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n. 4 - maggio 2012

Organo dell’Associazione Romano Viviani - periodico quadrimestrale

Il trasporto pubblico, Il nostro mestiere

Viaggio nella Toscana rurale

TESTI DI

Simone Bertini, Marco Gamannossi, Marco Gamberini, Francesco Gurrieri, Luciano Piazza, Giampaolo Pioli, Leonardo Marras


Panorama Mugello

Numero TRE - DICEMBRE 2011

Organo dell’Associazione Romano Viviani, periodico quadrimestrale. Registrazione del Tribunale di Firenze n. 5671 del 13 agosto 2008. Associazione Romano Viviani via Cavour, 38 - 50129 Firenze www.associazioneviviani.org Direttore editoriale: Riccardo Conti Direttore responsabile: Pierfrancesco Listri Segreteria di redazione: Sara di Maio, Marta Romanelli Responsabile web: Andrea Vignozzi Le immagini di questo numero sono state scele e create da Luisa Garassino Tipografia: Nuova Grafica Fiorentina, Firenze Grafica, editing, impaginazione: Edizioni SICREA via Gramignano, 70 - 50144 Firenze tel. 055 8953651 - fax 055 8953843 www.sicrea.eu


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La politica cambia, i valori restano? di Giacomo Scarpelli

Viaggio nella Toscana rurale

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Il passaggio allo sbaraglio? di Francesco Gurrieri

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Governo del territorio: mancano progetti coesi di Marco Gamberini

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Buono l’andamento dell’agroalimentare di Simone Bertini

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Agricoltura: la Toscana tiene botta di Leonardo Marras

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La base delle esigenze individuali e collettive di Marco Gamanossi

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Paesaggi vitivinicoli, un banco di prova di Giampaolo Pioli

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Neocomunitarismo ed urbanistica di Annick Magnier

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Robe di America di Marco Marcucci

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Lontano di Maurizio Izzo

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Chianti - panorama con cementieria

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Editoriale di Riccardo Conti

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I Suicidi della crisi di Gianni Cuperto

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L’universale è il quotidiano, spunti di riflessione oltre le sintesi di Giulia Fossi

Territorio rurale e politiche di integrazione territoriale di Luciano Piazza

EDITORIALE di Riccardo Conti

Chi si ricorda il dibattito sulla “Toscana felix”? A metà degli anni ’90 andava per la maggiore quell’immagine aulica; analisi attuali sul consumo di suolo e sui valori immobiliari ci descrivono, invece, oggi, come in quegli anni stesse incubando anche in Toscana quello che studiosi prestigiosi come Bellicini hanno definito il “secondo boom” edilizio del dopoguerra o più icasticamente, con Giulio Sapelli, hanno rappresentato come il “declino nascosto sotto il mattone”, entrambi riferendosi a fenomeni di carattere planetario. Se risentiva di una certa dose di colto conformismo l’immagine della “felicità toscana”, altrettanto ideologica sarebbe una lettura dello sviluppo toscano come cementificazione successiva di una sorta di Eden incontaminato ed intatto. Ragioniamo. Se uno guarda ai fenomeni di consumo di suolo – per un’analisi critica soddisfacente rimando al saggio di Chiara Agnoletti pubblicato sul numero di Scelte Pubbliche dedicato alla “buona urbanistica”, consultabile sul sito dell’Associazione – deve intanto cogliere un punto: i dati

rilevabili sono il frutto di stagioni pianificatorie precedenti ed è operazione sommaria guardare a quelle stagioni con occhi saccenti, avulsi dal clima di allora. Il processo riformatore che si aprì a metà degli anni ’90 e che via, via, si è sviluppato nel corso del primo decennio del 2000 era appunto la risposta faticosa, magari incompiuta, a problemi inediti: l’esplosione dei valori immobiliari e della rendita, la crisi del sistema distrettuale, la sempre più complessa politica di tutela dei grandi patrimoni paesaggistici e culturali della Toscana. Insomma, di una grande regione urbana immersa in un territorio rurale unico al mondo ed intriso di valori urbani, antropizzato, vissuto. Qualcuno scriverà, prima o poi, riflessioni non semplicemente contabili sulle dinamiche della rendita urbana in Toscana, sui suoi effetti profondi. La mia opinione è che la finanziarizzazione del capitalismo ha assunto in Toscana soprattutto le vesti dell’investimento immobiliare, con un conseguente spiazzamento di redditi e produzione a favore di uno sviluppo marcato della rendita urbana. Proprio, paradossalmente, mentre si esaltava la “Toscana felix”. Ed è vero che in quegli anni, i ’90, la Toscana usciva segue a pag. 2

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EDITORIALE segue da pag. 1

dalla crisi della mezzadria, certo attraverso processi di modernizzazione agroindustriale importanti, come nel caso dell’industria vitivinicola, ma anche attraverso processi di attrazione e nuovo insediamento di ceti benestanti alla ricerca di un “buen ritiro”, dando luogo ad un fenomeno inedito di diffusione di una rendita tipicamente urbana nella campagna toscana. Ciò ha comportato una modifica significativa nella struttura sociale delle campagne, anche con fenomeni di relativa aurea “aristocratizzazione” e di più pedestre “imborghesimento”. Verrebbe da scrivere che, se lo sviluppo industriale aveva trasformato parti del territorio rurale in quella che Giacomo Becattini ha definito “campagna urbanizzata”, l’ultimo capitalismo ha innestato processi che possono portare ad una sorta di “campagna finanziarizzata”. La mia tesi è che la sostenuta dinamica immobiliare, assieme agli elevati livelli di welfare hanno nascosto il declino produttivo, già da quegli anni in corso, drammaticamente manifestatosi con la Grande Crisi attuale. Intendiamoci: ci sono ceti che non conoscono crisi e che possono permettersi di considerare con sufficienza i problemi dell’occupazione e dei salari. Il caso Laika docet. D’altra parte recenti discussioni sull’urbanistica, contrattata o concertata che sia, mi spingono a mettere in luce che il leit-motiv della riforma toscana è stato proprio il superamento concettuale e pratico di queste categorie. In uno dei suoi straordinari libretti Romano Viviani di ciò ragionava. Il libretto si intitolava, non a caso, “Piano pubblico, progetti privati”. Ovvero pensare la pianificazione territoriale come capacità di progettazione non solo urbanistica, ma anche sociale, strategica, e di attrazione di investimenti, in un contesto di rigorose tutele da affidare, prima che ad una vincolistica statica, a statuti del territorio capaci di tutelare un’identità che, come scrive Calvino, non può che essere un intreccio fecondo tra essere e divenire. Se più che altrove in Toscana si sono subiti, ma contenuti,

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fenomeni di urbanizzazione selvaggia e di consumo sfrenato di suolo, la Grande Crisi non ci autorizza a cambiare strada. Non saranno cemento ed infrastrutture, utili quando servono, a portarci fuori dalle difficoltà attuali. Appunto per questo saranno decisive politiche ancora più innovative che vadano nella direzione di città sempre più creative, in rete, luoghi dell’economia della conoscenza, verso una reindustrializzazione che ci collochi su gradini più alti nella divisione internazionale del lavoro, che parli sempre più il linguaggio del legame tra Università e ricerca, manifatture e servizi avanzati, verso un territorio rurale intimamente legato a questi processi innovativi attraverso l’intreccio tra agricoltura moderna, industria del turismo, presenze manifatturiere, e non relegato al ruolo di grande periferia dorata. Come governeremo la grande partita della valorizzazione dei patrimoni pubblici, con quali progetti, orientati in quale direzione, per attrarre e valorizzare cosa? Riusciremo a rendere effettivo il governo dei trascinamenti delle previsioni edilizie contenute nei piani attraverso quegli strumenti e quelle pratiche di valutazione, di sostenibilità e di coerenza con la nuova pianificazione che in maniera inedita il PIT ha introdotto? Pratiche e strumenti che mi paiono essere lasciati cadere tacitamente in disuso. Riusciremo a far decollare pratiche di concorrenza per il mercato mettendo in campo strumenti come avvisi pubblici, atti a favorire una contendibilità ben leggibile di processi di trasformazione urbana e rapporti innovativi e chiari tra pubblico e privato? Voglio dire che occorre guardare al futuro e che ai problemi si reagisce con le riforme e le autoriforme. Guai a quel riformista che rispetto ad approdi raggiunti rinunci alla faticosa opera dell’innovazione.


I suicidi della crisi Quando il potere rimuove il diritto al futuro di GIANNI CUPERTO condiviso alti e bassi dell’azienda. Non accade solo da noi. Nel 2008 furono 24 i dipendenti di Telecom-France a togliersi la vita. Se ne parlò anche sui giornali italiani per una manciata di righe. “Effetto emulazione” spiegarono gli psicologi aiutando le nostre coscienze a sentirsi meno coinvolte. Perché in fondo contro la fragilità dell’animo umano possiamo poco, e comunque meno di tutti quegli psicofarmaci che in tempi di crisi conoscono una impennata di prescrizioni e consumo. Altre volte il gesto finale si carica di un senso esclusivo. Come in Grecia dove mesi fa è stato un anziano – Dimitris Christoulas – a darsi fuoco nella piazza denominata delle proteste. Gli avevano decurtato la pensione e non ha retto. In compenso ha scritto. Ha lasciato “a verbale” le sue ragioni. Se volete, un monito per chi sarebbe rimasto. Stava tutto in una lettera dove ha raccontato il senti-

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La Spoon River della crisi. L’ha battezzata così Adriano Sofri la sequenza di suicidi “per ragioni economiche” che da settimane ci scorta nelle pagine di cronaca. Sarà perché da ragazzi abbiamo amato tanto quel libro e la sua trasposizione musicale, ma l’immagine resta impressa. Artigiani, operai senza lavoro, immigrati senza più nulla. E’ un elenco doloroso che le statistiche nel loro distacco registrano con diligenza: nei primi cinque mesi del 2001 un incremento del 40 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questione di dignità, si pensa e si scrive. Perché dietro quella disperazione c’è prima di tutto questo, la presa d’atto di non riuscire a fronteggiare gli obblighi più elementari, la difesa della famiglia, uno strapuntino per i figli. Nel caso di qualche imprenditore è il pensiero di dover “tradire” la fiducia dei loro dipendenti, persone con cui a lungo hanno

Silvestro Lega “Orti a Piagentina”

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mento della resa – la sua – ma insieme all’appello ai più giovani per una reazione diversa. Una reazione di rabbia, rivolta. E d’altronde rabbia e rivolta sono termini da sempre contigui alle crisi. C’è chi ha trovato le parole per dirlo: “E gli occhi dei poveri riflettono, con la tristezza della sconfitta, un crescente furore. Nei cuori degli umili maturano i frutti del furore e si avvicina l’epoca della vendemmia”. Questo è Steinbeck. Ora chiudete gli occhi, ripensate la frase e applicatela all’oggi. Quando milioni di persone sono spinte verso una marginalità irrevocabile, quando per anni il potere nelle sue diverse espressioni rimuove il futuro – il diritto al futuro – di tre o quattro generazioni, quando la politica spinge padri e madri a vivere con angoscia la crescita dei figli temendo per loro ciò che già vivono su di sé, allora la questione non riguarda più solo i tempi della recessione ma la tenuta della democrazia, almeno per come l’abbiamo conosciuta noi. Bisogna essere più espliciti? Non è detto che da un collasso di queste dimensioni e durata si esca con più libertà, maggiori garanzie e una democrazia rinvigorita. Da che mondo è mondo può anche accadere che crisi di questa portata alimentino il prevalere di spinte autoritarie, con la messa in mora di partiti, regole, diritti. Non servono leggi marziali o carri armati per le strade. Ridurre gli spazi della democrazia è un traguardo che si può tagliare anche in modo più indolore ma non per questo meno devastante. E la prima condizione per farlo è fiaccare la resistenza dei singoli. Sottrarre loro certezze. Isolarli dal contesto sociale e politico. Se il discredito della sfera pubblica diventa pervasivo e se l’odio, l’ostilità, rovesciano in un unico falò (non più

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delle vanità ma della corruzione) partiti, istituzioni, sindacati, in una logica dove nessuno si salva perché non si può salvare nessuno, allora c’è di che preoccuparsi. Ma è esattamente in questo momento che la politica migliore, se c’è, non può limitarsi a pregare, in senso laico. Non funziona l’attesa di una provvidenza salvifica, magari sotto forma di una tecnica neutralità. La sola via è assumersi la fatica della risalita e ricostruire, con gesti e coerenze, quel grado minimo di autorevolezza che consenta a una forza come il Pd di presentarsi al Paese dicendo “dopo Monti torna la politica”. Torna la politica appunto, ma sulla base di principi e comportamenti in grado di riaffermare non già l’ideale di un primato che non esiste più, bensì la volontà di ricucire la trama di una faticosa “connessione sentimentale” tra i partiti, almeno il nostro, e il popolo che ci candidiamo a rappresentare. Direi che questa oggi è la priorità. Il resto verrà a seguire. Come le scelte di buon senso e a volte coraggiose che stiamo affrontando in questi mesi: dalla battaglia per migliorare la riforma del mercato del lavoro alla sfida per rilanciare un po’ di crescita in un regime di maggiore equità. Davanti a noi c’è un “giro del mondo elettorale” che dirà molto sulle prospettive del campo democratico e progressista. La sfida per l’Eliseo tra qualche giorno. La corsa alla riconferma per Obama a novembre. E poi, nel 2013, il voto tedesco e quello italiano. Bersani, a Parigi, sullo stesso palco di Hollande, ha detto che “la destra le sue opportunità le ha avute e le ha sprecate”. Subito dopo ha aggiunto, “ora tocca a noi perché questo è il nostro tempo”. Nel mio piccolo la penso allo stesso modo. Adesso può essere il nostro tempo. Ma abbiamo bisogno di un piz-

zico di coraggio e di lasciare in valigia qualche subalternità che negli ultimi tre lustri ci è stata spesso compagna di viaggio. C’era chi lo aveva capito o almeno intuito. Per dire, sono due anni che Edmondo Berselli se ne è andato. Però ci ha lasciato un libretto postumo di rara bellezza che si titolava “L’economia giusta”. Recuperatelo se vi è sfuggito (Einaudi lo ha riproposto da poco). In quel suo testamento Berselli scriveva che “di fronte alla crisi di oggi servirebbero sintesi di impressionante potenza intellettuale: mentre c’è la sensazione che le idee siano troppo piccole e parziali per investire il tutto che ci domina”. Letta così sembra una dichiarazione di impotenza, prima di tutto da parte della politica. Poi, per la verità, nello stesso saggio c’erano diverse suggestioni su quello che si dovrebbe fare per portare quelle idee a un livello più evoluto. Diciamo che a noi resta la provocazione: l’impressione di vivere un tempo di cambiamenti radicali – nell’economia, negli assetti sociali, nella stessa nozione di democrazia – mentre non solo gli strumenti della politica ma le sue premesse e i valori che la sostengono faticano a rinnovarsi. A darsi un indirizzo. Come se gli eventi del mondo fossero molto più potenti della nostra capacità di dominarne anche solo il significato. Ecco, per tante buone ragioni ci tocca ripartire da qui. Da questa consapevolezza, sapendo che la marcia è tutta in salita e che lo zaino pesa parecchio. Ma altra strada non c’è. L’unica che ci è concessa prevede che noialtri si guardi in faccia i problemi e si cerchi di superare gli ostacoli. Tocca provarci per tante ragioni ma in fondo per il motivo più semplice: che ancora una volta è meglio per tutti se a vendemmiare sarà la democrazia.


