalista del Tg3 Rai Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin. I due giornalisti erano in Somalia per documentare il ritiro delle truppe italiane del contingente Unosom. Ilaria e Miran arrivati in Somalia scoprono un traffico internazionale di armi e rifiuti tossici che vedono coinvolta anche la Cooperazione italiana. Il 20 marzo mentre i due giornalisti sono impegnati nelle ricerche sul coinvolgimento italiano in questi traffici vengono assassinati da un comando di sette uomini. Dopo 18 anni la verità sulla morte di Ilaria e Miran non ha trovato ancora la parola fine e il fascicolo sul caso è ancora aperto sulle scrivanie della Procura di Roma. Nel 1994, a pochi mesi dal duplice omicidio di Mogadiscio, Comunità Aperta associazione riccionese, oggi si direbbe con valori civici forti, pensa e istituisce il Premio Ilaria Alpi. Ilaria non è di Riccione, la sua famiglia neppure, ma la sua passione e il suo impegno per questo mestiere colpiscono a tal punto che è naturale pensare subito al suo nome per intitolarle un Premio che vuole riconoscere e accreditare l’impegno per l’inchiesta giornalistica sulle tematiche sociali. E così a Riccione ogni anno viene assegnato questo premio per migliori inchieste televisive. Un modo per valorizzare il buon giornalismo d’inchiesta fatto in Italia e nel mondo, ma per dare anche valore a quello spirito professionale che attraverso l’indagine, ricerca e tesse tra loro il senso dei fatti. Ogni anno al Premio Ilaria Alpi arrivano anche i servizi, reportage ed inchieste che raccontano attraverso immagini e parole i conflitti che ci sono nel mondo, i cosiddetti teatri di guerra che sono uno dei terreni dove questo tipo di giornalismo, quello che anche Ilaria e Miran facevano, trova il suo ambito più duro e vero di realizzazione. Purtroppo negli ultimi anni l’attenzione su questi conflitti specialmente da parte dei media tradizionali italiani è venuto sempre meno. Ci troviamo spesso di fronte a conflitti dimenticati: come quelli che accadono nel continente africano, con le innumerevoli guerre che si sono susseguite negli ultimi decenni, all’infinito conflitto mediorientale, dall’America Latina all’Oriente. Così fin dalle sue primissime edizioni il Premio Ilaria Alpi ha scelto di tenere accesa l’attenzione su queste guerre parlandone, facendo diventare l’evento riccionese l’occasione per cercare di ricordarle mediante il lavoro che tanti giornalisti di anno in anno hanno continuato a svolgere in quei luoghi e Paesi martoriati. La collaborazione alla pubblicazione di questo Atlante delle guerre nel mondo, che giunge quest’anno alla quarta edizione, è per il Premio Ilaria Alpi la consacrazione di un sogno quello di vedere su carta e con un forte valore storico e didattico, quello che l’Archivio Ilaria Alpi raccoglie sotto forma di filmati che in questa pubblicazione vengono valorizzati come immagini.


Introduzione

La propaganda alimenta la guerra Serve informazione per capire il mondo

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C

i vuole un voluminoso Atlante delle Guerre, con molte schede per dar conto delle guerre e dei conflitti nel mondo: sono tante, troppe e ognuna è una ferita nella comunità internazionale. Ognuna denuncia l’effetto placebo dei nostri media, dimostra la limitatezza dell’orizzonte locale con cui guardiamo il mondo globale, l’ipocrisia che questo sia il migliore dei mondi possibili. C’è disordine sotto il cielo del nostro pianeta. Centinaia di milioni di persone soffrono a causa delle guerre e dei conflitti: la loro vita quotidiana, di sofferenza, privazione e disperazione, le priva anche del loro futuro. E quante altre centinaia di milioni di persone sono vittime di regimi autoritari? Perché anche queste situazioni sono paragonabili a subdole guerre contro popoli, libertà e diritti. La crisi economica, che si declina in tante crisi nazionali, è incubatore di violenza, può alimentare il fuoco della guerra, anche sociale, le cui vittime sono gli strati deboli della popolazione. La piccola Grecia non è lì a dimostrarlo? Petrolio, gas, pipelines, materie prime, acqua, infrastrutture, ecc. Per queste cose si combatte nelle guerre locali e nelle guerre globali, nelle guerre per procura e in quelle condotte direttamente. Logiche di potere e di potenza, per mantenere o estendere i confini dei propri interessi, della propria avidità. Nelle nostre democrazie il diritto ha avuto un’evoluzione progressiva, dal diritto romano, in cui la legge discende dall’imperatore, al diritto contemporaneo, alla sovranità popolare, passando per il diritto divino e quello naturale. A livello internazionale siamo ancora al diritto imperiale, al diritto che proviene dal più forte, da chi detiene la forza per imporre le proprie ragioni. Per questo ci sono le guerre. Per la debolezza della comunità internazionale. Perché esistono poteri e potenze sovranazionali non democratiche, che obbediscono a logiche diverse da quelle del rispetto dei diritti umani, perché la cittadinanza globale non ha luoghi in cui esprimersi e contare. Il movimento per la pace, che ha dimostrato quanta parte dell’opinione pubblica mondiale rappresenti, ha sempre coniugato la lotta per la pace alla domanda di un ordine mondiale più giusto. Per non andare troppo lontano si pensi alle manifestazioni degli anni ‘80 contro i missili e per il superamento di un ordine bipolare. Il movimento per la pace denuncia con le guerre le sue cause, domanda pace e globalizzazione dei diritti, richiede un ordine mondiale più giusto, fondato sulla soluzione non violenta dei conflitti. Anche per questo non si può liquidarlo con espressioni come “anime belle”. Non è ingenuo e non realistico il movimento della pace. Anzi si misura con la complessità della realtà, la conosce, e denuncia, avanza proposte. Sono piuttosto ingenui coloro che credono alla propaganda di guerra, alle sue semplificazioni. Tra gli aspetti più negativi della guerra infatti non bisogna trascurare la comunicazione che precede, accompagna e segue l’evento bellico. C’è una vera e propria strategia comunicativa per preparare e conquistare l’opinione pubblica, per costruire il nemico e rendere necessario il suo annientamento. Solo che questa disinformazione, fatta anche di menzogna, questa propaganda, che realizza capovolgimenti semantici chiamando le guerre “etiche”, “umanitarie”, “giuste”, condiziona per lungo tempo il pensiero, incide nelle coscienze, costruisce stereotipi, interpretazioni della realtà, forma opinione pubblica. Per questo serve la fatica della conoscenza, dello studio, dell’analisi e della loro diffusione. Per questo serve informazione libera e controinformazione. Per questo serve l’Atlante delle Guerre, per dare strumenti di lettura critica e consapevolezza, restituire verità, contribuire a formare cittadinanza, a rafforzare la promozione della pace e della sua cultura, al servizio della soluzione non violenta dei conflitti. Flavio Mongelli Presidenza nazionale ARCI

UNHCR/S.Phelps


Introduzione

Diritti umani, diritti di tutti

Una lotta quotidiana per difendere le libertà

Amnesty International

Riccardo Noury Portavoce Amnesty International Italia

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I

n molte parti del mondo, milioni di persone non hanno il diritto di esprimersi liberamente. La minaccia della censura, del carcere e della morte le dissuade dal semplice gesto di dire ciò che pensano. Intere comunità vivono nel terrore della violenza armata, dei governi come dei gruppi armati. Altre comunità sono colpite profondamente dall’avidità delle grandi multinazionali e dal disinteresse delle autorità. Per molte donne dei Paesi poveri il cammino più pericoloso della loro giornata è quello dal loro rifugio temporaneo ai servizi igienici. La minaccia dello stupro le segue passo passo. Nei Paesi ricchi, le segue anche dentro casa. Negare, togliere o limitare i diritti umani è una scelta. La fanno tanti Governi. Agire e vivere per difendere i diritti umani è un’altra scelta. La fanno, da oltre mezzo secolo, le attiviste e gli attivisti di Amnesty International. Con qualche risultato dalla loro parte. Nei suoi primi 50 anni di attività, Amnesty International ha favorito l’abolizione della pena di morte in 124 Paesi, ha avuto un ruolo decisivo nell’adozione di centinaia di leggi nazionali e di trattati internazionali in favore dei diritti umani e ha contribuito alla scarcerazione di oltre 50mila prigionieri di coscienza. Uno degli ultimi è Amadou Scattred Janneh, rilasciato in Gambia il 17 settembre 2012, insieme a un altro detenuto. Stava scontando una condanna all’ergastolo, emessa nel 2011, per aver stampato e distribuito un centinaio di magliette su cui erano scritti slogan critici nei confronti del Governo. L’Atlante delle Guerre, con cui Amnesty International Italia inizia una collaborazione, è un ottimo luogo dove raccontare queste storie e quelle scelte.


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ciad

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nigeria

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paesi baschi mali

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SITUAZIONE A OTTOBRE 2012 CONFLITTI, MISSIONI ONU, INOLTRE

algeria

sahara occidentale

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costa d’avorio

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haiti

messico

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INOLTRE 1

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Messico

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Etiopia

Corea Nord Corea Sud

Iran

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Paesi Baschi

MISSIONI ONU

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UNTSO

MINURSO

UNMIT

UNMOGIP

UNMIK

UNAMID

UNFICYP

UNMIL

MONUSCO

UNDOF

UNOCI

UNISFA

UNIFIL

Algeria

MINUSTAH

UNMISS

Sahara Occidentale

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UNSMIS

Kirghizistan

Ciad

Somalia

Pakistan

Costa d’Avorio

Sudan

Thailandia

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georgia

uganda

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somalia

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thailandia

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sudan

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india

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kashmir

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pakistan

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kirghizistan

cecenia libano iraq

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Guinea Bissau

Sud Sudan

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Uganda

Turchia

Libia

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Israele Palestina

Nigeria

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Libano

Repubblica Centrafricana

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Siria

R.D. del Congo

Filippine

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India

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Georgia

Kashmir

Kosovo


Istruzioni per l’uso Raffaele Crocco

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Piccola guida alla lettura di questo Atlante Come vuole la tradizione, qualche riga per spiegare come leggere questo Atlante. Lo ripetiamo ogni anno: i temi trattati sono “sensibili”, si prestano a interpretazioni, prese di posizione, perché no anche a strumentalizzazioni. Chiarire, quindi, le ragioni che ci hanno portato a scrivere, trattare e impaginare in un certo modo argomenti e fatti diventa essenziale per dare la giusta chiave, o almeno quella che secondo noi è la giusta chiave. Detto questo cominciamo, scusandoci con i lettori affezionati, che si ritroveranno dinnanzi a cose già dette. Prima di tutto, una novità: quest’anno ad introdurre ogni continente è un rapporto di Amnesty International sul rispetto dei diritti umani nell’area. Ci sembra un cambiamento importante, utile ad introdurre al meglio le schede conflitto. Sotto ci sarà una vignetta firmata da Flora Graiff. Non è solo un modo di alleggerire temi “seri”. E’ il tentativo di guardare ai conflitti con occhi diversi, di cogliere aspetti che altrimenti gettiamo alle spalle. L’elemento principale, in questo libro, è proprio la forma grafica, la scelta di essere Atlante. Come vedrete, ogni guerra ha esattamente lo stesso spazio, il medesimo numero di pagine. Questo per evitare di dare ad una maggiore importanza rispetto alle altre. È una scelta “politica”, che vuole mettere tutte le guerre allo stesso livello. Così, le schede conflitto sono tutte di 4 pagine, divise rigorosamente per continente, come in un Atlante, appunto. Attenzione: in questo – che è un Atlante particolare – troverete delle schede conflitto, non delle “schede – Paese”. Qui si disegna un profilo geografico ad una guerra e, quindi, vi sono schede che non corrispondono a Stati o Nazioni, ma ad aree di conflitto. È una differenza fondamentale. Quest’anno non daremo in questa pagina le definizioni di Guerra o Conflitto o di altri termini “ambigui” nell’informazione. Vi rimandiamo al Glossario che troverete nelle ultime pagine. Leggetelo, perché è importante per avere un criterio univoco e senza incertezze. Le definizioni che diamo non sono scientifiche, lo ripetiamo sempre, ma sono una scelta, fatta dopo giorni di discussione. E danno un indirizzo preciso alla lettura. Vi diciamo, poi, che troverete, sotto le carte geografiche di ogni scheda conflitto, i dati sulla situazione profughi e rifugiati. È stata realizzata in collaborazione con l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’Onu e si aggiunge al tradizionale rapporto sul tema che pubblichiamo, come tradizione, nelle ultime pagine. Altre istruzioni: le foto che trovate in questo Atlante ci sono state fornite dall’Alto Commissariato dei Rifugiati, altre sono tratte da video di reporter sparsi in tutto il mondo. Sono quelli che tecnicamente si chiamano “frame”, cioè fermi immagine di un filmato. Per questo, a volte, possono sembrare di qualità strana, magari mosse o sgranate. Le abbiamo volute e scelte per la loro efficacia, per la capacità di raccontare tutto in una sola immagine. Un’ultima cosa: le carte geografiche sono quasi tutte messe a disposizione dalle Nazioni Unite, per questo sono in inglese. Dovrebbe essere tutto. Buona lettura.

Foto in alto Francesco Cavalli


La situazione

Raffaele Crocco

Foto in alto Fabio Bucciarelli

Dalle città: per tentare di capire il Pianeta del 2012, il suo stato di salute, i meccanismi che ne regolano la vita, non si può che partire dalle città. Nel 2011 metà della popolazione mondiale viveva in centri urbani. 3miliardi e 600milioni di esseri umani ammassati in luoghi che diventano sempre più grandi, estesi, ingovernabili. Per capire: nel 1950, cioè solo sessant’anni fa, la popolazione urbana mondiale era composta da appena 750milioni di uomini e donne. Bene, si potrà pensare, qual è il problema? È nel fatto che le città devono garantire a sempre più gente cibo, acqua potabile, case, servizi decenti, cioè tutti i beni necessari per vivere. E non ce la possono fare. L’insieme delle città del Pianeta occupa appena il 2% della superficie terrestre. Devono ricevere dall’esterno – inevitabile – quasi tutto ciò che serve, soprattutto il cibo. Sono dipendenti dalla terra che le circonda e questo le rende inevitabilmente fragili. Producono però il 70% delle emissioni totali di anidride carbonica, contribuendo in modo decisivo al degrado del clima e dell’ambiente. Lo dicono le statistiche: gli edifici consumano il 40% dell’energia prodotta a livello mondiale. Gli abitanti delle aree urbane già ora utilizzano il 75% delle risorse naturali della Terra, senza riuscire a creare un ecosistema compatibile, che permetta di sopravvivere. Il sistema dei trasporti, invece, produce il 13% del totale dell’anidride carbonica emessa, ma è destinato anche questo a crescere, visto il continuo aumento di auto e pullman per i trasporti urbani. Non è finita: nei prossimi anni a crescere saranno soprattutto – il fenomeno è ampiamente già iniziato – le città dei Paesi ad economia più fragile. Si stima che nel 2050 la popolazione urbana in Africa sarà di 1miliardo e 200milioni, dai 414milioni attuali. In Asia passerà da 1,9miliardi di oggi a 3,3miliardi. Significa un incremento, in vent’anni, dell’86%. Storia drammatica, se si pensa che in queste città oggi – e sarà sempre più così – almeno un terzo della popolazione vive in baraccopoli. Tutto questo avviene mentre in più parti del Mondo, attorno alle stesse città, la terra viene venduta a multinazionali e governi di Paesi ad economia forte. È la battaglia per il controllo del cibo, iniziata già da qualche anno e che vede impegnati tutti contro tutti. L’Africa è – come spesso le accade – la terra prescelta per lo scontro. In pochi anni, l’equivalente di un territorio pari alla Francia è stato ceduto “ad altri”, perché lo trasformassero in terra che produce alimenti. Chi controlla il pane, controlla il mondo. Lo sapevano i Romani che governavano il Mediterraneo duemila anni fa, lo sanno benissimo

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Sono le città la chiave per capire il futuro


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oggi. Nell’agosto del 2012 una combinazione di eventi - la grande siccità degli Stati Uniti, le catastrofi in Asia, i raccolti scarsi in Russia portò il costo del frumento a 869 centesimi di dollaro per buschel, unità di misura pari a 24,4 chili. Nel 2010, due anni prima, il frumento costava 428 centesimi di dollaro. Il mais schizzò a 785 centesimi di dollaro da 306. Un’impennata che costrinse i Governi del G20 – il club delle più importanti economie mondiali – ad incontrarsi, per trovare misure che calmierassero i prezzi. La Food and Agricolture Organization di Roma prevedeva un aumento medio globale del prezzo del cibo del 6%, insostenibile per molti. E tra i primi interventi decisi dal G20 vi fu la scelta di non utilizzare i terreni agricoli per il bio – carburante – sembrava la grande soluzione energetica del futuro - ma di servirsene per produrre frumento e mais ed abbassare i prezzi sul mercato. Attorno al cibo si scateneranno – lo dicono gli esperti – i conflitti del futuro. Attorno al cibo e per controllare le sommosse inevitabili che ci saranno nelle grandi, future, megalopoli. Parigi nel 2009, Londra nel 2011 sono stati piccoli esempi di città messe e ferro e fuoco da chi vuole di più, da chi vuole sopravvivere. Sarà peggio, dicono i signori della guerra. La Nato ha elaborato strategie di intervento e si sta organizzando. A Bergamo, in Italia, si studiano gli esoscheletri – avete presente Goldrake e gli eroi dei manga giapponesi? – per moltiplicare all’infinito le capacità di ogni singolo soldato messo in campo. Il mondo aeronautico sta sviluppando aerei di piccole dimensioni, con motore a scoppio – come quelli che irrorano di antiparassitari i campi – in grado di intervenire in modo “mirato”, preciso, con il pilota nelle condizioni di decidere “a vista” dove colpire. Al di là di questi interventi mirati, strategici, la tradizionale corsa al riarmo non si ferma. Resta il miglior business planetario. La Cina ha deciso di portare il proprio budget per le forze armate a 238miliardi di dollari l’anno entro il 2015, raddoppiando quello attuale. Il Giappone investe 64miliardi l’anno. L’India importa il 10% delle armi prodotte nel mondo e il volume d’affari mondiale legato agli armamenti è cresciuto, fra il 2007 e il 2011, del 24%. Tutti si riarmano, quindi, pensando a mostrare i muscoli per risolvere conflitti e rivendicare territori. La gara al controllo delle risorse essenziali – non solo petrolio e minerali, ormai – resta una competizione pericolosa. Qualche buona notizia c’è. È stato, ad esempio, raggiunto con cinque anni d’anticipo l’obiettivo di dimezzare, sul Pianeta, il numero delle persone senza accesso all’acqua potabile. Nel 2010, due miliardi di persone, con un programma iniziato nel 1990 all’interno degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio varati dall’Onu, hanno avuto la possibilità di avere acqua, con pozzi protetti e impianti idrici. Un salto in avanti notevole, che lascia però a secco ancora 740milioni di esseri umani: nell’Africa Sub Sahariana, ad esempio, solo il 69% delle persone ha acqua a disposizione. Le conseguenze, non solo in quella terra, sono devastanti, perché la mancanza di impianti e di pozzi potabili porta alla morte, ogni anno, di almeno 1milione e mezzo di bambini. Servono soldi, investimenti, dicono economisti e tecnici, distogliendo risorse dalla corsa alle armi. Sarebbero utili per disinnescare un’altra forma di ingiustizia, quella legata alla mancanza di alfabetizzazione. Ancora oggi, 775milioni di adulti e di giovani, nel mondo, non sanno leggere e scrivere. 122milioni di bambini non vanno a scuola e, come in molti altri campi, è il mondo femminile a pagare il dazio maggiore: le donne sono i due terzi della popolazione mondiale non alfabetizzata. In questo quadro di statica ingiustizia, restano immobili il dramma di decine di milioni di profughi in fuga da guerre e calamità, lo scontro per il controllo e il commercio di petrolio, metano, minerali, il pericolo delle armi atomiche – ancora 20530 le testate esistenti e in possibile uso – usate per risolvere storici conflitti regionali. Nel 2012 il Pianeta continua a non essere in salute. E sono proprio gli uomini, pare, la malattia peggiore.

UNHCR/R. Arnold

UNHCR/P. Rubio Larrauri


Il mondo in movimento/1 Laura Boldrini

Foto in alto UNHCR/July 2012

UNHCR/S. Malkawi

Hanno voglia di parlare i rifugiati siriani, di far sapere al mondo quello che sta succedendo nel loro Paese. Raccontano storie drammatiche, accorate, una galleria di orrori che ognuno di loro ha vissuto in venti mesi di violenza e conflitto. Sono donne e uomini traumatizzati e terrorizzati che in presenza di fotografi e telecamere non vogliono mostrare il loro volto per timore di rappresaglie contro i familiari rimasti ancora lì. Ma non per questo rinunciano a raccontare e denunciare. Madri che spesso hanno visto morire i propri figli o da mesi non ne hanno più notizie. Ragazze violentate. Giovani rimasti mutilati. Famiglie distrutte per sempre. “Dobbiamo usare tutte le misure per proteggerci. Non possiamo far vedere le nostre facce. Ci temono perché noi siamo la prova delle atrocità commesse contro i civili indifesi. Noi che siamo riusciti a scappare e ora possiamo parlare, rappresentiamo la loro vergogna,” sottolinea con forza una donna nel campo di Za’atari in Giordania che ospita circa ventimila rifugiati siriani. Con l’aumentare degli arrivi il Governo giordano, che aveva inizialmente optato per un’accoglienza diffusa sul territorio, ha deciso di aprire a fine luglio un campo con una capienza massima di quaranta mila persone. In questa distesa di tende e prefabbricati nel mezzo del deserto tre mesi fa non c’era niente, solo sabbia e pietre. Nonostante tutti gli sforzi messi in atto finora, per i rifugiati non è facile vivere in queste condizioni. “Insieme alle altre organizzazioni abbiamo fatto una corsa contro il tempo per riuscire a stabilizzare il terreno e evitare l’effetto delle tempeste di sabbia, portare acqua, elettricità, un sistema per lo smaltimento dei rifiuti, allestire la scuola, costruire cucine in muratura e fare una nuova strada,” evidenzia Paolo Artini, vice rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Giordania. “Ma, per rendere il campo ancora più vivibile, ora necessitano

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Una galleria degli orrori nella vita dei nuovi profughi


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ulteriori stanziamenti”. Il campo di Za’atari è pieno di donne e bambini. La gran parte di loro proviene da città siriane come Daraa, Hama e Homs. Persone abituate a vivere in appartamenti confortevoli, con elettrodomestici, Tv e computer. Commercianti, muratori, casalinghe, imbianchini, gente della classe media che fa molta fatica a adattarsi a un tale drastico e duro cambiamento. Tala, che insieme ai suoi quattro figli abita da due mesi nella tenda, è in attesa di essere trasferita in uno dei 2500 container destinati al campo. Questo passaggio migliorerà la loro esistenza. Una sistemazione meno scomoda, ambita da tutti specialmente con l’arrivo dell’inverno quando le temperature si fanno molto rigide. “I miei figli in Siria erano ben curati ma qui sono sempre sporchi di polvere. Qui non si può essere puliti, la sabbia non dà tregua” nota con rassegnazione la donna. “Non ho potuto portare niente con noi. Quando hanno iniziato a bombardare il nostro quartiere a Daraa non abbiamo pensato ad altro che scappare. Non c’è stato tempo di prendere nulla. Vestiti, documenti, niente. Solo le chiavi di casa. Ma non ci serviranno più…”. A venti mesi dall’inizio della violenza in Siria si contano quasi 1,5milioni di sfollati che sono rimasti all’interno dei confini nazionali e oltre 360mila fuggiti nei Paesi confinanti: Giordania, Libano, Iraq e Turchia. Il numero di civili costretti a scappare è destinato ad aumentare con l’intensificarsi delle operazioni militari in prossimità o all’interno dei centri abitati. Secondo le ultime stime delle Nazioni Unite è probabile che a fine anno il numero dei rifugiati tocchi quota 700mila. Il Governo giordano stima che sul suo territorio abbiano trovato rifugio 200mila siriani di cui la metà registrati con l’Unhcr. La maggior parte di queste persone vive fuori del campo di Za’atari nelle città come Amman, Irbid, Mafraq, in case affittate o presso conoscenti e parenti. Molti però stanno finendo gli ultimi risparmi senza sapere come poter tirare avanti. “Ogni mattina ci sono centinaia di persone in fila davanti al nostro ufficio di Amman. Sono rifugiati siriani in attesa di registrarsi ma anche tanti che hanno paura di essere sfrattati perché da mesi non riescono a pagare l’affitto e fanno richiesta per ricevere un sussidio”, rileva Sara Baschettti, funzionaria dell’Unhcr per la procedura di asilo. “Un aiuto che noi però riusciamo a dare solo a 6000 famiglie”. Ci sono quartieri di Irbid e Amman dove sembra di stare in Siria. Spesso in appartamenti fatiscenti di cinquanta metri vivono famiglie di sei persone. Gli affitti variano e arrivano fino a trecento dinari giordani, poco meno di 300 euro. “Le migliaia di rifugiati siriani che si sono riversati in Giordania utilizzano gli stessi ambulatori, gli stessi ospedali e le stesse scuole dei nostri cittadini. La Giordania è un Paese povero di acqua e ogni giorno al campo di Za’atari ne servono un milione di litri,” evidenzia Hanmar Al Nimer, portavoce del Governo giordano sulle questioni relative ai rifugiati. “Noi stiamo accogliendo i fratelli siriani al meglio delle nostre possibilità ma abbiamo bisogno di un maggior sostegno da parte della comunità internazionale”, conclude il portavoce. Nello stesso edificio a volte sono sistemate famiglie di parenti anche se non è raro che siriani di città diverse, ma con storie di violenza molto simili, si trovino a diventare vicini di casa. Come Khaled e Muraf, entrambi trentenni e entrambi mutilati. Senza la mano destra il primo e con mano e parte del braccio amputati il secondo. Nel caso di Khaled la mano gli è stata colpita da un cecchino mentre filmava con un telefonino l’irruzione di uomini armati in casa di un suo amico che insieme a lui aveva fornito alle Tv satellitari arabe le immagini delle manifestazioni di protesta a Daara. Nel caso di Muraf il braccio gli è stato tranciato da un colpo sparato da un carro armato che avanzava velocemente per le strade di Hama mentre lui, con gesti e urla, stava tentando di avvertire alcuni feriti di lasciare l’ospedale dove erano appena giunti. Muraf Ha visto la mano cadere a terra e l’ha raccolta, come in un movimento automatico. Ma il dolore lancinante che lo ha assalito purtroppo non gli ha fatto perdere subito i sensi. E quello che ha visto rimarrà sempre scolpito nella sua mente.

UNHCR/A. Rummery

UNHCR/S. Malkawi


Beni a rischio/1 Giovanni Puglisi

La motivazione si può leggere sul sito dell’UNESCO al link http://whc.unesco. org/fr/list/946/; la traduzione italiana è a cura di chi scrive. 1

La mattina del 9 novembre 1993 le forze armate croate distruggevano lo Stari Most, lo straordinario ponte “a schiena d’asino” che dal XVI secolo collegava le due parti della città di Mostar, quella cristiana e quella musulmana: la distruzione del Vecchio Ponte, lungi dal rispondere esclusivamente alla “necessità militare” di impedire il passaggio delle truppe bosniache, annientava così simbolicamente ogni possibilità di contatto, dialogo e scambio tra le due culture e religioni. Oggi il Ponte, interamente ricostruito sotto il coordinamento dell’Unesco e grazie a finanziamenti internazionali fra i quali quello italiano, è stato proclamato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura “patrimonio culturale dell’umanità” e iscritto nella Lista del Patrimonio mondiale istituita in seno alla Convenzione per la protezione del patrimonio naturale e culturale mondiale (Parigi, 16 novembre 1972). Tale prestigioso riconoscimento da parte della comunità internazionale è avvenuto non solo per l’intrinseco valore eccezionale del monumento, ma anche a causa dell’alto valore simbolico assunto dalla sua ricostruzione. Come si legge nelle motivazioni della proclamazione fornite dall’Unesco, infatti, “la «rinascita» del vecchio ponte e dell’area circostante ha rafforzato il significato simbolico della città di Mostar come emblema universale della coesistenza di comunità di origini culturali, etniche e religiose differenti, sottolineando al tempo stesso gli sforzi illimitati compiuti dalla solidarietà umana per la pace e la cooperazione di fronte alle più sconvolgenti catastrofi1”. Come appare evidente, una simile motivazione contiene in sé, accanto alla pur importante celebrazione della solidarietà umana e della cooperazione internazionale, l’ammissione di un tragico fallimento: il fallimento – almeno parziale – dell’ampio e articolato sistema della legislazione internazionale riguardante la protezione e la conservazione del patrimonio culturale e naturale mondiale in caso di conflitto armato, che non è stato sufficiente a evitare la distruzione dello Stari Most né, per rimanere nell’ambito del medesimo e a noi vicino conflitto, l’incendio della Biblioteca di Sarajevo. Tale sistema normativo, che non esito a definire imponente – comprendendo almeno la Convenzione dell’Aja del 1954 con i suoi precedenti (Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907 e Patto di Washington del 1935) e i suoi protocolli aggiuntivi (I Protocollo del 1954 e II Protocollo del 1999), la Convenzione sul divieto e sulla prevenzione dell’importazione, esportazione e trasferimento illeciti di beni culturali mobili (Parigi 1970) e la Convenzione sul recupero dei beni culturali rubati o illecitamente esportati (Roma 1995), oltre all’insieme degli strumenti internazionali per la protezione e la salvaguardia del patrimonio culturale, naturale, subacqueo e immateriale (cd. Convenzioni Unesco del 1972, del 2001 e del 2003) – in effetti ha mostrato, nel corso della guerra nei territori della ex-Jugoslavia come anche in altre dolorose occasioni, tutti i suoi limiti, sia di natura teorica che ap-

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L’arte vittima di guerra a dispetto delle Convenzioni


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plicativa. Lascio alle appuntite penne dei giuristi il compito di entrare nel merito dei primi, che vanno dall’astrattezza e per certi versi ambiguità del concetto di “necessità militare” (art. 11 par. 2) all’estrema macchinosità e lentezza del sistema dei controlli sull’esecuzione (artt. 20-28), e mi permetto, nel breve spazio di questo scritto, di evidenziare alcune delle principali difficoltà che incontra, ancora oggi, l’applicazione della Convenzione del 1954 e degli altri strumenti ad essa collegati. La Convenzione dell’Aja prevede che le “Alte parti contraenti” ottemperino a due distinti obblighi, l’uno cosiddetto di “rispetto” (art. 4) e l’altro di “salvaguardia” (art. 3). Se il primo consiste essenzialmente in un obbligo di non fare – ovvero di astenersi dal compiere atti di ostilità nei confronti del patrimonio culturale e dall’utilizzare beni appartenenti a quello stesso patrimonio per scopi che potrebbero causarne l’attacco in caso di conflitto – e può essere considerato di relativamente facile definizione ed esecuzione (come dimostra il fatto che i tentativi di una sua migliore attuazione si sono concentrati fino ad oggi prevalentemente sulla determinazione delle corrette sanzioni amministrative e penali in caso di violazione), il secondo rappresenta invece un obbligo di fare, un vincolo all’azione per i singoli Stati, che sono tenuti a impegnarsi per l’attuazione della Convenzione già in tempo di pace. È l’adempimento a quest’ultimo obbligo, quello di tutela per così dire “preventiva”, che comporta, a mio avviso, le maggiori difficoltà. Esso, infatti, implica non solo specifiche azioni concrete quali, a puro titolo di esempio, la predisposizione di rifugi per i beni culturali mobili, la definizione di tempestive procedure di intervento e messa in sicurezza dei beni immobili o l’iscrizione di elementi del patrimonio culturale di particolare valore nel Registro internazionale dei Beni Culturali sotto Protezione Speciale (che per ora è uno strumento ampiamente sottoutilizzato), bensì più in generale la creazione e l’attuazione di una normativa per la tutela, conservazione e protezione dei beni culturali che sia in grado di funzionare efficientemente in tempo di pace e contemporaneamente di rispondere con rapidità ed efficacia alle situazioni di emergenza dovute a conflitti armati o calamità naturali. Tale obbligo di salvaguardia è caratterizzato da un ampio margine di discrezionalità concesso ai singoli Stati e la sua concreta realizzazione si scontra inevitabilmente con le molteplici difficoltà – in primis di bilancio – che affliggono ormai da molti anni qualsiasi tentativo di azione politico-legislativa a tutela del patrimonio culturale che voglia essere lungimirante e non solo emergenziale. Si scontra, in altre parole, con la mancanza di una reale consapevolezza del valore che il patrimonio culturale di ogni popolo riveste per l’intera umanità, e con la conseguente assenza di una ferma volontà di protezione da parte dei singoli governi. Ora, adempiere all’obbligo di salvaguardia previsto dalla Convenzione dell’Aja del 1954 significa proprio costruire questa consapevolezza, radicare questa volontà. Senza tali condizioni, qualunque strumento normativo di tutela, anche quello dotato di maggiori strumenti di attuazione e di più forti capacità sanzionatorie, apparirà senz’altro largamente insufficiente, come è avvenuto ad esempio nel caso della distruzione volontaria dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan. In effetti quando, il 12 marzo 2001, le milizie governative talebane avviarono la loro demolizione, a nulla valse invocare le Convenzioni elaborate dall’Unesco, a nulla valse il biasimo della comunità internazionale che, anni dopo, ha trovato espressione nella Dichiarazione Unesco sulla distruzione intenzionale del patrimonio culturale (Parigi, 17 ottobre 2003). D’altra parte, ciò che avrebbe potuto salvare quelle impareggiabili testimonianze dell’arte e della fede buddista, ovvero la profonda coscienza del loro valore unita a una larga diffusione di una cultura della pace e del dialogo, non può essere oggetto di alcuna Convenzione, né frutto di alcuna imposizione normativa, bensì – e solo – di un atto d’amore nei confronti dell’essere umano e delle sue culture.


Banche e guerra Andrea Baranes*

*Questo articolo è stato scritto a quattro mani con Mauro Meggiolaro.

I greci sono alla fame, ma hanno gli arsenali bellici pieni. E continuano a comprare armi. Con queste parole si apriva un articolo pubblicato dal Corriere della Sera a febbraio 20121. Non è un fenomeno nuovo. Da anni la Grecia è il Paese europeo, il secondo dell’Ocse alle spalle degli Usa, che spende di più in armi in rapporto al suo Pil. Colpisce come ancora nel 2012, in una situazione gravissima per l’economia e ancora prima per la popolazione, il fatto che il Paese ellenico continui a spendere cifre spropositate in armamenti. Il 3% del Pil. Ancora peggio, sempre più esplicitamente si sono rincorse voci e notizie secondo le quali il Governo greco, per potere accedere agli aiuti messi a disposizione dalla Troika (Bce, Commissione Ue e Fmi) abbia di fatto dovuto acquistare armi tedesche e francesi2. Già nel 2010 una agenzia Reuters titolava: “Sei a pezzi? Compra alcune navi da guerra, raccomanda la Francia ai greci”3. Tornando indietro di qualche anno, nel 2008, allo scoppio della crisi finanziaria e con le prime nubi che si addensavano su Atene, la Grecia risultava il quinto Paese al mondo per importazione di armi4. Nel 2010, il 58% della spesa militare della Grecia è andato alla Germania5. Nel 2012, nelle farmacie greche scarseggiano i medicinali, anche quelli di prima necessità, ma il Paese ha confermato l’acquisto di due sottomarini tedeschi, per una spesa di 1,3miliardi di euro e di 223 carri armati per oltre 400milioni di euro. Mentre si rincorrono le voci su una possibile uscita della Grecia dall’euro, il Paese continua a prevedere per il 2012 una spesa militare superiore ai 7miliardi di euro, in crescita a doppia cifra sull’anno precedente. Il meccanismo non riguarda unicamente la Grecia, e non riguarda unicamente le armi. L’Europa si trova al centro di una bufera speculativa. Gli analisti concordano nel segnalare come uno dei principali problemi risieda in un’Europa a due velocità, con un centro che ruota attorno alla Germania e una periferia che include Grecia, Spagna, Portogallo. La Germania ha un enorme surplus commerciale, realizzato per l’80% nei confronti degli altri Paesi dell’Ue. Specularmente, i Paesi della periferia registrano deficit commerciali. Com’è stato finanziato un tale deficit? Semplice, per anni le stesse banche dei Paesi “forti” (Germania, Francia, Gran Bretagna) hanno prestato somme enormi alle loro omologhe nelle Nazioni più deboli, o acquistato titoli di Stato di questi Paesi, o comunque favorito il loro indebitamento. In pratica la Grecia s’indebitava con la Germania per continuare a comprare prodotti tedeschi che inondavano il mercato greco. Oggi la Grecia si trova al centro di una crisi finanziaria, economica, sociale e deve accettare delle draconiane misure di austerità e piani “lacrime e sangue” che servono in primo luogo a restituire i debiti contratti con le banche tedesche, fran-

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Armi, debito, crisi finanziaria: il caso della Grecia


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cesi e inglesi. In questa situazione di debito e di fragilità, la stessa Grecia è costretta a continuare a comprare prodotti provenienti dalle Nazioni economicamente più forti. E non prodotti qualsiasi, ma in particolare armi, ovvero l’emblema stesso di spesa improduttiva. Le armi comprate non hanno ricadute occupazionali, non producono ricchezza, non creano “sviluppo”. Si spera che non servano a nulla, e se servono, è a distruggere. Su una cosa le armi sono utilissime: per distribuire tangenti. Da sempre il settore degli armamenti è uno dei più esposti alla corruzione. E i rapporti tra Grecia e Germania non fanno eccezione, come nei casi della Siemens, accusata, sia dalla giustizia tedesca sia greca, di tangenti per un ammontare prossimo al miliardo di euro. Secondo un articolo apparso su Mondialisation, “Il principale dirigente dell’azienda Siemens-HellasV, che ha ammesso di aver “finanziato” i due grandi partiti greci, è fuggito nel 2010 in Germania e la giustizia tedesca ha respinto la richiesta di estradizione avanzata dalla Grecia”6. Al di là della corruzione, parliamo di una gigantesca quanto vergognosa partita di giro. I cittadini ellenici ridotti letteralmente alla fame per onorare i debiti contratti con Francia e Germania per fare girare le industrie degli armamenti francesi e tedesche devono continuare a indebitarsi per comprare armi tedesche e francesi. L’aspetto più paradossale dell’intera vicenda è il fatto che non si metta in discussione questo meccanismo, ma che francesi e tedeschi casomai litighino su come spartirsi la torta. Pochi mesi fa i francesi hanno proposto alla marina greca uno sconto e una dilazione nei pagamenti sull’acquisto di due fregate. Una mossa che ha scatenato le ire della tedesca ThyssenKrupp, secondo la quale in questo modo di fatto la Grecia potrà usufruire degli aiuti europei, e quindi anche dei fondi messi a disposizione dalla Germania nel fondo salva-stati, per favorire la vendita di navi francesi a scapito di quelle tedesche7. Quello che stiamo vedendo in Grecia non è certo nuovo. Da decenni moltissimi Paesi del Sud del mondo sono intrappolati in una spirale di debito, ricatti economici e commerciali, vera e propria perdita di sovranità nazionale. Debiti contratti per armi, spese improduttive o comunque per fare girare e moltiplicare i profitti delle grandi imprese del Nord, mentre il conto viene pagato dalle popolazioni delle Nazioni più povere. Oggi gli stessi meccanismi riguardano la “ricca” Europa, e le divisioni al suo interno. E rendono espliciti i ricatti politici che costringono nazioni indebitate e in difficoltà economiche e sociali a proseguire e intensificare programmi di armamento che peggiorano ulteriormente la situazione, sia in termini di debito e povertà, sia in termini di dipendenza dall’estero. Mentre il governo italiano, in piena recessione economica, taglia sulle spese sociali e il welfare ma conferma l’acquisto dei cacciabombardieri F35 per un costo di almeno una decina di miliardi di euro...8.

Grecia: Spese militari. Il bilancio della Difesa ellenico al record del 3% del Pil
Fregate, sottomarini e caccia. Quelle pressioni di Merkel e Sarkò per ottenere commesse militari. Corriere della Sera (13/2/12) 2 L’estate scorsa il Wall Street Journal rivelava che Berlino e Parigi avevano preteso l’acquisto di armamenti come condizione per approvare il piano di salvataggio della Grecia.
 3 Reuters, 23 marzo 2010. 4 Giorgio Beretta, Unimondo - 09 giugno 2009 5 Giornalettismo, 15 febbraio 2012. 6 Eric Toussaint su www.mondialisation.ca 7 Der Spiegel, 17 ottobre 2011. 8 http://www.disarmo.org/nof35/ 1


Informazione e guerra Enzo Nucci

Nel 2000 gli scambi economici tra la Repubblica Popolare Cinese ed il continente africano furono di 100milioni di dollari. Nel 2011 hanno superato il traguardo di 155miliardi di dollari. Il colosso asiatico è il primo o il secondo partner economico di più della metà dei 54 Stati africani. La sua impetuosa crescita necessita di energia e materie prime di cui l’Africa trabocca: ferro, rame, nichel, oro, uranio, coltan. Il petrolio africano soddisfa il 30% del suo fabbisogno. In cambio il Dragone cinese costruisce o rinnova le infrastrutture, un’impresa cui le vecchie potenze coloniali hanno rinunciato perché concentrate nelle proprie aree di influenza. Ma non è tutto oro ciò che luccica, mette in guardia la Banca Africana per lo Sviluppo che sottolinea invece lo squilibrio della relazione commerciale e di investimento fra Cina ed Africa. Insomma l’arrivo degli investimenti asiatici non ha contribuito a differenziare le economie africane ma le ha rese maggiormente dipendenti dalle esportazioni di materie prime. In sintesi per l’autorevole organismo bancario l’invasione cinese non sta favorendo una crescita armonica. Una penetrazione economica così capillare è supportata da un’adeguata strategia di creazione del consenso, secondo la filosofia del “soft power” (il potere morbido) che Pechino utilizza per conquistare il favore delle Nazioni ricorrendo a investimenti economici e culturali senza disdegnare le donazioni. La China Central Television (Cctv), ovvero la televisione di stato, è parte integrante di questa offensiva politica e mediatica. Nel 2012 è stato inaugurato a Nairobi (Kenya) l’ufficio centrale di Cctv Africa, cui fanno capo le 18 redazioni sparse in Egitto, Algeria, Senegal, Nigeria, Congo, Angola, Zambia, Zimbabwe, Sudafrica, Ruanda, Tanzania, Etiopia, Sudan. La Cctv è forse il network televisivo più grande del mondo con 71 uffici di corrispondenza presenti nei 5 continenti e programmi diffusi su sei canali internazionali in lingua cinese, inglese, francese, spagnolo, russo e arabo. Pang Xinhua è il direttore di Cctv Africa. Lo incontriamo nella fantascientifica sede della televisione in un modernissimo edificio che sorge nelle nuove strade commerciali di Nairobi. “Qui lavorano stabilmente 60 giornalisti e tecnici, di cui 50 kenioti. Abbiamo 5 inviati pronti a partire per ogni destinazione e corrispondenti in tutti i Paesi africani. Oggi produciamo un telegiornale della durata di un’ora ma dal 2013 raddoppieremo con una seconda edizione quotidiana sempre di un’ora. Per questo nuovo impegno sono programmate le aperture di 17 nuove sedi di corrispondenza. E poi abbiamo due talk show politici settimanali, sempre della durata di un’ora ciascuno. Insomma – taglia corto Pang Xinhua – è un’informazione pensata e scritta dagli africani per gli africani”. Mister Pang sfoggia la tradizionale cautela diplomatica quando gli chiediamo perché la Cina ha de-

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China Center Television No, non è la BBC


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ciso di fare un investimento del genere. “Africa e Cina intrattengono da tempo ottimi rapporti. La nostra economia è la seconda al mondo. Per questo vogliamo portare l’Africa al centro dell’attenzione creando un ponte con la Cina e favorire la conoscenza reciproca. Ma principalmente vogliamo cambiare l’immagine negativa su questo continente alimentata dai mezzi di comunicazione di massa. Certo, ci sono disastri, guerre ma vogliamo anche mostrare lo sviluppo veloce che sta attraversando l’Africa”. Beatrice Marshall è la anchor woman più famosa del Kenya. Alle spalle ha anni di lavoro nella tv privata più importante del Paese. Quando le chiediamo se subisce pressioni e se si sente libera nel suo lavoro risponde: “Certamente. Ma che significa libertà? Io lavoro con un team di 4 persone, tecnici, giornalisti, ricercatori. Tutti kenioti. Ogni settimana discutiamo tra di noi gli argomenti da trattare e prepariamo i programmi con interviste e servizi nella più assoluta libertà, senza alcuna censura. Guardami. Io sono africana. Questa è l’Africa. Noi siamo africani e questo vogliamo mostrare alla gente. Non vogliamo parlare di Africa come di un’unica entità ma delle sue differenze”. Molta attenzione la Cctv dedica all’economia africana. Lo spiega Ramah Nyang, giovane ed autorevole notista finanziario. “La gente solitamente guarda al business privato con la prospettiva europea ma in Africa ci sono enormi opportunità di investimenti. Per esempio una piccola compagnia di assicurazione medica ha appena vinto un appalto per 125milioni di dollari battendo un’altra società che lo scorso anno ha incassato cifre da capogiro. Eppure europei ed occidentali in genere credono che gli investimenti in Africa siano rischiosi. Nei nostri servizi televisivi facciamo conoscere le nuove opportunità”. Il personale giornalistico e tecnico è stato portato via da altre tv e quotidiani a suon di dollari, con stipendi più alti della media, prendendo il meglio che il mercato del lavoro offriva. Studi, attrezzature e tecnologia sono all’avanguardia. In Africa il canale internazionale della tv cinese è diffuso da piattaforme sia a pagamento che libere. Poiché non tutti possono permettersi l’acquisto del televisore o l’abbonamento, la Cctv diffonde i suoi contenuti anche attraverso telefoni cellulari, personal computer, smartphone, tablet, grazie alla Huawei, un gigante delle telecomunicazioni, un’azienda di stato cinese di cui anche l’Esercito possiede quote azionarie. La Huawei ha lanciato sul mercato africano apparecchi a prezzi accessibili, in particolare due anni fa ha messo in vendita uno smartphone con sistema Android dal costo di solo 100 euro che in breve è diventato il più comprato in Kenya, sfiorando i centomila pezzi venduti. Per quanto riguarda i contenuti giornalistici, la Cctv può contare sulla stretta collaborazione con la Xinhua (la Nuova Cina), l’agenzia di stampa ufficiale del governo di Pechino, un colosso multimediale che impiega 11mila persone in 107 uffici di corrispondenza sparsi nel mondo. Xinhua possiede anche un proprio network televisivo che produce e diffonde servizi filmati. La Nuova Cina dispone di 20 uffici di corrispondenza nel continente. La televisione del Dragone ha annunciato investimenti per 7miliardi di dollari nei canali per l’estero. È partita così la sfida verso i grandi network (innanzitutto Al-Jazeera che proprio in Africa ha fatto grandi investimenti) in un momento in cui i media internazionali pagano un fortissimo prezzo alla crisi con la chiusura delle sedi. In particolare la Cctv vuole spezzare l’assedio mediatico dei canali statunitensi che in Africa trasmettono dagli anni ottanta e che possono contare su un’audience consolidata e affezionata ai format a stelle e strisce. Ma Pechino ha la urgente necessità di offrire il suo punto di vista su politica ed economia, rinnovare l’immagine del Paese per renderla più consona al peso crescente che sta acquistando nella politica economica mondiale. Non è casuale che il governo abbia da tempo favorito la nascita in tutto il mondo degli Istituti Confucio per la diffusione della cultura e della lingua con 5mila insegnanti di cinese pagati dal ministero dell’ Istruzione. La Cctv Africa predilige le buone notizie alle cattive, una scelta politica e professionale che nelle intenzioni dei finanziatori cinesi ha il compito di restituire il continente nero alla sua reale dimensione economica e sociale. Ma auguriamoci che non accada come in Cina, dove dissenso e repressione sono due parole che non hanno posto nel vocabolario del regime.


Vittime di guerra/1 Luisa Morgantini

È davvero dolce l’anguria di Diyarbakir. I palestinesi si offenderanno molto quando, raccontando dei miei incontri nel Kurdistan turco, dirò che mi è sembrata persino migliore di quella di Jenin, e sarà ancora peggio per il pane che mi è sembrato più buono di quello di Nablus. Pane e anguria è il pasto che ho condiviso con una decina di ex prigioniere/i curdi, nella loro sede, dove a una parete, dipinto da una ex carcerata, è appeso un quadro con una donna che guarda l’isola di Imrali, la prigione di Ocalan. Pane e anguria, per me un pasto eccezionale, per loro la quotidianità, l’unico pasto che possono permettersi insieme al bicchierino di tè che si servono dolcissimo. Molte/i di loro hanno sguardi lontani e segnati dalla depressione, i volti e i corpi piagati dalla sofferenza, dalle torture, dalle privazioni. Mezgin invece ha gli occhi allegri, è bella, ha più di quarant’anni, si è sposata, come succede ancora a molte donne curde, in età giovanissima. Appena la vedo e ci stringiamo le mani non penso che lei sia stata in carcere, troppo diretta, spavalda. Invece ci è stata tre anni, il marito è in carcere da più di nove anni, il figlio nella guerriglia è stato ucciso durante un bombardamento dell’esercito turco, la figlia di ventidue anni è ancora sulle montagne. Mezgin non sa nulla di lei da lungo tempo, spera che sia viva e intanto organizza l’associazione dei prigionieri perché quelli ancora in carcere abbiano assistenza e quelli usciti non siano soli, abbandonati agli incubi, alla impossibilità di trovare un lavoro, al riadattamento alla vita ‘normale’. Hanno aperto centri culturali, cooperative, tutte gestite da ex prigionieri, ma sono una goccia nell’oceano. Mohammed aveva diciassette anni quando è entrato in carcere. È uscito lo scorso aprile dopo quindici anni, passati girando da un carcere all’altro. Torturato come tutti, tenuto in piedi per giorni e notti, botte, elettroshock, costretto a mangiare le sue feci, diverse volte in isolamento, per giorni e giorni ammucchiato con tanti altri in una cella di due metri per due, tanto stretta da non riuscire quasi a sedersi, ma “ho studiato”, dice Mohammed, “ho imparato molto dagli altri compagni, è stata la nostra università e poi quando c’era una cosa per qualcuno era per tutti”. La prigione come la tortura sembrano uguali in tutto il mondo. Quante volte l’ho sentito dire da italiani antifascisti, da spagnoli, cileni, brasiliani, argentini, sudafricani e dai palestinesi, penso a Nizar che si è sposato con Neta, una pacifista israeliana. Quando lo incontrai a Nablus nel corso della prima Intifada, aveva diciannove anni, era appena uscito dal famigerato campo di Ansar 3, nel deserto del Negev. Non aveva perso le splendore del suo sguardo verde ma sembrava anoressico tanto era magro. Di fronte alla mia pena per lui mi disse: “Sì, è stato duro, sotto le tende, caldo, freddo e fame, ma accanto a me c’erano tutti i miei miti, leader che non avrei mai conosciuto, si prendevano cura di me, discutevamo, di questo non mi scorderò mai”. Mentre inghiot-

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Carcere e tortura La lunga notte curda


to l’anguria faccio la solita, banale domanda: come ci si riadatta quando si torna fuori? Ridono e raccontano qualche storia, per esempio di un carcerato di Mersin, che non aveva mai visto un ascensore, quando stava per entrarci ha letto “per tre persone”, si è fermato in attesa che arrivassero gli altri due. Si guardano e dicono che non possono fare a meno l’uno dell’altro. Solo quando sono insieme si sentono sicuri, fuori “è un mondo in rovina”. E poi arriva da parte loro la solita domanda-invocazione: “Perché l’Europa ha abbandonato Ocalan, perché non impone al Governo turco la democrazia, perché noi dobbiamo andare in carcere solo perché vogliamo parlare, cantare, amare nella nostra lingua ed essere rappresentati in Parlamento?”. Non sono l’Europa, rispondo, faccio parte di quell’Europa che si ribella ai due pesi e due misure, che crede nei diritti umani per tutte e tutti, per questo sono qui, per questo dobbiamo unire le nostre debolezze, per farci forti. Nel Novembre 2012, sono circa 10mila i prigionieri politici nelle carceri turche. Nel 2009 il Governo turco aveva annunciato un’“apertura democratica”, ma ben poco è stato fatto per cambiare il Codice Penale e le norme anti-terrorismo che permettono l’arresto e la detenzione di attivisti e di cittadini, colpevoli di voler affermare la loro identità e di esprimersi nella propria lingua. La repressione dopo le elezioni politiche del 12 Giugno 2011 si è drasticamente intensificata, cosi come si sono intensificate le azioni di guerriglia del Pkk. Partiti, Sindacati, ai quali viene impedita ogni attività. Parlamentari, sindaci, giornalisti, studenti, cittadini, incarcerati con l’accusa di terrorismo o di essere membri del Kck (Unione delle Comunità del Kurdistan considerato il braccio urbano del Pkk), ma sono in carcere anche 5 parlamentari, decine di sindaci del Bdp, partito che rappresenta maggiormente i curdi ed è legale in Turchia (20 parlamentari eletti).

