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navigatori sotterranei


Š 2012 ATí Editore S.r.l. www.atieditore.it prima edizione Novembre 2012 ISBN 978-88-89456-57-6


Dario Arkel

Compendio


Nati, vogliono vivere, e andare incontro al loro destino; e lasciano figli, cosĂŹ che altri destini si compiano. erAClito

La memoria è la grande luce che permette di guardare oltre l’apparenza.


figlio e pADre

Alla parete la stampa del Quarto Stato e la vecchia fotografia del suo distaccamento partigiano, lui con i capelli lunghi e lo sten a tracolla. Si rigirava nervoso e sudato sulla sedia non troppo comoda, la macchina da scrivere con il foglio inserito sul quale spiccava la frase non dimenticare mai. era a corto di ispirazione. Si accese una sigaretta e si mise a guardare svagatamene oltre il rettangolo della finestra. la sua vista che ancora l’anno precedente coglieva ben oltre l’ippocastano le coppiette sulla panchina, ora inquadrava solo un’imprecisa macchia di colore. Stava invecchiando. emise un sospiro e tornò a riflettere sul testo da comporre. in quel momento il telefono squillò. era gisella, sconvolta. “l’hanno arrestato!” gridava “l’hanno portato in Questura”. “Chi? riccardo? su, calmati” disse lui “spiegami…”. “Vieni subito! Ho paura”. “Arrivo, arrivo prima possibile”. Appese il telefono e corse a cercare il capo redattore. “eh sì è così: tra i fermati di Milano c’è tuo figlio” gli confermò il capo “è appena arrivata la notizia e stavo venendo ad avvisarti. Banda armata, nessuna rivendicazione dell’atto, per ora. Svelto, vai, vai!”. “Quale atto?” chiese lui sulle spine. “Hanno fatto saltare un mezzo della polizia”. Chinò la testa, abbassò lo sguardo, e disse sottovoce: “Non può essere, riccardo non c’entra niente”. Stentava a credere che riccardo fosse in qualche modo implicato. il giovane stava per laurearsi in legge e l’ultima volta 9


che si erano incontrati l’aveva visto calmo e padrone sé. Aveva superato gli esami brillantemente e progettava di entrare in Magistratura. Non era certo un ragazzo inquadrato, ma non era un violento. il collega gli fece un cenno di comprensione e ripeté battendogli sulla spalla: “Vai, vai, corri da tuo figlio!”. Saltò in macchina e imboccò l’autostrada che da piacenza porta nel cuore della lombardia. Nonostante la nebbia se la cavò in poco più di un’ora. Arrivato a casa trovò gisella in lacrime. “Non potevo parlarti al telefono. È sotto controllo”. Amedeo aspettò che si calmasse, poi le chiese chi frequentasse riccardo. “Non so che dirti, li ho visti solo una volta. riccardo li ha invitati a cena, abbiamo preparato la peperonata, sembravano molto affiatati, scherzavano, ridevano. Un po’ mi sono insospettita però: dove aveva potuto far amicizia con un idraulico e con un tornitore? C’erano anche dei suoi compagni di facoltà, e uno studente di lettere. Mi sono sembrati simpatici, mi hanno perfino preso in giro per come facevo la puccètta col sugo”. “Ma dicono che comandasse proprio lui. Come è possibile? Non ha nessuna esperienza, e in fondo è un timido”. “l’hanno trovato con i bidoni della benzina, nel garage di un’amica. era solo, in quel momento. Dev’esserci stata una soffiata, non so. Qualcuno può averlo seguito e denunciato”. “Ma si può andare da lui? almeno capire se sta bene?”. “No. Assolutamente”. “Dobbiamo fare qualcosa, subito. Avvisiamo quell’avvocato amico di tuo padre”. gisella telefonò all’avvocato. Allarmato dai fatti che lei gli raccontava, lasciò gli altri impegni e corse immediatamente. i tre si sarebbero incontrati di lì a poco in Questura. 10