L’universale e il quotidiano, spunti di riflessione oltre le sintesi Un atteggiamento lungimirante è necessario per il risveglio politico e culturale di Giulia fossi*

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Benozzo Gozzoli, Cappella dei Magi

Negli ultimi mesi i partiti italiani sono concepiti come ostacoli alla ripresa, burattini in Parlamento estranei alla rappresentanza dei cittadini. Cuperlo, a tal proposito, in un’intervista del 21 marzo su l’Unità, illustra come le leadership battezzate dal cielo, per il bene comune, siano un’antica tentazione italiana, un latitante fil rouge che torna ciclicamente alla ribalta. Il Pd, del resto, essendo l’unica forza politica italiana a fregiarsi del nome partito, non può che essere in prima linea nella riflessione sul recupero della rappresentatività di tutti i corpi intermedi, quindi, nel tentativo di riempire quello iato determinato dal fatto che «il vecchio non può più ma il nuovo non può ancora». Il Pd Metropolitano di Firenze, anche con FirenzePages, sta tentando, nel suo piccolo, di colmare questa voragine attraverso due modalità. La prima riguarda l’attenzione a una prospettiva di ampio respiro, offerta dalle attese e dalle trasformazioni in atto in Europa, a partire dal manifesto lanciato dalla forze socialiste e democratiche europee per un’Unione europea dal volto nuovo. La volontà del documento è chiara: ricostruire una politica progressista capace di rispondere alla crisi economica, garantendo le conquiste sociali del secolo scorso e assicurando una maggiore democrazia nelle sfide di questo millennio. La seconda concerne l’assunzione di una speculazione non più monolitica e ancorata alla stretta logica booleana, ma articolata e segmentata. Proprio sull’ultimo aspetto può essere particolarmente conveniente soffermarsi. L’obiettivo in campo è contrapporre al dominio della contingenza e dell’immediatezza * Giulia Fossi. Lauretata in Estetica della Comunicazione

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un inedito atteggiamento che abbia visioni lungimiranti, stando, però, nella pluralità e complessità dell’esistente. Jacques Bouveresse, nel saggio del 2004 Pourquoi pas de philosophes? sottolinea come nel presente il totalizzante ottimismo utopico del secolo scorso sia stato facilmente rimpiazzato da un punto di vista pessimista, realista e scettico. Rimane, tuttavia, inscalfibile l’ambizione di comprendere l’epoca contemporanea utilizzando toni eroici e melodrammatici. In virtù di un simile quadro è formulata un’infinità di ipotesi storiche dell’oggi, all’indomani prive di valore, secondo logiche di vanità e spietatezza alquanto prossime al giornalismo. Per riportare il tutto a un altro punto di vista è indispensabile, dunque, abbandonare il paradigma di sintesi definitive e univoche, ma molto effimere. La strada per questo risveglio, politico prima ancora che culturale, potrebbe avere come riferimento alcune prospettive del pensiero di Ludwig Wittgenstein successivo al Tractatus logico-philosophicus. Si tratta certamente di un’operazione rischiosa e senza dubbio ricca di obiezioni, visto che Wittgenstein non ha mai nelle proprie opere perseguito alcun tipo di commistione fra critica filosofica e impegno politico. Vale la pena, ciononostante, provare a cogliere alcuni spunti dalla filosofia wittgensteiniana. Innanzitutto appare affatto rilevante la messa al bando della ricerca delle cause oggettive, base di pseudo-spiegazioni ingannevoli che mantengono in vita nel mondo contemporaneo, accanto a un’autentica crescita della conoscenza, la dimensione dogmatica. La necessità di demolire la ricerca della chiarificazione lapidaria significa salvare la possibilità di stupirsi e di superare l’illusione di comprendere la natura esatta di un problema costruendo nuove teorie con validità assoluta. Al contrario, occorre assumere la necessità di corrette e continue descrizioni/analisi capaci di porre domande sull’andamento del cambiamento. Quanto Bouveresse coglie nell’analisi linguistica di Wittgenstein, mutatis mutandis, può essere sfruttato nel nostro discorso. Risulta, infatti, indispensabile collocare le riflessioni del nostro partito al riparo sia da ogni scoperta di sub-strati misteriosi sia dall’estenuante permanenza sulla superficie. In altri termini, si tratta di sposare un

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Tepidarium al Giardino dell’Orticoltura di Firenze, la serra

atteggiamento libero da qualsiasi dualismo e dalla conseguente ricerca di corrispondenze tra processi esterni e stati interni, nascosti, dunque da riportare alla luce. Stare nelle eterogeneità è una difficile scommessa. Certo non esiste alcuna ricetta preconfezionata per giungere a tale obiettivo, poiché, come suggerisce Bouveresse in Le mythe del’intériorité. Expérience, signification et langage privé chez Wittgenstein, (Bouveresse, J. (1976) Les Éditions de Minuit, Paris), per comprendere i giochi dell’ordinario occorre dare una giusta interpretazione alla nozione di regola e questa ha una natura duplice e difficilmente afferrabile. Se nel gioco degli scacchi la norma comporta la definizione precisa del ruolo di una pedina, quindi il suo senso perfetto, nell’ambito delle forme di vita quotidiane, comprese le dinamiche politiche, essa non è mai esatta e non determina

in modo univoco alcunché: l’abisso tra norma e applicazione rende assolutamente imprevedibili ogni formula perfetta. Occorre accettare questo abisso indescrivibile e inimmaginabile tra ordine ed esecuzione, fra il teorizzare e l’agire. Si tratta di una sfida da affrontare coraggiosamente per riuscire a trovare la via lontana stando nell’ordinario. Trasformare la società esistente è l’intenzione perseguibile superando quella forma mentis, ereditata dal passato, che determina il primato della conoscenza unitaria e sintetica. Non c’è, comunque, da aver paura, poiché tutto ciò non significa né eclettismo né neutralità, ma rappresenta il tentativo di oltrepassare qualsiasi metafisica, apparentemente irraggiungibile, invero suscettibile di mode passeggere. Quel che resta, infine, è la pratica del pluralismo cogitativo, dove sia possibile “cogliere con uno sguardo un’immagine del mondo”.


La politica cambia, i valori restano? Una classe dirigente autorevole deve conquistare la società prima del governo del paese di Giacomo scarpelli *

La fine del governo Berlusconi non sembra aver chiuso una tendenza politica radicata nel nostro Paese. La campagna contro i partiti, all’apice in questi mesi, ripropone quel misto di qualunquismo, antipolitica e populismo sorto tra le pieghe della Prima Repubblica e divenuto popolare e egemone con la Seconda. Una lunga coda culturale che ancora oggi esprime una eterogenesi dei fini tra gruppi conservatori e gruppi massimalisti, tra commentatori, opinionisti di varia estrazione e forze economiche e intellettuali che assieme formano un robusto schieramento antidemocratico e antipopolare. In fondo la depoliticizzazione della società ha permesso la conquista degli strumenti di governo da parte di lobby, corporazioni e gruppi di interesse che senza alcuna interferenza hanno dato il via libera a una concezione antiegualitaria della società. Così proprio in questi giorni gli orfani della figura di Berlusconi hanno creato un clima da caccia alle streghe, scovando il conflitto di interessi ovunque, proponendo soluzioni irrazionali o premoderne come il sorteggio delle cariche politiche, quasi a voler difendere la loro Seconda Repubblica e inquisire ogni possibilità di cambiamento dimostrandosi dei gattopardi di prima classe. È fuori discussione che una riforma dei partiti sia necessaria, anche perché quanti se ne contano oggi in Italia? Quali sono le organizzazioni collettive identificabili come partiti non collegate ad un leader? Forse dobbiamo proporre una riforma per i partiti che configuri un sistema democratico in cui la politica recuperi la sua funzione centrale di governo degli interessi. Tuttavia siamo sicuri che le regole possano bastare? È sufficiente qualche norma per legittimare una classe dirigente e un sistema democratico fondato sui partiti o forse per

uscire definitivamente dall’epoca populista di forze politiche leggere, liquide e personaliste, di adunate di tifosi accuratamente abbigliati con tutti i gadget del caso, è indispensabile un cambio di passo culturale? Non voglio dilungarmi troppo ma credo sia importante riflettere sul ruolo dei corpi intermedi nel governo della società, sulla rappresentanza dei nuovi bisogni, sulla partecipazione che non può essere ridotta alle sole primarie che, svuotate di politica, diventano un metodo plebiscitario, preda di gruppi e correnti che cacciano voti a titolo personale e non a favore di un progetto collettivo. La ricerca curata da Lorenzo De Sio dal titolo “La politica cambia i valori restano?” ci suggerisce diversi indizi al riguardo. L’interrogativo di fondo si chiede se il concetto di subcultura politica territoriale -quella rossa e quella bianca- sia una categoria ancora valida e se l’estinzione di quel sistema di partiti abbia dissolto anche il sistema di valori che li caratterizzava. Emerge che il tessuto partecipativo e associativo si è come disancorato dalla cornice politica ideologica entro cui era confinato pur restando sul piano strettamente elettorale largamente legato ai partiti del centrosinistra. Questo è vero soprattutto in Toscana, dove non si è determinato un processo di sostituzione come nel Nord Est che è passato da una subcultura bianca a una verde, ma un difficile processo di trasformazione e adattamento che rileva segni di una possibile rivitalizzazione dei diversi tasselli che costituivano il precedente modello. Venuta meno quella sorta di incapsulamento della cultura civica nelle forme e nei canali della partecipazione politica che era tipica di una dimensione subculturale, la società civile trova nuove forme

e nuovi canali di espressione. Lo studio di De Sio ci offre un punto di osservazione inedito descrivendo come nella nostra regione permanga una certa subcultura politica territoriale che nei legami associativi, nel tessuto di luoghi e organizzazioni determina coesione sociale, cultura condivisa, identità collettiva. Una realtà molto differente da quella degli anni Settanta in cui il partito incastonava queste espressioni della società civile in una relazione endogena all’organizzazione politica. Sebbene i tempi siano cambiati al punto che un grande partito come il nostro è un’isola in un arcipelago il suo ruolo non è da sottovalutare. Nemmeno possiamo attendere una deriva dei continenti, per ricompattare i territori dovremmo attendere millenni. Piuttosto in questo contesto è necessario pensare la rappresentanza politica e la funzione sociale del partito attraverso una relazione costante su un progetto politico comune con questa specifica infrastruttura civica. Guidare la società civile coltivando rapporti attraverso i quali mediare i diversi interessi in un quadro di valori condiviso. Un partito quindi che non ingloba il tessuto associativo come un tempo ma si pone al centro di una fitta rete di relazioni. In questo orizzonte l’Europa configura una frontiera in cui il Manifesto di Parigi ha visto protagonisti non solo i partiti progressisti e riformisti del continente ma anche le fondazioni vicine ad essi nonché le associazioni. La capacità di rappresentare un’alternativa politica non può che passare dall’affermazione di un partito che sappia produrre una cultura in grado di formare una classe dirigente autorevole che conquisti la società prima del governo del paese.

* Giacomo Scarpelli. Laureato in Scienze Politiche

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Bicchiere d’acqua del rubinetto: neanche 1 centesimo Suona bene. I numeri contano. Comprare 1000 litri di acqua in bottiglia all’anno costa 250 euro. Nello stesso periodo si pagano 240 euro per 110.000 litri di acqua del rubinetto, per la fognatura e la depurazione. Si risparmia bevendo acqua di casa. Suona bene? Maggio Musicale Fiorentino e Publiacqua, partner di qualità www.maggiofiorentino.com www.publiacqua.it

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Viaggio nella Toscana rurale 9


Territorio rurale e politiche di integrazione territoriale Riconoscere l’importanza della ruralità è una chance per lo sviluppo della regione di LUCIANO PIAZZA*

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Il territorio rurale, inteso come territorio non urbanizzato, occupa circa il 95% del territorio regionale toscano, caratterizzandosi come elemento decisivo per la qualità ecologica dell’intera regione e, conseguentemente, per l’equilibrio e la qualità di tutto il sistema insediativo e dello stesso ambiente urbano. Le attività agricole, prevalenti nel territorio rurale, nel corso del tempo hanno comportato la trasformazione di buona parte degli ecosistemi naturali in nuovi agro ecosistemi, capaci di assicurare il cibo e caratterizzati da nuovi equilibri idrogeologici che presuppongono una costante manutenzione antropica, da nuove specie vegetali e animali che hanno dato luogo a un diverso patrimonio genetico, da un paesaggio che rispecchia la capacità dell’uomo di rapportarsi ai sistemi fisici e naturali originari e di modificarli, con sapienza e moderazione, in funzione dei propri bisogni. Oggi tutto questo è minacciato dalla crisi profonda che investe l’agricoltura e che comporta, in mancanza di misure incisive capaci di innescare nuovi modelli di vita e di lavoro nel territorio rurale, una forte contrazione nella produzione dei cibi di qualità, un disordine idrogeologico sempre più diffuso e gravido di pericoli, una forte riduzione della biodiversità, una continua erosione dei paesaggi a prevalente caratterizzazione storico-culturale. Il territorio rurale, di contro, proprio in quanto presupposto ineliminabile della qualità ecologica regionale, deve occupare un ruolo centrale nelle politiche (non solo territoriali), nella fornitura di servizi ambientali (dall’equilibrio idrogeologico alla difesa dai cambiamenti climatici, dal ciclo delle acque all’accumulo di sostanza organica, dall’incremento della biodiversità alla fitodepurazione), nel riequilibrio e nella coesione sociale (nuovi sbocchi di lavoro, soprattutto per le giovani generazioni), nella produzione di paesaggi di qualità (non solo difesa dei * Luciano Piazza. INU Toscana

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paesaggi testimoniali, ma capacità di produrre buoni paesaggi come risultato della capacità consapevole di produrre territori). Il territorio rurale, pertanto, costituisce un elemento considerevole e decisivo di qualsiasi politica di “buon governo” del territorio. Da sempre la Toscana è stata caratterizzata da una forte integrazione tra città e campagna: basti pensare al popolamento romano, all’allegoria del buon governo di Ambrogio Lorenzetti, alla diffusione delle dimore signorili per la villeggiatura durante il periodo mediceo, allo stesso fenomeno degli insediamenti rururbani, che oggi vedono una parte consistente della popolazione toscana risiedere in campagna, ma lavorare e spesso “vivere” in città. Il paesaggio rurale che ne deriva è di alta, a volte altissima, qualità ecologica e formale, perché espressione di esigenze di vita e di lavoro che si sono tradotte in comportamenti virtuosi e similari attraverso un lungo periodo di tempo, combinandosi sapientemente con uno spazio fisico e naturale già di per sé armonioso. La mano dei mezzadri, per oltre sette secoli, ha modellato questo spazio fisico a partire da esigenze utilitaristiche, dando luogo a un territorio di alta qualità ecologica, mentre i signori, dalla città, hanno portato nella campagna componenti estetiche e formali che le erano estranee. Tutto questo sulla base di precise regole insediative e di organizzazione dello spazio fisico, a volte scritte, a volte tramandate con gli usi. Oggi questo paesaggio è in crisi perché espressione di un territorio che, malgrado i frequenti proclami, non riusciamo a conservare artificiosamente, ma che non riusciamo neanche a fare evolvere o a trasformare secondo nuovi criteri qualitativi perché manchiamo di un nuovo progetto, profondo e pervasivo, per il territorio rurale. Questo paesaggio rurale, dopo le città d’arte, è il maggiore elemento attrattivo della Toscana. La sua qualità è una chance per lo sviluppo della regione perché, se riusciremo


La Villa di Cafaggiolo, lunetta di Gusto Utens

ritorio può ricoprire all’interno della società e dell’economia. Oggi, la situazione in cui versa l’agricoltura regionale è ai limiti della sopravvivenza. Il suo peso economico è marginale (2% del PIL), così come la sua capacità di generare lavoro (circa il 3% degli occupati nella regione). Tra il 2000 e il 2010 le aziende agricole si sono ridotte di oltre il 38%, la SAU e la SAT di quasi il 12%. Stanti dunque le difficoltà che interessano l’agricoltura e, al contempo, l’importanza che questa riveste nel territorio rurale, qualsiasi politica di buon governo del territorio deve porsi l’obiettivo primario di salvare l’agricoltura e gli agricoltori, consentendo loro di espletare fondamentali funzioni plurime, prime tra tutte la produzione di cibo e la cura ecologica del territorio. A questi fini, pur nella consapevolezza dell’estrema difficoltà dell’agire, è necessario riflettere su alcuni nodi di fondo e lavorare contemporaneamente su alcuni fronti che interessano direttamente le politiche territoriali: 1. Evitare il supporto drogato alle aziende agricole dalle diverse forme di rendita. La proliferazione di costruzioni che, come avvenuto spesso in passato, appena possibile cambiano destinazione d’uso, trasformandosi in residenza, non aiuta l’azienda agricola nel lungo periodo; né l’aiuterebbe, in futuro, la proliferazione di “grandi” impianti fotovoltaici a terra. 2. Semplificare le procedure autorizzative, consentendo agli agricoltori di operare secondo tempi dettati dalle esigenze produttive, magari attraverso autocertifica-

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ad attivare politiche integrate, potrà garantire alta qualità alla vita degli abitanti e potrà attrarre investimenti in tutti i settori tipici; di contro, se non saremo in grado di riconoscere al territorio rurale, certo sotto nuove forme, il ruolo propulsivo perso con l’avvento dell’economia industriale e se ci limiteremo a concepirlo come un quadro, esso potrebbe anche diventare una camicia di forza, che ci imprigiona e ci impedisce di crescere. Stante il legame inscindibile tra territorio e paesaggio, infatti, risulterebbe difficile concepire il paesaggio in termini puramente vedutistici e conservativi a fronte di un territorio che tende a vivere e a trasformarsi incessantemente. Dunque è necessario superare l’approccio tradizionale che guarda il paesaggio come un quadro, per concepirlo, in accordo con la Convenzione Europea, come progetto sociale. D’altra parte, il paesaggio dell’uomo non esiste di per sé, ma esiste solo in quanto prodotto consapevole del rapporto tra uomo e natura: l’uomo non è una comparsa del quadro, ma il soggetto sociale che sceglie e produce paesaggi, definendo, per ogni ambito territoriale, obiettivi di qualità paesaggistica e conseguenti misure di intervento (salvaguardia, evoluzione guidata, trasformazione integrale dei paesaggi esistenti). Se dunque il paesaggio è un progetto sociale, parlando di paesaggio rurale, non come elemento a sé stante, ma come contesto di vita delle popolazioni e come componente attrattiva del territorio regionale, diventa fondamentale occuparsi di coloro che operano nel territorio rurale (in primo luogo gli agricoltori) e del ruolo che questo ter-