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I curdi in Turchia Nella terra dove nascono il Tigri e l’Eufrate, in quella parte di mondo che nella Bibbia viene situato l’Eden, è il Kurdistan: persino il cavallo arabo è di origine curda, così come il cane da cui deriva il pastore tedesco e inglese. E il petrolio di cui è pieno Mossul, Kirkuk, la parte del Kurdistan in Iraq. Un Eden, devastato dalle guerre, con i curdi separati tra Iran, Siria, Turchia, Armenia. Nell’agosto 1920 il trattato di Sèvres che dissolve l’impero ottomano, sancisce all’art. 63 che i curdi potranno rivolgersi alla Società delle Nazioni e chiedere l’indipendenza dalla Turchia, ma a Losanna il 23 Luglio 1923, Impero britannico, Francia, Italia, Giappone, Grecia, Romania e lo Stato serbo-croato-sloveno firmano con la Turchia un accordo che cancella Sèvres. Non si parla più di kurdi e neppure di minoranze in Turchia. Oggi si valuta che i curdi siano complessivamente 50milioni (compresi i curdi della diaspora, un milione e mezzo in Europa), di questi 22milioni, il 30 % della popolazione sono in Turchia e sono discriminati. I curdi non hanno mai accettato la distruzione della loro identità ed hanno sempre combattuto sia militarmente che in modo pacifico. Nel 1924 si vara la nuova Costituzione che stabilisce che in Turchia esiste un solo popolo, quello turco. Il Governo di Mustafà Kemal, il padre dei turchi “Ataturk”, proibisce scuole, associazioni, pubblicazioni curde, il califfo, le scuole coraniche e le confraternite religiose. Il 27 Novembre del 1978 si tiene il primo congresso del Pkk (partito dei lavoratori del Kurdistan). Abdullah Ocalan, in carcere dal 1999, viene eletto Segretario generale. Mentre i responsabili delle maggiori organizzazioni politiche e culturali curde si rifugiano in Europa per sfuggire alla repressione, il Pkk si radica sul territorio ed inizia nel 1984 la lotta armata. Nel 1998, Ocalan decide di rinunciare alla lotta armata e viene in Italia e in Europa per portare il suo messaggio di pace. Non è ascoltato. Nel 1999, viene sequestrato dalla forze turche coadiuvate da forze occidentali e portato nella prigione di Imrali, dove continua a stare in totale isolamento. La popolazione curda in Turchia e nel mondo chiede la sua liberazione, dal carcere Ocalan, proclama diverse volte il cessate il fuoco unilaterale, chiede negoziati. Non accade nulla. Avrà ragione Leyla Zana, parlamentare curda e premio Sakharov del parlamento Europeo, dieci anni nelle prigioni turche, a dichiarare che oggi il partito AKp ed Erdogan possono essere in grado di rispondere alle legittime richieste dei curdi? Tra due anni ci saranno le elezioni presidenziali. Nella Regione Erdogan e l’Akp hanno una posizione relativamente forte, Iran e Siria non gli faranno guerra, ha buone relazioni con i leader curdi in Iraq, sarà capace di usare questo momento di discussione sulle riforme costituzionali per accogliere le richieste di uguaglianza, dignità, sviluppo, autonomia dei curdi? Saprà riprendere le trattative con il Pkk per impedire che continui una guerra che è costata più di 45mila morti? E qui sta la responsabilità dei Paesi forti e della Comunità Internazionale che usa due pesi e due misure a seconda dei propri interessi geopolitici invece di far rispettare i diritti umani ovunque siano violati.


Geografia della guerra Rosella Ideo

La linea di confine lungo il 38° parallelo che divide le due Coree.

La pace fra le due Coree è ancora lontana. I due Stati sono nati dopo la seconda guerra mondiale dalla divisione “temporanea” del Paese al 38° parallelo fra Stati Uniti al Sud e Urss al Nord per ricevere la resa delle armi del Giappone (di cui la Corea era colonia) sconfitto dagli alleati. La Repubblica di Corea (Rdc) e la Repubblica Popolare Democratica di Corea (Rpdc), proclamate nel 1948, sono diventate due realtà socio economiche e culturali così distanti da costituire due mondi separati e antitetici. Come illustrano le foto notturne dei satelliti: uno sfavillio di luci al Sud, benestante e democratico e il buio quasi totale nel piccolo regno comunista dei Kim, privo di energia elettrica. Le Coree e le potenze regionali (Usa, Cina, Giappone e Russia), impegnate da anni nei colloqui a sei per risolvere la controversia nucleare, sembrano temere la pace e soprattutto l’unificazione e preferire, per motivi diversi e confliggenti, il mantenimento dello status quo. In realtà il problema nucleare deriva proprio dalla mancanza di un trattato di pace e dal senso di insicurezza della Rpdc, che si sente assediata dagli americani ancora presenti in forze al Sud della penisola. Il sistema della divisione è la conseguenza di una serie di circostanze drammatiche che hanno indelebilmente segnato la storia di un Paese dalla millenaria unità statale, e diviso un popolo omogeneo per razza, lingua e cultura: la brutale colonizzazione giapponese (1910-1945), la guerra fredda e la guerra di Corea (1950-1953). È stata la guerra fredda fra Stati Uniti e Urss, presenti al Sud e al Nord fino al 1948, a favorire la polarizzazione delle ideologie che avevano alimentato la diaspora all’estero della resistenza contro il Giappone. Lo scontro fra due modi di produzione e fra due ideologie contrapposte portò alla nascita di regimi autoritari sia al Sud sia al Nord. La guerra di Corea (1950-1953) acuì e cementò la divisione, non portò alla riunificazione, ma a una divaricazione sempre più marcata. Bisogna attendere il 1991 perché i due Stati si riconoscano formalmente all’Onu e il 2000 perché ci sia il primo storico incontro fra i capi di Stato del Sud e del Nord. Le alleanze internazionali dei due Paesi, si configurano secondo le parti giocate nel conflitto. La Rpdc è appoggiata da Urss e Cina, ma riesce a mantenere la sua indipendenza giocando sulla loro rivalità. Scopo precipuo di Kim: firmare la pace con gli Usa. La RdC diventa un alleato degli Stati Uniti, difeso come il Giappone, dalle basi militari e dall’ombrello nucleare di Washington. La Rpdc, organizzata su modello sovietico, è marcata dal culto della personalità del suo fondatore, Kim Il-song, che si è sbarazzato nel corso di varie purghe dei suoi oppositori interni; è politicamente stabile e diventa uno dei primi stati industrializzati dell’Asia grazie alla riforma agraria e a un sistema sociale egualitario. L’altro lato della medaglia è il controllo capillare che partito unico, esercito, polizia e polizia politica esercitano sul popolo, irreggimentato e martellato dalla propaganda. Per i “dissidenti” o i sospetti tali ci sono i gulag. Questo sistema di controllo totale spiega la mancanza di qualsiasi forma di opposizione e la lunga sopravvivenza del regime. La RdC sconta, più del suo vicino, la divisione della penisola. Negli anni sessanta il reddito pro capite è pari a quello dei più poveri paesi africani. Le industrie lasciate dai giapponesi e le materie prime sono concentrate al Nord e il malessere sociale, dovuto alla corruzione dilagante,

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Coree: un popolo, una storia divisi da una frontiera


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al malgoverno, e all’incapacità di gestire gli ingenti aiuti americani, provoca continue rivolte. Per 40 anni la Repubblica conosce solo regimi autoritari e dittature militari. È il generale Park Chung-hee (1963-1979) che, manu militari, mette le basi della modernizzazione economica e prepara il ribaltamento delle parti fra le due Coree. I costi sociali sono altissimi, la repressione dei movimenti di opposizione brutale. Gli Stati Uniti si turano il naso e mantengono al Sud, fino al 1991, armi nucleari e migliaia di truppe. La svolta morbida dalle dittature alla democrazia è del 1992 con l’elezione del primo Presidente civile, cui segue il primo politico dell’alternanza democratica, Kim Tae-jung (19982003), che incarna anche la prima apparizione di una sensibilità di sinistra al vertice dello Stato. È a lui che si devono: la prima vera apertura alla Rpdc con l’adozione della politica della mano tesa (sunshine policy) per portare gradualmente alla riconciliazione e alla pace e massicci aiuti economici al “paradiso socialista”, ormai ridotto alla fame in seguito alla carestia di proporzioni africane del 1995-1997. Si stima sia morto dal 3% al 5% della popolazione. Nel 2000 il Kim del Sud riceve il Nobel per la pace e tutti i paesi europei, tranne la Francia, riconoscono la Rpdc. Nel quinquennio successivo l’avvocato dei diritti umani, Rho Moo-hyun prosegue la politica di generosa apertura del predecessore. La sunshine policy viene sconfessata e sepolta dal Presidente conservatore Lee Myung-bak (2008-2012): il Nord torna ad essere un “nemico”. Gli aiuti sono sospesi in attesa che la Rpdc smantelli il suo apparato nucleare che, dall’inizio degli anni ’90, ha dato luogo a due crisi internazionali. Il motivo per cui Kim Il song (e poi suo figlio) ha voluto il nucleare è presto detto. Le armi nucleari sono l’unica garanzia di sopravvivenza non solo della famiglia Kim e del regime, ma dell’indipendenza stessa di un Paese in ginocchio. Il netto declino della Rpdc cominciò dal calo della produzione industriale negli anni ‘80 e dalla mancanza cronica di fonti energetiche per sostenerlo. Quando l’Urss di Gorbaciov nel 1991 taglia aiuti e forniture di carburante (necessario per far funzionare industrie già obsolete) al debitore recidivo, è il crollo. Per inciso, la Russia ha condonato nel settembre 2012 il 90% dei debiti chiaramente inesigibili. La Rpdc, sottoposta a sanzioni dalla fine della guerra di Corea, è sempre più isolata. L’economia di piano è già allo sfascio alla morte di Kim Il-song nel 1994. Kim Jong-il, figlio ed erede dell’unica dinastia socialista mai esistita, deve affrontare nel giro di un anno la carestia (chiedendo per la prima volta aiuti internazionali) e accettare, obtorto collo, le prime crepe nell’economia pianificata con la nascita di mercati spontanei. Muore nel dicembre del 2011 e lascia un’eredità pesante e con pochi sbocchi possibili al figlio, Kim Jong Eun. La Rpdc ha subìto nuove sanzioni in seguito ai test nucleari e missilistici; non può accedere a nessun credito internazionale, è isolata e sostenuta economicamente dalla sola Cina. La quale teme le conseguenze di un eventuale crollo del regime: l’allargamento della presenza militare americana su tutta la penisola e la massa di profughi che si riverserebbe nelle sue Regioni Settentrionali, destabilizzandole. Paura condivisa anche dalla Rdc (13ma economia mondiale e terzo creditore degli Usa) che vedrebbe sbriciolare benessere e pace sociale sotto l’urto di una valanga di disperati. Il terzo Kim sa bene che non può permettersi le necessarie riforme di struttura perché con l’apertura del Paese più chiuso del mondo gli occhi dei suoi sudditi si spalancherebbero sulla realtà dell’altra Corea. Se rinunciasse al deterrente atomico il suo regime finirebbe come quello iracheno e libico anche se non può usarlo perché il Paese verrebbe raso al suolo dalla controffensiva americana e sudcoreana. Lo sanno benissimo anche gli Stati Uniti che, dopo aver inutilmente aspettato e cercato di favorire l’implosione del regime (W.G. Bush) o congelato la situazione (B. Obama), sfruttano il “cattivo comportamento” dei Nordcoreani per contenere la Cina. Che senso avrebbe altrimenti un secondo scudo antimissile in Giappone contro la “minaccia nucleare” dei Kim? Quest’ulteriore ipocrisia diplomatica va benissimo anche all’ex colonizzatore. Al di là delle colpe altrui non si possono fare sconti al sistema Nordcoreano, che, in nome di una dissennata strategia autarchica, (nominale e mai effettiva) ha condannato alla morte per fame negli anni novanta oltre un milione di persone e ha segnato “una generazione di bambini con una miriade di malattie fisiche e mentali legate alla denutrizione” (Haggard e Noland). La presenza a Seoul di 23000 rifugiati ne dà piena evidenza.

I due Stati sono nati dopo la seconda guerra mondiale dalla divisione “temporanea” del Paese al 38° parallelo fra Stati Uniti al Sud e Urss al Nord per ricevere la resa delle armi del Giappone (di cui la Corea era colonia) sconfitto dagli alleati. Il bilancio della guerra di Corea è disastroso e le conseguenze sono durature. Circa 3milioni fra morti e feriti fra i soli coreani, 5milioni di rifugiati, 10milioni di famiglie separate (fino ad oggi); la distruzione delle arterie di comunicazione, più della metà delle strutture produttive e più di un terzo degli edifici. La zona, eufemisticamente chiamata “demilitarizzata”, frapposta a cuscinetto fra i due Stati, diventa in realtà il confine più militarizzato e sigillato del mondo.


Evoluzione dei conflitti Enzo Nucci

In un’audiocassetta diffusa dalla televisione satellitare araba Al-Jazeera nel febbraio 2003, il defunto leader di al-Qaeda Osama bin Laden identificava Giordania, Marocco, Nigeria, Pakistan, Arabia Saudita e Yemen come “le regioni più qualificate per la liberazione”. C’è da notare che l’Iraq (dove si sarebbe consumata una lunga carneficina) spiccava per la sua assenza da questo testo. Dunque con largo anticipo sui “successi terroristici” del gruppo Boko Haram i propugnatori della “guerra santa” avevano capito quanto fosse fertile la Nigeria per la diffusione del radicalismo islamico. Il primo Paese produttore di petrolio nel continente africano (e l’ottavo al mondo) è infatti sempre più stretto nella tenaglia di durissime proteste sociali e del furore religioso. La sua classe politica è inadeguata nella gestione della complessità rappresentata dalle 250 etnie e dai 36 Stati federali che compongono la Nazione. Il 65% dei 160milioni di nigeriani vive con meno di due dollari al giorno perché quasi l’80% delle enormi risorse del Paese è saldamente concentrato nelle mani di meno dell’1% della popolazione. Nel gennaio 2012 uno sciopero generale (in cui almeno 20 manifestanti sono stati uccisi dalla polizia) ha paralizzato la Nigeria per 5 giorni ed ha costretto il Presidente a ripristinare il 30% del sussidio statale per calmierare il prezzo della benzina. Il costo del carburante era infatti raddoppiato per decisione unilaterale del Governo che aveva giustificato la soppressione della sovvenzione statale per ridurre la spesa pubblica ed incoraggiare gli investimenti locali nel settore della raffinazione. Il paradosso della Nigeria è che sebbene l’esportazione di greggio e gas copra il 95% dell’export complessivo, deve poi importare l’85% dei prodotti raffinati per le scarse capacità produttive interne. Ma ad accrescere l’instabilità politica si aggiungono le stragi di cristiani ed animisti nel Nord-Est del Paese (a maggioranza musulmana) ad opera di Boko Haram, un gruppo terroristico islamico collegato ad al-Qaeda. Boko Haram (che significa “l’istruzione occidentale è peccato”) fu fondato nel 2000 da un carismatico imam che concentrò le sue predicazioni contro il sistema scolastico nigeriano – simile a quello occidentale – che forma una classe dirigente che nel complesso è considerata avida e corrotta. Il gruppo ha incassato una crescente popolarità fino alla svolta del 2009 quando l’esercito massacrò 3mila militanti che si erano asserragliati in una moschea. I reduci operarono un salto di qualità: si armarono e raccolsero i frutti della radicalizzazione dello scontro, cominciando a guadagnare adesioni anche tra i musulmani moderati che si sentirono minacciati dallo stato centrale. La nuova fase coincise anche con la grande abilità

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Boko Haram, il terrore Il paradosso Nigeria


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dei leader di Boko Haram nel trasformare le rivalità etniche (che storicamente dividono le popolazioni del Nord-Est) in violentissimi scontri di carattere interreligioso. Le profonde diversità etniche, religiose, culturali, linguistiche della Nigeria sono inoltre acutizzate dai fortissimi squilibri economici e sociali. Nel Nord (a maggioranza musulmana) sono stati solo i cristiani a godere dei vantaggi della modernità mentre gli islamici hanno rifiutato il progresso, come dimostrano le stragi di cristiani del 1992 ad opera dei fondamentalisti terrorizzati dall’occidentalizzazione del Paese. Le autorità centrali del resto non si sono mai preoccupate di modernizzare il Nord, a fronte di un Sud a maggioranza cristiana più ricco e sviluppato, concedendo invece ampi poteri agli sceicchi locali che hanno favorito la nascita di oligarchie in forte competizione tra loro, la gestione clientelare delle risorse petrolifere, la corruzione, alimentando di conseguenza la povertà nella maggioranza della popolazione. L’obiettivo di Boko Haram è di instaurare nel Nord la shari’a (ovvero la legge coranica), cacciare cristiani ed animisti ed impadronirsi delle loro proprietà. Il gruppo già nella seconda metà del 2011 è ormai pronto a portare la sua sfida ai più alti livelli, dimostrando anche inaspettate capacità militari. Il primo campanello d’allarme è l’attentato del 23 agosto 2011 nella capitale Abuja, dove un attentatore suicida (novità assoluta in Nigeria) si lancia contro la sede delle Nazioni Unite, uccidendo 25 dipendenti. L’offensiva in grande stile riprende il 25 dicembre 2011 quando le bombe radono al suolo alcune chiese in cui i cattolici stanno celebrando il Natale: 60 morti. Meno di un mese dopo (il 20 gennaio 2012) Boko Haram attacca la città di Kano, capitale dell’omonimo Stato federale, la più popolosa del Nord con 10milioni di abitanti. Vengono lanciati otto assalti con bombe e colpi di mortaio contro posti di polizia ed alcune sedi dei servizi segreti: auto imbottite di esplosivo ed assassini in divisa da poliziotti provocano più di 180 morti in otto ore di battaglia. E poi le domeniche di sangue che puntuali si ripetono nel corso dei mesi: kamikaze che si lanciano con le loro auto contro i fedeli riuniti in preghiera, gruppi armati che fanno irruzione nelle chiese. Totale un migliaio di morti nei primi sei mesi del 2012. Il gruppo terroristico dispone di campi di addestramento nei confinanti Niger, Chad e Camerun: da qui sono partiti combattenti diretti in Somalia, Afghanistan, Mauritania, Mali, Sudan. Boko Haram è riuscita a consolidare importanti rapporti internazionali e ad instaurare collaborazione con altri gruppi terroristi come al-Qaeda per il Maghreb islamico (Aqmi) che opera nel Nord Africa. Il Presidente nigeriano Goodluck Jonathan ha denunciato le connivenze di cui gode Boko Haram tra i vertici dello Stato, in parlamento, nel governo, nella polizia, servizi segreti ed esercito. Una rete di complicità che rischia di innescare una guerra civile sanguinosa come quella del Biafra che tra il 1967 ed il ’70 causò un milione e 200mila morti. Il terrorismo è una minaccia all’esistenza stessa della Nigeria, alla sua unità, ed un forte elemento di destabilizzazione per tutti i Paesi confinanti che rischiano di trasformarsi in basi sicure per il terrorismo internazionale. Per questo motivo reparti delle forze speciali dell’esercito statunitense affiancheranno i militari governativi nella caccia ai terroristi. Ma le parole di Goodluck Jonathan non sono servite a rasserenare gli animi perché gli islamici lo accusano di aver violato la regola (non scritta ma sempre rispettata) dell’alternanza alla guida della Nigeria di un capo di Stato cristiano ed uno musulmano. E Jonathan è salito al potere dopo la morte improvvisa del presidente Yar’Aduo (musulmano) di cui era vicepresidente, senza quindi svolgere l’intero mandato. Per questo ha potuto far valere il suo diritto alla candidatura. Ma oggi è sempre più un uomo solo al comando, abbandonato dal suo stesso esecutivo e dagli alti vertici del potente esercito.


Land Grabbing Stefano Liberti

Milioni di ettari che passano dal pubblico al privato, miliardi di dollari investiti nell’agricoltura nei Paesi del Sud del mondo. Il nuovo grande affare è quello delle terre. Dall’inizio del 2009 a oggi, un’ondata di investimenti si è riversata sul settore agricolo in America Latina, nel Sud-Est asiatico e soprattutto in Africa. Basta fare un giro per le campagne etiopiche verso la Rift Valley per vedere il risultato di questa nuova corsa alla terra: serre modernissime, iper-tecnologiche, in cui vengono coltivati prodotti alimentari. Prodotti che vengono poi inscatolati, messi su un camion, caricati su un aereo ed esportati nel Golfo persico. Il primo elemento di criticità di questi accordi è proprio questo: le produzioni che scaturiscono da questi accordi sono spesso incentrate alla pura esportazione, anche quando tali accordi vengono stretti in Paesi che hanno problemi di sovranità alimentare – come la stessa Etiopia, parte della quale finisce spesso sotto il morso della siccità e per questo riceve aiuti alimentari dall’esterno. Investitori stranieri sono stati accolti a braccia aperte, in modo che producano su terre etiopiche (ma anche tanzaniane, mozambicane, ecc) prodotti destinati ad altri Paesi. Il secondo elemento di criticità è che queste terre sono affittate in cambio di canoni irrisori: in Mozambico le terre vengono affittate per un dollaro annuo all’ettaro; in alcune zone dell’Etiopia, come la remota ma ricchissima d’acqua Gambella, il canone è di 0,5 dollari annui all’ettaro. Il terzo elemento di criticità è che, nello stringere tali accordi, il Governo centrale non tiene in alcun conto le necessità di chi su quelle terre sta, o che quelle terre usa, provocando quindi lo spostamento coatto di agricoltori o la deviazione forzata dei tragitti di spostamento di pastori nomadi. Tutti questi elementi hanno portato al conio della nuova espressione “land grabbing”, letteralmente “accaparramento dei terreni”. Un fenomeno che presenta almeno due elementi di novità. Il primo sono le dimensioni: secondo un rapporto della Banca mondiale pubblicato nel 2010, in due anni sono passati in mani private 56milioni di ettari, soprattutto nell’Africa sub-sahariana – una superficie pari a quella totale della Francia. Il secondo – legato al primo – è la profonda finanziarizzazione del settore. In questo ambito non si muovono infatti solo i tradizionali gruppi dell’agro-business, ma soprattutto attori provenienti dall’alta finanza: società di intermediazione, private equity fund, fondi di investimento messi in piedi da uomini e donne che fino a poco tempo prima lavoravano per Goldman Sachs, Merryl Linch e altre società analoghe. Tutto è iniziato nel 2007, con la grande crisi che ha investito il mercato azionario di Wall Street. Scottati dalle perdite registrate, i gruppi dell’alta finanza hanno spostato interesse e capitali su alcuni beni rifugio, tra cui i prodotti alimentari di base, come la soia, il mais e il grano. In seguito all’afflusso di miliardi di dollari di capitale speculativo, il valore di questi prodotti alimentari di base è schizzato alle stelle, provocando aumenti su tutta la filiera e moti per la fame in decine di Paesi del Sud del mondo. L’assalto alle terre, che è cominciato in maniera massiccia subito dopo, non è altro che il corollario di questo spostamento di interesse del capitale finanziario: quando si analizza chi sta investendo in modo massiccio nell’acquisizione di terreni, si vede come la parte del leone la fanno proprio i fondi di investimento. Il ragionamento dei grandi investitori è semplice: dal momento che la popolazione mondiale è destinata a crescere e che nessuno rinuncerà a nutrirsi, l’investimento sulla terra garantirà ottimi ritorni. Ma di fatto gli investitori fanno il proprio lavoro: produrre profitti. Chi sono invece i principali responsabili di questa spoliazione di ricchezze? In primis, sicuramente i Governi dei Paesi coinvolti,

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Guerra e affari. È il cibo il business del futuro


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che hanno deciso di dare via le terre in cambio di niente (o quasi), immaginandosi che l’afflusso di capitale straniero avrebbe portato ricchezza. Governi autoritari – o fragili – hanno ceduto parte del patrimonio del Paese, inseguendo nel migliore dei casi il sogno di uno sviluppo agricolo che nei fatti non sta avvenendo; nel peggiore, intascandosi qualche bustarella. Oltre ai Governi, un ruolo del tutto particolare in questo sommovimento lo hanno poi avuto anche quelle organizzazioni internazionali che in teoria sarebbero più preposte a vigilare su questi accordi, come la Fao e la Banca mondiale. Partendo dal presupposto che l’agricoltura aveva patito negli ultimi trent’anni di una cronica mancanza di investimenti, queste organizzazioni hanno accolto con entusiasmo il rinnovato interesse di grandi investitori nelle terre. Questo era il modo, nella loro visione, di uscire da un’agricoltura di mera sussistenza e promuovere una nuova “rivoluzione verde” anche nell’Africa subsahariana. La Banca mondiale si è spinta fino a partecipare attivamente ad alcuni investimenti, o a fornire garanzie assicurative ad altri. La posizione di queste due organizzazioni è coerente con tutta la loro storia e si sposa perfettamente con il modello di sviluppo a cui fanno riferimento, basato su un’agricoltura di tipo meccanizzato, estensiva, a monocultura, con produzioni di tipo industriale. Questo modello è del tutto in contraddizione con quello prevalente nell’Africa sub-sahariana, basato sul piccolo produttore, che ha con i propri campi un rapporto strutturato e si tramanda conoscenze da generazioni su come trattare la terra. Un modello che sconta in effetti una cronica mancanza di investimenti e di tecnologia e che pertanto si muove nel solco di una pura sussistenza. Le politiche pubbliche degli Stati e le organizzazioni internazionali considerano questo modo di produzione del tutto anacronistico e fanno di tutto per farlo scomparire, quando in realtà non è dimostrato che un’agricoltura di piccoli produttori dotati di un minimo di tecnologia e supportati da un reticolo di infrastrutture per la distribuzione sia meno produttiva di un’agricoltura industriale in mano a grandi gruppi. Quel che è certo è che i due modelli succitati non sono conciliabili: non solo perché insistono entrambi su una risorsa che per sua natura non è infinita (la terra); ma anche e soprattutto perché fanno riferimento a due universi culturali opposti, da cui discendono due diversi modelli socioeconomici. Questi due modelli sono destinati sempre più a entrare in rotta di collisione – come dimostrano i primi focolai di resistenza alla cessione delle terre, in Madagascar, e più recentemente in Senegal, dove grandi manifestazioni popolari hanno nel primo caso rovesciato un Governo che aveva ceduto metà della terra all’estero, nel secondo portato al congelamento di un accordo di cessione. È del tutto prevedibile che conflitti di questo tipo si estenderanno progressivamente a livello globale, con uno scontro sempre più acceso tra i rappresentanti dei piccoli agricoltori e quelli del grande capitale.


Vittime di guerra/2 Renato Kizito Sesana

Foto di Francesco Cavalli

Sono andato per la prima volta clandestinamente in Sudan nel 1988. Sapevo di fare un’azione considerata illegale, anche se andavo solo per portare aiuti umanitari seppur ero stato invitato da un pilota ingaggiato dal movimento di liberazione. Atterrammo a Kapoeta, una cittadina senza importanza, se non per essere la prima conquistata dal movimento e vicina al confine col Kenya. Ricordo benissimo la tensione nel piccolo aereo, con quattro passeggeri e un carico di medicine. A quei tempi non esisteva il Gps, si volava a vista, ed era nuvoloso. Sapevamo che dovevamo avvicinarci da Est, perché a Ovest ci sono i Monti Didinga, e il movimento vi aveva una batteria antiaerea. Avrebbero potuto spararci, perché non eravamo sicuri avessero ricevuto comunicazione del nostro arrivo. Kapoeta era in realtà un grande villaggio con non più di una ventina di costruzioni in muratura. La popolazione civile locale, del popolo Topossa, continuava la vita di sempre come pastori seminomadi, ma le centinaia di sfollati dalla non lontana Torit, ancora sotto il dominio del Governo centrale di Khartoum, erano ridotti alla fame. Non c’era un medico o una struttura sanitaria in un raggio di 150 chilometri. L’unico edificio, gravemente danneggiato e saccheggiato, era la chiesa. In quegli anni il movimento di liberazione era ancora pesantemente influenzato dal marxismo-leninismo. Poche settimane dopo, in una missione simile, lo stesso pilota, senza altri a bordo, durante una tempesta si schiantò sui Monti Didinga. Da quegli anni sono cambiate molte cose – ormai da molto tempo è il Governo americano che sostiene lo Spla, la guerra civile è finita, il Sud è diventato un Paese indipendente - ma tutto è rimasto uguale in termini di sofferenza per la popolazione civile. Da allora l’ho visitato, dalla mia base di Nairobi, mediamente tre volte all’anno. Nell’aprile 2012 sono stato ancora una volta sui Monti Nuba. Di quel viaggio ho in mente alcuni immagini indelebili. Una donna molto anziana, esausta per un cammino durato alcuni giorni. È il primo pomeriggio, la temperatura ancora sopra i 40 gradi. Si sdraia sulla terra nuda, all’ombra di un albero rinsecchito, in posizione fetale. Un maschietto nudo, appena messo a terra dalla mamma che lo portava sulla schiena, le si siede accanto e le accarezza il volto. Una bambina mi si avvicina e mormora qualcosa indicando con un cenno del capo la donna prostrata. Non capisco la lingua, ma il messaggio è chiaro, e me lo traduce il mio accompagnatore nuba mentre sto già raggiungendo il sacco con i manghi: “Padre, mia nonna ha fame”. Abbiamo solo alcuni manghi e li porgo alla bambina. Acqua non ce n’è, allora ne pulisce uno accuratamente strofinandolo sul vestitino sdrucito e impolverato e si inginocchia di fianco alla nonna porgendole il mango. Un momento di rispetto e di dolcezza in un Paese devastato dalla guerra. Per questo gruppo di una trentina fra donne e bambini, il calvario è finito, sono ormai vicini

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Dove la pace non arriva Nuba, il popolo senza Stato


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alla capanna di paglia che serve da centro di registrazione per i profughi nuba che arrivano a Yida, in Sud Sudan. Oltre 400 persone arrivano qui ogni giorno, in fuga dalle bombe e dalla fame. La maggior parte di loro soffrono di grave malnutrizione e disidratazione. L’afflusso continua e aumenta, così che a fine settembre 2012 il campo ospita quasi 80mila persone. Sempre, in stragrande maggioranza, donne e bambini. Eppure nel novembre 2011, quando erano meno di ventimila, il campo venne bombardato, come se fosse una minaccia militare al regime di Khartoum. Dal giugno dello scorso anno il Presidente del Sudan, Omar el-Bashir, ha scatenato una guerra non dichiarata contro i nuba colpevoli di non accettare la sua politica di arabizzazione e islamizzazione che ha fatto dei nuba degli emarginati nel loro Paese. In un anno fiorenti centri e piccoli villaggi sono stati bombardati indiscriminatamente. Buram, a una trentina di chilometri a Sud di Kadugli, la capitale della Regione e ormai l’unica località controllata dal Governo, lo scorso anno aveva circa diecimila abitanti, ma oggi è una città fantasma, la metà rasa al suolo da ripetuti bombardamenti, la scuola costruita due anni fa abbandonata, dopo che le bombe l’hanno mancata per un soffio. In tutti i Monti Nuba solo alcuni coraggiosi insegnanti tengono aperte le scuolette di villaggio, operando in strutture improvvisate e senza libri, cancelleria e lavagne. Le sette scuole secondarie che erano state aperte dopo il 2005 sono chiuse perché sono state i primi bersagli dei bombardamenti. La guerra genera fame. L’attuale conflitto è iniziato proprio quando l’anno scorso stava per arrivare la stagione delle piogge. Le persone si sono rifugiate sulle montagne, riparandosi nelle grotte, e le terre fertili della pianura che erano già state dissodate in preparazione alla semina sono state abbandonate. Adesso, giugno 2012, in alcune zone già si muore di fame. Yida è l’ultima speranza per la sopravvivenza. La gente non ne può più di questa guerra. Molti non hanno ancora dimenticato quella che sembrava finita qualche anno fa. Hanno ancora lutti da piangere e ferite dell’anima da curare. Eppure non vogliono arrendersi. Il catechista di Yida, circondato da centinaia di bambini, dice: “La violenza genera violenza. Qualunque cosa cercheremo di insegnare a questi bambini, essi cresceranno sempre più determinati a lottare contro l’imposizione della lingua araba e delle religione islamica. Anche se sono musulmani. I nuba vogliono il diritto di fare le loro scelte personali. I bombardamenti rafforzano questa convinzione.” Cosa fa la Comunità internazionale? Dalla fine della seconda guerra mondiale la Comunità internazionale si è presa l’impegno di proteggere i civili nei conflitti armati e prevenire il genocidio, i crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Nel 1948 una convenzione su questi temi è stata adottata dalle Nazioni Unite, ed è entrata in vigore tre anni dopo. La promessa era: “Never Again”. Ma è stata disattesa. La fine del 20 ° secolo e l’inizio del terzo millennio hanno segnato un cambiamento nella natura dei conflitti armati: abbiamo visto alcune, poche, grandi guerre tra Stati, ma sono proliferati I conflitti, dove le vittime sono in maggioranza civili. I genocidi in Cambogia, Ruanda, Bosnia e Darfur sono entrati nelle case di tutti attraverso la televisione, mostrando l’incapacità della comunità internazionale a prevenirli. I meccanismi di intervento erano insufficienti. Ai tempi dei miei primi viaggi in Sudan si parlava di intervento umanitario o di ingerenza umanitaria. Nel ‘91, dopo la caduta del regime di Mengistu in Etiopia, volevo andare a Fugnido, in Sud Sudan, dove erano rientrati alcuni migliaia di ragazzini dai campi profughi in Etiopia, perché si temeva che il nuovo Governo etiopico li avrebbe comunque cacciati. A Nairobi arrivavano notizie drammatiche sulla loro condizione, erano senza cibo e oggetto di continui bombardamenti dall’aviazione di Khartoum. Per di più tutti sapevano che quei minori erano addestrati militarmente dallo Spla, contrariamente agli impegni che lo Spla si era assunto di non usare bambini-soldato.
Andai prima nell’ufficio di Nairobi dello Unhcr. Il responsabile mi disse che loro non potevano far nulla, li aiutavano quando erano in Etiopia ma adesso tecnicamente non erano più profughi, erano cittadini sudanesi in Sudan. Andai dalla Croce Rossa e mi sentii dire che loro possono intervenire solo se sono invitati da entrambe le parti in conflitto. Non riuscivo a credere a ciò che mi veniva detto.
Nel ‘95 il Governo di Khartoum fece prigioniero il dottor Pino Meo, a Pariang, sorpreso da una colonna governativa in una zona contestata mentre cercava di far partire un piccolo posto di pronto soccorso. Evitai la cattura perché vi arrivai con un altro aereo con un paio d’ore di ritardo sull’appuntamento che ci eravamo dati sulla pista. Poche settimane dopo un personaggio dell’ambasciata sudanese di Nairobi chiese di incontrami in un caffè di periferia.


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Mi disse che sapevano delle mie incursioni per portare aiuti umanitari e cercò di dissuadermi. Risposi che avrei continuato ad andare in Sudan finché c’erano persone che avevano bisogno di aiuto. Mi minacciò: quando ti prenderemo non ti lasceremo andare come abbiamo fatto col dottor Meo. Oggi non si parla più di intervento o ingerenza umanitaria, ma di “Responsabilità di Proteggere”, in inglese “Responsibility to Protect”, o R2p. I principi fondamentali di R2p, come stipulato dal Outcome Document of the 2005 United Nations World Summit (A/RES/60/1, para. 138-140) e formulato nel Secretary-General’s 2009 Report (A/63/677) on Implementing the Responsibility to Protect sono: 1. Lo Stato ha la prima responsabilità di proteggere la popolazione da genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, pulizia etnica e dall’incitamento a commetterli; 2. La Comunità internazionale ha la responsabilità di incoraggiare e assistere gli Stati nell’adempimento questa responsabilità; 3. La Comunità internazionale ha la responsabilità di utilizzare appropriati mezzi diplomatici, umanitari e di altro tipo per proteggere le popolazioni da tali reati. Se uno Stato manifestamente fallisce nel proteggere la sua popolazione, la comunità internazionale deve essere pronta a intraprendere azioni collettive per proteggere le popolazioni, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite. Anche in questo campo la terminologia è cambiata, ma i fatti restano gli stessi. La comunità internazionale interviene a “proteggere i civili” solo quando alcune potenze vogliono difendere i loro interessi economici e influenze geo-politiche. Per quanto riguarda i Monti Nuba, una dichiarazione 14 febbraio 2012 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha sottolineato che “i membri del Consiglio di sicurezza hanno espresso la loro profonda e crescente preoccupazione per l’aumento dei livelli di malnutrizione e insicurezza alimentare in alcune zone del Sud Kordofan e Blue Nile in Sudan, che potrebbe raggiungere livelli di emergenza se non immediatamente affrontate, e con la mancanza di accesso per il personale delle organizzazioni umanitarie internazionali per effettuare una valutazione della situazione e fornire assistenza urgente” e hanno “invitato il Governo del Sudan a consentire l’accesso immediato al personale delle Nazioni Unite” e chiesto al Governo del Sudan e allo Splm-N di collaborare pienamente con le Nazioni Unite e altre agenzie umanitarie per consentire la fornitura di assistenza in linea con le norme internazionali per l’intervento umanitario. Nonostante questa dichiarazione e una proposta tripartita (Onu, Unione Africana e la Lega degli Stati arabi) per la fornitura di assistenza umanitaria a tutta la popolazione civile provata dal conflitto, il Governo di Khartoum nega l’accesso alla zona controllata dal Splm-N, circa il 90% del Kordofan Meridionale, non solo ai giornalisti, ma anche al personale dell’Onu e a tutti gli operatori umanitari. Hanno torto i nuba quando dicono che la guerra contro di loro è tentato genocidio? “Per il Governo di Khartoum – dice Ernesto Kutti, del Segretariato per l’Educazione - noi non siamo nessuno. Vogliono solo controllare la nostra terra. Se riuscissero a farci fuggire tutti in Sud Sudan sarebbero felici. Forse loro sanno che anche la nostra terra è anche ricca in petrolio”. Un video ritrovato dai ribelli nuba in una postazione governativa sembra confermare almeno la prima ipotesi di Kutti: vi si vede Haroun ordinare a truppe governative la pulizia etnica: “Non fate prigionieri. Non sapremmo dove metterli”. Le condanne dell’Onu e della comunità internazionale contro il Governo di Khartoum sono solo parole. In realtà si fa poco o nulla. I profughi nuba hanno visto passare delegazioni internazionali e giornalisti, qualcuno ha perfino visto George Clooney (e si è domandato chi fosse questo personaggio cosi riverito) visitare per poche ore la loro area, e hanno saputo che ha portato la sua testimonianza davanti al Congresso Usa. Ma niente cambia. Gli aiuti sono ad un livello di sussistenza minimo, nel campo profughi di Pariang, poco lontano, che dovrebbe offrire ai giovani la possibilità di studiare, c’è sempre un solo pozzo dove bisogna fare la coda per ore per avere un po’ d’acqua: non ci sono insegnanti, libri di testo, quaderni. I nuba sono di nuovo dimenticati da tutti. Il primo giugno Abdel Aziz ha lanciato un appello alla comunità internazionale chiedendo di “unilateralmente e


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urgentemente” portare aiuti umanitari alla popolazione civile, senza rispettare la proibizione di Khartoum. Il dottor Tom Catena, americano di origine italiana, gestisce l’efficiente ospedale di Gidel, uno dei due ospedali in funzione in tutto l’area dei Monti Nuba controllata dai ribelli. Da quando è arrivato qui quattro anni e mezzo fa non si è più mosso. “I nuba - dice – sono persone straordinarie, con un carattere forte e dolce. Ti rubano il cuore”. Mi fa visitare i pazienti, oltre ottanta sono feriti o mutilati da bombardamenti recenti. Daniel Kuku, 15 anni, porta al collo, come tanti altri, un rosario di plastica. Mi racconta dello spavento quando ha sentito le bombe cadere, e di come in un disperato tentativo di cercare protezione abbia abbracciato un albero. Una scheggia di bomba ha colpito l’albero, tagliandogli entrambe le braccia appena sotto il gomito. Si guarda i moncherini e dice: “Sarà difficile lavorare i campi. Mia mamma e i miei fratelli sono andati a Yida. Io resto qui con mio papà a proteggere il nostro villaggio”. Il diritto e la politica internazionale ancora stanno arrancando per elaborare teorie per giustificare un intervento in un dramma come quello dei nuba. È più semplice agire lasciandosi guidare dal più elementare senso di solidarietà umana, o alle parole del Vangelo, che ti fanno reputare privilegiato quando puoi condividere la tua vita con quella dei poveri e delle vittime dell’ingiustizia.

La guerra civile in Sudan, iniziata nel 1983 e ufficialmente terminata nel 2005 con la firma della pace a Nairobi, ha causato due milioni di morti e due milioni di rifugiati. L’accordo di pace, prevedeva elezioni democratiche e un censimento in tutto il Paese, un referendum nel Sud per decidere se restare uniti o secedere, consultazioni popolari per il diritto all’autodeterminazione in due Regioni che avevano combattuto a fianco del Sud ma che erano state escluse dal referendum (il Kordofan Meridionale meglio conosciuto come Monti Nuba e il Nilo Azzurro Meridionale) e una commissione per indagare le violazioni dei diritti umani da parte del Governo. Capitoli separati del voluminoso, e in diversi punti poco chiaro, trattato di pace riguardavano l’integrazione dei due eserciti, lo status giuridico dei circa 700mila Sud sudanesi residenti al Nord, la distribuzione delle entrate petrolifere e la definizione del confine, che passa proprio sopra i giacimenti petroliferi. Gli anni trascorsi tra la firma della pace e la proclamazione dell’indipendenza del Sud Sudan (9 luglio 2011) non sono stati sufficienti a definire nessuna delle questioni chiave, in particolare il confine, lasciando cosi aperta la possibilità di un ritorno alla guerra. In questo contesto si inseriscono i nuba, un milione di persone residenti sui Monti Nuba e un altro milione dispersi in Sudan, Sud Sudan e Paesi vicini. Durante la guerra civile i nuba hanno combattuto al fianco dei Sud Sudanesi – per affinità etniche, storiche e culturali, e anche, bisogna pur dirlo, per essere stati vittime della schiavitù praticata per secoli dai loro vicini del Nord - ma al tavolo dei negoziati non avevano ottenuto di poter esercitare la scelta se rimanere al Nord o integrarsi col Sud. La loro Regione è quindi rimasta in Sudan e adesso confina con il nuovo stato indipendente del Sud Sudan. Sono cosi intrappolati in due guerre, quella non dichiarata fra i due stati sudanesi per il controllo dei giacimenti petroliferi, e quella che il Governo di Khartoum ha scatenato contro di loro. Sui Monti Nuba il conflitto armato è infatti riesploso nel giugno 2011, poco dopo le elezioni per il governatore, che opponevano il leader nuba Abdel Aziz ad Ahmed Haroun, dello stesso partito del Presidente Omar al-Bashir, entrambi già incriminati e ricercati dalla Corte Criminale Internazionale dell’Aia per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi in Darfur. Quando al-Bashir ha dichiarato vincitore Haroun, e per prevenire ogni protesta ha iniziato una feroce repressione, i nuba si sono riorganizzati nel Sudan People Liberation Movement -North (Splm-N) e si sono alleati con i movimenti del Darfur e del Nilo Azzurro Meridionale nel Sudan Revolutionary Front, con lo scopo dichiarato di rovesciare il Governo di Khartoum per instaurare un regime secolare e democratico. Le posizioni sono polarizzate. Abdel Aziz e i nuba non vogliono cedere e dichiarano: “Bashir ha una superiorità militare aerea. Ma a terra noi siamo molto più forti e siamo pronti a marciare su Khartoum”. D’altro canto il fondamentalismo islamico promosso da al-Bashir e la sua chiusura ad ogni dialogo da quando ha preso il potere nel 1989 fanno pensare che un cambiamento pacifico attraverso negoziati sia quanto meno improbabile.


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SPECIALE LA PIRATERIA


La pirateria in pillole L’Icc International Maritime Bureau (Imb) è una divisione speciale dell’International Chamber Of Commerce (Icc). È una organizzazione no-profit, nata nel 1981 per il contrasto di ogni tipo di crimine e illecito marittimo. I dati che riportiamo sono parte dell’annuale Rapporto dell’Imb sulla Pirateria (Report on Piracy and Armed robber). Il Rapporto si basa sulla definizione di pirateria contenuta nell’art 101 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 (Unclos) Articolo 101 Definizione di pirateria Si intende per pirateria uno qualsiasi degli atti seguenti: a) ogni atto illecito di violenza o di sequestro, od ogni atto di rapina, commesso a fini privati dall’equipaggio o dai passeggeri di una nave o di un aeromobile privati, e rivolti: i) nell’alto mare, contro un’altra nave o aeromobile o contro persone o beni da essi trasportati; ii) contro una nave o un aeromobile, oppure contro persone e beni, in un luogo che si trovi fuori della giurisdizione di qualunque Stato; b) ogni atto di partecipazione volontaria alle attività di una nave o di un aeromobile, commesso nella consapevolezza di fatti tali da rendere i suddetti mezzi nave o aeromobile pirata; c) ogni azione che sia di incitamento o di facilitazione intenzionale a commettere gli atti descritti alle lettere a) o b). Questi, in pillole, i dati del Rapporto Riscatto - Nel 2011 i riscatti pagati ai pirati somali sono stati 31, per un totale di 160milioni di dollari. La media di ogni riscatto è stata di circa 5milioni di dollari, superiore ai 4milioni del 2010. Nonostante nel 2011 si sia registrato un minore successo delle azioni dei pirati, l’incremento nel prezzo del riscatto ottenuto dimostra come i pirati siano riusciti ad ottenere maggiori introiti a fronte di un minore numero di sequestri.

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Assicurazioni - Le due principali forme di assicurazione utilizzate contro la pirateria sono la “war risk and kidnap” e la “ransom” (K&R). Questo mercato delle polizze si è modificato nel corso del 2011 per adeguarsi ai continui sviluppi del fenomeno della pirateria. Dal 2011, la regione considerata “war risk” è stata ampliata per ricomprendere tutto l’Oceano Indiano. Molte compagnie marittime sono riuscite ad ottenere una riduzione sulle polizze grazie ad un servizio privato di sicurezza, armato, a bordo delle navi. Il costo totale delle assicurazioni “war risk” e K&R è stato di circa 635milioni di dollari nel 2011. Attrezzature di sicurezza e guardia armata - Un interessante trend nel 2011 riguarda la rapida escalation nell’uso privato della sicurezza armata. Il costo totale dell’attrezzatura di sicurezza e della guardia armata nel 2011 è stato di circa 1,16miliardi di dollari. Cambi di rotta - Nel 2011 alcune navi hanno scelto di evitare le aree a maggiore rischio di attacchi da parte dei pirati scegliendo di transitare lungo la costa Occidentale dell’India. Il costo di questo cambio di rotta per le navi cargo e le petroliere è quantificabile tra i 486 e i 680milioni di dollari nel solo 2011. Aumento di velocità - Secondo i dati raccolti dall’Imb, nessuna nave che viaggiasse ad una velocita’ di 18 nodi o più è mai stata abbordata con successo dai pirati. È per questo che molte navi aumentano la propria velocità di navigazione nel tratto di mare a maggiore rischio di attacchi. Con la velocità aumenta però anche il carburante consumato. Secondo il Rapporto, i costi extra per le sole navi container si aggira intorno ai 2,7miliardi di dollari. Lavoro - Nel 2011, 1118 marinai sono stati presi in ostaggio, 24 sono morti. A causa dell’elevato rischio, il compenso per i marinai è stato raddoppiato nel periodo di navigazione nelle aree più a rischio e per tutta la durata di un eventuale sequestro da parte dei pirati. Secondo lo studio il costo totale dell’aumento di stipendio è quantificabile in 195milioni di dollari nel 2011. Processi e carcerazioni - 20 Paesi hanno arrestato, incarcerato o processato sospetti pirati. Il costo totale dei processi e delle incarcerazioni è stato di circa 16,4milioni di dollari nel 2011. Operazioni militari - Più di 30 Paesi hanno contribuito con personale militare, equipaggiamento e navi a contrastare le attività di pirateria nel 2011. Secondo questo rapporto il costo totale di queste operazioni è quantificabile in 1,27miliardi di dollari nel 2011. Organizzazioni di contrasto alla pirateria - Un notevole numero di iniziative da parte di organizzazioni della società civile sono state impostate nel 2011 per contrastare il dilagare del fenomeno della pirateria. Secondo i dati del Rapporto il costo totale a carico di queste organizzazioni si aggira intorno ai 21,3milioni di dollari.


