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La domenica mattina andai in chiesa. Mia madre cercò di guastarmi la festa facendomi mettere il cappello, ma in strada me lo tolsi tenendolo sotto braccio. Sapevo bene come stavo con quel cappello in testa. Harriet me l’aveva detto tante volte: sembravo una vecchia zitella a una mostra floreale. Nel viottolo incontrai il postino a riposo che cercò di trattenermi. Era in precario equilibrio sulla bicicletta, con le gambe divaricate per non cadere. “Salve, salve, salve.” Avrebbe potuto continuare così in eterno, come un bambino piccolo che conosce solo le parole più elementari. “Salve, salve, che bello vederti! Che carina che stai diventando… che bello…” “Salve, salve,” gli risposi, un po’ audacemente a dir la verità: ma del resto, Harriet non c’era. “Ho avuto un bel guaio,” disse il postino in tono confidenziale. “Mia madre, sai. Esatto, ho sentito una botta, allora ho pensato che le era caduto qualcosa, le cade sempre tutto, ma quando vado a vedere non riesco ad aprire la porta. È stesa contro, a pelle di leone. Ho dovuto spingere per bene, te lo dico io. È un donnone. Poi ho visto che aveva uno squarcio così in testa.” 1


“Ma è terribile!” Passò una donna su una piccola bicicletta, da cui letteralmente traboccava. “Salve, salve,” esclamò il postino; ma non ricevette risposta. “Signora Biggs!” insistette, girandosi sul sellino fin quasi a cadere. Solo dopo pranzo, quando mia madre mi domandò se in chiesa avevo visto qualcuno che conoscevo, rammentai la signora Biggs. La donna in bicicletta che il postino aveva salutato invano era la moglie dello Zar. Andai in camera e mi sdraiai sul letto, cercando di ricordare il suo aspetto. Dunque: era grossa, più alta di lui e con i capelli grigi. Perciò era vecchia. Giacca di tweed con la cintura. Gambe massicce. Tutto qui. La signora Biggs era la donna che aveva spifferato a mia madre di aver visto me e Harriet sulla spiaggia con i prigionieri italiani. “Mamma!” Aprii la porta e mi fermai sul pianerottolo. Sentivo che stava dicendo qualcosa a Frances al piano di sotto. “Mamma!” La porta della cucina si aprì. Si sentì cigolare il pomello dell’uscio mentre mia madre ci si appoggiava sopra. Immaginai l’espressione zuccherosa di mia madre mentre guardava interrogativamente nell’atrio. “Sì, tesoro.” “È stata la signora Biggs di Timothy Street quella che ha detto che ci vedevamo con i prigionieri italiani?” Mi sentii molto coraggiosa a tirar fuori quella storia. Naturalmente Harriet aveva mentito in modo così convincente che mio padre aveva definito la signora Biggs una strega, ma poi la mamma mi aveva trattato freddamente per parecchie settimane. 2


“Sì, credo. Perché?” Di colpo si era incuriosita. Se non mi sbrigavo, me la sarei ritrovata di sopra a fare quattro chiacchiere. “Oh, niente. Penso di averla incontrata stamattina, ecco tutto.” Attesi un momento prima di tornare in camera e chiudere la porta. Così, era lei. L’anno prima aveva visto Harriet fra le braccia di un prigioniero italiano. Io ero con un altro dietro una duna, e aveva solo sentito la mia voce. Aveva detto a mia madre che Harriet era una cattiva compagnia, ma non era mai andata a parlare ai suoi genitori. Harriet l’aveva incontrata per strada e le aveva detto di farsi gli affari suoi. Era così inviperita che la donna aveva fatto un passo indietro per lo spavento. Ma se la signora Biggs mi avesse visto con lo Zar sarebbe andata fino in fondo, e non ci sarebbe stata Harriet a difendermi. Mi sentivo disperata. Non sopportavo che la mamma fosse arrabbiata con me. Quando ero piccola, era tutto così diverso. Birichinate da nulla, espiate con qualche rimprovero o due sculaccioni. Non mi spaventava la sua collera; ero solo infastidita dalla futilità delle sue reazioni emotive. Aspettai ansiosamente che finisse il tè e mi diressi verso la chiesa, sapendo che avrei incontrato lo Zar. Aveva ricominciato a piovere, e sedemmo sotto il portico del sagrato, con i piedi sulla tomba di un cavaliere normanno, a discutere distrattamente di che cosa è importante. Dissi che i resti storici sepolti sotto i nostri piedi erano degni di considerazione. In fin dei conti, lui aveva visitato le rovine della Grecia. Ma lo Zar si limitò a commentare: “Sciocchezze, è solo un mucchio d’ossa”. “Ma è romantico.” Rivolse uno sguardo cupo al mondo verdeggiante e fradicio che ci circondava e disse: “Ah, davvero? Davvero lo pensi?”. 3