l’avvocato qualcosa venne a sapere: non vi erano state vittime, la camionetta era vuota, e la responsabilità non sembrava ricadere esclusivamente su riccardo. “erano quattro o cinque. Avrebbe potuto risultare come una bravata, ma avrebbero dovuto dissociarsi dalla lotta armata e sostenere di essere al di fuori da ogni bega politica” disse l’avvocato con severità. “invece riccardo si è dichiarato un combattente per il comunismo. Dobbiamo comunque costruire una strategia difensiva. Se poi venisse fuori che non sapevano se a bordo del furgone ci fosse qualche poliziotto, sarebbero nei guai fino al collo” aggiunse. “No!” gemette gisella “non dica così. Sono sicura che non avevano intenzione di uccidere”. Amedeo tremava mentre gli veniva comunicato che il ragazzo e alcuni complici erano rinchiusi in isolamento e sarebbero stati interrogati di lì a poco. l’avvocato si disse disposto a incaricarsi della difesa, ma prima riccardo avrebbe doveva vuotare il sacco. rientrarono a casa sfiduciati e abbattuti. Non parlarono e neppure cenarono. ogni cosa sembrava rotolare verso una deriva allucinata. Amedeo non poteva crederci. È un sogno ad occhi aperti, si diceva. È impossibile. e si vedeva al posto del figlio pressato, castigato, picchiato, rovinato. irriconoscibile. Soffriva con lui e per lui, e non vedeva vie d’uscita. precipitava in un baratro senza fondo, si sentiva impotente. era disteso sul divano quando, la notte, sopraggiunse il marito di gisella. Si salutarono. “Ho saputo tutto” cercò di rassicurarli “vedrete che ne uscirà”. “il problema è quando!”. Amedeo riuscì a incontrare riccardo soltanto tre mesi dopo. il ragazzo aveva confermato di far parte del commando, ma si era detto estraneo ad ogni altra azione attribuitagli. e sapeva perfettamente che a bordo del veicolo non c’era nessuno. 11


Quando lo vide in carcere, lo trovò con il solito aspetto deciso, forse un po’ indurito dall’esperienza. Aveva il consueto bel viso, i capelli tagliati di fresco con la macchinetta. Si osservarono lungamente. “ti trovo bene” bofonchiò il giovane. Amedo si fece forza e si schiarì la voce. “tu… come stai? Com’è qui?”. “Una merda” rispose riccardo “mi manca l’aria, e il cibo. Mi hanno tolto tutto, mi hanno spogliato di tutto. Conservo solo un briciolo di dignità”. Amedeo rialzò la testa. inquadrò il figlio nello squallore di quello spazio spoglio. “perché l’hai fatto?”. “per essere riconosciuto combattente per il comunismo. Mi avevano richiesto una prova, un’azione”. “Hai dato un calcio alla tua vita con questo gesto. te ne rendi conto?”. il figlio sorrise quasi sfottente: “il momento per esserci, nella Storia, è questo. Ho tentato”. “Così, anche se grazie a dio non hai ammazzato nessuno, ti sei ammazzato, e ci hai ammazzato. Sembrava andare tutto così bene: i tuoi studi, i tuoi propositi di carriera, le tue ragazze. Hai proprio dato un calcio alla vita”. Vide il figlio inquietarsi, picchiarsi i pugni sulla coscia, sbadatamente: un tic che impietosiva. lo osservò riflettere a capo chino, e lo udì rispondere: “Questioni borghesi, contano poco, per me. Ma non pensare che io sia finito. posso pur sempre rifarmi una vita, una volta fuori. Conosco compagni nella mia stessa condizione che sono usciti, sono ‘vigilati’ ma ora lavorano e studiano. Se volessi occuparmi del mio futuro, potrei farlo anch’io; il fatto è che non voglio. È troppo presto”. riccardo sentiva di dover espiare. il periodo trascorso in carcere, sebbene tremendo, in qualche modo lo appagava: era consapevole di dover scontare la pena ma non 12