La pirateria/1

Alessandro Rocca

Quella della pirateria marittima è una attività criminale a tutti gli effetti. Con conseguenze che ricadono sull’economia globale: rotte poco sicure, sequestro di mercantili ed equipaggi, richiesta di riscatto, incremento delle spese da parte degli armatori legate alla sicurezza e alle assicurazioni, con conseguente aumento dei prezzi delle merci. Immaginare i pirati come semplici ladri di navi mercantili o rapitori di equipaggi è però molto riduttivo. Basta prendere in esame alcune cifre. Nella zona al largo delle coste somale e del golfo di Aden ogni anno si contano 22mila transiti di navi (di cui circa 2mila italiane). Da questa rotta passa il 15% dei carichi mondiali e il 30% del petrolio. Controllare o inibire il passaggio delle merci attraverso il canale di Suez influisce, pertanto, sui prezzi finali dei prodotti. E ancora, il “tracciamento” dei pagamenti dei riscatti ha permesso di verificare come spesso il flusso di denaro passi per Londra e Dubai: un percorso che rende plausibile ritenere che dietro i predoni del mare ci siano, in realtà, organizzazioni criminali internazionali, collegate in qualche caso anche a gruppi terroristici. “Nel 2008 sono stati guadagnati con la pirateria più di 100milioni di dollari, tutti proventi dei riscatti”, sostiene, in merito, Nicolò Carnimeo, docente di Diritto della navigazione e dei trasporti presso la facoltà di Economia di Bari. Contrastare il fenomeno è molto complesso e costoso. Secondo gli esperti militari - vista la mancanza di un’autorità responsabile in Somalia per il contrasto al fenomeno e il conseguente vuoto legislativo lasciato, da sempre, dai Governi locali - l’unica strategia vincente è puntare in modo massiccio su impianti e infrastrutture lungo la costa del Paese, finanziati direttamente dalle Nazioni Unite. Ad oggi, tuttavia, nessuna forza militare internazionale ha voluto assumersi i rischi di un intervento diretto contro le “tortughe” dei predatori (operazione, peraltro, autorizzata già nel 2009 da due risoluzioni delle Nazioni Unite) e, se si escludono le navi russe e indiane, nessuna marina usa le armi contro di loro, lamentando ancora un vuoto normativo che impone quasi sempre di liberare i criminali catturati dalle navi delle flotte Nato e Ue. Secondo lo studio “Oceans Beyond Piracy” del think tank statunitense One Earth Future il costo pagato dalla comunità internazionale a causa delle incursioni dei pirati, soprattutto di quelli somali, oscilla tra i sette e i 12miliardi di dollari l’anno. I riscatti versati dagli armatori per recuperare le navi e gli equipaggi sequestrati giustificano solo una parte di questo bilancio (anche se si tratta di cifre comunque ingenti: nel 2009, per esempio, questa voce è stata stimata intorno ai 120/150milioni di dollari e l’anno scorso l’arma-

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Criminalità e violenza questa la pirateria moderna


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tore del cargo coreano Samho Dream ha pagato la cifra record di 9,5milioni di dollari). Altri costi per gli armatori sono determinati dagli equipaggiamenti di sicurezza, dall’imbarco di personale armato (se gli stati di bandiera lo consentono) e dai premi assicurativi schizzati alle stelle per le navi che attraversano l’Oceano Indiano. Non vanno dimenticate, inoltre, le spese per la mobilitazione delle flotte militari, che dovrebbero superare il miliardo di dollari annui. Molte navi affrontano rotte alternative, come la circumnavigazione dell’Africa per evitare le aree dove operano i pirati, con un costo di circa 2,5/3miliardi di dollari annui. Infine, da registrare il denaro versato dagli organismi internazionali mobilitati contro la pirateria e quello speso nei processi ai pirati catturati in flagranza di reato effettuati dai tribunali di Kenya e Seychelles, in base ad accordi finanziati dall’Unione europea. Molti mercantili oggi si proteggono da soli con team di sicurezza armati a bordo, che possono essere militari o appartenenti a società di sicurezza private a seconda del Paese di Bandiera della nave. Secondo una recente stima sono almeno 1500 le navi che ogni mese attraversano il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano con guardie armate a bordo. Ogni viaggio protetto ha per l’Armatore un costo di circa 60mila dollari. Costa però meno che qualche tempo fa, grazie anche all’aumentata capacità di azione delle unità navali da guerra internazionali che operano al largo del Corno d’Africa e che, rispetto al passato, con operazioni mirate e anche con una maggiore coordinazione tra loro, stanno riuscendo a contenere molto di più il fenomeno. Di fronte a questa nuova realtà i pirati somali hanno cercato di correre ai ripari. Hanno per prima cosa allargato la loro area di azione. Oltre che nel bacino somalo sono arrivati ad attaccare le navi anche vicino alle coste della Tanzania, Kenya, Yemen, Oman e in profondità nell’Oceano Indiano. Una sorta di migrazione che però, non ha dato loro i frutti sperati.

I dati della pirateria Dal 2008 ad oggi al largo della Somalia e nelle acque dell’Oceano Indiano in totale sono stati registrati almeno 433 attacchi contro navi mercantili di cui 125 andati a buon fine. Il fenomeno oggi, sebbene i pirati somali siano attivi più che mai, fa registrare però, una brusca frenata. A rivelarlo sono i dati dell’Imb (International maritime bureau) aggiornati al 16 agosto scorso relativi agli episodi di pirateria marittima denunciati al largo della Somalia e Oceano Indiano. Nel 2012 finora sono stati registrati 70 attacchi di cui 13 andati a segno. Nel 2011 erano stati 151 e 25 erano andati a buon fine. Secondo Nautes “Il gruppo terroristico di Abu Sayyaf, ‘la spada di Dio’ si finanzia con atti di pirateria al largo delle coste filippine: un’area che insieme al mar della Cina e allo stretto di Malacca ha fatto registrare nel 2004 il record di attacchi (oltre 400) di cui in Italia non si è saputo quasi nulla. Mentre ne sono bene a conoscenza gli armatori italiani che sono presenti su quelle rotte così importanti per i commerci internazionali e la movimentazione delle merci. Nel maggio del 2012 la sezione ricerca della Marina statunitense ha bandito un concorso da un milione di dollari per realizzare un pacchetto di applicazioni web-based per combattere la pirateria marittima. Lo scopo è quello di analizzare le migliaia di dati e di altre informazioni che possono consentire di alzare un efficace muro contro pirateria marittima, traffico di stupefacenti e di armi, oltre a pescatori di frodo, ecc. Nell’epoca delle applicazioni per smartphone e dell’intelligenza artificiale all’interno di queste piccole app, la Marina pensa di poter equipaggiare con un software specifico i propri marinai, al fine di individuare subito con chi si trova a che fare nei mari aperti. Certamente non si tratterà di web app come quelle per i nostri smartphone, ma di applicazioni molto più spartane, che potranno girare su browser di computer desktop. Lo scopo, comunque, è quello di beneficiare delle enormi potenzialità che esprimono gli sviluppatori di software ai giorni nostri e che mancano però fra le file della Marina statunitense.


La pirateria/2

Enzo Mangini

Il 25 marzo 2012, alle 9,30, nell’aula bunker di Rebibbia, a Roma, davanti alla seconda sezione della Corte di Assise, è iniziato un processo che non ha precedenti nella storia italiana recente. Un processo per pirateria. Imputati sono una dozzina di giovani somali, di cui tre minorenni, accusati di aver tentato di impadronirsi della nave italiana Montecristo, in navigazione a circa 200 miglia dalla costa somala. I fatti, per come sono stati ricostruiti in aula dal pubblico ministero Francesco Scavo, si sono svolti tra il 10 e il 17 ottobre del 2011. Un gruppo di pirati somali, a bordo di due motoscafi veloci, ha assalito all’alba del 10 ottobre la Montecristo, a circa 620 miglia ad Est della costa somala. L’equipaggio è riuscito a rifugiarsi nella cittadella blindata, adiacente alla sala macchine e così a mantenere il controllo della nave, che non è stata dirottata verso la costa somala. I pirati hanno cercato di divellere la porta blindata della cittadella, anche usando razzi Rpg e cercando di appiccare un incendio, ma i tentativi sono stati vani. Intanto, l’equipaggio - 21 persone, di cui 6 italiani - è riuscito a chiamare i soccorsi. Ventiquattro ore più tardi, la Montecristo è stata intercettata da una nave da guerra statunitense e da una britannica, la HMS Somerset, una fregata, che con il suo elicottero ha tenuto d’occhio la nave italiana. Poche ore più tardi, una seconda nave britannica, in forza alla flotta Ue impegnata nella operazione antipirateria Atalanta, la HMS Fort Victoria è arrivata sulla scena del tentato sequestro. Dalla Fort Victoria una squadra di Royal Marines ha abbordato la Montecristo, catturato i pirati e messo in salvo l’equipaggio. Per circa un giorno i britannici sono stati a bordo della nave italiana, fino a quando non è arrivata la nave della Marina Militare Italiana Andrea Doria che ha preso in consegna i pirati, a quel punto in stato di arresto. Il processo in corso a Roma è il primo nel suo genere in Italia e dovrebbe concludersi entro la fine del 2012 o all’inizio del 2013 con una sentenza che rischia di spedire i somali in carcere per una ventina d’anni. L’accusa ha inserito tra i capi di imputazione anche la finalità di terrorismo, ipotizzando che i soldi del riscatto che i pirati avrebbero chiesto sarebbero almeno in parte finiti a finanziare gli Al Shabab, il movimento islamista radicale che controlla ampie zone del Sud della Somalia. Questo legame, tuttavia, non è stato provato, tanto che il tribunale dei minori di Roma che ha processato a parte i tre somali minorenni non ha considerato questa aggravante e li ha condannati a otto anni di carcere. Contrariamente a quello che ci si sarebbe potuti attendere, il processo è stato sostanzialmente ignorato dalla stampa italiana. Eppure, le questioni politiche e giuridiche (competenza, garanzia dei diritti degli imputati, ruolo del diritto internazionale) lo rendono un caso quasi

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Un processo invisibile contro i nuovi pirati


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unico. In tutta Europa, infatti, sono stati pochissimi i processi di questo tipo celebrati finora e un paio di questi, in Olanda e in Germania, si sono arenati sulle questioni di competenza: può un tribunale tedesco giudicare dei cittadini somali arrestati in acque internazionali, a bordo di un peschereccio yemenita? Il caso della Montecristo è in qualche modo più semplice, visto che i presunti pirati sono stati fermati (dai britannici) a bordo di una nave italiana e poi trasferiti alla Marina Militare, prima di essere formalmente arrestati, con interrogatorio di garanzia fatto in videoconferenza. È più intricato, invece, un secondo processo, iniziato il 25 novembre 2012. Riguarda un altro gruppo di undici somali accusati del tentato sequestro della motonave Valdarno, il cui equipaggio è riuscito a respingere l’assalto dei barchini dei pirati, grazie alla presenza a bordo di un team di sicurezza. I somali di questo secondo gruppo sono stati arrestati non a bordo della nave italiana ma su un peschereccio yemenita che, secondo l’accusa, è stato usato come “nave madre”, cioè come la piattaforma da cui far partire i veloci motoscafi, detti skiff, impiegati di solito negli abbordaggi. I due processi sono, non solo per l’Italia, un fatto storico. Non solo perché in Italia non ci sono precedenti recenti di processi per pirateria, ma anche per il modo di condurre l’inchiesta, per la collaborazione con le Marine Militari statunitense e britannica (che hanno mandato i propri comandanti a testimoniare), per l’impianto accusatorio e per le difficoltà giuridiche connesse. Il quadro del diritto internazionale sulla pirateria è infatti piuttosto complicato. Le leggi internazionali contro la pirateria risalgono alla fine del XIX secolo e l’unico trattato corrente, la Convenzione Onu sulla Legge del Mare, che pure definisce la pirateria come crimine internazionale, non è stata recepita dalle legislazioni nazionali di molti Paesi. Perciò non è chiaro se eventuali pirati fermati debbano essere processati dal Paese a cui appartiene la nave che li ha catturati o se invece sia meglio processarli in Somalia, dove non esiste un Governo dal 1991, o addirittura in un Paese terzo. L’Olanda ha adottato la prima interpretazione e all’inizio del 2011 un tribunale olandese ha condannato 5 somali riconosciuti colpevoli del sequestro di un cargo olandese nel Golfo di Aden nell’aprile del 2009. Presunti pirati somali sono in carcere anche negli Stati Uniti, in Francia, nello Yemen e in Germania, ma il grosso dei pirati “arrestati” dalle forze navali internazionali è al momento in Kenya, sospesi in un limbo giuridico. Nel 2009, Il Kenya, infatti, aveva accettato dei trattati bilaterali con una serie di Paesi (Cina, Usa, Canada, Regno Unito e Danimarca, oltre all’Unione Europea) per celebrare davanti ai propri tribunali i processi a carico dei presunti pirati. Nell’aprile del 2010, però, un giudice keniano ha stabilito che le leggi nazionali non sono applicabili e dunque che i tribunali del Kenya non sono competenti a decidere sui casi di pirateria avvenuti in acque internazionali o in acque territoriali di Paesi terzi. Così, si deve ricominciare e della questione è stata investita direttamente l’Organizzazione delle Nazioni Unite. A gennaio 2011, Jack Lang, inviato speciale del Segretario dell’Onu Ban KiMoon ha consegnato il proprio rapporto: il consiglio è di creare dei tribunali ad hoc in alcune Regioni della Somalia, tra cui il semi-autonomo Stato del Puntland, che però non è riconosciuto a livello internazionale. I processi di Roma cercano in qualche modo di creare un precedente che permetta di porre rimedio a una incertezza normativa che favorisce i pirati e gli assicuratori marittimi: i premi delle assicurazioni per le navi che battono le rotte a rischio nell’Oceano Indiano continuano sistematicamente a salire. Tanto che, alla fine, per qualcuno, pagare il riscatto è il male minore.


La pirateria/3

Luciano Scalettari

Negli ultimi anni parlare di pirateria è parlare di pirateria somala. I mezzi d’informazione hanno acceso i riflettori soprattutto su questa fetta di mare del pianeta, che va dall’ultima parte del Mar Rosso fino alle acque al largo della città di Obbia, in Somalia. Grosso modo un terzo del mare antistante i 3300 chilometri della costa del Paese del Corno d’Africa. Se ne parla più o meno dal 2007 e 2008, ma le radici della cosiddetta pirateria somala vengono da qualche anno più indietro. Ossia, come tante altre delle piaghe del Paese, dall’inizio della guerra civile somala, nel 1991. Tutto comincia con la caduta di Siad Barre, il dittatore somalo che aveva guidato il Paese per oltre 20 anni. Con la dissoluzione del regime, sono venute a mancare le autorità di polizia e di controllo sulle acque costiere, che viceversa sotto Siad Barre erano piuttosto strutturate. C’era una guardia costiera e una marina militare abbastanza moderna e armata, per un Paese africano. Poi, più nulla. Si dà il caso, tuttavia, che le acque somale, e in particolare quella che nella geografia marittima viene chiamata “Area 51” (prospiciente la Regione del Puntland), siano fra le più pescose del mondo: è una sorta di immensa pianura sottomarina con una presenza ittica straordinaria: secondo stime, per difetto, il potenziale di pescato – senza mettere in pericolo il ciclo naturale di ripopolamento delle acque – è di 200mila tonnellate l’anno, con varietà di specie fra le più pregiate. Quindi, tanto e ottimo pesce. E nessun “padrone” di quelle acque. È per questo che nella prima metà degli anni ’90 si sviluppa la pesca di frodo: pescherecci di altri Paesi si spingono fin nelle acque somale, con mezzi sempre più potenti. I pescatori locali reagiscono, a quello che considerano un vero furto: questa “guerra della pesca” è la premessa storica della pirateria, perché anche i somali si organizzano e cominciano a sequestrare le barche dei pescatori di frodo stranieri. Attacchi e pirateria da parte somala, armi o getti di acqua bollente dai pescatori di frodo. Non sono pochi i pescatori locali sepolti lungo la costa, uccisi per essersi scontrati con i pescherecci stranieri. L’agenzia internazionale “Closing the Net” (“Chiudere le Reti”) ha stimato che operano in quel tratto di mare circa mille pescherecci d’altura, enormi imbarcazioni all’avanguardia della tecnologia, in grado di fare tutta la lavorazione a bordo. Tante sono poi le imbarcazioni che operano senza scrupoli, utilizzando reti a strascico, dinamite di profondità. Pescando fin quasi sottocosta, per cui entrano in collisione con i pescatori tradizionali, che usano poveri mezzi e vivono di sussistenza. Gli operatori locali si vedono privati di tutto, inevitabile che nel tempo ne siano nati violenti conflitti. È su questa storia remota che si è evoluta la situazione verso il fenomeno attuale. I pescatori locali, privi di tutele istituzionali, si sono organizzati da soli la “difesa” del mare. I pescatori di frodo hanno reagito allo stesso modo. Ecco l’origine dell’escalation. Prima bande locali, poi livelli organizzativi sempre più elevati, fino alle organizzazioni criminali, sia di parte somala che internazionali. Una vera industria del crimine. Un episodio, raccontato dall’agenzia di stampa Reuters, rende l’idea del business che oramai sostiene il fenomeno della pirateria. Una giovane donna somala, al momento del divorzio dal marito (un miliziano), ottiene l’unico bene significativo che lui aveva: un bazooka, valore 500 dollari circa. La donna decide di investire la sua “proprietà” affittando l’arma a un’imbarcazione di pirati che, poco dopo, sequestra e ottiene il riscatto di una tonniera spagnola. Ebbene, in poche settimane la donna si ritrova con 22mila dollari. Chi glielo spiega che è un’attività illegale? Probabilmente risponderebbe che ha solo contribuito a difendere il proprio mare, il sequestro non è avvenuto in acque spagnole. Nelle regioni costiere della Somalia la pirateria è un’industria piuttosto struttu-

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Pirateria somala, una storia mai raccontata


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rata. Esiste persino una “piazza”, un po’ come fosse una borsa europea, dove ci si reca per formare equipaggi e ottenere investimenti: ciascuno mette quello che ha, e guadagna in proporzione. Chi sono, poi, i pirati somali? In molti casi sono ex marinai della guardia costiera, ex militari di Marina, ma anche ex ufficiali, funzionari, in qualche caso pescatori. Molti, tuttavia, non sanno neanche nuotare. Provengono dall’entroterra, perlopiù arruolati fra i pastori nomadi, attratti dall’occasione di arricchimento veloce. Oggi, i miliziani somali che vanno a fare i sequestri col kalashnikov sono l’ultimo anello della catena. Il vero business è altrove, tra i “colletti bianchi” che mettono gli investimenti per organizzare barche da pirateria sempre più sofisticate e complesse; tra gli “operatori del settore” che riescono a fornire con precisione le rotte delle navi da intercettare; tra gli armatori e tra i mediatori che, in tempo reale, sono in grado di mettere in contatto le bande criminali con le compagnie e che “risolvono” in fretta il caso con un riscatto che comprende laute provvigioni. Tutte figure che con la Somalia hanno ben poco a che fare. Dall’altro lato c’è il business delle assicurazioni, delle compagnie private di sicurezza. Infine, delle operazioni di polizia internazionale, nelle acque somale. Sulla pirateria, oggi, gli interessi in gioco, somali e internazionali, sono enormi. Solo che la componente somala è quella che – perlomeno rispetto al livello alto – prende le briciole. Ecco perché, oggi, le organizzazioni più attente della società civile non parlano semplicemente di pirateria, ma di twin piracy, pirateria gemella: perché i somali sono pirati tanto quanto gli attori esterni e i pescatori internazionali di frodo. Quanto al programma internazionale di vigilanza – l’Operazione Atlanta – forse pochi sanno che l’accordo fra la Commissione Europea e lo Stato somalo (accordo che permette l’intervento armato per terra e per mare, la garanzia della non punibilità in territorio somalo, la totale libertà di movimento e di pattugliamento, la possibilità di arresto ed estradizione dei pirati, e tante altre cose) è stato firmato il 31 dicembre 2008, ossia due giorni dopo le dimissioni dell’allora Presidente della Somalia Abdullahi Yussuf – cioè in un momento di vuoto di potere – dall’ambasciatore somalo presso il Kenya e da un rappresentante della Commissione Europea. Un accordo i cui vantaggi, da parte somala, equivalgono a zero. In altre parole, un accordo che dal punto di vista del diritto internazionale è un mostro giuridico. Un atto che, peraltro, essendo stato ratificato in sede di Unione Europea, vincola tutti i Paesi membri. Perché una procedura tanto anomala? Forse lo spiega il fatto che l’aiuto dato dalla comunità internazionale alla Somalia assomma a un quinto del guadagno netto per gli armatori europei, che ora si trovano a pescare e a trafficare con la protezione delle navi da guerra dei Paesi ricchi, anche italiane. C’è chi sostiene che, se si volesse combattere alla radice la piaga della pirateria, la soluzione ci sarebbe: non un “assegno in bianco” alle operazioni di polizia, ma un accordo articolato, che permettesse anche ai pescatori e alla popolazione costiera del Paese di trarne vantaggio, di avere garanzie di lavoro e una vera tutela contro i pescherecci senza scrupoli (che tra l’altro stanno mettendo in pericolo molte specie ittiche di quell’area). Questa strada potrebbe estirpare alla radice un fenomeno ben più complesso di quanto si voglia far credere. Due società di analisi americane hanno fatto una stima di quanto è costato alla comunità internazionale il caos somalo di questi 20 anni: 55,83miliardi di dollari. E anche di quanto è stato “pagato” il fenomeno della pirateria: poco più di 22miliardi di dollari. Una cifra da capogiro. Se è vero che il pattugliamento di una sola nave da guerra nel basso Mar Rosso costa 200mila dollari al giorno, ben si comprende la cifra complessiva. Sulla Somalia la pirateria ha avuto un impatto estremamente negativo: ha portato ad arricchimenti improvvisi e a un giro di denaro impressionante. La ricaduta colpisce tutto il territorio a Nord di Mogadiscio fino al Somaliland. Si tratta di ingenti quantità di quattrini di provenienza illegale che entra violentemente in un tessuto sociale poverissimo, dove vige da decenni un’economia di sussistenza. Un impatto socio-economico devastante. Insomma, a parte il pugno di pirati, dalla pirateria la Somalia ha avuto solo conseguenze negative. Da un lato, la pesca di frodo e la “svendita” della propria integrità territoriale alle operazioni di polizia internazionale, dall’altra un fiume di denaro illecito, capace di corrompere e disintegrare quel poco di economia sana rimasta nel Paese.


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Africa

Fabio Bucciarelli

A cura di Amnesty International

Libertà e giustiza sono il sogno africano La transizione nei Paesi dell’Africa del Nord, dove nel 2011 sono stati deposti regimi rimasti complessivamente in carica per un secolo, procede tra progressi istituzionali e arretramenti nella difesa dei diritti umani. Elemento comune a Tunisia e Libia è la quasi totale assenza di giustizia per le vittime di decenni di violazioni e delle rivolte dello scorso anno. In Tunisia, dalla maggioranza parlamentare e dalle piazze viene attaccata la libertà d’espressione, con un ampio uso della normativa contro i comportamenti indecenti e immorali. Nell’Assemblea costituente, uno dei temi di maggiore scontro è quello del ruolo della donna, di cui si è anche proposta la “complementarietà” all’uomo. In Libia, lo stato di diritto stenta ad affermarsi. Migliaia di persone sono detenute in centri controllati dalle milizie, senza accusa né processo, perché sospettati di aver combattuto per Gheddafi. Ci sono stati casi di torture mortali e non è cessata la discriminazione dei migranti. La popolazione di Tawargha, vittima di una pulizia etnica collettiva che ha colpito 30mila persone,

vive nell’emarginazione e nella precarietà. L’instabilità del Paese è stata evidente nell’attacco al consolato Usa di Bengasi, che ha causato la morte dell’ambasciatore e di altre persone. In Egitto, il Presidente Morsi è atteso da sfide sul piano politico e dei diritti umani, tra cui porre sotto controllo e chiamare a rispondere del loro operato le forze di polizia e l’esercito. Sebbene abbia sciolto i servizi segreti militari, sinonimo di tortura durante il regime di Mubarak, l’impunità nel Paese resta diffusa. Migliaia di persone arrestate o processate per “aver sostenuto la rivoluzione” sono state amnistiate in occasione dei primi 100 giorni della presidenza. Dopo la rivoluzione del gennaio 2011, aggressioni e violenza sessuale nei confronti delle donne sono aumentati. Le rivolte nordafricane hanno conosciuto, un anno dopo, uno sviluppo nell’Africa Subsahariana e in Senegal e in Sudan le forze di sicurezza hanno reagito con un uso eccessivo della forza. In Sudafrica oltre 30 minatori che protestavano contro l’inadeguatezza dei salari e per mantenere il posto di lavoro sono stati uccisi. Il Sud Sudan, indipendente dal luglio 2011, vive ancora nell’instabilità, tra minacce di guerra e scontri veri e propri col Sudan. L’esercito Sudsudanese si è reso responsabile di stupri e torture durante una campagna che aveva l’asserito obiettivo di disarmare gruppi armati e ritirare le armi. Il Mali attraversa la peggiore crisi dei diritti umani dei suoi primi 50 anni d’indipendenza. La costituzione di una Giunta “di coalizione” dopo il colpo di stato di marzo, non ha impedito che un’alleanza tra indipendentisti tuareg e gruppi armati del fondamentalismo qaedista finisse per controllare il Nord del Paese. Un altro Paese dove nel 2012 c’è stato un colpo di stato, le Maldive, è in piena crisi politica. Dopo gli arresti di sostenitori del Presidente deposto, a ottobre è stato ucciso il primo parlamentare (filogovernativo) della storia del Paese. In Guinea Bissau, al colpo di stato del 12 aprile sono seguite crescenti limitazioni alla libertà di espressione, manifestazione, informazione e movimento. Le prime avvisaglie di una ricostruzione istituzionale in Somalia, dopo due decenni, non hanno impedito che proseguisse la caccia ai giornalisti. Dal febbraio 2007, sono stati assassinati almeno 35 giornalisti e nessuno è stato chiamato a rispondere. Nonostante l’Africa continui a guidare la tendenza mondiale verso l’abolizione della pena capitale, ad agosto si è registrato un passo indietro con l’esecuzione di nove condanne a


morte in Gambia, le prime dopo 27 anni. In Nigeria proseguono gli scontri intercomunitari, con attacchi sanguinosi del gruppo armato fondamentalista Boko Haram a civili e a luoghi di culto dei cristiani Sono aumentati, inoltre, gli sgomberi forzati in nome di “progetti di sviluppo” o di “riqualificazione” che hanno lasciato senza casa migliaia di persone. Il 26 aprile, il Tribunale speciale per la Sierra Leone, ha giudicato colpevole l’ex Presidente liberiano Charles Taylor per i crimini commessi durante il conflitto nel Paese (1991-2002). Fabio Bucciarelli

Il mondo di Kako di Flora Graiff Ciotola di guerra


48

Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALL’ALGERIA RIFUGIATI

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RIFUGIATI ACCOLTI NELL’ALGERIA RIFUGIATI

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PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI SAHARA OCCIDENTALE

90.000


Sono sei milioni gli analfabeti

Sei milioni di analfabeti, su una popolazione complessiva di 37milioni di individui, quindi poco sopra la soglia del 22%. Sono questi i ‘’numeri’’ dell’Algeria di oggi nel campo dell’alfabetizzazione. Il fenomeno dell’analfabetismo resta dunque piuttosto ampio, nonostante gli sforzi compiuti dal Governo in questo settore in mezzo secolo di indipendenza. Tuttavia c’è un dato consolante. Il 93% dei ragazzi compresi nella fascia di età fra i 6 e i 12 anni sono alfabetizzati. Si prevede che entro il 2018 il tasso di analfabetismo possa calare di almeno il 10%.

Marzia Lami

Nel 2012 l’Algeria ha celebrato il 50° anniversario dell’indipendenza, proclamata ufficialmente il 5 luglio del 1962 dopo una difficile e sanguinosa guerra contro la Francia, durata sette anni e mezzo e costata un milione e mezzo di morti. L’evento è stato festeggiato con numerose iniziative organizzate in tutto il Paese dal Governo centrale e dalle autorità locali: concerti, spettacoli pirotecnici, il conio di una nuova moneta da 200 dinari, messa in circolazione dalla banca d’Algeria con il logo dell’anniversario. Ma nonostante l’esaltazione per la festa, il folklore e lo sventolio delle bandiere distribuite generosamente alla popolazione, l’anniversario è stato vissuto con un sentimento di disillusione. Questo sentimento è stato espresso soprattutto dalla società civile e da parte della stampa. Cinquant’anni dopo la conquista dell’indipendenza l’Algeria appare come un Paese bloccato, sia a livello politico che a livello economico, ancora incapace di esprimere tutte le sue potenzialità. Lo si è visto anche dall’esito delle elezioni legislative del maggio 2012, vinte ampiamente dal Fln (il partito del Presidente Bouteflika) e caratterizzate da un alto tasso di astensionismo. Ad Algeri il vento della “primavera araba” del 2011 non è arrivato, o almeno è arrivato molto debole. Questo è avvenuto per diverse ragioni. Prima di tutto, dopo il traumatico decennio degli anni Novanta, caratterizzati da un terrorismo e da una violenza eccezionali, gli algerini temono un processo di cambiamento traumatico, che potrebbe sfociare in nuova violenza. Inoltre in Algeria, nonostante il sistema politico appaia bloccato, esiste formalmente il pluripartitismo e la stampa gode di una relativa libertà di espressione (anche se radio e televisione restano di proprietà statale). Non si può, quindi, parlare dell’esistenza di un regime simile a quello dell’egiziano Mubarak e del tunisino Ben Ali. Infine, la rendita che deriva dall’export di petrolio e gas naturale garantisce al Governo le risorse finanziarie sufficienti per garantire la pace sociale e soddisfare, almeno nell’immediato, le diverse rivendicazioni popolari. Tuttavia lo scontento della popolazione algerina resta palpabile, soprattutto fra i giovani (il tasso di disoccupazione giovanile oscilla fra il 30 e il 35%). Non esiste un movimento nazionale di contestazione, la protesta si esprime in genere a livello locale,

ALGERIA

Generalità Nome completo:

Repubblica democratica popolare di Algeria

Bandiera

49

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Arabo, francese, tamazight (berbero)

Capitale:

Algeri

Popolazione:

Circa 35 milioni

Area:

2.381.740 Kmq

Religioni:

Musulmana sunnita (99%), cristiana ed ebraica (1%)

Moneta:

Dinaro algerino

Principali esportazioni:

Risorse naturali: petrolio, gas naturale, ferro, fosfati, uranio, piombo, zinco Risorse agricole: grano, orzo, avena, uva, olive, cedri, frutta, pecore, bestiame

PIL pro capite:

Us 7.000

con brevi fiammate che richiedono comunque l’intervento delle forze dell’ordine. La buona notizia del 2012 è l’assenza di gravi attentati terroristici, anche se restano presenti sul territorio algerino gruppi armati legati all’estremismo islamico.


I militanti del gruppo al-Qaeda per il Maghreb islamico mirano ad unire le forze jihadiste della regione nordafricana per combattere contro l’Europa e la presenza occidentale nei Paesi del Ma-

ghreb. L’obiettivo sembra in gran parte fallito per mancanza di fondi, di uomini e anche per l’azione repressiva condotta dall’esercito algerino.

Per cosa si combatte

50

Marzia Lami

L’Algeria ha vissuto un 2010 relativamente tranquillo. I gruppi terroristi armati che si ricollegano ad al-Qaeda (al-Qaeda per il Maghreb islamico) hanno compiuto azioni meno sanguinose rispetto agli anni precedenti e la loro attività si è concentrata soprattutto nella zona meridionale del Paese. Resta instabile, in parte, anche la situazione della Cabilia, la regione montuosa che si estende da Algeri vero l’Est lungo la costa mediterranea. Il terrorismo che minaccia oggi l’Algeria non ha la forza, i numeri e la pericolosità di quello che ha sconvolto il Paese nel corso degli anni Novanta. La data chiave è il 1991, quando il movimento politico Fis (Fronte islamico di Salvezza) vince il primo turno delle elezioni politiche generali. Di fronte alla minaccia islamista a gennaio i militari interrompono il processo elettorale, il Fis viene dichiarato fuori legge e comincia uno scontro sempre più sanguinoso tra i gruppi terroristi di

ispirazione islamica radicale e l’esercito algerino. L’organizzazione terroristica dominante è il Gia (Gruppo Islamico Armato), in seguito affiancato dal Gspc (Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento). In Algeria il terrorismo islamico raramente ha preso di mira gli stranieri. Le vittime sono state soprattutto cittadini algerini. Nel decennio di sangue sono stati colpiti intellettuali, scrittori, giornalisti, esponenti della vivace società civile che caratterizza l’ex colonia francese. Numerosi anche gli attacchi contro poliziotti e militari. A migliaia i caduti fra la popolazione civile, sia nei centri urbani che nei villaggi. Tra gli stranieri sono stati colpiti esponenti della chiesa cattolica, da sempre minoritaria ma costantemente a fianco della popolazione musulmana nei momenti difficili del Paese. Vanno ricordate le uccisioni del vescovo di Orano Pierre Claverie e dei sette monaci trappisti del monastero

Quadro generale

Troppi morti senza volto

Cinquanta anni dopo l’indipendenza resta ancora controverso il numero esatto delle vittime provocate dalla guerra. Il bilancio ufficiale più affidabile è quello relativo alle perdite francesi. I morti fra i militari sono 24614 (15583 caduti in combattimento o a causa di attentati), mentre i feriti sono quasi 65000. I civili francesi caduti sono 2788 (i feriti sono oltre 7500). Resta difficile da valutare il numero esatto dei morti algerini. La retorica del Governo del Fln ha celebrato a lungo “un milione e mezzo di martiri”, invece le autorità militari francesi riconoscono di aver ucciso 143mila ribelli. Una stima più verosimile calcola complessivamente in 300mila i caduti algerini.

Marzia Lami


Ahmed Ben Bella (25 Dicembre 1916 Algeri 11 Aprile 2012)

La lunga via della droga

L’Algeria sta diventando sempre di più un Paese di transito della droga verso l’Europa e il Medio Oriente. La quantità di sostanze stupefacenti sequestrata fra il gennaio e l’agosto del 2012 è raddoppiata rispetto allo stesso periodo del 2011 e più che decuplicata rispetto al 2007. Nel 2012 la Gendarmeria ha sequestrato 51 tonnellate di kif (hashish), oltre 42mila compresse di sostanze psicotrope, vari quantitativi di cocaina ed eroina. Gran parte della droga arriva dal Marocco, che resta il principale esportatore verso l’Europa di cannabis, introdotta nel nostro continente attraverso la Spagna e il Portogallo.

di Tibherine. Si calcola che in totale le vittime del terrorismo in un decennio siano state circa 100mila. Una via di uscita dal tunnel del terrorismo è stata cercata a partire dal 1999, quando è stato eletto alla presidenza della Repubblica Abdelaziz Bouteflika. Bouteflika ha voluto impegnarsi per la riconciliazione e ha offerto una amnistia ai combattenti islamici in cambio del loro disarmo. Questo processo di riconciliazione è andato avanti con difficoltà e anche ambiguità. Alcuni gruppi hanno continuato le loro attività terroristiche, ma lentamente la vita degli algerini è tornata a essere più tranquilla, soprattutto nei principali centri urbani. Anche se negli ultimi anni c’è stata una ripresa delle azioni terroristiche anche ad Algeri, per opera dei militanti di al-Qaeda per il Maghreb islamico attentati del dicembre 2007 e dell’agosto 2008. L’Algeria non ha quindi raggiunto una condizione di completa stabilità e sicurezza. A questa condizione si aggiunge un quadro politico assolutamente immobile. Arrivato alla presidenza nel 1999 Bouteflika, rieletto nell’aprile del 2009 (è il terzo mandato consecutivo), ora conta di restare

I PROTAGONISTI

al potere fino al 2014. Quando divenne presidente, Bouteflika alimentò molte speranze. Promise di ristabilire la pace, la riforma della pubblica amministrazione, della scuola e della giustizia. Assicurò di voler garantire il prestigio della nazione. Ma i progressi sperati non ci sono stati. O sono stati molto timidi, ben al di sotto delle attese. Come ha scritto il quotidiano indipendente El Watan, Boueflika non ha cose nuove da dire e presenta da un decennio lo stesso programma. Restano perciò irrisolti molti problemi come la corruzione, l’inflazione, la disoccupazione e la crisi degli alloggi, che colpisce soprattutto i giovani. Sulla scena politica non si affacciano uomini nuovi e resta dominante una casta di politici, militari e burocrati che gli algerini definiscono genericamente Le Pouvoir (Il potere). Di fronte a questa immobilità l’Algeria non collassa solo perché galleggia su un mare di petrolio. Grazie alle riserve di idrocarburi l’Algeria negli ultimi anni ha potuto arricchire le sue riserve valutarie (145miliardi di dollari) sfruttando gli aumenti del prezzo del greggio (ma con un calo sensibile nel corso del 2009). Tuttavia questa ricchezza non si è riversata sulla popolazione e la forte dipendenza dalle risorse petrolifere non ha favorito una diversificazione dell’economia. Gli introiti incassati dall’export di gas e petrolio vengono in gran parte utilizzati per l’importazione di alimentari, medicinali e materiali per l’edilizia.

51

Il 2012 ha visto l’uscita di scena di Ahmed Ben Bella, morto ad Algeri l’11 aprile. Era nato il 25 dicembre del 1918 ed è passato alla storia per essere stato il primo Presidente dell’Algeria indipendente. Figlio di contadini, dopo una carriera militare come valoroso combattente durante la seconda guerra mondiale (fu ferito sul fronte di Cassino e in seguito decorato dal generale De Gaulle) Ben Bella comincia a militare nell’esercito clandestino del Fronte di Liberazione Nazionale (Fln). Arrestato dai francesi nel 1950, riesce ad evadere in modo rocambolesco e si rifugia in Egitto. Nuovamente arrestato dai francesi nel 1955, Ben Bella resta in carcere fino alla firma degli accordi di Evian, nel marzo del 1962. Tra marzo e settembre si scatena una lotta di potere che coinvolge il Governo provvisorio, i dirigenti del Fln e le forze armate. Da questo scontro esce vincitore Ben Bella, proclamato Presidente l’11 settembre. Tribuno carismatico e populista, Ben Bella incarna per qualche tempo i sogni degli algerini. Ma nel 1965 un colpo di stato del suo vecchio compagno d’armi Houari Boumedienne lo estromette dal potere. Esiliato in Svizzera, torna in Algeria nel 1990, quando ormai non conta più nulla e l’Algeria è insanguinata dal terrorismo.

Marzia Lami


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DAL CIAD RIFUGIATI

42.640

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI SUDAN

31.871

CAMERUN

5.251

SFOLLATI PRESENTI IN CIAD 124.000 RIFUGIATI ACCOLTI NEL CIAD RIFUGIATI

366.494

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI SUDAN

298.311

REPUBBLICA CENTROAFRICANA

67.414


Lo spettro della fame

Il Presidente Déby (al potere dal 1990) deve fronteggiare la carestia che ha investito le nazioni del Sahel. 4milioni di ciadiani (sui 12 che abitano il Paese) sono a rischio. Su un terzo della popolazione grava lo spettro della morte per fame perché all’appello mancano 640mila tonnellate di cereali. All’origine ci sono le scarsissime piogge ed il pericoloso abbassamento del livello dell’acqua del Lago Ciad, che ha perso nove decimi di superficie per la riduzione della falda e dell’intenso sfruttamento. Nel Nord del Ciad in poco meno di 20 anni il deserto del Sahara ha occupato una fascia di 200 chilometri e l’avanzata continua. Le annate di siccità drammatica sono state 3 negli ultimi 7 anni. Nel 2011 i raccolti si sono dimezzati rispetto all’anno precedente mentre il prezzo dei cereali è salito vertiginosamente del 40% nei mercati popolari. Ad esplodere, puntuale come una bomba ad orologeria, è stata la guerra tra pastori nomadi e contadini stanziali per il controllo di acqua e pascoli fertili.

UNHCR/H. Caux

Monsignor Michele Russo, 66 anni, missionario comboniano, per 22 anni vescovo della diocesi di Doba (una ricca Regione petrolifera) è stato espulso dal Ciad nell’ottobre 2012. In una omelia trasmessa da una radio privata aveva criticato la gestione governativa delle risorse petrolifere che arricchisce illecitamente una minoranza e condanna la popolazione alla miseria. Mentre l’impatto ambientale dell’estrazione dell’oro nero avvelena il territorio. Il Governo di N’Djamena ha prima accusato la radio di attentare all’ordine pubblico e poi ha puntato il dito sul vescovo contestandogli di svolgere una attività incompatibile con il suo status concedendogli una settimana di tempo per lasciare il Paese. Chi tocca i fili muore, è la morale di questa parabola. Il Presidente Idriss Déby con i proventi petroliferi ha potenziato essenzialmente l’esercito, procedendo secondariamente alla ristrutturazione di strade ed alla costruzione di edifici pubblici. Ma non ha mantenuto gli impegni di investire gran parte degli introiti per ridurre la povertà in cambio di finanziamenti internazionali per la costruzione di un oleodotto. Per questo la Banca Mondiale nel 2008 ha sospeso gli aiuti. Un rapporto della organizzazione non governativa Terre Solidaire denuncia che nel 2010 il Ciad ha speso 234milioni di euro in armamenti, cifra ancora alta rispetto ai 420milioni di euro del 2008 quando il Presidente Déby (arrivato al potere con un colpo di stato) dovette fronteggiare la guerriglia che arrivò a minacciare la capitale. Tra il 2004 ed il 2010 il Paese africano con l’acquisto di armi ha violato la legge che stabiliva che il 10% dei proventi del suo petrolio dovesse essere depositato su un apposito conto per le generazioni future; l’80% doveva essere investito in sanità, affari sociali, insegnamento, infrastrutture, sviluppo agricolo e degli allevamenti, ambiente e risorse idriche; mentre il 5% sarebbe stato destinato alle comunità locali delle Regioni dove viene estratto

CIAD

Generalità Nome completo:

Repubblica del Ciad

Bandiera

53

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Francese, Arabo

Capitale:

N’Djamena

Popolazione:

9.826.419

Area:

1.284.000 Kmq

Religioni:

Musulmana (53,10%), cristiana (35%), animista (10%)

Moneta:

Franco CFA

Principali esportazioni:

Prodotti agricoli

PIL pro capite:

Us 1.519

il greggio. Questa legge era stata imposta dalla Banca Mondiale per la concessione di fondi destinati alle infrastrutture necessarie allo sfruttamento del petrolio, in particolare per la costruzione dell’oleodotto che collega il Ciad al porto di Doula in Camerun. La legge (approvata nel 1999) non è mai stata applicata anzi sei anni dopo ne è stata varata un’altra che ha soppresso i proventi destinati alle generazioni future ed ha invece aumentato le quote per sicurezza, giustizia e amministrazione del territorio: settori definiti prioritari a cui di conseguenza è stato attribuito il 65% degli introiti.


Il Ciad è al 183° posto su 187 Paesi per l’indice di sviluppo umano. L’80% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, appena il 9% ha accesso a servizi sanitari adeguati mentre solo il 48% usufruisce dell’acqua potabile. Una situazione sociale esplosiva che con la proliferazione del passaggio di armi (soprattutto leggere) sul proprio territorio ha visto crescere in maniera esponenziale la violenza tra le comunità locali. Il Ciad è una tappa essenziale per l’esportazione di armi verso i Paesi vicini, in particolar modo nella Regione sudanese del Darfur. Resta ancora gravissimo il problema di un milione di mine in circolazione e dei due milioni di ordigni inesplosi che minacciano la vita dei civili.

I conflitti tra le oltre 200 etnie che popolano il Paese sono all’ordine del giorno, una instabilità che torna utile al Governo centrale che sulla filosofia del “divide et impera” basa il suo potere. I confini (specialmente quelli orientali) restano caldi. Qui rapimenti ed attacchi contro i civili sono portati a segno dalle centinaia di milizie stanziate nel Darfur e che facilmente attraversano le frontiere - groviera che separano il Sudan dal Ciad. Ed inoltre sono molto attivi i gruppi interni di resistenza armata che si oppongono al Presidente Déby. E spesso, troppo spesso, queste differenti tipi di violenza si sovrappongono, si uniscono, e si separano alla velocità della luce. A farne le spese la popolazione inerme.

Per cosa si combatte

Una condanna per il presidente

Su pressione delle Nazioni Unite, il Senegal nel luglio 2011 sospese il rimpatrio dell’ex Presidente del Ciad Hissène Habré, condannato a morte dal Governo di Dakar per crimini di guerra e contro l’umanità durante la sua presidenza tra il 1982 ed il 1990, quando fu rovesciato da Déby con un golpe. Nel marzo 2012 la Corte Internazionale Penale dell’Aja ha esaminato la richiesta di estradizione di Hissène Habré presentata dal Belgio che nel 2005 ha emesso un mandato di arresto contro l’ex Presidente, accusato di aver ordinato la morte di 40mila persone tra oppositori e gruppi etnici diversi. A luglio la Corte dell’Aja ha imposto al Senegal di iniziare il processo o estradare il prigioniero. Si è usciti dall’impasse grazie ad un accordo tra Senegal e Unione Africana per creare un tribunale speciale.

54

UNHCR/H. Caux

La Repubblica del Ciad, situata nell’Africa Centrale e circondata dagli Stati confinanti della Libia, del Sudan, del Camerun, della Nigeria, del Niger e della Repubblica Centraficana è considerata uno dei Paesi più poveri del mondo, attraversato da forti instabilità interne e da conflitti ancora irrisolti. Proprio la vicinanza con molti Paesi dove si combattono guerre violente e sanguinose ha aggravato la crisi interna del Ciad, guidato da un Governo che fatica a gestire i forti flussi di rifugiati in fuga dai conflitti e dalle tensioni interne. Dopo una lunga storia da ex colonia francese, il Ciad è diventato indipendente nel 1960. Una transizione pacifica che sembrava presagire un futuro di stabilità per il Paese che nello stesso anno, il 20 settembre, è entrato ufficialmente a far parte dell’Onu. Il primo Presidente del Ciad, eletto l’11 agosto del 1960, è stato François Tombalbaye che nel dopoguerra aveva fondato uno dei principali partiti ciadiani, il Partito Progressista del Ciad (Ppt). Le speranze del Paese furono presto deluse dal Governo di Tombalbaye, che si trasformò in una guida autoritaria. Solo due anni dopo la sua elezione, il Presidente aveva messo al bando tutti gli altri partiti politici attivi in Ciad e cominciato

una forte repressione contro quelli che considerava oppositori politici. Il malcontento nel Paese cresceva e in più di una occasione il Governo dovette sedare rivolte interne. Tensioni si registravano nel Nord del Paese, abitato da popoli di fede islamica ma anche al Sud dove le popolazioni erano cristiane e animiste. Nel 1966, nel confinante Sudan, venne fondato il Fronte Nazionale per la Liberazione del Ciad (Frolinat). Il gruppo di ribelli imbracciò le armi contro il Governo dando inizio ad una sanguinosa guerra civile, proseguita anche dopo il colpo di stato militare del 13 aprile del 1975, quando Tombalbaye venne ucciso e il generale Félix Malloum, capo della giunta militare, divenne il nuovo capo di Governo. Nell’impossibilità di annientare la guerriglia del Frolinat, nel 1978, Malloum decise di nominare primo Ministro il leader dei ribelli Hissène Habré. La convivenza dei due ai vertici del Paese durò poco. L’anno successivo le forze ribelli del Frolinat e l’esercito di Malloum si scontrarono apertamente nella capitale N’Djamena. Il generale golpista Malloum fu costretto alla fuga ma il Paese scivolò in una crisi interna ancora più profonda. La guerra civile coinvolgeva, oltre al Frolinat, numerose fazioni di ribelli e la situazio-

Quadro generale


Amani Hilal (1961)

Non c’è speranza per chi si oppone

Amnesty International denuncia costantemente gli abusi e le persecuzioni giudiziarie contro oppositori politici e giornalisti. Tra i casi segnalati merita attenzione la condanna a dure pene detentive e pesanti multe contro tre sindacalisti ed un giornalista accusati di incitamento all’odio razziale e diffamazione per aver diffuso il contenuto di una petizione pubblica in cui erano denunciati la cattiva gestione dei fondi pubblici e la corruzione di alcuni funzionari degli enti locali. Gali Ngote Gatta, deputato dell’opposizione, è stato arrestato e condannato ad un anno di prigione (nonostante l’immunità parlamentare) per corruzione e bracconaggio, poiché la polizia avrebbe sequestrato selvaggina a bordo della sua auto. Dopo alcuni giorni di detenzione, il parlamentare ha presentato ricorso e riconosciuto innocente. La magistratura troppo spesso si presta a trasformarsi nel braccio armato della legge al servizio di un regime dispotico. 55

Il pi�� importante hotel di Khartoum (Sudan) ha ospitato nei mesi scorsi una cerimonia speciale: il quinto matrimonio tra il Presidente del Ciad Idriss Déby Itno e Amani che (a differenza del significato del nome, ovvero Pace) è la figlia di Musa Hilal, capo delle spietate milizie janjawid (i sanguinari “diavoli rossi”) che al soldo del Presidente sudanese El-Bashir diffondono morte, violenza e terrore in Darfur. La neo sposa ha negato di essere stata costretta a sposare il Presidente del Ciad. “Nessuno mi ha imposto questo matrimonio. Non siamo nell’età della pietra” ha dichiarato alla stampa locale. Il parterre degli invitati era sceltissimo, come si conviene ad un matrimonio di rango. Non mancava ovviamente il “padrone di casa”, ovvero Omar El-Bashir, Presidente del Sudan, ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità e genocidio in Darfur. Al sontuoso ricevimento c’era il nigeriano Ibrahim Gambari, capo della missione di pace in Darfur delle Nazioni Unite, che ha a lungo conversato piacevolmente con il ricercato El-Bashir. La dote versata da Idriss Déby per avere Amani in sposa è stata di 26milioni di dollari. Uno schiaffo alla miseria visto che il reddito pro capite annuo di un abitante del Ciad è di 851 dollari.

