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"I Conquistatori" Milano 5 Dicembre 1945

L'arte non ha dato grandi segni rivolgendosi alla tragica vita del nostro tempo, almeno in Italia. Qualche buon libro non manca, buono nel senso che si possa leggerlo volentieri e con interesse, ma il capolavoro é di là da venire. Se si pensa alla prudenza del romanzo, nel nostro sciagurato ventennio, coi suoi vecchi temi amorosi, con le sue sottigliezze psicologiche, mentre la nazione, che era poi la più viva materia dell'osservazione, soffriva ciò che ha sofferto, si sente anche in esso l'oppressione della tirannia. Francesco Perri osò nel 1923, quando la tirannide si affannava più scopertamente, pubblicare un romanzo che evocava la irruzione della violenza fascista nella Lomellina, dalla prima reazione contro le agitazioni delle leghe socialiste e gli scioperi alla marcia su Roma e all'illimitato arbitrio della dominazione faziosa. Egli aveva già osato pubblicarne un abbozzo in appendice nella " Voce Repubblicana" mentre l'Italia tutta fremeva per l'assassinio di Matteotti. Il volume richiamò abbastanza l'attenzione della questura per farla intervenire presso i librai a sconsigliare la vendita del libro sgradito al Regime e l'attenzione dei gerarchi perché l'autore fosse considerato un avversario con le conseguenze che solevano derivare da questi giudizi. Ora "I Conquistatori" riappaiono presso l'editore Garzanti e il lettore si domanda se realmente il romanzo uscì vent'anni innanzi in questa forma, perché la luce sinistra ch'esso getta sulle gesta fasciste dovrebbe aver attirato sull'autore ben più gravi persecuzioni di quelle a cui andò soggetto; tanto più che non era possibile dissimularsi l'efficacia dì una così vigorosa rappresentazione sull'animo del pubblico. "I Conquistatori", infatti, sono uno dei pochi libri che meritano di passare ai posteri come possente testimonianza del tempo in cui furono vissuti e scritti. L'artista vi fa anche opera di storico; e, sebbene il suo sentimento lo porti dalla parte dei contadini, prima ribelli e poi perseguitati, e lo renda un po' eccessivo nella condanna di tutta la borghesia, il suo senso di giustizia e il suo amore dì verità lo inducono a condannare anche gli eccessi della propaganda e dell'azione rossa. La figura ridicola e repulsiva del deputato Egisto, il solito


professionista delle agitazioni proletarie, sta bene a fronte di quelle piĂš numerose e

piĂš

odiose dei fascisti, avventurieri venali e i loro mandanti. Le scene della lotta fra contadini e squadristi sono trattate con largo e potente rilievo. E particolarmente vive sono la evocazione e l'interpretazione, in tipi ed episodi, di quelle condizioni psicologiche e sociali

del

dopoguerra che furono la fortuna del fascismo. Evocazione e interpretazione che fanno fremere alla lettura di certe pagine le quali sembrano ispirate allo spettacolo d'oggi non meno che a quello di un quarto di secolo fa. Una storia d'amore è ampiamente svolta in mezzo a quelle passioni d'odio e a quello sfrenamento di ribalderie e sembra nell'epilogo accordarsi al disordine profondo del tempo con la sua vena di disperazione. Opera ricca, non senza difetti, ma dotata d'una forza che trascina e fa passar sopra alle mende, a qualche prolissità, a qualche enfasi

e qualche fioritura di discutibile gusto

letterario; opera d'arte, che tocca l'animo a fondo; uno dei rari libri d'oggi di natura poetica che bisogna aver letti.

l'uno....


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