voleva passare per un avventuriero, voleva che lo si riconoscesse per la sua militanza. rompendo una parentesi di silenzio, si rivolse ancora al padre: “Come al solito non mi hai capito, ed io che credevo che almeno le cause del mio atto le potessi comprendere… Sei stato un partigiano!” disse. “No” rimandò secco Amedeo come se la frase del figlio fosse nell’aria da tempo “la mia guerra non era questa. Con noi stavano i poveri, gli operai, gli uomini della terra, studenti che non avevano un futuro. C’era una dittatura feroce, anche se cialtrona. Con voi invece non c’è nessuno, siete figli della borghesia più o meno ricca e colta, il vostro comando è avvolto nel mistero. e la vostra lotta è indiscriminata. lottavamo per la liberazione del paese”. “e adesso? Che cosa credi che ci sia? Ci battiamo perché il lavoro iniziato dalla gente come te debba essere portato a termine”. “No. Questo non puoi dirlo. tra una cosa e l’altra c’è un abisso. Non ci sono i nazisti in casa tua. Questo deve essere chiaro”. “Ma io non ho giocato alla rivoluzione. Ho agito perché ci credo”. l’incontro stava per terminare e l’idea di abbandonare il ragazzo al suo destino gli risultava intollerabile, non poteva lasciarlo in questo modo: era suo dovere dargli almeno un pensiero su cui meditare. tentò di fargli capire quanto bene gli voleva: “pensa che vivere non è la politica” sussurrò avvicinandosi al suo viso “potresti avere una buona vita, nonostante le ingiustizie. il mondo reclama la tua gioventù per rendere felici gli altri. Non ci sono i nemici di una volta, la gente aspira alla tranquillità. la sofferenza di alcuni, al giorno d’oggi, non è paragonabile a quella dei miei tempi”. riprese fiato e continuò: “la concretezza vuole uno stipendio per abitare, nu13


trirsi, coprirsi, studiare, e svagarsi. No, fossi in te, riccardo, non chiuderei la porta in faccia al futuro, sarei consapevole che il valore della vita è superiore a qualsiasi battaglia di principio. il tuo negarti al mondo scegliendo la lotta e la galera, il tuo buttarti via è fare un torto alla natura delle cose”. gli tornò in mente una frase che gli era piaciuta e gliela riferì: “Alberto giacometti una volta disse: se scoppiasse un incendio e dovessi scegliere se portare in salvo un dipinto di Rembrandt o un gatto, salverei il gatto”. il ragazzo lo guardò con sospetto: odiava le prediche; era sempre stato così, anche quando il padre gli parlava col cuore, con l’affetto che provava per lui. “Sembri un prete” affermò mezzo girato, in procinto di chiudere la conversazione “ma il mio tempo non è più quello delle chiacchiere… Con che diritto mi fai la predica? i sermoni vanno bene in chiesa, forse a scuola; altre galere. Che vita è la tua? Hai già digerito te stesso. Come hai vissuto tu, io non potrei vivere”. ora erano in piedi, faccia a faccia nello stanzino. Amedeo tratteneva a stento il pianto. Abbracciò il figlio e gli batté la mano sulla schiena. lo stringeva a sé con un sentimento oltre l’affetto ma ebbe l’impressione che riccardo fosse già lontano, forse ragionava su di sé, sui vuoti e sui pieni della vita. Sul gatto e sul quadro. Un po’ alleggerito nell’animo, uscì emozionato, con le ginocchia tremule. Accese una sigaretta per tirarsi su e andò a prendere un caffè. Nonostante tutto, si diceva, il ragazzo sta bene, e pur rifiutando la vita non ci rinuncia. Sorseggiava il caffè osservandosi nel grande specchio dietro al banco e sorrideva, sottilmente compiaciuto. Questo breve racconto scritto da mio padre l’ho trovato quest’oggi tra i miei appunti, a distanza di oltre venticinque 14


