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EtĂ  medievale

Contenuti 2007-2009


La dieta nobiliare nei secoli medievali Nei secoli classici la qualità e la natura degli alimenti, le quantità consumate e le modalità di preparazione di essi, concorrevano simbolicamente ad individuare la classe sociale di

appartenenza ma soprattutto la “qualità della persona”. Espressione impiegata nei testi di medicina antica, ma per indicare i caratteri individuali del consumatore e i suoi oggettivi

bisogni alimentari, di volta in volta condizionati dall'ambiente, dal clima, dalla stagione, dal lavoro esercitato, oltre che dal sesso, dall'età e dalla costituzione fisica. Nel Medioevo

invece la nozione di “qualità della persona” mutò natura, venendo a designare non più l'identità fisiologica dell'individuo, ma la sua appartenenza sociale. In una società tripartita in cui il ruolo di ogni ceto era definito dalla volontà divina, la nobiltà era

considerata guida politica e protettrice di chierici e contadini. Questo potere aveva la

necessità di essere celebrato anche a tavola. L'aristocrazia usufruiva del lavoro dei rustici

per rimarcare la propria superiorità anche in ambito alimentare, mangiando di più e avendo la possibilità di consumare i prodotti più nutrienti come la carne di prima scelta e i grani di miglior qualità.

Per ricostruire il comportamento dei potenti a tavola è utile analizzare i libri contabili, dove sono riportate, in dettaglio, le spese effettuate dai responsabili dell'amministrazione in occasione del soggiorno nel castello di un membro della famiglia reale o dell'alta

nobiltà. I re e le regine mangiavano quotidianamente pane bianco e bevevano vino, anche

durante la Quaresima. In quel periodo una regola sanitaria redatta dai membri della scuola di Salerno per il re d'Inghilterra sconsigliava di bere acqua pura perché provocava

disturbi intestinali e bloccava la digestione, raccomandavano invece il vino, specie se

bianco e dolce.I nobili mostravano una predilezione per i piatti ricchi, a base di carne, alla quale rinunciavano solo nei giorni di penitenza. Gli inventari delle spese mettono in luce una preferenza per le carni bianche, seguite da quelle ovine e suine, ma un grande

interesse era riservato alla cacciagione considerato alimento raro. Queste carni ben insaporite con le spezie si combinavano in maniere differenti per costituire menù

abbondanti e diversificati. Dopo carne, pane e vino, essenziali nella dieta aristocratica, troviamo uova e formaggio, alimenti spesso combinati con la carne nella quotidianità ma alternati con il pesce nei giorni di penitenza. Le verdure, i legumi e la frutta occupavano


un posto di secondaria importanza, sia perchĂŠ considerati cibi contadini e sia perchĂŠ le teorie mediche del tempo volevano che, per gli stomaci raffinati dei nobili, questi alimenti

di natura vegetale fossero di difficile digestione. In una societĂ  guidata da guerrieri, o dai

loro discendenti, che ebbe il mito della forza fisica, la tavola fu uno dei terreni su cui

mostrare la propria superioritĂ . Del resto nell'immaginario collettivo dell'epoca, il nutrimento abbondante e la quantitĂ  di carne consumata, divennero veri e propri simboli di potere.


Il vino sotto la dominazione araba

Con la grande espansione araba del VII secolo d. C. la produzione di vino nell'area

mediterranea subì un notevole ridimensionamento. Non scomparve del tutto, specialmente in Persia e in Spagna il vino continuò ad essere prodotto. In molte terre

europee conquistate dalle dinastie arabe vivevano ebrei e cristiani cui veniva concesso il

permesso di produrre vino per uso liturgico e alimentare ma la vera trasformazione derivata dalla dominazione islamica fu il cambiamento del tipo di uva coltivato. I vigneti

dovevano essere destinati alla produzione di uva da tavola, si preferirono uve dai chicchi più grandi, più dolci e privi di semi. Un tipo di uva che mancava di acidità e che dava vini sbilanciati con un contenuto zuccherino troppo elevato.


La cucina medievale Ad eccezione di alcune cucine signorili, principesche o monastiche, pochi spazi e

sistemazioni destinati alla preparazione e alla cottura degli alimenti, sono arrivati ai nostri occhi. L’informazione essenziale proviene da un’iconografia frammentaria e limitata agli

ambienti delle classi sociali più importanti. I progressi compiuti dalla ricerca archeologica sui siti di epoca medievale sono venuti poco per volta a colmare alcune lacune, in particolare quelle che riguardavano il mondo rurale.