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zioni nel rispetto di protocolli preventivamente definiti. La complessità normativa non agevola al riguardo. Ciò non toglie che il problema si ponga e che richieda un profondo ripensamento tecnico e politico. 3. Ripensare il sistema dei vincoli, non sempre comprensibili nelle loro finalità, nei loro perimetri e nelle loro modalità di gestione e troppo spesso stratificati sugli stessi territori. Il vincolo dovrebbe costituire un atto solenne, attraverso il quale una comunità impone limitazioni all’uso di un bene per finalità collettive riconosciute, facendosi carico degli effetti derivanti da quelle limitazioni senza scaricarle sui proprietari. Dovrebbero essere evidenti le ragioni che hanno richiesto l’apposizione del vincolo e chiari i comportamenti che ne conseguono. Allo stesso tempo bisognerebbe evitare la sovrapposizione dei vincoli sugli stessi territori (a quelli nazionali, spesso si sovrappongono quelli delle pianificazioni locali, ai diversi livelli), perché la qualità non si persegue aumentando semplicemente le limitazioni, ma, soprattutto, avendo chiarezza sugli obiettivi e sulle politiche, limitando le derive burocratiche e le discrezionalità senza criteri. Anche in questo caso il problema è enorme e la soluzione difficilissima. Rimane però evidente la contraddizione tra il grande dispendio di tempi e di risorse, da una parte, e, dall’altra, la scarsa qualità generata dal modo attuale di concepire e di gestire il sistema dei vincoli che gravano sul territorio. Per sostenere l’agricoltura e gli agricoltori nelle attuali condizioni congiunturali, però, serve soprattutto una politica che aiuti le imprese a stare sui mercati, a cominciare da quelli locali, aumentandone la competitività. Tutto ciò non dovrebbe tradursi in un mero accanimento per aumentare la rese produttive, che comportano spesso sfruttamento del suolo e degrado ambientale. Dovrebbe tradursi, piuttosto, in un investimento lungimirante in qualità, efficienza, diversificazione, innovazione, integrazione: la qualità dovrebbe riguardare il prodotto, ma anche il territorio di provenienza, che ne garantisce la tracciabilità ambientale, lo spessore culturale, l’eccellenza paesaggistica; l’efficienza dovrebbe presupporre maggiore infrastrutturazione, ma anche formazione professionale, coordinamento interaziendale, promozione; la diversificazione dovrebbe favorire soprattutto la multifunzionalità dell’impresa, con conseguenti capacità di spaziare dalla produzione alimentare alla fornitura di servizi, ad attività compatibili con il territorio rurale, mantenendo tuttavia il primato della produzione agricola; l’innovazione dovrebbe riguardare sia i processi produttivi che i prodotti; l’integrazione potrebbe interessare vari ambiti della filiera, ma dovrebbe presupporre soprattutto un rapporto integrato con il territorio, capace di coinvolgere vari attori economici, sociali e istituzionali in un processo di integrazione territoriale che veda l’agricoltura, e più in generale il territorio rurale, giocare un ruolo specifico e riconosciuto nei processi di sviluppo locale.

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Maremma

Solo così il nostro tessuto aziendale sembra in grado di competere con l’agricoltura di massa, praticata da grandi aziende collegate alle industrie alimentari, che sforna prodotti a basso prezzo ma privi di identità culturale e territoriale. La Toscana sembra avere tutte le caratteristiche per competere a questo livello, mettendo in gioco, accanto a prodotti agricoli di eccellenza, tutta la qualità “profonda” del suo territorio: dunque il paesaggio, l’arte, la cultura, il turismo, la gastronomia, ma anche la manifattura, la meccanica, la nautica, la moda. Per stare nei mercati globali, oggi, è necessario proporre l’eccellenza, stante l’impossibilità di competere con le economie emergenti che producono a prezzi per noi inconcepibili, con effetti sociali e ambientali per noi inaccettabili. Ebbene l’eccellenza toscana conta non solo prodotti di qualità assoluta, riconosciuti nel mondo, ma un mix condizioni, appetibili per i mercati, che rendono la regione fortemente attrattiva e capace di un’offerta accattivante anche perché fortemente articolata. Le politiche territoriali dovrebbero dunque puntare sul radicamento territoriale e sulla integrazione delle imprese che operano con qualità nei vari settori economici. Nello specifico, le imprese agricole, aperte ai nuovi orizzonti della multifunzionalità, dovrebbero essere, da una parte, fortemente radicate nell’ambiente e nell’economia locale e, dall’altra, fortemente integrate con le risorse locali e con le imprese extra agricole, concorrendo alla qualità e alla competitività dell’intero contesto territoriale. In questo modo il territorio rurale potrebbe tornare a occupare un ruolo importante: non più luogo marginale e separato dai processi produttivi decisivi per l’economia


regionale, bensì motore di sinergie che danno luogo ad aggregazioni di prodotto, fattore di identità e di qualità riconoscibili che conferiscono ai prodotti maggiore penetrazione nei mercati, ma soprattutto elemento di forte attrattività per gli investimenti e per le imprese. Il paesaggio rurale, in questa ottica, cesserebbe di essere una idealizzazione per tornare a costituire lo specchio di un territorio vitale. Il contesto territoriale in cui opera l’agricoltura, infatti, anziché essere concepito come spazio meramente produttivo che confligge con la “profondità” del paesaggio ereditato, diverrebbe un fattore determinante per lo sviluppo durevole delle realtà locali. Il territorio che esprime identità e che, come tale, incorpora fattori storici, sociali, produttivi e culturali, diventerebbe una risorsa fortemente caratterizzante, riconoscibile, apprezzata e perciò stesso attrattiva. Ma diventerebbe soprattutto un’offerta sistemica, complessa e articolata nelle sue eccellenze, formidabile per la capacità di penetrazione nei mercati e impossibile da imitare da parte dei paesi concorrenti. Identità locale e sviluppo, del resto, possono ben convivere, come dimostra l’esperienza di molti paesi con economie mature. L’identità, che non è un dato, ma una conquista, si ridefinisce infatti nel tempo, generando peculiarità paesaggistiche e culturali che determinano forte riconoscibilità e che incrementano la competitività grazie all’unicità dell’offerta. A determinare questa identità evolutiva del territorio rurale non possono non concorrere tutte quelle attività compatibili che sappiano contribuire al presidio del territorio e alla riproduzione della sua qualità ecologica e paesaggistica, proponendo nuove forme di utilizzo, anche produttivo, là dove l’agricoltura,

per varie ragioni, non riesce a essere più presente (attività turistiche, sociali, culturali, direzionali, sedi di rappresentanza, atelier della moda, ecc.). Si tratta dunque di pensare, accanto alla multifunzionalità dell’impresa agricola, a una moderna multifunzionalità del territorio rurale, che, per produrre effetti positivi, non deve sottrarre i terreni più produttivi alle attività agricole e deve combinarsi con l’identità locale, contribuendo ad arricchirla e non a negarla. Essenziale, a questo fine, sembra essere la capacità di guidare i processi in funzione di territori e di paesaggi non casuali, come rischierebbero di essere quelli prodotti dalla sommatoria di interventi pensati individualmente, bensì di territori e paesaggi concepiti come veri e propri progetti sociali e, come tali, generati da una visione integrata e costruiti a partire da regole predefinite e condivise. Se dunque l’integrazione territoriale rappresenta una strada percorribile per superare la marginalità del territorio rurale, è di fondamentale importanza il ruolo che, a questi fini, possono giocare le politiche e gli strumenti di governo del territorio. Non solo attraverso il piano, che superando la visione meramente urbanistica dovrebbe confrontarsi con le potenzialità e le prospettive dell’intero territorio concepito nella sua complessità sistemica, ma anche attraverso le politiche e gli strumenti che dovrebbero dare attuazione al piano. Non basta infatti il regolamento urbanistico, che opera in un contesto troppo settoriale per dare attuazione a un piano strutturale concepito come strumento di governo del territorio. Sono necessarie politiche integrate che, trovando una lucida formulazione nel piano strutturale, devono essere poi messe in pratica attraverso una regia forte e lungimirante.

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Il paesaggio allo sbaraglio? Un nuovo protocollo per il “paesaggio agrario” di FRANCESCO GURRIERI*

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e “salvaguardie” del PIT – Piano Paesaggistico della Toscana, sembrano scadere a luglio; la cosa un po’ curiosa e un po’ paradossale è che, senza alcun atto formale di variazione dell’iter approvativo, il Consiglio regionale non ha valutato le “osservazioni” giunte a seguito dell’adozione. Il rischio di decadenza della parte paesaggistica è quindi alle porte, così che tornerebbero in vigore le norme del 2007. Un vero e proprio nodo istituzionale che metterebbe in serio imbarazzo i comuni che avevano dovuto adeguare i propri strumenti alle determinazioni del Piano Paesaggistico regionale del 2009. L’impressione è che la nuova gestione regionale – con un assessore, si dice, di maggiori propensioni ambientaliste – sembra aver disconosciuto la parte paesaggistica del PIT adottato e che, piuttosto che integrarla o modificarla, l’abbia lasciata nel cassetto, optando per un nuovo studio di piano (partendo da pagina bianca), affidato ad un “Centro Interuniversitario di governo del territorio” (CIST, recentemente costituito), impegnandovi un cospicuo finanziamento. Dunque un’istruttoria nuova, dalla tempistica non facilmente definibile, affidata a tecnici – universitari costituitisi intorno al CIST, parte dei quali già militanti nel gruppo neoambientalista aggregatosi intorno alla figura di Alberto Asor Rosa. Tutto questo, francamente, non può non spiazzare e non creare qualche dubbio di coerenza, se si pensa che nel “credo” asor-rosiano vi sono assiomi quale la “autorganizzazione del movimento e il rifiuto delle rappresentanze elettive”, la “sovrana estraneità alla politica”: ma se salta il concetto di rappresentatività (in cui si identifica l’esercizio della democrazia) non si accede a quello di un “assemblearismo” d’altri tempi? Insomma, un soggetto istituzionale territoriale che sembra accedere, almeno in parte e comunque nei * Francesco Gurrieri. Professore ordinario di “restauro dei monumenti” dell’Università degli Studi di Firenze

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più rappresentativi dei suoi componenti, a chi pregiudizialmente rifiuta la “rappresentanza elettiva”! Ma ci auguriamo sinceramente di sbagliare e torniamo al cuore del problema.

Dal territorio al paesaggio e ritorno Questo nuovo taglio decisamente “territorialista”, ove il paesaggio marcia insieme all’ambiente, all’energia, all’urbanistica, all’edilizia (e perché non anche alle politiche agricole, così strutturanti del paesaggio?) non rischia, se pur involontariamente, di riportare agli anni Novanta il problema specifico del Paesaggio? La Conferenza Nazionale per il Paesaggio (Roma, 14-16 ottobre 1999) nelle sue motivazioni muoveva dalla “Carta di Napoli” (8 ottobre 1999), che precisava di “voler accelerare i processi volti a fare del paesaggio una risorsa strategica per il futuro e uno dei fondamenti su cui basare lo sviluppo sostenibile del Paese”; ed ancora di puntare sulla “reale centralità del paesaggio in tutti i momenti di confronto con le istanze di trasformazione del territorio...”. A questo punto non è più superfluo ricordare il processo trionfante della “Convenzione Europea del Paesaggio” (ottobre 2000, ratificata con legge 9 gennaio 2006, n.14), che sembrò sancire, nell’accettazione dei ministeri e dei cultori territorialisti, l’accettazione di una primazia del paesaggio che oggi sembra tornare in discussione in ragione di un ripensamento territorialista. Ma allora occorre dirci – non sembri capzioso l’interrogativo – se siamo ancora d’accordo sul “riconoscere giuridicamente il paesaggio in quanto componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità”; ed ancora se siamo dispo-


nibili prioritariamente ad “integrare il paesaggio nelle politiche di pianificazione del territorio, urbanistiche e in quelle a carattere culturale, ambientale, agricolo, sociale ed economico, nonché nelle altre politiche che possono avere un’incidenza diretta o indiretta sul paesaggio”. Peraltro, non va dimenticato l’art. 143 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, ove si ricorda che il “Piano Paesaggistico” ha contenuto descrittivo, prescrittivo e propositivo. Ed ancora che le dinamiche di trasformazione territoriale (con atti di programmazione, pianificazione e difesa del suolo) dovranno prima confrontarsi con i fattori di rischio e di vulnerabilità del paesaggio. Ovviamente, tutto è riconducibile a quel necessario equilibrio e a quel buon senso tecnico-culturale che può ricomporre in ragionevole armonia i diversi aspetti, ma ciò serva a sottolineare come e quanto il problema paesaggio è sembrato – almeno per un buon decennio – prioritario, rispetto alle altre componenti del territorio.

Agricoltura e paesaggio Il dibattito intorno al “paesaggio” si è dimostrato troppo spesso generico e di difficile controllo. A ciò, ovviamente, hanno concorso punti di vista diversi, afferenti

alle diverse discipline di osservazione, generando – se pur in buona fede – contraddizioni e posizioni apodittiche, spesso tradotte in rigide normative. L’attenzione per il “paesaggio” ha avuto fasi alterne e oscillazioni di attenzione. Senza stare a ripercorrerne la storia, da Il Bel Paese di Antonio Stopani (1873), alla Conferenza di Berna (1913), all’impegno di N.A. Falcone con Il paesaggio italico e la sua difesa (1914), all’impegno dell’Editore Morpurgo a partire dal 1928 con le monografie sul paesaggio delle regioni italiane coordinate da Luigi Parpagliolo, (un’opera, fu detto, di “geografia estetica”) si arriva al 1939 con la Legge n. 1497, messa a punto da Gustavo Giovannoni per il ministro Bottai: una legge quest’ultima, rimasta invariata e trasferita, nei contenuti, nel Decreto Legislativo n. 42 / 2004 “Codice dei beni culturali e del paesaggio”. Ma va ricordato che – fra gli anni ‘60 e ‘70 – con la crescente autonomia dell’urbanistica e l’avviarsi sistematico dei Piani Regolatori Comunali, nonché la delega di questa materia alle nascenti regioni, il termine “paesaggio” ebbe un vero e proprio oscuramento; lo testimonia il fatto che, quando nel 1975, Giovanni Spadolini promuove il nuovo ministero, questo si chiamerà “Ministero per i Beni culturali e ambientali”. L’aggettivo “ambientale” era uscito dal voto in Parlamento ma era stato proposto dal ministro col sostantivo “ambiente”

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Annesso agricolo nella campagna senese

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(che, di lì a poco, avrebbe avuto un autonomo ministero in altra area politica). Interessante e chiarificatore l’intervento di Spadolini avverso la proposta del grande senatore Valitutti, suo compagno di partito: “Ecco perché mi permetto di anticipare il no che il Governo darà all’intenzione che ella, sen. Valitutti, propone per il Ministero come Ministero dei beni culturali e del ‘paesaggio’; non perché io non senta in me crocianamente, per una comune derivazione crociana, l’eco di questa parola ‘paesaggio’ che risuona anche nel progetto che in questo Senato, alla fine del 1920, l’allora ministro della Pubblica istruzione, Benedetto Croce, presentò per la difesa del verde e che neanche allora, per la verità, fu accolto, ma perché il termine ‘paesaggio’ , pur inserito nella nostra Carta Costituzionale, non recepisce più e non esaurisce questa complessa realtà della cornice naturale del bene culturale. In questo senso fu mio sforzo, in tutta l’elaborazione interministeriale di questo decreto, evitare che tornasse anche una sola volta la parola ‘paesaggio’”. Dunque il 1975 segna il declino del termine “paesaggio” e mette definitivamente in archivio il termine “bellezza naturale”. Per 25 anni, fino al 2000, si parlerà solo di “ambiente” e di “beni ambientali”. Il 2000, dopo le conferenze di Napoli e di Roma, ci regalerà la “Convenzione Europea del Paesaggio”, mettendo a punto una definizione che traslerà senza modifiche nel “Codice” del 2004: “Per paesaggio si intende una parte omogenea di territorio i cui caratteri derivano dalla natura, dalla storia umana o dalle reciproche interrelazioni”. È a questo punto che il paesaggio torna protagonista di un dibattito assai acceso, con nuove complessità e contraddizioni, moltiplicate dai diversi soggetti istituzionali che vi convergono; Ministero per i beni e le attività culturali, Regioni, Province, Comuni. Il paesaggio è ora richiamato nel PIT (Piano di Indirizzo Territoriale, afferente alla Regione), nel PTC (Piano Territoriale di Coordinamento, afferente alla Provincia), il PS e il RU (Piano Strutturale e Regolamento Urbanistico, afferente al Comune); e, naturalmente, nel Piano Paesaggistico richiamato dal “Codice”, ove all’art.135 (“Pianificazione paesaggistica”) si dice che “il piano paesaggistico definisce, con particolare riferimento ai beni di cui all’art. 134, le trasformazioni compatibili (si noti la tautologia) con i valori paesaggistici, le azioni di recupero e riqualificazione degli immobili e delle aree sottoposti a tutela, nonché gli interventi di valorizzazione del paesaggio, anche in relazione alle prospettive di sviluppo

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sostenibile”. Il “corto circuito” culturale e di definizione si fa completo, quando all’articolo successivo (art. 136, comma ‘d’), nella individuazione dei “beni paesaggistici” torna la vecchia denominazione della legge Bottai (1939) con le “bellezze panoramiche considerate come quadri e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di queste bellezze”! Nella Legge Regionale n. 1/2005 vigente, il “patrimonio naturale” e la “disciplina paesaggistica” sono presenti agli artt. 31-35, mentre il “territorio rurale” è richiamato agli artt. 39-40; c’è ragionevolmente da prendere atto che la norma “regionale” non vincola strettamente il territorio agricolo e rurale, rimandando alle norme degli strumenti comunali. È qui che si trovano, talvolta, modalità incomprensibilmente restrittive che fanno poi parlare di “conservazione del paesaggio agrario che danneggia gli agricoltori”. La contraddizione si manifesta nei seguenti termini: da una parte gli urbanisti (e/o paesaggisti) con la normativa obbligano l’imprenditore agricolo a conservare la maglia agraria designandolo quasi come unico manutentore e responsabile della tessitura storica; per


un costo anche mantenere le colture agrarie tradizionali, indipendentemente dalle richieste di mercato e dall’evoluzione delle tecniche agrarie! Perché questo costo non deve essere riconosciuto all’imprenditore agricolo in qualche forma? Per la verità, almeno inizialmente (art. 34 L.R. 1/2005) faceva carico a province e comuni di trovare “misure incentivanti...per la gestione del paesaggio regionale”, ma non risulta applicato in alcun caso, a prescindere dal fatto che codesta indicazione è stata abrogata nel 2008. Qualche ulteriore stigmatizzazione sarebbe possibile anche per i contenuti della Legge Forestale (L.R. 39/2000), per gli effetti contraddittori che è capace di produrre, ma sarà argomento per altra occasione. Qui, insomma, si vuol dire che il coacervo di normative sul paesaggio agrario sembra, talvolta, mancare di coerenza e di adeguate misure di “perequazione”. Se il paesaggio è un valore storico-culturale da tutelare (e non c’è dubbio che lo sia), allora tutta la collettività dovrebbe concorrere alla sua salvaguardia.

