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James Lacey, l’ex marito di Agatha, di cui lei era ancora innamorata, era rientrato nella sua vita. Si era trasferito nel suo vecchio cottage, lo stesso di un tempo, accanto a quello di Agatha. Ma per quanto apparisse interessato al lavoro di Agatha e all’agenzia investigativa, nei suoi occhi azzurri non c’era nemmeno una scintilluzza d’amore. Agatha si vestì con cura assai maggiore di quella mostrata negli ultimi anni e spese una fortuna dall’estetista, ma completamente invano. Tutto va come prima, pensò tristemente. Le pareva che una mano crudele avesse tirato indietro le lancette dell’orologio del tempo. Proprio quando Agatha stava per gettare la spugna, James passò a trovarla e le disse che certi suoi amici erano venuti a stare ad Ancombe, e li avevano invitati entrambi a cena. Il padrone di casa, disse, si chiamava David Hewitt, ed era un funzionario del ministero della Difesa in pensione. Sua moglie si chiamava Jill. Estasiata che fossero stati invitati come una coppia, Agatha partì con James dal villaggio di Carsely, nei Cotswolds, dove loro due vivevano nei rispettivi cottage, per arrivare ad Ancombe, che era a breve distanza. 1


La fioritura dei lillà era in pieno fulgore. Glicini e clematidi erano aggrappati ai muri dei cottage color del miele, e il biancospino, la pianta della fate, emanava un profumo dolce e inebriante nell’aria della sera. Guidando verso Ancombe, Agatha iniziò a sentirsi preoccupata e nervosa. Aveva fatto qualche rara visita a James nel suo cottage, ma erano sempre state visite brevi. Lui pareva immancabilmente impegnato da qualcosa e sollevato quando lei se ne andava. Agatha era intenzionata a sfruttare al massimo questa uscita. Era vestita con un completo color biscotto abbinato a una camicetta color limone, e sandali con il tacco alto. I capelli castani splendevano. James era vestito con una giacca di tweed sportiva e pantaloni di flanella. “Sono vestita in modo esageratamente elegante?” chiese Agatha. Un occhio azzurro si girò verso di lei. “No, stai bene.” Gli Hewitt abitavano in un villino che portava il nome di Casa Merrydown. Risalendo il breve vialetto ghiaioso, alle narici di Agatha arrivò l’odore di qualcosa che stava cuocendo sulla carbonella. “Non sarà mica un barbecue?” chiese. “Credo di sì. Eccoci.” “James, se mi avessi detto che era un barbecue, mi sarei vestita in modo più adatto.” “Suvvia, non brontolare,” disse bonariamente James, scendendo dalla macchina. Agatha odiava i barbecue. I barbecue andavano bene per gli americani, gli australiani, i polinesiani, o qualunque altro popolo omaggiato da un clima favorevole. Gli inglesi, lo sapeva per esperienza personale, adoravano le carni malcotte, servite su piatti di carta in un giardino infestato dagli insetti. James suonò il campanello. Ad aprire la porta arrivò un 2


donnino con i lineamenti minuti e tirati e occhi grigi slavati. I capelli grigi erano acconciati in riccioli da bimba. Aveva un vestitino fantasia e sandali con il tacco basso. “James, carissimo!” Si protese verso l’alto e lo abbracciò. “E lei chi è?” “Non ricordi, mi era stato detto di portare anche la mia ex moglie. Questa è Agatha Raisin. Agatha, lei è Jill.” Jill prese sotto braccio James, ignorando Agatha. “Vieni. Siamo tutti in giardino.” Agatha li seguì caracollando. Voleva tornare a casa. In giardino c’erano parecchie persone, stavano in piedi e bevevano qualche liquido pieno di frutta. Agatha, che sentiva un gran bisogno di un gin tonic bello carico, ebbe più che mai voglia di fuggire. La presentarono al padrone di casa, che stava cuocendo cadaveri sul barbecue. Portava un buffo grembiule su cui erano disegnati un basco e delle calze a rete. James fu portato in giro e presentato agli altri ospiti, mentre Agatha rimase nel patio lastricato, vacillando sui tacchi. A un certo punto sospirò e si lasciò cadere su una seggiola da giardino. Aprì la borsetta e tirò fuori l’accendino e le sigarette, e se ne accese una. “Le spiace proprio tanto?” Il padrone di casa le si parò davanti, brandendo un coltello. “Cosa?” “In quest’area è vietato fumare.” Agatha si sporse per guardare dietro di lui e fissò il barbecue. Dal cibo sulla graticola stava cominciando a levarsi un fumo nero. “In tal caso farebbe meglio a procacciarsi un estintore,” disse Agatha. “La sua roba sta bruciando.” Lui lanciò uno strilletto allarmato e tornò di corsa al barbecue. Agatha soffiò un anello di fumo perfetto. Sentì 3


