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Da “La Civiltà Cattolica” Roma 4 Gennaio 1947 “I Conquistatori” Trovandosi il Perri fin dal 1920 alla direzione di un ufficio pubblico in un centro della Lomellina, fu ivi spettatore oculare, prima delle sciagurate intemperanze socialcomuniste, poi della rapida conquista che il fascismo fece di quella regione tra il 1921 e il 1922. Questo lo sfondo storico e topografico del romanzo. Il primo abbozzo uscì a puntate in appendice alla "Voce Repubblicana" del '1924. L'anno successivo tutto il romanzo fu pubblicato coi tipi della Libreria Politica Moderna e con lo pseudonimo di Paolo Albatrelli. Il libro suscitò dissensi e consensi autorevoli; ma mentre era oggetto di discussione nel campo della critica, intervenne il governo fascista a sequestrarlo e farlo totalmente scomparire dalla circolazione. Quale poteva essere oggi la ragione di riesumare un romanzo che poteva essere, che fu di attualità vent’anni addietro? Non la vanità “vittimistica” che va rimettendo a galla tante cose morte, le quali si sarebbero assai meglio lasciate nel dimenticatoio per sempre. Ma perché questo romanzo ha anche oggi una parola da dire, perché tolte le aggravanti, l'Italia si trova oggi allo stesso punto dell'altro dopoguerra in rapporto ai fondamentali problemi da risolvere. Esso ha moniti per le classi dirigenti, nel metterle in guardia contro un puro ritorno al 1919 e la tentazione ad instaurare altre larvate dittature, di cui già si vedono i segni. Queste premesse per accennare quello che potrebbe essere l'attualità del romanzo. Il quale si aggancia subito al grosso problema agitatosi in quegli anni in Lomellina: la lotta tra i mondariso e i braccianti contro i padroni e datori di lavoro. Sarebbe lungo riferire minutamente tutta la trama intessuta dal Perri, per tirar dentro fatti accaduti, fatti immaginati e a sostegno di questi il fermento, nascosto abbastanza, se non della tesi- il cui solo nome a taluni farebbe arricciare il nasodel suo atteggiamento ideologico e spirituale di fronte a ciò che avvenne e a ciò che in seno agli avvenimenti si andò formando. Siro Gorio, fattosi ricco proprietario col suo lavoro di contadino; sua sorella Minca, dall'anima scettica e stanca; i figli Guido politicante e fidanzato alla figlia di un ricco commendatore di Milano; Giorgio avvocato che fa la vita del figliuol prodigo; Giacinta, anima chiusa irta fiduciosa negli uomini e nella vita; l'on.Egisto, agitatore incosciente delle masse proletarie, ex ardito, ufficiali, industriali orientati verso il nascente movimento fascista, nel quale entrano i Gorio, un certo conte Barbani, ecc. ecco i protagonisti di questo romanzo politico sociale, tra i quali comparirà, esaltato dai suoi gregari quanto detestato dai suoi avversari il Duce del fascismo. Inutile dire, specialmente a chi conosca l'opera narrativa del Perri, con quanta sensibilità e forza egli sappia sfruttare l'elemento passionale e tragico immesso nel groviglio della vicenda, dagli episodi di scontri tra le masse a quelli individuali, come i rapporti amorosi tra Giacinta e Tommaso Lupis. Tutto quello che fu errore di individui e di partiti, nel preparare la dittatura


che si affermò, é portato qui alla ribalta con calore e vita di arte, non con snervatezza di storico o di cronista che s'illude di fare dell'arte. Si sente nel Perri il dramma personalmente vissuto e che si proietta nel suo romanzo come una "soddisfazione" che si é presa. Ma con questa può entrare anche in gioco un complesso di elementi passionali che turbano la serenità del giudizio, per quanto anche l'artista ha campo di giudicare. Così egli non si guarda abbastanza dal pericolo di far torto talvolta ai birboni. In fondo fa sentire più del necessario, che tratta la genesi del fascismo e attraverso la trama dei fatti ne fa la critica. Il Perri si ritrova anche qui scrittore robusto e ricco. Ma la sua ricchezza non sempre é vigilata abbastanza dal freno dell'arte come di quello morale. Descrizioni talvolta troppo analitiche di persone e di ambienti: esposizioni di atteggiamenti non sempre sentiti: mogli che sono piuttosto femmine, come la contessa Barbani e la signora Moretti Salis ecc. Ma soprattutto l'A. non sembra essersi accorto abbastanza del pericolo di aver talmente fatto pesar la mano nel descrivere gli stati d'animo di quel dopo guerra, da scapparne fuori una involontaria giustificazione del movimento fascista, almeno per quello che ci poteva essere di apparentemente buono agli inizi di quel periodo. Ma nell'intenzione dell'artista può esser proprio questa forzata giustificazione, o meglio, spiegazione di quel movimento reazionario, ad avere il peso dovuto nel richiamare al senno i responsabili d'oggi, in questo nuovo dopoguerra.

La Civiltà Cattolica Roma 4 Gennaio 1947  

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