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"I Conquistatori" piccola storia di un romanzo antifascista

Liliana Scalero

“La Giustizia”, Roma 1952

La storia di

questo romanzo

interessante quanto

il

antifascista ( I Conquistatori) Garzanti

è

forse

romanzo stesso. La si legge nella prefazione scritta da Perri

nell'agosto del 1943, subito dopo la caduta del fascismo, e che risente dell'angoscia dell'ora. Perri disperava dell'avvenire dell'ltalia, e vedeva crollare la Patria e molte cose che gli erano care. Temeva l'instaurazione di "altre larvate dittature" e che le classi proletarie" in una nazione dissanguata e boccheggiante, sopra una terra povera, costretta ad affidare il risanamento alla virtù del proprio lavoro, tentassero caotici esperimenti estremisti". Nell'agosto del '43 temeva un ripetersi della situazione 1919 - 1920. E' certo che egli oggi penserebbe diversamente, o temerebbe, se mai, altre cose. La "Prefazione" é in questo punto, un po' superata, anche perché il romanzo appare a otto anni di distanza, dallo stato d'animo che ispirò quelle parole. " I Conquistatori" apparvero in Roma nel giugno del 1925 per i tipi della Libreria Politica Moderna. Le leggi strettamente editoriali del '26 non erano ancora in vista, se no il libro non avrebbe davvero vista la luce. Ma l'interessante é che il primo abbozzo del romanzo fu pubblicato a puntate sulle appendici della battagliera " Voce Repubblicana" nell'estate del '24, mentre infuriava la polemica sul delitto Matteotti. Dalla Val d'Aosta il Perri, mandava giornalmente, spesso in una prima tempestosa e balzachiana stesura romanzo alla "Voce Repubblicana". " Ne venne fuori, dice il

una puntata del

Perri nella "Prefazione" un

mostriciattolo che io avevo deciso di buttare alle fiamme". Ma più tardi, riletto il romanzo nella sua interezza sulle appendici del giornale Perri pensò che, tagliando ed aggiungendo o rifondendo, se ne poteva fare un romanzo da pubblicare presso un editore. Perri mandò il manoscritto del romanzo così rimaneggiato a Giovanni Conti, che" senza neanche leggerlo" come confessò egli stesso più tardi, lo passò in tipografia; e il vecchio romanzo d'appendice uscì in volume.


Il periodo politico era tempestoso, e il libro passò senza essere troppo notato, benché il tema fosse bruciantissimo: il sorgere del fascismo e delle squadre d'azione nella val Padana nel 1919. Ebbe recensioni di Tilgher sul "Mondo" e di Leo Pollini sui "Libri del giorno". Solo Giovanni Titta Rosa, qualche anno più tardi sulla "Fiera letteraria" ( e fu coraggioso dal punto di vista politico) che era "il solo libro vivo" apparso in Italia

dopo il " Rubè" di

Borgese. La storia de "I Conquistatori" non é finita, ed

è

interessante rispetto ai

tanti libri

"morti" del Ventennio- poesia ermetica, romanzi introspettivi di stile attonito, smagato sublimato. Squadre di bravacci, adocchiavano il libro nelle vetrine, e lo segnalavano agli agenti di polizia, i quali avvertivano i librai di togliere il libro, se non volevano che le vetrine andassero in frantumi, per iniziativa di quelle stesse "squadre segnalatrici". Dopo il '26 fu tolto dalla circolazione, e le poche copie che rimanevano bruciate in piazza, a Roma insieme alle copie della "Voce Repubblicana". In casa dell'autore apparve un questurino esigendo dal Perri una dichiarazione scritta la quale doveva dire che non se ne permetteva la traduzione e la pubblicazione in nessun luogo. Era imminente una traduzione in Francia e in Russia, il libro era già stato tradotto. Poi fu la volta dell'autore. Nel settembre del '26 Perri, che era funzionario delle Poste, ed era stato più volte trasferito, fu deferito alla commissione

per l'esonero e messo in pensione di autorità, sotto l'accusa principale di

"antifascismo repubblicanesimo" e di aver scritto quel romanzo che narra le prodezze e le glorie delle squadre d'azione in Val Padano chiamate a gran voce dagli agrari minacciati nella proprietà. Ed ora che abbiamo raccontato in dettaglio la storia del romanzo, vediamone il valore artistico, oltre che documentario. Borgese, che del Perri è estimatore, chiamò "I Conquistatori" "un libro torbido ma ricco". Dopo la sua collocazione a riposo il

Perri riprese ascrivere e divenne quel romanziere

"populista" che noi tutti conosciamo. Nel 1928 il suo miglior romanzo "Emigranti", vinse il Premio Mondadori. Allora i premi valevano qualcosa... E la sua forza si esplicò nella descrizione della povera gente e della vita paesana. Perri non ha seguito gli scrittori italiani sull'arida strada del surrealismo e della eccessiva entrospezione. E' rimasto un ferratissimo


"contenutista" e ci ha dato dei romanzi di "vita vissuta" di tipo tradizionale. E' forse per questo che il suo nome, ingiustamente, si trova di rado fra gli articoli dei nostri critici togati e "puntualizzanti". Egli viene considerato uno scrittore del passato - ciò che può essere un rimprovero o una lode. Ne " I Conquistatori" c'è una parte buona e una parte caduca e deteriore, e lo diremo francamente a Perri. La parte buona, ottima, e quella dove egli descrive i contadini arricchiti, i grossi fittavoli, gli agrari della Lomellina come Siro Gorio: uomo onesto che s'è fatto da se, risparmiatore, ch'è elevato, ha fatto studiare i figli; ma minacciato nella proprietà, non esita a buttarsi in braccio al fascismo e alla violenza. Peggio: lascia che la violenza la facciano gli altri, i suoi due figli, reduci di guerra, che impugnano il manganello e armano camion e squadre di azione col denaro del papà. Tutto ciò è molto vivo nel romanzo: ma sarebbe ancor caduco e puramente documentario se l'azione non fosse messa su di uno sfondo di campagne, di cascine, di nebbie e di canali, paesaggio che Perri sente con viva poesia e sa magistralmente descrivere. Indimenticabili certe tettoie piene di arnesi rurali, certe aie, certe stalle d'inverno, e anche certe riunioni tumultuose di contadini e braccianti alla Camera del Lavoro. L'intreccio politico è abilmente condotto e documentato da un uomo che lo conosce, che ci ha patito, e che sa muovere i suoi umili e astuti personaggi. Parte caduca invece l'ambiente dei reduci di guerra a Milano nello sfondo dei salotti della nuova borghesia affaristica, forzate un po' le tinte, vi si respira un'aura da tabarin di 1920, passata di moda e che contrasta spiacevolmente con gli ammirabili quadri della vita di provincia e di paese, in cui Perri è maestro. E' peccato che egli, nel dare alle stampe questo romanzo documentario a ventotto anni dalla sua prima stesura, non abbia attenuato un po' le tinte e tolto quel che di forzato, di "dimostrazione" che c'è nella storia e nelle baldanzose e truci vicende dei Figli di Siro Gorio a Milano. Ad ogni modo, i documentari artistici sul fascismo sono così pochi, che si legge con interesse questo di Perri. Anche perché il fascismo non è visto lì col tono "scanzonato" dei libri di Brancati e Guareschi, ma come una cosa tuttora bruciante e che gronda lacrime e sangue. In questo senso Perri mostra la sua delicata e dolorosa tempra morale che lo pone più in alto della generazione del famoso ventennio.


"I Conquistatori" piccola storia di un romanzo antifascista - Liliana Scalero