Quando avevo quasi trovato le parole per raccontargli della signora Biggs, aggiungendo che sarebbe stato meglio se non ci fossimo più incontrati, lui mi precedette. “Mi sono sposato qui. Il rinfresco di nozze lo abbiamo fatto dove sei seduta adesso.” Che squallore, pensai, stare qui sul sagrato ad ascoltare i ricordi di un vecchio. “Mi ero messo il vestito scuro,” cominciò lo Zar, soffiando il fumo della sigaretta davanti a sé, “e lei aveva un abito color caffè, molto corto, e scarpe a punta con la fibbia. Siamo venuti a piedi da Timothy Street, e mentre ci sposavamo sua madre e il Canonico erano seduti in fondo alla chiesa. La cerimonia l’ha celebrata Arthur, un mio amico, che è scivolato e ha fatto un salto sui gradini dell’altare. All’epoca,” aggiunse, guardando i pioppi fradici che stormivano vicino al cancello di casa del Canonico, “attorno alla chiesa non ci avevano ancora messo le tombe. Al loro posto c’erano degli alberi, degli olmi alti e grossi che non lasciavano passare la luce. Quando li hanno tagliati ci sono state delle proteste, ma le ragioni erano valide. Bisognava tagliarli per forza, c’erano troppi morti da seppellire. Riuscivo appena a distinguere Arthur perché aveva la tunica bianca: sembrava una falena nelle tenebre. Poi siamo usciti, sua madre ha scartocciato la torta che aveva fatto, e lei, il Canonico e sua moglie se la sono mangiata quasi tutta, seduti lì dove sei tu. Io non ne ho presa. Non avevo fame.” Si zittì. Io non riuscivo a muovermi. Fissavo il pavimento, sorpresa di non scorgervi qualche briciola sgusciata pigramente dalle labbra del Canonico. Avevo sonno: mi sentii invadere da una cupa pesantezza. Era vecchio. Lo conoscevamo da tanti anni, e non l’avevamo mai visto 4


giovane. Lo avevamo salutato con fugaci sorrisi e cenni del capo; lui aveva risposto toccandosi il berretto floscio e agitando la mano, mentre discendeva il viottolo verso il mare. Per tutto quel tempo noi eravamo cresciute e lui era rimasto identico. Così a occhio, doveva aver sposato la signora Biggs vent’anni prima che noi nascessimo. Lo Zar riprese: “Era molto carina, sai…”. Aspettai che continuasse. La sua voce era diventata fioca, come se stesse parlando da solo. “No, non proprio carina. Piena, grossa, la sua gola era… i capelli profumavano di… quei baci appassionati…” Tossii. Starlo a sentire era troppo imbarazzante. Lui si voltò e disse: “Sai, la corte gliel’ho fatta proprio qui. Ci incontravamo sotto il lampione vicino all’albero”. “Ah, davvero.” Dondolai garbatamente le gambe sulla tomba e mi strinsi nelle spalle. “Per tante sere di pioggia… la lotta sotto le foglie del faggio… e tutto quel parlare… le promesse che ci scambiavamo… per la vita e per la morte… il profumo dell’erba… io credevo…” Fui costretta a chinarmi per sentire quello che diceva. Non avrei voluto ascoltare, ma dovevo farlo. “Credevo che le sue gambe fossero fatte di perla, screziate dall’ombra degli alberi… quando udivamo un fruscio fra l’erba io sapevo che era un uccello o uno scoiattolo, non un uomo che ci spiava, e tornavo a chinarmi su lei teneramente, dicendo ‘Kein Mensch, amore mio, kein Mensch’… e adesso i giorni sono passati.” Si schiarì la voce, mi rivolse un’occhiata pensierosa e distolse lo sguardo. Desiderai ardentemente di non averlo mai conosciuto. Fissavo la pioggia sbarrando gli occhi fino 5


a farmi male, sentendo che non sarei mai più stata felice. La donna che scendeva per la via in bicicletta, con tutte le sue promesse trasformate in adipe, e le gambe massicce screziate in modo osceno sotto le foglie del faggio trent’anni prima; e quel pupazzo sulla panchina, con la testa ciondolante e gli occhi colmi di lacrime da melodramma… camminavano insieme nel cimitero. Mi venne da pensare che se gli avessi sfiorato la bocca con la mia avrei sentito sapore di sale, da tanti anni andava avanti e indietro, avanti e indietro sul viottolo che portava al mare. “Ora me ne vado,” dissi a me stessa risolutamente, “adesso vado via.” Lo Zar parlò in tono assorto. “Si sta facendo tardi. È meglio che ci separiamo.” Gli diedi la buonanotte, con una voce tranquilla che mi sorprese. Ci dividemmo all’incrocio vicino alla casa del Canonico: lo Zar per imboccare il viale di pini che portava al passaggio a livello, io per attraversare i campi verso la stazione. Attesi sotto il lampione finché non si voltò per agitare il cappello in segno di saluto. Una sagoma scura, i cui giorni erano passati. Poi cominciai a correre verso casa, gridando forte fra i campi deserti: “Per amor di Dio, Harriet… torna a casa”.

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Estratto da Beryl Bainbridge, Lo dice Harriet Titolo dell’opera originale Harriet said... Traduzione dall’inglese di Massimo Bocchiola © 1972 by Beryl Bainbridge © 2011 astoria s.r.l. via Aristide De Togni 7 – 20123 Milano Prima edizione: gennaio 2011 ISBN 978-88-96919-04-0 Progetto grafico: zevilhéritier

www.astoriaedizioni.it 7


Lo dice Harriet