anni. ricordo bene l’episodio della sua visita in carcere: il suo volto terreo e l’atteggiamento da uomo distrutto, come se fosse lui a dover sopportare la reclusione. Nonostante fosse stato rinchiuso dai fascisti in una improvvisata cella, la mia detenzione gli fece un effetto decisamente più spaventoso. Dubitava delle mie possibilità di sopravvivenza nelle avversità e delle mie capacità di recupero. Diffidava della mia persona, mi giudicava sostanzialmente un debole, come la maggior parte dei padri giudicano i figli. Solo che lui non aveva nessuna autorità su di me. era uscito dalla mia vita separandosi da mia madre semplicemente perché annoiato, e tuttavia non mi passava per la testa di contestarlo, neppure in quei giorni tristi. e pur non riuscendo a giustificare il suo comportamento leggero e frivolo, sinceramente gli volevo bene. Come lui, nei momenti più difficili, spesso anch’io ritorno a quando ero bambino, a quando stavamo bene insieme. la nostra era una famiglia equilibrata, amante del sole e dei viaggi, intrisa dell’odore del mare e della sabbia. Sì, tutto quanto è legato all’idea della vita libera e spensierata richiama in me l’infanzia. la mano di mio padre non era troppo grande, ma la mia vi si abbandonava con fiducia. ricordo una volta che mi venne a prendere a scuola e mi portò con sé nei luoghi della sua resistenza, spiegandomi che su quelle montagne saliva e scendeva svelto con i suoi compagni; mi mostrò un ponte che aveva fatto saltare, la fontana dove i partigiani si facevano la barba, e la cascina - una volta trasformata in caserma - nella quale era stato imprigionato. lo ascoltavo ammirato perché lo consideravo un uomo di pace prestato alla battaglia, e non un esasperato amante della forza. Non amavo neppure io la violenza, sebbene più tardi abbia provato ad esercitarla nel frangente per il quale ho pagato. Mi ero fatto trascinare e, come spesso mi accadeva, questo trascinamento era diventato l’ordine della mia vita: ancora adesso, quando comincio una qualsiasi cosa, finché non arrivo in fondo, non 15


demordo. Sono capace di agire senza riflettere sulle conseguenze cui posso andare incontro. Ho un carattere pragmatico, diverso da quello del mio vecchio che si faceva problemi per ogni inezia e stava sempre a processarsi. lui prendeva la vita come un saltimbanco, e questa tendenza all’esibizione mi irritava. io sono schivo, mi interessa il fare, non l’apparire. Mio padre si riteneva sempre al centro dell’attenzione, mentre io, soprattutto da quando ho conosciuto il carcere, cerco solo l’anonimato. Mai avrei pensato di raccontare le mie vicende personali e se lo faccio adesso è solo per commemorare la sua memoria, la memoria di uno che è stato nella Storia e ne è uscito per propria volontà, soltanto per cercare il piacere più facile. A parte certe incomprensioni, dovute al suo egocentrismo, alla lontananza e al mio carattere chiuso e ribelle, io l’ho sempre stimato, anche quand’ero più giovane. Della sua vita amavo soprattutto l’infanzia povera, la fatica dello studio e la resistenza, che lui descriveva con passione, mentre le sue avventure successive mi lasciavano piuttosto indifferente. Quando penso che ha rovinato la nostra famiglia per rincorrere il piacere a oltranza, mi prende una grande rabbia. eppure era fatto così e io l’apprezzavo comunque, finché ancora una volta mi ha sorpreso rendendo più complicato il nostro rapporto. A sessantacinque anni mio padre si è risposato. È sparito con la sua giovane compagna e si è rinchiuso in una villetta poco fuori piacenza… Sono uscito dalla galera circa tre anni dopo l’arresto. Avevo ottenuto la libertà vigilata con l’obbligo di timbrare il permesso in Questura ogni giorno. l’assistente sociale mi aveva trovato un’occupazione presso una biblioteca pubblica in un quartiere di periferia. ripresi gli studi di giurisprudenza con vera fatica. Non era facile mettermi a studiare e frequentare le lezioni, ma ormai ero a un passo dalla laurea e così, un po’ per prendermi una rivincita sul mondo, un po’ perché in fondo ero prossimo alla meta, ter16