I testi, come l’iconografia, più ricchi e numerosi concernono le classi privilegiate, tuttavia

a partire dal XIII secolo e soprattutto nel XIV e XV, esistono delle serie documentarie che abbracciano ambienti differenziati.

Chiaramente i testamenti, come anche i preparativi per i banchetti funebri, hanno preso in considerazione solo gli oggetti di cucina o da tavola che valeva la pena lasciare in

eredità; mentre solo in casi eccezionali gli inventari mobiliari si dilungavano a fornire

alcuni elementi descrittivi del focolare e della cucina. Ma le loro lunghe enumerazioni di oggetti spesso localizzati con precisione in una delle stanze, o addirittura in un mobile, della casa mostrano insieme all’attrezzatura del focolare, gli utensili da cucina, il

vasellame, i mobili e la biancheria da tavola, le abitudini alimentari di una famiglia. Solo

raramente l’inventario descrive questi oggetti e si limita ad indicare di che materiale sono fatti e il ricorso alle immagini si rivela spesso necessario per ricostruire il loro aspetto. Il

contributo dell’archeologia è, da questo punto di vista, sicuramente più risolutivo, perché nonostante possano essere privi di alcune parti, strutture o mobili sono ricostruibili, con la loro forma e i loro materiali per essere situati nel proprio contesto di utilizzo.

Le informazioni provenienti dalle fonti scritte si completano quindi reciprocamente con

quelle fornite dai reperti archeologici e permettendo così di comprendere la dislocazione e l’organizzazione dei luoghi in cui gli alimenti venivano preparati.

Il focolare in una casa medievale era situato all’interno e veniva installato sul pavimento in terra battuta, si trattava di un focolare aperto, infatti nelle abitazioni dei contadini, il

camino a muro era pressoché assente. Anche nelle case dei piccoli signori rurali spesso il focolare aveva questa disposizione anche se era di dimensioni maggiori, in ambiente

urbano invece i camini erano più frequenti, ma la loro presenza nelle camere da letto


dimostra che svolgevano una funzione esclusiva di riscaldamento.

Il forno domestico invece rimaneva una rarità, in città le case più ricche ne possedevano

uno proprio, ma i cittadini facevano ricorso ai fornai per cuocere il pane impastato a casa, mentre in campagna i contadini dovevano utilizzare il forno bannale.

Per quanto riguarda l’attrezzatura posta vicino al focolare gli oggetti principali erano costituiti dal treppiedi in ferro battuto, e da un cerchio di ferro sospeso sul fuoco che

serviva da supporto ai recipienti privi di manico, chi accendeva il fuoco doveva anche

essere abile nel governarlo senza utensili specifici, perché le palette e gli attizzatoi erano rari.

Se poche case erano munite di forno, in città alcune possedevano un luogo adibito alla

preparazione dei cibi chiamato “coquina”, se era sistematico nelle dimore dei notabili, più raro era nelle case degli artigiani e dei mercanti che preferivano riservare gran parte del proprio spazio domestico alle attività professionali. I grandi casati principeschi invece

avevano delle cucine enormi, situate lontane dagli appartamenti per timore di possibili incendi.

Gli utensili di cucina, che rappresentano uno dei ritrovamenti più frequenti degli

archeologi, si possono suddividere in tre grandi famiglie, quelli di ceramica che servivano per trasportare i liquidi o per cuocere a fuoco lento le minestre o i legumi; quelli in ferro come le padelle, i tegami, gli stampi per i pasticci e, nelle case dei ricchi le graticole e i girarrosti; infine gli utensili fatti in legno come le saliere, i taglieri e i mestoli.


Le spezie medievali

Le spezie nei secoli XIV, XV eXVI ebbero un ruolo rilevante nei condimenti dei cibi come mai è accaduto nella storia dell'alimentazione.

Del perchè venissero usate così intensamente si è scritto molto, per alcuni sarebbero

servite per conservare le carni o per nascondere il cattivo sapore di quelle mal conservate ma queste tesi si sono dimostrate completamente infondate. Coloro che avevano la

possibilità di spendere cifre importanti per acquistare le "droghe orientali" avevano anche la disponibilità economica per comperare cibi e carni di prima qualità.

