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il passo di Efesto Poesia 6


Š 2012 ATí Editore S.r.l. www.atieditore.it prima edizione Marzo 2012 ISBN 978-88-89456-44-6


Annalisa Manstretta

Il sole visto di lato


“L’inconnu s’approvise de la même façon que le rapaces, il faut savoire attendre”. L’ignoto si doma come si fa con i rapaci, bisogna saper aspettare. MAurIcE chAPPAz


DEntro lE PochE stAnzE


PrIMA lEzIonE sullo sPAzIo

le case dove stando seduti si vedono tutti gli angoli, gli spazi che sono danaro, costruiti ad arte, regolari, puliti, dipinti di bianco, riparano dal freddo ma tengono al caldo anche la furia degli abitanti. la forma ad uncino di un movimento, l’eccesso di forze nelle spalle e nel collo chiusi nel tepore di casa di giorno e di notte si cuociono piano, lievitano, diventano muscoli, braccia che remano contro. Ah, se fossero qui, adesso, tutte le inclinazioni delle colline ad allargare l’aria di questo soggiorno… Facciamo che vengano, che vengano a grappoli quelle appena accennate, ancora quasi pianura e quelle pericolose dove non si pianta nemmeno la vite e vengano le superfici concave, con acque di ristagno, con salici, con pioppi alti, fruscianti e vengano, piegati qua dentro, tutti i campi dell’oltrepò.

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la casa dove vivo ha tre finestre

in tre diverse stanze, le finestre sono uguali a distanze regolari guardano verso sud. Da lì se in silenzio mi siedo sul divano e dentro casa non succede niente, entra distinta una corrente, lenta gira per casa; contagia le cose un odore d’umido, una calma pesante. la vista è più debole dell’aria, non passa attraverso le cose, non vede più in là. l’aria va tutto intorno, ospita legami, come un parente venuto da lontano porta l’umido del Po. su questo davanzale i miei occhi firmano la resa. tanta aria insieme forma il cielo ma da questo scarno davanzale non c’è campo. scorre il cielo su un altro canale, invisibile sui tetti. Mi ritiro, siedo, appoggio la schiena al divano guardo su. Il soffitto è fatto di legno, sopra le travi c’è l’abbaino, uno spazio basso, dove la casa mostra le sue ossa: mattoni rossi e calce, travi di legno e tegole.

ho provato a mettere gli occhi fra le tegole, ho visto ovunque azzurro. Vedi, il cielo filtra da pertugi sottilissimi sotto le tegole, come una vena d’acqua e scorre dal tetto dentro casa. Allora mi siedo sul tappeto e aspetto che mi piovano addosso il cielo e il Po.

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sEquEnzA sEllA sErA

Anche quando non si muovono, cambiano le cose. stasera ha perso di nuovo la sua ombra il ciliegio che non si è mai spostato dal cortile. Il tronco stava fermo, e l’ombra scalava come niente la facciata della casa gialla a oriente. Altissima, in silenzio, cala l’ombra del palazzo grande che guarda sul cortile a occidente di quel ciliegio tanto allungato, scuro sul caseggiato, non rimane niente. nessuna ombra si muove più per terra. È così che in città scendono le sere, scendono grigie e a forma di palazzo. Alle otto d’improvviso si alza il vento, si agita il ciliegio e le punte sottili dei rami fanno lunghi percorsi nell’aria, dentro la grande ombra disegnano ellissi. Il vento non soffia mai con la stessa intensità, come l’ombra, un po’ viene un po’ se ne va e docili si piegano i rami, raggiungono la forma dell’arco, raccolgono dal vento una voce frusciante. Il vento se ne va, all’improvviso tornano dritti i rami verso il cielo, il cielo è ancora chiaro sopra la città. Mezz’ora dopo. non è più tornato il vento. tutto si è ricomposto adesso, come ci fosse una giusta misura per le cose. nel rettangolo di cielo che si vede passa una nuvola sottile, incandescente, sopra il cortile. su tutto è scesa una patina scura,

