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L’ATTACCO DI GRAMSCI NEI QUADERNI DAL CARCERE

Nel 1948 furono pubblicati i “Quaderni dal Carcere”, che Antonio Gramsci aveva scritto durante la sua carcerazione negli anni ’30. Grande fu lo sconcerto di Francesco Perri nel leggere il violento attacco ad “Emigranti”1, che Gramsci gli aveva riservato nel capitolo dedicato ai “nipotini di Padre Bresciani”. E’ interessante riportare integralmente lo sferzante giudizio dell’esponente comunista.

“Francesco Perri e il romanzo Emigranti. Questo Perri non è poi Paolo Albarelli dei Conquistatori? In ogni modo è da tener conto anche dei Conquistatori. Negli Emigranti il tratto più caratteristico è la rozzezza, ma non la rozzezza del principiante ingenuo, che in tal caso potrebbe essere il grezzo non elaborato, ma che lo può diventare: una rozzezza opaca, materiale, non da primitivo, ma da rimbambito pretenzioso. Secondo il Perri il suo romanzo sarebbe “verista” ed egli sarebbe l’iniziatore di una specie di neorealismo; ma può oggi esistere un verismo non storicistico? Il verismo stesso del secolo XIX è stato in fondo una continuazione del vecchio romanzo storico nell’ambiente dello storicismo moderno. Negli Emigranti manca ogni accenno cronologico e si capisce. Vi sono due riferimenti generici: uno al fenomeno dell’emigrazione meridionale, che ha avuto un certo decorso storico e uno ai tentativi di invasione delle terre signorili “usurpate” al popolo che anche essi possono essere ricondotti ad epoche ben determinate. Il fenomeno migratorio ha creato una ideologia (il mito dell’America) che ha constatato la vecchia ideologia alla quale erano legati i tentativi sporadici, ma endemici di invasione delle terre, prima della 1

Antonio Gramsci, “Quaderni dal Carcere” “Letteratura e vita nazionale; IV: “I nipotini di padre

Bresciani”, pagg. 187, 188, Editori Riuniti, Roma, 1971.

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guerra. Tutt’altro è il movimento del ’19-20 che è simultaneo e generalizzato e ha una organizzazione implicita nel combattentismo meridionale. Negli Emigranti tutte queste distinzioni storiche, che non essenziali per comprendere e rappresentare la vita del contadino, sono annullate e l’insieme confuso si riflette nel modo rozzo, brutale, senza elaborazione artistica. E’ evidente che il Perri conosce l’ambiente popolare calabrese non immediatamente, per esperienza propria sentimentale e psicologica, ma per il tramite di vecchi schemi regionalistici (se egli è Albarelli occorre tener conto delle sue origini politiche, mascherate da pseudonimi). L’occupazione (il tentativo di) a Pandore nasce da “intellettuali”, su una base giuridica (nientemeno che le leggi eversive di G. Murat) e termina nel nulla, come se il fatto (che pure è verbalmente presentato come un’emigrazione di popolo in massa) non avesse sfiorato neppure le abitudini di un villaggio patriarcale. Puro meccanismo di frasi. Così l’emigrazione. Questo villaggio di Pandore con la famiglia di Rocco Blefari, è (per dirla con le parole di un altro calabrese) un parafulmine di tutti i guai. Insistenza sugli errori di parola dei contadini, che è tipica del brescianesimo, se non dell’imbecillità letteraria in generale.

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“macchiette” (il galeotto ecc.) compassionevoli, senza arguzia e umorismo. L’assenza di storicità è “voluta” per poter mettere in un sacco alla rinfusa tutti i motivi folcloristici generici, che in realtà sono molto ben distinti nel tempo e nello spazio.”

Francesco Perri si chiuse nel mutismo e si astenne da qualsiasi cenno di difesa.

Solo molti anni dopo scriverà nel suo diario (14 settembre 1955):

“Leggevo ieri sera ‘Letteratura e vita nazionale’ di Gramsci, ma l’ho piantato lì con dispetto. Quel giovane aveva certo delle grandi qualità, che