Il paesaggio “perimonumentale”: un’ipotesi Poggibonsi - viale di cipressi

contro, quando il territorio agrario viene “ceduto” per altri usi non sussistono quasi mai obblighi di questo tipo. Non solo, ma spesso l’agricoltore è obbligato a mantenere le colture agrarie esistenti anche quando non sono più remunerative, così come spesso si legge dell’obbligo di conservare la vegetazione delle bordure. E qui emerge un’altra contraddizione: perché l’agricoltore deve essere obbligato a mantenere le specie vegetali mentre nei giardini - sia pubblici che privati - si mettono a dimora piante di ogni specie senza limiti e controlli? Di fatto, pare ci sia più libertà di turbare il paesaggio con il verde ornamentale che con quello produttivo. Ed ancora: perché l’agricoltore deve essere obbligato a mantenere gli “oliveti storici” mentre le pubbliche amministrazioni abbattono con disinvoltura le alberature stradali? Non hanno forse anche quest’ultime un valore storico-culturale? Certa nouvelle-vague tenderebbe ad eliminare dalle nostre città i “pini”: un albero che, iconograficamente, identifica il paesaggio italiano (e toscano): si argomenta che le radici danneggiano rapidamente il manto stradale e i rami si spezzano facilmente e che quindi sono alberi “costosi” da mantenere. Ma allora è

Negli ultimi due decenni l’idea di paesaggio è stata tirata, ad usum delphini, verso enfatizzazioni ed estremizzazioni che creano inutili conflittualità fra due ragioni fondamentali: il diritto alla tutela del paesaggio e il diritto all’uso e alla sua conformazione produttiva, diciamo, sommariamente, fra gli architetti e gli agronomi (anche se non poche altre competenze si implementano nello stesso problema), può essere opportuno tentare di tracciare delle “linee di uscita” dallo scenario attuale. Si è del parere che il problema possa essere affrontato, in ipotesi, da tre punti di vista: a) nei contenuti della normativa nella legge regionale e nei regolamenti comunali; b) nella definizione di contesti definiti di paesaggio, ove sia sufficientemente esplicito il ruolo del paesaggio, a complemento di un contesto monumentale (che potremmo definire “peri- monumentale”; c) col paesaggio oggettivamente extraurbano (rurale agricolo boschivo od altro). Ed allora, introduciamo l’ipotesi di una nuova (e parziale) tipologia di paesaggio: il “paesaggio peri-monumentale”, intendendo per questo quel “particolare paesaggio che circonda un monumento o un piccolo centro storico, concorrendo alla conservazione dell’immagine e del bene culturale”.

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Governo del territorio: mancano progetti coesi Un buon governo discende dalla politica prima che dalla tecnica di MARCO GAMBERINI *

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n una stagione di riforme per i tempi nuovi (o di controriforme per tornare ai vecchi tempi?), in una stagione in cui ci si domanda cosa fare per modernizzare il paese, giova porsi la questione dei rapporti tra le istituzioni competenti in materia di governo del territorio. Taluni individuano il problema della inefficienza del governo del territorio nella contrapposizione tra centralismo ed autonomie locali e lo risolvono con un prevalere del centralismo (soprattutto statale e burocratico) sulle istituzioni locali elette dai cittadini, troppo condizionate dalla ricerca del consenso; così ragionano molti comitati e tutti coloro che li corteggiano. Altri, un po’ meno populisti ed ancora convinti del ruolo democratico delle istituzioni locali, vedono la soluzione nell’accrescimento dell’efficienza del governo attraverso la cooperazione inter- istituzionale, ma con un ruolo “forte” dei livelli sovracomunali ed in particolare della Regione. Partendo dalla diagnosi dei nostri mali possiamo, senza tema di smentita, fare due affermazioni relativamente alla Toscana: ci sono stati alcuni episodi negativi che hanno degradato parti del paesaggio toscano, il governo di molti sistemi urbani ed in particolare dell’area metropolitana fiorentina non sono riusciti a creare progetti unitari e coesi. Avendo vissuto la storia del governo del territorio in Toscana, voglio fare qualche considerazione sia sui due elementi condivisi proponendo una conclusione altresì condivisibile. La prima affermazione. Si parla genericamente di degrado del territorio toscano ed in particolare del paesaggio che lo rappresenta in modo “oli-

* Marco Gamberini. Pianificatore

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stico”. Non vi è dubbio che un tale enunciato assume diversi ed anche contraddittori significati in relazione al soggetto che la pronuncia: quelli che io posso definire i “paesaggi del lavoro” del porto di Livorno o delle acciaierie di Piombino, attribuendo ad essi un valore in quanto espressivi di una società operosa (ricordiamo l’articolo 1 della nostra Costituzione?), possono essere considerati degradati dai cultori aristocratici dei cipressini collinari, alleati dei difensori delle rendite immobiliari, o dagli integralisti ecologici che vorrebbero ripristinare le paludi cancellando le bonifiche. Qui in Toscana abbiamo una legge che vuole fornire la chiave di lettura unificante: il concetto di sviluppo sostenibile. Alla luce di ciò possiamo individuare, al di là dei confronti con altre realtà regionali italiane (comunque quasi tutte peggiori), situazioni indubbiamente negative: quelle in cui si sono sprecate risorse per il solo scopo di rispondere alla domanda di un mercato immobiliare da cui, tra l’altro, ricavare risorse per sostenere le finanze dei Comuni. Ai Comuni impoveriti il centralismo statale ha consentito di trasformare gli oneri di urbanizzazione in fiscalità ordinaria. Ma questi danni al territorio non sono frutto esclusivo dell’autonomia sancita dalla riforma del governo del territorio, anzi in gran parte risalgono agli anni in cui, con l’approvazione dei PRG, sui Comuni si esercitava il controllo statale (i mitici anni ‘60) o regionale (fino al 1995). Ricordo che i “trascinamenti” di previsioni pregresse sono rimasti in gran parte nella pancia della prima generazione di piani strutturali. Tuttavia va detto che l’obiettivo dello sviluppo sostenibile non attiene a fattori esclusivamente quantitativi: se un fiume porta troppa acqua può esondare, ma se è


Sinalunga (Siena), vigne

asciutto si può patire la sete. Veniamo ora al secondo punto dell’analisi critica condivisa: il mancato governo dell’area metropolitana centrale della Toscana. Credo che sia del tutto fuorviante pensare a soluzioni tecniche, giuridiche o pianificatorie che siano. Ho sentito il responsabile ANCI per il territorio invocare norme per “snellire” e “semplificare” i passaggi burocratici, o qualcun altro che voleva imporre ad alcuni comuni l’obbligo di dotarsi di un unico piano. Penso che sia sbagliato, anzi controproducente affidarsi a soluzioni tecniche o, peggio, burocratiche per risolvere carenze della politica. Perché il problema è politico. Da prima che fossero create le Regioni, dal risanamento di Firenze successivo all’alluvione del 1966, a Firenze il senso delle strategie del governo del territorio è stato sempre determinato in funzione della tutela della rendita immobiliare concentrata sul centro storico, ignorando la prospettiva metropolitana del piano Detti, facendo fallire il progetto “passaggio a nord ovest” di Castello (anche per privilegiare temporalmente la riconversione interminabile dell’area FIAT di Novoli), facendo diventare il centro storico un baraccone per turisti, oggi anche pedonalizzato e irraggiungibile per i fiorentini, negato alle tramvie, ma concesso alle vetrine delle multinazionali ed ai “dehors”. Gianfranco Bartolini da presidente della Regione iniziò

un tentativo di creare l’area metropolitana centrale a partire dal governo del territorio con lo “schema strutturale”, ma la conservazione prevalse e la Regione riprese a giocare di rimessa rispetto alla pianificazione comunale. Così di seguito con un primo PIT regionale che era più che altro un manuale del bravo pianificatore. Fino alla scorsa legislatura, in cui la politica tornava a farsi rivedere con interessanti affermazioni del secondo PIT (“la città di città”, “reddito e non rendita”) e con l’adozione del piano paesaggistico, cui però non ha corrisposto una altrettanto incisiva messa in opera. Fino ad oggi, quando si rinuncia a intraprendere qualsiasi iniziativa di pianificazione regionale decidendo di non concludere con l’approvazione il piano paesaggistico già finito per iniziarne uno nuovo che potrebbe fare la fine di quello della Puglia, iniziato nel 2007, mai adottato e costato sin qui almeno due milioni di euro. Ma se la politica diventa impotente o latitante, a nulla giovano le procedure straordinarie o le leggi speciali: il vuoto lo riempie la burocrazia dei cavilli e delle forzature dei funzionari, la follia dei procedimenti inutili, e in questo senso chiedere un ruolo “forte” della Regione può sottintendere invocare un potere sui Comuni che non deriva, come chiede un sistema democratico, dalla volontà dei cittadini. Dunque si deve ricercare il “buon governo” del territorio, e questo non viene dalla tecnica, ma dalla buona politica assistita dalla buona tecnica.

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Buono l’andamento dell’agroalimentare Qualità delle produzioni e legame con il territorio i punti di forza in Toscana di SIMONE BERTINI*

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el 2010 il valore aggiunto del comparto agroalimentare toscano a valori correnti è cresciuto del 2,6%, per effetto soprattutto del buon andamento della manifattura alimentare e nonostante il calo dell’agricoltura dell’1,1%. Il risultato negativo dell’agricoltura va ricondotto principalmente alla riduzione delle vendite in termini reali, nonostante la tenuta dei prezzi in rapporto al costo dei fattori di produzione. All’interno della produzione dei beni e servizi dell’agricoltura ha proseguito la crescita, come accade tendenzialmente da diversi anni, dell’importanza delle coltivazioni legnose, che rappresentano ormai circa la metà del valore della produzione agricola regionale; il comparto degli allevamenti e quello delle colture erbacee costituiscono ciascuno una quota di poco inferiore al 20% del totale, mentre è cresciuta la rilevanza del valore della produzione delle attività secondarie svolte dalle aziende agrarie. Le attività secondarie, costituite in massima parte dalla trasformazione di prodotti aziendali e dall’attività agrituristica, rappresentano ormai un vero e proprio comparto strategico per l’agricoltura regionale, caratterizzato da un alto livello di qualificazione anche rispetto alle altre regioni. Anche allargando la prospettiva oltre la congiuntura, la crisi in cui il sistema finanziario, economico e produttivo in particolare si trovano da ormai diversi trimestri ha colpito trasversalmente tutti i settori economici di attività, agricoltura compresa. Il settore dell’agricoltura regionale sembra tuttavia confermare la presenza di un * Simone Bertini. Irpet

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potenziale competitivo che nasce in primo luogo dal legame forte delle produzioni con il territorio. Ciò è vero non solo nel caso del vino e dell’olio di oliva, dove l’uso delle certificazioni di origine è una strategia ormai consolidata, ma anche in altri comparti, come ad esempio quello della carne bovina o quello del latte alimentare. La valorizzazione delle produzioni agroalimentari regionali passa sempre di più attraverso la qualità e il legame con il territorio, che costituiscono i principali punti di forza del sistema regionale. I problemi principali del sistema agricolo regionale sono di natura strutturale e organizzativa e si riconducono principalmente alla elevata frammentazione della base produttiva. È il caso dell’olivicoltura, dove non solo le superfici medie aziendali rimangono modeste, ma addirittura si comincia a manifestare un certo abbandono della coltura nelle aree collinari, dove maggiori sono i costi di produzione. Le ridotte dimensioni aziendali sono viste spesso come una sorta di ostacolo e impedimento, in assenza di precise strategie di integrazione, alla introduzione delle innovazioni necessarie al recupero di margini di redditività, oggi non assicurati talvolta neanche dalla denominazione geografica. In assenza di una integrazione di filiera, quindi, questi fattori di debolezza possono comportare un limitato potere contrattuale nei confronti degli altri operatori a valle della produzione agricola, una difficoltà nel rispondere alle esigenze del mercato e l’impossibilità nello sfruttare adeguate economie di scala che potrebbero ri-


agricole di poco più contenuto di quello toscano, la superficie agricola utilizzata è rimasta pressoché invariata negli ultimi dieci anni. In prospettiva storica, la riduzione della SAU sembra continuare un trend di lungo periodo dovuto alla progressiva erosione di suolo agricolo a favore di altri usi e all’abbandono delle superfici marginali, una situazione comune al sistema regionale e a quello medio nazionale. Le variazioni delle forme di utilizzazione della superficie aziendale regionale non presentano forti discontinuità con il passato e sembrano proseguire alcuni trend di lungo periodo: si sono ormai stabilizzate le superfici vitate dopo i processi di ristrutturazione indotti dal mercato e dalle politiche comunitarie negli anni’90. Le colture arboree nel loro complesso continuano il trend leggermente negativo di lungo periodo in linea con la diminuzione della SAU complessiva. Le utilizzazioni del suolo che manifestano i tassi negativi di variazione più accentuati sono i seminativi e i prati pascoli. La superficie a seminativo della Toscana è diminuita del 10% dal 2000, mentre quella a prati e pascoli di oltre il 28%, confermando la tendenza del decennio precedente.