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l’ombra del palazzo grande si è spenta dentro quella più profonda della terra. ogni cosa perde i colori e sopravvive nei contorni, senza più spessore. quaggiù è l’ora del coraggio su è l’ora che il cielo si stacca dalla terra e vive solo, in un suo mondo illuminato. Al suo posto l’aria ha trasportato questo colore scuro che condensa in primo piano, e ha rubato lo spessore a tutti i palazzi di Milano. È solo nell’aria il volume della città e stanno faccia a faccia, adesso, immensa l’antica sfera del fuoco minuscole le strade, le case e tutto il resto. sono da poco passate le nove. non vedo più il ciliegio, ma ho visto i profili dei rami, delle foglie le posizioni precise con cui, senza paura, sono entrati nella notte. non li raggiungo più. nel nero caseggiato di fronte compaiono, illuminate, le finestre delle scale. È una luce gialla che non brilla, piatta, sempre uguale è come un’aria stantìa in un ufficio statale. questo nero di fronte, nella sua fissità pesante, diventa gigante, più del cielo che adesso è nero, opaco; come un tetto piccolo, piatto, quadrato. Alla fine in città si dorme così con negli occhi sagome enormi di case, luci di scale a rettangolo, allineate, non c’è nient’altro fuori. sono notti autocentrate.

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A volte è pesante per gli occhi la primavera,

soprattutto nelle ore di pieno sole che arrivano dopo lunghe piogge, dopo transiti di nuvole basse dopo sequenze di giorni dai colori senza nerbo, mansueti, dove la stabilità era a rischio e, senza il peso delle loro ombre, oscillavano le cose. A volte è pesante per gli occhi la primavera, soprattutto li schiaccia il colore del cielo con l’aria a lungo risciacquata con un vento leggero che secca ogni traccia di nebbia e questo enorme blu compatto li chiama a una dura resistenza. Inadatta com’è ai lavori di fatica, a sostituire i lenti animali da soma, boccheggia la vista, lei di solito così veloce, che arriva subito alle vette dei monti, mentre tu rimani coi piedi per terra per le strade di questa città giardino.

A volte è pesante per gli occhi la primavera, giustamente allora arriva la sera a sollevare le cose dai colori, dai contorni e cade tutto quell’azzurro incendiato, come ferro scuro sul legno del parquet e cadono come bottoni mal cuciti i viola, i gialli, i rossi, i sovraccarichi rosa; respirano finalmente gli occhi sgombri, spuntano qua e là per la casa tintinnanti rumori, al posto dei profumi, dei colori dei fiori. Adesso hai occhi leggeri, senza debiti con la luce, ti è concesso chiuderli, essere morbido di lenzuola, sottile suono intermittente e afono del respiro.

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lA grAnDE bAlEnA

quando è notte, d’inverno, si sta al buio, sotto coperte morbide, in silenzio con la temperatura del tuo corpo. gli occhi sono chiusi e anche se li apri non vedi la tua forma consueta. Distesa a pancia in giù, in un momento imprecisato della notte, mi allungo, strofino i piedi sopra il materasso, uno si allunga verso destra, l’altro a sinistra. non vedo nulla, sto tutta dentro questo movimento. sento il fresco delle lenzuola, i piedi disinvolti, si muovono in questa massa duttile che avvolge. sto scivolando lenta verso il basso. Prima è scomparso il rosso, poi mi ha lasciato il giallo, un po’ di blu rimane appeso in alto attorno tutto è acqua, tutto è nero. non serve più la vista, ma la percezione dei fremiti dell’acqua ed uno strano modo di sentire lontane vibrazioni. una balena smisurata del paleozoico con pinne immense e l’enorme mascella spalancata nell’acqua di una terra giovane, in cerca di cibo. E tu stai a trenta centimetri da me, ti sento respirare, ti sento vicino. È come un caldo abbraccio sentire che dove ci sei tu, le coperte sono coperte, il cuscino è un cuscino.

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sErAtA MusIcAlE DAVAntI Al cAMIno

qua non ci sono io, c’è un muro incandescente. Manda luce, manda caldo, avido, da lontano, con punte cattura la pelle come nessuna cosa nata dalla terra. nel suo mondo non si vive. Mangia aria, cattura occhi, luminosa la superficie, luminoso il grembo, guardo, guardo e non ci sono qua. Viene con l’aria quest’altro fuoco, con disciplina cresce con disciplina si spegne, poi riprende, fredda rimane l’aria attorno. Venisse un’aquila dai suoi alti posatoi con becco, con sguardo di rasoio, in questa stanza, non scoverebbe questo fuoco. sperduti, a caso guardano i miei occhi e intanto il fuoco viene, viene dal lato dell’orecchio la testa cullandosi oscilla, le dita come lingue puntute si snodano in leggerissimo moto di fiamma.