UNHCR/H.Caux

ne nel Paese era ormai fuori controllo. L’Onu intervenne e traghettò il Paese alla firma, nell’agosto del 1979, di un trattato di pace l’Accordo di Lagos - che permetteva la formazione di un Governo di transizione che avrebbe dovuto guidare il Paese alle elezioni politiche. A capo di questo Governo il Presidente Goukouni Oueddei, mentre Habré fu nominato ministro della Difesa. Dopo 18 di mesi la situazione era però immutata e gli scontri continuavano ad imperversare. Oueddei riuscì a conquistare il controllo della capitale ma per farlo chiese aiuto alla Libia che inviò le proprie truppe. Ancora grazie alla Libia nel 1983, l’esercito governativo sferrò un nuovo attacco contro le forze di Habré, che ottenne il sostegno delle forze francesi già presenti sul territorio. Nel 1984 la Francia e la Libia siglarono un accordo per ritirare le proprie truppe dal Ciad. Accordo che non fu però rispettato dalla Libia che mantenne i propri soldati nella striscia di Aouzou. Solo nel 1987 Ciad e Libia firmarono un cessate il fuoco, che rimase

I PROTAGONISTI

in vigore fino al 1988. Negli anni Ottanta la stabilità interna del Ciad è minata da una serie di colpi di stato. Nel 1990 un disertore dell’esercito di Habré, Idriss Déby riuscì con un golpe ad instaurare un nuovo Governo, di cui egli stesso divenne Presidente. Negli anni successivi altri tentativi di colpo di stato furono sferrati contro il Governo di Déby che è però tuttora in carica. Il Paese è ancora attraversato da violenti scontri tra le varie anime della guerriglia ciadiana, e l’instabilità è costantemente in aumento nonostante i tentativi del Presidente Déby di siglare trattati di pace con le fazioni ribelli. La situazione si è poi ulteriormente aggravata dal 2003, quando centinaia di rifugiati in fuga dalla Regione sudanese del Darfur, martoriata da un conflitto civile, hanno iniziato ad entrare in Ciad per sfuggire alle violenze. Il 23 dicembre del 2005, il Governo del Ciad ha dichiarato ufficialmente lo stato di guerra contro il Sudan. Alla base della decisione una lunga serie di violenti scontri lungo il confine tra i due Paesi ai danni delle popolazioni che abitano la frontiera. Nel 2010 i due Paesi hanno firmato un accordo di pace.


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALLA COSTA D’AVORIO RIFUGIATI

154.824

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI LIBERIA

128.067

GUINEA

6.380

TOGO

5.151

SFOLLATI PRESENTI NELLA COSTA D’AVORIO 126.668 RIFUGIATI ACCOLTI NELLA COSTA D’AVORIO RIFUGIATI

24.221

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI LIBERIA

23.650


Come mi mangio il guardiano

Il custode dei coccodrilli, conosciuto in tutta la Costa d’Avorio per la sua familiarità con i rettili, è stato ucciso dagli stessi coccodrilli a cui badava nel lago sacro della capitale Yamassoukrou. Dicko Toké ha dato da mangiare ai rettili per oltre trent’anni al Caiman Lake, creato artificialmente dal Presidente fondatore del Paese, Felix Houphouet-Boigny, nei primi anni ’80. Topké è stato ucciso dopo aver posato con i rettili per delle foto: era insieme a un gruppo di soldati pakistani dell’Onu. Dopo le fotografie, il custode ha tentato di allontanarsi dalla riva, ma è stato afferrato dal “capitano”, uno dei coccodrilli più grandi. Per lui non c’è stato nulla da fare e il corpo non è stato più trovato.

UNHCR/G. Gordon

A dieci anni dal mancato golpe contro l’allora Presidente Laurent Gbagbo, la Costa d’Avorio è ancora in attesa di pace e verità. Il 19 dicembre 2002 è una data che ha segnato per sempre la storia del Paese, trascinandolo in una crisi che ancora oggi non è terminata. La gente aspetta ancora la verità su quel giorno, sulla nascita della ribellione, su responsabilità esterne, ma soprattutto aspira alla pace e alla riconciliazione. In quell’anno ci fu anche la misteriosa morte del generale Robert Guei, capo di Stato tra il 1999 e il 2000. Il procuratore militare, Ange Kessi, all’inizio di settembre, ha annunciato la riapertura di un’inchiesta in seguito a una denuncia presentata dai familiari di Guei prima della prescrizione decennale. Nonostante la fine più di un anno fa del braccio di ferro elettorale tra Gbagbo e l’attuale Presidente Alassane Dramane Ouattara, negli ultimi mesi del 2012 si sono verificati pesanti attacchi ai danni delle popolazioni delle Regioni Occidentali, cuore produttivo del pregiato cacao da esportazione, e delle sedi militari governative. Scambi di accusa sono all’ordine del giorno tra sostenitori pro Ouattara e pro Gbagbo: i primi sospettano i secondi di voler destabilizzare la Costa d’Avorio dalla Liberia e dal Ghana, dove molti personaggi della vecchia guardia si sono rifugiati nel 2011. I sostenitori dell’ex Presidente Gbagbo – processato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità – accusano invece il potere di attuare una “giustizia dei vincitori” e di perseguire il Fronte popolare ivoriano (Fpi), principale partito di opposizione. Intanto in Costa d’Avorio si contano ancora i morti. Un’inchiesta commissionata dal Presidente Ouattara sulle violenze commesse durante la crisi rivela che le forze armate regolari hanno ucciso più di 700 persone, mentre quelle dell’ex mandatario Gbagbo circa 1400. “La crisi ha dato luogo a massicce violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale”, ha detto Paulette Badjo, titolare della commissione nazionale d’inchiesta, al momento di consegnare a Ouattara il dossier che è costato

COSTA D’AVORIO

Generalità Nome completo:

Repubblica della Costa d’Avorio

Bandiera

57

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Francese (ufficiale), dioula, baoulé, bété, sénoufo

Capitale:

Yamoussoukro

Popolazione:

16.600.000

Area:

322.460 Kmq

Religioni:

Cristiana, musulmana

Moneta:

Franco CFA

Principali esportazioni:

Prodotti agricoli, diamanti, manganese, nichel, bauxite, oro

PIL pro capite:

Us 1.510

oltre un anno di lavoro e che raccoglie le testimonianze di 16mila persone. La Commissione accusa, inoltre, le forze non convenzionali che hanno preso parte ai combattimenti, come le milizie pro Gbagbo o i cacciatori “dozo”, sostenitori di Ouattara, di aver ucciso almeno 200 persone. La Nazioni Unite parlano di circa 3mila morti durante la crisi originata dal rifiuto di Gbagbo di ammettere la sconfitta alle urne nel novembre 2010 e conclusasi l’11 aprile 2011 dopo due settimane di guerra.


Sessanta diversi gruppi culturali, risorse infinite: le ragioni della guerra in Costa d’Avorio sono da ricercare nel controllo delle ricchezze del territorio, controllo che viene rivendicato dai diversi gruppi dirigenti facendo leva sull’appartenenza ad un clan. L’interdizione dalle cariche politiche delle popolazioni a sangue misto ha creato tensioni che non si assopiscono, innestate su un deficit democratico costante nella storia della Costa d’Avorio sin dall’indipendenza. Inoltre, l’economia del Paese, una delle migliori

del continente africano, dipende quasi interamente dall’esportazione delle materie prime e questo scatena da sempre gli interessi delle grandi aziende multinazionali, pronte a finanziare i diversi gruppi pur di assicurarsi - con la presa del potere - il controllo del mercato. Insomma, è un Paese diventato terreno di confronto per interessi esterni, con Francia, Stati Uniti e Cina a contendersi il ruolo di “partner” privilegiato.

Per cosa si combatte

Foto sediziose Chiusi i giornali

Il Consiglio nazionale della stampa (Cnp) ha sospeso sei quotidiani vicini all’ex Presidente Laurent Gbagbo per aver pubblicato fotografie e testi di natura tali da alimentare divisioni politiche. La notizia è stata diffusa dal sito d’informazione ivoriano “Abidjan. net”. Nella motivazione del Cnp, viene evidenziato come i giornali in questione “hanno pubblicato in quarta di copertina fotografie di Gbagbo e di personalità a lui vicine tutti in stato di detenzione ma con – in didascalia – le precedenti qualifiche da ministro”. Secondo la Cnp le didascalie fanno intuire che in Costa d’Avorio esistono due Governi: “Una scelta vicina alla sedizione che potrebbe far perdurare la crisi post elettorale”.

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UNHCR/G. Gordon

La Costa d’Avorio ottiene l’indipendenza nel 1960 grazie a uno dei padri della decolonizzazione, Felis Houphpuet-Boigny. Legato sia per il proprio passato politico sia per gli interessi economici alla Francia, Boigny garantisce al suo Paese uno sviluppo economico considerevole. Grazie a un programma di incentivi statali sostenuti anche da Parigi, Boigny porta la Costa d’Avorio a essere il primo esportatore mondiale

di cacao e il terzo di caffè. Per 20 anni l’economia del Paese cresce al ritmo del 10% all’anno, superata solo dall’economia dei grandi Paesi produttori di petrolio e diamanti. Boigny gode di enorme credito politico, cosa che gli permette di governare con pugno di ferro, senza permettere la nascita di partiti politici né, tanto meno, di organizzare elezioni libere. All’inizio degli anni ’80 crolla il prezzo del cacao e del caffè con ef-

Quadro generale

UNHCR/H. Caux


Robert Guei

(16 marzo 1941 19 settembre 2002) UNHCR/G. Gordon

Troppe guerre, niente scuole

Secondo i dati dell’Unicef sarebbero almeno 39milioni i bambini che non frequentano le scuole primarie a causa delle guerre che si combattono nel proprio Paese. Una delle situazioni più drammatiche è quella in cui versa la Costa d’Avorio dove oltre 800mila bambini non vanno a scuola ormai da mesi e vengono spesso reclutati per combattere da tutte le fazioni armate coinvolte nel conflitto. L’Unicef ha avviato diverse campagne per sensibilizzare la comunità internazionale su questo tema e molti passi avanti sono stati fatti negli ultimi mesi per garantire il diritto all’infanzia e all’istruzione dei bambini che vivono in zone di conflitto, ma serve ancora molto impegno e soprattutto risorse finanziarie per rispondere alle esigenze più pressanti: scuola, acqua e igiene, salute e nutrizione per i bambini. 59

Robert Guéï era un militare di carriera. E’ stato Capo di Stato della Costa d’Avorio tra il 1999 e il 2000 e le circostanze della sua morte, avvenuta nel 2002, non sono state ancora del tutto chiarite. E’ stato un fervente sostenitore dell’ex Presidente Félix HouphouëtBoigny che lo ha nominato capo delle forze armate nel 1990. Dopo la morte di Boigny e con l’avvento del nuovo Presidente ivoriano Henri Konan Bédié, i rapporti tra Guéï e la nuova leadership politica si sono raffreddati, tanto che il militare si rifiutò, nel 1995, di mobilitare le proprie truppe per intervenire in una scontro politico tra il Presidente e l’allora leader dell’opposizione Alassane Ouattara. Una scelta che lo costrinse a rassegnare le dimissioni dal suo incarico. E’ rimasto comunque un personaggio di spicco nella vita politica della Costa d’Avorio, ha fatto parte di un Forum per la Riconciliazione nel Paese e nelle elezioni del 2000 è stato battuto da Laurent Gbabo, ma non ha voluto riconoscere il risultato elettorale partecipando alle massicce proteste che miravano a destituire il neo eletto Presidente. E’ stato ucciso il 19 settembre del 2002 quando la guerra civile cominciava ad esplodere nel Paese. La sua morte viene attribuita alle forze leali al Presidente Gbabo.

fetti disastrosi sull’economia del Paese. Il debito estero triplica e cresce la criminalità, la stabilità del governo comincia a vacillare. Boigny, nel 1990, deve affrontare le prime proteste di piazza. Il Presidente risponde al malcontento attraverso la concessione di alcune libertà politiche, tra cui il multipartitismo. Le prime elezioni libere confermano alla guida del Paese il padre della patria. Boigny muore nel 1993 e viene sostituito da Henri Konan Bèdiè, che riesce a migliorare il quadro economico anche grazie a una svalutazione del 50% del franco Cfa, legato a quello francese e ora all’euro. La repressione del dissenso crea un forte malcontento che viene sfruttato, nel 1999, da un gruppo di militari capitanati dal generale Robert Guei, che rovescia Boèdiè e organizza le elezioni presidenziali. Le consultazioni del 2000 si svolgono in un’atmosfera pesantissima, caratterizzata da tentativi di brogli compiuti da Guei e dall’esclusione di Alssane Ouattara, principale

I PROTAGONISTI

candidato dell’opposizione, perché di sangue misto. La decisione scatena la rabbia dei musulmani del Nord. Dalle urne esce vincitore Laurent Gbagbo, principale oppositore di Boigny. Nel 2002 parte dell’esercito di ammutina e tenta di rovesciare il Presidente Gbagbo che resiste e il golpe si trasforma in una vera e propria guerra civile che spacca il Paese in due: il Nord controllato dai ribelli del Fronte Nuovo e il Sud sotto controllo del Governo. La Costa d’Avorio entra in uno stallo politico e istituzionale che paralizza il Paese. Nel 2003 vengono firmati accordi di pace che, tuttavia, rimangono sulla carta. Molti nodi costituzionali rimangono tali, soprattutto quelli che riguardano l’eleggibilità delle popolazioni di sangue misto. Il Paese rimane diviso in due. E i tentativi del Presidente di riprendere il potere sul territorio sotto controllo dei ribelli, manu militari, falliscono anche grazie alla forza di interposizione dell’Onu, 10mila uomini ancora presenti nel Paese, e ai contingenti francesi che controllano la zona di sicurezza al “confine” tra Nord e Sud del Paese. Le elezioni libere vengono continuamente rimandate, fino alle elezioni del novembre 2010 che hanno visto la vittoria di Ouattara.


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALLA GUINEA BISSAU RIFUGIATI

1.123

RIFUGIATI ACCOLTI NELLA GUINEA BISSAU RIFUGIATI

7.800

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI SENEGAL

7.658


Ancora troppe donne mutilate

Nonostante l’approvazione di una legge che vieta nel Paese le mutilazioni genitali femminili (con sanzioni che prevedono pene carcerarie tra uno e cinque anni) in Guinea Bissau questa pratica illegale e barbara contro le donne non è stata ancora debellata. Nell’ottobre del 2012 i leader religiosi musulmani della Guinea Bissau hanno lanciato un appello contro le mutilazioni genitali femminili contenuto in un documento dal titolo “la dichiarazione di Bissau” sottolineando la necessità “di debellare totalmente questa pratica ancestrale”. Il documento è stato firmato al termine della Conferenza Islamica per l’abbandono delle mutilazioni genitali femminili, organizzata tra gli altri dal Consiglio Nazionale Islamico della GuineaBissau e delle Nazioni Unite. Nel mondo sono circa 140milioni le ragazze e le donne che hanno subito mutilazioni genitali, più di 3milioni sono a rischio in Africa e 320mila sono le vittime nella sola Guinea Bissau.

Il clima è rovente e anche la ricorrenza della raggiunta indipendenza dal Portogallo, 24 settembre 1974, non ha portato alcun beneficio in Guinea Bissau. Dopo il golpe del 12 aprile 2012, che ha destituito Raimundo Pereira, il Paese ha imboccato la strada della transizione affidata a Manuel Serifo Nhamadjo. Un cambiamento politico non riconosciuto da diversi partner internazionali, tra cui la Comunità dei Paesi di lingua portoghese (Cplp) e l’Unione Europea, che hanno sospeso la cooperazione allo sviluppo. Senza un appoggio di una parte della comunità internazionale la transizione procede con difficoltà e ciò si ripercuote inevitabilmente sulla gestione della normale amministrazione del Paese e nella vita quotidiana dei guineani. Permangono, insomma, le accese rivalità politiche e la crisi del sistema sociale si fa sempre più acuta. Un esempio. L’inizio del nuovo anno scolastico è stato subito interrotto da uno sciopero di 60 giorni indetto dai principali sindacati degli insegnanti del settore pubblico per protestare contro il mancato pagamento di 18 mesi di stipendi arretrati, che ha costretto gli scolari a rimanere a casa. Inoltre il vescovo di Bissau, monsignor José Camnate Na Bissign, ha denunciato la totale paralisi del settore sanitario, in particolare la carenza di farmaci contro la tubercolosi e aids, causata direttamente dall’isolamento politico e diplomatico del Paese. “Nessuno sa quanto durerà – ha detto il presule – ma chi pagherà le conseguenze di questa nuova crisi saranno, come sempre, i gruppi sociali più vulnerabili: ammalati, donne, bambini e anziani. Per evitare il peggio abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti ad attuare un piano di emergenza”. Il nuovo potere cerca di recuperare consenso politico, ma nemmeno gli incontri a margine dell’Assemblea generale dell’Onu sono serviti. Il Presidente Nhamadjo, con un pomposo annuncio, ha detto che nei “corridoi” del Palazzo di Vetro spiegherà “ al mondo intero le motivazioni che hanno portato al colpo di Stato”. La transizione, secondo un calendario che c’è da giurarci subirà ritardi, dovrebbe terminare con le elezioni generali previste per maggio 2013, ma il nodo fondamentale,

GUINEA BISSAU

Generalità Nome completo:

Repubblica di Guinea-Bissau

Bandiera

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Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Portoghese

Capitale:

Bissau

Popolazione:

1.345.479

Area:

36.120 Kmq

Religioni:

Animista (45%), musulmana (40%)

Moneta:

Franco CFA

Principali esportazioni:

Anacardo

PIL pro capite:

Us 736

che nessuno sembra voler sciogliere, rimane il traffico di droga. La Guinea Bissau, non a caso, è chiamata la “narconazione” proprio per i traffici di stupefacenti, in cui sono coinvolti, in prima persona, i vertici militari, ma contro questo stato delle cose nessuno protesta. E a nulla servono le bugie dei militari. Hanno spiegato che la ragione dell’ultimo colpo di stato è da ricercarsi in un complotto ordito dal Governo per favorire l’invasione del Paese da parte di una forza straniera, in particolare l’Angola. La ragione vera è il controllo del traffico di droga, che dalla Colombia passa in Guinea Bissau, prima di arrivare in Europa.


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La Guinea Bissau è un Paese in mano ai signori della droga. Anni di guerra civile non hanno fatto altro che rendere il lavoro dei narcotrafficanti più sicuro e tranquillo. Il Paese è nelle mani di pochi trafficanti di droga, con complicità dirette dell’esercito, e la popolazione è lasciata al suo destino. Qui la principale preoccupazione è quella di fare da ponte, da punto di smistamento del traffico della droga dall’America Latina, ma anche dall’Asia e dal Marocco, alle grandi piazze europee. La popolazione non ha a disposizione l’acqua e

da più di un quindicennio non c’è energia elettrica. Ora il Governo, con il contributo della Banca Mondiale, finanzierà un progetto di 2,5milioni di dollari per iniziare i lavori che dovrebbero garantire la corrente elettrica e l’acqua alla capitale. Militari e dipendenti pubblici non vengono pagati se non due o tre volte l’anno, con la differenza che per i militari spesso si muovono “interventi di emergenza” per pagare gli arretrati ed evitare, probabili, colpi di stato. Insomma la Guinea Bissau è la “terra di nessuno”.

Per cosa si combatte

La Guinea Bissau è stata colonia portoghese con il nome di Guinea portoghese sino al 1974 quando ottenne l’indipendenza. Ma è il 1956 l’anno della svolta. Nello stesso anno nasce una realtà che sarà protagonista della storia del Paese fino ai giorni nostri. Si tratta del Paigc, Partido Africano da Independencia de Guiné e Cabo Verde. Amilcar Cabral, scrittore e fondatore del partito. Ha guidato il Paese verso una rivolta culturale. Il processo, però, viene accompagnato da un periodo di guerriglia interno. Il partito e la guerriglia fanno loro il Paese in poco tempo, in primo luogo per le caratteristiche del territorio, grandi distese di foreste, e in secondo luogo

per il presunto appoggio di Cina, Unione Sovietica e altri stati africani che avrebbero fornito le armi ai guineani. Ma solo il 24 settembre 1973, con la firma di un accordo definitivo, si può dire libera dal Portogallo. Nel novembre dello stesso anno ottiene il riconoscimento ufficiale dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Il governo viene affidato a Luis Cabral, fratello di Amilcar, che rimane al potere fino al 1980 quando un colpo di stato, da parte di Joao Bernardo Vieira, lo spodesta. Vieira rimane a capo del Paese fino al 1998, anno dell’inizio di una sanguinosa guerra civile. Il generale Absumane Manè si ribella alla sua deposizione da capo delle forze armate. La guerra

Quadro generale

Il presidente chiede aiuto

Ha chiesto l’aiuto della comunità internazionale il Presidente di transizione Manuel Serifo Nhamadjo, durante l’Assemblea generale dell’Onu. “La Guinea Bissau è finita al centro dei traffici internazionali di droga, ma da sola non è in grado di arginare la piaga” ha detto Nhamadjo che è alla guida del Paese dopo il colpo di stato del 12 aprile. Nhamadjo ha poi assicurato ai partner, di cui buona parte ha interrotto i rapporti con la Guinea Bissau, che “il mio Governo non risponde agli ordini dei militari” e che la transizione “si concluderà con elezioni generali” nel 2013.


Raimundo Pereira Raimundo Pereira è un uomo politico guineano, nato a Dar Salam nel 1955. Dopo gli studi ha intrapreso la carriera di avvocato, prima di dedicarsi perlopiù alla politica a partire dagli anni Duemila. Membro del Partito africano per l’indipendenza della Guinea e Capo Verde (Paigc), nel 2008 è stato eletto nell’Assemblea nazionale; ne è diventato il Presidente l’anno successivo. Sul finire del decennio, il clima politico e sociale del Paese si è fatto sempre più instabile, ma Pereira ha saputo rimanere una figura di riferimento e, dopo l’assassinio di Joao Bernardo Vieira (2009), è stato Presidente ad interim sino all’elezione di Malam Bacai Sanhá. La situazione in Guinea Bissau non è però migliorata, e nel gennaio del 2012 (dopo la morte di Sanhá) Pereira è stato chiamato a guidare nuovamente il Paese in attesa delle elezioni previste per la seconda metà dell’anno. Tuttavia, nell’aprile del 2012 Pereira è stato arrestato da un gruppo di militari insieme con il capo di Governo C. Gomes Júnior. Entrambi godono ancora del forte sostegno della Comunità dei Paesi di lingua portoghesi, a differenza del Presidente ad interim che attualmente guida il Paese.

Paese insicuro, niente affari

L’instabilità seguita al colpo di stato dell’aprile 2012 sta pesando e non poco anche sull’economia della Guinea Bissau. Il Paese è il quarto produttore di anacardi al mondo, un settore che garantisce occupazione all’80% della popolazione del Paese (1,6milione di persone) e le cui piantagioni ricoprono quasi la metà del territorio. Dopo il colpo di stato l’insicurezza e l’instabilità politica hanno penalizzato il settore e gli acquirenti stranieri sono più riluttanti a viaggiare e fare affari nel Paese. L’India poi, che degli anacardi era il principale importatore, ha aumentato di molto la propria produzione nazionale. Nel luglio del 2012 le esportazioni di anacardi della Guinea Bissau si sono letteralmente dimezzate, passando dalle oltre 120mila tonnellate del 2011 alle 60mila tonnellate del 2012.

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(Dar Salam, 1955)

civile dura un anno e pone fine alla dittatura di Vieira. Solo nel 1999, a febbraio, viene firmata la tregua e 11 mesi dopo i cittadini vengono chiamati alle urne per eleggere il nuovo Governo. Nel 2000 Kumba Lalà viene eletto Presidente. Ma la calma non dura a lungo. Appena tre anni dopo un nuovo colpo di stato

I PROTAGONISTI

porta all’arresto del Presidente considerato incapace di risolvere i problemi del Paese. Nel marzo 2004 si tengono nuove elezioni, ma il Paese non esce dallo stato di confusione in cui è piombato, tanto che nell’ottobre dello stesso anno l’esercito si ammutina. Nel 2005 ancora elezioni e Vieira torna al potere. Il 2 marzo 2009 viene assassinato. Il giorno prima viene ucciso il capo di stato maggiore Tagma Na Wai. Insomma un copione scritto.


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALLA LIBERIA RIFUGIATI

66.780

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI COSTA D’AVORIO

23.650

GHANA

11.295

GUINEA

9.972

RIFUGIATI ACCOLTI NELLA LIBERIA RIFUGIATI

128.293

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI COSTA D’AVORIO

128.067


Il giornale alla lavagna

In Liberia, con 400 dollari all’anno di reddito, avere una radio o una televisione è un lusso quasi inconcepibile. Sono davvero pochi quelli che possono permetterselo. Anche i giornali costano ed acquistarli non è da tutti. Così, è davvero difficile far circolare le informazioni tra la gente. Alfred Sirleaf ha trovato una soluzione, fondando un giornale innovativo, The Daily Talk. Alfred lo scrive ogni giorno su una lavagna nel centro della capitale Monrovia. Liberiano, nato e cresciuto a Monrovia, Alfred ha capito che solo con un gesto fantasioso avrebbe potuto tentare di informare al meglio i suoi concittandini, spesso all’oscuro di quanto accadeva attorno a loro. L’iniziativa sta avendo successo e pare qualche imitatore.

UNHCR/G. Gordon

Tensioni enormi, una guerra sempre latente, la pace garantita da forze multinazionali e una disoccupazione che sfiora l’85%: la Liberia del 2012 è questa. Ellen Johnson-Sirleaf, insignita nel 2011 del Premio Nobel per la Pace, è stata rieletta Presidente: un secondo mandato dopo quello del 2005. I problemi da affrontare restano enormi per un Paese che sino al 2003 ha vissuto una devastante guerra civile. Il reddito medio pro capite, nonostante sia cresciuto negli ultimi anni, non supera i 400 dollari al giorno e la Liberia è al quinto posto al mondo nella terribile graduatoria delle morti infantili. La Presidente si trova alle prese con problemi enormi, come la corruzione dilagante nelle amministrazioni e la svendita di intere porzioni di Paese ai privati. Le organizzazioni internazionali hanno denunciato il passaggio a proprietà privata di un quarto del territorio liberiano e del 40% delle aree boschive negli ultimi anni. Il tutto con pesanti ripercussioni sulla popolazione: per il legname, ad esempio, solo l’1% della ricchezza prodotta ricade in qualche modo sugli abitanti dell’area. Una situazione che crea difficoltà alla Presidente non solo sul fronte politico interno, ma anche su quello internazionale, dato che Onu e donatori vari hanno messo sul tavolo 30milioni di dollari per bloccare il fenomeno della deforestazione. Sullo sfondo, poi, è tornata in qualche modo a stagliarsi la figura del “grande male” liberiano: Charles Taylor, Capo dello Stato sino al 2003, condannato dalla giustizia internazionale a cinquant’anni di carcere per crimini di guerra e contro l’umanità. Stupri e assassini fra gli 11 capi di imputazione a carico di Taylor. Centinaia di migliaia di morti

LIBERIA

Generalità Nome completo:

Repubblica della Liberia

Bandiera

Lingue principali:

Inglese

Capitale:

Monrovia

Popolazione:

3.842.000

Area:

111.370 Kmq

Religioni:

Cristiana (66%), animista (19%), musulmana (15%)

Moneta:

Dollaro Liberiano

Principali esportazioni:

Cocco, caffè, legname, ferro, bauxite, oro, diamanti

PIL pro capite:

Us 1.033

sono il bilancio della guerra civile che l’ex Presidente liberiano avrebbe fomentato per mettere le mani sui preziosi diamanti della Sierra Leone. E’ la prima volta che un Capo di Stato viene condannato dalla giustizia internazionale, ma la cosa non ha fermato i suoi ancora troppi sostenitori e, soprattutto, la ex moglie, Jewel Howard Taylor, attualmente senatrice. Due giorni dopo la notizia – in aprile – della condanna del marito, ha annunciato di volersi candidare alla presidenza della Repubblica. Un’ipotesi che ha allarmato molti dalle parti di Monrovia.

65

Situazione attuale e ultimi sviluppi


Le dittature di Samuel Kanyon Doe prima e di Charles Taylor poi, con i colpi di stato che li hanno portati al potere, sono la ragione vera della lunga guerra civile liberiana. I due dittatori hanno governato appoggiandosi a pochi elementi dei loro clan familiari, puntando poi allo scontro con gli Stati vicini per impadronirsi di risorse naturali e aumentare la loro ricchezza personale. La sollevazione di gruppi armati è motivata dal bisogno – per larga parte della popolazio-

ne – di reagire all’oppressione, al reclutamento forzato dei bambini soldato e all’assassinio indiscriminato di ogni oppositore. Gli accordi di Accra, che hanno portato all’attuale presidenza, sono stati firmati dalle fazioni ribelli puntando a un rinnovamento del Paese. Per ora tengono, pur con le tensioni create dal permanere in molte aeree della Liberia di gruppi armati pronti a scendere in campo.

Per cosa si combatte

66

UNHCR/G. Gordon

Poteva essere una storia di libertà e, invece, è stata una storia di sangue e di diamanti. Già il nome, Liberia, definisce una comunità di “liberi uomini di colore”. Una storia che inizia nel 1822 quando in questo territorio si installano i coloni afroamericani sotto il controllo dell’American Colonization Society. Una terra promessa che, tuttavia, doveva essere contesa agli indigeni che in quel luogo vivevano. Il nuovo stato aveva l’estensione delle terre controllate dalla comunità dei coloni e da coloro che ne erano stati assimilati. Gran parte della storia della Liberia è un continuo susseguirsi di scontri e tentativi, raramente coronati da successo, di una mino-

UNHCR/G. Gordon

ranza civilizzata di dominare una maggioranza considerata per tanti aspetti “inferiore”. Se all’inizio lo scontro è scandito dalla necessità di affermare un principio di civiltà contro un principio di inciviltà, così erano pensati gli uomini che vi abitavano, poi è diventato uno scontro per accaparrarsi i diamanti della vicina Sierra Leone. Negli ultimi vent’anni i focolai di conflitto hanno più volte ripreso vigore, sfociando in violenze e veri “stermini etnici���. La rivolta del 1989 ha messo fine alla violenta dittatura di Samuel Doe, preparando l’avvento dell’altrettanto sanguinaria era di Charles Taylor. Tra il 1992 e il 2002, con l’intento di conquistare

Quadro generale

Troppa carità troppa corruzione

La Liberia, uno dei Paesi più poveri del mondo, ha depositati in Svizzera 4,3miliardi di dollari. Lo ha rivelato la Banca Nazionale Svizzera (Snb), pubblicando i dati sui fondi segreti presenti nel sistema bancario elvetico. Si è scoperto così che 43 nazioni africane controllano oltre 16miliardi di dollari americani depositati in Svizzera, che corrisponde al 36% di tutti gli aiuti umanitari dati al continente nei quattro decenni scorsi. Durissimo il commento dell’economista zambiana Dambisa Moyo, autrice di “La carità che uccide”. Per lei da sempre gli aiuti che arrivano dai Paesi ricchi alimentano corruzione e ricchezze personali, senza risolvere i problemi delle popolazioni. “Gli aiuti, pensati per sostenere la popolazione, finiscono spesso per rimpinguare le casse dei burocrati”, ha scritto. La lista pubblicata dalla Svizzera sui conti correnti dei Paesi africani sembra darle ragione.


Radio Veritas (Monrovia 1997)

UNHCR/E.Compte Verdaguer

Cinquant’anni contro il terrore

Una pena esemplare per i militanti dei diritti umani, un evidente accanimento per la difesa: sia come sia, nel 2012 il Tribunale Speciale delle Nazioni Unite per la Sierra Leone ha condannato a cinquant’anni di carcere l’ex Presidente della Liberia, Charles Taylor. E’ una specie di record il suo: è il Primo Capo di Stato ad essere condannato dalla giustizia internazionale. Nel verdetto si legge che Taylor avrebbe “aiutato, incoraggiato e pianificato alcuni dei peggiori crimini della storia dell’umanità”. All’accusa che aveva richiesto una pena di 80 anni il capo del suo team legale, Courtenay Griffith, aveva risposto già alla vigilia con scetticismo. Una pena così pesante – dice in sostanza la difesa – equivale di fatto a un ergastolo e non farà che sottolineare agli occhi del mondo l’accanimento contro Charles Taylor. Opposta l’interpretazione dei militanti per diritti umani, che facendo eco a manifestazioni all’Aja e in Sierra Leone, parlano invece di pronunciamento modello. 67

Nell’ottobre del 2012, l’Arcivescovo cattolico di Monrovia, Lewis Ziegler, ha annunciato la fine delle trasmissioni di Radio Veritas. Motivazioni ufficiali: mancano fondi, impossibile comperare attrezzature e continuare l’attività. Fondata nel 1997, nel pieno della dittatura di Taylor, la radio cattolica era nota per le continue denunce sui casi di corruzione, sulla drammatica situazione femminile, educativa, sanitaria del Paese. Soprattuto, l’emittente non risparmiava critiche al Governo della Presidente Ellen Sirelaf sull’impunità garantita a molti signori della guerra del recente passato, diventati Senatori e Ministri. Per questa ragione, la radio era poco tollerata dal Governo, preoccupato per la crescente attenzione che la popolazione – la radio resta il miglior sistema di informazione in Africa – prestava ai servizi giornalistici. Insomma, nonostante la cautela dell’arcivescovo – che ha parlato di problemi tecnici e non politici alla base della chiusura – sono in molti a pensare che la fine delle trasmissioni sia dovuta alle pressioni del Governo. A confermare questi timori é la Direttrice di Radio Veritas, Ade Wede Kekukeh, che avrebbe spiegato che il Governo non ha concesso il rinnovo della licenza per le trasmissioni.

le miniere di diamanti della confinante Sierra Leone, Taylor appoggia il Revolutionary United Front (Ruf) di Foday Sankok. Al potere, Taylor, ci arriva nel 1997 dopo una lunga scia di sangue e di traffici loschi. A Monrovia instaura un regime di terrore. La polizia speciale liberiana, che fa capo direttamente al Presidente, non ha avuto pietà con gli ex oppositori del Movimento Unito di Liberazione (Ulimo): arrestati, torturati e uccisi a centinaia. Mentre il terrore vive a Monrovia, non cessano i conflitti interetnici e le lotte fra fazioni. I membri del Governo appartenenti alla famiglia di Taylor, intanto, non perdono occasione per dimostrare la loro incompetenza nel tentativo di rilanciare un’economia distrutta dalla guerra e che vede nel miraggio dei diamanti sierraleonesi una possibilità di rilancio che, però, non si materializza. È così che i vecchi sostenitori abbandonano Taylor che, nel 2003, guadagna l’esilio da “signore

I PROTAGONISTI

della guerra”. Un esilio offerto dalla Nigeria, ma Taylor giura: “Col volere di Dio, tornerò”. I liberiani si augurano, invece, che non torni mai più e che venga condannato per crimini di guerra e contro l’umanità dal Tribunale Internazionale. Tutto ciò pone fine ad un era sanguinaria: 200mila morti e un milione di profughi. La Liberia ha vissuto quattordici anni di guerra civile. Ci sono state devastazioni, distruzioni. Intere generazioni che hanno vissuto, convissuto e partecipato alla guerra. Bambini sono stati sottratti alla loro infanzia, per essere spediti nei campi di battaglia, drogati per renderli feroci e incoscienti. Menti e vite sono state distrutte e ora debbono essere ricostruite. Con gli accordi di Accra (2003) nasce il Governo guidato da Jyude Bryant, che regge due anni grazie all’appoggio degli Usa e alla presenza di una forza multinazionale a mandato Onu composta da 15mila caschi blu. Nel 2005 la Liberia comincia a intravedere una nuova luce con l’elezione della prima donna Presidente in Africa, Ellen Johnson Sirleaf, che nel 2011 riceve prima il Nobel per la Pace e poi viene rieletta per un secondo mandato.


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALLA LIBIA RIFUGIATI

4.384

SFOLLATI PRESENTI NELLA LIBIA 93.565 RIFUGIATI ACCOLTI NELLA LIBIA RIFUGIATI

10.130


Arresto Saif Gheddafi

Saif Gheddafi, detto Saif Al-Islam, è il secondogenito del dittatore libico Muammar Gheddafi. Laureato in architettura, è stato fondatore e Presidente della Gaddafi International Foundation for Charity Associations oltre a controllare il settore delle telecomunicazione durante il Governo della Jamahiriya fino al 2009. Dopo avere lottato a fianco del padre durante la guerra civile, ha assunto il controllo della resistenza contro i ribelli alla morte del Rais. Il 19 novembre 2011 viene arrestato durante la sua fuga atta a organizzare l’offensiva contro il nuovo Governo di transizione, presso il confine tra Libia e Niger. Viene trasferito immediatamente a Zintan, dove tuttora è tenuto in stato di isolamento. Saif è stato consegnato al popolo libico e verrà processato nel Paese e non dalla Corte Internazionale dell’Aja.

Fabio Bucciarelli

La Libia post-Gheddafi, la nuova Libia. Dal 1969 al 2011, sgretolata dagli Shabaab e dalle bombe Nato, termina la Jamahiriya e la quarantennale dittatura di Mu’ammar Gheddafi. La libertà dal giogo del Rais è stata pagata con una guerra civile con più di 30000 morti e 50000 feriti. Oramai è scritto nei libri di storia: il 20 ottobre 2011 viene catturato ed ucciso il dittatore. I libici esultano nelle piazze centrali, grandi spazi che il sangue dei ribelli ha rinominato Freedom Square e Marthir Square. Il 19 Novembre, nei pressi di Obari nel Sud della Libia, viene arrestato anche l’ultimo erede della famiglia Gheddafi, il secondogenito del Rais, Saif Gheddafi detto al-Islam, designato suo successore. Il destino della nuova Libia viene messo nelle mani del Cnt, il Consiglio Nazionale di Transizione, organo politico nato durante le prime fasi del conflitto, ma riconosciuto ufficialmente dall’Assemblea Generale dell’Onu solo il 16 settembre 2011. Senza perdere ulteriore tempo il Cnt e la comunità internazionale lavorano insieme alla ripresa della produzione del greggio e gas naturale, necessaria per garantire le risorse finanziarie per gestire la complessa transizione politica. L’industria energetica libica riprende la produzione. A poco più di tre mesi dalla caduta del regime la quantità totale di greggio raggiunge 1,3milioni di barili, circa il 90% rispetto ai livelli pre-conflitto. Nonostante la rapida ripresa energetica, non mancano le tensioni fra i diversi gruppi paramilitari che durante la rivoluzione, approfittando dell’assenza di un potere centralizzato, hanno rafforzato il loro potere sul territorio. Ora al Cnt tocca organizzare libere elezioni e redigere una nuova costituzione. Se per quasi mezzo secolo la Libia ha avuto le sembianze del volto di Gheddafi, la situazione pre-elettorale risulta una babele di nuovi volti. La Coalizione delle Forze Nazionali capeggiata da Jibril, vince le elezioni conquistando 39 degli 80 seggi riservati ai partiti. In contrasto con gli altri Paesi scossi dalla Primavera Araba, in Libia l’Alleanza moderataliberale sconfigge il ramo politico appartenente ai Fratelli Musulmani. Nonostante gli sforzi della Coalizione delle Forze Nazionali, la società beduina libica rimane frantumata in clan e tribù armate fino ai denti, dove le incursioni dei superstiti sostenitori di Gheddafi e le infiltrazioni terroristiche di al-Qaeda cercano

LIBIA

Generalità Nome completo:

Repubblica di Libia

Bandiera

Lingue principali:

Arabo

Capitale:

Tripoli

Popolazione:

6.120.585 (2008)

Area:

1.759.840 Kmq

Religioni:

Musulmana (97%), Cristiani (3%)

Moneta:

Dinaro libico

Principali esportazioni:

Petrolio, gas naturale

PIL pro capite:

Us 13.805

di deviare il cammino verso la democrazia. Ad undici anni dalla caduta delle Torri Gemelle, un gruppo di dubbi manifestanti, apparentemente come segno di protesta a un film offensivo nei confronti di Maometto, hanno attaccato il Consolato Usa di Bengasi uccidendo l’ambasciatore americano Christopher Stevens e tre funzionari della sede diplomatica. Dura la reazione degli Stati Uniti che hanno deciso di inviare 200 marines e droni diretti ai campi di addestramento jihadisti. Mentre la nuova Libia si prepara a festeggiare il primo anniversario dalla fine della dittatura, il suo popolo continua il lungo cammino pieno di insidie verso uno stato democratico.

69

Situazione attuale e ultimi sviluppi


Si è combattuto per il controllo del potere, in Libia, nel 2011, con la volontà di abbattere un regime fondato sull’appartenenza tribale e sul clan famigliare. La famiglia Gheddafi controllava direttamente o attraverso amici, l’intera macchina economica della Libia, soprattutto per quanto riguarda il petrolio. E decideva con chi fare affari in modo rigido. Il meccanismo si

è rotto e ora l’intero pacchetto del controllo dei giacimenti – prima in buona parte italiani – verrà riduscusso, con nuove alleanze internazionali alle porte. Francia e Inghilterra, grandi sponsor della rivoluzione, saranno in prima fila, a discapito dell’Italia, forse troppo amica del Colonnello in passato.

Per cosa si combatte

Prime elezioni dopo la guerra

dopo 42 anni di dittatura, nel 2012 sono state indette le prime elezioni libere dell’era postGheddafi. Annunciate prima il 19 giugno, poi spostate al 7 luglio, le elezioni politiche in Libia hanno portato alla vittoria il partito moderato-liberale di Muhmud Jibril. Il trend dei Paesi attraversati dalla Primavera Araba, dove le elezione post-rivoluzione hanno proclamato i Fratelli Musulmani come prima forza politica, è stato quindi spezzato dalla vittoria di un partito moderato-liberale. Mohmud Jibril, leader della Coalizione delle Forze Nazionali, diventa il primo uomo chiave della nuova epoca. La strada verso la democrazia in Libia non passa attraverso l’Islam.

70

Fabio Bucciarelli

Fabio Bucciarelli

Ex colonia italiana, la Libia, come entità statale, è un’invenzione recente, legata proprio al dominio italiano nella prima metà del ‘900. La presenza italiana in quella che allora si chiamava Tripolitania risale all’800, ma il primo studio pratico di un piano di occupazione fu sviluppato solo nel 1885, in corrispondenza con quella di Beilul e Massaua in Eritrea. È nel 1911, con la Guerra Italo-Turca (28 settembre 1911-18 ottobre 1912), che inizia il dominio italiano sulla regione. Il 18 ottobre 1912 le due potenze siglano, attraverso il Trattato di Losanna, il passaggio della Regione (Cirenaica

e Tripolitania) dall’Impero Ottomano a Roma. Nasce la Libia italiana. Ma la popolazione autoctona da subito filo da torcere ai soldati italiani: leader della resistenza è Omar al Mukhtar. Nel 1931 la svolta: al Mukhtar viene arrestato. Dopo un processo farsa, il 16 di settembre dello stesso anno il vecchio ribelle libico viene impiccato poco fuori Bengasi. Tre anni dopo, nel 1934, viene istituito il Governatorato Generale della Libia (Tripolitania e Cirenaica). Primo governatore è Italo Balbo. Nel 1937 la Libia italiana viene divisa in quattro province: Tripoli, Misurata, Derna e Bengasi. Il Fezzan è compre-

Quadro generale


Mohmud Jibril

(Beni Walid, 28 Maggio 1952) Fabio Bucciarelli

Il film blasfemo ‘Innocence of Muslim’

11 Settembre del 2012, un gruppo di manifestanti ha attaccato il consolato americano di Bengasi uccidendo quattro funzionari americani tra cui l’ambasciatore Christopher Stevens. Le fonti ufficiali considerano l’attacco terroristico una reazione al trailer del film Innocence of Muslim. Secondo altre, l’attacco sarebbe una vendetta di al-Qaeda all’uccisione del numero 2 dell’organizzazione terroristica, Abu Yahya al –Libi. Le manifestazioni, cominciate in Egitto, sono dilagate in tutto il mondo islamico ed hanno provocato vittime e scontri in Africa, Medio Oriente e Asia. Il regista del film, Nakoula Basseley Nakoula, di origine egiziana e fede cristiano copta, ha dichiarato più volte il suo odio verso l’Islam. Il Presidente Americano Barack Obama promette giustizia, dichiarando che gli Stati Uniti non si ritireranno di fronte alla violenza. Bisogna sottolineare che, nonostante i violenti scontri, i gruppi islamici che hanno messo a fuoco i diversi Paesi, sono meno dell’ 1% della popolazione di fede Musulmana.

so nel ‘Territorio Militare del Sud’. Durante la II Guerra Mondiale il territorio viene occupato dalle truppe alleate: è il 1943. Con il Trattato di Pace del 1947, il Paese viene diviso in due amministrazioni: Tripolitania e Cirenaica sotto gli inglesi e Fezzan alla Francia. Nel 1951 arriva l’indipendenza. La Libia è il primo Paese africano a liberarsi dal giogo colonialista. Re Idriss I sale al potere. Sarà il primo e l’unico re di Libia. Nel 1969, in settembre, infatti, il giovane ufficiale Muhammar Gheddafi attua un incruento colpo di stato, insieme ad altri ufficiali. In quello stesso anno, Gheddafi allontana gli inglesi dal Paese, chiudendo tutte le loro basi militari. L’anno successivo, confisca i beni ai tanti italiani che ancora sono in Libia e li caccia, aprendo un lungo contenzioso sui danni portati dal colonialismo italiano.

I PROTAGONISTI

Nel 1975 Gheddafi pubblica il Libro Verde, il suo pensiero politico alternativo tra comunismo e liberalismo, una sorta di mix tra socialismo reale e democrazia ateniese, mescolato con gli interessi tribali, gestito dai ‘Comitati popolari’ organismi di base della volontà popolare. Nel frattempo, viene accusato di finanziare i gruppi terroristici internazionali e gli Stati Uniti lo dichiarano nemico numero uno, tentando più volte di ucciderlo, con bombardamenti aerei (1986) e attentati. Lui, continua ad arrestare e far sparire gli oppositori, inseguendoli e uccidendoli anche all’estero. Negli anni ‘90, dopo la prima guerra del Golfo (1991), inizia un lento avvicinamento all’Europa e agli Stati Uniti, operazione che sfocia nella ripresa delle relazioni diplomatiche con Washington e con la ripresa degli affari con il Vecchio Continente. Nulla sembra turbare il regime, sino alla primavera del 2011, quando le rivolte popolare di Egitto, Tunisia e altri Paesi islamici danno fiato ad una opposizione interna che sembrava sconfitta.

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Appartenente alla tribù Warfalla, la più grande fra le tribù libiche, Jibril nel 1980 ha frequentato un master in scienze politiche in Pennsylvania, dopo essersi laureato in economia all’università del Cairo. Jibril è il primo politico del dopoGheddafi riconosciuto dalla maggioranza del Consiglio delle Nazioni Unite. Durante la guerra civile, il 23 Marzo 2011, è stato nominato primo Ministro ad Interim dal Consiglio Nazionale di Transizione. Durante gli ultimi sette mesi di guerra civile, Jibril ha unificato i ribelli sotto la bandiera della rivoluzione per poi lasciare il mandato di ministro ad Interim a Ali Tarhuni e candidarsi alle elezioni politiche come leader dell’Alleanza delle Forze Nazionali. Il suo partito, considerato di spirito moderato-liberale vince prendendo il 48,8% dei voti; seguito da Giustizia e Sviluppo dei Fratelli Musulmani con il 21,3% dei voti. Diversamente dal vicino grande Egitto e la cordiale Tunisia, in Libia viene dato il compito di ricostruire il Paese scosso dalla Primavera Araba ad un partito di matrice liberale.


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DAL MALI RIFUGIATI

4.295

RIFUGIATI ACCOLTI NEL MALI RIFUGIATI

15.624

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI MAURITANIA

12.442


Ecowas sono in 16

La Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale, Ecowas in inglese (Economic Community of West African States) o Cedeao in francese: (Communauté Économique des États de l’Afrique de l’Ouest ) è un accordo economico al quale aderiscono 16 stati dell’Africa Occidentale dal 1975. Le nazioni dell’Ecowas hanno firmato un protocollo di non aggressione nel 1990, nonché uno di assistenza difensiva reciproca che consente la creazione di Forze Armate Alleate della Comunità. Sono membri dell’Ecowas: il Benin, il Burkina Faso, Capo Verde, la Costa d’Avorio, il Gambia, il Ghana, la Guinea, la Guinea Bissau, la Liberia, il Mali, il Niger, la Nigeria, il Senegal, la Sierra Leone e il Togo.

UNHCR/H. Caux

Fonti diplomatiche sostengono che l’intervento militare delle forze panafricane non inizierà prima del gennaio 2013. Di certo nell’Azawad, lo stato autoproclamatosi indipendente dal Mali nell’aprile 2012 ma non riconosciuto dalla Comunità internazionale, le forze islamiste di Ansar Dine, un tempo federate coi nazionalisti Tuareg dell’Mnla, hanno preso il controllo della situazione emarginando i vecchi alleati. Tanto basta perché Francia e Stati Uniti, consapevoli del pericolo di un Sahel sotto il giogo di forze islamiste radicali, abbiano predisposto contromosse più militari che politiche. Dalla primavera scorsa milioni di dollari hanno continuato a rafforzare l’esercito del Mali, in primo luogo, ma anche del Niger e della Mauritania. La stampa americana durante l’estate ha dato notizia, non smentita, di esercitazioni militari svolte in Guinea e in Gambia. I consiglieri militari di Washington e di Parigi (l’ex potenza coloniale) si sono quindi installati nelle diverse capitali della regione con compiti di consulenza e di addestramento. Le basi aeree del Burkina Faso, che si affaccia sul Nord del Mali, servono invece da base ai droni Usa, i famosi aerei senza pilota usati nel conflitto afghano e libico. Ban Ki-Moon in settembre ha ricevuto dal premier ad interim del Mali, Diocounda Traoré, una lettera di richiesta d’aiuto che ha prontamente girato al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Vista la scarsa preparazione dell’esercito maliano, rapidamente sconfitto negli scontri con i ribelli Tuareg, circa tremila uomini si stanno radunando nella capitale Bamako: i contingenti sono messi a disposizione dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria (impegnata a fronteggiare la minaccia interna della setta Boko Haram) e dal Burkina Faso, lo stato che rappresenta geograficamente la porta verso il Nord del Mali. Le operazioni militari, che il Presidente francese François Hollande durante l’ultima visita a New York ha auspicato imminenti, si svolgeranno quindi sot-

MALI

Generalità Nome completo:

Repubblica del Mali

Bandiera

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Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Francese

Capitale:

Bamako

Popolazione:

14.517.176

Area:

1.240.142 Kmq

Religioni:

Musulmana (80%), animisti (18%) e altre (2%).

Moneta:

Franco CFA

Principali esportazioni:

n.d.

PIL pro capite:

Us 1.252

to la bandiera dell’Ecowas (La Comunità Economia degli Stati dell’Africa Occidentale) già protagonista della mediazione politica che ha portato Diocounda Traoré al potere dopo il colpo di stato che aveva estromesso il contestato Presidente in carica (Amadou Toumani Touré). Ban Ki-Moon ha nominato contestualmente Romano Prodi come rappresentante dell’Onu per il Sahel, con lo scopo di dare la parola alla politica appena il fuoco delle armi si sarà placato. La crisi maliana, dal principio della rivolta Tuareg del gennaio 2012, ha sinora provocato oltre 400mila profughi, principalmente rifugiatisi in Mauritania e in Burkina Faso.


