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Mario Luzi “Postille”


Mario Luzi “Postille�

Prima di sera - 4

Terrazza - 5

Nella hall - 6

L'India - 7

Dopo la festa - 8

Tra quattro mura - 10

Accordo - 12

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Mario Luzi “Postille”

Mario Luzi

Postille

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Mario Luzi “Postille”

Prima di Sera «Credi, credi di conoscermi» recita lei quasi parlando al [vento e osserva controsole la polvere strisciare sullo stradone deserto. «Appartieni troppo a te stesso» insiste ad accusarmi prolungando la pena dell'indugio quella parte di lei che ancora combatte avvilita e altera nella macchina ferma. Ma le suona falso l'argomento e ne scorgo sul cristallo la larva che spenge d'un sorriso dimesso le parole appena dette. «Oh di questo hai anche troppo sofferto» aggiunge poi [quasi portando fiori sul luogo, un'orticaia, dove mi ha crocifisso. «Vanamente» mormoro più che dal rimorso toccato da quel tono di persistente, doloroso affetto; e ora vorrei non le sembrasse indegno cercare in altri la causa del suo male, fosse pure il mio torto. «Vanamente» e mi viene non so se dal ricordo o dal sogno un'immagine di lei gracile, impalata nella sua altezza, che guarda un fiume dall'argine e, poco oltre la foce, la lacca grigia del mare oscurarsi. «Lascia perdere» dice lei con la voce di chi torna dopo un'assenza di anni sul luogo stesso e raduna le spoglie lasciate in altri tempi, dopo lo scacco. «Perché non è in nostro potere richiamarci» mi chiedo io sorpreso che sia lì, ferma, sul sedile accanto. «Che intesa può darsi senza luce di speranza? Perché la speranza è irreversibile» commenta il suo silenzio rigido senza più lotta mentre abbassa risoluta la maniglia e getta un'occhiata di squincio al casamento, alto, che tra [poco la inghiotte.

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Terrazza «Perché sono nato nell'umano» mormora lui vedendola mentire e non perdere nulla della sua grazia di movenze felpate e caute e intanto storna gli occhi da lei quasi a scrutare la natura del suolo che accoglie l'animale leggiadro e ambiguo che gli sta dinanzi [svariando. Lei scherza con gli altri, non so quanto inconsapevole che lui davvero sanguina dalla felicità d'appena ieri e dalla sua speranza recisa [viva dalla mente. E' in età da accusare in pieno questo colpo - mi dico e guardo con i suoi occhi quel brano di campagna pulita sulle colline infittirsi d'ombre nel vallone di fronte e giù la parte bassa del borgo e il fiume. «Credi che il mio animo sia in pace per quel poco d'anni che ho in più e di arte» mi rivolgo a lui nel mio silenzio quasi importi questo confronto e non la sua interezza di cristallo mandata in frantumi tutta dal primo urto. «Sì, perché sono nato nell'umano» ripete lui senza fissarmi in viso il suo sguardo fermo e io non trovo parole a consolarlo, sento il morso del rimprovero soltanto che mi viene da quel dolore giovane, senza schermo. «Oh non mi fulminare in questo aspetto né in altro. Non negarmi il mutamento e la vita» lampeggiano rapiti e tristi gli occhi di lei quasi scorga in basso lungo i tornanti noi altri seminati dalla sua corsa e vinti. «Spiriti di natura ancora spessa, chiusi alla rivelazione del [segreto» rifiorisce improvviso questo pensiero appreso da lei e passato di mente mentre lui stupisce volgendosi a quel fuoco inafferrabile non so se come il cane levato alto verso l'uva in qualche fregio di portale o [come a insidia di serpente. Lei tace, lo fissa dal crocchio che le fa ressa e festa [d'intorno e tra ciglia e zigomi le cala un'ombra.