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quando stai così, chiusa in te stessa,

dentro le poche stanze della casa, le distanze del tuo corpo hanno le vertigini e tutte precipitano in un punto interno vicino al baricentro, a fatica giri la testa, a fatica ti guardi attorno; quando stai così, pensa a come soffia il vento in campagna a fine aprile, quando sono già lunghe le giornate.

Dal basso, dal posto dove stanno i piedi, viene su il rumore del prato e corre. sono i fili piegati delle erbe alte, è un fruscio leggero. sopra, a un passo dalla testa che quasi dondola con loro, si muovono i rami e le foglie una sull’altra dai bordi e poi dal centro delle chiome e poi dai bordi. questi sono i corridoi del vento ci passano popoli diversi, con voci differenti e cantano. Il corridoio alto, con tutti questi pioppi è pieno di piccole lingue, di brevi suoni a cascata e giù stanno invece i suoni prolungati che strisciano di continuo sopra l’erba. In fondo, dal posto più basso che c’è qui, arriva il rumore del vento nei vigneti, sulle pareti delle colline e va lontano. Insieme volano sottili, con una loro melodia, i canti degli uccelli, un po’ nel cielo di destra e un po’ nel cielo di sinistra: a quattro, a cinque escono di là, dall’ombra dentro le finestre senza vetri di una casa abbandonata, come da una strana radio diroccata.

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la tranquillità classica di una casa

nei pomeriggi di piena primavera vista da dentro, le stanze in fila così simili, sorelle, le vedo nella luce smorzata che amavano i pittori una luce da ritratti. tutte le finestre socchiuse a meridione e l’aria che si accomoda in silenzio. così imparo che ogni stanza respira con le tende, con queste grandi foglie bianche, appese a rami sottili. non te ne accorgi subito. ci vuole tempo e pazienza. col tempo noterai una leggera oscillazione lo spostarsi impercettibile delle loro ombre. così imparo il ritorno, ad intervalli, delle forme, che non si spazzano mai via le epoche e anche se gli sforza stanno appesi ai viali, qualche volta leonardo a Milano ritorna. ci vuole tempo e pazienza nei pomeriggi di primavera proprio qui dove il tempo è fatto a freccia, dove tutto scivola, cambia in fretta. restano gli intervalli della scuola, le pause pranzo, e forse se ne accorge qualcuno, posati cataloghi e schedari, in qualche ufficio del centro, dentro appartamenti borghesi di fine secolo o in qualche aula vuota, gelida d’inverno, col soffitto a cinque metri, come si faceva nel Ventennio, che dalle alte finestre semiaperte arriva un’aria rinascimentale, calibrata, con la sua ombra-luce e un fruscio di piante sconosciute.

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ci sono momenti che ti chiedono un alto verdetto vengono portati dagli anni dentro quel ritmo antico e consueto che accompagna il mondo. come punte aguzze vengono nascoste in un rotolo di bambagia e quando le dita abituate a togliere solo batuffoli morbidi da quella scatola escono portando un acuto dolore e un graffio rosso che prima non c’era resti senza parole, gira a vuoto la mente e gli occhi guardano senza vedere. tutta la tua forza è nel sentire l’acuta spina, poi ti accorgi di oscillare nella stanza. Allora vedi quanto spazio sia per l’aria in questa casa, e lei ti mostra il suo lato arrogante, l’aria invisibile, inafferrabile, senza forma, l’aria che occupa così tanto delle stanze a cui ti eri affezionata e tanto l’invidi quest’aria, muta e indispensabile. È così che tempi eroici ancora ci visitano nel quotidiano vivere modesto in questa luce debole e senza ombre che c’è se il tempo è nuvoloso, verso sera quando i volti delle persone sono così belli – diceva leonardo – e pieni di grazia.

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Finiva con la sfera delle stelle fisse

piene di virtù magiche, fatte di quintessenza, nella buia sfera del fuoco finiva il mondo sfolgorante del rinascimento. stava ferma, pesante, la terra correva il sole, correvano le stelle nel cielo di cristoforo colombo; il mondo di leonardo aveva pochi secoli e misurava settemila miglia, le macchie della luna erano isole scure erano continenti in un oceano luminoso. gente di un mondo tramontato, lontano di loro si dice che c’erano, come le ammoniti nel golfo padano. Però li diciamo ancora con rispetto i nomi. sono le grandi leggi dell’intuizione e del caso, ombrose, con muschio e viole, stanno negli angoli, nei posti dove crescono le ortensie da lì prendono qualcuno per la schiena se lo trascinano negli anni e quello un po’ resiste e un poco si trasforma come una vivente equazione matematica.