Il motivo dell'uso anche smodato di questi aromi va essenzialmente ricercato sia nella

volontà di mostrare la propria potenza economica nel momento in cui venivano celebrati

banchetti e pranzi e sia perchè la farmacopea del tempo accordava ad esse delle importanti proprietà medicinali. Secondo i trattati medici del tempo ogni spezia poteva curare una determinata malattia, il pepe curava le affezioni allo stomaco, il chiodo di garofano

alleviava il mal di denti e le infiammazioni della vista, lo zafferano guariva il fegato ma l'elenco potrebbe continuare a lungo. Bruno Larioux, importante storico medievale francese, ha dimostrato che ogni spezia impiegata in cucina negli ultimi secoli del Medioevo era stata importata come medicina prima di essere impiegata come

condimento alimentare. Era quindi la dietetica a razionalizzare gli usi alimentari, dal

momento che forniva ai benestanti, debitamente informati dal loro medico, il potere di

apportare ai propri piatti, attraverso le spezie adatte i rinforzi o le correzioni di cui il loro fisico aveva bisogno.


Una posata controversa...

Se avessimo la possibilità di osservare una tavola imbandita dell'età medievale noteremmo

l'assenza pressochè costante della forchetta. Re, imperatori e nobildonne mangiavano con le mani e se in qualche museo vi capiterà di trovarne una, sappiate che apparteneva al

cuoco che la utilizzava per tenere ferma la carne mentre la tagliava. La forchetta appare per la prima volta tra le argenterie del re di Francia nel 1379, ma il suo uso si diffuse nelle

classi sociali più abbienti sul finire del 1500. Nel 1530 lo chef del duca di Ferrara,

Cristoforo Messisbugo, tra le posate necessarie all'allestimento di un banchetto non menziona la forchetta, usarla era considerato sconveniente o addirittura un lusso diabolico, infatti san Pier Damiano in nome della semplicità dei costumi condannò

duramente la moglie del doge di Venezia Teodora Selvo che quotidianamente utilizzava la forchetta.


Orecchie come etichette

Nel 1300 in molti mercati europei l'acquisto della carne di maiale avveniva dopo il controllo dell'orecchio dell'animale.

A Parigi a seguito dell'ispezione sanitaria, l'orecchio veniva siglato se si riscontravano

tracce leggere (quindi incerte) di contagio da "lebbra" (che in realtĂ  non colpiva i suini, ma questi animali potevano presentare delle pustole sotto la lingua proprio come gli uomini

affetti dal morbo, quindi si pensava che il maiale potesse essere portatore della malattia), mentre veniva tagliato se la malattia veniva diagnosticata con certezza.

In questo caso l'animale veniva messo in vendita lo stesso, però nei circuiti meno esigenti chiamati di “bassa macelleriaâ€?.

Le orecchie del suino, segnate, marchiate o tagliate, funzionavano nella maggior parte dei mercati europei come delle etichette, capaci di informare il cliente delle condizioni della carne.


Tabahaja: carne ai pistacchi

Questa ricetta proviene da un testo del XIII secolo composto in Egitto, il titolo dell'opera

è “Kanz al Fawa'id fi tanwi' al-mawa'id” che letteralmente vuol dire “Il tesoro dei consigli utili per la composizione di una tavola variata.

Sbollenta la carne, falla rinvenire in un poco di olio e poi versale sopra il suo brodo.

Mescola il miele, i pistacchi, dell'amido, dello zafferano e del pepe dentro un po' di aceto. Aggiungi questa mistura alla carne e fai cuocere fino a che si ispessisce.