evaporare il proprio nervosismo. Non le importava quel che pensava James. Jill era una padrona di casa orribile e, quel che era ancora peggio, pareva essere invaghita di James. E così Agatha rimase placidamente seduta, fumando e sognando che venisse presto la fine di quella serata. Arrivò un segnale positivo. Fu portato fuori in giardino un tavolo, e ci sistemarono attorno le sedie. Aveva temuto di dover stare sull’erba, a mangiare da un piatto di carta, su quei tacchi lunghi ed esili. Jill aveva mollato a malincuore il braccio di James ed era entrata in casa. Ricomparve con due delle signore ospiti, portando bottiglie di vino e bicchieri. “Tutti a tavola!” gridò David. David posò davanti ad Agatha un piatto di cosi anneriti e carbonizzati. Lei si versò un bicchiere di vino. La conversazione si fece generale, tutti parlavano di gente che Agatha non conosceva. Poi colse il nome di Andrew Loyd Webber. “Mi piacciono i suoi musical,” disse, contenta di potersi inserire nella conversazione. Seguì un breve silenzio stupefatto e poi Jill disse con voce condiscendente: “Ma la sua musica è così derivativa”. “Tutta la musica è derivativa,” dichiarò Agatha. “Oh santi numi,” ridacchiò una delle ospiti. “Adesso verrà a dirci che le piace anche Barry Manilow.” “E perché no?” chiese Agatha con aria bellicosa. “È un grande esecutore. E alcune canzoni non sono niente male.” Seguì un altro silenzio e poi tutti cominciarono a parlare contemporaneamente. La borghesia del Gloucestershire io non la capirò mai, pensò Agatha. Oh insomma, tanto vale mangiare, si disse. Tagliò un pezzo di carne che pareva pollo. Le colò del sangue sul piatto. 4


James stava ridendo per qualcosa che Jill aveva detto. Non si era mai degnato di lanciare uno sguardo in direzione di Agatha. L’aveva piantata lì non appena avevano messo piede in casa. All’improvviso Agatha fu colpita da una rivelazione, dal lampo accecante dell’ovvio. Io non sono obbligata a restare qui. Questa gente è cafona e James si comporta in modo vergognoso. Si alzò ed entrò in casa. “Seconda porta a sinistra!” le gridò dietro Jill, immaginando che Agatha volesse andare in bagno. Agatha attraversò tutta la casa e uscì dall’altra parte. Salì in macchina e partì. Che James si arrangiasse, trovasse il modo di tornare a casa. Quando arrivò al cottage, entrò e andò subito in cucina, scalciando via i sandali. I gatti le si attorcigliarono attorno alle gambe per darle il benvenuto. “Ho passato una serata infernale,” disse loro. “Con James finalmente ho chiuso una volta per tutte. Sono cresciuta, ora basta. Che m’importa se anche non lo rivedrò mai più in vita mia.” “Che donna bizzarra!” stava esclamando Jill. “Andarsene così, senza dire una parola.” “Insomma, l’avevi tagliata fuori,” disse James, a disagio. “È stata piantata lì da sola, e non conosceva nessuno.” “Ma ormai non usa più fare le presentazioni alle cene.” “Io sono stato presentato.” “Oh James, tesoro mio. Smettila. Un comportamento davvero eccentrico.” Ma la serata di James ormai era guastata. Adesso vedeva quelle persone attraverso gli occhietti ursini di Agatha Raisin. “È meglio che vada a vedere se sta bene,” disse, alzandosi in piedi. 5