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durre i costi aziendali. Se dunque da un lato la continua valorizzazione della qualità delle produzioni e del loro legame con il territorio non può essere abbandonata, appare urgente lo sforzo di natura organizzativa finalizzato al coordinamento degli attori e all’integrazione delle strategie a livello di filiera, anche per consentire al tessuto di imprese alimentari artigianali di continuare a svolgere il loro fondamentale ruolo di collegamento tra produzioni agricole regionali e consumatore. Accanto ai dati relativi a valore della produzione e valore aggiunto del settore economico dell’agricoltura, anche i dati provvisori del censimento condotto da Istat nel 2010 consentono una analisi della dinamica strutturale dell’agricoltura toscana nell’ultimo decennio. La novità più evidente dell’ultimo censimento è la rilevante riduzione nel numero delle aziende agricole (-38%), a fronte di un calo più contenuto della superficie agricola utilizzata (SAU), che ha avuto come effetto combinato l’aumento della dimensione media dell’azienda agricola. Il fenomeno regionale appare più evidente di quanto accaduto mediamente a livello nazionale, dove, pur essendo il calo del numero di aziende

Villa di Castello, pianta generale

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Sulla dinamica delle superfici a seminativo può avere influito il disaccoppiamento degli aiuti della PAC, unitamente allo svantaggio comparato della Toscana per questa forma di colture. Il trend dei prati-pascoli, che si sono quasi dimezzati dal 1980, è da porre in relazione con la crisi della zootecnia in montagna e pone un problema di mantenimento di questa forma di utilizzazione del suolo, che ha valenze paesaggistiche ed ecologiche. Fra l’altro la recente proposta di revisione della PAC della Commissione Europea colloca il mantenimento dei prati pascoli permanenti fra gli obblighi previsti a livello aziendale dal cosiddetto greening del pagamento unico. Anche per gli allevamenti si è assistito alla prosecuzione di un trend rilevato nei decenni precedenti: il numero di capi bovini e suini è ormai più che dimezzato rispetto ai primi anni ’80, trend da mettere in relazione con quello delle superfici a prati-pascoli e con la generale crisi della zootecnia nelle zone marginali e di montagna. La maggior parte degli imprenditori, in particolare olivicoltori e viticoltori, in special modo se diplomati o laureati, ritiene infatti che l’agricoltura contribuisca alla conservazione e alla tutela del paesaggio. Un ruolo che gli imprenditori agricoli percepiscono come più rilevante di quello riconosciuto alla sicurezza e alla qualità alimentare, alla valorizzazione dei prodotti tipici locali, alla prevenzione dell’erosione del suolo o alla salvaguardia della biodiversità. Torna quindi il tema del legame con il territorio e con il paesaggio, elemento chiave anche in tutte le iniziative volte alla tracciabilità dei prodotti, ritenute anch’esse fondamentali per la valorizzazione dei prodotti di qualità in grado di incidere in maniera rilevante sui margini di guadagno delle aziende agrarie. Appare tuttavia altrettanto necessario un monitoraggio costante al fine di impedire la proliferazione incontrollata di simboli e loghi che nel lungo periodo potrebbe

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portare svantaggi al sistema agricolo regionale attraverso il disorientamento del consumatore, visitatore e cliente dei prodotti e dei servizi dell’agricoltura toscana. D’altra parte, il contesto economico dei prossimi anni appare caratterizzato da una domanda interna, regionale e nazionale, stagnante e da una domanda proveniente dall’estero in crescita. Per far crescere l’economia regionale appare necessario percorrere il canale del miglioramento del bilancio commerciale con l’esterno, e con l’estero in particolare. Le direzioni possibili sono quelle dell’incremento delle esportazioni e della riduzione delle importazioni. L’agricoltura potrebbe giocare un ruolo rilevante in entrambe le direzioni: dal lato esportazioni potrebbe puntare sugli elementi di maggior forza del sistema agricolo regionale, come le produzioni vitivinicole, dell’olivicoltura o del vivaismo, oltre a rafforzare il peso delle produzioni di qualità e delle produzioni secondarie; dal lato delle importazioni, potrebbe aiutare nella loro sostituzioni con produzioni locali, sia nell’ottica delle filiere corte alimentari che nell’ottica delle filiere agri energetiche. Si tratta di elementi che per essere valorizzati richiedono un livello di programmazione e gestione che travalica l’ambito di competenza della sola sfera dell’agricoltura e che devono coinvolgere necessariamente anche la sfera del governo del territorio e quella dello sviluppo economico. Se l’obiettivo del governo del territorio è quello di favorire uno sviluppo sostenibile, allora non può non essere considerato anche il ruolo dell’agricoltura e del mondo rurale in generale. Il pur complesso governo del territorio potrebbe intervenire individuando gli strumenti attraverso i quali coniugare la tutela degli spazi con lo sviluppo territoriale locale, valorizzando il contributo economico, sociale e ambientale che la ruralità è in grado di dare.


Agricoltura: la Toscana tiene botta È necessario puntare sullo sviluppo delle filiere, introducendo elementi di innovazione e crescita della qualità, per creare e ridistribuire valore aggiunto. Prosegue nel proprio cammino di riconversione produttiva di leonardo marras*

che incontra, di stimolare l’innesco di processi economici e sociali positivi. Vorrei provare, in questa sede, a dare conto, se non a offrire delle soluzioni, almeno di un approccio che possa costituire la base di un intervento pubblico, a partire dalle funzioni di governo del territorio. Parto dall’esperienza della Maremma non solo perché mi è più congeniale, ma perché ritengo che possa essere paradigmatica dell’approccio che andiamo cercando e possa costituire un modello per l’intero comparto toscano. Non fosse altro per la superficie coinvolta, un quinto dell’intera regione, oltre alla presenza storica di un grande numero di imprese agricole, a tutt’oggi 11.000 che costituiscono un terzo del totale di imprese presenti nella provincia di Grosseto, tanto da far avviare ormai più di 10 anni fa il percorso per l’identificazione di un vero e proprio distretto rurale per la Maremma: un’esperienza che lega valori produttivi classici e la tradizione culturale, con i grandi investimenti degli ultimi anni attratti dall’esterno. Il rapporto Irpet sull’agricoltura mette in evidenza un settore in profonda trasformazione, che vive anni di passaggio e tenta di riposizionare i suoi fondamentali. Penso che molte considerazioni possano essere giustamente riprese partendo proprio dal cambiamento e dal riposizionamento in atto in provincia di Grosseto.

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e c’è un territorio nel quale il disegno del paesaggio l’ha fatta nei secoli da padrone, questo è notoriamente la Toscana. La provincia di Grosseto, da questo punto di vista, non ha fatto eccezione. Seppure con peculiarità che l’hanno distinta rispetto alle zone più ‘olografiche’ della regione, in forza dell’esperienza della bonifica iniziata dai Lorena e della vocazione produttiva cerealicola, che per centinaia d’anni ne ha caratterizzato in modo prevalente la fisionomia. Anche dopo, la riforma agraria dell’Ente Maremma, a partire dagli anni Cinquanta, ha progressivamente ridotto il peso del latifondo. Oggi, le trasformazioni sono ancor più rapide, affidate al potere della tecnologia, ma anche necessarie per i mutamenti così repentini del clima, la volatilità dei prezzi delle derrate, gli adattamenti alle produzioni e il condizionamento dell’economia globale sulle filiere agricole. Da qualunque angolazione la si voglia osservare, pertanto, la relazione tra agricoltura, assetto del territorio e programmazione urbanistica rimane il vincolo di sistema dal quale non si può prescindere. Nel nostro caso, la pianificazione territoriale è principalmente uno strumento di politica economica capace di interpretare il ruolo dinamico del lavoro agricolo e delle sue modificazioni, di accompagnare le scelte dell’impresa nella complessità della sua dimensione moderna e nelle difficoltà

* Leonardo Marras. Presidente della Provincia di Grosseto

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Basta considerare l’evoluzione di due fra i comparti produttivi prevalenti, quello vitivinicolo e quello olivicolo. Nel primo caso la superficie coltivata a vite ha superato i 9.000 ettari, 7.000 dei quali sono oramai con produzioni a denominazione d’origine (Docg e Doc) o a indicazione geografica territoriale. Nel secondo, siamo arrivati a quasi 2.500.000 piante di olivo, con le aziende della filiera dell’Olio extravergine Igp Toscano che immettono sul mercato la metà dell’intera produzione regionale. Un’evoluzione che ha significato trasformazione del territorio e del suo paesaggio, con effetti prevalentemente legati allo sviluppo di una rete diffusa di siti di trasformazione e viabilità di servizio alle aziende che ne hanno in qualche modo modificato gli assetti. Ragionare sulle prospettive di un’area a forte connotazione rurale come la Maremma grossetana, ovviamente, non può prescindere da una valutazione, anche semplificata per ovvie esigenze di sintesi, delle dinamiche economiche e produttive che in senso lato investono l’agricoltura. Avendo ben presente che oramai la distinzione classica tra produzione, trasformazione e servizi turistici sta progressivamente perdendo di significato in forza dell’affermazione prepotente delle imprese multifunzionali, ma anche dell’interconnessione sempre più stretta fra gli anelli della filiera agroalimentare. Il Rapporto sul sistema rurale toscano recentemente pubblicato da Irpet, in questo senso, ci offre uno spaccato che va ben aldilà degli stereotipi in base ai quali viene solitamente descritto lo stato del mondo agricolo. Dipinto per lo più a tinte fosche, calcando la mano sull’inevitabilità di una

crisi produttiva in conseguenza della globalizzazione delle produzioni e dei processi di trasformazione saldamente controllati dalle multinazionali, del declino dei prezzi alla produzione per l’innalzamento dei costi, dello strapotere del junk food rispetto ai prodotti agroalimentari di qualità. La sorpresa, nel contesto di una generale crisi economica all’interno della quale il settore agricolo/agroalimentare paga uno dei prezzi più salati, è che l’agricoltura della Toscana riesce a tenere botta e prosegue nel proprio cammino di riconversione produttiva, registrando performance particolarmente positive per quanto riguarda le esportazioni, cresciute del 12% nel 2010 e del 10% nel 2011. Con il dato migliore che riguarda il vino, a +16%, al quale si aggiunge un +12% per l’olio. Dinamiche alle quali si associa non a caso un trend di lento ma inarrestabile ampliamento della dimensione media aziendale, passata dai 7 ai 10 ettari, che va di pari passo alla forte contrazione del numero di aziende (-38%), dato peggiore di quello nazionale (-32%). Così che le aziende più piccole diminuiscono del 9% all’anno, mentre quelle maggiori reggono e accrescono il loro peso sul totale. Flash di un settore economico (in senso più ampio di quanto non dica la tradizionale classificazione) tutt’altro che statico e ripiegato su sé stesso. Come testimonia in altro modo la composizione del valore aggiunto prodotto dall’agricoltura – il 3,3% dell’economia regionale, per un totale di 3 miliardi e 145 milioni di euro – che oramai per il 43% (1.353 mln di euro) viene realizzato dall’industria alimentare, a fronte di poco più della metà (1.734 milioni di euro) riconducibile alle tradizionali agricoltura e silvicoltura. Spulciando le statistiche, si scopre anche che le imprese

Balle di fieno nella campagna mugellana

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Geotermia a Castelnuovo

relazione con il più robusto processo di infrastrutturazione del territorio regionale degli ultimi 40 anni, che prevede la realizzazione del corridoio tirrenico, dell’adeguamento della Strada dei Due Mari e la costruzione di molti nuovi porti turistici. Tutti interventi il cui impatto maggiore si avrà proprio nella Toscana del sud (Ar-Gr-Si), che rimane la zona della regione a più spiccata, meglio sarebbe dire prevalente, connotazione rurale. E all’interno di quest’area vasta, in modo particolare nella provincia di Grosseto. Opere pubbliche che una volta realizzate, avranno un grande impatto sulla fruizione del territorio agricolo che fino ad oggi è rimasto emarginato, ma, in qualche modo anche protetto proprio dal divario infrastrutturale. I nuovi assi di comunicazione nord-sud e est-ovest, infatti, faciliteranno e velocizzeranno notevolmente i collegamenti della Toscana meridionale con il resto della regione e del Paese, portando con sé un prevedibile maggiore afflusso di turisti e l’insediamento di nuove attività produttive e di servizio. Il territorio rurale, pertanto, potrebbe sopportare una nuova forte pressione antropica e insediativa che andrà governata con gli strumenti della pianificazione territoriale, tenendo conto allo stesso tempo dell’evoluzione produttiva dell’agricoltura. E delle modificazioni introdotte più di recente, come nel caso dello sviluppo delle colture energetiche o degli impianti fotovoltaici di grandi dimensioni, che integrano il reddito agricolo ma che generano un nuovo impatto. Se a questo si aggiunge la propensione alla ricompo-

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agricole della Toscana hanno prodotto beni e servizi per un valore complessivo (Pil valutato a prezzi base) di oltre 2 miliardi e 300 milioni, con un calo dell’1,6% a prezzi correnti rispetto al 2009. Ma che le produzioni ottenute da attività non agricole (servizi turistici, trasformazione dei prodotti agricoli) realizzate dalle aziende agrarie hanno superato i 200 milioni di euro, con un incremento del 3,2% rispetto all’anno precedente. Una quota sul valore corrente progressivamente cresciuta, che è arrivata a superare il 7% nel 2010, superiore a quella coperta dai prodotti dell’olivicoltura o dal latte. Se, come sostengono i ricercatori dell’Irpet, la riduzione delle aziende agrarie e l’incremento delle dimensioni medie possono essere interpretati come una ristrutturazione del settore agricolo più che come un indicatore del suo declino, allora vanno tratte le debite conseguenze in termini di scelte pubbliche. Nel solco di una tradizione plurisecolare che agli incroci della storia economica della nostra regione ha saputo sempre coniugare le ragioni dello sviluppo con quelle della qualità ambientale. Ci sono ragioni più complesse però che meritano di essere analizzate andando oltre il primo sguardo alla ricerca Irpet. L’evoluzione che viene descritta ha bisogno di essere reinterpretata almeno su più fronti e inserita in un contesto più largo. I fenomeni che sottendono a quelle cifre sono indubbiamente di grande portata. Non solo per gli effetti sull’ambiente che pure ci sono: la lunga marcia che l’agricoltura toscana tra alti e bassi sta compiendo oramai da dieci anni, d’altra parte, entra oggi in

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sizione fondiaria, potrebbe venir meno la straordinaria varietà colturale che caratterizza il paesaggio toscano, oltre alla riduzione conseguente di biodiversità, accelerando il trend negativo degli ultimi trenta anni. L’agricoltura esprime invece alti livelli in termini di tutela dell’ambiente e svolge una funzione insostituibile di presidio data dalla diffusione dell’impresa agricola e del legame dell’agricoltore al territorio in ragione del suo insediamento capillare e non concentrato. Quindi, dovremo porci anche altri interrogativi oltre al governo degli effetti ambientali. Prima di tutto in ordine al rischio di perdere altro capitale sociale. Il fatto che gli ultimi decenni si sia assistito all’abbandono delle campagne e nell’ultimo periodo questo fenomeno si sia addirittura accentuato perdendo molta superficie agricola utilizzata (ultimi 10 anni nella sola provincia di Grosseto -27%) a vantaggio di rimboschimenti o dell’aumento dei terreni incolti non ha certo aiutato al mantenimento del valore sociale rappresentato dalla vita contadina espressione di una vera e propria civiltà, la civiltà rurale. In questo senso, purtroppo anche le politiche comunitarie hanno agito favorendo il disperdersi di questo importantissimo presidio sociale. In più, l’età media degli imprenditori agricoli è decisamente elevata e segnala l’estrema necessità di un forte e cospicuo ricambio generazionale e di un passaggio di consegne che conservi tradizioni non solo produttive ma anche etiche e morali, di civiltà, appunto. Tutto questo deve fare i conti con le difficoltà dei mercati, di quanto gli investimenti in agricoltura abbiamo tempi di ritorno molto lunghi, di quanto oggi il sistema creditizio offra meno spazi di quelli che ha offerto anche solo qualche anno fa, di quanto sia duro e poco attraente il lavoro nelle campagne secondo i cliché più conformisti, ma molto del futuro dell’agricoltura toscana, e quindi del paesaggio toscano, passa dalla capacità dell’agricoltura di rinnovare sé stessa e di farlo, rinvigorendo il proprio capitale sociale. Se il paesaggio è oggi, in Toscana, uno degli elementi costitutivi della competitività regionale, vero e proprio plus in termini economici, questo è dovuto al fatto che nel corso della storia l’opera dell’uomo ha plasmato il disegno del territorio. E se è così attrattivo è sicuramente perché esprime altri valori oltre a quelli estetici, che sono valori umani e sociali. Oggi nel porsi il problema di come gestire l’evoluzione dello spazio rurale, non possiamo che ripartire da questa consapevolezza. Il paesaggio come valore culturale e di presidio identitario è determinato dall’intervento dell’uomo, e il mantenimento nel tempo della qualità dell’ambiente rurale è funzione diretta della capacità di produrre reddito e di presidiare il territorio.