E' il caso di fare due piccole osservazioni, la prima riguarda i pistacchi che al giorno d'oggi vengono sostituiti dai piselli e la seconda è la possibilità di usare una miscela di spezie

dettaatraf tib (da unire assieme agli altri ingredienti) così composta: alloro, noce moscata, macis, chiodi di garofano, boccioli di rosa, pepe, zenzero e cardamomo. Sarà buono questo piatto? Penso di si :-)


Cibi buoni e cibi sofisticati

Il commercio delle derrate alimentari procurava dei notevoli introiti economici e per

questo motivo le autorità governative dovevano fare molta attenzione alle contraffazioni. Infatti le occasioni per truffare il consumatore erano numerose. Il vino era una delle merci

che poteva essere “truccata” più facilmente. A Lille i servitori del duca di Borgogna Filippo il Buono preferivano comprare il vino dai monaci perché il loro status sociale era

garanzia di vino buono e non alterato. I gestori delle taverne invece venivano spesso

accusati di vendere vini di scarsa qualità a prezzi maggiorati o di mentire sulla provenienza di essi. I magistrati della città obbligavano quindi i tavernieri a far gustare i

loro vini da un sommelier autorizzato che stabiliva se i prodotti erano stati manomessi o

meno. A Bruges ogni volta che un taverniere voleva mettere in vendita il vino di una nuova botte, vedeva arrivare nella sua bottega due uomini: un assaggiatore che verificava se il vino era adatto alla vendita e un ufficiale che aveva il compito di misurare la capacità

dei recipienti in cui veniva versato. Oltre ai vinai un’altra categoria a cui le autorità dovevano fare attenzione era quella dei macellai, non era raro che vendessero carne di mucca spacciandola per castrato. Tutte queste misure di controllo si traducevano anche in

preoccupazioni per l’igiene pubblica, come si osserva nei comuni del Piemonte dove, in particolare, i macellai dovevano sottostare a regole assai rigide: era proibito lasciare fuori

dalla loro bottega le viscere degli animali che anzi dovevano essere chiuse in un secchio e gettate in un fiume fuori dalla città.


Il biscotto del marinaio

Come spiega l’autore di un “Viaggio alla Santa Città di Gerusalemme”, l’alimento base di coloro che lavoravano sulle navi o dei soldati imbarcati sulle galee era un biscotto “del pane cotto due volte (bis-cotto) per impedire di ammuffire e in grado di mantenersi duro

e commestibile per un anno”. Questa capacità di conservazione dava al “biscotto di mare” un posto preponderante nell’alimentazione dei viaggiatori . Le leggi emanate dal governo

di Genova nel 1338 obbligavano il proprietario di una nave a garantire a ogni singolo membro dell’equipaggio almeno 800 grammi al giorno di biscotti. L’acquisto di questi biscotti (simili alle gallette) poteva essere dispendioso nel caso in cui un governo decideva di avviare una campagna navale di ampie proporzioni. Nel 1336 i Bardi di Firenze

fornirono alla Francia 2000 quintali di biscotti. In alcune città marinare le botteghe dei

fabbricanti di biscotti divennero numerose al punto di occupare intere strade, a Cagliari esisteva la “via dei biscottieri”, dove i proprietari delle botteghe erano costretti a lavorare di notte per evitare di occupare i forni pubblici che di giorno assicuravano alla popolazione cittadina il fabbisogno di pane


Un menù ricchissimo per un evento speciale 1366: la festa per le nozze di Violante Visconti con Lionello d’Anversa. Menu • PRIMA PORTATA:VENGANO SERVITI PORCELLI DORATI E VENGANO

PRESENTATE 12 COPPIE DI SEGUGI CON COLLARI DORATI E CORDE DI SETA.

• SECONDA PORTATA: VENGANO SERVITI LEPRI DORATI E LUCCI DORATI.

• TERZA PORTATA: UN GRANDE VITELLO DORATO CON TROTE

DORATE E VENGANO PRESENTATI SEI CANI ALANI CON COLLARI DI VELLUTO.

• QUARTA PORTATA: QUAGLIE E PERNICI DORATE. • QUINTA PORTATA: ANATRE DORATE E AIRONI DORATI CON CARPE

DORATE E VENGANO PRESENTATI DODICI FALCHI PELLEGRINI CON CAPPUCCI DI VELLUTO CON PERLE.

• SESTA PORTATA: CARNI DI BUE E GRASSI CAPPONI CON AGLIATA E CON STORIONI IN ACQUA.

•SETTIMA PORTATA: CAPPONI E CARNI CON SUGO DI LIMONE E

TINCHE CON SUGO DI LIMONE E VENGANO PRESENTATE DODICI ARMATURE COMPLETE DA GIOSTRA.