“Ti accompagno io con la mia macchina,” disse Jill. “No, grazie. Sarebbe scortese da parte tua mollare gli ospiti. Telefonerò e farò venire un taxi.” James suonò il campanello di Agatha, ma lei non rispose. Cercò di telefonarle, ma lei non rispose. Le lasciò un messaggio in cui chiedeva di essere richiamato, ma lei non richiamò. James scrollò le spalle. Agatha sarebbe tornata. Prima o poi, tornava sempre. Ma con suo stupore, passarono i giorni, passarono le settimane e Agatha continuò a mostrarsi gelida nei suoi confronti. Rifiutò inviti a cena, dichiarando di essere “troppo impegnata”. Un giorno, facendo la spesa nei negozi di Carsely, James aveva incontrato Patrick Mulligan. Patrick lavorava per Agatha e aveva detto a James che l’agenzia stava attraversando un periodo tranquillo. Quando sir Charles Fraith arrivò per fermarsi qualche giorno da Agatha, James cominciò a preoccuparsi sul serio. Charles un tempo aveva avuto una relazioncella con Agatha, e James lo sapeva. Entrava e usciva dalla sua vita e di tanto in tanto l’aiutava nelle indagini. Per la prima volta in vita sua James con grande stupore si scoprì geloso. Aveva sempre dato per scontato che Agatha avrebbe continuato a stravedere per lui. Era necessario fare qualcosa. “E allora, come sta il tuo ex marito?” chiese Charles un sabato, mentre lui e Agatha erano seduti in giardino. “Te l’ho detto. Non so un accidente e non me ne importa un accidente. Ti ho raccontato di quell’orrendo barbecue.” “Mi sembrano degli stronzoni, ma di gente strana ne conosciamo tutti.” “Mi ha mollata lì! E quando tutti hanno cominciato a 6


sfotticchiarmi per quella storia di Andrew Lloyd Webber, James non ha fatto nulla per venire in mio aiuto.” “Oh, benone. È bello vedere che ti sei liberata dal laccio. Ammesso che tu lo sia, libera dal laccio.” Ma Agatha soffriva di una dipendenza dalle ossessioni. Senza ossessioni in testa, si ritrovava sola con se stessa, situazione che non le garbava affatto. “Ma dunque niente omicidi, di questi tempi?” chiese Charles. “Nemmeno l’ombra. Null’altro che adolescenti scappati di casa e cani e gatti smarriti. Mi sento in colpa. Ho convinto il giovane Harry Beam, il nipote della signora Freedman, a fermarsi da me ancora un anno prima di andare all’università. Il ragazzo si sta annoiando parecchio.” “Gli altri lavorano ancora tutti per te?” “Sì, la signora Freedman è ancora la mia segretaria. Poi ci sono Harry, Phil Witherspoon e Patrick Mulligan come detective.” “Ma perché non ti prendi un po’ di vacanza? Vai da qualche parte. Parti, non stare qui a rimuginare su quello lì della porta accanto.” “Non sto rimuginando su quello lì della porta accanto!” Charles era talmente controllatino e in ordine nei suoi abiti di taglio impeccabile, con i suoi capelli biondi sempre a postino, che ad Agatha certe volte veniva voglia di prenderlo a sberle. Nulla sembrava in grado di increspare la superficie placida di Charles. Spesso Agatha si chiedeva che cosa provasse davvero Charles nei suoi confronti. “In ogni modo,” proseguì Agatha, “oggi mi prenderei una giornata libera. La signora Freedman mi chiamerà se dovesse succedere qualcosa di clamoroso. Ma qual è il problema di Andrew Lloyd Webber, esattamente?” 7


“Non chiederlo a me. Io la borghesia non l’ho mai capita.” Infiammato dalla gelosia, James non si fermò a riflettere se davvero volesse riavere nella propria vita Agatha, la donna che così spesso lo irritava. Si mise di sentinella e aspettò che Charles se ne andasse, e poi aspettò ancora un po’ finché non vide Agatha uscire dal cottage. Schizzò fuori dalla porta per tenderle un’imboscata. “Ciao James,” disse Agatha, con gli occhietti grandi come due sassolini. “Sto andando all’emporio a fare la spesa.” “Ti accompagno e faccio due passi. Ho una proposta da farti.” “Oh, ma così all’improvviso,” disse cinicamente Agatha. “Rallenta il passo, stai correndo. Sento che siamo partiti con il piede sbagliato. Quel barbecue in effetti è stato orribile. Quindi ho una proposta da farti. Se non sei troppo presa in ufficio, potremmo andare in vacanza insieme.” Il cuore di Agatha cominciò a battere forte e lei si fermò di botto all’ombra di un albero di lillà. “Pensavo di stupirti e portarti in un posto speciale che un tempo mi era assai caro. Sai, forse non ti ho detto di aver chiuso con i libri di storia militare. Ora scrivo libri di viaggio.” “Dove avresti pensato di andare?” chiese Agatha, mentre nel cervello le sfilavano immagini di isole del Pacifico e di paesini italiani. “Ah, sarà una sorpresa.” Agatha esitò. Ma poi capì che se avesse rifiutato non se lo sarebbe mai perdonato. “D’accordo. Che vestiti devo portare?” “Quelli che porti di solito in vacanza.” 8