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Si combatte per restituire al Mali la propria integrità territoriale dopo la proclamazione nell’aprile 2012 da parte dell’Mnla dell’indipendenza dell’Azawad, terra che prende il nome da un’espressione berbera per indicare il letto arido di un fiume che attraversa il Niger, il Nord del Mali e il Sud dell’Algeria. L’Mnla (Movimento Nazionale per la liberazione dell’Azawad), alleato con gli islamisti di Ansar Dine, ha condotto una guerra d‘indipendenza che da una parte si è inserita in una lunga tradizione di rivolte tuareg e dall’altra si ricollega alle recenti ostilità libiche che hanno visto la tribù nomade combattere al fianco di Gheddafi e conservare, alla fine del conflitto, ingenti disponibilità d’armi. Le note capacità guerriere dei tuareg e le mire egemoniche degli islamisti

loro alleati, unitamente alla debolezza militare delle truppe regolari maliane, sono stati gli ingredienti che hanno fatto rapidamente virare le sorti delle ostilità a favore dei ribelli, capaci appunto di conquistare il Nord del Mali proclamandone unilateralmente l’indipendenza. Oggi a Bamako si stanno quindi radunando i contingenti militari provenienti dagli stati limitrofi per una spedizione bellica che, oltre all’integrità territoriale, intende contrastare l’avanzata del fondamentalismo islamico, dal momento che i rapporti di forza tra Mnla e Ansar Dine si sono rapidamente capovolti a favore di quest’ultima, con la conseguente applicazione indiscriminata della Shari’a su tutto il Nord del Paese.

Per cosa si combatte

Il conflitto in Mali, e l’imminente operazione militare panafricana sotto bandiera Ecowas per restituire al Paese la propria integrità territoriale, può essere inquadrata come la più recente, e a questo punto principale dal punto di vista storico, delle ribellioni tuareg. Quella del 2012 è, infatti, solo l’ultima sollevazione della Tribù, le cui turbolenze o richieste di autonomia da qualsivoglia autorità centrale corrono indietro nel tempo sino agli inizi del secolo scorso, con momenti di grande tensione come nel 1911, 1962, 1990 e 2007. La crisi che ha il suo epicentro in Mali è in realtà quella di un’intera Regione, il Sahel. Con ragionevole certezza si può infatti ritenere che il conflitto nel Sub-Sahara scatenato dalle forze islamiste influenzerà i futuri equilibri del continente africano se è vero, come la cartina geografica rivela, che il controllo del Sahel significherà in potenza l’apertura di due direttrici, o due teste di ponte se si preferisce, verso il Maghreb e verso l’Africa Centroccidentale dove la Nigeria, il più popoloso Stato africano, è ormai da qualche anno sotto la persistente minaccia di una destabilizzazione a matrice islamista. Lo scenario, partendo dalla crisi maliana, potrebbe quindi rapidamente evolvere in crisi regionale se i fondamentalisti di Ansar Dine – che alleatisi con le tribù tuareg dall’aprile scorso hanno preso il controllo

del Mali settentrionale ribattezzandolo Azawad – dovessero stabilizzare il loro potere, perché questo galvanizzerebbe, oltre a dare appoggio logistico, la rete di Aqmi (al-Qaeda per il Maghreb) e quella di Boko Haram (la setta nigeriana). Il risultato sarebbe un’enorme fascia di territorio, dal Mediterraneo sino al golfo di Guinea, costretta a gravitare nell’orbita oscurantista della shari’a. Le truppe dell’Ecowas (composte da Mali, Burkina Faso, Costa d’Avorio e Nigeria) conteranno circa tremila uomini. L’intervento panafricano deve porre rimedio a un duplice problema:

Quadro generale

Profughi e povertà

Il conflitto in Mali ha provocato un’emergenza profughi di vaste dimensioni, che si è aggiunta alla già grave carestia alimentare che dai primi mesi del 2012 affliggeva tutto il Sahel. Inoltre il Mali, a discapito di una recente ripresa economica, rimane uno dei Paesi più poveri al mondo: infatti nel 2011, prima dell’inizio del conflitto, era al 175° posto su 187 per Indice di Sviluppo Umano. Oltre metà della sua popolazione vive con poco più di un dollaro al giorno. I circa 400mila profughi, principalmente di etnia Tuareg si trovano, secondo stime ufficiali, in Mauritania (108953), in Burkina Faso (61500), in Niger (35mila) e nello stesso Mali del sud (175mila).

Federica Miglio


Ansar Dine

UNHCR/H. Caux

Arte e storia distrutte dalla guerra

Timbuctù è nota come “la città dei 333 santi”, e nei secoli è stata un centro di grande fermento religioso. Anche per questo gli islamisti di Ansar Dine, seguendo probabilmente l’esempio dei talebani che nel 2001 distrussero con l’esplosivo i due Budda giganti di Bamiyan scolpiti nella roccia (un capolavoro del sesto secolo dopo Cristo), hanno abbattuto in giugno il mausoleo di argilla dello sceicco sufista Mahmoud Ben Amar. Il mausoleo, come quelli di altri due santi sufisti ugualmente sfregiati, e come Timbuctù stessa, era stato dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Anche la porta sacra della moschea Sidi Yahiya, chiusa da oltre cinquecento anni, è stata demolita a colpi di piccone verso la fine di ottobre perché colpevole d’istigare l’idolatria. Tutti i mausolei della città, ha fatto sapere un portavoce di Ansar Dine, verranno immancabilmente rasi al suolo.

quello della sovranità territoriale e quello del conflitto religioso; dovrà insomma cercare di sradicare dal Nord Ansar Dine, che ormai controlla i principali capoluoghi, su tutti Timbuctù. Qui l’avvento dell’ortodossia islamista ha una precisa valenza simbolica, perché mortifica la tradizione sincretistica della città: un luogo che nei secoli si è distinto come centro d’interscambio culturale tra il ceppo afro e il ceppo arabo. Ormai è palese come il Nord del Mali sia divenuto la calamita transnazionale del combattente islamico. In questo senso il fondamentalismo nel Sahel presenta attinenze con lo scenario afgano, ma anche con quello somalo. Il Mali infatti accoglie oggi esperti terroristi da diverse nazioni come a suo tempo fece l’Afghanistan in lotta contro l’occupazione sovietica, il cui territorio fu la terra promessa dei mujaheddin di diverse aree geografiche, primo fra tutti il saudita Osama bin Laden. Il modello afgano lascia però il campo a quello

I PROTAGONISTI

somalo quando si prende in considerazione la morfologia del territorio: alle montagne dell’Uruzgan si sono sostituite le distese del Sahara. Se in Somalia abbiamo assistito all’esperienza parcellizzata delle corti islamiche, nel Sahel operano oggi diverse formazioni, alcune delle quali tendono poi a fondersi in nuove sigle, con complesse oscillazioni nella catena di comando. Attualmente il quadro dell’Azawad comprende, per quanto è dato capire, i già citati Mnla e Ansar Dine in primo piano, ma anche l’Aqmi (di matrice algerina ma ramificata in tutto il Maghreb e il Sahel), e infine Mujao (gli islamisti mauritani) sullo sfondo. I fondamentalisti tendono inoltre a destabilizzare i paesi limitrofi al Mali, con significative infiltrazioni nel tessuto sociale. In Niger sei cittadini francesi sono stati rapiti e destinati nel Nord maliano (dove si trovava anche Rossella Urru, rapita in Algeria). Gli islamisti minacciano l’esecuzione degli ostaggi se le truppe panafricane dovessero attaccare l’Azawad, una minaccia che tuttavia non sembra fermare i venti di guerra.

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Il fondamentalismo in Mali porta il nome del gruppo Ansar Dine: “I difensori della Fede”. Il suo leader è Iyad Ag Ghaly, già capo della rivolta Tuareg del 1990. Ansar Dine ha rivendicato la sua prima azione nel marzo del 2012 e un mese dopo, affiancando in ruolo subalterno l’Mnla di matrice Tuareg, ha conquistato il Nord del Mali. In pochi mesi ha ribaltato i rapporti di forza nell’autoproclamato stato dell’Azawad, imponendo con la forza la legge islamica a tutta la Regione. La battaglia decisiva si è svolta a fine giugno a Gao, tra Ansar Dine e Mujao da una parte e Mnla dall’altra, ed è culminata con la vittoria degli islamisti e il conseguente annuncio del controllo teocratico di tutta la Regione. Il gruppo ha legami importanti con Aqmi (al-Qaeda per il Maghreb islamico), mentre si pensa che da una sua costola sia nato il Mujao (Movimento per l’Unicità della Jihad in Africa Occidentale). Ansar Dine controlla i principali centri del Nord, come Gao, Kidal e naturalmente Timbuctù. Qui, oltre ai tipici fenomeni riconducibili alla Shari’a, quali l’imposizione del velo alle donne e la proibizione della musica e del ballo, il gruppo ha distrutto anche importanti monumenti, considerati dall’Unesco patrimonio mondiale, perché portatori d’idolatria.


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALLA NIGERIA RIFUGIATI

17.141

RIFUGIATI ACCOLTI NELLA NIGERIA RIFUGIATI

8.806

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI LIBERIA

5.299


Il Paese dei paradossi

La Nigeria in cifre presenta una situazione pesantissima, tanto da farne il Paese dei paradossi. (il Paese è l’ottavo produttore di petrolio al mondo e il primo in Africa, mentre nel continente è preceduto solo dalla Libia per riserve di greggio). Pur essendo all’ottavo posto fra i maggiori produttori di greggio al mondo, importa la quasi totalità dei carburanti di cui ha bisogno. E pur presentando un Pil pro capite abbastanza elevato rispetto a tanti Paesi africani (2600 dollari l’anno), sette nigeriani su dieci vivono sotto la soglia di povertà. Nonostante i tassi di crescita elevati, fra il 2003 e il 2010 sempre intorno al 7%, il Nord del Paese e il Delta del Niger (quella petrolifera) rimangono profondamente sottosviluppate. L’aspettativa di vita nel Paese è di 52 anni, una delle più basse del mondo, un terzo della popolazione è analfabeta, il 40% non ha accesso a servizi sanitari adeguati e il 36% non ha acqua potabile. Infine, la mortalità infantile sotto i cinque anni è al livello record del 138 per mille.

Il Biafra ci riprova

C’è chi nel Biafra continua a sognare l’indipendenza. Dopo 45 anni dalla Guerra del Biafra (che costò la vita, fra il 1967 e il 1970, ad almeno un milione di persone), nella Regione alcune centinaia di manifestanti sono scesI in piazza. Si tratta dei membri del Biafran Zionist Movement (Bzm), che hanno proclamato l’indipendenza, sventolando bandiere rosso-neroverdi. L’allegra rimpatriata era stata convocata per domenica 4 novembre 2012, per celebrare la nascita del leader del Biafra, Chukwuemeka Ojukwu, morto lo scorso anno. Gli indipendentisti hanno cantato inni pro-Biafra e ballato per un’ora, poi si sono diretti al principale mercato di Enugu, la principale città della Regione. La marcia è durata poco: sono arrivate 25 camionette della polizia, in tenuta antisommossa. Risultato: 385 manifestanti portati in caserma, 115 arrestati.

La Nigeria continua a essere una polveriera sociale. La questione più grave resta il terrorismo di Boko Haram, ma non è certo l’unico problema che ha caratterizzato la vita del gigante africano: scontri e proteste hanno scosso il Paese durante tutto il 2012. La causa profonda delle tensioni sociali che attraversano la Nigeria rimane l’estrema povertà in cui versa la stragrande maggioranza (il 70%) della popolazione, a fronte dell’oligarchia di ricchissimi, costituita da uomini politici, alti vertici dell’esercito (hanno guidato il Paese fino al 1999), e una ristretta cerchia di businessman. Emblematica la vicenda che ha inaugurato il 2012: a gennaio la decisione governativa di ridurre i sussidi sui carburanti (che ne avrebbero raddoppiato il prezzo, da 65 a 141 naira, da 35 a 75 centesimi di euro al litro) ha provocato una settimana di proteste, scioperi generali, scontri fra esercito e manifestanti (con decine di vittime), paralizzando l’intero Paese. Il Presidente, Goodluck Johnson, alla fine ha dovuto fare una parziale marcia indietro riportando il prezzo a 97 naira, circa 47 centesimi di euro. Tutta la vita del Paese di fatto ruota attorno al petrolio. Mentre è in cantiere un provvedimento che dovrebbe riformare profondamente l’intera industria estrattiva (e tentare di eliminare sprechi e corruzione), la Nigeria nel 2012 ha raggiunto la produzione record di 2,7milioni di barili al giorno, e la media annua di 2,46milioni di barili. Ma il Paese detiene anche il primato negativo del petrolio perduto: i furti, effettuati forando gli oleodotti, sottraggono secondo il Governo 150mila barili al giorno per un mancato introito di 7miliardi di dollari. Tuttavia, le associazioni di tutela dei diritti umani imputano anche alle compagnie petrolifere parte delle dispersioni di greggio, per la scarsa cura e manutenzione degli impianti. Gli episodi di fuoriuscita di greggio, in effetti, sono frequenti. La compagnia Mpn (della Exxon Mobile), che gestisce 90 piattaforme off-shore, nel novembre 2012 ha dovuto prodigarsi per contrastare una grossa dispersione (almeno 100 barili) da un oleodotto sottomarino, nelle acque dello Stato di Akwa Ibomn. Si è trattato del terzo incidente, dopo quelli dell’agosto precedente. E nel marzo 2012 è stata avviata un’azione legale a Londra nei confronti della Shell (prima produttrice in Nigeria) da parte di 11mila pescatori nigeriani. La class action è stata intentata per il disastro ambientale provocato tra il 2008 e il 2009 dalla fuoriuscita di circa 4mila barili di greggio che, secondo le accuse, avvelenarono terreni e acque privando dei mezzi di sostentamento decine di villaggi nella Regione Meridionale del Delta del Niger.

NIGERIA

Generalità Nome completo:

Repubblica Federale di Nigeria

Bandiera

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Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Inglese (lingua ufficiale)

Capitale:

Abuja

Popolazione:

170.500.000

Area:

923.768 Kmq

Religioni:

Negli Stati del Nord la popolazione è per la quasi totalità islamica; nel Centro-Sud c’è una larga maggioranza cristiana (in prevalenza protestante/evangelica), ma c’è anche una forte presenza di sette d’importazione americana e della rinascenza africana. Islam 50%, cristianesimo 40% (di cui oltre un terzo cattolicesimo), religioni tradizionali 10%.

Moneta:

Naira

Principali esportazioni:

Petrolio (che costituisce oltre il 90% delle esportazioni), cacao, caucciù

PIL pro capite:

Us 2.600


Dall’agosto 2011, con l’attacco kamikaze contro i quartieri generali dell’Onu ad Abuja (23 morti), è stata una tragica escalation: il gruppo estremista islamico Boko Haram ha colpito sistematicamente con ordigni, autobombe e missioni suicide in tutto il Centro-Nord della Nigeria, prendendo di mira in particolare chiese e luoghi di incontro dei cristiani. Un’attività terroristica iniziata nei giorni di Natale del 2011, quando una serie di attentati provocò una quarantina di vittime. Un fenomeno che ha insanguinato il Paese per tutto il 2012 (le vittime sono almeno 2800), e provocato pesanti campagne di repressione da parte dell’esercito. Su posizioni ideologiche vicine ad al-Qaeda, gli affiliati di Boko Haram sembrano trovare coperture e appoggi fra le istituzioni del Paese: lo stesso Presidente Goodluck Johnson ha denunciato la capacità di infiltrazione del gruppo all’interno delle forze di polizia e persino fra i

servizi di sicurezza nigeriani. Viceversa, le azioni di Boko Haram sono state costantemente condannate sia dai leader musulmani che da tutti gli altri capi religiosi presenti nel Paese. Il gruppo (il cui nome, in arabo-hausa, significa “educazione occidentale vietata”) ha le proprie basi nello Stato Nord-Orientale del Borno e nella sua capitale Maiduguri. Si batte – come hanno sostenuto suoi portavoce nelle rivendicazioni – contro “la violazione dei diritti dei musulmani e l’indifferenza nei confronti dei crimini commessi dal Governo contro le popolazioni nigeriane del Nord”. Preoccupante è anche il crescere in quantità e tecnologia delle armi di cui è dotato e la sua capacità di entrare in collegamento con le altre organizzazioni filo-qaediste africane, prime fra tutti i gruppi estremisti islamici del Nord del Mali e gli Shabaab della Somalia.

Per cosa si combatte

Disegnato con squadra e compasso. Alla radice di tanti problemi della Nigeria c’è il fatto che per molti aspetti è ancora lo Stato artificiale creato nel 1914 dai colonialisti inglesi. Paese federale, composto di 36 Stati e un territorio (l’area di Abuja, la capitale federale), vi abitano 250 etnie differenti, con tre gruppi dominanti: gli HausaFulani in tutta la parte settentrionale, gli Yoruba nel Sud-Ovest, gli Ibo nel Sud-Est. L’estrema eterogeneità di culture, economie, storia, lingue, realtà climatico-ambientali, religioni (il Nord è islamizzato, il Sud è cristiano-animista) rende difficile la crescita di un forte senso di identità nazionale. La sua storia post coloniale (l’indipendenza è del 1960) è costellata di tensioni e scontri etnici, e addirittura di una guerra di secessione, quella del Biafra, che comportò anche la prima grande

crisi umanitaria per la quale si mobilitò l’Occidente, verso la fine degli anni ‘60. I primi 40 anni della sua storia di Paese indipendente sono una catena pressoché ininterrotta di colpi di Stato e regimi militari. Fino al 1999, quando per la prima volta i nigeriani hanno potuto votare liberamente, eleggendo alla guida del Paese Olusegun Obasanjo, che ha poi governato la federazione per due mandati. Alle successive elezioni (21 aprile 2007), ha vinto Umaru Yar’Adua, delfino dell’ex Presidente e membro dello stesso partito, il Partito Democratico del Popolo (Pdp). A differenza di Obasanjo, uomo del Sud e cristiano, Yar’Adua era originario dello Stato di Katsina, nell’estremo Nord musulmano. Yar’Adua tuttavia ha sofferto di una lunga malattia che gli ha impedito per diversi mesi, dal novembre 2009, di esercitare le sue funzioni.

Quadro generale

La più grave inondazione da decenni

78

Alluvioni del genere non si vedevano da decenni. È stata definita un “disastro nazionale” la serie di inondazioni che ha colpito il Sud della Nigeria fra l’estate e l’autunno 2012. Secondo l’Agenzia Nazionale per la Gestione delle Emergenze, le vittime sono state 400, più di 18mila i feriti, travolti dai fiumi, mentre altre 2milioni e centomila persone hanno dovuto abbandonare le proprie case. Le alluvioni hanno coinvolto quasi 8milioni di persone, anche per la conseguente crisi alimentare dovuta ai danni delle colture rimaste sommerse dall’acqua. Aspre sono state le critiche degli alluvionati all’intervento tardivo e insufficiente delle istituzioni nigeriane, nonostante il fatto che il fenomeno delle forti piogge avvenga ogni anno, tra agosto e ottobre, in particolare negli Stati di Bayelsa e Delta.


Wole Soyinka

(Abeokuta, 13 luglio 1934)

Solo 4 ore di elettricità al giorno

Nonostante i suoi mille problemi, la Nigeria mette in campo qualche “grande opera”. Il Governo ha stanziato 1,15miliardi di dollari per costruire una centrale idroelettrica da 700 megawatts nello Stato federale del Niger, che dovrebbe essere costruita dai cinesi nei prossimi 4 anni. La centrale dovrebbe dare lavoro a 10mila persone. Attualmente, nel Paese, l’energia elettrica è garantita per circa quattro ore al giorno. Ma non basta. Il miliardario Aliko Dangote ha deciso di aprire, a Objana (Stato di Kogi) il più grande cementificio dell’Africa sub sahariana: uno dei maggiori investimenti fatti nel Paese se si eccettua il settore petrolifero. Per concludere, sempre nel 2012, il Governo ha firmato il preliminare di accordo con l’americana Vulcan Petroleum per la realizzazione di sei nuove raffinerie di greggio. Il Paese, nonostante sia l’ottavo produttore al mondo, importa la maggior parte del carburante perché ne ha solo quattro, spesso ferme per guasti o manutenzione. La Nigeria dipende dall’estero per il 90% del suo fabbisogno energetico.

Il potere, durante tutto il periodo di inabilità del Presidente, è stato gestito dal suo vice, Goodluck Jonathan, che ne ha anche preso ufficialmente le funzioni dal 9 febbraio 2010. Il 5 maggio Yar’Adua è morto e, come previsto dalla Costituzione nigeriana, il giorno successivo Goodluck Jonathan ha giurato come Capo dello Stato. Candidatosi alle elezioni del 16 aprile 2011, le ha vinte a larga maggioranza (59,6% dei consensi, 22milioni di voti), sconfiggendo Muhammadu Buhari, già generale golpista dell’esercito, fermatosi al 32,3% di preferenze (12milioni di voti). La Nigeria è considerata uno dei giganti africani, insieme al Sud Africa, non tanto per la sua forza economica, quanto per la concentrazione di popolazione – ha superato i 170milioni di abitanti in un territorio relativamente piccolo (quasi tre volte l’Italia) – e per le sue riserve di greggio, per le quali si colloca all’ottavo posto fra i produttori mondiali, e si contende il primato africano con l’Angola. È in questi ultimi dieci anni, con l’avvento della democrazia, che sono scoppiate le principali contraddizioni del Paese. Prima delle quali la que-

I PROTAGONISTI

stione petrolifera: a fronte degli enormi introiti legati alle concessioni per l’estrazione del greggio (che costituiscono il 95% delle esportazioni, l’80% delle entrate fiscali e il 40% del Pil), la grande maggioranza della popolazione nigeriana (il 70%) vive con meno di un euro al giorno ed è proprio il Delta del Niger, l’area petrolifera del Paese, una delle Regioni più povere. La seconda grande contraddizione è legata alle tensioni religiose. Gli scontri fra cristiani e musulmani, avvenuti in particolare lungo la fascia di coabitazione nel Centro-Nord del Paese, sono iniziati improvvisamente all’indomani dell’elezione di Obasanjo, intorno al 2000-2001. Da allora vi sono stati ricorrenti crisi che talvolta hanno provocato anche migliaia di vittime. Tensioni che, dopo decenni di pacifica e tollerante convivenza fra cristiani e musulmani, sembrano essere state utilizzate più come elemento strumentale di pressione politica che come reale contrapposizione di fedi. Infine, terzo grave problema, l’inurbazione selvaggia, che ha creato caotiche megalopoli. Prima fra tutte Lagos, capitale commerciale del Paese, che ha ormai superato i 20milioni di abitanti. Smisurate città dove all’estrema povertà delle periferie si somma anche un elevato tasso di criminalità.

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“Nessun dialogo con gli assassini di massa che hanno come filosofia l’omicidio di persone innocenti”. Posizione netta, quella di Wole Soyinka. Primo africano a vincere il Nobel per la letteratura (nel 1986), 78 anni, drammaturgo, poeta, scrittore, è uno degli intellettuali più importanti del continente. Soyinka accusa anche i leader politici “di essere responsabili delle violenze a sfondo religioso”, per aver strumentalizzato le azioni di Boko Haram. Nato ad Abeokuta, nel 1934, Soyinka è di etnia yoruba. Laureatosi all’Università di Ibadan (Nigeria) poi a quella di Leeds (Inghilterra), segue i corsi di arte drammatica al Royal Court Theatre di Londra. Tornato in patria, si occupa di teatro e fonda due compagnie drammatiche. All’inizio della guerra del Biafra, un suo appello per la conciliazione gli vale due anni di prigionia (1967-69). Liberato alla fine della guerra, nel 1985 diventa Presidente dell’Istituto internazionale del teatro dell’Unesco e l’anno successivo riceve il premio Nobel. Dopo il colpo di Stato di Sani Abacha (1993), Soyinka denuncia più volte il regime golpista. Per questo, nel 1994, le autorità gli ritirano il passaporto e il lasciapassare Onu. Riesce a lasciare la Nigeria in tempo per evitare la condanna a morte. Ora vive negli Stati Uniti.


80

Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALLA REPUBBLICA CENTRO AFRICANA RIFUGIATI

162.862

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI CAMEROON

90.176

CIAD

67.414

SFOLLATI PRESENTI NELLA REPUBBLICA CENTRO AFRICANA 105.206 RIFUGIATI ACCOLTI NELLA REPUBBLICA CENTRO AFRICANA RIFUGIATI

16.730

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

13.427


Una crisi dimenticata

Medici Senza Frontiere: con una popolazione di 4,4milioni di persone e una situazione di perenne instabilità, che perdura fin dall’indipendenza dalla Francia nel 1960, la Repubblica Centrafricana è uno dei Paesi più poveri del mondo e con un tasso di mortalità definito “spaventoso”. L’organizzazione umanitaria denuncia che a causare così tanti decessi sono malattie che sarebbe relativamente semplice trattare, come la malaria e l’Hiv e un sistema sanitario “fantasma” che non garantisce alla popolazione nemmeno il minimo di cure mediche.“La Repubblica Centrafricana è classificabile come una crisi dimenticata” spiegano gli operatori di Msf “e non sta ricevendo l’impegno umanitario di cui avrebbe bisogno”.

UNHCR/L.Foster

La Repubblica Centrafricana continua ad essere teatro di violenti scontri tra gruppi armati ribelli. Nei primi mesi del 2012 le forze armate della Repubblica Centrafricana di concerto con quelle del Ciad hanno lanciato una offensiva militare per catturare Abdel Kader, alias Baba Laddé, leader dei ribelli del Front Populaire pour le Redressement (Fpr). L’operazione si è concentrata in modo particolare nelle zone di Ouandago e Gondava nel Centro Nord del Paese, rispettivamente a 80 e 45 km di distanza dalla città di Kaga-Bandoro. Gli scontri tra le forze armate e i ribelli hanno seminato il terrore nell’area, dove migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case. Molto complicato è stato il lavoro delle organizzazioni umanitarie, in molti casi impossibilitate, a causa degli scontri e delle cattive condizioni del territorio, a portare gli aiuti necessari alle popolazioni sfollate. Molte le vittime innocenti. Pesanti le denunce di Albert Vanbuel, Vescovo di Kaga-Bandoro, raccolte dai media locali: “Le forze armate fermano i cosiddetti ribelli, li torturano, li uccidono senza sapere se sono davvero ribelli oppure no. Molti innocenti sono morti in questo modo”. Le organizzazioni umanitarie hanno denunciato le gravissime violazioni dei diritti umani subite dalla popolazione civile: uccisioni illegali, torture, rapimenti e stupri. Violenza e insicurezza caratterizzano ormai da anni la Repubblica Centrafricana, dove imperversano numerosi gruppi armati tra cui l’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army) attivo nel Sud-Est e nell’Est del Paese, dove si stanno intensificando la frequenza e la gravità degli attacchi alla popolazione civile. Continua silenziosamente anche il dramma dei bambini reclutati per combattere tra le file dei ribelli. La Repubblica Centrafricana è, secondo il Rapporto del 2012 di Human Rights Watch, uno dei 14 Paesi dove i bambini soldato stanno attualmente combattendo (6 Paesi su 14 sono

Repubblica

CENTRO AFRICANA

Generalità Nome completo:

Repubblica Centrafricana

Bandiera

81

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Francese

Capitale:

Bangui

Popolazione:

3.683.538

Area:

622.984 Kmq

Religioni:

Cristiana (51%), animista (34%), musulmana (15%)

Moneta:

Franco CFA

Principali esportazioni:

Cotone, caffè, minerali, diamanti

PIL pro capite:

Us 1.128

africani). In questo stato di emergenza costante, diventa cruciale ma anche complicatissimo l’intervento delle organizzazioni umanitarie, gravate anche da una cronica mancanza di fondi. Nell’Ottobre del 2012 l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati Antonio Guterres, ha dichiarato che l’Agenzia “ha a disposizione meno della metà del denaro necessario per le proprie operazioni” soprattutto in Africa. Attualmente sono circa 60mila le persone fuggite dalla Repubblica Centrafricana a causa del conflitto perenne.


La Repubblica Centrafricana non ha mai conosciuto una vera democrazia. Provata da decenni di malgoverno e colpi di stato il Paese non è mai riuscito a risollevarsi. Negli ultimi anni la Repubblica Centrafricana ha dovuto poi subire le pressioni e l’instabilità causate dalle vicende politiche degli stati confinanti, dal Ciad al Sudan che hanno innegabilmente inciso nella tenuta interna del Paese, totalmente impreparato a ricevere le ondate di profughi in fuga da altri teatri di guerra. L’insicurezza e il pericolo, oltre

ad una rete inesistente di strade per lo più disastrate, hanno impedito alle agenzie umanitarie di raggiungere le zone colpite dai combattimenti, in particolare nel Nord-Est, e di portare sostegno alle popolazioni. Non da ultimo la criminalità fuori controllo e il traffico clandestino di diamanti (è la seconda voce nelle esportazioni del Paese) contribuiscono ad aumentare la già drammatica situazione interna della Repubblica Centraficana.

Per cosa si combatte

Tanti soldi in aiuti

Secondo i dati dell’Agenzia dell’Onu Ocha (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) la Repubblica Centrafricana ha ricevuto più di 82milioni di dollari in aiuti umanitari nel 2012. I fondi sono arrivati da almeno 17 donatori e sono stati destinati a 24 organizzazioni umanitarie per 50 diversi progetti operativi in tutto il territorio del Paese, ma con particolare attenzione alla zona Centrale e a quella ad Est e SudEst, dove maggiori sono le necessità urgenti della popolazione civile. Nonostante le somme investite nella Repubblica Centrafricana per progetti umanitari, la reale necessità del Paese è quantificata dalle organizzazioni attive sul territorio in più di 134milioni di dollari.

82

UNHCR/N.Rost

Storia di schiavi, colpi di stato e imperatori. Questa è la Repubblica Centrafricana. Una terra abitata da tempi antichissimi: vari ritrovamenti testimoniano l’esistenza di antiche civiltà anteriori alla nascita dell’impero egizio. Terra contesa tra vari sultanati che utilizzavano l’attuale Repubblica Centrafricana come una grande riserva di schiavi, dalla quale venivano trasportati e venduti nel Nord Africa attraverso il Sahara, soprattutto al mercato de Il Cairo. La nascita della Repubblica è stata fortemente voluta da Berthelemey Boganda, un prete cattolico leader del Movimento d’Evoluzione Sociale dell’Africa Nera, il primo partito politico del Paese, Boganda governa fino al 1959 quando muore in un misterioso incidente aereo. Gli succede suo cugino David Dacko che nel 1962 impone un regime monocratico. Inizia una lunga storia di colpi di stato. Il primo ai danni di Dacko è del colonnello Jeab Bedel Bokassa, che sospende la costituzione e scioglie il Parlamento. La follia di Bokassa arriva al punto di autoproclamarsi Presidente a vita nel 1972 e imperatore del risorto Impero Centrafricano nel 1976. Un impero di follia e povertà per la gente. La Francia, ex potenza coloniale, decreta la fine di Bokassa nel 1979 e restaura la presidenza di Dacko, con un altro colpo di stato. Nel 1981 il generale Andrè Kolimba prende il potere. Pressioni internazionali costringono il dittatore a convocare elezioni nel 1993 che vengono vinte da Ange-Felix Patassè. Il neo presidente dà vita a una serie di epurazioni negli appara-

ti statali. Promulga una nuova costituzione nel 1994, ma le forti tensioni sociali sfociano in rivolte popolari e violenze interetniche. Nel 1997 vengono firmati gli accordi di pace che portano al dispiegamento di una forza internazionale

Quadro generale UNHCR/N.Rost


Faustin-Archange Touadéra (Bangui, 21 aprile 1957)

UNHCR/E. Parsons

Non paga il conto, arrestato il figlio del Presidente Il figlio del Presidente della Repubblica Centrafricana François Bozizé Yangouvonda, è stato arrestato nel 2012 per non aver pagato il conto di 12mila euro lasciato nel miglior albergo della capitale Bangui. La France Press ha spiegato che il rampollo del Presidente centrafricano aveva passato alcuni giorni all’hotel Ledger Plaza e non aveva pagato il conto della stanza, del ristorante e di altri servizi per un totale di 8milioni di franchi, più o meno 12mila euro. Quando gli è stato chiesto di saldare il conto ha rifiutato e se n’è andato. Il Presidente Bozizé non si è mosso per aiutare il figlio, che è stato trattenuto in carcere fino a quando non ha saldato il conto in sospeso.

composta da forze militari di Paesi africani. Poi arriva il turno dell’Onu. Di nuovo alle urne nel 1999, Patassè vince, ma ormai le tensioni sono fuori controllo. Il Paese diventa una sorta di terra di nessuno dove le forze militari e ribelli razziano e rapinano la popolazione. Terreno fertile per un ennesimo colpo di stato, nel 2003, che porta al potere il generale Francois Bozizé, che poi vince le elezioni nel 2005 ritenute valide dalla Comunità Internazionale. Insomma la Repubblica Centrafricana è considerata come uno “Stato fantasma”, secondo un report del 2007 dell’International Crisis Group. Secondo quanto riportato il Paese avrebbe perso completamente la propria capacità istituzionale. Il Paese ha vissuto in una condizione di brutalità continua, sia prima che dopo il raggiungimento dell’indipendenza. Cinquanta anni di regimi autoritari hanno dato vita a uno stato predatore e violento, in cui l’unica possibilità per arrivare al potere e per mantenerlo è stato il ricorso continuo alla violenza. A ciò vanno aggiunte le

I PROTAGONISTI

pressioni esercitate dalla ex potenza coloniale, la Francia, che ha mantenuto legami molto stretti con i vari leader che si sono susseguiti, determinando la caduta o il ritorno di chi poteva dimostrarsi un interlocutore affidabile e creando un altro “pays-garnison” nella Regione, oltre al Ciad. Proprio la fragilità interna ha reso la Repubblica Centrafricana una periferia della periferia per Paesi vicini come il Ciad, il quale controlla strettamente le iniziative prese a Bangui. Solo un esempio: il finanziamento per la presa del potere di Bozizè nel 2003. Un colpo di stato regionale visti i numerosi contributi arrivati dai paesi vicini come il Congo Brazzaville e la Repubblica democratica del Congo e grazie al tacito consenso di Sudan, Libia e Francia. La lotta per il potere segue questa via: ribellione, potere, ribellione, Un apparato statale corrotto, incapace di porre freno alla bulimia dei corrotti, e una redistribuzione delle risorse guidata da interessi clientelari, portano alla nascita di movimenti ribelli che, una volta arrivati al potere, generano nuove tensioni e si comportano esattamente come coloro che hanno combattuto. Così si origina una nuova spirale di violenza. E la Repubblica Centrafricana incarna perfettamente questo schema.

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Nato a Bangui FaustinArchange Touadera è stato nominato primo Ministro della Repubblica Centrafricana il 22 gennaio del 2008 dal Presidente François Bozizé dopo le dimissioni di Élie Doté. Come Capo del Governo ha più volte dichiarato di volersi impegnare per cancellare la pena di morte dall’ordinamento del Paese. Seppur non più applicata da oltre 30 anni, la pena capitale è formalmente ancora in vigore e sia nel 2008 che nel 2012 la Repubblica Centrafricana si è astenuta in occasione del voto sulla risoluzione per una moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il primo Ministro della Repubblica Centrafricana ha ricevuto recentemente anche una delegazione italiana del Partito Radicale alla quale ha assicurato che, dopo gli impegni presi a livello nazionale con l’adozione del progetto di legge per l’abolizione della pena di morte, la Repubblica Centrafricana voterà a favore della Risoluzione sulla Moratoria universale delle esecuzioni la prossima volta che verrà presentata alle Nazioni unite a New York.


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO RIFUGIATI

491.481

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI CONGO

131.648

UGANDA

81.487

REPUBBLICA UNITA DELLA TANZANIA

61.913

SFOLLATI PRESENTI NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO 1.709.278 RIFUGIATI ACCOLTI NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO RIFUGIATI

152.749

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI Angola

78.144

Ruanda

61.481

Burundi

8.915


Animali in pericolo

Tra gli effetti collaterali della guerra nel Nord Kivu c’è l’estinzione degli okapi, i ruminanti considerati gli animali simbolo della Repubblica Democratica del Congo. Un attacco armato ha infatti cancellato 25 anni di enormi sforzi ed impegno per la salvaguardia di questi animali. A luglio 2012 un gruppo di miliziani mayi mayi ha fatto irruzione in una riserva protetta uccidendo dapprima due guardiacaccia e poi sterminando la piccola colonia di okapi. Il Governo di Kinshasa ha chiesto per gli autori del massacro l’imputazione di crimini contro l’umanità davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aja. Se accolta la richiesta potrebbe fare giurisprudenza internazionale, facendo considerare l’uccisione di specie animali protette un attacco all’ambiente dell’intero pianeta.

UNHCR/S. Modola

La Regione del Kivu (nell’Est del Congo) è una delle zone in cui non si è mai consolidato il processo di pace ma anzi qui si sta incancrenendo la pluridecennale crisi politica della Regione dei Grandi Laghi. L’ultimo focolaio di ribellione è scoppiato nel 2012 quando il generale Bosco Ntaganda si è messo alla testa del Movimento del 23 marzo (M23), formato da ex ribelli del disciolto Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (Cndp) e guidati sempre da Ntaganda. Nel 2009 i miliziani del Cndp raggiunsero un accordo con il Governo di Kinshasa per essere integrati nell’esercito regolare ma ad aprile 2012 per mille di loro fu disposto il trasferimento: per gli ex Cndp questa decisione ha sancito la violazione degli accordi che comprendevano l’impegno di non spostare i soldati di Ntaganda fuori dal Kivu, dove volevano restare per proteggere famiglie e proprietà. La diserzione di massa ha riacceso il conflitto in Nord Kivu, dove le violenze non sono mai cessate. Le conseguenze non si sono fatte attendere: sotto i colpi dell’artiglieria pesante migliaia di persone sono fuggite cercando scampo anche nel parco nazionale del Virunga, dove vivono i gorilla di montagna in via di estinzione. Mentre la situazione umanitaria è drammatica. Il 5 luglio 2012 un rapporto delle Nazioni Unite ha confermato le accuse al Governo del Ruanda di rifornire i ribelli di M23 di armi e munizioni e sostenere le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda, gruppo formato da ribelli hutu ruandesi presenti da quasi 20 anni nel Nord Kivu, dove si rifugiarono dopo il genocidio dei tutsi in Ruanda nel 1994. Tra gli ufficiali ruandesi coinvolti il documento dell’Onu punta il dito sulle più alte cariche del governo di Kigali che respinge le accuse: il ministro della Difesa, il capo di stato maggiore, ed un importante generale. Il Governo statunitense ha sospeso gli aiuti militari al Ruanda, finora il suo più fedele alleato nella Regione dei Grandi Laghi. Ma questo focolaio di violenza si aggiunge agli scontri che da 20 anni contrappongono l’esercito regolare di Kinshasa ai gruppi mayi mayi (milizie popolari oggi al soldo di banditi e signori della guerra) ed ai miliziani delle Forze Democratiche per la

Repubblica DEMOCRATICA DEL

CONGO

Generalità Nome completo:

Repubblica Democratica del Congo

Bandiera

85

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Francese, lingala, kiswahili, kikongo, tshiluba

Capitale:

Kinshasa

Popolazione:

62.6 milioni

Area:

2.34 milioni kmq

Religioni:

Cristiana, musulmana

Moneta:

Franco congolese

Principali esportazioni:

Diamanti, rame, caffè, cobalto, petrolio greggio

PIL pro capite:

US 140

liberazione del Ruanda, ribelli hutu ruandesi dal 1994 riparati in questa area. Ad agosto 2012 la Conferenza Internazionale della Regione dei Grandi Laghi (Cirgl) ha deciso il dispiegamento di una forza militare multinazionale nel Nord Kivu: una risoluzione – ha spiegato il segretario esecutivo – che non sostituisce il contributo della Monusco (ovvero la missione di pace di 20mila uomini dell’Onu in territorio congolese) ma che la rafforza.


africana” che tra il 1998 ed il 2003 coinvolse in Congo 8 nazioni africane causando quasi 5milioni e mezzo di vittime. Nel 2011 il Presidente Kabila dispose il blocco dell’estrazione per coltan e cassiterite dopo il varo negli Stati Uniti di una legge sulla tracciabilità dei minerali, considerati “insanguinati” proprio come i diamanti perché i gruppi armati li hanno usati per finanziarsi. Ma ovviamente concretamente è rimasta solo una buona intenzione perché qui 12milioni di persone vivono con l’estrazione. Quindi tutto continua come prima, sotto lo sguardo attento dei soldati dell’esercito regolare che non percepiscono stipendio e di quelli ruandesi che qui sono di casa. Ed il contrabbando vola, arricchendo chi lo organizza.

86

Nel Kivu è concentrata tutta la enorme ricchezza del sottosuolo. Per questo banditi, esercito regolare corrotto, gruppi di ribelli dai nomi altisonanti ma dallo scarsissimo rispetto per le popolazioni inermi, si scontrano senza pietà per il controllo dell’estrazione dei preziosi minerali. Ruanda, Burundi e Uganda (Paesi confinanti o che hanno forte influenza politico-economica) hanno dati di export molto superiori alle reali risorse minerarie, grazie al contrabbando che aumenta di mese in mese diretto verso i loro confini. Ovvio che queste nazioni non stanno a guardare né auspicano la pace ma si sono ritagliate un ruolo attivo per rendere instabile la Regione, come dimostra il loro intervento diretto in quella che fu definita la “guerra mondiale

Per cosa si combatte

La ricchezza per gli altri

I minatori impegnati nell’estrazione dell’oro guadagnano 9 dollari al giorno lavorando per 12 ore con i piedi nell’acqua, scavando con i badili ed avvalendosi del prezioso aiuto dei bambini. Ogni mese dalle miniere del Kivu ne escono almeno 500 chili, venduti in gran parte di contrabbando. Impossibile saperne di più sui lavoratori impegnati nell’estrazione di coltan e cassiterite perché i militari non fanno entrare nessuno. Tra i migliori clienti India e Cina che nel 2009 ha sottoscritto con il Governo un contratto che prevede sei miliardi di dollari di investimenti. In cambio estrarranno 10milioni di tonnellate di rame e 400mila di cobalto. Praticamente è la svendita della ricchezza del Congo da parte del Presidente Kabila.

UNHCR/S. Modola

La riconferma di Joseph Kabila per un altro mandato presidenziale nelle elezioni del 28 novembre 2011 alla guida della Repubblica Democratica del Congo non suscitò particolari reazioni nella comunità internazionale. Le Nazioni Unite (solitamente vigili) con un asettico e notarile comunicato si limitarono a prendere “nota del risultato annunciato da parte della Commissione elettorale”. Alain Juppé, ministro francese degli Affari Esteri, si soffermò invece su “una situazione esplosiva con una forte tentazione di ricorrere alla violenza”. Gli Stati Uniti espressero la “profonda delusione” per la decisione della Corte suprema del Congo di avallare il risultato elettorale. A denunciare frodi e gravi irregolarità nelle elezioni furono la Fondazione Carter (l’organizzazione non governativa dell’ex presidente statunitense Jimmy Carter) ed il cardinale Laurent Monsengwo, massimo rappresentante della Chiesa in un Paese profondamente cattolico. Schede già compilate nelle urne, numero delle preferenze maggiore dei votanti, ritardi nell’apertura dei seggi, intimidazioni, violenze e pressioni contro gli elettori furono puntualmente docu-

mentate dagli osservatori della Fondazione Carter e dalla rete dei 30mila volontari e sacerdoti sparsi nel Paese che controllarono la regolarità dello spoglio. Ma il conteggio delle schede sentenziò la vittoria schiacciante di Kabila con il 48,95% dei voti contro il 32,33% ottenuto da Etienne Tshisekedi, leader dell’opposizione, conosciuto come il “Mandela del Congo” per i lunghi anni trascorsi in carcere. Di fronte alla minaccia di crescenti proteste che causarono almeno una decina di morti, Kabila decise di giocare d’anticipo: prestò giuramento e schierò i carri armati nelle strade. Solo il dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe era presente alla cerimonia mentre gli altri Paesi africani scelsero di mandare i primi ministri, rimarcando così una significativa presa di distanza. Ad ispirare la colpevole acquiescenza sulle ripetute e continue violazioni dei diritti umani e politici è il saldissimo legame che unisce il quarantaduenne Presidente Kabila (figlio dell’ex presidente Laurent, l’uomo che pose fine alla sanguinosa dittatura di Mobutu Sese Seko) alle multinazionali interessate alla estrazione di materie prime di cui il Congo è ricchissimo.

Quadro generale


Bosco Ntaganda (1973)

UNHCR/S. Modola

Una condanna per i bambini soldato

La Corte Penale Internazionale dell’Aja (per la prima volta in 11 anni dalla sua creazione) ha condannato nel marzo 2012 dopo un processo durato 3 anni Thomas Lubanga, capo del gruppo di ribelli di etnia Hema, a 14 anni di reclusione per aver reclutato bambini-soldato minori di 15 anni costringendoli ad uccidere gli appartenenti all’etnia rivale dei Lendus. Lo scenario di questa carneficina è la Regione dell’Ituri, ricca di giacimenti auriferi, nella guerra del 2002-2003. Psicologo, sposato con sette figli, Lubanga fu arrestato dopo il conflitto e imprigionato a Kinshasa ma per poco, usufruendo di comodi arresti domiciliari in un albergo. Secondo il procuratore capo Luis Moreno-Ocampo avrebbe allenato bambini, alcuni anche di 9 anni, ad ammazzare, saccheggiare e stuprare. Solo tra febbraio e marzo 2003, i ribelli guidati da Thomas Lubanga avrebbero distrutto 26 villaggi ed ucciso 350 persone. A seguire il processo anche l’attrice Angelina Jolie che ha fondato una organizzazione per denunciare i crimini di Lubanga e raccontare il lavoro del Tribunale dell’Aja.

Cobalto, uranio, oro, diamanti, cassiterite (da cui si ricava lo stagno), coltan (da cui si estrae il tantalio, componente essenziale per telefoni cellulari, computer, videogiochi, dvd) sono solo alcuni dei preziosi minerali di cui trabocca il Congo: “Un vero e proprio scandalo geologico” secondo gli esperti. Un duplice saccheggio che dura da decenni: quello ufficiale di cui sono protagoniste le multinazionali (appoggiate dal Governo) e quello di frodo animato dai contrabbandieri. Unici destinatari i Paesi ricchi occidentali e orientali che utilizzano i preziosi materiali pagati a basso costo per realizzare altissimi profitti. Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Belgio, Malesia, India e Cina sono i Paesi stranieri con i maggiori interessi. Nel Sud e Nord Kivu operano invece bande armate che con coperture governative sovrinten-

I PROTAGONISTI

dono alla esportazione illegale di materie prime che dirottate verso Ruanda, Burundi e Uganda. Da questi Paesi una rete di mediatori provvede a far fronte alle richieste delle grandi aziende internazionali. Ma il Congo resta uno dei Paesi più poveri e sottosviluppati del mondo. Uno dei punti di forza di Joseph Kabila è la profonda divisione dell’opposizione. Non a caso erano ben 11 i pretendenti alla poltrona di Presidente della Repubblica Democratica del Congo alle ultime elezioni: una atomizzazione del quadro politico che ha favorito lo scaltro e privo di scrupoli capo di stato uscente. Ma la sua popolarità è in declino. Lo dimostra la richiesta presentata in parlamento da venti partiti di opposizione per aprire la procedura di alto tradimento nei confronti di Kabila, il quale ha nascosto ai congolesi che due compagnie di forze speciali del Ruanda operavano in Congo per dare la caccia alle Fdlr (Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda) che si oppongono al Governo di Paul Kagame. Ovviamente in pieno accordo con le autorità di Kinshasa.

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Nel suo nome di battesimo emerge una lontana influenza dei missionari salesiani ma in realtà è più conosciuto con il nome di battaglia di Terminator perché “uccide facilmente” ha spiegato un testimone. Bosco Ntaganda, 40 anni, è un tutsi ruandese scappato in Congo da bambino per sfuggire alle persecuzioni razziali. A 17 anni si unì ai ribelli guidati da Paul Kagame, attuale Presidente del Ruanda. Da allora non ha più deposto le armi ed è diventato un feroce e ricchissimo “signore della guerra”, abile nello sfruttare a suo vantaggio gli improvvisi capovolgimenti di fronte della guerra civile che in Congo dura da decenni. Sul suo capo pendono tre mandati di cattura della Corte Penale Internazionale dell’Aja. L’ultimo è del marzo 2012 per aver arruolato bambini soldato. Ora è impegnato a guidare la ribellione del Movimento 23 marzo. Ha sfidato anche la missione dei Caschi blu dell’Onu minacciando di attaccare il contingente. È protetto da Kabila, impressionato dalla sua forza militare, e da Kagame, di cui è spesso ospite in Ruanda.


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DEL SAHARA OCCIDENTALE RIFUGIATI

116.413

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI ALGERIA

90.000

MAURITANIA

26.000


Una detenzione ingiusta

Alla fine di ottobre 2012, una missione di osservazione giudiziaria sul processo in corso ai 24 detenuti politici nel carcere di Sale’ ha stilato un rapporto in cui si giudica il rinvio del processo “un segno di debolezza delle autorità marocchine”. Gli osservatori, membri di diverse associazioni e organizzazioni di difesa dei diritti umani sottolineano nel dossier come “il perdurare della detenzione senza alcuna decisione giudiziaria è contrario sia alle norme marocchine che a quelle internazionali”. “Il persistere della detenzione senza alcun atto giudiziario e senza la prospettiva di una udienza – si legge nel Rapporto – è contrario al Diritto umanitario (in particolare diritto alla libertà) e al principio del rispetto del diritto alla difesa (diritto ad un processo equo)”.