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In sostanza, il paesaggio rurale è dinamico ed è il risultato di scelte economiche e condizioni che non posso essere ridotte più di tanto da regole estetiche essendo il frutto del lavoro continuo dell’uomo che deve poter trovare il proprio sostentamento da quelle attività. Per questo, infine, è necessario riflettere sui dati del rapporto Irpet in ordine alle dinamiche economiche e tracciare qualche indirizzo perché il passaggio che viviamo possa invertire le tendenze negative, consolidare i risultati positivi, riscoprire a pieno i valori e restituire onore al lavoro agricolo. Il dato che fa riflettere di più è che di 1 euro di spesa alimentare al consumo solo 17 centesimi tornano in tasca al produttore (fonte, Coldiretti). È evidente che tutto l’impegno va indirizzato qui, affinché si possa riequilibrare questa distribuzione di ricchezza a vantaggio di chi produce, in Toscana molto spesso con elevati standard di qualità, avvicinandolo al consumatore. È importante che chi sulla terra continua a vivere, investendoci intelligenza e risorse, venga accompagnato e sostenuto, per scongiurare i rischi di un progressivo declino delle attività produttive che dall’agricoltura traggono linfa. Ciò significa in primo luogo puntare sullo sviluppo delle filiere, introducendo elementi di innovazione e crescita della qualità, per creare e ridistribuire valore aggiunto, remunerando i diversi operatori che si collocano lungo la catena: produzione, trasformazione, logistica e commercializzazione dei prodotti. Una tendenza che in qualche modo è già in atto, se è vero che a fronte di una diminuzione della superficie totale coltivata assistiamo ad un innalzamento della superficie media aziendale e ad un recupero di produttività dell’agricoltura regionale rispetto al trend negativo nazionale. Negli ultimi dieci anni, infatti, al progressivo spopolamento delle campagne e all’aumento della superficie boscata, si è accompagnata in molti casi una nuova capacità di creazione di reddito alimentata dallo sviluppo delle aziende agricole multifunzionali. Il protagonismo delle quali ha avuto la propria cartina tornasole nell’offerta dei servizi agrituristici. Nello stesso periodo di tempo, inoltre, c’è stato, per quanto lento, un inesorabile processo di ricomposizione fondiaria che sta riducendo la frammentazione della proprietà agricola, anche ricorrendo a forme di agevolazione degli affitti dei terreni. Un processo non necessariamente connotato in modo negativo, la cui ragion d’essere risiede nelle dinamiche economiche di riorganizzazione produttiva dell’agricoltura, che hanno l’obiettivo di consentire alle aziende di essere competitive. È prevedibile, per il futuro, la nascita o il consolidamento di esperienze aziendali molto strutturate di grandi dimensioni, capaci di interpretare in senso mo-


derno una presenza nel mercato delle produzioni agricole e alimentari. Dall’altra parte, però, tenendo anche conto del fatto che questa “ricomposizione” fondiaria ha dei limiti fisiologici, è necessario porsi il problema di come rispondere ai bisogni dei tanti piccoli produttori, che singolarmente presi rischiano l’espulsione dal mercato e di come incentivare l’aggregazione della loro offerta. La tradizionale offerta, in questo senso, della cooperazione agricola, ha necessità di essere profondamente aggiornata. Spingendo l’acceleratore sull’aggregazione tra le strutture cooperative esistenti, che oggi svolgono funzioni poco specializzate, sono troppo piccole per le sfide globali a cui sono chiamate e rischiano di farsi solo concorrenza tra loro. A me pare che non ci sia più tempo e che proprio attraverso processi di aggregazione spinta tra le cooperative si possa, da una parte, arginare “la semplificazione agraria” e, dall’altra, costruire soggetti economicamente forti, che partendo dai servizi diventano attori della filiera per poter meglio remunerare il lavoro agricolo senza che rimanga viziato oltre modo dalla mediazione commerciale. Anche in questo contesto, quindi, si tratta di individuare pratiche virtuose, ivi comprese quelle di natura urbanistica e programmatoria, che assecondino e incentivino fusioni e reti fra cooperative, non limitandone l’operatività alla semplice organizzazione della produzione, ma ampliando la filiera alla trasformazione e alla commercializzazione dei prodotti. Strumento importante nell’affrontare la complessità della pianificazione del territorio rurale, è senza dubbio il Piano territoriale di coordinamento. La Provincia di Grosseto ha recentemente aggiornato il proprio PTCP proprio nell’intento di adeguarne l’apparato normativo anche per meglio cogliere l’evoluzione che l’agricoltura e il settore agroalimentare stanno subendo negli ultimi tempi. La vastità e varietà geomorfologica del territorio provinciale, d’altra parte, si sposa a una gamma vastissima di produzioni agricole: dalle colture estensive cerealicole a quelle specializzate ortofrutticole, dalla zootecnia fino all’acquacoltura, dalla risicoltura a silvicoltura e vivaismo. Tipologie colturali e produttive alle quali si associano impianti di trasformazione, centri di stoccaggio e piccoli poli logistici capillarmente diffusi nelle zone di campagna. La scelta compiuta con il Ptc, in questo senso, è stata quella di introdurre nuovi elementi di flessibilità, così da assecondare il processo di ripopolamento delle campagne e la riconversione produttiva delle aziende agricole sempre più orientate alla multifunzionalità, compreso il tema più attuale delle cosiddette agrienergie che destano molte attenzioni da parte dell’opinione pubblica rispetto a

localizzazioni di impianti e inserimenti nel contesto senza compromettere valori paesaggistici ormai acquisiti. Anche questo nuovo ambito connesso all’attività agricola può essere un ulteriore aiuto a innalzare la redditività dell’impresa agricola introducendo elementi di innovazione di grande interesse. Come in ogni momento di cambiamento si incontrano accelerazioni e brusche frenate, ma non ci sono dubbi sul fatto che anche questo ultimo costituirà nel prossimo futuro uno dei perni su cui si regge un’impresa agricola moderna. Senza un’impresa agricola capace di produrre e di vendere non possono esserci prospettive per l’agricoltura e per il nostro paesaggio e anche le regole che governano il territorio, sempre di più devono fare i conti con le esigenze di questo soggetto economico che è il motore dello spazio rurale, che, come abbiamo visto, non ha dietro soltanto valori produttivi ma anche sociali e di presidio ambientale. Anche il dibattito europeo, sulla nuova politica comunitaria, si è incentrato molto sul valore dell’impresa agricola come nucleo fondante della civiltà rurale. In Europa, sembra che si stiano riscoprendo l’impresa agricola che produce e il territorio rurale a confronto della città. Due dimensioni anche sociali, quella rurale e quella urbana, differenti, che esprimono anche livelli di qualità di vita differenti, entrambi da valorizzare come espressioni, nel loro insieme, della cultura europea. Già dall’anno scorso, poi, nel mondo, si domandano prodotti alimentari più di quanto la Terra abbia la capacità di produrre. Tendenzialmente, la popolazione mondiale non avrà più cibo per sfamarsi. Da qui la riscoperta della necessità di produrre derrate alimentari e di restituire dignità all’agricoltura e alle filiere agroalimentari anche in Europa, laddove ormai si era persa l’idea, non più di venti anni fa, che l’agricoltura potesse servire a qualcosa. Anche in Toscana, abbiamo bisogno di lavorare molto perché i prossimi anni siano spesi in questa direzione, per favorire la crescita di produttività e di redditività dell’intero sistema agricolo, spingere in termini di promozione per migliorare la nostra penetrazione nei mercati internazionali, investire nell’innovazione per garantire qualità, incentivare come ha iniziato a fare la Regione con il progetto Giovani sì, il ricambio generazionale ed allargare i confini delle produzioni agricole anche a settori più tecnologici come le produzioni energetiche, senza indugiare troppo di fronte alle contestazioni di chi si oppone a qualsiasi trasformazione. D’altra parte, abbiamo dimostrato quanto l’agricoltura sia stata l’attività più dinamica e attiva nel disegnare le trasformazioni del paesaggio e finora ha svolto questo compito egregiamente. Continuerà a fare bene allo stesso modo, se glielo consentiremo.

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La base delle esigenze individuali e collettive Un buon governo si manifesta quando c’è relazione profonda fra città e ruralità di Marco Gamannossi*

* Marco Gamannossi. Assessore all’Urbanistica e alla Pianificazione, Provincia di Firenze

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saggio non cambia: città e ruralità sono una costruzione. Sono cioè costruiti dall’uomo, in relazione al proprio territorio e alle proprie esigenze economiche e sociali. E in quanto costruzione, al territorio non basta apporre una gigantesca campana di vetro, trasparente ma intangibile. Buon governo, come ci insegna il Lorenzetti, significa sommare armonia, vitalità e dinamismo. Armonia, vitalità e dinamismo sono le stesse esigenze di oggi. E valgono anche nell’economia agricola, visto che essa è di fatto anche un fondamentale attore del governo del territorio. Considerare il ruolo del mondo agricolo sconnesso dalla pianificazione, significa svilire sia l’uno che l’altra. I dati su ciò che è avvenuto in questi ultimi dieci anni non sono affatto da sottovalutare. Nella sola provincia di Firenze, infatti, pur attestantosi come una delle principali realtà agricole della nostra regione, le imprese agricole sono calate del 33% e passate dalle circa 16.000 unità nel 2000, alle odierne 10.000. A questo si affianca una crescita media delle dimensioni di queste aziende, ma anche una cospicua descrescita della superficie coltivata (-15%). Dunque, in appena dieci anni, si è abbandonato il 15% di territorio agricolo. Un dato a mio avviso impressionante. Dobbiamo quindi invertire la rotta. L’obiettivo è quello di rendere sempre più attivo e competitivo un settore che parla di identità locale, di sfida globale e di tenuta del territorio. I temi sono complessi, complessivi e non sono mai da considerare a compartimenti stagni. Pensiamo alla mancanza di semplificazione in questo – come, purtroppo, non solo in questo – settore. Un iter amministrativo

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l nostro è sicuramente un grande Paese. Con alcune stranezze di fondo, però. Una di queste è l’aver considerato troppo spesso l’agricoltura come un pezzo di attività umana da ridurre a secondaria importanza, come un settore da relegare solo ad antichi e bucolici fasti. Certamente non tutti hanno visto l’agricoltura attraverso questa accezione, ma una certa corrente falsamente modernista sì. Poche volte ci si sofferma invece a riflettere sul fatto che l’agricoltura sia il settore, per definizione, “primario”. Dobbiamo anzitutto ridare piena dignità a questa parola, perchè essa si riferisce alla basilarità, alla primarietà dei bisogni dell’individuo e della società. Si respira l’aria, ma ci si alimenta attraverso la terra. Questa scarsa percezione della “primarietà” dell’economia agricola cozza non solo con il buonsenso, ma anche con l’immagine, più o meno pittoresca, della nostra identità profonda di toscani, che spesso viene simboleggiata proprio attingendo alla produzione agricola, al buon cibo, al buon vino. Eppure la storia di questa identità ce la troviamo, ad esempio, di fronte agli occhi ogni volta che visitiamo il Palazzo Pubblico di Siena e ammiriamo l’Allegoria e gli Effetti del buon governo di Ambrogio Lorenzetti. Quell’affresco, che in realtà è uno spettacolare manifesto politico, fa emergere come l’armoniosa e pullulante vita del territorio avviene in una relazione profonda tra città e ruralità. I due elementi non sono distinti, ma si relazionano, si parlano. Non c’è buon governo senza una positiva politica urbana, non c’è buon governo se la ruralità viene resa subalterna. Ovviamente i secoli trascorsi fanno mutare le esigenze, la società e l’economia. Ma il mes-


troppo burocratico e appesantito è un percorso mal interpretabile e che non libera le migliori energie. Servono controlli chiari, efficaci ma anche più autocertificazione, più semplicità: mi sto sempre più convincendo che questi aspetti vadano imprescindibilmente di pari passo. Non si liberano le energie migliori se le facciamo attraversare in un labirinto procedurale di enti, sottoenti, controlli, sottocontrolli di cui non si vede mai la fine. Nei grandi labirinti le energie si disperdono e la frustrazione cresce. La stessa cosa vale per la vincolistica. L’iperproceduralismo individua i vincoli non come un mezzo di governo delle trasformazioni, ma come il fine ultimo. E questo è un grave errore. Non siamo chiamati a chiuderci dietro un vincolo, ma a inserirlo in un coerente disegno di territorio (quindi di società). Questo significa evitare al minimo le sovrapposizioni vincolistiche e semplificarne il quadro per renderlo più chiaro possibile. Razionalizzare la vincolistica deve essere necessariamente un obiettivo di ogni livello istituzionale, nessuno escluso. L’economia agricola è fatta da imprese, non dobbiamo mai scordarcelo. Quindi la loro capacità di sviluppo e di competitività dipende dalla capacità di accompagnare investimenti ed innovazione, senza i quali rischiano la marginalizzazione: cioè fare tutto il possibile affinchè si faccia buona impresa, fare il meno possibile per sospingere la trasformazione dell’attività in rendita. Priorità all’innovazione del prodotto, alla giusta integrazione del reddito d’impresa per garantirne il presidio ma senza snaturarne le caratteristiche, come ad esempio rischia di avvenire con improvvisi cambi di destinazione d’uso. Il futuro sta nella competitività del sistema agricolo, non nel suo artificioso

cambio di natura. E nel farne sempre più un settore attrattivo per le giovani generazioni. Un settore dove poter scommettere, con il quale concretizzare il benessere per se stessi e per la comunità. La ruralità è dinamica per sua natura. E quindi l’economia agricola è anche un soggetto di manutenzione attiva del territorio. A quella percentuale poc’anzi evidenziata di diminuizione costante del terreno agricolo, corrisponde anche il fatto che il territorio sia meno “umanizzato” e anche più insicuro. Si pensi soltanto all’assetto idrogeologico. Durante la recente stesura del Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Firenze – che è stato da poco adottato – abbiamo avuto ulteriore conferma che non è più sufficiente applicare misure di difesa idrogeologica limitandole, di fatto, alla aree di fondovalle. Per questo, anche nelle norme di attuazione, abbiamo esteso una valenza di difesa dell’assetto idrogeologico anche alle aree fragili – quindi ai versanti collinari –. Affinchè anche i versanti siano tutelati sotto questo punto di vista, però, non basta solo aggiungere un comma in un articolo. Serve approfondire il rapporto tra gli enti pubblici e mondo agricolo anche riguardo a questo tema, garantendo investimenti in opere magari non renumerative ma che assicurino alla collettività un patrimonio paesaggistico tutelato. Sono in queste considerazioni – pur certamente sintetiche e paziali – che la dimensione agricola, a mio avviso, emerge in tutta la sua portata strategica. Non un pezzetto di Arcadia da musealizzare, ma un importante binario di sviluppo che affianchi armonia, dinamismo, vitalità e modernità.

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Paesaggi vitivinicoli, un banco di prova Implementare la cultura diffusa della pianificazione delle aree rurali è un obiettivo prioritario di Giampaolo Pioli*

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on importa scomodare l’“Allegoria del Buon Governo” e Ambrogio Lorenzetti per cogliere la forza con cui i terreni vitati segnano i paesaggi agrari di cui fanno parte. Pochi altri tipi di coltura sono capaci di marcare il territorio, con la geometrica disposizione dei filari a rompere la naturalezza del paesaggio e ad annunciare con inequivocabile firma la sua antropizzazione. Di più: la vigna, porzione di terreno intensamente lavorata e vissuta, enfatizza più di altre, proprio per quella “forza” estetica, i mutamenti delle forme di produzione e delle tecniche di lavorazione e trasmette il segno del cambiamento al paesaggio circostante. Quando la meccanizzazione della viticoltura prende il sopravvento, i filari da orizzontali (a girapoggio) diventano verticali (a rittochino), perché la macchina può anche seguire la pendenza, più difficilmente terrazzamenti fitti e ristretti, e provocano una rivoluzione dei paesaggi. Altri fattori lo plasmano senza sosta: l’abbandono delle aree difficili, in montagna o nelle isole (non a caso i residui di quella viticoltura, un tempo normali, sono oggi definiti eroici e sono meta di commossi pellegrinaggi); il bum del commercio dei diritti di reimpianto, che ha spostato l’interesse verso aree appunto più facili; la spinta specializzazione dei vigneti che ne ha ridotto la diversità e l’originalità ampelografica, semplificando la tavolozza paesaggistica. Di fronte a questa marcata responsabilità delle aree vitate sulla caratterizzazione del paesaggio, nel 1996 l’Associazione Nazionale delle Città del Vino, con un’intuizione fortemente anticipatrice, iniziò un percorso di analisi e di proposta che presentò sotto il nome, ambizioso ma efficace, di “Piano Regolatore delle Città del Vino”. L’idea era di quelle destinate a farsi strada: il paesaggio agrario non può essere semplicemente affidato alle dinamiche economiche spontanee, ma può e deve essere oggetto di pianificazione * Giampaolo Pioli. Sindaco di Suvereto / Presidente dell’Associazione nazionale delle Città del Vino.