“E quando partiamo?” “Il prima possibile. Che ne dici del prossimo fine settimana?” “Bene. Dove vai?” “A casa, a fare qualche telefonata.” Una volta rientrata, Agatha guardò il telefono e poi decise che molto semplicemente non poteva non comunicare quella notizia così favolosa all’amica Margaret Bloxby, la moglie del pastore. Fece uscire i gatti in giardino e poi partì quasi di corsa per andare in canonica. Con i capelli grigi e la faccia mite, la signora Bloxby aveva sempre l’effetto di un balsamo sui sentimenti in subbuglio di Agatha. “Vieni dentro, signora Raisin,” disse. “Sei tutta rossa e affannata.” Agatha e la signora Bloxby facevano entrambe parte della Società delle Dame di Carsely ed era un’antica tradizione quella di chiamarsi per cognome. “Mettiamoci in giardino,” disse la signora Bloxby, facendo strada. “È una giornata meravigliosa. Caffè?” “No, non ti disturbare.” Agatha si accomodò su una seggiola del giardino e la signora Bloxby si sedette di fronte a lei. Ti prego, fa’ che non sia qualcosa che ha a che vedere con James, pregò la signora Bloxby. Spero tanto che abbia superato quella storia. “Si tratta di James!” esclamò Agatha, e la signora Bloxby ebbe un tuffo al cuore. “Credevo non volessi più avere nulla a che fare con lui.” “Oh, questo per colpa di quell’orribile ricevimento di cui ti ho parlato. Però senti un po’ qui. Ha in mente di portarmi in vacanza.” 9


“Dove?” “Sarà una sorpresa.” “Ma è una buona idea? Potrebbe trattarsi di un posto che detesti.” “Adesso scrive di viaggi e chi scrive di viaggi non si occupa di posti squallidi. Devo dimagrire, se voglio fare bella figura in spiaggia.” “Ma come fai a sapere che andrete in spiaggia?” Agatha cominciò ad arrabbiarsi. “Senti, è chiaro che sta pensando a una vacanza romantica. Sei un po’ deprimente, Margaret.” La signora Bloxby sospirò. “Ovviamente spero che passerai giornate splendide. È solo…” “È solo cosa?” disse bruscamente Agatha. “È solo che James si è sempre comportato come uno scapolo incallito, ed è capace di essere alquanto egocentrico. Questa vacanza sarà una cosa che piace a lui, non una cosa che secondo lui potrebbe piacere a te.” Agatha si alzò dalla sedia, irritatissima. “Bene, grande saggia, io me ne vado a fare un po’ di acquisti.” “Non ti arrabbiare con me,” la supplicò la signora Bloxby. “È che mi dispero alla sola idea che tu possa starci di nuovo male.” Ma come unica risposta ebbe lo sbattere del cancello del giardino. Agatha si lanciò in uno shopping compulsivo: un costume da bagno nuovo, un abito da sera leggerissimo, completi da spiaggia, una borsa da spiaggia. Nelle sue fantasie, lei e James stavano sul terrazzo di un albergo e guardavano la luna che splendeva sul Mediterraneo. Lui la prendeva tra le braccia, la voce roca di desiderio, e diceva: “Ti ho sempre amata”. 10