“Il Marocco ha deciso di ritirare la fiducia all’inviato speciale del Segretario Generale dell’Onu per il Sahara Occidentale”: con un comunicato ufficiale del maggio 2012, la monarchia alawita ha inferto un altro duro colpo al processo di pace con il Fronte Polisario, contestando apertamente l’annuale Rapporto presentato da Christopher Ross, mediatore internazionale di riferimento per il conflitto dal 2009. Il Marocco ha definito “parziale e squilibrato” il resoconto del rappresentate internazionale, che nel dossier ha evidenziato le violazioni dei diritti umani e l’uso eccessivo della forza da parte delle autorità marocchine nei confronti del popolo Saharawi. Il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha espresso invece “piena fiducia” a Christopher Ross che nel novembre del 2012 è tornato in Marocco per una visita ufficiale che ne ha confermato il ruolo di mediatore. Conferma che la monarchia alawita ha mal digerito ma che ha dovuto accettare, accogliendo il delegato dell’Onu a Rabat con tutti gli onori. La vicenda è emblematica ed evidenzia le difficoltà di arrivare ad una soluzione definitiva che riconosca i diritti del popolo Saharawi, in esilio da ormai 37 anni. La preoccupazione è che i continui fallimenti dei negoziati (l’ultima tornata nel marzo del 2012 a New York) tra Rabat e il Fronte Polisario possa far esplodere la rabbia della popolazione Saharawi che fino ad oggi ha scelto invece una resistenza pacifica e nonviolenta contro l’occupazione marocchina. In una recente intervista il professore e attivista americano Noam Chomsky, ha assicurato che le proteste in Medio Oriente e Nord Africa sono cominciate nel novembre del 2010 nel campo di Gdeim Izik nel Sahara Occidentale occupato. “Le forze marocchine intervennero per smantellare le migliaia di tende causando una grande quantità di morti e feriti e così successivamente si è propagata la protesta”, ha detto Chomsky. La repressione della manifestazione, pacifica e nonviolenta, da parte del Governo marocchino fu durissima. I Saharawi vennero attaccati con gas lacrimo-

SAHARA OCCIDENTALE

Generalità Nome completo:

Repubblica Araba Saharawi Democratica (RASD)

Bandiera 89

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Hassaniya, spagnolo

Capitale:

El Ayun

Popolazione:

circa 1 milione

Area:

circa 280.000 Kmq

Religioni:

Islamica Sunnita

Moneta:

Dinaro algerino nei campi profughi, Dirham marocchino nei territori occupati

Principali esportazioni:

Fosfati, pesca, petrolio e probabilmente ferro e uranio

PIL pro capite:

n.d.

geni, elicotteri, carri armati e acqua bollente. A distanza di due anni, 24 prigionieri politici Saharawi si trovano ancora nel carcere marocchino di Sale’, nei pressi di Rabat. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano le condizioni disumane in cui sono costretti i detenuti, le torture e le violazioni dei diritti fondamentali, mentre i processi, davanti ad un tribunale militare, sono stati nuovamente posticipati a data da destinarsi dal Governo del Marocco.


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Il popolo Saharawi è privato del diritto fondamentale e internazionalmente riconosciuto ad avere una terra, su cui vivere in pace e libertà. Il diritto all’autodeterminazione viene negato dal Governo del Marocco, nonostante le numerose risoluzioni di condanna delle Nazioni Unite e nonostante alcuni rappresentanti europei considerino illegale lo sfruttamento delle risorse naturali del Sahara Occidentale, costituite da grandi quantità di fosfati e abbondantissimi banchi di pesce. Molto contestato l’accordo tra Unione Europea e Marocco approvato nel feb-

braio del 2012 che liberalizza, in parte, il commercio di prodotti agricoli e di pesca includendo anche il territorio del Sahara Occidentale. Il deputato francese dei Verdi europei José Bové ha ritirato il suo nome dalla relazione dopo la votazione in segno di protesta. Decisivo in ogni caso è il contributo dell’Europa per il sostentamento dei rifugiati. Anche se, purtroppo, gli aiuti umanitari internazionali stanno diminuendo in maniera vistosa e preoccupante, così come l’attenzione internazionale rispetto al dramma vissuto dal popolo Saharawi.

Per cosa si combatte

Il Sahara Occidentale comprende le Regioni di Saquia el Hamra al Nord e Rio de Oro al Sud, 284mila Kmq. Confina con il Marocco, l’Algeria, la Mauritania e l’Oceano Atlantico. È uno dei territori più ostili alla vita dell’uomo in tutto il pianeta. Aride distese di rocce e dune di sabbia sono solcate da piccoli wadi (letti di fiumi) nei quali si accumula quel po’ di acqua che non riesce mai a raggiungere il mare a causa della rapida evaporazione. Il Sahara Occidentale, già colonia spagnola, è l’ultima colonia africana ancora in attesa dell’indipendenza: al dominio spagnolo, infatti, nel 1975 si è sostituito quello di Marocco e Mauritania, che hanno invaso il territorio. La maggior parte della popolazione è fuggita in Algeria dove, da allora, vive nei campi profughi. In pratica, la questione del Sahara Occidentale è un caso di decolonizzazione mancata. Il popolo Saharawi è privato dal 1975 del suo diritto all’autodeterminazione. Lo dimostrano le tappe di questo conflitto. Il 6 ottobre 1975, il re del Marocco dà il benestare alla “marcia verde”, attraverso la quale 350mila marocchini avanzano verso il Sahara Occidentale con l’obiettivo di conquista del

territorio. Il 31 Ottobre 1975 inizia l’invasione marocchina nella zona Orientale del Sahara Occidentale. La Spagna intanto si ritira e il 2 novembre Madrid riafferma il proprio supporto all’autodeterminazione della gente Saharawi, allineandosi agli impegni internazionali assunti. Con il ritiro della Spagna, alla fine del 1975 il Polisario (movimento di liberazione che dal 1973 lotta per l’indipendenza) sembra sul punto di guadagnare l’indipendenza. Ma con trattative separate e segrete, Madrid firma un accordo clandestino con il Marocco e la Mauritania. I tre Paesi decidono di spaccare il territorio del Sahara Occidentale fra il Marocco e la Mauritania, evitando di dare l’indipendenza ai Saharawi. Nel 1976 il Fronte Polisario proclama la Rasd, Repubblica Araba Saharawi Democratica, ma l’annessione illegale del territorio dà il via alla guerra fra Marocco e Mauritania, per il controllo del territorio. Decine di migliaia di Saharawi fuggono sotto i bombardamenti al napalm del Marocco. L’aggressione investì sia il Nord che il Sud del Paese facendo fuggire i Saharawi verso Est, in Algeria appunto, dove è stato concesso loro asilo politico. Il rientro nelle loro terre viene reso

Quadro generale

Giornalisti espulsi

Nel novembre del 2012 le autorità marocchine hanno espulso 19 giornalisti dal Sahara Occidentale perché entrati senza i dovuti permessi. In un comunicato ufficiale del Governo, si spiega che 15 giornalisti spagnoli e 4 norvegesi sono arrivati a Laayoune fingendo di essere turisti. La decisione del Governo marocchino ha suscitato numerose polemiche e segue di poche settimane un altro avvenimento controverso che vede protagonista, questa volta, un reporter di una testata francese. In Ottobre 2012, il Governo marocchino aveva infatti espulso il corrispondente della Agence France Press (Afp) Omar Brousky per aver parlato della monarchia marocchina “in un contesto sbagliato” e con degli articoli “anti-professionali”.


Aminatou Haidar (El Aioun, 1967)

Il Centro Kennedy in visita ai Saharawi

Il Centro Rfk (Robert Fitzgerald Kennedy per la Giustizia e i Diritti Umani) fu fondato nel 1968 da familiari e amici di Robert F. Kennedy come memoriale vivente per un mondo più giusto e pacificato. Gli Rfk partners for Human Rights sono impegnati in collaborazioni strategiche di lungo termine con i laureates (persone che ricevono ogni anno il Premio sui Diritti Umani) con l’obiettivo di aumentare l’efficacia delle campagne portate avanti dai leaders e supportare movimenti in favore della giustizia sociale. Fanno parte del Centro molte personalità mondiali nel campo dei diritti umani. Ha grande importanza e prestigio nel mondo e per questo la visita di una delegazione internazionale del Centro nei territori del Sahara Occidentale è stata considerata un avvenimento eccezionale. La delegazione ha pubblicato una breve relazione dove si riconoscono i cambiamenti positivi fatti nella Costituzione marocchina per il rispetto dei diritti umani ma dove si evidenziano ancora le violazioni ai danni del popolo Saharawi.

ancora più difficile dalla costruzione da parte del Marocco, a partire dal 1980, di un muro elettrificato. È un’impressionante opera militare: bunker, postazioni fortificate, campi minati (mine in gran parte italiane), lungo oltre 2200 Km alto cinque metri fatto di sassi e sabbia; si dice che il suo mantenimento costi al Governo marocchino oltre 1milione di dollari al giorno. Nel 1984, l’Organizzazione degli Stati Africani ammette come Stato membro, la Rasd, espelle il Marocco, nega di fatto valore giuridico agli accordi fra Spagna, Mauritania e Marocco. Nel 1991, dopo 18 anni di guerra, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approva il Piano di Pace. Dal 6 settembre 1996 la Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale, Minurso, sorveglia il rispetto del cessate il fuoco e organizza il referendum di autodetermi-

I PROTAGONISTI

nazione che è rimasto solo sulla carta, a causa dell’opposizione del Marocco. Sempre l’Onu, in una decisione specifica sul Sahara Occidentale, trasmessa da Hans Corell, Segretario Generale Aggiunto per gli Affari Giuridici, al Presidente del Consiglio dichiara: “Gli Accordi di Madrid non hanno significato in alcun modo un trasferimento di sovranità sul territorio, né hanno concesso ad alcuno dei firmatari lo status di potenza amministrante, dato che la Spagna non poteva concederlo unilateralmente. Il trasferimento di potere amministrativo sul territorio nel 1975 non riguarda il suo status internazionale, in quanto territorio non autonomo”. La continuazione dello status quo sta conducendo ad una repressione sempre più brutale nelle zone occupate e ad un ritorno alle ostilità. Molti giovani ed anziani parlano apertamente della necessità, per sbloccare l’impasse, di ricorrere alle armi o ad atti di terrorismo che sino ad oggi non sono stati parte della strategia Saharawi.

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Conosciuta come la “Gandhi dei Saharawi” Aminatou è una dei più importanti attivisti dei diritti umani nel Sahara Occidentale. Detenuta illegalmente dalle autorità marocchine, picchiata, torturata e minacciata di morte, ha trascorso quattro anni e mezzo in isolamento, bendata. Nonostante gli abusi dei militari, nella sua resistenza non violenta, Aminatou considera i cittadini marocchini suoi “fratelli”. È portatrice di un appello affinché l’Onu faccia rispettare i diritti umani nei territori del Sahara Occidentale occupati dal Marocco e consenta ai Saharawi di esprimersi liberamente sul proprio futuro. È stata arrestata la prima volta nel 1987, a vent’anni, durante una visita nei territori saharawi della Commissioni Onu che si recava sul posto per organizzare il referendum. Ha continuato il suo impegno sino a diventare un simbolo della lotta per la libertà e il rispetto dei diritti umani in tutto il mondo. È stata candidata per il prestigioso Premio Sakharov, ha ricevuto il premio Juan Maria Bandres per la difesa del diritto di asilo e la solidarietà con i profughi conferitole nel 2005 dalla Commissione spagnola di aiuto ai rifugiati (Cear). Ha ricevuto il Premio Kennedy per i diritti umani nel 2008.


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALLA SOMALIA RIFUGIATI

1.077.048

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI KENIA

517.666

YEMEN

204.685

ETIOPIA

185.466

SFOLLATI PRESENTI NELLA SOMALIA 1.356.845 RIFUGIATI ACCOLTI NELLA SOMALIA RIFUGIATI

2.099


La minaccia del Kenya

Come riferiscono l’“Institute for Global Studies” e la rivista online Meridiano42, interamente dedicata al Corno d’Africa, con la disfatta e lo sbando delle milizie islamiche in Somalia, il rischio è oggi quello di uno spostamento dei superstiti in direzione del Kenya. Non solo per vendicarsi del ruolo svolto dalle truppe di Nairobi in Somalia al fianco dell’Amisom, ma anche e soprattutto per trovare un rifugio dove poter riorganizzare le proprie forze. Il cordone di sicurezza messo in atto dal Kenya e dall’Amisom nel Sud e nel Centro della Somalia è poderoso ma le masse di profughi ancora in movimento nella Regione e le comunità accampate a ridosso del confine potranno rappresentare un’ottima copertura per gli islamisti in fuga. L’obiettivo per questi gruppi è quello di raggiungere aree remote del Kenya Settentrionale dove poter riorganizzare le forze e condurre azioni di razzia per alimentare la logistica delle milizie, per poi condurre attentati soprattutto nelle aree urbane.

La caduta di Kismayo

In Somalia è stato forse dato l’ultimo colpo mortale alle milizie Al Shabaab sferrando il 28 settembre 2012, dopo cinque anni di rigido Governo della Sharia, l’attacco a Kismayo. Un’operazione congiunta delle forze del Kenya, integrate nella missione Amisom, con quelle del contingente dell’Unione Africana e quelle del ricostituito esercito somalo. L’operazione militare pianificata da tempo, sotto il cappello dell’Amisom, è stata condotta e gestita quasi esclusivamente dalle forze militari del Kenya, che hanno impiegato un gran numero di unità terrestri, anfibie, aerei e numerose unità navali. L’intera operazione si è conclusa in meno di sei ore.

Sono molti gli eventi che hanno caratterizzato la Somalia e il suo percorso verso una normalizzazione nell’ultimo anno. Un percorso non privo di ostacoli e incognite. Ma che ha potato il Paese ad una svolta, con un Governo che va al di là delle logiche che lo hanno caratterizzato negli ultimi 22 anni: signori della guerra, interessi per traffici poco chiari, ingerenze straniere e scarsa volontà internazionale di risolvere il problema “Somalia”. Il neo Presidente, Hassan Sheikh Mohamud, docente universitario ed attivista sociale, con percorsi di studio a Mogadiscio e in India, proviene del clan Hawiye ed è considerato un islamico moderato. Il 6 ottobre 2012 ha nominato premier Shirdon Saaid nato nel 1958, un passato da uomo d’affari, sposato con un’influente attivista e pacifista somala, è un volto nuovo della politica. Le prime dichiarazioni dei due uomini sono state incoraggianti. ‘’Abbiamo nominato Abdi Farah Shirdon Said primo Ministro - ha detto il Presidente - dopo una discussione molto lunga. È la persona migliore per questa posizione. Dal canto suo, Abdi Farah, si è detto ‘’molto felice di assumere questo ruolo’’. Il 6 novembre 2012 il primo Ministro ha reso nota la lista dei membri del suo esecutivo, dopo le consultazioni con il Presidente Hassan Sheikh Mohamud e il Presidente del parlamento a Mogadiscio. Composto da soli 10 membri, il nuovo Governo presenta novità importanti. La principale è l’abbandono del cosiddetto sistema del 4,5 in base al quale ciascun grande clan della nazione dovrebbe essere rappresentato da un delegato mentre alle comunità minoritarie spetterebbe mezza rappresentanza. Il nuovo Governo vede la nomina di una donna, l’ex diplomatica e docente universitaria Fowzia Yusuf Haji, a ministro degli Affari esteri e vice primo Ministro, una prima assoluta nel Paese del Corno d’Africa. C’è un’altra donna nell’esecutivo è Maryan Qassim, titolare del dicastero per lo Sviluppo sociale. Solo un anno fa il controllo del Paese era in mano agli Al Shabaab, e proprio nell’ottobre del 2011 truppe keniote entravano per la prima volta in territorio somalo. Il Kenya rivendicava il diritto a difendersi dai somali che facevano irruzione sul suo territorio per sequestrare stranieri. La risposta dei fondamentalisti di Al Shabaab è arrivata puntuale con attentati e rappresaglie in territorio keniota fino ad oggi. Quella dell’esercito di Nairobi sembrava dovesse essere una permanenza breve, ma un anno dopo, il 28 settembre 2012, sono stati proprio loro, sotto la bandiera dell’Amisom (la missione dell’Unione Africana, sotto l’egida dell’Onu, creata nel 2007), a liberare e riconquistare l’ultimo baluardo degli islamisti, la città portuale di Kismayo, caduta dopo cinque anni di rigido Governo della Sharia. Hassan Sheik, vittima di un attentato solo 48 ore dopo la sua elezione, ha vinto conquistando 190 seggi contro i 79 dell’ex Presidente Sharif Ahmed. Uno dei problemi che dovrà affrontare il

SOMALIA

Generalità Nome completo:

Somalia

Bandiera

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Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Somalo, arabo, italiano, inglese

Capitale:

Mogadiscio

Popolazione:

10.700.000

Area:

637.661 Kmq

Religioni:

Musulmana (99%)

Moneta:

Scellino somalo

Principali esportazioni:

Banane, bestiame, pellame e pelli, mirra, pesce

PIL pro capite:

Us 600

nuovo Governo è quello legato all’informazione e alla libertà dei giornalisti, somali in primo luogo. Alla data del 2 novembre sono 18 i reporter uccisi in Somalia. La maggior parte degli omicidi sembrano essere state aggressioni mirate, tutte avvenute in zone di Mogadiscio ufficialmente sotto il controllo del Governo e tutte sono rimaste impunite. Per questo, come sottolinea Human Rights Watch “affrontare l’impunità che fa da contorno a simili atrocità è una questione che non può più aspettare. Il nuovo Presidente dovrà rendere prioritario il fatto di indagare su questi omicidi”.


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L’eterno conflitto che si combatte in Somalia è certamente influenzato anche dalla forte instabilità che caratterizza l’intera Regione del Corno D’Africa. La vicina Etiopia, guidata da un Governo cristiano e circondata da Paesi musulmani, non ha esitato ad invadere la Somalia. Le truppe etiopi sono entrate a Mogadiscio nel 2006 per contrastare le Corti Islamiche ed evitare la nascita di uno Stato islamico in Somalia. Gli stessi Stati Uniti hanno bombardato più volte il territorio somalo considerato da Washington una base ideale per i terroristi islamici. A que-

sto va aggiunto il dramma di quella che molti definiscono come una vera e propria “economia di guerra” e che è costantemente alimentata da gruppi armati e potentati locali che da una simile instabilità, ormai al limite del collasso, traggono enormi profitti grazie anche a traffici illegali di armi e rifiuti. Un Paese caratterizzato da una drammatica frammentazione politica, economica e sociale, subita prima di tutto dalla popolazione civile somala, stremata da quella che l’Onu continua a definire come “la peggiore crisi umanitaria al mondo”.

Per cosa si combatte

E’ il 26 gennaio 1991, con la caduta del dittatore Siad Barre che incomincia il periodo forse più buio della storia della Somalia. Doveva essere la fine di una dittatura, si è trasformata in una guerra di tutti contro tutti, signori della guerra, clan, bande rivali. Il territorio è stato a poco a poco conteso e suddiviso in settori sotto il dominio di tribù senza scrupoli a colpi di Kalashnicov e di Tecniche, l’arma somala per eccellenza, il mitragliatore montato sul cassone aperto del Toyota Pick-Up. Dopo quasi 22 anni però le elezioni del nuovo Presidente hanno aperto uno spiraglio di luce sul futuro di questa terra. Un Paese che fino a ieri di fatto era ancora senza istituzioni, un popolo senza diritti. Solo violenza, attentati e povertà all’ordine del giorno, dove la vita di un uomo può valere poche decine di dollari americani. In realtà non è che prima del 1991 la Somalia avesse conosciuto lunghi periodi di pace. Dalla proclamazione dell’indipendenza del primo luglio 1960, che vede l’unificazione della Somalia dell’amministrazione fiduciaria italiana (19501960) e del Somaliland protettorato britannico, per nove anni aveva visto un Governo della repubblica somala legittimamente eletto. Nel 1969 Siad Barre con un colpo di stato prende il potere ed instaura il suo regime. Nel 1977 Barre muove guerra contro l’Etiopia per la Regione dell’Ogaden, Regione etiope con alta presenza di popolazione somala da sempre rivendicata dalla Somalia. Il regime interno è poco tollerato, gli scontri aumentano e dal 1980 assumono il profilo di una vera e propria guerra civile. La Regione del Somaliland (ex Somalia britannica unificata nel 1960 nella Repubblica Somala) rivendica una propria autonomia fino ad arrivare alla auto proclamazione d’indipendenza del 18 maggio 1991. Molti oppositori al regime di Siad Barre vengono arrestati ed incarcerati, altri esiliati ed altri scappano di propria iniziativa. Dopo la caduta del regime di Siad Barre e lo scoppio degli scontri interni, la comunità internazionale decise di intervenire con l’invio di una missione Onu, la Unosom. Obiettivo della missione, nota anche come “Restore Hope”, era quello di creare un margine di sicurezza per l’invio di aiuti umanitari per la popolazione civile vittima da sempre dei conflitti somali. Ma

la intricata situazione di controllo del territorio da parte dei signori della guerra, principalmente dei due grandi oppositori di quegli anni Ali Madi da una parte e il generale Aidid dall’altra, conducono la missione Onu ad un fallimento simbolicamente identificato con la battaglia di Mogadiscio e l’abbattimento dell’elicottero americano Black Hawk. La Unosom si ritira nei primi mesi del 1994 a due anni dal suo primo invio. Anche l’Italia era presente in Somalia con la missione Ibis che si ritira il 20 marzo 1994, lo stesso giorno in cui vengono barbaramente assassinati Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Gli anni successivi sono caratterizzati da una sempre maggiore frammentazione del territorio da parte dei sempre crescenti “lord war”. In questi anni la Somalia è anche la vera terra di nessuno, inesistenza di controlli frontalieri, una frammentazione territoriale e clanica gestita dal solo controllo delle armi. Questa situazione consente lo svolgimento di traffici illeciti, rifiuti dispersi in mare e sotterrati nel deserto somalo in cambio di armi, fino alla formazione di veri campi di addestramento della milizia jihadista. Intanto i diversi clan e i molti signori della guerra, sollecitati dalla comunità internazionale e dall’Unione Africana, si incontrano cercando di trovare l’accordo. Molte le conferenze di pace messe in atto, ma ogni volta si concludono con un nulla di fatto. Bisogna aspettare il 2004 per vedere, a conclusione della quattordicesima conferenza di pacificazione, la nomina di un parlamento di transizione che elegge Presiden-

Quadro generale

Taglia su Obama

Come hanno riferito sia l’Ansa che TmNews e altre importanti agenzie, nel mese di giugno dopo che il Governo americano ha messo una maxi-taglia di 33milioni di dollari per la cattura dei sette principali leader del movimento islamico somalo, e in particolare su uno dei fondatori degli shebab, Ahmed Abdi aw Mohamed, alias Abu Zubayr, meglio noto con il soprannome di Godane (sulla cui testa pende la taglia più alta, sette milioni di dollari) molti capi degli Shabaab hanno ironizzato: “Gli Shabaab sono pronti a ricompensare con cammelli e polli chi dia informazioni per la cattura o l’uccisione dei principali leader Usa. Sheikh Mohamed Khalaf detto Shongole, ha detto di essere pronto a offrire “dieci cammelli per qualsiasi informazione riguardante Barack Obama, dieci galline e dieci galli a chi fornisca notizie su Hillary Clinton”. Ha poi anche aggiunto: “Posso assicuravi che questo genere di cose non ci dissuaderà mai dal proseguire la guerra santa”. UNHCR/B. Bannon


Samantha Lewthwaite

Stampa nel mirino

Sono 18 i giornalisti assassinati in Somalia da gennaio a ottobre del 2012 29 October 2012 - Warsame Shire Awale - Radio Kulmiye 28 October 2012 - Mohamed Mohamud Turyare - Shabelle Media Network 23 October 2012 - Ahmed Saakin Farah Ilyas - Universal Television 29 October 2012 - Warsame Shire Awale - Radio Kulmiye 28 October 2012 - Mohamed Mohamud Turyare - Shabelle Media Network 23 October 2012 - Ahmed Saakin Farah Ilyas - Universal Television 28 September 2012 - Ahmed Abdulahi Farah - Saba 26 September 2012 - Abdirahman Mohamed Ali - Ciyaarahamaanta 21 September 2012 - Hassan Youssouf Absuge - Radio Mantaa 20 September 2012 - Liban Ali Nur - Somali National TV 20 September 2012 - Abdisatar Daher Sabriye - Radio Mogadiscio 20 September 2012 - Abdirahman Yasin Ali - Radio Hamar (Voice of Democracy) 16 September 2012 - Zakariye Mohamed Mohamud Moallim - freelance 12 August 2012 - Mohamud Ali Keyre - Horyaalmedia.com 31 July 2012 - Abdi Jeylani Malaq - Universal TV 24 May 2012 - Ahmed Ado Anshur - Radio Shabelle 2 May 2012 - Farhan James Abdulle - Daljir Radio 5 April 2012 - Mahad Salad Adan - Voice of Hiran - Radio Shabelle 4 March 2012 - Ali Ahmed Abdi - Radio Galkayo - Somali Online 28 February 2012 - Abukar Hassan Mohamoud - Radio Somaliweyn 28 January 2012 - Hassan Osman Abdi - Shabelle Media Network

te Abdullahi Yusuf Ahmed e un Governo Federale di Transizione (Tfg) che dopo un primo periodo di attività da Nairobi, a giugno 2005 entra in Somalia. Mogadiscio però è considerata ancora troppo pericolosa e nelle mani dei diversi “lord war” così il Governo di transizione risiede per un periodo a Johwar e poi a Baidoa. Nell’estate 2006 gli scontri iniziati dentro Mogadiscio fra i lord war e le milizie jihadiste somale portano queste ultime, controllate dalle Corti islamiche, a scacciare i signori della guerra e a prendere il controllo della città. Da Mogadiscio poco alla volta le Corti Islamiche prendono il controllo di buona parte della

I PROTAGONISTI

zona sud della Somalia fino ad arrivare alle porte di Baidoa, la città di residenza e controllo del Tfg che nel frattempo aveva ottenuto la tutela dell’Onu e l’appoggio militare dell’Etiopia. Da Baidoa riparte l’offensiva governativa che con il determinante intervento dell’esercito etiope e il sostegno dei militari della Regione del Puntland, rispondono al tentativo delle Corti di conquistare Baidoa, con un attacco senza precedenti porta in pochissimo tempo alla conquista di Mogadiscio. Il Tfg ottiene così ufficialmente il controllo della capitale, ma nei fatti ha inizio un lungo periodo di attentati da parte dei fondamentalisti islamici, ai palazzi della presidenza e del governo con numerose vittime fra i civili e decine di migliaia di sfollati che abbandonano il centro di Mogadiscio.

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La polizia britannica l’ha definita la “vedova nera”. Per i somali è la “sorella bianca”. Nomi di battaglia che non cambiano la sua missione: organizzare attacchi terroristici, preferibilmente in Kenya. La “sorella bianca” è Samantha Lewthwaite una cittadina inglese di 28 anni, moglie di uno dei kamikaze dell’attentato del 7 luglio 2005 a Londra. La ragazza è entrata a far parte di un nucleo qaedista e da molti mesi è segnalata in Africa. In Kenya dove è sospettata di aver collaborato con una cellula eversiva, e poi forse in Somalia. Samantha, secondo fonti citate dal quotidiano inglese “Telegraph”, sarebbe in contatto con il movimento degli Shebab. Un forum islamista scrive: “Per cinque volte la sorella bianca ha sconfitto gli infedeli in Kenya e Tanzania. Lei ha offerto la vita ad Allah, e oggi comanda un’unità composta da sole donne”. La polizia è al lavoro per verificare queste affermazioni ma non esclude che Samantha stia seguendo la preparazione di un gruppo femminile di guerrigliere. Altro indizio viene da un suo presunto complice, arrestato in Kenya, che l’avrebbe indicata come finanziatrice e militante a tempo pieno.

UNHCR/S. Modola


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DAL SUDAN RIFUGIATI

500.014

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI CIAD

298.311

SUD SUDAN

76.845

ETIOPIA

45.286

SFOLLATI PRESENTI NEL SUDAN 2.422.520 RIFUGIATI ACCOLTI NEL SUDAN RIFUGIATI

139.415

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI ERITREA

100.464

CIAD

31.871


L’Unione Africana vuole il referendum

Il Consiglio Pace e sicurezza dell’Unione Africana (Ua) garantirà il proprio sostegno perché si giunga allo svolgimento del referendum sullo status di Abyei, la Regione petrolifera contesa al confine tra Nord e Sud Sudan. L’organismo dell’Ua l’ha annunciato nel novembre 2012, concedendo sei settimane ai due Paesi per indicarne le modalità di svolgimento. La questione di Abyei era rimasta irrisolta anche nell’ambito dei diversi accordi sottoscritti dai due Presidenti – Omar el Bashir per il Sudan e Salva Kiir per il Sud Sudan – firmati alla fine di settembre del 2012. Il Consiglio ha annunciato che, in caso di mancato accordo, il referendum verrebbe organizzato sotto gli auspici dell’Onu nell’ottobre 2013. La consultazione avverrebbe fra i residenti nella Regione, escludendo la comunità nomade dei Misseriya, che invece il Governo di Khartoum vorrebbe includere fra i partecipanti. I Misseriya sarebbero favorevoli a rimanere col Sudan, i residenti di Abyei, invece, sarebbero in maggioranza pro Sud Sudan.

UNHCR/W. Stone

Il 2012 si apre con una dura diatriba fra Nord e Sud Sudan per la questione dei diritti di pedaggio che il Sud deve pagare al Nord per usarne gli oleodotti. Il Governo di Juba sceglie la linea dura: interrompe la produzione di greggio, privando il Governo di Khartoum di un ingente introito (ma anche se stesso, dato che il 98% delle entrate dello Stato dipendono dal petrolio). Seguono mesi di trattative e accordi subito disattesi: gli scontri armati al confine continuano. Nel maggio 2012 Khartoum ritira le sue truppe da Abyei (ricca di greggio, controllata dal Nord ma reclamata dal Sud). Decisione che consente di riaprire il tavolo di trattative fra i due Paesi. Intanto, però, la situazione economica del Paese precipita: il crollo delle entrate dovuto al blocco di produzione decretato da Juba provoca una progressiva impennata dei prezzi e dell’inflazione. Il Governo sudanese, per fronteggiare la crisi, emana drastiche misure di austerità, fra le quali i tagli ai sussidi sul carburante e su alcuni beni di prima necessità. La popolazione reagisce scendendo ripetutamente in piazza. Sul versante bellico, il Paese si trova in una situazione difficile: è l’unico Stato al mondo ad avere quattro fronti di guerra interna: il Darfur, il Blue Nile, il Sud Kordofan e Abyei. Verso la fine di luglio 2012 si riaccende il conflitto in Darfur. L’esercito di Khartoum si scontra con i ribelli del Jem (Movimento per la giustizia e l’eguaglianza) e proclama di aver ucciso una cinquantina dei suoi miliziani. Scontri e scaramucce continuano nei mesi successivi, nel solo mese di ottobre 2012, tre diversi agguati uccidono cinque caschi blu di Unamid, la missione ibrida Onu-Unione Africana dispiegata nella Regione Occidentale del Sudan. Intanto, peggiora la situazione nel Blue Nile e nel Sud Kordofan: centinaia di migliaia di profughi fuggono in Sud Sudan dove si viene a creare – specie nell’immenso campo rifugiati di Yida – una grave emergenza umanitaria. Finalmente, l’8 agosto, Khartoum e Juba raggiungono un primo accordo sulla questione dell’utilizzo degli oleodotti. E il 27 settembre 2012 il Parlamento di Khartoum (in contemporanea con quello di Juba) ratifica l’accordo rag-

SUDAN

Generalità Nome completo:

Repubblica del Sudan

Bandiera

Lingue principali:

Arabo, i diversi gruppi etnici parlano oltre 400 lingue locali, inglese

Capitale:

Khartoum

Popolazione:

34.500.000

Area:

1.886.068 Kmq

Religioni:

Musulmani (60%, predominanti fra arabi e nuba, nelle regioni del Centro-Nord), cattolici (15,5%), arabi cristiani (1%), aderenti a religioni tradizionali (23,5%)

Moneta:

Sterlina sudanese

Principali esportazioni:

Petrolio e prodotti petroliferi, cotone, sesamo, arachidi, gomma arabica, zucchero, bestiame

PIL pro capite:

Us 2.700

giunto ad Addis Abeba. Le intese riguardano la gestione del petrolio, i confini, la creazione di una fascia demilitarizzata lungo la frontiera e il reciproco riconoscimento dei diritti di cittadinanza (ma resta irrisolto lo status amministrativo della Regione petrolifera di Abyei).

97

Situazione attuale e ultimi sviluppi


98

Il Governo sudanese non può permettersi di perdere altre aree del suo territorio, con la secessione del Sud, ha dovuto rinunciare all’85% delle riserve di greggio e a buona parte della produzione agricola, che proveniva dalle fertili Regioni Meridionali, passate sotto il controllo di Juba. Il Paese, di fatto, è a rischio di disgregazione: ben quattro Stati della federazione sono abitate da una popolazione che in maggioranza rifiuta il potere di Khartoum. Nel Darfur non c’è alcuna evoluzione che faccia pensare a una soluzione della difficile situazione che perdura dal 2003 (nonostante la ripresa delle trattative fra Governo e ribelli verso la fine di novembre 2012 in Qatar), e che non riesplode con la stessa violenza dei primi anni di guerra civile solo per la

presenza della missione Onu. L’altra cruciale ragione dei combattimenti – che riguarda invece gli Stati del Nord a ridosso del confine col nuovo Paese secessionista – è il petrolio. Quel 15% dei giacimenti rimasti in mano al Governo di Omar Hassan El Bashir si trovano nelle Regioni di Abyei, del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro, tre aree dove storicamente il movimento ribelle aveva massicciamente appoggiato l’Spla (l’Esercito di Liberazione del Sud Sudan) nella lunga guerra contro il Nord. Nelle tre Regioni si chiede il referendum per l’autodeterminazione, che finora il Governo sudanese non ha mai voluto concedere. Nel caso di Abyei, peraltro, la consultazione era stata prevista già negli accordi di pace del 2005, ma Khartoum finora ne ha impedito la realizzazione.

Per cosa si combatte

La storia tardo coloniale e post-coloniale del Paese africano è stata sempre caratterizzata da conflitti, tensioni e violenze nelle diverse regioni del Paese. Una sequela ininterrotta di guerre civili che ne hanno segnato tutta la storia, tanto che si può affermare che il grande Paese africano non ha mai avuto periodi significativi di pace e stabilità. Dagli anni ‘50 è stato un continuo susseguirsi di colpi di Stato e di giunte militari. Anche l’attuale Presidente, Omar Hassan El Bashir, che guida il Paese dal 1989, è salito al potere con un golpe. Altrettanto costanti nel tempo sono state le tensioni e gli scontri armati fra il Nord del Paese, arabo e islamizzato, e il Sud, africano e cristiano-animista. Solo con la secessione delle Regioni Meridionali e la nascita della Repubblica del Sud Sudan, avvenuta il 9 luglio 2011, questo interminabile conflitto si è chiuso, aprendone tuttavia altri, nei territori contesi degli Stati di Abyei, del Sud Kordofan, del Nilo Azzurro, ossia quegli Stati della federazione ai quali il Governo di Khartoum non ha consentito di scegliere attraverso l’autodeterminazione se rimanere con il Nord o passare nel nuovo Stato della Repubblica del Sud Sudan. La fase bellica più lunga e cruenta è stata sicuramente la guerra combattuta fra il 1983 e il 2003: i gruppi ribelli (guidati dalla più importante delle fazioni, l’Spla-Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese) si sono battuti per ottenere l’indipendenza dal Nord. Quello che non hanno ottenuto le armi, poi, l’ha fatto il petrolio: il bisogno crescente di greggio ha portato la comunità internazionale (Stati Uniti e Cina in testa) a moltiplicare le pressioni per il raggiungimento della pace, anche perché la maggior parte dei giacimenti si trovavano nella zona di confine fra il Nord e il Sud del Paese (e ora, con la divisione in due seguita alla secessione, l’85% dei giacimenti è rimasto nel territorio del nuovo Stato, nel Sudan Meridionale). La fine del conflitto sudanese, fortemente voluta dai Paesi industrializzati e ottenuta con gli

Accordi generali di pace del 2005, ha portato in breve tempo allo sviluppo delle infrastrutture per l’industria estrattiva e all’assegnazione di molte concessioni petrolifere (in gran parte accaparrate dalla Cina), tanto che alla vigilia della divisione dei due Stati il petrolio costituiva l’80% delle esportazioni del Paese. Ma con la nascita della Repubblica del Sud Sudan sono sorti nuovi problemi: il grosso dei giacimenti è rimasto nel Sud, ma le infrastrutture sono rimaste al Nord. Inoltre, fra i due Stati si sono dovuti ridiscutere il sistema delle divisioni delle royalties e gli accordi per l’utilizzo da parte del Sud Sudan degli oleodotti che attraversano le Regioni del Nord. Problemi, questi ultimi, che hanno provocato la gran parte delle tensioni e degli scontri armati lungo la frontiera nel corso del 2012, fino all’accordo siglato ad Addis Abeba in ottobre. Sul piano internazionale, il Governo sudanese ha da molti anni rapporti non facili con l’Europa e con la gran parte dei Paesi industrializzati occidentali. Con gli Stati Uniti, le relazioni sono state a lungo molto tese, specie dopo il 2001, quando l’intelligence americana appurò che Osama bin Laden era stato protetto a Khartoum per lunghi periodi. Tensioni che erano sfociate in aperta ostilità nei primi anni della guerra ci-

Quadro generale

Quel che resta del petrolio

Centoventimila barili al giorno. È ciò che resta della produzione petrolifera sudanese dopo la secessione del Sud. Nel 2012, questa è stata la produzione del Paese africano secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale (Fmi). All’inizio dell’anno l’obiettivo era stato fissato in 180mila barili/giorno, ma pare che problemi tecnici e la presenza di giacimenti “maturi” abbiano portato a una produzione di greggio ridotta. Sempre secondo l’Fmi, la separazione dal Sud Sudan (luglio 2011) ha dimezzato le entrate fiscali del Governo di Khartoum, ma ritiene tuttavia che future esplorazioni e la ripresa dell’attività di giacimenti esistenti potrebbero far crescere la produzione petrolifera già nel 2013, fino a raggiungere i 240mila barili/giorno nel 2020.

UNHCR/L. Aström


Ali Mahdi Nouri (Khartoum)

UNHCR/ V.Tan

La questione dei Nuba

Da giugno del 2011 sui Monti Nuba (Sud Kordofan) è guerra. Bombardamenti, raid aerei, incursioni dell’esercito di Khartoum si susseguono. Un’azione di repressione che presenta tragiche analogie con quanto avvenuto in Darfur nei primi anni della guerra civile. Da più parti, nella comunità internazionale, si parla esplicitamente di genocidio in atto. Si stima che almeno mezzo milione di persone abbia abbandonato i propri villaggi per cercare scampo dal conflitto fuggendo in Sud Sudan, dove vanno a ingrossare i campi dei rifugiati, accanto ai profughi provenienti dalle altre aree del Sud Kordofan e del Blue Nile. Il personale umanitario e i missionari che hanno potuto verificare sul posto la situazione, hanno riferito nel corso del 2012 di una situazione umanitaria drammatica, con i piccoli ospedali della Regione colmi di feriti, donne e bambini mutilati. Il conflitto oppone le Forze armate sudanesi all’Spla-N, ossia l’Esercito popolare del Sudan-Nord. I leader della ribellione accusano il Governo di aver mobilitato 45mila combattenti, per lo più reclutati dalle Forze di difesa popolari (organizzazioni paramilitari), per lanciare i loro attacchi. Khartoum, dal canto suo, accusa il Governo di Juba di sostenere i guerriglieri. Per la martoriata popolazione dei Nuba, alla guerra si aggiunge il dramma dell’assenza quasi totale di aiuti umanitari (e del silenzio generale dei mezzi d’informazione su quanto sta avvenendo): il Governo sudanese ha per lungo tempo negato l’accesso agli aiuti umanitari. Unione africana, Lega araba e Nazioni unite, nella primavera del 2012, avevano anche firmato un documento (“Proposta per la libertà di accesso degli aiuti umanitari”) per fare pressione su Khartoum e ottenere l’apertura di corridoi umanitari. Richiesta che ha trovato ascolto solo nel giugno 2012, ma a condizione che non venissero aperti campi profughi in territorio sudanese.

vile del Darfur, quando il Governo statunitense aveva operato forti pressioni diplomatiche per ottenere dall’Onu che la repressione di Khartoum sui darfuriani fosse considerata genocidio, decisione che avrebbe comportato l’intervento armato sotto l’egida delle Nazioni Unite in territorio sudanese (all’epoca ancora unito al Sud Sudan). I forti contrasti fra Washington e Khartoum si

I PROTAGONISTI

erano attenuati nella fase precedente al referendum per la secessione del Sud, e in tutta la fase seguente fino alla proclamazione dell’indipendenza dello Stato di Juba. Nel 2012 le tensioni fra i due Paesi sono nuovamente cresciute, in coincidenza con le dispute sul confine fra Nord e Sud Sudan e con l’esplodere dei nuovi focolai di conflitti civili nelle Regioni Meridionali (Sud Kordofan, Blu Nile e Abyei) nelle quali la maggioranza della popolazione vuole l’annessione al Sud Sudan. Dal 1997 gli Stati Uniti rinnovano di anno in anno l’embargo nei confronti del regime di Khartoum.

99

Attore, regista e musicista sudanese, Ali Mahdi Nouri usa da sempre l’arte come strumento di dialogo, dimostrando come il teatro possa essere essenziale per costruire processi di pace. Direttore dell’organizzazione “Villaggi del Fanciullo”, nel 2012 è stato premiato dall’Unesco come “artista della Pace” Le sue attività si svolgono quasi sempre al fronte, dove bambini soldato e rifugiati politici sono costretti a vivere, spesso senza una famiglia, in campi d’accoglienza e centri di primo soccorso, privati del naturale diritto a vivere. Oltre a essere presidente dell’associazione impegnata in Sudan con 2 Villaggi Sos e altre strutture di accoglienza per minori orfani, abbandonati e senza famiglia sostenuti con le adozioni a distanza, è anche attore e direttore teatrale. Nel 2004 ha fondato l’AlBuqaa, un’esperienza di teatro itinerante attraverso le zone in guerra del Sudan, dove ha portato performances teatrali basate su racconti popolari, tradizioni e storie dell’Africa. Lo scopo – dichiara – è di fare dell’arte un veicolo creativo per il dialogo e la multiculturalità, la pace, il reinserimento e la socializzazione per tanti bambini cresciuti e costretti a vivere in contesti difficili.


100

Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DAL SUD SUDAN RIFUGIATI

1

SFOLLATI PRESENTI NEL SUD SUDAN 560.161 RIFUGIATI ACCOLTI NEL SUD SUDAN RIFUGIATI

105.023

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI SUDAN

76.845

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

22.186


Bimbi, record di mortalità

Decenni di schiavizzazione e 20 anni di guerra hanno mantenuto la popolazione del Sud Sudan in una condizione di estrema povertà e ignoranza, con cui il Governo deve ora fare i conti. È sul versante medico-sanitario che il Paese ha gli indicatori peggiori. La percentuale di mortalità materna, ad esempio, è la più alta al mondo: secondo i dati Onu, una donna su sette rischia di morire a causa del parto o per complicazioni legate alla gravidanza. Quasi la metà dei bambini sotto i 5 anni (il 48%) è malnutrita. Solo uno su quattro è vaccinato contro il morbillo, e appena il 5% dei parti è seguito da staff sanitari specialistici.

Fabio Bucciarelli

Il blocco per mesi della produzione di greggio dovuto ai contrasti con Khartoum, le piogge inferiori alla media, i problemi di insicurezza in varie Regioni del Paese, tutti fattori che hanno determinato, nel corso del 2012, una grave crisi alimentare nel Sud Sudan: otto milioni di persone sono stati colpiti dalla scarsità di cibo. Ma di questi circa un milione ha vissuto una situazione ancor più grave, di vera insufficienza alimentare. L’elemento scatenante della crisi è stato indubbiamente la sospensione della vendita di greggio (costituisce il 98% degli introiti statali): ha ridotto in modo drastico la disponibilità di dollari, la moneta di riferimento per le importazioni, provocando conseguenze a catena. Il prezzo della benzina si è impennato e l’inflazione è salita vertiginosamente (a maggio 2012 aveva toccato, su base annua, l’80%). Ne è seguito un aumento vertiginoso dei prezzi, specie per i prodotti alimentari di base, portando letteralmente alla fame le fasce più vulnerabili della popolazione (oltre il 50% dei Sud sudanesi era già sotto la soglia di povertà). Una crisi che ha aggravato condizioni già pesantissime. «Si dovrà sostenere questo Paese per lungo tempo. Non basteranno tre anni e nemmeno dieci. Il Paese è indietro di 50 anni rispetto al resto dell’Africa», aveva dichiarato nel marzo 2012 Yasmin Alì Haque, responsabile dell’Unicef per il Sud Sudan. «A causa del conflitto, della mancanza di investimenti, della scarsità di infrastrutture». Il Paese delle emergenze. La percentuale di vittime nell’ambito materno-infantile è fra le più alte del mondo. Vi sono tassi elevati di malaria, malattie intestinali, malnutrizione. Per un bambino Sud sudanese arrivare in salute ai cinque anni è già un’impresa. E le priorità sono tante: l’accesso all’acqua potabile, la costruzione di un adeguato sistema sanitario, la piaga della malnutrizione infantile. Anche l’istruzione è uno dei grandi problemi del Sud Sudan: fra i 6 e i 17 anni solo il 30% dei ragazzi sa leggere e scrivere. Solo il 12% dei

SUD SUDAN

Generalità Nome completo:

Repubblica del Sudan del Sud

Bandiera

101

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Inglese (ufficiale), arabo (ufficiale), denka, nuer, zande, bari, shilluk

Capitale:

Juba

Popolazione:

10.625.000

Area:

619.745 Kmq

Religioni:

Cristiana, religioni tradizionali africane, islam

Moneta:

Sterlina sud-sudanese

Principali esportazioni:

Petrolio (98% del budget dello Stato)

PIL pro capite:

2.100

minori arriva alla licenza della scuola primaria, e meno del 10% delle bambine. Quanto agli insegnanti, nel Paese c’è soltanto il 13% dei docenti di cui ci sarebbe bisogno. Un’arretratezza eredità delle lunghe guerre, che il giovane Stato paga su tutti i fronti. Al momento dell’indipendenza, per esempio, l’intero sistema sanitario Sud sudanese poteva contare su 39 medici locali, di cui 20 impiegati in cliniche private, e mancava di almeno un migliaio di infermieri e paramedici. Ospedali e centri di salute, per ora, si reggono sulle Ong e sulle agenzie internazionali.


Juba si sono risolte con l’accordo. Il periodo peggiore è stato in primavera del 2012: gli eserciti dei due Paesi si sono combattuti nella zona petrolifera di Heglig e poco dopo Khartoum ha bombardato la città Sud sudanese di Bentiu, nello stato di Unity. Se l’accordo ha risolto molti contenziosi, non ha affrontato invece il nodo dello status di Abyei, la Regione proprio al centro fra i due Paesi: la grande maggioranza dei suoi abitanti vuole poter votare l’autodeterminazione, per passare col Sud Sudan, ma il Nord finora non ha consentito il voto (previsto dagli accordi di pace del 2005), anche perché perderebbe un’altra area ricca di petrolio. Nel novembre 2012 il Consiglio Pace e sicurezza dell’Unione Africana (Ua) si è pronunciato per lo svolgimento del referendum. Ha concesso sei settimane ai due Paesi per indicarne le modalità di svolgimento, dopo di che – ha chiarito l’organismo dell’Ua – la consultazione verrà organizzata sotto gli auspici dell’Onu nell’ottobre 2013.

Per cosa si combatte

La terra in svendita

Tra il 2007 e il 2010, in Sud Sudan, 2,6milioni di ettari di terreni sono stati affittati da società e Governi stranieri o da singoli uomini d’affari. È uno dei Paesi dove il cosiddetto fenomeno del “land grabbing” (traducibile come “accaparramento della terra”) è negli ultimi anni più vistoso. È una porzione di territorio che equivale all’intero Rwanda. Ma se si considerano tutti gli investimenti legati alla terra nei diversi settori, prima e dopo gli accordi di pace del 2005, la superficie di terra acquisita raggiunge i 5,74milioni di ettari (57400 Km²), ossia il 9% della superficie totale del Paese (mentre le terre ad uso agricolo della popolazione locale non supera l’1%)

102

Nel corso del 2012 il Sud Sudan ha vissuto almeno 15 situazioni diverse di emergenza umanitaria, in gran parte dovute a scontri armati. La più grave, forse, è quella dei rifugiati fuggiti dalla guerra oltre frontiera: 55mila profughi nel campo di Yida, provenienti dalle Regioni di Unity e Sud Kordofan; altri 115mila nei campi di Batil, Doro, Jamam, nelle Regioni Nord-orientali del Paese, in fuga dagli scontri nel Blue Nile. Inoltre, vi sono 200mila sfollati interni sono fuggiti dai violenti scontri interetnici nella regione di Jonglei, e, ancora, 70mila scappati dalla zona di confine col Centrafrica, dove si sono verificate diverse incursioni e saccheggi dei ribelli appartenenti all’Lra, l’Esercito di liberazione del Signore guidato da Joseph Kony (il gruppo ribelle che da tempo ha lasciato l’Uganda spostando il suo raggio d’azione fra Rd Congo, Centrafrica e, appunto, Sud Sudan). Insomma, un anno di conflitti, intestini e oltre confine. Fino ad ottobre, quando l’accordo su molte delle questioni aperte fra Khartoum e

Fabio Bucciarelli

La Repubblica del Sud Sudan è la più giovane nazione africana. È nata ufficialmente il 9 luglio 2011, quando è stata proclamata a Juba, la capitale, l’indipendenza dal Sudan. È il 54° Stato dell’Africa e il 193° delle Nazioni Unite. La secessione dal regime di Khartoum è stata conquistata col sangue: quasi mezzo secolo di guerre, delle quali l’ultima è durata ben 22 anni: dal 1983 al 2005. Il trattato di pace che ha chiuso il conflitto aveva anche fissato le tappe successive: un periodo di transizione di cinque anni, nei quali il Sud avrebbe goduto di ampia autonomia e il referendum per l’autodeterminazione, svoltosi il 9 gennaio 2011, nel quale il 98,83% dei votanti si è espresso a favore della secessione. Il neonato Paese africano ha la libertà, ma poco altro. È ancora alle prese con le ferite profonde dei decenni di guerra civile che hanno opposto il Nord arabo e musulmano e il Sud, africano e

cristiano-animista, non solo per ragioni religiose ed etniche, ma anche per l’iniqua distribuzione delle ricchezze nazionali e degli investimenti da parte dei governi di Khartoum. Il conflitto, aggravato da prolungate carestie, ha causato due milioni di morti e quattro di rifugiati e sfollati. Ma anche la distruzione quasi totale delle infrastrutture: scuole, strade, ponti, ospedali. Oltre alle enormi carenze dello stato sociale, nella sua breve storia il Sud Sudan ha dovuto affrontare diverse crisi umanitarie. La prima, quella legata al rientro in massa di 350mila Sud sudanesi che durante la guerra erano emigrati nelle Regioni del Nord e che sono rientrate in patria con l’indipendenza. Inoltre, sono scoppiati scontri etnici in diverse aree del Paese, il più grave dei quali ha provocato migliaia di morti nella Regione del Jonglei, con decine di migliaia di sfollati. Altre

Quadro generale


Salva Kiir Mayardit (Bahr el Ghazal, 13 settembre 1951)

Petrolio ai colossi statunitensi

Tra le prime decisioni prese dal Presidente Salva Kiir all’indomani dell’indipendenza c’è stata quella di annullare immediatamente buona parte di una grossa concessione petrolifera, accordata, a suo tempo, alla società francese Total. Si trattava di un grosso blocco pari a un’estensione territoriale di circa 120mila chilometri, nella Regione Orientale di Jonglei. Alla Total rimase un terzo circa della concessione. Gli altri due furono dati all’americana Exxon Mobile e alla kuwaitiana Kufpec (altri accordi per prospezioni e ricerca in seguito sono stati siglati anche con società cinesi e malesi). Le compagnie statunitensi avevano lasciato il Sudan fin dagli anni ‘90, nella fase più drammatica della guerra civile. Che rientrassero subito nella grande partita del petrolio Sud sudanese (350/400mila barili prodotti al giorno) non c’erano dubbi: Washington è stata uno degli alleati principali del Sud Sudan nel suo cammino verso l’indipendenza. 103

Salva Kiir Mayardit è l’uomo che ha pronunciato la fatidica formula che proclamava l’indipendenza del Sud Sudan e la nascita del nuovo Stato. Ne è quindi il primo, e finora unico, Presidente. Nato a Bahr al Ghazal il 3 ottobre 1951, è uno dei fondatori dell’Splm, il Movimento Popolare di Liberazione Sudanese, del quale guidò per lungo tempo l’ala armata. Il 26 aprile del 2010 aveva vinto (col 93% dei consensi) le elezioni nel Sudan del Sud, diventando, allora, Presidente dello Stato semiautonomo delle regioni meridionali e vicepresidente del Sudan. Salva Kiir è cristiano e appartiene all’etnia dinka, maggioritaria nel Sudan meridionale. È considerato l’erede di John Garang, il leader storico della lotta per i diritti del Sud, morto nel 2005 – poco tempo dopo la firma dell’accordo di pace – in un misterioso incidente. Rispetto a Garang, Kiir è considerato di idee più radicali. Mentre Garang era favorevole all’ipotesi di uno Stato federato con il Nord, Kiir ha sempre sostenuto l’indipendenza da Khartoum. In occasione del referendum incitava i Sud sudanesi a non accettare di essere “cittadini di seconda classe nel Sudan unito, ma persone libere nel loro Stato indipendente”.