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urbanistica, né più né meno che le aree d’insediamento urbano. Una grande associazione di comuni (in gran parte piccoli e medi: il grande vino si fa nei piccoli comuni), inserendosi nella ricerca della migliore urbanistica, elevava il territorio rurale alla dignità di oggetto degno di attenzione, a cui si rivolge la più alta delle funzioni espresse dalle autonomie locali: la pianificazione. Sottraendolo al destino degradante di terra di conquista del cemento. Con alcune solide convinzioni: - che il paesaggio sia un bene comune della storia e della cultura di un territorio; - che esso rappresenti un fattore di primaria importanza della sua competitività, non solo in termini di attrattività turistica, ma anche di valore aggiunto, economico e commerciale, dei prodotti portatori di forti cariche identitarie, come il vino (un newyokese che beve Chianti parla anche del “way of life” toscano, oleografie stucchevoli a parte); - che tutela del paesaggio può e deve essere anche tutela ambientale e che è possibile e necessario sviluppare sistemazioni idraulico-agrarie che siano esteticamente valide e al contempo efficaci nel controllare l’erosione e il deflusso delle acque, reso devastante dalle moderne tecniche di piantumazione; - che non sia ragionevole immaginare di conservare, come in una teca, ad esempio, la maglia paesaggistica finissima consegnataci in Toscana e altrove dalla mezzadria, frutto di quell’epoca; - che invece sia possibile conciliare l’obiettivo di un paesaggio carico di identità con le esigenze della produzione agricola moderna e con la necessità, imprescindibile per la economicità, la produttività e la vivibilità sociale delle aree rurali, di introdurre strutture produttive e infrastrutture; - che la via obbligata per raggiungere questo fine sia quella di una concertazione forte con il mondo produttivo, che


deve convincersi che avere un bel paesaggio conviene. Non è immaginabile che la tutela passi solo attraverso l’imposizione di regole e norme, destinate a non essere seguite se non fondate sulla condivisione di un obiettivo comune. In sintesi: la tutela del paesaggio non è conservazione immobile, peraltro illusoria, ma comprensione delle dinamiche di cambiamento e coinvolgimento di tutti gli attori nella definizione condivisa della identità culturale, e quindi delle regole che la tutelano e la valorizzano. Il riconoscimento di quella centralità della vite nel disegno del paesaggio, ha spinto l’Associazione Città del Vino (che conta oltre 500 comuni soci di ogni regione italiana) ha farne terreno decisivo di un impegno per la crescita di una cultura della pianificazione urbanistica del territorio rurale. Dopo il primo Piano Regolatore delle Città del Vino molte cose sono successe: il clima ha manifestato mutazioni che impongono un’attenzione ancora più forte a temi come l’erosione dei suoli; si è fatta strada una nuova urbanistica che rende presupposto imprescindibile di ogni pianificazione la valutazione strategica dei territori, che ne evidenzi le potenzialità, ma anche i limiti d’uso; se da un lato la Convenzione Europea del Paesaggio ha iniziato a sedimentare nei decisori, ma anche nel senso comune, l’idea di paesaggio come patrimonio di tutti, dall’altra le politiche agrarie europee hanno accentuato le trasformazioni dei modi di produzione e quindi dei paesaggi. Serviva un aggiornamento. Ne è nato un volume,Vino e Paesaggio. Materiali per il governo del territorio, a cura di Pier Carlo Tesi, Lorenzo Vallerini e Luigi Zangheri, Edizioni Ci.Vin Castelnuovo Berardenga, 2009, che ha spinto in avanti l’elaborazione. Il lavoro ha come destinatari i comuni vitivinicoli, a cui dice: è utile costruire regole per l’uso del territorio rurale. Per poterlo fare vi forniamo strumenti di analisi, metodo e soluzioni possibili. “Serve anzitutto una conoscenza estesa e approfondita: - identificare i territori più vocati alla viticoltura per proteggerli da localizzazioni incongrue (discariche, aree industriali a forte impatto, espansione urbana indiscriminata) - identificare le vulnerabilità dei suoli agrari – in uso o potenzialmente tali – per elaborare norme di comportamento virtuoso in grado di assicurare l’uso sostenibile del territorio agricolo (le buone pratiche da elaborare “con” i viticoltori), essenzialmente controllo delle acque (erosione, regime idrico del vigneto, anche in rapporto ai cambiamenti climatici); regole per l’uso sostenibile del territorio agrario che servano a prevenire fenomeni di degrado dei suoli, derivanti da erosione incontrollata; regole e principi per la conservazione estetica del paesaggio; regole sulla 1 2

qualità dell’edilizia rurale;norme e principi per l’efficienza energetica degli insediamenti rurali; modi non conflittuali per inserire le localizzazioni compatibili (infrastrutture, cantine, residenza rurale e non).1” Le Città del Vino che si accingono a mettere mano ai loro strumenti di pianificazione o che intendono migliorare quelli in vigore, magari con una variante generale agricola, troveranno in quei materiali e nell’assistenza diretta dell’Associazione gli strumenti per muoversi nella direzione di una salvaguardia e di una valorizzazione dei loro paesaggi rurali. Questo lungo percorso compiuto dall’Associazione ha trovato un suo sbocco organizzativo con la creazione del Laboratorio – Scuola di Formazione delle Città del Vino, che mette a disposizione dei comuni vitivinicoli uno staff di esperti e consulenti capaci di accompagnarli su questo cammino. Implementare la cultura diffusa del paesaggio e della pianificazione delle aree rurali è un obiettivo che consideriamo prioritario, a condizione che ribadiamo le tre condizioni a cui si è accennato: • il paesaggio è un contesto vivo, in mutamento permanente, che non può essere congelato o museificato, ma la cui tutela è possibile se si accompagnano e si governano i processi di mutamento delle condizioni di lavoro e di produzione in campagna, conservando, ma anche negoziando l’innovazione; • tutto questo è fattibile se si stringe un patto tra istituzioni preposte, comunità e mondo produttivo. Senza questo patto nessun governo è possibile. Il comune - anche e preferibilmente in forma associata, perché il paesaggio rurale non segue i confini comunali – resta il titolare di questa azione. Come si dice in un passaggio chiave del volume di Città del Vino: “Il piano locale dovrà recepire e attuare con coerenza ed efficacia quanto gli è prescritto dai piani paesaggistici sovraordinati, anzitutto in termini di riconoscimento e disciplina degli episodi di eccellenza (beni paesaggistici), ma non potrà limitarsi a questo; nello spirito costituzionale della sussidiarietà dovrà saper dialogare con gli strumenti sovraordinati, fornendo loro informazioni e saperi locali. Dovrà poi esercitare un’autonoma capacità di leggere il paesaggio locale e i suoi valori, soprattutto negli aspetti quotidiani e del degrado, identificare i fattori di rischio e mitigarli, promuovere tutto il territorio ad una qualità paesaggistica soddisfacente, capace di suscitare sentimenti positivi di identità, riconoscibilità, appartenenza. Spetterà poi alla politica declinare questi valori in modo inclusivo e non esclusivo, solidale e non egoista, democratico e non autoritario, progressivo e non regressivo.2 ”

P.C. Tesi, L.Vallerini, L. Zangheri, Vino e Paesaggio. Materiali per il governo del territorio, Ci.Vin 2009 Castelnuovo Berardenga, pag.11. P.C. Tesi, L.Vallerini, L. Zangheri, op. cit, pag.18.

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Tesi in vetrina: una proposta per valorizzare le tesi di laurea degli studenti toscani L’Associazione Romano Viviani ha deciso di lanciare un’iniziativa di grande valore simbolico e culturale. Partendo dall’assunto che ogni anno centinaia di giovani toscani si laureano dedicando grandi risorse ed impegno alla stesura della propria tesi di laurea e che purtroppo molto spesso questi lavori non vengono divulgati e fatti conoscere fuori dal ristretto ambito accademico, abbiamo deciso di mettere a punto un’iniziativa che abbia come obiettivo proprio quello di valorizzare e far conoscere le tesi dei nostri giovani laureati. A questo scopo abbiamo stretto una partnership con il network di settimanali “Metropoli” definendo i seguenti strumenti di promozione delle Tesi: • organizzazione di serate evento con la presentazione della Tesi al pubblico locale (presso biblioteche o altre istituzioni cittadine); • realizzazione di una collana editoriale curata dalla casa editrice Edizioni Medicea Firenze intitolata “Tesi in vetrina”, con la selezione da parte di un apposito Comitato scientifico di due tesi da pubblicare ogni anno tra quelle dedicati a temi socio – culturali e storici legati al territorio toscano. Per la selezione delle Tesi sarà chiesta una collaborazione alle Amministrazioni Comunali della regione. Il primo numero della Collana Tesi in vetrina – Emiliano Fossi, Neocomunitarismo e urbanistica, Edizioni Medicea Firenze, 2012 – è stato presentato a Campi Bisenzio lo scorso 15 marzo.

Neocomunitarismo ed urbanistica

La riflessione proposta da Emiliano Fossi ci ricorda come l’importanza del governo del territorio debba discendere da una tensione utopica,da un’immagine di ciò che possano diventare la società e la politica

di ANNICK MAGNIER “Urban sprawl in Europe. The ignored challenge” recitava il titolo del rapporto dell’European Environment Agency del 2006. Cinque anni dopo la sfida non può più dirsi ignorata. La denuncia della diffusione urbana appartiene oggi alla retorica della politica locale. Certamente però non è entrata quanto dovrebbe nell’agenda del governo del territorio. Di fronte alla necessità di garantire un minimo di risorse o di sviluppo, soltanto di rado qualche estemporanea estensione dell’edificato appare agli amministratori ciò che di fatto diventerà: un piccolo tassello nella costruzione di un grande problema (che pur si denuncia). Non tutti gli effetti dello sprawl sono poi ugualmente percepiti. Cresce la sensibilità al consumo del suolo, agli impatti sul capitale di risorse non rinnovabili, si accentua la critica estetica all’edificazione non armonica, determinata dai progetti spiccioli delle famiglie e delle imprese. Minore è l’attenzione alle conseguenze della diffusione urbana sui tempi di vita e sullo spazio pubblico, sotto il segno della rassegnazione di fronte ad un individualismo considerato come componente ineludibile della modernità contemporanea. Usando il termine di sprawl si denunciano non certo senza ambiguità le tendenze dominanti di trasformazione dei sistemi urbani, che agiscono su suburbia, post-suburbia, edge-city, sul residuo territorio rurale, come sulla stessa città storica. L’etichetta di “patologica” viene associata già negli anni Trenta a quella forma di ex-urbanizzazione che vede la

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città più che diffondersi, “accasciarsi”, “sdraiarsi”, laddove i rischi associati a tale trasformazione morfologica sono precocemente apparsi evidenti: negli Stati Uniti. Succede così che troppo spesso ancora oggi tendiamo a trattare dello sprawl urbano usando categorie analitiche elaborate nei paesi anglosassoni. Emiliano Fossi con questo volume contribuisce ad arricchire la riflessione localizzata (non localistica) sulle strategie di ristrutturazione territoriali richieste dall’ex-urbanizzazione contemporanea, sugli impatti sociali delle diverse scelte di politica pubblica locale alle quali corrispondono. Lo fa, partendo in apparenza da lontano, proponendo un’inedita introduzione alle diverse correnti urbanistiche che in ambito culturale anglo-sassone, si sono strutturate attorno alla denuncia dello sprawl e dei suoi effetti nonché ad una ricetta, quella in fondo intuitiva che consiste nel provare a trasformare le grandi città in piccoli villaggi: Smart Growth, New Urbanism, Rinascimento Urbano. Ricercando i fondamenti teorici di queste correnti, che hanno fatto della ristrutturazione della città diffusa mediante la ricostruzione di vicinati comunitari il loro marchio, il libro conduce felicemente ad esaltare la dimensione contestuale, segnala con forza la necessità di leggere il tema dello sprawl urbano identificando, riconoscendo le diverse interpretazioni della società e dell’urbanesimo leggibili nel territorio. Non soltanto Fossi dimostra, riper-


Castelfalfi - immagine aerea

conservatrice; quella del secondo tipo è aperta sulla città intera, è spinta per il mutamento. Tradotta in scelte di ristrutturazione urbanistica, la ricerca della comunità induce nel primo caso ad insistere sulla dimensione (gli insiemi devono essere piccoli, omogenei, a scala umana, garantire la tranquillità e la privatezza attribuiti al villaggio tradizionale), nell’altro a valorizzare gli spazi pubblici, l’architettura civica, gli spazi per l’incontro, considerati definitori del villaggio tradizionale: due direzioni di intervento di cui Fossi, con attenzione, rintraccia evidenze nei Manifesti dei movimenti e nelle loro realizzazioni esemplari. Osserva Harvey a proposito del New Urbanism: “La presunzione qui è che i vicinati siano in qualche senso ‘intrinseci’, che forma corretta delle città sia quella di qualche struttura di vicinati, che vicinato sia equivalente a comunità, e che la comunità sia ciò che vogliono e di cui hanno bisogno gli americani (che lo sappiano o meno)”. Pur apprezzandone la capacità dirompente rispetto alla routine progettuale alla quale il New Urbanism è capace di contrapporre un progetto ambizioso di società, egli rinviene nel New Urbanism la sola ispirazione alla comunità intesa nella sua accezione patrimoniale, conservatrice. Se da un osservatore statunitense sorgono dubbi sulla necessità di ragionare in termini di comunità nelle politiche urbane, altrettanto, e per diverse ragioni, non può che avvenire nel nostro contesto, dove le città meno spesso hanno potuto essere viste e vissute come mosaici di comunità, culturalmente caratterizzate. Anche l’Europa (e in essa l’Italia) vede la città “accasciarsi” sul territorio, tardivamente rispetto all’esperienza statunitense, negli ultimi decenni del secolo scorso, insostenibilmente, sia sotto il profilo ambientale che sotto quello sociale. Le aree esterne della città “sdraiata”sono accessibili soltanto con la macchina. Ne consegue che le reti di trasporto pubblico non possono più essere pensate come offerte totali di servizi universali, ambizione ragionevole nella città consolidata “densa”, ma come servizi minimi per la razionalizzazione dei flussi: si tratta di facilitare l’adduzione, lo scambio tra mezzi di trasporto pubblico e privato in nodi il più possibile diffusi anch’essi. Dallo sprawl

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correndo le analisi degli urbanisti statunitensi sul tema, che si può e si deve iniziare a distinguere con cura le diverse formazioni territoriali della nuova ex-urbanizzazione per poter ristrutturare i territori; ma propone anche che Smart Growth, New Urbanism, Rinascimento urbano siano compresi, non soltanto come proposte tecniche, ma come proposte umanistiche, organiche ad un movimento di pensiero ancorato nella tradizione sociologica, quello neocomunitarista. Così analizzate possiamo cogliere di queste correnti “urbanistiche” sia la indubbia valenza utopistica, quindi di rottura, sempre positiva, con una pratica tecnicistica o privatizzata della trasformazione urbana (una valenza in fondo indipendente dalle opportunità e dalle capacità realizzative), sia le opportunità di inserimento nel dibattito urbanistico nazionale e locale. Quale interpretazione dello spirito della comunità si annidi dietro alla volontà di ristrutturare la città come insieme di villaggi; come, per somiglianze o contrasti, sia utile confrontarsi con questo approccio pur agendo in una struttura di territori e di società locali diversa; a quale progetto di società locale corrispondano i progetti di ristrutturazione territoriale di questi movimenti: tali sono le domande attorno alle quali si sviluppa l’analisi proposta in questo libro, che combina e confronta con abilità le due tradizioni disciplinari della sociologia e dell’urbanistica. Al di là del condiviso esaltare la comunità come fonte di stabilità per l’individuo, Fossi rintraccia, nelle correnti urbanistiche di cui ricostruisce con cura la storia, i principi ispiratori, le principali realizzazioni, notevoli differenze di progetto e innanzitutto le due interpretazioni della comunità che contemporaneamente distingue nel pensiero neocomunitarista. Nella prima interpretazione, la comunità è attributo dei soggetti che accomuna, principio di identificazione, valore da difendere dallo straniero: questa comunità espelle e premia la chiusura nel privato; nella seconda interpretazione la comunità non è privata ma pubblica, non attributo, ma mancanza, dovere “di dono e reciprocità”. La comunità del primo tipo si auto-segrega, è forza

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derivano anche le note ed accentuate disuguaglianze e incapacità di integrare quelle categorie che non possono guidare. La dipendenza dei bambini dalla famiglia o dal bus scolastico per gli incontri e le attività fa sì che per loro scelte ed avventure siano confinate a quanto offerto all’interno dell’abitazione, che non abbiano la possibilità di sviluppare forme progressive di indipendenza e di socialità non istituzionalizzata nel tempo libero. Le frange della città diffusa sono anche inadatte agli anziani che non hanno più la possibilità di guidare. Poco di più è offerto agli adolescenti appena possono usare un motorino. Con reddito medio basso, le famiglie devono affrontare la scelta di acquistare e mantenere due macchine o rinunciare al secondo stipendio: le condizioni non sono quindi favorevoli all’impegno lavorativo delle donne quando non abbiano la sicurezza di un reddito fisso e consistente. Da tempo è stato infine denunciato l’impoverimento al quale hanno portato il disimpegno dello Stato nell’alloggio sociale e il corrispondente incoraggiamento all’accesso alla proprietà dei ceti popolari, motore delle modalità più deleterie dell’ex-urbanizzazione degli ultimi decenni. Bourdieu e i suoi allievi, all’inizio degli anni Novanta, intervistava i nouveaux propriétaires delle estreme periferie parigine in quanto alfieri di una nuova forma di proletarizzazione, della misère du monde emergente nelle nostre società: ore spese in trasporto, debiti per pagare l’acquisto, difficoltà a pagare le bollette, lontananza fisica e solitudine, stress fisico e psicologico, sfaldamento delle relazioni familiari con la riduzione della compresenza, un fenomeno ormai non più limitato alle aree estreme delle città-regioni. E’ ovvio anche che in Europa la città storica, quella consolidata, si è trasformata di conseguenza, con rotture forse più decise di quanto sia altrove avvenuto rispetto al modello di vita urbano tradizionale. Con l’ex-urbanizzazione di buona parte della residenza, si decentrano in parte servizi per il tempo libero e commercio. Ma soprattutto si è modificata la morfologia sociale delle aree centrali, che tendono a specializzarsi, ad accogliere quelle categorie che non vogliono o non possono dipendere dalla macchina: borghesi, nuovi abitanti portati dai flussi migratori, anziani e ceti popolari che non hanno voluto o potuto decentrarsi. Dall’inizio del secolo si rileva però una reazione, sensibile in Italia, nei comportamenti della popolazione e nella cultura (se non dei decisori) degli urbanisti. Lo dimostra la concreta ridensificazione delle città storiche e consolidate, non attribuibile soltanto all’intensificazione dell’immigrazione ma dovuta in parte al ritorno, pur sullo sfondo dell’ex-urbanizzazione perdurante, di ceti medi-alti attratti dallo stile di vita centrale. Lo dimostra il successo del motto della “città creativa”che esalta la diversità sociale e lo spettacolo della strada urbana come stimolo all’innovazione, la riscoperta dell’effettocittà nelle analisi delle dinamiche di sviluppo locale. Lo dimostrano gli inviti ai leader dello Smart Growth e del New Urbanism a sperimentare in alcuni quartieri europei, il richiamo ai loro principi nella pratica urbanistica, accuratamente segnalati da Fossi. Si tratta di una reazione all’impoverimento delle relazioni sociali che può valorizzare il vicinato come unità di progettazione urbana, senza essere di natura a promuovere una visione di città come struttura di vicinati. La diffusione urbana italiana, quella Toscana specialmente, ricopre ed è mitigata dal