minai la mia tesi sugli effetti del Code Napoléon in italia. l’argomento mi interessava perché coniugava il Diritto con la Storia, della quale sono sempre stato appassionato. fisicamente stavo bene ma ero depresso: i vecchi amici mi evitavano come se avessi la peste, e io stesso stentavo a fare nuove conoscenze. Vedendomi scansato, non provavo neppure ad avvicinarmi. Vivevo dentro la mia pelle e solo per me stesso. Col tempo, pensavo, nessuno mi avrebbe più considerato un ex-terrorista, nonostante desiderassi mantenere vivo il ricordo del mio passato recente. in facoltà notai una ragazza alta, con un corpo affusolato e la testa riccioluta. Durante una lezione aveva osato interrompere il docente con un rilievo di carattere sociale che approvai. All’uscita mi si avvicinò e mi chiese se ero il riccardo del quale si parlava tanto. Alla mia risposta affermativa notai un guizzo di interesse baluginare nei suoi occhi. Aveva ventidue anni e stava anche lei per discutere la tesi. rosalyn era di origine inglese, e non sorrideva facilmente. la sua riservatezza mi affascinava, come se nascondesse un segreto. era molto silenziosa e non era sempre facile decifrare il suo stato d’animo, ma quando si apriva, sapeva essere spiritosa e ironica. in quei momenti la sentivo felice di essermi accanto e di questo mi beavo. Quando la portai a casa, mia madre poté parlarle anche in inglese e in tedesco. Si intesero a meraviglia, anche se poi mia madre mi disse che c’era qualcosa in lei che le sfuggiva. Alla discussione della mia tesi, rosalyn fu l’unica ad applaudire, mentre mia madre tratteneva la commozione a stento. Di mio padre, naturalmente, nessuna traccia. la sera mi telefonò per complimentarsi. “Un dottore in legge vale di più di un dottore in lettere” disse “e poi te la sei meritata. Sei stato tenace. Bravo!”. Dietro la sua voce si udivano schiamazzi e risate, tintinnio di stoviglie e bicchieri. Doveva, manco a dirlo, trovarsi in uno di quei bar a vino che aveva preso a frequentare accanitamente. Me lo vedevo scendere dall’auto col cappello 17


calcato in testa, entrare e sistemarsi sullo sgabello, ordinare champagne e spiluccare salatini e frittatine raccontando agli avventori trame di film o interviste a scrittori e registi celebri e dei suoi libri mai visti nelle librerie, mentre allungava lo sguardo sulle ragazze presentando i lati meno piacevoli di sé. Un uomo sempre alla ricerca di facile compagnia, come se una vita da raccontare non gli fosse sufficiente. era così che, a detta di mia madre, aveva scelto di buttare via la propria intelligenza, come se non credesse più a nulla, come se il futuro non lo riguardasse, come se sopravvivesse nell’interpretazione di una controfigura. il mio futuro, invece, incominciava proprio allora a sostanziarsi. Non passò un anno che andai a vivere con la mia compagna di Università. informammo amici e compagni all’osteria di Via Morigi, sotto la casa occupata. Non fu certo una festa, rosalyn era incinta e le sue già poche parole si erano ancor più ridotte. poi rosalyn cominciò a soffrire di attacchi di emicrania. ero molto preoccupato, e i medici non riuscivano a fornire spiegazioni esaurienti. Un giorno, prima della nascita della bambina, riapparve mio padre con mia nonna. lei, anziana e forse già malata, lo teneva stretto sottobraccio come se avesse paura di restare sola. la conoscevo poco: viveva al paese ed erano rare le occasioni per incontrarsi. A rosalyn non fecero una buona impressione: mio padre non smetteva un attimo di parlare di sé, quasi volesse mettersi in mostra, e la nonna zitta, in adorazione. Un quadro certamente non luminoso di una famiglia imbarazzante sicché rosalyn mi chiese di tenerla lontana dai due. Nel frattempo mi ero impiegato presso un ente pubblico mentre lei aveva scelto per il momento di stare vicino alla bambina, che avevamo chiamato franca: un nome umile, ma che si deve saper portare. Rosalyn che cosa c’è? Che cosa posso fare per te, per noi? le domandavo spesso senza ottenere una risposta. Qualche volta 18