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Nella Hall «Questo vuole il tuo tempo, perchè non gli vai incontro?» rimugina senza ironia apparente costui non molto lontano dal pensare a un'anima nuova di zecca pronta per il cambio. «Devoti sempre, devoti a qualcosa; e quando non si crede più a niente devoti al nostro tempo» gli risponde qualcuno, forse io, forse lo stesso onnipresente automa toccato da altra mano, in altro pulsante. Né lui vede un amico d'altri tempi in me che lo giudico e lo guardo ugualmente estraneo, in questo vestibolo d'albergo, ma un'incognita appena appena umana, un volto forse, ma contaminato da un morbo. «Neppure la natura è eterna» ricomincia ascoltando la sua [ voce che infatti prende quota nella penombra, grave, con volo per un attimo di condor. «Ma eterno è il suo mutamento» gli dico io poco smanioso invero d'afferrare quel filo troppo logoro passato per la cruna della sua mente. «Colpisci, colpisci a bruciapelo l'istante» ammonisce affondato nel suo peso quell'uomo che mi parla quasi fossimo a due diverse altezze, lui dove soffia lo spirito e io nel fango. Mentre fuori è giorno, mentre la vetrata canta scolpiti nella luce nuova i monti e il lago raso rigato da un solo cigno.

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L'India Tace ora, mi chiedo se oppressa dal suo Karma, (so della sua vita, del nome che le dà, e del senso) mentre mostra a lungo lo schermo sul selciato una moltitudine stecchita in una posa tra sonno e morte levarsi a stento in preghiera e spulciarsi nell'alba. Né forse la colpisce il primo aspetto ma un altro più recondito, e vede una giustizia di diverso stampo in quella sofferenza di paria orrida eppure non abbietta, e nella sua che le scende [addosso. «Avere o non avere la sua parte in questa vita» riemerge in parole il suo pensiero - ma solo un lembo. E io ne tiro a me quella frangia ansioso mi confidi tutto l'altro, attento non mi rubi niente di lei, neppure l'amarezza, ed attendo. S'interrompe invece. Seguono altre immagini dell'India e nel loro riverbero le colgo un sorriso estremo tra di vittima e di bimba quasi mi lasci quella grazia in pegno di lei mentre si eclissa nella sua pena e l'idea di se stessa le muore dentro. «Perché porti quel giogo, perché non insorgi» mi trattengo appena dal gridarle, soffrendo perché soffre, certo, ma più ancora perché lascia la presa della mia tenerezza non saziata e piglia il largo piangendo. «Ascoltami» comincio a mormorarle e già penso al chiarore della sala dopo il technicolor e a lei che sul punto di partire mi guarda da dietro la lampada della sua solitudine tenuta alzata di fronte. «Mario» mi previene lei che indovina il resto. «Ancora levi come una spada, buona a che?, lo sdegno per le cose che ti resistono. Uomo chiuso all'intelligenza del diverso, negato all'amore: del mondo, intendo, di Dio dunque» e indulge a una smorfia fine di scherno per se stessa salita sul pulpito, e quasi si annulla. «Davvero vorrei tu avessi vinto» le dico con affetto incontenibile, più tardi, mentre scorre in un brusio d'api, nel film senza commento, [l'India. 7


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Dopo la festa Siamo già ai commiati quando vengono alla ribalta per [caso i due ultimi sbucati non so da quale profondità del party, maestro e discepolo forse, due insomma fermi al [sottinteso patto che l'uno è uomo di poteri ampi, lungimirante, saggio, l'altro il pivello fervoroso, tributario in tutto del vecchio. Questi gli fa posto sul divano, accanto a sé, si mostra un po' stanco, sì, ma non meno pronto a dargli [udienza. «Che uomo» dice, ma senza nominarlo, la padrona di casa ai suoi ospiti che sul punto di andarsene le si stringono attorno per gli [addii e fanno ressa verso il vestibolo e la porta. «Lei almeno rimanga ancora un po'» mi fredda sul passaggio il suo sorriso mentre s'anima tutta nella spola tra il guardaroba e gli estremi convenevoli fatti con la dovuta grazia sulla soglia. Poco dopo si è soli nella stanza lei ed io quasi tornati in noi a raccogliere insieme i magri frutti, meditando sul vano della festa, eletti a cose più alte e solo un po' indulgenti con le frivole, [com'è giusto. Lei ed io e quei due che ancora parlano e lei adocchia di continuo come l'ultima speranza di [riscatto. «Non creda non conosca i suoi pensieri. Per di più li [condivido» dice tirando in un guizzo altero il filo delle labbra rugose e le corde del collo, dure e aride. «Lei sa, basta qualcuno che mi ripaghi con la sua [presenza» aggiunge poi rotando gli occhi accesi dove si rompe in tenerezza un grano di follia, in un liquor febbrile palpitando. «E' là che batte il suo cuore inverosimile; ne è fiera ed avvilita» penso e mi volgo all'idolo, coperto di polvere e di brina, che le sta [di fronte, ma lontano, sicuro di sé, e frustrante. «Coraggio» alza la voce il maestro quanto l'altro aveva la sua smorzata e spenta. «Coraggio occorre» insiste poi sincero suo malgrado mentre guarda nell'altro il riverbero del fuoco che lo arse ma non senza residui come ora vorrebbe, con quel po' di cenere diaccia e grigia. 8