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tradizionale policentrismo. Le escrescenze urbane più recenti si congiungono con centri storici minori, luoghi identitari e di socialità. Questi riferimenti tradizionali rendono difficile che si imponga un’aspirazione decisa verso la strutturazione degli spazi in successioni di comunità patrimoniali, autosegregantesi. Ciò non significa che non gravino sulle società locali il peso delle disuguaglianze introdotte o aggravate dallo sprawl urbano e che non siano in atto gravi processi di disintegrazione sociale, tra quelle denunciate dal neocomunitarismo, Troppo senz’altro, sia nella letteratura sociologica che nel dibattito politico si è voluto spiegare con la sindrome dell’”invasione” legata alle migrazioni internazionali, la paura, il chiudersi freddoloso sul privato. Forse, fenomeno più nuovo, sono stati proprio il cambiamento dei ritmi e degli stili di vita, attribuibili in buona parte alla destrutturazione territoriale, quindi sociale, a riprodurre a dismisura una generale estraniazione, con le paure che ne conseguono.. Gli urbanisti, meglio dei sociologi, ed è il caso di quelli di cui Emiliano Fossi ci propone la lettura, hanno capito a quale rischio di disgregazione sociale, specialmente per alcune popolazioni, si associ alla diffusione urbana; quanto sia decisivo per far fronte alla “sfida” dello sprawl, impostare un governo del territorio che, ragionando sui due livelli, quello macro di sistemi urbani di dimensione sempre più regionale, quello micro del “vicinato”, dello spazio percorribile a piedi, sappia rispondere ad un bisogno che magari è davvero di comunità, ma, come indica Fossi, di comunità variamente intesa probabilmente, auspicabilmente comunque, nel contesto toscano di comunità come ponte sulla società intera. Smart Growth, ma soprattutto New Urbanism, sono soltanto nuove forme di città-giardino per i più abbienti, denunciano alcuni. E’ esatto che tali correnti, esaltando bisogni antropologici, non puntualizzino le disuguaglianze. La bella lettura di Fossi mette tuttavia in risalto la certo parziale e condizionale, ma decisa, pertinenza del loro progetto, anche in contesti diversi come il nostro: un progetto utopico, che richiama alla reintroduzione della dimensione politica nell’urbanistica. Si può, come suggerisce il libro, rifiutare la dimensione patrimoniale della comunità alla quale si ispirano alcune delle realizzazioni analizzate, riconoscendo però la portata innovativa del richiamo a pensare sempre come metro della qualità urbana all’intensità delle relazioni interindividuali, un richiamo associabile colla diversa interpretazione della “comunità”, come dovere di apertura e di partecipazione attiva degli individui, rintracciabile invece in altre delle realizzazioni che caratterizzano queste correnti, dei loro piani e proposte teoriche. Dopo decenni di ritiro dello Stato da molte politiche sociali, di troppa pianificazione per progetto mascherata da mal interpretata pianificazione pattizia, una riflessione colta e sensibile come quella proposta da Emiliano Fossi sulle diverse possibili “comunità” da alcuni sognata, da altri tradotta in piani urbanistici e disegni architettonici, ci ricorda soprattutto quanto il governo del territorio non possa ridursi a mera cucitura di obiettivi, risorse e strategie stereotipate, ma debba discendere, pur sullo sfondo della sprawl city, da una tensione utopica, da un’immagine di ciò che possano diventare la società e la politica, e di come questa possa trovar concretezza nel minuto del tessuto urbano.


Post keynesiani

Eh no, un momento, di che si parla? In effetti, discorsi del genere si sentono quando un grande partito politico esce del tutto di senno. Ed è accaduto – dove, sennò? - domenica su Fox News, allorquando Mitt Romney è parso abboccare interamente all’idea che i prezzi della benzina siano elevati grazie ad una macchinazione della amministrazione Obama. Questa affermazione non è solo pazzesca; è una specie di follia al cubo – una bugia avvolta in una assurdità e infine confezionata in una ossessione. Appartiene a quel genere di argomenti che si

di MARCO MARCUCCI possono sentir dire da individui che credono anche che l’acqua contenente insetticidi sia stata un complotto dei comunisti. Sennonché, in questo momento la teoria cospirativa del prezzo della benzina è stata ufficialmente fatta propria dal probabile candidato repubblicano alle elezioni presidenziali. Prima di considerare le più ampie implicazioni di questa ufficiale adesione, cerchiamo di capire con chiarezza i fatti relativi a quei prezzi. Cominciamo dalla bugia: no, il Presidente Obama non ha detto, come sostengono molti repubblicani, di volere prezzi della benzina più elevati. Disse in una occasione, utilizzando una parola infelice, che la limitazione delle emissioni di anidride carbonica fondata sul sistema delle cosiddette “autorizzazioni scambiabili” avrebbe spinto alle stelle i prezzi dell’elettricità. Ma dire che un sistema del genere avrebbe aumentato i prezzi dell’energia era semplicemente la constatazione di un fatto, non esprimeva l’intenzione di punire i consumatori americani. La pretesa secondo la quale Obama sarebbe a

favore di prezzi più alti è, puramente e semplicemente, una bugia. Ed è una bugia avvolta in una assurdità, giacché il presidente degli Stati Uniti non ha il controllo dei prezzi della benzina, e non ha nemmeno molto influenza su quei prezzi. I prezzi del petrolio sono definiti in un mercato mondiale e l’America, che realizza solo un decimo della produzione del mondo, non può spostare di molto quei prezzi. Invece, il recente aumento dei prezzi della benzina è avvenuto nonostante la crescita della produzione di petrolio statunitense e la caduta delle importazioni. C’è, infine, l’ossessione, ovvero il convincimento che i liberals in generale, ed i dirigenti della amministrazione Obama in particolare, stiano cercando di rendere insostenibile l’uso dell’automobile, nell’ambito di un nefando complotto contro l’ american way of life. Si badi, non sto affatto esagerando; questo è quanto si può sentir dire persino dai conservatori più tradizionali. Ad esempio, l’anno passato George Will dichiarò che il sostegno della amministrazione Obama all’uso del treno non avesse niente a che fare con la attenuazione della con-

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La nostra rivista apre un piccola rubrica “americana”. Ci interessa il dibattito economico, politico, civile dei liberals americani. Ci interessano i gruppi di economisti neokeynesiani di quel paese; ci interessa quello che pensano e studiano ed anche il modo in cui operano nella vicenda politica nazionale. Ci interessa capire in che modo hanno utilizzato le idee di Keynes sulle “trappole di liquidità” degli anni ’30, per capire in anticipo quanto sta accedendo nel mondo. In particolare apriremo una finestra su articoli, post e saggi del personaggio che sembra al centro di quel vasto fenomeno, l’economistagiornalista Paul Krugman, Premio Nobel per l’economia nel 2008. Anzitutto apriremo una finestra su di loro, leggeremo ed ascolteremo. Presenteremo testi che normalmente non si trovano tradotti sui nostri mezzi di informazione, con l’aggiunta di semplici note esplicative. Solo dopo faremo qualche considerazione, dal nostro punto di vista. Partiamo da un recentissimo articolo sul New York Times. Oggetto: linguaggio e cultura della destra americana. Ovvero, il tema che probabilmente sarà centrale nella vicenda politica dei prossimi mesi di quel paese: come un destra che, sino a non molto tempo fa, pareva destinata a sconfiggere Obama, rischia oggi di restare imprigionata nella trappola del suo populismo estremista. Una paranoia sempre più grave, di Paul Krugman New York Times, 22 marzo 2012

Con questo numero inizia una sua collaborazione con Scelte Pubbliche Marco Marcucci Collaborazione graditissima; Marco è stato, oltreché Assessore e Presidente della Regione e poi Sindaco di Viareggio, una di quelle personalità con cui più mi è capitato di interfacciarmi nella mia attività politica, vuoi quando è stato dirigente di partito e segretario della federazione di Lucca, vuoi soprattutto quando membro della segreteria nazionale della FIGC si occupava negli ultimi anni ’60 degli studenti medi. Come si vede si tratta di un rapporto, quello con Marco, che risale fino alle prime origini della mia militanza politica. Oggi Marco, da persona colta, curiosa e disinteressata come è sempre stata, cura attraverso la consultazione sistematica del blog di Krugman sul New York Times, la traduzione e il commento del dibattito economico fra i neokeynesiani americani. Può così mettere a disposizione materiali inediti di grande utilità. L’Associazione Viviani ha deciso di ospitare, e sulla rivista e attraverso uno spazio dedicato sul sito web (che apriremo prossimamente), questo prezioso lavoro di Marco, perché possa essere apprezzato ed utilizzato da una platea più vasta di persone impegnate nel dibattito e nell’azione politica e culturale. (r.c.)

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Allevamento bovino nel Mugello

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gestione e la riduzione degli impatti ambientali. Niente affatto. Egli sostenne che “la reale ragione della passione dei progressisti per i treni è il loro obbiettivo di attenuare l’individualismo degli americani al fine di renderli più disponibili verso il collettivismo”. Non lo sapevate che Dagny Taggart, l’eroina che è a capo delle ferrovie nell’ Atlas Shrugged , era una comunista? Va bene, tutto ciò è abbastanza ridicolo, per quanto anche assai terrificante. Come sottolineò Richard Hofstadter nel suo classico saggio del 1964 Lo stile paranoide nella politica americana, pazzesche teorie cospirative sono state una tradizione americana sin da quando i preti cominciarono ad accusare Thomas Jefferson di operare per conto di logge massoniche. Ma una cosa è avere una frangia paranoide con un ruolo marginale nella vita politica di una nazione; una cosa abbastanza diversa è quando quella frangia prende in mano un intero partito politico, sino al punto in cui i candidati devono condividere, o fingere di condividere, quella ossessione paranoide se vogliono essere designati dal partito per la competizione

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presidenziale. E non è, naturalmente, solo la questione dei prezzi della benzina. Di fatto, le teorie cospirative proliferano con una velocità tale che è diventato difficile tenersi al passo. In questo modo, una larga parte dei repubblicani - e stiamo parlando di importanti personaggi politici, non di sostenitori casuali – credono fermamente che il riscaldamento globale sia una bufala gigantesca ordita da una cospirazione globale che coinvolge migliaia di scienziati, nessuno dei quali sarebbe venuto meno alle regole dell’omertà. Nel frattempo, altri attribuiscono il recente miglioramento delle notizie sull’economia ad un ignobile complotto consistente nel trattenere i fondi dello “stimulus”, salvo rilasciarli proprio prima delle elezioni del 2012. E trascuriamo di intrattenerci sui temi della riforma sanitaria. Perché accade tutto questo? Almeno in parte la risposta non può non dipendere dal modo in cui i media della destra creano una sorta di realtà fittizia. Ad esempio, non avete sentito che i costi della riforma sanitaria di Obama sono appena raddoppiati? Non è affatto accaduto, ma milioni di spettatori e di ascoltatori dei ca-

nali Fox e dei programmi di Rush Limbaugh lo credono. Naturalmente, le persone che continuamente sentono parlare dei mali prodotti dai progressisti, sono pronte a credere e vogliono credere che ogni cosa negativa sia il prodotto di un ignobile complotto liberal. E sono queste le persone che votano nelle primarie americane. Ma cosa dire dell’elettorato più in generale? Se è quando otterrà la nomination, il signor Romney cercherà, come ha ammesso un suo sventurato consigliere, di ripulire con una scossa la sua “lavagna magica”, ovvero, di cancellare le tracce del suo sforzo per ingraziarsi una destra pazzesca e di convincere gli elettori della sua effettiva natura di moderato. E forse è capace di riuscirci. Ma speriamo che non lo sia, perché il genere di compiacimento con il quale si è speso nel corso del suo tentativo di ottenere la nomina, è destinato a pesare. In qualsiasi cosa il signor Romney creda, il punto è che sostenendo le fantasie ossessive della destra, egli dà una mano a rafforzare una tendenza pericolosa nella vita politica americana. E dovrebbe essere chiamato a rispondere delle sue azioni.


LONTANO di mAURIZIO IZZO*

Acqua e paesaggio. Bruno ha 76 anni e fa l’agricoltore. Come suo padre e suo nonno lavora la terra nel Mugello, la stessa terra che hanno lavorato prima come mezzadri, poi come affittuari ora come proprietari. Una storia che va avanti da 160 anni. Bruno conosce i suoi campi zolla per zolla e se dice che una siccità così non l’ha mai vista, forse , conviene credergli. Se poi dalle impressioni di un vecchio contadino vogliamo passare ai dati statistici scopriamo con certezza che, nonostante qualche anno particolarmente piovoso, negli ultimi dieci anni anche in Toscana le precipitazioni sono diminuite di circa il 20%. Nel periodo marzo-novembre del 2003, per esempio, mediamente in Toscana si sono avute precipitazioni per circa 60 mm, passate a poco più di 50 mm nel 2007 e ai 40 scarsi del 20111. I numeri ci dicono questo e tra le altre cose ci inducono a chiederci se e cosa dovrà cambiare del nostro modo di vivere in questa parte di mondo. Un territorio che non potrà più contare sulla stessa quantità di acqua di cui si è servito finora o che dovrà essere disposto a pagarla un costo molto superiore all’attuale. E questo porterà sicuramente modifiche anche al nostro paesaggio. Qualcuno, che troppo in fretta, aveva rifatto lo skyline alla Toscana introducendo campi da golf e piscine dovrà ricredersi , ma i cambiamenti non riguarderanno sono una minoranza di ricconi scialacquatori, anche l’agricoltura dovrà

fare i conti con una risorsa sempre più preziosa. L’agricoltura è la principale destinataria dell’acqua proveniente da fiumi, laghi e pozzi. Il 70% dei prelievi finisce in irrigazione, una cifra che probabilmente dovrà essere ridotta di almeno il 30%2 e non sarà un passaggio indolore. Sarà necessario ridurre gli sprechi, promuovere il riuso delle acque reflue depurate, ridurre il consumo di concimi e fitofarmaci, ma non basterà. Occorrerà convertire parte della nostra produzione a culture adatte alla nuova specifica situazione meteoclimatica e difendere le terre più fertili dall’aggressione cementizia. Ecco che già queste poche indicazioni potrebbero portarci ad ammirare un paesaggio diverso, con colture mai viste o più probabilmente perse nel tempo. L’Ordine dei Geologi poi all’allarme siccità risponde con un accusa rivolta anche alle istituzioni locali, colpevoli di non tenere sufficientemente in conto le ricette che vengono dal mondo delle professioni e dalle istituzioni accademiche. “La gestione delle acque, dicono i geologi, si inserisce nel contesto più generale di gestione del territorio. Nel bacino dell’Arno, per esempio, sono state censite ad oggi 27mila frane tra attive e non attive”. Tutela del patrimonio idrico e tutela del paesaggio dunque vanno di pari passo. Comunque sia, come succede in gran parte del mondo, dovremo cambiare qualcosa nelle nostre abitudini e darci priorità diverse. Anche imparare

a convivere con una serie di oggetti che da sempre aiutano l’uomo a conservare e non sprecare l’acqua. Le cisterne per il recupero dell’acqua pluviale per esempio con cui si possono recuperare anche 80.000 litri di acqua all’anno (con una superficie di 100 metri quadrati, quella di un tetto di una casa). La Regione Toscana ha promosso in questo senso eccellenti progetti in giro per il mondo, un esperienza che adesso tornerà utile anche in casa propria. In Brasile per esempio nella regione desertica del Piauì un progetto sostenuto anche dalla cooperazione toscana ha permesso l’installazione di centinaia di cisterne per il recupero dell’acqua piovana che ha garantito ad altrettante famiglie non solo una vita migliore, senza l’assillo quotidiano dell’approvvigionamento, ma anche il recupero di piccoli appezzamenti di terra ad uso agricolo. In pochi mesi quelle popolazioni sono passate dalla condizione di assistiti (progetto fame zero introdotto da Lula) a una comunità operosa. Analoghi progetti sono sostenuti dalle aziende che gestiscono i servizi idrici della Toscana in Africa e in India. Guarderemo a ciò che è lontano con meno sufficienza, perché anche a proposito dell’acqua il mondo si è fatto più piccolo e più vicino. * Maurizio Izzo. Giornalista. 1 2

Servizio idrogeologico regionale Studio FAO sul consumo di acqua in agricoltura

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Panorama Mugello

Numero TRE - DICEMBRE 2011

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n. 4 - maggio 2012

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Il trasporto pubblico, Il nostro mestiere

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Simone Bertini, Marco Gamannossi, Marco Gamberini, Francesco Gurrieri, Luciano Piazza, Giampaolo Pioli, Leonardo Marras


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