• OTTAVA PORTATA: PASTICCI DI CARNI BOVINE CON FORMAGGIO E


PASTICCI DI ANGUILLE GROSSE. • NONA PORTATA: GELATINA DI CARNI E GELATINA DI PESCE E SIANO PRESENTATE DODICI PEZZE DI DRAPPI DORATI E DODICI DI DRAPPI DI SETA.

• DECIMA PORTATA: CAPRETTI E PAPERI ARROSTO, PESCI DI LAGO ARROSTITI.

• UNDICESIMA PORTATA: LEPRI E CAPRIOLI IN CIVIERO (UMIDO DI CIPOLLE, CARNE E VINO).

• DODICESIMA PORTATA: CARNI DI CERVO, DI BUE E DI PESCE FATTI IN PASTA LIEVITATA E SIANO PRESENTATI SEI PICCOLI DESTRIERI, BELLI, CON CAPPUCCI DI VELLUTO VERDE E CON PENDAGLI DI SETA. • TREDICESIMA PORTATA: CAPPONI E POLLASTRI CON MELE E

VENGANO PRESENTATI SEI DESTRIERI PICCOLI, BELLI, CON BRIGLIE DORATE E CON CAPPUCCI DI VELLUTO VERDE CON PENDAGLI DI SETA.

• QUATTORDICESIMA PORTATA: ARROSTO DI CONIGLI, PAVONI, CIGNI E ANGUILLE ARROSTITE E SIANO PRESENTATI UN BEL BACILE DI

ARGENTO CON UN FERMAGLIO, UN RUBINO, UN DIAMANTE, UNA PERLA, CON QUATTRO BELLE CINTURE DI ARGENTO DORATO.

• QUINDICESIMA PORTATA: SIANO SERVITI NUMEROSI FORMAGGI. • SEDICESIMA PORTATA: SI DIANO LE FRUTTA E SIANO PRESENTATI SETTANTASEI CAVALLI LOCALI AI BARONI E AI SOLDATI.


Cappone in salsa Jance (XIV sec)

1 bel cappone di 3-4 Kg, sale.Far preparare il cappone dal macellaio, raccomandandogli di legarlo bene. Salarlo dentro e fuori e arrostirlo a calore moderato (180°-200°), calcolando

18-20 minuti ogni mezzo chilo. Il forno non deve essere troppo caldo per evitare che il cappone si colorisca troppo rapidamente e per non asciugare la carne in superficie.

Bagnare con il grasso della leccarda. Controllare il punto di cottura pungendo le cosce con un grosso ago. Se il sugo che fuoriesce è ancora rosato, il cappone non è ancora perfettamente cotto: il sugo, infatti, deve essere incolore.Tagliare i pezzi e salare

leggermente. Prima di portare in tavola, annaffiare con un cucchiaio di sugo di cottura. Servire accompagnato da due salsiere, una con il sugo di cottura, l’altra con la salsa jance. Salsa jance 2 belle fette di pane raffermo, 1 uovo, 25cl di brodo di carne, 2 cucchiai di aceto di mele

diluito in 2 cucchiai d’acqua, ½ cucchiaino di melegueta (sostituibile con il pepe nero)

pestato nel mortaio, ¼ di cucchiaino di zenzero in polvere, ¼ di cucchiaino di pepe

macinato, 1 bel pizzico di stigmi di zafferano, sale. Sbriciolare finemente il pane

mettendolo in un macinino o nel frullatore. Sbattere l’uovo e aggiungerlo al pane. Lasciare che si imbeva per alcuni istanti. Incorporare il brodo sbattendo il tutto con la frusta. Mischiare le spezie e aggiungerle alla preparazione, quindi versare l’agresto ( aceto e acqua) o la miscela di limone e acqua. Mettere sul fuoco e portare a ebollizione

rimestando di continuo con un cucchiaio di legno. Quando si addensa, togliere dal fuoco. Salare, assaggiare e servire.