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nessuno può disconoscere, ma era di una presunzione incommensurabile e aveva una mentalità di tipo teologico che atterrisce. Una specie di gesuita, quindi uno adattissimo al partito comunista. Tutte le sue intuizioni, a volte brillanti, l’acutezza dei suoi ragionamenti, un certo gusto letterario di sensibilità moderna; tutte queste belle qualità sono inficiate dal pregiudizio, perché è un vero pregiudizio che il comune denominatore di tutto sia la classe operaia, il suo interesse, il suo mondo, la sua civiltà ecc. ecc. La lotta intrapresa in questo secolo per l’emancipazione non ha ancora raggiunto che lo scopo di una emancipazione quasi direi meccanica, dove l’ha raggiunta in Russia e in Cina, ma non è riuscito a creare ancora né una civiltà e una società originali che come quella americana, vivano in istato di diritto. Arte zero, valori spirituali zero. L’operaio non è colto, né educato, né spiritualmente ricco abbastanza, per diventare il paradigma di una nuova era del genere umano. La borghesia della Rivoluzione francese ha vinto perché aveva nelle sue mani il monopolio della cultura, delle arti liberali e dell’artigianato ricco e qualificato. In Russia la classe operaia e contadina, dopo averla soppressa, dovette risuscitare la intellighenzia, e mediante essa ottenne i formidabili risultati che ottenne. Si finisca, dunque, una buona volta di rompere la devozione con la classe operaia e si parli invece di classe lavoratrice, che include tutti coloro i quali presidiano alla multiforme funzionalità di un ciclo produttivo e di una macchina statale che non hanno nulla di paragonabile nella storia. Perché, per esempio, dovrebbe essere considerato un lavoratore l’operaio della fresa e del tornio, il tessitore, il muratore, il falegname e non il chirurgo, l’impiegato di banca, l’ingegnere, il professore, il segretario comunale, il magistrato ecc. ecc.? Il meglio della civiltà del mondo nella storia è stato creato nell’assenza della classe operaia. Se nell’antichità non vi fossero state le comunità guerriere e sacerdotali, non avremmo avuto né Ninive, né Babilonia, né l’Egitto.

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Nel Medio Evo la feudalità guerriera sacerdotale, molto probabilmente salvò le popolazioni rurali e artigiane dalla totale distruzione. Le signorie e i monarcati ebbero la stessa funzione nel Rinascimento e fino all’evo moderno. Naturalmente è una storia che gronda sangue, piena di spaventose ingiustizie, ma fu sempre meglio di quel che non sarebbe stata l’anarchia delle plebi rurali e del brigantaggio incontrollato. Tante classi, dunque, cooperarono alla civiltà, all’arte, all’avanzamento del genere umano, prima che nascesse la classe operaia. Quell’arte non è arte, quella bellezza non è bellezza perché nata nell’arbitrio, dall’ingiustizia dei tempi di ferro? I comunisti, e Gramsci è di questi, fanno lo stesso ragionamento che fanno i preti: la storia ante Cristum non è che una preparazione a quella cristiana e quella dopo l’avvento, se non è nel solco dell’ortodossia, è da respingere. Al tempo del fascismo ricordo una etichetta fatta da una rivista che dirigeva quel povero diavolo di Ciarlantini. Il quesito era questo: come giudicate voi Alessandro Manzoni? Un ministro in carica, mi pare fosse il Bertone, rispose: ‘Noi lo giudichiamo ponendoci questa domanda: se fosse vivo Manzoni sarebbe fascista? Se sì, ci interesserebbe, se no perderebbe ogni interesse.’ Vi occupate della classe operaia? Siete un artista; non ve ne occupate, andate al diavolo.”

La miglior difesa dell’opera di Francesco Perri la possiamo trovare nelle parole dello scrittore Mario La Cava, figlio di quel Francesco La Cava, che tanta influenza aveva avuto su di lui quando giovanissimo si ammalò di febbre maltese e lo fece “confinare” ai margini del paesello, in Calabria.

Nell’articolo “Rilettura di Francesco Perri” del 22 dicembre 1979, Mario La Cava evidenzia come, in effetti, Perri non si difende dalle accuse di Gramsci, ma “lo giudica a sua volta con finezza ed eleganza, senza perdersi

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in inutili querimonie. L’incomprensione di Gramsci aveva una sola origine: quella del carattere di lui, chiuso nella sua passione politica come in una torre, dalla quale non si potesse guardare il volto molteplice del mondo.”

La Cava ricorda come Francesco Perri, al momento del violento attacco dal carcere di Gramsci, “solo ed indifeso, affrontava proprio in quegli anni i rigori della persecuzione poliziesca per la sua opposizione al regime fascista. Si rivelava tutt’altro che ossequiente alle prevaricazioni dei potenti, pagando di persona con la perdita dell’impiego e con la messa al bando dei suoi scritti.”

Ricorda ancora La Cava che “quando i ‘Quaderni dal carcere’ furono pubblicati, il giudizio sferzante di Gramsci apparve definitivo, se proveniva proprio dalla parte di chi, per il comune antifascismo, meno aveva ragione di denigrarlo. Si badò poco al fatto che Gramsci era comunista, mentre Perri era repubblicano. I nuovi critici ne furono paralizzati: sia che sotto la veste rivoluzionaria fossero diventati ‘codini’, secondo l’accusa di Gramsci, sia che fossero diventati rivoluzionari sul serio.

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