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«Vada dritto allo scopo, osi» riprende e tace a lungo dinanzi a lui interdetto dal silenzio più che acceso dal [grido; perché il vecchio, è chiaro, va oltre la sua parte e rabbrividisce al vento del passato non meno oscuro dell'altro che gli soffia in viso [dall'opposto polo. «Che uomo» saettano gli occhi di lei tornati vitrei ma non senza dolcezza mentre cerca un consenso alla [sua estasi in me che la immagino e la penso devota a un dio che non le dà negli anni risposta o cenno; e guardo in quell'attimo i bicchieri lasciati qua e là sulle mensole, e ascolto la pendola di Sèvres battere molti colpi.

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Tra quattro mura «Oh il vostro cristianesimo» gli dico. «O crepato trabocca in tutto l'altro, sia pure il deserto, oppure è un fiumicello da nulla che stagna fra gli orti sotto casa e li ammorba.» Subito in un risucchio della mente riascolto come da un disco crudele quelle parole nette, ancora mie eppure già lontane dall'intento, là nella parte amorfa del pensiero che aspetta un'esca. Non so se il mio disagio gli è visibile, deglutisce un sorriso inespresso e si fa piccino cercando fermezza di risposta proprio lì nel suo aspetto di pretonzolo e di oscura formica. Cedere, cedere all'infinito il campo, non opporre niente - decifro bene il suo contegno, sia l'antica tattica o il fardello d'una pazienza senza luce, ma non senza calore per [questo. E penso al pane della salvezza tenuto in serbo, gustato in quell'odore di canonica e altro non desidero che il mare e il vento. «Credi?» rompe infine quella pausa che solo a me è [sembrata lunga volgendomi di sotto in su la cornata di uno sguardo non tanto offensivo quanto aguzzo. L'animale violato nella sua tana, penso, e ne sento la forza insospettata crescere, crescere fino a un'obbrobriosa sicurezza. Ed ora è lì uomo diverso e fermo come se aspetti il mio ritorno al passo alla stalla dolorosa da cui ero partito in fuga springando. «Gente che come voi si crogiola nella certezza della buona norma ignorando il resto mi [offende» e ormai non è più l'amore storto e riottoso che parla in me ma l'alterco. Male, male, ma non c'è altro verso di sapersi avvinti a uno stesso dolore che questo diverbio, mi dico mentre il viso gli si allenta e così rilasciato sotto il colpo si corona di un'imbronciata infanzia; e solo allora osservo la stanza e in essa, con un limìo dentro, una vita penosa che mi parla di sé da qualche suo lacerto. «Tu che forse sei uscito dalla casa e solo per ciò la trovi angusta t'inebri alla ventata 10


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non perché avviva ma solo perché distrugge. Puoi riconoscerti in molti ma non averne conforto» mi dice poi mentre schivo la sua occhiata guardando fuori la montagna che avvalla e l'ultima ragazza in giù sfrecciante e dietro a lei uno spolverio di neve controsole nella discesa deserta.

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Accordo - Il corso d'una vita deciso in nostra vece chi sa come e [quando ripara nel bene e nel male altre esistenze, offre cause di gioia e di dolore alle future Lei che soffre ma pronunzia il suo credo ben ferma nel suo aspetto di angelo o deva m'accoglie nella parte viva della casa, mi dà questo saluto o questo viatico. Non per caso ero lì comparso dall'oscurità del bosco al [suo cospetto macinando pensieri senza costrutto pel sentiero battuto dall'artiglieria da campo. Né spero né desidero sorprenderle questa volta il lampo che sprizza sospetto della mia incredulità e insieme dolcezza. In silenzio raccolgo sotto il fuoco delle sue pupille [questo messaggio ben deciso a credere contenga la sanzione e il crisma. Che importa la materia della fede quando è così grande, mi dico mentre scruta se m'arriva la luce delle sue parole nel punto esatto; e posso anche pensarle come un canto di prigionia, sia pure il canto udito trillare nella voliera più alto di tutti e fermo.

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