Patrick Mulligan, Phil Witherspoon e Harry Beam la rassicurarono che in sua assenza se la sarebbero cavata senza problemi. Quando giunse il gran giorno della partenza, Agatha sentì James suonare rabbiosamente il clacson mentre ancora lei stava facendo e rifacendo i bagagli. Alla fine emerse dal cottage, trascinando una valigia così pesante che pareva che dentro ci fosse un’incudine. L’amante delle sue fantasie svanì, rimpiazzato dall’autentico e presentissimo James Lacey. Lui mise la valigia nel bagagliaio e sentenziò: “Pensavo che saresti rimasta lì dentro tutto il giorno”. “Ebbene, eccomi,” disse allegramente Agatha. La notte prima non era riuscita a chiudere occhio per l’emozione. La macchina si mise in moto e, in breve, Agatha si addormentò. Dopo due ore si svegliò di soprassalto. Il parabrezza era chiazzato dalla pioggia. Il paesaggio sembrava costituito da fabbriche. “Siamo già all’aeroporto?” chiese. “Non stiamo andando in aeroporto. Non fare domande, Agatha. Si è detto che sarà una sorpresa.” Probabilmente andiamo a prendere il traghetto, pensò Agatha. Oh, che meraviglia sarebbe stato mollare l’Inghilterra grigia e uggiosa, per sbucare nel sole straniero. Le fabbriche e poi qualche villa cedettero il passo a una campagna martellata dalla pioggia, dove pecore umidicce si affollavano al riparo dei muretti a secco. Un gheppio volò sopra le loro teste come un messaggero di sventura. “Dove siamo?” chiese Agatha. “Nel Sussex.” “Ma quali traghetti della Manica partono dal Sussex?” “Non guastare la sorpresa facendo domande, Agatha.” Lei si vide passare di fianco, con crescente apprensione, 11


miglia e miglia di campagne zuppe. Erano forse diretti a Brighton? Sarebbe stato davvero poco originale. James guidò lungo una strada parallela alla scogliera, poi svoltò. Dopo due miglia accostò al bordo della strada, davanti a un cartello che diceva: snoth-on-sea. “Ecco la sorpresa,” fu il suo sinistro annuncio. “È una delle ultime località marittime intatte della Gran Bretagna. Venivo qui da ragazzino, con i miei genitori. Un bel posto. Ti piacerà moltissimo.” Agatha ammutolì, pensando a tutti gli abiti estivi, ai completi da spiaggia e ai flaconi di creme solari, idratanti e trucchi che appesantivano la sua valigia. Cercò di scacciare dalla mente la voce mite della signora Bloxby. “Questa vacanza sarà una cosa che piace a lui, non una cosa che secondo lui potrebbe piacere a te.” James entrò nel centro abitato guidando piano, pronto ad assaporare ogni istante. Nei sobborghi ebbe il primo shock. C’era un grosso complesso residenziale, dall’aria sudicia e deprimente. Con ansia crescente si addentrò nel centro della cittadina. Aveva prenotato due stanze all’Hotel Palace, che lui ricordava come un grande edificio edoardiano piacevolmente imponente, di fronte al mare e al molo. Oh, quel fantastico teatro in fondo al molo dove i suoi genitori avevano portato lui e sua sorella a vedere gli spettacoli di vaudeville. Dirigendosi verso il lungomare, James notò che tutti i negozietti che un tempo vendevano cose tipo gelati e cartoline erano stati rimpiazzati da catene commerciali. La strada principale parallela al lungomare era stata ampliata ed era piena di traffico. James non vedeva l’ora, adesso, di raggiungere la calma raffinata del Palace. Si destreggiò in un ingorgo. Dal lungomare si vedevano levarsi rabbiose 12


onde nere e grigie, che spedivano in aria sbuffi di schiuma. Il molo c’era, ma la parte dove un tempo c’era stato il teatro era crollata in acqua. James parcheggiò davanti al Palace e aspettò che qualcuno arrivasse di corsa a prendere i bagagli. Non si vide nessuno. Sul lato c’era un’insegna al neon lampeggiante che diceva archeggio uto, perché due delle lettere si erano spente. Entrò lì dentro. Agatha era sprofondata in un silenzio minaccioso. James tirò giù le valigie dal bagagliaio e cominciò a trascinarle verso l’ingresso principale dell’albergo. All’uscita del parcheggio furono accolti da una raffica di pioggia, e i capelli di Agatha, freschi di messa in piega, le frustarono la faccia. All’interno, la sala, che un tempo era stata un’oasi piena di poltrone comode, con palme in vaso e un camino a legna, adesso era disseminata di sedie in finta pelle, e il camino era stato rimpiazzato da un radiatore elettrico. James fece il check-in. In gioventù aveva visto il personale vestito con uniformi eleganti. Ma a registrarli adesso fu una ragazza pallida e apatica, con il piercing al naso. Stanze separate, pensò Agatha. Avrei dovuto immaginarlo. Non c’era un facchino, quindi James fu costretto a trascinare le valigie dentro l’ascensore. “Tu sei alla venti,” disse tutto allegro. “Eccoti la chiave.” Al Palace non usavano tesserine di plastica. L’unica reliquia dei tempi andati era la grossa chiave d’ottone che James consegnò ad Agatha. Lei la prese in silenzio. James la aiutò ad aprire la porta. “Ci vediamo di sotto tra – diciamo – un’ora?” “Certo,” disse Agatha. Tirò dentro la stanza la valigia e chiuse la porta in faccia a James. Si sedette sul letto guardandosi attorno. Sulla camera incombeva un massiccio armadio in mogano. Sotto la fine13