Il pane nel Medioevo

Gli uomini del Medioevo ebbero la capacità, soprattutto nei momenti di difficoltà

alimentare, di trasformare in pane non solo grani di differenti tipologie ma, come

vedremo, anche di ottenere farine da alcuni legumi e frutti.Il procedimento di

panificazione iniziava con l’”abburattamento” , con cui si separava la crusca dalla farina per il quale veniva usato uno strumento apposito detto “buratto”, si procedeva poi a mescolare la farina con dell’acqua tiepida finchè si otteneva una pallottola di pasta che

veniva fatta lievitare in un recipiente chiuso per tutta la notte: questa era chiamata

“crescente” e serviva a lievitare la successiva massa. Una piccola quantità di questo impasto veniva tenuta da parte e serviva per la lievitazione successiva.Inizialmente il pane era venduto a misura e aveva la forma di una grande semisfera. Vi era la forma del valore di

un denaro; una forma più grande o doppia ed un’altra più piccola chiamata obolo. Successivamente il prezzo iniziò a essere dettato dal tipo di farina usata: indubbiamente il pane più costoso era il pane di frumento come il provenzale “pain de bouche”, chiaro e

morbido, poi vi era il pane “medianus” ottenuto impastando frumento e cereali inferiori e

infine il pane di bassa qualità prodotto interamente con granaglie di scarto .I pani più

originali però erano quelli che venivano prodotti nei tempi di carestia, quelli che Camporesi chiama del “pane selvaggio” , in cui non si esitò a panificare anche con materie prime che non erano cereali: tra queste quella che ebbe più successo fu la castagna. Questa

pianta di origine europea, diffusa soprattutto in Italia, Francia e Spagna, iniziò ad essere


coltivata già dai tempi dell’Impero Romano e dopo un periodo di stasi, cominciò a

diffondersi per la seconda volta dopo l’anno Mille . Il fenomeno della panificazione del

castagno è stato di una portata tale che alcuni studiosi hanno coniato per questo frutto, l’espresssione “civiltà del castagno” .Questa “civiltà” è identificabile con le popolazioni

dell’alta collina e della montagna, specie quelle comprese tra i 300 e i 1000 metri, visto che è questa la fascia di diffusione naturale del castagno.La raccolta delle castagne avveniva

tramite “bacchiatura”, dopodiché o le si mangiava fresche, oppure si procedeva a essiccarle al fine di ricavarne della farina. Quest’operazione avveniva nel “seccatoio”, un edificio costruito nel bosco, che disponeva di un piano inferiore adibito a forno. La farina ricavata

aveva la peculiarità di possedere più amido e zucchero rispetto alla semplice castagna

consumata fresca, ed era in grado, perciò, di assicurare all’organismo una valida alternativa

in caso di mancanza di altre sostanze alimentari. Dalla sua farina, oltre al pane, si poteva ricavare una polenta dal sapore dolciastro ed anche fare il “castagnaccio”, tipico dolce

toscano che si trova ancora oggi.Un altro tipo di pane che, per le sue particolarità, merita

considerazione è sicuramente quello ottenuto dall’orzo. Per lo scarso contenuto di glutine, la poca elasticità e quindi la sua difficoltà a lievitare, l’orzo non si prestava facilmente alla

panificazione e il suo consumo era abbastanza raro . Vi si ricorreva esclusivamente nei

momenti di cattivo raccolto, ma lo stesso non si può dire di molti anacoreti e filosofi, che lo consumavano proprio in virtù di quell’"aridità”, per cui era tanto inviso. In quanto

capace, secondo la mentalità del tempo, di asciugare l’umore umido, questo tipo di pane diventò il cibo d’elezione di tutti quelli che, passando per la mortificazione del piacere fisico, cercavano il distacco dal mondo.


Il cibo del contadino nel Medioevo

Spiegare le pratiche alimentari del mondo contadino è estremamente difficile, perché la

cucina dei poveri non è stata scritta e per ricostruirla bisogna necessariamente ricorrere o agli indizi archeologici o alle informazioni distribuite nei censimenti, nei testamenti, negli

inventari post-mortem o in quelle rintracciabili nei documenti che ci parlano dei banchetti funebri. I censimenti indicano la parte della produzione agricola dovuta al signore dai suoi dipendenti ma non le loro abitudini alimentari.Fino alla fine del XIII

secolo le rendite in natura erano costituite da prodotti di qualità facilmente trasportabili:

grano, vino, pollame, prosciutti, pesce salato e formaggi.Per i fittavoli e per i piccoli proprietari terrieri questi articoli erano quasi alimenti di lusso, il pagamento della rendita

per gli uni, e la necessità di procurarsi il denaro, li costringevano a consumarne il meno