Fabio Bucciarelli

emergenze umanitarie sono state provocate nel Sud-Ovest, lungo il confine col Centrafrica a causa delle incursioni del gruppo ribelle del Lra (Esercito di resistenza del Signore). E, ancora, lungo il confine Nord, per via degli scontri fra l’esercito di Khartoum e i gruppi armati del Sud Kordofan e del Blue Nile, due Regioni le cui popolazioni non hanno potuto votare per l’autodeterminazione, pur avendo combattuto con l’Spla (l’Esercito di liberazione del Sud Sudan) la guerra per l’indipendenza, e volendo in larga maggioranza far parte del nuovo Stato meridionale. Il conflitto in atto ha spinto alla fuga oltre 200mila profughi oltre confine. Quanto alla situazione economica del Paese, dipende totalmente dal petrolio. L’85% delle riserve di greggio, con la scissione in due del grande Sudan è rimasto nei territori dello Stato di Juba. Il Sud Sudan è in grado di estrarre fra 350 e 400mila barili di petrolio al giorno. Ma i soli oleodotti utilizzabili, realizzati prima del referendum e dell’indipendenza, sono quelli che

I PROTAGONISTI

attraversano il Nord. Il contenzioso sul “diritto di passaggio”, per il quale Khartoum esigeva un prezzo salatissimo, ha portato il Governo del Sud a interrompere, nel gennaio scorso le estrazioni. Una situazione delicatissima, dato che le esportazioni di greggio costituiscono il 98% delle entrate dello Stato, che si è risolta solo nell’ottobre del 2012 con un accordo secondo il quale il Governo di Juba pagherà a quello di Khartoum tra 9 e 11 dollari al barile per poter utilizzarne le pipeline. C’è il progetto di realizzare due altri oleodotti, uno attraverso Etiopia e Gibuti e l’altro attraverso il Kenya, ma occorreranno due o tre anni per realizzarli. Il petrolio non è l’unico problema fra i due Paesi. Anche le questioni della demarcazione del confine e della libertà di movimento delle popolazioni (ovvero del riconoscimento reciproco della cittadinanza) si sono risolte dopo mesi di dure trattative, intervallate da scontri a fuoco e scaramucce fra i due eserciti, con momenti di altissima tensione che hanno fatto temere lo scoppio di una nuova guerra. L’accordo del 17 ottobre 2012 ha chiuso il contenzioso anche su questi problemi (ratificato contemporaneamente dai Parlamenti di entrambi i Paesi).


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2010 uscito nel giugno 2011 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALL’UGANDA RIFUGIATI

5.680

SFOLLATI PRESENTI NELL’UGANDA 29.776 RIFUGIATI ACCOLTI NELL’UGANDA RIFUGIATI

139.448

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

81.487

SUDAN

18.268

SOMALIA

14.023


Heart Radio

Si chiama Heart radio Uganda ed è una delle iniziative del Fondo mondiale per la popolazione per diffondere informazioni utili sulla maternità e la contraccezione in Uganda. La contraccezione, in Uganda, è una questione che ha a che fare con la salute e con la tutela dei diritti umani se si pensa che su una popolazione di 34milioni di persone e una media di 6 figli per ogni donna il Paese ha uno dei ritmi di crescita demografica più alti del mondo ma anche uno dei sistemi sanitari più inadeguati e carenti, oltre ad una impostazione culturale e religiosa che vede ancora in una famiglia numerosa motivo di prestigio e un numero più alto di braccia per lavorare. Le organizzazioni umanitarie hanno calcolato che nel 2012 nei Paesi più poveri del mondo sono state almeno 80milioni le gravidanze indesiderate, 40milioni gli aborti, 100mila le partorienti decedute e 1milione e mezzo i decessi di neonati.

L’intensificarsi, nel 2012, degli scontri nella Repubblica Democratica del Congo tra l’esercito e i ribelli del gruppo M23, ha riportato altissima la tensione anche in Uganda. Gli scontri, concentrati per ora nelle Regioni congolesi del Kivu, interessano proprio il confine con l’Uganda dove dall’inizio dell’anno, secondo i dati dell’Alto commissariato per i Rifugiati dell’Onu, sarebbero oltre 40mila i rifugiati congolesi in fuga. Il Presidente dell’Uganda Yoweri Museveni, del Ruanda Paul Kagame e della Repubblica Democratica del Congo Joseph Kabila hanno diffuso un comunicato congiunto in cui si chiede ai ribelli congolesi di “interrompere immediatamente la loro offensiva”. I tre capi di Stato si sono riuniti più volte in territorio ugandese per affrontare questa nuova emergenza che destabilizza nuovamente un Paese – e una Regione intera – che ancora fatica a conquistare sicurezza e sviluppo. A pesare, in Uganda, non è solo la tensione che da decenni coinvolge la Regione ma anche un livello di corruzione tanto alto da aver fatto decidere al Regno Unito di interrompere qualunque aiuto diretto a Kampala. “Il Regno Unito ha congelato gli aiuti destinati al Governo dell’Uganda” ha spiegato una nota del Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale di Londra, sottolineando che “l’evidenza indica che i soldi finora destinati sono stati usati in un modo non corretto”. Sotto accusa, in particolare, sarebbe proprio il Presidente Museveni. In carica dal 1986 e rieletto (non senza accuse di brogli da parte dell’opposizione) nel 2011 per un altro mandato quinquennale. Museveni è sospettato di utilizzare il denaro di provenienza straniera per elargire somme ai parlamentari invece di destinarlo per la crescita, lo sviluppo e la sicurezza nel Paese. A farne le spese, come sempre, la popolazione civile, che, nonostante la tendenza positiva registrata nel 2012 dalla Banca Mondiale, è ancora in larga parte costretta a vivere in condizioni di povertà e di scarso accesso alle cure mediche.

UGANDA

Generalità Nome completo:

Repubblica di Uganda

Bandiera

105

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Inglese, Swahili

Capitale:

Kampala

Popolazione:

25.800.000

Area:

241.040 Kmq

Religioni:

Cattolica, protestante, animista, musulmana

Moneta:

Scellino Ugandese

Principali esportazioni:

Quasi nulle, se si eccettua il caffè

PIL pro capite:

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Una epidemia del virus Ebola, partita dalla Provincia Occidentale del Paese a una cinquantina di chilometri dal confine con il Congo, ha causato la morte di almeno 30 persone in quattro mesi e minaccia di espandersi in tutto il Paese. Negati alla popolazione anche alcuni diritti civili e politici fondamentali da quando il Governo ha imposto nel Paese un divieto generale di manifestare pubblicamente. Un anno dunque, il 2012, in cui l’Uganda ha festeggiato i 50 anni di indipendenza dal Regno Unito - dichiarata il 9 ottobre del 1962 - ma caratterizzato ancora da una forte incertezza sul futuro politico e sulla stabilità del Paese.


Alla base della crisi che coinvolge l’Uganda e i Paesi vicini ci sono soprattutto ragioni economiche e la volontà di controllare le risorse del Paese. E la recente scoperta di giacimenti petroliferi per un valore di due miliardi e mezzo di barili, potrebbe diventare un ulteriore motivo di conflitto. L’oro nero scoperto in Uganda sta, infatti, suscitando grandi appetiti e gli attivisti ugandesi per la giustizia ambientale protestano contestando gli accordi per la suddivisione della produzione - i cui dettagli non sono stati resi noti - siglati dal Governo di Kampala con le

grandi multinazionali straniere. Le royalties corrisposte allo stato ugandese sarebbero, secondo le denunce degli attivisti, troppo basse, così come troppo morbide e compiacenti sarebbero le norme in materia di sicurezza e quelle ambientali. In questo scenario la futura stabilità del Paese dipenderà da come verranno utilizzati i proventi del petrolio. Se cioè costituiranno un vero motore per lo sviluppo, oppure andranno a soddisfare gli appetiti di pochi, innescando una spirale di proteste e violenze.

Per cosa si combatte

Regista britannico in carcere

Il regista teatrale inglese David Edwards Cecil è stato arrestato in Uganda -e rischia due anni di carcere- per aver portato in scena a Kampala una piece teatrale, “The River and the Mountain”, che ha come argomento principale l’omosessualità e racconta la vita difficile di una lesbica alle prese con l’emarginazione nel Paese. Il regista avrebbe violato l’articolo 117 del Codice Penale ugandese che vieta esplicitamente ogni manifestazione pubblica, come articoli, libri, film, documentari e rappresentazioni teatrali a favore dell’omosessualità. Il regista ha già trascorso quattro giorni in un carcere di Kampala ed è stato rilasciato su cauzione. Ora è in attesa del processo e non può lasciare il Paese.

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UNHCR/J. Akena

Il destino dell’Uganda è simile a quello di molti altri Paesi africani: indipendenza, colpi di stato, guerre e nuovamente pace e poi ancora disordini. Negli anni Cinquanta inizia il processo di democratizzazione che sfocia il 9 ottobre del 1962 nell’indipendenza. La Costituzione preve-

deva un sistema semifederale, con sufficiente spazio per le elite politiche tradizionali. Ma gli equilibri si rompono rapidamente. La convivenza tra il re del Buganda, primo Presidente del Paese, e il suo primo Ministro, Milton Obote, un “lango” del Nord, dura poco. Nel 1996 Obote

Quadro generale

UNHCR/J. Akena


Kizza Besigye (22 aprile 1956)

UNHCR/J. Akena

Caccia a Joseph Kony

Continua la caccia a Joseph Kony, leader del gruppo ribelle ugandese Esercito di Resistenza del Signore (Lra), accusato di crimini contro l’umanità e di aver, in particolare, fatto rapire numerosi bambini per farne dei soldati o per sfruttarli sessualmente. L’Unione Africana (Ua) ha deciso di mobilitare 5mila soldati africani per trovare il latitante ricercato dalla Corte penale internazionale. La missione sarà basata al confine tra Sud Sudan e Repubblica democratica del Congo. Durerà fino alla cattura di Kony. “La nostra missione è impedire a Kony di infliggere ulteriori sofferenze alle persone delle aree colpite”, ha detto il rappresentante speciale per la cooperazione anti-terrorismo dell’Ua, Francisco Caetano Madeira.

prende d’assalto il palazzo presidenziale. Inizia così una lunga serie di colpi di stato, di atrocità e di conflitti etnici. Idi Amin Dada, capo di stato maggiore dell’esercito di Obote, consolida la sua posizione, che poi usa contro lo stesso Presidente. Nel 1971 prende il potere e governa con mano pesante e con un utilizzo spietato dell’esercito. Il dittatore Amin teme il predominio degli acholi e dei lango nell’esercito e così da vita a una delle più sanguinarie persecuzioni con uccisioni di massa. Nazionalizza le attività commerciali britanniche ed espelle la popolazione asiatica. Cresce, contemporaneamente, la tensione tra Uganda e Tanzania, rea di aver ospitato Obote e alla fine degli anni ’70 inizia la guerra ugandese-tanzaniana. Nel 1979 i tanzaniani, anche con il sostegno dell’Esercito di liberazione nazionale dell’Uganda (Unla), prendono la capitale Kampala e nel 1980 torna al potere Obote. Di nuovo vendette e atrocità. Yo-

I PROTAGONISTI

weri Museveni, attuale Presidente dell’Uganda, fonda l’Esercito di Resistenza Nazionale (Nra) e inizia la guerriglia. Obote risponde con uccisioni di massa. Tre anni di scontri che sfociano nella presa del potere da parte di Museveni. È del 1995 l’approvazione di una nuova Costituzione che rinvia al 2001 il passaggio al multipartitismo, avvenuto grazie a una consultazione referendaria nel 2005. Museveni viene eletto nel 1996, rieletto nel 2001. Nonostante il potere sia saldo nelle sue mani, il Presidente ugandese deve far fronte a vent’anni di guerra civile combattuta contro l’Lra guidato dalla follia di Joseph Kony, che ha come obiettivo quello di prendere il potere e governare secondo i dieci comandamenti. Musevani interviene nella guerra della Repubblica democratica del Congo, nel 1996, prima a fianco di Laurent Desirè kabila, in chiave anti Mobutu, e poi dal 1998 al 2003 appoggiando i gruppi ribelli del Paese. Grazie a una riforma costituzionale del 2005, Museveni vieni rieletto per la terza volta nel 2006, anno in cui avvia i negoziati di pace con l’Lra, e poi, per la quarta volta, nel 2011.

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Leader dell’opposizione in Uganda, Kizza Besigye, 56 anni, è stato arrestato nell’ottobre del 2012 per aver tentato di tenere un comizio nel mercato di Kiseka a Kampala. All’inizio della sua carriera politica, una decade fa, Besigye era stato ribattezzato dai suoi sostenitori “il martello” per aver attraversato in lungo e largo l’intero Paese per la campagna elettorale del 2001 contro l’attuale Presidente Yoweri Museveni, in carica dal 1986 ad oggi. Del Presidente Museveni, Besigye è stato per molti anni il medico personale. Negli anni ‘80 ha preso parte alla ribellione armata contro il Governo di Milton Obote ed ha fatto parte del Governo di Museveni che ha però quasi subito accusato di corruzione e incompetenza. Nel 2001 dopo aver perso le elezioni contro Museveni ha fatto ricorso alla Corte Suprema denunciando brogli e attirando l’attenzione delle autorità ugandesi che hanno cominciato a monitorare i suoi movimenti e il suo partito il Forum for Democratic Change (Fdc). Nel 2006 Besigye si è rivolto nuovamente alla Corte Suprema denunciando frodi anche in questa tornata elettorale, ed è stato nuovamente arrestato e poi liberato. Ancora un arresto, nel 2011, per aver partecipato ad una marcia di protesta contro il carovita.


Inoltre Etiopia “Tra crescita economica, carestie e guerre il Paese gioca un ruolo chiave nel Corno d’Africa”.

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La scomparsa del primo Ministro Meles Zenawi lo scorso agosto ha lasciato l’Etiopia in una fase di grande incertezza, divisa tra l’opportunità e la possibilità di diventare uno stato chiave in tutta la Regione del Corno d’Africa, dal punto di vista politico, economico ed energetico, e il pericolo dell’acuirsi di scontri e guerriglie mai sopite con la vicina Eritrea e la Somalia. L’eredità politica e sociale di Zenawi, che ha governato il Paese per più di vent’anni, è tuttora viva nei progetti ambiziosi che il Paese si appresta a realizzare, ma soprattutto nel ruolo che l’Etiopia gioca nella politica centro africana. L’economia del Paese si è impennata vertiginosamente. Le fonti governative stimano una crescita del Pil tra l’11 e il 15% annuo nel periodo tra il 2012 e il 2015. Anche se il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso questi dati, solo nell’anno 2011-2012 il tasso di crescita è stato del 7%, in gran parte dovuto alla capacità del Paese di attrarre investimenti dall’estero, Cina ed Europa. La realizzazione della diga di Gibe III, nella valle dell’Omo - contestata per l’impatto sull’ambiente e sulle popolazioni locali - sarà garantita, in parte, proprio dai finanziamenti cinesi. Arriveranno 500milioni di dollari dall’Industrial and Commercial Bank of China. Insieme a questa, una seconda diga - la Millennium, progettata sul Nilo Azzurro - dovrebbe garantire al Paese non solo l’indipendenza energetica, ma anche il ruolo di esportatore di energia elettrica in Sudan, Sud Sudan, Uganda e Kenya, attestandosi come l’economia non basata sul petrolio più in crescita del continente. Ma emergono ancora vecchi fantasmi: carestie e siccità che flagellano il Paese, guerre sia inUNHCR/J. Ose

UNHCR/ J. Ose

terne - nella zona dell’Ogaden somalo - che con gli stati confinanti, problemi a cui si aggiunge l’arretratezza di vaste aree del Paese, che insieme alle limitazioni dei diritti civili, lo relegano, nella classifica mondiale che misura l’indice di sviluppo umano, al 174esimo su 187 posti. Ma è sul campo della politica internazionale che l’Etiopia gioca ancora le carte di Meles Zenawi. Alleata dell’America dal 2001, l’Etiopia ha utilizzato questa vicinanza per perseguire i propri scopi soprattutto nei confronti della Somalia. Dopo un primo intervento cominciato nel 2006 con l’invio di quasi 10mila soldati in Somalia a supporto delle forze del Governo di transizione, intervento conclusosi formalmente nel 2009, nel 2011 il Governo di Zenawi è nuovamente entrato in conflitto per colpire i guerriglieri islamisti del vicino somalo. I problemi ai confini del Paese non si fanno sentire solo nel Sud, con la Somalia, ma anche lungo tutto il limes eritreo. Il conflitto tra i due Paesi dura ormai da trent’anni e, sebbene si siano susseguite fasi più acute, sembra ben lungi da una vicina conclusione. L’Etiopia accusa il vicino di armare i terroristi e gli estremisti islamici somali oltre ai ribelli dei gruppi del Fronte di Liberazione Oromo (Olf) e quelli del Fronte Nazionale di Liberazione dell’Ogaden (Onlf). L’Eritrea risponde denunciando l’occupazione illegale dell’Etiopia della contesa città di Badme, sul confine. Alle continue tensioni esterne si aggiunge lo scontro con i ribelli dell’Ogaden. Quello tra il Governo di Addis Abeba e l’Onlf è uno dei conflitti più lunghi del Corno d’Africa. Ci sono forti sospetti che i ribelli del Fronte di liberazione nazionale dell’Ogaden si stiano unendo alle milizie di al-Shabaab affiliate ad al-Qaeda. Supposizioni nate dalle dichiarazioni dell’Onlf di voler liberare le città dell’Ogaden dall’Etiopia e di restituirle alla Somalia, e dalle operazioni congiunte tra Etiopia e Kenya per spingere le milizie di al-Shabaab fuori dalle città somale sulle quali avevano imposto la legge della Sharia. Ma le milizie dell’Onlf hanno fortemente negato le voci di aver mai supportato al-Shabaab.


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COPYRIGHT BY AKADEMISCHE VERLAGSANSTALT, FL-9490 VADUZ, AEULESTRASSE 56 CARTOGRAFIA: FRANZ HUBER, MÜNCHEN d i

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QUESTA PROIEZIONE EQUIVALENTE É BASATA SULLA RETE GEOGRAFICA DECIMALE DI ARNO PETERS. ESSA SPOSTA IL MERIDIANO ZERO SULLA LINEA RETTIFICATA DEL CAMBIAMENTO DI DATA - INDICATA CON IL PUNTEGGIO - E SUDDIVIDE LA SUPERFICIE TERRESTRE IN 100 RETTANGOLI LONGITUDINALI DI UGUALE LARGHEZZA E IN 100 RETTANGOLI LATITUDINALI DI UGUALE ALTEZZA. CON QUESTA PROIEZIONE SI OTTENGONO NELLA FASCIA EQUATORIALE RETTANGOLI VERTICALI CHE SI TRASFORMANO, AVVICINANDOSI AI POLI, IN QUADRATI E POI IN RETTANGOLI ORIZZONTALI. LE COORDINATE DELLA NUOVA RETE SI TROVANO AI MARGINI DELLA CARTA ACCANTO ALLE COORDINATE TRADIZIONALI.

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America

A cura di Amnesty International

C’è ancora Guantánamo nell’America di Obama L’amministrazione Usa non ha preso ancora le distanze dalle politiche della “guerra al terrore” della presidenza Bush. L’esempio più evidente della mancata discontinuità è la perdurante apertura del centro di detenzione di Guantánamo, che il Presidente Obama si era impegnato a chiudere entro un anno dall’avvio del suo mandato, ovvero entro il gennaio 2010. Guantánamo è ancora aperto, con 166 prigionieri per buona parte dei quali la prospettiva è quella di una detenzione a tempo indeterminato. Prosegue l’uso della pena di morte, anche se una singolare vicenda legata all’esaurimento delle scorte di un farmaco utilizzato nell’iniezione di veleno ha causato il rinvio di alcune esecuzioni e una serie di ricorsi alle corti statali e federali relativi all’uso di sostanze o protocolli alternativi. Un numero sempre maggiore di sondaggi mostra la disponibilità dell’opinione pubblica a considerare sanzioni diverse dalla pena capitale. In America centrale, all’insicurezza sempre più diffusa a causa dell’attività delle bande criminali e all’azione di contrasto da parte dei gover-

ni, si accompagnano – specialmente in Messico – gravi violazioni dei diritti umani. La tortura è endemica, con casi denunciati in tutti i 31 Stati e nel Distretto federale. La Commissione nazionale per i diritti umani ha registrato, nel 2011, 1669 denunce di maltrattamenti e torture ad opera delle forze di polizia e dell’esercito. A Cuba, attivisti per i diritti umani e giornalisti indipendenti vengono trattenuti per periodi che variano dalle poche ore ad alcuni giorni in stazioni di polizia o centri di detenzione, dove spesso subiscono interrogatori, intimidazioni, minacce e, in alcuni casi, anche pestaggi. Allo stesso modo, difensori dei diritti umani e i giornalisti che denunciano le violazioni in Messico Guatemala e Honduras, vengono minacciati, intimiditi e aggrediti, anche mortalmente. In Colombia, nonostante gli spirargli aperti dai negoziati di pace, il futuro resta pregiudicato dall’impunità e dall’enorme diffusione della violenza sessuale contro le donne. Nel 2011, i casi venuti alla luce sono stati 22597. Nello stesso anno, il conflitto armato ha costretto altre 259mila persone a lasciare le loro terre; 305 civili sono stati rapiti o presi in ostaggio; 111 nativi, 45 difensori dei diritti umani e 29 sindacalisti sono stati assassinati; le forze di sicurezza hanno commesso almeno 38 esecuzioni extragiudiziali; le mine anti persona piazzate dai gruppi armati di opposizione hanno ucciso 20 civili e 49 soldati. Milioni di americani, soprattutto le comunità native, dal Canada al Cono Sud, continuano a lottare per difendere i loro terreni da “progetti di sviluppo” (autostrade, dighe, oleodotti e centrali idroelettriche) e per affermare il diritto a essere consultati preventivamente e a far precedere ogni decisione che li riguardi da un consenso libero e informato. All’inizio del 2012 il Governo del Paraguay ha finalmente eseguito una sentenza della Corte interamericana dei diritti umani (il massimo organo di giustizia del continente), che nel 2005 aveva ordinato il ripristino dei diritti della comunità Yakye axa sulle sue terre ancestrali. Per quasi 20 anni, 90 famiglie sgomberate avevano vissuto in condizioni disumane ai margini di una strada a scorrimento veloce. Un’altra comunità, i Sawhoyamaxa, ha ottenuto un’analoga sentenza e attende che il Governo vi dia attuazione. Il più recente successo, storico perché costituirà un precedente legale, è stato colto dai Sarayaku in Ecuador. Questa comunità, che rischiava di perdere parte delle sue terre ancestrali a causa di un progetto petrolifero su cui non era stata consultata, si è rivolta alla Corte interamericana dei diritti umani. Nel lu-


glio 2012, la Corte ha stabilito che l’Ecuador ha l’obbligo di condurre una consultazione appropriata e partecipata con i sarayaku, in buona fede, nel rispetto delle loro pratiche culturali e con l’obiettivo di arrivare a un consenso prima di proseguire qualsiasi progetto riguardante il loro territorio. In Argentina, Uruguay e Brasile vanno avanti i tentativi, per via legislativa e giudiziaria, di rimediare a decenni d’impunità per le violazioni dei diritti umani commesse durante i regimi militari.

Il mondo di Kako di Flora Graiff La maglia con il filo...spinato


112

Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALLA COLOMBIA RIFUGIATI

395.949

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI VENEZUELA

201.941

EQUADOR

122.587

STATI UNITI D’AMERICA

22.004

SFOLLATI PRESENTI NELLA COLOMBIA 3.888.309 RIFUGIATI ACCOLTI NELLA COLOMBIA RIFUGIATI

219


Il tesoro per le vittime

Con l’avvio del negoziato, la procura colombiana ha iniziato a cercare i beni delle Farc, chiamate a risarcire le proprie vittime, nel caso si arrivasse alla pace. Secondo i primi accertamenti, i beni della formazione rivoluzionaria sarebbero distribuiti in 14 Paesi: Norvegia, Svezia, Finlandia, Islanda, Danimarca, Olanda, Germania, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Messico, Honduras, Costa Rica, Panama e ovviamente Colombia, dove ci sarebbe il 30% dei capitali. Le autorità colombiane stimano che le Farc incassino ogni anno circa 2miliardi di pesos (1117 milioni di dollari), derivanti dal narcotraffico, investendo nei settori immobiliare, alberghiero e dei trasporti. Avere quei soldi a disposizione sarà fondamentale per evitare quanto accadde con la smobilitazione “Justicia y Paz” di oltre 31000 paramilitari tra il 2003 e il 2006, sotto il Governo dell’ex Presidente Álvaro Uribe. Allora le vittime furono risarcite con beni in rovina.

UNHCR/ B. Heger

È la quarta volta che provano a siglare un accordo, l’ultima era stata fra il 1998 e il 2002. Questa volta, però, pur fra mille prudenze e molto scetticismo, il processo di pace avviato fra Governo colombiano e Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) sembra avere gambe più solide. Sessant’anni di guerra e centinaia di migliaia di morti hanno tenuto in ostaggio il Paese. Ora, il negoziato avviato a Oslo il 15 ottobre 2012, dopo la tregua firmata a l’Avana a fine settembre, potrebbe portare ad una soluzione definitiva. A garantire che tutto vada bene, con il ruolo di mediatori, ci sono anche i rappresentanti di Venezuela e Norvegia. Non sarà un lavoro rapido. Un rapporto dell’International Crisis Group (Icg) sostiene che una eventuale pace non porterà alla fine della violenza in Colombia. “È assai probabile - scrive il documento - che non si riesca a convincere alcuni membri delle Farc a deporre le armi, in particolare quelli più coinvolti nel traffico di droga. Resta poi la minaccia dei gruppi armati illegali, che affonda le sue radici nei paramilitari ufficialmente smobilitati e in altre organizzazioni criminali”. Insomma, tutto da vedere. Intanto, appena due settimane prima dell’avvio dei colloqui, le Forze Aeree Colombiane hanno bombardato una base Farc, uccidendo almeno 8 guerriglieri. Una prova di forza, che comunque non ha interrotto il dialogo. A dare speranze, poi, è il fatto che la popolazione civile segue con attenzione quanto accade, questa volta appoggiando l’iniziativa del Presidente Juan Manuel Santos. Ex ministro della Difesa, diventato Presidente nel 2010, Santos è stato il primo, nel maggio del 2011, a riconoscere l’esistenza di un conflitto armato. Cosa che gli ha messo contro l’oligarchia terriera del Paese. Resta da capire, poi, cosa accadrà con l’altra organizzazione rivoluzionaria l’Eln (Esercito di Liberazione Nazionale), che chiede una uscita politica dal conflitto ed ha profilo armato decisamente più basso, negli ultimi anni. Le due formazioni – mosse anche da ideologie diverse, le Farc marxiste, l’Eln più vicine alla teologia della liberazione - sono da sempre in conflitto fra loro. I due gruppi sono molto presenti sul territorio colombiano. Le Farc, pur in difficoltà sul piano militare e politico, controllano almeno 250 municipi. L’Eln è in Arauca, Chocó, Risaralda e Antioquia, ma solo in Cauca e nel Nariño ci sono scontri con l’esercito regolare. Non ci sono

COLOMBIA

Generalità Nome completo:

Repubblica della Colombia

Bandiera

113

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Spagnolo

Capitale:

Bogotà

Popolazione:

45.900.000

Area:

1.141.748 Kmq

Religioni:

Cattolica (92%), protestante, animista ed altro (8%).

Moneta:

Peso Colombiano

Principali esportazioni:

Cocaina, caffè, carbone, smeraldi

PIL pro capite:

Us 7.560,5

combattimenti con le Farc, per effetto di un cessate il fuoco deciso nel 2010, che ha portato anche ad alcune azioni congiunte. Ma la tregua non ha retto in Arauca, Regione di frontiera, piena di coltivazioni di coca. Qui la battaglia è ricominciata, lasciando sul campo molti morti fra i civili. Farc e Eln si sono combattute soprattutto per avere pieno controllo del territorio, obiettivo che condividono con i narcotrafficanti, altra piaga colombiana sempre presente ed in grado di condizionare la vita politica del Paese.


È sempre la cattiva distribuzione della ricchezza la base della guerra infinita in Colombia. Il denaro, le risorse sono legate all’agricoltura e da lì arriva la gestione del potere. Non a caso, l’oligarchia del Paese è sostanzialmente agraria. Il 4% dei proprietari controllano il 67% dei terreni produttivi. In Colombia, poi, il reddito è distribuito in modo drammaticamente iniquo. Il Prodotto Interno Lordo è uno dei più alti del Sud America, con quasi 330mila milioni di dollari,

ma il 49% dei colombiani vive sotto la soglia di povertà. Oggi la guerra civile viene combattuta soprattutto per il controllo o la distruzione delle vaste aree trasformate per la coltivazione della coca, vera ricchezza nazionale. Proprio il narcotraffico è l’altra grande ragione di conflitto interno, con intere zone del Paese contese fra Governo, Farc, Eln e grandi organizzazioni di trafficanti. 

Per cosa si combatte

UNHCR/ Zalmaï

114

UNHCR/ B. Heger

Le speranze riposte nel dialogo avviato a Oslo il 15 ottobre 2012, dopo gli scontri e le battaglie degli ultimi anni. Sessant’anni di guerra interna, combattuta da narcotrafficanti, formazioni guerrigliere e esercito, hanno fatto della Colombia una terra dal destino incerto. In questi decenni ci sono stati presidenti conservatori e riformisti. Sono nati ben 36 diversi gruppi guerriglieri, fra cui le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) comandante per quasi 6 decenni da Manuel Marulanda, detto Tirofijo, morto nel 2007, poi l’Eln, cioè l’Esercito di Liberazione Nazionale e l’M-19, per citare le formazioni più famose. Si sono formati gruppi paramilitari – come il Mas (Morte ai Sequestratori) – pagati dall’oligarchia agraria. Possiamo collocare una data di inizio più recente del conflitto: il 6 novembre 1985. Quel giorno, 35 guerriglieri dell’M-19 occuparono il palazzo di Giustizia di Bogotà. L’intervento dell’esercito provocò un massacro: oltre ai guerriglieri, morirono altre 53 persone, tra magistrati e civili. Di fatto, in Colombia il Governo centrale perde quel giorno il controllo del territorio. E se da un lato è la guerriglia ad assumerlo, dall’altro sono i narcotrafficanti, proprio a partire dalla metà degli anni ‘80, a proporsi come alternativa allo Stato. La guerra interna diventò così a tre – Stato, Guerriglia, Narco-

traffico – con migliaia di morti. Vennero censiti almeno 140 gruppi paramilitari attivi sul territorio, quasi tutti finanziati dai narcotrafficanti. Il Presidente liberale César Gaviria, nel giugno del 1991 diede il via a Caracas a una serie di incontri con i rappresentanti della guerriglia, con l’obiettivo di raggiungere la pace. Il processo di pace non decollò, nonostante la nuova e più democratica Costituzione. Il Governo iniziò allora una “guerra totale” contro organizzazioni civili, gruppi ribelli e narcotraffico. Pablo Escobar Gaviria – capo del cartello di Medellín, potente organizzazione di narcotrafficanti – evaso intorno alla metà del 1992, ricominciò le azioni armate. In tutta risposta apparì, nel ‘93, il Pepes (Persecutori di Pablo Escobar), che uccise trenta esponenti del cartello in due mesi e distrusse varie proprietà di Escobar, ucciso a sua volta il 2 dicembre dalla polizia a Medellín. Farc e Eln iniziarono una serie di attacchi a centrali elettriche, impianti industriali, caserme, avviando la strategia dei rapimenti. Il Governo tentò da parte sua un attacco a fondo al narcotraffico, pur nelle contraddizioni che nascevano dalla corruzione di parte della politica. Fu un periodo durissimo. Nel 1995, vennero aperti 600 procedimenti contro le forze di sicurezza, in relazione a 1338 casi di assassinio, tortura o sparizione. All’inizio del 1997, si stima che almeno un mi-

Quadro generale

Mine: i morti sono duemila

La Colombia resta uno dei Paesi al mondo con il maggior numero di mine anti uomo. Un terzo delle terre coltivabili del Paese è praticamente inutilizzabile. Gli ordigni dal 1990 al 2012 hanno causato più di 2095 morti e 7888 feriti e mutilati in tutto il Paese. Nel 2000 Bogotá ha ratificato la Convenzione di Ottawa che vieta l’utilizzo di queste armi, ma continuano ad essere piazzate. L’ultimo sequestro, casuale, è stato nell’estate del 2012. Almeno 70 mine appartenenti alla “décima cuadrilla” delle Farc sono state ritrovate a La Unión, nel municipio di Arauquita, nel dipartimento Orientale di Arauca, al confine con il Venezuela. Erano trasportate da due uomini, in moto, in una borsa. Ad un posto di blocco, sono fuggiti, abbandonando la borsa.


Gabriel Josè Garcia Marquez

Scrittore, giornalista, nato nello stesso anno di Ernesto Guevara, Marquez può essere considerato un rivoluzionario: ha cambiato profondamente, sino a stravolgerla, la struttura del racconto nella letteratura latino americana. Premio Nobel per la letteratura nel 1982, è stato per decenni l’uomo immagine di una Colombia altrimenti nota solo per il narco traffico. Considerato il maggior esponente del cosiddetto realismo magico, lettori e critici gli riconoscono una prosa scorrevole, piena di immagini e ironica. Autentico giramondo, dopo aver abbandonato gli studi di giurisprudenza, nel 1948 lascia la Colombia e vive a Roma, Parigi, Londra. Nel 1967 pubblica il romanzo che lo rende famoso “Cent’anni di solitudine”. Dalla metà degli anni settanta vive fra Messico, Colombia, Cuba e Parigi. Scrive, senza dimenticare l’impegno civile, la denuncia di quanto accade – di negativo – in Colombia e nel Sud America. Nel 2000 gli viene diagnosticato un cancro al sistema linfatico. Si diffondono false notizie sul suo stato di salute, alcuni giornali lo danno agonizzante. Invece, guarisce e riprende a scrivere. Sino al 2012, quando è il morbo di Alzhaimer a bloccare la sua penna.

Risarcimenti, terra e morte

Jario Nartinez, attivista contadino che da anni si batteva per i contadini che reclamavano le terre, è stato ucciso nel giugno del 2012: è l’ennesima vittima di una strage silenziosa in Colombia, quella che vede morire attivisti e sindacalisti che chiedono una miglior distribuzione della terra e delle ricchezza. Dal 2007 sono 60 gli uccisi, 17 da quando nel giugno 2011 il Presidente Juan Manuel Santos ha varato la Ley de Víctimas y Restitución de Tierras. La norma prevede il risarcimento in denaro alle famiglie delle vittime della lunga guerra interna e la restituzione delle terre abbandonate, dai legittimi proprietari, per l’intervento di gruppi paramilitari. Si calcola che almeno quattro milioni di colombiani godranno nei prossimi dieci anni dei benefici della legge e che almeno tre milioni di ettari di terra, circa la metà del totale, verranno restituiti entro il 2014. Ipotesi questa che non piace all’oligarchia terriera colombiana, che ha aumentato i propri possedimenti, durante la guerra, proprio grazie all’abbandono forzato da parte dei contadini. 115

(Aracataca, 6 marzo 1928)

UNHCR/ Zalmaï

lione di colombiani fossero stati espulsi dalle loro abitazioni nelle zone di conflitto. Nell’agosto del 2000 il presidente Pastrana lanciò, in accordo con gli Stati Uniti, il Piano Colombia. Vennero addestrati tre battaglioni antidroga, con l’obiettivo di distruggere 60mila ettari di coltivazioni di coca e tagliare la forza economica di guerriglia e narcotraffico. Le Farc nel febbraio 2002 sequestrarono alcuni esponenti politici, nel tentativo di influenzare le elezioni e ottenere uno scambio di prigionieri. Fra loro c’era la candidata alla presidenza Ingrid Betancourt, che sarà rilasciata solo dopo sei anni, nel luglio del 2008. Si moltiplicarono anche gli attentati. Nel 2002 salì alla Presidenza l’indipendente Uribe Velez, che chiese l’intervento diretto degli Usa nella lotta alla guerriglia e al narcotraffico. Il mese dopo, un contingente militare statunitense arrivò nella provincia di Arauca: fu il primo coinvolgimento diretto nella guerra civile colombiana. Nell’ottobre 2003 Luis Eduardo Garzón, candidato del Polo Democratico Indipendente (Idp), vinse le elezioni per il sin-

I PROTAGONISTI

daco di Bogotà, la carica politica più importante del Paese dopo la Presidenza della Repubblica. Fu una sorpresa: per la prima volta un partito di sinistra si affermava. Passi avanti che non fermarono la guerriglia: divennero 1500, in quegli anni, gli ostaggi tenuti prigionieri. Dal 2006 si tentò l’ennesimo processo di pace. Almeno 20mila paramilitari deposero le armi, in cambio di un’amnistia, del reintegro sociale e di uno stipendio per 24 mesi. La guerriglia, però, continuava la lotta armata, con sequestri e azioni contro obiettivi militari e governativi. Nel 2010 la guerra – con l’arrivo al ministero della Difesa prima e alla Presidenza poi, di Juan Manuel Santos – diventa anzi più dura.  Santos, appena eletto, annuncia una Terza Via di sviluppo per il Paese, detta di Accordo di Unità Nazionale, ancorata al centrosinistra. Riconosce anche, per la prima volta, l’esistenza di un conflitto armato. Ora, il tentativo di pace con le Farc e il successo raggiunto con la pace siglata, nel 2010, con Hugo Chávez, Presidente del Venezuela, per mettere fine ad anni di crisi alla frontiera. Una pace che tiene. La collaborazione nella cattura del leader dell’Eln, Ferreira, sembra confermarlo.


116

Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DA HAITI RIFUGIATI

33.661

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI STATI UNITI D’AMERICA

24.013


Violenza contro le donne

E’ ormai allarmante la diffusione di casi di violenza sessuale nei campi per sfollati a Port-au-Prince e nelle comunità più emarginate del Paese. Vittime delle violenze sono donne e ragazze spesso giovanissime. Difficile fare un bilancio attendibile del fenomeno poiché il numero di vittime che sceglie di denunciare non è elevato e la maggior parte dei crimini restano impuniti e i colpevoli non vengono assicurati alla giustizia, come denunciano le organizzazioni in difesa dei diritti umani. Per combattere la violenza contro le donne il Governo haitiano si è comunque attivato con un progetto di legge sulla prevenzione la punizione e l’eliminazione della violenza di genere che propone la creazione di tribunali speciali in tutto il Paese ed ha creato una unità di coordinamento sulle questioni di genere e femminili all’interno del corpo di Polizia del Paese.

Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Umano, nel 2012 Haiti si conferma la nazione più povera delle Americhe. Ancora lontano dal risollevarsi dopo le devastazioni inflitte dal terremoto del gennaio 2010, il Paese è stato nuovamente colpito, nell’ottobre del 2012, dal passaggio dell’uragano Sandy. Più di 18mila persone hanno perso la casa e si sono aggiunte alle migliaia già costrette nelle stesse condizioni in seguito al sisma. Gli sfollati interni nel Paese sarebbero circa 500mila, per fortuna in diminuzione rispetto all’anno passato. Da mesi ormai sono ospitati in accampamenti improvvisati, concentrati soprattutto nella capitale Port-au-Prince e nei suoi dintorni. Nei campi non è garantito l’accesso all’acqua e ai servizi igienici e le pessime condizioni sanitarie hanno favorito il dilagare di una grave epidemia di colera iniziata nell’ottobre del 2010 e mai debellata. Gravissime anche le conseguenze del passaggio dell’uragano sulla già fragile economia del Paese caraibico. La quasi totale mancanza di infrastrutture e la deforestazione selvaggia delle montagne haitiane (gli alberi sono tagliati per permettere l’allevamento e la coltivazione dei campi e garantire un minimo di sussistenza) moltiplicano i danni dei disastri naturali che ciclicamente si abbattono sull’isola. Il 70% del raccolto è stato distrutto dal passaggio dell’uragano Sandy aggravando un’emergenza umanitaria ormai fuori controllo. “E’ un disastro di proporzioni immense” ha dichiarato il primo Ministro haitiano Laurent Lamothe all’Associated Press, chiedendo l’invio nel Paese di aiuti da parte della comunità internazionale. Russia, Venezuela, Bolivia, Ecuador e Cuba hanno per primi raccolto l’appello del premier. Eppure, gli ingenti aiuti internazionali già inviati ad Haiti dopo il terremoto del 2010 non sono bastati a risollevare il Paese da un crisi senza fine. Povertà estrema, insicurezza, criminalità caratterizzano la società haitiana ed evidenziano le mancanze di una classe politica, guidata dal Presidente Michel Martelly, incapace di trasformare in fatti concreti le molte

HAITI

Generalità Nome completo:

Repubblica di Haiti

Bandiera

117

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Francese

Capitale:

Port-au-Prince

Popolazione:

8.528.000

Area:

27.750 Kmq

Religioni:

Cattolica, chiese protestanti, voodoo

Moneta:

Gourde Haitiano

Principali esportazioni:

Nessuna, solo economia di sussistenza

PIL pro capite:

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promesse di ricostruzione. Sul piano politico qualcosa sembra comunque muoversi per la nazione caraibica che potrebbe, già a gennaio 2013, diventare il primo Paese non africano ad essere ammesso nell’Unione Africana (Ua). Secondo il Governo haitiano l’ingresso nell’Ua sarebbe una opportunità per promuovere scambi commerciali e lo sviluppo economico del Paese caraibico che non ha mai abbandonato le sue radici e il suo legame con l’Africa. Quando Haiti era l’unico membro dell’Onu con una popolazione a maggioranza nera appoggiò l’indipendenza delle nazioni africane.


Fortunatamente oggi ad Haiti non si combatte più per le strade come qualche anno fa. Le violenze sono comunque all’ordine del giorno, ma le bande criminali che imperversavano nel Paese sembrano quasi sparite nel nulla. Oggi la guerra che si combatte ad Haiti è un’altra: quella per la sopravvivenza. La politica haitiana non è mai stata in grado di dare soluzioni ai problemi della gente, perché sempre assoggettata ai poteri forti e agli interessi economici delle grandi potenze internazionali. E intanto nel Paese si muore di fame, talvolta di sete e spessissimo per banali patologie come la diarrea. Ma si combatte anche per un tozzo di pane e migliaia di haitiani sono ormai a rischio di insicurezza alimentare e nutrizionale. L’economia

nazionale è in ginocchio e la produzione industriale haitiana è irrisoria. La Fao e il Governo di Haiti reputano necessari, per il prossimo anno, 74milioni di dollari per aiutare il settore agricolo del Paese a rimettersi in piedi. Come cornice alla guerra fra poveri che si scatena in queste condizioni di grave povertà e insicurezza sociale, c’è la forza multinazionale dell’Onu, la Minustah, che ha il compito di stabilizzare l’area. Lavoro sporco e difficile se si considera che dal primo giorno in cui i caschi blu sono arrivati a Haiti la popolazione locale li ha snobbati. Molti, moltissimi, anzi troppi i casi di abusi che hanno visto come protagonisti negativi i soldati Onu.

Per cosa si combatte

Colonia spagnola, poi francese, indipendente dal 1804 grazie alla prima rivolta di schiavi conclusa con un successo, Haiti ha una storia complessa alle spalle, caratterizzata da continue dittature militari, che sfociano nell’occupazione militare statunitense fra il 1915 e il 1934. In quel periodo, la resistenza semipacifica haitiana trova ispirazione nella propria cultura e nella religione voodoo. Protagonista è la popolazione nera, che ha il proprio leader nel popolare agitatore dottor François ‘Papa Doc’ Duvalier. Gli americani se ne vanno nel 1934, lasciando una economia a pezzi. Molti haitiani emigrano a Santo Domingo, in cerca di lavoro, provocando tensioni razziali ed economiche terminate tragicamente con una pulizia etnica che fa 20mila vittime tra gli haitiani. Agitata sempre dallo scontro fra popolazione mulatta e nera, di fatto l’isola resta dipendente dagli Stati Uniti ed è governata, come un dittatore, da “Doc” Duvalier, fino alla sua morte, nel 1971. Il potere passa allora al figlio Jean-

Claude, chiamato Baby Doc, che tenta una mediazione tra i ‘modernizzatori’ mulatti. Contemporaneamente, elimina con brutalità tutta l’opposizione. Alla crisi politica, si aggiunge all’inizio degli anni ‘80 quella economica. Haiti viene identificata come zona ad alto rischio per l’Aids e il turismo crolla. Poi, un programma statunitense per sconfiggere una malattia dei suini danneggia l’economia rurale, con l’uccisione per errore 1,7milioni di animali. Nel 1986 scoppia la rivolta popolare e Baby Doc Duvalier deve riparare all’estero con la famiglia. Si forma una giunta provvisoria militare. Il luogotenente generale Henri Namphy, confidente di Duvalier, viene nominato Presidente, ma un’organizzazione cattolica si oppone. È guidata da un giovane

Quadro generale

Sistema giudiziario

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Un grave ostacolo al rispetto dei diritti umani resta il sistema giudiziario haitiano. Disfunzioni, lungaggini e detenzioni preprocessuali prolungate sono state denunciate dalla Rete nazionale di difesa dei diritti umani di Haiti secondo cui meno del 30% dei detenuti nelle carceri haitiane è stato processato e condannato. Stessa sorte anche per molti minori, detenuti e in attesa di processo. La situazione è peggiorata dalle condizioni assai precarie delle strutture, dalla mancanza di risorse umane e finanziarie che rendono le carceri sovraffollate e in condizioni igienico-sanitari gravi. Secondo i dati diffusi da Amnesty International nel 2012, circa 275 reclusi sono morti di colera nelle carceri.


Laurent Lamothe (14 agosto 1972)

Un pezzo d’America nella Unione Africana

L’ingresso ufficiale di Haiti nell’Unione Africana, come scriviamo nella scheda, potrebbe permettere al Paese caraibico di affrancarsi dalla logica degli aiuti internazionali e di accedere al sistema di finanziamenti e agevolazioni garantiti ai membri dell’Ua. L’Unione Africana ha sede ad Addis Abeba, in Etiopia. Ne fanno parte tutti i Paesi dell’Africa, eccetto il Marocco che si è ritirato quando l’Organizzazione dell’Unità Africana (predecessore dell’Ua) nel 1984 riconobbe l’indipendenza della Repubblica Araba Saharawi Democratica (Sahara Occidentale), su cui il Marocco rivendica tuttora la sovranità. Si tratta di un’organizzazione internazionale molto giovane, nata nel luglio del 2002 a Durban, in Sudafrica. Nell’Atto Costituivo si ricorda “l’eroica lotta dei nostri popoli e Paesi per l’indipendenza politica, la dignità umana e l’emancipazione economica” e si pone, tra gli altri, come obiettivo “l’unità e la solidarietà dei Paesi Africani e dei popoli d’Africa”.

prete: Jean-Bertrand Aristide. Le elezioni del 1987 vengono vinte a larga maggioranza da Namphy, ma nel giro di un anno un altro colpo di stato porta al potere un altro generale, Prosper Avril. Nel 1990 Avril è costretto a fuggire e sempre nel 1990 alle nuove elezioni si candida Aristide, che con lo slogan ‘Lavalas’ porta in massa la gente alle urne. Il successo di Aristide non dura molto: nel 1991 viene destituito da un golpe militare. L’Onu reagisce con un embargo totale, cui fa seguito un intervento militare degli Usa, che costringe i militari a farsi da parte. Nel 1994 Aristide può quindi tornare nel Paese e governare. Ma lo fa in piena crisi economica e in un grave clima di violenza. Alle elezioni legislative del giugno 1995, i candidati da lui sostenuti furono accusati di brogli dall’opposizione. Si arriva alle elezioni presidenziali del 1995, in dicembre, vinte da René Preval.

I PROTAGONISTI

Le violenze nel Paese non finiscono e nel 1996 il Consiglio di sicurezza dell’Onu proroga la propria missione militare sull’isola. Nel gennaio 1999 le cose precipitano, con Preval che destituisce gran parte dei parlamentari. La tensione sale ancora – come la violenza – con le elezioni presidenziali del novembre 2000, vinte dall’ex Presidente Aristide. Il conflitto tra la maggioranza e l’opposizione è violentissimo e non si placa. Nel 2004 i ribelli, formano il Fronte di Resistenza dell’Artibonite, conquistano alcune città e in seguito costringono Aristide a dimettersi e a lasciare il Paese. Spinti dall’opinione pubblica internazionale, il 30 aprile 2004 i Caschi Blu dell’Onu arrivano sull’isola per cercare di riportare l’ordine dopo le violenze seguite alla rivolta popolare che ha contribuito alla cacciata di Aristide. Presidente ad interim veniva nominato Boniface Alexandre, e premier Gerard Latortue, con l’impegno a svolgere nuove elezioni legislative entro il 2005. Le elezioni si svolgono nel 2006 e viene eletto Presidente l’agronomo haitiano Réné Garcia Préval.