mi stampava un bacio sulla guancia nel tentativo di alleggerirmi l’animo. il nostro rapporto si deteriorava senza una ragione comprensibile, non tanto un fallimento, quanto un accumulo di instabilità, come se la convivenza, invece di avvicinarci, ci avesse allontanati. e questo pensiero mi lacerava. la sera, quando rientravo dal lavoro, spesso lei era già a letto. Mi sedevo sul bordo e cercavo di confortarla, fingendo di essere di buon umore. lei quasi non mi ascoltava, ed io rimasticavo dentro di me non tanto un senso di rabbia quanto un’impotenza sconfinata. Casalingo, mi occupavo della bambina, preparavo la cena, sparecchiavo, lavavo i piatti e facevo tutto ciò che dovevo. le stavo vicino più che potevo e quando non si alzava, le portavo da mangiare a letto. Cercando di divertirla, mi improvvisavo speaker della televisione e la informavo sulle notizie del giorno, le ultime del brodo di pollo. le prese in giro dei politici ogni tanto la facevano ridere, ma più spesso restava zitta. Avvilito, a volte spazientito, uscivo dalla camera e tornavo da franca a leggere libri e guardare la televisione, quella vera. la nostra abitazione si trovava nel quartiere dell’ortica, non proprio un palazzo, ma un appartamento discreto, lontano dal viavai mondano del centro. Dentro quelle mura, tornando dalla routine del lavoro, con la piccola che giocava solitaria e la madre a letto afflitta dal mal di testa, mi sembrava di essere rinchiuso in un barattolo ermetico, e, pur non comprendendo ciò che aveva spinto mio padre ad evadere da casa, in quei momenti mi sentivo vicino alla sua ricerca di libertà. l’oscurità veniva trafitta dalle luci. osservavo dalla finestra la fiaccolata delle automobili in coda e mi domandavo che cosa mai avrebbe trovato quella gente una volta a casa, la cena da preparare in fretta, i bambini davanti alla televisione, una donna stremata dalla fatica. era proprio l’esistenza quotidiana a pesarmi, ma, tra una sigaretta e l’altra, mi restava dentro la voglia di trascorrere del 19


tempo insieme ad altre persone con le quali per lo meno discorrere delle cose della vita, prima di rientrare a casa e dedicarmi ai lavori domestici. Ma non avevo più amici e mi ero ormai abituato ad una certa clandestinità. presi allora ad uscire con franca: andavamo delle volte in centro a partecipare al viavai. Davanti ai grandi negozi rimpiangevo di non possedere il denaro per comprare un mobile o un abito per rosalyn o un libretto di favole per la bimba. Con il mio stipendio si tirava avanti a malapena, e di ciò che non era indispensabile si faceva a meno. Certe volte ricorrevo a mia madre, altre a mio padre. Quando incontravo difficoltà serie e urgenti mia madre, generosa e paziente, saldava col sorriso sulle labbra. Mio padre invece faceva la sua parte con qualche predicozzo. “rosalyn non può trovarsi un lavoro? Di questi tempi con uno stipendio vive una sola persona. e male” ripeteva, insofferente. i soldi gli servivano prima di tutto per divertirsi e poi per accontentare la giovane moglie. “io lo sapevo che sarebbe andata così” gli dicevo “hai visto che bella cosa è la vita del povero nel mondo ricco!?”. Mio padre si arrabbiava, temeva che finissi per lamentarmi della società capitalistica che non aiuta le giovani famiglie. Una società che in fondo lui sembrava accettare e che mi incitava comunque ad apprezzare. “Non è la società a dover essere amata” diceva allora “ma il vivere. i soldi sono un dettaglio, l’importante è vivere”. inutile dire che litigavamo spesso. io, sinceramente, non sapevo come far fronte alla situazione. ore e ore di straordinario, lezioni private a studenti, spesa nei supermercati a minor prezzo; eppure quando piovevano le bollette erano sempre dolori. D’estate si andava una settimana al mare, di solito in liguria, nella riviera di ponente, dove le spiagge sono sabbiose. in questi momenti, verso la fine del soggiorno, rosalyn sembrava rifiorire e in camera ci amavamo come i primi giorni. il suo corpo, quando si apriva sotto di me, 20

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