possibile e a riservarli ai banchetti.Molte famiglie contadine si sforzavano di trarre dalle terre che coltivavano i prodotti di cui avevano bisogno e di comperare sul mercato solo quelli che non potevano produrre.Il regime alimentare delle classi rurali più modeste era

povero, in Francia nel 1268 la razione per una coppia di sposi soggetti a corvée era

composta da una pagnotta di pane da 2,25 kg, da 4 litri di vino e da 200 grammi di carne o

di uova.Il pane consumato dai contadini era prodotto con i cereali meno pregiati, come

l’orzo e la segale e aveva un colore scuro. Quanto al vino esso presentava dei vantaggi che

lo rendevano allettante per i ceti rurali più bassi, un valore nutritivo considerevole, proprietà antisettiche ed effetti euforizzanti.Riguardo al consumo di carne, va detto che la


dieta contadina subì un notevole cambiamento tra alto Medioevo e basso Medioevo, fino al IX secolo i rustici ebbero la possibilità di soddisfare il loro fabbisogno di carne senza particolari problemi, ma con la chiusura progressiva degli spazi di caccia fu assai più

difficile per loro procurarsela.Tuttavia il maiale continuò ad essere fondamentale nel regime alimentare contadino, le pecore e i castroni si mangiavano invece quando erano

vecchi, dopo che avevano esaurito la capacità di produrre lana e latte.Anche i legumi erano viveri importanti, tanto le fave, le lenticchie e i ceci comparivano spesso sulle tavole

contadine.Negli orti familiari si coltivava un’ampia varietà di verdure: cavoli, cipolle, aglio, porri, rape, spinaci e zucche. Il quadro è completato dalla raccolta, nei prati e nei

boschi, di asparagi, di crescione, di funghi e di alcune piante aromatiche, come la maggiorana, il timo, il basilico, l’alloro, il finocchio o la salvia.Con i legumi, le verdure, piccole quantità di carne, di grasso o raramente di olio, e pezzi di pane duro o farina, le

contadine preparavano delle minestre o degli stufati, piatti caldi che venivano

accompagnati dal pane e dal vino. Nei giorni di penitenza, la carne era sostituita dal

formaggio, dalla frutta secca, dalle uova o dal pesce e il grasso dall’olio di oliva.In alcune rare occasioni, quasi sempre in concomitanza con le grandi feste liturgiche, per compensare i giorni di penitenza e per rompere la monotonia quotidiana, le famiglie

contadine miglioravano i loro pasti, si organizzavano dei banchetti in cui la carne (quasi

sempre di pecora) era accompagnata dai condimenti locali (aglio e cipolla) e addirittura in alcuni rari casi veniva insaporita con le spezie (pepe), la frutta fresca invece non era particolarmente apprezzata.


Tonno in salsa gialla Il tonno è un pesce che si trova nel mare e negli stagni marini della Linguadoca, che non

ha lische se non quella centrale e che ha la pelle dura. Va fatto cuocere in acqua e si mangia con la salsa gialla. Ingredienti: 800 g di tonno a fette o in un solo pezzo, 15 g di sale grosso per ogni litro d’acqua.

Procedimento: Lavare e asciugare il pesce. Metterlo in acqua fredda salata, portare a ebollizione e lasciar cuocere a fuoco lento per 15-20 minuti. Controllare la cottura con la punta di un coltello. Disporre in un piatto, versarvi sopra la salsa gialla detta poivre jaunet e servire immediatamente.

Salsa gialla

Prendete zenzero, zafferano, pane arrostito messo a bagno in acqua magra di cavoli e fate bollire. Quando si leva il bollore aggiungere l’aceto.

Ingredienti: 1 fetta di pane, 15 cl di brodo di cavoli, o anche acqua, 5cl di buon aceto, ½ cucchiaio di zenzero in polvere, 1 bel pizzico di stigmi di zafferano, sale.

Procedimento: togliere la crosta al pane e arrostirlo. Metterlo a bagno nel brodo. Quando è completamente rammollito, schiacciarlo con cura, aggiungere le spezie a questa pappa e

metterla sul fuoco. Quando leva il bollore, aggiungere l’aceto e cuocere a fuoco lento

finché non addensi. Salare e, se necessario, aggiustare il condimento. Se si vuole ottenere una salsa più omogenea, la si può passare al setaccio. Servire versandola sul pesce.


età medievale 2007..2009