119

E’ il giovane primo Ministro di Haiti. Nato a Port-auPrince il 14 agosto del 1972 è in carica dal 4 maggio del 2012, in seguito alle dimissioni dell’ex premier Garry Conille decise a causa di lotte intestine al Governo haitiano e a divergenze con il Presidente Michel Martelly. Precedentemente aveva ricoperto il ruolo di ministro degli Esteri fino ad ottobre del 2011. Cresciuto in una famiglia di artisti e letterati Laurent Lamothe ha lasciato Haiti per intraprendere, negli Stati Uniti, un percorso di studi universitari in economia e management ottenendo una laurea a pieni voti nell’Università di Saint Thomas in Florida. Insieme al compagno di studi e socio Patrice Baker ha fondato, dopo la laurea, la Global Voice Group, una piccola compagnia di telecomunicazioni oggi molto affermata sul mercato mondiale. Uomo d’affari vicino al Presidente Martelly e agli Stati Uniti, è diventato anche membro della Commissione ad Interim per la Ricostruzione di Haiti (Cirh), lavorando in stretto contatto con l’ex Presidente americano Bill Clinton, inviato speciale delle Nazioni Unite ad Haiti dopo il devastante terremoto del gennaio 2010.


Inoltre Messico

120

“Al confine con gli Stati Uniti si combatte una guerra senza regole fra Narcos”.

Il Messico perennemente in guerra? In parte si, se si tiene conto del numero di persone che ogni anno vengono uccise dalla violenza dei narcotrafficanti. Culiacán, Tijuana e Ciudad Juárez sono tre città del Messico e sono tra le più pericolose al mondo. Si trovano sul confine con gli Usa. Una posizione strategica, che le ha fatte diventare luoghi di passaggio sia di merci, sia di persone. Una vera e propria “zona di guerra”, attorno ad un unico bene: la droga. E’ una terra di confine, sempre più violenta: Ciudad Juárez è, ad esempio, fra le prime città al mondo per il fenomeno del femminicidio. Tra il 1993 e il 2007, a Ciudad Juárez sono state assassinate, ogni anno, circa 33 donne. Negli ultimi quattro anni si è raggiunta la media di 200, con un aumento del 500%. A dichiararlo è stato Julia Monárrez ricercatrice del Colegio della Frontera Norte, parlando di femminicidi in questa Regione. Le ragazze hanno età compresa tra i 13 e i 27 anni. Spesso sono operaie delle numerose “dislocazioni” di fabbriche statunitensi. È l’altra faccia della globalizzazione, dell’economia “a basso costo”, che si paga con l’inesistenza dei diritti dei lavoratori, umani, e in modo indiretto con la vita di queste donne. L’altra piaga è il narcotraffico. Negli ultimi anni sono scomparse decine di migliaia di persone. Di altre ancora si sono ritrovati i macabri resti, come dimostra una foto che ha fatto il giro del mondo: le teste mozzate di 5 ragazzi poste sul cofano di un’auto. In generale il Paese è attraversato – da Nord a Sud – dalla guerra tra gli apparati della sicurezza nazionale e gli eserciti privati sovvenzionati

dai cartelli della droga. Gli eserciti al soldo dei narcotrafficanti in questi ultimi anni hanno potenziato la loro presenza anche al di là dei confini del Messico, verso il Nicaragua, considerato terra di Narcos e di traffici di stupefacenti. “Fino all’anno scorso avevamo quindici morti al giorno, in media”, ha dichiarato il sindaco di Ciudad Juárez a Mimmo Candito, giornalista de La Stampa. “Qualche volta trenta, altre volte dieci”. E Candito, nel suo articolo del novembre 2012, continua: “Non pare nemmeno rammaricato, dà i suoi numeri con la quieta pazienza di una statistica ragionieristica. Però poi s’illumina: “Ah, ma a gennaio e febbraio siamo scesi a cinque morti al giorno”. E mi guarda soddisfatto: “Spero che alla fine il conto di marzo confermi, più o meno, questa riduzione”. Avere dati precisi è molto difficile, ma quest’anno il quotidiano messicano Excelsior ha diffuso dei numeri ottenuti dall’accesso agli archivi segreti della polizia, operazione resa possibile dalla riforma della legge sulla trasparenza. I redattori dell’Excelsior affermano, sulla base delle inchieste della polizia, che le persone scomparse senza lasciare la minima traccia, tra gennaio del 2008 e dicembre del 2011, sarebbero 14300. Cifra che si riferisce, però, solo alle sparizioni denunciate. Secondo le organizzazioni di diritti umani, gli scomparsi, in realtà, sarebbero almeno il doppio, considerando i casi non denunciati per la paura delle famiglie delle vittime. Nel 63% dei casi presi in considerazione dalle forze dell’ordine, le persone sparite sono state sequestrate da sconosciuti armati. Il Messico è “difficile” anche dal punto di vista dell’informazione. Secondo la Commissione nazionale sui diritti umani, dal 2000 al 2012 in Messico 81 giornalisti sono stati uccisi e altri 14 risultano scomparsi. Tra i quotidiani che hanno deciso di non occuparsi più di criminalità organizzata, il più recente è El Mañana, la cui redazione è stata colpita da una sventagliata di pallottole all’inizio di maggio.


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Asia

A cura di Amnesty International

Fra integralismo e dittature il pensiero è in prigione In Afghanistan, il passaggio di competenze e responsabilità tra la forza internazionale e il Governo procede portando con sé gravi rischi per i diritti umani. Compiti di polizia e gestione delle carceri sono stati trasferiti alle autorità afgane senza garanzie per la formazione delle forze di polizia e per l’incolumità dei detenuti. Le donne continuano a pagare un prezzo molto alto, soprattutto nelle zone controllate dall’opposizione armata, dove tradizione, religione e sistemi di giustizia paralleli danno vita a sanzioni estreme e crudeli. La tutela dei diritti delle donne nel futuro del Paese appare compromessa dalla scarsa considerazione delle autorità di Kabul, pronte a sacrificarli nel contesto di negoziati di pace, condotti da delegazioni di cui fanno parte “signori della guerra” e persone implicate in gravi violazioni dei diritti umani. Nel Paese, 500mila persone, abbandonate dal Governo e dai donatori internazionali, sopravvivono nella miseria e a rischio di morte in ripari di fortuna attorno alle città del Paese. In Pakistan, la legislazione che vieta la bla-

sfemia continua a essere applicata spesso per risolvere dispute private o perseguitare le minoranze religiose, come quella cristiana e le correnti islamiche vietate. Nelle zone di frontiera, dove lo Stato è presente con operazioni militari contro i gruppi dell’opposizione armata, i diritti delle donne sono a rischio e le attiviste subiscono attacchi e intimidazioni. Il dissenso è sempre meno tollerato in Vietnam, dove nel 2012 altri blogger sono stati arrestati e condannati. Allo stesso modo, in Cina proseguono gli arresti arbitrari e le condanne di attivisti per i diritti umani e avvocati che difendono le comunità minacciate di sgomberi forzati. In Thailandia, una draconiana legislazione che punisce la diffamazione nei confronti della famiglia reale ha determinato condanne di persone che avevano criticato le politiche governative. In Corea del Nord centinaia di migliaia di presunti oppositori sono detenuti in condizioni brutali all’interno dei campi di prigionia. In Myanmar, 640 prigionieri politici, inclusi i prigionieri di coscienza, sono stati liberati, ma il Paese è teatro di violenza interetnica e religiosa tra birmani Rakhine di religione buddista, birmani Rakhine di religione musulmana e la comunità Rohingya. In Cambogia, nel contesto delle campagne per la difesa della terra e degli alloggi, sempre più a rischio a causa della propensione del Governo a soddisfare le richieste delle imprese e dei progetti di sviluppo, attivisti e giornalisti sono spesso uccisi e condannati a lunghe pene. Analogamente in India, i movimenti per il diritto alla terra subiscono violazioni dei diritti umani pur ottenendo vittorie sul piano morale e giuridico, come nello stato dell’Orissa, dove le comunità native hanno impedito l’apertura di una miniera e l’ingrandimento di uno stabilimento di alluminio della multinazionale britannica Vedanta. Dopo un anno senza esecuzioni e nonostante l’impegno del Governo ad aprire un dibattito sulla pena di morte, in Giappone sono riprese le impiccagioni. L’uso della pena di morte rimane sostenuto in Cina, anche se il rifiuto da parte del Governo di fornire dati ufficiali impedisce di analizzare la dimensione del fenomeno e di verificare le affermazioni delle autorità secondo le quali le condanne a morte sono diminuite grazie a maggiori garanzie procedurali. Nei Paesi dell’ex spazio sovietico dell’Asia centrale, la situazione dei diritti umani resta insoddisfacente. Le inchieste sugli scontri etnici del 2010 in Kirghizistan tra le comunità uzbeca e kirghiza sono parziali e lontane dagli standard internazionali,


mentre manca del tutto l’accertamento delle responsabilità per la repressione della rivolta degli operai degli impianti petroliferi di Zhanaozen, in Kazakistan, che provocò almeno 13 morti nel dicembre 2010. Gli attivisti che chiedono verità e giustizia sono minacciati e arrestati. I Governi di Uzbekistan e Turkmenistan hanno continuato a mettere a tacere le voci indipendenti.

Il mondo di Kako di Flora Graiff Bricolage con l’elmo


Il conflitto e l’Italia

124

A un costo annuo di quasi 2 milioni di euro al giorno, il contingente italiano autorizzato dal Parlamento per la missione in Afghanistan è di circa 4.200 uomini dislocati soprattutto nell’area occidentale dove l’Italia ha il comando del Regional Command West (RC-W), un’ampia regione (grande quanto il Nord Italia) che comprende le quattro province di Herat, Badghis, Ghowr e Farah. Oltre quaranta soldati italiani sono morti in Afghanistan. Nel 2012 dovrebbe iniziare un primo ritiro dall’unico teatro internazionale per il quale Roma non ha deciso riduzione di fondi e di personale. Scarso resta l’impegno nella ricostruzione civile, sbandierato a parole che poco finanziato nei fatti

Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

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I morti nella coalizione

A ottobre 2011 il bilancio dei soldati americani morti in Afghanistan dall’inizio del conflitto ha raggiunto un’altra soglia psicologica: duemila vittime. Il calcolo è basato su un conteggio tenuto da Associated Press a partire dall’invasione del 7 ottobre 2001. Secondo l’organizzazione indipendente iCasualties.org, almeno 1190 altri soldati della coalizione sono morti nella guerra in Afghanistan. Secondo l’americana Brookings Institution, il 40,2% delle morti è stata provocata dall’esplosione di ordigni improvvisati; la maggior parte di queste è stata registrata dopo che nel 2009 Barack Obama ha ordinato l’invio di altri 33mila soldati (poi ritirati).

UNHCR/J. Tanner

Nel corso del 2011 e del 2012, tre Conferenze internazionali, a Bonn (dicembre 2011), Chicago (maggio 2012) e Tokyo (luglio 2012), considerate in un certo senso le “ultime grandi Conferenze internazionali” sull’Afghanistan, hanno definito tempi e modi del ritiro del contingente Nato/Isaf, il quadro della governance e il futuro sostegno civile della Comunità Internazionale al Paese ancora retto (sino al 2013) dal Presidente Hamid Karzai. La Conferenza di Bonn, organizzata a distanza di dieci anni da quella che nel 2001 era seguita alla caduta del regime talebano, si è concentrata soprattutto sul rafforzamento dello Stato e sulla necessità di una chiara lotta alla corruzione endemica nel Paese. La Conferenza di Chicago, organizzata dalla Nato, ha invece chiarito i termini del ritiro delle truppe Isaf/Nato (entro il 2014), cercando però di lasciare una porta aperta al mantenimento di un contingente che garantisca sostegno tecnico all’esercito afgano, dal 2015 titolare in pieno della sovranità sulla sicurezza nazionale. Quanto a Tokyo, la Conferenza dei donatori ha fissato l’aiuto al Governo afgano nei termini di 16miliardi di dollari per quattro anni sotto forma di investimento nel settore civile. La guerra però è andata avanti senza diminuire di intensità anche se tattiche e strategie, sia della Nato sia della guerriglia talebana, sono cambiate, adattandosi alla svolta prevista entro il 2014 e fortemente voluta dagli americani che hanno però concluso con l’Afghanistan un accordo che consente loro di tenere basi militari e soldati nel Paese. Anche altre Nazioni, tra cui l’Italia, hanno firmato accordi di partenariato con Kabul. Il capitolo delle vittime civili ha continuato a funestare la cronaca e ad aumentare il risentimento verso gli stranieri (cresciuto anche per i vari episodi di intolleranza religiosa verso l’Islam e per la satira nei confronti del Profeta): secondo la Un Assistance Mission in Afghanistan (Unama), i morti civili sono saliti da 2790 nel 2010 a 3021 nel 2011 (erano 2412 nel 2009). La maggior parte delle vittime si deve alla guerriglia (specie ai cosiddetti Ied, responsabili di un morto su tre ossia del 32%) ma sono aumentati anche i morti nei raid aerei che invece erano andati diminuendo: 187 vittime nel 2011 con un aumento del 9% rispetto all’anno prima. Il processo di pace, da

AFGHANISTAN

Generalità Nome completo:

Repubblica Islamica dell’Afghanistan

Bandiera

125

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Il pashto e il persiano (dari) sono le lingue ufficiali. C’è inoltre una grande varietà di lingue, la maggior parte di origine persiana o altaica: hazaragi, turcomanno, uzbeco, aimaq e altri

Capitale:

Kabul

Popolazione:

32.254.372

Area:

652.090 Kmq

Religioni:

Musulmana (99%) (74% sunnita, 15% sciita e 10% altro).

Moneta:

Nuovo Afghani

Principali esportazioni:

Smeraldi, uranio, altri minerali, oppio

PIL pro capite:

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tutti evocato e invocato, non sembra intanto aver fatto passi avanti. Si è arenata l’idea dell’apertura di un ufficio politico talebano in Qatar mentre il Pakistan ha fatto chiaramente capire di voler essere parte in causa essenziale in qualsiasi decisione riguardi Kabul.


l’India, snodo tra Asia centrale, Medio Oriente e subcontinente indiano) ma molte altre se ne aggiungono: quella ad esempio che un fallimento afgano sarebbe un fallimento per la Nato o il rischio di lasciare che l’Afghanistan diventi una nuova Somalia, buco nero per narcotrafficanti, integralisti, contrabbandieri. Quel che va considerato è che il Paese è in guerra da trent’anni e i motivi per continuare il conflitto continuano a cambiare favorendo la sopravvivenza di eserciti privati e un’abitudine mentale a risolvere i contenziosi con la spada. Non di meno il desiderio di pace è fortissimo tra gli afgani e forse un negoziato potrebbe, dopo sei lustri, trovare terreno fertile anche se si investe troppo poco sulla società civile.

Per cosa si combatte

Gli Haqqani

La galassia talebana è formata, molto grosso modo, da tre fazioni. Quella “storica” fa capo alla “Shura di Quetta, il Gran consiglio capeggiato da mullah Omar, l’ex guida dell’emirato afgano nato con gli studenti islamisti: è la più forte e forse anche la più attendibile in un futuro negoziato, per ora molto sotto traccia. Poi c’è l’incognita Gulbuddin Hekmatyar, un signore della guerra ormai in età avanzata ma che controlla una vasta fetta del Nord. Infine c’è la cosiddetta Rete Haqqani, puri, duri e qaedisti. Sembra che l’ascendente dei pachistani sia più forte su quest’ala estremista che avrebbe compiuto gli attentati più sanguinosi del 20112012. Anche quelli rivendicati poi dal portavoce “ufficiale” dei talebani. Sono la vera variabile impazzita che probabilmente crea problemi allo stesso mullah Omar.

126

È una domanda che molto spesso è stata rivolta dall’opinione pubblica ai Governi dei Paesi impegnati in una guerra (l’ultima in ordine di tempo) che ha ormai superato il decennio e nata come una sorta di vendetta statunitense dopo l’11 settembre. Alcuni analisti hanno proposto la chiave delle risorse, ma l’Afghanistan non ha petrolio e riserve limitate di gas e può essere bypassato da oleodotti e gasdotti che provengono da altrove. Possiede un immenso giacimento di minerali già noto ai sovietici – dal rame al carbone – che resta però di difficile estrazione benché, negli ultimi anni, questo mercato sia in espansione e tenuto sotto controllo soprattutto dalla Cina. La chiave geopolitica continua a reggere (territorio di “profondità strategica” per il Pakistan in caso di guerra con

UNHCR/J. Tanner

L’Afghanistan è una repubblica islamica con una superficie di oltre 650mila km² e una popolazione stimata a circa 29milioni di abitanti. Le lingue ufficiali del Paese sono il Dari e il Pashto. Presenti molte lingue minori parlate dalle diverse comunità afgane (uzbeco, turcmeno etc). Dal momento che nel Paese non si effettuano più censimenti accurati da diversi decenni, non vi sono informazioni precise sulla composizione etniche della popolazione; stando alle stime della Library of Congress degli Stati Uniti le comunità si dividono in Pashtun, Tagiki, Hazara, Uzbechi, Aimak, Turkmeni, Baluchi e per il 4% in altre minoranze tra cui i nomadi Kuchi. La religione ufficiale è l’Islam così suddiviso: sunniti 80%, shiiti 19%, altro l’1%. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni è stimato a 147 morti ogni 1000 nati vivi (era di 209 nel 1990) e resta comunque tra i più elevati al mondo. La decrescita dei valori è avvenuta grazie all’attuazione del pacchetto base di servizi sanitari diffuso dal 2003. L’aspettativa di vita comples-

siva è cresciuta a 48 anni. Il divario città campagna resta enorme: in queste ultime ad esempio,

Quadro generale

UNHCR/S.Schulman


Hamid Karzai

(Karz, 24 dicembre 1957) UNHCR/R.Arnold

Da signore della guerra ad eroe

Dopo aver scampato la morte per trent’anni, i killer lo hanno colto di sorpresa nella sua casa nell’elitario quartiere di Wazir Akbar Khan dove stava incontrando due “talebani”. Burhanuddin Rabbani è stato ucciso nel settembre del 2011 ma è stato nel corso del 2012 che il primo Presidente mujaheddin dell’Afghanistan liberato dai russi è diventato un’icona nazionale, un eroe come l’ex compagno di battaglia Shah Massud, meglio noto come il Leone del Panjshir, ucciso alla vigilia dell’11 settembre. A capo dell’Alto Consiglio di pace per volere di Karzai che forse voleva neutralizzarne il potere, Rabbani era il fondatore del più importante partito islamico afgano e capo riconosciuto della cosiddetta Alleanza del Nord. Non è chiaro se sia stato ucciso dai talebani di mullah Omar o dalla fazione più radicale, gli Haqqani. Quel che è certo è che aveva molti nemici. La sua immagine adesso campeggia su centinaia di cartelloni della capitale. Da signore della guerra a eroe nazionale.

l’accesso all’acqua potabile è del 39% mentre in zona urbana è del 78%. In compenso una persona su due possiede un telefono cellulare. Oltre 1milione e 200mila persone usano Internet. L’economia afgana è formata per quasi il 40% dal settore primario, seguito da quello dei servizi e dell’industria ma l’Afghanistan è anche il maggior produttore mondiale di oppio, con circa il 90% della produzione totale del Pianeta. Quella legata alla coltivazione del papavero da oppio è un’economia diffusa capillarmente in modo particolare nelle zone Sud-Occidentali del Paese e coinvolge un consistente numero di famiglie: circa mezzo milione nel 2007, scese a circa 366mila nel 2008, per un totale di circa 2.4milioni di persone (circa il 10% della popolazione). Il Pnl 2010 è stato calcolato a 27.361miliardi di dollari. La condizione della donna, benché migliorata grazie a un più ampio accesso agli studi, resta

I PROTAGONISTI

ancora fortemente compromessa e nonostante gli sforzi nel settore dell’istruzione, il tasso di alfabetizzazione è tra i più bassi del mondo (0,354 Education Index Undp 2011. Italia: 0,965) e colpisce in particolare le donne. L’Afghanistan è infatti ancora compreso nella categoria Least Developed Country (Ldc), Paesi che presentano i più bassi indicatori di sviluppo socio economico sull’indicatore Undp di sviluppo umano. Sul fronte militare, nel 2013 è iniziato il ritiro delle truppe straniere aderenti alla Nato. La Forza di assistenza Isaf era stimata a 130mila soldati nel 2011 provenienti da 50 diversi Paesi: 90mila i soldati americani mentre i rimanenti provengono soprattutto da Regno Unito, Francia (dovrebbe completare il ritiro entro il 2013), Germania, Italia (4300 soldati), Canada, Australia, Polonia e Turchia. Entro la fine del 2014 si prevede il totale passaggio di sovranità della sicurezza dalle truppe internazionali alle forze afgane anche se rimarrà un contingente Nato con compiti di assistenza tecnica.

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Nonostante tutto, a cominciare nel 2011 dall’uccisione di suo fratello e dell’ex Presidente Rabbani, da Karzai voluto alla testa dell’Ufficio incaricato del negoziato di pace, il Presidente afgano continua a restare in sella a dispetto dell’ondivago appoggio della Comunità Internazionale e di un consenso nettamente in calo, specie in parlamento dove i deputati contro di lui sono in netta maggioranza. Il Presidente al suo terzo mandato (considerato il primo ad interim) non potrà ricandidarsi nel 2013 ma nessuno esclude un colpo di mano né la possibilità che Karzai presenti un delfino di cui però, al momento non c’è segno. Assai più che semplicemente il “sindaco di Kabul”, Hamid Karzai è un uomo abile e potente: ha alternato pugno di ferro a guanto di velluto, la voce grossa a un’obbedienza costante al suo alleato principale, gli Stati Uniti. In casa ha liquidato governatori e personaggi scomodi (come nella Commissione per i diritti umani) e sostituito ministri e direttori. All’estero ha alternato un abile lavoro diplomatico a dure strigliate, sull’eccesso di ingerenza straniera, da cui continua a dipendere. Dimostrando di poter, con ogni probabilità, sopravvivere a se stesso una volta ultimato il mandato presidenziale.


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La zona della Cina indicata con questa colorazione indica la parte riconducibile alla Regione del Tibet a cui questa scheda è dedicata.

Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DAL TIBET RIFUGIATI

15.068

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI NEPAL

15.000


Nel Pacifico una polveriera

La Marina Militare Cinese deve “proseguire la propria modernizzazione” ed “essere pronta alla guerra, per salvaguardare la sicurezza nazionale e la pace”. È la posizione del Governo di Pechino, espressa nell’autunno del 2011, proprio mentre iniziavano i dialoghi militari con gli Stati Uniti, i grandi rivali nell’area del Pacifico. Per rafforzare questa tesi, la Marina cinese ha organizzato nel novembre dello stesso anno grandi manovre, proprio mentre il Presidente statunitense, Obama, era in visita in Indonesia. La tensione, nell’area, è davvero alta. Nel Mar cinese meridionale, la Cina ha dispute sulla sovranità territoriale di alcune isole con Vietnam, Filippine, Malaysia e Brunei, oltre che col Giappone e la Corea. E nel 2011, gli Usa si sono impegnati, con l’Australia, a rafforzare la loro presenza militare, proponendo anche la creazione di una zona di cooperazione economica con nove Paesi dell’area del Pacifico, senza però coinvolgere nella proposta la Cina.

Lucia Sonzogni

Un chiaro “atto d’accusa alle politiche di repressione del Governo di Pechino”: nell’estate del 2012, il capo del Governo tibetano in esilio, Lobsang Sangay, ha commentato così, con queste parole, l’ennesima ondata di autoimmolazioni di giovani tibetani, che hanno preferito suicidarsi dandosi alle fiamme, piuttosto che accettare quella che definiscono “l’occupazione cinese”. Lo scontro fra Cina e Tibet prosegue, ancora con suicidi da un lato e repressione e controlli di polizia dall’altro. Il tutto mentre la comunità internazionale sembra guardare con simpatia alla causa indipendentista tibetana, ma non interviene concretamente sul Governo di Pechino per raggiungere un’intesa. Nel 2012 il conto totale dei morti è arrivato a 51 dal 2009, anno in cui sono iniziate le autoimmolazioni. In luglio è morto Logan Lizin, studente del monastero Gedhen Choeling Tashi. In agosto è stata la volta di due cugini: Lobsang Kelsang, monaco diciottenne avviato presso il cenobio di Kirti e Lobsang Damchoe, ex monaco di diciassette anni. Secondo le ricostruzioni riportate dai monaci di Kirti in esilio a Dharamsala, i due giovani si sono dati fuoco a Ngaba (in cinese: Aba), vicino alla porta orientale del monastero di Kirti. La polizia ha come sempre reagito punto. Seguendo una prassi consolidata, ha circondato il monastero, impedendo a chiunque di entrare o uscire, tagliando gas, luce e ogni forma di comunicazione. Lo scontro è duro, come sempre, anche sul piano politico. Dopo le dimissioni del Dalai Lama da capo del Governo, nel 2010, la pressione cinese è aumentata e circa 3mila tibetani ogni anno scelgono l’esilio, raggiungendo il Nepal o l’India. In 20mila risiedono stabilmente in comunità sparse in Nepal, senza però che venga loro riconosciuto – nonostante gli accordi internazionali – lo status di profughi. Il risultato è che, di fatto, sono prigionieri. La ragione è semplice: il Nepal confina a Nord proprio con la Cina e ad Est con l’India. Si trova fra i due giganti asiatici e vuole trasformarsi – se-

CINA TIBET

Generalità Nome completo: Bandiera

Lingue principali:

Cinese mandarino

Capitale:

Pechino

Popolazione:

1.330.503.000

Area:

9.596.960 Kmq

Religioni:

Confuciana, taoista, buddista (95%), cristiana (3,5%), musulmana (1,5%)

Generalità Nome completo:

Tibet

Bandiera

Lingue principali:

Tibetano, Cinese

Capitale:

Lhasa

Popolazione:

2.670.000

Area:

1.228.400 Kmq

Religioni:

Buddista, altre

Moneta:

Renminbi

Principali esportazioni:

n.d.

PIL pro capite:

Us 948

Repubblica Popolare Cinese

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Situazione attuale e ultimi sviluppi

Moneta:

Renminbi

Principali esportazioni:

Praticamente tutto nel manifatturiero, più frumento, riso, patate

PIL pro capite:

Us 5.963

condo gli osservatori – in una specie di “Svizzera dell’Asia”. È attento, quindi, a non irritare il grande vicino. Così, il Tibet resta sempre più isolato, sul piano internazionale. Le autoimmolazioni, per altro, secondo molti esperti indicherebbero che la pazienza dei tibetani è al limite e sarebbero pronti – nonostante le esortazioni del Dalai Lama alla protesta civile e pacifica – a riprendere la strada della rivolta contro Pechino.


Ragioni militari, strategiche e motivi economici: queste le cause dello scontro fra Cina e Tibet. Il presidio della frontiera con l’India – Paese da sempre considerato rivale – è per la Cina fondamentale. Poi, il controllo diretto di buone risorse minerarie e delle immense riserve d’acqua, quelle che vengono dai tanti fiumi della Regione, è ritenuto vitale dai dirigenti cinesi. Pechino ha sempre voluto il controllo di quella area. Questa esigenza cinese si scontra natu-

ralmente con la voglia di indipendenza dei tibetani, che forti di una cultura politico-religiosa radicata e delle tradizioni, rivendicano il loro diritto ad essere uno Stato libero e autonomo. La scelta del Dalai Lama di trovare una soluzione attraverso il dialogo non convince tutti i tibetani. L’ala più radicale del movimento indipendentista chiede all’opinione pubblica mondiale un intervento più duro nei confronti della Cina, da loro considerata Paese occupante.

Per cosa si combatte

Il mondo guardava solo alla guerra in Corea, scoppiata all’alba di domenica 25 giugno 1950, con un attacco della Corea del Nord di Kim Il Sung alla Corea del Sud. Gli Stati Uniti intervennero militarmente, subito, chiedendo e ottenendo l’ombrello politico delle Nazioni Unite. In questo clima, l’attacco al Tibet, passò in secondo piano. Formalmente il Tibet era in una posizione di stallo, nata dall’abbandono dell’India da parte della Gran Bretagna nel 1947. Storicamente, la regione era stata a lungo indipendente, poi era caduta sotto l’influenza della Cina imperiale, prima di essere messa sotto tiro dalla Russia zarista e dal Regno Unito, che intervenne militarmente nel 1904. Da sempre, però, cultura e autonomia politica erano rimaste salde, tanto da definire una identità nazionale, che aveva nel Dalai Lama il capo di Governo e spirituale. La Cina aveva annunciato l’attacco. Mao, al potere dal 1949, aveva più volte spiegato che voleva una Cina riunita in tutti i suoi territori e questo significava anche il Tibet. Il 1° gennaio 1950 Radio Pechino annunciò che presto il Tibet sarebbe stato liberato dal giogo straniero. Così, l’occupazione avvenne senza quasi prote-

Quadro generale

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Lucia Sonzogni

Lo scontro è di quelli storici, ormai, conosciuto in tutti i Paesi del mondo. Ma al di là delle dichiarazioni di principio, nessuno pare intenzionato ad intervenire, tanto che molti Stati non hanno mai riconosciuto il Tibet come Stato sovrano e, quindi, continuano a considerare la vicenda come un problema interno alla Cina. È esattamente ciò che le cancellerie mondiali hanno pensato la mattina del 7 ottobre del 1950, leggendo sulle agenzie stampa o sui dispacci dei servizi segreti che quarantamila soldati dell’Esercito cinese avevano attraversato il fiume Yangtze e occupato tutto il Tibet orientale e il Kham - che ora è parte di tre Province cinesi - uccidendo ottomila soldati tibetani male armati. Solo sette giorni dopo l’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso diventò sovrano del Tibet. Il cuore della controversa questione tibetana è tutto in una frase: è un problema interno. Nessun Paese occidentale ha mai riconosciuto il Tibet come uno Stato sovrano indipendente. Quindi, in punta di diritto internazionale, Pechino ha ragione nel definire la questione un “problema interno”. I cinesi - coerenti con questa visione - avevano pianificato tutto. Soprattutto avevano saputo cogliere il momento adatto.

Il deserto tra i binari

La desertificazione minaccia la ferrovia più alta del mondo, quella che collega Qinghai al Tibet. Lo hanno spiegato, nell’estate del 2012, i tecnici della linea ferroviaria. Circa 443 km dei 1956 totali di strada ferrata sarebbero già colpiti dal fenomeno. L’erosione del suolo negli ultimi anni è aumentata velocemente, soprattutto vicino i fiumi e nelle zone paludose dal Golmund alla Lhasa, dove i territori desertificati sono raddoppiati tra il 2003 e il 2009. Soprannominata “la strada del Paradiso”, la ferrovia si snoda al di sopra dei 4mila metri. Dal 1984, anno di costruzione, al 2002 sono stati più di 1362 i casi in cui i servizi ferroviari sono andati in tilt a causa della sabbia. Ma la linea è indispensabile: ad oggi sono stati più di 53milioni i passeggeri e sono iniziati da poco i lavori per la sua estensione. I tecnici stanno anche intervenendo per limitare i danni della desertificazione, mettendo grossi massi lungo la massicciata per bloccare la sabbia.


Hu Jintao

Lucia Sonzogni

(Jiangyan, 1942)

Il futuro della Regione è nel turismo

La Cina punta al turismo per il Tibet e nel 2012 ha messo sul piatto alcuni miliardi di euro per finanziare progetti di rilancio. Fra questi, un parco a tema di 800 ettari, che vuole celebrare gli storici rapporti fra la Cina stessa e il Tibet. Il costo dell’operazione è di 4miliardi di euro e dà il segnale preciso sui piani di Pechino, che vuole fare di Lhasa – la capitale tibetana – una città turistica. Già entro il 2015, il nuovo parco potrebbe attrarre 15milioni di visitatori, in gran parte cinesi e generare un indotto di almeno 2miliardi di euro l’anno. Le organizzazioni tibetane dichiarano di temere l’invasione di turisti: potrebbe compromettere la cultura tradizionale e i soldi, dicono, finiranno tutti ai cinesi Han, che governano il territorio. Medesima osservazione è stata sollevata per un altro progetto varato da Pechino, nella Prefettura Nyingchi. Qui sono stati stanziati 50milioni di euro per costruire 22 paesi sul modello svizzero, per accogliere i turisti. ste, messa ulteriormente in secondo piano dal fatto che i cinesi il 19 ottobre del 1950 intervennero pesantemente nella guerra di Corea appoggiando il Nord con milioni di uomini e mettendo in grave difficoltà gli Stati Uniti. Il 23 maggio 1951 il Dalai Lama firmò il “Trattato di liberazione pacifica” e diventò vice Presidente del comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo. Il documento permise alla Cina di iniziare la colonizzazione del Tibet. Prima militarizzandolo, poi spingendo i cinesi ad andare nella nuova Regione. Il Tibet intanto rinunciava ad avere una politica estera autonoma, a batter moneta, a stampare francobolli. Le terre venivano ridistribuite, soprattutto nelle zone del Kham orientale e nell’Amdo, per non rompere i rapporti con l’aristocrazia. Da quel momento fu tutto un susseguirsi di ribellioni, avvicinamenti pacifici e rotture, spesso alimentate dall’esterno, da altri Paesi. Nel 1959 la prima grande rivolta. Il 10 marzo 1959 il movimento di resistenza tibetano guidò una protesta contro i cinesi. Per reprimerla, Pechino schierò 150mila uomini e unità aeree. Morirono in mi-

I PROTAGONISTI

gliaia nelle strade di Lhasa e in altre città. Il 17 marzo, il Dalai Lama abbandonò la capitale e chiese asilo politico in India, assieme ad almeno 80mila profughi. I morti pare furono 65mila. Nel 1965 il Tibet venne dichiarato Regione Autonoma, con una annessione di fatto alla Cina. Nel 1968 la Rivoluzione Culturale portò alla distruzione dei monasteri, almeno 6mila e all’uccisione di molti monaci. La resistenza tibetana però non mollava. Nel 1977 e nel 1980 vi furono altre due sollevazioni, anche queste represse duramente da Pechino. Dal 1976, Pechino ha riavviato l’opera di colonizzazione, tanto che in Tibet sono arrivati 7milioni di cinesi, contro i 6milioni di tibetani che ci vivono. L’obiettivo di Pechino, denuncia la resistenza, è cancellare la cultura e l’identità tibetane. Il Dalai Lama ha nel frattempo tentato la via della mediazione, rinunciando a reclamare l’indipendenza, puntando all’autodeterminazione per salvare la cultura del Paese e salvaguardare i diritti umani. Una mediazione proposta nel 1987 tramite gli Stati Uniti è fallita. E come sempre, dopo ogni fallimento, sono ricominciati gli scontri, diventati protesta internazionale a partire dalle Olimpiadi a Pechino nel 2008 e, dal 2009, autoimmolazioni di giovani monaci.

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Hu Jintao è il quarto Segretario generale del Partito Comunista Cinese, nonché Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Presidente della Commissione Militare Centrale dello Stato e del Partito. Entrato nel Partito Comunista Cinese prima della Rivoluzione Culturale del 1966, si è laureato in ingegneria idraulica nel 1964. Il padre, proprio durante la Rivoluzione Culturale, viene invece incarcerato e torturato. Ha assunto la direzione del partito al sedicesimo congresso, dando l’idea di voler creare maggior armonia nel Paese, puntando a diminuire le disuguaglianze. Ha tentato di frenare la politica di “sviluppo economico a tutti i costi”. Molti osservatori internazionali hanno parlato di Hu come di un liberale in politica interna. Lui nel 2004 ha però spiegato che “la democrazia liberista occidentale non è adatta alla Cina”. Molto meno liberal è stato sul fronte internazionale, dove non ha concesso nulla, ribadendo ad esempio le posizioni sull’unificazione della Cina con Taiwan, anche con la forza se si dichiarasse indipendente. Una classifica stilata nel 2010 dalla rivista Forbes lo ha collocato al 1º posto nella lista degli uomini più potenti al mondo.


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALLE FILIPPINE RIFUGIATI

952

SFOLLATI PRESENTI NELLE FILIPPINE 159.465 RIFUGIATI ACCOLTI NELLE FILIPPINE RIFUGIATI

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Processo al terrore

Dal 2009 le Filippine sono scosse anche dal processo sul massacro di Magindanao, quando 57 persone vennero sequestrate e giustiziate da un commando armato che, secondo l’accusa sarebbe stato organizzato dal potente cartello degli Ampatuan. Nel febbraio del 2012 è stato ucciso il sesto testimone di quei fatti. Una sequenza di omicidi atti a intimidire chi vuole parlare. La carneficina del 2009, infatti, ha, per gli inquirenti, evidenti implicazioni politiche. Ventisei delle 57 vittime appartenevano alla famiglia Mangudadatu, rivale diretta degli Ampatuan per il governatorato della Provincia. Assieme a loro, nel giorno della strage, viaggiavano anche 31 giornalisti. Vennero fermati in autostrada, rapiti e passati per le armi. Ora, durante il processo, il terrore continua.

È come sempre una guerra tenuta lontana dai riflettori, per quanto possibile, ma nelle Filippine prosegue lo scontro decennale che vede il Governo centrale combattere da un lato gli indipendentisti islamici del Sud del Paese, dall’altro i guerriglieri comunisti che vogliono rovesciare il sistema. In febbraio un raid aereo delle forze armate filippine nell’isola di Jolo ha ucciso 15 militanti islamici, tra cui tre leader delle organizzazioni Abu Sayyaf e Jemaah Islamiyah, considerate legate ad al-Qaeda e ritenute responsabili di molti attentati. In aprile, una bomba su un autobus attribuita alle stesse organizzazioni, ha ucciso dieci persone nell’isola meridionale di Mindanao, nella città di Carmen. Nello stesso mese, a Nord del Paese, un’imboscata dei ribelli comunisti ha provocato la morte di 11 soldati e di un civile. I guerriglieri del Nuovo esercito del popolo (Npa) hanno attaccato un convoglio di tre veicoli militari, in risposta ad una azione dell’esercito, che la settimana prima aveva ucciso sei membri dell’organizzazione. Tra esercito e Npa la tensione è tornata alta. Il Nuovo esercito del popolo può contare su circa 4mila combattenti, numero ridotto rispetto ai 20mila che si stimavano negli anni ’80, ma comunque considerevole. Un tentativo di negoziato è fallito nel 2011, interrotto dal rifiuto del Governo di liberare i militanti detenuti. Così si è tornati a combattere. E se la situazione militare resta difficile, sul piano sociale il Paese nel 2012 ha attraversato un momento altrettanto complesso. A Manila, in luglio, sono state molte le manifestazioni contro il Governo del Presidente Benigno Aquino, che parla di crescita economica e miglioramento del sistema sanitario del Paese.
 Chi protesta, dice che la crescita ha avvantaggiato solo l’uno per cento della popolazione. Gli altri soffrono per gli alti prezzi, i bassi salari, la disoc-

FILIPPINE

Generalità Nome completo:

Repubblica delle Filippine

Bandiera

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Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lingue principali:

Filippino, Inglese, Spagnolo, Arabo

Capitale:

Manila

Popolazione:

93.000.000

Area:

300.000 Kmq

Religioni:

Cristiana (91%), musulmana (5%), altre (4%)

Moneta:

Peso Filippino

Principali esportazioni:

Prodotti agricoli, abbigliamento e idraulica

PIL pro capite:

Us 4.923

cupazione e la mancanza di terra. Resta aperta anche la crisi internazionale, con il confronto militare per il controllo delle isole Spratly, da settant’anni contese da Cina, Taiwan, Vietnam, Malaysia, Brunei e, appunto, Filippine. Sono 750 isole coralline, fondamentali dal punto di vista strategico per i traffici nel Mar Cinese Orientale, importanti per la pesca e, soprattutto, interessanti per il petrolio e gas naturale che sembrano essere nel sottosuolo. La Cina le reclama e minaccia. Manila, forte dell’appoggio degli Usa, non molla: nel 2012 ha stanziato due miliardi di euro per riarmare l’esercito.


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Lo scontro vero, nel Paese, è tra maggioranza cristiana e minoranza musulmana, che reclama l’indipendenza. Ad alimentarlo c’è la storica, pessima, distribuzione della ricchezza. Il Nord e il Centro dell’Arcipelago sono, appunto, le aree a maggioranza cristiana e sono le zone più ricche rispetto al Sud, a prevalenza musulmana. Gli islamici - che sono il 5% della popolazione complessiva - da sempre accusano la maggioranza cristiana di non aver fatto abbastanza per distribuire le risorse equamente. La medesima

accusa viene mossa dai gruppi di origine marxista. Una cattiva distribuzione che è ben rappresentata dalla diffusione della popolazione sul territorio: il 60% degli 85milioni di Filippini, infatti, vive in una sola isola, Luzon, dove c’è la capitale. A tutto questo si somma la tensione internazionale, con le frequenti crisi con la Cina, per il controllo di isole ritenute fondamentali sia per il controllo dei traffici via mare, sia per le risorse minerali e petrolifere.

Per cosa si combatte

Nel 2011 ci si era illusi: Manila e indipendentisti islamici sembravano avviati a trovare soluzioni, sulla base di un’intesa che prevedesse, per i territori a Sud del Paese, una sovranità condivisa e garantita da Hong Kong e Cina. Niente da fare, i negoziati sono saltati, così come sono fallite le trattative con i gruppi marxisti. E la guerra è ripresa. L’elezione nel 2010 di un altro Aquino alla presidenza, Benigno, figlio dell’icona della democrazia, Cory Aquino, aveva acceso speranze nel Paese asiatico, storicamente travagliato. Prima colonia della Spagna, poi degli Usa, dopo l’indipendenza il Paese venne guidato con mano dittatoriale da Marcos sino al 1986, anno della svolta democratica, con l’elezione della presidente Cory Aquino. L’arrivo della nuova Presidente portò ad un accordo con i movimenti separatisti musulmani di Mindanao, attivi nel Sud del Paese sin dagli anni ‘50. Venne concessa loro ampia autonomia amministrativa. Questo fermò il conflitto armato con i separatisti. Continuò invece la guerra con il Nuovo esercito del popolo (Npa): nel 1990, la guerriglia riprese, dopo la denuncia della scomparsa di attivisti politici e sindacali della sinistra. Il 26 novembre 1991 un altro pezzo del passato coloniale se ne andò: gli Usa si ritirarono dalla base di Clark - una delle due esistenti nelle Filippine, l’altra è Subic Bay -, insieme a 6mila effettivi americani. Nel maggio dell’anno dopo, venne

eletto alla presidenza Fidel Ramos, ex ministro della Difesa. Nel 1996 parve risolto il problema con i separatisti islamici. Il 30 settembre venne firmato un accordo di pace e Nul Misauri, capo del Fronte di liberazione nazionale moro, diventò governatore di Mindanao, Regione autonoma enorme. Fu una pace di breve durata. Già nel 2000 i musulmani chiedevano un referendum per l’autodeterminazione, mentre la maggioranza cattolica protestava contro l’accordo non accettandolo. Intanto una serie di scandali per tangenti e corruzione travolgeva la politica. Nell’aprile del 2002 a General Santos, nel Sud del Mindanao, venne dichiarato la stato d’allerta, per l’esplosione di parecchie bombe, con 14 morti, a opera del Milf, il Fronte Islamico di liberazione moro. Era la ripresa della guerra. L’obiettivo dichiarato era creare uno stato musulmano. Lo scontro con i gruppi islamici divenne sempre più duro, ma restava alta la tensione anche con i gruppi guerriglieri di origine marxista, che riprendevano vigore. Nel 2003, Amnesty International denunciò l’uso della tortura su prigionieri politici, membri di gruppi armati e criminali comuni. Accusa che venne respinta dal Governo. Nel marzo del 2004, venne sventato un attentato simile a quello che aveva colpito Madrid l’11 marzo. Vennero arrestati quattro membri di Abu Sayyaf con 36 chili di esplosivo confiscati. Uno di loro si dichiarò responsabile dell’attentato che il 27

Quadro generale

Il web si ribella

La comunità del web è sul piede di guerra, nelle Filippine. Nel settembre del 2012, il Governo ha varato una nuova legge sul crimine informatico, ufficialmente per combattere il sesso online, la pedopornografia infantile, lo spam e il furto d’identità con pene fino a dodici anni di carcere. Le organizzazioni non governative contestano però la legittimità costituzionale della legge, che prevede multe o carcere per chiunque scriva commenti considerati diffamatori sui social network come Facebook o Twitter. Inoltre, vengono ampliati i poteri dei funzionari governativi nel controllo e nel sequestro degli account. Questo – dicono – creerà una sorta di “occhio”, in grado di vigilare sulla posta privata e sugli account dei social network di tutti gli utenti delle Filippine.


Abu Sayyaf

Gli Usa in aiuto

La crisi internazionale che vede, fra gli altri, Filippine e Cina fronteggiarsi per il controllo degli arcipelaghi del Mar Cinese, sta di fatto aiutando la politica militare degli Stati Uniti. La continua aggressività cinese ha messo in allarme tutti i Paesi dell’area, che si sono rivolti agli Usa per una maggiore protezione. Così, sono stati raggiunti nuovi accordi militari e Washington sta vendendo armi. Il Giappone, che sta riposizionando l’esercito, portandolo nelle isole Ryukyu che arrivano a Taiwan dalle vecchie postazioni al Nord per controllare il pericolo russo, ha acquistato nuovi cacciabombardieri F35. Le Filippine hanno comperato navi da guerra di seconda mano e cacciabombardieri F16. Persino il Vietnam ha stretto accordi con gli Usa e la Marina statunitense è tornata nel porto di Da Nang, per esercitazioni congiunte con la flotta da guerra di Hanoi. Anche Singapore, Malaysia e Taiwan stanno potenziando l’acquisto di armi statunitensi e i rapporti militari con Washington, che da tempo ha spostato nel Pacifico i propri interessi strategici.

febbraio di quell’anno costò la vita a 100 persone sul SuperFerry 14. Gli arrestati, che svelarono di essere stati addestrati dalla rete terroristica Jemaah Islamiah, legata ad al-Qaeda, progettavano attentati contro treni e negozi a Manila, città con dieci milioni di abitanti. Nel 2004, la Norvegia mediò un accordo fra Nuovo esercito del popolo e Governo. L’anno successivo, dopo negoziati di pace in Malaysia, indipendentisti musulmani e Governo annunciarono un accordo sulle terre ancestrali di cui i ribelli rivendicavano la proprietà da trent’anni. Tregue che non durarono. Nel 2010 sono ripresi i combattimenti. Si calcola che dal 1971 a oggi siano stati più di 150mila i filippini morti tra Mindanao e l’arcipelago di Sulu, nello scontro per l’indipendenza e oltre 50mila gli sfollati. Il conflitto con la guerriglia del Npa, invece, avrebbe procurato almeno 40mila morti, a

I PROTAGONISTI

partire dal 1969. Il doppio fronte della guerra interna alla Filippine è sempre aperto. Da un lato lo scontro con gli indipendentisti del Milf, dall’altro la guerra con Npa di matrice comunista, continuano a far pagar prezzi alti in termini di vite umane. Il neo Presidente Benigno Aquino III - eletto in giugno - ha fatto ripartire le trattative di pace con risultati scadenti, così sono continuate le offensive militari. Per le trattative, il ministro degli Esteri della Malaysia è stato chiamato a fare da mediatore, senza risultato. Il Milf vuole trattare solo sulla base della cosiddetta “sovranità condivisa”, che prevede un unico Stato con un Governo autonomo nel Sud islamico. Una ipotesi che può diventare realtà solo con una revisione della Costituzione e quindi con l’intervento del Parlamento filippino, poco disponibile a una decisione di questo tipo. Così il Milf e il gruppo Abu Sayyaf – nato negli anni ’90 e legato ad al-Qaeda - continuano a lottare per arrivare a creare uno stato islamico indipendente a Mindanao e nelle isole meridionali delle Filippine.

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Abu Sayyaf, noto anche come al-Harakat al-Islamiyya, è forse il più attivo dei diversi gruppi separatisti islamici che agiscono nel Sud delle Filippine, in Bangsamoro. Il gruppo venne costituito attorno al 1990 da Abdurajak Janjalani, un filippino musulmano che aveva combattuto nella Brigata Internazionale Musulmana durante l’invasione sovietica in Afghanistan. La prima azione militare nota è del 1991, con l’uccisione di due statunitensi, missionari evangelisti. Di lì in avanti, è stato un susseguirsi di azioni come rapimenti, attentatati ed estorsioni. Obiettivo dichiarato della organizzazione è creare uno stato islamico nel Mindanao Occidentale e nelle isole Sulu, con l’intenzione di strutturare una “nazione islamica” in tutto il Sud Est asiatico. I confini sarebbero, da Est a Ovest, l’isola di Mindanao, le isole Sulu, l’isola del Borneo, la Malesia, l’Indonesia, le isole del Mar Cinese Meridionale, la penisola Malese, che oggi è parte della Thailandia e della Birmania.In attesa di raggiungere questi obiettivi, il gruppo propone al Governo di Manila di creare la tredicesima Provincia autonoma, libera dal Governo centrale e cattolico delle Filippine.


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Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati United Nations High Commissioner for Refugees

I dati contenuti nella tabella a fianco sono forniti dall’Alto Commissariato per i Rifugiati UNHCR. Sono dati ufficiali tratti dal rapporto Global Trends 2011 uscito nel giugno 2012 dai quali è possibile vedere i flussi dei rifugiati in entrata ed in uscita da ogni singolo paese. Per un approfondimento rimandiamo alla consultazione del rapporto stesso.

RIFUGIATI ORIGINATI DALL’INDIA RIFUGIATI

16.232

PRINCIPALI PAESI CHE ACCOLGONO QUESTI RIFUGIATI STATI UNITI D’AMERICA

6.657

CANADA

5.621

RIFUGIATI ACCOLTI NELL’INDIA RIFUGIATI

185.118

PRINCIPALI PAESI DA CUI ARRIVANO QUESTI RIFUGIATI CINA

100.003

SRI LANKA

68.152

AFGHANISTAN

9.161


40milioni di armi

In India ci sono 40milioni di piccole armi e di queste solo il 15% ha una regolare licenza. È quanto emerge da un rapporto sulla “Violenza armata in India” presentato a Nuova Delhi nel 2011 e promosso dalle Nazioni Unite in occasione della Giornata Internazionale della Pace. Nonostante la grande quantità di armi e la presenza di un conflitto armato nel Nord e nel Nord Est del Paese, negli ultimi dieci anni il tasso di crimini legato all’uso di armi da fuoco si sarebbe dimezzato. Il rapporto, compilato sulla base di dati della polizia e referti medici nei 28 stati indiani, mostra che la città di Meerut, nello stato di Uttar Pradesh, è la città più ‘’violenta’’ dell’India. Preoccupa anche il traffico di armi provenienti da Paesi vicini come Afghanistan, Pakistan e Sri Lanka.

Marzia Lami