stra c’era un tavolo rotondo coperto da un pizzo sbiadito. Il tappeto, che un tempo era stato verde e pieno di rose rosse, era ormai consunto e di un colore triste e uniforme. Su una parete era appeso un paesaggio marino di pessima fattura. A rammentare i giorni di gloria dell’albergo c’era un camino in marmo, ma il focolare era stato chiuso e lì davanti troneggiava una stufetta elettrica. Accanto al camino un contatore in cui inserire le monete. Niente minibar. Niente tè e caffè gratis. La pioggia batteva sui vetri e il vento gemeva come una banshee. Il letto era coperto da una scivolosa trapunta rosa, un predecessore del piumone, quel genere di coperta che in una notte fredda di sicuro ti casca dal letto. Agatha era indecisa sul da farsi. Il buonsenso le diceva di chiamare un taxi e di tagliare la corda da Snoth-on-Sea. La fantasia le diceva che magari il tempo sarebbe cambiato, il sole sarebbe tornato a splendere e lei e James si sarebbero risposati. Vinse la fantasia. Ma quel briciolo di buonsenso rimasto la spinse ad andare a comprare abiti caldi. Nella strada principale aveva notato un negozio che vendeva abbigliamento rustico. Lieta di aver indossato un soprabito per il viaggio, scese al piano di sotto. Perlomeno avevano degli ombrelli a disposizione degli ospiti, in un portaombrelli di fianco alla porta. Agatha ne prese uno e lottò contro il vento per girare l’angolo e poi imboccare la strada principale. Nel negozio comprò pantaloni e calze pesanti, una giacca Barbour verde e un cappello da pioggia. Poi entrò nel grande magazzino accanto e comprò diverse paia di mutande bianche e semplici per rimpiazzare le cosucce sexy e setose che si era portata dietro, e un paio di comode ed economiche scarpe da passeggio. 14


Portò in albergo gli acquisti, si cambiò d’abito indossando pantaloni, maglione, calzettoni e scarpe da passeggio, e poi scese al bar. James era seduto a un tavolino d’angolo, e osservava il mare agitato. Nel bar era diffusa musica di sottofondo. Agatha andò a sedersi di fronte a lui e disse: “Vorrei un gin tonic. Forte”. James fece un cenno a una cameriera, e quella prese l’ordinazione con un’espressione tale sulla faccia smorta che sembrava che lui l’avesse appena insultata. Quando il suo gin tonic arrivò – niente ghiaccio e una stanca fettolina di limone – Agatha bevve un sorso per farsi forza e aprì la bocca per mandare James a quel paese. Però lui la disarmò dicendo mestamente: “Ho commesso un errore terribile. Mi dispiace. Per me questo era stato un posto magico. Era così silenzioso, pieno di pace. E questo albergo era splendido, la sera ci suonava l’orchestra. E invece guardalo ora! Ci sono venuto da bambino, e dunque ricordavo solo i giorni belli, suppongo. Mi farò perdonare. Staremo qui solo un paio di giorni e poi ce ne andremo da qualche altra parte. Andremo a Dover e prenderemo il traghetto per la Francia. O qualcosa del genere. Ho controllato il menu di questa sera. Non sembra niente male. Ci beviamo ancora qualcosa e poi ce ne andiamo in sala da pranzo. Io ho appetito. E tu?”. Agatha gli sorrise teneramente. “Mangerei volentieri qualcosa.” La sala da pranzo era un antro vasto e freddo. I lampadari della gioventù di James erano stati sostituiti da un’illuminazione cruda. Gli ospiti erano pochi. Un grande tavolo vicino alla finestra era occupato da una famiglia, o almeno 15