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sEconDA lEzIonE sullo sPAzIo

se le cose potessero restare per sempre in un loro chiarore, partecipare del colore che per primo compare al mattino e fino a tardi si distingue nella sera, se fossero tutte debolmente luminose non avremmo bisogno del sole, non avremmo paura della notte; una vaga vita animale sarebbe dentro le cose quotidiane sentiremmo le stanze e ogni luogo pieni di moti indecifrabili, quasi d’affetto. Ma sparirebbero, sparirebbero le ombre, il loro nascere, il loro crescere sul prato, il loro lento, armonico giro e questo cielo sgombro e luminoso e il vedere cose vicine e il vedere cose lontane ben chiuse nei contorni, la gioia sottile di allungare la vista all’orizzonte, la grande gloria delle distanze, la libertà di andarsene, di separarsi dal resto.

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A volte il cervello è come un pioppo

attraversato da brividi o correnti d’aria e le parole escono spezzate come quelle grandi ombre estive traforate. la testa rotola come girano le foglie a cuore, metà verdi metà d’argento, spostate da un minimo vento. Allora viene come un ristoro la facciata del palazzo di fronte. la guardo, la guardo intensamente, con tutti i balconi uguali, in fila, senza un cedimento, con quell’abbondanza di angoli retti, le belle finestre quadrate, senza sbavature, l’assenza di concessioni all’esterno, alla natura, alla sfumatura incontrollata. Allora entra in testa una danza tranquilla e nel buio del cielo che non posso vedere ci sento qualcosa che brilla. Ma il pioppo ha due angoli retti uno a destra, uno a sinistra, che lo tengono piantato per terra e sta fermo nel prato come la meridiana nel muro di cemento. Per questo cresce forte verso il cielo, contento, non se lo mangia la luce, non lo porta via il vento.

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guarda la poltrona gialla illuminata

giusta è l’inclinazione del suo schienale si unisce al bracciolo e scendono fino al pavimento i profili delle cose. non si fermano prima, non vanno oltre. le linee si danno appuntamento, poi partono a grappolo ognuna interpreta a suo modo, con suo rischio, il viaggio. la pentola, il tavolo, il vaso sono forme del coraggio. sono creativi i profili delle cose guardo loro e copio quando dentro la testa c’è bagarre, idee che sgomitano senza tanti complimenti guardo loro e copio, le cose meritano i più sentiti ringraziamenti.

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Mi sembra proprio una casa bellissima

quella che vedo dalla finestra del mio bagno, alta, con la facciata chiara, dipinta di nuovo, con le persiane tutte aperte, grigie, dipinte di nuovo. Mi mostra orgogliosa il suo lato in ombra e i suoi vetri chiusi specchiano i dintorni. Al terzo piano c’è dentro tutto il giallo del mio palazzo illuminato, al quarto c’è l’azzurro del cielo, in fila, a quadratini al secondo, dalle finestre spalancate compaiono e scompaiono due imbianchini. Arriva da un’aria che non vedo, volando sopra il tetto della casa, un gruppo di passeri: ognuno sceglie un balcone, si posa. sventolano le lenzuola nel vento come se avessero di fronte ampie vallate e panorami bellissimi a volo d’uccello, e c’è un cortile invece, c’è un muro di fronte. che importa, i colori del settembre in paese ci sono tutti e il tetto è fatto di tegole in cotto come alle cascine che a quest’ora avevano lo stesso rosso illuminato, e c’era il pozzo, un grande fosso, i pioppi e tutta la vendemmia attorno.

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sale in fretta questa sorella cattiva per le scale, il suo cane mi abbaia nella testa. Abbaia, abbaia ancora e io produco oggetti facili da assemblare, senza varianti, elementari. Abbaia, resistentissimo, senza sosta, con toni alti, con forza, non fanno piÚ ombra le parole, escono bucate dalla bocca. la vista regge ancora ai lati, ma è già tanto sottile nel suo centro.

Eppure guarda che pace attorno: tutto è al suo posto, la mano destra dalla parte della mano destra, affiatati, vigili sotto la fronte, gli occhi, le dita maneggiano con cura bicchieri di cristallo, tutto sottilmente sorride.

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