da quella che Agatha identificò come famiglia. Una donna paffuta con i capelli biondi tinti e la faccia grassa aveva una voce stridula che si sentiva in tutta la sala. Accanto a lei un ometto dall’aria disfatta, in giacca e cravatta. Non la finiva di armeggiare con la cravatta, come se stesse morendo dalla voglia di levarsela. Una giovane donna vestita di pelle nera stava punzecchiando il cibo con la forchetta e di tanto in tanto parlava con un giovanotto con il cranio rasato e il dorso delle mani tatuato. Un signore più anziano con i capelli ben pettinati e baffetti alla Hitler sorrideva con indulgenza a tutti. La sua compagna era magrissima, con la chioma rossa fiammante e un ombretto verde. La donna con la faccia grassa si avvide che Agatha li stava fissando e gridò attraverso tutta la sala: “Ehi, tu! Fatti gli affari tuoi, scema!”. James fece per alzarsi, ma Agatha aveva già lasciato il tavolo e stava affrontando la donna. “Ma chiudi quel tuo stupido becco e lasciami mangiare in pace,” sibilò Agatha. “Va’ al diavolo, vecchia befana.” “Fottiti,” disse Agatha con ferocia e tornò da James con passo altero. “Ti ricordi Wyckhadden?” chiese Agatha. “Era un posticino delizioso, in confronto a questo.” “Preferirei dimenticare Wyckhadden,” disse freddamente James. Agatha arrossì. Anche se in quel paesino aveva lavorato su un caso di omicidio, si era dimenticata che James proprio a Wyckhadden aveva beccato lei e Charles insieme a letto. James e Agatha avevano ordinato entrambi bisque di aragosta. Era bianca, grumosa e insipida. “Devo dirvi due parole.” Il tipo con il cranio rasato in16


combeva su di loro. “Questa è la luna di miele di mamma e voi l’avete offesa.” “Ha cominciato lei,” protestò Agatha. “Senta, se ne vada,” disse James. “Ti credi chissà chi, eh?” lo schernì Crapa Pelata. “Ma vieni un po’ fuori.” “Non sia sciocco.” “Vieni fuori o la faccia te la rompo qui.” James sospirò, lasciò cadere il tovagliolo e seguì Crapa Pelata fuori dalla sala. “Ben fatto!” sghignazzò Faccia Grassa. “Provate anche solo a torcergli un capello,” gridò Agatha, “e io ti ammazzo, brutta stronza!” Il direttore arrivò di corsa in sala. “Che cos’è questo baccano? Che sta succedendo, qui?” “Niente,” disse Faccia Grassa. Agatha si precipitò fuori dalla sala. James stava rientrando nell’albergo proprio in quel momento. “Ha smesso di piovere,” disse tranquillamente. “Ti sei fatto male?” “Non quanto lui.” Tornarono al tavolo. Crapa Pelata tornò zoppicando e tenendosi il labbro gonfio. La famiglia al tavolo rotondo confabulò in frenetici sussurri, lanciando occhiate velenose ad Agatha e a James. La portata successiva era pollo à la provençale. In altre parole carne gommosa coperta da pomodoro in scatola. Agatha lasciò cadere la forchetta, disgustata. “James, andiamocene da qui e troviamoci un pub o un posto dove vendano fish and chips.” “Aspettami qui,” disse James. “Prima voglio dire due paroline al direttore. Non sono uno snob, ma a quella famiglia 17


orribile non si sarebbe mai dovuto permettere di stare qui. Stanno terrorizzando gli altri ospiti.” “Con tutto quell’ambaradàn, non ho fatto caso agli altri ospiti.” Agatha si girò. Una coppia anziana stava mangiando il più in fretta possibile, non c’era dubbio che volessero tagliare la corda alla svelta. Una coppia giovane con un bambino piccolo aveva la testa così china sui piatti che sembrava ansiosa di sparirci dentro. “Io con quella famiglia orrenda non ci resto!” disse Agatha. “Vengo con te!”

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Estratto da: Agatha Raisin – Amore, bugie e liquori Titolo originale dell’opera: Agatha Raisin. Love, Lies and Liquor Traduzione dall’inglese di Marina Morpurgo © 2006 by M.C. Beaton © 2017 astoria srl corso C. Colombo 11 – 20144 Milano Prima edizione: aprile 2017 ISBN 978-88-98713-64-6 In copertina: illustrazione di Alice Tait Progetto grafico: zevilhéritier

www.astoriaedizioni.it

Agatha Raisin – Amori, bugie e liquori  

James è tornato, si è ritrasferito a Carsely e chiede ad Agatha di fare una vacanza insieme, con destinazione a sorpresa! Convinta di andare...

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